4 NOVEMBRE: NON FESTA MA LUTTO

Accorinti--180x140E’ stato questo uno dei primi slogan della mia militanza antimilitarista – scusate il bisticcio…- ed è sempre risuonato istintivamente dentro di me ad ogni ritorno di questa fatidica data. Sì, lo so che l’antimilitarismo non si porta più e che, al massimo, ci si può dichiarare genericamente “per la pace” (“pacifisti” è già troppo impegnativo…).  Il fatto è che quando cominciano ad riapparire sui muri i soliti manifesti con soldati sorridenti e bambini che sventolano bandierine tricolori mi viene una specie di prurito, una vera e propria reazione allergica alla retorica patriottarda che ci affligge da oltre 90 anni, collegando senza giusto motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia ed il legittimo orgoglio nazionale alla esaltazione delle Forze Armate.

Questa c.d. “Festa” segue da decenni veri e propri rituali, che si trascinano stancamente e mettono a dura prova la fantasia dei disegnatori dei suddetti manifesti i quali, nel dubbio, riprendono un’iconografia trita e ritrita, fatta di bandiere che garriscono al vento, scie aeree di frecce tricolori, stellette stilizzate e simile ciarpame. Anche le celebrazioni vere e proprie seguono da sempre un rituale consolidato, fatto di alzabandiera, compunti omaggi a base di corone d’alloro ai troppi monumenti ai Caduti, solenni discorsi di circostanza, parate militari ed esposizioni di uniformi di tutti i tipi.  Eggià, perché sarà pur vero che si celebra l’Unità d’Italia, ma è altrettanto vero che a quanto pare nessuno è riuscito finora ad unificare almeno in parte i tanti corpi militari o militarizzati della nostra “Repubblica che ripudia la guerra”.

Parafrasando la nota poesia “’A livella” di Totò, qualcuno potrebbe dire che: “Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza / per i Caduti sventolar bandiere. / Ognuno l’add’’a fa’ chesta crianza / ognuno l’add’a ave’ chistu penziero…”  Però, scusatemi, io non ci riesco proprio a rivolgere il mio pensiero ad un’Italia dipinta come la patria delle forze armate e non degli Italiani.  E con me tanti altri che non riescono ad entusiasmarsi di fronte alle periodiche sfilate di sferraglianti carri armati e che non apprezzano affatto che le nostre piazze e perfino le nostre discariche siano presidiate da truppe in assetto di guerra, come se stessimo a Damasco o Kabul anziché a Napoli o Palermo.

La verità è che il lento logoramento del tempo, la crisi di qualsiasi ideologia e la subdola strategia di chi ha fatto fuori il servizio militare di leva (e al tempo stesso l’obiezione di coscienza) per sostituirli con la “professione soldato” e con un insipido e generico “servizio civile nazionale” hanno di fatto cancellato anni di lotte antimilitariste, di battaglie per affermare la difesa popolare nonviolenta e per la riconvertire l’industria bellica.

La verità è che il nostro beneamato Paese è tuttora tra i primi esportatori mondiali di armamenti ed uno dei più supini alleati in tutte le avventure belliche degli ultimi decenni, regolarmente spacciate per “missioni umanitarie”, o quanto meno come operazioni di “peacekeeping”.

La verità è che solo negli ultimi 10 anni , di questi  “missionari” in armi su vari fronti (dalla Somalia al Ruanda, dalla Bosnia al Libano, dal Kosovo all’Iraq ed all’ Afghanistan) ben 120 italiani, in prevalenza giovani, ci hanno lasciato la vita, allargando la tragica lista dei “caduti”.  Stando all’intollerabile ipocrisia delle versioni ufficiali, però,  –in questi casi si tratterebbe di “caduti di non-guerra”, se non di “martiri” della libertà e della pace…

In questo 4 novembre 2013, l’unica voce di rappresentante del popolo italiano che – fascia tricolore a tracolla sulla maglietta rossa – ha voluto farla finita col coro bipartisan dei politici italioti è stato il neo-sindaco di Messina, Renato Accorinti.    “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ‘ripudia’ la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su ‘La spesa militare in Italia’  documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale…” (http://nonviolenti.org/cms/news/356/238/4-novembre-a-Messina-il-Sindaco-con-la-fascia-tricolore-e-la-bandiera-arcobaleno/).

Il Sindaco Accorinti – di fronte ad un imbarazzato pubblico di ufficiali e carabinieri in alta uniforme – ha avuto il coraggio civile di dire pubblicamente ciò che molti Italiani pensano, sottolineando che c’è poco da festeggiare in un Paese dove ci sono nove milioni e mezzo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Che c’è poco da sventolar bandiere laddove il territorio è stato sempre di più militarizzato, svendendo la sovranità nazionale a chi quasi 70 anni fa ci ha occupato in armi per ‘liberarci’ dai nazisti e continua tuttora ad occuparci in nome di un’equivoca ‘libertà’, che non scaturirà mai dai voli micidiali dei ‘droni’ né dalla rete satellitare e radar che pretenderebbe di controllare tutto e tutti.

Il primo cittadino di Messina è stato il primo amministratore locale che ha colto l’occasione per smascherare il “re nudo” della spesa militare italiana e della subalternità alle logiche USA e NATO che hanno trasformato regioni come la Sicilia e la Campania in portaerei protese sul Mediterraneo e sul Vicino Oriente, trasformando le nostre città  in  “plessi” distaccati del Pentagono.

Dobbiamo allora ringraziare questo anomalo sindaco in T-shirt e fascia tricolore perché non ha voluto accodarsi ai rituali omaggi pseudo-patriottici ed ha invece ricordato ai suoi concittadini – e con loro a tutti gli Italiani – che il “ripudio” della guerra, previsto esplicitamente dall’art. 11 della Costituzione, non può rimanere un’affermazione teorica e vuota, in totale contraddizione con le scelte della politica in materia di difesa.

L’unico modo per onorare i troppi morti in guerra (e nelle recenti non-guerre…) è ripetere con don Milani che “ognuno è responsabile di tutto” e che nessuno può sottrarsi al dovere di rispondere alla propria coscienza. Ecco perché il 4 novembre deve restare una giornata di lutto e di ricordo, ma non deve essere contrabbandato come una “festa” o come celebrazione della “giornata dell’unità nazionale”.

Come cristiano, poi, non posso che ricordare l’appello di don Milani quando scriveva:  “Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano…”  (http://www.panarchy.org/donmilani/obbedienza.html)

L’avvelenamento che ci viene inflitto dal militarismo non è più come quello di una volta, retoricamente nazionalistico e dichiaratamente guerrafondaio, ma proprio per questo è ancora più subdolo. Il volto buono delle Forze Armate – raffigurato dai soldati che soccorrono popolazioni terremotate o distribuiscono latte ai bambini nei luoghi di conflitto bellico – è una pericolosa e continua mistificazione, un imbroglio degno del bispensiero del “Big Brother” orwelliano, per farci credere che “la guerra è pace” e che essere dei buoni italiani significa fare il tifo per alpini, marò e paracadutisti.

Il 4 novembre può essere solo la prosecuzione del contiguo 2 novembre: un giorno di lutto per commemorare i tanti, troppi, nostri fratelli che sono morti, sacrificati sull’altare della patria, o meglio, della mostruosa assurdità delle “inutili stragi” di ieri e di oggi.

paolicelli

Il 4 novembre, per me, è anche l’occasione per ricordare  con rimpianto un’importante figura di obiettore di coscienza, ecopacifista e nonviolento, Massimo Paolicelli,  morto pochi giorni fa, dopo 30 anni d’infaticabile ed entusiastico impegno antimilitarista e disarmista. Purtroppo Massimo è finito prima di poter vedere il sindaco di Messina che mostrava la bandiera della pace – su cui era scritto “L’Italia ripudia la guerra” – davanti ai carabinieri impettiti  nell’omaggio ai Caduti. Peccato: ne sarebbe stato felice e si sarebbe messo anche lui a sventolare festosamente quel simbolo di tante lotte pacifiste.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UN’ECOLOGIA CRISTIANA PER UN’AGAPE COSMICA

ECO-CRIST 1Etica ambientale, eco-teologia, ecologia cristiana

Se si utilizza un motore di ricerca per trovare quanto è reperibile in Internet su queste tre voci si scopre che di materiale per documentarsi ce n’è tanto. Il problema è che in alcuni casi si tratta di articoli pubblicati su blog o riviste specializzate, in altri di dotti saggi di teologia morale o pastorale o di commenti a documenti del Magistero ed in altri ancora di risoluzioni adottate da altre chiese. Un materiale abbastanza eterogeneo, in mezzo al quale è possibile trovare ispirate e profonde riflessioni sulla salvaguardia del Creato ed il suo rapporto con un Vangelo di giustizia e di pace, ma anche banalità senza tempo o acide contestazioni d’un “ambientalismo cristiano” che starebbe traviando la dottrina cattolica con influssi provenienti da culture materialiste o perfino da visioni panteiste… Anche in questo caso, nella Rete globale – soprattutto se cerchiamo anche testi in lingue diverse dall’italiano – possiamo trovare praticamente di tutto, sebbene a ragionare su questi temi – in un senso o nell’altro – si riscontra un numero piuttosto ristretto di persone e di organizzazioni.

Quanto a me, ho trascorso una quarantina d’anni a battermi con entusiasmo e dedizione per ideali che credevo e continuo a credere insiti nel Cristianesimo – la pace, la giustizia sociale e la difesa della natura. In questi decenni, però, poche volte mi sono trovato a fianco altri cristiani come me. La maggioranza dei miei ‘compagni di strada’ sono stati dei laici eticamente e/o politicamente motivati, ma spesso con venature anticlericali che certo non mi facevano piacere. La mia lunga militanza nei movimenti nonviolenti, pacifisti, ambientalisti ed eco-sociali mi ha posto quindi di fronte alla constatazione che solo un’esigua minoranza di credenti – nel caso specifico, di cattolici – erano animati dalle mie stesse motivazioni e condividevano la mia volontà di testimoniare il Vangelo di Cristo sul terreno dell’impegno ecopacifista.

E’ dunque difficile per me riflettere sulle prospettive di un’ecologia cristiana a prescindere dall’esperienza di solitudine che mi ha accompagnato in questi lungi anni di attività antimilitarista ed ambientalista, durante i quali, peraltro, ho sempre rispettato la visione morale ed ideologica altrui, evitando ogni pretesa di catechizzare chi a tali battaglie era giunto per ben altra via.

E’ però evidente che non ho mai smesso di pensare che bisognava darsi da fare affinché alcune idee ispiratrici – come quella di nonviolenza attiva, educazione alla pace, sviluppo comunitario e di ecologia cristiana – cominciassero quanto meno a circolare di più e fossero adeguatamente discusse. Anche in questo caso, però, ho trovato interlocutori attenti e ricettivi ai miei modesti contributi (saggi, articoli, pezzi pubblicati sul blog [1]) soprattutto tra persone esterne al circuito cattolico, dentro il quale ho spesso avvertito invece una velata diffidenza verso un simile approccio.

Da un laico l’invito ad “amare e salvare il Creato” 

Ciò premesso, il fatto che il mio amico e maestro Antonio D’Acunto – da laico che pur si riconosce formato in un contesto culturale cattolico – abbia pubblicato sulla rivista online dell’Associazione ambientalista V.A.S. , di cui faccio parte da tempo, un editoriale intitolato “Papa Francesco e l’attesa di una nuova enciclica: Amare e salvare il Creato[2] non poteva che farmi piacere.   Si tratta infatti d’un ottimo contributo, ben documentato ed argomentato, col quale egli ha colto nell’impronta ‘francescana’ impressa dal nuovo Papa al suo magistero un’occasione eccezionale per sviluppare alcuni spunti già positivi emersi con i suoi predecessori – da Giovanni Paolo II allo stesso Benedetto XVI – in direzione del superamento dell’impostazione antropocentrica che da secoli caratterizza la dottrina morale e sociale della Chiesa Cattolica.

D’Acunto ha ricercato ispirazione tra le fonti bibliche e quelle del magistero ecclesiale ma, pur riscontrando alcune affermazioni decisamente innovative in tal senso, non è riuscito a cogliere sufficienti segnali di cambiamento, mentre non ha potuto fare a meno di registrare le ovvie reazioni negative di movimenti cattolici tradizionalisti e strane organizzazioni catto-ambientaliste.     Col suo articolo, l’amico Antonio vuole aprire un vasto e franco dibattito all’interno del mondo cattolico sul rapporto tra la pur proclamata “salvaguardia del Creato” e delle concrete indicazioni pastorali per una profonda trasformazione. E’ quindi promotore d’un accorato appello della Chiesa, affinché stimoli nei credenti un profondo cambiamento di rotta (i teologi parlerebbero di “metànoia”) non solo negli stili di vita quotidiani – cosa peraltro buona e giusta… –  ma anche per il superamento di quelle strutture e realtà che da troppo tempo vincolano lo sviluppo umano a modelli culturali, produttivi, energetici, economici e sociali che si sono rivelati, viceversa, fonte di disuguaglianza, sfruttamento e disastri ambientali. Il risultato di questa ricerca di D’Acunto è stato in parte positivo, ma ha posto in luce anche limiti e carenze. Volendo sintetizzare, si riscontrano nell’articolo cinque elementi di critica:

(1)   dalle pur apprezzabili considerazioni che si trovano nei documenti ufficiali della Chiesa, emerge che il valore della “Comunità Umana” è svincolato da quello della Natura e della Biodiversità, per cui esso resta tuttora condizionato da una visione antropocentrica.

(2)   Il pur positivo riferimento del Magistero papale al concetto di “bene comune” ed al “principio di solidarietà” rimane comunque posto esclusivamente in relazione alla “persona umana”, senza allargarsi ad abbracciare in questo spirito di ‘fraternità’ tutte le altre creature viventi, seguendo l’antico e spesso citato esempio del Santo d’Assisi.

(3)   Questo “profondo distacco” delle Chiese cristiane verso il mondo naturale continua dunque a condizionare il loro rapporto con l’ambiente e la biodiversità naturale, impedendo che l’apprezzamento del Creato e la francescana lode per tutte le creature si trasformino in un effettivo richiamo etico ad “amarle” in sé, e non solo in quanto utili all’Uomo.

(4)   In assenza d’un esplicito “comandamento dell’amore” verso la Natura e la diversità biologica, le Chiese non riescono a condannare moralmente chi le aggredisce, in nome d’un modello di sviluppo basato sullo ‘sfruttamento’ delle risorse.

(5)   La stessa introduzione nei documenti del Magistero cattolico del concetto di “sostenibilità ambientale” parte da una pur giusta critica del sistema economico, ma non giunge ad affermare “…l’incoerenza dello sviluppo in sé – per definizione illimitato – rispetto a risorse finite, che è il cardine della insostenibilità del modello antropocentro-liberal-capitalistico…”.

“Coltiviamo e custodiamo” il creato o lo sfruttiamo e trascuriamo?

«Quando parliamo di ambiente, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando?….”  [3]

Sono state queste ispirate parole di Papa Francesco – pronunciate in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dello scorso 5 giugno – che hanno alimentato nell’amico D’Acunto la speranza che adesso qualcosa cambi davvero e che l’autorevole appello del Pontefice possa facilitare questo cambiamento, arrestando la catastrofe in atto.

“Nessuno può con certezza dire che siamo già nella fase della irreversibilità, dell’impossibile ritorno all’indietro dall’apocalisse; e non è né utile né positivo stare dentro al catastrofismo finale; ma infiniti sono i segnali e gli allarmi di un Pianeta tragicamente violentato e globalmente in crisi nella sua stessa esistenza vitale come mai dalla comparsa dell’Uomo e sulla necessità e l’urgenza di una profonda, radicale inversione del Pensiero e del Sistema che hanno incidenza su di esso. Di portata infinita sarebbe la valenza ed immensa l’attesa di una nuova Enciclica “Amare e Salvare il Creato”, a tal fine promulgata da Papa Francesco, e sicuramente milioni e milioni di persone sarebbero disponibili a contribuire con Lui alla sua scrittura e all’attuazione dei suoi contenuti.”  [4]

Con la sua sconcertante semplicità – ma anche col suo tagliente acume – il Papa ha sottolineato in quell’occasione che benché molti nella Chiesa predicano nel senso giusto,“il sistema continua come prima”. Alimentato com’è dall’avidità consumista e da quella tragica “cultura dello scarto”, sembra aver contagiato tutti, Cristiani compresi, rendendoli di fatto insensibili alla violenza sia contro gli esseri umani sia contro l’ambiente naturale. Eppure, ha scandito Papa Francesco, “ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme”.  Questa netta ed apprezzabile affermazione, bisogna ammetterlo, non può però essere data per scontata. C’è infatti ancora molta strada da percorrere perché un’autentica ecologia cristiana si affermi sul serio e non resti confinata nelle illuminate pagine delle encicliche e dei documenti dell’episcopato più avanzato, in particolare tedesco, statunitense o australiano, senza raggiungere davvero la mente il cuore e le mani del popolo cristiano.

Qualche risposta ed indicazione per un’ecologia cristiana

Fatta questa premessa, vorrei ora cercare d’offrire qualche risposta ai cinque interrogativi critici sollevati da Antonio D’Acunto, naturalmente senza alcuna pretesa teologica ma col buon senso di chi crede che la Buona Notizia di Gesù è la bussola per orientare le scelte dei Cristiani.

  1. Penso che il valore della “comunità   umana” potrà difficilmente esser posto dalla dottrina cattolica  sullo stesso piano della c.s. “Natura”, pur rientrando entrambe all’interno del progetto di Dio creatore. Non si tratta solo di fronteggiare la scontata accusa di ridurre tutto a “materia” (il pensiero  cristiano rimane imbevuto di aristoteliche antinomie e di eredità neoplatoniche, fra cui quella che contrappone questa allo “spirito”), ma  anche di preservare la tradizionale “gerarchia” tra le stesse creature. I già evidenziati condizionamenti culturali derivanti dall’antropocentrismo giudaico, si sono stratificatisi nella mentalità dei Cristiani e sembrano difficilmente  rimuovibili senza sentirsi accusare di “panteismo”, di “deismo” e chissà quanti altri “ismi”. Per quanto mi riguarda, penso che limitarsi a contrapporre una visione “biocentrica” a quella “antropocentrica” riesca solo a radicalizzare il discorso, contrapponendo  di fatto l’interesse dell’ambiente a quello dell’umanità. Eviterei pertanto di fondare un dialogo su impostazioni estreme tipo “deep ecology” – tanto dirompenti  quanto oggettivamente estranee al Cristianesimo – per puntare su un approccio che ho chiamato   “teocentrico”: una saggia terza via tra un antropocentrismo miope ed un  rozzo biocentrismo.
  2. “Solidarietà” e “fraternità”, a mio avviso, sono concetti ascrivibili stricto sensu solo alla condizione umana, sebbene siano costantemente smentiti dall’irresponsabile egoismo e dalla permanente ostilità che troppo spesso caratterizzano le relazioni umane. I meccanismi di solidarietà di gruppo, riscontrabili peraltro anche nel mondo degli “altri animali”, non nascono da una libera      scelta né da una coscienza morale, ma da una istintualità che utilizza il  “mutualismo”, la “simbiosi” o il “commensalismo” come strumenti di tutela  di una o più specie animali. Ciò non significa che il solo essere umano sia capace di comportamenti  solidali verso i propri simili, ma sembra escludere che il concetto di “fraternità” (quanto meno nel senso cristiano di amore disinteressato verso il “prossimo”) possa essere esteso al mondo animale  in genere. Lo stesso insegnamento di san Francesco, d’altra parte,  faceva discendere l’atteggiamento fraterno verso ogni essere vivente e perfino verso gli elementi naturali dalla loro dignità di “creature”, la cui realtà rinvia alla sapienza del  Creatore, di cui essi rispecchiano  la grandezza. “Laudare” il  Signore “per” le sue creature, in Francesco significa glorificarLo mediante il mondo naturale. Esso è segno tangibile della Sua perfezione e – nel caso del Sole – ne “porta significatione”,  in quanto “Imago Dei”. Amare la Natura, per un Cristiano, non è dunque frutto di materialismo, ma di una visione positiva del mondo naturale, affratellato all’Uomo dalla comune paternità divina e dalla sacralità della vita.
  3. Va chiarito che il “distacco” dalla Natura tipico di una religiosità tradizionale è frutto di interpretazioni  parziali, che hanno dato spazio ad un malinteso antropocentrismo. Se pure ci fermiamo all’Antico Testamento, l’Adàm biblico è figlio di Adamàh (cioè la Terra) ed è stato posto da Dio come “custode” premuroso,  non come padrone dispotico delle altre creature. Se poi ci spostiamo nell’ottica neo-testamentaria, il  c.d. “primato” dell’Uomo va comunque inteso alla luce del Vangelo, laddove   Gesù chiarisce la sua rivoluzionaria versione della superiorità come  “servizio” (Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi   sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». [5] Evangelicamente parlando, l’indiscutibile superiorità/primazia dell’uomo sugli altri  esseri viventi – almeno in senso evolutivo… – va dunque riletta in chiave di  “servizio”, non certo di sfruttamento utilitaristico. [6]
  4. Il fatto che manchi (nelle Sacre Scritture come nel Magistero della Chiesa) un esplicito “comandamento” di amare la Natura e la Biodiversità – come rilevato da D’Acunto – non è del tutto fondato. A parte la “lode  cosmica” che promana in particolare dal Salmo 148 [7], molti altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento ci offrono una visione in cui il Creato non è affatto posto in secondo piano rispetto all’uomo. In questi testi, infatti, il mondo naturale non si riduce a semplice scenografia / palcoscenico sulla quale l’umanità agisce e recita la propria parte. In un mio terzo saggio intitolato appunto “Il Salmo  del Creato: dalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore” [8] ho cercato di  mettere in luce la relazione triadica tra YHWH, ADAM e ADAMAH, dalla quale emerge molto più d’un semplice “equilibrio ecologico”: la sapienza mirabile della Creazione. Si tratta insomma di una vera e propria “relazione d’amore”, cui avevo già dedicato il mio secondo contributo sulla “agàpe cosmica”, ispirato dall’Inno all’Amore di S. Paolo (I Cor. , 13). [9]   Se le Chiese non hanno saputo (e in  parte non sanno ancora) esprimere con sufficiente energia e convinzione una netta condanna morale verso chi aggredisce, depreda, mette a rischio e  sfrutta senza limiti la Madre Terra, la colpa non è delle Sacre  Scritture né dell’assenza di una dottrina etica sulla responsabilità      ambientale dell’umanità. A prescindere dall’illuminato Magistero di  tanti Pontefici (da Giovanni XXIII a Paolo VI; da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI), ricordo che c’è comunque un ben preciso articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica che è dedicato al  “rispetto dell’integrità della Creazione”:  “2415  –  Il settimo comandamento esige il rispetto dell’integrità della creazione. Gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune  dell’umanità passata, presente e futura. 290 L’uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell’universo non può essere separato   dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all’uomo non è assoluta; deve  misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione.”  [10]
  5. L’ambiguità semantica del concetto stesso di “sostenibilità” non mi sembra ascrivibile alla morale cattolica, ma piuttosto ad una cultura umanistico-illuminista che si affida ciecamente alla ragione umana ed alla capacità della scienza e della tecnologia di ovviare ai guasti che la  stessa umanità provoca quando si contrappone alla Natura, anziché assecondarla. Si tratta di discutibili premesse sulle quale si sono basate e si basano mistificazioni ideologiche e strumentali deformazioni d’un autentico ambientalismo. Il difetto delle Chiese, semmai, è quello di aver di fatto recepito tali teorie, coniugandole al tradizionale antropocentrismo di chi pone ogni cosa solo in rapporto alle esigenze umane. Lo stesso marxismo, pur esercitando una critica spietata d’un sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non ha sufficientemente contrastato la concezione di  dominio dell’umanità sulla natura né la pretesa che lo sviluppo fosse illimitato. La ‘sostenibilità” d’una società, d’un’economia e dello stesso sviluppo “, sia in chiave illuministico-liberale sia in quella marxista – resta così condizionata da una visione sostanzialmente antropocentrica, cui la prospettiva etico-religiosa potrebbe viceversa offrire una nuova chiave di lettura.  Sebbene il termine “sostenibilità “ tragga origine proprio dall’ecologia (indicando la capacità di un ecosistema di mantenere processi ecologici, preservando biodiversità e produttività nel futuro), esso:    “… è abitualmente utilizzato per analizzare processi economici.  Il concetto di sostenibilità economica è alla base delle riflessioni che studiano la possibilità futura che un processo  economico “duri” nel tempo.” [11]   Però uno sviluppo “durevole” non è necessariamente uno sviluppo eticamente equo ed ecologicamente corretto. Perché ciò si realizzi, occorre una “riconciliazione tra equità ambientale, sociale ed economica” che svincoli il concetto stesso di sostenibilità dalla solita logica utilitarista e centrata solo sull’interesse umano. Una visione religiosa – e quella cristiana in particolare – potrebbe quindi conferire un senso nuovo a questa parola un po’ abusata, restituendole il senso di “rispetto” ed “amore” verso l’incaica “Pacha Mama”, ma soprattutto verso Chi è l’autore delle meraviglie del Creato.

Ecco perché penso che l’esortazione di D’Acunto non debba essere lasciata cadere nel vuoto e che – per citare il teologo J. Moltmann –  ci sia spazio per una comprensione ecologica più profonda della creazione, che veda la realtà naturale permeata da Dio e degna di amore:

 “Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali del pianeta. Per conservarlo malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno (…) di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella Terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.” [12]              

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )           


[1]  Ermete Ferraro (2005), LAUDE DELLA BIODIVERSITA’ – Riflessioni sul messaggio di San Francesco per una ecologia cristiana, Napoli, VAS, (pp.24); Idem (2008), ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA –
Lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor 13), (pp. 15) pubblicato sulla rivista online “Filosofia ambientale”; Idem (2009) , IL SALMO DEL CREATO, dalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore, pp.20, pubblicato online sulla rivista “Filosofia ambientale”/.

[2] Antonio D’Acunto,  PAPA FRANCESCO E L’ATTESA PER UNA NUOVA ENCLICLICA: ‘AMARE E SALVARE IL CREATO”, pubblicato il 14 ottobre sul sito nazionale di V.A.S. (www.vasonlus.it )

[3] Papa Francesco,  Udienza Generale del 5 giugno 2013, pubbl. in documenti sul sito www.vatican.va

[4] D’Acunto, op. cit.

[6] In greco, “diàkonos è chi serve attivamente, rendendosi utile, non chi è di condizione servile (schiavo = “doùlos”).

[8] E. Ferraro, IL SALMO DEL CREATO, cit.

[9] Idem, ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA – Lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor 13), cit.

[10] CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA,  parte III – art. 7 – n. 2135

[11] Cfr. voci: “Sostenibilità” e soprattutto quella inglese “Sustainability” in: Wikipedia.org

[12] Jűrgen Moltmann, IL FUTURO ECOLOGICO DELLA TEOLOGIA CRISTIANA, in “ADISTA Documenti n. 24 del 2012, ripreso da Il Dialogo

Le Quattro Giornate di Napoli come difesa civile e popolare

imagesSettant’anni dopo…

Che cosa rimane nell’immaginario collettivo, a distanza di settant’anni, di un glorioso episodio di resistenza popolare e civile alla violenza di una dittatura militare ? Me lo sono chiesto in questi caldi giorni di fine settembre,  mentre si sta celebrando il 70° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli, alternando le solite commemorazioni ufficiali con eventi culturali diffusi sul territorio. Che cosa significa per i napoletani di oggi quell’incredibile pezzo di storia patria – come si diceva una volta –  e, visto che si continua a ripetere che la storia è “magistra vitae”, quale insegnamento  ci ha lasciato?  A dire il vero la frase completa  della citazione ciceroniana era : Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (De Oratore II, 9) e perciò, anche in questo caso, viene da chiedersi: di quali tempi quella storia è testimonianza, quale verità illumina ed a quale memoria ridà la vita di cui dovrebbe appunto essere “maestra”, non limitandosi ad essere “messaggera del passato” ?

Se scorriamo velocemente le pagine dei giornali delle quattro giornate di questo 2013, l’impressione è che quell’insegnamento ha lasciato una traccia molto esigua.  L’unico fatto registrato dalle cronache cittadine che ci riporta inopinatamente a quei giorni di 70 anni fa è stato il ritrovamento nella zona orientale di Napoli di un ordigno bellico inesplosa della seconda guerra mondiale. Probabilmente una delle migliaia di bombe sganciate a quei tempi sulla città dagli anglo-americani, provocando oltre 25.000 vittime civili, di cui 3.000 persone morte nel solo bombardamento ‘alleato’ del 4 agosto 1043.  Fatta eccezione per questo macabro souvenir di quei drammatici giorni, le pagine dei nostri quotidiani c’informano piuttosto sugli assassini collettivi di oggi, che non sganciano più bombe dal cielo ma nascondono rifiuti tossici sotto terra oppure conservano in ambienti inadatti e malsani tonnellate di cibi avariati da riciclare. Certo, si riferisce anche delle celebrazioni delle storiche giornate della Liberazione della città, ma la vera cronaca ci racconta ben altro e di tutt’altro discutono tra loro i napoletani. Che si tratti della querelle sul destino dello stadio partenopeo o della situazione esplosiva delle carceri; dei ritrovamenti di armi e droga nascoste o delle solite truffe e rapine ai già pochi turisti, viene proprio da chiedersi che n’è stato di quel popolo che 70 anni fa seppe trovare il coraggio di opporsi, con la forza della disperazione, al più potente esercito del mondo, facendolo battere in ritirata.

Ho letto  sul “Corriere del Mezzogiorno”  l’intervista di Mirella Armiero a Gabriella Gribaudi,  docente ordinaria di Storia Contemporanea  al Dip. to di Scienze Sociali della Federico II di Napoli, autrice fra l’altro del libro: Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Torino, Bollati Boringhieri, 2005. Ebbene, l’aspetto che mi ha colpito della sua interpretazione delle “Quattro Giornate di Napoli” è racchiuso già nel sottotitolo dell’intervista e riguarda la natura autenticamente popolare e ‘dal basso’ di questo primo e glorioso episodio della liberazione dell’Italia dal nazifascismo.  Ammettiamolo: la nostra storiografia ama poco questo approccio, preferendo di solito restare nell’ambito rassicurante delle interpretazioni politicamente connotate,  tendenti ad enfatizzare determinati aspetti e ad espungerne altri,  laddove non rientrino nella tesi da dimostrare. E’ altrettanto innegabile il rischio di cadere, viceversa, in narrazioni venate di fastidioso populismo e stucchevolmente folcloristiche, che non sono però meno politiche ed unilaterali.

Credo  che il principale esempio di lettura unilaterale delle vicende che portarono Napoli – la prima città d’Europa  a liberarsi  da sola dal gioco nazista – sia stato il fatto stesso di puntare i riflettori solo sulle “quattro giornate”  in senso stretto (27-30 settembre 1943), trascurando d’inquadrare questo episodio in un contesto storico e sociologico più ampio, che potrebbe invece fornire utili elementi d’interpretazione.  In un mio contributo  di venti anni fa, infatti, sottolineavo che la resistenza all’opprimente regime che schiacciava Napoli è già leggibile  nella dura repressione  della manifestazione pacifista degli studenti, convocata a piazza del Plebiscito  il 1° settembre,  per cui ho provocatoriamente intitolato un altro mio scritto “Le Trenta Giornate di Napoli” (in: AA.VV., La lotta non-armata nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile – Quaderno n.1).

Resistenza al nazifascismo o ribellione spontanea ?

Il nodo intorno al quale si è avviluppata in questi decenni la lettura storica delle Q.G. è sempre stato quello di far rientrare quella vicenda nelle tradizionali categorie della insurrezione spontanea oppure delle rivoluzione organizzata e strutturata. Il problema è che, come scrivevo allora: “…sia i testi d’ispirazione liberaldemocratica, sia quelli ideologicamente orientati in senso marxista, non si differenziano poi di molto quando affrontano la guerra e la violenza, o meglio, quando fanno praticamente dipendere l’evoluzione della civiltà umana da una sequela di battaglie e rivoluzioni, di cui i popoli restano sostanzialmente spettatori e vittime, mai protagonisti reali. Una chiave di lettura più politica o più economicista non modifica, infatti, i rapporti emergenti dai manuali di storia, lasciando negli studenti la netta sensazione che senza ‘leaders’ e senza generali non si faccia storia…”  (Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: a cura di A. Drago e G. Stefani, Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, FuoriTHEMA, 1993, pp.89-95). La versione delle Q.G. che la prof.ssa Gribaudi accredita nell’intervista citata sembra fortunatamente andare contro corrente, restituendo alla gente di Napoli il ruolo di protagonista troppo spesso attribuito a quadri politici e militari o, sul versante opposto, ad una massa indistinta di popolani e scugnizzi.

«L’interpretazione delle Quattro giornate è sempre stata politicizzata. La sinistra però le ha mitizzate fino a un certo punto. In un certo modo se n’è impadronita e ha cercato di enfatizzarle come primo episodio della Resistenza, ma al tempo stesso il moto non rispondeva ai modelli della lotta comunista e quindi è stata considerata una rivolta di serie B. In realtà le Quattro giornate sono davvero una rivolta dal basso, avvenuta quando non c’era ancora il Comitato di liberazione nazionale. La ribellione ai tedeschi si organizzò in base ai quartieri e alle strutture di base della città. Parteciparono i soldati e anche gli studenti che erano larvatamente antifascisti. Ma bisogna considerare che l’antifascismo ancora non esisteva in forme organizzate». http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2013/13-settembre-2013/ricordo-4-giornate-napolitanogribaudi-letture-sono-troppo-politiche-2223077009042.shtml

La verità è che i napoletani hanno cominciato a reagire all’arroganza militarista dei tedeschi già nei primi giorni di settembre del ’43 e che in quella resistenza c’era un po’ di tutto: dai soldati sbandati dopo l’armistizio agli studenti liceali ed universitari, infiammati da alcuni professori antifascisti; dagli uomini direttamente minacciati dai feroci diktat nazisti alle loro famiglie, donne in testa, che fecero il possibile e l’impossibile per evitarne il rastrellamento. In questo senso la Gribaudi parla di “moto insurrezionale”, sottolineando però anche l’insubordinazione massiccia dei napoletani al proclama del col. Schöll ed alle intimidazioni dei fascisti locali (su 30.000 giovani precettati se ne presentarono solo 150). Quella che scattò allora, a mio avviso, fu un’autentica “auto-difesa” di una Napoli umiliata e offesa, colpita nella dignità ma in primo luogo negli affetti più cari. Dietro questa rivolta c’erano stati momenti di coordinamento ed una sorta di strategia, ma personalmente vedo affiorarne soprattutto la forza antica e disperata d’un popolo con alle spalle secoli di oppressione straniera, di occupazioni militari e di regimi dispotici, e che non è più disposto ad “obbedir tacendo e tacendo morir”

Il luogo comune che vorrebbe ridurre la rivolta della gente di Napoli a quattro giorni di combattimenti è poi lo stesso movente della riduzione del numero delle sue vittime a poche decine, mentre la prof.ssa Gribaudo riferisce di 663 morti – 69 dei quali donne- riscontrati nei registi dei morti del Comune di Napoli. Si tratta di un numero che lascia pensare ad una partecipazione abbastanza diffusa della popolazione civile, il cui inquadramento politico e militare era comunque piuttosto esile e le cui motivazioni sono ideologizzabili fino ad un certo punto.

Questo non significa che si sia trattato di una rivolta spontaneistica da nuovi ‘masanielli’ o che si possa enfatizzare interessatamente la c.d. “rivolta degli scugnizzi”, insistendo sulla retorica perversamente folcloristica del ‘bambino-soldato’, immortalato da dozzine di fotografie che ritraggono nugoli di ragazzini dei vicoli che stringono fucili più alti di loro. Il risultato di questo contrapporsi di versioni negazioniste o troppo ideologizzate è stato – come giustamente sottolinea la storica nell’intervista citata- che “…destra e sinistra hanno fatto sì che l’insurrezione di Napoli fosse tirata di qua o di là politicamente senza analizzarla sul serio. […] Nell’immaginario collettivo si diffonde non la Napoli che disobbedisce ma quella delle prostitute e del mercato nero, che conferma gli stereotipi già esistenti sulla città. […] La città viene sempre ricordata per i suoi atteggiamenti compromissori, per la scarsa politicizzazione. Invece quell’episodio racconta un’altra storia di Napoli”.

Oltre negazionismo, riduzionismo e retorica partigiana: una lettura delle Q.G. come resistenza civile

A settant’anni da quegli eventi storici penso che sia giunta l’ora di dismettere la retorica e di analizzarli seriamente, senza pregiudizi e senza tesi precostituite. Purtroppo la scarsa diffusione del pensiero nonviolento e delle varie teorie esistenti sulla difesa civile non consentono di valutare adeguatamente l’importanza d’un episodio significativo come le Q.G. di Napoli. Un libro recente come quello di Antonino Drago (Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo. I fatti e le interpretazioni, Roma, Edizioni Nuova Cultura,2010) risulta quindi  particolarmente utile a chi voglia comprendere la diffusione di esperienze di difesa popolare, nonviolenta, sociale e comunque non armata , di cui 67 censite nel solo periodo dal 1972 al 2005. Le domande formulate dagli studiosi partecipanti al convegno di Oxford del 2007 sono comunque utili per analizzare anche episodi precedenti di resistenza civile. Esse riguardano gli attori principali di queste rivolte, le motivazioni delle coalizioni, gli strumenti utilizzati, la politica risultante, le effettive ripercussioni sul sistema politico e se i resistenti abbiano subito violenza e in che misura.

Lo studio più completo e recente in proposito ha rivelato che nel secolo scorso ci sono state nel mondo ben 323 rivoluzioni. Di quelle che hanno presentato una caratterizzazione latamente non violenta si è rivelata vittoriosa 1 su 1, mentre nel caso delle rivoluzioni violente il successo è riscontrabile solo in 1 caso su 4. Secondo l’analisi di A. Drago, le caratteristiche di queste fondamentali esperienze, di cui troppo poco si parla, sono sostanzialmente. (a) la consapevolezza che nonviolenza non vuol dire passività; (b) la trasformazione creativa e non violenta della realtà; (c) il coinvolgimento di persone di ogni classe ed età; (d) l’utilizzo di reti di persone che propongono una trasformazione profonda della società. E’ questo, ribadisce Drago, che ha consentito alle rivoluzioni nonviolente di “frantumare la forza della repressione”.

Ebbene, se rileggiamo la liberazione di Napoli del 1943 alla luce di queste considerazioni, è possibile riscontrarvi l’utilizzo di tutte le tecniche della resistenza non violenta: dalla disobbedienza civile alla creazione di organi di governo paralleli; dalla solidarietà con le altre vittime dell’oppressione alla non-collaborazione con gli oppressori; dal boicottaggio nelle sue varie forme all’impiego di altre forme di opposizione non armata. Stando ai parametri sopra elencati, appare chiaro che la consapevolezza di questa lotta popolare e civile non fu sicuramente alta né diffusa, ma è innegabile che le Q.G. abbiano coinvolto in una resistenza per nulla passiva persone di ogni età ed estrazione, creando reti territoriali di coordinamento della resistenza e di diffusa solidarietà sociale.

“Il 1° ottobre, quei carri armati che avevano sfilato minacciosamente contro i giovani pacifisti abbandonano per sempre una città che li ha saputi scacciare con la sua forza d’animo prima ancora che con moschetti e bombe a mano. I 47 ostaggi in mano ai tedeschi, nel campo sportivo del Vomero, vengono liberati in cambio della vergognosa fuga di Schöll. L’uomo che avrebbe dovuto ridurre Napoli “fango e cenere” ne fugge in un’auto chiusa, che ostenta fazzoletti bianchi in segno di resa…” (E. Ferraro, op.cit. , p. 93)

In questi giorni, ricercando su Internet immagini di archivio sulle Q.G., ho dovuto constatare con disappunto che rappresentavano al 95% barricate di giovani armati, vittime crivellate dai colpi del ‘nemico’ oppure spavaldi scugnizzi con improbabili elmetti sulle teste rasate ed enormi fucili tra le esili braccia. Ovviamente questo è un altro frutto della solita retorica della resistenza armata, ma rappresenta anche un oggettivo dato storico-documentario. E’ ovviamente molto più facile raffigurare scene di guerriglia e di lotta armata anziché episodi di resistenza civile, fondata sulla non-collaborazione o sulla disobbedienza. Sappiamo bene che la solidarietà, la fermezza, la dignità non sono fotografabili come una barricata fumante o un ribelle che lancia una bomba a mano. Questo però non dovrebbe mai farci dimenticare la lezione di tante rivoluzioni civili e, nel caso specifico, non deve ridurre le Q.G. di Napoli ad un episodio della liberazione dell’Italia dal 4 giornate 2013nazifascismo da enfatizzare retoricamente o da ridurre in modo caricaturale.

La resistenza dei Napoletani è stata e resta un eccezionale modello di opposizione vincente ad un feroce regime militare. Rappresenta dunque un fondamentale esempio di difesa civile ed autenticamente popolare che, a distanza di 70 anni, sarebbe inutile ed ipocrita rievocare, se non c’è la volontà di trarne spunto per una nuova resistenza contro l’ingiustizia sociale, la devastazione ambientale, l’occupazione militare del territorio e la narcotizzazione della coscienze che produce rassegnazione.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


USA ‘CONDANNATI’ ALLA PREPOTENZA?

US new SEALStavo dando una rapida scorsa a “la Repubblica” di sabato 31 agosto – mentre ero affaccendato nei preparativi per il ritorno a Napoli dopo la pausa della vacanza al mare – quando mi è capitato sott’occhio un articolo di Vittorio Zucconi intitolato: “Odiata e indispensabile: la condanna dell’America a finire in prima linea”.  A questo punto non ho potuto fare a meno di mollare ciò che stavo facendo per immergermi nella lettura del corsivo dell’autorevole  politologo italo-statunitense, imperniato su una tesi decisamente originale. Il senso ne è condensato nell’incipit : “Stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un’azione che nessuno a Washington davvero vuole, ma che tutti sanno essere ormai inevitabile” e trova una spiegazione verso la fine dell’articolo: “La prepotenza americana è l’indicatore inverso della impotenza altrui. Di fronte al vuoto di volontà, di determinazione, di semplice capacità d’azione, Washington si lascia risucchiare ancora e ancora”. Qualcuno potrebbe chiedersi, a questo punto, perché mai la prima superpotenza economico-militare sia talmente fragile alle suggestioni e così maledettamente esposta alle carenze del resto del mondo. A quel qualcuno Zucconi risponde da par suo, con una frase degna di un epitaffio: “Ma l’America non può fare a meno di essere l’America, di sentirsi chiamata a rispondere e ad indossare la responsabilità di essere insieme il protettore e la vittima, il poliziotto e il killer nella viltà del mondo… Non c’è un’altra America, ma soltanto questa, la somma di tutti i successi e i disastri della storia contemporanea, sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile.”.

Che dire: mi sono venuti i brividi di fronte a questa prosa dalla tragicità quasi eschilea, che evoca un fato ineludibile contro cui nessuno, neanche il potente Presidente USA, può far nulla… “Neppure Zeus al suo fato può sfuggire” faceva dire infatti Eschilo al suo Prometeo incatenato e confesso che questa immagine del Nobel per la pace Obama,  anche lui “incatenato” al terribile destino di un’America che non può che essere se stessa, mi ha quasi commosso…

Fa male Giorgio Cattaneo – in un suo pungente articolo su “Globalist” dal titolo “Obama, Cappuccetto Rosso e altre fiabe” –  a sbeffeggiare Vittorio Zucconi, definendolo “favoliere” e ridicolizzandone la tesi secondo cui sarebbe l’inerzia del resto del mondo a ‘condannare’ gli americani ad un interventismo che non è certo una novità. Non siamo di fronte ad una fiaba, ma a pura tragedia greca. Le Moire – lo preciso per quei pochi che di Moira conoscono solo la Orfei – erano le tre mitiche dee del destino, che stavano dietro l’ineluttabilità cieca che conduceva i destini degli umani, cui nessuno poteva resistere. Cloto ‘filava’ , Lachesi ‘fissava la trama fatale e Atropo rappresentava la fatalità conclusiva e definitiva: quella della morte.  Ebbene, a quanto pare, anche dietro l’irresistibile e fatale “condanna” degli USA a fare, loro malgrado, da gendarmi del mondo, secondo Zucconi ci sarebbe lo zampino delle tre dannate vecchiacce.

Ogni altra spiegazione, per il nostro politologo made in USA, non avrebbe senso e sarebbe viziata dal solito, vieto, antiamericanismo: «La spiegazione di comodo, quella che la faciloneria dell’ideologismo antiamericano sta risfoderando anche in questi giorni, è che l’interventismo Usa sia soltanto il braccio armato degli interessi commerciali, industriali e oggi finanziari degli americani, mentre una piccola, ma tenace setta di allucinati arriva ad accusarli addirittura di creare gli incidenti che giustificano l’azione armata, dalla distruzione delle Torri Gemelle fino alla fornitura di gas ai ribelli siriani per “autogasarsi” e così provocare la spedizione punitiva contro Assad».

Ma come diavolo ci si può lasciar andare a tesi “complottiste”, sostenendo che dietro decenni di guerra fredda prima e di guerre poi – tutte combattute per iniziativa e sotto la guida degli Stati Uniti – possano nascondersi interessi economici ed ambizioni imperialistiche? La tragica verità, ci spiega magistralmente Zucconi, è che se gli USA continuano fatalmente a “lasciarsi risucchiare in azioni armate” è solo perché l’America è sempre l’America, e non può permettere che il male prevalga sul bene!

Oddìo, forse l’articolo non è del tutto chiaro in qualche punto. Ad esempio, non si capisce bene a chi si riferisca il giornalista quando scrive che “stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un’azione che nessuno davvero vuole ma che tutti sanno essere ormai inevitabile”. Chi c’è dietro quel verbo alla terza persona plurale: le Moire greche o altre forze misteriose e trascendenti? E poi, chi si nasconde dietro quel “nessuno” che aborre così tanto la guerra, forse l’Outis omerico, il “Nessuno” nato dall’ingegno di Ulisse?

E chi sono mai quei “tutti” che, viceversa, la ritengono comunque “inevitabile”?

Questi particolari, però, nulla tolgono all’immagine davvero tragica di uno Stato che riesce ad essere, al tempo stesso, “protettore e vittima, poliziotto e killer”. Il destino cui gli USA devono fatalmente cedere, nonostante la loro potenza ed a costo di farla diventare prepotenza, è tratteggiato da Zucconi come un’ineludibile sentenza del Fato, che peraltro non le riserva neppure concreti vantaggi. Trattasi infatti, spiegail giornalista, di azioni «dalle quali non traggono né conquiste territoriali né bottini di guerra […] neppure l’antiamericano più allucinato può sostenere che dai 15 anni di emorragia in Vietnam, dai dodici in Afghanistan e dai dieci in Iraq, Washington abbia tratto vantaggi imperiali».

E’ questo l’elemento più rilevante di quella che – citando la nota opera scritta nel 1925 da Theodor Dreiser – potremmo definire la vera “tragedia americana”. Dietro portaerei e caccia americani non c’è nessuna sete di egemonia politica né di colonialismo economico, ma soltanto la dura necessità di evitare che la vigliaccheria degli altri paesi consenta al Male di avere la meglio. Tutto qua.
E, come sottolinea anche Cattaneo nel suo articolo: “…guai al povero Obama, che “non ha scampo”. Perché «non c’è un’altra America», ma soltanto questa, «sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile». E’ lui il vero eroe tragico di quest’America paradossale:  isolata ma da tutti invocata, osteggiata ma di cui non si può fare a meno, combattuta come simbolo del complesso militare-industriale eppure regolarmente tirata in ballo da chi non ha il coraggio d’intervenire in difesa della libertà.

E’ quella stessa libertà cui inneggiano grandi e piccoli negli Stati Uniti quando, con la mano sul cuore, cantano in coro le solenni note del patriottico inno “America the Beautiful”:

“O beautiful for heroes proved / In liberating strife. / Who more than self their country loved / And mercy more than life! / America! America! / May God thy gold refine / Till all success be nobleness /And every gain divine!”.

E’ l’eroico destino di cui parla Zucconi che chiama l’America a quella “lotta liberatrice” che caratterizza “chi ha amato il suo Paese più di sé e la misericordia più della vita”.  Smettiamola quindi con la “faciloneria dell’ideologismo antiamericano” e rendiamoci conto di quale drammatico sacrificio stiamo ancora una volta chiedendo alla “nobleness” dell’America col nostro atteggiamento vile e con la nostra deprecabile “impotenza”. E, soprattutto, basta con la retorica pacifista e con gli attacchi a chi ha ricevuto in sorte un sì oneroso compito da svolgere.

Qualche anno fa Vittorio Zucconi ha efficacemente intitolato un suo libro: “L’Aquila e il Pollo Fritto. Perché amiamo e odiamo l’America (Milano, A. Mondadori, 2008). Scriveva già nel I sec. a.C. il poeta latino Catullo nel suo carme 85: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.  Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Ebbene, anche noi siamo afflitti da questa contraddizione ma, a quanto pare, non c’è nulla da fare. Quest’odio-amore – ahime! – fa parte del destino anche degli Stati Uniti, di cui tutti gradiscono l’ottimo pollo fritto, ma assai meno l’aquila imperiale dello stemma, più disposta a lanciare le frecce che stringe nella zampa sinistra che a sventolare il ramoscello di ulivo che impugna con la destra. Anche il “pacifista” Obama farà così nei confronti della Siria? Lo sapremo presto ma, si sa, le tragedie finiscono sempre molto male…

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

La BiodiverCittà di Barcellona

pla del vert barcelonaIl precedente articolo che ho dedicato ai programmi dell’ICLEI sulla promozione della biodiversità urbana (vedi: progetto BiodiverCity) mi ha spinto ad approfondire l’argomento con una ricerca nel Web su questo tema. La prima grande città che ho ‘visitato’ virtualmente è stata Barcellona, la capitale di quella Catalogna che appare una delle regioni più vitali e innovative della nostra Europa.

Navigando sul sito istituzionale dell’Ajuntament de Barcelona (www.bcn.cat ),  la mia attenzione si è quindi focalizzata sulla sezione  “Medi Ambient”, cioè le pagine dedicate alle questioni ambientali che la città considera prioritarie, fra cui la politica energetica e quella del verde pubblico e della tutela della biodiversità urbana.  Tralasciando la prima – cui dedicherò in seguito uno specifico approfondimento – vorrei ora soffermarmi sulle scelte che l’amministrazione di Barcellona ha fatto verso una pianificazione urbana che non solo non trascuri i valori ambientali (e la biodiversità in particolare), ma sappia considerarli come un punto fondamentale per qualificare la vivibilità dei cittadini e per cominciare a raddrizzare il malsano rapporto fra città e risorse naturali, tipico della nostra civiltà.

Le informazioni che riporto di seguito sono tratte dal “Pla del Verd i de la Biodiversitat de Barcelona”, la cui sintesi (il “resum” in catalano) ho cercato di ridurre ulteriormente, traducendola in italiano.

Definizione

La Biodiversità è definita come la variabilità degli organismi viventi in tutti gli ecosistemi  terrestri, marini ed acquatici, come anche i complessi ecologici di cui essi fanno parte. Essa comprende la diversità all’interno di ogni specie, fra specie e degli ecosistemi.  

Biodiversità: un valore globale

La biodiversità è importante per molti motivi, di natura ambientale, economica, culturale emozionale ed etica. Essa offre un insieme di utili servizi e funzioni , che comprendono la fornitura di cibo, combustibile, suolo fertile, aria pulita, acqua fresca e materie prime. Essa contribuisce anche al benessere fisico ed emozionale degli esseri umani e costituisce parte del patrimonio naturale e culturale di ciascun territorio. Ecco perché l’umanità ha il dovere morale di preservare i suoi beni e benefici, affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future.

Una biodiversità urbana è parte del patrimonio naturale globale

La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta. La flora e la fauna indigene di ogni località, pertanto, costituiscono un unico patrimonio, che deve essere valorizzato e protetto, così come gli habitat e gli ambienti occupati dalle varie specie.

Politiche ambientali

Agenda 21 è stata la guida per progredire nelle politiche a favore della biodiversità, con particolare riferimento all’obiettivo 1 dell’Impegno delle Città per la Sostenibilità (2002-2012): “Proteggere gli spazi aperti e la biodiversità ed espandere le aree verdi urbane” , che comprende due linee d’azione. In questo modo, la biodiversità diventa una parte dell’agenda politica municipale.

Barcellona è stata attivamente coinvolta:

ü      Partecipando alla rete internazionale delle città del programma “Azione Locale per la Biodiversità” (ICLEI) e nella Rete dei Governi Locali + Biodiversità 2010

ü      Ospitando a Barcellona la Conferenza 2008 dello IUCN

ü      Firmando l’Impegno del Sindaco per il “2010 IUCN Countdown”

ü      L’Anno Internazionale della Biodiversità: sono state portate avanti iniziative come l’abbozzo del ‘Piano della Biodiversità’Il Piano per la Biodiversità è il documento strategico che sottolinea le sfide strategiche dell’amministrazione comunale, gli obiettivi e gli impegni relativamente alla conservazione della diversità biologica ed agli habitat a livello cittadino e planetario, ed in relazione alla conoscenza che ne hanno le persone, a come ne fruiscono ed a come se ne prendono cura.  Il Piano è un impegno per il PAM 2008-2011. “Noi saremo la forza trainante dietro il Master Plan per la Biodiversità Urbana, promovendo una strategia urbana basata sulla conoscenza, la diffusione e la gestione della flora e della fauna cittadine.”  Esso stabilisce un approccio lungimirante per la città: una città dove la biodiversità è preservata, arricchita ed apprezzata come parte del patrimonio naturale della Terra, e come un beneficio per l’attuale generazione e quelle future.

ü      Dichiarazione per la riunione del Consiglio Plenario, in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità.

CARATTERISTICHE E VALORI

Caratteristiche ecologiche

ü      Naturalità     ü      Biodiversità      ü      Complessità    ü      Connettività

Valori socio-culturali

ü      Salute           ü      Bellezza             ü      Cultura         ü      Benessere                    ü      Relazione           ü      Paesaggio

ATTRIBUTI

Qualità dell’habitat

ü      Superficie    ü      Qualità del suolo     ü      Diversità topografica

ü      Permeabilità    ü      Presenza d’acqua

Qualità biologica

ü      Ricchezza di specie    ü      Ricchezza di habitat  ü      Indice autoctoni/alloctoni

ü      Densità   ü      Stratificazione  ü      Salute della vegetazione e della fauna

ü      Rappresentatività     ü      Singolarità

Qualità ambientale

ü      Comfort acustico   ü      Comfort climatico     ü      Qualità dell’aria

Qualità sensoriale

ü      Qualità olfattiva    ü         “  sonora     ü         “  cromatica     ü         “  visiva

ü      Variabilità stagionale e temporale

Capacità di accoglienza

ü      Vicinanza     ü      Accessibilità      ü      Riduzione della mobilità

ü      Diversità d’uso    ü      Capacità di socializzazione

Interesse culturale

ü      Identità     ü      Interesse storico      ü      Interesse artistico

ü      Interesse educativo

FUNZIONI DELLA BIODIVERSITA’

ü      Garantisce la presenza della natura in città   ü      Preserva il patrimonio naturale   ü      Conserva i suoli    ü      Produce materia organica ed alimenti      ü      Riduce l’inquinamento atmosferico  ü      Cattura e immagazzina carbonio ü      Attenua l’inquinamento acustico   ü      Regola il corso dell’acqua                   ü      Apporta umidità     ü      Mitiga le temperature     ü      Favorisce il contatto e l’interazione con la natura    ü      Favorisce la climatizzazione    ü      Migliora l’abitabilità urbana  ü      Genera benessere fisico e psichico   ü      Crea ambienti vitali e sensoriali   ü      Crea ambienti per le relazioni sociali    ü      Agevola il tempo libero, la ricreazione e l’attività fisica     ü      Fornisce opportunità per l’attività culturale, l’educazione e la ricerca   ü      Crea paesaggio    ü      Genera attrazione turistica   ü      Genera plusvalore   ü      Genera attività economica

OBIETTIVI DEL PIANO DEL VERDE E DELLA BIODIVERSITA’

ü      Conservare e migliorare il patrimonio naturale della città, evitando la perdita di specie e di habitat

ü      Ottenere la massima dotazione di verde urbano e la sua connettività

ü      Ottenere i massimi servizi ambientali e sociali relativi al verde ed alla biodiversità

ü      Avanzare nel valore che la società assegna al verde ed alla biodiversità

ü      Rendere la città più resiliente di fronte  alle nuove sfide, come il cambiamento climatico.

Il Piano del Verde e della Biodiversità pianifica la Barcellona del 2050 come una città in cui natura e abitato urbano interagiscono e si potenziano, usando come mezzo la connettività del verde. In altri termini, una città in cui l’infrastruttura ecologica urbana sarà connessa col territorio periferico ed apporterà più servizi ambientali e sociali. Una città in cui si apprezzerà la biodiversità come il patrimonio collettivo che è in effetti e, in definitiva, dove si sfrutteranno tutte le opportunità per adattarvi la natura e per favorire il contatto delle persone con gli elementi naturali, nella convinzione che una città più verde è una città più salubre.  Questo Piano, dunque, non solo stabilisce delle linee strategiche per sviluppare il patrimonio verde come un sistema integrale, ma propone anche un modello di città nel quale il verde s’incorpora come una struttura ecologica fondamentale. Ciò si concretizza in due concetti-chiave: la connettività del verde e la rinaturalizzazione della città.  

Leggendo questa versione ridottissima del Piano di Barcellona viene spontaneo chiedersi come mai, anche in questo campo, noi italiani (e noi napoletani in particolare) restiamo ancora così indietro rispetto a concetti di larga circolazione, come quelli di pianificazione urbana eco-sostenibile e di biodiversità cittadina. Intendiamoci, qualcosa si sta muovendo anche dalle nostre parti, ma si tratta di progressi molto limitati e, spesso, in contraddizione con scelte strategiche di sviluppo che continuano a considerare il “verde” come un mero abbellimento estetico delle città, se non addirittura un impaccio alla loro ‘modernizzazione’.

Se invece – come ha fatto l’amministrazione di Barcellona- si considera la biodiversità un “valore globale” – ispirato alla volontà di tutelare gli ambienti naturali dall’invasiva presenza della realtà antropizzata,  ma anche di assicurare a chi vive in città una migliore qualità della vita – l’artificioso e pernicioso conflitto uomo-natura potrebbe almeno attenuarsi in una visione, appunto, più ‘globale’ ed armonica degli esseri umani con l’ambiente di cui in effetti sono parte.

Pure sul rapporto fra città, periferie e campagna, come su quello tra pianificazione urbana e visione planetaria, il Plà di Barcellona mostra di voler invertire la rotta, anche se non mancano elementi che riconducono fatalmente alla solita visione antropocentrica delle questioni ecologiche.

Ispirarsi a criteri di “responsabilità ambientale” in chiave etica, infatti, è l’approccio più comune e va incoraggiato per quanto può comunque apportare alla causa della conservazione della biodiversità. Pur se lodevole, non basta l’appello al “dovere morale di preservare i beni e benefici [della biodiversità], affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future”, se non si prende coscienza anche dell’imperativo morale che dovrebbe indurci a “salvaguardare” quella natura (che, in termini religiosi, potremmo chiamare “il Creato”) come qualcosa che ha un enorme valore in sé, non solo quindi in funzione della sopravvivenza della specie umana.

Le caratteristiche ed i valori della biodiversità, elencati sopra, sono la dimostrazione che non si tratta solo di aspetti relativi all’ecuméne (cioè alla parte della nostra Terra conosciuta, esplorata ed abitata da noi uomini), ma anche di quelli che riguardano l’insieme della biosfera ed i suoi delicati equilibri ecologici.

Certo, sarebbe strano che una pianificazione urbana non si soffermasse in primo luogo sui valori ambientali più consoni ad una migliore vivibilità da parte degli esseri umani (bellezza, relazione, qualità abitativa, comfort, salute etc.). Ritengo però apprezzabile che:

  • ·         nel redazione del Piano barcellonese si è tenuto conto anche di fattori prettamente naturalistici, come la ricchezza di habitat, l’identità ecologica d’un territorio e della sua flora e fauna, la regolazione del ciclo dell’acqua e la conservazione delle caratteristiche dei suoli;
  • ·         c’è una caratterizzazione del territorio come “patrimonio collettivo” (noi parleremmo di “bene comune”…), la cui preservazione e valorizzazione non è soltanto un modo per rendere più “salubri” e verdi le nostre città, ma anche per invertire la tendenza alla “snaturalizzazione” degli ambienti urbani, riconciliando l’uomo con la sua “struttura ecologica fondamentale;
  • si collega l’azione territoriale, locale, per difendere la biodiversità ad una dimensione più globale, ribadendo che: “La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta“;
  • ·         s’impegna il governo cittadino a basare la propria azione su due pilastri fondamentali: la connettività delle aree verdi urbane (ossia il collegamento di queste ‘cinture’ in una rete ecologica effettiva) e la rinaturalizzazione delle aree urbanizzate, escludendo non solo ulteriori cementificazioni del territorio ma progettando un vero recupero ambientale delle aree disponibili.

Ebbene, questo della BiodiverCittà di Barcellona è un primo esempio di pratiche virtuose da seguire. Nei prossimi articoli cercherò di esplorare la situazione di altre grandi città europee e d’oltreoceano, nella convinzione che valorizzare la biodiversità è possibile solo se – come è scritto nel Plà – ci si basa sulla “conoscenza che ne hanno le persone e sul modo in cui ne fruiscono e come se ne prendono cura”. Ecco perché non bisogna mai trascurare l’importanza di un approccio educativo-culturale a questa problematica.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


 

BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

FERMATE ‘STA PAZZIA !

http://http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=wDufCXtO9h4

RIFLESSIONI DI FINE D’ANNO (SCOLASTICO)

Anche quest’anno scolastico si è chiuso con le solite statistiche pubblicate dai giornali sulla percentuale di ammessi e non ammessi nei vari livelli d’istruzione e con gli abituali commenti sulle prove nazionali per gli esami di licenza media o sulla valenza delle tracce dei temi di maturità.
Il fatto è che il baraccone mediatico segue sempre più stancamente le vicende di una scuola sballottata fra riforme e controriforme, ma sulla quale ormai si è smesso di dibattere sul serio, preferendo confluire nel pensiero unico dell’efficienza e del merito come leve dell’innovazione.
Gli stessi insegnanti – al di là delle vertenze sindacali che ne vivacizzano ogni tanto la rassegnata piattezza di chi è abituato ad “attaccare il ciuccio dove vuole il padrone” – non stanno dando segni evidenti di opposizione ad una “riforma” (ma forse sarebbe meglio parlare di “de-forma”) della scuola che continua a marciare sulle rotaie obbligate di una visione aziendalista dell’istruzione, dalla quale – non a caso – da tempo è stato espunto l’aggettivo “pubblica”.
Le parole d’ordine che piovono dalle circolari ministeriali sono ovviamente rassicuranti (trasparenza, efficienza, valutazione oggettiva etc.), ma i risultati che esse si propongono di ottenere vanno in ben altra direzione. Classificare, standardizzare e selezionare sembrano essere diventate l’ossessione della scuola italiana, travolta da un’ansia da prestazione nei confronti dei partners europei e preoccupata di competere in una specie di hit parade mondiale dei risultati formativi, alla quale si continua a dare molto credito. Come se avesse senso raffrontare i dati della Svezia con quelli della Corea o anche quelli del Trentino/Sud-Tirol con quelli della Calabria/Sud Italia…
L’INVALSI, più che un ente convenzionato, sembra essere ormai diventato il motore stesso del MIUR, il “think-tank” che dovrebbe modernizzare la scuola italiana, “allineandola” (ecco un altro dei termini di moda…) agli “standard” internazionali. L’ambiguità dell’espressione anglofila (“serbatoio di pensieri” ma anche “carrarmato ideologico”) è comunque utile per capire come mai questa prestigiosa istituzione da anni riesca a dettare l’agenda dei nostri ministri dell’istruzione, siano di centrodestra o di centrosinistra.
Per contenere e vanificare l’opposizione all’invadente standardizzazione dei “test” nazionali da parte di alcune organizzazioni – sindacali e culturali – si sono escogitati così i sistemi più squallidi, fra cui l’inserimento di queste pratiche tra i compiti ordinari dei docenti all’interno di una legge finanziaria, oppure il ricorso a “circolari ministeriali” spacciate per fonti normative. Il risultato è che, passo dopo passo (come avrebbe detto qualcuno…), la mutazione genetica della scuola italiana è sempre più evidente, colpendo anche l’istruzione superiore e, di striscio, perfino la formazione universitaria. Se poi si aggiungono le trovate ministeriali sulla “de-materializzazione degli atti” e l’imposizione alle scuole del “registro elettronico” – cui di recente ho già dedicato un commento – abbiamo un quadro abbastanza completo di una situazione che sta sfuggendo di mano sempre più a chi nella scuola ci lavora, e che avrebbe quindi il diritto di dire la sua su queste pretese innovazioni.
Lo stesso criterio per la valutazione dei risultati conseguiti dagli alunni – sia trimestrale sia finale sia di esame – riducendo tutto ad un meccanismo automatico, di natura esclusivamente aritmetica, sta svilendo il ruolo stesso dei docenti. E, soprattutto, mi sembra che stia avvilendo la collegialità e la sovranità di giudizio dei consigli di classe, ridotti a ratificatori impotenti delle banali somme delle singole valutazioni, all’insegna di una “semplificazione” che vuole a tutti i costi rendere semplice ciò che, come la valutazione in campo educativo, è invece maledettamente complessa.   Il guaio è che chi cerca di opporsi alla “gioiosa macchina da guerra” dell’invalsizzazione della scuola italiana viene subito bollato come un ribelle sinistrorso, o quanto meno, come un vetero-insegnante, di poco larghe vedute e sempre spaventato dalle novità. Ciò dipende dal solito provincialismo della cultura e dei media italiani, che non sanno o non vogliono guardarsi un po’ attorno, per verificare se le “novità” che si vogliono imporre al nostro sistema educativo siano poi così…nuove e, soprattutto, se sia proprio vero che altrove obiettivi comuni e prove nazionali sono state accolte come doni della provvidenza.

GUARDIAMOCI  UN PO’ ATTORNO

La verità, in effetti, è abbastanza lontana da quella che ci viene dipinta. Il Francia, nel Regno Unito e soprattutto negli USA gli insegnanti stanno scendendo in piazza, sempre più numerosi e incavolati, per far valere i loro diritti sindacali, ma anche per salvaguardare la loro dignità di professionisti della formazione scolastica.
Negli Stati Uniti – dove “common core” e “tests” sono già stati introdotti da decenni nelle legislazioni statali e federali – è in atto una vera e propria rivolta dei docenti e perfino dei presidi, per denunciare l’invadenza stomachevole e socialmente selettiva delle “prove nazionali”, da noi esaltate come progressiste. La chiusura di decine di scuole per volta – utilizzando gli scarsi risultati nei test come banco di prova della loro inefficienza educativa – ha reso fin troppo evidente la connessione fra questi strumenti di pretesa valutazione delle prestazioni culturali degli studenti e la subdola selezione dei docenti e degli istituti che – a loro insindacabile parere – meritano di sopravvivere ai tagli, statali e federali, nelle spese per l’istruzione.
Non sembra essere bastato che migliaia d’insegnanti americani si siano ormai rassegnati ad insegnare “per” i test piuttosto che “con” i test, stravolgendo la loro autonomia professionale e livellando l’offerta formativa a danni delle classi più povere. Questa standardizzazione non è stata evidentemente capace di evitare accorpamenti e chiusure d’istituzioni scolastiche elementari e medie ed una pesante stretta anche nelle scuole superiori. Ecco perché si è creato un diffuso movimento di insegnanti che hanno, per così dire, fatto obiezione di coscienza a queste astruse pratiche selettive. Ed ecco perché – come riportava il Washington Post lo scorso 23 maggio in un articolo intitolato “Perché i test sugli obiettivi comuni hanno fallito” una cinquantina di presidi di scuole di vario ordine e grado dello Stato di New York hanno deciso di scendere anche loro in campo, indirizzando una lettera rispettosa, ma sicuramente molto dura, al Commissario Statale all’Istruzione John King. Ne riporto alcuni passi, nella mia traduzione:
“ Il risultato è che molti studenti hanno trascorso molto del loro tempo leggendo, rileggendo ed interpretando domande difficili e confuse sulle scelte degli autori circa la struttura e l’elaborazione di testi informativi […] ma lo hanno fatto a discapito di molti degli altri profondi e ricchi obiettivi comuni…enfatizzati da stato e comuni. […] In Inglese, gli stessi standard e tutto quanto noi pedagogisti sappiamo essere vero in materia di lettura e scrittura ci dicono che interpretazioni molteplici di un testo possono essere non soltanto possibili, ma perfino necessarie ad una lettura approfondita. Tuttavia, per molte domande a scelta multipla, la distinzione tra la risposta esatta e le altre era quanto meno ridicola. Il fatto stesso che gli insegnanti riferiscono di disaccordi tra loro su quale risposta a scelta multipla fosse quella corretta, in diversi punti della prova nazionale di lingua, è indice che questa modalità di prova non è adatta agli studenti. […] Questi esami determinano la promozione degli studenti. Determinano quali singoli alumni delle scuole possono iscriversi alla scuola media ed a quella superiore. Essi sono la base sulla quale lo Stato e la Città valuteranno – pubblicamente ed in privato – gli insegnanti. Gli esami determinato se una scuola potrebbe fallire ad uno scrutinio più accurato, dopo una relazione statale o cittadina – collegata ai test – che certifichi risultati scadenti, e se rischia perfino di essere chiusa. Queste realtà ci danno una sempre più grande sensazione dell’urgenza di essere rassicurati che i test riflettano le nostre più grandi aspirazioni per il processo d’apprendimento degli studenti…”
Come mai da noi, nel Belpaese, i capi d’istituto non solo non sentono il dovere di esprimere le loro prevedibili perplessità, ma addirittura si sentono vincolati da una specie di giuramento di fedeltà ad un’amministrazione statale della scuola che, a sua volta, sembra essersi legata in un patto indissolubile con le pretese “teste d’uovo” dell’Invalsi ?
Come mai il solo fatto che alcuni docenti mettano in discussione la validità, la legittimità ed obbligatorietà delle “prove nazionali” da essa confezionate sembra essere diventato per molti presidi una specie di eresia da combattere strenuamente, un reato di “lesa maestà” ?
Eppure i 50 capi d’istituto che hanno sottoscritto la lettera al New York State Education Commissioner non hanno avuto nessuna remora a denunciare anche il grosso affare che c’è sotto questi test standardizzati, soprattutto quando dietro la loro confezione e somministrazione c’è un colosso dell’editoria come la Pearson, che si vanta nel suo sito web di aver monopolizzato anche il settore delle prove per testare le istituzioni scolastiche. Scrivono i presidi newyorkesi:
“Siamo infine preoccupati che si ponga il destino di così tante comunità educative nelle mani della Pearson – una società con una storia di errori (il più recente quello sul punteggio inesatto delle prove della Città di New York nel programma per i bambini dotati e di talento – il 13% di quelli da 4 a 7 anni che hanno sostenuto l’esame sono stati vittime di errori… ( La Pearson ha un contratto triennale col Dipartimento dell’Istruzione, per questo solo test, del valore di 5,5 milioni di dollari)…”.

DE-INVALSIZZARE LA SCUOLA ITALIANA

Ma come mai da noi nessuno va a ficcare il naso nel business editoriale delle “prove nazionali”, con le mille pubblicazioni proposte agli studenti per “esercitarsi” ad una pratica didattica che, evidentemente, è considerata ancora poco praticata nella scuola? Eppure si direbbe che tutti la vedano destinata a soppiantare quelle che troppi docenti si ostinano a seguire, come le verifiche orali dell’apprendimento, la personalizzazione dei percorsi, il lavoro di gruppo ed in gruppo, l’elaborazione personale di testi scritti di vario genere ed altre simili pratiche rètro…..
Come mai nessuno mette il naso neppure sulle convenzioni fra il MIUR e quell’INVALSI di cui poco si parla, ma che sembra esercitare un’influenza decisamente smisurata per la sua natura di medio ente, con un organico di appena 9 ricercatori su un totale di 21 persone impiegate nelle varie funzioni. Eppure anche da questo“Ente pubblico di ricerca con personalità giuridica di diritto pubblico ed autonomia amministrativa, contabile, patrimoniale, regolamentare e finanziaria, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca” – come un po’ pletoricamente si autodefinisce – dipendono le sorti di una scuola come quella italiana, che non ha certo nulla da invidiare a quelle europee o transatlantiche, ma che è da tempo affetta da un provinciale complesso d’inferiorità nei confronti delle “prestazioni” degli altri Paesi.
Come può essere che dalle verifiche predisposte da questo Ente – peraltro commissariato dal lontano 2004 e pesantemente sotto organico – dovrebbe dipendere il riscatto della scuola italiana ed il raggiungimento di obiettivi di alto livello sul piano internazionale? E, soprattutto, perché mai il lavoro di “testing” spettante all’INVALSI lo dovrebbero svolgere gli insegnanti italiani nelle loro ore di docenza e, molto spesso, senza neppure condividerne le metodologie?
L’ultima prova nazionale d’Italiano alla quale i nostri ragazzi si sono dovuti sottoporre, in coda ai soliti esami scritti di licenza media, prevedeva, fra l’altro, la risposta ad alcuni curiosi quesiti, riguardanti un brano di Vincenzo Cerami, intitolato “Un rumorino crudele” . Ebbene, è mai possibile che tanti docenti e capi d’istituto non sentano anche loro il fastidioso rumorino’ che proviene dalle scricchiolanti strutture di un Ministero che ha bisogno di ricorrere ad un ente esterno per confezionare un pacchetto di domande su un paio di testi letterari o giornalistici e su alcune questioni grammaticali?
Il secondo brano su cui si appuntavano le domande del test INVALSI era un articolo giornalistico sullo straordinario fenomeno editoriale legato alla serie di Harry Potter ed ai suoi amici maghetti. Il testo si concludeva con queste parole:  “Se milioni di ragazzi di culture diverse lo leggono con fame non è solo questione di mercato: è anche questione di cuore. E il cuore di un ragazzo bisogna ascoltarlo con le parole che ha, anche se suonano assai semplici.”.
Bene, bravi! Ma siamo proprio sicuri che il MIUR metta fra le sue priorità l’ascolto del “cuore” dei nostri ragazzi, visto che una scuola sempre più standardizzata e omologata va in direzione esattamente contraria a quel ruolo educativo e di guida, alunno per alunno, che sembra aver poco a che fare coi criteri di efficienza, di oggettività e di selezione tanto sbandierati?

UN RAP CONTRO LA SCUOLA STANDARDIZZATA

Bene hanno fatto allora gli studenti USA a lanciare il loro grido contro questa stupida imposizione di un metodo che serve solo ad aumentare le differenze socio-culturali e a tagliare i costi dell’istruzione pubblica, con la scusa dell’efficienza. E lo hanno fatto a modo loro, con un video che diffonde un efficace “rap” di Jeremy Dudley, intitolato “Stop this madness!”, cui s’ispira anche il titolo di questo commento. Riporto di seguito alcuni dei versi più significativi, che ho cercato di esprimere in italiano:
<<Fuori contatto e fuori sintonia noi siamo / sotto-insegniamo, però sovra-testiamo, /proprio dove li dovrebbero investire / invece i fondi li vogliono tagliare / ognuno, ragazzi compresi, è iper-stressato/.
Diteci allora come e perché è accaduto /che, pensando ai ragazzi, ‘sto sistema /il migliore è stato ritenuto, // In vari modi le scuole stanno stritolando / – dalle norme fiscali ai mandati senza fondo – / e se sulla strada dei soldi ci stiamo incamminando / Ci sta profitto certo se la scuola sta fallendo/ Riformare l’istruzione non è filantropia./ Se del meglio per i ragazzi non si tratta /Come diavolo può essere una cosa ben fatta?/ Cercano di contrapporre sindacati e comunità /ma: “Ferma ‘sta pazzia!” lo diciamo in unità.//
Testano i ragazzi per dire: ha colpa l’insegnante / C’entra questo piuttosto che i ragazzi / quello che loro dicono nonostante./ ‘Sto sistema è tanto pieno di difetti /che annega nei problemi /è pensare nelle bolle se tu pensi fuori schemi. / Ma pensare nelle bolle limita la creazione / Stiamo standardizzando i test o una generazione? / E questi dati chi ha il diritto di collezionare? /E perché mai c’è il diritto di selezionare?//
E’ che i politici non conoscono l’educazione / se non antepongono i ragazzi nella legislazione / Quello loro è un apprendimento soffocante / Questa dei test è una cosa ossessionante / I ragazzi meritano di meglio certamente.//
E ora stiam correndo verso ‘comuni obiettivi’ / già avvertiti di aspettarci che i nostri ragazzi / Otterranno alla fine dei punteggi cattivi. / Ragazzi di tutto il mondo, vogliamo ricordarvi / che il test è solo un test, non può classificarvi!…”

Ecco, appunto. Faremmo bene a ricordarcelo anche noi e, perché no, a lanciare anche in Italia “un rap sull’Invalsi… per non selezionare su presupposti falsi.”

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“IUS SOLIS”

sole4In questi ultimi mesi si è molto parlato e scritto del cosiddetto “ius soli”. La questione per la quale è stata sfoderata questa espressione latina riguarda la possibilità di riconoscere per legge come cittadini a tutti gli effetti i figli di genitori stranieri che siano nati nel nostro Paese. Lo “ius soli” indica infatti l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza diretta della nascita in un determinato suolo, in contrapposizione allo “ius sanguinis” , che fa derivare tale condizione dalla nascita da un genitore già cittadino di quel Paese. Ciò a cui mi riferisco nel titolo, però, è ben altro.  Mutuando il latinorum della giurisprudenza, resuscitato dall’attuale dibattito sul diritto di cittadinanza, vorrei parlare invece di strumenti giuridici che sanciscano la scelta dell’energia solare come un passo irreversibile in direzione d’una vera e propria Civiltà del Sole. In tal senso,  “ius solis”  è un’espressione che racchiude due aspetti diversi ma strettamente connessi. Il primo è il “diritto al sole”, cioè il riconoscimento giuridico dell’energia solare come “bene comune” dell’umanità. Ad essa va riconosciuta la possibilità di servirsene appieno come fondamentale fonte ecologica, inesauribile, decentrata e polivalente da cui trarre l’energia di cui ha effettivamente bisogno. La seconda accezione è quella di “diritto del sole”, nel senso della salvaguardia degli equilibri ecologici che assicurano la vita non solo all’uomo ma a tutte le creature, per non trasformare la potenza del Sole – fonte di vita e di biodiversità – in causa di morte.

Essendo uno dei primi firmatari della legge regionale d’iniziativa popolare su “cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” da due anni mi sto impegnando, insieme con gli amici e compagni del Comitato Promotore, perché il sogno della “civiltà del sole” si concretizzi in un primo punto fermo, cioè il riconoscimento legislativo del suddetto “ius solis”. E’ stata un’esperienza entusiasmante di cittadinanza attiva e di ecologia sociale, che ha portato all’incredibile risultato della raccolta di quasi 20.000 firme e – dopo un lungo iter procedurale – della approvazione unanime del nostro disegno di legge da parte della Regione Campania, nota per essere una delle istituzioni peggio gestite e più refrattarie al protagonismo dei cittadini. Quest’autentica avventura è stata vissuta dal nostro Comitato nel costante intento di coinvolgere sempre più persone e soggetti collettivi in ciò che sembrava una “mission impossible”, conseguendo quel fondamentale riconoscimento giuridico senza però trascurare l’esigenza di far crescere la coscienza collettiva su tali questioni.

Come già detto e ripetuto in tante occasioni, non si tratta solo di far conoscere e diffondere sempre più una fonte energetica rinnovabile e pulita per sostituirla a quelle fossili esauribili ed inquinanti. L’obiettivo è cambiare radicalmente il rapporto fra cittadini, territorio ed energia, affermando un modello di sviluppo fondato sull’autosufficienza energetica, ecologico, equo e solidale. Lo storico divario tra “economia” ed “ecologia”, grazie alla legge, è azzerato da una concezione globale della società e della produzione come fattori che non confliggono più con l’ambiente naturale, ma ne fanno il proprio ed effettivo presupposto. Lo stesso richiamo alla Civiltà del Sole, oltre ad evocare la visione utopica e comunitaria della “Città del Sole” di Tommaso Campanella, vuol valorizzare tutti gli aspetti culturali di questa rivoluzione ecologica, anche come occasione di apertura interculturale e pacifica agli altri Paesi del bacino del Mediterraneo. Con essi, infatti, andrebbe condivisa una tipologia di sviluppo che usi saggiamente la natura anziché sfruttarla brutalmente, e che lo faccia in modo decentrato, rifuggendo alla logica perversa di concentrazioni e monopoli.

Come ho cercato di sintetizzare in una relazione presentata al convegno organizzato dal Comitato nel marzo 2012 presso l’Università “Parthenope” di Napoli, gli aspetti qualificanti della proposta di legge popolare – oggi finalmente sanciti dall’approvazione della Legge Regionale della Campania n. 1/2013 – si possono sintetizzare nei seguenti cinque punti:

  1. Col primo concetto-chiave – quello della promozione  del territorio come risorsa – la Legge esprime  un’opzione profondamente ecologica,  ponendo le fonti energetiche rinnovabili ed inesauribili come motore per  uno sviluppo locale, sostenibile e diffuso.
  2. Il  perseguimento d’un modello energetico liberato da logiche monopolistiche e  da intermediazioni commerciali comporta la fuoriuscita da una visione mercificata dell’energia, che  diventa così immediatamente disponibile e non più soggetta a ricatti  economico-politici da parte di concentrazioni monopolistiche e di grandi potenze.
  3. Il  terzo elemento qualificante della proposta legislativa è la promozione di una ‘tecnologia ecosostenibile’, che indirizzi gli sforzi dei  ricercatori nella direzione di una resa sempre maggiore degli impianti che utilizzano l’energia del sole. Ciò comporta anche un deciso cambiamento di rotta nella scelta delle priorità che guidano il mondo della ricerca scientifica e tecnologica, condizionato dalle scelte a priori dei committenti, pubblici e/o privati.
  4. Un altro elemento caratterizzante della proposta sottoscritta da tanti      cittadini campani, sintetizzabile come ‘risparmio energetico’, sottolinea la necessità di ridurre il costo  delle risorse energetiche a valle (per i consumatori) ma anche a monte (per i produttori). Ciò comporta risorse aggiuntive da investire per una nuova e qualificata occupazione e per l’eco-sostenibilità degli stessi modelli di produzione e di consumo.
  5. L’ultimo aspetto qualificante della Legge è il profondo legame tra una opzione  energetica centrata sul Sole e le altre fonti energetiche rinnovabili ad esso collegate e la salvaguardia di quella Biodiversità che dal Sole è originata e che assicura la solidarietà e la “comunione” tra l’umanità e la natura nel suo complesso, uscendo così da un miope antropocentrismo.

Ebbene, se la Civiltà del Sole si fonda su principi così importanti e fondamentali per la sopravvivenza stessa dell’Uomo è evidente che non saranno gli sconcertanti voltafaccia di  istituzioni schizofreniche ad arrestare il cammino verso di essa. Certo, sconcerta che quella che è stata recentemente definita “la legge più bella”  sia stata dapprima approvata unanimemente da tre commissioni e dall’aula consiliare della Regione Campania e poi pretestuosamente mutilata di alcuni articoli da parte dello stesso Consiglio regionale, in sede di legge finanziaria. Sconcerta non di meno che uno degli ultimi atti del governo Monti è stato quello d’impugnare la legge regionale della Campania davanti alla Corte Costituzionale, accampando motivazioni assai discutibili. In entrambi i casi si tratta di scandalosi esempi di arroganza istituzionale, a tutela degli interessi, più o meno puliti, delle lobbies e dei clan che non hanno mai smesso di usare lo stato e gli enti territoriali per governare di fatto un territorio cui si erano già imposti con altri mezzi.

L’unico risultato di questi pesanti interventi è stato quello di mettere ancor più in evidenza il conflitto fra chi vorrebbe continuare a sfruttare le risorse naturali, infischiandosene delle gravi conseguenze che ciò comporta per le future generazioni e per l’ambiente nel complesso e chi, invece, propone un’alternativa globale, utilizzando energie pulite e rinnovabili per uno sviluppo duraturo e più giusto.  L’impugnativa di alcuni articoli da parte del Governo e l’incredibile autolesionismo della Regione Campania non fermeranno il circolo virtuoso innescato dalla battaglia per la Legge popolare. Si tratta peraltro di un processo articolato e di non breve durata, che richiede la partecipazione di tutti/e e passa per la diffusione della cultura del Solare prima ancora che degli impianti solari.

La recente nascita di un nuovo soggetto associativo – la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità – intende per l’appunto rispondere a quest’esigenza, allargando la base di coloro che vogliono impegnarsi in direzione di quella Civiltà del Sole da cui prende titolo anche il sito web del movimento. La visione utopica dei suoi promotori, coniugata con la concretezza di chi è consapevole delle resistenze da affrontare e crede nella forza del lavoro comune e dal basso, fa sperare che lo ”ius solis” non resterà un bel principio, ma si trasformerà in una concreta realtà, armonizzando il diritto del sole con quello al sole. Concludo con una calzante citazione dalla “Città del Sole” di Campanella:

“Nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e pero a lui serveno solo sotto l’insegna del sole, ch’è insegna e volto di Dio, da cui viene la luce e ‘l calore ed ogni altra cosa. […] Se questi, che seguon solo la legge della natura, sono tanto vicini al cristianesimo, che nulla cosa aggiunge alla legge naturale si non i sacramenti, io cavo argumento di questa relazione che la vera legge è la cristiana, e che, tolti gli abusi, sarà signora del mondo”.

SMATERIALIZZIAMO I PROF ?

registro digitale5Quando si sentiva parlare di “smaterializzazione”, almeno fino a poco tempo fa, l’associazione mentale immediata era con quei film di fantascienza nei quali alieni ripugnanti usavano la pistola spaziale per disintegrare i malcapitati terrestri che gli venivano a tiro. Di “materializzazione” e “smaterializzazione” si parla anche nei romanzi e film su Harry Potter ed il suo Wizarding World , ma fin qui, tutto sommato, ci poteva ancora andare bene.

Il guaio è che ne ha cominciato a parlare anche quei signori che ci governano e, soprattutto, lo hanno fatto con la supponenza che nasce dal pericoloso mix di arroganza – tipica di chi decide dall’alto – e d’ignoranza della materia su cui si pretende di decidere per tutti. La smaterializzazione di cui da qualche tempo si stanno occupando (loro preferiscono chiamarla “dematerializzazione”) rientra nel discorso generale della c.d. “semplificazione” delle procedure burocratiche. In realtà è solo un altro mantra del politichese, che dovrebbe suonare come sinonimo di efficienza e facilità di accesso ai dati, ma che spesso si è rivelato una fregatura per gli utenti dei servizi pubblici, spiazzati da procedure sconosciute e da tecnologie informatiche ancora poco generalizzabili, soprattutto in una società sempre più anziana.

Sono reduce da un incontro pomeridiano presso la mia scuola, dove un’ottantina d’insegnanti sono stati stivati in un’aula (suddividendoli in due turni, proprio a causa di problemi di connessione alla Rete nell’aula magna…) per seguire un corso accelerato di conoscenza e gestione del c.d. “registro elettronico”. Trattasi dell’ultima trovata del MIUR che, rifacendosi ad una poco chiara normativa di ordine finanziario relativa alla spending review, ha deciso di eliminare i registri cartacei entro il prossimo anno scolastico, sostituendoli con una procedura informatizzata. Certo, a prima vista potrebbe sembrare una saggia decisione, una soluzione pratica e funzionale, finalizzata ad una  maggiore trasparenza e funzionalità delle istituzioni scolastiche.  Del resto -fossero convinti o no – a tale diktat (supportato, a quanto pare, solo dalla circolare ministeriale n° 1682 del 3 ottobre 2012) la maggioranza dei collegi dei docenti sembra essersi uniformata senza “se” e senza “ma”, con supina ed impotente rassegnazione.

Eppure è bastata una sola sessione di “formazione” al nuovo miracoloso strumento elettronico per offuscare non solo l’entusiasmo di chi pensava di essere finalmente entrato nell’universo della scuola moderna, ma anche l’incredibile capacità di adattamento del vecchio docente, assuefatto ad incredibili cambiamenti di rotta e, come i carabinieri, “uso a obbedir tacendo e tacendo morir”..

Personalmente, pur impiegando da molto tempo le tecnologie più moderne nel mio lavoro d’insegnante (dalla lavagna interattiva multimediale ad un mio sito web scolastico interattivo), io non mi ritrovo né nella categoria degli entusiasti delle novità “a prescindere” (direbbe Totò), né tanto meno in quella di chi si lascia trascinare passivamente dalla corrente, senza osservazioni e senza resistenza, quando è il caso.  Non sono quindi né favorevole né contrario per principio al processo d’informatizzazione dell’insegnamento – che presenta spesso innegabili vantaggi – ma non sono neanche disposto a considerare ogni innovazione come un ovvio miglioramento, soprattutto se, anziché semplificare la didattica, la banalizza e la standardizza.

Ho letto su “la Repubblica” un ottimo contributo su questo delicato tema, a firma di Mariapia Veladiano . La scrittrice e giornalista – insegnante per vent’anni ed attualmente preside – nel suo articolo “Perché il registro elettronico è un’illusione educativa, affronta con acume e con la giusta ironia un’innovazione che non può essere ridotta ad una falsa scelta fra efficienza e burocrazia nel mondo della scuola, ma richiede maggior spirito critico sulle conseguenze più profonde sul modo di fare scuola e di far interagire docenti, alunni e genitori.

“La domanda non è se funziona o non funziona. Alla fine certo che sì. Dopo aver trovato le risorse per acquistare o affittare i notebook per tutte le aule di tutte le scuole del regno e per pagare i contratti alle aziende incaricate di risolvere i pluriquotidiani problemi tecnici e di garantire assistenza continua, dopo aver formato tutti gli insegnanti, governato le rivolte per lo stress iniziale da voti scomparsi e da password smarrita, blindato il sistema contro allievi-piccoli-hackerinformatici, alla fine funziona…” . osserva, pungente, la scrittrice-preside.

Lei, infatti, conosce troppo bene la realtà della nostra scuola per non prefigurarsi le mille disfunzioni di un sistema dove si pretenderebbe di sostituire i vecchi registri “cartacei”con moderni notebook e tablet, ma dove le poche cose finora dematerializzate sono gli statini paga degli insegnanti e la carta igienica nei bagni… Ma l’aspetto più importante che la Veladiano coglie di quest’ennesima novità piovuta sulla scuola italiana è la sua capacità di disintegrare i rapporti umani al suo interno, sostituendo la relazione diretta docenti-alunni e genitori-docenti con istantanei ed anodini report sulla posta elettronica o sulla messaggeria telefonica.

“Dove il registro elettronico c’è da un po’, capita che i genitori non si facciano più vedere ai colloqui con i docenti o alle riunioni della Consulta, basta il voto letto sul video, la media la sanno fare da sé. Come se la valutazione fosse cosa di numeri: niente storia di una conquista da raccontare e condividere, niente alleanza educativa da concordare. La scuola in numeri: quattro-cinque-sei. Oppure i genitori a scuola ci vanno, ma vanno a fine quadrimestre e a fine anno, a contestare il voto in pagella, perché non rispetta la media dei voti monitorata per mesi online. Come se il processo di apprendimento e crescita potesse diventare un numero appunto.”

In realtà, più che una scuola aperta e disponibile“online”, si direbbe che chi ci governa voglia una scuola “allineata”, dove le procedure didattiche – e non solo quelle burocratiche – diventino sempre più standardizzate e verificabili. E questo non per una migliore trasparenza dell’istituzione in sé, quanto per attivare meccanismi selettivi, di tipo competitivo-produttivistico.

Però trasformare il dialogo educativo in un’informazione che aggiorni solo su voti ed assenze, a mio giudizio, è un peccato ancor più grave perfino di quello di mandare perfidamente allo sbaraglio insegnanti ultrasessantenni, costringendoli a gestire in diretta le loro classi da una tastiera, di fronte a centinaia di smaliziati  “nativi informatici” che hanno quasi mezzo secolo meno di loro.

Giustamente, l’articolo della Veladiano sottolinea che queste procedure rischiano di avvalorare un “vuoto tremendo”, un vuoto soprattutto di fiducia, che nasce dal non doversi più guardare in faccia nel dirsi le cose, tanto ormai c’è il computer che fa la spia ai genitori e toglie loro anche il disturbo e l’imbarazzo di sentirsi raccontare dagli insegnanti come vanno i loro beneamati figlioli.

Credo che abbia profondamente ragione quando scrive che “…Più avanza il possibile della tecnologia, più bisogna custodire la materialità delle relazioni. La relazione educativa è incontro. Incontrarsi è un argine all’idea che tutto possa esaurirsi nella virtualità di un rapporto online”.  Il vero pericolo, anche secondo me, non è che larga parte dei docenti saranno prevedibilmente colti da crisi di panico o attacchi isterici di fronte a password che non fanno passare o registrazioni di dati che si rivelino poi non ben salvati o hackerati da frotte di ragazzini smanettoni. Il rischio, più grave e concreto, è che si assesti un’altra mazzata alla relazione educativa, già messa alla prova dall’invalsizzazione degli apprendimenti e dalla tendenza a trasformare i docenti in anonimi operatori scolastici etero-diretti, la cui autonomia si è ridotta quasi soltanto alla scelta dei giorni di recupero delle festività soppresse.

Il rapporto insegnanti-alunni è qualcosa di molto più spirituale e al tempo stesso più materiale di una valutazione numerica degli apprendimenti e delle competenze. E’ fatto di sguardi, silenzi, talvolta di urli e sfuriate, ma molto spesso di sorrisi e liberatorie risate collettive. Qualcosa, insomma, che non si poteva racchiudere e sintetizzare con dei numerini scritti sulle pagine quadrettate dei registri cartacei, ma che tanto meno può essere trasmesso online, digitando voti, assenze ed assegni su un computerino, magari in diretta, alla fine di una vivace lezione.

Le programmazioni didattico-educative – già da tempo orientate verso una standardizzazione dei contenuti e dei tempi di svolgimento – rischiano di diventare sempre più quel comodo “copia e incolla” che il formatore suggeriva blandamente al suo uditorio di terrorizzati docenti da formare. Sostituire la libertà d’insegnamento, la fantasia progettuale del singolo docente ed il rispetto dei tempi della classe e dei suoi componenti con procedure “copia-e-incolla” mi sembra un rischio abbastanza evidente. Sopprimere il confronto e la discussione collettiva dei consigli di classe con procedure banalmente aritmetiche e statistiche, come spesso già succede in sede di scrutini intermedi e finali, è un altro rischio di banalizzazione ed uniformità pseudo-scientifica della scuola delle crocette sui quiz e delle lezioni precotte proiettate sulle lavagne “interattive”. Tutto ciò, naturalmente, sperando che i computer di classe siano nel frattempo stati forniti, che la connessione ci sia e che la presentazione audiovisiva non disturbi troppo gli alunni, impegnati magari a fare disegnini sui diari oppure a smanettare, veloci e furtivi, sui loro smartphone

La verità è che non abbiamo bisogno di una scuola più “virtuale”  bensì più “virtuosa”. Una scuola capace di educare i ragazzi/e ai valori, al senso del limite, alla libertà “di” piuttosto che alla libertà “da”.  Non sarà certamente quello che la Veladiano chiama il “computer che denuncia” che semplificherà e renderà più trasparenti le relazioni all’interno della scuola. Se perderemo anche la capacità di guardarci negli occhi e di affrontare direttamente i problemi che essa inevitabilmente produce, non illudiamoci che spariranno anche i conflitti e che le cose andranno meglio. Saranno solo riusciti a smaterializzare gli insegnanti, sostituendoli con la scuola robotizzata di alcuni racconti di fantascienza.

Non dimentichiamo, però, che in quei racconti perfino i robot, qualche volta, si ribellano. Forse è meglio che noi lo facciamo adesso, prima che sia troppo tardi.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )