4 NOVEMBRE: NON FESTA MA LUTTO

Accorinti--180x140E’ stato questo uno dei primi slogan della mia militanza antimilitarista – scusate il bisticcio…- ed è sempre risuonato istintivamente dentro di me ad ogni ritorno di questa fatidica data. Sì, lo so che l’antimilitarismo non si porta più e che, al massimo, ci si può dichiarare genericamente “per la pace” (“pacifisti” è già troppo impegnativo…).  Il fatto è che quando cominciano ad riapparire sui muri i soliti manifesti con soldati sorridenti e bambini che sventolano bandierine tricolori mi viene una specie di prurito, una vera e propria reazione allergica alla retorica patriottarda che ci affligge da oltre 90 anni, collegando senza giusto motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia ed il legittimo orgoglio nazionale alla esaltazione delle Forze Armate.

Questa c.d. “Festa” segue da decenni veri e propri rituali, che si trascinano stancamente e mettono a dura prova la fantasia dei disegnatori dei suddetti manifesti i quali, nel dubbio, riprendono un’iconografia trita e ritrita, fatta di bandiere che garriscono al vento, scie aeree di frecce tricolori, stellette stilizzate e simile ciarpame. Anche le celebrazioni vere e proprie seguono da sempre un rituale consolidato, fatto di alzabandiera, compunti omaggi a base di corone d’alloro ai troppi monumenti ai Caduti, solenni discorsi di circostanza, parate militari ed esposizioni di uniformi di tutti i tipi.  Eggià, perché sarà pur vero che si celebra l’Unità d’Italia, ma è altrettanto vero che a quanto pare nessuno è riuscito finora ad unificare almeno in parte i tanti corpi militari o militarizzati della nostra “Repubblica che ripudia la guerra”.

Parafrasando la nota poesia “’A livella” di Totò, qualcuno potrebbe dire che: “Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza / per i Caduti sventolar bandiere. / Ognuno l’add’’a fa’ chesta crianza / ognuno l’add’a ave’ chistu penziero…”  Però, scusatemi, io non ci riesco proprio a rivolgere il mio pensiero ad un’Italia dipinta come la patria delle forze armate e non degli Italiani.  E con me tanti altri che non riescono ad entusiasmarsi di fronte alle periodiche sfilate di sferraglianti carri armati e che non apprezzano affatto che le nostre piazze e perfino le nostre discariche siano presidiate da truppe in assetto di guerra, come se stessimo a Damasco o Kabul anziché a Napoli o Palermo.

La verità è che il lento logoramento del tempo, la crisi di qualsiasi ideologia e la subdola strategia di chi ha fatto fuori il servizio militare di leva (e al tempo stesso l’obiezione di coscienza) per sostituirli con la “professione soldato” e con un insipido e generico “servizio civile nazionale” hanno di fatto cancellato anni di lotte antimilitariste, di battaglie per affermare la difesa popolare nonviolenta e per la riconvertire l’industria bellica.

La verità è che il nostro beneamato Paese è tuttora tra i primi esportatori mondiali di armamenti ed uno dei più supini alleati in tutte le avventure belliche degli ultimi decenni, regolarmente spacciate per “missioni umanitarie”, o quanto meno come operazioni di “peacekeeping”.

La verità è che solo negli ultimi 10 anni , di questi  “missionari” in armi su vari fronti (dalla Somalia al Ruanda, dalla Bosnia al Libano, dal Kosovo all’Iraq ed all’ Afghanistan) ben 120 italiani, in prevalenza giovani, ci hanno lasciato la vita, allargando la tragica lista dei “caduti”.  Stando all’intollerabile ipocrisia delle versioni ufficiali, però,  –in questi casi si tratterebbe di “caduti di non-guerra”, se non di “martiri” della libertà e della pace…

In questo 4 novembre 2013, l’unica voce di rappresentante del popolo italiano che – fascia tricolore a tracolla sulla maglietta rossa – ha voluto farla finita col coro bipartisan dei politici italioti è stato il neo-sindaco di Messina, Renato Accorinti.    “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ‘ripudia’ la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su ‘La spesa militare in Italia’  documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale…” (http://nonviolenti.org/cms/news/356/238/4-novembre-a-Messina-il-Sindaco-con-la-fascia-tricolore-e-la-bandiera-arcobaleno/).

Il Sindaco Accorinti – di fronte ad un imbarazzato pubblico di ufficiali e carabinieri in alta uniforme – ha avuto il coraggio civile di dire pubblicamente ciò che molti Italiani pensano, sottolineando che c’è poco da festeggiare in un Paese dove ci sono nove milioni e mezzo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Che c’è poco da sventolar bandiere laddove il territorio è stato sempre di più militarizzato, svendendo la sovranità nazionale a chi quasi 70 anni fa ci ha occupato in armi per ‘liberarci’ dai nazisti e continua tuttora ad occuparci in nome di un’equivoca ‘libertà’, che non scaturirà mai dai voli micidiali dei ‘droni’ né dalla rete satellitare e radar che pretenderebbe di controllare tutto e tutti.

Il primo cittadino di Messina è stato il primo amministratore locale che ha colto l’occasione per smascherare il “re nudo” della spesa militare italiana e della subalternità alle logiche USA e NATO che hanno trasformato regioni come la Sicilia e la Campania in portaerei protese sul Mediterraneo e sul Vicino Oriente, trasformando le nostre città  in  “plessi” distaccati del Pentagono.

Dobbiamo allora ringraziare questo anomalo sindaco in T-shirt e fascia tricolore perché non ha voluto accodarsi ai rituali omaggi pseudo-patriottici ed ha invece ricordato ai suoi concittadini – e con loro a tutti gli Italiani – che il “ripudio” della guerra, previsto esplicitamente dall’art. 11 della Costituzione, non può rimanere un’affermazione teorica e vuota, in totale contraddizione con le scelte della politica in materia di difesa.

L’unico modo per onorare i troppi morti in guerra (e nelle recenti non-guerre…) è ripetere con don Milani che “ognuno è responsabile di tutto” e che nessuno può sottrarsi al dovere di rispondere alla propria coscienza. Ecco perché il 4 novembre deve restare una giornata di lutto e di ricordo, ma non deve essere contrabbandato come una “festa” o come celebrazione della “giornata dell’unità nazionale”.

Come cristiano, poi, non posso che ricordare l’appello di don Milani quando scriveva:  “Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano…”  (http://www.panarchy.org/donmilani/obbedienza.html)

L’avvelenamento che ci viene inflitto dal militarismo non è più come quello di una volta, retoricamente nazionalistico e dichiaratamente guerrafondaio, ma proprio per questo è ancora più subdolo. Il volto buono delle Forze Armate – raffigurato dai soldati che soccorrono popolazioni terremotate o distribuiscono latte ai bambini nei luoghi di conflitto bellico – è una pericolosa e continua mistificazione, un imbroglio degno del bispensiero del “Big Brother” orwelliano, per farci credere che “la guerra è pace” e che essere dei buoni italiani significa fare il tifo per alpini, marò e paracadutisti.

Il 4 novembre può essere solo la prosecuzione del contiguo 2 novembre: un giorno di lutto per commemorare i tanti, troppi, nostri fratelli che sono morti, sacrificati sull’altare della patria, o meglio, della mostruosa assurdità delle “inutili stragi” di ieri e di oggi.

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Il 4 novembre, per me, è anche l’occasione per ricordare  con rimpianto un’importante figura di obiettore di coscienza, ecopacifista e nonviolento, Massimo Paolicelli,  morto pochi giorni fa, dopo 30 anni d’infaticabile ed entusiastico impegno antimilitarista e disarmista. Purtroppo Massimo è finito prima di poter vedere il sindaco di Messina che mostrava la bandiera della pace – su cui era scritto “L’Italia ripudia la guerra” – davanti ai carabinieri impettiti  nell’omaggio ai Caduti. Peccato: ne sarebbe stato felice e si sarebbe messo anche lui a sventolare festosamente quel simbolo di tante lotte pacifiste.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


USA ‘CONDANNATI’ ALLA PREPOTENZA?

US new SEALStavo dando una rapida scorsa a “la Repubblica” di sabato 31 agosto – mentre ero affaccendato nei preparativi per il ritorno a Napoli dopo la pausa della vacanza al mare – quando mi è capitato sott’occhio un articolo di Vittorio Zucconi intitolato: “Odiata e indispensabile: la condanna dell’America a finire in prima linea”.  A questo punto non ho potuto fare a meno di mollare ciò che stavo facendo per immergermi nella lettura del corsivo dell’autorevole  politologo italo-statunitense, imperniato su una tesi decisamente originale. Il senso ne è condensato nell’incipit : “Stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un’azione che nessuno a Washington davvero vuole, ma che tutti sanno essere ormai inevitabile” e trova una spiegazione verso la fine dell’articolo: “La prepotenza americana è l’indicatore inverso della impotenza altrui. Di fronte al vuoto di volontà, di determinazione, di semplice capacità d’azione, Washington si lascia risucchiare ancora e ancora”. Qualcuno potrebbe chiedersi, a questo punto, perché mai la prima superpotenza economico-militare sia talmente fragile alle suggestioni e così maledettamente esposta alle carenze del resto del mondo. A quel qualcuno Zucconi risponde da par suo, con una frase degna di un epitaffio: “Ma l’America non può fare a meno di essere l’America, di sentirsi chiamata a rispondere e ad indossare la responsabilità di essere insieme il protettore e la vittima, il poliziotto e il killer nella viltà del mondo… Non c’è un’altra America, ma soltanto questa, la somma di tutti i successi e i disastri della storia contemporanea, sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile.”.

Che dire: mi sono venuti i brividi di fronte a questa prosa dalla tragicità quasi eschilea, che evoca un fato ineludibile contro cui nessuno, neanche il potente Presidente USA, può far nulla… “Neppure Zeus al suo fato può sfuggire” faceva dire infatti Eschilo al suo Prometeo incatenato e confesso che questa immagine del Nobel per la pace Obama,  anche lui “incatenato” al terribile destino di un’America che non può che essere se stessa, mi ha quasi commosso…

Fa male Giorgio Cattaneo – in un suo pungente articolo su “Globalist” dal titolo “Obama, Cappuccetto Rosso e altre fiabe” –  a sbeffeggiare Vittorio Zucconi, definendolo “favoliere” e ridicolizzandone la tesi secondo cui sarebbe l’inerzia del resto del mondo a ‘condannare’ gli americani ad un interventismo che non è certo una novità. Non siamo di fronte ad una fiaba, ma a pura tragedia greca. Le Moire – lo preciso per quei pochi che di Moira conoscono solo la Orfei – erano le tre mitiche dee del destino, che stavano dietro l’ineluttabilità cieca che conduceva i destini degli umani, cui nessuno poteva resistere. Cloto ‘filava’ , Lachesi ‘fissava la trama fatale e Atropo rappresentava la fatalità conclusiva e definitiva: quella della morte.  Ebbene, a quanto pare, anche dietro l’irresistibile e fatale “condanna” degli USA a fare, loro malgrado, da gendarmi del mondo, secondo Zucconi ci sarebbe lo zampino delle tre dannate vecchiacce.

Ogni altra spiegazione, per il nostro politologo made in USA, non avrebbe senso e sarebbe viziata dal solito, vieto, antiamericanismo: «La spiegazione di comodo, quella che la faciloneria dell’ideologismo antiamericano sta risfoderando anche in questi giorni, è che l’interventismo Usa sia soltanto il braccio armato degli interessi commerciali, industriali e oggi finanziari degli americani, mentre una piccola, ma tenace setta di allucinati arriva ad accusarli addirittura di creare gli incidenti che giustificano l’azione armata, dalla distruzione delle Torri Gemelle fino alla fornitura di gas ai ribelli siriani per “autogasarsi” e così provocare la spedizione punitiva contro Assad».

Ma come diavolo ci si può lasciar andare a tesi “complottiste”, sostenendo che dietro decenni di guerra fredda prima e di guerre poi – tutte combattute per iniziativa e sotto la guida degli Stati Uniti – possano nascondersi interessi economici ed ambizioni imperialistiche? La tragica verità, ci spiega magistralmente Zucconi, è che se gli USA continuano fatalmente a “lasciarsi risucchiare in azioni armate” è solo perché l’America è sempre l’America, e non può permettere che il male prevalga sul bene!

Oddìo, forse l’articolo non è del tutto chiaro in qualche punto. Ad esempio, non si capisce bene a chi si riferisca il giornalista quando scrive che “stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un’azione che nessuno davvero vuole ma che tutti sanno essere ormai inevitabile”. Chi c’è dietro quel verbo alla terza persona plurale: le Moire greche o altre forze misteriose e trascendenti? E poi, chi si nasconde dietro quel “nessuno” che aborre così tanto la guerra, forse l’Outis omerico, il “Nessuno” nato dall’ingegno di Ulisse?

E chi sono mai quei “tutti” che, viceversa, la ritengono comunque “inevitabile”?

Questi particolari, però, nulla tolgono all’immagine davvero tragica di uno Stato che riesce ad essere, al tempo stesso, “protettore e vittima, poliziotto e killer”. Il destino cui gli USA devono fatalmente cedere, nonostante la loro potenza ed a costo di farla diventare prepotenza, è tratteggiato da Zucconi come un’ineludibile sentenza del Fato, che peraltro non le riserva neppure concreti vantaggi. Trattasi infatti, spiegail giornalista, di azioni «dalle quali non traggono né conquiste territoriali né bottini di guerra […] neppure l’antiamericano più allucinato può sostenere che dai 15 anni di emorragia in Vietnam, dai dodici in Afghanistan e dai dieci in Iraq, Washington abbia tratto vantaggi imperiali».

E’ questo l’elemento più rilevante di quella che – citando la nota opera scritta nel 1925 da Theodor Dreiser – potremmo definire la vera “tragedia americana”. Dietro portaerei e caccia americani non c’è nessuna sete di egemonia politica né di colonialismo economico, ma soltanto la dura necessità di evitare che la vigliaccheria degli altri paesi consenta al Male di avere la meglio. Tutto qua.
E, come sottolinea anche Cattaneo nel suo articolo: “…guai al povero Obama, che “non ha scampo”. Perché «non c’è un’altra America», ma soltanto questa, «sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile». E’ lui il vero eroe tragico di quest’America paradossale:  isolata ma da tutti invocata, osteggiata ma di cui non si può fare a meno, combattuta come simbolo del complesso militare-industriale eppure regolarmente tirata in ballo da chi non ha il coraggio d’intervenire in difesa della libertà.

E’ quella stessa libertà cui inneggiano grandi e piccoli negli Stati Uniti quando, con la mano sul cuore, cantano in coro le solenni note del patriottico inno “America the Beautiful”:

“O beautiful for heroes proved / In liberating strife. / Who more than self their country loved / And mercy more than life! / America! America! / May God thy gold refine / Till all success be nobleness /And every gain divine!”.

E’ l’eroico destino di cui parla Zucconi che chiama l’America a quella “lotta liberatrice” che caratterizza “chi ha amato il suo Paese più di sé e la misericordia più della vita”.  Smettiamola quindi con la “faciloneria dell’ideologismo antiamericano” e rendiamoci conto di quale drammatico sacrificio stiamo ancora una volta chiedendo alla “nobleness” dell’America col nostro atteggiamento vile e con la nostra deprecabile “impotenza”. E, soprattutto, basta con la retorica pacifista e con gli attacchi a chi ha ricevuto in sorte un sì oneroso compito da svolgere.

Qualche anno fa Vittorio Zucconi ha efficacemente intitolato un suo libro: “L’Aquila e il Pollo Fritto. Perché amiamo e odiamo l’America (Milano, A. Mondadori, 2008). Scriveva già nel I sec. a.C. il poeta latino Catullo nel suo carme 85: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.  Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Ebbene, anche noi siamo afflitti da questa contraddizione ma, a quanto pare, non c’è nulla da fare. Quest’odio-amore – ahime! – fa parte del destino anche degli Stati Uniti, di cui tutti gradiscono l’ottimo pollo fritto, ma assai meno l’aquila imperiale dello stemma, più disposta a lanciare le frecce che stringe nella zampa sinistra che a sventolare il ramoscello di ulivo che impugna con la destra. Anche il “pacifista” Obama farà così nei confronti della Siria? Lo sapremo presto ma, si sa, le tragedie finiscono sempre molto male…

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

IL PRINCIPE DELLA PACE (שַׂר־שָׁלֹֽום )

imagesCAXBNCX7In un articolo di poco più di tre mesi fa (“Il peccato delle armi”- 15.09.2012), citavo in apertura alcune parole del discorso che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato nel corso della conferenza stampa in occasione della sua visita a Beirut: “ Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare…”.

Erano, quelle del Pontefice, espressioni molto esplicite di condanna di quello che definiva un “peccato grave”, cioè dell’infame commercio di armi che alimenta le guerre e dalle guerre è alimentato, in una tragica catena che non accenna a spezzarsi. Basta, infatti, dare solo uno sguardo ad un sito che censisce i conflitti armati in corso (http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333) per scoprire che nel solo anno che si sta chiudendo la guerra è divampata in ben 24 stati dell’Africa (con 111 tra milizie e gruppi combattenti coinvolti); in 15 stati dell’Asia (con 89 gruppi armati); in 8 stati della nostra Europa (con 57 milizie in armi); in 8 stati del c.d. Medio Oriente (con 92 gruppi combattenti) e perfino in 5 stati dell’America del Sud (con 24 cartelli della droga e milizie varie). In totale, quindi, solo nel 2012 ben 60 stati hanno subito e stanno subendo, in un modo o nell’altro, la piaga dei conflitti armati, con l’utilizzo di ben 372 milizie armate e gruppi separatisti coinvolti…! 

In un recente documento, intitolato “Un Natale armato” il missionario comboniano P. Alex Zanotelli ha messo il dito anche sulla piaga dell’assurda e colpevole incoerenza di chi governa il nostro Paese, ricordando a tutti noi che: “Nel 2000 l’Italia aveva promesso all’ONU che avrebbe versato lo 0,7% del suo PIL per sconfiggere la povertà. L’Italia , all’ultimo posto nella graduatoria, ha disonorato in questi dodici anni gli impegni presi arrivando allo 0,2% del PIL mentre spende il 2% del PIL in armi. Siamo giunti così alla follia di spendere, lo scorso anno, 26 miliardi di euro (dati SIPRI) a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro per gli F-35. Si tratta di 41 miliardi di euro: una vera e propria manovra! Nessun taglio alle armi, anzi la Difesa avrà un miliardo in più da spendere nell’acquisto di sofisticati strumenti di morte. Mentre  il governo Monti ha tagliato fondi alla scuola, alla sanità, al terzo settore….”.

La nota di P. Zanotelli si conclude esprimendo una comprensibile amarezza per il silenzio della C.E.I di fronte ad una politica “…che sceglie ancora una volta la morte invece della vita”, amarezza e sconforto che è difficile non condividere, se solo si pensa alla “buona notizia” di pace e di riconciliazione che portò due millenni fa quel Gesù di Nazareth di cui abbiamo appena, festosamente, ricordato la nascita. La verità è che il “Natale armato” di chi ci governa non ha niente a che fare col Natale di Colui che è stato chiamato“Principe della Pace” (שַׂר־שָׁלֹֽום  Ser-Shalôm) – Is 9,6). E’ vero che lo stesso Gesù rispose a Pilato che l’interrogava: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Questo non vuol dire però questo mondo non abbia bisogno della Sua pace, come affermò in un’altra occasione, ma piuttosto che la pace di questo mondo è ben altra cosa da quella che Egli ci proponeva, frutto dell’amore fraterno e della riconciliazione. ( “Εἰρήνην ἀφίημι ὑμῖν εἰρήνην τὴν ἐμὴν δίδωμι ὑμῖν οὐ καθὼς ὁ κόσμος δίδωσιν ἐγὼ δίδωμι ὑμῖν” > “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io ve la do…” – Gv 14,27). In che cosa consista la “Shalôm –Eiréne” di Gesù, e quindi di quale “Regno” egli sia Principe, ce lo spiega invece san Paolo, in un passo della sua lettera ai Romani: Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. (Rom 14,17-19).

Fatta questa premessa, credo che sia importante riflettere su quanto ha voluto comunicarci S.S. Benedetto XVI nel suo tradizionale messaggio di fine d’anno, in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2013. Anche in questo documento troviamo espressioni inequivocabili di “ripudio della guerra”, alle quali però troppi Cristiani – e specificamente Cattolici – sembrano dare da troppo tempo solo il valore simbolico di “predica” natalizia… Eppure il Papa è molto chiaro:

“L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza…” .

Non mi sembra che qui si parli in generale o metaforicamente: ai credenti viene proposta un’etica profondamente alternativa a quella mercantile e tecnocratica che ci viene presentata ormai come l’unica alla quale dovremmo adattarci. Potere e profitto, così come tecnica ed efficienza sono i due binomi ai quali s’ispira “questo mondo”, ma da essi non scaturirà altro che oppressione e guerra!

Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.  Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro…”

Quest’altro brano del Messaggio del Papa è ancora più esplicito e si riferisce proprio alla ferrea convinzione – disseminata da quasi tutti i media , compresi molti che si dichiarano cattolici – che la crisi attuale sia superabile solo mediante una “crescita economica” che premi proprio il profitto, anche a costo di spazzare via i diritti e doveri sociali, insieme con le reti di solidarietà che cercano di arginarne in qualche modo i guasti per la società, a partire dai più deboli e fragili.

Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo.[…] Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico…”

Quest’ultimo passo del messaggio per la Giornata della Pace 2013 ci offre un altro importante spunti di riflessione ed una netta risposta alle citate “ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia”. L’unico “sviluppo” che un Cristiano può e deve perseguire – ci dice il Pontefice – non può che essere “integrale” (cioè di tutta la persona), “solidale” (in quanto fondato su solidi legami di fratellanza e d’aiuto reciproco) e “sostenibile” (ossia attento agli equilibri sociali come a quelli ambientali). Il suo obiettivo non può essere, quindi, che il “bene comune”, radicato in quella “comunione e condivisione” che sono l’esatto opposto dei criteri liberisti incentrati su “potere e profitto”.

Anche questa volta le parole di Benedetto XVI suonano condanna della guerra, frutto delle “crescenti disuguaglianze” e della sete di potere ed auspicio per una visione altra dello sviluppo umano e sociale, basato su un “nuovo modello economico”. Purtroppo, sappiamo già che – passati i brindisi augurali ed i fuochi pirotecnici – il dibattito nel nostro Paese tornerà stancamente sui soliti temi, perpetuando la banalità del male e diffondendo sempre più l’orwelliano “bispensiero” di chi chiama pace la guerra e giustizia la disuguaglianza sociale.

Se chi ha appena ricordato la nascita dell’Uomo-Dio  non saprà accogliere anche le parole scomode di chi oggi parla in Suo nome, sarà inutile farci gli auguri per quello che difficilmente sarà un anno davvero “nuovo”. Ma io e pochi “folli” come me ci crediamo ancora e per questo chiudo citando quanto suggeriva il “passeggere” leopardiano al “venditore di almanacchi “: – Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?…-
Auguri!

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )