
Il brano evangelico previsto dalla liturgia della IV domenica del tempo ordinario – anno A [i] ci ha riproposto – nella versione più lunga e completa: Matteo, 5:1-12 – il testo delle c.d. ‘beatitudin’”, vera e propria magna charta del cristiano.
A prescindere dalla fondamentale, ma sconcertante, espressione ‘beati’ (in greco: μακάριοι), che vi ritorna nove volte ed alla quale già diversi anni fa avevo dedicato un paio di articoli sul mio blog [ii], vorrei ora soffermarmi su altri due concetti che, da ‘persuaso della nonviolenza’, ritengo opportuno approfondire sul piano lessicale.
Nella terza e nella settima delle nove ‘beatitudini’, con riferimento nel primo caso ai ‘miti’ (Mt 5:5 o 5:4) e nel secondo agli ‘operatori di pace’ (Mt 5:9) siamo infatti di fronte a due termini che interpellano direttamente chi ha scelto di percorrere la via della pace, sia come atteggiamento etico sia come comportamento concreto.
Ebbene, affidarsi alle traduzioni in italiano di testi biblici a loro volta tradotti dall’ebraico e/o dal greco – peraltro con la mediazione del latino – non sempre risulta sufficiente, per cui mi sembra opportuno scandagliare etimologicamente questi due vocaboli, rintracciandone l’incerto percorso logico da una lingua all’altra.
MITI O MANSUETI?
In italiano, il primo degli attributi del seguace di Gesù Cristo che più si attagliano ad una prospettiva nonviolenta è “mite”, che ricorre però solo in due delle undici versioni del testo evangelico citato [iii] , mentre la traduzione proposta del brano evangelico negli altri nove casi è “mansueto”. Un approfondimento etimologico di questi due aggettivi qualificativi esplicita però una differenza semantica non trascurabile.
“Mite” ci riporta ad un mondo agricolo, in quanto la sua radice greco-latina (mesos / medius) evoca una condizione naturale mediana, ad es. nel caso d’un frutto che risulti tenero e dolce, in quanto né acerbo né troppo maturo, oppure in riferimento al clima, se descritto come né troppo freddo né troppo caldo. [iv]
Nel caso di “mansueto”, invece, il significato sembra più attinente ad un contesto pastorale, dove un animale era così definito in quanto addomesticato (in latino, dal sostantivo manus e dal participio passato suetus, cioè “assuefatto alla mano”) [v].

«Quel suescere latino che vi leggiamo dentro è lo stesso che troviamo nel consueto, nel desueto, nell’assuefatto, e racconta un abituare, un rendere avvezzo. Ora, l’elemento che dà concretezza a questo abituare è il riferimento alla mano. Mansuescere è propriamente un ‘abituare alla mano’, una mano che domina, che guida, che tira, che chiama, rappresentante di una volontà che controlla. Che possiede. Non stupisce quindi che il mansueto sia l’addomesticato: l’animale si fa accarezzare, ubbidisce» [vi].
Il fatto che quasi l’80% delle traduzioni in italiano del passo evangelico in questione preferiscano il secondo attributo al primo sembra indicare l’accentuazione di un atteggiamento nato dall’abitudine alla sottomissione, all’ubbidienza ed all’osservanza dei precetti, più che da una scelta autonoma. Ovviamente non c’è nulla di strano in questa interpretazione, visto che il contesto religioso tradizionale spiega tale scelta lessicale. Il vero problema, semmai, è in quale misura l’uno e l’altro aggettivo rappresentino una traduzione fedele di quello originario in lingua greca, vale a dire πραῢς (pràus).
L’appendice lessicale della sempre preziosa Blue Letter Bible [vii] lo traduce in inglese con meek (che vuol dire: mite, dolce, docile, gentile, mansueto), e comunque la traduzione latina del testo evangelico (la c.d. Vulgata di S. Girolamo, IV-V sec. d.C.) ricorre proprio all’attributo mitis, -e (“beati mites”).
Non dimentichiamo, d’altra parte, che il testo greco del Vangelo di Matteo riferiva un discorso che il Maestro aveva sicuramente espresso nella sua lingua originaria, per cui sembra opportuno risalire ulteriormente all’attributo ebraico che ricorre più frequentemente nei testi dell’Antico Testamento in tali contesti e che è stato presumibilmente da Lui usato.
Ebbene l’aggettivo sostantivato עָנָו (ʿānāv) – che suppongo abbia ispirato la traduzione greca e quella latina, ricorrendo ben 16 volte nel testo mesoretico della Bibbia – ha vari significati: povero, bisognoso, debole, afflitto, umile e mite [viii]. Si tratta in effetti di qualità fondamentali per i credenti già nella visione vetero-testamentaria, ma sembra anche sintetizzare altri aggettivi che ricorrono nelle ‘beatitudini’ (poveri in spirito, afflitti, puri di cuore, perseguitati…).
Gesù stesso – secondo Mt. 11:29 – si era descritto come “πρᾷός …καὶ ταπεινὸς τῇ καρδίᾳ” (“pràos kài tapeinòs tē cardìa”), ossia “mite e umile di cuore/povero in spirito”), evocando l’atteggiamento di totale abbandono a Dio e alla sua legge, ma anche un atteggiamento di ‘disarmo interiore’, che consente di accogliere l’altro, superando l’orgoglio e la violenza. Questo specifico brano delle ‘Beatitudini’ da Lui proclamato, peraltro, cita quasi alla lettera il Salmo 37:11, il cui testo ebraico affermava appunto: “ עֲנָוִים יִירְשׁוּ־אָרֶץ” (“anawìm yirshù erets”, ossia: “i miti erediteranno la terra”), usando appunto il richiamato aggettivo anàv.
PACIFICATORI O PACIFICI?
Per quanto riguarda il secondo aggettivo, il testo greco della settima ‘beatitudine’ (Mt 5:9) recita: “μακάριοι οἱ εἰρηνοποιοί ὅτι αὐτοὶ υἱοὶ θεοῦ κληθήσονται” (“makàrioi òi eirēnopoiòi òti uiòi theoù klēthēsontai”), affrontando in modo ancor più diretto e specifico l’atteggiamento/comportamento di chi voglia essere fedele alla “buona notizia” di pace e fratellanza predicata da Cristo e dai suoi apostoli. Ma, anche in questo caso, è interessante verificare come è stato traslato in seguito il suddetto aggettivo sostantivato εἰρηνοποιοί.

La citata versione intermedia in latino (“beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur”) è stata poi diversamente tradotta in italiano dai testi riconosciuti dalla Chiesa cattolica [ix], con una netta prevalenza della perifrasi “coloro che si adoperano per la pace” (che ricorre 6 volte su 11) seguita dal vocabolo “i pacifici” (utilizzato in 4 casi) e dalla locuzione “gli operatori di pace”, usata solo 1 volta, ma accreditata dall’autorevole versione della C.E.I. del 1974.
Da un punto di vista strettamente semantico, utilizzare “coloro che si adoperano per la pace”, “pacifici” oppure “operatori di pace” sembra una scelta che non inficia il senso più profondo dell’espressione evangelica, che qualifica come ‘beati’ le persone che scelgono la pace come premessa e finalità della propria azione. Sorprende semmai che in nessun caso le traduzioni italiane del passo di Matteo non abbiano mai previso il termine “pacificatori” o “pacifisti” sicuramente più espliciti, diffusi ed attuali.
Ho provato a porre il quesito sulla differenza tra ‘pacifici’ e ‘operatori di pace’ all’A.I. mode di Google, che così ha risposto:
«La differenza non è solo terminologica, ma sostanziale e riguarda l’atteggiamento verso il conflitto: Pacifici: Sono persone tranquille, spesso di carattere mite, che evitano lo scontro per propria natura o per amore della quiete personale. Operatori di pace (o costruttori): Deriva dal greco eirenopoioi (eirene = pace, poiein = fare/costruire). Non si limitano a “essere” tranquilli, ma agiscono attivamente per creare armonia dove c’è discordia, anche a costo di sacrificare la propria tranquillità. Sintesi delle differenze:
Caratteristica Pacifici Operatori di Pace
Atteggiamento Passivo/Introverso Attivo/Progettuale
Obiettivo Evitare il conflitto Risolvere il conflitto alla radice
[…] Mentre il pacifismo è spesso un’ideologia o una posizione politica di rifiuto della guerra, l’operatore di pace secondo la visione evangelica è colui che lavora quotidianamente per la giustizia e la riconciliazione» [x].
Certo, da un punto puramente linguistico, l’aggettivo “pacifico”, ricavato dal sostantivo “pace” con l’aggiunta del suffisso “-fico”, a sua volta derivato dal verbo “fare”, sembrerebbe comunque trasmettere il concetto di persona che produce o causa la pace. Il fatto è che le parole, da un punto di vista semantico, non hanno solo un senso denotativo esplicito, ma anche un ulteriore alone connotativo che le caratterizza.
Ovviamente, dunque, tali sfumature di significato non sono oggettive in sé, dal momento che dipendono dall’orientamento ideale o ideologico di chi opera tali distinguo. E, in ogni caso, il problema si sposta ancora più a monte, dal momento che – come ho cercato di chiarire in un precedente contributo, cui rimando – il problema vero è quale senso si dà alla stessa parola-base, cioè “pace” [xi].
Un utile e sintetico commento, fra i tanti, è sicuramente quello scritto da Chiara Lubich:
«Sai chi sono gli operatori di pace di cui parla Gesù? Non sono quelli che chiamiamo pacifici, che amano la tranquillità, non sopportano le dispute e si manifestano per natura loro concilianti, ma spesso rivelano un recondito desiderio di non essere disturbati, di non volere noie. Gli operatori di pace non sono nemmeno quelle brave persone che, fidandosi di Dio, non reagiscono quando sono provocate o offese. Gli operatori di pace sono coloro che amano tanto la pace da non temere di intervenire nei conflitti per procurarla a coloro che sono in discordia. Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace, anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e facendo la sua volontà». [xii]
QUALCHE CONSIDERAZIONE FINALE
Addentrarsi nell’interpretazione di un brano della Sacra Scrittura è sempre problematico e comporta scelte ideali e logiche di fondo, non potendosi limitare ad un mero esercizio esegetico, come se si trattasse di un testo qualunque. Generazioni di teologi, nel caso specifico, hanno già cercato di cogliere il significato vero ed effettivo di un passo evangelico fondamentale come l’enunciazione da parte di Gesù delle citate ‘beatitudini’. Sarebbe quindi presuntuoso e inopportuno da parte mia pensare di offrire una spiegazione esaustiva degli attributi propri di due di esse in particolare, anche se penso che ogni credente debba sforzarsi di andare oltre quelle usuali e talvolta abusate che gli sono state già fornite.
Uno sforzo che, da ‘logofilo’, credo vada fatto tenendo conto del fatto che alcune stratificazioni interpretative risentono del rischio – storico e culturale – che la trasposizione di un testo da una lingua all’altra possa modificarne sensibilmente il senso.
La prima considerazione, dunque, è che utilizzare un termine o un altro nella traduzione di un brano evangelico non è mai una scelta casuale, poiché ogni parola non ha solo un significato basico, ma anche una sfumatura soggettiva ed emotiva che ne connota il senso e la colloca in un contesto specifico, di cui è opportuno essere consapevoli.
La seconda riflessione che mi sento di fare è che, nel caso dell’epitome riportata del Vangelo secondo Matteo (per alcuni studiosi compilatore, non testimone oculare, ispirato da una Fonte Q comune a due dei tre sinottici), il suo testo è frutto della traduzione in greco di testimonianze e riferimenti in origine espressi oralmente nella lingua ebraica. Questo induce pertanto a cercare ovvi riferimenti scritturistici nell’A.T. e, più complessivamente, nella tradizione culturale e religiosa giudaica.
La terza ed ultima osservazione, strettamente connessa alla precedente, è che aver tradotto il probabile vocabolo ebraico originario עָנָו (ānāv, pl. ānāvìm) nel greco πραῢς (pràus), preferendo successivamente renderlo in italiano con mansueto anziché col termine più affine al latino mitis, non sembra frutto di una scelta casuale.
Ciò vale anche per il fatto di aver preferito utilizzare nella versione italiana una circonlocuzione come “coloro che si adoperano per la pace” invece di espressioni più trasparenti come “pacificatori” o “operatori di pace” (per non parlare di “pacifisti”…).
Ciò che conta, in ogni caso, è che chi crede nella ‘buona notizia’ di Cristo non può comunque sottrarsi a questi espliciti richiami ad un rapporto fondato sulla mitezza nonviolenta e sulla costruzione di relazioni pacifiche, costruttive e fraterne col proprio prossimo. Senza se e senza ma e, soprattutto, senza ipocrite e diaboliche distinzioni.
[i] https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/
[ii] https://ermetespeacebook.blog/2008/02/03/vieni-avanti-chretien/ e https://ermetespeacebook.blog/2009/11/01/santi-subito/ in Ermetespeacebook.blog
[iii] Cfr. le 11 versioni riportate in https://www.laparola.net/testo.php
[iv] Cfr. https://www.etimo.it/?term=mezzo&find=Cerca e https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/mite/
[v] Cfr. https://www.etimo.it/?term=mansueto
[vi] S.i.a., “Una parola al giorno. Mansueto” (28.9.2019). https://unaparolaalgiorno.it/significato/mansueto
[vii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g4239/kjv/tr/0-1/
[viii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/h6035/kjv/wlc/0-1/
[ix] Cfr. https://www.laparola.net/testo.php
[x] https://www.google.com/search?q=pacifici+o+operatori+di+pace%
[xi] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2022/04/02/etimostorie-2-pace/ , ma anche Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni 2022, pp.34-37
[xii] Chiara Lubich, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, Opere di Chiara Lubich, Città Nuova, 2017, pag. 196 (cit. in https://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=75 )
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Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti. Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.
Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.
Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola – che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica
Costruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente, dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.
Cari amici ed amiche,
Sia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.
La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami.
Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).
Concludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse. A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:

