PEACEDU VS PSYOPS : quando la pace si fa con le parole

Come fare formazione alla disinformazione…

Vorrei continuare il discorso iniziato nel mio precedente articolo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ), cercando da un lato di approfondire un aspetto della guerra da cui siamo bersagliati un po’ tutti e, dall’altro, di chiarire quali risposte costruttive e nonviolente può e deve opporre chi, invece, ha come obiettivo la pace.

Devo dire che questa storia delle PsyOps mi ha incuriosito parecchio, ragion per cui ho cercato di capirne qualcosa di più, utilizzando quella ‘rete’ che è uno dei principali strumenti non solo di persuasione occulta di tipo commerciale, ma anche di subdola guerra psicologica.

Da insegnante e da ricercatore/educatore per la pace, ad esempio, m’intriga non poco l’idea stessa di una “Scuola della NATO”  (https://www.natoschool.nato.int/index.asp ) , nella quale militari di ogni nazionalità possono usufruire di una “offerta formativa” per tutti i gusti…  Come spiega la guida di questa nobile istituzione ‘alleata’ – la cui sede si trova ad Oberammergau –  la NATO School “…fornisce corsi d’istruzione residenziali in cinque principali discipline: 1) Intelligence; 2) Sorveglianza, Acquisizione e Riconoscimento del Bersaglio (ISTAR); 3) Operazioni Congiunte; 4) Armi di distruzione di Massa (WMD); 5) Politica e Programmi NCO.

Con una spesa piuttosto modica, è possibile essere ospiti per qualche settimana della discreta ed accogliente struttura della N.S.O., collocata in un ridente villaggio nelle alpi bavaresi, per approfondire e specializzare le proprie conoscenze, mediante “educazione ed addestramento individuale a sostegno delle operazioni correnti ed in via di sviluppo, della strategia, della politica, dottrina e procedure della NATO”.  Devo ammetterlo. La sola idea di un giovane ufficiale turco, inglese o italiano che – da solo o magari anche in compagni di moglie e figli –  se ne vada in trasferta in questa graziosa cittadina della Baviera per svolgervi qualcosa tra un “ritiro spirituale” ed un “training” aziendale, alternando passeggiate nei boschi con dotti seminari sulle armi di distruzione di massa, mi provoca una certa nausea…  Innegabilmente, la NATO School ha un piglio molto professionale. Facciamo conto che a voi o ai vostri superiori interessi approfondire, metti caso, proprio le PsyOps. Basta consultare la “guida dello studente” sul suo sito per avere tutte le informazioni in proposito. Si viene a sapere, infatti, che per due volte all’anno si tiene il corso denominato “P3-08: Nato Operations Planners’ PsyOps”, la cui durata è di 2 settimane e che è rivolto ad un minimo di 25 ed un massimo di 60 persone, selezionate fra ufficiali e civili ‘equivalenti’.

Ovviamente ai potenziali corsisti sono richiesti precisi “pre-requisiti’ (conoscenza di ottimo livello della lingua inglese, formazione di base sulle tecniche di psy-ops, conoscenza delle direttive NATO, etc.), ma si garantisce il conseguimento di qualificati obiettivi formativi. Fra questi, il “possesso di una sufficiente comprensione della psicologia e della sociologia di base, per essere capaci di adottare questa conoscenza nella pianificazione a livello operativo allo scopo di cambiare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico” . Si persegue anche la finalità di: “possedere una migliore conoscenza della misurazione e valutazione del successo…delle attività psicologiche volte ad influenzare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico”. Fra gli altri obiettivi del Corso in questione c’è anche quello di “comprendere organizzazione, integrazione, mancanze, opportunità e requisiti delle PsyOps, a partire da operazioni reali selezionate.”  Insomma, bastano due settimane di “full immersion” nello studio dei tanti casi precedenti di guerra psicologica per conseguire una competenza non solo nella loro realizzazione, ma anche nella valutazione del loro impatto e nella correzione degli eventuali ‘punti deboli’.

L’esperienza di uno “psico-guerriero”     

Il linguaggio utilizzato è volutamente anodino e lascia intendere che si tratta d’un insegnamento come gli altri, sebbene non riguardi affatto di tecniche e metodologie valutative per l’insegnamento oppure per un trattamento psicologico, bensì quelle utilizzate dai militari per manipolare conoscenze, idee e comportamenti di  migliaia di persone. Che si tratti di “armi di disinformazione di massa”  risulta più evidente se, navigando in Internet, si finisce nel sito un po’ esaltato di un ‘veterano’ delle PsyOps , il maggiore a riposo Ed Rouse, dell’U.S. Army. Questo baffuto ufficiale – che si fa chiamare simpaticamente “Psywarrior”(Psicoguerriero) – chiarisce nelle sue note biografiche di parlare con perfetta cognizione di causa (20 anni d’onorata carriera militare, parecchi dei quali all’interno di quei reparti speciali che si occupano, appunto, di Psy-Ops) ma, con la stessa semplicità, c’informa che sua moglie Sheila è un’avida collezionista di orsacchiotti  (teddy bear) e che entrambi si dilettano a fare acquisti nei “mercati delle pulci”…  Questo “Rambo” della guerra psicologica, ormai in pantofole, presenta però in modo molto meno bonario e casalingo l’attività di cui si è occupato a lungo. Sulla homepage del suo sito web (www.psywarrior.com ), ci spiega infatti che nell’arte della guerra (warfare) ci sono essenzialmente due forze: quella fisica e quella morale, che richiedono due distinti approcci. Quello che il mag. Rouse chiama un po’ eufemisticamente “morale” viene considerato “indiretto” ed è sintetizzato dall’anonima citazione che apre la pagina: “Cattura le loro menti e i cuori e le anime seguiranno”. Ebbene, quando il nostro Psicoguerriero usa il termine “catturare” non lo fa, ovviamente, nel senso in cui potrebbe usarlo un missionario e neppure come lo farebbe un pubblicitario professionista. E’ lui stesso a darne dimostrazione, squadernando una lunga storia di ciò che è stato nel corso dei secoli la guerra psicologica, da Alessandro Magno all’operazione “Desert Storm”, da Gengis Khan alla guerra nel Vietnam. Soprattutto, il mag. Rouse ci tiene a chiarire il senso di queste operazioni, che così definisce: “…si tratta semplicemente d’imparare tutto sul vostro nemico-bersaglio, quello che credono, ciò che gli piace o non gli piace, i loro punti di forza e di debolezza e vulnerabilità. Una volta che avete conosciuto ciò che motiva il vostro bersaglio, siete pronti ad iniziare le operazioni psicologiche.[…] Una campagna di guerra psicologica è una guerra della mente. Le vostre principali armi sono la vista e il suono….”. La pagina dei “links” che accompagna questa specie di storia della “Psycological Warfare” risulta ancor più istruttiva. Basta, infatti, navigare tra i tanti collegamenti informatici – dal sito del Comando Centrale ( http://www.soc.mil/  ) alle pagine dedicate all’uso dei volantini oppure del Web nella psico-guerra – per farsi un’idea di quanto avesse ragione George Orwell, il profeta dell’attuale, pervasivo, “Big Brother” nel prefigurare una civiltà narcotizzata ed omologata dal potere dominante.

Controinformar e organizzar…

Sì, è vero che oggi non le chiamano più “Psycological Operations”, preferendo ricorrere alla più inoffensiva denominazione di “Information Operations”. Si tratta però d’un caso evidente della orwelliana Neolingua, in quanto si rimuove l’insidiosità del richiamo alla “psiche” per limitarsi a parlare di generica “informazione”. Ma è lecito domandarsi che razza d’informazione sarebbe quella il cui proposito – secondo il Mag. Rouse – è così riassunto: “…demoralizzare il nemico, causando dissenso ed agitazione nelle sue fila, mentre allo stesso tempo si convince la popolazione locale ad appoggiare le truppe americane. Le PsyOps forniscono ai comandanti tattici sul campo anche una continua analisi degli atteggiamenti e comportamenti delle forze nemiche, cosicché possano sviluppare, produrre ed impiegare la propaganda in modo da aver successo…”.   Si tratti delle immagini volutamente distorte diffuse negli anni ’60 sul Vietnam oppure dell’ultima campagna propagandistica per giustificare un intervento armato in Siria, le subdole “armi di disinformazione di massa” sono sempre le stesse, ma perfezionate e potenziate dalle moderne tecniche massmediatiche. Demistificarle non è certo semplice e richiede una grande e continua attenzione da parte di chi vorrebbe fare contro-informazione, ma è ovviamente handicappato dalle scarse forze disponibili e dall’assenza di risorse finanziarie che possano minimamente contrapporsi a quelle che muovono le operazioni di guerra psicologica. Va detto però, onestamente, che nessuna propaganda o campagna mediatica potrebbe funzionare se non ci fossero moltissimi operatori dell’informazione disposti a farsi assoldare.  Altrettanto onestamente, poi, va riconosciuto che, purtroppo, dagli anni ’70 ad oggi si è costruito ben poco in ambito della ricerca sulla pace e della formazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. I “peace studies” e la stessa educazione alla pace sono stati troppo spesso ridotti ad ambiti di ricerca e formazione puramente accademica. Viceversa, la rete delle organizzazioni pacifiste e nonviolente si è oggettivamente indebolita ed ha perso il suo carattere internazionalista e globale, pur partendo da azioni locali e specifiche. La stessa idea di “alternativa nonviolenta” si è a poco a poco sbiadita, confinando Gandhi, Luther King – ma anche il nostro Capitini – nella soffitta un po’ polverosa degli eventi celebrativi e delle tesi di laurea. Per quanto mi riguarda, mi sono occupato sia dei rischi che corre in Italia una “peace education” banalizzata e strumentalizzata (E. Ferraro, Educazione o maleducazione alla pace?, Napoli 2008 – http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ), sia della riscoperta della Nonviolenza (E. Ferraro, Nonviolenza qui e ora, Napoli 2010 – http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.it/?t=50946838 , sia delle caratteristiche e delle potenzialità ancora poco valorizzato dell’ecopacifismo (E. Ferraro, Ecopacifismo: visione e missione, Napoli 2011 – http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia. Ma il mio punto di partenza, all’inizio degli anni ‘80, era stato proprio quello della comunicazione nonviolenta e della formazione ad una lingua di pace. Il mio opuscolo (E. Ferraro, Grammatica di Pace – Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha,1984 – http://www.libreriauniversitaria.it/grammatica-pace-otto-tesi-educazione/libro/9788876900198 )  cercava, infatti, di proporre un percorso educativo che raggiungesse innanzitutto i giovani, per formarli ad un linguaggio che servisse a risolvere nonviolentamente i conflitti e non a coltivarli. Dopo una lunga stagione di disinteresse per la comunicazione pacifica e pacifista – fatta eccezione per alcune interessanti esperienze proprio negli USA con le opere sulla N.V.C.di Marshall Rosemberg  (http://www.nonviolentcommunication.com/aboutnvc/aboutnvc.htm ) , devo dire che, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche nel nostro Paese. Proprio in questi giorni, infatti, ci si presentano almeno due occasioni di formazione in questa auspicabile direzione. La prima, organizzata dal Centro Studi Difesa Civile di Roma, è un “Corso di Comunicazione Costruttiva”, che si svolgerà alla Casa per la Pace di Impruneta (FI) dal 20 al 21 febbraio (http://www.pacedifesa.org/canale.asp?id=498 ). La seconda è un “training alla nonviolenza”, promosso dal Centro per la Nonviolenza nei Conflitti di Napoli (www.cenocon.it ), che affronterà in più incontri, da marzo a maggio, le relazioni interpersonali ed il metodo per renderle più empatiche e nonviolente. Il vero problema, allora, è quello di mettere insieme tante esperienze e percorsi e farli interagire, per organizzare una rete di controinformazione e comunicazione e per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. E’ un obiettivo davvero ambizioso, ma prorprio per questo penso che dobbiamo darci da fare, al più presto. Prima che il Grande Fratello ed i suoi accoliti del “Ministero della Verità” riescano davvero a convincerci tutti che, secondo la logica del “bispensiero”: “”WAR IS PEACE,” “FREEDOM IS SLAVERY,” “IGNORANCE IS STRENGTH”…..

© 2012 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.wordpress.com )

PSY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole.

stemma del gruppo operativo PSYOPS dell’Ohio

Dal Grande Fratello orwelliano alla guerra psicologica

In un suo recente intervento, Alessandro Marescotti (www.peacelink.it ) ha giustamente messo in evidenza, a proposito di quanto sta accadendo in Siria, che le varie fonti d’informazione si ritrovano stranamente nel definire “disertori” quelli che, a rigor di logica e di vocabolario, dovrebbero essere chiamati “insorti” o partecipanti ad una “sedizione” militare. Questa osservazione gli dà lo spunto per una riflessione sull’uso propagandistico degli strumenti informativi e sulla preoccupante diffusione – dal secondo dopoguerra ad oggi – di una vera e propria strategia di manipolazione del pensiero e del linguaggio, come strumenti di guerra psicologica.

Il riferimento d’obbligo, in questo caso, è l’incredibilmente profetico romanzo di George Orwell “1984” (Nineteen Eighty-Four), quello che – tanto per intenderci – ha avuto, suo malgrado, la sventura di dar origine alla fin troppo nota espressione “Grande Fratello”. E’ questa, infatti, la traduzione di “Big Brother”, il “deus ex machina” che controlla e dirige come automi telecomandati tutti coloro che vivono sotto il regime assoluto e totalitario guidato dal partito chiamato Socing/Engsoc”.

E’ davvero incredibile come Orwell sia riuscito ad avere, già nel 1948, una visione talmente netta e dettagliata di quella realtà – massmediatica prima ed informatica poi – dalla quale milioni di esseri umani sarebbero stati sempre più condizionati, se non asserviti del tutto, grazie ad una sottile revisione del pensiero e dell’espressione linguistica, che lo veicola e ne è l’ovvio interfaccia.

Mi sono ricordato allora di un mio vecchio scritto – datato non a caso 1984…- nel quale analizzavo questa manipolazione logica (“Bispensiero/Doublethink”) e linguistica (“Neolingua/ Newspeak”), suggerendo anche una strategia per opporsi, nonviolentemente, ad entrambi. Ecco uno dei brani del romanzo che citavo:

“Se si vuole comandare e persistere nell’azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà… […] Bispensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie ed accettarle entrambe […] La Neolingua era intesa non ad estendere ma a diminuire la possibilità di pensiero; si veniva incontro a questo fine, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole…”  (questa e le successive citazioni erano tratte dall’ediz. italiana, Milano, Mondadori,1983).

Rileggere, oggi, questi brani del romanzo orwelliano fa venire i brividi. Come non restare  stupiti, poi, di fronte alla constatazione che questi due processi di “addomesticamento” e massificazione del pensiero e del linguaggio, mediante un’accurata programmazione della mente umana, erano stati previsti dall’autore intimamente legati all’uso delle tecnologie informatiche?

Programmare un linguaggio-macchina, sottolineava già negli anni ’70 il cibernetico Silvio Ceccato, comporta l’eliminazione di ogni forma di originalità biologica e culturale, allo scopo di perseguire una “oggettività” ed “universalità” comunicativa, sì da “…sopprimere i contenuti del pensiero-linguaggio che fanno riferimento alla personalità dei parlanti…”  (S. Ceccato, La terza cibernetica. Per una mente creativa e responsabile, Milano, Feltrinelli, 1975)

Tornando alla cronaca di quanto sta accadendo oggi in Siria – ma è da poco accaduto in molti altri paesi arabi del Mediterraneo – è evidente che l’informazione ha fatto largo uso di tutte le tecniche neo-linguistiche per indirizzare subdolamente le menti di lettori, ascoltatori, telespettatori e cybernauti nella direzione voluta da chi ha deciso da anni chi sono i buoni ed i cattivi, facendo derivare da questo assioma tutte le altre considerazioni.

“Il 4 aprile 1951, il presidente statunitense Truman istituì lo Psychological Strategy Board (PSB), il primo organismo statale destinato a pianificare, coordinare e condurre operazioni di controllo psicologico di massa. I primi manipolatori psicologici compresero che quando si vuole agire su una quantità enorme di soggetti, bisogna “trasformare la realtà”. E il modo più efficace e rapido per cambiare la realtà a nostro piacimento è cambiare le parole con cui descriviamo la realtà. “La sostituzione di una sola parola – scriveva William Nichols (direttore di “This week magazine” – può aiutare a mutare il corso della storia”.

Noi comuni mortali, ovviamente, ignoriamo che alle nostre spalle e sulle nostre teste migliaia di persone siano state accuratamente formate alla manipolazione del pensiero e del linguaggio, in modo da far giungere al nostro cervello solo le informazioni gradite, escludendo le altre che, guarda caso, sono spesso proprio quelle vere… Eppure, ricorda Marescotti, già nel 2002 “…il New York Times riportò che l’Office of Strategic Influence (OSI) del Pentagono stava “elaborando dei progetti per divulgare notizie, magari anche false, a beneficio dei media stranieri nell’ottica di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici di paesi amici e non”.

Quando però i militari della NATO si resero conto che la sigla “PSYOPS” ( Psycological Operations) era troppo esplicita, in una nota ufficiale il Tenente Colonnello Steve Collins – a capo della struttura omonima con sede presso il Comando Supremo in Belgio – corresse il tiro, scrivendo che sarebbe meglio “…”utilizza(re) una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come “operazioni di  informazione”. (vedi: http://www.nato.int/docu/review/2003/issue2/italian/art4.html )

La “verità” confezionata dai militari

Siamo di fronte ad un’abituale applicazione del “Newspeak” che caratterizza ormai il linguaggio dei media, contrassegnato da espressioni “polically correct”o, comunque, capaci di non impressionare negativamente il lettore-ascoltatore-spettatore.  Chiamare “operazioni informative” quelle che nascono invece come manipolazioni psicologiche è di per sé una mistificazione. Nello stesso Dizionario dei Termini Militari e di quelli Associati, a cura del Dipartimento della Difesa USA  ( JP 1-02 DOD Dictionary of Military and Associated Terms) troviamo scritto, infatti, che: “Le Operazioni Psicologiche sono operazioni pianificate  per veicolare informazioni ed indicatori selezionati ad un pubblico straniero, per influenzare le loro emozioni, motivazioni, ragionamenti oggettivi e, in ultimo, il comportamento dei governi stranieri, come di organizzazioni, gruppi ed individui.”

Queste operazioni – che si integrano con quelle di “intelligence” e di “guerra psicologica” – vengono perfino designate con un colore diversificato, a seconda del grado di mistificazione raggiunto. Quelle “bianche”, infatti, sono azioni attribuite al loro effettivo autore (i servizi informativi della Difesa o, comunque, del Governo. Quelle “grigie” sono “deliberatamente ambigue” ed attribuibili a fonti non-ufficiali. Le operazioni “nere”, infine, sono addirittura attribuite a fonti abitualmente ostili alla politica governativa, e sono utilizzate come un supporto segreto e “coperto” ai piani strategici “scoperti” dei militari.

Dal 1985 (anno significativo…) la sede dell’USA-CAPOC (U.S. Army Civil Affairs and Psycological Operation Command (http://www.usacapoc.army.mil/ ) si trova a Fort Bragg (North Carolina) e comprende due Unità Operative dedicate alle PSYOPS, una nell’Ohio e l’altra in California. Ho notato che lo stemma del primo Gruppo riporta una fiaccola (simbolo del sapere) che s’incrocia in basso con due saette, convergenti sul cartiglio col motto latino “veritas”. L’altra unità è contrassegnata da uno stemma con la stessa fiaccola, questa volta però affiancata a sinistra da una penna d’oca e a destra da una spada ricurva. Le stesse insegne ufficiali ed i distintivi del CAPOC rappresentano poi il “cavallo” degli scacchi, circondato dal motto: “Persuadere-Cambiare-Influenzare” (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/USACAPOC ).

Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.

Un articolo di A. Scarpitta del marzo 2010, poi, ci informa sulle “psyops” italiane in Afghanistan  con queste parole: “La comunicazione operativa si prefigge lo scopo di far conoscere, in maniera adeguata e credibile, il fine dell’impegno militare italiano e alleato in Afghanistan, modificando positivamente la percezione di tale impegno presso la popolazione locale, grazie alla capacità di accentrare, controllare e gestire le informazioni” […]. Lo scopo è poter influenzare le percezioni, le suggestioni ed il comune sentire dei civili attraverso l’analisi dell’impatto psicologico delle operazioni ed orientare tali sentimenti a favore del nostro operato. […]In questo contesto, le comunicazioni operative debbono fornire e gestire le notizie in termini coerenti con le necessità delle operazioni e con le finalità del nostro impegno militare, contribuendo a creare un clima generale favorevole al buon esito della missione…”. (http://www.loccidentale.it/articolo/enduring+freedom.+le+psy+ops+italiane+in+afghanistan+.00873809 )

Apprendiamo dal citato articolo che, per studiare e divulgare a loro volta queste interessate “elaborazioni” della verità fattuale, così da meglio asservirla alle finalità delle operazioni militari e per giustificarle agli occhi dell’opinione pubblica, i nostri bravi militari seguono degli appositi corsi. Essi si addestrano a queste tecniche, col supporto di specialisti informatici, giornalisti, psicologici ed altri compiacenti “tecnici”, presso una struttura nazionale, ma anche in dotti corsi accademici all’estero.

“Questi compiti fuori dal comune sono affidati al 28° Reggimento Comunicazioni Operative “Pavia”, un assetto specialistico pregiato del nostro esercito di recentissima costituzione basato a Pesaro […] La Sezione Corsi, inserita nell’Ufficio OAI (Operazioni Addestramento Informazioni). Il “Pavia” è infatti sia unità di impiego che addestrativa, provvedendo direttamente alla formazione del proprio personale. […] A questo si aggiunge, per gli aspetti più marcatamente militari, la stretta collaborazione con forze alleate che già dispongono di esperienze consolidate nel settore delle operazioni psicologiche, come il Civil Affairs/Psychological Operations Command (CAPOC/A) statunitense, che assicura corsi e seminari tenuti a Fort Bragg o a domicilio da istruttori molto qualificati, o la Scuola di Intelligence britannica.[…] A tal fine alcuni elementi qualificati vengono inviati presso enti e comando alleati all’estero, come lo SHAPE o la NATO School di Oberammergau.”(vedi art.cit.).

Ebbene, adesso sapete che, quando ascoltate un notiziario TV, leggete un quotidiano oppure  navigate in Internet – il vero “Grande Fratello” è sempre presente, con la sua preoccupante capacità di controllare e di orientare il pensiero, anche attraverso il linguaggio quotidiano. Nel caso della politica, poi, siamo di fronte a quelle che qualcuno ha efficacemente definito “armi di disinformazione di massa”.

L’intenzione, spiegava Orwell, è quella di rendere ogni discorso “….indipendente il più possibile da una corrente di pensiero operante…”, facendo della Neolingua – asettica, omologata e ambivalente – il codice ideale per impedire ai nostri cervelli di svolgere il loro pericoloso compito di comprensione,di analisi e di valutazione della realtà.

Ormai resi ottusi, massificati ed istupiditi, vivremmo forse più tranquilli, però avremmo smarrito del tutto la nostra scienza e coscienza, come c’insegnava già 250 anni fa il saggio Voltaire:

“Non avete vergogna ad essere infelice, dal momento che alla vostra porta c’è un vecchio automa che non pensa a nulla e che vive contento?” “Avete ragione – mi rispose – cento volte mi son detto che sarei felice se fossi stupido come la mia vicina, e tuttavia non saprei che farmene di una felicità così…” (Voltaire, Il bianco e il nero ed altri racconti, 1764 ).

© 2012 Ermete Ferraro

FINISCE CHE CI CACCIANO PURE DALLA NATO…!

Sono seriamente preoccupato. Ho letto che l’Italia, dal 2008 al 2009, è passata dall’ottavo al decimo posto nella classifica internazionale delle spese militari. Vabbé, c’è la crisi. Però non era un buon motivo per tagliare proprio sulla difesa, riducendo la sua voce nel bilancio e scendendo a meno di 30 miliardi di euro…!
Eppure ce lo avevano raccomandato, quelli della NATO, di non “tagliare” troppo ! Rasmussen, il segretario generale, era stato chiarissimo a tal proposito. “…tagli troppo pesanti mettono a rischio la sicurezza futura e potrebbero anche avere implicazioni economiche negative”. E invece niente. Per non stare a sentire le solite critiche dei disfattisti, mentre gli USA continuano a fare il loro dovere, spendendo il 4,7% del PIL, noi italiani abbiamo fatto ancora una volta una figuraccia, scendendo al 1,5%, meno ancora della spesa media degli europei, che già non raggiunge il 2% !
Naturalmente i pacifisti hanno trovato da ridire anche su questo. Dicono che le spese militari mondiali – secondo il SIPRI – sarebbero aumentate del 6% rispetto al 2008 e che, nel caso degli Stati Uniti, in nove anni sono aumentate quasi del 50%. Embé, che cosa dovrebbero fare gli USA? Starsene a lesinare sulla spesa militare proprio quando i fronti si aprono da tutte le parti?
La verità è che loro hanno tenuto saldamente il primo posto nelle classifiche mondiali, mentre noi rischiamo di finire in serie B, tra quei paesi sottosviluppati che non sanno investire nella propria sicurezza, mettendo in pericolo anche il nostro sviluppo e la stessa civiltà occidentale…
Finora siamo riusciti almeno a restare nella “top ten”, ma se ci lasciamo andare ancora finisce che ci cacciano pure dalla NATO. E poi, che razza di figura ci facciamo con i nostri ‘cugini’ d’oltralpe, che hanno speso 52,3 miliardi di euro? Perfino l’Arabia Saudita ha speso più di noi (33,8) e, d’altra parte, lo dicono pure i giornali che stiamo diventando dei rammolliti pacifisti, visto che negli stessi nove anni, abbiamo ridotto il nostro budget della difesa del 13,3%…
Dice: nel 2009 ogni italiano, grande o piccolo, ha speso 500 euro a testa per le nostre forze armate.
E che c’è di strano in questo? Cosa volete che siano 500 miserabili euro di fronte alla sicurezza del nostro Paese? Gli americani sborsano ogni anno più di 1700 euro ciascuno e nessuno si permette di dire che è troppo! E poi, si fa presto a dire “taglia”… Lo ha detto pure il ministro La Russa che non può mica tagliare sul personale della difesa, e allora finisce che la scure si abbatte sugli investimenti e sulle spese indispensabili. Che dite? Che è stato previsto di mandare a casa 130 mila insegnanti nei prossimi tre anni? E fanno bene! Che ce ne facciamo di tutti questi sedicenti maestri, che accampano solo diritti e che stanno sempre a lamentarsi per questo e per quello? Quello che è certo è che quest’anno stiamo scendendo a poco più di 20 miliardi, cioè appena l’1,3% del bilancio attuale, e c’è chi vorrebbe ancora protestare…! Se non si può ridurre il personale della difesa (appena 185mila uomini e donne, quelli sì che meritano il nostro grazie…) va sicuramente a finire che si dovrà tagliare sugli armamenti. Già li sento i soliti antimilitaristi del cavolo! “Vuol dire che non compreremo più i 131 cacciabombardieri F35 che costano tanto alle casse dello Stato”. Ma di che cosa blaterano quei cretini? Si tratta solo di 13 miliardi e mezzo di euro, da pagare entro il 2016 in comode rate. Mica possiamo andare in giro con i vecchi caccia dell’ultima guerra, che diavolo!
E dire che nel 2009 noi italiani abbiamo fatto invece un’ottima figura con l’industria bellica, visto che le esportazioni di armi italiane sono aumentate del 61% per un valore di 4 miliardi e 900 milioni, grazie anche alle banche che hanno investito saggiamente nel futuro di un’Italia forte!
Bah, meno male che c’è stata la parata militare del 2 giugno e abbiamo potuto rifarci un po’ gli occhi con la sfilata dei nostri bravi soldati ! Oddìo, li chiamiamo soldati, ma effettivamente c’è qualcosa di vero nel fatto che 90 mila militari su 185 mila oscillano fra il grado di generale e quello di sottufficiale. Ma, in fondo, che c’è di strano se abbiamo delle forze armate che per metà sono fatte di comandanti ? Vuol dire che sono un personale molto qualificato, anche se vanno dicendo che soltanto 25 mila uomini sono realmente preparati ed operativi per le missioni di pace che svolgiamo all’estero. E poi, basta con questa vecchia storia dei 40 mila marescialli non qualificati che restano nelle caserme! La colpa è solo di chi per decenni ha voluto demagogicamente l’ “esercito di popolo”, mentre ora abbiamo decisamente cambiato rotta e, non per vantarci, facciamo la nostra figura sui principali scenari di guerra…cioè di ‘ristabilimento della pace’. E per questo non facciamoci mettere sotto dai disfattisti di sempre e gridiamo a una voce: “Viva i Bersaglieri!”
(C) 2010 Ermete FERRARO

BASE USA DI NAPOLI: CHIUDERA’ ?

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US NAVYCOMUNICATO STAMPA

Base USA di Napoli:un rischio per la pace e la sicurezza

La notizia, riportata da diverse agenzie e quotidiani, circa la probabile chiusura della base USA di Napoli – la cui fonte era un servizio della CNN, peraltro non confermato dal Ministero della Difesa statunitense – ha suscitato commenti e prese di posizione spesso allarmate o comunque preoccupate.

Per non alimentare la già cronica disinformazione su questa delicata materia, che attiene la sicurezza stessa dei cittadini napoletani, bisogna ricordare che la c.d. “base aeronavavale” di Capodichino ospita in realtà il Comando Supremo della Marina USA in Europa (COMUSNAVEUR), trasferito a Napoli nel 2007 dalla sede precedente di Londra. Esso agisce in stretto collegamento col Comando JFC (l’ex AFSOUTH, cioè il Comando NATO per il Sud Europa) e col Comando delle Forze Armate USA in Africa (AFRICOM), anch’esso collocato recentemente a Napoli.

<< E’ molto grave sentire che i leader dei commercianti e degli industriali di Napoli si straccino le vesti di fronte alla sola ipotesi di chiusura del Comando di Capodichino – ha commentato Ermete Ferraro, referente nazionale per l’ecopacifismo di VAS e membro dell’Esecutivo di VAS-Campania  – A parte il fatto che l’indotto derivante dalla massiccia presenza americana a Napoli è davvero insignificante, ci sembra assurdo comunque mercificare il rischio per la pace e la sicurezza, derivante dall’occupazione militare alleata ed USA, che ha creato pericolose ‘zone franche’ nella nostra città, dove il segreto militare impedisce qualsiasi controllo ambientale, oltre che sociale e politico, del territorio interessato.>>

<<Come eco-pacifisti – prosegue Ferraro – abbiamo più volte sollecitato i nostri rappresentanti istituzionali a verificare le condizioni di quei siti, per scongiurare inquinamento dell’aria, dell’etere e rischi connessi agli armamenti nucleari lì stivati ed ai natanti nucleari che entrano liberamente nel nostro Porto. Abbiamo inoltre sottolineato che la concentrazione a Napoli del Comando Supremo NATO e della US Navy costituivano di per sé un pericolo, minacciando la pace e la sicurezza e facendone un potenziale obiettivo di attacchi militari e/o terroristici. Non saremo certo noi, quindi, a piangere sulla, purtroppo, poco realistica chiusura del Comando e della Base americana di Capodichino che, qualora avvenisse, non dipenderebbe dall’auspicabile fermezza dei nostri governanti ed amministratori pubblici, bensì dalla politica di risparmio del Pentagono>>

I VAS di Napoli, a tal proposito, stanno collaborando col Comitato Pace e Disarmo della Campania per fare controinformazione su tale materia e per nuove mobilitazioni collettive finalizzate a “togliere le basi alla guerra”.

 

COMUNICARE PACE

imagesCACYNJI1EDUCAZIONE LINGUISTICA PER LA PACE
Un percorso formativo alla comunicazione nonviolenta

> Destinatari:
la proposta è rivolta agli alunni/e delle classi II e III della scuola media e s’inserisce in un più generale percorso didattico di educazione alla pace ed alla convivenza civile e nonviolenta.

>> Finalità dell’iniziativa:
gli incontri con gli alunni/e sono finalizzati ad una loro sensibilizzazione all’importanza di una relazione interpersonale che, a partire dalle modalità comunicative, sia capace di creare scambio, condivisione e cooperazione anziché alimentare incomprensione, ostilità e sopraffazione reciproche. L’obiettivo più specifico è quello di offrire un saggio di un più ampio percorso di educazione alla comunicazione nonviolenta, indicando ad alunni e docenti alcuni possibili approcci metodologici da sviluppare opportunamente.

>>> Modalità della proposta:
ogni incontro (per non più di di 25-30 alunni/e alla volta e per una durata di 100 minuti complessivi)seguirà questa modalità operativa: (a) Breve presentazione della tematica e del relatore; (b) “brainstorm” iniziale, per evidenziare alcune “parole-chiave” da cui partire; (c) sintetica illustrazione di tre metodologie per l’educazione alla comunicazione nonviolenta (ECN): (i) l’educazione linguistica nonviolenta di E. Ferraro; (ii) la “comunicazione nonviolenta” di M. R. Rosemberg e (iii) la “comunicazione ecologica” di J. K. Liss; (d) discussione aperta con gli alunni/e, a partire dalle parole-chiave evidenziate ed alla luce della presentazione; (e) valutazione conclusiva dell’esperienza fatta e gioco di chiusura. A distanza di alcuni giorni dall’incontro, agli alunni/e partecipanti sarà proposto un breve questionario di verifica dell’effettiva comprensione di quanto è stato loro proposto (feed back). Sarebbe auspicabile un successivo incontro con i docenti interessati della/e classe/e coinvolta/e nell’esperienza, cui sarà comunque proposta una breve bibliografia di approfondimento.

>>>> Animatore dell’iniziativa:
Ermete Ferraro (Napoli 1952) ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli "Federico II" e, in seguito, il Diploma Triennale di Assistente Sociale. Si è abilitato all’insegnamento delle discipline letterarie e del latino per gli istituti superiori e, in seguito a Concorso abilitante per l’insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie , è diventato docente di ruolo di Lettere, dapprima alla S.M.S. "Card. Maglione" di Casoria-NA e successivamente alla S.M.S. "A. Sogliano" di Napoli, dove insegna tuttora, svolgendovi anche la funzione strumentale per "disagio e dispersione".
Tra i primi obiettori di coscienza napoletani, da oltre 35 anni è impegnato nei seguenti campi: nonviolenza, disarmo, difesa alternativa, educazione alla pace e ricerca sulla pace, eco pacifismo ed ecologia sociale.
Animatore socioculturale ed operatore sociale di gruppo e di comunità (1974-84) presso il Centro Comunitario della “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, negli ultimi dieci anni si sta occupando dell’omonima Fondazione-onlus come coordinatore ed amministratore sociale.
Operatore pastorale presso la Parrocchia Santa Maria della Libera, segue le attività della Caritas e, in modo più specifico, è responsabile di uno sportello di ascolto e di counseling socio-educativo per minori.
E’ autore di alcuni libri e saggi (fra cui uno sulla Educazione Linguistica Nonviolenta) e si occupa di varie questioni, dalla nonviolenza e l’educaz. alla pace all’educaz. ambientale ed alle problematiche del servizio sociale e dello sviluppo comunitario. Per maggiori informazioni visitare il suo sito personale: http://www.ermeteferraro.it il suo blog: http://ermeteferraro.splinder.com ed il suo educational website : http://ermeteferraro.weebly.com
–> Contatti: prof. Ermete FERRARO > via F. Cilea 112 – 80127 Napoli – tel/fax: 081 5799539 – mobile: 349 3414190 – email: ermeteferraro@alice.it

 

PREGHIERA

"Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo ha tracciato sulla sua pelle. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiaggie di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace." don Tonino Bello, Missione, p. 115

Ogni anno che trascorre, lo confesso, vivo con crescente distacco e quasi con fastidio l’atmosfera pseudonatalizia filtrata da manifesti, jingles radiofonici e televisivi e ammuina da shopping. Il fatto è che basta guardarsi intorno per accorgersi che un po’ tutto, dall’ambito più prossimo a quello universale, continua purtroppo ad andare "in direzione ostinata e contraria" rispetto a quella ri-nascita e a quella con-versione di cui il Natale non può non essere segno. Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, allora, è forte la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto, o quanto meno all’amarezza della delusione di fronte ad un’umanità inguaribilmente malata di meschinità e diffidenza, accecata dall’egoismo e paralizzata dalla propria stessa violenza. Però è una tentazione cui, da Cristiani, non dobbiamo assolutamente cedere, altrimenti tradiremmo la fede, la speranza e la carità di cui dovremmo essere testimoni in questo "mondo". Sta di fatto che due millenni di cristianesimo non sembrano proprio averlo cambiato in meglio, se l’immagine che ne riceviamo, in conclusione di questo duemilanono ‘anno di grazia’, è quella di un pianeta sempre più compromesso, minacciato nei propri equilibri ecologici e dove guerre ed altre sciagure sono il frutto avvelenato di avidità ed ingiustizie sempre più stridenti. Ecco perché le poetiche e profetiche parole di don Tonino Bello rappresentano "anfore di profumo" versato sulle piaghe dolenti di questa umanità che Cristo lo ha lasciato appeso ai crocifissi nei muri ma non lo ha fatto davvero entrare nel proprio cuore. Sono una preghiera autentica e profonda, che ci aiuta a guardare più in alto delle nostre moderne torri di babele e più in là del nostro meschino io. Sono un’invocazione cui, nella nostra presunzione, ci siamo disabituati, che ci aprono ad una prospettiva che non sia fuga dalla realtà o rinuncia all’azione, ma fiduciosa adesione a quello "Spirito di Dio" che è già dentro di noi e può darci la forza di non cedere, di non arrenderci. Dobbiamo sforzarci di riscoprire, nonostante tutto, quel "sorriso di bellezza" che cancella le brutture di un mondo sempre più vecchio e privo di speranza. Dobbiamo lasciarci invadere il cuore dalla "dolente presenza" di quel grande spirito che gli Indiani d’America identificavano con quella natura che noi ‘civilizzati’ abbiamo solo saputo violare, inquinare e trasformare in "viscida desolazione". Scriveva già Tacito, mettendo questa frase in bocca ad un fiero capo "barbaro", che la civiltà dei romani aveva fatto il deserto e poi lo aveva chiamato pace (…solitudinem faciunt et pacem appellant…). E’ lo stesso "deserto" evocato da don Tonino, che, con l’aiuto dello Spirito Santo, siamo però chiamati a trasformare in un giardino, dove l’albero della giustizia saprà dare frutti di pace vera. In questa vigilia di Natale, grazie all’esortazione di questo eccezionale vescovo, sentiamo che la forza per operare un autentico miracolo non dobbiamo cercarla in noi, nella nostra volontà e coerenza, ma nella nostra capacità di chiedere, umilmente, al Padre di diventare – come pregava Francesco d’Assisi – un "istrumento" della Sua volontà e della Sua pace. Amén e buona ri-nascita…!

(c) 2009 Ermete Ferraro

CONVERDIAMOCI !

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DI ERMETE FERRARO

CONVERDIAMOCI !

The 10 Key Values of the U.S. GREENS
The Charter of European Greens Charter(Geneva 2006)
The Charter of Global Greens(Canberra 2001)
Saggezza ecologica
 
Saggezza ecologica
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Giustizia sociale
Democrazia dal basso
Libertà attraverso l’Autodeterminazione
Democrazia partecipativa
Nonviolenza
Nonviolenza
Nonviolenza
Decentramento
 
 
Economia Comunitaria
 
 
Femminismo
Eguaglianza di genere
 
Rispetto della Diversità
Diversità
Rispetto della Diversità
Responsabilità personale e globale
Responsabilità Ambientale
 
Sostenibilità verso il Futuro
Sviluppo sostenibile
Sostenibilità
 
 
 
 
# 1 – Alle radici dell’essere "verdi"
Ho elaborato questa semplice tabella per raggruppare e sistemare sinotticamente i principi ispiratori delle tre federazioni internazionali dei movimenti e partiti Verdi: a livello americano, europeo e globale. Certe volte, infatti, è necessario ricorrere a strumenti semplici e non equivoci come questo, quando ci si trova ad assistere ad un dibattito, spinoso quanto scorretto, come quello che riguarda l’identità dei Verdi italiani, e quindi potenzialità e prospettive di una visione ecologista che è stata sempre caratterizzata da un pensiero globale incarnato in un’azione locale.
Il guaio è che la Federazione dei Verdi sembra ormai paralizzata da una profonda crisi d’identità e i vari “personaggi” che dovrebbero rappresentarla vagano sulla scena come se fossero ancora “in cerca di autore”. Però, a dire il vero, più che ad un dramma pirandelliano sembra purtroppo di assistere ad una farsa o ad una vecchia pochade, piena di equivoci e di gente che entra ed esce dalla scena senza incontrarsi, facendosi ridere il pubblico alle spalle.
Nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato che potesse cadere talmente in basso quella che per molti, me compreso, era stata la grande “speranza verde” in una politica ecologica, capace al tempo stesso di realizzare l’ecologia della politica. Eppure quella speranza è stata fin dall’inizio tradita e strumentalizzata da chi avrebbe dovuto rappresentarla sul già triste, talvolta osceno, palcoscenico della politica italiana, trasformando il sogno di un’alternativa ecologista, sociale e pacifista nell’incubo di un partitino rissoso e minoritario. L’ennesimo soggetto politico privo di democrazia interna e di radicamento sul territorio, preoccupato di soffocare ogni segnale di coerenza e di ricerca dell’alternativa pur di non compromettere seggi e strapuntini elettorali e di non disturbare i “manovratori” di troppe equivoche giunte locali e regionali. Poi c’è stata la stagione degli apparentamenti e delle coalizioni, tutti rigorosamente decisi al vertice e altrettanto decisamente sconfitti dal responso delle urne. L’ unico risultato conseguito, pertanto, è stato quello di perdere non solo le elezioni, ma la stessa identità ed identità della proposta Verde, scoloritasi al punto tale da diventare oggettivamente indecifrabile e da non riuscire a giustificare l’esistenza stessa di un soggetto verde sulla scena politica nazionale.
 
# 2 – Affondare o rifondare i Verdi?
L’ultima Assemblea dei Verdi italiani ha riservato agli stanchi e disincantati spettatori della politica nostrana un ulteriore “coup de scène”, capovolgendo gli equilibri interni e spostando il consenso – sia pure in modo risicato e piuttosto sospetto – dalla linea francescatiana della confluenza totale in “Sinistra e Libertà” alla bonelliana “riscossa ecologista”, fondata sul lancio di una “costituente verde”.
Chi aveva conservato un “cuore verde” – pur se messo a dura prova da decenni d’insopportabili tradimenti ed incoerenze – aveva cominciato ad esultare, ma l’incantesimo è durato poco e ci è subito accorti che stava approssimandosi un’altra delusione. Bastava infatti ascoltare o leggere le prime dichiarazioni del nuovo presidente dei Verdi per farsi un’idea di cosa si sta prospettando.
L’obiettivo, secondo Angelo Bonelli, sarebbe quello di "creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti.[…] Se in Italia i Verdi non hanno raggiunto i livelli degli altri paesi, come la Francia è perché qui abbiamo parlato solo con una parte ideologizzata della società…”. [AGI 12 OTT 09].  Gli ha fatto eco Marco Boato, dichiarando che: “…siamo di fronte al rischio reale di una loro (dei Verdi) scomparsa, di un loro suicidio programmato, dopo troppi anni in cui si sono fatti ricomprendere nell’ambito della estrema sinistra, della “sinistra radicale”, accomunati sistematicamente per anni nei mass media alle formazioni comuniste e neo-comuniste. […] I Verdi sono nati proprio sulle ceneri delle ideologie totalizzanti degli anni 70 […] mettendo in discussione le identità ideologiche di origine ottocentesca e del Novecento […] all’insegna della trasversalità in rapporto all’intera società civile e …del rapporto con la politica e le istituzioni a partire non da una collocazione precostituita, ma dalla capacità di dare priorità alla questione ecologica, centralità alla questione ambientale…”  [http://www.terranews.it/news/2009/10/siamo-al-bivio-scomparsa-o-rilancio-ecologista].
A questo punto, chi come me dalla metà degli anni ’80 ha contribuito a far nascere e diffondere localmente quel soggetto politico verde, pur essendosene allontanato da oltre un decennio, non può fare a meno di chiedersi di cosa diavolo stiamo parlando e, soprattutto, se parliamo per capirci o per confonderci ancor di più le idee… Un ottimo sistema per mistificare la realtà è presentare mezze verità, mescolando cose vere e false, per conferire ai discorsi una discutibile linearità logica. E’ senza dubbio legittimo rivendicare la proposta Verde come qualcosa di profondamente originale e, per certi versi, alternativo alla sclerotizzazione delle vecchie ideologie del secolo scorso. Altro è blaterare di “formazione post-ideologica” e di assurda “trasversalità politica”, usando la “centralità della questione ecologica” come comodo passepartout per aprire tutte le porte senza però compromettersi con nessuno.
Eppure basterebbe dare un’occhiata alla tabella che ho presentato in apertura per rendersi conto che l’identità dei Verdi – a livello globale – è all’opposto di questa visione riduzionista ed opportunista dell’ecologismo. Ne deriva che affermare pragmaticamente che, in nome dell’ecologia, si possa dialogare con qualsiasi interlocutore sia da considerarsi frutto d’ignoranzao di malafede. Lo stesso concetto scientifico di “ecologia”, infatti, è caratterizzato dall’interdipendenza fra vari fattori, per cui un “ecologismo debole” – attento solo a strizzare l’occhio alla green economy e ad altre versioni soft e trendy dell’ambientalismo –  mi pare una soluzione equivoca e di fatto contraddittoria. Esorcizzare tout court il concetto stesso di “ideologia” come inutile fardello intellettuale o moralistico – come si è fatto in questi ultimi decenni – ha trasformato la politica in un’insopportabile e indigeribile miscuglio di banalità ed ambiguità, privando le persone di ogni prospettiva globale, collettiva e futura. Esorcizzare le ideologie, quindi, ha spianato pericolosamente ogni identità e diversità, impoverendo il confronto politico nel mentre ne personalizzava pericolosamente le scelte.
# 3 – La globalità dell’alternativa ecologista
 
Se è vero – come recita la definizione del Dizionario Italiano Ragionato (DIR) – che il termine “ideologia” indica “…il complesso sistematico di idee e principi che costituiscono il fondamento teorico di una dottrina, di un movimento culturale e politico, con un carattere normativo per quelli che vi aderiscono” , mi sembra evidente che quella Verde ne è un ottimo esempio. I suoi “valori chiave”, infatti, non sono un elenco di principi astratti e slegati tra loro, ma ipotizzano un modello di società profondamente diverso rispetto a quello cui ci siamo purtroppo assuefatti, proprio grazie alla scomparsa di ogni prospettiva realmente “alternativa”. Dare “priorità” e “centralità” alla questione ecologica, infatti, non significa estrapolarla da un contesto globale per andare a vendere il proprio “prodotto” su qualunque mercato. Vuol dire, al contrario, fare delle problematiche ambientali il cuore di una proposta complessiva, sistematica, che dia una risposta diversa alle ingiustizie, ai conflitti armati, allo sfruttamento delle risorse naturali e a quello degli esseri umani. L’alternativa dei Verdi – se le comuni dichiarazioni programmatiche hanno ancora un senso – risiede nel proporre una visione globale, in cui la tutela e promozione dell’ambiente è sì centrale e fondamentale, ma proprio perché essere ecologisti significa essere promotori di giustizia sociale, di democrazia partecipativa, di nonviolenza attiva e di uguaglianza di genere. Tutelare il valore della diversità, perseguire uno sviluppo la cui sostenibilità sia fondata sulla responsabilità dell’uomo verso le generazioni future e verso la stessa natura di cui facciamo parte, allora, non può diventare una scusa per occuparsi solo di mutamenti climatici, parchi naturali ed energie alternative, chiudendo gli occhi di fronte a ingiustizie e violenze. E questo per la semplice ragione che alla radice dello sfruttamento ambientale ci sono le stesse motivazioni, scelte e atteggiamenti su cui si fonda quello dell’uomo sull’uomo e/o di un genere sull’altro.
Tre decenni di esperienza personale come attivista per la pace, operatore sociale e militante ecologista mi hanno insegnato quello che già confusamente intuivo da sempre: non ci può essere né pace né giustizia in un mondo in cui si calpesta l’ambiente in cui si vive. Il fatto di essere anche un cristiano mi conferma in questa prospettiva, in cui la nonviolenza e la ricerca di rapporti più giusti si fonde necessariamente con la salvaguardia dell’integrità del creato. Una prospettiva in cui, viceversa, sarebbe da iprocriti preoccuparsi della sopravvivenza di specie animali e vegetali senza impegnarsi per la dignità di ogni persona umana e per l’abolizione della violenza come soluzione unica dei conflitti. Ebbene, se essere Verde significa abbracciare in un unico impegno il perseguimento di tutti i 10 principi ricordati nei documenti istitutivi richiamati sopra – ivi compreso quello per una democrazia decentrata, partecipativa e ‘dal basso’ – io continuo ad esserlo fino in fondo. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quanto lo siano quelli che di questo aggettivo credono di possedere il copyright, e con esso il diritto di cucirsi addosso un ecologismo a loro immagine e somiglianza, con la preoccupazione di salvaguardare se stessi ed il proprio futuro in un quadro politico generale sempre più deprimente.
                                                                                (c) 2009 Ermete Ferraro

“ALLAHU AHBAR” !

gheddafi 
Cerco d’immaginare cosa pensava il nostro beneamato Capo del Governo mentre l’altro giorno, tutto impettito accanto al Raìs avvolto nella galabeya color caki, ascoltava la fanfara intonare, dopo “Fratelli d’Italia”, l’inno nazionale libico “Allahu ahbar”.
Chissà se gli sarà passato per la testa, occupata da ben altri pensieri, di chiedere a qualcuno la traduzione di quella composizione, a metà fra la marcia trionfale dell’Aida ed un inno religioso, al punto tale da intitolarsi con la solenne invocazione con la quale inizia l’orazione di ogni buon musulmano: “Dio è grande”. Oddìo, Berlusconi si trovava lì a Tripoli, irrigidito accanto a Gheddafi, non certo per approfondire aspetti culturali o musicali, ma solo per ribadire solennemente l’accordo italo-libico di un anno fa. Ma se la sua mente avesse potuto per un attimo pensare ad altro che ai business  che questo accordo comporta, avrebbe forse compreso anche meglio l’importanza storica della sua “missione”. 
Per carità, tutti gli inni nazionali sono un imbarazzante impasto di retorica nazionalista e bellicista, compreso naturalmente il nostro, con i suoi “elmi di Scipio”, le sue “coorti” dove si stringe gente “pronta alla morte”ed i suoi “bimbi d’Italia chiamati Balilla”, misti ad echi storici, da Legnano ai Vespri siciliani. Sta di fatto che l’inno libico è ancora più esplicito nella sua proclamazione fideistico-nazionalista, soprattutto in alcuni passaggi del testo, dove Allah viene tirato in ballo come colui che “sta al di sopra degli inganni degli aggressori”, essendo “il miglior aiuto per gli oppressi”. Ecco perché il popolo “difenderà il suo Paese con la fede e con le armi”.
L’inno prosegue così: “L’esercito nemico sta giungendo / con l’intenzione di distruggermi / Io lo combatterò con la fede e con le armi / e se sarò ucciso, lo porterò alla morte con me…!”.  Il testo si chiude con un altro appello contro il “nemico”, poiché “Allah è al di sopra del minaccioso invasore”.
Beh, se per caso Allah si distraesse un po’ dalla sua funzione di protezione contro i nemici, sta di fatto che da molti anni ci sta pensando Gheddafi ad accumulare quelle “armi” che l’inno nazionale libico pone non a caso accanto alla fede… Come si dice: fidarsi è bene, ma con missili, elicotteri, tank, cannoni e bombardieri le cose vanno meglio!
Ecco perché l’attuale governo (come già accaduto nel recente passato…) si sta adoperando un sacco per agevolare il lucroso affare della vendita alla Libia di armamenti leggeri e pesanti, sia per difendere il suo suolo dagli “aggressori” e dai “minacciosi invasori” che vorrebbero “distruggerla”, ma anche per consentire ai nostri amici libici di realizzare a loro volta qualche affaruccio, rivendendo a vari stati africani in guerra vecchi kalashnikov ed altre armi di seconda mano.   Il documentato servizio pubblicato da l’Espresso chiarisce questo “doppio gioco” che vede un bel po’ di nostri connazionali fare i piazzisti di armi, alimentando i bagni di sangue nel continente africano e consentendo al regime libico di esigere laute tangenti su questi affari.
Ma non è tanto la cosiddetta “tangentopoli a Tripoli” dell’articolo di Gianluca de Feo e Stefania Mau che ci scandalizza di più – abituati come siamo alle nostre – quanto l’intreccio fra questo infame commercio di morte e la sciagurata vicenda del ping-pong d’immigrati “clandestini” fra Libia ed Italia. L’organizzazione libica più importante che dovrebbe difendere i diritti umani di questa povera gente, assistendo gli immigrati che transitano per la Libia, ha per presidente un tizio che sembra aver fatto da intermediario alle frequenti spedizioni di armi dall’Italia verso quel paese, ma con destinazione effettiva altri stati africani in guerra…
“Allah è il miglior aiuto per gli oppressi!” – proclama l’inno libico – e non possiamo che essere d’accordo, visto che resta forse l’unica loro speranza, dal momento che essi – immigrati e profughi compresi – non possono aspettarsi un grande aiuto dal regime di Gheddafi, dalle politiche di “respingimento” in salsa leghista e dagli stessi organismi internazionali per i rifugiati, che spesso brillano per la loro inettitudine pratica…
Sì, “Allah è grande”, ma la rivoltante ipocrisia dei nostri politici sembra ancora più grande!

TOGLIERE LE BASI DELL’INDIFFERENZA (2)

Prima ancora di “togliere le basi alla guerra”, allora, bisognerebbe forse cominciare – tutti insieme – a buttar giù le basi culturali, sociali e politiche di un modo assurdamente individualistico di vivere i problemi, che impedisce di coglierne la dimensione collettiva e, soprattutto, l’ottica preventiva che impedisce di aspettare che le questioni ci cadano addosso per cominciare a muoverci. Gà, bisognerebbe proprio iniziare col togliere le basi dell’indifferenza, della diffidenza indistinta verso la politica tradizionale e quella alternativa, della tenace ed inspiegabile resistenza della gente al cambiamento.
Chi vive ogni giorno in una Napoli occupata da basi e comandi militari, nuclearizzata dalla presenza di portaerei e sottomarini, presidiata per la strada e nelle discariche da militari armati, non può considerare normale tutto ciò.
Chi è cittadino di un comune, di una provincia e di una regione dove le decisioni sono sempre calate dall’alto, senza un minimo di rispetto per la volontà reale della gente, non può certo pensare che questa sia democrazia.
Chi vive quotidianamente il contrasto tra la crescente difficoltà di sopravvivere ad una crisi occupazionale, ambientale e sociale e lo sperpero oltraggioso ed arrogante dei nuovi ricchi, non può ritenere che tutto questo abbia qualcosa a che fare con la normalità.

Ecco perché bisognerebbe coniugare ancor di più di prima le lotte antimilitariste ed antinucleari con quelle per la difesa della risorsa acqua, per la tutela degli ecosistemi – urbani e non -minacciati, per un modello di sviluppo e di energia che sia l’esatto contrario di quello attuale, in nome dell’ambiente ma anche della giustizia e di una visione comunitaria, equa e solidale di convivenza civile.
Però tutte queste restano solo parole, se non ci rimbocchiamo le maniche e se, ciascuno nel proprio ambito oltre che dentro le proprie organizzazioni, non cominciamo a “contestare” questo sistema di morte nelle nostre scelte di tutti i giorni. Ritirare i propri soldi dalle ‘banche armate’, fare obiezione fiscale alle spese militari, fare ricorsi ed altri atti di disobbedienza civile contro scelte suicide come il nucleare, cambiare stile di vita e testimoniare giorno per giorno l’alternativa in cui crediamo, educando i nostri figli a fare lo stesso: questa è la strada. Bisogna però anche protestare, manifestare, ritornare a fare politica in prima persona. Come si diceva negli anni ’70: “meglio attivi che radioattivi”

SOMMERGIBILI NUCLEARI? NO, GRAZIE!

Poco o nulla si sa di quanto sia realmente avvenuto 18 giorni fa (La Repubblica, 16.2.09 ,  IL TEMPO, 17.2.09) del luogo esatto, del rilascio di materiale radioattivo, e soprattutto del perché i due sommergibili si trovassero esattamente allo stesso posto ovvero che cosa c’era e c’è in quel posto. Bisogna stare, purtroppo, alle vaghe dichiarazioni dei diretti interessati: i governi ed i comandi militari di Francia e Gran Bretagna. Un fatto è però innegabile: l’assoluta insicurezza dei natanti nucleari, ancor più delle già pericolosissime centrali nucleari terrestri ! Ora nel Golfo di Napoli si è trasferito il Comando della Sesta Flotta della Marina Militare Statunitense per il controllo di Europa, Asia (Medio Oriente) e Africa. Altissima è la possibilità che in esso si trasferiscano anche i sommergibili stazionati alla Maddalena (dove hanno chiuso la base). Il porto di Napoli diverrà quindi il primo della black list dei siti d’appoggio a sottomarini nucleari e portaerei; da qui partiranno sempre più spesso per le operazioni di guerra. Così come i due sommergibili dello scontro (Hms Vanguard e Triomphant), questi mezzi trasportano bombe atomiche ed hanno motori a propulsione nucleare. Alla già gravissima ed assolutamente inaccettabile presenza di portaerei nucleari si aggiunge così l’ipotesi della presenza di sottomarini nucleari, col  rischio non remoto di catastrofi. Il pericolo è molto maggiore anche di un’eventuale eruzione del Vesuvio, perché mentre essa dà segni premonitori e le conseguenze per quanto gravissime si esauriscono con l’eruzione stessa, nel caso di incidente nucleare esso avviene improvvisamente e imprevedibilmente e gli incalcolabili danni durano anche centinaia se non migliaia di anni. A poco o nulla in sostanza vale il pur dovuto e richiesto Piano di Evacuazione della popolazione, peraltro, se esiste, noto forse solo alla Prefettura ed alla Protezione Civile! E’ d’altra parte assurdo che su una questione che riguarda la vita stessa di più di un milione di cittadini possa farsi riferimento da parte del Governo al Segreto Militare o ad accordi militari internazionali. Il silenzio di Regione, Provincia e Comune sulla questione è di una gravità inaudita ed attesta un pericolosissimo servilismo istituzionale ed un totale disinteresse verso la popolazione. Più volte, peraltro, è stata ipotizzata la presenza di materiale nucleare sui fondali del golfo di Napoli e mai è stato fatto un reale accertamento della veridicità di quanto denunciato e conseguentemente nessuna azione è stata attivata per la eliminazione di ogni pericolo, indipendentemente dalla sua provenienza: Paesi della NATO, Russia o qualsiasi altro Stato. "Occorre una eccezionale mobilitazione di informazione alla cittadinanza sugli immani pericoli che si stanno prefigurando ed una azione collettiva rivendicativa per impedire la possibile catastrofe. Organi ed operatori della informazione, se si dimostrano liberi, possono essere di fondamentale importanza" – hanno dichiarato infine Antonio D’Acunto ed Ermete Ferraro, rispettivamente Presidente VASCampania e Responsabile Nazionale VAS per l’Ecopacifismo.

comunicato VAStampa – Ufficio Stampa VAS Campania Contatti: 349 3414190 (Ermete Ferraro)