Apprendiamo che «nella classifica sulla Qualità della vita nelle province italiane, pubblicata oggi dal ‘Sole 24 Ore’. Roma sale dal 32esimo al 13esimo posto, Firenze dal 27esimo all’11esimo. Dopo anni di progressivo peggioramento Napoli torna a scalare posizioni (una) collocandosi 90esima. Benevento è 86esima, Salerno ottantanovesima, Avellino 93esima e Caserta al centesimo posto. Ai primi tre posti in Italia ci sono in ordine Trieste, Milano, Trento, Aosta, Bolzano, Bologna, Pordenone, Verona, Udine, Treviso. Ultimo posto per Crotone, preceduta da Foggia e Trapani». (Napoli Today – 13.12.2021).
La classifica – si spiega – analizza la qualità della vita a livello generale e in tal modo ci presenta una fotografia aggiornata dell’Italia, che ancora una volta evidenzia rilevanti differenze territoriali. Si conferma il ben noto divario sociale tra Nord e Sud, ma dall’indagine statistica emerge come virtuoso e particolarmente ‘vivibile’ soprattutto il Nord-Est e specificamente il Friuli. La rilevazione svolta dal Sole si basava su dati relativi a sei indicatori: ricchezza e consumi, affari e lavoro, demografia, società e salute, ambiente e servizi, giustizia e sicurezza, cultura e tempo libero. Si precisa inoltre che i 90 indicatori statistici su base provinciale, divisi nei sei ambiti richiamati, prevedevano al loro interno «28 parametri aggiornati al 2021 e una decina di “indici sintetici” (cioè che a loro volta aggregano più parametri)…» (la Repubblica – Napoli, 13.12.2021).
I media locali rilevano che Napoli – “passo dopo passo”… – nel 2021 ha guadagnato due posizioni, piazzandosi comunque al 90° posto in classifica, numero poco felice dalle nostre parti, in quanto ci ricorda “la paura” nella Smorfia. E, oggettivamente, non può non impaurire chi vive a Napoli il fatto che il divario tra la prima classificata, Trieste, e l’ex capitale del Sud ammonta a ben 64,57 punti sul massimo di 581 attribuiti: un gap di quasi il 10%. Per non parlare di Caserta, che si classifica 100a su 107, mentre le altre tre province campane oscillano tra l’86° posto di Benevento (-7), l’89° di Salerno (+4) e il 93° di Avellino (-9).
Ed appunto a una ‘smorfia’ viene spontaneo atteggiare il viso di fronte a questa ennesima, spietata, dimostrazione della sopravvivenza di due Italie che – a distanza da 160 anni dalla cosiddetta ‘unificazione’ – continuano a fronteggiarsi arcignamente, senza una reale integrazione.
Non accomodiamoci sul divario
Commenta Michela Finizio: «La nuova geografia provinciale del benessere, che va da Trieste a Crotone […] si candida a diventare una bussola per orientare investimenti e progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Una cartina di tornasole delle disuguaglianze, accentuate dalla pandemia, da cui è necessario partire per attuare in modo efficace le tre missioni trasversali del Piano: ridurre i divari territoriali e di genere e aumentare le opportunità per i giovani […] Su novanta indicatori le ultime posizioni sono popolate in ben 57 casi da province del Sud o delle Isole…»(Lab24 – Il Sole 24 ore).
Già il PNRR come occasione storica per “ridurre i divari territoriali”. Obiettivo più che auspicabile ma contraddetto dalla strisciante tendenza a sancire ancor più quei divari, utilizzando quella “autonomia differenziata” che si fa strada subdolamente ed invece andrebbe denunciata in quanto oggettivamente anticostituzionale. Ecco perché c’è chi, come Massimo Villone, nutre legittimi dubbi su un PNRR ‘riequilibratore’: «La necessità di un ripensamento sull’autonomia differenziata non si manifesta solo per la sanità. Per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) le priorità variamente dichiarate – come transizione ecologica, digitalizzazione, giovani, donne, Mezzogiorno – richiedono la definizione di obiettivi strategici nazionali e la capacità di formulare e implementare politiche nazionali forti volte a realizzarli. Su questo va attentamente misurata la compatibilità delle autonomie, in specie se declinate come nel separatismo soft di Lombardia, Veneto e in buona misura anche Emilia-Romagna […] Si sente dire spesso, e autorevolmente, che dalla crisi […] deve uscire un’Italia nuova e diversa. È giusto. Ma dall’autonomia differenziata ex art. 116.3 può rivelarsi difficile, o persino impossibile, tornare indietro, per come è disegnata nella norma costituzionale. Se si attuasse in modo sbagliato nel corso dell’attuazione del PNRR, potrebbe bene essere la pietra tombale sul Piano». (il manifesto – 25.04.2021).
Dalle statistiche lo stato dell’arte
Certo, per chi vive a Napoli – come in qualsiasi città dell’Italia meridionale – leggere questi dati risulta davvero sgradevole. Il guaio è che non possiamo neppure prendercela con i criteri in esame, visto che in questo caso non si tratta di parametri esclusivamente economici (che pure ci sono, quali ricchezza e consumi, affari e lavoro), ma di una gamma abbastanza ampia di fattori, che vanno dalla sicurezza ai servizi, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero. Negli scorsi anni si è discusso a lungo dell’affidabilità di queste rivelazioni statistiche e dell’esigenza di andare ben oltre il P.I.L., prendendo in esame diversi indicatori di benessere e puntando alla “sostenibilità” dello sviluppo (v.ricerca). Ovviamente questa ricerca, come ogni altra indagine, può essere ritenuta opinabile e/o parziale. Si possono anche nutrire forti dubbi sul fatto che a chi abita a Trieste sia garantito un livello di vita dieci punti superiore a quello di chi, puta caso, risiede nella città metropolitana di Napoli. Però dobbiamo ammettere che le cifre, soprattutto se scorporate nei sotto-indicatori – restano impietosamente chiare.
Nell’ambito “ambiente e servizi” – dove Oristano Trieste e Milano sono sul podio – Napoli scende di 28 punti e si colloca al 98° posto. Per fortuna nella classifica su “cultura e tempo libero” troviamo Napoli al 23° posto, con un +47 d’incremento. L’altalena però la riguarda in negativo quando si tratta di “giustizia e sicurezza”, laddove precipita al penultimo posto, scendendo di 29 punti.
A buon intenditor…
Che dire? Sebbene la percezione di un comune cittadino napolitano non gli restituisca una così netta ed evidente sensazione di de-grado (etimologicamente parlando), ritengo che l’ennesima rilevazione statistica non possa e non debba lasciarci indifferenti ed inerti. Solo pochi mesi fa le varie forze politiche, in occasione delle elezioni amministrative – avevano provato a darsi alcune priorità programmatiche, in modo da risultare più credibili e magari vincenti. Eppure, fatta la dovuta tara a questo genere di classifiche, non sarebbe stato male se i nostri amministratori (e aspiranti tali) avessero dato uno sguardo meno superficiale e distratto alle cifre che peraltro emergevano fin troppo chiaramente già dalle precedenti indagini del Sole-24 ore.
Se a Napoli, nella raccolta differenziata, restiamo al 36% rispetto all’88% di Ferrara ci sarà un perché. Se la provincia di Napoli si trova al penultimo posto nel parametro “energia elettrica da fonti differenziate” – sebbene tra le prime classificate ci siano anche città meridionali come Brindisi, Matera e Lecce – qualcosa si sarà pure sbagliato. Se la “spesa sociale dei comuni” a Napoli è identificata con l’indice 34,17 a fronte del 225,34 di Trieste qualcosa evidentemente non ha funzionato…
Morale della favola: non commettiamo l’errore di scambiare le rilevazioni per rivelazioni, ma non facciamo neanche finta di non averne comprese le indicazioni. Le analisi e le diagnosi, si sa, non mancano mai. Ma ora è il momento di passare finalmente alle terapie, senza dimenticare che il primo passo è la prevenzione. E non solo quella sanitaria.
Ed eccoci di nuovo al convulso e parossistico rituale del Black Friday, il poco augurante ‘venerdì nero’ che costituisce il fulcro della religione del consumismo, il cui impeto sembra ben poco frenato dal clima pre-emergenziale evocato dai media sulla recrudescenza del maledetto virus. Ci vuol ben altro, a quanto pare, per arrestare o comunque ridurre la smania spendereccia di tanti/e che continuano a sentirsi irresistibilmente attirati dalla lusinga dell’acquisto compulsivo sì, però a prezzo ridotto… Una sorta di ebrezza dionisiaca, la celebrazione d’un culto pagano che accomuna un po’ tutti nella ricerca dell’appagamento d’un irrefrenabile impulso all’acquisto, all’accumulo di merci, all’accaparramento di beni materiali.
La parola magica è ‘sconti’, suadente richiamo delle sirene del consumismo che ci evita di fare i conti con le nostre reali esigenze, con le risorse che ci possiamo effettivamente permettere di spendere e con ogni remora – etica e/o ecologica – sull’utilità pratica ed il reale valore di quell’improbabile corsa all’oro del benavere, scambiato per benessere. D’altra parte, fra ‘saldi’ più o meno dichiarati ed altre forme di sconti e risparmi proposti quasi in tutti i mesi dell’anno, questa fissazione per il culto del famigerato venerdì nero non è neanche facilmente spiegabile. Eppure si direbbe che in troppi siano ancora convinti che si tratti di un’occasione imperdibile, come risulta anche da un articolo.
Un recente sondaggio su un campione di 1000 partecipanti promosso dal portale di codici sconto Discoup.com non lascia margine di dubbio: gli italiani hanno adottato il Black Friday e lo considerano a tutti gli effetti l’evento di shopping più importante dell’anno. Del resto, i dati rilevati parlano di un trend in crescita costante per il nostro paese. Nel 2018 gli italiani hanno effettuato 2.240.000 ricerche finalizzate ad acquisti nell’ultimo weekend di novembre. Nel 2019 e 2020 tale valore è aumentato rispettivamente fino a 2.740.000 e 3.550.000. Per il 2021 si stima una crescita del giro di affari pari al 20% con oltre 4.300.000 di utenti della rete interessati a effettuare acquisti in occasione del Black Friday. [i]
Come si possa confondere la ‘normalità’ da recuperare col ritorno alla soddisfazione senza limiti di tali impulsi consumistici non mi sembra facilmente spiegabile. Né gli allerta sanitari sui rischi legati agli assembramenti né le remore ambientaliste sulla conciliabilità di questi ritmi di consumo una pur blanda transizione ecologica, a quanto pare, possono qualcosa contro la pandemia da ‘emporovirus’, con la conseguente febbre del venerdì nero. La crescente diffusione degli acquisti online qualche problema, ovviamente, sta provocando agli esercenti di attività commerciali, ma non abbastanza da compromettere la celebrazione del tradizionale rito novembrino. Insisto su questa terminologia anche perché condivido quanto ha scritto in merito Luigino Bruni.
Il black friday […] è una festa specifica del culto capitalistico consumista, ma è agganciata ad una festa della religione precedente, il thanksgiving, di cui sta prendendo il posto (il black friday è nato quasi un secolo fa come il giorno dopo il Ringraziamento, ora il Ringraziamento è diventato la vigilia del «venerdì nero»). La religione capitalistica sta dunque facendo col cristianesimo quello che questo aveva fatto in Europa con i culti romani e indigeni […] La promessa della salvezza eterna del cristianesimo è stata sostituita dallo sconto. Una piccola salvezza, ma molto più a portata di mano e concreta del paradiso e del purgatorio. Salvezza universale per tutti, molto cattolica e poco protestante, perché qui ci si salva solo con le opere, non serve la fede…[ii]
L’acuta analisi dell’editorialista di ‘Avvenire’ – docente di economia politica e coordinatore del progetto ‘Economia di condivisione – ci ricorda che lo spreco di risorse personali e collettive, una volta considerato un ‘vizio’, grazie alla politica ed alle istituzioni economiche, è da tempo diventato una virtù, un comportamento perfino da promuovere, in quanto incentivo alla ‘crescita’ del Paese.
Non deve allora stupirci se nelle liturgie comunicative del black friday non vi sia alcun riferimento alla qualità dei consumi, nessun cenno a quali prodotti acquistare; nessuna parola sugli aspetti ambientali, sull’impatto di quei consumi scontati sul pianeta. Come se non avessimo appena avuto il sostanziale fallimento della Cop26, come se le ragazze e i ragazzi da anni non ci stessero chiedendo di cambiare consumi e stili di vita, come se non ce lo chiedesse la Terra, come se non ce lo chiedesse Francesco…[iii]
E in effetti non ci stupiamo affatto dell’interessata complicità dei media nella diffusione di una mentalità scevra da qualsiasi preoccupazione di natura etica, si tratti dell’impronta ecologica negativa del consumismo sul Pianeta oppure della distorsione economica connessa ad una sovrapproduzione che si alimenta della fede in una parallela crescita dei consumi stessi. Altro che ‘Festa del Ringraziamento’! Gli uomini dell’antropocene non soltanto non si ritengono in dovere di ringraziare (Dio, la Natura o ciò che più vi piace) per le enormi risorse di cui fruiscono, ma sembrano tuttora convinti che sfruttarle senza limiti sia la cosa migliore da fare per assicurare la loro ‘crescita’.
…La “cultura dell’ipersconto” spinge i marchi a produrre troppe scorte poiché sanno che saranno in grado di spostarle una volta che le festività natalizie si avvicineranno. Generalmente, le aziende pianificano di produrre troppe scorte nella speranza di catturare ogni possibile cliente […] E anche le emissioni create dalle vendite del Black Friday sono alte. La ricerca di money.co.uk ha scoperto che gli acquirenti potrebbero emettere oltre 386.243 tonnellate di emissioni di carbonio nel 2021. Questo è l’equivalente di 215.778 voli di andata e ritorno tra Londra e Sydney e lo stesso peso di 3.679 balene blu. [iv]
Altrettanto impietosa è l’analisi di un altro articolo sul Black Friday, che si sofferma in particolare sull’impronta ecologica disastrosa del fast fashion e, più in generale, dell’intero comparto dell’abbigliamento, tenuto conto dell’impatto abnorme della sua produzione, packaging e trasporto.
Quest’anno la moda è la categoria che riceverà più intenzioni di acquisto, il 41% (Directia e Mediaspot). Secondo i dati della Banca Mondiale, questo settore è responsabile del 10% delle emissioni globali totali, più dei voli internazionali e delle spedizioni marittime messe insieme. Inoltre, questo tipo di prodotti di solito finiscono in discarica. In Spagna non viene riciclato nemmeno il 10% dell’abbigliamento, e in Europa è meno del 25% (Greenpeace).[v]
L’insinuante quanto incalzante pubblicità sulle varie possibilità di ‘riciclare’ capi di abbigliamento ed altri prodotti acquistati ma poco o niente utilizzati, infine, chiude il cerchio di questa fallace ‘economia circolare’. “Non lo usi: mettilo in vendita”, suggerisce tendenziosamente il demone del consumismo, cercando non solo di far sentire i suoi seguaci ‘non colpevoli’, ma addirittura suggerendo che possono trasformarsi quasi in benefattori dell’umanità, recuperando peraltro denaro, da investire subito in nuovi acquisti. Peccato però che la metaforica circonferenza di questa insostenibile ‘economia circolare’ sia ricavabile solo moltiplicando per 2π il raggio dello sfruttamento delle risorse naturali e della manodopera umana…
Sarà sufficiente allora – come consigliano alcuni – puntare su ‘acquisti verdi’ o sulla compensazione dell’impatto ambientale piantando nuovi alberi? Basterà davvero – come sembra consigliarci un articolo apparso su ‘la Repubblica’ [vi] – rivolgersi a prodotti informatici più riciclabili e magari funzionanti ad energia solare? Francamento penso che ogni scorciatoia proposta abbia il solo effetto di farci sentire un po’ meno responsabili, senza però smorzare la sete consumistica che purtroppo attanaglia gran parte di noi. Far diventare ‘verde’ il nostro solito ‘venerdì nero’ è una tentazione piuttosta subdola a cui credo che bisogna resistere. Non basta certamente una riverniciatura della solita logica per cambiare le cose. C’è bisogno invece d’una vera e propria ‘metànoia’, un cambiamento mentale profondo che ci faccia uscire dalla fallace circolarità produzione-consumo-produzione, in modo da cambiare sia il nostro stile di vita sia il modello di sviluppo che diamo per scontato. E nessuno… ‘sconto’ ulteriore potrà aiutarci a farlo.
Ancora una volta, ecco che si ripete il solito copione. Ogni 4 novembre, in occasione della giornata della ‘Unità nazionale’ – da decenni indissolubilmente legata alla celebrazione delle Forze armate – le teste d’uovo della Difesa si sforzano di trovare la chiave giusta per rispolverare la retorica patriottarda e guerrafondaia. Ed in questo 2021 hanno potuto contare su un’occasione propizia: il centenario del ‘Milite Ignoto’, commemorato nel monumento che fu l’apoteosi architettonica del Regno d’Italia, quel ‘Vittoriano’ costruito 10 anni prima, che proprio nel 1921 ospitò il sacello del ‘Milite Ignoto’, da allora conosciuto come ‘Altare della Patria’. L’utilizzo di un linguaggio vagamente religioso (sacello, altare…) sottolineava la ‘sacralità’ di quel trionfalistico tempio alla nazione, continuando la lunga e penosa tradizione della contaminazione della fede cristiana con la fiducia nell’indefettibile potenza degli eserciti e nella glorificazione della Patria. Un secolo dopo, la stessa retorica gronda dai messaggi coi quali la Difesa esalta la memoria della ‘grande guerra’, adattando però il ruolo delle forze armate alle attuali ‘emergenze’ e sottolineandone opportunamente la funzione ‘civica’ oltre che militare.
Ho più volte affermato la necessità di utilizzare gli strumenti dell’analisi linguistica per svelare i significati meno espliciti dei messaggi propagandistici da cui siamo quotidianamente bombardati, la cui tonalità sta virando sempre più verso il grigio-verde. Il ‘mimetismo’ dei militari, in effetti, non si esaurisce nell’utilizzo delle uniformi dei soldati, ma pervade sempre più la società civile, per rassicurarla sulla loro democraticità e per accreditarli come difensori della sicurezza e della salute degli italiani [i]. Ma è proprio in occasioni come la ‘festa’ del 4 novembre – tanto più nel centenario del ‘Milite Ignoto’ – che la vena enfatica non riesce più ad essere contenuta, per cui dal breve spot predisposto anche quest’anno dalla Difesa [ii] trasuda l’abituale retorica autocelebrativa. In un messaggio di appena mezzo minuto, infatti, affiorano tutti i soliti stereotipi, evidenti nell’utilizzo di ‘parole-chiave’ di natura apparentemente più ‘civile’ (‘servizio’, ‘impegno’, ‘dedizione’, ‘cura’, ‘umanità’ ‘passione’), coniugate con una terminologia ispirata a sempiterni ‘valori’ militari (‘sacrificio’, ‘difesa’, ‘unità’, ‘coraggio’, ‘sicurezza’, ‘grandezza’). Le stesse immagini – un mix di filmati bellici in bianco e nero e di scene tratte dal docufilm “La scelta di Maria” (prodotto per l’occasione e proposto da Rai Cinema, col patrocinio del Ministero della difesa [iii]) – suggeriscono che quella ‘storia’ sta rinnovandosi oggi, grazie all’eroica ‘dedizione’ ed all’efficienza tecnologica e organizzativa dei corpi militari, particolarmente in occasione dell’attuale pandemia.
In questo cortometraggio, a fangose trincee, vecchie imbarcazioni militari, aerei e postazioni di artiglieria rievocanti la ‘grande guerra’ sono state affiancate immagini di carabinieri che soccorrono alluvionati, di ‘missioni umanitarie’ svolte per l’ONU e d’inseguimenti delle motovedette della Guardia di finanza, suggerendo un’improbabile continuità logica tra tempo di guerra e tempo di pace. Non mancano scene più bellicose, con perlustrazioni aeree dei caccia, monitoraggio dei mari con portaerei e dei terreni più ‘caldi’ con blindati e carri armati, ma accostate ad altre più rassicuranti, dove sorridenti soldatesse dispensano palloncini ai bambini e rutilanti ‘frecce tricolori’ sorvolano il Vittoriano, riportandoci alla commemorazione del ‘Milite Ignoto’. Purtroppo, decenni di contestazione antimilitarista e di azione nonviolenta non sembrerebbero aver scalfito il mito patriottico che le Forze armate continuano impudentemente ad accreditare, mistificando il senso di quel deprecabile massacro – la ‘inutile strage’, così qualificata già nel 1917 da Papa Benedetto XV – che di grande aveva solo la follia sanguinaria dell’imperialismo delle potenze mondiali. Un severo monito riecheggiante anche oggi nelle parole di Papa Francesco che, oltre un secolo dopo, durante la celebrazione del 2 novembre al Cimitero Francese di Roma, ha ricordato che, invece di esaltare gli eroi, dovremmo piuttosto commemorare: “le vittime della guerra che mangia i figli della patria”. Il ‘grido di dolore’ del pontefice, è bene sottolinearlo, è stato giustamente attualizzato ed allargato alla decisa condanna di chi la guerra prepara e finanzia: “Queste tombe sono un messaggio di pace: fermatevi fratelli e sorelle, fermatevi fabbricatori di armi, fermatevi!” [iv].
Contestiamo quel ‘militarismo noto’ con l’ecopacifismo
Da parte loro, i movimenti pacifisti e nonviolenti italiani non hanno mai smesso di deprecare la ‘celebrazione’ della guerra e la sua retorica patriottarda. Anche nel 2021 – anno in cui trae ulteriore alimento dal ricordo del centenario del ‘Milite ignoto’ – non sono mancati i messaggi antimilitaristi, fra cui quello del Movimento Nonviolento, nel quale si ribadisce che il 4 novembre per noi Italiani dovrebbe essere una giornata di ‘lutto’, non certo di ‘festa’.
«La data del 4 novembre viene esaltata con continuità dal fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno della guerra e dell’esercito: “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nell’anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari); per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non erano solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa. Nella prima guerra mondiale si usarono per la prima volta armi di sterminio di massa. Per la prima volta si bombardarono le città. Nelle guerre di oggi sono principalmente i civili a morire; le nuove armi sono sempre più micidiali. Quanto ci costano oggi le spese militari italiane? Quali armi costruiamo ed esportiamo? Quale il ruolo dell’Italia nelle guerre che incendiano il mondo? Se davvero vogliamo onorare i morti di ieri dobbiamo impegnarci oggi contro le guerre e la loro preparazione. Solo la nonviolenza salverà l’umanità».[v]
Il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), associandosi a tale appello, vi ha opportunamente aggiunto una sottolineatura particolare, cogliendo in altri eventi di grande attualità – come il G 2o di Roma e la COP 26 di Glasgow – l’occasione per ribadire il ruolo del sistema militare-industriale nella devastazione ambientale e nell’alterazione del clima, generalmente sottovalutato o prudentemente sottaciuto.
«Il Movimento Internazionale della Riconciliazione, in nome della nonviolenza agli esseri umani e alla natura, raccomanda di aggiungere alle richieste ambientaliste la riduzione delle spese militari e l’abolizione degli armamenti di distruzione totale, nocivi per l’ambiente dalla produzione al loro utilizzo. Come si è detto nelle iniziative del 30 ottobre del MIR per la “Giornata globale d’azione per il clima” indetta dall’IFOR (International Fellowship of Reconciliation): “Il Sistema militare provoca disastri ambientali”. Questo fa parte del progetto ecopacifista contenuto nel libro del MIR “La colomba e il ramoscello”, Edizioni Gruppo Abele» [vi].
Il vero problema, però, è far giungere tali appelli a tante persone che, pur non nutrendo un particolare spirito patriottico o militarista, restano comunque indifferenti, come se si trattasse di questioni estranee ai problemi quotidiani ed al futuro dei loro figli. Un altro rischio è che il pacifismo continui ad essere identificato con un’opzione esclusivamente morale o, peggio, con un’espressione sentimentale ed utopica. La verità è che il militarismo si sta subdolamente infiltrando in ogni ambito della stessa vita civile (dalla scuola alla sanità, dall’ordine pubblico alla pianificazione economica) e che, comunque, lo stesso ‘no alla guerra’ rischia di non avere senso se non ci si oppone anche all’imperialismo subdolo dei grandi della Terra, gli stessi che stanno irresponsabilmente mettendo a rischio la nostra sopravvivenza su un Pianeta sempre più depredato, inquinato e desertificato. In un giorno di lutto come il 4 novembre, dunque, la speranza da coltivare – simboleggiata dalla nota immagine della colomba che regge nel becco un ramoscello d’ulivo – è che una vera sinergia tra movimenti ecologisti e pacifisti accresca finalmente la consapevolezza dell’opinione pubblica sul nesso tra opposizione al complesso militar-industriale e lotte per la salvaguardia dell’ambiente naturale e dei suoi delicati equilibri ecologici.
Per fare pace tra noi, ma anche con la natura di cui abbiamo dimenticato di fare parte.
Ho partecipato nei giorni scorsi ad un istruttivo incontro online così intitolato, organizzato e promosso da Sinistra Anticapitalista di Milano (https://www.facebook.com/events/290381306058188/?ref=newsfeed ). Il tema trattato potrà forse risultare non del tutto chiaro, in quanto il termine ‘ecosocialismo’, pur intuendone il senso, resta ai più poco noto. È ciò che accade anche quando mi capita di parlare e scrivere di ‘ecopacifismo’, altra categoria politica che a non a tutti è chiara, per cui è sempre alto il rischio di fraintendimenti, equivoci e semplificazioni, che tendono a ricondurre quanto non si conosce sui rassicuranti binari del politicamente noto.
Già alcuni anni avevo scritto per il mio blog un articolo intitolato: “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, col quale provavo a chiarire i termini entro i quali è riconducibile questa categoria dal punto di vista di chi, come me, non affonda le radici nel terreno della cultura marxista, bensì in quello di un ambito nonviolento ed ecopacifista. Come scrivevo allora:
«I principi fondamentali di questo approccio sono così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica…». [i]
Ma l’alternativa ecosocialista al pensiero unico neoliberista non è proponibile senza chiarire le espressioni utilizzate e la loro evoluzione, per cui bene ha fatto Umberto Oreste, uno dei due relatori dell’incontro citato, a ripercorrere le tappe del pensiero ecosocialista a partire dal 1972, anno in cui alla critica del sistema economico capitalista cominciarono a sommarsi le denunce e gli allarmi provenienti dal mondo scientifico, ma anche le prime mobilitazioni ecologiste popolari. Il perseguimento di un’autentica armonia dell’uomo con la natura, d’altronde, già negli anni ‘70 era declinato secondo modalità abbastanza diverse. Si andava infatti dalla ‘ecosofia’ proposta dal filosofo della scienza norvegese Arne Naess[ii] alla contrapposizione tra “cultura e società” di cui si faceva portatore il sociologo gallese Raymond Williams[iii], passando per la filosofia di Herbert Marcuse e la sua critica alla repressività insita in una società fondamentalmente totalitaria [iv].
In tale disamina storica non potevano mancare naturalmente i riferimenti al fondamentale contributo ad una svolta ecologista costituito dal ‘rapporto sui limiti dello sviluppo’ prodotto nel 1972 dal Club di Roma, coi suoi ’10 scenari’ per uscire dalla crisi con una rivoluzione sostenibile [v], e quelli alla nascita d’un soggetto politico ‘verde’, che materializzava la spinta verso una ecologia politica attiva, sia pure con tutte le contraddizioni registrate nei decenni successivi. Risale agli stessi anni ’80 lo stimolo del pensatore statunitense Murray Bookchin, uno degli autori fondamentali riconducibili al pensiero ecosociale e libertario, assai critico nei confronti di un’urbanizzazione antiecologica e promotore di una ‘ecologia della libertà’. [vi]
«Gli ideali di libertà oggi non mancano…e possono essere descritti con ragionevole chiarezza e coerenza. Abbiamo di fronte non solo l’esigenza di migliorare la società, o modificarla; abbiamo di fronte la necessità di ricostruirla. Le crisi ecologiche e i conflitti che ci hanno divisi in lotte che fanno del nostro il secolo più sanguinoso della storia, possono essere risolti soltanto se riconosciamo che ciò che qui viene messo in discussione è la civiltà dominante, non semplicemente un assetto sociale male organizzato […] Le soluzioni di tipo ‘eco-tecnocratico’, per così dire, comportano un livello tale di coordinazione sociale da far impallidire i più centralizzati dispotismi della storia […] Il messaggio ecologico è un messaggio di diversità, ma anche di unità nella diversità. La diversità ecologica, inoltre, non poggia sul conflitto, poggia sulla differenziazione, cioè su di una globalità che viene esaltata dalla varietà dei suoi componenti…» [vii]
Questa lunga citazione di Bookchin fornisce una prima chiave di lettura del progetto ecosocialista, che egli centrava sulla critica della città e la proposta di un ‘municipalismo libertario’ a misura d’uomo, ma anche sul ripudio della mentalità consumistica e dell’agribusiness. Sono infatti pratiche che semplificano ecosistemi complessi, utilizzando tecnologie sempre più innaturali, mirando esclusivamente al profitto e producendo ‘degradazione ecologica’. Questa tensione verso una società alternativa, conforme ai principi dell’ecologia e promotrice d’una democrazia partecipativa e comunitaria, non era solo un’opzione politica, ma soprattutto etica. Nella sua visione, infatti:
«…ogni persona della comunità è un cittadino, non un individuo egoista e nemmeno il membro di un ‘collettivo particolare’ […] Un tale tipo di persona, scevro da interessi particolari perché vive in un ambiente dove tutti contribuiscono al bene della comunità, dando il meglio di se stessi e prendendo dal fondo comune quanto necessitano, darebbe alla condizione di cittadino una solidità materiale senza precedenti, superiore a quella ottenibile con la proprietà privata». [viii]
Da queste parole sembra trasparire la visione originaria, comunitaria, del cristianesimo, così come risuonano a echi dell’etica politica gandhiana, soprattutto laddove si esalta la dimensione collettiva dei piccoli centri, sintonizzati con gli ecosistemi nei quali si trovano ed in cui la tecnologia riacquista la sua caratteristica di supporto al lavoro umano. Mi riferisco in particolare ad alcuni concetti basilari del pensiero del Mahatma – e del ‘programma costruttivo’ nonviolento – come quello di swaraj (autogoverno, autogestione) e di swadeshi (localismo, attaccamento al proprio paese, autonomia, autosufficienza), come sottolinea Roberto Mancini.
«Il primo soggetto della pratica dello swadeshi è la comunità del villaggio, che deve provvedere all’organizzazione materiale della vita collettiva attraverso un’economia locale orientata alla sussistenza nell’equità che permette di non escludere nessuno. È il primo soggetto, non l’unico. Infatti Gandhi non è contrario a un’apertura dell’attività economica oltre i confini del villaggio; egli vuole solo impedire che ci siano modelli organizzativi che giungano a cancellare la rilevanza di questa unità territoriale per polverizzare il tessuto comunitario della società». [ix]
A questo punto – come affiorava anche dalla relazione di Umberto Oreste – viene alla mente il collegamento con un movimento che gran parte di questi obiettivi ha fatto propri, quello sulla c.d. ‘decrescita felice’, il cui principale esponente è Serge Latouche, fautore di un’economia frugale, rispettosa dei limiti ecologici, che coniughi il localismo con un modello anticrescista e conviviale.
«A questo punto il sistema non è più riformabile, dobbiamo uscire da questo paradigma e qual è questo paradigma? È il paradigma di una società di crescita. La nostra società è stata a poco a poco fagocitata dall’economia fondata sulla crescita, non la crescita per soddisfare i bisogni che sarebbe una cosa bella, ma la crescita per la crescita e questo naturalmente porta alla distruzione del pianeta perché una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Il nostro immaginario è stato colonizzato dall’economia, tutto è diventato economico». [x]
Le accuse più comuni rivolte ai sostenitori della ‘decrescita felice’ sono quella di anti-universalismo, di cedimento a posizioni anti-tecnologiche e perfino di romanticismo ‘primitivista’. Eppure, come confermato dallo stesso Oreste, gran parte della revisione dello stesso pensiero marxista aveva puntato a superare la sua visione ‘produttivista’ ed a contrapporre un ‘globalismo ecologico’ al tradizionale internazionalismo proletario.Come riferivo nel mio articolo precedente, inoltre, la stessa mozione sull’ecosocialismo approvata nel 2013 segnava una discontinuità con la visione tradizionale della sinistra marxista, coniugando l’anticapitalismo di fondo col pensiero ecologista e con una democrazia partecipativa.
«L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […] Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…». [xi]
Già negli anni ’40 del secolo scorso, il principale teorico del modello gandhiano, Joseph C. Kumarappa, aveva parlato di “economia della libertà” e di “economia della condivisione”, sottolineando fra l’altro il nesso fra un’economia predatoria e basata sul profitto e la conflittualità permanente, finalizzate al controllo oppressivo e violento delle risorse naturali.
«Le economie fondate sul petrolio e sul carbone portano a conflitti tra le nazioni perché questi combustibili sono limitati. […] La vera soluzione per i conflitti internazionali passa per l’autosufficienza economica, la riduzione degli standard di vita di alcune popolazioni e il riaggiustamento della vita di ogni nazione per permettere lo sviluppo delle altre…». [xii]
Ecosocialismo ed ecopacifismo per un’alternativa nonviolenta
Ovviamente l’incontro citato su “Ecosocialismo o barbarie” si è sviluppato seguendo la linea più ‘classica’ dell’ecosocialismo, e quindi in chiave prevalentemente collettivista ed internazionalista, pur aprendosi ad una globalità di stampo ecologista e ad una visione che superi il produttivismo classico. In tal senso, una recente lettura alternative è stata quella di Jason W. Moore, autore di “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per la cui prefazione all’edizione italiana egli scriveva:
«L’Antropocene pone correttamente la questione del dualismo Natura/Società senza tuttavia poterla risolvere a favore di una nuova sintesi. Quest’ultima, a mio avviso, dipende da un ripensamento del capitalismo all’interno della rete della vita. È bene che sia ormai diffusissimo lo slogan “cambiare il sistema, non il clima”, ma bisogna fare attenzione al modo in cui pensiamo il sistema. […] L’argomento-Capitalocene, quindi, segnala una prospettiva diversa da quella comunemente in uso negli studi sul cambiamento ambientale globale […] Tale approccio contesta il materialismo volgare implicito in molti studi sul cambiamento ambientale globale, per il quale le idee, le culture e anche le rivoluzioni scientifiche sarebbero fenomeni derivati, di secondaria importanza – un problema che affligge le analisi sia radicali che tradizionali…». [xiii]
Un altro recente ed importante contributo all’apertura di un confronto a più voci sull’ecosocialismo è sicuramente quello di Michael Löwy, il sociologo brasiliano operante in Francia che nel 2001 ha scritto con Joel Kovel il Manifesto Ecosocialista, proprio per invitare ad un ‘dialogo’ che conducesse ad un auspicabile ‘internazionale ecosocialista’.
«Respingiamo tutti gli eufemismi o l’ammorbidimento propagandistico della brutalità di questo regime: tutto il greenwashing dei suoi costi ecologici, ogni mistificazione dei costi umani sotto il nome di democrazia e diritti umani […] Agendo sulla natura e sul suo equilibrio ecologico, il regime, con il suo imperativo di espandere costantemente la redditività, espone gli ecosistemi a inquinanti destabilizzanti, frammenta gli habitat che si sono evoluti nel corso di eoni per consentire il fiorire di organismi, dilapida risorse e riduce la sensuale vitalità della natura a la fredda interscambiabilità richiesta per l’accumulazione del capitale […] Crediamo che l’attuale sistema capitalista non possa regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha messo in atto. Non può risolvere la crisi ecologica perché per farlo è necessario porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema basato sulla regola: cresci o muori! […] In sintesi, il sistema mondiale capitalista è storicamente in bancarotta. È diventato un impero incapace di adattarsi, il cui stesso gigantismo ne rivela la debolezza sottostante. È, nel linguaggio dell’ecologia, profondamente insostenibile e deve essere radicalmente cambiato, anzi sostituito, se deve esserci un futuro degno di essere vissuto […] Si tratta…di sviluppare la logica di una trasformazione sufficiente e necessaria dell’ordine attuale, e di iniziare a sviluppare i passi intermedi verso questo traguardo. Lo facciamo per pensare più profondamente a queste possibilità e, allo stesso tempo, iniziare il lavoro di riunire tutti coloro che la pensano allo stesso modo […] L’ecosocialismo…insiste…sulla ridefinizione sia del percorso che dell’obiettivo della produzione socialista in un quadro ecologico. Lo fa proprio nel rispetto dei “limiti alla crescita” essenziali per la sostenibilità della società. Questi sono abbracciati, tuttavia, non nel senso di imporre la scarsità, il disagio e la repressione. L’obiettivo, piuttosto, è una trasformazione dei bisogni, e un profondo spostamento verso la dimensione qualitativa e lontano da quella quantitativa». [xiv]
Esattamente venti anni dopo, egli ha confermato questa sua proposta in un articolo nel quale, nel ribadire la critica all’ossessione per la ‘crescita’ economica tipica del sistema capitalista, sottolinea anche come questo non soltanto esaspera il consumismo compulsivo e provoca inquinamento e devastazione ambientale, ma si ripercuote anche sulla corsa agli armamenti. Si tratta di una riflessione che, pur non esplicitamente, collega l’opzione ecosocialista a quella ecopacifista, dal momento che quel modello predatorio, energivoro ed iniquo di sviluppo deve necessariamente essere sostenuto e difeso dal braccio armato del complesso militare industriale. Come avevo puntualizzato alcuni anni fa:
«L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’zione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile sia alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, sia alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini, sia anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista». [xv]
Parlare di ‘ecosocialismi’, quindi, per me è un modo per ricercare – secondo l’auspicio di Löwy – l’unità di azione di coloro che ritengono indispensabile il superamento del modello capitalista e la transizione ad una società più giusta, pacifica ed ecologica. Il rifiuto del profitto ad ogni costo, del consumismo sfrenato, dello sviluppo senza limiti e dello sfruttamento dell’uomo e della natura sono, a mio avviso, fondamentali elementi etico-politici in comune su cui bisogna costruire un’alternativa ecosocialista. Prima che sia troppo tardi per invertire la rotta e riprendere in mano il nostro futuro.
In tale direzione sembra andare la sollecitazione dello stesso Michael Löwy, il quale – nell’articolo del 2021 cui facevo cenno – parlava già dal titolo di questo “Red-Green Future”.
«L’ecosocialismo offre un’alternativa radicale che mette al primo posto il benessere sociale ed ecologico. Tenendo conto dei legami tra sfruttamento del lavoro e sfruttamento dell’ambiente, l’ecosocialismo si oppone sia alla ‘ecologia di mercato’ riformista sia al ‘socialismo produttivista’. Abbracciando un nuovo modello di pianificazione solidamente democratica, la società può assumere il controllo dei mezzi di produzione e del proprio destino. Orari di lavoro più brevi e un focus sui bisogni autentici rispetto al consumismo possono facilitare l’elevazione dell’ ‘essere’ rispetto all’ ‘avere’ ed il raggiungimento di un più profondo senso di libertà per tutti. Per realizzare questa visione, tuttavia, ambientalisti e socialisti dovranno riconoscere la loro lotta comune e il modo in cui si collega al più ampio “movimento di movimenti” che cercano una Grande Transizione».[xvi]
La storia del movimento internazionale dei Verdi è costellata di buoni propositi ma anche di cedimenti e compromessi, che paradossalmente lo hanno caratterizzato proprio quando il suo peso è cresciuto all’interno di alcuni stati, rendendo però il suo contributo politico sempre meno radicale ed incisivo. Sarebbe d’altra parte poco lungimirante rinchiudere il discorso ecopacifista all’interno della cerchia della new wave dei partiti comunque riconducibili alla sinistra marxista, trascurando l’apporto dei movimenti ambientalisti e dei partiti esplicitamente ecologisti proprio quando, viceversa, sarebbe necessaria una nuova sinergia di taglio ecosocialista. Come ricordavo nel mio precedente contributo, infatti, non sono state poche le organizzazioni politiche che in questi decenni si sono dichiarate esplicitamente ecosocialiste, soprattutto in Spagna (Izquierda Unida, Esquerra Unida i Alternativa), in Portogallo (Os Verdes), in Francia (Les Alternatifs), in Germania (Die Linke) ed in Grecia (Syriza). Molte di esse non sono più operative o sono confluite in organizzazioni e reti più ampie, ma è innegabile il contributo che anche il movimento dei Verdi ha dato allo sviluppo d’un pensiero ecosocialista. Basti pensare al Manifesto dei Global Greens,la rete che a livello mondiale collega oltre 100 partiti, rappresentati da più di 400 parlamentari. I sei principi fondanti (o ‘pilastri’ comuni) dei Verdi globali riguardano infatti solo per metà l’ambiente in senso stretto (Sostenibilità, Rispetto della diversità, Saggezza ecologica), mentre l’altra metà attiene finalità esplicitamente socialiste e pacifiste (Democrazia partecipativa, Giustizia Sociale e Nonviolenza). Anche nella sua ultima revisione (2017), lo Statuto dei Verdi Globali così si esprime a proposito del ‘pilastro’ della giustizia sociale:
«Affermiamo che la chiave della giustizia sociale è l’equa distribuzione del sociale e del naturale risorse, sia a livello locale che globale, per soddisfare incondizionatamente i bisogni umani fondamentali e per garantire che tutti i cittadini abbiano piene opportunità di sviluppo personale e sociale. Dichiariamo che non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale. Questo richiede: una giusta organizzazione del mondo e un’economia mondiale stabile che arresti il crescente divario tra ricchi e poveri, sia all’interno che tra i paesi; un bilanciamento del flusso di risorse da Sud a Nord; l’alleviamento dell’onere del debito sui paesi poveri che impedisce il loro sviluppo; l’eliminazione della povertà, come imperativo etico, sociale, economico ed ecologico…» [xvii]
Ovviamente è molto difficile conciliare questi ambiziosi obiettivi – come anche quello della democrazia partecipativa e della nonviolenza – con la presenza dei partiti verdi più rilevanti all’interno di coalizioni di governo che perseguono programmi ben diversi, se non opposti. D’altra parte bisogna riconoscere che quelli del tutto minoritari – come nel caso dei Verdi italiani – hanno ancor meno possibilità di affermare tali principi e, per timore di perdere i già pochi consensi, sono riluttanti ad alleanze con una sinistra alternativa che, purtroppo, risulta in molte realtà altrettanto ininfluente e, in molti casi, piuttosto autoreferenziale. Resta comunque innegabile l’osservazione di Löwy sulla inconciliabilità dell’alternativa ecosocialista con un ambientalismo annacquato, adattato al sistema capitalista.
«Una politica ecologica che funzioni all’interno delle istituzioni e delle regole prevalenti della ‘economia di mercato’ non riuscirà a far fronte alle profonde sfide ambientali che ci attendono. Gli ambientalisti che non riconoscono come il ‘produttivismo’ scaturisca dalla logica del profitto sono destinati a fallire o, peggio, ad essere assorbiti dal sistema. Gli esempi abbondano. La mancanza di un coerente atteggiamento anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei, in particolare in Francia, Germania, Italia e Belgio, a diventare semplici partner “eco-riformisti” nella gestione social-liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra». [xviii]
Che fare allora? La risposta è semplice, anche se oggettivamente difficile da mettere in pratica. C’è bisogno di un’alleanza strategica di tutti i movimenti che contrastino la logica capitalista e le sue terribili conseguenze sul piano del disastro ambientale, ma anche del crescente rischio di escalation dei conflitti armati e della sempre maggiore marginalità di enormi masse di un’umanità segnata dall’ingiustizia e dallo sfruttamento. Ciò significa un’apertura delle realtà socialiste che più hanno riflettuto su quest’alternativa al contributo di altri ‘ecosocialismi’’, da quello di matrice etico-religiosa (che soprattutto con papa Francesco sta assumendo connotazioni più esplicite sul terreno dell’impegno congiunto su giustizia, pace e salvaguardia del Creato) a quello ispirato dalla nonviolenza attiva dei movimenti pacifisti, comprendendo ovviamente quello che continua a provenire da organizzazioni ‘verdi’ che – come nel caso del Green Party degli Stati Uniti – in molti casi sono già alleate a livello locale con alcune realtà ecosocialiste [xix].
Un secondo obiettivo da perseguire ritengo che sia la saldatura tra ecosocialismo ed ecopacifismo, perché ogni ipotesi di sviluppo alternativo finalizzato a contrastare esclusivamente la crisi climatica non terrebbe in sufficiente conto il peso del complesso militare-industriale sulla devastazione ambientale e sul controllo delle risorse e del potere esercitato a livello globale. La stessa pandemia che ha afflitto l’umanità in questi anni, del resto, è un drammatico esempio di come l’attenzione generale sia stata strumentalmente spostata dal necessario e radicale cambiamento del rapporto uomo-ambiente su questioni apparentemente solo scientifiche, come quelle relative ad una medicina sempre più di emergenza e sempre meno di prevenzione sociale. Tutto ciò ha alimentato non soltanto il fideismo scientista nelle soluzioni ‘tecniche’ e nell’autorità indiscutibile di chi governa la sanità, ma ha suscitato di fatto anche un intollerabile controllo sulla popolazione di stampo autoritario e militarista.
La via verso un’alternativa ecosocialista, insomma, è costellata di ostacoli e deviazioni, ma è l’unica da percorrere per impedire che la catastrofe ecologica – sia pure a livello globale – continui a colpire in primo luogo ed in misura maggiore proprio chi è già stato vittima dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’oppressione. È una questione etica, ma proprio per questo profondamente politica.
[ii] Vedi, ad es.: Arne NAESS, Dall’ecologia all’ecosofia, dalla scienza alla saggezza, in M. Ceruti, E. Laszlo (a cura di), Physis: abitare la terra, Feltrinelli, Milano 1988
[iii] Vedi, ad es.: Raymond WILLIAMS, Cultura e rivoluzione industriale, Torino, Einaudi, 1968
[iv] Vedi, ad es.: Herbert MARCUSE, Critica della società repressiva, Milano, Feltrinelli, 1968.
[v] Donella H. MEADOWS, Dennis L. MEADOWS; Jørgen RANDERS; William W. BEHRENS III, The Limits to Growth, 1972. (trad. ital.: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III, Rapporto sui limiti dello sviluppo, 1972)
[vi] Vedi, ad es.: Murray BOOKCHIN (1982), L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, (trad. ital.: Milano, Elèuthera, 1986)
[vii] Murray BOOKCHIN, Per una società ecologica, Milano. Elèuthera, 1989, pp 185-187
[ix] Roberto MANCINI, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 160. Vedi anche: Mohandas K. GANDHI, Teoria e pratica della Non Violenza (a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara), Torino, Einaudi, 1975 e ss.
[xii] Joseph C. KUMARAPPA (1947), cit. da Marinella Correggia in: J.C. Kumarappa, Economia di condivisione – Come uscire dalla crisi mondiale, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2011 – Quad. Satyagraha n. 20, p. 183
[xv] Ermete FERRARO, L’ulivo e il girasole – Manuale ecopacifista, Napoli, VAS-Verdi Ambiente Società, 2014 – citato in: Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2021, p. 81
Immagine dall’articolo sul ‘Recovery Plan armato’ della Rete Italiana Pace e Disarmo
Dopo l’esaltante euforia interpartitica dei trionfali esordi, sembra che l’entusiasmo per il Governissimo presieduto da Mario Draghi cominci a smorzarsi. A mano a mano che i nodi arrivano al pettine, mettendo in discussione l’adesione acritica che aveva contagiato sindacati movimenti e associazioni, inizia ad appannarsi l’immagine, brillante quanto artificiosa, dell’esecutivo ‘di salvezza nazionale’ o, per riferirsi alla crisi pandemica, di ‘salute pubblica’. I suoi pilastri – unità, competenza, efficienza, determinazione – si sono dimostrati piuttosto fragili, non tanto per i pur prevedibili terremoti all’interno d’una maggioranza eterogenea, quanto per le sue intrinseche contraddizioni. Eppure avevamo assistito ad un vero e proprio plebiscito di consensi, con manifestazioni di fiducia espresse dai vertici di Legambiente ma anche da buona parte della Confindustria, dalla Lega salviniana fino a larga parte di ciò che rimane della sinistra.
Insomma, sembrava che la ‘discontinuità’ fosse un requisito essenziale perché il nuovo governo producesse i frutti attesi, ma le novità registrate finora, quando ci sono, sembrano andare in ben altra direzione. Il piatto forte – sul quale peraltro era stata costruita la crisi del precedente governo – resta naturalmente il ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’, dalla cui gestione delle risorse finanziarie dipenderebbe l’uscita dal tunnel deprimente della crisi socio-sanitaria ed economica che continua a stringerci nella sua morsa. C’era sul tavolo una programmazione che evidenziava già criticità e contraddizioni, ma l’esecutivo Draghi le ha messe ancor più in luce, ficcando un po’ di tutto in quell’appetitoso calderone da 200 miliardi. Eppure qualcuno ha sostenuto che la positività del Piano Draghi rispetto a quello di Conte consisterebbe nella sua capacità di unire le riforme agli investimenti.
Fare attenzione a che razza di ‘riforme’ stanno preparando è il vero problema visto che da tempo la ‘Neolingua’ della politica ci ha abituato alla deformazione del senso delle parole, e quindi alla mistificazione dei concetti. Già dalla nomina dei ministri, parecchi si erano chiesti ad esempio se la persona più adatta a guidare l’auspicata ‘transizione ecologica’ fosse un vertice della nostra principale azienda che produce ed esporta armamenti. O se la persona più indicata a ricoprire il ruolo di Ministro dello Sviluppo Economico fosse un leghista ultraliberale e filo-atlantista. Lo ‘sviluppo’ perseguito da questo governo, in effetti, non ha molto a che vedere non solo con la sbandierata svolta ambientalista, ma anche con una visione globalmente alternativa del rapporto tra attività produttive, integrità del territorio e riequilibrio socio-economico.
Ecco che, con la pubblicazione del PNRR, ora tutto quanto appare piùchiaro. Da quell’atteso ed accattivante uovo di Pasqua spuntano diverse sgradevoli sorprese, che colpiscono anche i più fiduciosi. Infatti, come già era stato preannunciato da altri soggetti meno inclini ad inchinarsi preventivamente al governissimo Draghi, l’istruttiva lettura del suo ‘Piano’ ha portato a galla preoccupanti elementi che, nel mentre hanno poco a che vedere con la ‘resilienza’, indicano piuttosto che la sedicente ‘ripresa’ perseguita si riferisce in larga misura al meno ecologico e civile dei settori produttivi: quello che fa capo al complesso militar-industriale. Lo scrive chiaramente la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), lamentando fra l’altro che le sue proposte alternative sono rimaste del tutto inascoltate. «…una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo …di lavaggio verde dell’industria delle armi […] Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali” […] Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”…». [i]
Sì, rinnovare, incrementare, promuovere, dialogare sarebbero bei verbi se si parlasse di sviluppare un’economia ecosostenibile, decentrata, alimentata da fonti energetiche rinnovabili, capace di mobilitare le risorse giovanili e di arrestare una globalizzazione selvaggia e senza scrupoli. Verbi ambigui ed ipocriti se invece si fa riferimento al turpe mercato delle armi, al progresso tecnologico applicata agli strumenti per uccidere e reprimere, a ‘filiere industriali’ che grondano sangue… Come osservano i commentatori della RIPD, l’ambito militare non viene coinvolto nel PRRR per alcuni aspetti collaterali del sistema di difesa nazionale previsti dal vecchio Piano, come il rafforzamento della sanità o l’efficienza energetica degli immobili. Il referente diretto ed esplicito di una fetta dei fondi europei è proprio l’industria finalizzata allo ‘strumento militare’, peraltro già ‘beneficiaria’ del 18% degli investimenti pluriennali 2017-2034. Ciò significa che il governo Draghi – dichiaratosi da subito europeista ma anche prode sostenitore della Nato – ritiene che la ‘ripresa’ dell’Italia si promuove anche favorendo il riarmo bellico.
A quanto pare – scrivono gli ‘Antimilitaristi Campani’ nel loro recente opuscolo – la pandemia: «…non ha fermato né i conflitti in corso, né la corsa agli armamenti. Anzi, lo stesso Covid-19 … viene utilizzato nella propaganda delle grandi potenze in concorrenza tra loro per il dominio dei mercati e delle aree d’influenza […] Anzi, la morsa di questa crisi sistemica sembra accelerare lo scontro e l’attivismo guerrafondaio…e l’unico settore economico che continua a crescere è quello delle armi […] Questa corsa agli armamenti rischia di portarci verso…un nuovo conflitto mondiale che, considerato l’enorme arsenale nucleare in dotazione a nove paesi (circa 14.465 testate), porterebbe l’umanità e il pianeta verso la catastrofe». [ii]E proprio di questa visione intimamente guerrafondaia si alimenta la crescente militarizzazione del territorio e delle istituzioni civili, resa ancor più evidente anche dalla nomina a Commissario nazionale per l’emergenza sanitaria del generale Francesco Paolo Figliuolo, esperto di logistica militare ma ««anche ex-comandante delle forze Nato in Bosnia e nel Kosovo. Una presenza inquietante, unita a quella di un Capo della Protezione Civile Nazionale che non ha esitato a dichiarare: “Siamo in guerra, servono norme di guerra”. [iii]
Il Capo della Protezione Civile Nazionale, Curcio, ed il Commissario Emergenza Covid, gen. Figliuolo
Come si può tollerare che – dopo un anno – non solo si continua ad usare infelici metafore belliche per parlare di un virus, con espressioni da bollettini di guerra, ma addirittura la si evochi in modo così esplicito? Una spiegazione ce l’aveva già data Susan Sontag, quando scriveva: «La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo […] Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate…» [iv] L’impiego deliberato di ‘strategie sanitarie’ fondate sulla militarizzazione della sanità, quindi, serve a renderci tutti più acritici ed acquiescenti, enfatizzando il ruolo delle forze armate a danno di quella stessa protezione civile di cui Fabrizio Curcio è il massimo esponente nazionale. Come scrivevo in una precedente nota, infatti: «…alla ‘mobilitazione’ delle forze armate in ogni loro versione possibile (poliziotti, necrofori, infermieri, medici, costruttori di strutture emergenziali, ricercatori, etc.), è corrisposta la pressante richiesta rivolta alla popolazione civile di restare sempre più immobili, possibilmente a casa propria, evitando qualsiasi attività e/o manifestazione sociale e collettiva …» [v]
Il solo modo per non farsi abbindolare da tale mistificante visione ‘mimetica’ delle politiche sanitarie, allora, è da un lato informarsi (anzi, contro-informarsi) e dall’altro rivendicare le libertà fondamentali, costituzionalmente garantite ad ogni cittadino, che nessun commissario a quattro stelle può azzerare col pretesto dell’emergenza sanitaria. Il secondo passo da fare è aprire gli occhi sul ‘pacco’ pasquale che il governo Draghi ha preparato agli Italiani. Il PNRR nasconde fra le sue righe una quota assurda d’investimenti nel settore non solo militare, ma anche bellico. «Infatti, le linee d’intervento dirette alla digitalizzazione della P.A., alla transizione verso l’industria 4.0, all’innovazione e digitalizzazione delle P.M.I, alle politiche industriali di filiera, ecc. hanno l’obiettivo di finanziare lo sviluppo e l’espansione di tecnologie in campi strategici (Cloud computing, Cyber-security, Artificial Intelligence, robotica, microelettronica…) per loro stessa natura ‘dual use’ militare-civile…» [vi]
Vediamo quindi che una larga fetta del PNRR, apparentemente rivolta alla ‘modernizzazione’ tecnologica del nostro apparato produttivo e delle telecomunicazioni, ha lasciato ampio spazio di manovra alla ricerca, produzione ed esportazione di strumenti di guerra, che vanno da aerei ed elicotteri ad idrogeno agli strumenti di spionaggio e controspionaggio come quelli per il monitoraggio satellitare o anche agli sviluppi della robotica o la digitalizzazione dei sistemi logistici per la Marina. Per contro, degli oltre 200 miliardi destinati dalla U.E. a finanziare l’ex ‘Recovery Plan’, soltanto 19,72 sono stati effettivamente destinati al comparto sanità, di cui meno di 8 all’assistenza sanitaria territoriale, sempre più depauperata da dissennate politiche privatistiche ed ospedaliere, le cui carenze sono state evidenziate drammaticamente dalla pandemia da Covid-19.
Il solo settore dell’industria bellica, intanto, continua a macinare lauti profitti. Il Rapporto SIPRI pubblicato a dicembre 2020, infatti, riferisce che: «Le vendite di armie servizi militari, da parte delle 25 società più grandi del settore, hanno totalizzato 361 miliardi di dollari nel 2019, l’8,5% in più rispetto al 2018 […] Tra queste, l’italiana ‘Leonardo’, in dodicesima posizione, che con 11,1 miliardi ha superato il colosso franco-tedesco Airbus […] L’Italia è il nono paese esportatore di armi e copre il 2,1% delle esportazioni globali. Durante i 30 anni di applicazione della legge 185/90, che regola l’export militare […] sono state autorizzate esportazioni di armi dall’Italia per un valore di circa 100 miliardi di euro […] Una riprova…che per l’industria militare italiana, che esporta il 70% della propria produzione, e per i governi che ne difendono gli interessi, ‘pecunia non olet’: se per fare profitti si devono fornire gli strumenti alla repressione interna, in barba ai sempre agitati diritti umani, oppure alimentare guerra, poco male!»[vii]
La voce dei movimenti pacifisti ed antimilitaristi italiani inizia a farsi sentire. Ancora sommessamente, ma cominciando a contrastare le bugie che hanno caratterizzato questa persistente fase di emergenza, caratterizzata da una visione centralista e decisionista del ruolo del governo, ma anche da una strisciante militarizzazione di quasi tutte le funzioni civili istituzionali. Anche la parte più attendista del movimento ambientalista italiano, di fronte alla realtà vera del PNRR, non ha potuto fare a meno di constatare che le scelte operate hanno ben poco a che fare con la sbandierata ‘transizione ecologica’. Infatti, non solo non si mette minimamente in discussione l’attuale modello di sviluppo, ma si insiste assurdamente sulla ripresa di quella ‘crescita’ che è alla base delle devastazioni ambientali e del saccheggio del territorio, con evidenti ripercussioni anche sanitarie oltre che sul clima. Ecco perché si rende necessario un raccordo ‘ecopacifista’ tra i due movimenti, ben sapendo che la principale fonte di consumo energetico, ma anche di disastroso impatto sull’ambiente, è legato al complesso militar-industriale. Quello che, secondo un tragico circolo vizioso, si nutre di risorse per fare le guerre che le potenze proclamano per accaparrarsene il controllo.
Ecco perché c’è bisogno di una mobilitazione ecopacifista per smascherare la visione buonista delle forze armate come garanti della sicurezza e perfino della salute dei cittadini. Bisogna proclamare con forza che il sistema militare è quanto di più estraneo ad una ‘transizione ecologica’, come ha giustamente fatto la Rete Italiana Pace e Disarmo nel suo recente comunicato: «La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico». [viii]Il futuro dell’umanità e del nostro Pianeta, non può essere affidato nelle mani di chi è stato addestrato a fare la guerra, a considerare il territorio come qualcosa da controllare ‘manu militari’ e a degradare i beni naturali al livello di mere risorse di cui impadronirsi, anche a costo di morti e distruzione. No, non siamo in guerra e dobbiamo invece obiettare a chi vorrebbe imporci un modello militarizzato e centralistico di protezione civile e non ha mai accettato, benché ratificato anche a livello costituzionale, che la difesa può (e deve) essere soprattutto civile, popolare, non-armata e nonviolenta. [ix]
[viii] RIPD, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi…”, cit.
[ix] “Infatti l’articolo 8 della legge 106/2016 ribadisce un concetto importante sull’identità del Servizio civile universale “finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma, e 11 della Costituzione, alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ossia, nel solco delle precedenti normative (L.230/98 e L. 64/2001) e delle ripetute sentenze della Corte Costituzionale, anche questa riforma ribadisce che la difesa del Paese cammina (dovrebbe camminare) su due gambe: la difesa miliare e la difesa civile, non armata e nonviolenta” (Pasquale Pugliese, “Servizio civile come formazione alla difesa civile, non armata e nonviolenta. Per tutti”, in: Vita, 16.10.2016 > http://www.vita.it/it/blog/disarmato/2016/10/16/il-servizio-civile-come-formazione-alla-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta-per-tutti/3751/
E così Draghi ce l’ha fatta.Tomo tomo, il Governatore per eccellenza è riuscito a mettere insieme tutto ed il contrario di tutto. Con la paterna benedizione del Presidente della Repubblica – e grazie alla genialata dell’ineffabile leader di Italia Viva e Vegeta – Draghi sta dando vita, appunto, al suo personale governissimo, con quasi tutti dentro. C’è chi lo ha chiamato di ‘salvezza nazionale’, anche se non è chiaro da chi o cosa dovrebbero salvare la nostra amata nazione tutti i partiti presenti in parlamento, che ora si affollano in maggioranza, eccezion fatta, paradossalmente, per i nazionalisti di Fratelli d’Italia. Erano mesi che ci sentivamo raccomandare che per sconfiggere il maledetto virus bisogna in primo luogo evitare gli assembramenti. Eppure a non mantenere auspicabili distanze di sicurezza e ad assembrarsi indecorosamente come ‘minions’ plaudenti, sono stati proprio quei politici che dovevano darci l’esempio…
La seconda regola anti-Covid era quella d’indossare la mascherina. In questo caso, però, non possiamo rimproverare nulla alla nostra classe politica. Bisogna ammettere che tutti quelli che hanno partecipato alle consultazioni hanno accuratamente celato il loro vero volto dietro la maschera sterile della ‘responsabilità’, facendo a gara ad esaltare la statura da statista del premier del governissimo ‘di salute pubblica’. Tutti allineati e coperti, da Salvini ai residui di quella che una volta si chiamava sinistra, rigorosamente in abito scuro e mascherina patriottica, con sovrano sprezzo del pericolo di smentirsi clamorosamente, confidando forse nella smemoratezza di quel ‘popolo’ di cui pur si riempiono la bocca.
Le norme anti-pandemia prescrivono di lavarsi le mani frequentemente. Ma, anche in questo caso, non possiamo imputare nulla ai nostri rappresentanti in parlamento, dal momento che quasi tutti se ne sono ampiamente lavate le mani. Tanto, a risolvere i nostri problemi, vecchi e nuovi, penserà comunque il prodigioso ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’. Anche se qualsiasi coperta, si sa, non può essere tirata da tutte le parti, senza finire per scoprire qualcuno. E poi non dimentichiamo che c’è pure il MES, sulla cui prossima e indispensabile venuta ogni giorno profetizzano i MESsia di turno, gridando nel deserto di qualsiasi opposizione, o quanto meno dubbio, sulla sua effettiva provvidenzialità.
E intanto Draghi, sornione eppure accattivantissimoverso gli interlocutori, si prepara a varare il suo esecutivo, lasciando intendere che decide solo lui nomi e ruoli al suo interno, mescolando tecnocrati e teste d’uovo con esponenti politici. Ovviamente qualche contentino, il professor Governissimo me, doveva pur concederlo alla folla di partiti acclamanti alle sue porte, che agitava ramoscelli d’ulivo o, nel caso di Renzi, di palma made in Arabia. Uno dei più clamorosi premi di consolazione graziosamente concessi dal premier è stata l’istituzione del ‘Ministero della Transizione Ecologica’, che ha magicamente sbloccato le resistenze del grillo straparlante e dei suoi seguaci, che hanno gridato al miracolo. Beh, se si tiene conto che a concedere questo preteso ‘presidio ambientalista’ è stato uno dei più potenti esponenti di quella economia capitalista che ha massacrato e sta ancora massacrando l’ambiente, se non di un miracolo si tratta quanto meno di qualcosa di sorprendente…
Peccato che quella stessa operazione, nella Francia macroniana abbia fatto clamorosamente fiasco, mostrandosi per quello che era: una foglia (verde, ok) posta pudicamente sopra le vergogne di uno sviluppo predatorio e di una crescita irresponsabilmente illimitata. Più che altro una penosa ‘transazione ecologica’, che può accontentare gli ambientalisti da salotto e gli im-prenditori del greenwashing, ma che non ha proprio nulla della ‘transizione’ verso un modello di sviluppo alternativo. Cosa ancora più evidente se si considera che non esiste conversione ecologica che non comprenda anche una riconversione delle spese militari in investimenti civili per risanare l’ambiente, anche per difenderlo dai suoi veri nemici: lo sfruttamento delle risorse e delle persone e la devastazione provocata dalle guerre e dalla loro folle preparazione.
Ma Supermario sa bene che cosa può concedere e cosa no. Tracciando il perimetro della sua ingombrante maggioranza e qualificandola come ‘europeista’ ed ‘atlantista’ non ha certamente parlato a caso. L’Europa carolingia che non si smentisce mai (si tratti di migranti o di esportazione di armi), sta infatti perseguendo da molti anni la visione di una ‘difesa comune’, che però non sarebbe affatto sostitutiva dei lacci onerosi che ci vincolano alla NATO, ma addirittura aggiuntiva ed integrativa dell’indiscutibile patto atlantico. In piena pandemia, ad esempio, la Germania della nostra cara Angela nel 2021 spenderà nel settore della difesa ben 53 miliardi, ossia il 3% in più dell’anno precedente. Come se il Covid si contrastasse con missili e carrarmati.
A dire il vero, anche in Italia una bella fetta del PNRR (un pianoche, più che la ripresa dopo una crisi insita nell’anglicismo ‘Recovery’, sembra evocare i ‘ricoveri’ di bellica memoria…) sarà destinata – ma evitando discretamente di nominarla – proprio ad investimenti nel settore della difesa. Si tratta di 236 milioni che si aggiungono al già previsto stanziamento per il periodo 2021-2017 di oltre un miliardo e mezzo. E questo in un Paese che già spende per le forze armate più di 26 miliardi del proprio bilancio ed impegna 5.560 nostri ‘missionari armati’ in ben 34 operazioni internazionali. Peccato che di questo i media nostrani preferiscono non parlare, impegnati come sono ad elogiare Mario Draghi e il suo ‘governissimo me’.
In Italia la sensibilità verso gli studi di ecologia sembra meno sviluppata che in altri paesi, anche perché resta ancora non del tutto sanata la tradizionale frattura fra discipline scientifiche ed umanistiche. Questo “anacronistico equivoco intellettuale”, per citare Odifreddi, ha creato e continua a determinare un’artificiosa barriera all’interno della universitas studiorum, spezzando l’unità della cultura e finendo col contrapporre due diverse letture del mondo. Ecco perché il connubio concettuale racchiuso nell’espressione ecolinguistica appare poco significativo alla maggioranza di coloro che pur si occupano di ecologia o di linguistica. È come se lo si considerasse uno studio d’importazione, riservato a pochi eletti, un terreno di ricerca troppo specifico ed accademico e per di più con scarse ricadute pratiche. Ebbene, credo che vada sfatato anche questo più specifico ‘equivoco intellettuale’, accordando finalmente alla ecologia linguistica più attenzione e maggiori occasioni di studio e di ricerca. L’ecologia scientifica, infatti, ha sicuramente bisogno del contributo dell’analisi ecolinguistica e sociolinguistica per comprendere i meccanismi mentali e sociali che – oltre quelli strutturali – continuano a frenare il processo di cambiamento, pur nell’accresciuta consapevolezza del disastro ambientale e delle sue cause.
Troviamo una definizione di cosa s’intende col termine ecolinguistica nella pagina d’accoglienza del sito web della I.E.A (International Ecolinguistics Association), rete universitaria che collega ben 800 ricercatori a livello mondiale.
L’ecolinguistica esplora il ruolo del linguaggio nelle interazioni che sostengono la vita degli esseri umani, delle altre specie e dell’ambiente fisico. Il primo scopo è sviluppare teorie linguistiche che vedano gli esseri umani non solo come parte della società, ma come parte di ecosistemi più vasta, da cui dipende la vita. Il secondo scopo è mostrare come la linguistica possa essere usata per affrontare questioni-chiave ecologiche, dal cambiamento climatico ed alla perdita di biodiversità fino alla giustizia ambientale. (I.E.A. Home).
Nell’introduzione ad un corso promosso dalla I.E.A. – che sintetizza il contenuto dei nove capitoli del manuale di Arran Stibbe (2015) – sispiega che è compito dell’analisi ecolinguistica rivelarci le ‘storie’ che viviamo, analizzandole dal punto di vista ecologico con un fine che non è puramente teorico, in quanto vuol metterci in grado di resistere alle narrazioni che danneggiano il nostro mondo e d’inventarne di nuove, alternative. L’ecologia linguistica ci aiuta ad inquadrare tali ‘storie’ in una determinata filosofia ecologica, un insieme di valori riguardanti le relazioni tra l’uomo, le altre specie animali e l’ambiente fisico di cui fanno parte. Si tratta di analizzare in che modo una certa cultura c’induce a pensare tali relazioni e, conseguentemente, ad agire. Verbo, è bene precisarlo, che non si riferisce all’azione in senso stretto, ma anche all’interazione linguistica, secondo una visione pragmatica della lingua, che non si limita a ‘dire’ ma è anche capace di ‘fare’. Le narrazioni della nostra realtà, infatti, sono vere e proprie ‘riserve di valori’, intessute non solo di ‘fatti’ ma intimamente caratterizzate da ideologie di fondo, metafore, valutazioni e perfino da significative omissioni.
Il manuale citato, a tal proposito, fa l’esempio di alcune narrazioni del mondo che hanno segnato il nostro rapporto con l’ambiente, relative ad alcuni concetti basilari. È il caso di parole-chiave come ‘prosperità’ – che ha promosso l’arricchimento come acquisizione di bene e di denaro – ‘sicurezza’ – che ha contribuito a sviluppare relazioni di dominio e strutture violente al loro servizio, come pure altri termini che ci presentano un mondo ridotto a materia e meccanismi, caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dal suo assoluto dominio sulle altre specie, indiscutibile e senza limiti. Utilizzare l’analisi linguistica per rivelare le stratificazioni ideologiche dietro le nostre storie può aiutarci a capire come e quanto esse influenzino la nostra visione della realtà, alimentando un modello di sviluppo insostenibile ed iniquo. Comprendere quanto simili narrazioni possano rivelarsi distruttive da un punto di vista ecologico, inoltre, ci rende più consapevoli e capaci di cambiare rotta in senso costruttivo, anche attraverso l’impiego d’una ben diversa modalità linguistica. Parafrasando uno dei primi studiosi di ecolinguistica, l’inglese M.A.K. Halliday (Halliday, 2003), c’è una ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ che contribuisce a costruire la realtà in modi che non fanno bene alla nostra salute né al nostro futuro come specie.
Nell’attuale cultura dominante, però, scarsa l’attenzione è stata riservata a questo ambito della ricerca, come se si trattasse di elucubrazioni mentaliste, mentre l’insostenibilità del nostro mondo richiederebbe interventi correttivi di stampo scientifico, tecnologico o, al massimo, economico. Il problema è che non siamo ancora del tutto consapevoli che il linguaggio non è solo rappresentazione di una realtà, ma contribuisce a costruirla e determinarne le caratteristiche. Ecco perché studiare quella ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ sarebbe molto importante per liberarci dai meccanismi culturali inconsci che influenzano le nostre scelte, anche in campo ambientale.
Un campo di studi linguistici da coltivare
Nel suo libro sull’approccio ecolinguistico alla ‘analisi critica del discorso’ riguardante uomo e ambiente, Arran Stibbe stabilisce alcuni punti fondamentali cui attenersi:
a) L’attenzione si concentra sui discorsi che hanno (o potenzialmente hanno) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre persone, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita.
b) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo o “codici culturali” […]
c) I criteri in base ai quali le visioni del mondo vengono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti […]
d) Lo studio mira a esporre ed a suscitare attenzione su discorsi che sembrano essere ecologicamente distruttivi […] o in alternativa a cercare di promuovere discorsi che potenzialmente possano aiutare a proteggere e preservare le condizioni che supportano la vita […]
e) Lo studio è finalizzato all’applicazione pratica attraverso la sensibilizzazione al ruolo del linguaggio nella distruzione o protezione ecologica, informando le politiche, caratterizzando lo sviluppo educativo o fornendo idee che possono essere utilizzate per ridisegnare testi esistenti o per produrre nuovi testi in futuro. (Stibbe, 2014).
Con l’espressione ’analisi critica del discorso’ (in inglese: CDA – Critical Discourse Analysis) si fa riferimento ad un approccio sociolinguistico che si è diffuso negli anni ’90, la cui matrice filosofica si ispirava a precedenti riflessioni di Michel Foucault sul potere delle parole. L’ACD si occupa di mettere in luce le relazioni che intercorrono tra il potere ed i testi finalizzati all’informazione e alla formazione delle persone e delle comunità. Si tratta di discorsi pubblici veicolati dai media, di cui la linguistica ci aiuta ad analizzare le caratteristiche testuali, come la gerarchia degli argomenti trattati, gli espedienti retorici utilizzati, il tipo di argomentazione e le caratteristiche espressive.
Il primo luogo comune da sfatare è che il linguaggio rispecchi la realtà, mentre in larga parte contribuisce a crearla, o quanto meno a determinarla. Ecco perché anche i ‘discorsi’ sulle questioni ambientali non vanno sottratti all’analisi critica, in modo da svelare valori e visioni della vita che influenzano pesantemente tali narrazioni e contribuiscono a formare la c.d. ‘opinione pubblica’. L’approccio ecolinguistico, dunque, è fondamentale per diventare consapevoli dell’interazione tra lingua, parlanti ed ambiente (fisico e sociale) che ne costituisce il contesto e, in generale, dei rapporti tra uomini, società e natura.
Ma se il termine ‘ecolinguistica’ è usato in senso lato, bisogna distinguere al suo interno impostazioni e finalità abbastanza diverse, in base al rapporto tra i due elementi che lo compongono. Quando le conoscenze linguistiche servono ad analizzare e demistificare le ‘storie’ relative alle problematiche ambientali, siamo più nell’ambito di una linguistica ecologista. Quando invece i principi ecologici sono applicati all’analisi dei fenomeni sociolinguistici, rientriamo maggiormente nell’ambito dell’ecologia del linguaggio.
Quest’ultima, infatti, si occupa della salvaguardia della diversità linguistica e dei rischi cui va incontro una società caratterizzata dall’omologazione linguistica, che consolida il potere delle culture dominanti, cancellando antichi patrimoni di sapere e specificità espressive.
L’ecolinguistica è quella branca della linguistica che tiene conto degli aspetti dell’interazione, tra lingue, tra parlanti, tra comunità linguistiche o tra lingue e mondo, e che, al fine di promuovere la diversità dei fenomeni e le loro relazioni, si adopera in favore del piccolo (Fill, 1993: 4)
Questo approccio risulta naturalmente più vicino alla sensibilità ecologista, in quanto applica alle lingue la stessa attenzione protettiva che le organizzazioni ambientaliste prestano alle minacce alla diversità biologica. La diversità linguistica, in tale contesto, è percepita non soltanto come valore fondamentale sul piano culturale e sociale, ma anche come fattore di equilibrio in un mondo dominato dal pensiero unico, dall’omologazione e dalla globalizzazione economica, caratteristiche che Vandana Shiva aveva efficacemente sintetizzato nell’espressione “monoculture della mente” (Shiva, 1995).
Nel saggio “Lingue soffocate” – pubblicato nel 2004 dall’Associazione VAS Verdi Ambiente e Società – già sedici anni fa mi ero occupato di questo problema, soffermandomi sulla crisi ecolinguistica di cui pochi – ambientalisti e linguisti – sembravano prestare attenzione. Proseguendo il discorso iniziato due anni prima sull’educazione alla tutela della diversità culturale come estensione della salvaguardia della biodiversità (Ferraro, 2002), la mia attenzione si era focalizzata sulla grave perdita di diversità linguistica provocata da un modello di sviluppo accentratore e omologatore.
Dopo un lungo periodo di militanza ambientalista ed ecopacifista, la consapevolezza dei rischi derivanti dalla crescente perdita di biodiversità m’induce a riproporre l’esigenza di una ‘ecologia della lingua’ che esca dalle aule universitarie e dalle stesse ricerche sul campo degli studiosi, per diventare acquisizione comune di un movimento ecologista finora poco sensibile a tali tematiche. Come nel caso dell’ecopacifismo, però, non basta sommare sbrigativamente battaglie ambientaliste sociali e culturali, ma bisogna saldare queste dimensioni, a partire dalla constatazione che […] il mantenimento della lingua fa parte dell’ecologia umana, e che la difesa della biodiversità non è una battaglia settoriale, ma l’affermazione di una filosofia di vita complessivamente alternativa. (Ferraro, 2004: 8).
L’ecolinguistica come veicolo di cambiamento
Gli studi ecolinguistici, però, non devono restare confinati in ambito accademico, come ricerche finalizzate solo alla comprensione delle dinamiche socio-ambientali esistenti e non all’impegno per cambiare l’interazione cogli ecosistemi, di cui stiamo minacciando i delicati equilibri e, con essi, la nostra stessa sopravvivenza come specie.
Sul piano della linguistica ecologista, Arran Stibbe si è soffermato sul peso che un certo modo di ‘inquadrare’ linguisticamente la realtà influisca fatalmente sulla lettura che ne diamo, perpetuando stereotipi e certezze aprioristiche che impediscono proprio quel cambiamento. L’uso del framing, appunto, ‘inquadra’ le questioni ambientali all’interno di una struttura mentale predefinita. In tal senso, sono utilizzati spesso ‘pacchetti di conoscenza generale’ per inquadrare un problema ecologico, come il riscaldamento globale, ora come questione ambientale da risolvere, ora come minaccia alla sicurezza da fronteggiare, ora come situazione spiacevole oggettiva cui dovremmo adattarci.
”La natura è una risorsa” è stata fornito come esempio di inquadramento ‘distruttivo’ poiché le risorse sono preziose solo se vengono o saranno consumate; non hanno valore se lasciate a se stesse per sempre. Ciò contraddice l’ecosofia di questo libro, che attribuisce considerazione etica alla vita e al benessere di altre specie […] l’inquadramento ‘sviluppo’, che in origine era un tentativo altruistico di alleviare la povertà nei paesi poveri, è invece finito come ‘crescita sostenuta’, cioè un tentativo di massimizzare la crescita economica nei paesi ricchi a danno dei poveri. (Stibbe, 2015)
Il parametro usato da Stibbe per classificare e valutare queste narrazioni antropocentriche ed utilitaristiche è il danno che esse provocano agli ecosistemi, per cui la loro ‘distruttività’ risulta direttamente proporzionale alla loro minaccia alle specie ed all’ambiente in genere. Sarebbe invece positivo un inquadramento linguistico alternativo di tali problematiche, che incoraggiasse atteggiamenti e comportamenti di protezione ambientale, riportando l’attenzione sulla natura in sé, non come ‘risorsa’ da sfruttare.
L’utilizzo di un determinato codice linguistico, d’altra parte, ha fatto sempre parte dell’armamentario utilizzato dalle classi e nazioni dominanti per controllare quelle subalterne e mantenerle asservite. Valeva per le civiltà antiche – come quella greca e romana – ma è innegabile che l’utilizzo delle lingue resti tuttora uno strumento per sancire una gerarchia socio-politica che subordini alcuni soggetti sociali ad altri. Un grande scrittore distopico come George Orwell, infatti, nel suo celeberrimo ‘1984’ ha inquadrato perfettamente la decostruzione e ricostruzione del codice linguistico di una comunità come uno degli elementi cardine per realizzare e mantenere una dittatura globale e totale.
Il fatto è che l’inquietante modello unico di economia di società e di cultura profetizzato da Orwell ci si sta materializzando sempre più davanti. Non a caso quella “età del livellamento, della solitudine, del Grande Fratello e del Bispensiero” era caratterizzata dalla repressione della diversità linguistica e dalla diffusione forzata di una lingua standardizzata, ridotta all’essenziale, volutamente inespressiva. (Ferraro, 2004: 3)
Dominare il linguaggio di un soggetto collettivo significa dominarne il pensiero e le scelte, ma tale regola vale sempre e comunque anche per ciò che concerne le questioni ambientali. È dunque indispensabile occuparsi di più e meglio di come il livellamento linguistico e l’utilizzo di determinati ‘inquadramenti’ ci stiano condizionando, confermando quindi l’attuale modello di sviluppo come l’unico possibile ed auspicabile. La stessa contrapposizione tra ‘sviluppo’ e ‘protezione ambientale’ è prova di questa mistificazione logico-linguistica, che insiste ossessivamente sul concetto di ‘crescita’ come fattore di benessere cui non possiamo rinunciare. La stessa crisi ecologica, paradossalmente, è spesso affrontata come se la soluzione consistesse nel reperire maggiori e più potenti strumenti economici scientifici e tecnologici, consolidando il modello antropocentrico, scientista e tecnocratico che sta alla radice del problema.
Una seconda antitesi è tra ‘crescita’ e ‘povertà’, come se non fosse stato proprio il sistema economico capitalista ed il modello crescista di sviluppo ad allargare la frattura fra un piccolo mondo ricco e potente ed una larga parte di umanità sempre più povera, fragile e subalterna.Non è un caso che occuparsi di giustizia sociale e di uguaglianza di diritti spesso sia stato strumentalmente contrapposto alla preoccupazione dei movimenti ambientalisti per la preservazione della natura e la tutela degli ecosistemi. Ma, come ha giustamente sottolineato un ecologista sociale come Antonio D’Acunto:
Si pone ora sempre più urgente la necessità superiore non solo di rallentare la catastrofe, ma di invertire il futuro dell’umanità, con il suo modello culturale, economico, produttivo e sociale, verso il Pianeta della vita e della biodiversità, liberandolo dal cancro dello sfruttamento tra gli uomini e verso la natura. (D’Acunto 2019: 45)
In tale direzione eco-socio-linguistica va la riflessione di uno studioso argentino, Diego L. Forte, che considera l’ecolinguistica terreno per una ‘nuova lotta di classe’. Integrando strumenti squisitamente linguistici, come l’analisi critica del discorso, con quelli della sociolinguistica, egli ritiene possibile andare oltre i tradizionali parametri della lotta di classe, aprendosi a tutte le disparità sociali che nascono dall’egemonia di alcuni soggetti su altri, fra cui quelle etniche e quelle di genere.
La decostruzione e la proposta alternativa, quindi, devono nascere dal ripensamento del concetto di classe: non si può più pensare alle classi sociali come le intendeva Marx, gli oppressi non possono continuare ad agire da soli. Molti movimenti stanno prendendo coscienza della necessità di unire gli sforzi per combattere lo stesso oppressore. L’idea di un’integrazione delle lotte basata su una rielaborazione dovrebbe essere il nuovo passo per gli studi critici. […] nuovi discorsi e storie devono guidarci, ma, senza mettere in discussione i sistemi egemonici, questi cambiamenti non possono aver luogo. […] Il cambiamento delle storie è certamente la via d’uscita, ma le nuove storie non sostituiscono automaticamente quelle vecchie. I cambiamenti arbitrari derivano dalla lotta di classe e il passaggio da una narrazione all’altra implica necessariamente questa lotta, che noi sosteniamo debba essere ridefinita. Questa è la lotta cui deve partecipare l’ecolinguistica. (Forte 2020: 13-14)
Ecologia delle lingue: una questione spinosa
Nei citati saggi del 2002 e 2004 mi ero occupato di come l’ecologia delle lingue contrasti la perdita delle diversità linguistiche e culturali causate dalla globalizzazione, mostrandone il parallelismo con l’impegno ambientalista per difendere e promuovere la diversità biologica, minacciata da un modello di sviluppo predatorio ed iniquo.
Ecco perché, così come si parla di biodiversità a tre diversi livelli (genetica, di specie ed ecosistemica) sembra importante allargare il discorso alla salvaguardia…della diversità culturale degli esseri umani, visti come individui, come etnie e come comunità socio-politiche, adoperandosi per la salvaguardia delle varie specificità etnico-culturali, non solo come strumento contro la predominanza delle classi egemoni, ma come tutela dell’identità culturale d’intere popolazioni e come difesa dell’antropodiversità dall’azione omologante e riduttiva della globalizzazione. (Ferraro, 2002: 38-39).
Il mio impegno ecolinguistico – che scaturiva dalla necessità di realizzare quanto sancito dall’UNESCO sul diritto alla diversità linguistica, che va non solo tutelata ma ‘incoraggiata’ (UNESCO, 2000, art. 5) – si è poi consolidato, in seguito ad approfondimenti teorici ed alla militanza in un’associazione ambientalista che ha fatto propria questa impostazione. Infatti, a livello regionale furono promosse in Campania cinque edizioni della ‘Festa VAS della Biodiversità’, con sessioni dedicate proprio alla tutela della diversità culturale, intesa come risorsa e non come problema.
Il mio saggio “Voci soffocate” – presentato in occasione dell’edizione 2004 di quell’evento – riecheggiava nel titolo un testo fondamentale per comprendere il peso che l’ecologia delle lingue dovrebbe avere in una transizione ecologica che sappia integrare i saperi scientifici con quelli umanistici, per realizzare una società più giusta e rispettosa degli equilibri vitali. ‘Vanishing Voices. The Extintion of World’s Languages’, saggio scritto da un antropologo e da una linguista (Nettle – Romaine, 2002), ha ispirato la mia riflessione sulle lingue che spariscono o sono comunque minacciate dall’omologazione e stanno perdendo la loro caratteristica di specchio e di veicolo di specifiche identità socioculturali.
Di fronte all’accelerazione del processo di scomparsa delle espressioni linguistiche locali – e dei saperi che esse trasmettono – linguisti, antropologi ed ecolinguisti stanno adoperandosi per preservare in ogni modo questo patrimonio, documentandolo per mezzo dei più moderni e tecnologici strumenti disponibili, studiandone le specificità glottologiche, stampandone vocabolari e testi che ne documentino le caratteristiche culturali originali. (Ferraro, 2004: 5)
Tutelare il diritto delle minoranze etnolinguistiche, nel tempo, si è rivelato più agevole che salvaguardare e garantire un futuro a lingue considerate comunque ‘minoritarie’ o ‘regionali’, che non rischiano l’estinzione bensì l’accantonamento, lo snaturamento e la corruzione sul piano lessicale, grammaticale ed ortografico. Basti pensare che in una realtà nazionale come quella italiana le disposizioni legislative a tutela di minoranze etniche hanno preceduto di mezzo secolo quelle emanate a protezione di espressioni linguistiche considerate secondarie e localistiche rispetto alla lingua nazionale.
Il divario fra le cosiddette minoranze ‘riconosciute’ e quelle ‘non riconosciute’ era diventato sempre più ampio, poiché le prime avevano potuto godere …di provvedimenti che andavano ad incidere positivamente sui diritti linguistici dei parlanti, le altre invece, o non avevano ricevuto nessun tipo di sostegno da parte delle istituzioni, oppure avevano potuto disporre solamente di interventi regionali di carattere culturale che, oltre a non evitare i fenomeni di assimilazione linguistica, privilegiavano spesso gli aspetti più strettamente folkloristici delle identità minoritarie. (Cisilino, 2004: 176)
Fa riflettere il fatto che il riconoscimento ufficiale dell’Italiano come lingua nazionale – non sancito nella Costituzione repubblicana – sia stato paradossalmente introdotto proprio dall’art. 1 della legge n. 482 del 1999, che dettava “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Da allora, grazie alla pur tardiva sottoscrizione da parte dell’Italia della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003, ma soprattutto all’attivismo di studiosi e appassionati, sono stati fatti passi avanti, anche se in modo scoordinato e spesso con accenti che, più che ai principi d’un federalismo ecologista e verde, apparivano ispirati ad un autonomismo identitario.
Nella regione Campania, ad esempio, il Consiglio Regionale aveva registrato negli ultimi decenni la presentazione di varie proposte di legge sulla tutela della lingua napolitana. Mentre alcune di esse insistevano solo sull’aspetto identitario, con toni nazionalistici e lo sguardo nostalgicamente rivolto alla conservazione d’un illustre passato da rivalutare, altre si aprivano ad un pluralismo che non escludeva la protezione di altre espressioni linguistiche locali, per non riprodurre regionalmente il modello accentratore dell’idioma standardizzato. Per questo motivo, come accade nella dinamica dei contesti politico-istituzionali, la proposta di legge presentata in Campania dai Verdi (alla cui stesura avevo dato il mio contributo personale), ha dovuto fare i conti con un’analoga proposta della destra. Il testo approvato lo scorso anno dal Consiglio Regionale (L.R. Campania n. 19/2019) è stato pertanto frutto di un compromesso tra due visioni differenti del problema, finendo col restringere la tutela al solo patrimonio linguistico del Napolitano ed accentuando il peso del mondo accademico in questo processo, anziché aprire ad una pluralità di soggetti pur esperti in materia.
In una interessante tesi di laurea magistrale in Filologia e Letteratura Italiana, discussa nell’a.a. 2012-13 all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è affrontato approfonditamente il concetto di “sostenibilità linguistica”, con particolare attenzione al pluralismo linguistico ed in riferimento a differenti scuole di pensiero in ambito ecolinguistico internazionale. Dal raffronto tra vari modelli presi in esame – quello ecosociale del catalano Alberto Bastardas Boada (Bastardas Boada, 2013), quello francofilo del tunisino Claude Hagège (Hagège, 1999) e quello anglosassone dei citati Daniel Nettle e Susanne Romaine (Nettle e Romaine, 2001) – il candidato metteva criticamente in luce alcuni aspetti contraddittori, in modo particolare nel primo caso, riferendoli poi anche al dibattito nel contesto glottologico italiano.
Quando Bastardas Boada elenca i cinque punti che dovrebbero servire da guida per la sostenibilità…sembra quasi che egli abbia in mente un mondo composto da migliaia di gruppi umani autonomi, tendenzialmente omogenei ed impermeabili verso l’esterno, che possano arbitrariamente decidere di usare la loro lingua per tutti gli ambiti […] A ciò va aggiunto l’auspicio del linguista catalano di veder riconosciuto a tutti gli idiomi minoritari lo status di lingue ufficiali. Tale proposta, se da un lato dovrebbe prevedere un minimo di standardizzazione degli idiomi in questione, dall’altro, e proprio per questo, avrebbe un effetto negativo, ad esempio, sui dialetti di quegli stessi idiomi, poiché, come afferma Hagège, standardizzare una lingua significa automaticamente screditare le sue varietà. (Perin, 2013: 113-114)
Questa osservazione, peraltro legittima, è stata ripresa in riferimento ai tentativi di diffondere in Italia un modello plurilinguistico che, si obbietta, contraddirebbe se stesso quando pretende d’istituzionalizzare solo determinati idiomi, servendosi di strumenti artificiali, come quelli legislativi. Ma è davvero così?
Ecolinguistica, ecopacifismo ed irenolinguistica
La contraddizione tra la visione multiforme e policentrica di chi sostiene il diritto ad una libera espressione linguistica e il perseguimento della ‘normalizzazione’ istituzionale di tale diritto, col rischio di proteggere e valorizzare solo alcuni idiomi a discapito di altri, è un problema che l’ecologia delle lingue deve affrontare. D’altra parte, non è accettabile che si contrappongano strumentalmente diverse ipotesi ecolinguistiche, quando esistono soluzioni intermedie cui ricorrere per garantire una effettiva ‘sostenibilità linguistica’.
Ad esempio, in uno studio citato dalla stessa tesi (Dell’Aquila e Iannàccaro, 2004), si spiega come tale ‘pianificazione linguistica’ istituzionale possa essere declinata in più modi e con diverse sfumature. Esse vanno dal Language revival (che tenta di riportare in uso lingue poco parlate), alla Language revitalization (che incrementa le funzioni di una lingua minacciata, migliorandone lo status), passando per il Reversing language shift (che dà un sostegno a livello comunitario a lingue poco praticate dalle nuove generazioni) ed arrivando al Language renewal (per garantire che almeno alcuni componenti di una comunità continuino ad apprenderle ed utilizzarle).
Tali modalità di pianificazione resterebbero comunque operazioni artificiose d’ingegneria sociolinguistica se non fossero sostenute ed accompagnate da un effettivo impegno sociopolitico e culturale per rivitalizzare il rapporto di una comunità col suo territorio e per preservarne l’integrità ambientale. Il vero conflitto, infatti, non è tanto quello tra lingue egemoni e idiomi locali relegati ad espressioni inferiori, condannate al deperimento o alla scomparsa. È lo stesso modello di sviluppo attuale che non consente il mantenimento del pluralismo culturale e linguistico, confliggendo anche con una prospettiva di economia decentrata, di sviluppo comunitario e policentrico, di equità di diritti e di protagonismo sociale. Ecco perché l’ecolinguistica non dovrebbe svilupparsi come terreno di studio a sé stante, ma andrebbe integrata in una complessiva alternativa ecologista, globale nei principi e locale nelle azioni.
In quale direzione oggi va il nostro mondo? Verso i valori della Età dell’oro – umanità, socialità, comunione dei beni naturali, pace e nonviolenza, amore per la Madre Terra […] o verso il distacco sempre più profondo da tali valori? […] Dominano l’idea e la pratica che il Pianeta è dell’uomo che vive oggi e non delle future generazioni, e – nella stessa filosofia di forza e di potere tra le specie – di quell’uomo che è più forte e potente, capace di sfruttare fino in fondo ogni risorsa. (D’Acunto, 2019: 94)
La necessaria diffusione dei principi e delle varie tecniche operative di studi di per sé interdisciplinari come quelli ecolinguistici, pertanto, andrebbe inserita in un progetto più ampio, di cui faccia parte anche l’ecopacifismo, altro aspetto piuttosto trascurato dal movimento ambientalista o banalizzato a mera alleanza tattica con quello pacifista.
In uno scritto del 2014 avevo ipotizzato una saldatura meno strumentale, partendo dalla considerazione che la logica di accumulazione e dominazione, tipica del modello di sviluppo capitalista, genera sia lo sfruttamento dei beni naturali e la devastazione ambientale, sia il sistema di militarizzazione e guerra del complesso militare-industriale.
I. L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici ed alla opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale, nei quali la nonviolenza si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di alternative costruttive ai conflitti. II. L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini ed anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista. (Ferraro, 2014: 4)
I fenomeni di marginalizzazione sociale e di controllo centralistico della società, tipici di un modello economico che ha compromesso gli equilibri ecologici per sete di conquista e di dominio, sono alla base anche della progressiva eliminazione delle diversità culturali e linguistiche. Ma il pervasivo imperialismo militarista e guerrafondaio, che si affianca a quello economico tutelandone gli interessi globali, è ugualmente un frutto di quel sistema.
Secondo un’ottica nonviolenta, i conflitti non devono essere esorcizzati né occultati, ma rivelati, analizzati e possibilmente trasformati, o meglio ‘trascesi’, mutuando l’espressione usata da Johan Galtung (Galtung 2000) per caratterizzare e diffondere il suo metodo. Per affrontare la triade alla base di tutti i conflitti (atteggiamenti e comportamenti ostili ed interessi contrapposti), infatti, egli ipotizzava che si debba far riferimento al triangolo costruttivo empatia-nonviolenza-creatività.
Ma se l’educazione alla pace e l’azione per la pace sono finalizzate al superamento costruttivo di conflitti altrimenti distruttivi, anche in ambito sociolinguistico ed ecolinguistico si potrebbe andare nella medesima direzione. Una comunicazione nonviolenta ha bisogno di strumenti ecolinguistici – come l’analisi critica del discorso – che rendano consapevoli dei pregiudizi e degli inquadramenti ideologici che alimentano i conflitti. Deve ipotizzare anche una modalità comunicativa alternativa, che usi il potere delle parole non per distruggere, ma per costruire relazioni positive fra individui e comunità.
Anche su questo terreno, già dai primi anni ’80 avevo provato a portare un contributo, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ (Ferraro, 1984) che, se da un lato svelasse e denunciasse l’uso negativo della comunicazione linguistica, per fini di contrapposizione e di dominio, dall’altro proponesse una modalità di comunicazione positiva, costruttiva e creativa. Le metafore da me utilizzate erano le finestre contrapposte alle persiane, i ponti contrapposti ai muri e le colombe contrapposte alle civette.
Le mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva, sociale ed espressiva. […] L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune idee ed emozioni […] L’ELN propone di educare i ragazzi ad usare la lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività d’una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione di reciproco arricchimento […] L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione falsa, ipocrita ed opportunista. (Ferraro 2018: 191-192)
Grande successo e diffusione hanno incontrato a livello internazionale, dalla metà degli anni ’90, gli autorevoli contributi di Marshall B. Rosemberg relativi alla Nonviolent Communication – NVC ® (Rosemberg, 2015). La Comunicazione Nonviolenta, in sintesi, è una metodologia che: (a) scoraggia generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, promuovendo un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni; (b) incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo; (c) propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo ed esprimendo i veri bisogni; (d) auspica una comunicazione empatica con gli altri, evitando le pretese ed imparando ad esprimere richieste chiare e positive.
Un approccio ancor più vicino a quello ecolinguistico, infine, è stato formulato dallo psicoterapeuta biosistemico Jerome Liss (Liss, 2016)
La Comunicazione Ecologica (C.E.) […] è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune […] ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“. (Ferraro,2018: 194)
L’irenolinguistica – un mio neologismo per designare la formazione ad una comunicazione nonviolenta ed ecologica – potrebbe integrare studi specificamente ecolinguistici con l’intento educativo di cui dovrebbero farsi carico non solo le famiglie e gli insegnanti, ma anche quelli che gestiscono potenti mezzi di comunicazione di massa. A partire dalla decostruzione e demistificazione di strutture mentali ed espedienti retorici che falsano strumentalmente la realtà – nello specifico quella relativa al rapporto uomo-ambiente – un’educazione linguistica che rispetti i principi ecologici e sia veicolo di pace dovrebbe dunque articolare una proposta alternativa interdisciplinare.
A tal fine, operando una sintesi tra i tre metodi di educazione linguistica prima accennati, ritengo che un linguaggio ispirato ai principi della nonviolenza debba aiutarci: (a) a riconoscere reali bisogni e sentimenti autentici; (b) ad esprimerli sinceramente, formulando richieste chiare; (c) a dialogare con gli altri in modo positivo, empatico e costruttivo; (d) a proporre soluzioni quanto più possibile concrete e condivise.
Infine, tornando al dibattito sul futuro dell’ecolinguistica, è evidente che approcci differenti e con obiettivi diversi debbano però trovare una sintesi complessiva, che evidenzi il fine comune d’un reale cambiamento del rapporto fra patrimoni naturale e saperi umani.
Da un lato, l’ecolinguistica…aspira a cogliere le complessità della-cosa-che-chiamiamo-linguaggio e, dall’altro, cerca di andare oltre la comunità scientifica sensibilizzando sull’interdipendenza tra pratiche discorsive e devastazione ecologica. […] Finora, i linguisti più attenti all’ecologia hanno concepito le dimensioni discorsive e linguistiche della crisi ecologica in termini di una dicotomia natura-cultura. Una lezione appresa da questo stato dell’arte è che in effetti abbiamo bisogno di una riconcettualizzazione delle questioni ambientali in generale e della dicotomia natura-cultura in particolare […] L’ecolinguistica può quindi collegare la ” hard science ” e lo studio del comportamento coordinativo nelle specie che chiamiamo Homo sapiens sapiens all’analisi delle conseguenze etiche e socioculturali della ”soft science” e ai dibattiti della ”scienza critica” sulle pratiche sociali anti-ambientali e distruttive. […] Finora, il problema principale dell’ecolinguistica non è stato il disaccordo interno o le lotte per il potere, ma piuttosto la mancanza di una vera interazione tra le sue varie parti. A che serve far sbocciare mille fiori, se non riusciamo mai ad apprezzare l’intero campo? Qual è il valore di esplorare la nostra piccola isola, se trascuriamo il resto dell’arcipelago? (Steffensen e Fill, 2013: 25)
Questa ultima considerazione m’induce a sperare che si realizzi l’auspicata interazione tra i vari approcci all’ecolinguistica e che anche in Italia si allarghi la cerchia delle persone interessate ad approfondirla, non solo a livello accademico, ma anche all’interno di movimenti ambientalisti più attenti ad un’ecologia umana e sociale. Mi auguro che il presente contributo possa risultare utile in tal senso e che, tra i vari ‘fiori’ di questo campo tutto da esplorare e coltivare, si sappiano apprezzare anche quelli di un approccio nonviolento, oltre che ecologico, alla comunicazione linguistica.
Riferimenti
BASTARDAS BOADA, Albert (2013) “Sociolinguistics: Toward a Complex Ecological View”, in: Massip-Bonet e Bastardas Boada, Complexity perspectives on language, communication and society, Springer (pp. 15-34)
CISILINO, William (2004) ”L’evoluzione della legislazione linguistica nella repubblica italiana: analisi del caso friulano”, Revista de Llengua i Dret, n. 42/2004 (pp.173-202)
D’ACUNTO, Antonio (2019) Alla ricerca di un nuovo umanesimo, a cura di Francesco D’Acunto, Amazon. [Ristampa di: D’Acunto, Antonio (2016) Alla ricerca di un nuovo umanesimo. Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli,La Città del Sole]
DELL’AQUILA, V. e IANNACCARO, G. (2004) La pianificazione linguistica. Lingue, società e istituzioni, Roma, Carocci
FERRARO, Ermete (1984), Grammatica di Pace, Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta (E.L.N.), Torino, Satyagraha (Quaderno n.11 degli Insegnanti Nonviolenti)
FERRARO, Ermete (2002) “Tutela e diversità”, in “Biodiversità a Napoli”, suppl. a Verde Ambiente, a. XVIII, n. 2, Roma, Editoriale Verde Ambiente (pp. 38-42)
FERRARO, Ermete (2004) Voci soffocate… L’ecologia linguistica per opporsi alla perdita delle diversità linguistiche e culturali, Napoli, autoprodotto da VAS -Verdi Ambiente e Società di Napoli e pubblicato nel 2007 dalla rivista online Filosofia Ambientale
FERRARO, Ermete e DE PASQUALE, Anna (2018), “Una grammatica della pace, per comunicare autenticamente e senza violenza”, in: Saffioti R. (a cura di), Piccoli Comuni fanno grandi cose! Pisa, Centro Gandhi Edizioni (Quaderno Satyagraha – pp.187-198)
FILL, Alwin (1993) Ökolinguistik: eine Einführung, Tübingen, Gunter Narr Verlag
FORTE, Diego L. (2020) “Ecolinguistics: The battlefield for the new class struggle”, Language & Ecology 2019-20, ecolinguistics-association.org
GALTUNG, Johan (2000), La trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il metodo Transcend, Torino, Ed. Gruppo Abele (tit. orig.: Conflict Transformation by Peaceful Means (The Transcend Method)
HAGEGE, J. Claude (1995) Storie e destini delle lingue d’Europa, Firenze, La Nuova Italia
HALLIDAY, Michael K. (2003) On Language and Linguistics, (ed. by J. Webster), London-New York, Continuum
LISS, Jerome K (2016), La comunicazione ecologica – Manuale per la gestione dei gruppi di cambiamento sociale, Bari, La Meridiana
NETTLE, Daniel e ROMAINE, Suzanne (2001), Voci del silenzio (Vanishing Voices) Sulle tracce delle lingue in via d’estinzione, Roma, Carocci
PERIN, Silvia (2013), Il concetto di sostenibilità linguistica (tesi di laurea magistrale in Filologia e Lett. Italiana, Rel. Prof. Lorenzo Tomasin – Venezia Università Cà Foscari
ROSEMBERG, Marshall B. (2015) Nonviolent Communication. A Language of Life, Puddle Dancers
SHIVA, Vandana (1995) Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura ‘scientifica’, Torino, Bollati Boringhieri
STEFFENSEN, Sune Vork e FILL, Alwin (2013) “Ecolinguistics: the state of the art and future horizons”, Language Science, 41 A (pp. 6-25)
“Bevi la coca cola che ti fa bene Bevi la coca cola che ti fa digerire Con tutte quelle, tutte quelle bollicine
Coca cola sì coca cola, a me mi fa morire Coca cola sì coca cola, a me mi fa impazzire Con tutte quelle tutte quelle bollicine”
VASCO ROSSI (“Bollicine”, 1983)
1. Sorprendente. Ma, a ben pensarci, neppure tanto.
È da tempo ormai che abbiamo smesso di meravigliarci di fronte a messaggi pubblicitari che ci presentano potenti multinazionali come organizzazioni alternative, quasi rivoluzionarie, impegnate a diffondere nei confronti di noi semplici mortali il verbo del cambiamento. Siamo ancora una volta di fronte al solito gioco delle parti, in questo caso invertite, in base al quale proprio coloro i quali finora hanno pesantemente condizionato i nostri consumi ed il nostro attuale stile di vita paradossalmente adesso si ergono a paladini d’un profondo cambio di paradigma. Mi riferisco alla campagna mediatica post-Covid che la potentissima Coca-Cola Company ha lanciato in quasi tutti i paesi del mondo, affidando il suo messaggio alla voce ed al volto di un noto artista – il rapper anglo-ugandese George Mpanga – alias George the Poet – il cui testo per il video, accompagnato da immagini efficaci e suadenti, si rivolge direttamente a ciascuno di noi, ricordandoci i veri valori ed impegnandoci a pensare e ad agire, ora, #ComeMaiPrima. In effetti, mi sembra che la versione italiana dello stesso slogan abbia aggiunto ulteriore ambiguità a quella di fondo, espungendo l’aggettivo fondamentale del messaggio originale, il cui hashtag è infatti: #OpenLikeNeverBefore. La versione nostrana insiste sul concetto di novità, ma sottolineando il ruolo promotore dell’azienda (“Ci sarò /Ci saremo, Come Mai Prima”), mentre il claim della campagna originaria veicolava due concetti, apparentemente opposti. Il primo, racchiuso nell’aggettivo “open”, allude all’auspicata riapertura delle attività sociali ed economiche dopo la chiusura generale imposta dalla pandemia, evocando una loro ripresa che riavvii in qualche modo la situazione precedente. L’espressione “come mai prima” (“like never before”), viceversa, lancia un messaggio alternativo, improntato sì al cambiamento, ma auspicando un processo di “apertura” di tipo mentale, e quindi d’inversione rispetto alla consueta ‘normalità’.
«“Aperto Come Mai Prima” è fondato sul convincimento che non dobbiamo ‘tornare’ alla normalità. Piuttosto, possiamo tutti andare avanti e rendere il mondo non soltanto differente, ma migliore – dice Walter Susini, Vicepresidente del marketing della Coca-Cola Europa, Medio Oriente ed Africa (EMEA) – Nel momento in cui andiamo oltre la quarantena, stiamo celebrando non solo la riapertura fisica dei nostri stimati clienti, ma anche la riapertura della nostra mentalità collettiva. Noi vediamo la crisi come un’opportunità per essere più aperti e più empatici». [i]
Insomma, dopo la pandemia dovremmo evitare di fare un passo indietro, per ‘tornare’ a ciò che c’era prima. Il cuore del messaggio, invece, è che bisogna andare ‘avanti’, perché è così che si ‘migliora’ la vita, utilizzando le esperienze negative e la tremenda crisi sanitaria come stimolo a diventare più “aperti ed empatici”. Le espressioni ‘avanti’ e ‘oltre’, insomma, suggeriscono il superamento dei vecchi parametri ed un cambiamento abbastanza radicale, quasi un’evangelica ‘metànoia’, che dovrebbe indurre l’umanità tutta verso altri e più positivi valori. Tutto bene allora? Beh, andrebbe anche bene se a pronunciare queste parole ed a promuovere questo messaggio non fosse proprio la multinazionale che da 130 anni sta “rinfrescando il mondo”, vendendo centinaia di tipi di bevande, generalmente gassate, in 200 paesi e raggiungendo così un fatturato di circa 40 miliardi di dollari. Ma quale sarebbe il contenuto di questa ‘rivelazione’? Qual è esattamente il ‘verbo’ che la Coca-Cola vuole trasmetterci mediante i versi di un rapper, opportunamente trasformati in slogan pubblicitari?
2. Il testo originale in lingua inglese era un po’ diverso.
Composto e recitato da George the Poet coincide parzialmente con quello della versione italiana. Non intendo lanciarmi in un commento filologico, ma le ‘varianti’ hanno un peso nell’analisi testuale. Abbiamo già visto come perfino il titolo del ‘poem’ del rapper anglo-ugandese abbia subito una mutilazione, essendo stato cassato l’aggettivo ‘open’, che invece è un po’ la chiave di lettura del brano. Fatto sta che le versioni diffuse in Italia in realtà sono due e coincidono solo in parte. Mettiamole a confronto, precisando che nella versione più breve mancano parecchi versi, mentre ce ne sono altri (tra parentesi quadre e in grassetto) che risultano differenti o addirittura assenti in quella più lunga.
Aspetta. [Aspetta, fermati.] / Chi ha detto che dobbiamo tornare alla normalità? [ tornare come prima.] / [E se la nuova normalità fosse diversa da quella a cui eravamo abituati?] / E se il più grande cambiamento fossimo tu ed io? / E se scegliessimo di aprirci al nuovo e dire: /Non dirò più che il mio lavoro è poco importante / Non dirò mai più che gli insegnanti hanno troppe vacanze / O che odio la scuola e che non vedo l’ora di finirla / E se sorridessi un po’? /Se viaggiassi meno ma apprezzassi ogni passo? / E se credessi di poter cambiare le cose con la mia cucina? O con la mia musica? / E se facessi di tutto per non sentirmi un estraneo nella mia casa. / E se invece di farmi guidare, inseguissi i miei sogni? / E se ci fossi ogni volta che hai bisogno di un amico? / Farò valere ogni mia parola / Farò contare il mio voto, farò ascoltare la mia voce / Non dimenticherò mai che insieme siamo più forti / Lo porterò nel mio cuore per sempre / Lo abbiamo fatto [Ce l’abbiamo fatta!] / Abbiamo attraversato la tempesta / [Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole.] / Per questo ci saremo [Ci sarò] / Come mai prima. [#ComeMaiPrima]. [ii]
«CI SAREMO COME MAI PRIMA”: COCA‑COLA PER LA RIPARTENZA […] Un messaggio positivo, un inno a guardare il mondo con occhi diversi dopo l’emergenza COVID-19. Con un lancio congiunto a livello europeo, Coca-Cola torna a comunicare con la campagna “Ci Saremo come mai prima”. Un invito ad apprezzare da una nuova prospettiva tutto ciò che abbiamo intorno a noi, trovando un’opportunità in questa “nuova normalità”. Realizzata da 72andSunny Amsterdam, la nuova campagna segna un momento di cambiamento culturale e sociale…».[iii]
Da notare che si parla di ‘ripartenza’, utilizzando un termine piuttosto comune del linguaggio politico italiano, ma banalizzando un messaggio che ambirebbe ad essere alternativo. Del resto lo stesso slogan – con una sottile operazione di orwelliano ‘bispensiero’ – mutua, capovolgendolo, quello affiorato da più parti come reazione ad una pretesa ‘normalità’ che gran parte dei guasti del nostro mondo – ambientali, socio-economici e sanitari – li ha in effetti provocati. Una cosa, infatti, è dichiarare più radicalmente: “Mai come prima”, sottolineando come la pur devastante pandemia possa e debba rivelarsi occasione per un cambiamento profondo, avendo messo in luce l’assurdità e l’iniquità del nostro modello di sviluppo. Ben diverso, invece, è proclamare: “Mai come prima”, evocando vaghi scenari di cambiamento ‘in meglio’ ed auspicando un’imprecisata ‘diversità’, da trasformare poi in “nuova normalità”. Uno dei versi inglesi eliminati (“Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole”), però, se non altro lascia intendere in che direzione dovrebbe avviarsi tale cambiamento, che potrebbe renderci maggiormente disponibili ed ‘aperti’ al nuovo.
3. La versione italiana ha espunto molte frasi del testo di George Mpanga:
And we can’t just do what we’d formerly do. / What if I don’t wait for another crisis to embrace the love that I’ve missed? / My ears are not my earphones. What if I listen. /What if I’m missing how bright your eyes glisten. / (What if) I just smile a bit. Travel less and love every mile of it. / And what if I don’t dance, but just for you I might give in to the rhythm soon. / And I’ll learn my lesson from a bad memory, / and I’ll keep social distance from bad energy / And I’ll prove that funny beats sexy any day. / But I’m still cute, anyway. / What if my dreams never take the backseat again, / What if I’m there whenever you need a friend./ What if I celebrate my skin, my hair, my body, every day! Even Mondays. / I won’t waste another minute without you. / I’ll read you the poems that I’ve written about you. / So many come to mind. / I’ll move forward, without leaving anyone behind. / I’ll lead, like a woman / I’ll never say this city has too many tourists again. / I’ll have a family of dozens./ Give my little nephews and nieces some cousins. / I’ll stay right beside you. /I’ll say Yes, Yes, Yes, I do. / So I’ll be (humble, happy, brave, honest, mindful and) /OPEN LIKE NEVER BEFORE.
Già esaminando il testo italiano prima citato, in ogni caso, emergono interessanti spunti di analisi di quella proposta ‘alternativa’, che mi sembra opportuno sottolineare:
Appello ad un nuovo protagonismo (“E se il più grande cambiamento fossimo tu ed io?”)
Rivalutazione del lavoro, quello proprio (“Non dirò più che il mio lavoro è poco importante”) ma anche quello, spesso sottovalutato, degli altri (“Non dirò mai più che gli insegnanti hanno troppe vacanze”)
Invito all’ottimismo ed alla speranza (“E se sorridessi un po’? Se viaggiassi meno ma apprezzassi ogni passo? E se credessi di poter cambiare le cose con la mia cucina? O con la mia musica?”);
Proposta di riappropriarsi della quotidianità domestica (“E se facessi di tutto per non sentirmi un estraneo nella mia casa?”)
Richiamo ad impegnarsi di più, con un atteggiamento proattivo (“E se invece di farmi guidare, inseguissi i miei sogni? […] Farò valere ogni mia parola. Farò contare il mio voto, farò ascoltare la mia voce”)
Esortazione a perseguire la cooperazione (“Non dimenticherò mai che insieme siamo più forti”) perché è solo così è possibile “attraversare la tempesta”
Invito a modificare il proprio atteggiamento (“Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole”), mescolando però valori (umiltà, coraggio, sincerità) uno stato d’animo (la felicità) ed una condizione mentale (consapevolezza).
Niente male davvero, se questo innovativo messaggio non servisse principalmente a veicolare il rilancio ed il cambiamento d’immagine di un’azienda multinazionale che – secondo Greenpeace – è stata fra i principali inquinatori dell’ambiente, considerando che nel solo 2016 ha prodotto più di 100 miliardi di bottiglie di plastica, in larghissima parte non riciclata; che consuma annualmente più di 300 miliardi di litri d’acqua, e che, infine, sfrutta massivamente tale risorsa fondamentale anche per coltivare la canna da zucchero, di cui è il maggiore consumatore mondiale. [iv]
4. Aggiungiamo le parti mancanti alla lodevole – ma ipocrita – sfilza d’intenzioni e d’impegni
Le parti del testo di George the Poet che non compaiono nella versione italiana, infatti, rendono ancora più chiaro il senso del messaggio di questa pretestuosa Coke-Revolution.
Richiamo a non sprecare l’occasione di recuperare il bene perduto (“E se non spettassimo un’altra crisi per abbracciare l’amore che abbiamo perso?”)
Rivalutazione di uno stile di vita più naturale e spontaneo (“Le mie orecchie non sono i miei auricolari. E se ascoltassi? Se solo sorridessi un po’? Se viaggiassi di meno ma apprezzassi ogni chilometro?”)
Assunzione di una serie d’impegni, per cambiare facendo tesoro della presente esperienza (“Imparerò la lezione da un doloroso ricordo, manterrò un distanziamento sociale pur partendo da una cattiva energia…”)
Auspicio di un’esistenza alimentata da aspirazioni, slanci solidali ed apprezzamento per sé e per gli altri (“E se i miei sogni non trovassero più posto nel sedile posteriore? E se fossi lì ogni volta che hai bisogno d’un amico? E se celebrassi la mia pelle, i miei capelli, il mio corpo, ogni giorno. Anche il lunedì? Non sprecherò un altro minuto senza te […] Andrò avanti, ma senza lasciare nessuno indietro […] Avrò una famiglia numerosa […] Starò proprio accanto a te…”).
Insomma, dal ‘claim’ pubblicitario della Coca-Cola – espresso opportunamente con toni poetici e quasi profetici – emergerebbe una visione alternativa della società, in cui ogni persona sarà più consapevole, saprà apprezzarsi e autorealizzarsi, ma al tempo stesso sarà anche attenta ai bisogni degli altri, mostrandosi più solidale e collaborativa.
Il guaio è che il pubblico la Coca-Cola Company ha rivolto questo vibrante appello – milioni di clienti, prevalentemente giovani, che in tutto il mondo consumano massivamente le sue bibite, consentendole di fatturare circa 40 miliardi di dollari all’anno – non mi sembra davvero il più ricettivo in tal senso. Sorge quindi il legittimo sospetto che, utilizzando il titolo d’un vecchio film di Carlo Vanzina, l’unico commento da fare sia è: “Sotto il vestito niente”. Quale coerenza potrebbe esserci, infatti, tra il modello di chi da 130 anni produce e diffonde ovunque bevande gassate ed iperglicemiche, con slogan pubblicitari diventati quasi simbolo del consumismo, e l’attuale, accattivante, proposta di cambiamento del nostro modello di società e del nostro stile di vita?
Dopo gli slogan ormai ‘storici’ (come“Deliziosa e rinfrescante” nel 1886, “Ridà slancio e sostiene” nel 1890, “La pausa che rinfresca” nel 1929), è dagli anni ’60 che cominciarono a comparire messaggi e più insinuanti, globali e visionari, tipo: “Tutto è meglio con Coca-Cola” nel 1963, “Vorrei comprare una Coca al mondo” nel 1971, “La Coca aggiunge vita” nel 1976, “La vita ha un buon sapore” nel 2001, “Rendilo reale” nel 2003, “Il lato Coca della vita” nel 2007 ed “Aperta felicità” nel 2009. [v]
La verità è che – in base ai dati diffusi dall’Oxfam – la Coca-Cola è andata costantemente in tutt’altra direzione, figurando all’ottavo fra le dieci multinazionali che avrebbero comunque fatto qualche sforzo, dal 2013 al 2016, per diventare un po’ più eque ed ecologicamente sostenibili. [vi] Per la precisione, essa ha migliorato un po’ il suo impatto sulla terra (voto: 8), nei confronti delle donne, dei lavoratori e della risorsa acqua (6), ma sfrutta ancora la manodopera, restando purtroppo ancora molto indietro nel rispetto dei coltivatori (3) e della trasparenza aziendale (5). [vii] Dove sarebbe allora la dichiarata rivalutazione del lavoro, della naturalità e della solidarietà dietro il propagandistico vestito della sedicente Coke-Revolution?
5. Qualche osservazione finale e riflessione critica.
Oltre che sul tale mistificante messaggio, qualche osservazione andrebbe fatta anche sulla debolezza delle realtà effettivamente alternative – impegnate nel sociale, religiose, ambientaliste e pacifiste – che in questo difficile periodo hanno pur cercato di far sentire la loro voce, per affermare la necessità di un vero e profondo cambiamento. Mentre perfino colossi multinazionali come la Nestlé (93,4 miliardi di dollari, 42° posto in classifica) o la PepsiCo (65 miliardi di dollari, 86° posto) [viii] continuano impudentemente a blaterare di ‘sicurezza alimentare’, ‘cittadinanza globale’ e ‘sostenibilità ambientale’, in quanti hanno davvero raccolto il messaggio di tanti movimenti, associazioni ed organizzazioni non governative? Un messaggio che esse tentano con difficoltà di diffondere, improntato a valori anti-capitalistici come il rispetto del lavoro umano, la redistribuzione della ricchezza, la conversione ecologica, la decrescita felice, il rifiuto del consumismo, l’impegno per fonti energetiche pulite e rinnovabili, la liberazione dalla dittatura della finanza, l’alimentazione sana e la salvaguardia della biodiversità naturale.
Quanti sono stati effettivamente raggiunti ed influenzati dalle profonde riflessioni che – anche in ambito pacifista – hanno esortato a coniugare il contrasto del riscaldamento globale (in parte causa anche del diffondersi di devastanti pandemie), con un modello di società più giusto, decentrato, disarmato e nonviolento? [ix] Temo che siano stati molti meno di quanti hanno apprezzato la…effervescente campagna pubblicitaria #ComeMaiPrima, illudendosi che basti guardare il video ‘visionario’ di un rapper, o che far propri alcuni slogan di sapore vagamente alternativo possa cambiare questo mondo, dominato dalla logica predatoria e violenta di un capitalismo sempre più sfrenato e senza limiti.
Quello che possiamo e dobbiamo fare, intanto, è demistificare questi messaggi pseudo-alternativi, riconducendoli alla loro natura di bollicine frizzanti ma vuote e neppure del tutto innocue. Se vogliamo fare della grave crisi sanitaria provocata dalla pandemia di Covid-19 un’occasione per cambiare davvero questa realtà, il vero slogan da adottare resta quindi: #MaiPiùComePrima, non certamente l’ambiguo #ComeMaiPrima della Coke. Se non altro per dimostrare che non ci lasciamo incantare dalle belle parole e che a noi, la Coca-Cola…non ce la darà più a bere.
[ix] A tal proposito, v. anche: La nonviolenza al tempo del coronavirus, a cura di Maria Elena Bertoli, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2020 (quaderno Satyagraha n. 37), con vari contributi fra cui: Ermete Ferraro, Lessico virale. Voltiamo pagina. Se non ora Q.U.A.N.D.O.? (pp. 61-87)
Alleanza stato-mercato per scongiurare la catastrofe?
Ho letto con interesse e soddisfazione su la Repubblica i due articoli in cui il noto studioso statunitense Jeremy Rifkin ha sintetizzato per il quotidiano il messaggio del suo ultimo libro. [i] Esso già nel titolo risulta suggestivo, in quanto contrappone alla “civiltà dei combustibili fossili” un modello economico e sociale profondamente alternativo. L’espressione inglese adoperata – “green new deal” – evoca i ricordi di quello roosveltiano e rinvia ad una svolta radicale, che nasca però da una sorta di ‘patto’ o ‘accordo’ fra più parti. Nello specifico, l’ecopacifista Rifkin fa ricorso alla sua formazione di economista per ipotizzare un’alleanza stato-mercato stimolata da quest’ultimo, più adattabile e sensibile degli stessi governi ad un quadro globale in cui si ricavano sempre meno utili dalle fonti energetiche tradizionali, mentre ne appaiono evidenti le criticità, suscitando l’opposizione di un’opinione pubblica sempre più allarmata.
La soddisfazione, nel mio caso, deriva dal fatto che la visione strategica di Rifkin risente non solo della sua impronta radicalmente ambientalista, ma appunto anche di quella impostazione ecopacifista ed ecosociale che personalmente condivido. La questione. infatti, non è solo come fronteggiare il drammatico approssimarsi di ciò che egli chiama “la sesta estinzione di massa per uomini ed animali” [ii] , ma mobilitarsi per dar vita ad una ben diversa prospettiva, che il nostro Antonio D’Acunto molti anni fa aveva felicemente chiamato “Civiltà del Sole”. In questa espressione era racchiusa la visione di un futuro non solo più rassicurante per l’umanità, ma anche improntato a valori davvero alternativi. Un punto fondamentale riguarda l’intenzione di connettere l’evoluzione tecnologica e le scelte ecologiche con un modello decentrato e comunitario di società, caratterizzato da una dimensione territoriale localista ma al tempo stesso capace d’interconnessione e di scambio. Uscire dalla solita logica antropocentrica – che purtroppo vizia parte dell’ambientalismo dopo aver alimentato la prospettiva di uno sviluppo illimitato e di una tecnologia onnipotente – richiede una visione integrata e globale e un’apertura ad una profonda rivoluzione del modello di sviluppo e degli stili di vita attuali. Forse è vero che, come sottolinea Rifkin:
«Il mercato detta legge e i governi di tutto il mondo dovranno adattarsi rapidamente se vogliono sopravvivere e prosperare. L’Italia e il mondo hanno bisogno di una nuova visione economica per passare da una civiltà fossile agonizzante alla nascente civiltà verde». [iii]
Ritengo però
illusorio sperare che un simile passaggio possa essere determinato soltanto dall’allarme
per i cambiamenti climatici, dalla convenienza economica delle fonti
energetiche rinnovabili e dall’opportunismo dei politici che fiutano il vento. Una
vera ‘civiltà verde’ non può e non deve ridursi all’ennesimo
trasformismo di chi finga gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare
niente, ma richiede scelte impegnative ed una inedita centralità delle comunità
locali, finora espropriate dalla pianificazione del proprio futuro, come
sottolineava Antonio D’Acunto.
«Il potere politico, se costretto a mediare fra economia ed ecologia, risolve la questione con la ‘sostenibilità’: una bella parola che piace a tutti. Centrale è perciò oggi la discussione sulla sostenibilità, sulla complessità ma soprattutto sull’ambiguità ed anche insignificanza di tale termine […] Ma lo sviluppo sostenibilecosì definito è realmente sostenibile o è la formulazione pseudo-ecologista di continuità dell’attuale modello economico, produttivo, di sfruttamento della natura e dell’uomo, dominante nel mondo?».[iv]
Il nocciolo del problema, allora, è se questo epocale cambiamento avverrà fatalmente, per l’intrecciarsi d’interessi economici ed ecologici, o se occorrerà continuare a lottare, in nome di valori profondamente alternativi al profitto economico ed al controllo politico.
La terza
‘rivoluzione industriale’ dell’energia rinnovabile digitalizzata?
Rifkin
coglie sicuramente la tendenza già presente ad orientare lo sviluppo
tecnologico verso una profonda trasformazione delle pratiche energetiche,
congiunta ad una modalità comunicativa sempre più digitalizzata ed a nuove
sperimentazioni di una ‘economia circolare’. Al tempo stesso ne rileva
saggiamente anche i punti di debolezza, poiché quella stessa informatizzazione
della società comporta “rischi e sfide”, verso i quali sarà necessario
esercitare un “vigile controllo normativo a livello locale e nazionale”.[v]
Mi sembra comunque che prevalga un quasi
fideistico entusiasmo nei confronti d’un processo che, messo in moto dal
progresso tecnologico e sollecitato dal crescente allarme per i pericoli di un
modello energetico insostenibile, energivoro ed iniquo, potrebbe però non
risultare così lineare ed inevitabile come prospettato da Rifkin.
«Ora siamo agli albori di una terza rivoluzione industriale in cui una Internet della comunicazione digitale a banda larga sta convergendo con una Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, e una Internet della mobilità elettrica e a idrogeno, alimentate da energia verde, in una vera e propria piattaforma Internet delle Cose (IdC), integrata nel patrimonio edilizio commerciale, residenziale e industriale a emissioni zero. Tutti gli edifici stanno diventando altrettanti nodi di una rete intelligente resiliente e a emissioni zero, incorporati in una matrice IdC, per un’Italia verde e smart e non saranno più spazi passivi e isolati ma diventeranno soggetti attivi di condivisione di energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità elettrica e una vasta gamma di altre attività economiche […] con un balzo in avanti verso l’economia circolare a zero emissioni, ecologicamente sostenibile e altamente resiliente della terza rivoluzione industriale». [vi]
Ovviamente ci auguriamo di poter presto vedere decisi ed attuati provvedimenti che rendano l’Italia “verde e smart”. Resta però difficile credere che, dopo secoli di cieca fiducia in un progresso unidirezionale, capace di sanare ogni ferita e di superare ogni limite, i vari decisori si convertano ad una prospettiva socioeconomica che coniughi la lotta a sprechi, inefficienza ed accentramento col perseguimento di un’autentica ‘sostenibilità’ ecologica e del protagonismo dei soggetti attivi. Rifkin ipotizza che tale “audace piano economico per salvare la Terra”, sostenuto dalle stesse logiche del mercato, stimoli e coinvolga i vari governi centrali, in quanto finanziatori di una trasformazione che vedrebbe sempre più fondamentale il ruolo delle regioni e delle comunità locali. Suona però come un paradosso, come quello che attribuisce ai governi nazionali una cooperazione con ‘banche verdi’, allo scopo di disincentivare finanziariamente le fonti fossili e d’incentivare quelle rinnovabili. La preoccupante involuzione politica degli USA ed il proliferare di focolari di conflitto, anche armato, connessi al controllo delle risorse energetiche tradizionali (petrolio e gas) purtroppo non fanno sperare in una rapida ‘conversione’ di un sistema che ha ancora troppi interessi da difendere, ed in cui il mondo della finanza non sembra finora esercitare un positivo impulso in tale direzione. Per citare D’Acunto:
«Arrestare i cambiamenti climatici è l’imperativo categorico che si pone oggi l’umanità[ma] occorre cambiare radicalmente il modello dominante di sviluppo, di economia, di cultura, di società e di organizzazione del potere». [vii]
“Società di servizio energetico” volano di uno sviluppo alternativo?
Da buon eco-economista, d’altronde, Jeremy Rifkin non si affida solo all’ottimistica speranza nel buon senso di politici e finanziatori. Per attuare quella rivoluzione verde, egli infatti fa riferimento anche ad uno strumento concreto per cambiare le cose.
«Vi è… un percorso alternativo che consentirebbe alle partnership tra pubblico e privato per il Green New Deal di prosperare, e annovera già venticinque anni di successi. Il modello di business è la “società di servizi energetici” (ESCO). È un approccio radicalmente nuovo alla conduzione degli affari che si basa su ciò che viene chiamato “contratto di prestazione” per garantire profitti ed è un metodo commerciale che non viene naturale in una logica capitalistica, che rappresenta un vero e proprio ribaltamento delle logiche di mercati basati sulla dicotomia venditore/acquirente, uno dei principi fondamentali alla base del capitalismo».[viii]
Fatto sta
che questo nuovo tipo di business è virtuoso proprio perché non connaturato
con la logica del capitalismo, in quanto ne sconvolge la sostanziale
contrapposizione tra chi vende e chi compra. Non a caso questa inversione di
tendenza era prospettata da chi ha ipotizzato una svolta radicale come la ‘Civiltà
del Sole’, nella consapevolezza che si tratta di demolire una delle basi
che sostengono il modello capitalistico di sviluppo.
«Per la sua intrinseca essenza, il rapporto del capitalismo con la natura e le sue risorse non può che essere di uso privatistico, fino all’aggressivo sfruttamento, finalizzato al profitto e alla crescita del capitale. La natura di fondo di tale rapporto non è affatto cambiata oggi e tocca beni essenziali, patrimonio inalienabile della collettività, quali il mare i litorali, l’acqua e financo lo spazio fisico in cui ci si muove, cioè l’etere!». [ix]
Non è quindi
semplice né scontato riuscire a superare la logica accentratrice, privatistica
e predatoria del nostro attuale sistema economico, sia pure in presenza di una palese
crisi del vecchio modello energetico e di una maggiore consapevolezza dei danni
irreversibili che sta procurando all’umanità ed alla biosfera. È pur vero, d’altronde,
che la sensazione che un cambiamento sia ineluttabile potrà certamente dare
una mano a chi da decenni si batte per uno sviluppo alternativo. Lo stesso
Rifkin sa bene che questo stimolo non basta.
«Ma la “mano invisibile” da sola non ci guiderà nell’Era della Resilienza. Costruire una nuova civiltà ecologica dalle ceneri della civiltà dei fossili richiederà uno sforzo collettivo che deve riunire governo, economia e società civile con un mix di capitali pubblici, di mercato e sociali, per realizzare rapidamente l’infrastruttura della terza rivoluzione industriale a zero emissioni e portare l’umanità in un’era sostenibile».[x]
Risorse energetiche diffuse e pulite come ‘bene comune’ .
Le caratteristiche del modello energetico dominante sono tre: accentramento delle risorse e della rete distributiva, sfruttamento dei giacimenti fossili già disponibili o assicurabili anche a costo di conflitti armati, privatizzazione di tali risorse, controllate da un numero ristretto di multinazionali e, in quanto strategiche, protette dal complesso militare-industriale. Invertire la rotta significa uscire dal circolo vizioso d’una ‘crescita’ illimitata disponendo di risorse energetiche limitate, sfruttate irresponsabilmente, accaparrate imperialisticamente e distribuite capitalisticamente. Cambiare rotta, quindi, significa non soltanto fronteggiare la gravissima emergenza ambientale che minaccia l’intera umanità e lo stesso Pianeta, ma anche fare di questa crisi un’opportunità per aprire un nuovo capitolo nell’evoluzione del rapporto uomo-ambiente. Scriveva Antonio D’Acunto quasi dieci anni fa:
«È…l’ora di un’epocale, radicale inversione del sistema di produzione dell’energia, del suo modello e delle sue fonti […] la transizione al solare…è la sola strada per invertire il surriscaldamento del Pianeta, per attivare un percorso di pace e di solidarietà tra gli uomini e di salvaguardia della biodiversità, per realizzare un’economia e una qualità della vita e del lavoro fondate sulla disponibilità di energia a inquinamento zero e gratuita, per un tempo tanto lungo quanto è la vita stessa del sole». [xi]
Sono
elementi riscontrabili anche nel “Green New Deal” proposto da Rifkin,
che oltre ad una netta riconversione delle fonti energetiche tradizionali a
quelle rinnovabili, prevede una modalità alternativa di produzione e
distribuzione dell’energia, in particolare elettrica, grazie ad un ‘network’
che unisca nuove tecnologie ad una visione interattiva, in cui gli utenti diventino
anche produttori. Quella “rete elettrica intelligente”, gestita digitalmente,
potrà favorire una sorta di democrazia energetica, che è uno dei cardini della
“Civiltà del Sole”.
«Ogni tetto solare, turbina eolica, edificio nodale di Internet of Things, data center periferico, batteria di accumulo, stazione di ricarica, veicolo elettrico, etc. è anche un elemento dell’infrastruttura. A differenza delle infrastrutture della prima e seconda rivoluzione industriale, ingombranti, verticistiche, statiche e non interattive, l’infrastruttura distribuita della Terza Rivoluzione Industriale è, per sua stessa natura, fluida e aperta, e ottiene economie di scala in modo non centralizzato permettendo…a milioni di cittadini di condividere dati, energia, mobilità elettrica, sorveglianza, notizie, conoscenza e intrattenimento, in una “sharing economy” nascente». [xii]
Una
rivoluzione ‘verde’ non riguarda solo la compatibilità ecologica delle scelte
energetiche ma deve prevedere anche una modalità dinamica, decentrata ed
interattiva di produzione/distribuzione di quell’energia da cui, a sua volta,
dipende il modello di sviluppo perseguito. Come abbiamo sempre ribadito noi
della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità[xiii],
questa nuova prospettiva non si limita alla scelta di fonti energetiche pulite
e rinnovabili, ma comporta il passaggio dalla
concentrazione alla capillare diffusione di centri di produzione energetica.
Ciò significa passare da uno sviluppo accentrato ed energivoro al risparmio
energetico e ad un’ottimizzazione delle risorse e dello spazio fisico, usando
razionalmente acque e suolo, nel rispetto della biodiversità. Altri punti del ‘decalogo’ della RCCCSB
prevedono poi che si passi progressivamente:
«Dal consumismo alla capacità rigenerativa della materia, alla sinergia ed alla simbiosi; dalla produzione come sfruttamento ad un’economia ecologica, equa e solidale; dalla dipendenza economica ed energetica ad una rete comune di scambio reciproco; dal ricatto dei potentati finanziari e militari all’autonomia di un’economia decentrata; dall’omologazione e dalla monocultura alla civiltà del sole e della biodiversità». [xiv]
Chi frena il cambiamento del modello di
sviluppo?
Tale processo, ripeto, non è semplice né scontato. Le resistenze del sistema di potere e le incertezze del mondo imprenditoriale frenano la realizzazione d’una società in cui prevalga una logica comunitaria, essendo riferita a comunità capaci di autogestirsi ed ispirata dai principi di condivisione e di equità sociale. rinunciare al controllo delle risorse energetiche infliggerebbe un durissimo colpo al sistema capitalista, alla fitta rete d’interessi che esso comporta ed al complesso militare-industriale che strenuamente li difende. Il quadro geopolitico attuale non induce a grandi speranze e mostra invece preoccupanti tendenze autoritarie, centralistiche ed ispirate da rozzi criteri mercantili. Il primo passaggio verso una società decentrata ed autogestionaria sarebbe il trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni. Ma da noi il regionalismo o non è stato realizzato, oppure ha assunto le allarmanti connotazioni di un secessionismo egoistico ed arrogante. Anche il contrasto alla globalizzazione ha talvolta generato esiti politici deteriori, come un populismo ed un sovranismo marcatamente destrorsi. Più che sulle regioni – per qualcuno detentrici di un’autonomia non meno centralistica di quella degli stati – bisognerebbe puntare sulla dimensione comunale, per valorizzare le risorse territoriali e rendere ogni comunità locale quanto più autosufficiente è possibile, ma non per questo chiusa ed incapace di condivisione e scambio con le altre.
«Il passaggio dalla globalizzazione alla glocalizzazione sta trasferendo la responsabilità per il funzionamento dell’economia e gli affari dallo stato nazionale alle regioni. “Regional power” sarà il grido di battaglia nell’era glocal. Ogni regione e comune in Italia, e in ogni località in tutto il mondo, può essere relativamente autosufficiente nella sua generazione di energia verde e capacità di resilienza. Il sole splende ovunque e il vento soffia ovunque…».[xv]
Il “glocalismo” – oltre ad agevolare lo
sviluppo di soluzioni energetiche rispondenti a veri bisogni energetici e non
controllate da lobbies multinazionali – sarebbe un efficace antidoto al
crescente controllo militare del territorio, disincentivando logiche imperialiste
e belliciste. Anche su questo aspetto mi sembra evidente la consonanza della
proposta di Rifkin con la prospettiva ecopacifista che, purtroppo, spesso non è
presa in considerazione sia dal movimento ambientalista ufficiale, sia nelle
recenti mobilitazioni giovanili che denunciano l’insufficienza delle azioni di
contrasto ai cambiamenti climatici.
«La glocalizzazione comporta anche un cambio di paradigma dalla “Geopolitica” – e la conseguente massiccia operazione di militarizzazione delle attività energetiche che è stata la cifra dell’economia basata sulle risorse fossili in un mondo diviso dai confini nazionali – a quella “Politica della Biosfera” comportante la condivisione di energia rinnovabile in una “civiltà ecologica” che i confini non li crea ma anzi li abolisce…». [xvi]
Green Power come alternativa globale e non solo ecologica.
Non è un
caso che, in lingua inglese, la parola “power” si possa tradurre sia con
“energia”, sia con “potere”. Dal modello
energetico adottato dipende infatti quello economico e politico, come
dimostrano le grandi rivoluzioni del passato, da sempre legate ad un nuovo modo
di produrre e distribuire energia. Per citare D’Acunto:
«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi!» [xvii]
Tutto ciò
comporta la mobilitazione dei soggetti, delle comunità, degli scienziati, delle
realtà imprenditoriali e di tutti coloro che possono realizzare una transizione
niente affatto semplice e, per di più, che va attuata in un lasso di tempo limitato.
La ‘Civiltà del Sole’ non è una mera utopia da contrapporre alle distopie di una
‘crescita’ antiecologica, iniqua, energivora e foriera di catastrofi prossime
venture. Si tratta di una prospettiva da coltivare, diffondere ed applicare qui
e ora, sperimentando tecnologie innovative e nuove modalità di programmazione
produzione e distribuzione dell’energia, non solo elettrica. La situazione
attuale in Italia però è meno rosea (o meglio, ‘verde’…) di quanto vorrebbero
farci credere. Nel 2018, riferiscono i media, la produzione da fonti
rinnovabili è cresciuta quasi di un decimo, raggiungendo il 35%. Ma quel 9,8%
di aumento delle fonti rinnovabili è un dato che va ulteriormente analizzato,
visto che ciò è avvenuto grazie al contributo dell’idroelettrico, mentre
l’apporto del ‘solare’ non supera il 6%. Anzi, la percentuale di fotovoltaico
ed eolico insieme sarebbe addirittura calata dell’1,4% rispetto al 2017.
Facciamo attenzione soprattutto al fatto che quel già gracile 6% del ‘solare’
si riferisce comunque alla sola produzione di energia elettrica, che a sua
volta rappresenta solo il 40% circa del totale dell’energia prodotta. La
rivoluzione ‘solare’, quindi, da noi partirebbe da una striminzita quota che
non supera il 2,4% dell’ammontare energetico italiano. Questo non c’impedisce
di continuare a batterci per un cambiamento ormai indispensabile, avviando fin
da subito una vera transizione, senza se e senza ma. Per citare
ancora Rifkin:
«L’infrastruttura della Terza Rivoluzione Industriale può probabilmente essere costruita in meno di venti anni, una sola generazione, approfittando delle infrastrutture delle due rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta e che sono ancora parzialmente in atto, per accelerare la transizione […] Il ‘Green New Deal’ è il primo appello a un nuovo tipo di movimento politico tra pari e alla governance comune che può autorizzare intere comunità a prendere direttamente il controllo del proprio futuro in un momento molto oscuro della storia della vita sulla Terra». [xviii]
La ‘Civiltà del Sole’ va esattamente nella stessa direzione e richiede da tutti noi – ciascuno al proprio livello – un impegno coerente e concreto per erodere le basi violente e predatorie di uno sviluppo senza limiti né remore, e per costruire insieme una società alternativa, rispettosa degli equilibri ecologici ma anche più giusta pacifica e solidale.
[xi]
D’Acunto, “La Civiltà del Sole”, in op. cit. (2010), p. 196
[xii]
Rifkin, “Un green new deal per l’Italia che sorge dalle ceneri”, cit.
[xiii] Organizzazione fondata da Antonio D’Acunto,
per garantire l’attuazione della leggere regionale d’iniziativa popolare dal
titolo: ”Cultura e diffusione dell’energia solare”, approvata all’unanimità dal
Consiglio Regionale della Campania come L.R.n.
1/2013. In questi sei anni tale norma è stata prima emendata, poi
totalmente disattesa e boicottata, per cui continua l’impegno della RCCSB per
diffonderne la conoscenza e stimolarne l’applicazione.
Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.
Al netto sia dei persistenti ed assurdi
negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad
ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un
ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che
questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o
narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose
riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale
per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa
socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più
massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e
senza remore.
Eppure – come mi è già capitato di dire
e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una
visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro
cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative
drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di
una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un
ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi
esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma
soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di
riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli
climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta
da parte del complesso militare-industriale.
Mi rendo perfettamente conto che è più semplice
fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche
oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di
allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non
si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole
impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo
di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare
le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico,
invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente
così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da
attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente
steso un complice velo di omertà.
«Le
attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale
vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle
risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono
evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane,
mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari,
nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche
in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e
l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle
conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine,
risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e
derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]
Licenza di uccidere persone e territorio?
Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)
I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.
«Lo
scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno
sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di
battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è
quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più
grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le
armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente
che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a
tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]
La
moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre
ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può
e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti
giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità
d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla
devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare
le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il
sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche
quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto
sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e
sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare,
sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti.
Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo
avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento
economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui
mistificazione mi ero già soffermato criticamente.
«La
triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito
dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della
guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora
davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di
ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si
esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita
a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed
a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]
Basi
militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di
non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza
ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e
nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di
Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi
d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze
sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il
peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la
Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed
emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue
basi, poligoni ed aeroporti.
L’orco militarista: energivoro e tossico
Videogioco (God of War)
Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.
«Il
progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500
per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole
parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il
governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un
colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse
[…] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi
l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse
un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti
nel quadrante nord della stessa».[v]
Ma
la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile
al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico
globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq
(2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di
gas serra (CO2 equivalente) [vi]
e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo
egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri
ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere,
oleodotti e gasdotti.
«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii]
La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]
Guerra al clima in un clima di guerra
Fonte: il manifesto (29.11.2018)
Elena Camino nel suo saggio ci spiega
che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra
come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che
non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e
sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del
modello di sviluppo.
«… un processo sistemico che cattura,
trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di
energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali
inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]
Come scrivevo in un precedente articolo:
«La demistificazione che Ben Cramer –
il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che
presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche
alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa
verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad
arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna
non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto
“disinquinare smilitarizzando”». [xii]
Non si tratta di fare i conti in tasca
solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia,
Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati
del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a
guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello
stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per
esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di
tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della
Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese
importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]
La scomoda verità è che – per citare il titolo
di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti
del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente
trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il
militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di
emissioni e di degrado ecologico.
«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]
Che fare? La prima cosa è denunciare,
demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla
salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che
larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento
climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso
militare-industriale. Ecco perché:
«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».
Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.
Note
[i] Daniele
Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento
strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di
Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università
degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142
[ii] Gordon
Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati
Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154
[xii] Ermete
Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben
Cramer, Guerre et Paix…et Ecologie – Les risques de la militarisation
durable, éd. Yves Michel, 2014
[xiii]
Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World
Military Expenditure,
[xiv]
Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely
neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and
Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90