TELE-COMANDO – REMOTE CONTROL

Se qualcuno mi domandasse qual è, a mio parere, l’oggetto-simbolo delle nuove generazioni, non avrei dubbi nel rispondere: il telecomando. Sì, parlo proprio di quell’oggetto scuro, oblungo, costellato di tasti con numerini e letterine bianche, abbastanza piccolo da impugnarsi con la mano della quale, peraltro, sembra esser diventato una specie di prolungamento elettronico. Se la mia vi sembra una definizione troppo elementare, basta che consultiate l’inesauribile oracolo dei nostri tempi, chiamato Wikipedia, per vedervi snocciolare illustrazioni e spiegazioni molto più precise. Un utile esercizio – linguistico ma anche socio-culturale – che vi consiglio è quello di leggere articoli corrispondenti in lingue diverse dall’italiano, per apprezzarne le sottili sfumature. Nel caso del nostro telecomando, lo troviamo definito in italiano come: “dispositivo elettronico che consente d’inviare… segnali ad un dispositivo situato a distanza”. La versione inglese descrive il remote control come: “componente di un’apparecchiatura elettronica…usato per manovrare senza fili un televisore, da una breve distanza visiva”.  La formulazione francese è più ampia e parla di un: “…dispositivo, generalmente di taglia ridotta, che serve a manipolarne un altro a distanza…..e interagire con giochi, apparecchi audiovisivi…la porta di un garage…di vetture…etc.”. Quella  spagnola del mando a distancia ribadisce che si tratta di: “un dispositivo elettronico usato per realizzare un’operazione a distanza su una macchina…”. La definizione tedesca, più puntigliosa, distingue, infine, tra il Fernbedienung – “dispositivo elettronico portatile che può essere usato per operare su brevi e medie distanze (all’incirca da 6 a 20 metri)” ed il Funkfernsteuerung (ossia: radiocomando), usato per il “controllo” a distanze maggiori.

Ma non è di questo specifico apparecchio che volevo parlarvi. Le sue definizioni, comunque, ci aiutano a centrare il nucleo della sua funzionalità. Verbi come “inviare segnali”, “operare su-”, “controllare”, “manipolare”, “comandare” mi sembrano, infatti, particolarmente significativi del valore simbolico di quella scatoletta nera che usiamo tutti i giorni per inviare ordini a distanza, con un semplice click. La nostra epoca è stata spesso definita “digitale” e nella visione comune – visto che non tutti sanno che in inglese digit vuol dire “cifra” – questo termine è stato non a caso identificato con l’utilizzo delle dita per schiacciare gli svariati pulsanti e tasti dei quali, a quanto pare, non sappiamo più fare a meno… Ammettiamolo: viviamo in un’era definibile “digitale” soprattutto perché le agili dita, ed in particolare i velocissimi polpastrelli dei nostri figli e nipoti sono continuamente in esercizio, per tele-comandare i molteplici apparecchi domestici, ma anche, indirettamente, la nostra vita.  Le nuove generazioni sono ormai talmente abituate a martellare su quei tasti che sembrano convinte di avere in pugno la bacchetta magica dei nostri tempi, con la quale possono decidere cosa fare e come farlo, in base a proprie scelte, valutazioni e desideri.

Ecco che il telecomando non è solo quel che appare – cioè un dispositivo elettronico che usa i raggi infrarossi o altre tecnologie di trasmissione dati ad apparecchi e congegni più o meno distanti – ma piuttosto un segno, un oggetto simbolico, una riedizione moderna dell’ermetico caduceo, della prodigiosa wand di maghi, fate e streghe, lo scettro magico del potere sugli altri. In questo senso, la pervasiva presenza di telecomandi ed apparecchi similari (dai telefoni cellulari agli i-phone) rappresenta una nota caratteristica del nostro tempo, un marchio che caratterizza il modo di vedere le cose dei nostri ragazzi e di porsi di fronte alla realtà. Una realtà che, per loro, è sempre manipolabile, modificabile, influenzabile grazie ad un congegno, tenuto saldamente in mano. Un mondo sul quale – in base alla diffusa mentalità indotta dal meccanismo dei riflessi condizionati – sarebbe sempre possibile intervenire, condizionando situazioni ed eventi a nostro favore, per realizzare aspirazioni, impulsi o decisioni. Questo psicotico delirio di onnipotenza, che caratterizza troppi giovani e giovanissimi, finisce col renderli apparentemente sicuri di sé, ma in realtà molto insicuri e fragili, intolleranti di ogni proibizione e di qualsiasi fallimento o frustrazione che la vita non manca mai d’infliggere.

“Comandare a bacchetta” si usava dire una volta. Beh, oggi si crede di poter telecomandare il mondo con un semplice click , illudendosi che quel dito ultraveloce possa davvero manipolare la realtà. Basta auto-convincersi che sia sufficiente collegarsi con chiunque, dovunque si trovi, per provare la  straordinaria sensazione dell’onnipresenza e l’ebbrezza del potere di chi riesce a ‘manovrare’ a distanza cose e persone…  Purtroppo – o, forse, per fortuna…. – le cose non vanno esattamente così e questo non può che procurare traumi psicologici ed ammaccature fisiche a chi  fosse convinto di disporre d’una bacchetta magica universale e di non avere alcun tipo di limiti. Alle nuove generazioni abbiamo, colpevolmente, lasciato credere che il telecomando della loro esistenza fosse in loro pugno, mentre avremmo dovuto fargli acquisire il senso del limite e, al tempo stesso, aiutarli ad avere abbastanza fiducia in se stessi per affrontare, consapevolmente, avversità e sfide della vita quotidiana.  Non abbiamo certo fatto il loro bene, a mio avviso, e soprattutto li abbiamo esposti ad una serie di prevedibili scacchi, col rischio di mandare in frantumi le loro false sicurezze e di creare sbandati e frustrati, che si credono “perdenti” solo perché non riescono a far girare il mondo esattamente come vorrebbero.

Credo però che siamo ancora in tempo per cercare di ovviare ai nostri sbagli. Sia da genitori sia da educatori, quindi, cerchiamo di limitare le conseguenze deleterie di questo irragionevole modo di pensare ed agire, aiutando i nostri ragazzi a guardare in faccia la realtà e ad affrontarla con la loro testa, non con le loro dita. Anche l’intelligenza è una forma di prontezza, che non richiede polpastrelli ultrarapidi bensì esercitate capacità di ascoltare, parlare, leggere e scrivere. Ci vogliono anche capacità logiche ed espressive, abilità tecniche e competenze complesse, ma soprattutto strumenti di analisi e di risoluzione dei problemi, anche con molte incognite, come quelli che ci presenta ogni giorno la nostra esistenza, qui e ora. I telecomandi ,ovviamente, continuiamo pure ad usarli, ma solo come raffinati ed utili strumenti tecnologici e non come prolungamenti magici delle nostre mani e del nostro pensiero che, se ben coltivato, è più potente di migliaia di computer ed altri aggeggi elettronici.

 © 2012 Ermete Ferraro

THANATOIKONOMIA – DEATH ECONOMY

E’ davvero singolare. Una delle più profonde e spietate analisi della situazione in cui ci troviamo, a livello globale, non l’ho trovata nel dotto saggio di un politologo ma nel nervoso scritto di un immaginifico scrittore di thriller. Mi sono imbattuto, infatti, in un articolo apparso sulla rivista online “Carmilla”, in cui il noto giallista e traduttore Sergio Altieri (alias Alan D. Altieri) ha tracciato un efficace ritratto della “Death Economy. Il baratro terminale del collasso economico planetario” http://www.carmillaonline.com/archives/2011/11/004093.html#004093 .
In un recente contributo sulla necessità di riscoprire e praticare un approccio “ecopacifista” alla realtà attuale (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia) anch’io mi sono soffermato sulla connessione tra crisi economico finanziaria, devastazione ambientale e dominio del complesso militar-industriale a livello globale. La mia proposta è quella d’una strategia unitaria per un movimento che non si accontenti di esprimere indignazione e generica opposizione, ma tenti di prefigurare un’alternativa reale ed un gandhiano “programma costruttivo”.
L’articolo di Altieri, nel suo duro e disincantato linguaggio giallo-nero, mi sembra una lucida sintesi di quel futuro che sarebbe comodo etichettare come fantapolitica, ma è l’impressionante immagine del tragico esito del collasso dell’economia globale, raffigurato dalla squallida “collina dei suicidi”, dove l’umanità sembrerebbe aver deciso di consumare la sua tragica esistenza.
“Il giorno in cui le banche avranno cessato di esistere segnerà la “fine del mondo” così come lo abbiamo conosciuto da ben prima della Rivoluzione Industriale in avanti. – scrive – Il giorno in cui le banche avranno cessato di esistere sarà la suicide hill, collina dei suicidi, di qualcosa che conosciamo già ora. Questo qualcosa ha un nome: Death Economy, Economia della Morte”.
E’ singolare, ripeto, ma non certo casuale che per sintetizzare il quadro della crisi attuale e delle sue cause ci volesse un esperto di letteratura “noir”. Al di là delle sue cupe immagini di un’umanità sempre più degradata e protesa sul baratro del suicidio planetario, mi pare infatti che dal suo articolo emerga la lucida analisi di come siamo giunti a questo punto di quasi non-ritorno. Il suo richiamo ad un classico dell’economia capitalista, d’altra parte, dimostra che la mente umana può essere estremamente profetica, ma anche che l’umanità non ha mai saputo né voluto dare ascolto agli spietati vaticini dei suoi profeti.
“ Nell’analisi di John Maynard Keynes sulle crisi ricorrenti del capitalismo la DE [Dealth Economy] è un algoritmo ineluttabile verso il baratro:- guerra di conquista e sterminio: – controllo coatto delle materie prime; – depauperamento estremo delle medesime; – dominio totale sul lavoro dipendente; – aumento dei profitti; – picco consumistico; – aumento del debito privato; – saturazione dei mercati; – aumento del deficit pubblico;- impennata della speculazione bancaria; – corto-circuito stagnazione-inflazione-recessione; – spirale di depressione;- collasso sistemico conclusivo”.
In questo solo brano dell’articolo di Altieri trovo racchiusa “in nuce” la tragica spirale di morte che egli definisce “ineluttabile”. Eppure sarebbe ancora possibile spezzarla, se solo ci decidessimo a cambiare radicalmente strada, con una vera “conversione” che, però, è certamente molto di più impegnativa della pura e semplice adesione ad una proposta politica alternativa. Altieri ci aiuta, col suo linguaggio in bianco e nero, a distinguere tra le ‘grandi guerre’ di una volta, ormai troppo costose e poco produttive, e quelle che ci stanno moltiplicando sotto gli occhi, travestite da conflitti periferici e localizzati.
“Profitto a ogni costo, con ogni mezzo, contro ogni ostacolo. Profitto di pochi, pochissimi: alcune migliaia di individui a livello mondiale […]. Perdurando sottotraccia nell’Occidente in generale, negli USA in particolare, la DE continua comunque a servirsi delle guerre su un doppio canale di manipolazione propagandistica e industriale: – nessuna guerra grossa, sostituita però dalla minaccia della guerra “finale” (Guerra Fredda/guerra nucleare)con conseguente profitto dalla corsa agli armamenti strategici, rimpiazzata ora dalla eterna “guerra al terrore globale”, dove fa brodo tutto & il contrario di tutto;
– infinite guerre asimmetriche, primariamente nei quadranti medio-orientale, africano e sud-americano, con conseguente profitto della vendita di armamenti convenzionali simultaneamente a tutte le parti belligeranti”.
Quello che preoccupa seriamente è che, una volta calato il sipario sul teatrino del berlusconismo e sulla politica da cabaret, i c.d. poteri forti vogliono ora fare sul serio. Che cosa c’è di meglio, allora, di un irreprensibile ed autorevole Professore come premier di un governo tecnocratico, con tanto di ammiraglio alla difesa, prefetto agli interni, ambasciatore agli esteri, rettore all’istruzione e, of course, un banchiere all’economia? Eccovi servito il governissimo bipartisan di Monti, fortemente voluto dal Presidente della Repubblica e caldamente sponsorizzato dalle gerarchie vaticane, dall’Amministrazione USA nonché dalla potentissima “Trilateral Commission”, della quale il professor-senatore-a-vita Mario Monti è addirittura Presidente del Comitato Europeo.
“Per la DE, la globalizzazione è LA svolta epocale. I grandi imperi industriali a conduzione famigliare …superano finalmente la fase di multinazionali degli anni ’70 e si trasformano in sistemi conglomerati globali. Vere e proprie fortezze del meta-capitale, sostenuti da apporti di liquidità tanto immani quanto ignoti, dotati di polivalenza accorpata (banche commerciali, banche finanziarie, industrie, finanze, investimenti, immobili, trasporti, comunicazioni etc.), i sistemi conglomerati globali possiedono una struttura frattale la cui complessità si fa beffe di qualsiasi parametro di qualsiasi scrutinio da parte di qualsiasi ente governativo.[…] A decidere tutto per tutti sono enigmatici consigli di amministrazione che si riuniscono in conference call via computer. O magari, se proprio vogliono mettersi in mostra, nella sala congressi di alberghi a 666 stelle. Dai molti guru delle conspiracy theories, questi enigmatici consigli di amministrazione sono chiamati in una quantità di modi: NWO (New World Order), massoneria, Illuminatus, Trilateral Commission, Bilderberg Group, etc. Che ognuno scelga il nome che preferisce.”
Anche in questo caso l’articolo di Altieri risulta davvero illuminante. Diceva John Belushi in “Animal House” (e cantava Billy Ocean): “When the going gets tough, the tough gets going”. La citata traduzione italiana (“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”) credo ci dia la misura di ciò che sta succedendo anche in Italia, con l’avvento al potere – ovviamente molto discreto e sottotono – delle potenti lobbies che Altieri chiamava “conglomerati globali”.
Basta dare una scorsa all’elenco dei membri italiani della famigerata “Trilateral”, ad esempio, (http://www.trilateral.org/download/file/TC_list_10-11_2.pdf) per imbattersi nel gotha dell’aristo-pluto-tecnocrazia: vertici di assicurazioni multinazionali come Cortina e Cucchiani; industriali come Elkann, Guarguaglini, Guidi, Pesenti, Rocca e Tronchetti Provera; banchieri come Rampl, Sala e Sella; militari ed esperti di strategia come Ramponi e Silvestri; politici e politologi come E. Letta, Secchi e Venturini. Ce n’è abbastanza per stare all’erta, pur lasciando stare le “conspiracy theories” sul “Nuovo Ordine Mondiale” evocate dallo stesso Altieri. La perversa spirale banche – assicurazioni – industria pesante – fabbriche di armamenti – militari – cementieri è pienamente rappresentata. Se poi diamo un’occhiata anche ai nomi italiani che figurano come membri del potentissimo “Bilderberg Group” – secondo le rivelazioni del sito http://fromthetrenchesworldreport.com/bilderberg-group-2011-full-official-attendee-list/4870 – vi troviamo nomi nuovi (come Bernabè della Telecom Italia, Scaroni dell’ENI e l’ex-superministro dell’economia Tremonti), ma anche alcune personalità già citate, come Elkann e lo stesso neo-premier Monti. Se a questo elenco aggiungiamo la nomina a Ministro della Difesa dell’ammiraglio Di Paola (ex capo di stato di stato maggiore italiano ed attuale presidente del Comitato Militare della NATO) ed a Ministro di Economia e Trasporti del mega-banchiere Corrado Passera (già a.d. del gruppo Intesa-San Paolo), sembra che siamo di fronte ad un vero e proprio “conglomerato” di interessi forti che farebbe impallidire lo stesso sistema di potere berlusconiano.
Eppure sembra che questo governo faccia comodo a quasi tutti e che riscuota una specie di plebiscito parlamentare, ovviamente perché potrà fare indisturbato il “lavoro sporco” che la destra pseudo-liberale e la sinistra pseudo-socialista non hanno finora avuto….l’opportunità di portare a compimento, preoccupate come sono di salvaguardare il proprio elettorato. Ma gli Italiani non sono fessi come Lorsignori amano credere e dietro le churchilliane“lagrime e sangue” che ci aspettano dietro l’angolo sapranno leggere non solo gli imprescindibili “sacrifici” cui saremmo chiamati dai sussiegosi leaders europei ed americani, ma anche il pesante giro di vite del capitalismo globale per allineare e manovrare meglio le marionette dell’economia planetaria.
Ecco perché dobbiamo prendere coscienza di questa minaccia e ad organizzare una rete di opposizione e di resistenza ecopacifista al nuovo regime militar-industrial-finanziario in doppiopetto, se non vogliamo trovarci sulla “suicide hill” descritta da Altieri come logica conclusione del collasso planetario provocato dalla tragica “economia della morte”.
(c) 2011 Ermete Ferraro