UNA DIFESA PIU’…COMUNICATIVA?

Una comunicazione…strategica

Mentre stenta a diffondersi ed affermarsi un modello di comunicazione nonviolenta – sebbene anche in Italia la ricerca e l’educazione in tal senso stiano diventando a poco alla volta argomento di studio e di approfondimento [i], non possiamo fare a meno di notare che l’attenzione a modalità comunicative più efficaci e convincenti sembra essere diventata una delle priorità del Ministero della difesa. Questo insolito impegno dei nostri vertici militari sul piano della comunicazione può senz’altro essere ricondotto alle abituali strategie propagandistiche delle forze armate, ma non credo che si debba sottovalutare che alla comunicazione da adottare da parte loro sia stato dedicato anche un apposito manuale [ii].

La contaminazione del settore militare da parte del lessico aziendalista non è certamente una novità, così come in ambito aziendale da tempo si parla di ‘strategie aziendali’, usando spesso un linguaggio piuttosto bellico. Gli obiettivi della comunicazione efficace, finalizzata alla promozione del marketing, sono stati già mutuati da organizzazioni con caratteristiche molto differenti, come è successo con la scuola e come ora accade con la difesa. Anche in tali ambiti, infatti, chiarezza, coerenza e capacità di cogliere il bersaglio sono comunque fondamentali, insieme all’impiego d’un linguaggio credibile, carismatico e soprattutto persuasivo.

La tendenza ad impiegare particolari modalità comunicative in ambito militare ha caratterizzato soprattutto le forze armate statunitensi, dove l’attenzione ad un linguaggio ‘effective’ è sempre stata più marcata.  In un recente articolo [iii], ad esempio, s’individuavano a tal proposito 16 ‘principi-chiave’, di cui i principali sono: chiarezza, brevità, empatia, adattabilità, linguaggio positivo, intelligenza emotiva. Un’altra fonte per capire come le forze armate degli USA hanno affrontato la questione è un capitolo di un libro dedicato specificamente alla ‘comunicazione militare’ [iv].  Una buona comunicazione – vi si afferma – è la pietra angolare di una leadership efficace e un’importante componente in ambito militare, in quanto accresce la consapevolezza delle questioni e fornisce possibili soluzioni, facendo anche da ponte verso le altre sensibilità culturali e quindi facilitando il consenso.

Nel manuale predisposto dal Ministero della difesa italiano, più che ad una generica efficacia comunicativa del linguaggio militare, sembra però che si punti a un obiettivo più specifico: omogeneizzare e rendere accattivante e persuasiva l’immagine delle nostre forze armate, allo stato non particolarmente brillante. Non è un caso che le finalità perseguite da quel dicastero [v] siano stati individuate principalmente nella identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione del c.d. ‘strumento militare’, lasciando intendere che finora esso sia stato caratterizzato in modo abbastanza differente.

Fondare la comunicazione della Difesa su quei sei pilastri è dunque considerata dai vertici politici e militari la bussola per orientare le sue attuali e future strategie propagandistiche verso la società civile, le agenzie formative ed il mondo della produzione, penetrandole e contaminandole con i propri ‘valori’. Ecco perché vale la pena di approfondire questo aspetto, proprio alla luce della crescente pervasività della ‘cultura militare’ nella nostra società.

Metalinguistica della comunicazione militare

Scandagliare le modalità comunicative di testi riguardanti la Difesa, utilizzando le tecniche dell’ecolinguistica ed in particolare l‘analisi critica del discorso’, è un esercizio che ho già illustrato nel mio ultimo libro [vi] e praticato in alcuni articoli sul mio blog ecopacifista [vii]

In questo caso, però, la mia indagine assume dei tratti metalinguistici, perché non si tratta tanto di analizzare le caratteristiche linguistiche di un testo, ricavandone informazioni sulle sue reali finalità comunicative, quanto di cogliere tali aspetti in uno scritto che indica ai militari proprio le modalità da adottare nella loro comunicazione pubblica.

L’opuscolo ministeriale, a partire dal dichiarato perseguimento dei sei obiettivi già anticipati, si pone infatti come un concreto manuale di comunicazione efficace per i vari gradi e funzioni delle forze armate italiane, il cui ‘scopo’ sarebbe “garantire che i cittadini siano adeguatamente informati e coinvolti, favorendo la loro consapevolezza e partecipazione nelle scelte e attività pubbliche (p. 3).  Poche righe più avanti, questa finalità ‘sociale’ viene di fatto smentita dall’affermazione che tale “policy comunicativa”. deve comunque essere in linea con le linee programmatiche del Ministero della difesa emanate nel 2023 e che “rappresentano il principale riferimento normativo e strategico per l’individuazione degli obiettivi che dovranno essere perseguiti dalla Funzione Comunicazione della Difesa”.

Il lodevole scopo informativo e partecipativo dichiarato in premessa, però, mal si concilia col prioritario rispetto gerarchico di rigide norme e finalità strategiche calate dall’alto, fra cui spiccano: (a) la centralità geopolitica del Mediterraneo e dell’Africa (“fronte sud dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea”); (b) il posizionamento dell’Italia come “hub energetico per l’Europa”; (c) la collaborazione con organizzazioni globali come ONU, NATO e UE per “la rinnovata promozione di un ordine internazionale” (p. 4); (d) “La gestione delle risorse idriche e alimentari, cruciale per la sicurezza nazionale e l’economia”; (e) la Cybersecurity e il dominio italiano “in materia spaziale ed aereospaziale”. 

Tutti questi obiettivi politico-militari non sembrano affatto una semplice proposta da sottoporre al confronto democratico, semmai decisioni già assunte, che comunque occorre far…digerire alla comunità civile in modo indolore.

L’evoluzione della società richiede che la Difesa non solo si adatti ai cambiamenti, ma che diventi un agente di trasformazione, migliorando continuamente le proprie strutture, la formazione e le capacità decisionali. Questo implica una valorizzazione delle diversità, una promozione della meritocrazia e un adattamento a tempi in cui la rapidità di azione e la capacità di visione globale sono essenziali” (p. 5).

Emerge con chiarezza l’esigenza di un cambiamento nella postura della struttura difensiva italiana, improntandola ad un modello d’azione decisamente più aperto, efficiente e veloce, come conferma il tris di aggettivi usati poco dopo per prefigurare appunto “una Difesa italiana rinnovata, più agile ed efficace”, in cui le forze armate siano “pronte a gestire sfide di complessità crescente”, con una “visione interforze” (pp.5-6). Ma il cuore del discorso, nello specifico, mi sembra la seguente affermazione:

La Comunicazione ha come obiettivo principale quello di presentare la Difesa e le Forze Armate come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà. Sarà fondamentale comunicare l’immagine di un Comparto Difesa coeso, preparato, integrato ed efficiente, capace di esprimere tecnologie all’avanguardia, senza ignorare i costi e gli impegni che tale capacità comporta” (p.6).

Insomma, ciò che i vertici politico-militari ci vogliono far sapere è che: (i) grazie alle ff.aa. siamo e saremo più sicuri e protetti; (ii) ciò prevede la promozione di una loro immagine più coesa, efficiente e moderna. Questo messaggio, d’altronde, lascia intendere che tutto ciò non è proprio di attualità, ragion per cui l’urgente riforma strutturale dell’organizzazione militare va integrata da una valida campagna comunicativa, che fin da subito ne rafforzi e migliori l’immagine pubblica.

Per tutti vale il tassativo indirizzo che … sempre, si dovrà far riferimento a un’unica realtà identitaria che si sintetizza con il termine “DIFESA” (p. 8), anche qui evocando per contrasto i fantasmi di cinque armi diverse e specifiche, in competizione tra loro.

I canali individuati dal manuale della Difesa per promuovere questa rinnovata ed unitaria immagine delle nostre ff.aa. sono molteplici. Si va dagli eventi pubblici (mostre, convegni, seminari…) ad iniziative culturali (editoriali, cinematografiche, televisive, accademiche…) ed a promozioni esterne (patrocini, campagne comunicative specifiche ed interministeriali…), partendo ovviamente da celebrazioni ufficiali più o meno popolari (7 gennaio, 17 marzo 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, 12 novembre).

I destinatari del documento vanno, gerarchicamente, dai decisori politici agli interlocutori interni alle ff.aa., passando per una generica ‘opinione pubblica’ e per gli ‘attori culturali ed economici’, cui recentemente il M.D. ha dedicato palesemente una particolare attenzione, infiltrando il sistema formativo e produttivo italiano. Ad un certo punto del documento, peraltro, si parla ancor più apertamente di “progetti pubblicitari e di brand marketing’” (p. 9), presentando il comparto della difesa come una sorta di ‘corporation’, che deve fare i conti con una ‘compatibilità finanziaria’ non adeguata a questa epocale trasformazione.

Quali sono gli obiettivi della comunicazione sulla difesa?

Nel documento ministeriale, le sei finalità generali della comunicazione militare (identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione) vengono declinate con maggiore precisione, enunciando sei obiettivi da perseguire attraverso tale modalità comunicativa.

  1. Identità verbale (#NOISIAMOLADIFESA), esplicitata come ricerca della ‘unità nella diversità’, in una logica ‘interforze’ che consenta una ‘integrazione’ sul piano fisico, cognitivo e virtuale. Per conseguire questo obiettivo, si precisa, va acquisita una ‘semantica condivisa’, in modo da ‘evitare le diversità’ ed ‘enfatizzare l’unità’.

“Va poi posto ogni sforzo per far conoscere l’entusiasmo, la passione, e la dedizione – in sintesi i valori – che caratterizzano l’agire del personale e l’appartenenza alla Difesa. Le Forze Armate dovranno effettivamente diventare nel più breve tempo possibile un unicum realmente integrato, interoperabile, complementare e armonizzato” (p. 10).  

Sul piano semantico, è evidente l’insistenza sul concetto di unità, che richiede uno sforzo di integrazione, complementarietà ed armonia, per superare le ovvie diversità puntando invece sui ‘valori’ comuni delle ff. aa.  Ma il fatto stesso che per descrivere la loro auspicata ‘unità’ siano utilizzare espressioni come ‘identità verbale’ e ‘semantica condivisa’ lascia trasparire che si tratta di una strategia comunicativa più che d’un effettivo cambiamento.

  • Sinergia delle componenti: essa sembrerebbe invece indicare una trasformazione più pratica e concreta dello ‘strumento militare moderno’, per conferirgli la “capacità di essere perfettamente interoperabile, complementare e armonizzato è necessaria per prevalere contro future minacce, non solo in ambito Alleanza, ma anche a livello nazionale” (p. 11).  Le condizioni per raggiungere l’obiettivo sono, da un lato, l’integrazione dei processi formativi del personale e, dall’altro, una “profonda evoluzione in chiave interforze dello strumento militare sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo”, rivedendo le strutture di vertice ed unificando settori e servizi comuni delle ff. aa.

In questo secondo caso le parole-chiave sono sinergia ed integrazione, concetti che insistono su un’identità da costruire e richiedono quindi una fase intermedia di formazione degli addetti e di revisione delle strutture. In tale direzione, la realizzazione di una strategia comunicativa comune – sul piano linguistico ed informatico – viene appunto considerata essenziale.

  • Rapidità dei processi decisionali: in questo paragrafo noto una contraddizione tra la lusinghiera affermazione che “l’organizzazione delle forze armate è un’eccellenza nel panorama istituzionale nazionale” e quella immediatamente successiva, secondo la quale “si necessita, quindi, di una rapidità decisionale ben superiore a quella generata dall’attuale architettura della Difesa […] Un Sistema Difesa efficiente è un obiettivo che va raggiunto per il futuro della nostra Nazione e per il futuro delle Organizzazioni internazionali di cui facciamo parte” (p. 13). Insomma, premesso enfaticamente che in Italia il modello organizzativo della difesa è già ‘eccellente’, nel documento il suo vero limite allo stato è invece individuato nella sua non ancora adeguata ‘capacità decisionale’. Anche nell’enunciazione delle due condizioni per raggiungere tale obiettivo mi sembra che affiori una contraddizione. Se da un lato si auspica uno snellimento procedurale attraverso una logica bottom-up – che darebbe più peso alla base dell’0rganizzazione – dall’altro si sottolinea che “bisognerebbe spostare più in alto possibile il punto dove risiedono le conoscenze e competenze necessarie” (p. 13), richiamando invece una logica verticistica, di natura meritocratica e gerarchica. Resta poi oscuro e un po’ ‘inquietante il successivo riferimento alla ‘specificità d’azione del militare’ ed alla necessità di “guadagnare e mantenere un vantaggio cognitivo,attraverso una supremazia informativa predittiva”.
  • Credibilità dello Strumento di Difesa: “La credibilità delle organizzazioni, e prima ancora delle Istituzioni, passa anche attraverso un positivo ed efficiente rapporto di gestione delle risorse e output da esse prodotto – in particolar modo un efficiente rapporto tra personale impiegato e risultato ottenuto da tale impiego […] Occorre pertanto elaborare degli strumenti di misurazione e analisi quantitativi e qualitativi che ci permettano di valutare l’efficacia operativa in assenza di un impiego effettivo dello Strumento Militare.” (p. 15).  In tale premessa, di sapore più aziendale che militare, spiccano due concetti-base tipici del processo produttivo, efficienza ed efficacia dell’azione intrapresa, misurabili in base ai risultati conseguiti. Le condizioni per raggiungere questo quarto obiettivo sono infatti il “miglioramento, monitoraggio e misurazione della performance addestrativa del personale” ed una “riflessione sull’adeguata ripartizione delle dotazioni organiche del personale militare rispetto alle esigenze funzionali”. Uscendo dal consueto burocratese, ciò significa che si bisogna procurarsi più idonei strumenti valutativi dei risultati, ma anche adeguare l’organico militare alle sue nuove ed accresciute necessità operative. Mi sembra importante sottolineare anche l’affermazione seguente: “L’attuale modello, basato essenzialmente sul meccanismo del transito in servizio permanente, preclude un regolare avvicendamento fra più anziani e giovani. Di contro, l’obiettivo dovrebbe essere quello di offrire ai giovani un’esperienza a tempo determinato, con un qualificato programma di reinserimento nel mondo del lavoro” (p. 16).  Se sul piano quantitativo sembra che s’ipotizzi il ripristino di meccanismi certi e dinamici di reclutamento, su quello qualitativo si apre ad una ‘riserva selezionata’, composta da ‘esperti’ e personale “privo di pregresse esperienze militari”.
  • Sviluppo capacitivo ed efficacia d’impiego: il raggiungimento di questo obiettivo richiede “la certezza e la stabilità dei finanziamenti”, ma soprattutto “l’autonomia strategica nella ricerca scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema Difesa quale catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del Paese” (p. 19). Emerge qui un elemento importante per l’efficacia del sistema militare, cioè la sua rivendicata autonomia in ambito scientifico e tecnologico. Una sorta di patente per agire in quel campo senza troppi controlli e limiti, in nome della difesa nazionale, come viene esplicitato in un successivo paragrafo, sul quale conviene quindi soffermarsi.

“…è bene spendere alcune parole per inquadrare anche sul piano etico e morale la questione della ricerca scientifica a fini militari. Per alleviare il senso di disagio che molti cittadini provano al pensiero che parte delle loro tasse sia utilizzata per finanziare lo sviluppo di moderni sistemi d’arma. Segnaliamo tre ragioni: la prima: è un dovere verso i nostri militari, che inviamo nel mondo, con questi sistemi d’arma, per difendere, ancor prima che i nostri interessi strategici, il supremo interesse di pace e sicurezza […] La seconda: noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto. Non perché siamo più bravi, ma perché la Costituzione è chiara. Il Parlamento si esprime e vigila. L’impiego delle nostre capacità militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettoso dei principi sanciti nel Diritto Internazionale Umanitario e dei conflitti armati […] La terza: larga parte del progresso della nostra società è una traslazione civile di innovazioni militari. Internet, il sistema GPS, il Radar, i Gruppi di Lavoro multi- disciplinari, i velivoli commerciali e i loro sistemi di sicurezza, i droni… sono solo alcuni esempi delle ricadute civili della ricerca a scopi militari” (pp. 19-20)

In questa parte del testo risulta evidente un atteggiamento autodifensivo dell’organizzazione militare che, non ignorando il ‘disagio’ morale della gente comune al pensiero che le tasse servano a finanziare progettazione e realizzazione di più moderni armamenti, intende rispondere con fermezza a tali obiezioni. La replica del Ministero si basa su tre princìpi che ritiene inconfutabili: 1) le ff. aa. difendono “il supremo interesse di pace e sicurezza” prima ancora che “i nostri interessi strategici”; 2) i militari sono, sempre e comunque, “dalla parte del giusto”, operando nella legittimità costituzionale e nel diritto internazionale; 3) la ricerca militare ha comunque “ricadute civili” che contribuiscono al progresso. Si tratta però di postulati tutti da dimostrare, affermazioni apodittiche che contrastano con la realtà.

La retorica dichiarazione di anteporre pace e sicurezza agli interessi nazionali, infatti, è già un’ammissione indiretta che questi due ‘interessi’ non coincidono. Anche la dichiarazione che le nostre ff. aa. sono costituzionalmente al servizio della democrazia repubblicana, oltre ad essere smentita da episodi più o meno recenti di trame e complotti, è contraddetta proprio dalla pretesa di ‘autonomia’ – e quindi di non sindacabilità e segretezza – della ricerca militare. Anche la terza affermazione è discutibile, poiché il possibile, ma non scontato, utilizzo civile delle c.d. ‘innovazioni militari’ non giustifica affatto la realizzazione di sistemi d’arma sempre più potenti e distruttivi.

  • Integrazione nei meccanismi dell’Alleanza e nei rapporti bilaterali.  Ai nostri militari, a quanto pare, non basta un ruolo da comprimari o, peggio, da comparse nei sempre più frequenti film di guerra. “Quale che sia la natura o la fattispecie della nostra partecipazione, il ruolo della Difesa italiana non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe. Deve aumentare la nostra rilevanza e la capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale […] (bisogna) incrementare ulteriormente la nostra capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali cui partecipiamo. n tale ambito vi sono segnali assai incoraggianti, primo tra tutti l’essere riusciti a far riconoscere dalla NATO la priorità del Fianco Sud nel nuovo Concetto Strategico. Di pari importanza è il nostro contributo nella stesura della Bussola Strategica in ambito UE.” (p. 21). Le parole-chiave di questo obiettivo mi sembrano rilevanza e influenza. Da essi si percepisce una certa insoddisfazione per il non ancora adeguato riconoscimento del nostro ruolo militare, da cui la richiesta di maggiore spazio e rilevanza all’interno sia dell’Alleanza Atlantica, sia dell’Unione. Non a caso si rivendica la priorità di un ‘tavolo Esteri-Difesa’ ed una ‘postura più matura’ nei riguardi delle missioni militari all’estero, per le quali si rivendicano procedure semplificate ed il riconoscimento di una leadership.

Che cosa ci vuole comunicare la comunicazione militare?

Nella parte finale del documento troviamo una “Declinazione degli Obiettivi del Sistema Difesa in obiettivi di comunicazione”, a partire da alcuni ‘messaggi’ che la comunicazione militare dovrebbe opportunamente veicolare:

  1. cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale: da “efficiente e apprezzato in tutto il mondo, ma costoso” a “efficace e apprezzato in tutto il mondo, utile alla tutela degli interessi nazionali quale strumento di politica estera nonché formidabile volano di crescita per il Paese”;
  2. far capire che “i finanziamenti della Difesa non sono un “costo” da sostenere sottratto a settori percepiti come socialmente più “utili”, bensì un “investimento” in sicurezza, libertà e prosperità economica”;
  3. avviare un “processo di divulgazione e promozione della “cultura della Difesa” attraverso iniziative idonee a far conoscere le attività condotte dalle Forze Armate, sia quelle svolte nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali sia quelle svolte a supporto della sicurezza e della stabilità globali nell’ambito delle Alleanze e delle Coalizioni di riferimento;
  4. promuovere il “processo di ammodernamento dello Strumento militare in termini di avanguardia tecnologica, interoperabilità e digitalizzazione […] le attività della Difesa con diretta ricaduta sullo sviluppo del Sistema Paese (industria, politiche energetiche, politiche immobiliari) […] l’acquisizione di valide risorse umane, in termini di reclutamento, addestramento e formazione” (p. 23).

Ancora una volta sono richiamati aspetti che dovrebbero valorizzare il ruolo delle ff. aa. agli occhi della società civile, usando gli strumenti della comunicazione per scopi di propaganda militare.  Ritornano infatti concetti-chiave già enunciati (efficacia, crescita, sicurezza, stabilità, modernità), ma con una maggiore insistenza sulle ricadute socio-economiche della riforma delle ff. aa. (apprezzamento, investimento, prosperità, sviluppo).

I “temi di comunicazione” esposti in conclusione sono una utile sintesi di quanto il M.D. (e quindi il Governo) intende affermare, ricorrendo ad alcune parole d’ordine, slogan/hashtag da utilizzare in chiave mediatico-pubblicitaria:

  1. “Unità nella diversità”;
  2. Difesa come “moltiplicatore di opportunità del brand Italia e non solo del made in Italy”;
  3. Difesa strumento indispensabile di deterrenza”;
  4. “Difesa a presidio degli interessi nazionali e dello sviluppo sostenibile” (p. 24);
  5. “Difesa come collettore/convogliatore/acceleratore tecnologico del Paese”;
  6. “Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza”;
  7. “Difesa come modello di ricerca, innovazione e cambiamento”;
  8. “Difesa per il proprio personale”;
  9. “Difesa come promotore delle iniziative del Sistema Paese e della cooperazione internazionale”;
  10. “Difesa solidale” (p. 25);
  11. “Difesa patrimonio di valori e tradizioni”;
  12.  “Difesa interprete dell’esigenza di una sicurezza collettiva condivisa”.

Anche questo ‘dodecalogo’ del buon comunicatore militare ricicla alcune parole-chiave evidenziate nella prima parte del documento (unità, sicurezza, innovazione), ma introduce altri concetti che rendano più positiva l’immagine delle nostre ff. aa. (opportunità, deterrenza, interesse nazionale, sostenibilità, accelerazione tecnologica, cooperazione, solidarietà, difesa delle tradizioni, condivisione).

A questo punto, provo anch’io a rendere in modo sintetico quale immagine di ‘difesa’ il Ministero cerca di trasmettere attraverso la ‘comunicazione militare’.

A. CONCETTI BASILARIB. FINALITÀ DICHIARATEC. IMMAGINE PROPOSTAD. MESSAGGI DA COMUNICARE “la Difesa è…”
1.Identità1. Informazione1. Agilità1. Volano di crescita
2. Sinergia2. Coinvolgimento2. Efficacia2. Non costo ma investimento
3. Rapidità3. Consapevolezza3. Meritocrazia3. Fonte di sicurezza e stabilità
4. Credibilità4. Partecipazione4. Coesione4. Stimolo allo sviluppo nazion.
5. Efficacia5. Trasformazione5. Preparazione“la Difesa serve a…”
6. Integrazione6. Valorizzazione6. Integrazione5. Deterrenza
  7. Efficienza6. Sostenibilità
  8. Modernità7. Accelerazione tecnologica
   8. Cooperazione
   9. Solidarietà
   10. Difesa delle tradizioni
   11. Condivisione

Da questo schema riassuntivo risalta l’intento del M.D. di utilizzare la comunicazione militare per trasmetterci un’immagine della difesa sempre più:

  1. unitaria (A1 – A2 – A6 – C4 – C6);
  2. moderna (B5 – C8);
  3. credibile (A3 – A4 -A5 – C1 – C2 – C3 – C5 – C7 – D2 – D7);
  4. popolare (B1 – B2 – B3 -B4 – B6 – D8 – D9 – D10 – D11);
  5. utile socio-economicamente (D1 – D3 – D4 – D5);
  6. sostenibile (D6).

Insomma, teniamo conto di questa ’strategia comunicativa’ del Ministero della difesa quando siamo raggiunti – sempre più spesso – da messaggi mediatici che esaltano le forze armate e promuovono la ‘cultura militare’. Si tratta di narrazioni smaccatamente propagandistiche, che mirano solo ad accrescere subdolamente il consenso alla militarizzazione della società civile, alla quale dobbiamo invece fermamente opporci [viii].


NOTE

[i] Cfr., ad es.: Marshall B. Rosenberg, Insieme possiamo farcela. Come risolvere i nostri conflitti in modo efficace e senza violenza, Torino, Esserci, 2017; Idem, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Torino, Esserci, 2003; Jean-Philippe Faure – Celine Girardet, Empatia. Al cuore della comunicazione non violenta, Firenze, Terra Nuova ed., 2017; Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi ed., 2022

[ii]  Ministero della Difesa, Programma di Comunicazione M. D., Anno 2025 (Parte I) https://www.difesa.it/assets/allegati/3706/pc_md_2025.pdf

[iii] Cfr. Sgt. Nicolas Perez, 16 Key Principles of Effective Communication, DBDS, U.S. Dept. Of Defense, 2023 https://www.dvidshub.net/news/439448/16-key-principles-effective-communication

[iv]  Cfr. Angela M. Yarnell,; Cindy Dullea, Neil E. Grunberg, Chapter 11: Military Communication https://medcoeckapwstorprd01.blob.core.usgovcloudapi.net/pfw-images/dbimages/Fund%20ch%2011.pdf

[v]  Cfr. Min. Dif., Programma di Comunicazione, cit., pp. 10-23

[vi]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista, cit.

[vii]  Cfr. ad es.: Ermete Ferraro, Un militarismo futurista? Analisi critica del discorso del gen. Carmine Masiello (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/Il camaleontico ambientalismo dei militari (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/07/24/il-camaleontico-ambientalismo-dei-militari/Camaleonti con le stellette (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ ; A rotta di…protocollo (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/01/29/a-rotta-di-protocollo/ ; Strategie sanitarie… (2021) https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/ ; Fenomenologia dello ‘strumento militare’ (2020) https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[viii] Su questo tema ci sono varie ed utili fonti informative da consultare, in primo luogo il sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università https://osservatorionomilscuola.com/ ). V. anche il mio saggio “Il militarismo eterno”, Academia.edu, 2020  https://www.academia.edu/44126545/IL_MILITARISMO_ETERNO_Ermete_Ferraro  

© 2025 Ermete Ferraro

PER UNA COMUNICAZIONE DISARMATA E NONVIOLENTA

Premessa

Dopo l’elezione di Papa Leone XIV, i media hanno ripetutamente evidenziato come le sue prime parole da successore di Pietro siano state auguri di pace ed esortazioni alla ‘costruzione di ponti’.  Il fatto che tali richiami del nuovo pontefice déstino ancora quasi meraviglia mi sembra che dia la misura di quanto poco la fede in Cristo e l’accettazione del messaggio evangelico siano profondamente ed effettivamente radicate nel sentire comune, perfino in un contesto culturale che ama definirsi ‘cristiano’.

Dalla reazione un po’ stupita di alcuni commentatori, inoltre, traspare l’idea che la Parola di Gesù Cristo avrebbe forse potuto essere diversamente interpretata da un nuovo Papa, come se si trattasse d’una ideologia qualunque, da attualizzare o da limitarsi a tramandare, a seconda della persona posta a capo della Chiesa universale. Un’idea peraltro assai antica, come constatiamo già leggendo la prima lettera di san Paolo ai Corinzi, nella quale l’apostolo ammoniva le prime comunità cristiane a non seguire questa strada divisiva ed incoerente.

«10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. […] 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo” 13 È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? […] 17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» [i].

Il Vangelo del ‘Principe della Pace’ [ii] – almeno tra i credenti – non dovrebbe essere ridotto a ‘sapienza di parola’, perché la pace, la carità fraterna e la riconciliazione non sono delle variabili da porre più o meno in evidenza, ma costituiscono il cuore stesso della buona notizia che il Salvatore ci ha lasciato come nuovo testamento. Ma purtroppo millenni di cristianesimo non testimoniano una reale fedeltà a quel messaggio di pace che, come sottolineava già nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam, dovrebbe comunque caratterizzare l’umanità.

«Solo a questo essere animato è stato concesso il dono del linguaggio che è lo strumento principe nella conciliazione dei rapporti di amicizia […] Va bene, si conceda che la natura, pur così potente tra le belve, non abbia avuto alcuna efficacia tra gli uomini. […] Del resto, considerato che l’insegnamento di Cristo è ben superiore a questo, perché non convince chi lo professa relativamente, soprattutto a quell’elemento verso cui più d’ogni altro spinge, vale a dire la pace e la reciproca benevolenza? O, se non ce la si fa proprio, perché non fa disimparare questa tanto empia e bestiale pazzia che è il muoversi guerra?» [iii].

Trovo molto significativo, in particolare, il riferimento di Erasmo al linguaggio umano come strumento al servizio della pace e della conciliazione e, non a caso, da parecchi anni alcuni miei contributi [iv] hanno riguardato proprio il nodo della comunicazione come veicolo di una relazione non ostile, quindi priva di violenza, ma soprattutto costruttiva e pacificatrice. Un aspetto che non mi sembra sia stato finora adeguatamente approfondito e valorizzato perfino all’interno dei peace studies, dove l’attenzione spesso si focalizza sui contenuti dell’educazione alla pace più che sulle modalità comunicative che dovrebbero caratterizzare un approccio nonviolento. Ecco perché l discorso che Papa Leone XIV ha indirizzato agli operatori della comunicazione pochi giorni dopo la sua elezione [v] mi sembra di fondamentale importanza e quindi intendo analizzarlo attentamente.

Per un dialogo non aggressivo, veritiero, umile e amorevole

Troppo spesso i resoconti giornalistici, radiotelevisivi e dei social media ci offrono solo una parte dei discorsi pubblici, solitamente quella che più colpisce la sensibilità dei lettori o che risulti particolarmente interessante a loro giudizio. Nel caso dell’elocuzione che il nuovo Papa ha rivolto ad un pubblico di addetti all’informazione, però, il tema non riguardava questo o quel tema, bensì l’essenza stessa del loro compito di comunicazione. Eppure, pur riferendone le parole, non mi sembra che siano stati in molti quelli che hanno posto l’accento su un aspetto così importante. Cominciamo allora a prendere in esame quanto ha detto in questa circostanza l’ex mons. Prevost, che aveva esordito presentandosi dalla loggia vaticana come “un figlio di Sant’Agostino”.

  «Beati gli operatori di pace» […] una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla» [vi].

I primi elementi di una comunicazione in stile evangelico che il Papa ha messo in rilievo sono racchiusi in due attributi (diversa e non aggressiva) ed in un nome-concetto da cui si prende le distanze (competizione), affermando che la ricerca della verità non dovrebbe mai essere disgiunta dal comandamento dell’amore e da uno spirito di umiltà.

«Il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra [...] Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi» [vii].

La ‘guerra delle parole’ evocata da Leone XIV è in gran parte dovuta a quegli “stereotipi e luoghi comuni” che avvelenano la comunicazione, impedendo la dinamica costruttiva del dialogo o comunque irrigidendola. Anche nell’informazione bisogna dunque liberarsi dalla ‘Babele’ dell’incomunicabilità, in cui un linguaggio fazioso diventa strumento di confusione e produce solo incomprensione e inimicizia.

«Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto» [viii].

Già, perché uno stile aggressivo – come verifichiamo ogni giorno a livello mediatico – non produce niente di buono né tanto meno facilita il ‘confronto’ che, anche etimologicamente, richiama appunto il concetto di ‘dialogo’, cioè il discorso tra due o più persone che si fronteggiano con le loro diversità, ma che dovrebbero comunque perseguire un obiettivo comune attraverso lo scambio verbale. Ma allora, per citare ancora le parole di Erasmo, come mai dopo millenni dalla Parola di Cristo, dai discorsi emerge spesso tutt’altro che “amicizia e reciproca benevolenza?”. Perché allora, come si chiedeva Erasmo:

«Ogni pagina delle Scritture dei cristiani proclama solo pace e concordia, e tutta la vita dei cristiani è soltanto un’interminabile guerra»?  [ix]

Per una comunicazione senza pregiudizi, fanatismi e odî

A questo punto del suo discorso agli operatori della comunicazione, il Santo Padre è andato diritto al punto fondamentale della questione. Dal momento che gli stessi cristiani, contrariamente al precetto evangelico di una concordia che porti alla pace, sono stati troppo spesso coinvolti in quella ‘interminabile guerra’, bisogna sicuramente disarmare gli stati, ma prima ancora le coscienze ed il linguaggio. Su questo tema Leone XIV, in modo significativo, rilancia qundi il potente ed insistente messaggio che era stato di Papa Francesco.

«Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana […] Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace» [x].

Ricapitolando ciò che ci ha trasmesso il Papa col suo discorso – rivolto in primo luogo, ma non soltanto, a chi lavora in questo specifico ambito – provo a riepilogare quelle che appaiono le sue coordinate per giungere ad una comunicazione di pace e per la pace.

  •  Quella che Gandhi avrebbe chiamata ‘parte oppositiva’, ossia l’esclusione di ciò che va in direzione esattamente contraria a tale obiettivo, si riferisce ai seguenti atteggiamenti e comportamenti citati da Leone XIV: aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio.
  • La pars construens’ (il gandhiamo ‘programma costruttivo) è invece racchiusa nelle espressioni da lui usate in positivo: ricerca della verità, amore, umiltà, dialogo, confronto, comunicazione disarmante, condivisione, coerenza con la dignità umana, consapevolezza e coraggio.

Ritornando al non casuale richiamo del nuovo pontefice alla sua caratterizzazione come ‘figlio di sant’Agostino’, c’è forse da fare una considerazione. Il grande Padre della Chiesa considerava la parola come qualcosa che va oltre ciò che intende designare, rappresentando anche un ponte tra Dio e l’umanità ed anche uno strumento per comunicare la Verità. Non a caso le Sacre Scritture parlano del Logos, evocando sia il potere creativo della Parola del Dio Padre, sia la sua incarnazione nella persona umana del Figlio redentore. Come Papa Francesco affermò in una sua omelia del 2023, intitolata appunto “Dei verbum”:

«Agostino riconobbe il compito del predicatore in questo rapporto tra parola e voce, sia per la sua grandezza sia per i suoi limiti. Da un lato, il bel compito del predicatore consiste nell’essere una voce percepibile e viva al servizio della Parola di Dio. Dall’altro, il suono sensoriale, cioè la voce che porta la parola da una persona all’altra, è destinato a scomparire, mentre la parola rimane. La voce umana non ha altro scopo che trasmettere la parola; dopodiché può e deve fare un passo indietro e tacere di nuovo in modo che la parola rimanga al centro dell’attenzione» [xi].

Il problema nasce quando le voci umane smettono di trasmettere la Parola oppure ne tradiscono il senso, creando la “confusione di linguaggi senza amore” cui si riferiva Papa Leone XIV, falsando la verità ed impedendo il dialogo e la concordia su cui si fonda una comunicazione che sia al tempo stesso “disamata e disarmante”.

Una grammatica di pace per disarmare la comunicazione

Trovo di fondamentale importanza che uno dei primi discorsi del nuovo Pontefice sia stato dedicato a questo aspetto che, oltre ad essere un tema pastorale, è un terreno d’impegno per coloro che perseguono l’obiettivo dell’educazione alla pace. Formare non solo alle questioni riguardanti la pace, ma anche alle modalità nonviolente per costruirla, è compito della peace education,che sta conquistando spazio ed attuazione anche nel nostro sistema formativo, insidiato però da un’invadente e diffusa militarizzazione della scuola, dell’università e della cultura in generale.

Accennavo all’inizio che già dagli anni ’80 mi sono dedicato all’individuazione delle caratteristiche di una educazione linguistica per la pace, partendo dalla constatazione che il linguaggio – strumento principe per conoscere, comunicare, socializzare ed esprimersi – è troppo spesso utilizzato per conseguire finalità opposte, ossia per nascondere, creare divisioni e reprimere. I moventi negativi che rendono violento il linguaggio, non a caso, li ritroviamo in quelli cui faceva riferimento Papa Prevost, quando parlava di aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio. Se si vuole ‘disarmare’ la comunicazione verbale, perciò, bisogna n primo luogo accrescere la consapevolezza che essa può essere messa al servizio sia di relazioni positive sia d’intenzioni violente, in modo da iniziare a educare quanto prima possibile ad un linguaggio non ostile e costruttivo.

«La questione non è tanto annullare l’aggressività verbale – scrivevo più di 40 anni fa – quanto esplicitare i meccanismi attraverso cui si manifesta. Abituando i ragazzi a rendersi conto del peso di ciò che fanno e dicono e, nel contempo, abituandoli ad essere meno vulnerabili perché più consapevoli» [xii].

Una ‘grammatica della pace dovrebbe partire dal fornire strumenti per riconoscere quando una modalità linguistica serve a scoprire la realtà, a sentirci uniti e ad esprimerci o, viceversa, a nascondere la verità, provocare separazioni e bloccare la libera espressione di pensieri e sentimenti.  Ma anche la comunicazione non violenta ideata negli stessi anni da Marshall Rosemberg ci aiuta ad usare il linguaggio per distinguere le osservazioni dalle valutazioni, per comprendere ed esprimere i sentimenti, per cogliere ed esprimere i bisogni e per imparare a formulare richieste che non siano pretese.

La prima forma di disarmo della comunicazione è allora la presa di coscienza dei moventi negativi che talora la rendono aggressiva e distruttiva (pregiudizi, rancori, affermazione di sé a danno degli altri, intenzioni mistificatorie…). Il secondo passo è quello di affidarsi invece ad un linguaggio sincero, compassionevole ed aperto alla collaborazione, al fine di: «esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un’attenzione rispettosa ed empatica» [xiii] .

Nel mio ultimo contributo in tale direzione [xiv] ho avanzato anche l’ipotesi d’una grammatica ecopacifista, capace di avvalersi, oltre che delle suddette proposte di comunicazione nonviolenta per la pace, anche dell’apporto dell’ecolinguistica, un approccio innovativo che ci aiuta a comprendere le ‘storie’ che viviamo, analizzandole da un punto di vista ecologico, rendendoci capaci di resistere alle ‘narrazioni’ mistificanti che danneggiano il nostro mondo [xv]. Se infatti è di fondamentale importanza trovare il modo giusto per rendere il nostro linguaggio disarmato, in quanto rispettoso e non ostile, credo che sia non meno importante farlo diventare anche disarmante, cioè aperto e capace di suscitare empatia, fiducia e reciproca accettazione, agevolando in tal modo il dialogo e la collaborazione.


Note

[i]  1 Corinzi: 10-13/17

[ii]  Cfr. Isaia 9:6 e Giovanni 14:27

[iii] Erasmo, Sulla pace, Milano, Rusconi, 2007, pp.10-13

[iv]  Fra gli altri, v. in particolare: Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Ed. Satyagraha, 1984 e Idem, Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022

[v]  Cfr. il testo del discorso del 12/05/2025 sul sito https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/may/documents/20250512-media.html

[vi]  “Discorso del Santo Padre Leone XIV agli operatori della comunicazione”, cit.

[vii]  Ibidem

[viii]  Ibidem

[ix]  Erasmo, op. cit., p. 27

[x]   “Discorso del Santo Padre…”, cit.

[xi]  Papa Francesco, Omelia nella Santa Messa per il Festival Dei Verbum  (Basilica Concattedrale di San Siro, San Remo, 28 agosto 2023).   https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/cardinal-koch/2023/homelies/Nello-Spirito-di-Sant-Agostino-servire-la-parola-vivente-di-Dios.html . Sulle riflessioni linguistiche di S. Agostino cfr. Bottin, Francesco. (2023), Agostino e Wittgenstein sulla natura del linguaggio 1. Percorsi medievali per problemi filosofici contemporanei, pp. 15-54. https://www.researchgate.net/publication/369258660_Agostino_e_Wittgenstein_sulla_natura_del_linguaggio_1

[xii]  E. Ferraro, Grammatica di pace, cit., p. 35

[xiii]  Marshall B. Rosemberg, Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla C.N.V., Reggio E., Centro Esserci, 2003, ppp. 20-21

[xiv]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista…, cit.

[xv]  Sul concetto di ‘ecolinguistica’ v. in particolare: Arran Stibbe, Ecolinguistics language Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge, 2015


© 2025 Ermete Ferraro

Parlare e scrivere del o in napolitano?

Il Comitato Scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano ha ripreso i suoi ‘Incontri sul dialetto’ presso il MUSAP (Museo Artistico Politecnico), nello storico Palazzo Zapata in piazza Trieste e Trento (per i napolitani doc, Piazza San Ferdinando). Il programma stilato dal COM.VAL.NAP (orribile acronimo del predetto Comitato) ha compreso nel proprio calendario – che va dal 20 gennaio al 19 maggio – una dozzina di tali ‘incontri’, che affrontano gli aspetti più disparati. Si va dall’uso del dialetto “tra serie e cinema” (che ha inaugurato questa seconda stagione) al dialetto ‘nelle mani degli scrittori’; dalla ‘rimediazione musicale’ (sic) alle ‘lingue del teatro’, ma anche della pubblicità e del fumetto. Ovviamente senza tralasciare la nostra tradizione musicale, per passare di nuovo alla produzione registica ed a quella strettamente letteraria (poesia, narrativa).

Non so chi sia stato l’estensore materiale del programma, ma non posso fare a meno di notarvi due espressioni ricorrenti che mi hanno lasciato quanto meno perplesso: “uso del dialetto” e “il dialetto nelle mani di…”. Entrambe mi suonano piuttosto sgradevoli, per la loro evidente connotazione utilitaristica, tipica di chi il c.d. ‘dialetto’ l’osserva dall’esterno, più come una materia da studiare scientificamente, che come un proprio patrimonio, di cui farsi continuatore e difensore. Ancora una volta, insomma, sembra affiorare la preoccupante dicotomia che ho sintetizzato nel titolo di questa mia nota.

Si direbbe infatti che parlare e scrivere del napolitano risulti più ‘utile’ e socio-culturalmente accettabile che adoperarsi affinché ci siano sempre più persone che parlino e scrivano ancora in napolitano, possibilmente in un modo corretto ma non artificiale. Il napolitano, quindi, risulta più che altro un serbatoio linguistico cui fare riferimento non solo con lodevoli motivazioni di studio e approfondimento, ma spesso anche come un ‘patrimonio’ nel senso meno nobile, ma più pratico, del termine. Ossia vedendolo come una ricca e invitante fonte da cui attingere strumentalmente per fare poesia, scrivere canzoni, infarcire e caratterizzare produzioni teatrali, cinematografiche, televisive e musicali.

Non ho invece citato la narrativa in lingua napolitana, di cui da decenni si è ormai persa traccia (eccezion fatta per alcune pregevoli traduzioni di testi stranieri), ed altre produzioni più ‘laiche’ o comunque meno consacrate dalla tradizione, come quelle giornalistiche e più latamente mediatiche. La cosa più sorprendente è che si ritiene non praticabile o perfino inutile l’utilizzo più naturale ed ovvio per una qualsiasi espressione linguistica. Mi riferisco ovviamente  al suo insegnamento, sia all’interno delle varie fasi del percorso educativo- scolastico, sia mediante iniziative per adulti, promosse da associazioni culturali e università popolari, sebbene da molto tempo non ne manchino lodevoli esempi, ignorati dalle istituzioni e snobbati dall’accademia. Evidentemente queste attività dal basso provocano un certo disagio anche in coloro i quali, ignorando del tutto tali esperienze formative, hanno impostato le iniziative dello stesso CON.VAL.NAP. su due esclusivi filoni tematici,

Il primo è la preesistente ed istituzionale ricerca universitaria sul dialetto, la sua storia e la sua evoluzione, come peraltro c’era d’aspettarsi da un comitato formato da 6 docenti universitari su 7 componenti. Il secondo si basa invece sull’esplorazione di come esso sia comunque riuscito, nonostante tutto, a trovare spazi d’indubbia diffusione e popolarità, sia che si tratti di manifestazioni artistiche (poesia, musica, cabaret, serie televisive etc.), sia di fenomeni assai meno tradizionali, come il loro utilizzo (spesso spregiudicato ed approssimativo) nella pubblicità commerciale, nel linguaggio giovanile veicolato dai social media o nel colorito eloquio di alcuni esponenti politici. In entrambi i casi, a mio avviso, all’accento sul rispetto per una tradizione linguistica millenaria – da raccogliere, valorizzare e vivificare – si sovrappone (e talora si contrappone) un palese intento utilitaristico, che nelle sue manifestazioni cosiddette ‘popolari’ sembra proprio un’irritante mancanza di rispetto nei suoi confronti.

In effetti, oggi del dialetto napolitano – per continuare ad usare questa equivoca espressione, di solito premettendo che non si tratta però di una diminutio… – si può fare qualunque ‘uso’, lasciandolo senza problemi ‘nelle mani’ di chi pensa solo di utilizzarlo strumentalmente, senza alcuna finalità formativa o socioculturale. Ecco allora che, come è emerso già dal primo incontro, il cinema e la televisione vi hanno attinto sempre più, ma con scarsa consapevolezza di questo mezzo espressivo e solo per rendere più ‘colorite’ le loro produzioni. Ecco che un’intera generazione di rapper se n’è appropriata a modo suo, diffondendo tra i giovani una parlata improbabile a sentirsi e terrificante da leggere. Ecco che aziende, spesso paradossalmente settentrionali, nelle loro pubblicità hanno rispolverato strumentalmente espressioni tipiche della parlata napolitana, senza preoccuparsi di maltrattare il nostro idioma pur di catturare l’interesse dei potenziali clienti, nella solita chiave puramente folkloristica.

Mentre del napolitano tutti ormai possono servirsi senza problemi, da parte di chi dovrebbe invece occuparsi della sua ‘salvaguardia e valorizzazione’, si preferisce oscillare tra le profondità della ricerca glottologica e le sue assai meno elevate utilizzazioni, facendosene testimoni neutrali ed osservatori non partecipanti, più che soggetti critici verso tale deriva ‘populista’. Ne deriva che in questa seconda edizione dei suddetti Incontri – promossi dal COM.VAL.NAP. e sponsorizzati dalla Fondazione Campania dei Festival, si continuerà  a spaziare da un profilo antropologico culturale ad uno estetico e sociologico, ma sempre evitando accuratamente l’imbarazzante questione di dove, come e perché il nostro idioma andrebbe insegnato. In effetti se n’era già parlato all’inizio del primo ciclo degli ‘incontri sul dialetto’, ma evidentemente l’argomento è  considerato ormai chiuso ed archiviato, per cui chi lo risolleva, come è avvenuto all’inizio di questo secondo ciclo, deve quasi scusarsi con gli autorevoli – ma un po’ stizziti – interlocutori.

Concludo ricordando però che la legge regionale della Campania n. 14/2019 prescrive quattro compiti fondamentali al Comitato Scientifico da essa istituito. Oltre alle ovvie iniziative di studio e ricerca ed a quelle di diffusione di tali riflessioni (tramite conferenze, convegni ed eventi vari), al punto b si parla esplicitamente di “progetti specifici di tutela e valorizzazione del patrimonio etnolinguistico napoletano” e soprattutto, al punto c, di “conferenze, convegni ed interventi coordinati col mondo della scuola, e con corsi di aggiornamento rivolti ai docenti, in collegamento con l’Ufficio scolastico regionale”.  Purtroppo di questi due fondamentaliobiettivi istituzionali il COM.VAL.NAP. finora non sembra essersi fatto carico né sembra che voglia in seguito avviarsi su questa strada. Un percorso senz’altro più impegnativo, ma difficilmente trascurabile senza che sia sminuito e banalizzato lo spirito che più di cinque anni fa animò la proposta di legge approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania.


(*) Ermete Ferraro, laureato in lettere con indirizzo linguistico, già docente di tali discipline, è un esponente del movimento ecopacifista, un ricercatore ecolinguista ed un cultore della lingua e cultura napolitana, che ha insegnato a lungo in due scuole medie cittadine e su cui continua a tenere dei corsi per adulti presso l’Università delle Tre Età (UNITRE) di Napoli. E’ l’estensore materiale del progetto di legge a firma del cons. F. E. Borrelli sulla salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico di Napoli, nel 2019 approvato unanimemente ma con rilevanti modifiche, dal Consiglio Regionale della Campania.

Lacreme napulitane…

Un sondaggio… particolarmente ‘fastidioso’?

Sta circolando sul web un sondaggio dal quale emerge che il dialetto che risulta più ‘antipatico’ agli italiani – inopinatamente – sarebbe quello di Napoli.[i] Prima di passare al commento su questa inchiesta, consentitemi però di fare una premessa, anzi due.

 1. Personalmente ritengo che il termine ‘dialetto’ non sia appropriato quando si tratta di idiomi – come appunto il Napolitano – che abbiano una valenza e diffusione assai più ampia di quella che suggerirebbe il nome e che, per di più, hanno un’antica e nobile tradizione letteraria e di studi. Ritengo comunque inutile e fuorviante farsi trascinare in una vecchia e strumentale querelle su ciò che sia o meno ‘lingua’, a meno che al temine ‘dialetto’ non s’intenda attribuire particolari connotazioni negative o discriminanti.

2. Nei miei corsi, e quindi anche in questa nota, utilizzo e continuerò ad usare la versione ‘Napolitano’, poiché quella italianizzata, sebbene ordinariamente praticata, è palesemente scorretta. Infatti, –poli, il suffissoide greco utilizzato in altri toponimi italiani (Gallipoli, Empoli, Tripoli, Costantinopoli etc.) nella formazione di un aggettivo è ordinariamente seguito dal suffisso -itano e non certo –etano (Gallipolitano, Empolitano, Tripolitano, Costantinopolitano…).

Tanto premesso, torniamo alla sorprendente ’rivelazione’ diffusa dal sito web di Preply.  Si tratta di un’azienda che si occupa dell’insegnamento delle lingue, nata 2012 in Ucraina ma attualmente diffusa tutto il mondo. Una ”piattaforma globale di apprendimento[ii] che coordina più di 50.000 insegnanti qualificati per lezioni online, rivolti a singoli e ad aziende. Ebbene, Preply si promuove l’apprendimento d’un vastissimo repertorio di lingue (compreso turco, cinese e giapponese), però non risulta che abbia maturato in questi anni specifiche competenze ed interessi anche in campo dialettologico. Ciononostante, ha commissionato un sondaggio in materia a un non menzionato istituto di ricerca di mercato, il cui quesito era: “Quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?”.

Sorge spontanea, a questo punto, una domanda sia sulla finalità di tale indagine, visto che l’azienda in questione non sembrerebbe orientata ad insegnare dialetti o lingue regionali, sia sulla strana modalità con cui essa è stata condotta, chiedendo agli intervistati quali dialetti detestino anziché quali amerebbero conoscere, come ci si aspetterebbe da un sondaggio ‘di mercato’.

Una secondo interrogativo, altrettanto ovvio, riguarda la validità e significatività di siffatta inchiesta, sul piano della metodologia statistica impiegata e circa le conclusioni che se ne possono effettivamente trarre.

Quali dati emergono da quell’indagine?

«Questo sondaggio è stato condotto da un istituto di ricerca di mercato indipendente per conto di Preply. Al sondaggio hanno partecipato 1000 persone, il 48% di sesso maschile e il 52% di sesso femminile, di età superiore ai 18 anni. Il sondaggio ha avuto luogo tra il 14 e il 15 febbraio 2024.La domanda posta nel sondaggio è stata: “quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?” alla quale era possibile fornire fino a tre risposte. Le risposte possibili erano: Dialetto napoletano, Dialetto sardo, Dialetto siciliano, Dialetto veneziano, Dialetto lombardo, Dialetti piemontesi, Dialetti dell’Italia centrale (Dialetto umbro, Dialetto marchigiano, romanesco), friulano, Dialetto toscano, Dialetti emiliano-romagnoli, Dialetto ligure, Nessuna delle precedenti o Non esiste un dialetto che io trovi particolarmente fastidioso»[iii].

Posto così il quesito, l’interesse dell’indagine sembra rivolto prevalentemente alla conoscenza di quali, tra le 11 forme dialettali prese in esame, risultino meno apprezzate, ricavando solo a contrario quali sarebbero, invece, i dialetti più apprezzati e graditi.  Sul podio di questi ultimi ci sono – nell’ordine – quelli liguri, emiliano-romagnoli e toscani. Viceversa, la classifica di quelli che i 1000 intervistati hanno dichiarato di considerare addirittura ‘fastidiosi’ vede incredibilmente in testa quelli parlati in Campania, Sicilia e Sardegna.

«Il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dagli intervistati. Quasi un intervistato su quattro [25%] ha votato il napoletano come uno dei dialetti che meno apprezza. Anche tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità: circa un quarto degli intervistati nel capoluogo campano non apprezza particolarmente il dialetto della sua città. Secondo l’analisi il dialetto napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque [20%] ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto» [iv].

Gli italiani, secondo la citata inchiesta, proverebbero ‘fastidio’ anche per il sardo (l’11,4% non l’apprezza) e per il siciliano (che non piace al 10,5% degli intervistati), con la particolare sottolineatura che queste tre ‘lingue regionali’ [v] sarebbero sgradite proprio nelle loro sedi naturali, cioè Napoli, Cagliari e Palermo, confermando la famosa locuzione evangelica resa in latino con “nemo propheta in patria”. [vi]  Ma le cose stanno davvero così? È sufficiente un campione di 1000 intervistati di oltre 18 anni (48% maschi e 52% femmine), per trarre conclusioni apprezzabili sul piano statistico e scientifico? E, soprattutto, che senso ha l’aver chiesto quali dialetti le persone interpellate considerino ‘particolamente fastidiosi’, dal momento che in tal modo non si utilizza un parametro chiaramente individuabile e valutabile?

Che cosa ci dicono gli studi in materia?

In questi anni, peraltro, non sono mancate serie indagini statistiche sull’effettiva persistenza dei dialetti nelle varie fasce della popolazione italiana, per mettere in luce se e in che misura la nostra lingua nazionale sia davvero diventata ovunque l’espressione verbale comune, ma anche per rilevare quanto in Italia si registri tuttora una significativa variabilità in proposito, nelle diverse situazioni regionali e socioculturali. Una delle ricerche più recenti in materia è stata pubblicata nel 2017 dall’ISTAT ed ha quindi un’indubbia autorevolezza. Dalla lettura di quei dati apprendiamo, ad esempio, che:

«Nel 2015 si stima che il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto […] Per tutte le fasce di età diminuisce l’uso esclusivo del dialetto, anche tra i più anziani, tra i quali rimane comunque una consuetudine molto diffusa: nel 2015 il 32% degli over 75 parla in modo esclusivo o prevalente il dialetto in famiglia (erano il 37,1% nel 2006)» [vii].

Sul piano geografico, ci informava l‘indagine ISTAT, l’uso abituale e diffuso del dialetto nel 2015 persisteva principalmente nelle regioni meridionali, particolarmente in Sicilia (26,6%), Calabria (25,3%) e Campania (20,7%). Nello specifico, l’espressione dialettale restava molto frequente in contesti relazionali e familiari, giungendo addirittura alla percentuale del 75,2% in Campania.

È probabile che, a distanza di circa dieci anni, quei dati risultino meno attuali e significativi, ma sembra indubbio che il triangolo della persistenza nell’uso del dialetto resti principalmente legato a quelle tre regioni meridionali, laddove le rispettive espressioni linguistiche sono ancora apprezzate e praticate, pur con una marcata tendenza alla convivenza (e commistione) con l’Italiano. Tale fenomeno socio-linguistico è stato indagato soprattutto nell’area di Napoli [viii].

«In questa situazione demografica è dunque rimasta stabile una consistente presenza di gruppi familiari e sociali che, per dirla semplicemente, hanno continuato abitare dov’erano prima, spesso continuando a parlare come parlavano prima. Pertanto più che altrove è stata possibile la trasmissione alle nuove generazioni delle abitudini linguistiche familiari» [ix].

Ma allora come mai l’indagine condotta da Preply indica proprio il Napolitano come il ‘dialetto’ più sgradito non solo agli italiani, ma perfino agli stessi napolitani? Che fine ha fatto la ‘vitalità’ di questo idioma, tuttora molto popolare fuori dell’Italia e veicolo dell’illustre tradizione civile e culturale di cui, proprio in questo periodo, ci prepariamo a celebrare i 2500 anni?

Dalla ricerca condotta per quella piattaforma internazionale di formazione linguistica apprendiamo che le lingue locali più amate e praticate sarebbero solo quelle parlate in Liguria, Emilia-Romagna e Toscana, ma perfino nelle Marche.

«Per quanto riguarda le città che mostrano un forte attaccamento al proprio dialetto dalla nostra analisi emerge che a Genova non vi è nessuna opinione negativa riguardo al dialetto locale, solo il 2,7% degli abitanti di Ancona non apprezza particolarmente il dialetto marchigiano, mentre soltanto il 6,3% dei bolognesi non gradisce il dialetto emiliano-romagnolo» [x].

Qualche osservazione finale

Da fautore d’un approccio alla comunicazione nonviolento ed ecolinguistico [xi], mi rallegro dell’attaccamento mostrato dai genovesi nei confronti della loro madrelingua o dagli anconetani e bolognesi verso le proprie espressioni locali. La tutela e valorizzazione delle nostre multiformi realtà linguistiche, infatti, non vanno scambiate con una tendenza ‘identitaria’,conservatrice se non retrograda, bensì intese come salvaguardia della diversità culturale in un periodo contrassegnato dall’omologazione e dalla cancellazione delle differenze, agevolando il dominio di un’artificiale ’neolingua’ e di ‘monoculture della mente’[xii]

Ciò premesso, non riesco a comprendere senso e funzione di un’indagine che mira invece a mettere in evidenza proprio le idiosincrasie degli italiani nei confronti delle espressioni linguistiche locali non ancora eliminate da quel processo di omologazione, additando specificamente Napolitano, Sardo e Siciliano come i ‘dialetti’ più sgraditi, peraltro senza approfondire le motivazioni di tale supposta ‘antipatia’. L’ambivalenza di questa ricerca affiora inoltre quando la stessa Preply sottolinea, viceversa, l’importanza della varietà linguistica italiana, ritenendola un fattore positivo per lo stesso italiano.

«La ricchezza e l’eterogeneità dei dialetti italiani rivendicano un posto essenziale nella società contemporanea e il riconoscimento delle varianti linguistiche regionali apporta un contributo significativo al tessuto culturale. Ogni dialetto, indipendentemente dalla sua popolarità, è un tesoro che merita tutela.

Inoltre va sottolineato quanto le espressioni dialettali arricchiscono il lessico dell’italiano standard […] Questi termini dialettali conferiscono al mosaico della lingua italiana una varietà unica» [xiii].

Non sono affetto da alcun complesso che m’induca a difendere a spada tratta la lingua napolitana, che particolarmente apprezzo e di cui da un trentennio mi adopero a diffondere una corretta conoscenza. Mi riesce comunque difficile accettare ciò che emergere dall’indagine in questione, alla luce dell’indiscutibile popolarità e diffusione del Napulitano rispetto a forme linguistiche più localizzate e meno ricche di cultura, con tutto il rispetto per lo Zeneize e l’Anconetano.

Consiglierei pertanto alla dirigenza di Preply (capeggiata da due rampanti imprenditori ucraini, che nel giro di 6 anni sono riusciti ad attirare finanziamenti per varie decine di milioni di dollari da svariate corporations multinazionali [xiv]) di continuare ad occuparsi dell’insegnamento delle lingue nazionali, evitando però di scendere su un terreno che non mi pare sia loro confacente.   


NOTE

[i][i] Cfr. https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/

[ii] Cfr. https://preply.com/it/chi-siamo

[iii] https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/ cit. (sottolineature mie)

[iv] Ibidem

[v]  Cfr. a tal proposito, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992, il cui testo italiano è in:  https://rm.coe.int/168007c095 protette#:~:text=Le%20%E2%80%9Clingue%20regionali%20o%20minoritarie,i%20di%20quello%20Stato%20e

[vi] Il testo evangelico, in effetti, è un po’ differente. Cfr. Mt 13:57 Mc 6:4 (“Οκ στιν προφήτης τιμος ε μ ν τ πατρίδι ατο κα ν τ οκίᾳ ατο) e Gv 4:44 (“… προφήτης ἐν τῇ ἰδίᾳ πατρίδι τιμὴν οὐκ ἔχει”)

[vii] ISTAT (2017), L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. pag. 1. https://www.istat.it/it/files/2017/12/Report_Uso-italiano_dialetti_altrelingue_2015.pdf  . Cfr anche l’articolo: D. Facchini (2018), “L’inattesa vitalità dei dialetti d’Italia. Nuovo interesse oltre i pregiudizi”, Altraeconomia. https://altreconomia.it/dialetti-italiano/

[viii] A tal proposito, risultano utili gli approfondimenti condotti, anche con ricerche sul campo, da alcuni studiosi di dialettogia.come nel caso di: Nicola De Blasi (2017), Saggi linguistici sulla storia di Napoli, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria.

[ix] Nicola De Blasi – Francesco Montuori (2020), Una lingua gentile – storia e grafia del napoletano, Napoli, Cronopio, pag. 85

[x] Preply, sondaggio cit.

[xi] Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni

[xii] Cfr. Vandana Shiva (1995), Monocolture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, Torino, Bollati Boringhieri

[xiii] Preply, sondaggio cit.

[xiv] Nel loro sito web aziendale si citano: Point Nine Capital, RTAventures, Full In Partners, Inovo Venture, OWL Ventures, Diligent Capital, Hoxton Ventures e Horizon Capital

© 2024 Ermete Ferraro


Un militarismo… futurista?

Analisi Critica del Discorso del gen. Carmine Masiello

Premessa

Ha fatto scalpore il discorso tenuto dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di C.A.  Carmine Masiello, che all’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito ha deciso di parlar chiaro, affermando che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra” e che quindi la formazione dei futuri soldati può essere impartita solo in una “scuola di guerra[i]. La clamorosa rottura d’un consolidato tabù verbale, che per anni ha evitato l’esplicitazione della destinazione sostanzialmente bellica delle forze armate, edulcorandone la funzione in chiave ‘civile’, ha suscitato prevedibili reazioni critiche tra coloro che fanno parte dell’arcipelago pacifista. Viceversa, le marziali dichiarazioni del generale Masiello hanno sortito un effetto quasi liberatorio sui colleghi delle alte sfere militari, che si sono affrettati a cogliere l’occasione per esternare il loro represso malumore.

CARMINE MASIELLO – SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA

Tra i commenti più importanti, quello del gen. Leonardo Tricarico, ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ha approfittato per ironizzare sulle reazioni di chi, avendo in precedenza cercato di «riconvertire l’esercito in una costola della Protezione Civile […] si allarma invece quando un capo di Stato Maggiore richiama l’attenzione generale sulla missione propria delle Forze Armate…»[ii]. Tricarico ha criticato inoltre «l’incultura della difesa dominante» che sarebbe frutto di «scarsa o nulla attenzione che larga parte del mondo della politica dedica alle Forze Armate», concludendo con una tagliente affermazione: «…bene ha fatto quindi Masiello a sfidare l’ipocrisia dominante e a richiamare implicitamente l’attenzione sui doveri elusi da parte di molti». [iii]

Alla sua impennata polemica ha fatto eco l’esternazione di un altro ex-vertice militare, il gen. Marco Bartolini (già comandante della ‘Folgore’), che ha confermato il suo appoggio a Masiello, nelle cui parole non vedeva nessun «assurdo richiamo alla necessità della guerra», ma «semplicemente un richiamo alla realtà”», in contrapposizione a «…un’interpretazione ideologica del dettato costituzionale, secondo cui con l’articolo 11 l’Italia non si limita a ripudiare la guerra, ma ad ‘abolirla’ addirittura facendo ipocritamente finta che si tratti di un fenomeno del passato, anacronistico, che non ci riguarda». Dopo questa scandalizzata affermazione, ha così concluso:

«Masiello ha dato voce, approfittando delle preoccupanti contingenze attuali, a una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica». [iv]

Notiamo che in questi due interventi risuona in sottofondo un giudizio comune: far finta che le forze armate servano a funzioni civili è una dimostrazione di deprecabile ipocrisia. Ebbene, pur dal fronte opposto dei pacifisti nonviolenti, non posso non associarmi a questa valutazi0ne, dal momento che innegabilmente per decenni si è cercato di mistificare il ruolo del sistema militare, conferendogli virtù civili e compiti di supporto alla giustizia, alla sanità ed alla protezione civile che oggettivamente non gli spettano. Ciò che i tre alti ufficiali evitano di dire, però, è che questa ipocrita riverniciatura ‘buonista’ (e in alcuni casi perfino ‘ambientalista’) delle forze armate ha favorito proprio la loro pervasiva infiltrazione a livello sociale e perfino educativo, da un lato legittimandole sul piano democratico e dall’altro spargendo subdolamente semi di cultura militarista nella comunità civile.

Lettura ‘critica’ del discorso del gen. Masiello

L’analisi critica del discorso (ACD – CDA) è da molti anni una pratica che combina varie discipline – dalla linguistica applicata alle scienze sociali, dalla psicologia all’antropologia – per individuare e mettere in luce «…le modalità attraverso le quali il linguaggio rivela, nasconde, riproduce o pone in discussione ideologie di potere e rappresentazioni del sé e degli altri» [v]. Io ho cercato di adattare tale metodologia all’impostazione ecopacifista che ho provato a diffondere in questi anni, soffermandomi in particolare sulla necessità di alimentare una comunicazione nonviolenta proprio a partire da una maggiore consapevolezza di quanto i media ci stiano abituando «ad un’informazione che ricorre frequentemente ad atti linguistici impliciti: indiretti, retorici e convenzionali». [vi]

L’analisi linguistica da un punto di vista ‘pragmatico’, nello specifico, può aiutarci a comprendere come le parole che usiamo sono dei veri e propri ‘atti’, che producono effetti ben precisi sui destinatari. È fondamentale distinguere quelli denominati ‘constativi’ (che descrivono una situazione per cui possono essere veri o falsi) da quelli chiamati ‘performativi’ (che invece realizzano una vera e propria azione pratica e sono quindi valutabili verificando se raggiungono o meno il loro scopo).  Le parole che usiamo, quindi, si configurano come atti sia ‘locutori’ (cioè espliciti, in quanto dicono qualcosa di oggettivo), sia ‘illocutori’ (nella misura in cui si propongono una certa funzione) o anche ‘perlocutori’ (se vogliono produrre nei destinatari effetti sul piano emotivo).

Fatta questa breve premessa metodologica, vorrei ora provare a fornire una lettura critica del discorso del generale Masiello non tanto a livello banalmente ideologico (dando per scontata l’inconciliabilità tra le sue reboanti dichiarazioni in chiave militarista e la mia formazione antimilitarista e nonviolenta), quanto sul piano dell’analisi strutturale di quel testo, apparentemente un’elocuzione spontanea e diretta ma in effetti ben costruita nella sua articolazione e nella scelta dei toni adoperati.  Per farlo ho provato ad evidenziare al suo interno alcune ‘parole chiave’ (sostantivi, attributi e verbi), verificandone la ricorrenza, ed incasellandole in una tabella che distinguesse quelle di segno positivo da quelle esprimenti valutazioni negative. Con tale analisi critica, inoltre, ho cercato di verificare se dal primo elenco di locuzioni affiori una ‘visione’ più ampia, una concezione ideologica complessiva

Devo dire che la mia prima impressione, ascoltando e leggendo quel discorso, è stata quella di un appello di tono vagamente ‘futurista’, finalizzato a rompere le convenzioni ipocrite del linguaggio politically correct, per lanciare ai soldati (ma anche all’opinione pubblica) un messaggio provocatorio.  Quella sensazione iniziale mi è stata confermata dall’analisi delle parole-chiave emergenti dalla suddetta filippica del capo dell’Esercito. Da esse infatti trasuda non solo polemica verso i precedenti governi ‘progressisti’, ma anche risentimento nei confronti dei politici che hanno ridimensionato il peso della forza armata di terra, per di più attribuendogli funzioni assai poco marziali. Ma quali sono le caratteristiche stilistiche della retorica futurista con le quali cui possiamo cercare analogie?

«AZIONE, VELOCITÀ’ E ANTIROMANTICISMO […] Filippo Tommaso Marinetti viene a formulare il suo programma di rivolta contro la cultura del passato proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente rinnovata. I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli del dinamismo, della velocità e dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna società industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina…» [vii] .

Ebbene, basta dare una scorsa al campo semantico delineato dalla tabella 1 per rendersi conto di come è possibile ritrovare nel discorso del generale alcuni elementi tipici di quell’ideologia futurista

Tab. 1 – AREA SOSTANTIVI POSITIVI

GUERRA 4      TEMPO 4         LEADER 3      COMANDANTE 3     ERRORE 3             
MISSIONE 2   PROATTIVITÀ 2  TECNOLOGIA 2   ADDESTRAMENTO  2   VALORE  2   REGOLA 2  
REALTÀ   RIVOLUZIONE   FUTURO   MENTE   SFIDA SCELTA LOCOMOTIVA CAMBIAMENTO VISIONE BATTAGLIA TRASFORMAZIONE AVANGUARDIA   IMPEGNO    ISTITUZIONE MENTALITÀ   CAMPAGNA MULTIDOMINIO   DOTTRINA   ORDINE INIZIATIVA ESEMPIO   FORZA DISCIPLINA EVOLUZIONE VELOCITÀ

Provo a sintetizzare alcune osservazioni che scaturiscono da questo quadro:

  1. Preoccupazione per il trascorrere del tempo, con l’incalzare di situazioni di crisi sottovalutate, cui la politica avrebbe dato finora risposte deboli ed insufficienti.
  2. Necessità pertanto d’imprimere una molto maggiore velocità ad un processo di cambiamento e trasformazione delle forze armate, arrivando ad ipotizzare una vera e propria rivoluzione rispetto al passato.
  3. Senso della realtà ma anche proiezione in una dimensione di futuro prossimo, che richiede non solo decisioni veloci, ma proattività, cambio di mentalità e capacità d’iniziativa.
  4. Priorità della tecnologia (le ‘macchine’…), per non essere soltanto al passo coi tempi, bensì all’avanguardia.
  5. Centralità della guerra nella missione delle forze armate, che conseguentemente hanno bisogno di leader autorevoli e comandanti di valore.
  6. Risposta a tale sfida epocale modernizzandole, ma senza dimenticare che quella militare resta comunque una istituzione, che richiede esempio, impegno, forza, ma principalmente regole e disciplina.

Anche se andiamo ad esaminare i campi semantici che racchiudono gli attributi ed i verbi che ho evidenziato nel testo del discorso, abbiamo una conferma di questa impostazione.

Tab. 2 -AREA ATTRIBUTI E VERBI POSITIVI

  • Valorizzazione di ciò che è tecnologico, moderno, nuovo, alternativo eche quindi si rivolge soprattutto ad un mondo giovane.
  • Insistenza – di stampo altrettanto futurista – su aggettivi come veloce e proattivo, avverbi come presto e subito e verbi come correre, innovarsi e cambiare.
  • Scampoli di retorica militarista, che traspare da attributi come addestrato, vittorioso, interforze e da verbi quali servire, rischiare, superare e addestrarsi.

I nemici da battere…

Se dalle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito emerge prepotentemente una prospettiva ‘futurista’ per le nostre forze armate, non meno chiara è l’impostazione ‘passatista’ contro la quale scaglia i suoi strali polemici.

«Non è difficile comprendere che l’ottica futurista, in quanto palesemente antiborghese, si pone contro la tradizione, il perbenismo e la democrazia. Al contrario inneggia ad atteggiamenti ribelli e liberatori che sottintendono un deciso disprezzo dei sentimenti. I futuristi sono a favore della guerra al punto da definirla la ‘sola igiene del mondo’ […] la guerra è considerata l’unico ‘strumento’ possibile per distruggere il vecchio mondo, presupposto fondamentale per poterne costruire uno totalmente nuovo …». [viii]

Come emergeva già nel 1909 dal marinettiano ‘Manifesto del Futurismo’ [ix], infatti, la sfida che il suo avanguardistico movimento lanciava alla società era rivolta alla tradizione, all’immobilità, alla paura del cambiamento ed al buonismo perbenista. Anche dal discorso del generale Masiello, peraltro, affiora una vena polemica di rottura col passato più recente delle forze armate, contrastando quindi l’ipocrita edulcorazione della loro ‘missione’ e le tradizionali remore e fissità di chi non sa osare. Sarebbero esse, insomma, che frenano il cambiamento e mal rispondono all’incalzante sfida della modernità e dell’efficientismo tecnologico. 

Nelle seguenti tabelle 3 e 4 sono raggruppati i termini usati da Masiello proprio per sottolineare i disvalori contro i quali bisognerebbe battersi per una modernizzazione ed efficientizzazione dell’arma di terra.  Esse sono un’utile sintesi per comprendere contro quale bersaglio Masiello scaglia i suoi dardi critici, subito supportato da altri ex comandanti, che non hanno perso l’occasione per unirsi alla sua polemica.

Tab. 3 – AREA SOSTANTIVI NEGATIVI

Tab. 4 – AREA ATTRIBUTI E VERBI NEGATIVI

BUROCRATICO RASSICURANTE GERARCHICO
RALLENTARE DEVIARE

Dal confronto tra le due tabelle – ovviamente molto più scarne in quanto esprimono valutazioni solo negative – non è difficile individuare quali sarebbero i ‘nemici’ da battere, secondo l’attuale ‘leader’ dell’Esercito Italiano. Non a caso sono gli stessi che un secolo fa i Futuristi additavano al pubblico disprezzo come le forze oscure che si opponevano alla loro ‘rivoluzione’.  Al dinamismo frenetico, al culto della velocità ed all’attivismo predicato e praticato da quegli avanguardisti del ‘900, infatti, facevano da contraltare sostanzialmente due peccati originali della dirigenza politica liberale: la paura del cambiamento, il perbenismo borghese ed il freno ad ogni esperienza innovativa, dovuto anche al peso della burocrazia. Sono praticamente gli stessi difetti che il generale Masiello attribuisce al sistema politico italiano. Tra i sostantivi dell’area semantica negativa, infatti, al primo posto (con 7 occorrenze) c’è proprio la burocrazia, seguita a ruota dalla paura. Seguono un gruppo di caratteristiche strutturali del sistema democratico, come il primato della politica ed il ricorso alla diplomazia, cui si aggiungono i difetti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica, come inefficienze, storture, schematicità, timore e fissità.

Il dinamismo efficientista del modello manageriale e tecnocratico di Masiello entra così in evidente conflitto con quello burocratico, rassicurante e gerarchico della dinamica politica moderata, fatta di compromessi e di mezze verità. Secondo il gen. Tricarico, Masiello avrebbe dato coraggiosamente voce ad “una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica”. Cominciando dal superamento del tabù verbale connesso alla parola ‘guerra’, dunque, la sua ‘locomotiva del cambiamento’ si avvia a travolgere il buonismo ipocrita di chi vorrebbe rallentare quella corsa e deviare quell’indispensabile cambiamento.

Alcune osservazioni finali

Il nocciolo tematico del discorso del gen. Masiello è racchiuso in una frase che, con indubbia efficacia retorica, ma adoperando un tono informale, egli ha scandito in apertura, di fronte a centinaia di allievi e quadri militari che lo ascoltavano attenti:

«La nostra missione non è creare burocrazia, non è vivere nella burocrazia, non è vivere per la burocrazia. L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Quindi questo deve essere un messaggio molto chiaro che dovete avere tutti in testa: fino a qualche anno fa, era una parola che non potevamo utilizzare. Oggi la realtà ci ha chiamato a confrontarci con la guerra, questo non vuol dire che l’esercito vuole la guerra ma vuol dire che noi ci dobbiamo preparare e più saremo preparati per la guerra e maggiori probabilità ci saranno che ci sia la pace». [x]

Il messaggio apertis verbis del capo dell’Esercito, dunque, potrebbe essere sintetizzato in due espliciti moniti ai soldati di domani: (a) è finito il tempo delle mezze frasi ipocrite e della paura di esplicitare la funzione bellica delle forze armate; (b) i militari non vogliono la guerra ma, da seri professionisti, devono saperla gestire al meglio, con competenza, preparazione, capacità tecnologica e determinazione.  Il sasso nello stagno – complice l’attuale clima politico apertamente destrorso – è stato gettato ed ha prodotto – al di là del plauso di alti ufficiali in pensione – le prevedibili reazioni sdegnate di chi condanna la guerra ma, poco coerentemente, si guarda bene dal mettere in discussione il complesso militare industriale che la genera e la rende non solo possibile, ma tragicamente attuale.

Tornando però all’analisi pragmatica del discorso di Masiello, al suo interno troviamo, in varia misura, le tre categorie di atti linguistici cui accennavo in precedenza. Sono di tipo locutorio le affermazioni che, in modo esplicito, ci parlano di qualcosa di oggettivo, come nel caso del ridimensionamento organizzativo e finanziario dell’esercito, ma anche della sua progressiva trasformazione in qualcosa di diverso ed anomalo, conferendogli funzioni ‘vicarie’ in materia di assistenza, di pubblica sicurezza e di protezione civile. Altro elemento locutorio è il dato di fatto che la guerra è diventata sempre più ibrida, richiedendo sia eserciti numerosi e addestrati a battaglie tradizionali, sia contingenti addestrati all’uso di tecnologie digitali, robotiche e perfino a modalità non convenzionali.

«Se guardiamo l’Ucraina, che prendo come esempio, vi è un mix di guerra antica – le trincee che avevamo completamente dimenticato, i campi minati, i rotoli di filo spinato, il fango – e poi c’è il futuro, la guerra cibernetica, la guerra spaziale: ci sono i droni e tutte le loro varianti, c’è la disinformazione, la guerra delle menti. La mente nostra, dei militari e dei civili, è diventata ormai parte del campo di battaglia» [xi].

Risultano invece illocutorie le parti del suo discorso in cui egli si propone specifiche funzioni (denuncia, stimolo, richiamo ai doveri dei militari ma anche al superamento di un modello gerarchico-burocratico pesante e poco efficiente). Ne riporto di seguito due esempi:

«Però non si può fermare l’evoluzione positiva di un’organizzazione per il rischio personale, non mi interessa il destino di ognuno, non mi interessa la carriera del singolo, mi interessa l’organizzazione che deve cambiare. Lo dico per il bene dell’Esercito lo dico per il bene dei nostri soldati e delle loro famiglie […] Non fatevi criticare, che l’esercito italiano non è pronto per questi scenari. Nessun esercito è pronto per questi scenari! tutti si erano concentrati su queste famose operazioni di sostegno alla pace, tutti guardavano a quegli scenari, nessuno ha avuto la visione di capire quello che stava succedendo. Era comodo fare operazioni di sostegno alla pace, in primis perché costano di meno».[xii]

Sono infine evidenti – e numerosi – anche gli aspetti perlocutori, miranti a produrre sugli ascoltatori effetti sul piano emotivo (indignazione, insofferenza per la diminutio dell’arma di terra, fiducia nel nuovo leader, apertura mentale ad un futuro meno burocratico e più attivistico). Di seguito alcuni passi che mi sembrano andare in quel senso.

«…alla reattività si deve affiancare la proattività. Perché se ci limitiamo a reagire, fra 15-20 anni qualcuno di voi che sarà il mio posto avrà gli stessi problemi che io ho adesso, perché sarà cambiato lo scenario e non lo avremo previsto, perché ci saremo concentrati sulla reazione a quello che sta succedendo […] Queste regole, questi valori sono sulle nostre stellette. Le portiamo sul bavero, e sono quelli che ci rendono uniti, sono la nostra forza, sono quelli che fanno la differenza fra la nostra istituzione e un’organizzazione. Sono quelli per i quali quando si è in una crisi quando il paese è in difficoltà, sentite dire “chiamate l’esercito”, non dimenticatelo mai. […] Non tollerate che vengano messe in discussione le nostre regole, sono la garanzia della nostra essenza e della nostra sopravvivenza […] Non servono leader e comandanti che si servono dei propri uomini. Servono leader e comandanti che servono i propri uomini».[xiii]

Concludo con qualche osservazione sul senso di tali esternazioni, solitamente non consentite a coloro che, tradizionalmente, sono stati “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. In primo luogo sfaterei la diffusa sensazione che il discorso del generale Masiello costituisca un caso unico di fuoruscita dal recinto del politicamente corretto dove sarebbero stati confinati i militari. In realtà da decenni la voce degli esponenti delle forze armate risuona con toni critici verso le scelte della politica. La differenza è che, se prima si trattava di manifestazioni di scontento relegate in documenti ufficiali, ‘interni’, o in illegibili libri bianchi della Difesa, in questo caso il clamore è stato mediatico. Uno scalpore suscitato, inoltre, dal fatto che la requisitoria contro l’immobilismo della politica proviene da un vertice in carica e non un generale transitato alla politica, come nel caso del gen. Vannacci.

In secondo luogo, come esponente di uno storico movimento pacifista, devo notare che il gen. Masiello ha esplicitato, senza dubbio in modo plateale, ciò che stava già avvenendo sotto i nostri occhi, ma senza suscitare particolari reazioni nell’universo c.d. progressista. Se è innegabile che negli ultimi anni, ed in particolare all’Esercito, sono state attribuite funzioni estranee alla sua natura, è altrettanto vero che ciò risponde ad una strategia politica ben precisa. In precedenti articoli mi ero già soffermato su tale tendenza ‘camaleontica’, che vorrebbe privare le forze armate italiane della loro grinta bellicosa, mediante un restyling che le faccia apparire una struttura rassicurante, al servizio della pace, della sicurezza interna e perfino della protezione civile e ambientale.[xiv]  La continua penetrazione soprattutto dell’esercito nelle nostre realtà sociali e formative è frutto di questo mimetismo subdolo ed opportunista, poco apprezzato però dai generaloni con greca e medaglie.

Ebbene, per chi vorrebbe smilitarizzare la società lo smascheramento del goffo tentativo della politica di ‘civilizzare’ i militari potrebbe essere, tutto sommato, un salutare calcio all’ipocrisia di chi stava cercando di ‘normalizzare’ le forze armate. Fatto sta che la deflagrazione dei conflitti bellici ha cambiato bruscamente gli scenari e non c’è da meravigliarci se quegli equilibri sono saltati, per cui qualcuno ha dovuto ricordarci che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Forse è proprio vero che, per citare un’espressione evangelica, “oportet ut scandala eveniant”…


Note

[i]  Il testo integrale del discorso è riportato nell’articolo: “L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Il discorso del generale Masiello che scuote i militari”, ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-il-discorso-del-generale-masiello-che-scuote-i-militari_2IgF6KxCcHYTieeaHHZNn

[ii] “Il discorso del generale Masiello piace agli esperti militari” , ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-generali-daccordo-con-capo-sme-masiello_3Etg6pLo6FaMD8sJoNILo5?refresh_ce

[iii] Ibidem

[iv] Ibidem

[v]  Paola GIORGIS (2015), “Analisi critica del discorso (Critical Discourse Analysis – CDA)”, Center for Intercultural Dialogue, No. 51 https://centerforinterculturaldialogue.org/wp-content/uploads/2016/07/kc51-cda_italian.pdf . Vedi anche: Giuseppe MANTOVANI (2008), Analisi del discorso e contesto sociale – Teorie, metodi e applicazioni, Bologna, il Mulino

[vi] Ermete FERRARO (2022), Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, p.148

[vii] “Innovazioni formali dei futuristi” (2016), Bald Mountain Literature, https://bmliterature.altervista.org/blog/innovazioni-formali-dei-futuristi/  (grassetto mio)

[viii] “Futurismo in letteratura: caratteristiche ed esponenti”, https://udine.unicusano.it/studiare-a-udine/futurismo-in-letteratura/#:~:text=Non%20%C3%A8%20difficile%20comprendere%20che,un%20deciso%20disprezzo%20dei%20sentimenti.

[ix][ix] Filippo Tommaso MARINETTI (1909), Il Manifesto del futurismo. https://archive.org/stream/marinetti-manifesto-del-futurismo-1909/1909%20ansf_op_d_0044_djvu.txt

[x]  Vedi il testo completo, riferito dall’ADN Kronos e citato nella nota 1

[xi]  Ibidem

[xii] Ibidem

[xiii]  Ibidem

[xiv] Cfr a tal proposito, sul mio blog Ermete’s Peacebook: Ermete FERRARO (2020), “Il Militarismo Eterno” ( https://ermetespeacebook.blog/2020/09/20/il-militarismo-eterno/ ) e Idem (2022), “Camaleonti con le stellette” ( https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ )

Etimostorie #11: quando le parole prendono una certa…piega

È sorprendente, talvolta quasi incredibile come, nel tempo, da azioni banali e quotidiane siano derivati vocaboli tanto numerosi quanto differenti e a prima vista indipendenti per senso e forma. Pur rispondendo a norme linguistiche abbastanza precise, del resto, la magia dell’esplorazione etimologica del nostro lessico risiede proprio nel fascino esercitato della scoperta d’impreviste connessioni tra parole, che ci apre a considerazioni importanti sul piano logico-semantico, ma anche psico-sociale.

Prendiamo, ad esempio, uno degli atti più antichi che l’homo sapiens abbia storicamente compiuto per migliorare la propria esistenza quotidiana. Ricavare striscioline da fibre vegetali verdi o secche (es.: da canne, giunchi, stipe dei cereali, lino etc.) per poi intrecciarle tra loro e comporne rudimentali tessuti per ricoprirsi e fabbricare utensili, è infatti un’attività documentata fin dal Neolitico, quindi all’incirca dal 5° millennio avanti Cristo, sebbene per qualcuno sia iniziata molto tempo prima. [1]

E da questa primordiale forma di manualità artigianale parte anche questa mia breve ricerca su una prolifica famiglia di parole, riconducibili all’antica radice sanscrita il cui significato era appunto quello di: mischiare, collegare, intrecciare.

«…lat. PLI-CARE, che alla pari di PLEC-TERE trae dalla rad. PARK- = PRAK-, PLAK-, che è nel sscr. pŗ-ņa-k-mi (per prak-na-mi) mischio, collego (onde il senso d’intrecciare […] e il gr. plek-ô attorco, intreccio plégma canestro…» [2]

In principio, quindi, era il verbo PLICARE, che descriveva l’antichissima azione di piegare ed intrecciare fibre vegetali e animali per scopi domestici, solitamente affidata alle donne. Ebbene, da quel primordiale e materiale atto di PIEGARE (valacco plecà, prov. piegar, fr. plier, sp. llegar, port. pregar, chegar, ingl. ply) [3] sono scaturite altre e differenti forme verbali, grazie al solito meccanismo della modificazione preverbiale del verbo-base, mediante vari prefissi preposizionali. Basta anteporre al verbo originario le più comuni preposizioni latine, infatti, per dar vita a verbi di significato anche molto diverso, la cui origine resta ai più insospettabile.

AD- ha originato il verbo AD-PLICARE, da cui APPLICARE, APPLICARSI, indicante l’azione di apporre qualcosa sopra un’altra, accostare, far aderire, mettere in pratica, adattare e, in forma riflessiva, quelle di dedicarsi ad un compito. [4]

CUM- è la preposizione che denota sia gesti di unione e rapporti di compagnia, sia la sovrapposizione/composizione di elementi singoli. Da qui il verbo CUM-PLICARE, il cui significato prevalentemente negativo dipende dal fatto che complicare situazioni e relazioni è quasi sempre causa di problemi e conflitti, o quanto meno di difficoltà. Per non parlare dei sostantivi derivati da quel verbo, come complice o complotto, che evocano azioni illecite, delittuose o comunque segrete.

DIS-PLICARE ed EX-PLICARE (da cui dispiegare e spiegare), viceversa, richiamano azioni che fanno da antidoto al verbo precedente, rendendo situazioni e relazioni finalmente palesi, chiare, evidenti e comprensibili, mediante procedimenti di elaborazione logica che servono ad eliminare le ‘pieghe’ provocate da chi avrebbe invece interesse a mantenerci nell’oscurità e nell’ignoranza.

IN-PLICARE cioè piegare dentro, avvolgere [5] – suggerisce ugualmente azioni poco positive, che presentano un soggetto implicato da altri in qualcosa che non nasce dalla propria volontà, coinvolgendolo in atti e situazioni spesso spiacevoli o pericolose. Anche l’accezione più positiva del verbo ‘implicare’, ad esempio quella logico-matematica sintetizzata dal connettivo ifà then [6] ), non prevede scelte autonome, bensì automatismi ed esiti obbligati, conseguenziali a scelte ed azioni precedenti. Una variazione semanticamente diversa dello stesso verbo è quella che ha generato il verbo impiegare ed il sostantivo impiego, col significato di utilizzo di qualcosa (un capitale, una risorsa…) o di qualcuno (ad esempio un lavoratore…) per ottenere un certo risultato.

Credo che generazioni di giovani che hanno ricercato ed atteso, spesso a lungo, proprio un buon impiego non abbiano affatto collegato tale destinazione produttiva con un mortificante atto di piegamento, sebbene per molte persone il lavoro impiegatizio abbia molto presto rivelato la sua natura subalterna e dipendente…

Concludendo: mi sembra che esplorare i vari significati del verbo PLICARE e suoi derivati possa risultare utile alla comprensione di procedimenti logici e psico-sociali che hanno caratterizzato l’esistenza umana. Un’esistenza troppo spesso travagliata, in cui alcuni sembrano malignamente darsi fare per COMPLICARE la vita degli altri e per IMPLICARE forzatamente il prossimo nei loro progetti, costringendoli così a fare di tutto per ESPLICARE/SPIEGARE la propria situazione, cercando spiegazioni e chiarimenti.

Del resto, la stessa radice semantica indica un’azione in cui piegarsi non è necessariamente un gesto di sottomissione o di rassegnazione, poiché storicamente ci parla del necessario adattamento umano all’ambiente fisico e sociale, non per subirlo passivamente ma per coglierne le risorse positive e modificarne gli aspetti negativi. Va ribadito, comunque, che scegliere di vivere da ‘piegati’ contraddice la natura libera e autonoma dell’essere umano, costringendolo a guardare in basso anziché alzare lo sguardo verso prospettive più elevate e dignitose.

La stessa evidente complessità del mondo moderno, peraltro, va accettata consapevolmente come una caratteristica evolutiva irrinunciabile, piuttosto che banalizzarla con atteggiamenti e comportamenti improntati invece ad impossibili semplificazioni e schematizzazioni della realtà. Stiamo attenti, però, a non confondere ciò che è per sua natura COMPLESSO con ciò che, viceversa, è stato volutamente COMPLICATO, dal momento che non si tratta per nulla di aggettivi sinonimi.

«Secondo Barenboim, riferendosi all’opera musicale: “Complesso è un miscuglio, un insieme di cose che possono essere anche molto semplici, ma che insieme generano qualcosa di nuovo e completamente diverso, da cui a volte non sai cosa aspettarti. Complicato è qualcosa di macchinoso e che non possiede nessuna logica interna”.» [7]

Morale della favola: applichiamoci, implichiamoci ed impieghiamoci pure, ma a condizione di non trasformare il nostro necessario piegarci alla realtà fisica e sociale in una preventiva – ed evidentemente deleteria – rinuncia a quella libertà di pensiero e di coscienza che è invece la nostra più grande ricchezza.

© 2023 Ermete Ferraro


[1] Cfr. https://www2.muse.it/perlascuola/documenti/scoperta_filo.pdf  – Vedi anche: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/01/19/dalle-origini-delluomo-al-futuro-sostenibile-la-storia-sorprendente-dei-tessuti/

[2]  https://www.etimo.it/?term=piegare

[3] Ibidem

[4] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/applicare/

[5] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/implicare/https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=implicare

[6] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Implicazione_logica

[7]  https://www.elenabizzotto.it/non-sono-sinonimi-complesso-e-complicato/#:~:text=Complesso%20%C3%A8%20un%20miscuglio%2C%20un,non%20possiede%20nessuna%20logica%20interna.

Un vocabolario di base ‘fondamentalmente’ violento?

Vocabolario di base e frequenza nell’uso delle parole.

Nel 2016 Tullio De Mauro aggiornò la sua precedente ricerca sul ‘vocabolario di base della lingua italiana’ (NVdB), individuando le 7.500 parole che costituiscono il nostro ‘lessico quotidiano’, vale a dire il serbatoio linguistico cui la maggioranza degli italiani sembra attingere più frequentemente [i].

«È un elenco di circa 7500 parole selezionate per uso, frequenza e disponibilità e suddivise in tre categorie: 1 – lessico fondamentale (FO, circa 2000 parole ad altissima frequenza usate nell’86% dei discorsi e dei testi; nell’elenco sono formattate in grassetto); 2 – lessico di alto uso (AU, circa 3000 parole di uso frequente che coprono il 6% delle occorrenze; sono formattate come testo normale); 3 – lessico di alta disponibilità (AD, circa 2000 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti e percepite come aventi una disponibilità pari o perfino superiore alle parole di maggior uso; sono formattate in corsivo)» [ii].

Lo stesso De Mauro precisava che:

«Ciò che abbiamo finora chiamato uso è il prodotto della frequenza assoluta delle occorrenze di una parola in un campione di testi di una lingua, divisi in diverse categorie (testi scolastici, testi letterari, copioni cinematografici o teatrali eccetera), moltiplicata per la sua dispersione, cioè per il numero di categorie di testi in cui la parola occorre. La dispersione, cioè la presenza in più categorie diverse di testi, aiuta a correggere distorsioni che potrebbero aversi guardando solo alla frequenza.…» [iii] .

Da questa risorsa, fondamentale per la conoscenza del nostro patrimonio lessicale d’uso comune, si ricavano non solo interessanti indici statistici di frequenza nell’utilizzo delle parole dell’italiano corrente, ma anche alcune considerazioni sulle tendenze socio-linguistiche in atto. Un ecopacifista come me, ad esempio, andando a curiosare fra i 2.000 lemmi contrassegnati in neretto, in quanto considerati ‘fondamentali’, ha potuto utilizzare questo repertorio per ricercare quanta parte del nostro lessico quotidiano abbia a che fare con determinati contesti logici, quali “guerra e militarismo”, “pace” ed “ecologia”.

La presente ricerca ha richiesto la tabulazione dei 2.000 lemmi fondamentali in un’apposita tabella Excel, in modo da evidenziare – lettera per lettera – quali parole ricadessero in ciascuno di questi tre ambiti, calcolandone poi la rispettiva percentuale sul totale. Dall’insieme dei vocaboli in neretto sono stati esclusi quelli di scarso valore semantico (pronomi personali, aggettivi dimostrativi e possessivi, preposizioni, avverbi, congiunzioni) e pertanto il numero complessivo di quelli presi in esame è sceso a 1.768.

Sebbene le osservazioni seguenti siano frutto di una mia personale elaborazione del database pubblicato su Internazionale, ritengo comunque che possano dare un’idea abbastanza precisa di come il patrimonio linguistico maggiormente condiviso dagli italiani [iv] lasci trasparire determinate tendenze a rappresentare la realtà, alimentando particolari narrazioni. Nell’ambito degli studi di ecolinguistica [v], ad esempio, è molto diffuso l’impiego dei “corpus assisted discourse studies”, ossia dell’analisi linguistica fondata sull’utilizzo e l’elaborazione di repertori lessicali.

«Lo sforzo principale degli studi del discorso assistito da corpus è l’indagine e il confronto delle caratteristiche di particolari tipi di discorso, integrando nell’analisi le tecniche e gli strumenti sviluppati all’interno della linguistica dei corpora. Questi includono la compilazione di corpora specializzati e analisi di elenchi di frequenza di parole e cluster di parole, elenchi di parole chiave comparative e, soprattutto, concordanze […] Gli studi sul discorso assistito da corpus mirano a scoprire significati non ovvi, cioè significati che potrebbero non essere prontamente disponibili per la lettura a occhio nudo. Gran parte di ciò che ha significato nei testi non è aperto all’osservazione diretta […] Usiamo il linguaggio “semi-automaticamente”, nel senso che parlanti e scrittori compiono scelte semi-consce all’interno dei vari complessi sistemi sovrapposti di cui è composto il linguaggio» [vi].

In questo caso, un confronto statistico tra blocchi di parole fondamentali riguardanti determinati contesti può quindi risultare illuminante sul pensiero sottostante alle parole della lingua italiana più frequentemente utilizzate, stimolando considerazioni per nulla banali.

Dati emersi dalla mia ricerca sul NVdB dell’italiano

Ovviamente non tutte le osservazioni che si possono ricavare analizzando il mio database sono significative allo stesso modo. Alcune sono solo curiosità originate dall’evidenziazione di alcuni aspetti, come ad esempio la frequenza di determinate parole all’interno di uno specifico repertorio alfabetico. Ad esempio, non sembra che abbia un particolare significato il fatto che la maggior parte delle parole italiane da me selezionate nel citato ‘lessico fondamentale’ e riguardanti la guerra ed il militarismo inizino con le lettere S (40), R (32) e C (25). Altrettanto vale per l’osservazione che gran parte dei vocaboli ‘pacifici’ comincino per A o P (17), oppure per I ed R (10), o anche che il lessico ambientale si alimenti prevalentemente di parole inizianti con le lettere P (21), S (19) e C (12). Si tratta dunque di semplici constatazioni, anche se l’analisi etimologica delle parole ci porta talvolta ad osservare che fenomeni di natura fonetica, come l’onomatopea, possono aver condizionato il significato di alcuni vocaboli, soprattutto per quanto riguarda la loro radice primaria.

Le osservazioni oggettive che si possono trarre dalla mia ricerca mi sembrano indubbiamente più significative. Infatti, sebbene l’attribuzione di una parola ad un determinato campo semantico (guerra e militarismo – ecologia ed ambiente – pace e nonviolenza) sia frutto di una mia selezione, ciò che si ricava dall’analisi dei dati va al di là di impressioni personali, in quanto ne emerge un quadro abbastanza preciso delle caratteristiche del nostro lessico fondamentale.

Ma esaminiamo prima i risultati da un punto di vista meramente statistico, tenendo conto che l’entità totale di riferimento sono i 1.768 lemmi che ho ricavato dal 2.000 del NVdB (De Mauro 2016), eliminando quelli che – come precisato prima – mi sembravano semanticamente non particolarmente rilevanti .

  • Nel primo settore della mia classificazione – concernente le parole del vocabolario fondamentale italiano che ricadono nel campo semantico bellico-militare – si ritrovano 259 lemmi, pari al 14,6% del totale.
  • Nel secondo ambito di ricerca – comprendente le parole che fanno riferimento all’ambiente ed all’ecologia – ricadono 124 lemmi, pari al 7,01%.
  • Il terzo campo semantico preso in esame – vocaboli riferibili in modo diretto o indiretto alla pace, alla giustizia e ai diritti – registra infine la presenza di 152 lemmi, corrispondenti all’8,6%.

Già questi soli dati numerici rispecchiano una precisa realtà socioculturale, in cui il lessico di base più comune degli italiani è composto per un settimo da vocaboli appartenenti al linguaggio militare e guerresco, mentre per i ‘linguaggi di pace’ la maggior parte dei parlanti l’italiano dispongono e utilizzano meno di una parola su undici. Inoltre, per quanto riguarda ciò che si riferisce alla natura, agli elementi ambientali ed all’ecologia, il dato sembra ancor più allarmante. Infatti in questo contesto ricade solo il 7% del lessico italiano considerato ‘fondamentale’, vale a dire meno di una parola ogni quattordici.  Sono solo dati statistici, ma è difficile non considerarne il valore ed il significato all’interno di un’analisi del discorso che punti a svelare i condizionamenti esercitati su un vocabolario che, oltre ad essere spesso piuttosto povero e limitato, attribuisce al linguaggio di guerra uno spazio addirittura doppio rispetto a quello riservato a quello riguardante il nostro imprescindibile rapporto con l’ambiente.

Alcune considerazioni in chiave ecopacifista

A questo punto mi sembra opportuno ricordare quanto scriveva l’ecolinguista Arran Stibbe sull’analisi critica del discorso e su ciò che si propone di rivelare.

«a) L’attenzione si concentra su discorsi che hanno (anche potenzialmente) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita. B) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo e ‘codici culturali’… c) I criteri in base ai quali le visioni del mondo sono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti…»[vii].

Ebbene, dall’elaborazione dei dati della mia indagine emerge un preoccupante quadro verbale – e perciò stesso cognitivo – di quanto il vocabolario usato dall’86% degli italiani aiuti poco lo sviluppo della consapevolezza ecologica e l’impegno per la pace. A quest’ultimo ambito semantico, come già detto, ritroviamo solamente 1/12 del vocabolario di base della lingua italiana. Ciò non significa che tale rapporto sul piano del lessico rispecchi esattamente il nostro livello di coscienza pacifista, che invece la guerra in Ucraina sta paradossalmente facendo maturare. Il vero problema, però, è se si dispone di adeguati strumenti per esprimerlo ossia, per citare un noto libro [viii], se si hanno a sufficienza “le parole per dirlo”.

Viceversa, come ho avuto modo di sottolineare in altri contributi [ix], sembra che si faccia strada sempre più un linguaggio improntato ai sedicenti ‘valori militari’, sia a causa della crescente invadenza delle forze armate nelle istituzioni scolastiche italiane, sia per l’influenza della comunicazione mediatica che diffonde, in modo talvolta subdolo, modalità espressive ispirate a quel mondo.

Nell’impossibilità di pubblicare in questa sede l’intero database generato dalla mia ricerca, vorrei comunque offrire almeno un’idea di ciò che ne è emerso. Ad esempio, tra le parole registrate dal NVdB come quelle usate più frequentemente dagli italiani ritroviamo molti verbi che evocano direttamente la violenza della guerra e la retorica dell’eroismo militare (affrontare, ammazzare, attaccare, avanzare, battere, caricare, circondare, colpire, combattere, conquistare, difendere, distruggere, eliminare, imporre, intervenire, minacciare, morire, obbligare, occupare, opporre, provocare, resistere, ritirare, scoppiare, sottoporre, sparare, spaventare, uccidere etc.). Si tratta di una constatazione che preoccupa, dal momento che, in maggioranza non fanno certo parte del lessico quotidiano nè sembrano facilmente attribuibili ad altri contesti, sia pur in forma traslata.

Un secondo esempio di tale perniciosa tendenza si ricava dall’analisi dei sostantivi italiani più frequentemente usati, tra i quali ritroviamo abbastanza sorprendentemente termini riferibili prevalentemente alle forze armate, quali: arma, attacco, battaglia, capitano, carabiniere, carica, controllo, coraggio, difesa, dovere, eroe, esercito, forza, fronte, fuoco, generale, guerra, impresa, intervento, lotta, militare, missione, nazione, nemico, norma, nucleare, obiettivo, onore, pericolo, piano, pistola, principio, reazione, rischio, rispetto, servizio, sfida, soldato, squadra, strategia, superiore, tensione, trasmissione, ufficiale, valore, zona etc.

Se teniamo conto del fatto che la nuova edizione del lessico di base curata da De Mauro risale al 2016 e che in questi sette anni l’influenza dei militari sul piano socioculturale è molto aumentata, non possiamo non allarmarci per la frequenza di questa particolare terminologia nel linguaggio corrente di 8,6 italiani su 10.

La controprova è data dalla ricorrenza molto più ridotta in esso di termini che esprimano valori di pace, giustizia, tutela dei diritti umani e rifiuto della violenza nelle sue varie forme. Questa tipologia di parole, infatti, ricorre nel vocabolario di base fondamentale in misura estremamente limitata, poiché solo un lemma su dodici sembra ricadere in questo pur ampio campo semantico.

Vi ritroviamo, comunque, parecchi verbi che esprimono atteggiamenti nonviolenti, equi e solidali, come: accettare, accogliere, accompagnare, adottare, affidare, aiutare, appoggiare, apprezzare, comprendere, comunicare, consentire, consigliare, convincere, dedicare, distribuire, fidarsi, garantire, informare, inserire, intendere, interessare, manifestare, migliorare, offrire, ospitare, partecipare, perdonare, permettere, prestare, proporre, realizzare, riconoscere, ringraziare, rispettare, salvare, scegliere, soddisfare, sperare, sviluppare, trasmettere, utilizzare, valutare, visitare etc.

Una lingua di pace, come ho cercato di argomentare nel mio manuale ecopacifista [x], dovrebbe trasmettere concetti ispirati alla nonviolenza ed alla riconciliazione, alla valorizzazione delle diversità ed alla sostenibilità ambientale ed anche alla giustizia sociale ed alla solidarietà. Un lessico ecopacifista, infatti, è quello che sappia comunicare – ed aiutare ad instaurare – una positiva relazione tra gli uomini e tra questi ed il contesto naturale di cui fanno parte. Uno sguardo al settore del vocabolario di base dell’italiano che va in questa direzione ci mostra però un repertorio lessicale ancora troppo limitato, se è vero che soltanto una parola su quattordici comunica interesse per i valori ecologici.

Si tratta prevalentemente di sostantivi che si limitano a cogliere elementi geo-biologici dell’ambiente naturale e antropizzato, ad es.: acqua, albero, animale, atmosfera, bosco, campo, canale, cielo, costa, fiume, fonte, freddo, frutto, giardino, isola, lago, lupo, mare, montagna, natura, neve, paese, parco, pesce, pietra, pioggia, punta, radice, rosa, sera, sereno, sole, spazio, stagione, stella, terra, uccello, uomo, uovo, vento etc.

Si sono individuati anche altri vocaboli con una maggiore pregnanza dal punto di vista ecologico, in quanto lasciano trasparire un atteggiamento positivo verso il ciclo vitale e la ricerca di un’integrazione delle persone col proprio contesto ambientale. Si tratta però solo di pochi verbi (crescere, generare, produrre, raccogliere, rispettare, trasformare, vivere) e di alcuni nomi e aggettivi riferibilipiù esplicitamente a temi ecologici (ambientale, catena, fenomeno, materia, naturale, organismo, pianeta, riproduzione, salute, temperatura, territorio, universo, verde, vita). 

Qualche conclusione da trarre…

Sempre più – e da più parti – comincia a manifestarsi l’esigenza di ripristinare ed accrescere un patrimonio lessicale che nel tempo è andato invece ad impoverirsi, riducendo la capacità delle persone di ‘leggere il mondo’, di comprenderlo e di agire in modo positivo e attivo per salvare ciò che possiede un autentico valore e per cambiare ciò che viceversa è frutto d’ingiustizia e di violenza. Un luninoso esponente di questa visione pragmatica del processo comunicativo e del ruolo dell’educazione in tal senso è stato don Milani, che ai suoi ragazzi della scuola di Barbiana aveva fatto capire che “la parola è la chiave fatata che apre ogni porta” perché “ci fa uguali”.

Ma se è vero che possedere solo 200 parole – come affermava il Priore – significa essere dominati da chi ne conosce 2.000, occorre forse ampliare la riflessione milaniana, andando oltre l’aspetto quantitativo (senza dubbio determinante) per affrontare anche quello qualitativo. Nel caso in esame, le 2.000 parole che il NVdB dell’Italiano ha riconosciuto come ‘fondamentali’ all’interno di quelle più frequentemente utilizzate dagli italiani, infatti, non soltanto costituiscono in ogni caso un misero patrimonio lessicale (anche se supportate dalle altre 3.000 parole del ‘lessico di alto uso), ma vanno analizzate più in profondità, per scoprire quale modello sociale e culturale rispecchiano e, inevitabilmente, contribuiscono a diffondere e perpetuare.

Paulo Freire, nel suo libro “L’educazione come pratica della libertà[xi] proponeva a chi perseguiva l’educazione delle masse popolari un approccio molto particolare incentrato sulla lingua, non solo come indispensabile alfabetizzazione e prima tappa nella liberazione degli ‘oppressi’, ma soprattutto come formazione umana delle persone e veicolo di coscientizzazione sociale. La prima delle cinque fasi del processo di educazione linguistica proposto da Freire era, non a caso, l’individuazione delle parole più usate nel linguaggio comune dei gruppi con cui si voleva operare. La seconda era caratterizzata dall’individuazione delle ‘parole generatrici’ più adeguate a sviluppare in quelle comunità un’autentica consapevolezza di sé, dei propri limiti e dei propri bisogni.

«Le parole generative, le parole fondamentali, di cui Freire va alla ricerca, lette nella mia chiave, altro non sono che il sistema simbolico che organizza i discorsi di quella cultura Quando Freire si propone di alfabetizzare gli abitanti delle favelas […] egli vuole ricostruire il vocabolario di quelle persone, il loro sistema culturale, per costruire un percorso di alfabetizzazione alla loro cultura, […] È necessario avere la coscienza della propria cultura di riferimento per poter pienamente autoprogettarsi, scegliere, decidere, per poter pienamente servirsi della propria cultura, rifletterla, criticarla, modificarla, farla evolvere e con essa far evolvere se stessi…»[xii].

Dall’indagine di cui ho dato conto emerge piuttosto un allarmante livellamento socioculturale verso il basso, che però non sembra affatto casuale né poco significativo. Dalla base lessicale comune e più condivisa dagli italiani, in effetti, sembra emergere un universo di riferimento in cui le parole generatrici di una visione militarista e violenta sono il doppio di quelle che invece ci descrivono nella nostra relazione con l’ambiente. Si tratta di un dato significativo da non sottovalutare ma anzi da tener ben presente quando ci si propone di educare alla pace in senso lato, soprattutto se si persegue un progetto ecopacifista che dia spazio alla coscientizzazione ed alla formazione e non solo all’azione [xiii].


Note

[i] Tullio de Mauro, Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, 2016. (Cfr. anche il Dizionario Online di Internazionale, https://dizionario.internazionale.it/

[ii]  Licia, “Le 7500 parole del lessico di base dell’italiano” (29.12.2016), Terminologia etc., https://www.terminologiaetc.it/2016/12/29/vocabolario-base-italiano-demauro/

[iii] Tullio De Mauro, “Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana” (23.12.2016), Internazionale, https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/12/23/il-nuovo-vocabolario-di-base-della-lingua-italiana

[iv] «Il NVdB si fonda sullo spoglio elettronico (controllato manualmente) di testi lunghi complessivamente 18.843.459 occorrenze raggruppati in sei categorie di estensione approssimativamente equivalente: stampa (quotidiani e settimanali), saggistica (saggi divulgativi, testi e manuali scolastici e universitari), testi letterari (narrativa, poesia), spettacolo (copioni cinematografici, teatro), comunicazione mediata dal computer (chat eccetera), registrazioni di parlato» (T. De Mauro, https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/12/23/il-nuovo-vocabolario-di-base-della-lingua-italiana )

[v]  Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace (Quad. Satyagraha n. 42), Pisa, Centro Gandhi Edizioni

[vi]  “Corpus-assisted discourse studies”, Wikipedia, https://en.wikipedia.org/wiki/Corpus-assisted_discourse_studies (trad. mia)

[vii]  Arran Stibbe (2014), “An Ecolinguistic Approach to Critical Discourse Studies”, in Critical Discourse Studies, 11.1, London, Routledge https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17405904.2013.845789

[viii]  Cfr. Marie Cardinal (2001), Le parole per dirlo, Milano. Bompiani

[ix]  Oltre al libro già citato (in particolare la IV parte, su “riferimenti e indicazioni per una grammatica ecopacifista”), cfr. anche alcuni miei articoli: Disarmiamo la nostra scuola (2019); Fenomenologia dello strumento militare (2020); Il militarismo eterno (2020); Una lapide al ‘militarismo noto’ (2021) e A rotta di…protocollo (2022), tutti pubblicati sul mio blog ( https://ermetespeacebook.blog/)

[x]  Cfr. Ferraro 2022, in particolare alle pp. 112-118

[xi] Il testo originale “Paulo Freire (1967), Educaçao como pratica da liberdade, Paz e Terra, Rio de Janeiro, è stato così tradotto in italiano nelle edizioni Mondadori (Milano, 1977)

[xii] Ada Manfreda (2017), La parola che emancipa, l’apprendimento che trasforma. Le parole generative di Paulo Freire,  http://siba ese.unisalento.it/index.php/sppe/article/download/18429/15729 , p. 54

[xiii]  Cfr. anche: M.I.R. Italia (a cura del) 2021, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele.


© 2023 Ermete Ferraro

Lingue regionali: liberate ma…sotto tutela

Un dotto convegno di linguisti e dialettologi

Che Napoli sia diventata il ‘palcoscenico’ per un convegno con la partecipazione di una decina di autorevoli docenti universitari, venuti da tutta l’Italia per confrontarsi sul tema della salvaguardia dei patrimoni linguistici regionali nelle diverse sfaccettature locali, è senza dubbio cosa buona e giusta. E in effetti è stato proprio un palcoscenico, quello dello storico Teatro Nuovo di Montecalvario, ad ospitare la due-giorni promossa dal Comitato scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano, operante dal 2020 in seno al Consiglio Regionale della Campania [i]. Su quella ribalta si sono affrontate questioni importanti, prima con qualificate relazioni accademiche e poi con un panel allargato ad un’esponente di quel Consiglio Regionale e ad un rappresentante degli enti locali. Era ora, d’altronde, che sulla tutela e valorizzazione delle espressioni linguistiche dei vari territori si accendessero i riflettori dell’opinione pubblica e dei media, facendo uscire questo dibattito dall’ambito esclusivamente universitario.

Il problema, semmai, è che i faretti del Teatro Nuovo – proseguo nella metafora – si sono accesi ancora una volta solo sugli studiosi, lasciando al buio (e non solo metaforicamente) il pubblico cui questi si rivolgevano. Un pubblico, in gran parte giovanile, che ha seguito in religioso silenzio gli interventi, non si sa quanto coinvolto dai sottili distinguo circa la bontà o meno di iniziative che, pur riguardanti coloro che ancora parlano le lingue locali e talvolta si arrischiano a scriverle, non li vedono affatto protagonisti del processo.

Eppure, oltre ad aprire un reale dialogo coi potenziali fruitori dei progetti di tutela e rivitalizzazione delle espressioni linguistiche locali, sarebbe stata l’occasione più opportuna per avviare un reale confronto con quelli che, volontaristicamente ed investendoci tempo e risorse personali, da più di 20 anni svolgono a Napoli corsi formativi, fanno ricerche, pubblicano contributi, promuovono iniziative culturali e si battono per ridare al Napolitano – come ad altre espressioni dialettali della Campania – la dignità di oggetto di studio e d’insegnamento.

Purtroppo tutto ciò non è accaduto e, ancora una volta, il mondo accademico ha dato l’impressione di voler ribadire il proprio ruolo, preoccupandosi di erigere autorevoli steccati nei riguardi di siffatte iniziative di base, considerate spontaneistiche ed ingenue se non deleterie, nonché di difendere la propria esclusiva relazione con le istituzioni politico-amministrative, stimolate ad investire risorse finanziarie nelle ricerche ‘scientifiche’.

Sotto i riflettori del Teatro Nuovo si sono alternati interventi autorevoli ed interessanti su cosa meriterebbe di essere ‘salvaguardato’ e sui soggetti e le modalità più idonee a tutelare il patrimonio linguistico delle regioni italiane. Da larga parte di essi – in particolare da alcuni docenti della Campania – è però apparsa in modo palese la diffidenza nei confronti dei ‘profani’ e del dilettantismo ingenuo negli interventi di formazione linguistica svolti in ambito extra-accademico, ed ancor di più verso una loro possibile, ma a quanto pare deprecabile, deriva socio-politica ‘identitaria’.

Il ruolo della linguistica, è stato ribadito più volte, sarebbe infatti quello di studiare oggettivamente i fenomeni, col necessario distacco dell’osservatore non partecipante, privilegiando un metodo descrittivo più che un approccio normativo. La lingua, si è detto, è qualcosa di vivo ed in evoluzione e i processi di cambiamento non sono arginabili. Il che è vero, se ci si riferisce ai mutamenti linguistici fisiologici nel tempo e nello spazio, ma suona quasi un pretesto laddove la naturale evoluzione di alcune lingue locali è stata condizionata dalle spinte di un centralismo autoritario e classista e da atteggiamenti conseguentemente repressivi o anche di autocensura. Decenni di studi storici e sociolinguistici rischiano così di essere sopravanzati da un’impostazione che manifesta tuttora dubbi sull’equazione tra la subalternità socio-economica e quella culturale, soprattutto nel caso del Mezzogiorno d’Italia, cercando di esorcizzare ogni forma di conflittualità tra lingua nazionale ed espressioni linguistiche identitarie territoriali, in nome di una sospetta ‘pax linguistica’, che contraddice l’affermazione dell’assenza di un vero conflitto.

Da qui il martellante ritornello sull’inesistenza di qualsivoglia connotazione spregiativa nell’utilizzo del termine ‘dialetto’, peraltro in contraddizione con gli interventi di alcuni studiosi che di tale ‘dialettofobia’ hanno viceversa portato attestazioni anche recenti. Da qui anche la pretesa di stabilire ‘ex cathedra’ chi sarebbe qualificato ad insegnare cosa e, soprattutto, dove quando e perché.  Alle risposte offerte da questa sorta di 5W dell’insegnamento dei dialetti nelle scuole, infatti, sono stati dedicati vari interventi del Convegno, esprimendo rispettabili ed autorevoli pareri, ma senza aver aperto preventivamente un confronto con quei soggetti che di tale controversa materia si occupano comunque già da molti anni.

Se sia opportuna o no una simbolica ‘ora di dialetto’ nelle realtà scolastiche, oppure se ci si debba occupare delle espressioni locali solo sul piano della condivisione delle tradizioni popolari (e quindi su un piano più folkloristico che di studio e apprendimento), sono questioni legittime. Meno legittimo mi sembra invece l’atteggiamento un po’ supponente di chi mostra di aver già deciso ciò che va bene o va scartato, indirizzando unilateralmente l’operato dei comitati cui le amministrazioni regionali si sono affidate.

Non a caso, già nella conferenza stampa di presentazione del Convegno – tenuta nella sede regionale – si era affermato che il suo compito era quello di “…definire gli ambiti linguistici, geografici e culturali del patrimonio linguistico napoletano, individuare modalità per la valorizzazione di un patrimonio linguistico e delineare le possibili iniziative per veicolare conoscenze adeguate sulla storia linguistica italiana e sulla variegata articolazione dell’area regionale campana[ii].  Una terminologia che già nei verbi usati (definire, individuare, delineare) tradiva la volontà di frapporre precisi paletti, delimitando preventivamente il terreno di tale sperimentazione.

Sul sito della Federico II si legge che: “…il Convegno proporrà tra l’altro una riflessione su come nella scuola italiana del XXI secolo possa delinearsi – senza antagonismi con la lingua italiana – uno spazio per il dialetto, con una consapevole attenzione verso le manifestazioni culturali e artistiche legate ai patrimoni linguistici locali” [iii].  Ma, più che una riflessione sul ‘come’ salvaguardare i patrimoni linguistici delle nostre regioni, dal convegno sembra essere scaturita una vera e propria ricetta, anticipando le ‘linee guida’ che il Comitato sembrerebbe voler dare non solo al suo operato, ma anche alle realtà informali che agiscono sul campo. Ad esempio privilegiando palesemente l’attenzione verso le manifestazioni artistico-culturali più ‘popolari’ ma mostrando diffidenza nei confronti dello studio scolastico delle caratteristiche lessico-grammaticali e fonetico-ortografiche dei vari dialetti, attività considerata forse foriera di spiacevoli ‘antagonismi’ con la lingua italiana… Oppure insistendo nell’affermazione che le legislazioni regionali in materia tendono a privilegiare le espressioni linguistiche delle principali metropoli (si tratti di Venezia come di Napoli, di Roma come di Palermo), ipotizzando quindi sedicenti lingue regionali o addirittura elaborando linguaggi artificialmente standardizzati. Tendenze che, pur presenti in alcune normative in vigore, non nascono tanto dagli orientamenti di chi opera sul terreno, quanto dai condizionamenti politici degli organi legislativi.

Il caso della Campania: una legge mutilata

È successo ovviamente anche nel caso della Legge regionale della Campania n. 14/2019 (vedi testo), frutto d’un difficile compromesso tra la proposta avanzata dai Verdi (che io stesso ero stato incaricato di articolare) e quella presentata dalla Destra. La risposta a molte delle obiezioni e perplessità espresse nel corso del Convegno sta proprio in questa ambiguità di fondo, che ha di fatto tradito alcune istanze presenti nella prima proposta. Già nel titolo, ad esempio, si notano le differenze. Quella partorita 3 anni e mezzo fa dal Consiglio Regionale della Campania (il cui organismo attuatore è proprio il Comitato Scientifico organizzatore del Convegno) annuncia sbrigativamente “Salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano”, laddove il progetto originario parlava più latamente di “Norme per lo studio, la tutela e la valorizzazione della Lingua Napoletana, dei Dialetti e delle Tradizioni Popolari della Campania”. 

Le differenze proseguono all’articolo 1, laddove tra le finalità nel testo vigente leggiamo che: “2. La Regione Campania valorizza il suo patrimonio culturale, promuove e favorisce la conservazione e l’uso sociale dei beni culturali linguistici, etnomusicali e delle tradizioni popolari, con particolare riguardo alla salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano”. Da questo articolo, pur citando la Dichiarazione Universale dell’UNESCO sulla diversità linguistica, è sparito invece l’iniziale riferimento alla Carta Europea delle Lingue Regionali, approvata nel 1992 dal Consiglio d’Europa, che è molto più chiara sulla finalità di facilitarne l’uso orale e scritto “agevolandone lo studio e l’insegnamento”.  Conseguentemente, è stato cassato anche l’art. 3 del progetto di legge originario, dove si prevedeva esplicitamente che “la Regione Campania tutela e valorizza il patrimonio storico-culturale e letterario connesso alla lingua napoletana anche mediante il suo insegnamento – e la conoscenza degli altri idiomi della Campania – nelle scuole di ogni ordine e grado”. Nella legge in vigore, conseguentemente, è rimasto solo un generico riferimento ad “iniziative rivolte alla popolazione scolastica”.

Le premesse della proposta di legge, pertanto, erano molto più articolate di quanto emerge dal testo poi approvato, riferendosi al principio – democratico ed ecolinguistico – del rispetto della diversità linguistica in tutte le sue manifestazioni, senza affatto ipotizzare la preminenza di un idioma su un altro.  Appare allora un po’ pretestuosa l’osservazione di chi – in un articolo sul quotidiano Il Mattino – ha scritto : “…si pensa che tutti i dialetti siano, individualmente e nel loro insieme, testimoni di storia e di una tradizione linguistica ricca proprio perché variegata? Oppure si pensa che la salvaguardia debba riguardare solo alcuni dialetti proclamati unici o migliori?” [iv]   Domanda retorica che prelude alla successiva obiezione: “Si parla spesso di introdurre i dialetti nella scuola. In questo campo più che mai sono indispensabili obiettivi chiari: qualcuno crede che la scuola, con didattica normativa, dovrebbe impartire agli scolari la capacità di usare fluentemente il dialetto? Oppure si vuole insegnare solo la grafia di un dialetto a scolari che in futuro vorranno scrivere poesie, canzoni o altre opere? In entrambe le prospettive (tra loro diverse), bisognerebbe precisare quale dialetto scegliere tra i tanti di una regione…”. [v]

Il punto centrale della contestazione portata avanti da alcuni esponenti del mondo accademico (e sintetizzata in quell’articolo) riguarda le finalità stesse di un eventuale insegnamento dei dialetti nelle scuole, manifestando un atteggiamento sospettoso verso ipotetici obiettivi di contrapposizione di essi alla lingua comune e ufficiale.

Molti, se si considera ciò che si legge in giro e in rete, credono che tutti i dialetti abbiano subito torti gravissimi e volontari a causa della diffusione dell’italiano, tanto che a volte l’idea di salvaguardia sembra abbinata a un senso di rivalsa […] Anche nella didattica, con insegnanti che abbiano padronanza della materia, si potrà in ogni luogo prevedere, in rapporto all’età dei discenti, un’attenzione verso il dialetto […] ma senza esaltazioni e senza l’idea che qualcuno abbia messo in atto oppressioni o deprivazioni a danno di altri”. [vi]

Ecco il punto: esorcizzare ogni potenziale intenzione di ‘rivalsa’ sembrerebbe più importante che promuovere lingue locali che hanno subito viceversa un’innegabile riduzione a parlate ‘volgari’, da confinare semmai in ambito familiare perché inadatte ad esprimere contenuti ‘alti’. La decisa negazione di ogni forma di “oppressioni o deprivazioni” cozza inoltre contro decenni di studi sociolinguistici che hanno messo in evidenza quanto la marginalità socio-economica della gente del Sud comportasse anche la deprivazione delle loro specifiche espressioni linguistiche. Non si tratta di perseguire ‘rivalse’ o di una sorta di revanscismo culturale o politico, ma della legittima affermazione della pari dignità di tutte le espressioni linguistiche, evitando che quelle più marginalizzate vengano ridotte a manifestazioni folkloristiche minoritarie su cui fare solo ricerche. La rivitalizzazione delle lingue locali è quindi manifestazione d’identità culturali particolari che non si contrappongono necessariamente a quella nazionale, ma restituiscono dignità e diritti a chi per troppo tempo ha subito la marginalizzazione di un processo unitario di stampo coloniale. Come ho già scritto in proposito: “Tutelare il diritto delle minoranze etnolinguistiche si è rivelato più agevole che salvaguardare e garantire un futuro a lingue considerate ‘minoritaie’ o ‘regionali’, che non rischiano l’estinzione bensì l’accantonamento, lo snaturamento e la corruzione sul piano lessicale, grammaticale ed ortografico” (E.Ferraro, Grammatica ecopacifista, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022, p. 92).

Il paradosso, semmai, è che la rivendicazione di un’autonomia linguistica vera e propria – sul modello delle battaglie per la rivitalizzazione del catalano, del provenzale o dello scozzese – non proviene affatto dalle regioni meridionali che più hanno sofferto il peso della subalternità socio-economica e culturale, bensì da quelle ricche e forti del Nord, come la Lombardia e il Veneto. A noi del Sud basterebbe che le lingue locali delle nostre genti non fossero più mortificate, consentendo di recuperare e valorizzare espressioni idiomatiche e culturali del tutto originali. Uno dei modi per marginalizzare i cosiddetti dialetti è stata la loro riduzione a strumenti utili solo per la comunicazione familiare, o anche in ambiti esterni ma limitati come il teatro popolare, la poesia vernacolare o le canzoni.  L’insistenza – ancora una volta – sull’opportunità di confinarne lo studio esclusivamente nel recinto “delle tradizioni e (del)la storia (nomi di luogo, usi gastronomici, etimologie, letteratura, altri usi artistici[vii] mi sembra quindi che confermi il diffuso pregiudizio sulla loro inadeguatezza in altri ambiti comunicativi (ad es. giornali ed altri media, ma anche produzioni in prosa o ricerche di altro genere).

L’autoreferenzialità di un mondo accademico che dialoga con se stesso, ignorando il confronto con chi, sul terreno concreto, da decenni si sta battendo per ridare dignità agli idiomi locali, non è un segnale positivo di apertura al dialogo. Nel caso della Campania, la banalizzazione della proposta di legge iniziale per renderla utile solo ad elargire finanziamenti a manifestazioni folkloristiche ed a ricerche accademiche, è stato un altro segnale negativo. Fatto sta che chi si spende ogni giorno per difendere e promuovere il Napolitano ed altre espressioni linguistiche campane continuerà a farlo sempre e comunque. Malgrado che da questo convegno sia emersa la preoccupazione, più che di salvaguardare queste lingue, di porre la loro promozione  sotto l’autorevole ‘tutela’ degli esperti…


Note

[i]  https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/convegno-salvaguardare-un-patrimonio-linguistico/31069 . Su finalità, composizione e attività del Comit. cfr. https://cr.campania.it/comvalnap/

[ii] https://www.lapilli.eu/3.0/agenda/4069-salvaguardare-e-valorizzare-il-patrimonio-linguistico-napoletano-idee-fatti-e-prospettive

[iii] https://www.unina.it/-/34934236-salvaguardare-un-patrimonio-linguistico

[iv] Nicola De Blasi, Dialetti, ecco le iniziative per il patrimonio linguistico napoletano: difendiamo i dialetti (anche) dalle fake news, IL MATTINO, 13/12/2022

[v] Ibidem

[vi] Ibidem

[vii] Ibidem

© 2022 Ermete Ferraro

Ecolinguistica: un campo inesplorato da coltivare

Un ambito interdisciplinare da esplorare

In Italia la sensibilità verso gli studi di ecologia sembra meno sviluppata che in altri paesi, anche perché resta ancora non del tutto sanata la tradizionale frattura fra discipline scientifiche ed umanistiche. Questo “anacronistico equivoco intellettuale”, per citare Odifreddi, ha creato e continua a determinare un’artificiosa barriera all’interno della universitas studiorum, spezzando l’unità della cultura e finendo col contrapporre due diverse letture del mondo. Ecco perché il connubio concettuale racchiuso nell’espressione ecolinguistica appare poco significativo alla maggioranza di coloro che pur si occupano di ecologia o di linguistica. È come se lo si considerasse uno studio d’importazione, riservato a pochi eletti, un terreno di ricerca troppo specifico ed accademico e per di più con scarse ricadute pratiche. Ebbene, credo che vada sfatato anche questo più specifico ‘equivoco intellettuale’, accordando finalmente alla ecologia linguistica più attenzione e maggiori occasioni di studio e di ricerca. L’ecologia scientifica, infatti, ha sicuramente bisogno del contributo dell’analisi ecolinguistica e sociolinguistica per comprendere i meccanismi mentali e sociali che – oltre quelli strutturali – continuano a frenare il processo di cambiamento, pur nell’accresciuta consapevolezza del disastro ambientale e delle sue cause.

Troviamo una definizione di cosa s’intende col termine ecolinguistica nella pagina d’accoglienza del sito web della I.E.A (International Ecolinguistics Association), rete universitaria che collega ben 800 ricercatori a livello mondiale.

L’ecolinguistica esplora il ruolo del linguaggio nelle interazioni che sostengono la vita degli esseri umani, delle altre specie e dell’ambiente fisico. Il primo scopo è sviluppare teorie linguistiche che vedano gli esseri umani non solo come parte della società, ma come parte di ecosistemi più vasta, da cui dipende la vita. Il secondo scopo è mostrare come la linguistica possa essere usata per affrontare questioni-chiave ecologiche, dal cambiamento climatico ed alla perdita di biodiversità fino alla giustizia ambientale. (I.E.A. Home).

Nell’introduzione ad un corso promosso dalla I.E.A. – che sintetizza il contenuto dei nove capitoli del manuale di Arran Stibbe (2015)sispiega che è compito dell’analisi ecolinguistica rivelarci le ‘storie’ che viviamo, analizzandole dal punto di vista ecologico con un fine che non è puramente teorico, in quanto vuol metterci in grado di resistere alle narrazioni che danneggiano il nostro mondo e d’inventarne di nuove, alternative.  L’ecologia linguistica ci aiuta ad inquadrare tali ‘storie’ in una determinata filosofia ecologica, un insieme di valori riguardanti le relazioni tra l’uomo, le altre specie animali e l’ambiente fisico di cui fanno parte. Si tratta di analizzare in che modo una certa cultura c’induce a pensare tali relazioni e, conseguentemente, ad agire. Verbo, è bene precisarlo, che non si riferisce all’azione in senso stretto, ma anche all’interazione linguistica, secondo una visione pragmatica della lingua, che non si limita a ‘dire’ ma è anche capace di ‘fare’. Le narrazioni della nostra realtà, infatti, sono vere e proprie ‘riserve di valori’, intessute non solo di ‘fatti’ ma intimamente caratterizzate da ideologie di fondo, metafore, valutazioni e perfino da significative omissioni.

Il manuale citato, a tal proposito, fa l’esempio di alcune narrazioni del mondo che hanno segnato il nostro rapporto con l’ambiente, relative ad alcuni concetti basilari. È il caso di parole-chiave come ‘prosperità’ – che ha promosso l’arricchimento come acquisizione di bene e di denaro – ‘sicurezza’ – che ha contribuito a sviluppare relazioni di dominio e strutture violente al loro servizio, come pure altri termini che ci presentano un mondo ridotto a materia e meccanismi, caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dal suo assoluto dominio sulle altre specie, indiscutibile e senza limiti. Utilizzare l’analisi linguistica per rivelare le stratificazioni ideologiche dietro le nostre storie può aiutarci a capire come e quanto esse influenzino la nostra visione della realtà, alimentando un modello di sviluppo insostenibile ed iniquo. Comprendere quanto simili narrazioni possano rivelarsi distruttive da un punto di vista ecologico, inoltre, ci rende più consapevoli e capaci di cambiare rotta in senso costruttivo, anche attraverso l’impiego d’una ben diversa modalità linguistica.  Parafrasando uno dei primi studiosi di ecolinguistica, l’inglese M.A.K. Halliday (Halliday, 2003), c’è una ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ che contribuisce a costruire la realtà in modi che non fanno bene alla nostra salute né al nostro futuro come specie.

Nell’attuale cultura dominante, però, scarsa l’attenzione è stata riservata a questo ambito della ricerca, come se si trattasse di elucubrazioni mentaliste, mentre l’insostenibilità del nostro mondo richiederebbe interventi correttivi di stampo scientifico, tecnologico o, al massimo, economico. Il problema è che non siamo ancora del tutto consapevoli che il linguaggio non è solo rappresentazione di una realtà, ma contribuisce a costruirla e determinarne le caratteristiche.  Ecco perché studiare quella ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ sarebbe molto importante per liberarci dai meccanismi culturali inconsci che influenzano le nostre scelte, anche in campo ambientale.

Un campo di studi linguistici da coltivare

Nel suo libro sull’approccio ecolinguistico alla ‘analisi critica del discorso’ riguardante uomo e ambiente, Arran Stibbe stabilisce alcuni punti fondamentali cui attenersi:

a) L’attenzione si concentra sui discorsi che hanno (o potenzialmente hanno) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre persone, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita.

b) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo o “codici culturali” […]

c)  I criteri in base ai quali le visioni del mondo vengono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti […]

d) Lo studio mira a esporre ed a suscitare attenzione su discorsi che sembrano essere ecologicamente distruttivi […] o in alternativa a cercare di promuovere discorsi che potenzialmente possano aiutare a proteggere e preservare le condizioni che supportano la vita […]

e) Lo studio è finalizzato all’applicazione pratica attraverso la sensibilizzazione al ruolo del linguaggio nella distruzione o protezione ecologica, informando le politiche, caratterizzando lo sviluppo educativo o fornendo idee che possono essere utilizzate per ridisegnare testi esistenti o per produrre nuovi testi in futuro. (Stibbe, 2014).

Con l’espressione ’analisi critica del discorso’ (in inglese: CDA – Critical Discourse Analysis) si fa riferimento ad un approccio sociolinguistico che si è diffuso negli anni ’90, la cui matrice filosofica si ispirava a precedenti riflessioni di Michel Foucault sul potere delle parole. L’ACD si occupa di mettere in luce le relazioni che intercorrono tra il potere ed i testi finalizzati all’informazione e alla formazione delle persone e delle comunità. Si tratta di discorsi pubblici veicolati dai media, di cui la linguistica ci aiuta ad analizzare le caratteristiche testuali, come la gerarchia degli argomenti trattati, gli espedienti retorici utilizzati, il tipo di argomentazione e le caratteristiche espressive.

Il primo luogo comune da sfatare è che il linguaggio rispecchi la realtà, mentre in larga parte contribuisce a crearla, o quanto meno a determinarla. Ecco perché anche i ‘discorsi’ sulle questioni ambientali non vanno sottratti all’analisi critica, in modo da svelare valori e visioni della vita che influenzano pesantemente tali narrazioni e contribuiscono a formare la c.d. ‘opinione pubblica’.  L’approccio ecolinguistico, dunque, è fondamentale per diventare consapevoli dell’interazione tra lingua, parlanti ed ambiente (fisico e sociale) che ne costituisce il contesto e, in generale, dei rapporti tra uomini, società e natura.  

Ma se il termine ‘ecolinguistica’ è usato in senso lato, bisogna distinguere al suo interno impostazioni e finalità abbastanza diverse, in base al rapporto tra i due elementi che lo compongono. Quando le conoscenze linguistiche servono ad analizzare e demistificare le ‘storie’ relative alle problematiche ambientali, siamo più nell’ambito di una linguistica ecologista. Quando invece i principi ecologici sono applicati all’analisi dei fenomeni sociolinguistici, rientriamo maggiormente nell’ambito dell’ecologia del linguaggio.

Quest’ultima, infatti, si occupa della salvaguardia della diversità linguistica e dei rischi cui va incontro una società caratterizzata dall’omologazione linguistica, che consolida il potere delle culture dominanti, cancellando antichi patrimoni di sapere e specificità espressive.

L’ecolinguistica è quella branca della linguistica che tiene conto degli aspetti dell’interazione, tra lingue, tra parlanti, tra comunità linguistiche o tra lingue e mondo, e che, al fine di promuovere la diversità dei fenomeni e le loro relazioni, si adopera in favore del piccolo (Fill, 1993: 4)

Questo approccio risulta naturalmente più vicino alla sensibilità ecologista, in quanto applica alle lingue la stessa attenzione protettiva che le organizzazioni ambientaliste prestano alle minacce alla diversità biologica. La diversità linguistica, in tale contesto, è percepita non soltanto come valore fondamentale sul piano culturale e sociale, ma anche come fattore di equilibrio in un mondo dominato dal pensiero unico, dall’omologazione e dalla globalizzazione economica, caratteristiche che Vandana Shiva aveva efficacemente sintetizzato nell’espressione  “monoculture della mente” (Shiva, 1995).

Nel saggio “Lingue soffocate” – pubblicato nel 2004 dall’Associazione VAS Verdi Ambiente e Società –   già sedici anni fa mi ero occupato di questo problema, soffermandomi sulla crisi ecolinguistica di cui pochi – ambientalisti e linguisti – sembravano prestare attenzione. Proseguendo il discorso iniziato due anni prima sull’educazione alla tutela della diversità culturale come estensione della salvaguardia della biodiversità (Ferraro, 2002), la mia attenzione si era focalizzata sulla grave perdita di diversità linguistica provocata da un modello di sviluppo accentratore e omologatore.

Dopo un lungo periodo di militanza ambientalista ed ecopacifista, la consapevolezza dei rischi derivanti dalla crescente perdita di biodiversità m’induce a riproporre l’esigenza di una ‘ecologia della lingua’ che esca dalle aule universitarie e dalle stesse ricerche sul campo degli studiosi, per diventare acquisizione comune di un movimento ecologista finora poco sensibile a tali tematiche. Come nel caso dell’ecopacifismo, però, non basta sommare sbrigativamente battaglie ambientaliste sociali e culturali, ma bisogna saldare queste dimensioni, a partire dalla constatazione che […] il mantenimento della lingua fa parte dell’ecologia umana, e che la difesa della biodiversità non è una battaglia settoriale, ma l’affermazione di una filosofia di vita complessivamente alternativa. (Ferraro, 2004: 8).

L’ecolinguistica come veicolo di cambiamento

Gli studi ecolinguistici, però, non devono restare confinati in ambito accademico, come ricerche finalizzate solo alla comprensione delle dinamiche socio-ambientali esistenti e non all’impegno per cambiare l’interazione cogli ecosistemi, di cui stiamo minacciando i delicati equilibri e, con essi, la nostra stessa sopravvivenza come specie.

Sul piano della linguistica ecologista, Arran Stibbe si è soffermato sul peso che un certo modo di ‘inquadrare’ linguisticamente la realtà influisca fatalmente sulla lettura che ne diamo, perpetuando stereotipi e certezze aprioristiche che impediscono proprio quel cambiamento. L’uso del framing, appunto, ‘inquadra’ le questioni ambientali all’interno di una struttura mentale predefinita. In tal senso, sono utilizzati spesso ‘pacchetti di conoscenza generale’ per inquadrare un problema ecologico, come il riscaldamento globale, ora come questione ambientale da risolvere, ora come minaccia alla sicurezza da fronteggiare, ora come situazione spiacevole oggettiva cui dovremmo adattarci.

”La natura è una risorsa” è stata fornito come esempio di inquadramento ‘distruttivo’ poiché le risorse sono preziose solo se vengono o saranno consumate; non hanno valore se lasciate a se stesse per sempre. Ciò contraddice l’ecosofia di questo libro, che attribuisce considerazione etica alla vita e al benessere di altre specie […] l’inquadramento ‘sviluppo’, che in origine era un tentativo altruistico di alleviare la povertà nei paesi poveri, è invece finito come ‘crescita sostenuta’, cioè un tentativo di massimizzare la crescita economica nei paesi ricchi a danno dei poveri. (Stibbe, 2015)

Il parametro usato da Stibbe per classificare e valutare queste narrazioni antropocentriche ed utilitaristiche è il danno che esse provocano agli ecosistemi, per cui la loro ‘distruttività’ risulta direttamente proporzionale alla loro minaccia alle specie ed all’ambiente in genere. Sarebbe invece positivo un inquadramento linguistico alternativo di tali problematiche, che incoraggiasse atteggiamenti e comportamenti di  protezione ambientale, riportando l’attenzione sulla natura in sé, non come ‘risorsa’ da sfruttare.

L’utilizzo di un determinato codice linguistico, d’altra parte, ha fatto sempre parte dell’armamentario utilizzato dalle classi e nazioni dominanti per controllare quelle subalterne e mantenerle asservite. Valeva per le civiltà antiche – come quella greca e romana – ma è innegabile che l’utilizzo delle lingue resti tuttora uno strumento per sancire una gerarchia socio-politica che subordini alcuni soggetti sociali ad altri. Un grande scrittore distopico come George Orwell, infatti, nel suo celeberrimo ‘1984’ ha inquadrato perfettamente la decostruzione e ricostruzione del codice linguistico di una comunità come uno degli elementi cardine per realizzare e mantenere una dittatura globale e totale.

Il fatto è che l’inquietante modello unico di economia di società e di cultura profetizzato da Orwell ci si sta materializzando sempre più davanti. Non a caso quella “età del livellamento, della solitudine, del Grande Fratello e del Bispensiero” era caratterizzata dalla repressione della diversità linguistica e dalla diffusione forzata di una lingua standardizzata, ridotta all’essenziale, volutamente inespressiva. (Ferraro, 2004: 3)

Dominare il linguaggio di un soggetto collettivo significa dominarne il pensiero e le scelte, ma tale regola vale sempre e comunque anche per ciò che concerne le questioni ambientali. È dunque indispensabile occuparsi di più e meglio di come il livellamento linguistico e l’utilizzo di determinati ‘inquadramenti’ ci stiano condizionando, confermando quindi l’attuale modello di sviluppo come l’unico possibile ed auspicabile. La stessa contrapposizione tra ‘sviluppo’ e ‘protezione ambientale’ è prova di questa mistificazione logico-linguistica, che insiste ossessivamente sul concetto di ‘crescita’ come fattore di benessere cui non possiamo rinunciare. La stessa crisi ecologica, paradossalmente, è spesso affrontata come se la soluzione consistesse nel reperire maggiori e più potenti strumenti economici scientifici e tecnologici, consolidando il modello antropocentrico, scientista e tecnocratico che sta alla radice del problema.

Una seconda antitesi è tra ‘crescita’ e ‘povertà’, come se non fosse stato proprio il sistema economico capitalista ed il modello crescista di sviluppo ad allargare la frattura fra un piccolo mondo ricco e potente ed una larga parte di umanità sempre più povera, fragile e subalterna. Non è un caso che occuparsi di giustizia sociale e di uguaglianza di diritti spesso sia stato strumentalmente contrapposto alla preoccupazione dei movimenti ambientalisti per la preservazione della natura e la tutela degli ecosistemi. Ma, come ha giustamente sottolineato un ecologista sociale come Antonio D’Acunto:

Si pone ora sempre più urgente la necessità superiore non solo di rallentare la catastrofe, ma di invertire il futuro dell’umanità, con il suo modello culturale, economico, produttivo e sociale, verso il Pianeta della vita e della biodiversità, liberandolo dal cancro dello sfruttamento tra gli uomini e verso la natura. (D’Acunto 2019: 45)

In tale direzione eco-socio-linguistica va la riflessione di uno studioso argentino, Diego L. Forte, che considera l’ecolinguistica terreno per una ‘nuova lotta di classe’. Integrando strumenti squisitamente linguistici, come l’analisi critica del discorso, con quelli della sociolinguistica, egli ritiene possibile andare oltre i tradizionali parametri della lotta di classe, aprendosi a tutte le disparità sociali che nascono dall’egemonia di alcuni soggetti su altri, fra cui quelle etniche e quelle di genere.

La decostruzione e la proposta alternativa, quindi, devono nascere dal ripensamento del concetto di classe: non si può più pensare alle classi sociali come le intendeva Marx, gli oppressi non possono continuare ad agire da soli. Molti movimenti stanno prendendo coscienza della necessità di unire gli sforzi per combattere lo stesso oppressore. L’idea di un’integrazione delle lotte basata su una rielaborazione dovrebbe essere il nuovo passo per gli studi critici. […] nuovi discorsi e storie devono guidarci, ma, senza mettere in discussione i sistemi egemonici, questi cambiamenti non possono aver luogo. […] Il cambiamento delle storie è certamente la via d’uscita, ma le nuove storie non sostituiscono automaticamente quelle vecchie. I cambiamenti arbitrari derivano dalla lotta di classe e il passaggio da una narrazione all’altra implica necessariamente questa lotta, che noi sosteniamo debba essere ridefinita. Questa è la lotta cui deve partecipare l’ecolinguistica.  (Forte 2020: 13-14)

Ecologia delle lingue: una questione spinosa

Nei citati saggi del 2002 e 2004 mi ero occupato di come l’ecologia delle lingue  contrasti la perdita delle diversità linguistiche e culturali causate dalla globalizzazione, mostrandone il parallelismo con l’impegno ambientalista per difendere e promuovere la diversità biologica, minacciata da un modello di sviluppo predatorio ed iniquo.

Ecco perché, così come si parla di biodiversità a tre diversi livelli (genetica, di specie ed ecosistemica) sembra importante allargare il discorso alla salvaguardia…della diversità culturale degli esseri umani, visti come individui, come etnie e come comunità socio-politiche, adoperandosi per la salvaguardia delle varie specificità etnico-culturali, non solo come strumento contro la predominanza delle classi egemoni, ma come tutela dell’identità culturale d’intere popolazioni e come difesa dell’antropodiversità dall’azione omologante e riduttiva della globalizzazione. (Ferraro, 2002: 38-39).

Il mio impegno ecolinguistico – che scaturiva dalla necessità di realizzare quanto sancito dall’UNESCO sul diritto alla diversità linguistica, che va non solo tutelata ma ‘incoraggiata’ (UNESCO, 2000, art. 5) – si è poi consolidato, in seguito ad approfondimenti teorici ed alla militanza in un’associazione ambientalista che ha fatto propria questa impostazione. Infatti, a livello regionale furono promosse in Campania cinque edizioni della Festa VAS della Biodiversità’, con sessioni dedicate proprio alla tutela della diversità culturale, intesa come risorsa e non come problema. 

Il mio saggio “Voci soffocate” – presentato in occasione dell’edizione 2004 di quell’evento – riecheggiava nel titolo un testo fondamentale per comprendere il peso che l’ecologia delle lingue dovrebbe avere in una transizione ecologica che sappia integrare i saperi scientifici con quelli umanistici, per realizzare una società più giusta e rispettosa degli equilibri vitali.  ‘Vanishing Voices. The Extintion of World’s Languages’, saggio scritto da un antropologo e da una linguista (Nettle – Romaine, 2002), ha ispirato la mia riflessione sulle lingue che spariscono o sono comunque minacciate dall’omologazione e stanno perdendo la loro caratteristica di specchio e di veicolo di specifiche identità socioculturali.

Di fronte all’accelerazione del processo di scomparsa delle espressioni linguistiche locali – e dei saperi che esse trasmettono – linguisti, antropologi ed ecolinguisti stanno adoperandosi per preservare in ogni modo questo patrimonio, documentandolo per mezzo dei più moderni e tecnologici strumenti disponibili, studiandone le specificità glottologiche, stampandone vocabolari e testi che ne documentino le caratteristiche culturali originali. (Ferraro, 2004: 5)

Tutelare il diritto delle minoranze etnolinguistiche, nel tempo, si è rivelato più agevole che salvaguardare e garantire un futuro a lingue considerate comunque ‘minoritarie’ o ‘regionali’, che non rischiano l’estinzione bensì l’accantonamento, lo snaturamento e la corruzione sul piano lessicale, grammaticale ed ortografico. Basti pensare che in una realtà nazionale come quella italiana le disposizioni legislative a tutela di minoranze etniche hanno preceduto di mezzo secolo quelle emanate a protezione di espressioni linguistiche considerate secondarie e localistiche rispetto alla lingua nazionale. 

 Il divario fra le cosiddette minoranze ‘riconosciute’ e quelle ‘non riconosciute’ era diventato sempre più ampio, poiché le prime avevano potuto godere …di provvedimenti che andavano ad incidere positivamente sui diritti linguistici dei parlanti, le altre invece, o non avevano ricevuto nessun tipo di sostegno da parte delle istituzioni, oppure avevano potuto disporre solamente di interventi regionali di carattere culturale che, oltre a non evitare i fenomeni di assimilazione linguistica, privilegiavano spesso gli aspetti più strettamente folkloristici delle identità minoritarie. (Cisilino, 2004: 176)

Fa riflettere il fatto che il riconoscimento ufficiale dell’Italiano come lingua nazionale – non sancito nella Costituzione repubblicana – sia stato paradossalmente introdotto proprio dall’art. 1 della legge n. 482 del 1999, che dettava “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Da allora, grazie alla pur tardiva sottoscrizione da parte dell’Italia della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003, ma soprattutto all’attivismo di studiosi e appassionati, sono stati fatti passi avanti, anche se in modo scoordinato e spesso con accenti che, più che ai principi d’un federalismo ecologista e verde, apparivano ispirati ad un autonomismo identitario.

Nella regione Campania, ad esempio, il Consiglio Regionale aveva registrato negli ultimi decenni la presentazione di varie proposte di legge sulla tutela della lingua napolitana. Mentre alcune di esse insistevano solo sull’aspetto identitario, con toni nazionalistici e lo sguardo nostalgicamente rivolto alla conservazione d’un illustre passato da rivalutare, altre si aprivano ad un pluralismo che non escludeva la protezione di altre espressioni linguistiche locali, per non riprodurre regionalmente il modello accentratore dell’idioma standardizzato. Per questo motivo, come accade nella dinamica dei contesti politico-istituzionali, la proposta di legge presentata in Campania dai Verdi (alla cui stesura avevo dato il mio contributo personale), ha dovuto fare i conti con un’analoga proposta della destra. Il testo approvato lo scorso anno dal Consiglio Regionale (L.R. Campania n. 19/2019) è stato pertanto frutto di un compromesso tra due visioni differenti del problema, finendo col restringere la tutela al solo patrimonio linguistico del Napolitano ed accentuando il peso del mondo accademico in questo processo, anziché aprire ad una pluralità di soggetti pur esperti in materia.

In una interessante tesi di laurea magistrale in Filologia e Letteratura Italiana, discussa nell’a.a. 2012-13 all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è affrontato approfonditamente il concetto di “sostenibilità linguistica”, con particolare attenzione al pluralismo linguistico ed in riferimento a differenti scuole di pensiero in ambito ecolinguistico internazionale. Dal raffronto tra vari modelli presi in esame – quello ecosociale del catalano Alberto Bastardas Boada (Bastardas Boada, 2013), quello francofilo del tunisino Claude Hagège (Hagège, 1999)  e quello anglosassone dei citati Daniel Nettle e Susanne Romaine (Nettle e Romaine, 2001) – il candidato metteva criticamente in luce alcuni aspetti contraddittori, in modo particolare nel primo caso, riferendoli poi anche al dibattito nel contesto glottologico italiano.

Quando Bastardas Boada elenca i cinque punti che dovrebbero servire da guida per la sostenibilità…sembra quasi che egli abbia in mente un mondo composto da migliaia di gruppi umani autonomi, tendenzialmente omogenei ed impermeabili verso l’esterno, che possano arbitrariamente decidere di usare la loro lingua per tutti gli ambiti […] A ciò va aggiunto l’auspicio del linguista catalano di veder riconosciuto a tutti gli idiomi minoritari lo status di lingue ufficiali. Tale proposta, se da un lato dovrebbe prevedere un minimo di standardizzazione degli idiomi in questione, dall’altro, e proprio per questo, avrebbe un effetto negativo, ad esempio, sui dialetti di quegli stessi idiomi, poiché, come afferma Hagège, standardizzare una lingua significa automaticamente screditare le sue varietà. (Perin, 2013: 113-114)

Questa osservazione, peraltro legittima, è stata ripresa in riferimento ai tentativi di diffondere in Italia un modello plurilinguistico che, si obbietta, contraddirebbe se stesso quando pretende d’istituzionalizzare solo determinati idiomi, servendosi di strumenti artificiali, come quelli legislativi. Ma è davvero così?

Ecolinguistica, ecopacifismo ed irenolinguistica

La contraddizione tra la visione multiforme e policentrica di chi sostiene il diritto ad una libera espressione linguistica e il perseguimento della ‘normalizzazione’ istituzionale di tale diritto, col rischio di proteggere e valorizzare solo alcuni idiomi a discapito di altri, è un problema che l’ecologia delle lingue deve affrontare. D’altra parte, non è accettabile che si contrappongano strumentalmente diverse ipotesi ecolinguistiche, quando esistono soluzioni intermedie cui ricorrere per garantire una effettiva ‘sostenibilità linguistica’.

Ad esempio, in uno studio citato dalla stessa tesi (Dell’Aquila e Iannàccaro, 2004), si spiega come tale ‘pianificazione linguistica’ istituzionale possa essere declinata in più modi e con diverse sfumature. Esse vanno dal Language revival (che tenta di riportare in uso lingue poco parlate), alla Language revitalization (che incrementa le funzioni di una lingua minacciata, migliorandone lo status), passando per il Reversing language shift (che dà un sostegno a livello comunitario a lingue poco praticate dalle nuove generazioni) ed arrivando al Language renewal (per garantire che almeno alcuni componenti di una comunità continuino ad apprenderle ed utilizzarle).

Tali modalità di pianificazione resterebbero comunque operazioni artificiose d’ingegneria sociolinguistica se non fossero sostenute ed accompagnate da un effettivo impegno sociopolitico e culturale per rivitalizzare il rapporto di una comunità col suo territorio e per preservarne l’integrità ambientale. Il vero conflitto, infatti, non è tanto quello tra lingue egemoni e idiomi locali relegati ad espressioni inferiori, condannate al deperimento o alla scomparsa. È lo stesso modello di sviluppo attuale che non consente il mantenimento del pluralismo culturale e linguistico, confliggendo anche con una prospettiva di economia decentrata, di sviluppo comunitario e policentrico, di equità di diritti e di protagonismo sociale. Ecco perché l’ecolinguistica non dovrebbe svilupparsi come terreno di studio a sé stante, ma andrebbe integrata in una complessiva alternativa ecologista, globale nei principi e locale nelle azioni.

In quale direzione oggi va il nostro mondo? Verso i valori della Età dell’oro – umanità, socialità, comunione dei beni naturali, pace e nonviolenza, amore per la Madre Terra […] o verso il distacco sempre più profondo da tali valori? […] Dominano l’idea e la pratica che il Pianeta è dell’uomo che vive oggi e non delle future generazioni, e – nella stessa filosofia di forza e di potere tra le specie – di quell’uomo che è più forte e potente, capace di sfruttare fino in fondo ogni risorsa. (D’Acunto, 2019: 94)

La necessaria diffusione dei principi e delle varie tecniche operative di studi di per sé interdisciplinari come quelli ecolinguistici, pertanto, andrebbe inserita in un progetto più ampio, di cui faccia parte anche l’ecopacifismo, altro aspetto piuttosto trascurato dal movimento ambientalista o banalizzato a mera alleanza tattica con quello pacifista.

In uno scritto del 2014 avevo ipotizzato una saldatura meno strumentale, partendo dalla considerazione che la logica di accumulazione e dominazione, tipica del modello di sviluppo capitalista, genera sia lo sfruttamento dei beni naturali e la devastazione ambientale, sia il sistema di militarizzazione e guerra del complesso militare-industriale.  

I. L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici ed alla opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale, nei quali la nonviolenza si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di alternative costruttive ai conflitti.  II. L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini ed anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista.  (Ferraro, 2014: 4)

I fenomeni di marginalizzazione sociale e di controllo centralistico della società, tipici di un modello economico che ha compromesso gli equilibri ecologici per sete di conquista e di dominio, sono alla base anche della progressiva eliminazione delle diversità culturali e linguistiche. Ma il pervasivo imperialismo militarista e guerrafondaio, che si affianca a quello economico tutelandone gli interessi globali, è ugualmente un frutto di quel sistema.

Secondo un’ottica nonviolenta, i conflitti non devono essere esorcizzati né occultati, ma rivelati, analizzati e possibilmente trasformati, o meglio ‘trascesi’, mutuando l’espressione usata da Johan Galtung (Galtung 2000) per caratterizzare e diffondere il suo metodo.  Per affrontare la triade alla base di tutti i conflitti (atteggiamenti e comportamenti ostili ed interessi contrapposti), infatti, egli ipotizzava che si debba far riferimento al triangolo costruttivo empatia-nonviolenza-creatività.

Ma se l’educazione alla pace e l’azione per la pace sono finalizzate al superamento costruttivo di conflitti altrimenti distruttivi, anche in ambito sociolinguistico ed ecolinguistico si potrebbe andare nella medesima direzione. Una comunicazione nonviolenta ha bisogno di strumenti ecolinguistici – come l’analisi critica del discorso – che rendano consapevoli dei pregiudizi e degli inquadramenti ideologici che alimentano i conflitti. Deve ipotizzare anche una modalità comunicativa alternativa, che usi il potere delle parole non per distruggere, ma per costruire relazioni positive fra individui e comunità.

Anche su questo terreno, già dai primi anni ’80 avevo provato a portare un contributo, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ (Ferraro, 1984) che, se da un lato svelasse e denunciasse l’uso negativo della comunicazione linguistica, per fini di contrapposizione e di dominio, dall’altro proponesse una modalità di comunicazione positiva, costruttiva e creativa. Le metafore da me utilizzate erano le finestre contrapposte alle persiane, i ponti contrapposti ai muri e le colombe contrapposte alle civette.

Le mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva, sociale ed espressiva. […] L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune idee ed emozioni […] L’ELN propone di educare i ragazzi ad usare la lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività d’una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione di reciproco arricchimento […] L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione falsa, ipocrita ed opportunista. (Ferraro 2018: 191-192)

Grande successo e diffusione hanno incontrato a livello internazionale, dalla metà degli anni ’90, gli autorevoli contributi di Marshall B. Rosemberg relativi alla Nonviolent Communication – NVC ® (Rosemberg, 2015). La Comunicazione Nonviolenta, in sintesi, è una metodologia che: (a) scoraggia generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, promuovendo un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni; (b) incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo; (c) propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo ed esprimendo i veri bisogni; (d) auspica una comunicazione empatica con gli altri, evitando le pretese ed imparando ad esprimere richieste chiare e positive.

Un approccio ancor più vicino a quello ecolinguistico, infine, è stato formulato dallo psicoterapeuta biosistemico Jerome Liss (Liss, 2016)

La Comunicazione Ecologica (C.E.) […] è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune […] ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“. (Ferraro,2018: 194)

L’irenolinguistica – un mio neologismo per designare la formazione ad una comunicazione nonviolenta ed ecologica – potrebbe integrare studi specificamente ecolinguistici con l’intento educativo di cui dovrebbero farsi carico non solo le famiglie e gli insegnanti, ma anche quelli che gestiscono potenti mezzi di comunicazione di massa. A partire dalla decostruzione e demistificazione di strutture mentali ed espedienti retorici che falsano strumentalmente la realtà – nello specifico quella relativa al rapporto uomo-ambiente – un’educazione linguistica che rispetti i principi ecologici e sia veicolo di pace dovrebbe dunque articolare una proposta alternativa interdisciplinare.

A tal fine, operando una sintesi tra i tre metodi di educazione linguistica prima accennati, ritengo che un linguaggio ispirato ai principi della nonviolenza debba aiutarci: (a) a riconoscere reali bisogni e sentimenti autentici; (b) ad esprimerli sinceramente, formulando richieste chiare; (c) a dialogare con gli altri in modo positivo, empatico e costruttivo; (d) a proporre soluzioni quanto più possibile concrete e condivise.

Infine, tornando al dibattito sul futuro dell’ecolinguistica, è evidente che approcci differenti e con obiettivi diversi debbano però trovare una sintesi complessiva, che evidenzi il fine comune d’un reale cambiamento del rapporto fra patrimoni naturale e saperi umani.

 Da un lato, l’ecolinguistica…aspira a cogliere le complessità della-cosa-che-chiamiamo-linguaggio e, dall’altro, cerca di andare oltre la comunità scientifica sensibilizzando sull’interdipendenza tra pratiche discorsive e devastazione ecologica. […] Finora, i linguisti più attenti all’ecologia hanno concepito le dimensioni discorsive e linguistiche della crisi ecologica in termini di una dicotomia natura-cultura. Una lezione appresa da questo stato dell’arte è che in effetti abbiamo bisogno di una riconcettualizzazione delle questioni ambientali in generale e della dicotomia natura-cultura in particolare […] L’ecolinguistica può quindi collegare la ” hard science ” e lo studio del comportamento coordinativo nelle specie che chiamiamo Homo sapiens sapiens all’analisi delle conseguenze etiche e socioculturali della ”soft science” e ai dibattiti della ”scienza critica” sulle pratiche sociali anti-ambientali e distruttive. […] Finora, il problema principale dell’ecolinguistica non è stato il disaccordo interno o le lotte per il potere, ma piuttosto la mancanza di una vera interazione tra le sue varie parti. A che serve far sbocciare mille fiori, se non riusciamo mai ad apprezzare l’intero campo? Qual è il valore di esplorare la nostra piccola isola, se trascuriamo il resto dell’arcipelago?  (Steffensen e Fill, 2013: 25)

Questa ultima considerazione m’induce a sperare che si realizzi l’auspicata interazione tra i vari approcci all’ecolinguistica e che anche in Italia si allarghi la cerchia delle persone interessate ad approfondirla, non solo a livello accademico, ma anche all’interno di movimenti ambientalisti più attenti ad un’ecologia umana e sociale. Mi auguro che il presente contributo possa risultare utile in tal senso e che, tra i vari ‘fiori’ di questo campo tutto da esplorare e coltivare, si sappiano apprezzare anche quelli di un approccio nonviolento, oltre che ecologico, alla comunicazione linguistica.


Riferimenti

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D’ACUNTO, Antonio (2019) Alla ricerca di un nuovo umanesimo, a cura di Francesco D’Acunto, Amazon. [Ristampa di: D’Acunto, Antonio (2016) Alla ricerca di un nuovo umanesimo. Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli,La Città del Sole]

DELL’AQUILA, V. e IANNACCARO, G. (2004) La pianificazione linguistica. Lingue, società e istituzioni, Roma, Carocci

FERRARO, Ermete (1984), Grammatica di Pace, Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta (E.L.N.), Torino, Satyagraha (Quaderno n.11 degli Insegnanti Nonviolenti)

FERRARO, Ermete (2002) “Tutela e diversità”, in “Biodiversità a Napoli”, suppl. a Verde Ambiente, a. XVIII, n. 2, Roma, Editoriale Verde Ambiente (pp. 38-42)

FERRARO, Ermete (2004) Voci soffocate… L’ecologia linguistica per opporsi alla perdita delle diversità linguistiche e culturali, Napoli, autoprodotto da VAS -Verdi Ambiente e Società di Napoli e pubblicato nel 2007 dalla rivista online Filosofia Ambientale

FERRARO, Ermete (2014) L’Ulivo & il Girasole – Manuale di Ecopacifismo V.A.S., Napoli, Verdi Ambiente e Società – Campania (scaricabile come e-book da ISSUU (https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d )

FERRARO, Ermete e DE PASQUALE, Anna (2018), “Una grammatica della pace, per comunicare autenticamente e senza violenza”, in: Saffioti R. (a cura di), Piccoli Comuni fanno grandi cose!  Pisa, Centro Gandhi Edizioni (Quaderno Satyagraha – pp.187-198)

FILL, Alwin (1993) Ökolinguistik: eine Einführung, Tübingen, Gunter Narr Verlag

FORTE, Diego L. (2020) “Ecolinguistics: The battlefield for the new class struggle”, Language & Ecology 2019-20, ecolinguistics-association.org  

GALTUNG, Johan (2000), La trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il metodo Transcend, Torino, Ed. Gruppo Abele (tit. orig.: Conflict Transformation by Peaceful Means (The Transcend Method)

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HALLIDAY, Michael K. (2003) On Language and Linguistics, (ed. by J. Webster), London-New York, Continuum

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NETTLE, Daniel e ROMAINE, Suzanne (2001), Voci del silenzio (Vanishing Voices) Sulle tracce delle lingue in via d’estinzione, Roma, Carocci

PERIN, Silvia (2013), Il concetto di sostenibilità linguistica (tesi di laurea magistrale in Filologia e Lett. Italiana, Rel. Prof. Lorenzo Tomasin – Venezia Università Cà Foscari

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SHIVA, Vandana (1995) Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura ‘scientifica’, Torino, Bollati Boringhieri

STEFFENSEN, Sune Vork e FILL, Alwin (2013) “Ecolinguistics: the state of the art and future horizons”, Language Science, 41 A (pp. 6-25)

STIBBE, Arran (2014) “An Ecolinguistic Approach to Critical Discourse Studies”, Critical Discourse Studies, 11 (1), London, Routledge

STIBBE, Arran (2015) Ecolinguistics Language, Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge

© 2020 Ermete Ferraro

Fenomenologia della ‘Coke-Revolution’

“Bevi la coca cola che ti fa bene
Bevi la coca cola che ti fa digerire
Con tutte quelle, tutte quelle bollicine

Coca cola sì coca cola, a me mi fa morire
Coca cola sì coca cola, a me mi fa impazzire
Con tutte quelle tutte quelle bollicine”

VASCO ROSSI (“Bollicine”, 1983)

1. Sorprendente. Ma, a ben pensarci, neppure tanto.

È da tempo ormai che abbiamo smesso di meravigliarci di fronte a messaggi pubblicitari che ci presentano potenti multinazionali come organizzazioni alternative, quasi rivoluzionarie, impegnate a diffondere nei confronti di noi semplici mortali il verbo del cambiamento. Siamo ancora una volta di fronte al solito gioco delle parti, in questo caso invertite, in base al quale proprio coloro i quali finora hanno pesantemente condizionato i nostri consumi ed il nostro attuale stile di vita paradossalmente adesso si ergono a paladini d’un profondo cambio di paradigma. Mi riferisco alla campagna mediatica post-Covid che la potentissima Coca-Cola Company ha lanciato in  quasi tutti i paesi del mondo, affidando il suo messaggio alla voce ed al volto di un noto artista –  il rapper anglo-ugandese George Mpanga – alias George the Poet – il cui testo per il video, accompagnato da immagini efficaci e suadenti, si rivolge direttamente a ciascuno di noi, ricordandoci i veri valori ed impegnandoci a pensare e ad agire, ora, #ComeMaiPrima.  In effetti, mi sembra che la versione italiana dello stesso slogan abbia aggiunto ulteriore ambiguità a quella di fondo, espungendo l’aggettivo fondamentale del messaggio originale, il cui hashtag è infatti: #OpenLikeNeverBefore. La versione nostrana insiste sul concetto di novità, ma sottolineando il ruolo promotore dell’azienda (“Ci sarò /Ci saremo, Come Mai Prima”), mentre il claim della campagna originaria veicolava due concetti, apparentemente opposti. Il primo, racchiuso nell’aggettivo “open”, allude all’auspicata riapertura delle attività sociali ed economiche dopo la chiusura generale imposta dalla pandemia, evocando una loro ripresa che riavvii in qualche modo la situazione precedente. L’espressione “come mai prima” (“like never before”), viceversa, lancia un messaggio alternativo, improntato sì al cambiamento, ma auspicando un processo di “apertura” di tipo mentale, e quindi d’inversione rispetto alla consueta ‘normalità’.

«“Aperto Come Mai Prima” è fondato sul convincimento che non dobbiamo ‘tornare’ alla normalità. Piuttosto, possiamo tutti andare avanti e rendere il mondo non soltanto differente, ma migliore – dice Walter Susini, Vicepresidente del marketing della Coca-Cola Europa, Medio Oriente ed Africa (EMEA) – Nel momento in cui andiamo oltre la quarantena, stiamo celebrando non solo la riapertura fisica dei nostri stimati clienti, ma anche la riapertura della nostra mentalità collettiva. Noi vediamo la crisi come un’opportunità per essere più aperti e più empatici». [i]

Insomma, dopo la pandemia dovremmo evitare di fare un passo indietro, per ‘tornare’ a ciò che c’era prima. Il cuore del messaggio, invece, è che bisogna andare ‘avanti’, perché è così che si ‘migliora’ la vita, utilizzando le esperienze negative e la tremenda crisi sanitaria come stimolo a diventare più “aperti ed empatici”. Le espressioni ‘avanti’ e ‘oltre’, insomma, suggeriscono il superamento dei vecchi parametri ed un cambiamento abbastanza radicale, quasi un’evangelica ‘metànoia’, che dovrebbe indurre l’umanità tutta verso altri e più positivi valori. Tutto bene allora? Beh, andrebbe anche bene se a pronunciare queste parole ed a promuovere questo messaggio non fosse proprio la multinazionale che da 130 anni sta “rinfrescando il mondo”, vendendo centinaia di tipi di bevande, generalmente gassate, in 200 paesi e raggiungendo così un fatturato di circa 40 miliardi di dollari. Ma quale sarebbe il contenuto di questa ‘rivelazione’? Qual è esattamente il ‘verbo’ che la Coca-Cola vuole trasmetterci mediante i versi di un rapper, opportunamente trasformati in slogan pubblicitari?

2. Il testo originale in lingua inglese era un po’ diverso.

Composto e recitato da George the Poet coincide parzialmente con quello della versione italiana. Non intendo lanciarmi in un commento filologico, ma le ‘varianti’ hanno un peso nell’analisi testuale. Abbiamo già visto come perfino il titolo del ‘poem’ del rapper anglo-ugandese abbia subito una mutilazione, essendo stato cassato l’aggettivo ‘open’, che invece è un po’ la chiave di lettura del brano. Fatto sta che le versioni diffuse in Italia in realtà sono due e coincidono solo in parte. Mettiamole a confronto, precisando che nella versione più breve mancano parecchi versi, mentre ce ne sono altri (tra parentesi quadre e in grassetto) che risultano differenti o addirittura assenti in quella più lunga.

Aspetta.  [Aspetta, fermati.]   /   Chi ha detto che dobbiamo tornare alla normalità? [ tornare come prima.] / [E se la nuova normalità fosse diversa da quella a cui eravamo abituati?] / E se il più grande cambiamento fossimo tu ed io? / E se scegliessimo di aprirci al nuovo e dire: /Non dirò più che il mio lavoro è poco importante / Non dirò mai più che gli insegnanti hanno troppe vacanze / O che odio la scuola e che non vedo l’ora di finirla / E se sorridessi un po’? /Se viaggiassi meno ma apprezzassi ogni passo? / E se credessi di poter cambiare le cose con la mia cucina?  O con la mia musica? / E se facessi di tutto per non sentirmi un estraneo nella mia casa. / E se invece di farmi guidare, inseguissi i miei sogni? / E se ci fossi ogni volta che hai bisogno di un amico? / Farò valere ogni mia parola / Farò contare il mio voto, farò ascoltare la mia voce / Non dimenticherò mai che insieme siamo più forti / Lo porterò nel mio cuore per sempre / Lo abbiamo fatto [Ce l’abbiamo fatta!] / Abbiamo attraversato la tempesta / [Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole.] / Per questo ci saremo [Ci sarò] / Come mai prima. [#ComeMaiPrima].   [ii]    

«CI SAREMO COME MAI PRIMA”: COCA‑COLA PER LA RIPARTENZA […] Un messaggio positivo, un inno a guardare il mondo con occhi diversi dopo l’emergenza COVID-19. Con un lancio congiunto a livello europeo, Coca-Cola torna a comunicare con la campagna “Ci Saremo come mai prima”. Un invito ad apprezzare da una nuova prospettiva tutto ciò che abbiamo intorno a noi, trovando un’opportunità in questa “nuova normalità”. Realizzata da 72andSunny Amsterdam, la nuova campagna segna un momento di cambiamento culturale e sociale…». [iii]

Da notare che si parla di ‘ripartenza’, utilizzando un termine piuttosto comune del linguaggio politico italiano, ma banalizzando un messaggio che ambirebbe ad essere alternativo. Del resto lo stesso slogan – con una sottile operazione di orwelliano ‘bispensiero’ – mutua, capovolgendolo, quello affiorato da più parti come reazione ad una pretesa ‘normalità’ che gran parte dei guasti del nostro mondo – ambientali, socio-economici e sanitari – li ha in effetti provocati. Una cosa, infatti, è dichiarare più radicalmente: “Mai come prima”, sottolineando come la pur devastante pandemia possa e debba rivelarsi occasione per un cambiamento profondo, avendo messo in luce l’assurdità e l’iniquità del nostro modello di sviluppo.  Ben diverso, invece, è proclamare: “Mai come prima”, evocando vaghi scenari di cambiamento ‘in meglio’ ed auspicando un’imprecisata ‘diversità’, da trasformare poi in “nuova normalità”. Uno dei versi inglesi eliminati (“Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole”), però, se non altro lascia intendere in che direzione dovrebbe avviarsi tale cambiamento, che potrebbe renderci maggiormente disponibili ed ‘aperti’ al nuovo.

3. La versione italiana ha espunto molte frasi del testo di George Mpanga:

And we can’t just do what we’d formerly do. / What if I don’t wait for another crisis to embrace the love that I’ve missed? / My ears are not my earphones. What if I listen. /What if I’m missing how bright your eyes glisten. / (What if) I just smile a bit. Travel less and love every mile of it. / And what if I don’t dance, but just for you I might give in to the rhythm soon. / And I’ll learn my lesson from a bad memory, / and I’ll keep social distance from bad energy / And I’ll prove that funny beats sexy any day. / But I’m still cute, anyway. / What if my dreams never take the backseat again, / What if I’m there whenever you need a friend./ What if I celebrate my skin, my hair, my body, every day! Even Mondays. / I won’t waste another minute without you. / I’ll read you the poems that I’ve written about you. / So many come to mind. / I’ll move forward, without leaving anyone behind. / I’ll lead, like a woman / I’ll never say this city has too many tourists again. / I’ll have a family of dozens./ Give my little nephews and nieces some cousins. / I’ll stay right beside you. /I’ll say Yes, Yes, Yes, I do. / So I’ll be (humble, happy, brave, honest, mindful and) /OPEN LIKE NEVER BEFORE.

Già esaminando il testo italiano prima citato, in ogni caso, emergono interessanti spunti di analisi di quella proposta ‘alternativa’, che mi sembra opportuno sottolineare:

  • Appello ad un nuovo protagonismo (“E se il più grande cambiamento fossimo tu ed io?”)
  • Rivalutazione del lavoro, quello proprio (“Non dirò più che il mio lavoro è poco importante”) ma anche quello, spesso sottovalutato, degli altri (“Non dirò mai più che gli insegnanti hanno troppe vacanze”)
  • Invito all’ottimismo ed alla speranza (“E se sorridessi un po’? Se viaggiassi meno ma apprezzassi ogni passo? E se credessi di poter cambiare le cose con la mia cucina?  O con la mia musica?”);
  • Proposta di riappropriarsi della quotidianità domestica (“E se facessi di tutto per non sentirmi un estraneo nella mia casa?”)
  • Richiamo ad impegnarsi di più, con un atteggiamento proattivo (“E se invece di farmi guidare, inseguissi i miei sogni? […] Farò valere ogni mia parola. Farò contare il mio voto, farò ascoltare la mia voce”)
  • Esortazione a perseguire la cooperazione (“Non dimenticherò mai che insieme siamo più forti”) perché è solo così è possibile “attraversare la tempesta
  • Invito a modificare il proprio atteggiamento (“Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole”), mescolando però valori (umiltà, coraggio, sincerità) uno stato d’animo (la felicità) ed una condizione mentale (consapevolezza).

Niente male davvero, se questo innovativo messaggio non servisse principalmente a veicolare il rilancio ed il cambiamento d’immagine di un’azienda multinazionale che – secondo Greenpeace –  è stata fra i principali inquinatori dell’ambiente, considerando che nel solo 2016 ha prodotto più di 100 miliardi di bottiglie di plastica, in larghissima parte non riciclata; che consuma annualmente più di 300 miliardi di litri d’acqua, e che, infine, sfrutta massivamente tale risorsa fondamentale anche per coltivare la canna da zucchero, di cui è il maggiore consumatore mondiale. [iv]

4. Aggiungiamo le parti mancanti alla lodevole – ma ipocrita – sfilza d’intenzioni e d’impegni

Le parti del testo di George the Poet che non compaiono nella versione italiana, infatti, rendono ancora più chiaro il senso del messaggio di questa pretestuosa Coke-Revolution.

  • Richiamo a non sprecare l’occasione di recuperare il bene perduto (“E se non spettassimo un’altra crisi per abbracciare l’amore che abbiamo perso?”)
  • Rivalutazione di uno stile di vita più naturale e spontaneo (“Le mie orecchie non sono i miei auricolari. E se ascoltassi? Se solo sorridessi un po’? Se viaggiassi di meno ma apprezzassi ogni chilometro?”)
  • Assunzione di una serie d’impegni, per cambiare facendo tesoro della presente esperienza (“Imparerò la lezione da un doloroso ricordo, manterrò un distanziamento sociale pur partendo da una cattiva energia…”)
  •  Auspicio di un’esistenza alimentata da aspirazioni, slanci solidali ed apprezzamento per sé e per gli altri (“E se i miei sogni non trovassero più posto nel sedile posteriore? E se fossi lì ogni volta che hai bisogno d’un amico? E se celebrassi la mia pelle, i miei capelli, il mio corpo, ogni giorno. Anche il lunedì? Non sprecherò un altro minuto senza te […] Andrò avanti, ma senza lasciare nessuno indietro […] Avrò una famiglia numerosa […] Starò proprio accanto a te…”).

Insomma, dal ‘claim’ pubblicitario della Coca-Cola – espresso opportunamente con toni poetici e quasi profetici – emergerebbe una visione alternativa della società, in cui ogni persona sarà più consapevole, saprà apprezzarsi e autorealizzarsi, ma al tempo stesso sarà anche attenta ai bisogni degli altri, mostrandosi più solidale e collaborativa.

Il guaio è che il pubblico la Coca-Cola Company ha rivolto questo vibrante appello – milioni di clienti, prevalentemente giovani, che in tutto il mondo consumano massivamente le sue bibite, consentendole di fatturare circa 40 miliardi di dollari all’anno – non mi sembra davvero il più ricettivo in tal senso. Sorge quindi il legittimo sospetto che, utilizzando il titolo d’un vecchio film di Carlo Vanzina, l’unico commento da fare sia è: “Sotto il vestito niente”. Quale coerenza potrebbe esserci, infatti, tra il modello di chi da 130 anni produce e diffonde ovunque bevande gassate ed iperglicemiche, con slogan pubblicitari diventati quasi simbolo del consumismo, e l’attuale, accattivante, proposta di cambiamento del nostro modello di società e del nostro stile di vita?

Dopo gli slogan ormai storici’ (come“Deliziosa e rinfrescante” nel 1886, “Ridà slancio e sostiene” nel 1890, “La pausa che rinfresca” nel 1929), è dagli anni ’60 che cominciarono a comparire messaggi e più insinuanti, globali e visionari, tipo: “Tutto è meglio con Coca-Cola” nel 1963,  “Vorrei comprare una Coca al mondo” nel 1971, “La Coca aggiunge vita” nel 1976, “La vita ha un buon sapore” nel 2001, “Rendilo reale” nel 2003, “Il lato Coca della vita” nel 2007 ed “Aperta felicità” nel 2009. [v]

La verità è che – in base ai dati diffusi dall’Oxfam – la Coca-Cola è andata costantemente in tutt’altra direzione, figurando all’ottavo fra le dieci multinazionali che avrebbero comunque fatto qualche sforzo, dal 2013 al 2016, per diventare un po’ più eque ed ecologicamente sostenibili. [vi] Per la precisione, essa ha migliorato un po’ il suo impatto sulla terra (voto: 8), nei confronti delle donne, dei lavoratori e della risorsa acqua (6), ma sfrutta ancora la manodopera, restando purtroppo ancora molto indietro nel rispetto dei coltivatori (3) e della trasparenza aziendale (5). [vii] Dove sarebbe allora la dichiarata rivalutazione del lavoro, della naturalità e della solidarietà dietro il propagandistico vestito della sedicente Coke-Revolution?

5. Qualche osservazione finale e riflessione critica.

Oltre che sul tale mistificante messaggio, qualche osservazione andrebbe fatta anche sulla debolezza delle realtà effettivamente alternative – impegnate nel sociale, religiose, ambientaliste e pacifiste – che in questo difficile periodo hanno pur cercato di far sentire la loro voce, per affermare la necessità di un vero e profondo cambiamento. Mentre perfino colossi multinazionali come la Nestlé (93,4 miliardi di dollari, 42° posto in classifica) o la PepsiCo (65 miliardi di dollari, 86° posto) [viii] continuano impudentemente a blaterare di ‘sicurezza alimentare’, ‘cittadinanza globale’ e ‘sostenibilità ambientale’, in quanti hanno davvero raccolto il messaggio di tanti movimenti, associazioni ed organizzazioni non governative? Un messaggio che esse tentano con difficoltà di diffondere, improntato a valori anti-capitalistici come il rispetto del lavoro umano, la redistribuzione della ricchezza, la conversione ecologica, la decrescita felice, il rifiuto del consumismo, l’impegno per fonti energetiche pulite e rinnovabili, la liberazione dalla dittatura della finanza, l’alimentazione sana e la salvaguardia della biodiversità naturale.

Quanti sono stati effettivamente raggiunti ed influenzati dalle profonde riflessioni che – anche in ambito pacifista – hanno esortato a coniugare il contrasto del riscaldamento globale (in parte causa anche del diffondersi di devastanti pandemie), con un modello di società più giusto, decentrato, disarmato e nonviolento? [ix]  Temo che siano stati molti meno di quanti hanno apprezzato la…effervescente campagna pubblicitaria #ComeMaiPrima, illudendosi che basti guardare il video ‘visionario’ di un rapper, o che far propri alcuni slogan di sapore vagamente alternativo possa cambiare questo mondo, dominato dalla logica predatoria e violenta di un capitalismo sempre più sfrenato e senza limiti.

Quello che possiamo e dobbiamo fare, intanto, è demistificare questi messaggi pseudo-alternativi, riconducendoli alla loro natura di bollicine frizzanti ma vuote e neppure del tutto innocue. Se vogliamo fare della grave crisi sanitaria provocata dalla pandemia di Covid-19 un’occasione per cambiare davvero questa realtà, il vero slogan da adottare resta quindi: #MaiPiùComePrima, non certamente l’ambiguo #ComeMaiPrima della Coke.  Se non altro per dimostrare che non ci lasciamo incantare dalle belle parole e che a noi, la Coca-Cola…non ce la darà più a bere.  


Note

[i] https://www.coca-colacompany.com/news/coca-cola-embraces-better-normal-supports-restaurants-and-hotels-with-open-like-never-before

[ii] Guarda il video ufficiale >  https://www.youtube.com/watch?v=SukwNeHMMhQ , ma anche l’articolo di lancio sul sito di Coca-Cola Italia > https://www.coca-colaitalia.it/brands/coca-cola/open-like-never-before 

[iii] https://www.coca-colaitalia.it/brands/coca-cola/open-like-never-before

[iv] “Plastica: le colpe della Coca-Cola” > https://www.riusa.eu/it/notizie/2017-plastica-colpe-cocacola.html

[v] Cfr. “Gli slogan Coca-Cola nel corso degli anni” > https://www.coca-colaitalia.it/il-nostro-mondo/pubblicita/slogan  e “Storia degli slogan pubblicitari Coca-Cola” > http://3.227.206.37/storie/storia-degli-slogan-pubblicitari-coca-cola/

[vi] “Coca Cola, Nestlé, Danone: ecco le 10 multinazionali che inquinano di più il Pianeta” > http://www.blueplanetheart.it/2017/02/coca-cola-nestle-danone-eccole-10-multinazionali-che-inquinano-di-piu-il-pianeta-video/

[vii] Vedi la scheda sulla Coca-Cola in: Oxfam, “Behind The Brands” > http://www.behindthebrands.org/brands/coca-cola/coca-cola/

[viii] Forbes.it, “Le 100 aziende quotate più grandi del mondo” > https://forbes.it/classifica/classifica-forbes-100-piu-grandi-aziende-quotate-in-borsa-nel-mondo/

[ix] A tal proposito, v.  anche: La nonviolenza al tempo del coronavirus, a cura di Maria Elena Bertoli, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2020 (quaderno Satyagraha n. 37), con vari contributi fra cui: Ermete Ferraro, Lessico virale. Voltiamo pagina. Se non ora Q.U.A.N.D.O.? (pp. 61-87)


© 2020 Ermete Ferraro