Alfabeto ecopacifista (D-E-F)

D COME…DECENTRAMENTO

Da sempre, il problema principale da affrontare – per chi intenda cambiare gli equilibri politici a tutti i livelli, ma ancor più per chi voglia partire ‘dal basso’ – è quello del potere. La nostra società e le nostre istituzioni si definiscono infatti ‘democratiche’, rifacendosi al classico concetto di ‘potere del popolo’, però troppo spesso il potere è esercitato ‘per’ il popolo, solo teoricamente in suo nome, senza restituirlo davvero ‘al’ popolo. Mai come in questi ultimi decenni, poi, i timidi tentativi di democratizzare davvero le nostre istituzioni, portando l’esercizio della decisionalità a livelli più prossimi alla base popolare, sono stati sommersi dalla crescente tendenza centralistica e verticistica di una politica sempre più autoreferenziale, personalistica e professionistica. In effetti, ormai non si parla quasi più non solo di ‘democrazia diretta’ o di ‘socialismo autogestionario’, ma neanche di puro e semplice decentramento del potere, di devoluzione delle scelte a livelli più vicini alle comunità che in tal modo finiscono con l’esserne solo l’oggetto, il terminale, e non certo il soggetto attivo e responsabile.In una realtà politica che sta tornando maledettamente piramidale, dominata dai potentati economici e guidata da quelli tecnocratici, il ‘medioevo prossimo venturo’ (per prendere in prestito il titolo d’un noto libro di Roberto Vacca), gli enti locali appaiono sempre meno importanti e, a loro volta, stanno dando sempre meno importanza al decentramento amministrativo, pur contemplandolo nei propri statuti. In una società dove il vertice punta pericolosamente alla ‘one man leadership’ e dove le cariche intermedie stanno avvicinandosi al ruolo di fedeli vassalli del ‘principe’, si ha sempre più la sensazione che la contrapposizione fra governo centrale e autonomie territoriali assomigli più alla ribellione di feudatari in cerca di potere e risorse che alla rivendicazione di un’autonomia fondata sul principio della restituzione alle comunità della loro capacità di autodeterminarsi.Ritornando al livello comunale, con rare eccezioni, il decentramento amministrativo appare sempre più un concetto solo teorico. Si dice che le persone non partecipano, che non s’interessano alla ‘cosa pubblica’, che preferiscono protestare piuttosto che impegnarsi in prima persona. Ma la verità è che la pseudo- democrazia degli attuali ‘parlamentini’ municipali non ha molto a che fare con la democrazia partecipativa, col controllo popolare e col protagonismo civico. Si tratta troppo spesso di scatole piuttosto vuote, inserite ad incastro dentro la scatola comunale, e delle quali la cosiddetta ‘elezione diretta’ dei presidenti ha finito con l’omologare opportunamente gli equilibri politici, in modo da non disturbare troppo i manovratori. Eppure la parola ‘municipio’ deriva dal latino ‘munia capere’, cioè assumersi i doveri, gli impegni e le responsabilità della ‘civitas’. Il decentramento amministrativo nel Comune di Napoli – varato nel 2005 dopo l’esperienza delle ‘circoscrizioni’ – è regolato da un atto che, all’art. 1 così recita: “2. Le Municipalità sono soggetti titolari di ampie ed accentuate forme di decentramento di funzioni e di autonomia organizzativa e funzionale e realizzano un’effettiva e democratica partecipazione popolare alla gestione amministrativa della Città da parte della comunità locale. 3. Le Municipalità, quali organismi di governo del territorio, di esercizio delle competenze ad esse attribuite dallo Statuto, di consultazione e di partecipazione, costituiscono espressione dell’autonomia comunale nei limiti fissati dalla legge, dallo Statuto e dal presente Regolamento. 4. Le Municipalità, a norma dello Statuto, hanno un proprio ordinamento dei servizi e degli uffici approvato dalla Giunta comunale nel rispetto dei criteri generali stabiliti dal Consiglio Comunale per l’ordinamento del Comune e nei limiti delle risorse umane assegnate”. (Comune di Napoli, Regolamento delle Municipalità, adottato con Del. Consiglio Comunale n. 68/2005). Le parole-chiave emergenti sono: ‘autonomia’, ‘partecipazione popolare’ e ‘governo del territorio’. Dopo 16 anni di questo decentramento ‘municipale’ a Napoli, però, tanti cittadini stanno ancora chiedendosi quanto siano autonomi i parlamentini locali, quale partecipazione abbiano effettivamente suscitato e di quale ‘governo del territorio’ si siano finora rese protagoniste… Certo, lo Statuto attribuisce alle Municipalità determinate ‘competenze’, però il loro esercizio effettivo resta comunque condizionato dalle risorse (economiche ed umane) loro riservate, che sembrano più che altro sufficienti alla loro esistenza ed a pochi interventi territoriali, nella cui gestione ovviamente entrano in ballo gli ‘uffici comunali’ e le loro priorità. Eppure le circoscrizioni/municipalità potevano diventare un reale esempio di esercizio decentrato e dell’amministrazione comunale, un’antenna capace di percepire i bisogni delle comunità locali e di rispondervi in modo più adeguato, diretto e partecipato. Avrebbero potuto essere delle occasioni di progettazione collettiva e dal basso, di controllo popolare e di trasparenza degli atti amministrativi, luoghi di socialità diffusa e di confronto e sintesi fra interessi differenti. Non organismi dove giocare alla politica, in attese di riuscire ad occupare un posto a livello comunale, magari scoprendo che anche lì si discute sempre meno e si decide ben poco. Un grande filosofo e teorico italiano della Nonviolenza attiva, Aldo Capitini, già negli anni ’60 del secolo scorso aveva teorizzato il concetto di ‘omnicrazia’, cioè il ‘potere di tutti’, il potere condiviso e dal basso da contrapporre alla finta democrazia di chi si dichiara interprete del ‘popolo’ senza neppure interpellarlo e renderlo partecipe. «L’opposto dell’assemblea è la tecnocrazia. L’obbiezione piú frequente che viene fatta ai sostenitori della democrazia diretta è che le condizioni attuali della civiltà e i compiti che stanno davanti ai dirigenti delle comunità umane sono tali che esse richiedono un potere non condiviso, disperso, ignorante, ma concentrato e competente. Se vogliamo, si dice, che l’insieme abbastanza complesso della società attuale funzioni, dobbiamo affidarci ai tecnici, cioè a persone che siano capaci di guidare tale funzionamento. È evidente che il potere dei competenti o tecnici va condizionato. […] Lo scopo è, dunque, di contenere le pretese dei tecnici, soprattutto impedendo che essi diventino burocrati e accrescano all’infinito il loro potere. […] Forse ha preso la mano il criterio dell’efficienza, e non sono state considerate abbastanza le conseguenze dell’abbandono del controllo sui tecnici e i burocrati. Le società attuali sentono sempre meno l’obbligo di tenere un conto adeguato dei due elementi, che trasformano la democrazia in omnicrazia: le assemblee e l’opinione pubblica». (Aldo Capitini, Attraverso due terzi del secolo. Omnicrazia: il potere di tutti (pp.84-86) > https://www.fondowalterbinni.it/…/Attraverso-due-terzi… .Ecco, perché le elezioni amministrative non siano uno stanco rituale che conferma uno scenario tecnocratico e politicante, bisogna rimettere tra le priorità politiche quella di un autentico decentramento e formare persone che entrino in quei ‘parlamentini’ con spirito critico, autonomia di giudizio e voglia di farli diventare un reale momento di partecipazione. In nome della nonviolenta ‘omnicrazia’ capitiniana e/o di quel ‘potere al popolo’ che dovrebbe essere il marchio di una sinistra degna di questo nome.

E COME …ELETTROSMOG

Evidentemente, dai ‘radar’ della nostra informazione (giornalistica, radio-televisiva e genericamente mediatica) è da parecchio tempo sparito ogni riferimento ai problemi e le criticità riguardanti il c.d. ‘elettrosmog’, termine improprio ma efficace per indicare l’inquinamento elettromagnetico. Eppure si tratta di una questione molto importante, di interesse collettivo e quanto mai attuale, soprattutto in una fase in cui ‘digitalizzazione’ è diventata la parola-chiave (o meglio, una sorta di comodo passepartout) da accostare a qualunque progetto, si tratti di scuola, di pubblica amministrazione, di intrattenimento televisivo oppure di modernizzazione dei sistemi produttivi. Tutto, insomma, sembra orbitare intorno al nuovo ‘sol dell’avvenire’ della digitalizzazione, presentata come ovvia ed immancabile soluzione ad ogni problema della società, sorvolando opportunamente sul fatto che, a sua volta, comporta seri problemi di ordine ambientale e sanitario. Ma, a quanto pare, non bisogna parlarne se non si vuol essere considerati degli inguaribili passatisti, dei fastidiosi contestatori del progresso tecnologico, per non parlare poi di altri epiteti riservati a chi si permette di obiettare a queste granitiche certezze, tipo ‘complottista’o peggio. Eppure – mentre i nostri tiggì e giornaloni ci ammannivano la quotidiana dose di informazioni non richieste sull’andamento dei contagi da covid – ben pochi hanno ritenuto opportuno informare gli italiani che, a vent’anni dalla legge quadro, qualcuno in Parlamento (il gruppo di ‘Italia Viva’, giusto per precisare…) ha provato ad alterare profondamente la cornice normativa relativa ai limiti di esposizione alle radiofrequenze, con emendamenti presentati per alzare i limiti previsti «Verso metà luglio 2021, in sede di conversione del decreto legge sulla cosiddetta governance da semplificare per il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è stato proposto di alzare uno dei limiti da 6 a 61 volt per metro (parliamo delle radiofrequenze), sorprendente visto che 6 volt per metro era stato introdotto già prima della legge quadro (in un atto del 1998 che sollecitò di fatto la stessa normativa generale) e solo ribadito dopo. […] Si tratta dell’esposizione della popolazione ai campi connessi al funzionamento e all’esercizio dei sistemi fissi delle telecomunicazioni e radiotelevisivi operanti nell’intervallo di frequenza compreso tra 100 kHz e 300 GHz: gli impianti fissi di telefonia mobile, quelli per la generazione e trasmissione dei segnali radio e tv, inclusi i ponti radio, quelli di comunicazione satellitare….» (Valerio Calzolaio, “Torna attuale la legge italiana sull’inquinamento elettromagnetico”> https://ilbolive.unipd.it/…/torna-attuale-legge… ). La polarizzazione su tale questione – per di più utilizzando surrettiziamente un voto alla Camera come grimaldello per scardinare quel minimo di garanzie esistenti in materia – è indice della compiacenza di gran parte del nostro universo politico verso i grandi operatori privati, che dalla tanto sbandierata ‘rivoluzione digitale’ cercano di ricavare il massimo del profitto, alla faccia del principio di precauzione, della salute della gente e delle ‘fissazioni’ degli ambientalisti e dei medici per l’ambiente. Nell’articolo citato, il prof. Calzolari auspica che: «… riprenda un percorso trasparente e partecipato, consapevole che le nuove tecnologie sono risorse da usare, ciascuno e tutti, con cognizione di causa, anche attraverso ponderati scientifici studi di carattere previsionale che mettano a confronto benefici e criticità, ovvero le ricadute ambientali, epidemiologiche e sociali». Ma, purtroppo, è evidente che su questa materia non c’è uno straccio di trasparenza, per non parlare della consapevolezza e della partecipazione dei cittadini, trattati solo come ‘consumatori’ compulsivi di smartphone, tablet e computer. L’impronta ‘digitale’ degli italiani, infatti, sembra stare a cuore dei nostri amministratori pubblici molto più di quella ecologica, alla cui ormai palese insostenibilità rispondono con un opportunistico e ridicolo ‘green-washing’ d’occasione. Ma cosa c’entra questa vicenda con le amministrative e con Napoli? Ormai da decenni gli ambientalisti si battono per far rispettare i limiti già discutibili fissati per legge e le compatibilità con civili abitazioni, scuole e strutture sanitarie, ma soprattutto perché i Comuni si dotino finalmente di un vero strumento di pianificazione degli impianti (in particolare antenne per radiofrequenza) già installati e programmati, rendendo trasparenti i processi autorizzativi e soprattutto le risultanza dei monitoraggi dell’inquinamento elettromagnetico in area urbana. Forse non l’hanno fatto in modo abbastanza efficace e convinto, ma è innegabile che su questo problema non c’è un vero dibattito e gli stessi cittadini si mobilitano solamente quando si vedono spuntare come un fungo una mega-antenna sul terrazzo di casa.A metà luglio, varie organizzazioni di medici e di ambientalisti hanno inviato una lettera-appello a Mattarella e a Draghi, nella quale esprimevano il loro allarme per la proposta di I.V. citata, ma anche per altri analoghi tentativi di scardinare le garanzie di legge in materia. «Inoltre, i gruppi politici Pd, Fratelli d’Italia, Forza Italia propongono emendamenti al piano antenne con il proposito di abolire i vincoli paesaggistici e di impedire agli enti locali la tutela di luoghi sensibili (scuole, parchi gioco, luoghi di cura). La finalità è spianare la strada all’implementazione del 5G che incrementerà enormemente l’irradiazione della popolazione esponendola a numerosi rischi sanitari…». (Val. Murr. “Innalzamento dell’esposizione alle radiofrequenze: l’appello ora anche ai parlamentari” > https://www.lecceprima.it/…/associazioni-scrivono… ). A Napoli, purtroppo, la situazione non è per niente rosea. Poco più di un anno fa, ad esempio, si è registrata la vittoria dei comitati di cittadini di Cavalleggeri Aosta in lotta contro l’installazione di antenne 5G sui piloni della Mostra d’Oltremare. Ma si tratta di episodi estremamente frequenti, cui non tutti sanno o possono opporsi con risolutezza e col giusto apporto tecnico e legale. Ecco perché – proprio quando si parla di programmi elettorali per una Napoli più vivibile ed ecosostenibile, sarebbe indispensabile ritornare a discutere di inquinamento elettromagnetico, restituendo al Comune la sua funzione di pianificatore – urbanistico e socio-ambientale – di questo genere d’ impianti e di controllore degli abusi. C’è chi da anni pratica e predica l’antenna selvaggia come simbolo del progresso tecnologico, magari in nome della democratizzazione informatica e, laqualunquemente, dello slogan ‘più onde per tutti’… Le antenne per la telefonia mobile sono diventate ormai un elemento fisso del panorama di Napoli, sbucando perfino dai campanili delle chiese e da ville settecentesche. Già un anno e mezzo fa i comitati napolitani contro i ripetitori si erano mobilitati e numerose interrogazioni erano state presentate anche all’Amministrazione comunale, denunciando che si era già arrivati a contare oltre 900 antenne e microcelle, sul cui regolare monitoraggio era lecito dubitare. Il fatto che le onde elettromagnetiche non si vedono, mentre l’inquinamento da smog e polveri sottili è ovviamente più evidente ed innegabile, non è una buona ragione per lasciarsi friggere il cervello, solo per essere più ‘smart’ e ‘moderni’. Un programma ecologista per la nostra Città dovrà tenerne conto.

F COME… FUNICOLARI

Forse la nostra Città, racchiusa fra l’area litoranea e la fascia collinare, non poteva avere immagine migliore, come sistema di trasporti pubblici e collettivi, dei suoi caratteristici trenini a fune. Non era neanche iniziato il XX secolo, infatti, quando Napoli aggiunse ai suoi tanti primati anche quello della prima funicolare. Nel 1889 fu inaugurata quella di Chiaia: poco più di mezzo chilometro per collegare linearmente e velocemente piazza Amedeo con via Cimarosa, nel nuovo rione Vomero, appena edificato grazie ai finanziamenti della Banca Tiberina. Seguì nel 1891 la funicolare di Montesanto, che superava un dislivello di 160 metri, unendo la zona alta del nuovo quartiere ‘borghese’ con l’antico rione popolare della Pignasecca. Dopo 37 anni, nel 1928, fu la volta di quella che non a caso fu chiamata ‘Centrale’, dal momento che dal Vomero si poteva facilmente raggiungere il cuore storico di Napoli, cioè via Toledo, con un percorso lungo 1270 metri. L’ultima funicolare, quella tra via Manzoni e Mergellina, fu costruita nel 1931 superando una pendenza del 46%, per assecondare lo sviluppo abitativo dell’area collinare di Posillipo. Quella storica ed originale rete ferroviaria urbana, nata per connettere l’ex collina verde ‘dei broccoli’, trasformata in lussuoso quartiere residenziale, con la brulicante realtà cittadina di “giù Napoli”, fu simbolo d’un modello di sviluppo urbanistico predatorio e classista, ma anche di un’efficienza ingegneristica di cui si sono perse le tracce. Se infatti paragoniamo la storia delle quattro funicolari collinari con la travagliata storia della nuova linea metropolitana (che si aggiunse nel 1925 a quella storica, primo esempio italiano di ‘metrò’ cittadino), è difficile non coglierne la differenza. Dopo i primi tentativi già dalla metà degli anni ’70, il primo tratto (Vanvitelli-Colli Aminei) della linea 1 della nostra nuova metropolitana vide la luce solo nel 1993, seguito due anni dopo dal quello che raggiungeva Piscinola. Solo nel nuovo secolo (2001) si raggiunse il centro storico, con le fermate S. Rosa, Materdei e Dante, ma ci volle un altro ventennio (2011-13) per aggiungere al percorso metropolitano le stazioni di Toledo, Università e Garibaldi. La conformazione geologica di Napoli, l’edificazione selvaggia ed i vincoli storici ed archeologici hanno ovviamente complicato e rallentato molto la corsa del nostro trenino giallo, che – dopo 20 anni di lavori – ha finalmente inaugurato la fermata ‘Duomo’. La pur lodevole tendenza a fare delle sue fermate una specie di museo aperto, d’altro canto, ha risucchiato moltissime risorse, esaltando sì l’aspetto estetico della nostra metropolitana, ma mettendo in secondo piano la sua efficienza come mezzo rapido e regolare di trasporto collettivo urbano. Superata la logica ‘ascensionale’ delle vecchie funicolari (icone di uno sviluppo verso l’alto, naturalmente arrestatosi con l’affollamento dell’area collinare), la linea metropolitana di Napoli ha puntato quindi sulla logica ‘immersiva’ dello scavo continuo in una città porosa, fragile e storicamente stratificata, riportando l’attenzione verso periferie urbane marginalizzate (Scampia, Piscinola) ed i poli ferroviario, portuale e prossimamente aeroportuale. Tutto questo, però, non impediva affatto di perseguire anche l’obiettivo di una maggiore efficienza trasportistica, tanto più necessaria quanto più convulsa, lenta ed inquinante è stata e resta a Napoli la mobilità di superficie, pubblica e privata. Per combattere la tendenza soffocante e paralizzante a quella ‘autocrazia’ di cui parlavo nel primo articolo del mio alfabetiere programmatico per Napoli, questa ‘cura di ferro’ sarebbe stata particolarmente utile, a patto di costituire una reale e valida alternativa alla congestione del traffico automobilistico, che è stato solo deviato verso altri percorsi, senza contrastarlo davvero. Ecco perché le ricorrenti chiusure delle funicolari – talvolta non programmate – e le estenuanti attese alle fermate di quella che avrebbe dovuto diventare una linea di collegamento veloce intra-cittadina – non hanno certo aiutato i cittadini ad intraprendere l’auspicabile rivoluzione ‘verde’ di una mobilità collettiva ed ecosostenibile. Ebbene, un’amministrazione comunale che non voglia rinunciare a questo obiettivo dovrà, simbolicamente parlando, utilizzare tutte le ‘funi’ che possano sollevare dalla sua lunga crisi il trasporto pubblico, riducendo drasticamente l’inquinante e rumoroso traffico di superficie e proseguendo nella pedonalizzazione di vaste aree cittadine. E questo non per trasformarle in meri attrattori turistici e/o commerciali, ma per valorizzarne davvero le risorse, per rendere più vivibili i quartieri e restituirli alla comunità residente.

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