Lacreme napulitane…

Un sondaggio… particolarmente ‘fastidioso’?

Sta circolando sul web un sondaggio dal quale emerge che il dialetto che risulta più ‘antipatico’ agli italiani – inopinatamente – sarebbe quello di Napoli.[i] Prima di passare al commento su questa inchiesta, consentitemi però di fare una premessa, anzi due.

 1. Personalmente ritengo che il termine ‘dialetto’ non sia appropriato quando si tratta di idiomi – come appunto il Napolitano – che abbiano una valenza e diffusione assai più ampia di quella che suggerirebbe il nome e che, per di più, hanno un’antica e nobile tradizione letteraria e di studi. Ritengo comunque inutile e fuorviante farsi trascinare in una vecchia e strumentale querelle su ciò che sia o meno ‘lingua’, a meno che al temine ‘dialetto’ non s’intenda attribuire particolari connotazioni negative o discriminanti.

2. Nei miei corsi, e quindi anche in questa nota, utilizzo e continuerò ad usare la versione ‘Napolitano’, poiché quella italianizzata, sebbene ordinariamente praticata, è palesemente scorretta. Infatti, –poli, il suffissoide greco utilizzato in altri toponimi italiani (Gallipoli, Empoli, Tripoli, Costantinopoli etc.) nella formazione di un aggettivo è ordinariamente seguito dal suffisso -itano e non certo –etano (Gallipolitano, Empolitano, Tripolitano, Costantinopolitano…).

Tanto premesso, torniamo alla sorprendente ’rivelazione’ diffusa dal sito web di Preply.  Si tratta di un’azienda che si occupa dell’insegnamento delle lingue, nata 2012 in Ucraina ma attualmente diffusa tutto il mondo. Una ”piattaforma globale di apprendimento[ii] che coordina più di 50.000 insegnanti qualificati per lezioni online, rivolti a singoli e ad aziende. Ebbene, Preply si promuove l’apprendimento d’un vastissimo repertorio di lingue (compreso turco, cinese e giapponese), però non risulta che abbia maturato in questi anni specifiche competenze ed interessi anche in campo dialettologico. Ciononostante, ha commissionato un sondaggio in materia a un non menzionato istituto di ricerca di mercato, il cui quesito era: “Quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?”.

Sorge spontanea, a questo punto, una domanda sia sulla finalità di tale indagine, visto che l’azienda in questione non sembrerebbe orientata ad insegnare dialetti o lingue regionali, sia sulla strana modalità con cui essa è stata condotta, chiedendo agli intervistati quali dialetti detestino anziché quali amerebbero conoscere, come ci si aspetterebbe da un sondaggio ‘di mercato’.

Una secondo interrogativo, altrettanto ovvio, riguarda la validità e significatività di siffatta inchiesta, sul piano della metodologia statistica impiegata e circa le conclusioni che se ne possono effettivamente trarre.

Quali dati emergono da quell’indagine?

«Questo sondaggio è stato condotto da un istituto di ricerca di mercato indipendente per conto di Preply. Al sondaggio hanno partecipato 1000 persone, il 48% di sesso maschile e il 52% di sesso femminile, di età superiore ai 18 anni. Il sondaggio ha avuto luogo tra il 14 e il 15 febbraio 2024.La domanda posta nel sondaggio è stata: “quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?” alla quale era possibile fornire fino a tre risposte. Le risposte possibili erano: Dialetto napoletano, Dialetto sardo, Dialetto siciliano, Dialetto veneziano, Dialetto lombardo, Dialetti piemontesi, Dialetti dell’Italia centrale (Dialetto umbro, Dialetto marchigiano, romanesco), friulano, Dialetto toscano, Dialetti emiliano-romagnoli, Dialetto ligure, Nessuna delle precedenti o Non esiste un dialetto che io trovi particolarmente fastidioso»[iii].

Posto così il quesito, l’interesse dell’indagine sembra rivolto prevalentemente alla conoscenza di quali, tra le 11 forme dialettali prese in esame, risultino meno apprezzate, ricavando solo a contrario quali sarebbero, invece, i dialetti più apprezzati e graditi.  Sul podio di questi ultimi ci sono – nell’ordine – quelli liguri, emiliano-romagnoli e toscani. Viceversa, la classifica di quelli che i 1000 intervistati hanno dichiarato di considerare addirittura ‘fastidiosi’ vede incredibilmente in testa quelli parlati in Campania, Sicilia e Sardegna.

«Il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dagli intervistati. Quasi un intervistato su quattro [25%] ha votato il napoletano come uno dei dialetti che meno apprezza. Anche tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità: circa un quarto degli intervistati nel capoluogo campano non apprezza particolarmente il dialetto della sua città. Secondo l’analisi il dialetto napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque [20%] ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto» [iv].

Gli italiani, secondo la citata inchiesta, proverebbero ‘fastidio’ anche per il sardo (l’11,4% non l’apprezza) e per il siciliano (che non piace al 10,5% degli intervistati), con la particolare sottolineatura che queste tre ‘lingue regionali’ [v] sarebbero sgradite proprio nelle loro sedi naturali, cioè Napoli, Cagliari e Palermo, confermando la famosa locuzione evangelica resa in latino con “nemo propheta in patria”. [vi]  Ma le cose stanno davvero così? È sufficiente un campione di 1000 intervistati di oltre 18 anni (48% maschi e 52% femmine), per trarre conclusioni apprezzabili sul piano statistico e scientifico? E, soprattutto, che senso ha l’aver chiesto quali dialetti le persone interpellate considerino ‘particolamente fastidiosi’, dal momento che in tal modo non si utilizza un parametro chiaramente individuabile e valutabile?

Che cosa ci dicono gli studi in materia?

In questi anni, peraltro, non sono mancate serie indagini statistiche sull’effettiva persistenza dei dialetti nelle varie fasce della popolazione italiana, per mettere in luce se e in che misura la nostra lingua nazionale sia davvero diventata ovunque l’espressione verbale comune, ma anche per rilevare quanto in Italia si registri tuttora una significativa variabilità in proposito, nelle diverse situazioni regionali e socioculturali. Una delle ricerche più recenti in materia è stata pubblicata nel 2017 dall’ISTAT ed ha quindi un’indubbia autorevolezza. Dalla lettura di quei dati apprendiamo, ad esempio, che:

«Nel 2015 si stima che il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto […] Per tutte le fasce di età diminuisce l’uso esclusivo del dialetto, anche tra i più anziani, tra i quali rimane comunque una consuetudine molto diffusa: nel 2015 il 32% degli over 75 parla in modo esclusivo o prevalente il dialetto in famiglia (erano il 37,1% nel 2006)» [vii].

Sul piano geografico, ci informava l‘indagine ISTAT, l’uso abituale e diffuso del dialetto nel 2015 persisteva principalmente nelle regioni meridionali, particolarmente in Sicilia (26,6%), Calabria (25,3%) e Campania (20,7%). Nello specifico, l’espressione dialettale restava molto frequente in contesti relazionali e familiari, giungendo addirittura alla percentuale del 75,2% in Campania.

È probabile che, a distanza di circa dieci anni, quei dati risultino meno attuali e significativi, ma sembra indubbio che il triangolo della persistenza nell’uso del dialetto resti principalmente legato a quelle tre regioni meridionali, laddove le rispettive espressioni linguistiche sono ancora apprezzate e praticate, pur con una marcata tendenza alla convivenza (e commistione) con l’Italiano. Tale fenomeno socio-linguistico è stato indagato soprattutto nell’area di Napoli [viii].

«In questa situazione demografica è dunque rimasta stabile una consistente presenza di gruppi familiari e sociali che, per dirla semplicemente, hanno continuato abitare dov’erano prima, spesso continuando a parlare come parlavano prima. Pertanto più che altrove è stata possibile la trasmissione alle nuove generazioni delle abitudini linguistiche familiari» [ix].

Ma allora come mai l’indagine condotta da Preply indica proprio il Napolitano come il ‘dialetto’ più sgradito non solo agli italiani, ma perfino agli stessi napolitani? Che fine ha fatto la ‘vitalità’ di questo idioma, tuttora molto popolare fuori dell’Italia e veicolo dell’illustre tradizione civile e culturale di cui, proprio in questo periodo, ci prepariamo a celebrare i 2500 anni?

Dalla ricerca condotta per quella piattaforma internazionale di formazione linguistica apprendiamo che le lingue locali più amate e praticate sarebbero solo quelle parlate in Liguria, Emilia-Romagna e Toscana, ma perfino nelle Marche.

«Per quanto riguarda le città che mostrano un forte attaccamento al proprio dialetto dalla nostra analisi emerge che a Genova non vi è nessuna opinione negativa riguardo al dialetto locale, solo il 2,7% degli abitanti di Ancona non apprezza particolarmente il dialetto marchigiano, mentre soltanto il 6,3% dei bolognesi non gradisce il dialetto emiliano-romagnolo» [x].

Qualche osservazione finale

Da fautore d’un approccio alla comunicazione nonviolento ed ecolinguistico [xi], mi rallegro dell’attaccamento mostrato dai genovesi nei confronti della loro madrelingua o dagli anconetani e bolognesi verso le proprie espressioni locali. La tutela e valorizzazione delle nostre multiformi realtà linguistiche, infatti, non vanno scambiate con una tendenza ‘identitaria’,conservatrice se non retrograda, bensì intese come salvaguardia della diversità culturale in un periodo contrassegnato dall’omologazione e dalla cancellazione delle differenze, agevolando il dominio di un’artificiale ’neolingua’ e di ‘monoculture della mente’[xii]

Ciò premesso, non riesco a comprendere senso e funzione di un’indagine che mira invece a mettere in evidenza proprio le idiosincrasie degli italiani nei confronti delle espressioni linguistiche locali non ancora eliminate da quel processo di omologazione, additando specificamente Napolitano, Sardo e Siciliano come i ‘dialetti’ più sgraditi, peraltro senza approfondire le motivazioni di tale supposta ‘antipatia’. L’ambivalenza di questa ricerca affiora inoltre quando la stessa Preply sottolinea, viceversa, l’importanza della varietà linguistica italiana, ritenendola un fattore positivo per lo stesso italiano.

«La ricchezza e l’eterogeneità dei dialetti italiani rivendicano un posto essenziale nella società contemporanea e il riconoscimento delle varianti linguistiche regionali apporta un contributo significativo al tessuto culturale. Ogni dialetto, indipendentemente dalla sua popolarità, è un tesoro che merita tutela.

Inoltre va sottolineato quanto le espressioni dialettali arricchiscono il lessico dell’italiano standard […] Questi termini dialettali conferiscono al mosaico della lingua italiana una varietà unica» [xiii].

Non sono affetto da alcun complesso che m’induca a difendere a spada tratta la lingua napolitana, che particolarmente apprezzo e di cui da un trentennio mi adopero a diffondere una corretta conoscenza. Mi riesce comunque difficile accettare ciò che emergere dall’indagine in questione, alla luce dell’indiscutibile popolarità e diffusione del Napulitano rispetto a forme linguistiche più localizzate e meno ricche di cultura, con tutto il rispetto per lo Zeneize e l’Anconetano.

Consiglierei pertanto alla dirigenza di Preply (capeggiata da due rampanti imprenditori ucraini, che nel giro di 6 anni sono riusciti ad attirare finanziamenti per varie decine di milioni di dollari da svariate corporations multinazionali [xiv]) di continuare ad occuparsi dell’insegnamento delle lingue nazionali, evitando però di scendere su un terreno che non mi pare sia loro confacente.   


NOTE

[i][i] Cfr. https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/

[ii] Cfr. https://preply.com/it/chi-siamo

[iii] https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/ cit. (sottolineature mie)

[iv] Ibidem

[v]  Cfr. a tal proposito, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992, il cui testo italiano è in:  https://rm.coe.int/168007c095 protette#:~:text=Le%20%E2%80%9Clingue%20regionali%20o%20minoritarie,i%20di%20quello%20Stato%20e

[vi] Il testo evangelico, in effetti, è un po’ differente. Cfr. Mt 13:57 Mc 6:4 (“Οκ στιν προφήτης τιμος ε μ ν τ πατρίδι ατο κα ν τ οκίᾳ ατο) e Gv 4:44 (“… προφήτης ἐν τῇ ἰδίᾳ πατρίδι τιμὴν οὐκ ἔχει”)

[vii] ISTAT (2017), L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. pag. 1. https://www.istat.it/it/files/2017/12/Report_Uso-italiano_dialetti_altrelingue_2015.pdf  . Cfr anche l’articolo: D. Facchini (2018), “L’inattesa vitalità dei dialetti d’Italia. Nuovo interesse oltre i pregiudizi”, Altraeconomia. https://altreconomia.it/dialetti-italiano/

[viii] A tal proposito, risultano utili gli approfondimenti condotti, anche con ricerche sul campo, da alcuni studiosi di dialettogia.come nel caso di: Nicola De Blasi (2017), Saggi linguistici sulla storia di Napoli, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria.

[ix] Nicola De Blasi – Francesco Montuori (2020), Una lingua gentile – storia e grafia del napoletano, Napoli, Cronopio, pag. 85

[x] Preply, sondaggio cit.

[xi] Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni

[xii] Cfr. Vandana Shiva (1995), Monocolture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, Torino, Bollati Boringhieri

[xiii] Preply, sondaggio cit.

[xiv] Nel loro sito web aziendale si citano: Point Nine Capital, RTAventures, Full In Partners, Inovo Venture, OWL Ventures, Diligent Capital, Hoxton Ventures e Horizon Capital

© 2024 Ermete Ferraro


Etimostorie #15: SICUREZZA

Uno dei vocaboli più frequentemente usati nei discorsi pubblici e nella comunicazione mediatica, ma anche nelle conversazioni private, è sicurezza. In nome di questa parola/concetto, le nostre società stanno diventando sempre più propense a adottare misure di prevenzione e repressione di tutto ciò che le minaccerebbe, col paradossale risultato di farci vivere in un costante clima di allarme e d’insicurezza. [i]

Se cerchiamo il significato autentico del termine, scopriamo che l’aggettivo originale latino securus era caratterizzato dal prefisso disgiuntivo se– (indicante separazione, privazione) unito a cura, indicante ogni forma di preoccupazione, dubbio, pericolo, difficoltà.[ii]  Ne consegue che una persona sicura dovrebbe sentirsi tranquilla, priva di preoccupazioni ed affanni. Allo stesso modo, una situazione o una realtà concreta dovrebbe essere così indicata quando non susciti ansietà in chi la vive. La ‘sicurezza’, etimologicamente parlando, rappresenterebbe dunque uno stato emotivo, una condizione interiore, di assoluta mancanza di stimoli negativi o, quanto meno, una certa indifferenza nei loro confronti.

«Securitas‘ era la dea romana che personificava la sicurezza, soprattutto quella dell’Impero Romano. Veniva raffigurata sulle monete, spesso con le sembianze di una donna appoggiata ad una colonna, per infondere calma e tranquillità in senso propagandistico, soprattutto nei periodi più insicuri dell’Impero […] Quindi in tale resoconto la ‘securitas’ sembra incarnare quella disattenta indifferenza che Tacito definisce ‘inhumana securitas’, quale disumana mancanza di ogni cura, fondata sull’assenza di ogni discernimento di bene o di male, capace di trascinare con sé ogni senso di responsabilità collettiva o individuale…». [iii]

Questa accezione negativa della parola, senza dubbio meno frequente, ci porterebbe a considerazioni più generali sulla cultura individualista che permea anche la nostra società, in cui sentirsi ‘sicuri’ troppo spesso vuol dire evitare di guardarsi intorno, esorcizzando i problemi e le difficoltà altrui per chiudersi nel proprio egoistico ‘particulare’.

Tornando però al significato positivo di ‘sicurezza’, obiettivo perseguito da quasi tutti coloro che aspirano ad una esistenza più tranquilla e serena, teniamo comunque presente che, se dovessimo tradurre in inglese questa parola italiana, dovremmo scegliere tra due vocaboli: safety e security, il cui senso è piuttosto differente.

«Per comprendere bene la differenza tra Safety e Security, l’elemento fondamentale è l’intenzione. La security si concentra sulla prevenzione e il contrasto di atti dannosi. Si tratta quindi di combattere azioni, spontanee o deliberate, che hanno l’intenzione di nuocere […] Esempi: furto, frode, aggressione, incendio doloso. La safety designa invece tutti i mezzi di prevenzione e di intervento contro i rischi accidentali che possono arrecare danno a persone e cose, ma la cui origine è sempre involontaria. Esempi: calamità naturali, incidenti sul lavoro, incendi elettrici, perdite d’acqua…». [iv]

Non mi sembra una distinzione da trascurare, visto che in questo caso (come accade per altri concetti ben distinti in inglese ma racchiusi in un solo vocabolo italiano, come i binomi policy/politics o economy/economics) la differenza conta non poco quando si tratta di fronteggiare situazioni d’insicurezza niente affatto univoche. Che si tratti di minacce intenzionali e dolose ovvero di rischi accidentali ed involontari, dovremmo comunque adottare misure preventive adeguate. Fatto sta che le persone sembrano solitamente preoccupate della loro security molto più che della loro safety, per cui la loro attenzione sembra concentrarsi maggiormente sulle possibili minacce alla propria sicurezza personale. Spesso, invece, si trascurano gli interventi preventivi nei confronti di eventi considerati accidentali (come alcune disastrose calamità naturali), quasi sempre frutto della nostra quotidiana e colpevole incuria nei confronti dell’ambiente naturale.

Il vocabolo inglese safety, viceversa,ci rinvia etimologicamente al fondamentale concetto di ‘salvezza’, ossia d’integrità, che ha un profondo significato se rapportato alla salvaguardia dei delicati equilibri ecologici o, per usare un lessico religioso, dell’integrità del creato.

«‘Safety’, inizio XIV secolo, savete, “libertà o immunità da danno o pericolo; uno stato o condizione illeso o non danneggiato”, dal francese antico sauvete, salvete “sicurezza, salvaguardia; salvezza; sicurezza, fideiussione”, in precedenza salvetet (XI secolo, francese moderno sauveté), dal latino medievale salvitatem (nominativo salvitas) “sicurezza”, dal latino salvus “illeso, in buona salute, sicuro” (dalla radice PIE *sol- “intero, ben tenuto”). Da fine XIV secolo, (inteso) come “mezzo o strumento di sicurezza, una salvaguardia».[v]

L’aggettivo sicuritario – neologismo spesso utilizzato nel lessico politico – viene tradotto dalla Treccani con: “Finalizzato al mantenimento della sicurezza sociale e dell’ordine pubblico[vi], esprimendo una visione in cui alla legittima ed auspicabile ‘cura’ – nel positivo senso di solidale attenzione per il bene comune, racchiuso nel milaniano I Care – si sostituisce una preoccupata e preoccupante volontà di occhiuto controllo in stile law and order. Dal modello securitario, non a caso, deriva la giustificazione di ogni forma di c.d. ‘difesa preventiva’, sia nel settore della pubblica sicurezza sia in quello dell’organizzazione paramilitare della società, a spese delle garanzie democratiche e della conseguente tutela dei diritti civili e sociali.

La sicurezza auspicabile, insomma, non è l’indifferenza egoistica della tacitiana inhumana securitas, ma neanche l’attuale psicosi securitaria, in nome della quale sarebbe accettabile qualsiasi forma di tutela preventiva anche violenta, in ambito civile e militare, purché si dimostri efficace. 

«Questo clima di incertezza si manifesta attraverso il bisogno dell’individuo di essere e sentirsi al sicuro. La pulsione gregaria, finalizzata alla socializzazione e alla difesa della vita, sfocia così nella pulsione securitaria: il soggetto baratta la propria libertà in cambio della sicurezza […] il soggetto ideologicamente securitario non è malato […] Ma la pulsione securitaria diffusa indica ai soggetti strutturalmente fragili una direzione del proprio disagio […] La società e l’individuo possono sfuggire alla morsa della pulsione securitaria  accettando la bellezza e la sfida del mare aperto, godendo dell’imprevedibilità dell’incontro e rinunciando alla tentazione paranoica di proiettare sullo straniero ciò che risulta di sé indigesto e inaccettabile». [vii]

Occuparsi responsabilmente di noi stessi e degli altri non equivale per niente a fare della preoccupazione quasi uno stile di vita, improntato all’ansia, alla diffidenza e alla paura verso gli altri, le novità e le diversità, rischiando così di alimentare l’aggressività e legittimare una violenza ‘preventiva’.  Una vera safety – intesa come legittima ricerca di una sicurezza personale e collettiva – comporta invece una visione più ampia ed il perseguimento di un rapporto sano ed equilibrato con la comunità umana e con l’ambiente naturale. Perché, come ammoniva anche Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca, tra le tempeste della storia”. [viii]


Note

[i] Cfr. un mio articolo del 2008: “Una sicurezza…manu militari”, Ermetespeacebook.blog – https://ermetespeacebook.blog/2008/06/15/una-sicurezzamanu-militari/

[ii] Cfr. la voce ‘sicuro’ in Etimo.ithttps://www.etimo.it/?term=sicuro  ed in Treccani.ithttps://www.treccani.it/vocabolario/sicuro/

[iii] P. Pieri (2021), “Securitas: la sicurezza quale effetto del bene comune”, Punto Sicurohttps://www.puntosicuro.it/cultura-della-sicurezza-C-136/sicurezza-la-securitas-quale-effetto-del-bene-comune-AR-21108/

[iv] “Dfferenza tra safety e security” (s.d.), Delphi Ethicahttps://www.delphiethica.com/blog/gestione-rischio-e-terrorismo/differenza-tra-safety-e-security.html

[v] Voce ‘safety’ in Etymonline,com  –  https://www.etymonline.com/word/safety  (traduzione)

[vi] Cfr. voce ‘sicuritario’ in Treccani.it  –  https://www.treccani.it/vocabolario/sicuritario_(Neologismi)/

[vii]  A. Calabrese, M. Grimoldi (s.d.), “Difendere la vita: il paradigma securitario”, F.C.P. – Formazione Continua in Psicologia – https://formazionecontinuainpsicologia.it/difendere-la-vita-il-paradigma-securitario/

[viii] Papa Francesco (2022), Messaggio per la Quaresimahttps://www.agensir.it/quotidiano/2022/2/24/papa-francesco-nessuno-si-salva-da-solo-siamo-tutti-nella-stessa-barca-tra-le-tempeste-della-storia/

© 2024 Ermete Ferraro

Un vocabolario di base ‘fondamentalmente’ violento?

Vocabolario di base e frequenza nell’uso delle parole.

Nel 2016 Tullio De Mauro aggiornò la sua precedente ricerca sul ‘vocabolario di base della lingua italiana’ (NVdB), individuando le 7.500 parole che costituiscono il nostro ‘lessico quotidiano’, vale a dire il serbatoio linguistico cui la maggioranza degli italiani sembra attingere più frequentemente [i].

«È un elenco di circa 7500 parole selezionate per uso, frequenza e disponibilità e suddivise in tre categorie: 1 – lessico fondamentale (FO, circa 2000 parole ad altissima frequenza usate nell’86% dei discorsi e dei testi; nell’elenco sono formattate in grassetto); 2 – lessico di alto uso (AU, circa 3000 parole di uso frequente che coprono il 6% delle occorrenze; sono formattate come testo normale); 3 – lessico di alta disponibilità (AD, circa 2000 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti e percepite come aventi una disponibilità pari o perfino superiore alle parole di maggior uso; sono formattate in corsivo)» [ii].

Lo stesso De Mauro precisava che:

«Ciò che abbiamo finora chiamato uso è il prodotto della frequenza assoluta delle occorrenze di una parola in un campione di testi di una lingua, divisi in diverse categorie (testi scolastici, testi letterari, copioni cinematografici o teatrali eccetera), moltiplicata per la sua dispersione, cioè per il numero di categorie di testi in cui la parola occorre. La dispersione, cioè la presenza in più categorie diverse di testi, aiuta a correggere distorsioni che potrebbero aversi guardando solo alla frequenza.…» [iii] .

Da questa risorsa, fondamentale per la conoscenza del nostro patrimonio lessicale d’uso comune, si ricavano non solo interessanti indici statistici di frequenza nell’utilizzo delle parole dell’italiano corrente, ma anche alcune considerazioni sulle tendenze socio-linguistiche in atto. Un ecopacifista come me, ad esempio, andando a curiosare fra i 2.000 lemmi contrassegnati in neretto, in quanto considerati ‘fondamentali’, ha potuto utilizzare questo repertorio per ricercare quanta parte del nostro lessico quotidiano abbia a che fare con determinati contesti logici, quali “guerra e militarismo”, “pace” ed “ecologia”.

La presente ricerca ha richiesto la tabulazione dei 2.000 lemmi fondamentali in un’apposita tabella Excel, in modo da evidenziare – lettera per lettera – quali parole ricadessero in ciascuno di questi tre ambiti, calcolandone poi la rispettiva percentuale sul totale. Dall’insieme dei vocaboli in neretto sono stati esclusi quelli di scarso valore semantico (pronomi personali, aggettivi dimostrativi e possessivi, preposizioni, avverbi, congiunzioni) e pertanto il numero complessivo di quelli presi in esame è sceso a 1.768.

Sebbene le osservazioni seguenti siano frutto di una mia personale elaborazione del database pubblicato su Internazionale, ritengo comunque che possano dare un’idea abbastanza precisa di come il patrimonio linguistico maggiormente condiviso dagli italiani [iv] lasci trasparire determinate tendenze a rappresentare la realtà, alimentando particolari narrazioni. Nell’ambito degli studi di ecolinguistica [v], ad esempio, è molto diffuso l’impiego dei “corpus assisted discourse studies”, ossia dell’analisi linguistica fondata sull’utilizzo e l’elaborazione di repertori lessicali.

«Lo sforzo principale degli studi del discorso assistito da corpus è l’indagine e il confronto delle caratteristiche di particolari tipi di discorso, integrando nell’analisi le tecniche e gli strumenti sviluppati all’interno della linguistica dei corpora. Questi includono la compilazione di corpora specializzati e analisi di elenchi di frequenza di parole e cluster di parole, elenchi di parole chiave comparative e, soprattutto, concordanze […] Gli studi sul discorso assistito da corpus mirano a scoprire significati non ovvi, cioè significati che potrebbero non essere prontamente disponibili per la lettura a occhio nudo. Gran parte di ciò che ha significato nei testi non è aperto all’osservazione diretta […] Usiamo il linguaggio “semi-automaticamente”, nel senso che parlanti e scrittori compiono scelte semi-consce all’interno dei vari complessi sistemi sovrapposti di cui è composto il linguaggio» [vi].

In questo caso, un confronto statistico tra blocchi di parole fondamentali riguardanti determinati contesti può quindi risultare illuminante sul pensiero sottostante alle parole della lingua italiana più frequentemente utilizzate, stimolando considerazioni per nulla banali.

Dati emersi dalla mia ricerca sul NVdB dell’italiano

Ovviamente non tutte le osservazioni che si possono ricavare analizzando il mio database sono significative allo stesso modo. Alcune sono solo curiosità originate dall’evidenziazione di alcuni aspetti, come ad esempio la frequenza di determinate parole all’interno di uno specifico repertorio alfabetico. Ad esempio, non sembra che abbia un particolare significato il fatto che la maggior parte delle parole italiane da me selezionate nel citato ‘lessico fondamentale’ e riguardanti la guerra ed il militarismo inizino con le lettere S (40), R (32) e C (25). Altrettanto vale per l’osservazione che gran parte dei vocaboli ‘pacifici’ comincino per A o P (17), oppure per I ed R (10), o anche che il lessico ambientale si alimenti prevalentemente di parole inizianti con le lettere P (21), S (19) e C (12). Si tratta dunque di semplici constatazioni, anche se l’analisi etimologica delle parole ci porta talvolta ad osservare che fenomeni di natura fonetica, come l’onomatopea, possono aver condizionato il significato di alcuni vocaboli, soprattutto per quanto riguarda la loro radice primaria.

Le osservazioni oggettive che si possono trarre dalla mia ricerca mi sembrano indubbiamente più significative. Infatti, sebbene l’attribuzione di una parola ad un determinato campo semantico (guerra e militarismo – ecologia ed ambiente – pace e nonviolenza) sia frutto di una mia selezione, ciò che si ricava dall’analisi dei dati va al di là di impressioni personali, in quanto ne emerge un quadro abbastanza preciso delle caratteristiche del nostro lessico fondamentale.

Ma esaminiamo prima i risultati da un punto di vista meramente statistico, tenendo conto che l’entità totale di riferimento sono i 1.768 lemmi che ho ricavato dal 2.000 del NVdB (De Mauro 2016), eliminando quelli che – come precisato prima – mi sembravano semanticamente non particolarmente rilevanti .

  • Nel primo settore della mia classificazione – concernente le parole del vocabolario fondamentale italiano che ricadono nel campo semantico bellico-militare – si ritrovano 259 lemmi, pari al 14,6% del totale.
  • Nel secondo ambito di ricerca – comprendente le parole che fanno riferimento all’ambiente ed all’ecologia – ricadono 124 lemmi, pari al 7,01%.
  • Il terzo campo semantico preso in esame – vocaboli riferibili in modo diretto o indiretto alla pace, alla giustizia e ai diritti – registra infine la presenza di 152 lemmi, corrispondenti all’8,6%.

Già questi soli dati numerici rispecchiano una precisa realtà socioculturale, in cui il lessico di base più comune degli italiani è composto per un settimo da vocaboli appartenenti al linguaggio militare e guerresco, mentre per i ‘linguaggi di pace’ la maggior parte dei parlanti l’italiano dispongono e utilizzano meno di una parola su undici. Inoltre, per quanto riguarda ciò che si riferisce alla natura, agli elementi ambientali ed all’ecologia, il dato sembra ancor più allarmante. Infatti in questo contesto ricade solo il 7% del lessico italiano considerato ‘fondamentale’, vale a dire meno di una parola ogni quattordici.  Sono solo dati statistici, ma è difficile non considerarne il valore ed il significato all’interno di un’analisi del discorso che punti a svelare i condizionamenti esercitati su un vocabolario che, oltre ad essere spesso piuttosto povero e limitato, attribuisce al linguaggio di guerra uno spazio addirittura doppio rispetto a quello riservato a quello riguardante il nostro imprescindibile rapporto con l’ambiente.

Alcune considerazioni in chiave ecopacifista

A questo punto mi sembra opportuno ricordare quanto scriveva l’ecolinguista Arran Stibbe sull’analisi critica del discorso e su ciò che si propone di rivelare.

«a) L’attenzione si concentra su discorsi che hanno (anche potenzialmente) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita. B) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo e ‘codici culturali’… c) I criteri in base ai quali le visioni del mondo sono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti…»[vii].

Ebbene, dall’elaborazione dei dati della mia indagine emerge un preoccupante quadro verbale – e perciò stesso cognitivo – di quanto il vocabolario usato dall’86% degli italiani aiuti poco lo sviluppo della consapevolezza ecologica e l’impegno per la pace. A quest’ultimo ambito semantico, come già detto, ritroviamo solamente 1/12 del vocabolario di base della lingua italiana. Ciò non significa che tale rapporto sul piano del lessico rispecchi esattamente il nostro livello di coscienza pacifista, che invece la guerra in Ucraina sta paradossalmente facendo maturare. Il vero problema, però, è se si dispone di adeguati strumenti per esprimerlo ossia, per citare un noto libro [viii], se si hanno a sufficienza “le parole per dirlo”.

Viceversa, come ho avuto modo di sottolineare in altri contributi [ix], sembra che si faccia strada sempre più un linguaggio improntato ai sedicenti ‘valori militari’, sia a causa della crescente invadenza delle forze armate nelle istituzioni scolastiche italiane, sia per l’influenza della comunicazione mediatica che diffonde, in modo talvolta subdolo, modalità espressive ispirate a quel mondo.

Nell’impossibilità di pubblicare in questa sede l’intero database generato dalla mia ricerca, vorrei comunque offrire almeno un’idea di ciò che ne è emerso. Ad esempio, tra le parole registrate dal NVdB come quelle usate più frequentemente dagli italiani ritroviamo molti verbi che evocano direttamente la violenza della guerra e la retorica dell’eroismo militare (affrontare, ammazzare, attaccare, avanzare, battere, caricare, circondare, colpire, combattere, conquistare, difendere, distruggere, eliminare, imporre, intervenire, minacciare, morire, obbligare, occupare, opporre, provocare, resistere, ritirare, scoppiare, sottoporre, sparare, spaventare, uccidere etc.). Si tratta di una constatazione che preoccupa, dal momento che, in maggioranza non fanno certo parte del lessico quotidiano nè sembrano facilmente attribuibili ad altri contesti, sia pur in forma traslata.

Un secondo esempio di tale perniciosa tendenza si ricava dall’analisi dei sostantivi italiani più frequentemente usati, tra i quali ritroviamo abbastanza sorprendentemente termini riferibili prevalentemente alle forze armate, quali: arma, attacco, battaglia, capitano, carabiniere, carica, controllo, coraggio, difesa, dovere, eroe, esercito, forza, fronte, fuoco, generale, guerra, impresa, intervento, lotta, militare, missione, nazione, nemico, norma, nucleare, obiettivo, onore, pericolo, piano, pistola, principio, reazione, rischio, rispetto, servizio, sfida, soldato, squadra, strategia, superiore, tensione, trasmissione, ufficiale, valore, zona etc.

Se teniamo conto del fatto che la nuova edizione del lessico di base curata da De Mauro risale al 2016 e che in questi sette anni l’influenza dei militari sul piano socioculturale è molto aumentata, non possiamo non allarmarci per la frequenza di questa particolare terminologia nel linguaggio corrente di 8,6 italiani su 10.

La controprova è data dalla ricorrenza molto più ridotta in esso di termini che esprimano valori di pace, giustizia, tutela dei diritti umani e rifiuto della violenza nelle sue varie forme. Questa tipologia di parole, infatti, ricorre nel vocabolario di base fondamentale in misura estremamente limitata, poiché solo un lemma su dodici sembra ricadere in questo pur ampio campo semantico.

Vi ritroviamo, comunque, parecchi verbi che esprimono atteggiamenti nonviolenti, equi e solidali, come: accettare, accogliere, accompagnare, adottare, affidare, aiutare, appoggiare, apprezzare, comprendere, comunicare, consentire, consigliare, convincere, dedicare, distribuire, fidarsi, garantire, informare, inserire, intendere, interessare, manifestare, migliorare, offrire, ospitare, partecipare, perdonare, permettere, prestare, proporre, realizzare, riconoscere, ringraziare, rispettare, salvare, scegliere, soddisfare, sperare, sviluppare, trasmettere, utilizzare, valutare, visitare etc.

Una lingua di pace, come ho cercato di argomentare nel mio manuale ecopacifista [x], dovrebbe trasmettere concetti ispirati alla nonviolenza ed alla riconciliazione, alla valorizzazione delle diversità ed alla sostenibilità ambientale ed anche alla giustizia sociale ed alla solidarietà. Un lessico ecopacifista, infatti, è quello che sappia comunicare – ed aiutare ad instaurare – una positiva relazione tra gli uomini e tra questi ed il contesto naturale di cui fanno parte. Uno sguardo al settore del vocabolario di base dell’italiano che va in questa direzione ci mostra però un repertorio lessicale ancora troppo limitato, se è vero che soltanto una parola su quattordici comunica interesse per i valori ecologici.

Si tratta prevalentemente di sostantivi che si limitano a cogliere elementi geo-biologici dell’ambiente naturale e antropizzato, ad es.: acqua, albero, animale, atmosfera, bosco, campo, canale, cielo, costa, fiume, fonte, freddo, frutto, giardino, isola, lago, lupo, mare, montagna, natura, neve, paese, parco, pesce, pietra, pioggia, punta, radice, rosa, sera, sereno, sole, spazio, stagione, stella, terra, uccello, uomo, uovo, vento etc.

Si sono individuati anche altri vocaboli con una maggiore pregnanza dal punto di vista ecologico, in quanto lasciano trasparire un atteggiamento positivo verso il ciclo vitale e la ricerca di un’integrazione delle persone col proprio contesto ambientale. Si tratta però solo di pochi verbi (crescere, generare, produrre, raccogliere, rispettare, trasformare, vivere) e di alcuni nomi e aggettivi riferibilipiù esplicitamente a temi ecologici (ambientale, catena, fenomeno, materia, naturale, organismo, pianeta, riproduzione, salute, temperatura, territorio, universo, verde, vita). 

Qualche conclusione da trarre…

Sempre più – e da più parti – comincia a manifestarsi l’esigenza di ripristinare ed accrescere un patrimonio lessicale che nel tempo è andato invece ad impoverirsi, riducendo la capacità delle persone di ‘leggere il mondo’, di comprenderlo e di agire in modo positivo e attivo per salvare ciò che possiede un autentico valore e per cambiare ciò che viceversa è frutto d’ingiustizia e di violenza. Un luninoso esponente di questa visione pragmatica del processo comunicativo e del ruolo dell’educazione in tal senso è stato don Milani, che ai suoi ragazzi della scuola di Barbiana aveva fatto capire che “la parola è la chiave fatata che apre ogni porta” perché “ci fa uguali”.

Ma se è vero che possedere solo 200 parole – come affermava il Priore – significa essere dominati da chi ne conosce 2.000, occorre forse ampliare la riflessione milaniana, andando oltre l’aspetto quantitativo (senza dubbio determinante) per affrontare anche quello qualitativo. Nel caso in esame, le 2.000 parole che il NVdB dell’Italiano ha riconosciuto come ‘fondamentali’ all’interno di quelle più frequentemente utilizzate dagli italiani, infatti, non soltanto costituiscono in ogni caso un misero patrimonio lessicale (anche se supportate dalle altre 3.000 parole del ‘lessico di alto uso), ma vanno analizzate più in profondità, per scoprire quale modello sociale e culturale rispecchiano e, inevitabilmente, contribuiscono a diffondere e perpetuare.

Paulo Freire, nel suo libro “L’educazione come pratica della libertà[xi] proponeva a chi perseguiva l’educazione delle masse popolari un approccio molto particolare incentrato sulla lingua, non solo come indispensabile alfabetizzazione e prima tappa nella liberazione degli ‘oppressi’, ma soprattutto come formazione umana delle persone e veicolo di coscientizzazione sociale. La prima delle cinque fasi del processo di educazione linguistica proposto da Freire era, non a caso, l’individuazione delle parole più usate nel linguaggio comune dei gruppi con cui si voleva operare. La seconda era caratterizzata dall’individuazione delle ‘parole generatrici’ più adeguate a sviluppare in quelle comunità un’autentica consapevolezza di sé, dei propri limiti e dei propri bisogni.

«Le parole generative, le parole fondamentali, di cui Freire va alla ricerca, lette nella mia chiave, altro non sono che il sistema simbolico che organizza i discorsi di quella cultura Quando Freire si propone di alfabetizzare gli abitanti delle favelas […] egli vuole ricostruire il vocabolario di quelle persone, il loro sistema culturale, per costruire un percorso di alfabetizzazione alla loro cultura, […] È necessario avere la coscienza della propria cultura di riferimento per poter pienamente autoprogettarsi, scegliere, decidere, per poter pienamente servirsi della propria cultura, rifletterla, criticarla, modificarla, farla evolvere e con essa far evolvere se stessi…»[xii].

Dall’indagine di cui ho dato conto emerge piuttosto un allarmante livellamento socioculturale verso il basso, che però non sembra affatto casuale né poco significativo. Dalla base lessicale comune e più condivisa dagli italiani, in effetti, sembra emergere un universo di riferimento in cui le parole generatrici di una visione militarista e violenta sono il doppio di quelle che invece ci descrivono nella nostra relazione con l’ambiente. Si tratta di un dato significativo da non sottovalutare ma anzi da tener ben presente quando ci si propone di educare alla pace in senso lato, soprattutto se si persegue un progetto ecopacifista che dia spazio alla coscientizzazione ed alla formazione e non solo all’azione [xiii].


Note

[i] Tullio de Mauro, Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, 2016. (Cfr. anche il Dizionario Online di Internazionale, https://dizionario.internazionale.it/

[ii]  Licia, “Le 7500 parole del lessico di base dell’italiano” (29.12.2016), Terminologia etc., https://www.terminologiaetc.it/2016/12/29/vocabolario-base-italiano-demauro/

[iii] Tullio De Mauro, “Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana” (23.12.2016), Internazionale, https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/12/23/il-nuovo-vocabolario-di-base-della-lingua-italiana

[iv] «Il NVdB si fonda sullo spoglio elettronico (controllato manualmente) di testi lunghi complessivamente 18.843.459 occorrenze raggruppati in sei categorie di estensione approssimativamente equivalente: stampa (quotidiani e settimanali), saggistica (saggi divulgativi, testi e manuali scolastici e universitari), testi letterari (narrativa, poesia), spettacolo (copioni cinematografici, teatro), comunicazione mediata dal computer (chat eccetera), registrazioni di parlato» (T. De Mauro, https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/12/23/il-nuovo-vocabolario-di-base-della-lingua-italiana )

[v]  Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace (Quad. Satyagraha n. 42), Pisa, Centro Gandhi Edizioni

[vi]  “Corpus-assisted discourse studies”, Wikipedia, https://en.wikipedia.org/wiki/Corpus-assisted_discourse_studies (trad. mia)

[vii]  Arran Stibbe (2014), “An Ecolinguistic Approach to Critical Discourse Studies”, in Critical Discourse Studies, 11.1, London, Routledge https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17405904.2013.845789

[viii]  Cfr. Marie Cardinal (2001), Le parole per dirlo, Milano. Bompiani

[ix]  Oltre al libro già citato (in particolare la IV parte, su “riferimenti e indicazioni per una grammatica ecopacifista”), cfr. anche alcuni miei articoli: Disarmiamo la nostra scuola (2019); Fenomenologia dello strumento militare (2020); Il militarismo eterno (2020); Una lapide al ‘militarismo noto’ (2021) e A rotta di…protocollo (2022), tutti pubblicati sul mio blog ( https://ermetespeacebook.blog/)

[x]  Cfr. Ferraro 2022, in particolare alle pp. 112-118

[xi] Il testo originale “Paulo Freire (1967), Educaçao como pratica da liberdade, Paz e Terra, Rio de Janeiro, è stato così tradotto in italiano nelle edizioni Mondadori (Milano, 1977)

[xii] Ada Manfreda (2017), La parola che emancipa, l’apprendimento che trasforma. Le parole generative di Paulo Freire,  http://siba ese.unisalento.it/index.php/sppe/article/download/18429/15729 , p. 54

[xiii]  Cfr. anche: M.I.R. Italia (a cura del) 2021, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele.


© 2023 Ermete Ferraro

“Born to Kill”: NATO per uccidere

Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra.  Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano.  Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.

E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.

Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.

Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda…  Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.

Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.

È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.

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(*) Ermete Ferraro, vicepresidente del M.I.R. e membro dell’Esecutivo di V.A.S., è un ecopacifista nonviolento. L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano online “CONTROPIANO” (https://contropiano.org/news/politica-news/2022/02/18/born-to-kill-n-a-t-o-per-uccidere-0146710 )

A rotta di…protocollo

Intendere l’Intesa, analizzandone il linguaggio

Fonte: Weekly Magazine

Non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti. Ho finalmente davanti agli occhi il testo del protocollo d’intesa Comune-Esercito approvato dalla Giunta Comunale di Giugliano in Campania -NA (D.G. n. 183 dell’8/11/2021), sottoscritto in pompa magna, pochi giorni dopo, dal Sindaco dott. Pirozzi e dal gen. Tota, Comandante delle Forze Operative Sud dell’Esercito Italiano. Di questa curiosa intesa tra un’amministrazione comunale e un’istituzione militare per fare educazione ambientale nelle scuole mi ero già occupato in un precedente articolo[i], sottolineando l‘assurdità (e pretestuosità) dell’iniziativa, attivata in una Città già ampiamente militarizzata, in quanto ‘ospita’ da un decennio il Comando NATO di Lago Patria per Sud Europa e Africa.  I media locali avevano riportato ampiamente quella notizia, riferendo inoltre che in un Circolo didattico giuglianese già il 3 dicembre l’Esercito aveva già ‘incontrato’ trionfalmente i bambini nel corso d’un evento ispirato al suddetto protocollo[ii].

Restava però la curiosità di leggere che cosa fosse effettivamente scritto in quel documento, che stranamente non risultava allegato alla delibera che lo approvava. Consultare un documento ufficiale, si sa, non è come leggere un testo narrativo o descrittivo. Nel caso specifico, inoltre, era prevedibile che il burocratese della pubblica amministrazione, unito alla ridondanza retorica dei militari, rendesse quel testo poco scorrevole e non del tutto chiaro. In effetti, sia la delibera di giunta sia il testo del protocollo partivano da premesse generali e difficilmente contestabili (ad esempio, la volontà di “contrastare l’abbandono dei rifiuti  e favorire una corretta e consapevole gestione dei rifiuti” oppure di attivare il “piano d’azione per il contrasto  dei roghi dei rifiuti”), ma per motivare un’anomala intesa tra un’istituzione civica ed una militare su un terreno diverso: “un rapporto di collaborazione per la…formazione sul problema della gestione dei rifiuti”.

In un saggio precedente[iii] ho spiegato perché l’analisi critica del discorso e l’indagine sulle ‘storie’ che linguisticamente modellano la nostra realtà in senso anti-ecologico rendono l’ecolinguistica uno strumento utile per approfondire l’aspetto comunicativo del progetto ecopacifista di cui il Movimento Internazionale della Riconciliazione si è fatto promotore col suo recente libro La colomba e il ramoscello [iv].

Uno dei principali teorici dell’approccio ecolinguistico spiega che le narrazioni della realtà sono spesso viziate da elementi deformanti, come ideologie, inquadramenti, metafore, valutazioni implicite, identità, convinzioni, cancellazioni ed evidenziazioni[v]. Si tratta di espedienti comunicativi che l’analisi critica dei discorsi ci aiuta a demistificare.

Anche in questo caso mi sembra che si tratti di una ‘storia’ che merita un’analisi ecolinguistica, poiché il degrado ambientale di un territorio come la c.d. ‘Terra dei fuochi’ e lo smaltimento errato e/o abusivo dei rifiuti sono diventati il pretesto per un’operazione piuttosto ambigua, che finisce col confermare il ruolo ‘civile’ delle forze armate e la loro funzione di ‘presidio’ a tutela dell’ambiente.

È probabile che i cittadini/ed i dirigenti e docenti degli istituti scolastici di quel territorio (avvelenato per decenni dagli sversamenti illegali delle ecomafie e dalla micidiale pratica dei roghi tossici) non abbiano letto il testo integrale del protocollo. D’altra parte, anche gli articoli prodotti nel merito si saranno attenuti al comunicato che è stato diramato dal COMFOPSUD dell’Esercito[vi], sorvolando disinvoltamente su alcuni aspetti sui quali penso invece che sarebbe stato interessante soffermarsi.

È esattamente ciò che provo a fare con questo mio contributo

Incongruenze e contraddizioni comunicative

Inizio appunto analizzando un brano centrale di quel comunicato stampa.

«Lo scopo del Protocollo è educare i ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti negli Istituti scolastici, sul tema della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta e al loro conferimento. Tale progetto si inserisce nelle attività collaterali svolte dall’Esercito nell’ambito dell’Operazione “Terra dei Fuochi”, con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni alla prevenzione dei reati ambientali. La testimonianza diretta del personale dell’Esercito, impegnato quotidianamente nella “Terra dei Fuochi” per garantire un ambiente più sicuro e salubre per la popolazione, fornirà un importante contributo educativo per arginare il fenomeno». 

Salta agli occhi la contraddizione tra il ruolo inizialmente indiretto dei militari nell’educazione degli alunni (attraverso la formazione degli insegnanti) e la successiva previsione di un loro intervento attivo nelle scuole (che affiora dall’uso del verbo “sensibilizzare” e dall’espressione “testimonianza diretta”).

La seconda incongruenza nasce dall’intenzionale sovrapposizione di finalità diverse, in quanto la formazione alla corretta raccolta differenziata ed il conferimento ordinario dei rifiuti non c’entra con la sensibilizzazione dei minori alla prevenzione di veri e propri reati ambientali (sversamenti abusivi e pericolosi, roghi tossici…).  Dal comunicato del COMFOPSUD, quindi, emerge una immagine piuttosto opaca delle finalità di questa insolita ‘intesa’.

Più avanti il gen. Tota dichiarava: «…è fondamentale sviluppare la consapevolezza sulla gestione dei rifiuti nei giovani, del rispetto dell’ambiente in cui vivono, perché […] attraverso corretti comportamenti, potranno contribuire a ridurre e risolvere il problema”». Ma il progetto nato da questa inedita ‘collaborazione’ ha la pretesa di coinvolgere le scuole su un terreno che non dipende solo da “corretti comportamenti”, in quanto accrescere nei giovani la “consapevolezza sulla gestione dei rifiuti” non basta a “ridurre e risolvere il problema”, che ha tutt’altre cause e responsabilità.

Ma veniamo alle affermazioni della controparte ‘civile’ dell’istituzione militare, a partire dalla delibera della Giunta Comunale di Giugliano. Anche in questo caso appare evidente il tentativo di razionalizzare a posteriori una decisione assunta altrove. Nell’atto amministrativo, ad esempio, tre pagine di sovrabbondanti “premesse” e “considerazioni” servono a giustificare poco più di tre righe della parte deliberativa. Nella relazione istruttoria, ricordando che si tratta della famigerata ‘Terra dei fuochi’, si afferma l’intento dell’A.C. di «fronteggiare e contrastare l’abbandono dei rifiuti e favorire una corretta e consapevole gestione dei rifiuti», ma anche quello di svolgere «attività d’informazione e formazione…mirate sia all’educazione ambientale degli allievi, sia alla formazione degli insegnanti».  Citando la fonte militare, si ribadisce che:

«l’Esercito Italiano…concorre al presidio del territorio del Comune di Giugliano in Campania, per prevenire e contrastare i reati ambientali, al fine di garantire un ambiente più sicuro e salubre per la popolazione».  Si dichiara poi che Comune ed Esercito hanno manifestato la «volontà di avviare un rapporto di collaborazione tramite l’attivazione di un tavolo tecnico, finalizzato a promuovere un progetto condiviso di educazione ambientale».

Ma cosa c’entra il ruolo di monitoraggio e repressione dei reati ambientali con l’educazione ambientale dei bambini delle scuole elementari? Se quella formativa è una ‘attività collaterale’ dell’Esercito, perché in questo protocollo diventa così centrale

Sicurezza e salute: un binomio sospetto…

Fonte: Anteprima 24

Le forze armate ci tengono ad accreditarsi come istituzione democratica, ‘civile’ ed attenta alle esigenze del territorio e dei suoi abitanti. Tale narrazione fa parte dell’operazione di trasformismo mimetico dei militari [vii]e cerca di renderne l’immagine più accettabile e rassicurante, dando una spennellata di ‘verde’ alla mission del sistema militare, che viceversa ha una pesante impronta ecologica sull’ambiente.

 La comunicazione che sostituisce la retorica bellicista con quella ambientalista tende ad accostare sicurezza e salute, come se la seconda dipendesse dalla prima e se la ‘sicurezza’ fosse quella che si garantisce con un controllo poliziesco e/o militare del territorio e delle comunità che vi abitano. Il fatto è che in questa parola si sovrappongono due concetti ben distinti nella lingua inglese: security e safety.

«La ‘security’ si riferisce alla protezione di individui, organizzazioni e proprietà contro le minacce esterne che possono causare danni […] generalmente focalizzata sull’assicurare che fattori esterni non causino problemi o situazioni sgradite all’organizzazione, agli individui e alle proprietà […] D’altra parte, la ‘safety’ è la sensazione di essere protetti dai fattori che causano danni» [viii].

Nelle ‘politiche securitarie’ ci si riferisce al primo dei due vocaboli inglesi, che sottolinea l’aspetto del controllo e della repressione anziché quello della prevenzione dei danni alla salute o all’ambiente. Ma nella delibera citata i due piani si confondono, mescolando aspetti preventivi (sensibilizzazione degli adulti e educazione ambientale dei minori) con quelli repressivi (‘presidio’ del territorio e ‘contrasto’ degli ecoreati).  Un terzo aspetto – la ‘gestione’ in sé della raccolta e smaltimento dei RSU – ricade nelle specifiche responsabilità dell’amministrazione comunale e non ha niente a che fare con l’esercito.

Ma anche nel testo dello stesso Protocollo d’intesa [ix] si ha l’impressione che ci si arrampichi sugli specchi per legittimare una collaborazione abbastanza opinabile. Nelle due pagine e mezza di premesse si citano normative europee, nazionali e regionali e perfino il Codice Militare e le relative disposizioni regolamentari. Si afferma di voler «favorire l’assunzione di un ruolo attivo per la salvaguardia del territorio da parte dei cittadini» e di considerare gli insegnanti «canale preferenziale per trasferire la sensibilità ambientale ai ragazzi sul tema dell’educazione alla gestione dei rifiuti». Non manca naturalmente anche l’elogio dell’Esercito «che quotidianamente è alle prese con le problematiche connesse all’abbandono incontrollato dei rifiuti».

Questa pletorica e retorica premessa dovrebbe introdurre all’esplicitazione delle finalità del protocollo e delle azioni concrete che con esso si intende avviare, che viceversa restano assai vaghe (“problema della gestione dei rifiuti”, “necessità sempre più impellenti d’impegnarsi a fondo nelle operazioni di conferimento e nella raccolta differenziata”). Tant’è che all’art. 2 del documento hanno sentito il bisogno di aggiungere questa frase: «L’idea generale è quella di porre l’attenzione su alcuni punti del territorio con rifiuti abbandonati e quindi richiamare l’attenzione su comportamenti dei singoli che troppo spesso vengono fatti ricadere sulla P.A. che non gestisce il territorio».

Dal brusco cambio di registro espressivo – che da burocratico diventa quasi discorsivo – sembra trasparire una excusatio non petita più che un’effettiva precisazione su ambiti e limiti dell’intesa del Comune con l’Esercito. Non prendetevela con l’Amministrazione – si lascia intendere – poiché non si tratta di carenze istituzionali ma di comportamenti incivili ed irresponsabilità di singoli soggetti…

Narrazioni pseudo-ecologiche e ‘greening’ delle forze armate

Fonte: Scisciano Notizie

La frase appena evidenziata esemplifica una narrazione sulla ‘Terra dei Fuochi’ che rischia di cancellare tante inchieste ed analisi sulle responsabilità delle ‘ecomafie’ che pur si afferma di voler combattere. Soprattutto, si finisce col minimizzare l’impatto di un modello di produzione e distribuzione di per sé antiecologico, in quanto energivoro, fondato su un consumismo sfrenato e produttore di un’ingestibile mole di rifiuti, spesso tossici per l’ambiente.  Comportamenti poco responsabili o addirittura illeciti dei singoli hanno sicuramente un peso sulla tragica vicenda dell’inquinamento di quel territorio. Sarebbe però una pericolosa banalizzazione della realtà se si alimentasse solo quella ‘storia’, sorvolando sulle enormi responsabilità di chi, da decenni smaltisce illegalmente rifiuti tossici e di chi non ha saputo rispondere adeguatamente ad un’emergenza ambientale e sanitaria che si è di fatto trasformata in un ‘biocidio’.

«Ne è nata una mappa di rischio nei 38 Comuni di quel circondario dove più alta è stata l’incidenza degli sversamenti illeciti. Nei centri interessati dall’indagine, che insistono su 426 chilometri quadrati e su cui è competente la Procura di Napoli Nord, sono stati individuati 2.767 siti di smaltimento illegale. Più di un cittadino su tre – nel dettaglio il 37% dei 354mila residenti nei 38 Comuni – vive ad almeno 100 metri di distanza da uno di questi siti, esponendosi a una “elevatissima densità di sorgenti di emissioni e rilasci di composti chimici pericolosi per la salute umana”.»[x]

Per quanto riguarda l’impegno delle Parti (art. 3 del Protocollo cit.), i cinque punti a carico del COMFOPSUD sono:

«a)organizzare, presso le istituzioni scolastiche che saranno indicate dal Comune di Giugliano, attività d’informazione attraverso la testimonianza diretta di personale militare impegnato nell’Operazione ‘Terra dei Fuochi’ per sensibilizzare gli studenti sul tema delle buone pratiche ambientali […]illustrare l’azione svolta dall’Esercito per il contrasto e il contenimento del fenomeno dei roghi e dello sversamento illecito dei rifiuti […] b)concorrere, mediante seminari di approfondimento, a formare gli insegnanti sulle attività educative relative alla gestione dei rifiuti…».

I tre punti successivi (c – d – e) si riferiscono ad attività collaterali dell’Esercito (compresa la ‘promozione’ del progetto attraverso i propri canali di comunicazione istituzionale).

Ebbene, leggendo il brano citato emerge ancora una volta l’ambigua sovrapposizione di due ruoli formativi ben diversi – uno diretto e l’altro indiretto – che sarebbero dovuti rimanere distinti. Da un lato, infatti, si prevede un discutibile intervento dei militari dentro le scuole, qualificato come ‘testimonianza’ ma sostanzialmente un’auto-promozione. Dall’altro si parla di ruolo nella formazione degli insegnanti, ma attraverso un soggetto terzo: tre docenti dell’Università di…Padova.

In questa Intesa il ruolo del Comune di Giugliano appare piuttosto scialbo e meramente burocratico. Si tratta d’individuare i plessi scolastici dove svolgere le attività progettuali; di promuovere la partecipazione del personale scolastico coinvolto; di diffondere tali “opportunità educative e didattiche” e le finalità del Protocollo a livello locale e, ovviamente, di partecipare al Tavolo inter-istituzionale. Compiti prevalentemente amministrativi, dai quali traspare che il progetto per il quale si è sottoscritta un’intesa con l’Esercito è calato dall’alto più che rispondente alle reali esigenze manifestate dal mondo della scuola.

Considerazioni e valutazioni ecopacifiste

Fonte: Report Difesa

Come si vede, l’analisi critica di un testo – pur poco appassionante come un protocollo d’intesa… – può comunque servire a chiarire il ‘discorso’ cui tale iniziativa sembrerebbe funzionale. Mentre l’amministrazione comunale prova ad arroccarsi in una posizione difensiva di ‘autotutela’ (come se il suo compito istituzionale fosse il semplice coordinamento dell’intervento altrui), dal documento emerge per contro il ruolo proattivo dell’Esercito, che propone una narrazione accattivante di sé, come soggetto imprescindibile nella tutela della sicurezza ambientale, in entrambi le accezioni del termine.  

L’analisi critica del discorso, finalizzata ad una lettura in chiave ecolinguistica di questo specifico caso in esame, ne mette in evidenza alcuni aspetti che rischiano di essere trascurati se ci si ferma al fatto in sé. Provo quindi a sintetizzare – utilizzando le categorie tipiche dell’analisi ecolinguistica – quanto è emerso finora dall’analisi dei documenti relativi ad un’intesa apparentemente banale tra il Comune di Giugliano ed il Comando Sud dell’Esercito Italiano.

  • IDEOLOGIA: credo che questa operazione faccia parte d’una complessiva strategia (espressione non casuale…) che afferma la centralità dell’intervento degli organi preposti al compito di ristabilire l’ordine di far rispettare le leggi. Ma poiché in una società democratica la prevenzione e l’educazione dovrebbero prevalere sulle azioni di natura repressiva, ecco che ad occuparsi dell’aspetto formativo si propongono quegli stessi organi – giudiziari e militari – votati al presidio in armi e al law enforcement. L’idea di fondo cui s’ispirano è che l’autorevolezza dell’intervento – anche quello preventivo – sarebbe garantita solo da un soggetto in divisa, con una veste ‘ufficiale’, abilitato a passare se necessario anche alla fase due, quella repressiva.
  • INQUADRAMENTI: Stibbe chiama framings le narrazioni che utilizzano un ‘pacchetto di conoscenze’ relative ad un certo ambito della nostra vita per strutturare ed ‘inquadrarne’ un altro. Nel caso in esame, al tradizionale framing delle forze armate come istituzione garante della sicurezza (security) da nemici e pericoli esterno, viene sovrapposta strumentalmente la loro pretesa funzione ‘civile’ di garanti anche della sicurezza (safety) dei cittadini, nonché della salubrità del loro ambiente di vita.
  • METAFORE: nel comunicato stampa, nella delibera e nel protocollo d’intesa non compaiono vere e proprie metafore, trattandosi di documenti scritti con un codice politico-amministrativo e non certo narrativo. Ciò nonostante, si coglie la ricorrente immagine retorica dei militari come ‘testimoni’ diretti, impegnati quotidianamente nell’azione, e perciò stesso considerati formatori credibili e affidabili.
  • VALUTAZIONI: sono quasi sempre presentate in forma implicita, ma pesano molto sul discorso. Nel nostro caso, dai testi affiorano inespressi elementi valutativi riferibili sia alla popolazione locale, sia agli operatori della scuola. I cittadini, infatti, andrebbero ‘sensibilizzati’ alla corretta raccolta e smaltimento dei rifiuti, lasciando intendere che la loro sensibilità in materia sia piuttosto limitata. Nei confronti dei giovani, in particolare, si afferma che bisogna svilupparne la ‘consapevolezza’, dando quindi per scontato che essa non sarebbe ancora sufficiente. Nei riguardi degli insegnanti, infine, si sostiene la necessità della loro ‘formazione’, sottintendendo che il loro impegno nell’educazione ambientale non sarebbe abbastanza rilevante, ragion per cui necessiterebbe di ulteriori stimoli e di un ‘tutoraggio’ esterno.
  •  IDENTITÀ: dalla cooperazione tra Comune ed Esercito ipotizzata dal Protocollo d’intesa, come si è visto, emerge piuttosto sbiadita l’immagine identitaria del primo come garante istituzionale della salute e dell’igiene della comunità amministrata, laddove invece risulta sottolineata l’identità ‘civica’ everdedel secondo, cui si riconosce di fatto un ruolo centrale anche nella difesa della sanità pubblica, peraltro già ampiamente esaltata dall’emergenza pandemica.
  • CONVINZIONI: nell’analisi ecolinguistica si tratta di convincimenti radicati, che strutturano ‘storie’ secondo le quali “una particolare descrizione del mondo è vera, incerta oppure falsa”[xi]. Essi sono generalmente impliciti, come quello secondo il quale chi è impegnato in prima persona in azioni rischiose come quelle militari lo fa solo per spirito di servizio alla collettività, per cui va ascoltato e rispettato. Un secondo convincimento insidioso, ma purtroppo diffuso, è che la responsabilità dei danni ambientali vada ascritta allo scarso civismo di tante persone, in secondo luogo alle intenzioni criminali di alcuni delinquenti e, solo per ultimo, ad un modello economico dato come imprescindibile, che si basa sullo sfruttamento delle risorse ambientali ma di cui si preferisce condannare solo la negatività degli ‘eccessi’.
  • CANCELLAZIONI: le ‘storie’ che ci vengono propinate da chi detiene il potere e condiziona pesantemente la comunicazione pubblica sono viziate anche dalla tendenza ad espungere strumentalmente alcuni aspetti ‘scomodi’. Nel caso del complesso militare-industriale, ad esempio, si sottace che è uno dei maggiori inquinatori a livello globale e che la sua impronta ecologica – in guerra come in pace – è semplicemente disastrosa. Però il fatto che uno dei principali autori della devastazione ambientale si presenti come garante della salute e dell’integrità ambientale sarebbe inaccettabile, per cui si preferisce ‘cancellare’ quelle storie di distruzione ed inquinamento, per contro esaltando retoricamente l’improbabile ruolo ‘ambientalista’ dei militari.
  • EVIDENZIAZIONI: sono l’altra faccia della medaglia. L’insistenza dei documenti citati su verbi come ‘formare’, ‘prevenire’, ‘sensibilizzare’ e ‘testimoniare’ fa da ovvio contraltare al colpevole silenzio su aspetti assai meno edificanti della presenza delle forze armate, come la crescente militarizzazione del territorio, l’elusione dei controlli sul rispetto delle norme ambientali ed il pesante inquinamento dell’aria, del suolo, dei mari e perfino dell’etere. Per non parlare della sottrazione di risorse utilizzabili per finalità collettive e della pretesa di sostituirsi (o comunque sovrapporsi) ad istituzioni civili in funzioni di natura non militare.

Concludendo, va precisato che la vicenda illustrata in questo mio contributo non è certo un caso isolato né una storia più assurda e paradossale di altre, caratterizzate dalla progressiva invasione militare di terreni una volta solo ‘civili’, col risultato di una strisciante militarizzazione della società e della cultura. L’intervento sempre più frequente di esponenti delle forze armate dentro le istituzioni – come pure la tendenza di molte autorità scolastiche ad autorizzare ‘visite didattiche’ egli allievi/e a basi militari, caserme ed impianti comunque di natura bellica – è uno degli aspetti più riprovevoli di questa pesante impronta militare.

La Campagna Nazionale ‘Scuole Smilitarizzate’[xii] – rilanciata nel 2020 dal Movimento Internazionale della Riconciliazione e da Pax Christi Italia – si propone appunto di denunciare e contrastare l’invadenza delle realtà militari. Ma senza la collaborazione attiva del mondo della scuola ciò sarà molto difficile. Ecco perché partire dall’analisi linguistica e dalla comunicazione può essere un importante stimolo in tal senso.

Ecco perché partire dall’analisi linguistica e dalla comunicazione può essere un importante stimolo in tal senso, contrapponendo al suo interno programmi di educazione alla pace e veri percorsi di educazione ecologica.


NOTE

[i] E. Ferraro, “Giugliano, provincia di NATOLI”, Contropiano, 31.12.2021. https://contropiano.org/news/politica-news/2021/12/31/giugliano-provincia-di-natoli-0145316

[ii] “L’Esercito incontra i bambini a scuola nel napoletano”, Anteprima24.it, s.d. https://www.anteprima24.it/napoli/esercito-scuola-napoletano/?fbclid=IwAR2eWWAxKxKxuzC3C_YxNym8uRdCGwUaMPPxd8V9KQt0twm9pBIY68k-TUc

[iii] E. Ferraro, Ecolinguistica. Un campo inesplorato da coltivare, Academia.edu, 2020. https://www.academia.edu/44801861/Ermete_Ferraro_Ecolinguistica_un_campo_inesplorato_da_coltivare_

[iv] Cfr. Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello, Torino, Ediz. Gruppo Abele, 2021

[v] Cfr. A. Stibbe, The Stories We Live By – a free online course in ecolinguistics. https://www.storiesweliveby.org.uk/TheCourse

[vi] COMFOPSUD, Esercito e Comune di Giugliano per un ambiente più sano e sicuro, 11.11.2021. https://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/esercito-e-comune-di-giugliano_211112.aspx

[vii] Cfr. E. Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, Ermetespeacebook, 18.11.2018. https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[viii] “Difference Between Safety and Security”, differencebetween.net. http://www.differencebetween.net/language/words-language/difference-between-safety-and-security/

[ix] Il testo del Protocollo d’Intesa sottoscritto dal Sindaco di Giugliano e dal Comandante COMFOPSUD può essere scaricato online dall’indirizzo seguente: https://servizi.comune.giugliano.na.it/openweb/pratiche/dett_registri.php?id=14084&codEstr=P_OP&fbclid=IwAR0DjvMJ-GMt1VTNAw5w4JZo41ji2xyNH2nWufMxNm74MGJLs7PfkwigtMw

[x]  A. Averaimo, “Terra dei fuochi. Di rifiuti si muore. Ecco i dati e la mappa di rischio che lo provano“, Avvenire, 11.02.2021. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/numeri-e-tumori-della-terra-dei-fuochi

[xi] Cfr. Stibbe, op. cit.

[xii] Per maggiori informazioni nel merito, cfr. la pagina https://www.facebook.com/scuole.smilitarizzate

© 2022, Ermete Ferraro

Giugliano, provincia di NATOLI…

Giugliano in Campania – dopo Napoli il comune più popoloso dell’omonima Città Metropolitana – è l’erede dell’osca e poi romana Liternum, che abbracciava un vasto territorio dell’allora fertile Campania Felix, affacciato sul litorale domizio e caratterizzato dallo storico Lago Patria. Ma già dal tempo della occupazione di quel territorio da parte dei veterani della II guerra punica e del loro stratega, Publio Cornelio Scipione detto l’Africano, quella località sembra essere stata condannata ad essere una colonia militare. Infatti, quando nel 2012 il Comando per il Sud Europa e l’Africa della NATO (JFC – Joint Forces Command) si è trasferito “armi e bagagli” da Bagnoli sulle sponde dello scipionico Lago Patria, la città di Giugliano in Campania sembra essere definitivamente diventata ciò che gli americani definiscono come una military town [i]. Con tutte le conseguenze sociosanitarie e socio-ambientali del caso, che vanno dall’inquinamento elettromagnetico all’incremento della circolazione veicolare, dalla iperproduzione di rifiuti da smaltire all’impossibilità di monitorare i parametri ambientali in una cittadella extraterritoriale e per di più coperta dal segreto militare.

È NATO nu criaturo ô Laco Patria” – ironizzavo allora in un articolo [ii] – sottolineando come quel mega-comando ‘alleato’ invadesse 330.000 m2 di terreno giuglianese già infiltrato dalla camorra, cementificandoli con 282.000 m3 di edifici su 6 piani, di cui 2 prudenzialmente interrati. Insomma, una sede ‘strategica’ in ogni senso, popolata da circa 3.000 addetti militari e civili, corredata da un minaccioso complesso di radar e protetta da bunker ed avveniristici sistemi di cyber-sicurezza. Il costo dell’occupazione militare da parte di quel “fastidioso NeoNato[iii] si aggirò allora sui 200 milioni di euro, integrati da 14 milioni di stanziamenti statali e regionali, destinati al Comune ospitante per finanziarvi opere infrastrutturali. Evidentemente grata per tali sostanziose ‘compensazioni’ economiche – ma purtroppo molto meno preoccupata dell’impatto della maxi-base sul suo già complicato equilibrio ambientale – Giugliano ha ribadito la sua natura di military town con ripetute dimostrazioni di servilismo verso i nuovi e potenti padroni. In questo decennio, infatti, si sono moltiplicate ‘spontanee’ visite d’intere scolaresche giuglianesi e qualianesi al quartiergenerale di Lago Patria [iv], come pure gli incontri nelle classi con generali ed ammiragli ed altre visite di “buon viciNATO” da parte di ufficiali del JFC al Municipio ed alla locale struttura ospedaliera [v].

Inoltre, le amministrazioni comunali da allora succedutesi ‘patriotticamente’ si sono date da fare a ribadire la loro devozione anche alle nostre forze armate, stipulando specifici accordi e favorendo apertamente l’infiltrazione dei militari negli istituti scolastici giuglianesi. L’ultimo esempio, in data11.11.2021, si è avuto quando Pirozzi, l’attuale Sindaco, ha sottoscritto col generale Tota, numero 1 del Comando Forze Operative Sud, un protocollo d’intesa con lo scopo di: «…educare i ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti negli Istituti scolastici, sul tema della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta e al loro conferimento […] con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni alla prevenzione dei reati ambientali» [vi].

Ebbene, che i militari – da sempre responsabili della pesante impronta ecologica su territori sottratti ai controlli ambientali e, anche in tempo di ‘pace’, fonte d’inquinamento di aria, acqua e suolo – si presentino come esperti nel campo dell’educazione ambientale è di per sé grottesco e paradossale. Ma che sia stato un ente locale, a nome d’una comunità civile, ad affidare loro questo compito, autorizzandoli ad entrare nelle proprie scuole con la patente di formatori a ‘buone pratiche’ ambientali, appare ancor più grave e deplorevole. Il sindaco di Giugliano ha dichiarato che: «…la collaborazione con i militari dell’Esercito in materia di controllo e di tutela ambientale è stata finora molto proficua […] si procede in questa direzione coinvolgendo anche le famiglie attraverso i ragazzi, col sostegno importantissimo delle scuole, a sostegno anche delle tante attività che il Comune sta mettendo in campo per migliorare la qualità della vita in città» [vii]. Francamente non so quanti Giuglianesi se ne siano accorti, ma è lecito dubitarne…

Perfino Scipione l’Africano non avrebbe condiviso affermazioni così azzardate, con cui si cerca di razionalizzare un’operazione di dubbia legittimità (quali specifiche competenze didattiche ha un’amministrazione comunale, fatta salva quella istituzionale sugli immobili scolastici?) e che appare comunque molto discutibile, trattandosi d’un atto autonomo della Giunta e non del risultato di una discussione consiliare. Del resto proprio Scipione, lo stratega delle guerre puniche, secondo Tito Livio [viii] avrebbe affermato: “Nullum scelus rationem habet”, traducibile con: “nessun misfatto ha una scusante”.  Come docente ecopacifista e come responsabile nazionale e locale dell’associazione ambientalista VAS e del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ho richiesto ufficialmente al Sindaco copia del suddetto protocollo d’intesa con l’Esercito Già in un precedente comunicato stampa avevo espresso la netta contrarietà di chi si oppone alla militarizzazione della scuola, contrapponendovi progetti di educazione alla pace, alla difesa civile ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti.

Ed infatti non ci sono scusanti per un’azione d’indottrinamento militare rivolto a bambini delle elementari e ragazzini delle medie, col pretesto d’insegnargli come si fa la raccolta differenziata oppure di fargli sapere quanto sono belle e moderne le tecnologie informatiche dei registi delle guerre a distanza. Come promotori della Campagna nazionale “Scuole Smilitarizzate[ix] ci siamo adoperati già dallo scorso anno per denunciare ed arginare la pervasiva azione propagandistica delle forze armate nelle scuole italiane. Ma mentre a causa delle restrizioni sanitarie è stato quasi impossibile svolgere iniziative antimilitariste, recentemente in Campania gli artificieri dell’Esercito sono andati nelle scuole “a sensibilizzare i più piccoli all’uso sicuro dei fuochi d’artificio[x] o a “raccontare ai piccoli alunni le particolarità dell’Esercito Italiano” [xi]. In Sicilia, addirittura, la direzione scolastica regionale ha stipulato “un protocollo d’intesa di durata triennale con l’Esercito italiano per consentire lo svolgimento delle attività di alternanza scuola-lavoro in alcuni dei reparti militari presenti nell’Isola[xii]…!

Come possiamo chiudere gli occhi, poi, sulla subdola strategia dell’emergenza, grazie alla quale i militari stanno infiltrando tutti i settori della società, dalla sanità alla protezione civile, dai trasporti alla pubblica sicurezza, abituandoci ad un’assurda ‘normalità’ fatta di mimetiche, stellette e mitra spianati? Come possiamo digerire trasmissioni come “La Caserma” e altre subdole evocazioni d’una società improntata alla disciplina militare? Come giustificare che, di fronte a disservizi nei trasporti o ai cumuli di rifiuti, ci sia sempre qualcuno che giunge a invocare l’intervento dell’esercito?  Bisogna dunque resistere a queste pericolose tentazioni autoritarie e militariste, contrapponendovi la controinformazione ed opportune campagne di educazione alla pace, al disarmo ed alla smilitarizzazione del territorio. Facciamolo per noi, ma soprattutto per i nostri ragazzi/e, se non vogliamo ritrovarci ai tempi cupi del “libro e moschetto”.


N O T E

[i] https://en.wikipedia.org/wiki/Military_town

[ii] https://ermetespeacebook.blog/2012/05/26/e-nato-nu-criaturo-o-laco-e-patria/

[iii] https://contropiano.org/news/politica-news/2011/07/09/napolilago-patria-un-fastidioso-neo-nato-02369

[iv]  V. ad es.: https://www.ilcarrettinonews.it/in-gita-alla-base-nato-che-arricchi-la-camorra/ , https://www.istitutodonvitale.edu.it/pagine/scuola-civili-e-militari-alla-base-nato-di-lago-patria , https://www.ilcarrettinonews.it/in-gita-alla-base-nato-che-arricchi-la-camorra/ 

[v] https://ermetespeacebook.blog/2012/07/17/prove-tecniche-di-buon-vici-nato/

[vi] https://www.reportdifesa.it/esercito-italiano-firmato-un-protocollo-dintesa-per-sensibilizzare-i-ragazzi-sul-tema-delleducazione-e-sulla-gestione-dei-rifiuti-con-laiuto-degli-insegnanti/

[vii] Ibidem

[viii] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXVIII, 28

[ix]  https://www.facebook.com/scuole.smilitarizzate/

[x] http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/seminario-feste-sicure_211220.aspx?fbclid=IwAR0t-SrzU3P84mjRJB5VzskIqhNCOKbhjgNg_TjfJL0UJUt_hG-xIxvF9og

[xi] https://www.anteprima24.it/napoli/esercito-scuola-napoletano/?fbclid=IwAR3dm5-nZakBwRxvKJ0H5y4Ek-5NsZl_C8m4wf_WLWQWtKvnSjTMjE_O41A

[xii] https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2021/12/lalternanza-scuola-lavoro-in-sicilia-si.html?fbclid=IwAR2OoJ96dWsWiLT9MshAV91IHx6LgaVX6VCdZUJ6EWM1vldvH2rP3HNpTEc

http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/esercito-e-comune-di-giugliano_211112.aspx

Come può cambiar la vita da Trieste in giù…

“E ritornammo a riveder… lo Sole”

Apprendiamo che «nella classifica sulla Qualità della vita nelle province italiane, pubblicata oggi dal ‘Sole 24 Ore’. Roma sale dal 32esimo al 13esimo posto, Firenze dal 27esimo all’11esimo. Dopo anni di progressivo peggioramento Napoli torna a scalare posizioni (una) collocandosi 90esima. Benevento è 86esima, Salerno ottantanovesima, Avellino 93esima e Caserta al centesimo posto. Ai primi tre posti in Italia ci sono in ordine Trieste, Milano, Trento, Aosta, Bolzano, Bologna, Pordenone, Verona, Udine, Treviso. Ultimo posto per Crotone, preceduta da Foggia e Trapani». (Napoli Today13.12.2021). 

La classifica – si spiega – analizza la qualità della vita a livello generale e in tal modo ci presenta una fotografia aggiornata dell’Italia, che ancora una volta evidenzia rilevanti differenze territoriali. Si conferma il ben noto divario sociale tra Nord e Sud, ma dall’indagine statistica emerge come virtuoso e particolarmente ‘vivibile’ soprattutto il Nord-Est e specificamente il Friuli. La rilevazione svolta dal Sole si basava su dati relativi a sei indicatori: ricchezza e consumi, affari e lavoro, demografia, società e salute, ambiente e servizi, giustizia e sicurezza, cultura e tempo libero. Si precisa inoltre che i 90 indicatori statistici su base provinciale, divisi nei sei ambiti richiamati, prevedevano al loro interno «28 parametri aggiornati al 2021 e una decina di “indici sintetici” (cioè che a loro volta aggregano più parametri)…» (la Repubblica – Napoli, 13.12.2021).

I media locali rilevano che Napoli – “passo dopo passo”… – nel 2021 ha guadagnato due posizioni, piazzandosi comunque al 90° posto in classifica, numero poco felice dalle nostre parti, in quanto ci ricorda “la paura” nella Smorfia. E, oggettivamente, non può non impaurire chi vive a Napoli il fatto che il divario tra la prima classificata, Trieste, e l’ex capitale del Sud ammonta a ben 64,57 punti sul massimo di 581 attribuiti: un gap di quasi il 10%. Per non parlare di Caserta, che si classifica 100a su 107, mentre le altre tre province campane oscillano tra l’86° posto di Benevento (-7), l’89° di Salerno (+4) e il 93° di Avellino (-9).

Ed appunto a una ‘smorfia’ viene spontaneo atteggiare il viso di fronte a questa ennesima, spietata, dimostrazione della sopravvivenza di due Italie che – a distanza da 160 anni dalla cosiddetta ‘unificazione’ – continuano a fronteggiarsi arcignamente, senza una reale integrazione.

Non accomodiamoci sul divario

Commenta Michela Finizio: «La nuova geografia provinciale del benessere, che va da Trieste a Crotone […] si candida a diventare una bussola per orientare investimenti e progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Una cartina di tornasole delle disuguaglianze, accentuate dalla pandemia, da cui è necessario partire per attuare in modo efficace le tre missioni trasversali del Piano: ridurre i divari territoriali e di genere e aumentare le opportunità per i giovani […]  Su novanta indicatori le ultime posizioni sono popolate in ben 57 casi da province del Sud o delle Isole…»(Lab24 – Il Sole 24 ore ).

Già il PNRR come occasione storica per “ridurre i divari territoriali”. Obiettivo più che auspicabile ma contraddetto dalla strisciante tendenza a sancire ancor più quei divari, utilizzando quella “autonomia differenziata” che si fa strada subdolamente ed invece andrebbe denunciata in quanto oggettivamente anticostituzionale. Ecco perché c’è chi, come Massimo Villone, nutre legittimi dubbi su un PNRR ‘riequilibratore’: «La necessità di un ripensamento sull’autonomia differenziata non si manifesta solo per la sanità. Per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) le priorità variamente dichiarate – come transizione ecologica, digitalizzazione, giovani, donne, Mezzogiorno – richiedono la definizione di obiettivi strategici nazionali e la capacità di formulare e implementare politiche nazionali forti volte a realizzarli. Su questo va attentamente misurata la compatibilità delle autonomie, in specie se declinate come nel separatismo soft di Lombardia, Veneto e in buona misura anche Emilia-Romagna […] Si sente dire spesso, e autorevolmente, che dalla crisi […] deve uscire un’Italia nuova e diversa. È giusto. Ma dall’autonomia differenziata ex art. 116.3 può rivelarsi difficile, o persino impossibile, tornare indietro, per come è disegnata nella norma costituzionale. Se si attuasse in modo sbagliato nel corso dell’attuazione del PNRR, potrebbe bene essere la pietra tombale sul Piano». (il manifesto – 25.04.2021).

Dalle statistiche lo stato dell’arte

Certo, per chi vive a Napoli – come in qualsiasi città dell’Italia meridionale – leggere questi dati risulta davvero sgradevole. Il guaio è che non possiamo neppure prendercela con i criteri in esame, visto che in questo caso non si tratta di parametri esclusivamente economici (che pure ci sono, quali ricchezza e consumi, affari e lavoro), ma di una gamma abbastanza ampia di fattori, che vanno dalla sicurezza ai servizi, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero. Negli scorsi anni si è discusso a lungo dell’affidabilità di queste rivelazioni statistiche e dell’esigenza di andare ben oltre il P.I.L., prendendo in esame diversi indicatori di benessere e puntando alla “sostenibilità” dello sviluppo (v.ricerca). Ovviamente questa ricerca, come ogni altra indagine, può essere ritenuta opinabile e/o parziale. Si possono anche nutrire forti dubbi sul fatto che a chi abita a Trieste sia garantito un livello di vita dieci punti superiore a quello di chi, puta caso, risiede nella città metropolitana di Napoli. Però dobbiamo ammettere che le cifre, soprattutto se scorporate nei sotto-indicatori – restano impietosamente chiare.

Nell’ambito “ambiente e servizi” – dove Oristano Trieste e Milano sono sul podio – Napoli scende di 28 punti e si colloca al 98° posto. Per fortuna nella classifica su “cultura e tempo libero” troviamo Napoli al 23° posto, con un +47 d’incremento.  L’altalena però la riguarda in negativo quando si tratta di “giustizia e sicurezza”, laddove precipita al penultimo posto, scendendo di 29 punti.

A buon intenditor…

Che dire? Sebbene la percezione di un comune cittadino napolitano non gli restituisca una così netta ed evidente sensazione di de-grado (etimologicamente parlando), ritengo che l’ennesima rilevazione statistica non possa e non debba lasciarci indifferenti ed inerti. Solo pochi mesi fa le varie forze politiche, in occasione delle elezioni amministrative – avevano provato a darsi alcune priorità programmatiche, in modo da risultare più credibili e magari vincenti. Eppure, fatta la dovuta tara a questo genere di classifiche, non sarebbe stato male se i nostri amministratori (e aspiranti tali) avessero dato uno sguardo meno superficiale e distratto alle cifre che peraltro emergevano fin troppo chiaramente già dalle precedenti indagini del Sole-24 ore.

Se a Napoli, nella raccolta differenziata, restiamo al 36% rispetto all’88% di Ferrara ci sarà un perché. Se la provincia di Napoli si trova al penultimo posto nel parametro “energia elettrica da fonti differenziate” – sebbene tra le prime classificate ci siano anche città meridionali come Brindisi, Matera e Lecce – qualcosa si sarà pure sbagliato. Se la “spesa sociale dei comuni” a Napoli è identificata con l’indice 34,17 a fronte del 225,34 di Trieste qualcosa evidentemente non ha funzionato…

Morale della favola: non commettiamo l’errore di scambiare le rilevazioni per rivelazioni, ma non facciamo neanche finta di non averne comprese le indicazioni. Le analisi e le diagnosi, si sa, non mancano mai. Ma ora è il momento di passare finalmente alle terapie, senza dimenticare che il primo passo è la prevenzione. E non solo quella sanitaria.

La ‘felice memoria’ di Renato de Falco

È stato proprio un bell’incontro. Credo che Renato de Falco ne sarebbe stato contento, osservando dall’alto la sala della Fondazione Mezzogiorno Europa – all’interno di Palazzo Reale – affollata di persone venute a rendergli omaggio. Gli sarebbe piaciuto il tono serio, ma non serioso, con cui lo abbiamo ricordato, anzi abbiamo attualizzato il ricordo mai spento della sua inesauribile e poliedrica attività di maestro della lingua e cultura napolitana, di profeta della sua divulgazione popolare che non ha mai perso la consistenza, la ‘sostanza’ diremmo noi, della sua profondità di filologo. Ma per coltivare seriamente la filologia, ho osservato nel mio intervento, bisogna essere prima ancora ‘logofili’, cioè amanti della parola, appassionati della sua storia e capaci di ripercorrerla in modo scientifico, in modo da ricostruire etimologie altrimenti affidate a intuizioni o fantasia, come purtroppo accade.

Renato de Falco, noto avvocato napolitano, è stato definito la “Cassazione del Napolitano” e riconosciuto come il maggiore cultore e custode di una napolitanità che non è affatto ‘a rischio’ di estinzione, ma deve piuttosto essere coltivata e rivitalizzata per non ridursi a caricatura di se stessa. Nel manifesto d’una mostra commemorativa a lui dedicata, tenuta al P.A.N. nel 2017, de Falco era definito “un signore napolitano”, sottolineando giustamente una ‘signorilità’ mai contrassegnata da altezzosità, ma condita e insaporita col sale della genuinità e dell’arguzia popolare.

L’intervento di Claudio Pennino – noto poeta, scrittore, traduttore e napolitanista – ha messo in luce quanto dobbiamo tutti/e a questo Maestro, che è stato capace di trasformare le sue ricerche filologiche in gustosi interventi per la televisione, raccolti nel volume “Alfabeto napoletano” che tuttora resta la Bibbia di chi si sente scorrere nelle vene il fluido di una napolitanità al tempo stesso antichissima e moderna. Il libro – ristampato numerose volte dal 1985 al 2019 – che spiccava ovviamente sul tavolinetto davanti alla postazione dei partecipanti a questo ricordo, quasi un altare predisposto per celebrare, insieme con de Falco, la “lingua geniale” cui egli ha dedicato tutta la vita.

Anch’io ho reso doveroso omaggio a questo illustre precursore di tutti quelli che anche adesso si sforzano – con caparbietà e passione – di riportare alla gente di Napoli una cultura ed una lingua che rischiano di essere banalizzate, volgarizzate e parodiate, smarrendone la preziosa eredità, senza preoccuparsi di tramandarle alle nuove generazioni. Ho ricordato infatti che molto si sta facendo ancora per raccogliere il testimone del suo insegnamento, mai pedante ma piacevole ed accattivante, attraverso corsi tenuti presso centri culturali, associazioni ed università popolari, cercando di portare l’insegnamento del napolitano nelle scuole e di sviluppare una cultura identitaria ma non passatista. Ho anche fatto presente quanto si sta cercando di fare per far uscire lo studio e la pratica della nostra lingua dal chiuso delle aule universitarie e delle biblioteche, restituendo alla gente il diritto di parlare e scrivere come pensa, però in modo più preciso e corretto. Purtroppo l’approvazione nel 2019 della legge regionale sulla tutela e valorizzazione del nostro idioma – cui avevo dato il mio contributo – non mi sembra che si sia finora rivelata lo strumento giusto per sostenere lo sforzo chi vorrebbe liberare il napolitano dalla gabbia accademica in cui è intrappolato, non agevolando né promovendo la diffusione di esperienze capaci di agire alla base di questo processo di rivitalizzazione.

Il guaio – ha osservato Vincenzo de Falco, avvocato come il padre ma anche scrittore, regista e traduttore – è che all’eccesso di cultura cattedratica che poco comunica col quotidiano si somma oggi anche l’eccesso opposto, quello di una divulgazione mediatica che definirei ‘sciué sciué’, più populista che popolare, accattivante e divertente ma figlia della superficialità di chi si accontenta d’informazioni raffazzonate raccolte su internet. Questo accade naturalmente quando si tratta di spiegare l’etimologia delle parole napolitane – come ha ricordato citando i suoi sapidi articoli ma mostrando anche quanto, di recente, la ricerca della loro origine abbia rivelato spesso basi cognitive fragili e fallaci.   

Tornare a de Falco – che avrebbe potuto essere il titolo dell’incontro – significa quindi conservare il tono vivace ed umoristico della divulgazione, ma anche blindarne i contenuti con la serietà nella ricerca delle fonti etimologiche e letterarie. Significa sicuramente  evitare la pedanteria di alcuni studi accademici ma, seguendo il suo esempio, utilizzare l’arte della paremiologia per fare dei proverbi popolari non soltanto l’occasione per farsi una risata, ma in primo luogo per riflettere sul nostro DNA culturale e sulla stratificazione di millenni e di culture che solo un attento geologo della lingua riesce a rilevare.

Vincenzo de Falco, Ermete Ferraro, Claudio Pennino

Dobbiamo dunque augurarci che gli spunti emersi da questo incontro diano dei frutti non solo nella vendita della ristampa del libro di de Falco – che non ne ha certo bisogno – ma soprattutto nella maturazione della consapevolezza che il destino del napolitano non può restare nelle mani di alcuni ‘sacerdoti’ che ne celebrino il ricordo, se non diventa impegno diffuso e comunitario a mantenerlo vivo e vegeto.  La degustazione finale dei dolci della tradizione natalizia partenopea ha concluso gradevolmente questo evento, evocando al tempo stesso uno dei temi più trattati da Renato de Falco nelle sue raccolte di parole e locuzioni, spesso consacrate ai temi del cibo e della salute. Insomma, per mutuare le parole da lui pronunciate in un video alcuni anni prima della scomparsa, spero che siamo riusciti a rispettare il senso di quella “felice memoria” con la quale egli disse di voler essere ricordato. Perché la memoria è autentica e utile solo quando induce felicità, cioè – etimologicamente parlando – se risulta feconda, fertile, e produttiva. E qui – avrebbe detto de Falco – “è il momento di far punto”.

E C O S O C I A L I S M I

Ecosocialismo o barbarie?

Ho partecipato nei giorni scorsi ad un istruttivo incontro online così intitolato, organizzato e promosso da Sinistra Anticapitalista di Milano (https://www.facebook.com/events/290381306058188/?ref=newsfeed ).  Il tema trattato potrà forse risultare non del tutto chiaro, in quanto il termine ‘ecosocialismo’, pur intuendone il senso, resta ai più poco noto. È ciò che accade anche quando mi capita di parlare e scrivere di ‘ecopacifismo’, altra categoria politica che a non a tutti è chiara, per cui è sempre alto il rischio di fraintendimenti, equivoci e semplificazioni, che tendono a ricondurre quanto non si conosce sui rassicuranti binari del politicamente noto.

Già alcuni anni avevo scritto per il mio blog un articolo intitolato: “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, col quale provavo a chiarire i termini entro i quali è riconducibile questa categoria dal punto di vista di chi, come me, non affonda le radici nel terreno della cultura marxista, bensì in quello di un ambito nonviolento ed ecopacifista. Come scrivevo allora:

«I principi fondamentali di questo approccio sono così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica…». [i]

Ma l’alternativa ecosocialista al pensiero unico neoliberista non è proponibile senza chiarire le espressioni utilizzate e la loro evoluzione, per cui bene ha fatto Umberto Oreste, uno dei due relatori dell’incontro citato, a ripercorrere le tappe del pensiero ecosocialista a partire dal 1972, anno in cui alla critica del sistema economico capitalista cominciarono a sommarsi le denunce e gli allarmi provenienti dal mondo scientifico, ma anche le prime mobilitazioni ecologiste popolari. Il perseguimento di un’autentica armonia dell’uomo con la natura, d’altronde, già negli anni ‘70 era declinato secondo modalità abbastanza diverse. Si andava infatti dalla ‘ecosofia’ proposta dal filosofo della scienza norvegese Arne Naess [ii] alla contrapposizione tra “cultura e società” di cui si faceva portatore il sociologo gallese Raymond Williams [iii], passando per la filosofia di Herbert Marcuse e la sua critica alla repressività insita in una società fondamentalmente totalitaria [iv].

In tale disamina storica non potevano mancare naturalmente i riferimenti al fondamentale contributo ad una svolta ecologista costituito dal ‘rapporto sui limiti dello sviluppo’ prodotto nel 1972 dal Club di Roma, coi suoi ’10 scenari’ per uscire dalla crisi con una rivoluzione sostenibile [v], e  quelli alla nascita d’un soggetto politico ‘verde’, che materializzava la spinta verso una ecologia politica attiva, sia pure con tutte le contraddizioni registrate nei decenni successivi. Risale agli stessi anni ’80 lo stimolo del pensatore statunitense Murray Bookchin, uno degli autori fondamentali riconducibili al pensiero ecosociale e libertario, assai critico nei confronti di un’urbanizzazione antiecologica e promotore di una ‘ecologia della libertà’. [vi]

«Gli ideali di libertà oggi non mancano…e possono essere descritti con ragionevole chiarezza e coerenza. Abbiamo di fronte non solo l’esigenza di migliorare la società, o modificarla; abbiamo di fronte la necessità di ricostruirla. Le crisi ecologiche e i conflitti che ci hanno divisi in lotte che fanno del nostro il secolo più sanguinoso della storia, possono essere risolti soltanto se riconosciamo che ciò che qui viene messo in discussione è la civiltà dominante, non semplicemente un assetto sociale male organizzato […] Le soluzioni di tipo ‘eco-tecnocratico’, per così dire, comportano un livello tale di coordinazione sociale da far impallidire i più centralizzati dispotismi della storia […] Il messaggio ecologico è un messaggio di diversità, ma anche di unità nella diversità. La diversità ecologica, inoltre, non poggia sul conflitto, poggia sulla differenziazione, cioè su di una globalità che viene esaltata dalla varietà dei suoi componenti…» [vii]

Ecologia sociale e nonviolenza attiva

Questa lunga citazione di Bookchin fornisce una prima chiave di lettura del progetto ecosocialista, che egli centrava sulla critica della città e la proposta di un ‘municipalismo libertario’ a misura d’uomo, ma anche sul ripudio della mentalità consumistica e dell’agribusiness. Sono infatti pratiche che semplificano ecosistemi complessi, utilizzando tecnologie sempre più innaturali, mirando esclusivamente al profitto e producendo ‘degradazione ecologica’. Questa tensione verso una società alternativa, conforme ai principi dell’ecologia e promotrice d’una democrazia partecipativa e comunitaria, non era solo un’opzione politica, ma soprattutto etica. Nella sua visione, infatti:

«…ogni persona della comunità è un cittadino, non un individuo egoista e nemmeno il membro di un ‘collettivo particolare’ […] Un tale tipo di persona, scevro da interessi particolari perché vive in un ambiente dove tutti contribuiscono al bene della comunità, dando il meglio di se stessi e prendendo dal fondo comune quanto necessitano, darebbe alla condizione di cittadino una solidità materiale senza precedenti, superiore a quella ottenibile con la proprietà privata». [viii]

Da queste parole sembra trasparire la visione originaria, comunitaria, del cristianesimo, così come risuonano a echi dell’etica politica gandhiana, soprattutto laddove si esalta la dimensione collettiva dei piccoli centri, sintonizzati con gli ecosistemi nei quali si trovano ed in cui la tecnologia riacquista la sua caratteristica di supporto al lavoro umano. Mi riferisco in particolare ad alcuni concetti basilari del pensiero del Mahatma – e del ‘programma costruttivo’ nonviolento –  come quello di swaraj (autogoverno, autogestione) e di swadeshi  (localismo, attaccamento al proprio paese, autonomia, autosufficienza), come sottolinea Roberto Mancini.

«Il primo soggetto della pratica dello swadeshi è la comunità del villaggio, che deve provvedere all’organizzazione materiale della vita collettiva attraverso un’economia locale orientata alla sussistenza nell’equità che permette di non escludere nessuno. È il primo soggetto, non l’unico. Infatti Gandhi non è contrario a un’apertura dell’attività economica oltre i confini del villaggio; egli vuole solo impedire che ci siano modelli organizzativi che giungano a cancellare la rilevanza di questa unità territoriale per polverizzare il tessuto comunitario della società». [ix]

A questo punto – come affiorava anche dalla relazione di Umberto Oreste – viene alla mente il collegamento con un movimento che gran parte di questi obiettivi ha fatto propri, quello sulla c.d. ‘decrescita felice’, il cui principale esponente è Serge Latouche, fautore di un’economia frugale, rispettosa dei limiti ecologici, che coniughi il localismo con un modello anticrescista e conviviale.

«A questo punto il sistema non è più riformabile, dobbiamo uscire da questo paradigma e qual è questo paradigma? È il paradigma di una società di crescita. La nostra società è stata a poco a poco fagocitata dall’economia fondata sulla crescita, non la crescita per soddisfare i bisogni che sarebbe una cosa bella, ma la crescita per la crescita e questo naturalmente porta alla distruzione del pianeta perché una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Il nostro immaginario è stato colonizzato dall’economia, tutto è diventato economico». [x]

Le accuse più comuni rivolte ai sostenitori della ‘decrescita felice’ sono quella di anti-universalismo, di cedimento a posizioni anti-tecnologiche e perfino di romanticismo ‘primitivista’. Eppure, come confermato dallo stesso Oreste, gran parte della revisione dello stesso pensiero marxista aveva puntato a superare la sua visione ‘produttivista’ ed a contrapporre un ‘globalismo ecologico’ al tradizionale internazionalismo proletario.Come riferivo nel mio articolo precedente, inoltre, la stessa mozione sull’ecosocialismo approvata nel 2013 segnava una discontinuità con la visione tradizionale della sinistra marxista, coniugando l’anticapitalismo di fondo col pensiero ecologista e con una democrazia partecipativa.

«L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […] Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…». [xi]

Già negli anni ’40 del secolo scorso, il principale teorico del modello gandhiano, Joseph C. Kumarappa, aveva parlato di “economia della libertà” e di “economia della condivisione”, sottolineando fra l’altro il nesso fra un’economia predatoria e basata sul profitto e la conflittualità permanente, finalizzate al controllo oppressivo e violento delle risorse naturali.

«Le economie fondate sul petrolio e sul carbone portano a conflitti tra le nazioni perché questi combustibili sono limitati. […] La vera soluzione per i conflitti internazionali passa per l’autosufficienza economica, la riduzione degli standard di vita di alcune popolazioni e il riaggiustamento della vita di ogni nazione per permettere lo sviluppo delle altre…». [xii]

Ecosocialismo ed ecopacifismo per un’alternativa nonviolenta

Ovviamente l’incontro citato su “Ecosocialismo o barbarie” si è sviluppato seguendo la linea più ‘classica’ dell’ecosocialismo, e quindi in chiave prevalentemente collettivista ed internazionalista, pur aprendosi ad una globalità di stampo ecologista e ad una visione che superi il produttivismo classico. In tal senso, una recente lettura alternative è stata quella di Jason W. Moore, autore di “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per la cui prefazione all’edizione italiana egli scriveva:                                                   

«L’Antropocene pone correttamente la questione del dualismo Natura/Società senza tuttavia poterla risolvere a favore di una nuova sintesi. Quest’ultima, a mio avviso, dipende da un ripensamento del capitalismo all’interno della rete della vita. È bene che sia ormai diffusissimo lo slogan “cambiare il sistema, non il clima”, ma bisogna fare attenzione al modo in cui pensiamo il sistema. […] L’argomento-Capitalocene, quindi, segnala una prospettiva diversa da quella comunemente in uso negli studi sul cambiamento ambientale globale […] Tale approccio contesta il materialismo volgare implicito in molti studi sul cambiamento ambientale globale, per il quale le idee, le culture e anche le rivoluzioni scientifiche sarebbero fenomeni derivati, di secondaria importanza – un problema che affligge le analisi sia radicali che tradizionali…». [xiii]

Un altro recente ed importante contributo all’apertura di un confronto a più voci sull’ecosocialismo è sicuramente quello di Michael Löwy, il sociologo brasiliano operante in Francia che nel 2001 ha scritto con Joel Kovel il Manifesto Ecosocialista, proprio per invitare ad un ‘dialogo’ che conducesse ad un auspicabile ‘internazionale ecosocialista’.

«Respingiamo tutti gli eufemismi o l’ammorbidimento propagandistico della brutalità di questo regime: tutto il greenwashing dei suoi costi ecologici, ogni mistificazione dei costi umani sotto il nome di democrazia e diritti umani […] Agendo sulla natura e sul suo equilibrio ecologico, il regime, con il suo imperativo di espandere costantemente la redditività, espone gli ecosistemi a inquinanti destabilizzanti, frammenta gli habitat che si sono evoluti nel corso di eoni per consentire il fiorire di organismi, dilapida risorse e riduce la sensuale vitalità della natura a la fredda interscambiabilità richiesta per l’accumulazione del capitale […] Crediamo che l’attuale sistema capitalista non possa regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha messo in atto. Non può risolvere la crisi ecologica perché per farlo è necessario porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema basato sulla regola: cresci o muori! […] In sintesi, il sistema mondiale capitalista è storicamente in bancarotta. È diventato un impero incapace di adattarsi, il cui stesso gigantismo ne rivela la debolezza sottostante. È, nel linguaggio dell’ecologia, profondamente insostenibile e deve essere radicalmente cambiato, anzi sostituito, se deve esserci un futuro degno di essere vissuto […] Si tratta…di sviluppare la logica di una trasformazione sufficiente e necessaria dell’ordine attuale, e di iniziare a sviluppare i passi intermedi verso questo traguardo. Lo facciamo per pensare più profondamente a queste possibilità e, allo stesso tempo, iniziare il lavoro di riunire tutti coloro che la pensano allo stesso modo […] L’ecosocialismo…insiste…sulla ridefinizione sia del percorso che dell’obiettivo della produzione socialista in un quadro ecologico. Lo fa proprio nel rispetto dei “limiti alla crescita” essenziali per la sostenibilità della società. Questi sono abbracciati, tuttavia, non nel senso di imporre la scarsità, il disagio e la repressione. L’obiettivo, piuttosto, è una trasformazione dei bisogni, e un profondo spostamento verso la dimensione qualitativa e lontano da quella quantitativa». [xiv]

Esattamente venti anni dopo, egli ha confermato questa sua proposta in un articolo nel quale, nel ribadire la critica all’ossessione per la ‘crescita’ economica tipica del sistema capitalista, sottolinea anche come questo non soltanto esaspera il consumismo compulsivo e provoca inquinamento e devastazione ambientale, ma si ripercuote anche sulla corsa agli armamenti. Si tratta di una riflessione che, pur non esplicitamente, collega l’opzione ecosocialista a quella ecopacifista, dal momento che quel modello predatorio, energivoro ed iniquo di sviluppo deve necessariamente essere sostenuto e difeso dal braccio armato del complesso militare industriale. Come avevo puntualizzato alcuni anni fa:

«L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’zione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile sia alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, sia alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini, sia anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista». [xv]

Parlare di ‘ecosocialismi’, quindi, per me è un modo per ricercare – secondo l’auspicio di Löwy – l’unità di azione di coloro che ritengono indispensabile il superamento del modello capitalista e la transizione ad una società più giusta, pacifica ed ecologica. Il rifiuto del profitto ad ogni costo, del consumismo sfrenato, dello sviluppo senza limiti e dello sfruttamento dell’uomo e della natura sono, a mio avviso, fondamentali elementi etico-politici in comune su cui bisogna costruire un’alternativa ecosocialista. Prima che sia troppo tardi per invertire la rotta e riprendere in mano il nostro futuro.

L’ecosocialismo per un “futuro rosso-verde”

In tale direzione sembra andare la sollecitazione dello stesso Michael Löwy, il quale – nell’articolo del 2021 cui facevo cenno – parlava già dal titolo di questo “Red-Green Future”.

«L’ecosocialismo offre un’alternativa radicale che mette al primo posto il benessere sociale ed ecologico. Tenendo conto dei legami tra sfruttamento del lavoro e sfruttamento dell’ambiente, l’ecosocialismo si oppone sia alla ‘ecologia di mercato’ riformista sia al ‘socialismo produttivista’. Abbracciando un nuovo modello di pianificazione solidamente democratica, la società può assumere il controllo dei mezzi di produzione e del proprio destino. Orari di lavoro più brevi e un focus sui bisogni autentici rispetto al consumismo possono facilitare l’elevazione dell’ ‘essere’ rispetto all’ ‘avere’ ed il raggiungimento di un più profondo senso di libertà per tutti. Per realizzare questa visione, tuttavia, ambientalisti e socialisti dovranno riconoscere la loro lotta comune e il modo in cui si collega al più ampio “movimento di movimenti” che cercano una Grande Transizione».[xvi]

La storia del movimento internazionale dei Verdi è costellata di buoni propositi ma anche di cedimenti e compromessi, che paradossalmente lo hanno caratterizzato proprio quando il suo peso è cresciuto all’interno di alcuni stati, rendendo però il suo contributo politico sempre meno radicale ed incisivo. Sarebbe d’altra parte poco lungimirante rinchiudere il discorso ecopacifista all’interno della cerchia della new wave dei partiti comunque riconducibili alla sinistra marxista, trascurando l’apporto dei movimenti ambientalisti e dei partiti esplicitamente ecologisti proprio quando, viceversa, sarebbe necessaria una nuova sinergia di taglio ecosocialista. Come ricordavo nel mio precedente contributo, infatti, non sono state poche le organizzazioni politiche che in questi decenni si sono dichiarate esplicitamente ecosocialiste, soprattutto in Spagna (Izquierda Unida, Esquerra Unida i Alternativa), in Portogallo (Os Verdes), in Francia (Les Alternatifs), in Germania (Die Linke) ed in Grecia (Syriza). Molte di esse non sono più operative o sono confluite in organizzazioni e reti più ampie, ma è innegabile il contributo che anche il movimento dei Verdi ha dato allo sviluppo d’un pensiero ecosocialista. Basti pensare al Manifesto dei Global Greens, la rete che a livello mondiale collega oltre 100 partiti, rappresentati da più di 400 parlamentari. I sei principi fondanti (o ‘pilastri’ comuni) dei Verdi globali riguardano infatti solo per metà l’ambiente in senso stretto (Sostenibilità, Rispetto della diversità, Saggezza ecologica), mentre l’altra metà attiene finalità esplicitamente socialiste e pacifiste (Democrazia partecipativa, Giustizia Sociale e Nonviolenza). Anche nella sua ultima revisione (2017), lo Statuto dei Verdi Globali così si esprime a proposito del ‘pilastro’ della giustizia sociale:

«Affermiamo che la chiave della giustizia sociale è l’equa distribuzione del sociale e del naturale risorse, sia a livello locale che globale, per soddisfare incondizionatamente i bisogni umani fondamentali e per garantire che tutti i cittadini abbiano piene opportunità di sviluppo personale e sociale. Dichiariamo che non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale. Questo richiede: una giusta organizzazione del mondo e un’economia mondiale stabile che arresti il crescente divario tra ricchi e poveri, sia all’interno che tra i paesi; un bilanciamento del flusso di risorse da Sud a Nord; l’alleviamento dell’onere del debito sui paesi poveri che impedisce il loro sviluppo; l’eliminazione della povertà, come imperativo etico, sociale, economico ed ecologico…» [xvii]

Ovviamente è molto difficile conciliare questi ambiziosi obiettivi – come anche quello della democrazia partecipativa e della nonviolenza – con la presenza dei partiti verdi più rilevanti all’interno di coalizioni di governo che perseguono programmi ben diversi, se non opposti. D’altra parte bisogna riconoscere che quelli del tutto minoritari – come nel caso dei Verdi italiani – hanno ancor meno possibilità di affermare tali principi e, per timore di perdere i già pochi consensi, sono riluttanti ad alleanze con una sinistra alternativa che, purtroppo, risulta in molte realtà altrettanto ininfluente e, in molti casi, piuttosto autoreferenziale. Resta comunque innegabile l’osservazione di Löwy sulla inconciliabilità dell’alternativa ecosocialista con un ambientalismo annacquato, adattato al sistema capitalista.

«Una politica ecologica che funzioni all’interno delle istituzioni e delle regole prevalenti della ‘economia di mercato’ non riuscirà a far fronte alle profonde sfide ambientali che ci attendono. Gli ambientalisti che non riconoscono come il ‘produttivismo’ scaturisca dalla logica del profitto sono destinati a fallire o, peggio, ad essere assorbiti dal sistema. Gli esempi abbondano. La mancanza di un coerente atteggiamento anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei, in particolare in Francia, Germania, Italia e Belgio, a diventare semplici partner “eco-riformisti” nella gestione social-liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra». [xviii]

Che fare allora? La risposta è semplice, anche se oggettivamente difficile da mettere in pratica. C’è bisogno di un’alleanza strategica di tutti i movimenti che contrastino la logica capitalista e le sue terribili conseguenze sul piano del disastro ambientale, ma anche del crescente rischio di escalation dei conflitti armati e della sempre maggiore marginalità di enormi masse di un’umanità segnata dall’ingiustizia e dallo sfruttamento. Ciò significa un’apertura delle realtà socialiste che più hanno riflettuto su quest’alternativa al contributo di altri ‘ecosocialismi’’, da quello di matrice etico-religiosa (che soprattutto con papa Francesco sta assumendo connotazioni più esplicite sul terreno dell’impegno congiunto su giustizia, pace e salvaguardia del Creato) a quello ispirato dalla nonviolenza attiva dei movimenti pacifisti, comprendendo ovviamente quello che continua a provenire da organizzazioni ‘verdi’ che – come nel caso del Green Party degli Stati Uniti – in molti casi sono già alleate a livello locale con alcune realtà ecosocialiste [xix].

Un secondo obiettivo da perseguire ritengo che sia la saldatura tra ecosocialismo ed ecopacifismo, perché ogni ipotesi di sviluppo alternativo finalizzato a contrastare esclusivamente la crisi climatica non terrebbe in sufficiente conto il peso del complesso militare-industriale sulla devastazione ambientale e sul controllo delle risorse e del potere esercitato a livello globale. La stessa pandemia che ha afflitto l’umanità in questi anni, del resto, è un drammatico esempio di come l’attenzione generale sia stata strumentalmente spostata dal necessario e radicale cambiamento del rapporto uomo-ambiente su questioni apparentemente solo scientifiche, come quelle relative ad una medicina sempre più di emergenza e sempre meno di prevenzione sociale. Tutto ciò ha alimentato non soltanto il fideismo scientista nelle soluzioni ‘tecniche’ e nell’autorità indiscutibile di chi governa la sanità, ma ha suscitato di fatto anche un intollerabile controllo sulla popolazione di stampo autoritario e militarista.  

La via verso un’alternativa ecosocialista, insomma, è costellata di ostacoli e deviazioni, ma è l’unica da percorrere per impedire che la catastrofe ecologica – sia pure a livello globale – continui a colpire in primo luogo ed in misura maggiore proprio chi è già stato vittima dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’oppressione. È una questione etica, ma proprio per questo profondamente politica.                                    


Note:

[i] Ermete FERRARO, “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, Ermete’s Peacebook, (08.06.2014) >https://ermetespeacebook.blog/2014/06/08/ecosocialismo-si-grazie/

[ii] Vedi, ad es.: Arne NAESS, Dall’ecologia all’ecosofia, dalla scienza alla saggezza, in M. Ceruti, E. Laszlo (a cura di), Physis: abitare la terra, Feltrinelli, Milano 1988

[iii] Vedi, ad es.: Raymond WILLIAMS, Cultura e rivoluzione industriale, Torino, Einaudi, 1968

[iv] Vedi, ad es.: Herbert MARCUSE, Critica della società repressiva, Milano, Feltrinelli, 1968.  

[v] Donella H. MEADOWS, Dennis L. MEADOWS; Jørgen RANDERS; William W. BEHRENS III, The Limits to Growth, 1972. (trad. ital.: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III, Rapporto sui limiti dello sviluppo, 1972)

[vi] Vedi, ad es.: Murray BOOKCHIN (1982), L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, (trad. ital.: Milano, Elèuthera, 1986)

[vii] Murray BOOKCHIN, Per una società ecologica, Milano. Elèuthera, 1989, pp 185-187

[viii] Ibidem, p. 210

[ix]  Roberto MANCINI, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 160. Vedi anche: Mohandas K. GANDHI, Teoria e pratica della Non Violenza (a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara), Torino, Einaudi, 1975 e ss.

[x]  Cfr. Serge Latouche, cit. in https://it.wikiquote.org/wiki/Serge_Latouche#cite_note-gri-1

[xi] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[xii] Joseph C. KUMARAPPA (1947), cit. da Marinella Correggia in: J.C. Kumarappa, Economia di condivisione – Come uscire dalla crisi mondiale, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2011 – Quad. Satyagraha n. 20, p. 183

[xiii] Jason W. MOORE, Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Verona, Ombre Corte, 2017 (Prefazione all’ediz. italiana > https://www.dinamopress.it/news/lalternativa-antropocene-capitalocene-chiamare-sistema-suo-nome/

[xiv] Joel KOVEL – Michael LÖWY, An Ecosocialist Manifesto, Paris 2001 > http://environment-ecology.com/political-ecology/436-an-ecosocialist-manifesto.html  (trad. mia)

[xv] Ermete FERRARO, L’ulivo e il girasole – Manuale ecopacifista, Napoli, VAS-Verdi Ambiente Società, 2014 – citato in: Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2021, p. 81

[xvi] Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, dec. 2018 > https://greattransition.org/publication/why-ecosocialism-red-green-future#top (trad. mia)

[xvii] GLOBAL GREENS, Global Greens Charter (Liverpool 2017) > https://globalgreens.org/wp-content/uploads/2021/06/GlobalGreens_Charter_2017.pdf

[xviii]  Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, cit.

[xix]  Cfr. https://www.gp.org/ten_key_values  ed anche https://ecosocialists.dsausa.org/about-us/introduction/

© 2021  Ermete Ferraro

Ecolinguistica: un campo inesplorato da coltivare

Un ambito interdisciplinare da esplorare

In Italia la sensibilità verso gli studi di ecologia sembra meno sviluppata che in altri paesi, anche perché resta ancora non del tutto sanata la tradizionale frattura fra discipline scientifiche ed umanistiche. Questo “anacronistico equivoco intellettuale”, per citare Odifreddi, ha creato e continua a determinare un’artificiosa barriera all’interno della universitas studiorum, spezzando l’unità della cultura e finendo col contrapporre due diverse letture del mondo. Ecco perché il connubio concettuale racchiuso nell’espressione ecolinguistica appare poco significativo alla maggioranza di coloro che pur si occupano di ecologia o di linguistica. È come se lo si considerasse uno studio d’importazione, riservato a pochi eletti, un terreno di ricerca troppo specifico ed accademico e per di più con scarse ricadute pratiche. Ebbene, credo che vada sfatato anche questo più specifico ‘equivoco intellettuale’, accordando finalmente alla ecologia linguistica più attenzione e maggiori occasioni di studio e di ricerca. L’ecologia scientifica, infatti, ha sicuramente bisogno del contributo dell’analisi ecolinguistica e sociolinguistica per comprendere i meccanismi mentali e sociali che – oltre quelli strutturali – continuano a frenare il processo di cambiamento, pur nell’accresciuta consapevolezza del disastro ambientale e delle sue cause.

Troviamo una definizione di cosa s’intende col termine ecolinguistica nella pagina d’accoglienza del sito web della I.E.A (International Ecolinguistics Association), rete universitaria che collega ben 800 ricercatori a livello mondiale.

L’ecolinguistica esplora il ruolo del linguaggio nelle interazioni che sostengono la vita degli esseri umani, delle altre specie e dell’ambiente fisico. Il primo scopo è sviluppare teorie linguistiche che vedano gli esseri umani non solo come parte della società, ma come parte di ecosistemi più vasta, da cui dipende la vita. Il secondo scopo è mostrare come la linguistica possa essere usata per affrontare questioni-chiave ecologiche, dal cambiamento climatico ed alla perdita di biodiversità fino alla giustizia ambientale. (I.E.A. Home).

Nell’introduzione ad un corso promosso dalla I.E.A. – che sintetizza il contenuto dei nove capitoli del manuale di Arran Stibbe (2015)sispiega che è compito dell’analisi ecolinguistica rivelarci le ‘storie’ che viviamo, analizzandole dal punto di vista ecologico con un fine che non è puramente teorico, in quanto vuol metterci in grado di resistere alle narrazioni che danneggiano il nostro mondo e d’inventarne di nuove, alternative.  L’ecologia linguistica ci aiuta ad inquadrare tali ‘storie’ in una determinata filosofia ecologica, un insieme di valori riguardanti le relazioni tra l’uomo, le altre specie animali e l’ambiente fisico di cui fanno parte. Si tratta di analizzare in che modo una certa cultura c’induce a pensare tali relazioni e, conseguentemente, ad agire. Verbo, è bene precisarlo, che non si riferisce all’azione in senso stretto, ma anche all’interazione linguistica, secondo una visione pragmatica della lingua, che non si limita a ‘dire’ ma è anche capace di ‘fare’. Le narrazioni della nostra realtà, infatti, sono vere e proprie ‘riserve di valori’, intessute non solo di ‘fatti’ ma intimamente caratterizzate da ideologie di fondo, metafore, valutazioni e perfino da significative omissioni.

Il manuale citato, a tal proposito, fa l’esempio di alcune narrazioni del mondo che hanno segnato il nostro rapporto con l’ambiente, relative ad alcuni concetti basilari. È il caso di parole-chiave come ‘prosperità’ – che ha promosso l’arricchimento come acquisizione di bene e di denaro – ‘sicurezza’ – che ha contribuito a sviluppare relazioni di dominio e strutture violente al loro servizio, come pure altri termini che ci presentano un mondo ridotto a materia e meccanismi, caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dal suo assoluto dominio sulle altre specie, indiscutibile e senza limiti. Utilizzare l’analisi linguistica per rivelare le stratificazioni ideologiche dietro le nostre storie può aiutarci a capire come e quanto esse influenzino la nostra visione della realtà, alimentando un modello di sviluppo insostenibile ed iniquo. Comprendere quanto simili narrazioni possano rivelarsi distruttive da un punto di vista ecologico, inoltre, ci rende più consapevoli e capaci di cambiare rotta in senso costruttivo, anche attraverso l’impiego d’una ben diversa modalità linguistica.  Parafrasando uno dei primi studiosi di ecolinguistica, l’inglese M.A.K. Halliday (Halliday, 2003), c’è una ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ che contribuisce a costruire la realtà in modi che non fanno bene alla nostra salute né al nostro futuro come specie.

Nell’attuale cultura dominante, però, scarsa l’attenzione è stata riservata a questo ambito della ricerca, come se si trattasse di elucubrazioni mentaliste, mentre l’insostenibilità del nostro mondo richiederebbe interventi correttivi di stampo scientifico, tecnologico o, al massimo, economico. Il problema è che non siamo ancora del tutto consapevoli che il linguaggio non è solo rappresentazione di una realtà, ma contribuisce a costruirla e determinarne le caratteristiche.  Ecco perché studiare quella ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ sarebbe molto importante per liberarci dai meccanismi culturali inconsci che influenzano le nostre scelte, anche in campo ambientale.

Un campo di studi linguistici da coltivare

Nel suo libro sull’approccio ecolinguistico alla ‘analisi critica del discorso’ riguardante uomo e ambiente, Arran Stibbe stabilisce alcuni punti fondamentali cui attenersi:

a) L’attenzione si concentra sui discorsi che hanno (o potenzialmente hanno) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre persone, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita.

b) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo o “codici culturali” […]

c)  I criteri in base ai quali le visioni del mondo vengono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti […]

d) Lo studio mira a esporre ed a suscitare attenzione su discorsi che sembrano essere ecologicamente distruttivi […] o in alternativa a cercare di promuovere discorsi che potenzialmente possano aiutare a proteggere e preservare le condizioni che supportano la vita […]

e) Lo studio è finalizzato all’applicazione pratica attraverso la sensibilizzazione al ruolo del linguaggio nella distruzione o protezione ecologica, informando le politiche, caratterizzando lo sviluppo educativo o fornendo idee che possono essere utilizzate per ridisegnare testi esistenti o per produrre nuovi testi in futuro. (Stibbe, 2014).

Con l’espressione ’analisi critica del discorso’ (in inglese: CDA – Critical Discourse Analysis) si fa riferimento ad un approccio sociolinguistico che si è diffuso negli anni ’90, la cui matrice filosofica si ispirava a precedenti riflessioni di Michel Foucault sul potere delle parole. L’ACD si occupa di mettere in luce le relazioni che intercorrono tra il potere ed i testi finalizzati all’informazione e alla formazione delle persone e delle comunità. Si tratta di discorsi pubblici veicolati dai media, di cui la linguistica ci aiuta ad analizzare le caratteristiche testuali, come la gerarchia degli argomenti trattati, gli espedienti retorici utilizzati, il tipo di argomentazione e le caratteristiche espressive.

Il primo luogo comune da sfatare è che il linguaggio rispecchi la realtà, mentre in larga parte contribuisce a crearla, o quanto meno a determinarla. Ecco perché anche i ‘discorsi’ sulle questioni ambientali non vanno sottratti all’analisi critica, in modo da svelare valori e visioni della vita che influenzano pesantemente tali narrazioni e contribuiscono a formare la c.d. ‘opinione pubblica’.  L’approccio ecolinguistico, dunque, è fondamentale per diventare consapevoli dell’interazione tra lingua, parlanti ed ambiente (fisico e sociale) che ne costituisce il contesto e, in generale, dei rapporti tra uomini, società e natura.  

Ma se il termine ‘ecolinguistica’ è usato in senso lato, bisogna distinguere al suo interno impostazioni e finalità abbastanza diverse, in base al rapporto tra i due elementi che lo compongono. Quando le conoscenze linguistiche servono ad analizzare e demistificare le ‘storie’ relative alle problematiche ambientali, siamo più nell’ambito di una linguistica ecologista. Quando invece i principi ecologici sono applicati all’analisi dei fenomeni sociolinguistici, rientriamo maggiormente nell’ambito dell’ecologia del linguaggio.

Quest’ultima, infatti, si occupa della salvaguardia della diversità linguistica e dei rischi cui va incontro una società caratterizzata dall’omologazione linguistica, che consolida il potere delle culture dominanti, cancellando antichi patrimoni di sapere e specificità espressive.

L’ecolinguistica è quella branca della linguistica che tiene conto degli aspetti dell’interazione, tra lingue, tra parlanti, tra comunità linguistiche o tra lingue e mondo, e che, al fine di promuovere la diversità dei fenomeni e le loro relazioni, si adopera in favore del piccolo (Fill, 1993: 4)

Questo approccio risulta naturalmente più vicino alla sensibilità ecologista, in quanto applica alle lingue la stessa attenzione protettiva che le organizzazioni ambientaliste prestano alle minacce alla diversità biologica. La diversità linguistica, in tale contesto, è percepita non soltanto come valore fondamentale sul piano culturale e sociale, ma anche come fattore di equilibrio in un mondo dominato dal pensiero unico, dall’omologazione e dalla globalizzazione economica, caratteristiche che Vandana Shiva aveva efficacemente sintetizzato nell’espressione  “monoculture della mente” (Shiva, 1995).

Nel saggio “Lingue soffocate” – pubblicato nel 2004 dall’Associazione VAS Verdi Ambiente e Società –   già sedici anni fa mi ero occupato di questo problema, soffermandomi sulla crisi ecolinguistica di cui pochi – ambientalisti e linguisti – sembravano prestare attenzione. Proseguendo il discorso iniziato due anni prima sull’educazione alla tutela della diversità culturale come estensione della salvaguardia della biodiversità (Ferraro, 2002), la mia attenzione si era focalizzata sulla grave perdita di diversità linguistica provocata da un modello di sviluppo accentratore e omologatore.

Dopo un lungo periodo di militanza ambientalista ed ecopacifista, la consapevolezza dei rischi derivanti dalla crescente perdita di biodiversità m’induce a riproporre l’esigenza di una ‘ecologia della lingua’ che esca dalle aule universitarie e dalle stesse ricerche sul campo degli studiosi, per diventare acquisizione comune di un movimento ecologista finora poco sensibile a tali tematiche. Come nel caso dell’ecopacifismo, però, non basta sommare sbrigativamente battaglie ambientaliste sociali e culturali, ma bisogna saldare queste dimensioni, a partire dalla constatazione che […] il mantenimento della lingua fa parte dell’ecologia umana, e che la difesa della biodiversità non è una battaglia settoriale, ma l’affermazione di una filosofia di vita complessivamente alternativa. (Ferraro, 2004: 8).

L’ecolinguistica come veicolo di cambiamento

Gli studi ecolinguistici, però, non devono restare confinati in ambito accademico, come ricerche finalizzate solo alla comprensione delle dinamiche socio-ambientali esistenti e non all’impegno per cambiare l’interazione cogli ecosistemi, di cui stiamo minacciando i delicati equilibri e, con essi, la nostra stessa sopravvivenza come specie.

Sul piano della linguistica ecologista, Arran Stibbe si è soffermato sul peso che un certo modo di ‘inquadrare’ linguisticamente la realtà influisca fatalmente sulla lettura che ne diamo, perpetuando stereotipi e certezze aprioristiche che impediscono proprio quel cambiamento. L’uso del framing, appunto, ‘inquadra’ le questioni ambientali all’interno di una struttura mentale predefinita. In tal senso, sono utilizzati spesso ‘pacchetti di conoscenza generale’ per inquadrare un problema ecologico, come il riscaldamento globale, ora come questione ambientale da risolvere, ora come minaccia alla sicurezza da fronteggiare, ora come situazione spiacevole oggettiva cui dovremmo adattarci.

”La natura è una risorsa” è stata fornito come esempio di inquadramento ‘distruttivo’ poiché le risorse sono preziose solo se vengono o saranno consumate; non hanno valore se lasciate a se stesse per sempre. Ciò contraddice l’ecosofia di questo libro, che attribuisce considerazione etica alla vita e al benessere di altre specie […] l’inquadramento ‘sviluppo’, che in origine era un tentativo altruistico di alleviare la povertà nei paesi poveri, è invece finito come ‘crescita sostenuta’, cioè un tentativo di massimizzare la crescita economica nei paesi ricchi a danno dei poveri. (Stibbe, 2015)

Il parametro usato da Stibbe per classificare e valutare queste narrazioni antropocentriche ed utilitaristiche è il danno che esse provocano agli ecosistemi, per cui la loro ‘distruttività’ risulta direttamente proporzionale alla loro minaccia alle specie ed all’ambiente in genere. Sarebbe invece positivo un inquadramento linguistico alternativo di tali problematiche, che incoraggiasse atteggiamenti e comportamenti di  protezione ambientale, riportando l’attenzione sulla natura in sé, non come ‘risorsa’ da sfruttare.

L’utilizzo di un determinato codice linguistico, d’altra parte, ha fatto sempre parte dell’armamentario utilizzato dalle classi e nazioni dominanti per controllare quelle subalterne e mantenerle asservite. Valeva per le civiltà antiche – come quella greca e romana – ma è innegabile che l’utilizzo delle lingue resti tuttora uno strumento per sancire una gerarchia socio-politica che subordini alcuni soggetti sociali ad altri. Un grande scrittore distopico come George Orwell, infatti, nel suo celeberrimo ‘1984’ ha inquadrato perfettamente la decostruzione e ricostruzione del codice linguistico di una comunità come uno degli elementi cardine per realizzare e mantenere una dittatura globale e totale.

Il fatto è che l’inquietante modello unico di economia di società e di cultura profetizzato da Orwell ci si sta materializzando sempre più davanti. Non a caso quella “età del livellamento, della solitudine, del Grande Fratello e del Bispensiero” era caratterizzata dalla repressione della diversità linguistica e dalla diffusione forzata di una lingua standardizzata, ridotta all’essenziale, volutamente inespressiva. (Ferraro, 2004: 3)

Dominare il linguaggio di un soggetto collettivo significa dominarne il pensiero e le scelte, ma tale regola vale sempre e comunque anche per ciò che concerne le questioni ambientali. È dunque indispensabile occuparsi di più e meglio di come il livellamento linguistico e l’utilizzo di determinati ‘inquadramenti’ ci stiano condizionando, confermando quindi l’attuale modello di sviluppo come l’unico possibile ed auspicabile. La stessa contrapposizione tra ‘sviluppo’ e ‘protezione ambientale’ è prova di questa mistificazione logico-linguistica, che insiste ossessivamente sul concetto di ‘crescita’ come fattore di benessere cui non possiamo rinunciare. La stessa crisi ecologica, paradossalmente, è spesso affrontata come se la soluzione consistesse nel reperire maggiori e più potenti strumenti economici scientifici e tecnologici, consolidando il modello antropocentrico, scientista e tecnocratico che sta alla radice del problema.

Una seconda antitesi è tra ‘crescita’ e ‘povertà’, come se non fosse stato proprio il sistema economico capitalista ed il modello crescista di sviluppo ad allargare la frattura fra un piccolo mondo ricco e potente ed una larga parte di umanità sempre più povera, fragile e subalterna. Non è un caso che occuparsi di giustizia sociale e di uguaglianza di diritti spesso sia stato strumentalmente contrapposto alla preoccupazione dei movimenti ambientalisti per la preservazione della natura e la tutela degli ecosistemi. Ma, come ha giustamente sottolineato un ecologista sociale come Antonio D’Acunto:

Si pone ora sempre più urgente la necessità superiore non solo di rallentare la catastrofe, ma di invertire il futuro dell’umanità, con il suo modello culturale, economico, produttivo e sociale, verso il Pianeta della vita e della biodiversità, liberandolo dal cancro dello sfruttamento tra gli uomini e verso la natura. (D’Acunto 2019: 45)

In tale direzione eco-socio-linguistica va la riflessione di uno studioso argentino, Diego L. Forte, che considera l’ecolinguistica terreno per una ‘nuova lotta di classe’. Integrando strumenti squisitamente linguistici, come l’analisi critica del discorso, con quelli della sociolinguistica, egli ritiene possibile andare oltre i tradizionali parametri della lotta di classe, aprendosi a tutte le disparità sociali che nascono dall’egemonia di alcuni soggetti su altri, fra cui quelle etniche e quelle di genere.

La decostruzione e la proposta alternativa, quindi, devono nascere dal ripensamento del concetto di classe: non si può più pensare alle classi sociali come le intendeva Marx, gli oppressi non possono continuare ad agire da soli. Molti movimenti stanno prendendo coscienza della necessità di unire gli sforzi per combattere lo stesso oppressore. L’idea di un’integrazione delle lotte basata su una rielaborazione dovrebbe essere il nuovo passo per gli studi critici. […] nuovi discorsi e storie devono guidarci, ma, senza mettere in discussione i sistemi egemonici, questi cambiamenti non possono aver luogo. […] Il cambiamento delle storie è certamente la via d’uscita, ma le nuove storie non sostituiscono automaticamente quelle vecchie. I cambiamenti arbitrari derivano dalla lotta di classe e il passaggio da una narrazione all’altra implica necessariamente questa lotta, che noi sosteniamo debba essere ridefinita. Questa è la lotta cui deve partecipare l’ecolinguistica.  (Forte 2020: 13-14)

Ecologia delle lingue: una questione spinosa

Nei citati saggi del 2002 e 2004 mi ero occupato di come l’ecologia delle lingue  contrasti la perdita delle diversità linguistiche e culturali causate dalla globalizzazione, mostrandone il parallelismo con l’impegno ambientalista per difendere e promuovere la diversità biologica, minacciata da un modello di sviluppo predatorio ed iniquo.

Ecco perché, così come si parla di biodiversità a tre diversi livelli (genetica, di specie ed ecosistemica) sembra importante allargare il discorso alla salvaguardia…della diversità culturale degli esseri umani, visti come individui, come etnie e come comunità socio-politiche, adoperandosi per la salvaguardia delle varie specificità etnico-culturali, non solo come strumento contro la predominanza delle classi egemoni, ma come tutela dell’identità culturale d’intere popolazioni e come difesa dell’antropodiversità dall’azione omologante e riduttiva della globalizzazione. (Ferraro, 2002: 38-39).

Il mio impegno ecolinguistico – che scaturiva dalla necessità di realizzare quanto sancito dall’UNESCO sul diritto alla diversità linguistica, che va non solo tutelata ma ‘incoraggiata’ (UNESCO, 2000, art. 5) – si è poi consolidato, in seguito ad approfondimenti teorici ed alla militanza in un’associazione ambientalista che ha fatto propria questa impostazione. Infatti, a livello regionale furono promosse in Campania cinque edizioni della Festa VAS della Biodiversità’, con sessioni dedicate proprio alla tutela della diversità culturale, intesa come risorsa e non come problema. 

Il mio saggio “Voci soffocate” – presentato in occasione dell’edizione 2004 di quell’evento – riecheggiava nel titolo un testo fondamentale per comprendere il peso che l’ecologia delle lingue dovrebbe avere in una transizione ecologica che sappia integrare i saperi scientifici con quelli umanistici, per realizzare una società più giusta e rispettosa degli equilibri vitali.  ‘Vanishing Voices. The Extintion of World’s Languages’, saggio scritto da un antropologo e da una linguista (Nettle – Romaine, 2002), ha ispirato la mia riflessione sulle lingue che spariscono o sono comunque minacciate dall’omologazione e stanno perdendo la loro caratteristica di specchio e di veicolo di specifiche identità socioculturali.

Di fronte all’accelerazione del processo di scomparsa delle espressioni linguistiche locali – e dei saperi che esse trasmettono – linguisti, antropologi ed ecolinguisti stanno adoperandosi per preservare in ogni modo questo patrimonio, documentandolo per mezzo dei più moderni e tecnologici strumenti disponibili, studiandone le specificità glottologiche, stampandone vocabolari e testi che ne documentino le caratteristiche culturali originali. (Ferraro, 2004: 5)

Tutelare il diritto delle minoranze etnolinguistiche, nel tempo, si è rivelato più agevole che salvaguardare e garantire un futuro a lingue considerate comunque ‘minoritarie’ o ‘regionali’, che non rischiano l’estinzione bensì l’accantonamento, lo snaturamento e la corruzione sul piano lessicale, grammaticale ed ortografico. Basti pensare che in una realtà nazionale come quella italiana le disposizioni legislative a tutela di minoranze etniche hanno preceduto di mezzo secolo quelle emanate a protezione di espressioni linguistiche considerate secondarie e localistiche rispetto alla lingua nazionale. 

 Il divario fra le cosiddette minoranze ‘riconosciute’ e quelle ‘non riconosciute’ era diventato sempre più ampio, poiché le prime avevano potuto godere …di provvedimenti che andavano ad incidere positivamente sui diritti linguistici dei parlanti, le altre invece, o non avevano ricevuto nessun tipo di sostegno da parte delle istituzioni, oppure avevano potuto disporre solamente di interventi regionali di carattere culturale che, oltre a non evitare i fenomeni di assimilazione linguistica, privilegiavano spesso gli aspetti più strettamente folkloristici delle identità minoritarie. (Cisilino, 2004: 176)

Fa riflettere il fatto che il riconoscimento ufficiale dell’Italiano come lingua nazionale – non sancito nella Costituzione repubblicana – sia stato paradossalmente introdotto proprio dall’art. 1 della legge n. 482 del 1999, che dettava “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Da allora, grazie alla pur tardiva sottoscrizione da parte dell’Italia della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003, ma soprattutto all’attivismo di studiosi e appassionati, sono stati fatti passi avanti, anche se in modo scoordinato e spesso con accenti che, più che ai principi d’un federalismo ecologista e verde, apparivano ispirati ad un autonomismo identitario.

Nella regione Campania, ad esempio, il Consiglio Regionale aveva registrato negli ultimi decenni la presentazione di varie proposte di legge sulla tutela della lingua napolitana. Mentre alcune di esse insistevano solo sull’aspetto identitario, con toni nazionalistici e lo sguardo nostalgicamente rivolto alla conservazione d’un illustre passato da rivalutare, altre si aprivano ad un pluralismo che non escludeva la protezione di altre espressioni linguistiche locali, per non riprodurre regionalmente il modello accentratore dell’idioma standardizzato. Per questo motivo, come accade nella dinamica dei contesti politico-istituzionali, la proposta di legge presentata in Campania dai Verdi (alla cui stesura avevo dato il mio contributo personale), ha dovuto fare i conti con un’analoga proposta della destra. Il testo approvato lo scorso anno dal Consiglio Regionale (L.R. Campania n. 19/2019) è stato pertanto frutto di un compromesso tra due visioni differenti del problema, finendo col restringere la tutela al solo patrimonio linguistico del Napolitano ed accentuando il peso del mondo accademico in questo processo, anziché aprire ad una pluralità di soggetti pur esperti in materia.

In una interessante tesi di laurea magistrale in Filologia e Letteratura Italiana, discussa nell’a.a. 2012-13 all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è affrontato approfonditamente il concetto di “sostenibilità linguistica”, con particolare attenzione al pluralismo linguistico ed in riferimento a differenti scuole di pensiero in ambito ecolinguistico internazionale. Dal raffronto tra vari modelli presi in esame – quello ecosociale del catalano Alberto Bastardas Boada (Bastardas Boada, 2013), quello francofilo del tunisino Claude Hagège (Hagège, 1999)  e quello anglosassone dei citati Daniel Nettle e Susanne Romaine (Nettle e Romaine, 2001) – il candidato metteva criticamente in luce alcuni aspetti contraddittori, in modo particolare nel primo caso, riferendoli poi anche al dibattito nel contesto glottologico italiano.

Quando Bastardas Boada elenca i cinque punti che dovrebbero servire da guida per la sostenibilità…sembra quasi che egli abbia in mente un mondo composto da migliaia di gruppi umani autonomi, tendenzialmente omogenei ed impermeabili verso l’esterno, che possano arbitrariamente decidere di usare la loro lingua per tutti gli ambiti […] A ciò va aggiunto l’auspicio del linguista catalano di veder riconosciuto a tutti gli idiomi minoritari lo status di lingue ufficiali. Tale proposta, se da un lato dovrebbe prevedere un minimo di standardizzazione degli idiomi in questione, dall’altro, e proprio per questo, avrebbe un effetto negativo, ad esempio, sui dialetti di quegli stessi idiomi, poiché, come afferma Hagège, standardizzare una lingua significa automaticamente screditare le sue varietà. (Perin, 2013: 113-114)

Questa osservazione, peraltro legittima, è stata ripresa in riferimento ai tentativi di diffondere in Italia un modello plurilinguistico che, si obbietta, contraddirebbe se stesso quando pretende d’istituzionalizzare solo determinati idiomi, servendosi di strumenti artificiali, come quelli legislativi. Ma è davvero così?

Ecolinguistica, ecopacifismo ed irenolinguistica

La contraddizione tra la visione multiforme e policentrica di chi sostiene il diritto ad una libera espressione linguistica e il perseguimento della ‘normalizzazione’ istituzionale di tale diritto, col rischio di proteggere e valorizzare solo alcuni idiomi a discapito di altri, è un problema che l’ecologia delle lingue deve affrontare. D’altra parte, non è accettabile che si contrappongano strumentalmente diverse ipotesi ecolinguistiche, quando esistono soluzioni intermedie cui ricorrere per garantire una effettiva ‘sostenibilità linguistica’.

Ad esempio, in uno studio citato dalla stessa tesi (Dell’Aquila e Iannàccaro, 2004), si spiega come tale ‘pianificazione linguistica’ istituzionale possa essere declinata in più modi e con diverse sfumature. Esse vanno dal Language revival (che tenta di riportare in uso lingue poco parlate), alla Language revitalization (che incrementa le funzioni di una lingua minacciata, migliorandone lo status), passando per il Reversing language shift (che dà un sostegno a livello comunitario a lingue poco praticate dalle nuove generazioni) ed arrivando al Language renewal (per garantire che almeno alcuni componenti di una comunità continuino ad apprenderle ed utilizzarle).

Tali modalità di pianificazione resterebbero comunque operazioni artificiose d’ingegneria sociolinguistica se non fossero sostenute ed accompagnate da un effettivo impegno sociopolitico e culturale per rivitalizzare il rapporto di una comunità col suo territorio e per preservarne l’integrità ambientale. Il vero conflitto, infatti, non è tanto quello tra lingue egemoni e idiomi locali relegati ad espressioni inferiori, condannate al deperimento o alla scomparsa. È lo stesso modello di sviluppo attuale che non consente il mantenimento del pluralismo culturale e linguistico, confliggendo anche con una prospettiva di economia decentrata, di sviluppo comunitario e policentrico, di equità di diritti e di protagonismo sociale. Ecco perché l’ecolinguistica non dovrebbe svilupparsi come terreno di studio a sé stante, ma andrebbe integrata in una complessiva alternativa ecologista, globale nei principi e locale nelle azioni.

In quale direzione oggi va il nostro mondo? Verso i valori della Età dell’oro – umanità, socialità, comunione dei beni naturali, pace e nonviolenza, amore per la Madre Terra […] o verso il distacco sempre più profondo da tali valori? […] Dominano l’idea e la pratica che il Pianeta è dell’uomo che vive oggi e non delle future generazioni, e – nella stessa filosofia di forza e di potere tra le specie – di quell’uomo che è più forte e potente, capace di sfruttare fino in fondo ogni risorsa. (D’Acunto, 2019: 94)

La necessaria diffusione dei principi e delle varie tecniche operative di studi di per sé interdisciplinari come quelli ecolinguistici, pertanto, andrebbe inserita in un progetto più ampio, di cui faccia parte anche l’ecopacifismo, altro aspetto piuttosto trascurato dal movimento ambientalista o banalizzato a mera alleanza tattica con quello pacifista.

In uno scritto del 2014 avevo ipotizzato una saldatura meno strumentale, partendo dalla considerazione che la logica di accumulazione e dominazione, tipica del modello di sviluppo capitalista, genera sia lo sfruttamento dei beni naturali e la devastazione ambientale, sia il sistema di militarizzazione e guerra del complesso militare-industriale.  

I. L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici ed alla opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale, nei quali la nonviolenza si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di alternative costruttive ai conflitti.  II. L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini ed anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista.  (Ferraro, 2014: 4)

I fenomeni di marginalizzazione sociale e di controllo centralistico della società, tipici di un modello economico che ha compromesso gli equilibri ecologici per sete di conquista e di dominio, sono alla base anche della progressiva eliminazione delle diversità culturali e linguistiche. Ma il pervasivo imperialismo militarista e guerrafondaio, che si affianca a quello economico tutelandone gli interessi globali, è ugualmente un frutto di quel sistema.

Secondo un’ottica nonviolenta, i conflitti non devono essere esorcizzati né occultati, ma rivelati, analizzati e possibilmente trasformati, o meglio ‘trascesi’, mutuando l’espressione usata da Johan Galtung (Galtung 2000) per caratterizzare e diffondere il suo metodo.  Per affrontare la triade alla base di tutti i conflitti (atteggiamenti e comportamenti ostili ed interessi contrapposti), infatti, egli ipotizzava che si debba far riferimento al triangolo costruttivo empatia-nonviolenza-creatività.

Ma se l’educazione alla pace e l’azione per la pace sono finalizzate al superamento costruttivo di conflitti altrimenti distruttivi, anche in ambito sociolinguistico ed ecolinguistico si potrebbe andare nella medesima direzione. Una comunicazione nonviolenta ha bisogno di strumenti ecolinguistici – come l’analisi critica del discorso – che rendano consapevoli dei pregiudizi e degli inquadramenti ideologici che alimentano i conflitti. Deve ipotizzare anche una modalità comunicativa alternativa, che usi il potere delle parole non per distruggere, ma per costruire relazioni positive fra individui e comunità.

Anche su questo terreno, già dai primi anni ’80 avevo provato a portare un contributo, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ (Ferraro, 1984) che, se da un lato svelasse e denunciasse l’uso negativo della comunicazione linguistica, per fini di contrapposizione e di dominio, dall’altro proponesse una modalità di comunicazione positiva, costruttiva e creativa. Le metafore da me utilizzate erano le finestre contrapposte alle persiane, i ponti contrapposti ai muri e le colombe contrapposte alle civette.

Le mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva, sociale ed espressiva. […] L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune idee ed emozioni […] L’ELN propone di educare i ragazzi ad usare la lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività d’una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione di reciproco arricchimento […] L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione falsa, ipocrita ed opportunista. (Ferraro 2018: 191-192)

Grande successo e diffusione hanno incontrato a livello internazionale, dalla metà degli anni ’90, gli autorevoli contributi di Marshall B. Rosemberg relativi alla Nonviolent Communication – NVC ® (Rosemberg, 2015). La Comunicazione Nonviolenta, in sintesi, è una metodologia che: (a) scoraggia generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, promuovendo un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni; (b) incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo; (c) propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo ed esprimendo i veri bisogni; (d) auspica una comunicazione empatica con gli altri, evitando le pretese ed imparando ad esprimere richieste chiare e positive.

Un approccio ancor più vicino a quello ecolinguistico, infine, è stato formulato dallo psicoterapeuta biosistemico Jerome Liss (Liss, 2016)

La Comunicazione Ecologica (C.E.) […] è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune […] ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“. (Ferraro,2018: 194)

L’irenolinguistica – un mio neologismo per designare la formazione ad una comunicazione nonviolenta ed ecologica – potrebbe integrare studi specificamente ecolinguistici con l’intento educativo di cui dovrebbero farsi carico non solo le famiglie e gli insegnanti, ma anche quelli che gestiscono potenti mezzi di comunicazione di massa. A partire dalla decostruzione e demistificazione di strutture mentali ed espedienti retorici che falsano strumentalmente la realtà – nello specifico quella relativa al rapporto uomo-ambiente – un’educazione linguistica che rispetti i principi ecologici e sia veicolo di pace dovrebbe dunque articolare una proposta alternativa interdisciplinare.

A tal fine, operando una sintesi tra i tre metodi di educazione linguistica prima accennati, ritengo che un linguaggio ispirato ai principi della nonviolenza debba aiutarci: (a) a riconoscere reali bisogni e sentimenti autentici; (b) ad esprimerli sinceramente, formulando richieste chiare; (c) a dialogare con gli altri in modo positivo, empatico e costruttivo; (d) a proporre soluzioni quanto più possibile concrete e condivise.

Infine, tornando al dibattito sul futuro dell’ecolinguistica, è evidente che approcci differenti e con obiettivi diversi debbano però trovare una sintesi complessiva, che evidenzi il fine comune d’un reale cambiamento del rapporto fra patrimoni naturale e saperi umani.

 Da un lato, l’ecolinguistica…aspira a cogliere le complessità della-cosa-che-chiamiamo-linguaggio e, dall’altro, cerca di andare oltre la comunità scientifica sensibilizzando sull’interdipendenza tra pratiche discorsive e devastazione ecologica. […] Finora, i linguisti più attenti all’ecologia hanno concepito le dimensioni discorsive e linguistiche della crisi ecologica in termini di una dicotomia natura-cultura. Una lezione appresa da questo stato dell’arte è che in effetti abbiamo bisogno di una riconcettualizzazione delle questioni ambientali in generale e della dicotomia natura-cultura in particolare […] L’ecolinguistica può quindi collegare la ” hard science ” e lo studio del comportamento coordinativo nelle specie che chiamiamo Homo sapiens sapiens all’analisi delle conseguenze etiche e socioculturali della ”soft science” e ai dibattiti della ”scienza critica” sulle pratiche sociali anti-ambientali e distruttive. […] Finora, il problema principale dell’ecolinguistica non è stato il disaccordo interno o le lotte per il potere, ma piuttosto la mancanza di una vera interazione tra le sue varie parti. A che serve far sbocciare mille fiori, se non riusciamo mai ad apprezzare l’intero campo? Qual è il valore di esplorare la nostra piccola isola, se trascuriamo il resto dell’arcipelago?  (Steffensen e Fill, 2013: 25)

Questa ultima considerazione m’induce a sperare che si realizzi l’auspicata interazione tra i vari approcci all’ecolinguistica e che anche in Italia si allarghi la cerchia delle persone interessate ad approfondirla, non solo a livello accademico, ma anche all’interno di movimenti ambientalisti più attenti ad un’ecologia umana e sociale. Mi auguro che il presente contributo possa risultare utile in tal senso e che, tra i vari ‘fiori’ di questo campo tutto da esplorare e coltivare, si sappiano apprezzare anche quelli di un approccio nonviolento, oltre che ecologico, alla comunicazione linguistica.


Riferimenti

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D’ACUNTO, Antonio (2019) Alla ricerca di un nuovo umanesimo, a cura di Francesco D’Acunto, Amazon. [Ristampa di: D’Acunto, Antonio (2016) Alla ricerca di un nuovo umanesimo. Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli,La Città del Sole]

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FERRARO, Ermete (2014) L’Ulivo & il Girasole – Manuale di Ecopacifismo V.A.S., Napoli, Verdi Ambiente e Società – Campania (scaricabile come e-book da ISSUU (https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d )

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© 2020 Ermete Ferraro