Premessa

Dopo l’elezione di Papa Leone XIV, i media hanno ripetutamente evidenziato come le sue prime parole da successore di Pietro siano state auguri di pace ed esortazioni alla ‘costruzione di ponti’. Il fatto che tali richiami del nuovo pontefice déstino ancora quasi meraviglia mi sembra che dia la misura di quanto poco la fede in Cristo e l’accettazione del messaggio evangelico siano profondamente ed effettivamente radicate nel sentire comune, perfino in un contesto culturale che ama definirsi ‘cristiano’.
Dalla reazione un po’ stupita di alcuni commentatori, inoltre, traspare l’idea che la Parola di Gesù Cristo avrebbe forse potuto essere diversamente interpretata da un nuovo Papa, come se si trattasse d’una ideologia qualunque, da attualizzare o da limitarsi a tramandare, a seconda della persona posta a capo della Chiesa universale. Un’idea peraltro assai antica, come constatiamo già leggendo la prima lettera di san Paolo ai Corinzi, nella quale l’apostolo ammoniva le prime comunità cristiane a non seguire questa strada divisiva ed incoerente.
«10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. […] 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo” 13 È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? […] 17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» [i].
Il Vangelo del ‘Principe della Pace’ [ii] – almeno tra i credenti – non dovrebbe essere ridotto a ‘sapienza di parola’, perché la pace, la carità fraterna e la riconciliazione non sono delle variabili da porre più o meno in evidenza, ma costituiscono il cuore stesso della buona notizia che il Salvatore ci ha lasciato come nuovo testamento. Ma purtroppo millenni di cristianesimo non testimoniano una reale fedeltà a quel messaggio di pace che, come sottolineava già nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam, dovrebbe comunque caratterizzare l’umanità.
«Solo a questo essere animato è stato concesso il dono del linguaggio che è lo strumento principe nella conciliazione dei rapporti di amicizia […] Va bene, si conceda che la natura, pur così potente tra le belve, non abbia avuto alcuna efficacia tra gli uomini. […] Del resto, considerato che l’insegnamento di Cristo è ben superiore a questo, perché non convince chi lo professa relativamente, soprattutto a quell’elemento verso cui più d’ogni altro spinge, vale a dire la pace e la reciproca benevolenza? O, se non ce la si fa proprio, perché non fa disimparare questa tanto empia e bestiale pazzia che è il muoversi guerra?» [iii].
Trovo molto significativo, in particolare, il riferimento di Erasmo al linguaggio umano come strumento al servizio della pace e della conciliazione e, non a caso, da parecchi anni alcuni miei contributi [iv] hanno riguardato proprio il nodo della comunicazione come veicolo di una relazione non ostile, quindi priva di violenza, ma soprattutto costruttiva e pacificatrice. Un aspetto che non mi sembra sia stato finora adeguatamente approfondito e valorizzato perfino all’interno dei peace studies, dove l’attenzione spesso si focalizza sui contenuti dell’educazione alla pace più che sulle modalità comunicative che dovrebbero caratterizzare un approccio nonviolento. Ecco perché l discorso che Papa Leone XIV ha indirizzato agli operatori della comunicazione pochi giorni dopo la sua elezione [v] mi sembra di fondamentale importanza e quindi intendo analizzarlo attentamente.
Per un dialogo non aggressivo, veritiero, umile e amorevole

Troppo spesso i resoconti giornalistici, radiotelevisivi e dei social media ci offrono solo una parte dei discorsi pubblici, solitamente quella che più colpisce la sensibilità dei lettori o che risulti particolarmente interessante a loro giudizio. Nel caso dell’elocuzione che il nuovo Papa ha rivolto ad un pubblico di addetti all’informazione, però, il tema non riguardava questo o quel tema, bensì l’essenza stessa del loro compito di comunicazione. Eppure, pur riferendone le parole, non mi sembra che siano stati in molti quelli che hanno posto l’accento su un aspetto così importante. Cominciamo allora a prendere in esame quanto ha detto in questa circostanza l’ex mons. Prevost, che aveva esordito presentandosi dalla loggia vaticana come “un figlio di Sant’Agostino”.
«Beati gli operatori di pace» […] una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla» [vi].
I primi elementi di una comunicazione in stile evangelico che il Papa ha messo in rilievo sono racchiusi in due attributi (diversa e non aggressiva) ed in un nome-concetto da cui si prende le distanze (competizione), affermando che la ricerca della verità non dovrebbe mai essere disgiunta dal comandamento dell’amore e da uno spirito di umiltà.
«Il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra [...] Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi» [vii].
La ‘guerra delle parole’ evocata da Leone XIV è in gran parte dovuta a quegli “stereotipi e luoghi comuni” che avvelenano la comunicazione, impedendo la dinamica costruttiva del dialogo o comunque irrigidendola. Anche nell’informazione bisogna dunque liberarsi dalla ‘Babele’ dell’incomunicabilità, in cui un linguaggio fazioso diventa strumento di confusione e produce solo incomprensione e inimicizia.
«Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto» [viii].
Già, perché uno stile aggressivo – come verifichiamo ogni giorno a livello mediatico – non produce niente di buono né tanto meno facilita il ‘confronto’ che, anche etimologicamente, richiama appunto il concetto di ‘dialogo’, cioè il discorso tra due o più persone che si fronteggiano con le loro diversità, ma che dovrebbero comunque perseguire un obiettivo comune attraverso lo scambio verbale. Ma allora, per citare ancora le parole di Erasmo, come mai dopo millenni dalla Parola di Cristo, dai discorsi emerge spesso tutt’altro che “amicizia e reciproca benevolenza?”. Perché allora, come si chiedeva Erasmo:
«Ogni pagina delle Scritture dei cristiani proclama solo pace e concordia, e tutta la vita dei cristiani è soltanto un’interminabile guerra»? [ix]
Per una comunicazione senza pregiudizi, fanatismi e odî

A questo punto del suo discorso agli operatori della comunicazione, il Santo Padre è andato diritto al punto fondamentale della questione. Dal momento che gli stessi cristiani, contrariamente al precetto evangelico di una concordia che porti alla pace, sono stati troppo spesso coinvolti in quella ‘interminabile guerra’, bisogna sicuramente disarmare gli stati, ma prima ancora le coscienze ed il linguaggio. Su questo tema Leone XIV, in modo significativo, rilancia qundi il potente ed insistente messaggio che era stato di Papa Francesco.
«Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana […] Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace» [x].
Ricapitolando ciò che ci ha trasmesso il Papa col suo discorso – rivolto in primo luogo, ma non soltanto, a chi lavora in questo specifico ambito – provo a riepilogare quelle che appaiono le sue coordinate per giungere ad una comunicazione di pace e per la pace.
- Quella che Gandhi avrebbe chiamata ‘parte oppositiva’, ossia l’esclusione di ciò che va in direzione esattamente contraria a tale obiettivo, si riferisce ai seguenti atteggiamenti e comportamenti citati da Leone XIV: aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio.
- La pars construens’ (il gandhiamo ‘programma costruttivo) è invece racchiusa nelle espressioni da lui usate in positivo: ricerca della verità, amore, umiltà, dialogo, confronto, comunicazione disarmante, condivisione, coerenza con la dignità umana, consapevolezza e coraggio.
Ritornando al non casuale richiamo del nuovo pontefice alla sua caratterizzazione come ‘figlio di sant’Agostino’, c’è forse da fare una considerazione. Il grande Padre della Chiesa considerava la parola come qualcosa che va oltre ciò che intende designare, rappresentando anche un ponte tra Dio e l’umanità ed anche uno strumento per comunicare la Verità. Non a caso le Sacre Scritture parlano del Logos, evocando sia il potere creativo della Parola del Dio Padre, sia la sua incarnazione nella persona umana del Figlio redentore. Come Papa Francesco affermò in una sua omelia del 2023, intitolata appunto “Dei verbum”:
«Agostino riconobbe il compito del predicatore in questo rapporto tra parola e voce, sia per la sua grandezza sia per i suoi limiti. Da un lato, il bel compito del predicatore consiste nell’essere una voce percepibile e viva al servizio della Parola di Dio. Dall’altro, il suono sensoriale, cioè la voce che porta la parola da una persona all’altra, è destinato a scomparire, mentre la parola rimane. La voce umana non ha altro scopo che trasmettere la parola; dopodiché può e deve fare un passo indietro e tacere di nuovo in modo che la parola rimanga al centro dell’attenzione» [xi].
Il problema nasce quando le voci umane smettono di trasmettere la Parola oppure ne tradiscono il senso, creando la “confusione di linguaggi senza amore” cui si riferiva Papa Leone XIV, falsando la verità ed impedendo il dialogo e la concordia su cui si fonda una comunicazione che sia al tempo stesso “disamata e disarmante”.
Una grammatica di pace per disarmare la comunicazione

Trovo di fondamentale importanza che uno dei primi discorsi del nuovo Pontefice sia stato dedicato a questo aspetto che, oltre ad essere un tema pastorale, è un terreno d’impegno per coloro che perseguono l’obiettivo dell’educazione alla pace. Formare non solo alle questioni riguardanti la pace, ma anche alle modalità nonviolente per costruirla, è compito della peace education,che sta conquistando spazio ed attuazione anche nel nostro sistema formativo, insidiato però da un’invadente e diffusa militarizzazione della scuola, dell’università e della cultura in generale.
Accennavo all’inizio che già dagli anni ’80 mi sono dedicato all’individuazione delle caratteristiche di una educazione linguistica per la pace, partendo dalla constatazione che il linguaggio – strumento principe per conoscere, comunicare, socializzare ed esprimersi – è troppo spesso utilizzato per conseguire finalità opposte, ossia per nascondere, creare divisioni e reprimere. I moventi negativi che rendono violento il linguaggio, non a caso, li ritroviamo in quelli cui faceva riferimento Papa Prevost, quando parlava di aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio. Se si vuole ‘disarmare’ la comunicazione verbale, perciò, bisogna n primo luogo accrescere la consapevolezza che essa può essere messa al servizio sia di relazioni positive sia d’intenzioni violente, in modo da iniziare a educare quanto prima possibile ad un linguaggio non ostile e costruttivo.
«La questione non è tanto annullare l’aggressività verbale – scrivevo più di 40 anni fa – quanto esplicitare i meccanismi attraverso cui si manifesta. Abituando i ragazzi a rendersi conto del peso di ciò che fanno e dicono e, nel contempo, abituandoli ad essere meno vulnerabili perché più consapevoli» [xii].
Una ‘grammatica della pace’ dovrebbe partire dal fornire strumenti per riconoscere quando una modalità linguistica serve a scoprire la realtà, a sentirci uniti e ad esprimerci o, viceversa, a nascondere la verità, provocare separazioni e bloccare la libera espressione di pensieri e sentimenti. Ma anche la ‘comunicazione non violenta’ ideata negli stessi anni da Marshall Rosemberg ci aiuta ad usare il linguaggio per distinguere le osservazioni dalle valutazioni, per comprendere ed esprimere i sentimenti, per cogliere ed esprimere i bisogni e per imparare a formulare richieste che non siano pretese.
La prima forma di disarmo della comunicazione è allora la presa di coscienza dei moventi negativi che talora la rendono aggressiva e distruttiva (pregiudizi, rancori, affermazione di sé a danno degli altri, intenzioni mistificatorie…). Il secondo passo è quello di affidarsi invece ad un linguaggio sincero, compassionevole ed aperto alla collaborazione, al fine di: «esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un’attenzione rispettosa ed empatica» [xiii] .
Nel mio ultimo contributo in tale direzione [xiv] ho avanzato anche l’ipotesi d’una grammatica ecopacifista, capace di avvalersi, oltre che delle suddette proposte di comunicazione nonviolenta per la pace, anche dell’apporto dell’ecolinguistica, un approccio innovativo che ci aiuta a comprendere le ‘storie’ che viviamo, analizzandole da un punto di vista ecologico, rendendoci capaci di resistere alle ‘narrazioni’ mistificanti che danneggiano il nostro mondo [xv]. Se infatti è di fondamentale importanza trovare il modo giusto per rendere il nostro linguaggio disarmato, in quanto rispettoso e non ostile, credo che sia non meno importante farlo diventare anche disarmante, cioè aperto e capace di suscitare empatia, fiducia e reciproca accettazione, agevolando in tal modo il dialogo e la collaborazione.
Note
[i] 1 Corinzi: 10-13/17
[ii] Cfr. Isaia 9:6 e Giovanni 14:27
[iii] Erasmo, Sulla pace, Milano, Rusconi, 2007, pp.10-13
[iv] Fra gli altri, v. in particolare: Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Ed. Satyagraha, 1984 e Idem, Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022
[v] Cfr. il testo del discorso del 12/05/2025 sul sito https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/may/documents/20250512-media.html
[vi] “Discorso del Santo Padre Leone XIV agli operatori della comunicazione”, cit.
[vii] Ibidem
[viii] Ibidem
[ix] Erasmo, op. cit., p. 27
[x] “Discorso del Santo Padre…”, cit.
[xi] Papa Francesco, Omelia nella Santa Messa per il Festival Dei Verbum (Basilica Concattedrale di San Siro, San Remo, 28 agosto 2023). https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/cardinal-koch/2023/homelies/Nello-Spirito-di-Sant-Agostino-servire-la-parola-vivente-di-Dios.html . Sulle riflessioni linguistiche di S. Agostino cfr. Bottin, Francesco. (2023), Agostino e Wittgenstein sulla natura del linguaggio 1. Percorsi medievali per problemi filosofici contemporanei, pp. 15-54. https://www.researchgate.net/publication/369258660_Agostino_e_Wittgenstein_sulla_natura_del_linguaggio_1
[xii] E. Ferraro, Grammatica di pace, cit., p. 35
[xiii] Marshall B. Rosemberg, Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla C.N.V., Reggio E., Centro Esserci, 2003, ppp. 20-21
[xiv] E. Ferraro, Grammatica ecopacifista…, cit.
[xv] Sul concetto di ‘ecolinguistica’ v. in particolare: Arran Stibbe, Ecolinguistics language Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge, 2015


















« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo.»
Fatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé. Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.
Anche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese – l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa. In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:
Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti. Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.
Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.
Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola – che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica
Costruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente, dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.
Cari amici ed amiche,
Sia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.