TELE-COMANDO – REMOTE CONTROL

Se qualcuno mi domandasse qual è, a mio parere, l’oggetto-simbolo delle nuove generazioni, non avrei dubbi nel rispondere: il telecomando. Sì, parlo proprio di quell’oggetto scuro, oblungo, costellato di tasti con numerini e letterine bianche, abbastanza piccolo da impugnarsi con la mano della quale, peraltro, sembra esser diventato una specie di prolungamento elettronico. Se la mia vi sembra una definizione troppo elementare, basta che consultiate l’inesauribile oracolo dei nostri tempi, chiamato Wikipedia, per vedervi snocciolare illustrazioni e spiegazioni molto più precise. Un utile esercizio – linguistico ma anche socio-culturale – che vi consiglio è quello di leggere articoli corrispondenti in lingue diverse dall’italiano, per apprezzarne le sottili sfumature. Nel caso del nostro telecomando, lo troviamo definito in italiano come: “dispositivo elettronico che consente d’inviare… segnali ad un dispositivo situato a distanza”. La versione inglese descrive il remote control come: “componente di un’apparecchiatura elettronica…usato per manovrare senza fili un televisore, da una breve distanza visiva”.  La formulazione francese è più ampia e parla di un: “…dispositivo, generalmente di taglia ridotta, che serve a manipolarne un altro a distanza…..e interagire con giochi, apparecchi audiovisivi…la porta di un garage…di vetture…etc.”. Quella  spagnola del mando a distancia ribadisce che si tratta di: “un dispositivo elettronico usato per realizzare un’operazione a distanza su una macchina…”. La definizione tedesca, più puntigliosa, distingue, infine, tra il Fernbedienung – “dispositivo elettronico portatile che può essere usato per operare su brevi e medie distanze (all’incirca da 6 a 20 metri)” ed il Funkfernsteuerung (ossia: radiocomando), usato per il “controllo” a distanze maggiori.

Ma non è di questo specifico apparecchio che volevo parlarvi. Le sue definizioni, comunque, ci aiutano a centrare il nucleo della sua funzionalità. Verbi come “inviare segnali”, “operare su-”, “controllare”, “manipolare”, “comandare” mi sembrano, infatti, particolarmente significativi del valore simbolico di quella scatoletta nera che usiamo tutti i giorni per inviare ordini a distanza, con un semplice click. La nostra epoca è stata spesso definita “digitale” e nella visione comune – visto che non tutti sanno che in inglese digit vuol dire “cifra” – questo termine è stato non a caso identificato con l’utilizzo delle dita per schiacciare gli svariati pulsanti e tasti dei quali, a quanto pare, non sappiamo più fare a meno… Ammettiamolo: viviamo in un’era definibile “digitale” soprattutto perché le agili dita, ed in particolare i velocissimi polpastrelli dei nostri figli e nipoti sono continuamente in esercizio, per tele-comandare i molteplici apparecchi domestici, ma anche, indirettamente, la nostra vita.  Le nuove generazioni sono ormai talmente abituate a martellare su quei tasti che sembrano convinte di avere in pugno la bacchetta magica dei nostri tempi, con la quale possono decidere cosa fare e come farlo, in base a proprie scelte, valutazioni e desideri.

Ecco che il telecomando non è solo quel che appare – cioè un dispositivo elettronico che usa i raggi infrarossi o altre tecnologie di trasmissione dati ad apparecchi e congegni più o meno distanti – ma piuttosto un segno, un oggetto simbolico, una riedizione moderna dell’ermetico caduceo, della prodigiosa wand di maghi, fate e streghe, lo scettro magico del potere sugli altri. In questo senso, la pervasiva presenza di telecomandi ed apparecchi similari (dai telefoni cellulari agli i-phone) rappresenta una nota caratteristica del nostro tempo, un marchio che caratterizza il modo di vedere le cose dei nostri ragazzi e di porsi di fronte alla realtà. Una realtà che, per loro, è sempre manipolabile, modificabile, influenzabile grazie ad un congegno, tenuto saldamente in mano. Un mondo sul quale – in base alla diffusa mentalità indotta dal meccanismo dei riflessi condizionati – sarebbe sempre possibile intervenire, condizionando situazioni ed eventi a nostro favore, per realizzare aspirazioni, impulsi o decisioni. Questo psicotico delirio di onnipotenza, che caratterizza troppi giovani e giovanissimi, finisce col renderli apparentemente sicuri di sé, ma in realtà molto insicuri e fragili, intolleranti di ogni proibizione e di qualsiasi fallimento o frustrazione che la vita non manca mai d’infliggere.

“Comandare a bacchetta” si usava dire una volta. Beh, oggi si crede di poter telecomandare il mondo con un semplice click , illudendosi che quel dito ultraveloce possa davvero manipolare la realtà. Basta auto-convincersi che sia sufficiente collegarsi con chiunque, dovunque si trovi, per provare la  straordinaria sensazione dell’onnipresenza e l’ebbrezza del potere di chi riesce a ‘manovrare’ a distanza cose e persone…  Purtroppo – o, forse, per fortuna…. – le cose non vanno esattamente così e questo non può che procurare traumi psicologici ed ammaccature fisiche a chi  fosse convinto di disporre d’una bacchetta magica universale e di non avere alcun tipo di limiti. Alle nuove generazioni abbiamo, colpevolmente, lasciato credere che il telecomando della loro esistenza fosse in loro pugno, mentre avremmo dovuto fargli acquisire il senso del limite e, al tempo stesso, aiutarli ad avere abbastanza fiducia in se stessi per affrontare, consapevolmente, avversità e sfide della vita quotidiana.  Non abbiamo certo fatto il loro bene, a mio avviso, e soprattutto li abbiamo esposti ad una serie di prevedibili scacchi, col rischio di mandare in frantumi le loro false sicurezze e di creare sbandati e frustrati, che si credono “perdenti” solo perché non riescono a far girare il mondo esattamente come vorrebbero.

Credo però che siamo ancora in tempo per cercare di ovviare ai nostri sbagli. Sia da genitori sia da educatori, quindi, cerchiamo di limitare le conseguenze deleterie di questo irragionevole modo di pensare ed agire, aiutando i nostri ragazzi a guardare in faccia la realtà e ad affrontarla con la loro testa, non con le loro dita. Anche l’intelligenza è una forma di prontezza, che non richiede polpastrelli ultrarapidi bensì esercitate capacità di ascoltare, parlare, leggere e scrivere. Ci vogliono anche capacità logiche ed espressive, abilità tecniche e competenze complesse, ma soprattutto strumenti di analisi e di risoluzione dei problemi, anche con molte incognite, come quelli che ci presenta ogni giorno la nostra esistenza, qui e ora. I telecomandi ,ovviamente, continuiamo pure ad usarli, ma solo come raffinati ed utili strumenti tecnologici e non come prolungamenti magici delle nostre mani e del nostro pensiero che, se ben coltivato, è più potente di migliaia di computer ed altri aggeggi elettronici.

 © 2012 Ermete Ferraro

I FANTAPROFESSORI / THE FAIRLY ODDTEACHERS

Avere dei ragazzini in casa, alla mia non tenera età, comporta anche doversi spesso sorbire delle trasmissioni televisive piuttosto particolari, come la serie di cartoni animati “Due Fantagenitori”.  Le avventure degli stravaganti “Fairly Odd Parents” del decenne Timmy Turner, infatti, rallegrano da parecchio tempo i nostri pranzi familiari, per cui sono ormai diventato quasi un esperto del “Fantamondo” e dei suoi incredibili abitanti. La loro interferenza con le vicende umane, peraltro, talvolta mi ricorda un po’ le leggende greche sulle divinità dell’Olimpo, ora protettrici ora minacciose verso i poveri mortali.

Un insegnante, d’altra parte, non può essere completamente ignaro del colorato e scoppiettante mondo dei “cartoons” ma, secondo me, conoscere i moderni miti televisivi dei ragazzi è un modo per esserne meno distanti e per capirne meglio i gusti e lo stesso linguaggio. Chi si occupa di letteratura, poi, ritengo che non dovrebbe ignorare quella cosiddetta “popolare”, di cui le moderne fiabe animate – con i loro stereotipi e la loro sottintesa filosofia – fanno sicuramente parte. Non va trascurato neppure, infine, il valore sociologico di storie che, per quanto strampalate e fantasiose, non fanno altro che rispecchiare l’assai poco fantastica realtà di oggi.

In un mondo in cui i veri genitori, quelli normali, stanno a poco a poco scomparendo – sostituiti maldestramente da videogiochi e babysitters  – non c’è niente di strano se l’immaginario collettivo abbia evocato proprio dei fantagenitori.  Essi infatti, con la loro magica presenza, intervengono per supplire la preoccupante assenza – fisica o psicologica – di troppi padri e madri in carne ed ossa.L’affascinante idea di poter magicamente rimpiazzare la realtà della propria famiglia – troppo spesso desolante o comunque poco attraente – con una coppia di fantastici esponenti di un mondo incantato non si spiega, però, solo con l’ovvia ed universale ricerca di una realtà più piacevole, rosea e fatata. Mi sembra che rispecchi anche l’ansiosa aspettativa di un rapporto meno conflittuale con la vita quotidiana di un ragazzino come Timmy, caratterizzata da genitori strambi e molto distratti, da prepotenti bulli come Francis, da perfide bambinaie come Vicky ed anche da insegnanti schizzati come Denzel Crocker, ma anche da compagni poveri o comunque ‘strani’ come Chester, Elmer o Sanjay. Un vissuto che ospita pure presenze piacevoli o desiderate, come la vezzosa Trixie, una ragazzina vanitosa e ricca che, però, tratta con disprezzo lui e i suoi amici.

Uno degli elementi caratteristici delle avventure di Timmy Turner, su cui è il caso di soffermarsi, è l’insospettabile presenza di “nemici” che lo circondano, rendendogli difficile la vita e facendo diventare indispensabile il continuo intervento magico dei suoi due Fantagenitori. Timmy è letteralmente perseguitato da personaggi minacciosi o invadenti (Francis, Vicky, Dark Laser, Remy Buxaplenty, perfino la piccola Tootie) e questo dovrebbe forse farci riflettere sul fatto che l’esistenza di un bambino/a è spesso meno pacifica e serena di quanto solitamente si pensa. Una seconda considerazione è che l’aggressività dei ‘cattivi’ di questo cartone animato – in inglese i “villains” – ha quasi sempre origine nelle loro frustrazioni infantili (come nel caso del maniaco e feroce prof. Crocker o di Francis il bullo, col padre il carcere ed inutilmente innamorato di Britney oppure del ricchissimo ma sempre solo Remy Buxaplenty).D’altra parte gli stessi Fantagenitori che subentrano al fianco di Timmy come fatati supplenti di quelli veri, ne rispecchiano un po’ le caratteristiche. Cosmo, svagato, tontolone, bugiardo e maldestro, assomiglia a Papà Turner. Wanda, intelligente attiva e  perspicace, sembra invece l’alter ego di Mamma Turner, dotata d’insospettabili risorse ma spesso troppo presa dai suoi impegni lavorativi.  La verità è che perfino il Fantamondo – proprio come l’Olimpo degli antichi Greci – non sembra immune da conflitti e problemi, si tratti dell’atteggiamento da boss e della rudezza militare del muscoloso Jorgen Van Strangle oppure dell’arroganza mafiosa del papà di Wanda, Big Daddy, un Fantapadrino molto irritabile e sgarbato, che si occupa di sospetti ed abusivi smaltimenti di spazzatura magica…

E’ interessante notare, a questo punto, che gran parte di queste tele-avventure  – come succede in altri più titolati e raffinati cartoni animati tipo “The Simpsons” – hanno come ambientazione il colorato, ma sempre conflittuale, mondo della scuola. Timmy frequenta la strana “elementary school” di Dimmsdale  (una città che ha per mascotte la capra Chompy ed un sindaco a vita), la cui preside è la sig.ra Waxelplax e la cui platea scolastica risulta molto variegata. Essa comprende infatti sia alunni modello come il geniale A.J. e ragazzini ricchi e viziati come Remy Buxaplenty e Trixie Tang, sia parecchi “sfigati”, come il maleodorante Chester Mac Badbat,  il foruncoloso Bob Elmer o il pluriripetente Francis. Quest’ottuso e violento dodicenne, in effetti, risulta il punto intermedio fra “vincenti” e “perdenti” – le categorie in cui gli americani amano dividere la comunità, compresa quella scolastica – dal momento che sfoga le sue frustrazioni facendo il bullo di professione e cerca così, con la sua prepotenza gratuita, di uscire in qualche modo dalla cerchia dei “loosers”.Tale microcosmo educativo-didattico appare cupamente caratterizzato dal maniacale e severo atteggiamento del prof. Denzel Q. Crocker – perennemente ossessionato dalla presenza dei Fantagenitori di Timmy, che tenta invano di documentare –  ma anche dalla finta dolcezza della prof.ssa Sunshine, che sostituirà l’esaurito collega nel ruolo di supplente-cacciatrice di fate. Le stravaganti lezioni dello schizzato Crocker si concludono spesso con temibili verifiche scritte, a loro volta portatrici per Timmy e compagni di una pioggia di “F”, la valutazione che in USA indica l’insufficienza totale. Insomma, l’immagine di una scuola dura quanto poco rasserenante e educativa, che si limita a rispecchiare le stridenti contraddizioni della società, contribuendo a perpetuare ed allargare la forbice che divide i perdenti dai vincenti. I personaggi del Fantamondo, certo, intervengono continuamente per soccorrere Timmy e per esaudire i suoi desideri. Niente, però, riesce a modificare nella sostanza una realtà così poco piacevole e molte delle richieste di Timmy ai suoi Fantagenitori si riveleranno, fatalmente, un’arma a doppio taglio, ragion per cui dovranno essere poi precipitosamente ritrattate.D’altra parte, gli stessi Cosmo e Wanda non possono accontentare il loro protetto più di quanto glielo conceda il loro inflessibile manuale, il librone delle“D.A. Rules”. Queste ferree regole prevedono infatti una serie di limitazioni alla libera espressione dei desideri. Ad esempio, non si può vincere un gioco o una gara barando, non si possono falsificare i soldi, non si possono uccidere o far ammalare  i propri nemici né si possono resuscitare i morti. Insomma, anche nel Fantamondo non è possibile realizzare tutto quello che si vuole e perfino lì esistono dei limiti ben precisi.

Questo vuol dire che, semmai a qualcuno venisse in mente d’inventarsi dei nuovi personaggi fatati – ad esempio dei Fantaprofessori – dovrebbe comunque fare i conti con le “D.A. Rules”. Personalmente, mi chiedo in che modo i miei alunni/e potrebbe immaginarmi in queste vesti fantastiche. Certamente mi vorrebbero più compiacente e meno rigido nel rispettare le regole scolastiche. Forse un po’ più divertente e meno esigente rispetto allo studio. Sta di fatto che nessun Fanta-insegnante potrebbe mai venir meno al suo ruolo di educatore, anche se forse non sarebbe male che la scuola, nel suo insieme, diventasse meno formale e più vicina alla sensibilità ed ai desideri dei suoi alunni/e. Ma per questo occorrerebbe un Fantaministro dell’Educazione, che la smettesse finalmente di stivare le aule di studenti ed evitasse di provocare ai poveri docenti i danni di un progressivo esaurimento nervoso, dovuto ai continui provvedimenti, che rendono tutto instabile, provvisorio e loro stessi sempre più precari.Per quanto mi riguarda, sarei anche disponibile a sottopormi al magico “Poof!” della bacchetta magica di Cosmo e Wanda per diventare il Fantaprofessore che i miei alunni desiderano ma forse, prima, sarebbe il caso di chiedere a loro quali cambiamenti avrebbero in mente. Non si sa mai….

 © 2011 Ermete Ferraro

SETTEMBRE ANDIAMO, E’ TEMPO D’INSEGNARE

Quest’impropria citazione della nota poesia ‘pastorale’ di D’Annunzio mi è venuta in mente mentre mi avviavo a prendere servizio alla nuova scuola nella quale mi sono appena trasferito. D’altra parte, non c’è bisogno di essere insegnanti per ricordarsi che, tra pochi giorni, le scuole riapriranno i battenti, per accogliere frotte di bambini, ragazzi e giovanotti abbronzati e sudati. E così, una vociante massa di esseri, fino a quel momento liberi e belli, torneranno all’improvviso “alunni”, già stressati dal fatto di doversi nuovamente mettere seduti e più o meno fermi a seguire per parecchie ore qualcuno che – non meno sudato e stressato di loro – si ritroverà ancora una volta a svolgere il ruolo di chi deve insegnargli qualcosa malgré eux. Come succede nelle fiabe, è come se una specie di maleficio stesse per abbattersi su questi due gruppi di persone, condannandoli a fronteggiarsi con diffidenza, più che con comprensibile curiosità. A sottolineare il rito che si ripete, ecco allora giornali, riviste e spot tv riempirsi improvvisamente di zaini, portapenne e vari ammennicoli scolastici, mentre cominciano a circolare gli elenchi dei nuovi libri di testo e gli studenti iniziano a liberarsi dei vecchi in improvvisati mercatini.
Settembre, andiamo. E’ tempo d’insegnare…. Peccato però che si tratti ormai di un’attività ogni anno più vaga e dai contorni sempre meno definiti. La crisi dell’insegnamento è innegabilmente una questione di natura sindacale e politica, ma credo che sia difficile sottovalutare la profondità della crisi della funzione docente in sé, frutto di una lenta ed inesorabile erosione di un ruolo – oggi si direbbe di una mission… – insidiato dai frenetici cambiamenti del modo stesso di vivere, di pensare e di stare insieme. Sono decenni, ormai, che giornalisti, politici, sociologi, pedagogisti ed altri improbabili maȋtres à penser si esercitano a cercare nuove funzioni da assegnare agli insegnanti, visti al tempo stesso come inadeguati e fuori contesto da una certa cultura pragmatica ed utilitarista. E’ come se cercassero di trovare una qualche ragion d’essere che giustifichi la sopravvivenza di una specie classificabile come in via d’estinzione, ma ancora maledettamente numerosa e, diciamolo, costosa per il bilancio dello stato… Naturalmente c’è un disaccordo pressoché totale sulle soluzioni più utili da proporre. Ed ecco che, periodicamente e soprattutto in questi tardi giorni di fine estate, c’è qualcuno che rilancia la questione sui giornali o in servizi televisivi, suggerendo formule innovatrici e ricette per curare quelli che ritiene gli aspetti più deleteri dell’attuale funzione docente.
“Basta con la scuola del cuore.” , titolava giorni fa un articolo su la Repubblica di Marco Lodoli, il quale alla domanda: “Da cosa si può ripartire perché le aule tornino ad essere un luogo centrale per i ragazzi?” offriva la sua soluzione, esorcizzando quella che considera la tendenza corrente ad usare la scuola per insegnare ciò che non si può insegnare, cioè le emozioni, e suggerendo quindi un sano ritorno alla concretezza del pensiero positivo e della logica. “Tutto è cominciato a precipitare nel momento in cui qualcuno ha stabilito che l’emotività è l’unico campo in cui si realizza il giovane”, argomentava Lodoli, lasciando intendere che le nostre scuole siano diventate ormai delle palestre di flaubertiana educazione sentimentale, delle fucine di pascaliana “ragione del cuore”, ovviamente a danno della funzione della scuola come maestra del pensiero logico e della razionalità. Onestamente, pur frequentandola da oltre venticinque anni, non mi ero mai accordo di questa radicale mutazione genetica dell’istituzione scolastica. Al progressivo ed innegabile svuotamento della funzione docente come ruolo d’insegnamento positivo e fattivo di conoscenze stabili e indiscutibili non direi proprio che sia seguita una particolare enfatizzazione della scuola come luogo dove s’impara a vivere i propri sentimenti ed a condividerli con gli altri. Magari fosse stato così. La triste verità è che all’oggettiva svalutazione delle conoscenze “positive” e spendibili praticamente ha fatto seguito solo un confuso e contraddittorio tentativo di riempire comunque l’insegnamento di contenuti e funzioni “sociali”, come la legalità, l’ecologia o la convivenza civile. Ma tutto questo facendone nuove fantasiose materie d’insegnamento e frantumando la fondamentale funzione educativa della scuola in una miriade di “educazioni”, senza peraltro risolvere l’impotenza di questa istituzione ad essere un effettivo luogo di pratica dell’affettività e della socialità. Educare alle emozioni – con tutto il rispetto per l’autore dell’articolo – non ha nulla a che vedere con quella che egli chiama “la cultura del desiderio, che vive di smanie istantanee, puntiformi e distruttive”. Semmai ne è l’esatto contrario, dal momento che ogni processo educativo è qualcosa di formativo, che contrasta la spontaneità istintuale per indirizzare l’emotività e la stessa aggressività naturale verso obiettivi positivi e costruttivi. Lodoli si scaglia “contro chi agita nei ragazzi solo l’emotività, come se la vita fosse solo sballo, divertimento, notti da inghiottire e giorni da dormire e corri dove ti porta il cuore”….
Eppure gli basterebbe trascorrere solo qualche giornata nella scuola, quella vera, per accorgersi della scarsa aderenza di questa visione – sospesa fra il romanticismo didattico da “Attimo fuggente” ed una versione un po’ troppo “Sturm und Drang” – al mestiere svolto ogni giorno da decine di migliaia di docenti, spesso piuttosto anzianotti e disincantati e assai poco in stile “Capitano, mio capitano!”. Non posso negare che in qualche classe sarà anche possibile trovare degli studenti in piedi sopra il banco, ma nutro forti dubbi che stiano lì per acclamare il loro docente-mentore. Probabilmente stanno solo provando i passi del nuovo ballo caraibico o si stanno rilanciando l’uno con l’altro il cappellino del solito “tipo soggetto”… Eppure, sostiene Lodoli , la soluzione è “…ridare forza al pensiero, oggi calpestato dall’orda trionfante e barbara delle sensazioni spicciole, dell’impressionismo e della destrutturazione.”. Opperbàcco – per dirla alla Totò – come accidenti ho fatto finora a non accorgermi che la scuola è in crisi perché è percorsa da questa “barbara” ondata di emotività selvaggia, alimentata dal sacro furore di docenti di scuola irrazionalista ed un tantino anarchici? Mah, sinceramente non mi pare che la scuola italiana sia affetta da questo contagio “new age”, semmai dalla crisi di un’educazione “old age” alla quale non si è stati capaci di sostituire un modello che fosse al tempo stesso creativo e solidamente formativo. I docenti sono troppo impegnati ad evitare il loro progressivo sterminio e la cancellazione del concetto stesso di scuola pubblica per preoccuparsi di questo preoccupante vuoto. Eppure esso finirà sempre più per giustificare l’inutilità del loro ruolo, razionalizzandone la pesante ristrutturazione in chiave aziendalistico-produttivista.
In prima pagina, Le Monde del 1° settembre, non a caso pubblicava un articolo sulla pesante riforma dello “statut des enseignamts” che si sta preparando Oltralpe. Le pagine 11 e 12 del quotidiano francese sono interamente dedicate a questo problema, salito improvvisamente “au coeur du dèbat” con lo scopo di “ridefinire il mestiere” dei docenti, modificandolo profondamente senza però urtare troppo i loro sindacati e senza compromettere gli equilibri di una stagione pre-elettorale. La destra vuole seriamente mettere in discussione lo statuto degli insegnanti – che ne definisce compiti ed orari dagli anni ’50 – mentre la sinistra è più cauta e misurata, pur condividendo in buona sostanza questa riforma. “Diminuire lo scacco scolastico senza rendere fragile una professione in sofferenza”, sottotitolava una di quelle analisi di un ripensamento dello statuto dei professori che al tempo stesso non li destabilizzi. Tradotto in linguaggio meno politichese, ciò significa cercare insieme – destra e sinistra – il modo più opportuno e meno dirompente per ridurre il numero degli insegnanti, raddoppiandone quasi l’orario di servizio. “Il metodo buono – si spiega nel corsivo – è quello di far comprendere che tutti quanti guadagneranno da questa ridefinizione. Il ragazzo, poiché inventare una scuola ‘su misura’ significa attaccarsi allo scacco scolastico. Il professore, che saprà meglio che cosa ci si aspetta da lui. Il paese intero, la cui competitività passa anche attraverso la scuola.”. Altro che scuola del pensiero anziché delle emozioni! Il vero problema è come convincere tutti che la progressiva sparizione della specie “homo docens” costituirebbe un beneficio comune, visto che costerà meno risorse allo Stato, vista la drastica riduzione del numero dei docenti. D’altra parte, se è vero che un prof da 35 ore settimanali costerà più di uno da 18 – argomenta ancora Le Monde – varrà la pena di fare questo investimento che, a lungo termine, si rivelerà produttivo…..
Ma oggi è cominciata di nuovo la scuola e non è il caso di soffermarsi su queste elucubrazioni. Il sipario si alza ancora una volta su un palcoscenico polveroso e traballante ma confidiamo sulla sperimentata capacità dei docenti di “recitare a soggetto” e – come meno elegantemente si dice a Napoli – di “attaccare il ciuccio dove vuole il padrone”. Settembre, andiamo. E’ tempo d’insegnare…
© 2011 Ermete Ferraro

NEI GIRONI DELLA FABBRICA DI CIOCCOLATO

umpalumpa-diavoloForse non è un caso che, secondo una lista stilata alcuni anni fa dalla B.B.C., tra i 100 libri che noi tutti dovremmo conoscere compaiano, insieme con “Guerra e pace”e “Delitto e castigo”, anche opere apparentemente “minori” (o peggio, definite “per ragazzi”) come “Charlie and the Chocolate Factory” di Roald Dahl. Ci riflettevo a proposito di un paragone, apparentemente un po’ azzardato, che mi è recentemente capitato di fare in aula tra questo romanzo dello scrittore gallese e la “Divina Commedia” di Dante Alighieri, il “poema” per eccellenza ed uno dei capisaldi della letteratura universale. Ho poi scoperto, grazie ad internet, che non sono stato il primo a fare questo ardito accostamento, ma credo che, comunque, sia opportuno chiarire perché l’avventura dei cinque ragazzi ammessi a visitare la stravagante fabbrica di Willy Wonka potrebbe richiamare alla mente un viaggio molto più serio ed impegnativo, come quello di Dante nei tre regni dell’aldilà. Siamo di fronte ad un libro che, pur potendo essere letto a più livelli, si presenta come una chiara narrazione allegorica, i cui simboli ci spingono ad andare ben oltre la superficie della trama narrativa, per cogliere il vero messaggio che l’autore vuole trasmetterci attraverso la fabula. Il romanzo di Dahl ci presenta cinque personaggi “minorenni”, veri stereotipi dei moderni vizi capitali, insieme con alcuni “adulti” (padri, madri, nonni…), che li accompagnano in questa avventura e che, in teoria, ne dovrebbero essere gli educatori. Tutti, poi, ruotano intorno a Willy e sono coinvolti nel suo misterioso ma accattivante progetto. Di esso, infatti, egli è il “deus ex machina”, il vero protagonista che, presentandosi come una divinità pagana un po’ capricciosa e maligna, sembrerà determinarne i destini. La stessa “fabbrica” appare un mondo surreale, dove i cinque ragazzi e i loro accompagnatori si trovano subito immersi in un viaggio sorprendente quanto sconvolgente, nel quale perfino la barca che naviga sul fiume di cioccolata ricorda sinistramente quella di Caronte, il traghettatore infernale. Ufficialmente i ragazzi selezionati dal concorso di Wonka vi sono entrati di propria volontà, per visitare un luogo straordinario. Ma ciò che gli accadrà sarà di vedersi punire, uno dopo l’altro, per i difetti che hanno ereditato, o che i loro genitori non hanno comunque corretto: maleducazione, arroganza, presunzione, saccenteria. Tutti tranne uno, il piccolo e gentile Charlie Bucket, il quale riuscirà a superare indenne – grazie alla sua bontà e semplicità – quelli che già qualcuno ha definito “i gironi di questa Divina Commedia per ragazzi”. I quattro “vizi capitali” dei nostri tempi sono incarnati perfettamente dai ragazzi in visita alla magica Fabbrica (Augustus Gloop = gola; Mike TV = ira; Veruca Salt = avarizia; Violet Beauregarde = superbia), tralasciando invece gli altri tre della tradizione cristiana (lussuria, invidia e accidia). Ecco allora che l’allegorico viaggio dentro la “Chocolate Factory” risulta subito un richiamo al più celebre viaggio nei gironi infernali (“Stiamo scendendo sottoterra”, grida non a caso Willy Wonka…), con tanto di esemplari punizioni dei “peccatori”, dettate da un’ironica parodia della dantesca “legge del contrappasso”. La viziata Veruca, convinta che tutto le sia dovuto e che l’unico verbo da coniugare sia “avere”, finirà in uno scarico, dopo essere stata scartata da strani scoiattoli apri-noci, visto che la sua testa suona vuota come la sua vanità. Il goloso Augustus sarà poi vittima della sua sfrenata ingordigia. La superba Violetta, convinta di dover primeggiare in tutto, diventerà gonfia e color viola-mirtillo, mentre il teledipendente Mike sarà miniaturizzato e risucchiato da quello schermo nel quale era abituato a scaricare la sua aggressività e che ne alimentava la violenza.. Sebbene tutto appaia predeterminato dalla volontà del Padrone della fabbrica, la verità che lo scrittore vuol sottolineare con questo racconto allegorico è che ciascun esponente dei quattro vizi evidenziati non fa altro che punirsi da solo, auto-determinando la propria rovina. Delitto e castigo – per citare un altro famoso titolo che compare nella lista dei 100 capolavori della letteratura mondiale – non sono quindi stabiliti per decreto divino. Il “castigo”, infatti, non è inflitto da un “giudice” esterno ma risulta implicito nel “delitto” commesso, di cui è l’ovvia conseguenza. Dietro questa dura visione ‘vetero-testamentaria’ – in cui Willy Wonka non è il giustiziere ma una dantesca guida nella scoperta dei gironi dell’umana follia – traspare però un messaggio più consolantemente evangelico. Se quei quattro ragazzi ricchi e viziati sono diventati così spregevolmente antipatici ed arroganti la colpa non è tutta loro, in quanto la responsabilità del loro comportamento coinvolge coloro che avrebbero dovuto esserne i modelli di vita e gli educatori. “Chi sono i colpevoli, i malfattori? / Ahiaahi ma è ovvio, i genitori!” – cantano beffardi e un po’ diabolici gli Umpa-Lumpa, dopo lo spiacevole…incidente incorso a Veruca Salt. Tutti i vizi capitali – erroneamente chiamati “peccati” – sono infatti il frutto avvelenato di una mancanza di amore verso gli altri, a sua volta generata dalla mancanza di amore ricevuto dai genitori. Quello che appare il piano un po’ diabolico architettato da Wonka, in effetti, è solo il riflesso dei difetti di ciascun personaggio nello specchio deformante del suo inquietante mondo sotterraneo. Certo, come ha già notato qualche studioso, nella sua onnipotenza egli sembra incarnare le caratteristiche dei Dio giudaico, colui che punisce in modo esemplare i vizi di chi – non contento di essere goloso, violento, avido e superbo – vorrebbe perfino assicurarsi un premio eterno (una scorta di dolciumi e cioccolato per tutta la vita…). Ma, come dicono le Scritture, “ricompensa al peccato è la morte”, per cui i quattro viziatissimi ragazzi troveranno nei gironi della Fabbrica la loro pena. Viceversa, la bontà e l’umile semplicità di Charlie – nutrita dall’amore dei suoi genitori e dei suoi quattro nonni – gli faranno superare indenne – rendendolo vincitore – quel viaggio che agli altri lascerà invece un indelebile ricordo… “Vuoi dire che ci sei rimasto solo tu? – domanda a quel punto il signor Wonka “facendo finta di essere sorpreso”. A quel punto che il viaggio smette di essere sotterraneo e diventa aereo, con l’ascensore di cristallo trasformato misteriosamente in una sorta di missile, che schizza veloce in aria, sempre più “in su e fuori”…. E’ allora che Wonka rivela a Charlie ed al nonno che è sua intenzione premiarlo, cioè regalargli la famosa Fabbrica, rendendolo così suo “erede” e garantendogli un premio eterno. “Mi serve un ragazzo buono, intelligente e affettuoso a cui posso rivelare i miei più preziosi segreti…” – sentenzia solennemente Willy. Ma Charlie non dirigerà da solo la sua straordinaria creazione, per cui anche genitori e nonni saranno coinvolti in questa ‘eredità’ che, frutto dell’amore reciproco di quella povera famiglia, dall’amore continuerà ad essere guidata. I vecchietti dapprima sono sconvolti dalla repentina prospettiva di dover “andare in cielo” con quell’ascensore di cristallo. Toccherà al piccolo Charlie rassicurarli: “Per favore, calmatevi, non abbiate paura! Siamo al sicuro. E stiamo andando nel posto più meraviglioso del mondo!”. Termina così il romanzo allegorico di Roald Dahl, lasciandoci in bocca il dolce del suo cioccolato, dopo l’amaro di un’avventura sconvolgente. Proprio come nella “Commedia” dantesca, dunque, la visione celestiale e beatifica di quel nuovo paradiso cancella il ricordo dell’avventuroso – e per qualcuno doloroso – viaggio negli inferi ed il beffardo coro degli Umpa-Lumpa. A noi lettori tocca cogliere la preziosa occasione che ci è stata data di riflettere sulla nostra società, dominata dall’avidità, dall’arroganza, dalla smania di dominio, dalla competizione sfrenata e dalla violenza. Per fortuna non solo la Bibbia, ma dei semplici quanto profondi libri, come questo romanzo di Dahl, “Il Piccolo Principe” di St. Exupery o la “Fattoria degli animali” di Orwell, ci offrono ancora l’opportunità per rinsavire e cambiare strada, cioè per “convertirci”.
© 2011 Ermete Ferraro