Europa e il toro scatenato (1)

C’è qualcosa di sorprendente, spesso di paradossale, nella scoperta del significato originario delle parole, grazie all’approfondimento della loro etimologia. Prendiamo ad esempio un nome familiare e sempre più mediaticamente ricorrente in questi giorni. Infatti, diciamo ‘Europa’ e pensiamo ad una comunità economica, semmai al parlamento e agli organi esecutivi di quel soggetto politico federale. Un’entità che in teoria dovrebbe corrispondere ad un contesto socio-culturale omogeneo, sebbene tale aspetto sia difficilmente riscontrabile da quando dell’U.E. sono entrate a far parte stati appartenenti all’area baltica, scandinava e slava. Ciò nonostante quando nominiamo l’Europa continuiamo a raffigurarci una confederazione ‘occidentale’ (benché non corrisponda più al vero), atlantica (ma più che altro atlantista) ed ancorata ad una tradizione storica ‘carolingia’ (quindi continentale e sempre meno ‘mediterranea’).

Eppure il paradosso è già nella sua stessa denominazione. Infatti, a chiamarsi Europa, secondo Erodoto, sarebbe stata una giovane principessa fenicia concupita da Zeus che, presentatosi a lei in forma di toro, l’avrebbe rapita e portata a Creta, dando origine alla civiltà minoica. Alla base della tradizione occidentale – e del nome della confederazione che se ne ritiene erede – ci sarebbe dunque… una fenicia, una ragazza cananea (Kan’anim, era il nome originale di quel popolo), pertanto semitica e mediterranea. Benché si tratti solo di un mito, è evidente quanto ciò strida con la visione politica dell’Europa attuale: da sempre filo-atlantica, schierata in favore di Israele e poco sensibile alla tragedia dei Cananei di oggi, cioè i Libanesi, i Siriani ed i Palestinesi.

Nel mitologico rapimento della poveraEuropa da parte del ‘toro scatenato’ Zeus non è difficile leggere un violento processo di occidentalizzazione ed asservimento dei popoli semitici. La stessa furia egemonica che si manifestò in seguito nelle guerre dei Romani contro la potenza navale punico-fenicia nel Mediterraneo. In fondo, la stessa logica geostrategica dell’egemonia militare della NATO nell’area mediterranea, nord africana, balcanica e mediorientale, il cui caposaldo è il Joint Force Command (JFC) che ha sede a Napoli. Tutto ciò, ovviamente, in nome della ‘difesa’ dall’invadenza islamica a sud e russa a est, e sotto la nobile dichiarazione di voler “preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli Stati membri dell’Alleanza[1].

Ma se la logica imperialista della NATO è evidente, molto meno scontato sarebbe il ruolo subalterno che la nostra non più giovane Europa (forse ancora traumatizzata dal simbolico ‘ratto’ da parte del toro scatenato USA…) si è data non da ora sul piano internazionale. L’illusione di una politica estera autonoma dell’U.E. e di una ‘difesa europea’ alternativa all’Alleanza Atlantica, in effetti, è svanita molto presto. Non solo il giogo indefettibile della nostra appartenenza alla NATO non è mai stato messo in discussione, ma anzi, come si legge sul sito del Consiglio Europeo: “In questo momento critico per la sicurezza euro-atlantica, il partenariato strategico UE-NATO è più solido e pertinente che mai.” [2]. Si continua allora a discutere della ‘difesa comune europea’, ma esclusivamente in chiave aggiuntiva e non sostitutiva dei già onerosi impegni economici assunti dagli stati ‘atlantisti’. Si parla poi sempre più di ‘cooperazione strutturata permanente’ (PESCO [3]), avviata nel 2017 e da 20 anni operativa attraverso l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), ma non certo in chiave anti o extra NATO. Il suo obiettivo, infatti, è stato così esplicitato: “… pur non creando un esercito dell’UE, l’UE può aiutare i suoi membri a comprare, sviluppare e gestire insieme nuove risorse. Ciò aiuta a risparmiare denaro, consente ai militari di lavorare insieme a stretto contatto e rafforza la NATO”.[4]

Ecco dei dati assai illuminanti:

La spesa militare aggregata dell’UE e dei Paesi europei della NATO ha raggiunto i 346 miliardi di dollari nel 2022, con un aumento dell’1,9% in termini reali rispetto al 2021 e del 29,4% rispetto al punto di minimo del 2014. È quasi quattro volte la spesa della Russia e l’1,65% del PIL totale”. [5]  Si tratta di una situazione già preoccupante, eppure c’è chi vuol  andare oltre in quest’assurda logica militarista e bellicista. Alla recentementeapprovata missione navale UE nel Mar Rosso (denominata non a caso ‘Aspide’…) prenderà parte anche l’Italia, con una ulteriore ed allarmante escalation militare da parte di questa Europa, sempre più…antifenicia, nonostante il proprio evocativo nome.

(*) Pubblicato su “NUOVA VERDE AMBIENTE” – 1/2024, p. 33

NOTE


[1] JFCNP, “Our Mission”, https://jfcnaples.nato.int/

[2] Consiglio dell’U.E., “Cooperazione UE-NATO”, https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-security/eu-nato-cooperation/

[3] Cfr. https://www.eeas.europa.eu/eeas/permanent-structured-cooperation-pesco-factsheet-0_en

[4] Cfr. https://eda.europa.eu/what-we-do/eda-in-short

[5] RIPD,” La spesa militare europea è nell’interesse dell’umanità?”, https://retepacedisarmo.org/spese-militari/2023/la-spesa-militare-europea-e-nellinteresse-dellumanita/#:~:text=La%20spesa%20militare%20aggregata%20dell,%2C65%25%20del%20PIL%20totale.

OPERAZIONE “SAN GENNATO”

totocolori6Eschiùsmi, noio volevàm savuàr…

Qualcuno , approfittando della diffusa devozione popolare per il santo Patrono di Napoli, ha voluto celebrarne la ricorrenza infilando maldestramente tra gli eventi previsti per l’occasione anche l’esibizione della banda militare della U.S. Naval Force Europe, la Marina Militare U.S.A. il cui Comando euro-africano ha sede a Napoli-Capodichino.  Nel programma dei festeggiamenti, il giorno 19 settembre – quello chiave della festa – troviamo in effetti un “Concerto dei Top Side, a cura della Band della Nato”, [1] ma è evidente che si tratta di un errore. Un’imprecisione peraltro comprensibile, perché a tanti capita di confondere le forze armate statunitensi con quelle della NATO, anche perché il loro Comandante per il Sud Europa e l’Africa, guarda caso, è lo stesso, l’Ammiraglio Ferguson della U.S. Navy.

Ormai – a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale – ci siamo talmente assuefatti all’ingombrante ‘protezione’ degli Americani che li scambiamo con le Allied Forces di quel Patto Atlantico cui siamo rimasti fedeli, anche quando non c’era più il blocco militare da cui avremmo dovuto difenderci. Ma mentre Americani si nasce, noi Italiani non siamo nati‘Alleati’. Vero è che dopo la guerra qualcuno decise che dovevamo far parte della NATO, ovviamente per la nostra ‘sicurezza’. Ma poi qualcuno ha deciso, sempre a nome nostro, che dovevamo restare nell’Alleanza Nord-Atlantica anche quando, alla fine degli anni ’90, era diventata ben altro, grazie al “nuovo concetto strategico” che ne aveva profondamente modificato lo statuto.[2]

Lasciando da parte queste pur necessarie distinzioni e riflessioni, viene comunque da chiedersi: perché mai il nostro santo Patrono, martirizzato17 secoli fa dai Romani nell’antica Puteoli, dovrebbe essere celebrato da una banda musicale militare abituata ad eseguire marce inneggianti alle imprese belliche a stelle-e-strisce? Che razza di relazione può esserci fra il giovane pastore della comunità cristiana di Benevento, caduto nel 305 d.C sotto i colpi della ferocia di un potere imperialista ed intollerante, ed un’icona mediatica dell’attuale militarismo imperialista?

Fu l’allora governatore della Campania, Dragonzio, a far arrestare il Vescovo Gennaro (Januarius) che, insieme al diacono Festo ed al lettore Desiderio, si era recato in visita pastorale a Pozzuoli. Fatto sta che la sua condanna a farli sbranare dai leoni nell’anfiteatro Flavio, secondo la tradizione, non ebbe seguito perché le belve si sarebbero inchinate di fronte ai condannati. Per ordine di Dragonzio, a quel punto, Gennaro fu allora condotto nei pressi della Solfatara e lì decapitato, insieme al diacono puteolano Procolo e a due laici. Ma quel governatore non faceva altro che mettere in atto le norme di legge emanate dal divo Diocleziano, l’imperatore conservatore e superstizioso che fu il peggior persecutore d’una comunità cristiana in crescita e sempre più determinata. Fra il 303 ed il 304 d.C., infatti, egli aveva già emanato ben tre editti, privando i Cristiani di tutti i diritti civili, riducendoli in schiavitù, incarcerandoli ed prevedendone la tortura e la condanna a morte, a meno che non avessero abiurato pubblicamente la loro fede.

festa-di-san-gennaro-2015Ebbene, cosa c’è nella storia di questo martirio – e nella successiva tradizione legata alla conservazione e al prodigioso scioglimento periodico del sangue del santo vescovo Gennaro – che possa lontanamente essere celebrato da una formazione bandistica militare con marcette ed inni? Che ci azzecca, con tutto il rispetto, la Band della Marina degli Stati Uniti con una devozione antica e profonda del popolo napoletano, velata forse da una religiosità tradizionale ma sicuramente genuina e diffusa? A chi è venuta in mente un’idea così assurda e, per certi aspetti, irrispettosa nei confronti del Santo che il suo sangue lo ha versato per testimoniare la sue fede, e che ora si vede sponsorizzato dai militari del nuovo Impero con la scusa di un gemellaggio Napoli-New York? E poi, pur volendo ristabilire un legame ideale fra la tradizionale festa newyorkese di S. Gennaro e quella di Napoli, che c’entra questo connubio italo-americano con una trionfalistica esibizione di militari in alta uniforme? Noi vorremmo saperlo, ma a quanto pare nessuno vuol rispondere alle nostre domande…


San Gennato? Ma mi faccia il piacere!

Che c’è di tanto strano, potrebbe obiettare qualcuno. Cosa c’è di male se dei marinai americani eseguono pezzi bandistici davanti al Duomo di Napoli in occasione della Festa di San Gennaro, peraltro neanche per la prima volta, visto che due anni fa c’era già stata un analogo spettacolo? [3]

Tutti hanno visto come il grande Antonio de Curtis – ad esempio nei panni del M° Scannagatti di “Totò a colori” – ha più volte mostrato le sue pirotecniche capacità di “dirindere la banda”, facendo una divertente caricatura di quelle marziali esibizioni. [4]  Il fatto è che, come diceva lui, “il trombone è sempre un trombone”. Ecco perché non dobbiamo sottovalutare le mistificazioni del militarismo, che ha sempre ricorso alla spettacolarizzazione ed enfatizzazione retorica ai fini della propaganda di guerra, im modo da far apparire bello ciò che invece è solo è bellico…..

Tornando all’inopportuna esibizione della banda della US Navy ai festeggiamente 2015 per S. Gennaro, quei biondi musicanti in uniforme sono solo la vetrina delle forze armate più potenti del mondo e, dietro sventolii di bandiere e rulli di tamburi, c’è la dura realtà di un imperialismo che si fonda su (e si mantiene con) la guerra globale, grazie al micidiale complesso militare-industriale.

IMG01417-20150912-1011Gli allegri musicanti che eseguono“Stars and Stripes Forever”, infatti, sono l’accattivante biglietto da visita delle forze armate più potenti del mondo con 2.825.000 militari, 1.600 navi, 22.700 aerei,  7.200 testate nucleari capaci di armare duemila missili intercontinentali, 3.450 missili da sommergibile e 1.750 bombardieri. Quella stessa U.S. Navy, inoltre, costituisce il nerbo delle truppe ‘alleate’ schierate sul fianco sud-est dell’Europa, che hanno il loro centro strategico nel Comando Integrato NATO di Napoli-Lago Patria (JFC Naples) [5]. Lo stesso quartier-generale che coordinerà l’esercitazione militare“Trident Juncture 2015”, che fra qualche settimana schiererà più di 230 unità, appartenenti a 30 paesi alleati e partner della NATO, con circa 40.000 uomini, 60 navi, 140 aerei di guerra. Un costosissimo, pericolosissimo wargame che dovrebbe testare le capacità di “risposta rapida” ad un eventuale attacco proveniente dal fronte africano, mediorientale ed est-europeo, ma in effetti è l’assurda prova generale di un attacco bellico.[6]

Ma da quando il Patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana, contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della Marina militare americana: una specie di san GenNavy?

E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a spargere altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?

La gente di Napoli ha sicuramente problemi molto più seri e pressanti di questo, ma qualcuno spiega ai Napoletani perché si sta strumentalizzando il loro santo protettore, facendolo diventare il patrono della NATO?  Dovremo forse cambiare anche le espressioni popolari, coniandone di nuove come: “San Gennà, pienzace tu a ll’Alleanza!” o ” ‘A U. Navy t’accumpagna…! ?

“In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra” – diceva il grande Totò, che in un’altra occasione aggiungeva amaramente: “La guerra non è mai finita, è solo sospesa”. [7] Però noi – comportandoci da uomini, non da caporali, faremo di tutto per smascherare la maldestra Operazione San GenNato, denunciando l’arroganza imperialista e guerrafondaia di un’Alleanza nella quale continuiamo a fare la parte dei servi sciocchi.

Non è certo un caso che Trident Juncture 2015 sarà seguita con grande attenzione dai principali fabbricanti d’armamenti. Ma la pace, la sicurezza e la convivenza fra popoli sono valori troppo importanti per svenderli ai mercanti di morte. E’ per questo che, per citare papa Francesco, non possiamo accettare che “il mondo sia sottomesso ai trafficanti d’armi” [8] ed agli “imprenditori di morte” [9].

Facciamo quindi appello a tutti quelli che sono contro questo sistema di distruzione e di morte, affinché manifestino il loro netto dissenso verso l’uso strumentale di san Gennaro e si dissoci dalla mistificazione di chi lo vuole trasformare nel “Neapolitan Protector” di manovre militari.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE ————————————————————————————

[1] http://sangennaro.eu/wp-content/uploads/2015/08/programma.pdf

[2] A tal proposito cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/la-nato-e-il-nuovo-concetto-strategico_(Atlante_Geopolitico)/  e http://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/periodico_2013/Documents/R2_2013/28_37_R2_2013.pdf

[3] https://www.youtube.com/watch?v=OkKQ4R1Ultw

[4] https://www.youtube.com/watch?v=lWDOM6MZ_o8

[5] http://www.jfcnaples.nato.int/

[6]  Vedi in proposito: Ermete Ferraro, NATO per combattere ( https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/ ) e Ermete Ferraro, Un Tridente da spuntare https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/08/06/un-tridente-da-spuntare/ )

[7] Tutte le citazioni di frasi di Antonio de Curtis sono tratte da.Totò, Parli come badi – a cura di M. Amorosi e L. de Curtis, Milano, Rizzoli, 1994

[8]http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/VATICANO/papa_francesco_urbi_et_orbi_mondo_sottomesso_trafficanti_armi/notizie/1280205.shtml

[9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-02-17/papa-francesco-basta-imprenditori-morte-che-vendono-armi-paesi-guerra-112847.shtml?uuid=ABi4B1vC&refresh_ce=1

UN TRIDENTE DA SPUNTARE…

PELOSI JFC

Nancy Pelosi con l’Amm. Ferguson (fonte: JFC Naples)

Stiamo davvero diventando importanti. Finché a far visita al Comando napoletano della NATO erano i soliti capoccioni dell’Alleanza, niente di straordinario. Ma quando a visitare in pompa magna il quartier generale vicino al Lago Patria giungono addirittura alcuni parlamentari del Congresso USA, guidati nientemeno dalla leader della minoranza alla Camera dei Rappresentanti, l’on. Nancy Pelosi, beh la cosa assume un altro peso e rilievo…

Ma  che cosa saranno venuti a fare di bello al Comando Integrato di Napoli per il Sud Europa, il primo agosto 2015, sei illustri parlamentari statunitensi ? Sul sito del JFC Naples (http://www.jfcnaples.nato.int/page11122031/2015/us-congressional-delegation-visits-jfc-naples-mission.aspx) si riferisce che gli illustri ospiti sono stati calorosamente accolti dall’Amm. Mark Ferguson, che ne è il Comandante, il quale ha “illustrato le capacità del quartier generale meridionale della NATO”. Di quali capacità di tratti è chiarito poco dopo, quando si spiega che “la delegazione è stata testimone dell’elemento centrale della capacità di combattere una guerra del JFC di Napoli, con l’attivazione dell’intera squadra del JOC, composta da 5 elementi.  Questi membri del team hanno svolto uno scenario addestrativo, per dimostrare l’effettiva rispondenza a livello mondiale ad un’operazione contingente. Il JOC è operativo 24 ore al giorno con un accesso continuo ai suoi quartier generali più alti ed ai comandi subordinati.”

Ecco, il vero elemento di novità è il ruolo chiave che il Comando Integrato di Giugliano – Lago Patria ha assunto negli scenari di guerra che la NATO sta prefigurando in maniera incalzante, e che culmineranno nell’esercitazione Trident Juncture 2015 già nel prossimo autunno.  L’attivazione H24 del JOC (Comando Operativo Integrato), di cui gli onorevoli ospiti sono stati testimoni, è stato come il varo ufficiale di una minacciosa nave da guerra, saldamente ancorata nel golfo di Napoli, in cui è anche il Quartier Gnerale Euro-Africano della Marina americana, da cui dipende anche la VI Flotta USA , ed il cui Comandante è, guarda caso, il summenzionato Amm. Ferguson…

Da brava madrina del varo di questa centrale operativa dei wargames alleati, l’onorevole Pelosi si è profusa in un discorsetto d’occasione, per esaltare le lodevoli finalità difensive della NATO:  “La cooperazione per sicurezza con i nostri alleati NATO è un punto critico, dal momento che noi lavoriamo insieme per promuovere la stabilità  e contrastare il terrorismo. E’ sempre un onore ringraziare uomini e donne in uniforme il cui servizio ci mantiene sicuri sia in patria sia all’estero. Noi abbiamo nuovamente ringraziato il governo italiano, il nostro forte partner NATO, per l’ospitalità che ha dato ai nostri militari.”

Siamo anche noi grati all’on. Pelosi per essersi ricordata che – nonostante le apparenze potessero suggerirlo – non si trovava a casa sua ma sul territorio dell’Italia. Siamo un po’ meno d’accordo, invece, quando ha ringraziato chi ci ha governato – e tuttora ci governa – per aver dato ‘ospitalità’ alle truppe americane.  Capisco l’eufemismo cortese, ma dalla fine della guerra il nostro Paese – ed in particolare la nostra Campania – sono di fatto occupati militarmente da USA e NATO. Gli ospiti, si sa, dopo un po’ dovrebbero quanto meno togliere il disturbo, ma non sembra questo il caso, visto che la NATO non ha più rivali dagli anni ’90,  ma questo non ha impedito che l’Italia restasse la portaerei ‘alleata’ a guardia del Mediterraneo.

Altro che ‘cooperazione per la sicurezza’, ‘promozione della stabilità’  e  ‘contrasto al terrorismo’ . L’inquietante e persistente presenza dei sedicenti ‘Alleati’ sta mettendo a rischio proprio la pace e la sicurezza di quei popoli che essi dichiarano di voler ‘proteggere’. A Napoli abbiamo una certa esperienza di queste ‘protezioni’ non richieste e ci siamo stancati di cedere sempre a “proposte che non possiamo rifiutare”.

Ecco perché – associandomi all’appello di Alex Zanotelli ( http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1438203434.htm  ) e richiamando il mio precedente articolo dedicato proprio alla mega-esercitazione militare Trident Juncture   (https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/  )– ritengo che sia giunto il momento di dire un NO forte e chiaro a chi ci considera solo pedine da muovere sulla propria scacchiera bellica.

Ecco perché, proprio da Napoli, deve partire un segnale inequivocabile a chi di governa, con la logica da subalterno di sempre, che ne abbiamo abbastanza di questa logica guerrafondaia e che la Campania, come la  Sardegna e la Sicilia, non è più disponibile ad ‘ospitare’ centrali di morte e di militarizzazione. Occorre quindi una mobilitazione di tutti quelli che non si sono rassegnati a questa logica di militarizzazione e di guerra che ci pervade e che non accettano di essere ‘teleguidati’ come droni da tecnologici comandi alleati.  Il meridione d’Italia non è una ‘colonia’ guidata da ‘proconsoli’ USA. E’ giunto il momento  di dimostrarlo.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

..E LE STELLETTE STANNO A GUARDARE

RIFIUTI: MILITARI IN AZIONE A NAPOLICi risiamo. Ogni volta che si profila un’emergenza sulla quale l’opinione pubblica comincia a manifestare segni d’intolleranza e d’indignazione, ecco che puntuale arriva il provvedimento risolutivo di tutti i problemi: attivare le prefetture ed impiegare l’esercito.

A parte il fatto che la stragrande maggioranza delle nostre “emergenze” ambientali non sono affatto tali, ma il frutto malsano di decenni di abusi, speculazioni ed altri persistenti reati contro la nostra terra, appare comunque evidente che gran parte della nostra classe politica resta ipocritamente ancorata alla formula magica secondo la quale ordinanze prefettizie e presidi di soldati in mitra e tuta mimetica sarebbero capaci di sconfiggere illegalità diffusa ed agguerrite ecomafie.

Certo, il c.d. decreto sulla “terra dei fuochi” prevede anche un controllo sanitario gratuito per i residenti in quella zona, introduce il reato penale di ‘combustione illecita di rifiuti’ e stanzia fondi per bonificare le aree inquinate. Ma, aggiungono i fautori del decreto, c’è anche la necessità d’un “controllo di sicurezza del territorio”, lasciando intendere che l’impiego delle forze armate sia lo strumento più ovvio a tutela della legalità e stanziando a tal fine 2 milioni di euro.

Ovviamente, però, nessuno dice né scrive che quello stesso territorio è già uno dei più intensamente militarizzati a livello europeo. Come avevo già puntualizzato in un mio precedente articolo dal titolo “Campania Bellatrix”:infatti:

<<Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (A) Bagnoli – Licola (20 km); (B) Licola – Gricignano  (35 km); (C) Gricignano – Lago Patria (35 km); (D) Lago Patria – Capodichino (30 km); (E) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri….ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che ben 8 installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini….>>

A protestare contro l’ennesimo provvedimento che fa finta di affidare ai militari la salvaguardia del territorio a quanto pare sono rimasti in pochi, fra cui il Movimento Cinque Stelle, che ha dichiarato fra l’altro, attraverso la senatrice Paola Nugnes: “L’impiego dell’esercito senza nessuna funzione investigativa e strutturale è solo un tamponamento, una soluzione emergenziale che i nostri territori non vogliono”.  Eppure è palesemente inutile e fuorviante almeno questo aspetto del decreto –  approvato a maggioranza da un Parlamento che, ogni volta che si tratta di spese militari, di missioni all’estero o d’interventi di ordine pubblico, non si sottrae mai all’ossequio nei confronti di una Difesa diventata ormai un’istituzione tuttofare, capace quindi di sostituire le forze di polizia, la protezione civile, la croce rossa e –  perché no? – anche i pompieri ed i vigili urbani…

Eppure, in quest’ultimo ventennio, si direbbe che quasi nessuno si sia accorto dei frequenti traffici illeciti di rifiuti tossici; del proliferare di discariche abusive e di strani ‘laghetti’ che spuntavano un po’ ovunque; delle patologie diffuse e del palese deterioramento degli stessi terreni. Nessuno – ad eccezione di alcuni ambientalisti rompiscatole e di qualche comitato locale – sembra essersi reso conto del terribile disastro ambientale che si stava preparando. In questi lunghi anni, quindi, in tanti avevano sotto gli occhi le situazioni ma non se ne rendevano conto; guardavano, ma non vedevano.

Ma adesso tutto cambierà – ci fa sapere il Governo – perché ora ci penseranno le “stellette” degli 850 soldati inviati a guardare – ed a salvaguardare . la nostra “Campania Infelix”

Sono le stesse “Sturmtruppen” già spedite a presidiare assurdamente discariche ed inceneritori e che troviamo ancora nelle piazze di Napoli, cui conferiscono un certo tocco mediorientale. Però chi ha redatto ed approvato il decreto sulla c.d. “Terra dei Fuochi” sembra convinto che si tratti della mossa giusta e che una delle cose di cui non si può assolutamente fare a meno, anche in questo caso, è il dispiegamento esemplare d’un bel contingente in armi…

Eppure, come spiegavo prima, proprio nel Giuglianese di militari – soprattutto ‘alleati’ – non si avvertiva affatto la mancanza. Con la realizzazione e l’apertura in località Lago Patria del nuovo Comando NATO per il Sud Europa e la regione mediterranea, infatti, era prevista la presenza in loco di 2.500 unità di personale residente e d’una quantità pari di persone orbitanti intorno a quel quartier generale, che si estende su una superficie di ben 330.000 mq, di cui 60.000 edificati. Ebbene, ad oltre un anno dall’inaugurazione del Mega-comando, l’impatto di questa nuova – ed assai particolare – comunità si è fatto sentire, sia per quanto riguarda l’incremento del traffico veicolare sia per quanto attiene produzione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e residui fognari.

In un mio articolo del settembre 2012 (“Far Waste”: anche la NATO produce munnézza”) , a tal proposito, mi ero soffermato sui costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti del quartier generale JFC Naples di Lago Patria, desunti dal bando della gara d’appalto prodotto dalla NATO, per un importo di 1.450.000 euro totali nel quinquennio. Dal confronto con l’appalto relativo all’analogo servizio svolto per il Comune di Giugliano in Campania – nel quale ricade il territorio occupato dal complesso militare alleato – emergeva una strana discrepanza di costi digestione, ovviamente a danno di quest’ultimo. E’ invece di pochi giorni fa un articolo (“Personale NATO getta rifiuti fuori orario a Lago Patria”nel quale alcuni cittadini giuglianesi lamentavano modi di fare decisamente poco ‘urbani’ da parte di alcuni appartenenti al personale di quel Comando, stigmatizzando: “…un comportamento che lascia basiti perché messo in atto da “chi è solo ospite” nel nostro territorio che quindi, in conseguenza di ciò, dovrebbe mostrarsi massimamente rispettoso degli orari di conferimento e dei posti in cui gettare il rifiuto. Invece, come dimostrano le foto allegate, tutto ciò non avviene. Per cui non solo il comune di Giugliano deve sopportare un “quartier generale” delle forze Nato che ha una falsa ricaduta economica sul territorio, ma anche la maleducazione di chi “fa il padrone” in una terra straniera che li ospita.”

Sarebbe interessante sapere come si comporterebbero i nostri soldati inviati a presidiare nel caso in cui sorprendessero dei loro omologhi ‘alleati’ mentre stanno sversando abusivamente rifiuti lungo le strade. Li saluterebbero militarmente con deferenza oppure contesterebbero un reato ambientale?

Da parte loro, poi, gli stessi militari americani di stanza nel menzionato “pentagono della guerra” – il territorio compreso fra le installazioni militari USA e NATO di Licola, Lago Patria, Gricignano d’Aversa, Bagnoli e Capodichino – non hanno mancato di lamentarsi del degrado ambientale di questa vasta area della Campania e dell’inquinamento che ne è derivato. Era infatti dello scorso novembre 2013 l’agghiacciante copertina de l’Espresso, il cui titolo (“Bevi Napoli e poi muori”)  ha fatto scandalo, risuonando come un’ulteriore gogna mediatica per una regione già martoriata da quello che è stato giustamente chiamato un “biocidio”. Il fatto è che l’approfondita ricerca svolta dalla N.S.A. (Naval Support Actrivity) della Marina statunitense risaliva al giugno 2010, e quindi a più di 3 anni fa, ma tanto è bastato perché si creassero ulteriori – quanto inutili – allarmi sulla potabilità dell’acqua e sulla salubrità dell’area in questione. L’indagine trattava 9 aree distinte – comprese tra Capodichino e Casal di Principe- nelle quali erano comprese 117 residenze di militari americani di stanza in quella zona. Gli studi scientifici ed epidemiologici risalivano a circa 3 anni fa e definivano il rischio ambientale in termini molto severi. Ma come mai tutto ciò non ha impedito affatto che nell’area già militarizzata di Lago Patria s’insediasse uno dei più grandi ed affollati centri di comando della NATO? D’altra parte, il suo personale – oltre a sentirsi sottoposto al suddetto rischio sanitario ed ambientale – difficilmente potrebbe essere considerato estraneo al problema in sé, visto l’indiscutibile impatto della nuova comunità residente su quel territorio.

Ecco perché l’idea che a presidiarlo, per scongiurare ulteriori inquinamenti e per garantire le operazioni di bonifica, siano contingenti delle forre armate italiane non mi sembra particolarmente brillante, soprattutto se inserita in un decreto che presenta altri aspetti deboli e contraddittori. In tal modo la disgraziata “terra dei fuochi” rischia di diventare ancor più la terra delle armi da fuoco e delle aree sottratte al già controllo delle autorità civili, a loro volta assediate da ben altre ‘forze armate’.  Ma si sa, queste sono solo le fisime dei soliti pacifisti…

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com

CAMPANIA BELLATRIX

campania armata“Campania felix” era il beneaugurante nome degli antichi Romani diedero al fertile “Ager campanus” , che si estendeva dalle pendici del monte Massico fino ai Campi Flegrei, collegandosi poi con l’area vesuviana. Nel Medioevo si sovrappose il nome “Terra di lavoro” ed essa arrivò a comprendere nel periodo borbonico la provincia di Caserta e parte del basso Lazio.  Purtroppo, di quella prosperosa “Campania felix” resta ben poco ed altri attributi caratterizzano l’attuale Campania. Basta scorrere le statistiche fornite da Istat.it – Campania per rendersi conto che, a parte la negatività di degli indici economici, non c’è da stare allegri. Anche ponendosi nell’ottica dell’indice  F.I.L. (Felicità Interna Lorda), sul quale mi sono soffermato in un precedente articolo.  non sembrerebbero da considerare “felici” gli abitanti della Campania anche in base agli 11 “topics” considerati dall’ O.E.C.D. per il suo “Better Life Index” (casa, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro).

Vorrei però soffermarmi su un aspetto più specifico: l’assurda militarizzazione del territorio e del mare della mia Regione. Mentre per gli oltre 6 milioni di abitanti dei quasi 13.600 kmq di questo ancor splendido territorio tutti gli indici di sviluppo, sia economico sia sociale, registrano ormai da tempo un preoccupante trend negativo, l’unico aspetto in espansione, infatti, risulta quello della occupazione militare della Campania. Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli spiega che “militarizzare” vuol dire “sottoporre a norme e a disciplina militare categorie di cittadini o imprese, per ragioni di difesa esterna o interna”, nonché: “sottoporre a presidio militare, fortificare militarmente” un determinato territorio o una specifica installazione. E’ stato perfino formulato un indice di militarizzazione (GMI = Global Militarization Index), ricavato da vari aspetti ad essa relativi quali: il confronto tra spesa militare e PIL nazionale; il rapporto fra spese militari e spese per la salute; il raffronto tra la presenza di forze militari e paramilitari e quella di medici sul totale della popolazione e, infine, il rapporto fra numero di armamenti pesanti e la popolazione totale. Ebbene, in questo ambito, l’Italia si trova al 68° posto della classifica mondiale – che è guidata da Israele Siria e Russia – a breve distanza da Regno Unito e Spagna, con un GMI pari a 492.87. Ma se consultiamo le statistiche relative alla presenza nei vari Paesi di personale militare e paramilitare, l’Italia si piazza su posizioni decisamente più alte. Basti pensare che il rapporto militari e cittadini italiani è addirittura di 8,2 su1000 abitanti, ben superiore, in proporzione, all’indice degli stessi Stati Uniti (7,4 ‰) o del Regno Unito (6,7 ‰).

La militarizzazione  come occupazione militare della regione Campania da parte di forze armate straniere o internazionali (USA – NATO) è l’aspetto più grave, ma non si può trascurare l’impatto su questo territorio della presenza degli stessi militari italiani, delle varie armi e formazioni.

L’Esercito Italiano – esclusi comandi e stazioni locali dei Carabinieri – conta circa 50 caserme e basi operative, disseminate nella provincia di Napoli (19), Caserta (17), Salerno (11) ed Avellino (1) ( http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?5407-Le-caserme-dell-Esercito-Italiano ).

L’Aeronautica Militare – oltre all’Accademia di Pozzuoli ed alla Scuola Specialisti di Caserta, presenta in Campania il 22° Gruppo Radar (GRAM) di Licola, il 9° Stormo di Grazzanise ed il 5° Gruppo Manutenzione Veicoli (GMV) di stanza a Capodichino ( http://www.aeronautica.difesa.it/ )

La Marina Militare, pur essendo la Campania un’importante regione marittima, presenta allo stato una scarsa presenza – eccettuati i porti nuclearizzati di Napoli e Castellammare di Stabia e la diffusa presenza della Guardia Costiera – delegando di fatto il controllo militare delle acque del basso Tirreno alla U.S. Navy ed al Comando Marittimo della NATO (con base a Nisida), alle cui operazioni partecipano come componenti dell’Alleanza le unità della M.M. italiana.

Ma, come accennavo prima, al di là delle strutture della “Difesa” italiana, la Campania spicca per la macroscopica la concentrazione di basi e comandi “alleati” e statunitensi. Fin dal dopoguerra, essi occupano militarmente le aree-chiave della nostra regione, sottraendole alla giurisdizione ed al controllo delle amministrazioni civili, rendendola un formidabile bersaglio strategico.

La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington. Che non esagero affatto lo dimostra l’elenco che segue, che censisce le installazioni militari presenti sul territorio campano:

Provincia di Napoli

  • Ischia >Antenna di telecomunicazioni USA con copertura NATO.
  • Lago Patria (Comune di Giugliano) NATO > Comando JFC (Sud Europa e Africa)
  • Licola (Comune di Giugliano) > Antenna di telecomunicazioni USA.
  • Napoli Capodichino: US NAVY > COMUSNAVEUR – AFRICOM,  Comando VI Flotta USA.
  • Napoli Camaldoli: Antenna di due radio della Marina USA (uso civile).
  • Napoli Bagnoli: NATO > ex Comando JFC Naples ; Comando NRF.
  • Napoli Nisida: NATO > Allied Maritime Component Command Naples.

Provincia di Caserta

  • Carinaro – Grazzanise > Base saltuaria USAF (aeronautica USA)- NSA  e Ospedale US NAVY
  • Baia Verde (Comune di Castelvolturno – CE) >  zona radar della NATO
  • Mondragone/ Monte Massico > Ex base USA e NATO (sotterraneo antiatomico)

Provincia di Avellino

  • Montevergine  > Stazione di comunicazioni USA.

Provincia di Salerno

Persano > Poligono di tiro dell’E.I., utilizzato anche dalla NATO

Tenuto conto della ridotta estensione territoriale di questo “pentagono della guerra”, si capisce meglio quanto assurda e pericolosa sia stata trasformazione di terre ancora produttive e di notevole interesse ambientale e storico in sedi permanenti dell’imperialismo guerrafondaio. Ai punti nevralgici di quest’irregolare pentagono troviamo: (a) Napoli (sede del Comando Supremo della US Navy per l’Europa e l’Africa, ma anche dell’ex Comando JFC-NATO di Bagnoli e del NavSouth di Nisida, tuttora parzialmente operativi); (b) Giugliano in Campania (dove, presso il Lago Patria è ora localizzato il nuovo Quartier generale Comando delle forze congiunte della NATO, a breve distanza dal suo Centro Radar di Licola); (c) l’area dell’Alto Casertano (al cui interno ricadono sia l’aeroporto militare e la base di supporto della US Navy di Gricignano d’Aversa, sia due postazioni teoricamente in disarmo,  come la zona radar di Castelvolturno e l’ex base antiatomica NATO-USA, celata nelle viscere del Monte Massico (Mondragone).

Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale.

Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano le strade, i tribunali e perfino le discariche. Sarà che hanno dovuto già sopportare di tutto, dalla chiusura delle fabbriche e degli esercizi commerciali alla disoccupazione giovanile galoppante, per cui gran parte delle forze nuove per le forze armate professionalizzate continuano a provenire proprio da questa “infelix” regione. Preoccupa però che 6 milioni di cittadini italiani sembrano essere in larga parte inconsapevoli – o comunque rassegnati – di fronte alla crescente militarizzazione della Campania ed ai rischi che comporta per la democrazia, la sicurezza, la salute e, soprattutto, per la pace.

Gli abitanti di Napoli e di Castellammare di Stabia, ad esempio, convivono da decenni col rischio nucleare, per la presenza di natanti a propulsione atomica nei loro porti, eppure nessuno finora si è degnato d’informarli adeguatamente del pericolo che corrono e dei piani di emergenza predisposti, sebbene da tempo si tratti d’un obbligo di legge (D. Lgs. 230/1995).

I cittadini giuglianesi, poi, si trovano da due mesi già operativo sul loro territorio un mega-comando “Alleato”, costato 191 milioni di euro (di cui 21 sborsati dalla loro Regione e dalla loro Provincia) e nel quale sono ospitati 2.100 militari e 350 civili. Questo ingombrante e fastidioso neoNATO (330.000 mq di superficie, con 280.000 metri cubi di edificazione ed una previsione di 5.000 nuove presenze in zona), accanto allo storico Lago Patria, è stato costruito inopinatamente su un’area particolarmente inquinata da decenni di incendi e sversamenti abusivi di rifiuti – alcuni dei quali tossici e nocivi – che ricade nel c.d. “triangolo della morte” (Giugliano-Acerra-Castelvolturno), gestito dalla Camorra SpA. Eppure tutto questo sembra perfettamente naturale e le autorità locali e regionali si lanciano in sperticate lodi di questa struttura che la stessa NATO ha definito un “quartier generale di guerra (warfighting headequarters), invitando bellicosamente il leone simbolo del JFC a “ruggire”.

Gli stessi Napoletani che abitano nella zona di Capodichino, oltre a subire quotidianamente l’inquinamento acustico degli aerei che decollano ed atterrano nell’omonimo aeroporto internazionale civile, convivono da anni con una delle centrali militari più importanti del mondo, il Comando Europeo ed Africano delle Forze navali americane, competente su un’area strategica enorme, che va dal Polo Nord a quello Sud, dal Mediterraneo al Mar Caspio. Eppure tutto ciò sembra ormai far parte dell’ordinario, come se fosse normale che una città – medaglia d’oro della Resistenza per essersi liberata da sola dall’occupazione nazista – debba subire passivamente l’occupazione militare USA e NATO a distanza di 68 anni dalla fine della guerra.

La scomoda verità è che il “pentagono della guerra” che ho appena descritto è la dimostrazione tangibile che chi governa l’Italia non ha nessuna intenzione di onorare l’art. 11 della sua Costituzione e, soprattutto, che la sovranità del nostro Paese è tuttora pesantemente limitata da un complesso militare-industriale al quale sembrerebbe quasi onorato di appartenere…

Ciò significa che il compito per il movimento antimilitarista e pacifista è enorme e che la sua forza attuale è ancora molto inferiore a quella occorrente. L’abolizione del servizio militare di leva – con la conseguente eliminazione del servizio civile degli obiettori di coscienza e della stessa componente civile della difesa, faticosamente conquistata – ha di fatto impedito che centinaia di migliaia di giovani si sentissero coinvolti ed impegnati in prima persona. Il resto lo ha fatto il processo di de-ideologizzazione, che ha cancellato poco alla volta ogni analisi critica dell’attuale sistema di potere e del modello di sviluppo cui è asservito, grazie anche alla banalizzazione e massificazione del pensiero unico neoliberista, cui ci ha abituato il grande fratello mediatico.

Ecco perché la lotta nonviolenta per smilitarizzare la Campania e denuclearizzare il suo mare ha bisogno di un nuovo slancio e di una vasta campagna di educazione alla pace ed alla resistenza civile. Per fare questo deve proseguire l’opera di controinformazione e di sensibilizzazione, a partire dagli abitanti delle aree più direttamente coinvolte in quest’assurda escalation militarista. Solo così – con una lotta civile, popolare e nonviolenta – potremo “togliere le basi” alla guerra globale.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’immagine che illustra il titolo è stata realizzata da E. Ferraro

NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“FAR WASTE” ovvero: anche la NATO produce munnèzza

 In una delle mie ricerche su Internet, riguardanti il comando NATO di Napoli ed il suo prossimo trasferimento nel nuovo quartier generale di Lago Patria, mi sono imbattuto per caso in un testo intitolato: “Notification of Intent (NOI) to issue an Invitation for International Bidding (IFIB) for JFC Naples- Lago Patria Giugliano , Italy – Waste Collection and Disposal Services”. (Vedi: http://aco.nato.int/resources/site1832/J8public/IFIB%20ACO-NAP%2012-21%20NOI%20letter%20dtd%2016%20Aug%2012%20signed%20copy.pdf)

Non si tratta ovviamente d’un documento top secret sui piani strategici della NATO nel Sud Europa ma, molto più banalmente, di un bando per gara d’appalto internazionale (ref: ACO-NAP-12-31), relativo all’assegnazione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti che saranno prodotti nella nuova struttura NATO nel prossimo anno. Il bando completo – che sarà pubblicato sul sito istituzionale (www.aco.nato.int/page136374522.aspx ) il 17 settembre prossimo, con scadenza 29.10.2012 – prevede una gara su base annua (Gennaio-Dicembre 2013), con possibilità di rinnovo per un ulteriore quadriennio. Il prezzo base fissato per questo servizio è pari a 290.000 euro annui, con previsione d’un contratto quinquennale che impegni 1.450.000 euro totali.

Se non si trattasse di un appalto della NATO per un servizio di raccolta e smaltimento RSU da svolgersi nel comune di Giugliano in Campania (NA) – uno dei più disastrati proprio sotto questo profilo – la questione forse non meriterebbe di essere presa in considerazione. Tenuto conto del fatto che le strutture militari alleate e statunitensi in Campania sono da decenni del tutto autonome per qualsiasi tipo di fornitura e servizio interno – con scarsissima o nulla ricaduta sull’economia locale dei territori da esse “protette” – non è poi tanto strano che i nostri cari Alleati si siano attrezzati per conto proprio per un’esigenza ambientale basilare come quella della eliminazione dei cospicui rifiuti prevedibilmente prodotti dalla maxi-struttura costruita presso il Lago Patria. Essa, infatti, è destinata ad ospitare nei suoi 330.000 mq di superficie totale, (di cui 60.000 edificati) ben 2.500 militari residenti e, comunque, a sostenere l’impatto d’un bacino di residenti, a vario titolo e tempo, probabilmente quasi doppio. Se dividiamo la somma prevista annualmente dall’amministrazione NATO per questo appalto (Euro 290.000) per un numero di persone grosso modo intermedio fra quelle residenti e quelle orbitanti intorno al comando JFC di Lago Patria (cioè 3.500), il costo annuo del servizio risulta pari a 82,86 euro pro capite.

A questo punto mi è venuto spontaneo confrontare questa cifra con quella impegnata dal Comune di Giugliano in Campania (nel cui territorio ricade il JFC) per finanziare l’analogo servizio di raccolta e smaltimento dei RSU. Ebbene, nel Piano Comunale apposito, varato nel 2008, (http://www.comune.giugliano.na.it/allegati/578Piano_di_raccolta.pdf ) erano stati previsti questi parametri: una spesa annua di Euro  8.420.167  (di cui il 75% per il personale – il  3% per le attrezzature ed il 22% per gli automezzi), allo scopo di coprire con tale servizio un territorio urbano che si estende  per ben 94 km2, con un numero di abitanti pari a circa 120.000 unità, che producono mediamente 512 kg di rifiuti ciascuno. Il costo medio per abitante (8.420.167/120.000) risultava allora di 70,16 euro pro capite. Dal confronto emergerebbe una cifra assai inferiore a quella prevista dall’amministrazione NATO, però le cose non stanno esattamente in questo modo.

Da un articolo pubblicato su un sito web, infatti, si evince che il servizio appaltato dal Comune di Giugliano alla ditta Senesi e del cui contratto si chiede la rescissione per inadempienza della stessa, costa invece ben 15.702.000 euro annui per il 2012 (cioè quasi l’87% in più rispetto alla cifra prevista 4 anni fa) con una spesa media per abitante di ben 130,85 euro e, a quanto pare, con una qualità complessiva del tutto insufficiente.

“Siamo di fronte ad un servizio che è eufemistico definire inefficiente. Siamo di fronte ad un servizio che non viene effettuato,ma che viene regolarmente pagato. Non mi risulta, infatti, che alla Senesi siano state fatte pervenire contestazioni da parte degli uffici comunali. Non ho notizie di decurtazioni, pur dovute, a fronte dei servizi non fatti”, afferma il capogruppo del Pd Nicola Pirozzi. Rincara la dose Antonio Poziello, consigliere comunale e membro della Commissione Rincara la dose Antonio Poziello, consigliere comunale e membro della Commissione Ambiente e Territorio: “La situazione è paradossale. La Senesi sta ottenendo il pagamento di servizi che non solo non fa, ma che in tutta evidenza non ha mai pensato di dover fare. Altrimenti come spiegare che non ha, se non forse sulla carta, i mezzi necessari ad effettuare lo spazzamento meccanico, il lavaggio stradale, ecc.”. (http://www.corradogabriele.net/2012/04/24/giugliano-rifiuti-pd-chiede-la-rescissione-del-contratto-con-la-senesi/ ).

Non entro ovviamente nel merito di questa diatriba sulla qualità del servizio d’igiene pubblica giuglianese, di cui non ho esperienza diretta e che riflette ovviamente anche polemiche politico-amministrative. Non posso fare a meno di rilevare, però, che sui media italiani e perfino sulla stampa estera il nome del Comune di Giugliano in Campania o di altri comuni del napoletano e del casertano, proprio nell’ambito della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stato spesso associato ad analisi assai poco lusinghiere sulle ecomafie e sul pesante intervento della camorra nella disgraziata “terra dei fuochi”. Basti pensare alle varie ed approfondite inchieste di un team catalano (http://www.ceecec.net/case-studies/waste-crisis-in-campania-italy/ ) o agli articoli pubblicati da quotidiani spagnoli come El Mundo (http://www.elmundo.es/elmundo/2011/06/30/ internacional/1309463302.html ), francesi come Libération (http://www.liberation.fr/ tribune/010185538-l-italie-ses-dechets-son-beton-ses-mafias ) inglesi come The Independent (http://www.independent.co.uk/news/world/europe/italys-toxic-waste-crisis-the-mafia-ndash-and-the-scandal-of-europes-mozzarella-799289.html ), tedeschi come Der Spiegel ( http://www.spiegel.de/international/europe/the-garbage-of-naples-how-the-mafia-helped-send-italy-s-trash-to-germany-a-681469.html ) o addirittura arabi, come Al Jazeera (http://www.aljazeera.com/ indepth/inpictures/2012/02/2012220145919672749.html ).

Il fatto è che nella nostra “biùtiful cauntri” , che una volta era chiamata Campania Felix, da decenni si è concentrato il malaffare, distruggendo, cementificando ed intossicando un territorio eccezionale e rendendolo uno dei più consolidati feudi della mafia internazionale.

Eppure proprio in questa capitale della munnézza , assurta a lucrativo bisinìss malavitoso, ha deciso d’insediarsi il nuovo comando sud-europeo dell’Alleanza Atlantica, presso quel Lago Patria la cui bellezza è costantemente deturpata da scarichi abusivi di ogni genere, come più volte denunciato dalle associazioni locali e dallo stesso WWF (http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=23117 ).

Dal 2013 una popolazione di 2.500 persone abiterà in continuità questa blindata cittadella della NATO, con la previsione di una presenza meno regolare di militari e civili quasi pari. La quantità e qualità dei rifiuti che saranno prodotti da questo nuovo e denso agglomerato di quasi 5.000 nuovi non-cittadini di Giugliano giustifica quindi la gara di appalto per la loro raccolta e smaltimento “in conformità con leggi e regolamenti in vigore in Italia”, come peraltro si specifica nel bando. Sarà interessante scoprire le condizioni contrattuali di questo appalto, i requisiti per parteciparvi e le altre informazioni che saranno pubblicate sul sito aco-nato.int. Sta di fatto, però, che questa opportunità non sarà sfuggita a chi da troppo tempo, diciamo così, già controlla il settore rifiuti… Fatto sta che i cittadini di Giugliano in Campania stanno attualmente pagando, per un analogo servizio d’igiene urbana, molto di più e con risultati evidentemente assai scadenti. Staremo a vedere, allora, se i nostri cari “Alleati” riusciranno ad assicurarsi un servizio di gestione dei rifiuti molto più efficiente, spendendo annualmente quasi 50 euro in meno per ciascun abitante.

Se ciò accadrà vorrà dire che, ancora una volta, la gente della Campania si scoprirà ospite a casa sua e, soprattutto, constaterà che i “poteri forti” sanno farsi rispettare. Diceva Marco Antonio nel “Julius Caesar” di Shakespeare: “Brutus is an honourable man; So are they all, all honourable men…”. Anche in questo caso, state sicuri, fra “gente d’onore” s’intenderanno sicuramente…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

L’OBSOLESCENZA DELLA NATO, UN RELITTO DEL PASSATO

Non capita tutti i giorni di aprire le pagine di TIME magazine e di trovarvi un articolo intitolato “Il declino dell’Occidente”  (http://www.time.com/time/subscriber/article/ 0,33009,2115075,00.html ).       La cosa che colpisce subito, per la sua chiarezza, è l’eloquente sottotitolo di questo breve saggio di Ishaan Tharoor, pubblicato il 28 maggio scorso : “Mentre la NATO si riunisce a Chicago, l’alleanza militare più grande del mondo sta svanendo nell’obsolescenza?”.

Opperbacco! – avrebbe esclamato Totò – ma pochi giorni fa la NATO non aveva forse festeggiato trionfalmente il suo 63° compleanno, e la sua portavoce europea non aveva augurato al Comando alleato di Napoli altri sei decenni di attività? Ebbene sì, secondo l’analisi del giornalista di TIME il mega-summit di Chicago e la stessa avveniristica e miliardaria edificazione di una nuova sede, in acciaio e vetro, di fronte al vecchio quartier generale alleato di Bruxelles, non sarebbero altro che l’immagine di ciò che la NATO “spera di diventare”, cioè una realtà “adatta alle esigenze del XXI secolo”. “Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? – si chiede retoricamente Tharoor, continuando nel suo metaforico parallelo tra l’Alleanza Atlantica e la sua vecchia sede, definita “un grigiastro relitto di un’altra era, sopravvissuto alla Guerra Fredda ed alla disintegrazione dell’URSS”.

“La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata “ – ha dichiarato all’intervistatore Anders Forh Rasmussen, il suo Segretario Generale “dagli occhi color cobalto”, che è poi passato a snocciolare i successi attribuibili agli interventi militari alleati in Libia, in Afghanistan, nel Kosovo, sulle coste della Somalia e nello spazio aereo sul Mar Baltico. Il redattore del TIME osserva però che questa è l’iimmagine dall’interno della NATO, mentre dall’esterno è quella di “…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità”. Il motivo di ciò, secondo Tharoor, va ricercato soprattutto nella crisi finanziaria, che ha provocato in Europa vari tagli ai bilanci della difesa, costringendo Washington a chiedersi se gli alleati d’oltre-oceano stanno facendo la loro parte, visto che gli Europei, nel caso della Libia, pur avendo “guidato la carica”, non avrebbero combinato nulla “…se gli Stati Uniti non avessero fatto il lavoro pesante dietro le quinte”.

Ora che l’Amministrazione Obama sta annunciando che i suoi piani strategici si stanno allontanando dallo scenario mediorientale e mediterraneo e che la spesa militare dei paesi asiatici si prevede superiore a quella dell’Europa, la NATO – afferma il giornalista senza tanti giri di parole – “sta diventando un relitto del passato […] Con gli europei impegnati a disputare a Chicago della “difesa intelligente” – uno slogan della NATO affinché i paesi di tutto il continente mettano in comune risorse militari in un’epoca di austerità – è chiaro che i tradizionali alleati occidentali degli USA cercheranno di fare meno con meno.”  L’analista della prestigiosa rivista americana, a tal proposito cita Ian Bremmer, un politologo della Columbia University che ha scritto un libro significativamente intitolato “Ogni nazione per sé: vincitori e perdenti nel mondo dei G-zero” , nel quale afferma che le questioni geopolitiche stanno diventando sempre più guidate dagli interessi dell’economia, piuttosto che da quelli della ‘sicurezza’.  La stessa “impotenza di fronte alla sanguinosa guerra civile in Siria” – insiste Tharoor – è la dimostrazione che la campagna militare in Libia era solo “…l’eccezione che non conferma alcuna regola”.

La conclusione dell’articolo è altrettanto dura verso chi s’illude – o comunque vorrebbe convincere gli altri – che la NATO abbia ancora un futuro davanti a sé.: “I difensori della NATO sostengono che l’Alleanza, in quanto gruppo di democrazie affini, ha quanto meno un ruolo ideologico. Ma altre democrazie in crescita, come l’India e il Brasile, hanno poco interesse a farsi immischiare in un’organizzazione creata durante la Guerra Fredda per rafforzare la politica estera degli Stati Uniti. Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…”.
Che dire? Cosa mai si potrebbe aggiungere di fronte ad una diagnosi e ad una prognosi così spietate? La  crescente militarizzazione del territorio italiano da parte della NATO e degli Stati Uniti e la sua finalizzazione alla cosiddetta “difesa intelligente”, stando così le cose, appaiono ancor di più un demenziale, irresponsabile ed augurabilmente inutile spreco di denaro della collettività, solo per tenere in piedi un complesso militar-industriale affamato di commesse e privo di scrupoli.  Questo non significa affatto che la NATO non sia più una minaccia alla pace ed alla sicurezza e che i venti di guerra che stanno spirando in questi giorni siano solo delle brezze senza conseguenze. E’ però importante che un commentatore d’un autorevole rivista statunitense possa affermare senza peli sulla lingua che la NATO è solo l’anacronistico relitto del passato di una “superpotenza” che sta perdendo credibilità e forza come catalizzatrice delle democrazie occidentali, di fronte a cambiamenti geopolitici ed economici che prospettano ben altri scenari.

“MAKE NATO HISTORY !”  recitava un vecchio slogan degli antimilitaristi. Beh, a quanto pare – per prendere in prestito  il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman – si direbbe proprio che anche la NATO abbia “un grande avvenire dietro le spalle”…    

© 2012 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com  )

“E’ N.A.T.O. ‘NU CRIATURO Ô LACO ‘E PATRIA…”

Il titolo riecheggia, non a caso, la nota canzone napoletana “Tammurriata nera”, lanciata nel 1944 da E. Nicolardi ed E.A. Mario, che scherzavano bonariamente su un episodio realmente accaduto.  Il primo, allora dirigente amministrativo all’ospedale “Loreto Mare” di Napoli, era stato testimone del trambusto causato dalla nascita, nel reparto maternità, di un bimbo di colore, concepito durante l’occupazione americana della città. L’ironia della canzone, più che sulla vicenda in sé, ruotava intorno alla pretesa di farla apparire del tutto normale, magari cercando per il piccolo afro-americano dei nomi rassicurantemente napoletani, come Peppe o Ciro…

Ebbene, anche in questi giorni si è verificato un evento piuttosto particolare, che però si vorrebbe far passare come normale amministrazione. Quegli stessi “Alleati”, che stanno occupando militarmente Napoli da ben 60 anni, anziché concludere questa lunga non richiesta e discutibile “protezione” della città, si sono invece trasferiti ufficialmente nella nuova sede al Lago Patria, sul litorale giuglianese, con la dichiarata intenzione di restarci ancora un bel po’.

Apprendiamo, infatti, da un comunicato stampa del sito ufficiale del Comando delle Forze Congiunte Alleate di Napoli che il giorno 23 maggio 2012 la NATO ha preso formalmente possesso del suo nuovo Quartier Generale. La simbolica cerimonia di passaggio delle “chiavi” dal paese ospitante (l’Italia) al JFC di Napoli è stata condotta con “distinzione e professionalità” dal Col. Luigi Bodini, il quale ha firmato l’atto di consegna del sito, aggiungendo che “…il quartier generale di Lago Patria è la perfetta premessa per una futura partnership civile e militare”. Il concetto, se non fosse stato abbastanza chiaro, è stato ribadito dalla dr.ssa Diana Sodano, l’ufficiale incaricata delle “relazioni comunitarie”, la quale ha testualmente affermato: “Noi tutti possiamo essere fieri delle realizzazioni del nostro Comando. Scrutando l’orizzonte verso il nostro servizio futuro, possiamo essere altrettanto orgogliosi ed entusiasti per i prossimi sei decenni ed oltre”. (http://www.jfcnaples.nato.int/page372601456.aspx )

Beh, non si può dire che al comando NATO non abbiano le idee chiare…  Per fare in modo che “il leone ruggisca” – come auspicava il nuovo Comandante del JFC, l’Amm. Clingan – evidentemente bisogna che si confermi il suo ruolo dominante in Italia e nell’Europa meridionale, sempre più nel ruolo di “comando d’operazioni di guerra” più che di sede burocratica dell’Alleanza Atlantica. (vedi i miei precedenti articoli sul blog : “Fa’ ruggire il leone” e “Lago Patria: un preoccupante neo-NATO”)

Sempre dal sito web del JFC, apprendiamo inoltre che il giorno 28 maggio 2012 il Comando passerà ad una “struttura operativa provvisoria” (Interim Working Structure), proprio per assicurare una transizione “morbida” al nuovo assetto logistico ed organizzativo. Anche se per ora il personale non si trasferirà alla nuova sede, si sottolinea, il JFC Naples deve fronteggiare tre nuovi ‘eventi’: la transizione allo “End State Peacetime Establishment”; la “preparazione e certificazione per la NFR (NATO Response Force) ed il vero e proprio trasloco al nuovo quartier generale di Lago Patria. L’articolo si conclude con queste illuminanti parole: “Una trasferimento anticipato della struttura congiunta consentirebbe l’utilizzo della rotazione dell’estate 2012 per la preparazione del personale NRF nel 2013 nei rispettivi ruoli futuri, nonché ottimizzerebbe l’efficacia della formazione fino al 2012-2013, in modo da soddisfare i requisiti di Capacità Operativa Iniziale e di Piena Capacità Operativa. In altre parole, abbiamo bisogno di addestrare al modo in cui combatteremo”. (http://www.jfcnaples.nato.int/page372603751.aspx ).

Dietro il linguaggio in codice militare, ancora una volta il Comando di Napoli della NATO – forte delle decisioni assunte al vertice di Chicago sullo “scudo antimissile” che coinvolgerà direttamente e pesantemente anche il nostro Paese  (http://mobile.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120520/manip2pg/06/manip2pz/323001/  ), ribadisce quindi il suo ruolo bellico operativo, alla faccia della strategia di public relations con la quale vorrebbe apparire come un bonario, se non rassicurante, “vicino di casa” della comunità dove ha deciso di trascorrere i suoi “secondi 60 anni”.

Ebbene, proprio per il 28 maggio il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania – che a quanto pare resta finora l’unico oppositore dichiarato di questa “relocation” del JFC sul litorale giuglianese – ha organizzato un’assemblea pubblica, per denunciare questa nuova, assurda, tappa della militarizzazione della Campania. Alle ore 17,00 – presso l’associazione “La Città del Sole” (vico Mattei, adiacenze basilica di S. Gregorio Armeno a Napoli) – discuterà con i cittadini e le altre realtà associative interessate sul tema: <<NO ALLE GUERRE GLOBALI !  SI’ ALLA SICUREZZA DELLA COMUNITA’ ! >>

Dopo un’introduzione di Flavia Lepre (Comitato Pace e Disarmo), ci sarà una relazione di Antonio Mazzeo (giornalista de Il Manifesto) sulle tendenze generali della politica della NATO. Seguirà un intervento di Ermete Ferraro (Comitato Pace e Disarmo) sulla specifica situazione del trasferimento del Comando JFC al Lago Patria e sui rischi che essa comporta per la popolazione locale, oltre che per la sicurezza e la pace. Dopo il dibattito con i partecipanti all’incontro, le conclusioni sono state affidate a P. Alex Zanotelli, missionario comboniano, ben noto per il suo impegno eco-pacifista.

Qualcuno potrà dire che contro il leone non c’è nulla da fare e che nulla potrà impedirgli di lanciare il suo minaccioso ruggito. Eppure vorrei ricordarvi che, oltre alla già citata favola di Fedro sul leone prepotente, che dopo essersi alleato con altri animali “totam praedam…abstulit”, c’è anche una interessante, anche se meno nota, favola di Esopo, “La zanzara ed il leone”. Vi si narra, appunto, di una zanzara che ebbe l’ardire di sfidare addirittura sua maestà il re degli animali. Ovviamente non poteva scontrarsi fisicamente col felino, però lo punzecchiò ripetutamente sul muso, costringendolo a graffiarsi da solo, per difendersi da quegli inaspettati attacchi di quel fastidioso insetto. (http://www.poesialatina.it/Greek/Index1.htm ).

La favola, a onor del vero, finisce male anche per la zanzara. Si narra infatti che, per gloriarsi della sua vittoria, andò a finire proprio dentro una ragnatela, per cui la morale che se ne trae è che chi, sebbene piccolo, sia riuscito a sconfiggere un animale molto più grande e forte, deve comunque stare molto attento a non finire vittima di un altro insetto. Per quanto ci riguarda, noi del Comitato non vogliamo essere né zanzare spavalde né le classiche ‘mosche cocchiere’, poiché il nostro compito è soprattutto quello di fare controinformazione e si aiutare la comunità a mobilitarsi direttamente e consapevolmente contro chi ne minaccia la pace, la sicurezza e la salute.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

FA’ RUGGIRE IL LEONE !

                                              FA’ RUGGIRE IL LEONE!

Compendio del Clingan-pensiero sul ruolo del Comando JFC di Napoli                                                                                  

Che da più di 60 anni la NATO abbia fatto “la parte del leone” in Italia, ed in particolare a Napoli, era cosa risaputa. D’altronde, il leone di S. Marco, che campeggia sul vessillo del Comando NATO per il Sud Europa (AFSOUTH), non è mai stato un semplice omaggio alla potenza dell’antica repubblica marinara di Venezia, ma un ben preciso segnale di dominio dell’Alleanza Atlantica sul Mediterraneo.

Basta aprire la home-page del sito web del Quartier generale di Bagnoli – denominato nel 2004 “Allied Joint Force Command Naples” – per apprendere che il JFC: “prepara, pianifica e conduce operazioni militari al fine di preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati-membri dell’Alleanza e la libertà dei mari e le linee economiche vitali lungo tutta l’area di responsabilità (AOR) del Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) ed oltre”. (www.jfcnaples.nato.int )

E’ evidente che per i signori della NATO resta valido il vecchio motto latino “Si vis pacem para bellum”, mutuato da citazioni di Vegezio, Cornelio Nepote e, soprattutto, del Cicerone delle Filippiche (“Si pace frui volumus, bellum gerendum est”). Eppure sembra evidente la contraddizione, l’ossimoro organizzativo, di ben 22 nazioni che, sotto la guida d’un vertice obbligatoriamente statunitense, da sei decenni occupano militarmente una parte della città di Napoli, predisponendosi a combattere proprio per difendere la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale

Fatto sta che quest’immagine evidentemente non risultava abbastanza bellicosa se, fin dal summit di Praga del 2002, la NATO ha avviato una profonda ‘trasformazione’ e ‘riorganizzazione’ dell’Alleanza, finalizzata – per citare ancora il sito del JFC – ad “…adeguare la struttura militare alleata alle sfide operative di una guerra di coalizione, per fronteggiare le minacce emergenti nel nuovo millennio” (ivi)). Negli anni 2000, l’ambigua ed allusiva aggiunta di “ed oltre” all’indicazione dell’area di competenza del comando sud-europeo della NATO si è di fatto concretizzata in un notevole allargamento degli scenari d’intervento dell’Alleanza, con un molto maggiore attenzione alle c.d. “linee economiche vitali” dell’imperialismo capitalista che ad altre, più nobili, motivazioni. La sua struttura di comando, inoltre, è stata “reshaped” , cioè ridisegnata, per renderla “…più snella, flessibile e focalizzata sullo svolgimento di una più ampia gamma di missioni” (ivi).

Uscendo dal gergo militar-politichese, questo significa che anche al Comando NATO di Napoli è stato da tempo attribuito un compito molto più “operativo”, espressione eufemistica per indicare un chiaro ruolo di combattimento. Non a caso, la sezione del sito del JFC che illustra le fasi di questo processo di “transizione” s’intitola: “Let the Lion Roar”, che potremmo tradurre con: “Fa’/lascia ruggire il Leone”. E’ evidente l’auspicio di un risveglio del vecchio felino marciano, la cui spada sguainata sembrerebbe aver definitivamente vanificato la scritta “pax” sul librone sorretto dalla stessa zampa. A dimostrare che si tratta di un autentico ed irreversibile cambiamento, se restasse qualche dubbio, provvede l’articolo citato, che riferisce il pensiero dell’Amm. Bruce W. Clingan, nominato dallo scorso febbraio al vertice del Comando JFC di Napoli.

<<…”La guerra è un fatto politico. Noi non lo siamo” – ha detto Clingan – Con queste persuasive parole, i periodici sforzi del comandante per comunicare col personale civile e militare ed alle nazioni che contribuiscono a supportare la sistemazione di questa sede operativa tracciano il quadro entro cui attuare la transizione verso un comando di combattimento bellico. Per prima cosa dobbiamo padroneggiare l’arte di combattere una guerra – ha aggiunto. Clingan ha continuato a spiegare che le nazioni che hanno contribuito all’Alleanza devono essere preparate a dar seguito ad un conflitto “high end” (cioè: di alto livello) che, ad esempio, comprenda, senza limitarsi ad esse, le specialità  che vanno dal campo informatico ad altre operazioni, sia ‘cinetiche’ sia ‘non-cinetiche’…>> (http://www.jfcnaples.nato.int/page193432.aspx).

Non mi pare che ci sia da interpretare tali affermazioni che, a parte gli ultimi riferimenti più tecnici, sono fin troppo esplicite. Il comandante Clingan ha ripetuto anche in seguito il concetto secondo il quale il carattere operativo della sede di Napoli (e tra poco di Lago Patria) deve diventare prevalente, caratterizzandola quindi in senso decisamente bellico più che organizzativo.

<<Egli ha riconosciuto che l’approccio collettivo per conseguire la sua priorità numero uno, quella di trasformare questo quartier generale in un comando di combattimento bellico, richiederà ‘scelte sagge’ e che valuta i contributi e le idee dei leader ad ogni livello all’interno del comando. “Ciò che conta è la leadership ed il coraggio – ha affermato. Spiegando che questa trasformazione non riguarda solo il trasferimento alla nuova sede di Lago Patria, Clingan ha detto che c’è una forte motivazione verso il cambiamento. “Le organizzazioni devono essere in grado di adattarsi alle circostanze, che cambiano rapidamente ed in profondità”, ha detto. “La NATO è su questa strada”…>>(ivi).

Ancora una volta viene sbandierata la nuova politica efficientista ed interventista dell’Alleanza Atlantica, motivandola ovviamente con l’esigenza di adeguarla alle mutate situazioni internazionali ed alle nuove “sfide alla sicurezza”. Una sede già importante come quella di Napoli, di conseguenza, ha già assunto un fondamentale peso strategico ed il suo Comandante non ha dubbi in proposito:

<<Una struttura di comando più snella, che capitalizza meglio le strutture di comando e controllo all’interno della struttura della forza NATO ed utilizza una tecnologia più aggiornata, è necessaria per consentire all’Alleanza di mantenere il suo livello di ambizione, per mantenere una robusta capacità di comando e controllo e dispiegabili capacità militari,  e per prevalere nelle operazioni in un ambiente dinamico e complesso, tra missioni concordate e capacità della NATO>>.

L’efficienza tecnologica ed organizzativa cui tende l’Alleanza Atlantica (e conseguentemente il  comando di Napoli), sostiene Clingan,  è uno strumento per dirigerne e controllarne sempre più la struttura, con l’esplicita finalità di assicurarne ‘il livello di ambizione’ proprio attraverso la sua operatività militare come “warfighting headquarters”.

Ecco, allora, che è proprio il suo Comandante per il sud-Europa che contribuisce a smascherare la versione un po’ addomesticata e pacioccona della NATO, presentata come baluardo posto a difesa della libertà dei suoi paesi-membri. Altro che pace, sicurezza ed integrità territoriale! Questi tre concetti, sebbene sventolati nel messaggio di apertura del sito del JFC, fanno oggettivamente a pugni con un’alleanza già aggressiva, minacciosa e multinazionale, che si propone senza troppi giri di parole di far diventare le sue sedi operative sempre più comandi per operazioni belliche.

A cancellare quest’evidente escalation imperialista non basteranno certamente le sottili strategie di “public relations” avviate dallo stesso JFC nei confronti dei residenti nell’area in cui la sua sede si trasferirà dalla fine del 2012 (vedi il mio precedente articolo: “Un preoccupante…neo-NATO”). Nello stesso sito web, infatti, si moltiplicano le notizie riguardanti iniziative di apertura verso i cittadini giuglianesi, in nome di un improbabile concetto di “buon vicinato” della comunità locale con questo ingombrante e pericoloso comando militare.

<< La sensibilizzazione pubblica del JFC di Napoli nei confronti delle scuole locali, degli ospedali e di altre istituzioni stabilite ha lo scopo di contribuire ad accrescere la comprensione tra la NATO e la comunità locale. Dal momento che il quartier-generale del JFC di Napoli diventa sempre più connesso con i suoi prossimi vicini, l’obiettivo è per i suoi cittadini quello di vedere il JFC come un contributo a stabilire sani e duraturi legami tra le forze armate e la comunità locale.>> ( http://www.jfcnaples.nato.int/page372604617.aspx ).

Le visite di scolaresche alla base radar di Licola o al quartier-generale di Bagnoli, come pure i ‘cordiali’ incontri di funzionari NATO con sedicenti ‘rappresentanti’ della cittadinanza giuglianese presso la nuova sede di lago Patria, date queste premesse, assomigliano quindi alle visite delle famigliole al giardino zoologico, dove i “leoni” appaiono dei pacifici gattoni, ma solo dietro le sbarre…

Eppure, in occasione del vertice NATO di maggio 2012 – prudentemente spostato a Camp David dopo che nella blindata Chicago l’atmosfera era diventata incandescente… – il vecchio leone tornerà a lanciare i suoi minacciosi ruggiti. E lo farà soprattutto attraverso la suadente voce del Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, che ha già anticipato il suo intervento.

<<Dopo le guerre in tre continenti – Jugoslavia, Afghanistan e Libia – e le operazioni navali permanenti nel Mar Mediterraneo e nel Mare Arabico, Clinton prevede che il vertice di Chicago permetterà di consolidare ed espandere il ruolo dell’unico blocco militare nel mondo come forza globale interventista: “A Chicago costruiremo questi partenariati, come promesso. Riconosceremo i contributi operativi, finanziari e politici dei nostri partner, in una serie di sforzi per difendere i nostri valori comuni nei Balcani, Afghanistan, Medio Oriente e Nord Africa”….>>   ( http://www.eurasia-rivista.org/a-chicago-il-vertice-per-consolidare-la-nato-globale/15079/)

Contro questa nuova sfida globale della NATO alla pace, alla sicurezza ed all’integrità territoriale, però, c’è chi non è disposto ad abbassare la testa ed a ripetere l’ennesimo “signorsì”. Ecco perché anche a Napoli ed a Giugliano – Lago Patria chi è per la pace, per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio esprimerà la propria protesta e lancerà una campagna di controinformazione, di mobilitazione e di resistenza nonviolenta alla guerra.

Lasciamo pure che il leone della NATO ruggisca, ma non dimentichiamo mai la celeberrima favola di Fedro su quel leone che, dopo la caccia con altri animali più deboli, si aggiudicò arrogantemente tutta la preda (“totam praedam sola improbitas abstulit”). La morale della storia era e resta sempre la stessa: “Numquam est fidelis cum potente societas”, cioè: “Non c’è mai da fidarsi di un’alleanza con un potente”…!

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )