VITTORIA AMBIENTALISTA VS WIND A BAGNOLI


COMUNICATO STAMPA VAS CAMPANIA DEL 18.06.2010

La sentenza contro la installazione della mega antenna per telefonia mobile  Nokia Wind Siemens in via Enea a Bagnoli è una piccola, grande vittoria innanzitutto della lotta e della partecipazione dei cittadini per il rispetto dei diritti e della tutela della salute, che dà speranza e fiducia  a giuristi ecosolidali – che gratuitamente danno professionalità ed impegno per la collettività – , ad espressioni democratiche territoriali quale l’Assise di Bagnoli ed il Comitato 4 Agosto, all’autorganizzazione degli utenti, come l’Assoutenti, e naturalmente alle associazioni Ambientaliste tutte che come i VAS, sono impegnate,  già a partire dalla prevenzione, contro l’inquinamento e le sue irreversibili conseguenze. La sentenza costituisce un fondamentale riferimento giuridico per ogni situazione similare e di colpo di mano dei grandi inquinatori elettromagnetici dell’etere, ovvero dello stesso  spazio fisico in cui viviamo; in tal senso è di grande importanza dare ad essa la massima circolazione.

Antonio D’Acunto, Rosachiara Cernuto, Ermete Ferraro

LA SOGLIANO IN AGITAZIONE

COMUNICATO STAMPA
Adesione della “Sogliano” alla mobilitazione dei docenti

I docenti della S.M.S. “A. Sogliano” di Napoli, dopo l’ampia discussione tenuta come assemblea d’Istituto, pur garantendo le valutazioni delle classi terze e le prove d’esame di licenza media, hanno deciso di aderire allo sciopero degli scrutini della classi intermedie, indetto da COBAS, CUB ed altri sindacati di base, per denunciare quella che è stata giustamente definita “l’ultima e più sanguinosa tappa del massacro della scuola”.
“Nel prossimo anno scolastico spariranno 26 mila posti di lavoro tra i docenti e circa 15 mila tra gli ATA, con una espulsione di massa dei precari – si sottolinea – e la manovra finanziaria del governo ancora una volta colpisce pesantemente i lavoratori/trici del pubblico impiego e soprattutto quelli della scuola. Il blocco triennale dei contratti comporterà per gli insegnanti un taglio tra i 1500 e i 1800 euro, penalizzazione cui si aggiunge anche il blocco degli ‘scatti d’anzianità’, nonché lo spostamento di un anno della pensione e la fissazione dell’età pensionabile per le docenti a 65 anni fin dal 2012”.
I docenti della Sogliano esprimono compatti il loro dissenso anche verso il processo di aziendalizzazione/privatizzazione della scuola italiana, ricavabile dalle proposte di legge Brunetta ed Aprea, che mettono seriamente in discussione la professionalità degli insegnanti ed il principio della collegialità della funzione docente. Tale dissenso si esprimerà nell’adesione corale e solidale allo sciopero delle attività didattiche previste per i giorni 14 e 15 giugno, anche se basterà che solo alcuni docenti scioperino per paralizzare le operazioni di scrutinio e gli adempimenti successivi (esposizione ‘tabelloni’ e consegna schede di valutazione finale).
“E’ il solo modo che ci rimane per manifestare la nostra opposizione a questo grave attacco alla scuola di tutti, che non è quella dell’omologazione fittizia delle prove Invalsi e della cancellazione della dignità e collegialità dei docenti, la cui dispersione, debolezza e precarietà rispondono ad una logica perversa che non condividiamo – concludono i docenti della “Sogliano” – Ecco perché intendiamo agire sempre più in rete coi colleghi delle altre scuole che non si sono piegati al diktat degli scrutini illegalmente svolti prima della fine dell’anno scolastico, informando anche i genitori delle ragioni di una battaglia per difendere la scuola dei loro figli“.

I Docenti della S.M.S. “A.Sogliano” di Napoli

Napoli, 9 giugno 2010

di erferraro Inviato su scuola Contrassegnato da tag

DA ECOPACIFISTI, CONTRO IL TERRORISMO DI STATO D’ISRAELE

di Guido Pollice ed Ermete Ferraro.

Image44I tragici avvenimenti cui abbiamo assistito, e le troppe reazioni ipocrite che abbiamo registrato di fronte all’atto di pirateria e di terrorismo posto in atto da Israele, richiedono una fermezza ed una chiarezza che non si nasconda dietro a nessun ‘se’ e nessun ‘ma’. Ci hanno abituato alle mezze parole, alle frasi ambigue ed untuosamente diplomatiche e, anche in questo caso, non si è mancato di evocare gli spettri dell’antisemitismo e del terrorismo filo-arabo, per offrire impossibili giustificazioni ad un sanguinoso e premeditato atto di guerra, perpetrato dalle forze armate israeliane contro una spedizione umanitaria internazionale ed assolutamente disarmata.
Da ecologisti e da pacifisti sappiamo bene che nessuna realtà è mai del tutto bianca o nera e che le rigide contrapposizioni di principio vanno evitate, nella misura in cui non aiutano a risolvere i conflitti e rischiano di demonizzare le diversità. Non possiamo però tacere di fronte ad uno sfrontato atto di terrorismo di stato, che ha fatto strage non solo di esseri umani inermi, ma anche di qualsiasi rispetto del diritto internazionale, che mette al bando gli interventi di guerra contro civili e non ha mai giustificato l’aggressione e l’oppressione di un intera popolazione, costretta a sopravvivere a stento in un carcere a cielo aperto. Da ecopacifisti, quindi, protestiamo ancora una volta contro l’assurdo sequestro da parte degli Israeliani della comunità palestinese, cui gli attivisti per la pace e i diritti umani della “Freedom Flotilla” stava portando aiuti umanitari e la solidarietà di chi non può accettare che un popolo viva da schiavo sul proprio territorio. Gaza e le altre cittadine di quell’area devono vivere liberamente ed esercitare i loro diritti, che si riassumono nel binomio terra e libertà, resi impossibili dallo stato d’assedio e d’embargo, che perpetuano lo stato di guerra.
Un principio irrinunciabile per chi, come noi, difende da sempre la pace e l’ambiente, intendendole non come problematiche giustapposte ma come due facce della stessa lotta alla violenza ed allo sfruttamento, è quello sancito dall’art.3 della “Carta della Terra”: “ Costruire società democratiche che siano giuste, partecipative, sostenibili e pacifiche”. Ciò significa, come precisa quel fondamentale documento: “ (a) Assicurare che le comunità a ogni livello garantiscano i diritti umani e le libertà fondamentali e forniscano a tutti l’opportunità di realizzare appieno il proprio potenziale. (b) Promuovere la giustizia sociale ed economica, per permettere a tutti di raggiungere uno standard di vita sicuro e dignitoso, che sia ecologicamente responsabile.”. Ecco perché VAS, insieme con altre organizzazioni ecologiste e pacifiste, si è battuta e si batterà sempre perché la comunità internazionale esca dalle ambiguità e non si limiti a condannare a parole uno Stato che, di fatto, continua a godere di una vergognosa impunità. Esso, invece, va sanzionato con provvedimenti chiari ed efficaci, che mettano al bando il terrorismo bellicista del governo d’Israele e ne colpiscano i ramificati e potenti interessi economici, che sono poi gli stessi che gli garantiscono tale copertura.
“Promuovere una cultura della tolleranza, della nonviolenza e della pace” – per citare ancora la ‘Carta della Terra’ – significa sostenere la solidarietà e la cooperazione internazionale, ma anche adoperarsi per adottare strategie di azione che, rigettando la violenza, impieghino tecniche d’azione fondate sulla non collaborazione, sul boicottaggio e sull’opposizione ad ogni forma di militarismo, di consolidamento del complesso militare-industriale e di proliferazione nucleare. Ecco perché VAS condanna l’omicida e suicida politica dello Stato d’Israele e si associa a quanti chiedono con forza un’inchiesta internazionale sui tragici avvenimenti di questi giorni e l’adozione di dure sanzioni economiche contro chi ne è stato protagonista e, da troppo tempo, sta condannando il popolo palestinese alla disperazione, violandone i diritti umani elementari. Ma dei governi, a partire dal nostro, non ci fidiamo e perciò, da nonviolenti, aderiamo alla campagna di boicottaggio ‘dal basso’ degli interessi economici d’Israele. Da eco pacifisti, non possiamo accettare una logica di sopraffazione dei diritti e di terrorismo di stato e dunque ci schieriamo con chi non si rassegna alla violenza ed all’oppressione e non intende tacere, rendendosi così complice di chi ne è responsabile.

(C) WWW.VASONLUS.IT – 7 GIU. 2010

FINISCE CHE CI CACCIANO PURE DALLA NATO…!

Sono seriamente preoccupato. Ho letto che l’Italia, dal 2008 al 2009, è passata dall’ottavo al decimo posto nella classifica internazionale delle spese militari. Vabbé, c’è la crisi. Però non era un buon motivo per tagliare proprio sulla difesa, riducendo la sua voce nel bilancio e scendendo a meno di 30 miliardi di euro…!
Eppure ce lo avevano raccomandato, quelli della NATO, di non “tagliare” troppo ! Rasmussen, il segretario generale, era stato chiarissimo a tal proposito. “…tagli troppo pesanti mettono a rischio la sicurezza futura e potrebbero anche avere implicazioni economiche negative”. E invece niente. Per non stare a sentire le solite critiche dei disfattisti, mentre gli USA continuano a fare il loro dovere, spendendo il 4,7% del PIL, noi italiani abbiamo fatto ancora una volta una figuraccia, scendendo al 1,5%, meno ancora della spesa media degli europei, che già non raggiunge il 2% !
Naturalmente i pacifisti hanno trovato da ridire anche su questo. Dicono che le spese militari mondiali – secondo il SIPRI – sarebbero aumentate del 6% rispetto al 2008 e che, nel caso degli Stati Uniti, in nove anni sono aumentate quasi del 50%. Embé, che cosa dovrebbero fare gli USA? Starsene a lesinare sulla spesa militare proprio quando i fronti si aprono da tutte le parti?
La verità è che loro hanno tenuto saldamente il primo posto nelle classifiche mondiali, mentre noi rischiamo di finire in serie B, tra quei paesi sottosviluppati che non sanno investire nella propria sicurezza, mettendo in pericolo anche il nostro sviluppo e la stessa civiltà occidentale…
Finora siamo riusciti almeno a restare nella “top ten”, ma se ci lasciamo andare ancora finisce che ci cacciano pure dalla NATO. E poi, che razza di figura ci facciamo con i nostri ‘cugini’ d’oltralpe, che hanno speso 52,3 miliardi di euro? Perfino l’Arabia Saudita ha speso più di noi (33,8) e, d’altra parte, lo dicono pure i giornali che stiamo diventando dei rammolliti pacifisti, visto che negli stessi nove anni, abbiamo ridotto il nostro budget della difesa del 13,3%…
Dice: nel 2009 ogni italiano, grande o piccolo, ha speso 500 euro a testa per le nostre forze armate.
E che c’è di strano in questo? Cosa volete che siano 500 miserabili euro di fronte alla sicurezza del nostro Paese? Gli americani sborsano ogni anno più di 1700 euro ciascuno e nessuno si permette di dire che è troppo! E poi, si fa presto a dire “taglia”… Lo ha detto pure il ministro La Russa che non può mica tagliare sul personale della difesa, e allora finisce che la scure si abbatte sugli investimenti e sulle spese indispensabili. Che dite? Che è stato previsto di mandare a casa 130 mila insegnanti nei prossimi tre anni? E fanno bene! Che ce ne facciamo di tutti questi sedicenti maestri, che accampano solo diritti e che stanno sempre a lamentarsi per questo e per quello? Quello che è certo è che quest’anno stiamo scendendo a poco più di 20 miliardi, cioè appena l’1,3% del bilancio attuale, e c’è chi vorrebbe ancora protestare…! Se non si può ridurre il personale della difesa (appena 185mila uomini e donne, quelli sì che meritano il nostro grazie…) va sicuramente a finire che si dovrà tagliare sugli armamenti. Già li sento i soliti antimilitaristi del cavolo! “Vuol dire che non compreremo più i 131 cacciabombardieri F35 che costano tanto alle casse dello Stato”. Ma di che cosa blaterano quei cretini? Si tratta solo di 13 miliardi e mezzo di euro, da pagare entro il 2016 in comode rate. Mica possiamo andare in giro con i vecchi caccia dell’ultima guerra, che diavolo!
E dire che nel 2009 noi italiani abbiamo fatto invece un’ottima figura con l’industria bellica, visto che le esportazioni di armi italiane sono aumentate del 61% per un valore di 4 miliardi e 900 milioni, grazie anche alle banche che hanno investito saggiamente nel futuro di un’Italia forte!
Bah, meno male che c’è stata la parata militare del 2 giugno e abbiamo potuto rifarci un po’ gli occhi con la sfilata dei nostri bravi soldati ! Oddìo, li chiamiamo soldati, ma effettivamente c’è qualcosa di vero nel fatto che 90 mila militari su 185 mila oscillano fra il grado di generale e quello di sottufficiale. Ma, in fondo, che c’è di strano se abbiamo delle forze armate che per metà sono fatte di comandanti ? Vuol dire che sono un personale molto qualificato, anche se vanno dicendo che soltanto 25 mila uomini sono realmente preparati ed operativi per le missioni di pace che svolgiamo all’estero. E poi, basta con questa vecchia storia dei 40 mila marescialli non qualificati che restano nelle caserme! La colpa è solo di chi per decenni ha voluto demagogicamente l’ “esercito di popolo”, mentre ora abbiamo decisamente cambiato rotta e, non per vantarci, facciamo la nostra figura sui principali scenari di guerra…cioè di ‘ristabilimento della pace’. E per questo non facciamoci mettere sotto dai disfattisti di sempre e gridiamo a una voce: “Viva i Bersaglieri!”
(C) 2010 Ermete FERRARO

BASE USA DI NAPOLI: CHIUDERA’ ?

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US NAVYCOMUNICATO STAMPA

Base USA di Napoli:un rischio per la pace e la sicurezza

La notizia, riportata da diverse agenzie e quotidiani, circa la probabile chiusura della base USA di Napoli – la cui fonte era un servizio della CNN, peraltro non confermato dal Ministero della Difesa statunitense – ha suscitato commenti e prese di posizione spesso allarmate o comunque preoccupate.

Per non alimentare la già cronica disinformazione su questa delicata materia, che attiene la sicurezza stessa dei cittadini napoletani, bisogna ricordare che la c.d. “base aeronavavale” di Capodichino ospita in realtà il Comando Supremo della Marina USA in Europa (COMUSNAVEUR), trasferito a Napoli nel 2007 dalla sede precedente di Londra. Esso agisce in stretto collegamento col Comando JFC (l’ex AFSOUTH, cioè il Comando NATO per il Sud Europa) e col Comando delle Forze Armate USA in Africa (AFRICOM), anch’esso collocato recentemente a Napoli.

<< E’ molto grave sentire che i leader dei commercianti e degli industriali di Napoli si straccino le vesti di fronte alla sola ipotesi di chiusura del Comando di Capodichino – ha commentato Ermete Ferraro, referente nazionale per l’ecopacifismo di VAS e membro dell’Esecutivo di VAS-Campania  – A parte il fatto che l’indotto derivante dalla massiccia presenza americana a Napoli è davvero insignificante, ci sembra assurdo comunque mercificare il rischio per la pace e la sicurezza, derivante dall’occupazione militare alleata ed USA, che ha creato pericolose ‘zone franche’ nella nostra città, dove il segreto militare impedisce qualsiasi controllo ambientale, oltre che sociale e politico, del territorio interessato.>>

<<Come eco-pacifisti – prosegue Ferraro – abbiamo più volte sollecitato i nostri rappresentanti istituzionali a verificare le condizioni di quei siti, per scongiurare inquinamento dell’aria, dell’etere e rischi connessi agli armamenti nucleari lì stivati ed ai natanti nucleari che entrano liberamente nel nostro Porto. Abbiamo inoltre sottolineato che la concentrazione a Napoli del Comando Supremo NATO e della US Navy costituivano di per sé un pericolo, minacciando la pace e la sicurezza e facendone un potenziale obiettivo di attacchi militari e/o terroristici. Non saremo certo noi, quindi, a piangere sulla, purtroppo, poco realistica chiusura del Comando e della Base americana di Capodichino che, qualora avvenisse, non dipenderebbe dall’auspicabile fermezza dei nostri governanti ed amministratori pubblici, bensì dalla politica di risparmio del Pentagono>>

I VAS di Napoli, a tal proposito, stanno collaborando col Comitato Pace e Disarmo della Campania per fare controinformazione su tale materia e per nuove mobilitazioni collettive finalizzate a “togliere le basi alla guerra”.

 

FESTA DELLA MAMMA O “MOTHER’S DAY” ?

Oggi, in Italia come in moltissimi altri Paesi, si celebra la c.d. “Festa della Mamma”, spostata dalla data fissa dell’8 maggio alla seconda domenica di maggio, per adeguarsi a quella stabilita negli USA, dove tale celebrazione è ufficialmente nata nel 1870.
Ovviamente, nel nostro contesto culturale di matrice cattolica, è evidente il riferimento, sia pur implicito, al mese “mariano” per eccellenza, dedicato alla B.V. Maria, onorata col titolo di “Madre di Dio” (Mater Dei – Theotokos). Del resto, anche l’antichità pagana ha sempre avuto, nella stagione del risveglio primaverile, le sue “feste della madre”, identificata dai Greci col Cibele e dai Romani con Giunone, alla quale erano dedicati i “Matronalia”.
Ma anche se un po’ ovunque ci si è adeguati alla data del “Mother’s Day”statunitense, pochi sanno che a proporne le celebrazione, festa mamma139 anni fa, fu Julia Ward Howe, un’attivista pacifista ed abolizionista, la quale scrisse la "Mother’s Day Proclamation" come momento di riflessione critica sulla guerra e come reazione alla carneficina della guerra civile americana ed a quella anglo-prussiana. Strettamente collegata alla militanza femminista della Howe, la celebrazione voleva lanciare anche un appello alle donne affinché assumessero le loro responsabilità nella società, a tutti i livelli. Uno spirito pacifista che troviamo già in una famosa commedia della grecità classica: la “Lisistrata” di Aristofane.
Nel 1914 la proposta di Julia Ward Howe fu ufficializzata dal presidente W. Wilson, su proposta del quale il Congresso degli Stati Uniti deliberò di festeggiare la “Giornata della Madre”, proprio come espressione pubblica di amore e gratitudine per tutte le mamme del mondo, che incarnano la speranza della pace.
Ma cosa è rimasto di queste nobili finalità nell’odierna, consumistica, “festa della mamma”? Ovviamente nulla, visto che da tempo è stata trasformata in una sdolcinata celebrazione, che sembra avere l’unico scopo di alimentare il mercato dei fiori, dei dolciumi e della chincaglieria da regalo. D’altronde, una società che sta progressivamente cancellando perfino l’identità materna, moltiplicando modelli familiari anomali e squilibrati ed affidando sempre più spesso i bambini a mamma-TV e papà-computer, non sembra avere ormai nulla da imparare sia dall’appello accorato della pacifista americana, sia dalla tradizionale saggezza popolare, che ha identificato il ruolo della madre col fondamento d’una famiglia degna di questo nome.
Non più tardi di qualche giorno fa, inoltre, mi è capitato di leggere su un quotidiano che le madri povere, in Italia, sono addirittura un milione e 600mila. Secondo “Save the Children” – che ha realizzato il suo 11° rapporto sullo stato delle madri nel mondo, due terzi di esse hanno un figlio ancora piccolo e quasi il 45% riescono a tirare avanti solo con grandi difficoltà.Ciò significa che, mentre noi stiamo “facendo festa” con regalini e mazzi di fiori alle nostre madri, nel nostro stesso Paese, su dieci mamme, quattro non sanno come campare decentemente; tre non riescono a pagare le bollette; più di due non ce la fanno a sostenere le spese mediche e almeno due di loro non ce la fanno neppure con quelle scolastiche.
Non parliamo poi – soprattutto in un contesto come quello della mia città, Napoli – del dramma della casa e della cronica precarietà delle entrate, che spinge molte di loro ad “arrangiarsi” con lavoretti sottopagati o con attività illegali. Altro che “angelo del focolare”!  Le madri di oggi oscillano troppo spesso tra lo stress delle “donne in carriera” e la depressione di quelle abbrutite dalla miseria; tra i sensi di colpa di chi ha smesso di essere un riferimento per i propri figli e l’amarezza di chi si accorge di scaricare su di loro rabbia e frustrazioni di un’esistenza miserabile.
Eppure le mamme, almeno per noi italiani, sono ancora importanti. Perfino in una società consumistica, conflittuale e “familifuga”, infatti, l’accresciuto ruolo dei padri verso i figli/e non potrà mai sostituire la centralità della“materfamilias” italica.
E allora facciamo gli auguri alle mamme, celebriamone il ricordo se non sono più tra noi, rendiamo merito alla loro incredibile resistenza e determinazione ma, soprattutto, evitiamo di sbrodolare su di loro frasi retoriche e di circostanza.
Ricordiamoci delle madri-coraggio delle Quattro Giornate di Napoli, di quelle eroiche di “Plaza de Mayo” e delle tante donne che hanno dedicato e dedicano ogni loro energia a tenere insieme la famiglia. Lo stesso ricordo della pacifista americana ci mostri la strada verso una resistenza nonviolenta alla guerra, alla discriminazione ed all’ingiustizia che deve vedere la donna sempre più protagonista.
E’ la strada giusta verso la pace, la giustizia e la difesa del creato, sulla quale – per usare una tradizionale espressione – possiamo stare certi che anche “ ’a Maronna c’accumpagna”.

FESTA DELLA MAMMA O “MOTHER’S DAY” ?

Oggi, in Italia come in moltissimi altri Paesi, si celebra la c.d. “Festa della Mamma”, spostata dalla data fissa dell’8 maggio alla seconda domenica di maggio, per adeguarsi a quella stabilita negli USA, dove tale celebrazione è ufficialmente nata nel 1870.
Ovviamente, nel nostro contesto culturale di matrice cattolica, è evidente il riferimento, sia pur implicito, al mese “mariano” per eccellenza, dedicato alla B.V. Maria, onorata col titolo di “Madre di Dio” (Mater Dei – Theotokos). Del resto, anche l’antichità pagana ha sempre avuto, nella stagione del risveglio primaverile, le sue “feste della madre”, identificata dai Greci col Cibele e dai Romani con Giunone, alla quale erano dedicati i “Matronalia”.
Ma anche se un po’ ovunque ci si è adeguati alla data del “Mother’s Day”statunitense, pochi sanno che a proporne le celebrazione, festa mamma139 anni fa, fu Julia Ward Howe, un’attivista pacifista ed abolizionista, la quale scrisse la "Mother’s Day Proclamation" come momento di riflessione critica sulla guerra e come reazione alla carneficina della guerra civile americana ed a quella anglo-prussiana. Strettamente collegata alla militanza femminista della Howe, la celebrazione voleva lanciare anche un appello alle donne affinché assumessero le loro responsabilità nella società, a tutti i livelli. Uno spirito pacifista che troviamo già in una famosa commedia della grecità classica: la “Lisistrata” di Aristofane.
Nel 1914 la proposta di Julia Ward Howe fu ufficializzata dal presidente W. Wilson, su proposta del quale il Congresso degli Stati Uniti deliberò di festeggiare la “Giornata della Madre”, proprio come espressione pubblica di amore e gratitudine per tutte le mamme del mondo, che incarnano la speranza della pace.
Ma cosa è rimasto di queste nobili finalità nell’odierna, consumistica, “festa della mamma”? Ovviamente nulla, visto che da tempo è stata trasformata in una sdolcinata celebrazione, che sembra avere l’unico scopo di alimentare il mercato dei fiori, dei dolciumi e della chincaglieria da regalo. D’altronde, una società che sta progressivamente cancellando perfino l’identità materna, moltiplicando modelli familiari anomali e squilibrati ed affidando sempre più spesso i bambini a mamma-TV e papà-computer, non sembra avere ormai nulla da imparare sia dall’appello accorato della pacifista americana, sia dalla tradizionale saggezza popolare, che ha identificato il ruolo della madre col fondamento d’una famiglia degna di questo nome.
Non più tardi di qualche giorno fa, inoltre, mi è capitato di leggere su un quotidiano che le madri povere, in Italia, sono addirittura un milione e 600mila. Secondo “Save the Children” – che ha realizzato il suo 11° rapporto sullo stato delle madri nel mondo, due terzi di esse hanno un figlio ancora piccolo e quasi il 45% riescono a tirare avanti solo con grandi difficoltà.Ciò significa che, mentre noi stiamo “facendo festa” con regalini e mazzi di fiori alle nostre madri, nel nostro stesso Paese, su dieci mamme, quattro non sanno come campare decentemente; tre non riescono a pagare le bollette; più di due non ce la fanno a sostenere le spese mediche e almeno due di loro non ce la fanno neppure con quelle scolastiche.
Non parliamo poi – soprattutto in un contesto come quello della mia città, Napoli – del dramma della casa e della cronica precarietà delle entrate, che spinge molte di loro ad “arrangiarsi” con lavoretti sottopagati o con attività illegali. Altro che “angelo del focolare”!  Le madri di oggi oscillano troppo spesso tra lo stress delle “donne in carriera” e la depressione di quelle abbrutite dalla miseria; tra i sensi di colpa di chi ha smesso di essere un riferimento per i propri figli e l’amarezza di chi si accorge di scaricare su di loro rabbia e frustrazioni di un’esistenza miserabile.
Eppure le mamme, almeno per noi italiani, sono ancora importanti. Perfino in una società consumistica, conflittuale e “familifuga”, infatti, l’accresciuto ruolo dei padri verso i figli/e non potrà mai sostituire la centralità della“materfamilias” italica.
E allora facciamo gli auguri alle mamme, celebriamone il ricordo se non sono più tra noi, rendiamo merito alla loro incredibile resistenza e determinazione ma, soprattutto, evitiamo di sbrodolare su di loro frasi retoriche e di circostanza.
Ricordiamoci delle madri-coraggio delle Quattro Giornate di Napoli, di quelle eroiche di “Plaza de Mayo” e delle tante donne che hanno dedicato e dedicano ogni loro energia a tenere insieme la famiglia. Lo stesso ricordo della pacifista americana ci mostri la strada verso una resistenza nonviolenta alla guerra, alla discriminazione ed all’ingiustizia che deve vedere la donna sempre più protagonista.
E’ la strada giusta verso la pace, la giustizia e la difesa del creato, sulla quale – per usare una tradizionale espressione – possiamo stare certi che anche “ ’a Maronna c’accumpagna”.

RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (1)

imagesE’ da un po’ che mi sento poco stimolato a scrivere qualcosa. Eppure gli argomenti e gli spunti non mancano, come sa bene chi voglia dare almeno un’occhiata ai quotidiani e non sia del tutto “out” rispetto ad una serie di fatti di cronaca, politica e non, che i media ci sbattono in faccia. Quello che sembra essere sopravvenuto, nel mio caso, non è disinteresse per ciò che sta capitando, semmai una specie di saturazione, stanchezza e fastidio per una realtà che avverto sempre più lontana ed ostica. Una sorta di rigetto verso il miscuglio di malignità e d’imbecillità che sembra caratterizzare il nostro tempo, dal quale il futuro sembra essere stato bandito e la responsabilità cancellata.
Lo so, è una valutazione pesante. Ma il fatto di essere in prima persona coinvolto ed impegnato in ambienti e situazioni molto diverse – la scuola, l’ambientalismo, il lavoro sociale quello nell’ambito della chiesa – se non mi consente impossibili generalizzazioni, mi permette di guardarmi attorno in modo più ampio, ovviamente all’interno del tormentato contesto territoriale ed umano nel quale mi tocca di vivere.
E’ questa, infatti, la prima domanda che sorge spontanea, e non credo solo nella mia testa: è mai possibile che in questo bene/maledetto pizzo della Terra si siano concentrate tutte le contraddizioni, le inefficienze e le malefatte dell’umana specie, vanificando di fatto condizioni ambientali e risorse umane che potrebbero essere considerate ideali? Sui nostri capi pende forse qualche arcana e remota maledizione, visto che tutto sembra andare per il verso contrario, a dispetto di premesse favorevoli?
Ovviamente la situazione è molto più complessa di ciò che appare e certi problemi sono chiaramente sintomo di mali molto più ampi, diffusi e generalizzati. Allo stesso modo, alla faccia del catastrofismo che trasuda dalle cronache, è innegabile l’esistenza d’una realtà alternativa: attiva, laboriosa e combattiva, fatta di tante persone “toste”, che non hanno nessuna intenzione di mollare e che persistono nel loro quotidiano impegno, anche se pochi sembrano accorgersene e se nessuno le gratifica di un qualsiasi riconoscimento.
SEGUE >>

RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (2)

segue >
Sta di fatto, comunque, che svegliarsi ogni giorno in una città come Napoli e dover uscire la mattina per andare a fare (o cercare…) il proprio lavoro è molto più stressante e frustrante di quanto accadrebbe in altri posti dove ogni cosa non costituisce un problema e non si è costretti a cominciare sempre daccapo…
Non mi riferisco a questioni pesantemente strutturali come la disoccupazione endemica, una pervasiva criminalità organizzata oppure la struttura urbanistica asfittica di una città saccheggiata e depredata. Non sto pensando neppure ai terribili rischi sismici e vulcanici che, anche di recente, qualcuno ha voluto sbattere sul muso di troppi distratti ed incoscienti abitanti di un territorio di cui non riescono a diventare davvero cittadini, abituati come sono ad esorcizzare tutti i rischi – dalle catastrofi c.d. naturali agli incidenti sul lavoro – facendo ricorso a rituali scaramantici e rispolverando un fatalismo atavico.
Mi riferisco piuttosto alle quotidiane piaghe che affliggono il corpo di Napoli: il traffico convulso ed irrazionale, l’abusivismo a tutti i livelli, il pressappochismo colpevole di troppi tecnici ed amministratori pubblici, la dispersione scolastica, il caos degli ospedali e le mille altre facce di una precarietà esistenziale assurta a regola di vita ed accompagnata da una generalizzata fuga dalla responsabilità e dal rigore morale.
Eppure non è che manchino stimoli positivi ed appelli autorevoli, a partire da quelli della Chiesa e di tante istituzioni e realtà associative che si spendono quotidianamente per invertire questa tendenza e per prefigurare scenari diversi per le nostre comunità. Fatto sta che esortazioni ed ipotesi alternative non sono sempre accompagnate da azioni continuative e, al tempo stesso, capaci di coinvolgere sempre più persone in un processo di cambiamento che tutti sembrano ritenere necessario, ma non per questo riesce a diventare una prospettiva credibile e concreta.
Che fare allora? Non esistono certo formule né ricette valide e sicure, ma penso sia evidente che il primo elemento sul quale occorre far leva è il richiamo alla dignità, personale e collettiva, di chi non si sia rassegnato definitivamente a tale situazione. E’ un po’ come quando un insegnante deve darsi una strategia educativo-didattica per affrontare i sempre più frequenti casi in cui alunni/e provino un autentico rifiuto della scuola, per le sue regole, per le sue proposte e per i suoi valori.
E’ inutile ricorrere a prediche, minacce o lusinghe: il contrasto è troppo marcato ma, d’altra parte, non è possibile che la scuola rinunci al suo compito formativo o, peggio, si rassegni ad inseguire la realtà, magari ricorrendo a segnali ambivalenti. Il primo passo non può essere che quello della disponibilità e dell’apertura alle esigenze di questi minori ed al loro disagio. Ma poi bisogna trovare il modo per riattivare le loro risorse personali ed il senso di autostima di ciascuno/a, proprio perché la dignità è la base per un comportamento più autonomo e responsabile, e nel contempo meno condizionato da un ambiente sfavorevole e malsano.
Allo stesso modo, probabilmente, bisognerebbe affrontare le problematiche della nostra città, cominciando a restituire ai suoi abitanti la dignità di cittadini che contano, che sono interpellati prima di decidere, che non debbano sentirsi né blanditi né minacciati, ma autenticamente serviti da chi si è proposto per rappresentarli ed amministrarli. Ecco perché la responsabilità personale ed il senso della comunità restano obiettivi irrinunciabili per un uscire dalla palude della rassegnazione e recuperare la speranza in un futuro possibile.

© 2010 ERMETE FERRARO

PASSOVER

 
Si sa: la festività che i Cristiani chiamano Pasqua – e gli anglofoni Passover – deriva il suo nome della maggiore festività ebraica: la Pésah.Essa celebrava, e celebra tuttora, il passaggio degli Ebrei oltre la schiavitù degli Egiziani, oltrepassando prodigiosamente, grazie alla guida e protezione divina. anche l’ostacolo del Mar Rosso.
In effetti, storicamente parlando, la Pésah aveva origini assai più antiche, risalendo ad antichi riti delle popolazioni nomadiche e pastorali (nel senso di una “transumanza” stagionale da un territorio ad un altro, propiziata dal sacrificio di un agnello), ma anche a riti cananei di origine contadina (cui sarebbe ispirata la tradizione delle focacce azzime, cioè non lievitate).
Per i Cristiani, poi, si tratta di ben altro passaggio: quello dalla passione e morte del figlio incarnato di Dio alla sua gloriosa Resurrezione, grazie al quale l’umanità può finalmente passare dalla schiavitù del peccato alla salvezza universale, apportata da Gesù Cristo.
L’ingresso della stagione primaverile, del resto, è sempre e ovunque stata un’occasione per celebrare il magico passaggio dalla morte alla vita, dal freddo al caldo, da una natura addormentata ad un risveglio vitale. L’esistenza umana rappresenta un continuo passaggio da un’età all’altra, da una condizione all’altra. Le stesse leggi naturali, del resto, ci mostrano chiaramente che nulla si crea né si distrugge, visto che tutto si trasforma, oltrepassando uno stato per raggiungerne un altro.
Fatta questa dotta e interdisciplinare premessa, consentitemi però di divagare brevemente su ben altri passaggi, suggeriti dall’attualità, che appaiono indiscutibilmente un po’ meno elevati ma molto più sconcertanti.
1.      La gravissima crisi finanziaria, che ha colpito duramente le economie occidentali, sembrava almeno preludere ad una necessaria riflessione sul modello di sviluppo imperante e sulle sue assurde contraddizioni, per un graduale passaggio ad una visione alternativa dello stesso concetto di sviluppo, da non identificare più con quello di “crescita”. A distanza di tempo, vi sembra che la pesante mazzata subìta abbia fatto rinsavire chi dovrebbe finalmente farci cambiar strada? L’unico passaggio visibile mi sembra quello da una certa austerità iniziale ad una rinnovata tendenza al consumismo sprecone ed energivoro.
2.      A proposito di energia, pareva che la crisi petrolifera e quella ambientale ci avessero spinto ad una seria revisione della quantità di energia da consumare e ad una maggiore attenzione alle modalità di produzione dell’energia stessa, ricorrendo finalmente a fonti rinnovabili ed alternative. Ebbene, a parte qualche lodevole eccezione, la “novità” degli ultimi tempi sembrerebbe essere diventato invece lo sbandierato passaggio dalle fonti energetiche fossili all’energia nucleare! Dagli USA di Obama all’Italietta berlusconiana, infatti, sembra preannunciarsi una specie di riscossa di quello che Homer Simpson profeticamente chiamava “nuculàre”, alla faccia dei bandi precedenti e degli irrisolti problemi, non solo ambientali, ma anche sociali ed economici, derivanti da questa folle “alternativa”.
3.      Un’altra propagandata novità di questi ultimi tempi sarebbe poi  la “storica” intesa per ridurre congiuntamente gli arsenali atomici di USA e Russia, contrabbandata come una tappa fondamentale, anche se un po’ tardiva, del disarmo bilaterale delle due ex-superpotenze. Fatto sta che questo rivoluzionario e propagandistico passaggio non riduce affatto il rischio complessivo, dal momento che non c’importa più di tanto se il potenziale atomico sia capace di ora distruggere due o cinque volte il nostro povero pianeta, peraltro afflitto da centinaia di guerre tradizionali che sembrano non aver mai fine.
4.      Mentre da noi ci si lamenta costantemente degli alti costi del sistema sanitario nazionale – dei suoi sprechi ma anche della sua pesante incidenza sui bilanci regionali – negli USA di Yes-We-Can Obama sembrerebbe essersi avverato finalmente lo storico passaggio all’assistenza sanitaria estesa a quasi tutti i cittadini. Peccato però che non si tratti di un vero e proprio servizio sanitario pubblico, ma solo della – peraltro costosissima – copertura pubblica del servizio garantito dalle solite e potenti assicurazioni private…
5.      Da decenni si proclama l’esigenza improrogabile di un passaggio dalla congestione paralizzante e deprimente del trasporto privato e individuale alle più responsabili e salutari forme di trasporto pubblico e collettivo. E’ sotto gli occhi di tutti – in particolare nelle nostre metropoli – come siamo lontani da questo traguardo e come si siano, viceversa, ridotti gli standard di efficienza e di puntualità dei mezzi pubblici, il cui passaggio è diventato sempre più raro e fortunoso.
6.      Restando al nostro Paese, mi riesce difficile immaginare che la soluzione alla disaffezione e delusione dei cittadini, sempre più sfiduciati e demotivati rispetto alla gestione della res publica, possa essere vista nel passaggio strisciante da una repubblica unitaria e parlamentare ad uno stato federale e presidenzialista. Il preoccupante miscuglio di liberismo ed autoritarismo, di decisionismo populista e verticista e di atteggiamenti sprezzantemente nordisti e xenofobi, al contrario, mi sembra che stia facendo tramontare ogni ipotesi di un serio passaggio ad una democrazia più diffusa, partecipata e giusta.
7.      E infine, come non parlare del passaggio che ha calamitato l’attenzione di tutti noi in questi giorni: quello da un’Italia ancora largamente ancorata al tradizionale retroterra cattolico e socialista ad un Paese sempre più destrorso, diffidente ed incapace di fare scelte alternative. E’ innegabile che le responsabilità di ciò sono largamente imputabili a chi non ha saputo, voluto o potuto rendere credibile e tangibile un modello davvero diverso: più pacifico, sostenibile, equo e solidale. Ciò non toglie che dopo queste elezioni regionali, che hanno sancito il passaggio di una parte delle regioni italiane al leghismo becero e di altre ad una nuova stagione ultra- conservatrice, a molti resti l’amaro in bocca e la sgradevole sensazione – avallata peraltro da noti precedenti storici – che la democrazia possa paradossalmente servire per affrettare la fine di se stessa.
Mi fermo qui, altrimenti mi verrebbe da ricordare altri passaggi che, dal livello di microcosmo a quello del macrocosmo, segnano trasformazioni che vanno in direzione esattamente opposta a quella auspicata, aprendo scenari inquietanti e che lascerebbero ben poco spazio alla speranza.
Ma per me, come per tanti Cristiani, la Pasqua è proprio la festa della speranza, l’opportunità per un cambiamento vero e il passaggio ad un’umanità riconciliata con il suo Creatore e con le altre creature. E’ per questo che auguro a tutti – ed a me stesso – che questa Pasqua riesca a restituire – per mutuare una celebre frase di S. Tommaso Moro – la forza di cambiare le cose che possiamo cambiare e di sopportare quelle che non possiamo cambiare, ma soprattutto la saggezza per distinguere le une dalle altre.
 
© 2010 Ermete Ferraro