Alice l’obiettrice ed il Cappellano Maddi

ALICE L’OBIETTRICE

Alice, per protestare contro la sfilata militare organizzata dal sindaco in occasione del quattro novembre, si era arrampicata su un grosso albero del viale, dall’alto del quale sventolava la bandiera iridata della pace.

«Abbasso le forze armate! – strillava, suscitando il mormorio di disapprovazione dei compaesani, che alzavano il naso verso la sua direzione – Non c’è proprio niente da festeggiare in una guerra che ha fatto milioni di morti!»

Del resto, i compaesani conoscevano bene le sue idee ribelli. Era risaputo che a scuola era la prima quando si trattava di proteste ambientaliste o di iniziative pacifiste. Non era certo un caso se l’avevano soprannominata ‘Alice l’obiettrice’. Era noto a quasi tutti che, dopo la morte del suo caro papà – un operaio antimilitarista che ai suoi tempi era stato obiettore e aveva prestato servizio civile nel paese vicino – quella ragazzina si era messa a contestare non solo i conflitti bellici, sui quali si era documentata a scuola e in biblioteca, ma anche la struttura militare ed il mercato delle armi.

«Piantala, Alice! Sei ridicola e fastidiosa!» la sgridò dalla strada don Pino, l’anziano parroco che, oltre che al catechismo, si era trovato come insegnante di religione alle medie e col quale le era capitato di discutere animatamente, senza però scalfire il tradizionalismo patriottico del prete. Don Pino allora si arrabbiava, la chiamava “testona”, le diceva che era una bambina arrogante, che avrebbe dovuto solo tacere su cose che non era in grado di capire e che, insomma, doveva smetterla di comportarsi da maschiaccio ribelle.

Quando Alice si accorse che tra i ‘veci’ della delegazione degli alpini in congedo c’era anche il prete, che tutto impettito trinciava il segno della benedizione rivolto ai suoi parrocchiani, la ragazza s’indispettì ancor di più e continuò a strillare slogan dall’alto del ramo, agitando la bandiera multicolore. Ma nella foga perse l’equilibrio e rovinò giù con un grido strozzato, finendo fortunatamente su un grosso mucchio di foglie ingiallite, che Giovanni lo spazzino aveva accantonato lungo il marciapiedi.

L’impatto col suolo, pur se attutito dalla coltre vegetale, non fu per niente leggero. La ragazza rimase a terra priva di sensi, cogli occhi semiaperti, mentre s’interrompevano bruscamente le note della banda e intorno a lei la gente iniziava ad assieparsi preoccupata.

Quando aprì gli occhi si accorse di trovarsi in un prato, sotto un grande albero fronzuto.

«Ahi, la mia testa! – si lamentò Alice, sollevando a fatica le spalle dal terreno umido – dove sono…?»

Non sentiva più suonare la banda e nemmeno le voci dei paesani, solo cinguettii degli uccellini. In lontananza, però, avvertiva delle voci smorzate.  Alice si alzò pianino, ancora stordita, si scosse l’erba e le foglie secche dai jeans e dal giubbotto e si guardò intorno. La vista era ancora un po’ annebbiata, ma sotto una quercia non lontana le sembrò di scorgere l’origine di quel sommesso vocìo.

Lì, infatti, era stato sistemato un rozzo tavolo da osteria, intorno al quale scorgeva tre persone che discutevano, alternando toni alti e bassi. Superato il capogiro iniziale, la ragazza smise di massaggiarsi la spalla e cominciò ad avvicinarsi, barcollando, a quel gruppetto, chiedendosi preoccupata che fine avevano fatto il paese e la sua gente.

A capo del tavolo, ricoperto da una tovaglia a quadretti bianchi e rosa piuttosto sporca, sedeva un tipo alto, con un soprabito nero ed un grosso cappello da alpino poggiato sulla testa, notevolmente riccioluta. Ai due lati sedevano due strani compagni, che Alice stentò inizialmente a riconoscere come persone, visto che più che altro sembravano buffi animali vestiti da uomini. Il primo era un tipetto agitato, con le orecchie un po’ troppo lunghe che spuntavano da un berretto scozzese e con un notevole paio d’incisivi superiori, che lo facevano assomigliare ad un coniglio. Il secondo era un ometto basso e grassoccio, che indossava una vecchia pelliccetta marrone ed esibiva, stampata sul viso, un’espressione ebete e sonnolenta.

«Questa scena mi ricorda vagamente qualcosa che ho già visto da qualche parte – rifletté Alice, raddrizzandosi e cercando di non zoppicare, in modo da non dare subito una brutta impressione – eppure non riesco proprio a capire che cosa».

«Guarda un po’! – se ne uscì all’improvviso l’uomo col cappotto nero ed il cappello piumato, girandosi verso di lei – si direbbe che abbiamo ospiti».«Salve! – disse impacciata Alice – Mi dispiace d’interrompervi, ma credo di essermi persa».

«Non ha importanza, figliola mia – rispose l’altro con sussiego – l’importante è che, pecorella o bambina che tu sia, dopo esserti smarrita, alla fine tu ti sia ritrovata».

«Già… – bofonchiò confusa la ragazza, non afferrando il senso di quelle parole – credo…di sì…ma…non capisco dove mi trovo».

«Io invece non capisco cosa sei venuta a fare qui – intervenne, contrariato, il tizio con le orecchie lunghe – non hai visto che siamo occupati e stiamo discutendo fra adulti…?».

«Beh, non l’ho mica fatto apposta! – replicò Alice, urtata da quell’intervento piuttosto antipatico – ricordo solo che sono caduta e …e in ogni caso non c’è bisogno di essere scortesi, mi sembra!»

«Ma vieni, piccola mia – intervenne conciliante il più autorevole del gruppetto – non far caso al mio amico: è un po’ brontolone ma non è cattivo…Dico bene, Marzio…?»

Al suo sguardo tagliente, questi abbassò la testa e diede un morso rabbioso ad un biscotto, coi lunghi incisivi sporgenti dal labbro leporino.

«Vieni, accomodati pure – ripeté il capo, voltandosi alla sua sinistra – sempre che l’amico Ghirotti non abbia niente in contrario…»

L’interpellato si limitò ad alzare le spalle e ad emettere un mugolio imbarazzato, tuffando nella tazza fumante il grosso naso, tirandolo fuori coperto di schiuma lattiginosa.

Alice, frastornata, si sedette al capo libero del tavolo, ringraziando educatamente per l’invito, come le aveva sempre insegnato la mamma, la quale però – a ben pensarci – le aveva insegnato anche a non accettare inviti dagli sconosciuti.

La ragazza restò per un po’ a guardare in silenzio lo strano terzetto, sforzandosi di ricordare se e quando li avesse già intravisti.

«Oggi è una bella giornata, però i tuoi pantaloni sono piuttosto sporchi – riprese all’improvviso il tipo col cappotto nero – avresti potuto renderti un po’ più presentabile, non ti pare?»

A questo punto Alice non riuscì a trattenersi: «Che razza di domanda sarebbe questa? Vi ho già detto che sono caduta e che non so neanche dove mi trovo, ma voi…lei se ne esce col fatto che i miei jeans sono sporchi…che poi, se vogliamo, è un’osservazione piuttosto personale, e non credo che…»

IL CAPPELLANO MADDI

«Calma, calma! L’ira è il sesto ma non il meno grave dei peccati capitali…– l’interruppe l’altro – non c’è bisogno di dare i numeri per una semplice considerazione!… Comunque è meglio se cominciamo daccapo, con le dovute presentazioni. Orbene, io sono don Maddi, cappellano della caserma a dieci chilometri da qui. Tu, carina, puoi chiamarmi Cappellano Capo Maddi oppure ‘reverendo’. L’amico alla mia destra, un po’ scorbutico, è il signor Marzio, che ha un allevamento di polli e conigli. Alla mia sinistra c’è il signor Ghirotti, una simpatica persona quando è…insomma, quando non beve…»

«Ma a me sembra che sta bevendo solo un cappuccino…» disse impulsivamente Alice, rendendosi subito conto che era meglio se restava zitta.

«Non è molto educato da parte tua introdurti in una conversazione privata – sentenziò seccato il Cappellano Maddi, mentre il Ghirotti emetteva un lieve grugnito – E inoltre… e inoltre, cara ragazza, sappi che non dovresti mai fidarti delle apparenze, anche quando si tratta di una tazza con dentro qualcosa… In ogni caso, tu non ci hai ancora detto chi sei e come ti chiami…»

«Mi scusi per l’interruzione, reverendo – riprese lei un po’ mortificata – mi chiamo Alice e ho quattordici anni. Beh, in effetti non so spiegare come sono finita qui… Ricordo che mi ero arrampicata sopra un albero con la bandiera…»

«La bandiera…bene bene – interloquì interessato il sig. Marzio, tuffando un altro biscotto nella sua tazza – abbiamo tra noi una bambina patriottica…Non l’avrei detto…»

«Scusi signore, credo che mi ha frainteso – replicò Alice – a dire il vero a me la ‘patria’ non mi dice un bel niente, forse anche perché il padre non ce l’ho più…» A questo punto si fermò un po’, pensierosa, ma riprese subito, alzando la voce: «Io poi non ho capito perché la terra dove nasciamo voi la chiamate così e non…che so…? Direi…’matria’. In fondo ‘terra’ è femminile, giusto?»

«Can dal porco! Ci mancava una piccola femminista al nostro tavolo…» si lamentò a bassa voce il sig. Ghirotti, che il tono di voce più alto aveva scosso dalla sua abituale sonnolenza.

«Non ho capito, cara fanciulla: avresti qualcosa da ridire sulla nostra sacra Patria? –intervenne severo ma contenuto don Maddi, aggiustandosi sulla testa lo sformato cappello da alpino, dalla cui nappina spuntava una verdognola penna d’anatra anziché la classica penna nera corvina – Ho la sensazione che tu sia una bambina un po’ presuntuosa…»

«In effetti me lo dice spesso anche don Pino – replicò Alice – ma la verità è che io dico solo quello che penso…»

«Presuntuosa e pure arrogante…» chiosò a sua volta, acido, il signor Marzio.

Ma don Maddi finse di non sentirlo e proseguì invece con tono conciliante: «E dunque tu dici ciò che pensi…Bene bene…! Ma sei sicura di pensare ciò che dici…?»

«Beh, credo di sì… – balbettò Alice – mi pare che sia più o meno la stessa cosa…»

«Eresia! – strillò scandalizzato il Cappellano a questo punto, cambiando bruscamente tono – sarebbe come dire che “Credo ciò che è vero” e “È vero ciò che credo” siano concetti equivalenti!»

Alice non seppe cosa rispondere e, un po’ preoccupata, preferì tacere.

«Ma poi…levami una curiosità, piccina – riprese, insinuante, don Maddi – di quale bandiera stavi parlando prima?»

«Veramente non sono tanto ‘piccina’, visto che, come ho detto prima, ho quattordici anni – replicò piccata Alice – e comunque mi riferivo alla mia bandiera della pace. Sa, reverendo: quella coi colori dell’arcobaleno…Me l’ero portata sull’albero per contestare la sfilata militare quando…»

«Poveri noi! – stava bofonchiando il Ghirotti – femminista e pacifista!», ma fu ancora una volta zittito dallo sguardo del Cappellano Maddi che, dopo una pausa imbarazzante, le chiese con voce flautata: «Deduco…che non ti piacciono i militari, nevvero?»

A quel punto lo sguardo della ragazza cadde proprio sul titolo di un giornale che spuntava dalla tasca del soprabito del cappellano. Le sue competenze nel latino erano piuttosto limitate, ma avvertì confusamente il senso di quel “Miles Christi”…

«Beh…ecco…Devo ammettere che in paese mi chiamano ‘Alice l’obiettrice’ proprio perché odio la guerra e non sopporto chi la fa. Il fatto è che, già da piccola, mio padre mi parlava di queste cose e allora io…»

Ricadde nuovamente il silenzio, interrotto solo dallo sgranocchiare del Marzio e da uno lungo sbadiglio del Ghirotti.

«Ma che sbadati! – riprese improvvisamente don Maddi, cambiando faccia e discorso – tu non ti senti del tutto bene e noi parliamo invece di offrirti qualcosa di buono da bere!»

«Oh grazie, don – rispose la ragazza, rinfrancata dal tono amichevole – effettivamente un po’ di caffellatte mi farebbe bene…È solo che non ne vedevo sul tavolo, perciò…»

«Bambina di poca fede! – la sgridò bonariamente il Cappellano Maddi – Per citare il grande sant’Agostino: “La fede è la volontà di chi crede”. Però tu ti sbagli ad affermare che è vero solo ciò che credi.»

«Veramente io stavo dicendo che…» provò a correggerlo Alice, ma egli proseguì, con tono ispirato: «La provvidenza, ricorda, non si vede ma c’è. E pure la mia scorta di caffellatte c’è, anche se non si vede». A questo punto tirò fuori da una tasca interna del soprabito una vecchia borraccia militare, ricoperta di tessuto mimetico, scoprendo così le due stellette argentee appuntate al colletto della talare.

«Ma questo non è mica caffellatte! – protestò Alice, dopo aver bevuto un bel sorso dalla tazza che gli era stata offerta – questo…questa è roba forte!»

«Ebbene, si tratta di caffè unito al ‘latte degli Alpini’, fatto con grappa e latte di bufala – la rimbeccò offeso don Maddi – per cui possiamo senz’altro chiamarlo ‘caffellatte degli alpini’, non ti sembra?»

«Ma come diavolo le viene in mente di dare da bere grappa ad una bambina?» domandò stizzita Alice, sbarrando gli occhi.

«Oh insomma, deciditi! – strillò a sua volta il Marzio, sbriciolando un biscotto tra le mani – Hai appena detto che non sei più una bambina…E allora: la sei o non la sei?»

«Beh, a questo punto credo che è meglio togliere il disturbo…» replicò Alice, indignata, alzandosi in piedi e facendo cadere la sedia, con un tonfo che risvegliò l’assopito Ghirotti.

Stava per andarsene quando il Cappellano Maddi si alzò anche lui, con uno strano sguardo.

«Sai dirmi che differenza c’è tra una penna di corvo ed una di anatra?» le chiese imprevedibilmente, lasciando Alice sbigottita.

«Beh… – rispose titubante – io non ne ho la minima idea, però prima…sì, prima in effetti mi ero accorta che la penna del suo cappello non era quella nera di corvo degli altri alpini che conosco…»

«Un’osservazione alquanto sconveniente – la sgridò il Cappellano, fattosi nuovamente severo – e che in ogni caso non risponde alla mia domanda…»

A quel punto, la conversazione cadde ancora. Alice, non sapendo che dire e che fare, rimase tornò a sedersi e sorbì imbarazzata un altro sorso dalla tazza.

«E così non ti piacciono i soldati…- riprese poi bruscamente don Maddi – suppongo quindi che non ti piacciano neanche i preti che, come me, assistono i militari, nevvero?»

IL SIGNOR MARZIO

«Vergogna! Questi ragazzi d’oggi non hanno rispetto per le gerarchie – interloquì nuovamente, il signor Marzio – Già sarebbe grave mancare di rispetto ai sacerdoti o ai membri delle forze armate, ma dal momento che i cappellani militari sono sia preti sia militari, questo vuol dire che tu, Alice, sei una scostumata al quadrato!»

«Grazie caro, ma non avevo bisogno di avvocati! – lo zittì infastidito il Cappellano Capo – Del resto questa ragazza è libera di pensarla come vuole. Anche se è evidente che pensarla così è da sciocchi presuntuosi che parlano di cose che non possono capire…»

«Le esatte parole di don Pino! – esclamò Alice – Si vede proprio che avete le stesse idee… Ma comunque io non mi lascio impressionare, perché so bene che il Vangelo non giustifica le guerre e che i primi cristiani si rifiutavano di combattere, e infatti…»

«Perbacco! – esclamò don Maddi – abbiamo una saputella che dà lezioni di religione ad un sacerdote! Vuoi salire sul tavolo a farci una predica contro la ‘militia Christi’?»

Alla battuta del prete, i due compagni gli fecero eco, ridacchiando in sottofondo.

«Beh, ora basta! – s’impermalì Alice l’obiettrice – Non me ne frega di ciò che pensate voi. Io so quello che dico e continuo a pensare che un prete non dovrebbe mai diventare un…»

«Un…cosa? – l’interruppe, gelido, il Cappellano Maddi – mi sembra che tu abbia ancora le idee molto confuse…»

«Proprio così – farfugliò il Ghirotti, riaprendo gli occhi – idee assai confuse».

«Beh, questo lo dite voi! Quel che so io – replicò Alice, rialzandosi di botto dalla sedia – è che perfino don Pino, al catechismo, ci ha insegnato che c’è un comandamento che dice “Non uccidere”; e che bisogna perdonarsi l’uno con l’altro; e che dobbiamo voler bene anche ai nemici e che…»

«Ma è esattamente così, bambina mia – intervenne serafico don Maddi – chi mai ha detto il contrario? Sta scritto infatti: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Ma, proprio per questo, non puoi mica negare che abbiamo dei nemici…»

«Già, ma allora perché diavolo benedite le armi, giustificate i soldati che vanno in guerra e invece non vi piacciono gli obiettori di coscienza?» riattaccò con foga la ragazza.

«Il tuo linguaggio continua a essere piuttosto sconveniente! – tagliò corto il Cappellano, scattando in piedi, lungo com’era, e puntando il dito verso Alice – È la seconda volta che nomini il diavolo! Forse è proprio lui che ti rende così presuntuosa e ti mette in testa idee antimilitariste…Ma, per fortuna, Alice, io sono una persona tollerante, anche perché ritengo che, cadendo, tu abbia battuto la testa…»

«Battuto la testa, già, proprio così…» ghignò Ghirotti inopportunamente, ma poi ritrasse la testa nel colletto della pelliccia, mortificato, scorgendo il viso severo del sacerdote.

«Oh, insomma! – strillò Alice, dando un pugno sul tavolo – non sono mica venuta a farmi prendere in giro, io!»

«E che ne dici di san Michele Arcangelo, san Giorgio, san Maurizio, san Marco e san Martino… – riprese il Cappellano Maddi, con tono più conciliante – Sono i protettori di vari corpi militari, ma per te non possono essere nemmeno considerati santi, nevvero…?»

«Ma che diavolo ne so? – rispose stizzita Alice, accorgendosi di aver involontariamente nominato il demonio per la terza volta – Saranno pure santi, ma quello che è certo è che non mi piacciono quelli che combattono con le armi e uccidono il prossimo, ecco! Invece mi piace molto la Madonna, sempre mite e paziente, che non…»

«Preferisci la ‘Virgo Fidelis’ dei Carabinieri, la Vergine di Loreto patrona dell’Aeronautica militare oppure la ‘Madonna del Cammino’, protettrice dei Bersaglieri? – intervenne sarcasticamente don Maddi – Oppure vogliamo parlare di santa Giovanna d’Arco?»

«Beh, io di arco preferisco quello iridato della pace – replicò a sua volta Alice, rossa in volto – e poi non mi va d’impicciarmi di quel genere di santi che proteggono chi spara e lancia bombe! Che poi, diciamolo pure che la storia dei ‘patroni’ ve la siete inventata voi preti!».

Ma le sue ultime parole furono coperte dalla voce dei tre che, per dispetto, si misero a cantare in coro: «Sul cappello, sul cappello che noi portiamo / C’è una lunga, c’è una lunga penna nera / Che a noi serve, che a noi serve da bandiera / Su pei monti, su pei monti a guerreggiar. / Oi-la-làaaa!»

«Oilalà un corno! – strillò a sua volta Alice – Sui monti a guerreggiare andateci voi, se ne avete il coraggio e la forza! Io continuerò a sventolare la mia bandiera della pace e, in ogni caso, le penne le uso solo a scuola, ecco!»

«Il problema è che a voi ragazzacci ribelli e scostumati nessuno insegna più l’educazione – sibilò don Maddi, gettando stizzosamente a terra il suo cappello piumato – non avete neanche l’idea di cosa significhi il rispetto dei superiori. Ignorate del tutto il valore dell’obbedienza e…»

«Per quanto ne so io, don Milani diceva che l’obbedienza non è più una virtù!» replicò trionfante Alice, voltandosi per evitare l’occhiata di fuoco del don.

«Oh Segnùr! E chi sarebbe questo don Milano? – insorse il signor Marzio, rizzando le orecchie e scoprendo ancor più gli incisivi superiori – sarà sicuramente uno di quei preti moderni che oggi vanno di moda…»

Ricadde quindi un profondo silenzio.

«No no, a me comunque interessa quello che dici – riprese poi il Cappellano, raccogliendo da terra e spolverando il suo berretto. Poi si risedette, ma al contrario, con le braccia poggiate sulla spalliera e lo sguardo vagamente inquisitore – Fammi capire: per te allora ubbidire a chi comanda non è un atto altamente virtuoso bensì…una specie di peccato?»

«Dipende… – rispose Alice, ora più calma – Naturalmente tutto dipende da cosa fai quando ubbidisci… Per esempio, quando mia mamma mi raccomanda di studiare di più la matematica, che tra parentesi non mi piace per niente, se io le ubbidisco faccio una cosa buona e quindi…»

«Quindi saprai dirmi come si fa una somma di monomi» s’intromise ancora il Marzio, lisciandosi le orecchie.

«Ma che…caspita c’entra! – protestò Alice – stavo cercando di spiegare che…»

Il Cappellano riprese a parlare, ignorando l’inopportuna interruzione dell’amico.

«Sappi, ragazza, che per un militare come me l’obbedienza vuol dire “esecuzione pronta, rispettosa e leale degli ordini attinenti al servizio ed alla disciplina, in conformità al giuramento prestato”, come recita il regolamento di disciplina. Obbedire “Perinde ac cadaver”, come del resto richiedeva ai suoi anche il grande sant’Ignazio di Loyola».

«Però io dico che dipende sempre e comunque dalle conseguenze» replicò lei, cocciuta.

«Saresti talmente presuntuosa da credere di poter giudicare, tu, se è giusto o meno l’ordine che ti ha dato un tuo superiore?» la rimbrottò il Cappellano Maddi, sbarrando gli occhi.

Questa volta Alice, vincendo la naturale impulsività, si fermò a riflettere prima di rispondere.«Perché non prendi dell’altro caffelatte…» suggerì conciliante il Ghirotti, dopo un rumoroso sbadiglio, per interrompere quel silenzio imbarazzante.

«A dire il vero non ne ho preso per niente, visto che prima mi avete versato nella tazza della grappa…» gli rispose Alice, spazientita. E, così dicendo, si alzò per lasciare una buona volta quella gabbia di matti.

«Sono davvero spiacente che tu non gradisca la nostra compagnia – disse allora il Cappellano, con un sorrisetto finto – eppure sono certo che continuare a parlare con noi ti avrebbe fatto solo del bene. Direi che ne hai proprio bisogno…»

«Beh, in ogni caso ora me ne devo proprio andare, reverendo – borbottò Alice, cercando di non essere sgarbata – anche se in effetti non so bene dove devo andare…»

«Lo vedi che restare in nostra compagnia potrebbe chiarirti le idee! – riprese trionfante don Maddi – chi le ha confuse come te dovrebbe affidarsi a chi ha tanto da insegnargli.»

«Grazie ancora – rispose la ragazza – ma credo che è meglio se me ne vado…»

«Come preferisci, figliuola. – disse amabilmente il prete – Prima di andartene, però, non ti dispiacerà recitare una preghiera con noi, nevvero?»

«Beh, ovviamente no, non mi dispiace…»  rispose Alice, spiazzata dalla richiesta. Quindi si alzò in piedi insieme al Cappellano e al Marzio. Il Ghirotti, intanto, si era nuovamente assopito, per cui questi lo svegliò con un’energica scrollata.

LA SFILATA DEI ‘VECI’

«Preghiamo! – esordì ieratico don Maddi, alzando le mani, dopo l’ennesima occhiataccia al povero Ghirotti, alzatosi in piedi – Diciamo insieme: “Patria nostra che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…»

«Ehi! – l’interruppe Alice – ma lei ha detto ‘patria’ invece di ‘padre’. E no! Così non vale.»

«…Si obbedisca alla tua volontà – continuò imperterrito il Cappellano, con un vago sogghigno – così nelle armi di cielo come in quelle di terra…»

«Basta così – esplose Alice – adesso è davvero troppo! Però io me ne vado e vi lascio alle vostre preghiere militariste del cavolo.»

Ciò detto, corse via, si allontanò veloce da quei tre fanatici. Alle sue spalle udì comunque il commento stizzito del Cappellano: «Scappa, scappa, sciocca ragazzina presuntuosa! Vattene pure a obiettare da un’altra parte…»

Alice, che non era sempre una personcina garbata, soprattutto se la trattavano così male, si girò furibonda e stava accennando ad incrociare il braccio destro col sinistro in un gesto non proprio di saluto, quando inciampò in un sasso sporgente dal prato e cadde a terra. Al riaprire gli occhi, con la testa ancora dolente, si vide attorniata dai volti preoccupati dei compaesani, che mormoravano: «Si sta ripigliando…ha aperto gli occhi…»

Cominciò a sollevarsi piano per guardarsi intorno, accennando un flebile sorriso, ma vide incombere su di lei, in mezzo alle altre, tre sagome poco gradite. C’era un prete col cappello da alpino, un tizio coi denti sporgenti ed un tipo grassoccio, con una vecchia pelliccia.

«Oh no! – esclamò Alice, accasciandosi al suolo – ancora loro! Questo sì che è un incubo!». Nel frattempo, sullo sfondo, la banda aveva riattaccato a suonare l’inno degli alpini…


(C) 2020 Ermete Ferraro

Un commento su “Alice l’obiettrice ed il Cappellano Maddi

  1. Conoscevamo l’Ermete saggista, ora scopriamo l’Ermete scrittore di narrativa. Un racconto magnifico da inserire nei nuovi libri scolastici per l’educazione alla pace. In attesa della pubblicazione cartacea, cerchiamo ora di dargli la massima diffusione su internet, anche fuori da questo blog!

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