Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.000 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Buon Natale. Buona Natura.

 

download (2)ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.

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ugurare un ‘felice Natale’ , d’altra parte, resta un’espressione spesso generica e convenzionale, mentre è evidente che ci si prepara a celebrare questo momento-cardine dell’anno con grandi abbuffate, viaggi e crociere, regali spesso inutili quanto costosi, nonché con la consueta strage di animali, botti pericolosi e shopping compulsivo, il tutto condito da tanta confusione e smog da traffico. Non ho alcuna intenzione di ‘corrigere mores’ né ci tengo a ripetere la solita lagna sulla perdita del vero senso del Natale, a vantaggio di una festa consumistica e pagana. Sono cose dette e ridette da persone molto più autorevoli di me, anche se evidentemente con scarsi risultati. Del resto, un Natale ‘celebrato’ in questa maniera ci riporta al senso originario del verbo latino, che dal significato di ‘frequentare’, ‘rendere numeroso’, ‘affollare’, è poi passato a quello di ‘solennizzare’ ed ‘onorare’. Non c’è dubbio, infatti, che l’affollarsi delle persone e la frequentazione di certi luoghi siano una chiave di lettura antropologica di qualsiasi festa, come ci hanno spiegato studiosi come Lanternari o Lombardi Satriani. Il problema è che la dimensione quantitativa della festa, anche al di fuori di una sua lettura etnografica, ha preso il sopravvento su quella qualitativa, che dovrebbe sottolineare il contenuto della celebrazione più che la sua manifestazione formale. 

download (3) anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?

 images (6)chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo.                                        “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) .               Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui   danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.

images (9)  a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.

images (8)  poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
     << LA BIODIVERSITA’ E’ > La biodiversità è il sogno di Francesco, santo d’Assisi. La biodiversità è la metamorfosi del bruco in farfalla dai mille colori, il chiarore donato dalle lucciole ai campi incontaminati, il ritmo della voce della cicala al calore dell’estate, felice dell’esistenza di spazi vitali. La biodiversità è la magica veste dell’aspide e della murena, il mimetismo della lacerta lepida, la spiaggia domizia, scelta misteriosa di procreazione della tartaruga del mare.La biodiversità è la delicatezza della biosfera, il ciclo meraviglioso dell’acqua, nel suo percorso dalle sorgenti alla pioggia, la vita del mare e dei suoi infiniti ambienti, il volto della Terra, non deturpato dalle violente aggressioni dell’uomo. […] La biodiversità è il dialetto, la tradizione, l’identità locale, espressione vitale dell’essere di ogni comunità, la musica, il canto, l’arte che l’accompagnano, la città nella peculiarità della sua storia e del suo divenire, luogo di incontro e socializzazione. La biodiversità è la lezione di Toro Seduto all’uomo bianco sul futuro della Terra, il testamento di Chico Mendez a difesa della sua Amazzonia, fonte di vita dell’intero Pianeta, il pensiero e la lotta di Martin Luther King contro ogni discriminazione, la pratica della non violenza di Gandhi.La biodiversità è il volto dolcissimo di Elena, Giulia, Antonio, Ileana e Francesca, del tutto comune a tutti i bambini del mondo. La cultura della biodiversità è la cultura della pace, delle mani tese alla solidarietà, opposta al lancio di bombe, intelligenti o non…>>  (5)

Auguri a tutti/e di buona vita!

NOTE ——————————————————

[1] Don Tonino Bello, Auguri scomodi, testo ripubblicato nel 2014 da Famiglia cristiana http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

[2] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/07/25/oiko-nomia-vs-death-economy/

[3] http://www.cambiamenu.it/animali –  Visita anche: http://www.lav.it/

[4] Papa Francesco, Laudato sì – lettera enciclica sulla casa comune (2015) > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[5] Antonio D’Acunto,  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, edizioni “La Citta del Sole”, 2015.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

SOL PERCHE’…

Come trasformare il Sole da nemico in alleato

di ERMETE FERRARO (*)

downloadSOL PERCHÉ l’attenzione globale resta focalizzata sul terrorismo più che sui terribili scenari che si prospettano a livello ambientale, non possiamo accettare che l’opinione pubblica non  sia cosciente che alla Conferenza di Parigi sul Clima ci stiamo giocando  gran parte del nostro futuro.  Del resto, non sembra esserci sufficiente coscienza neppure del fatto che lo stesso terrorismo ha origine in fenomeni per nulla estranei al modello di sviluppo attuale ed al disastro che sta provocando sugli ecosistemi, comportando cambiamenti climatici a livello planetario. I Grandi della Terra (che come USA e CINA del nostro pianeta sono soprattutto i più grandi inquinatori) hanno pochi giorni per raggiungere un’intesa sui provvedimenti da adottare per contrastare i cambiamenti climatici globali.  Ma è in gioco la Terra e l’intera umanità, non la supremazia di uno Stato o di una federazione rispetto agli altri, per cui una tal partita deve coinvolgere tutti noi, che non possiamo restarne spettatori. Anche se i media insistono sugli accordi di vertice raggiungibili in quella sede, dobbiamo quindi far sentire la nostra voce, possibilmente anche a nome di tanti altri esseri non umani, che non hanno alcuno strumento per far valere il loro diritto alla vita. Ecco perché agli appelli  a far presto e bene – fra cui quello, accorato, di Papa Francesco sulla ‘cura della casa comune’  – dovrebbero seguire scelte inequivocabili, non compromessi pasticciati o mere promesse.

SOL PERCHÉ tali promesse sono presentate come  vere e proprie rivoluzioni, non illudiamoci che siano sufficienti a fronteggiare  i disastri ambientali di cui siamo già testimoni. Gli impegni prospettati finora dai 180 stati partecipanti a COP21, infatti, non assicurano affatto il contenimento a 1,5-2 gradi del riscaldamento globale, ma rischiano di portarlo, entro il secolo, a +2,7 gradi. Non possiamo assistere impotenti a questo assurdo mercanteggiare sulla possibilità di distruggere gli equilibri sul nostro pianeta, soprattutto se le soluzioni ci sono da decenni e manca solo la volontà politica di praticarle. La biosfera è un bene comune dell’umanità e nessuno ha il diritto di accaparrarsi le risorse naturali e di mettere in forse la sopravvivenza di milioni di esseri umani, oltre che di animali e di piante. La realtà, però, è che c’è ancora chi pretende di monopolizzarle, se sulla nostra Terra si registrano ben 79 conflitti determinati da cause ambientali, di cui 19 valutati di intensità altissima (4/4).  Il legame tra una politica energetica predatoria e la ricerca di un’egemonia economica e politica attraverso una “guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni” – per citare il Pontefice – è ormai evidente ed oggettivamente scandaloso. E’ indispensabile far crescere la coscienza collettiva di questo perverso rapporto e bisogna mobilitarsi contro un modello di sviluppo che persegue una crescita illimitata, incompatibile con gli equilibri ecologici, imponendosi con le armi ma anche col falso mito del progresso tecnologico che risolve ogni problema e col modello di vita globalizzato delle ‘monoculture della mente’.

86855548_gettyimages-494954212SOL PERCHÉ ci mostrano il Sole come la causa del riscaldamento globale e dei suoi guasti ambientali, non dobbiamo vederlo come un nemico. Esso, al contrario,  è la fonte stessa della vita del nostro pianeta e la nostra più grande risorsa energetica. Questa verità è di per sé evidente e, del resto, perfino gli stati più inquinatori – fra cui USA  e Cina – stanno facendo grandi progressi in direzione di una valorizzazione di questa immensa risorsa energetica. Ma mentre i ‘grandi’ possono permettersi di premere contemporaneamente sul pedale sia delle fonti fossili sia di quelle rinnovabili,  a partire proprio dal solare, agli stati minori non è facile seguirne l’esempio. Svanita bruscamente l’illusione dell’energia nucleare,  troppo spesso si sta ripiegando sulla folle politica delle trivellazioni, per raschiare il fondo del ‘barile’ delle risorse fossili. Però la stessa rivoluzione del Solare non può essere confusa con la pura e semplice diffusione della tecnologia fotovoltaica, se la costruzione di centrali solari ed il fiorire selvaggio d’impianti del genere non tengono conto del loro impatto ambientale o non modificano le modalità di produzione e distribuzione dell’energia elettrica.  Sebbene realtà geopolitiche enormi come il Brasile o la stessa Cina si dichiarino pronte a ricavare sempre più energia dal Sole, non è detto che si realizzi una vera rivoluzione ‘elio-centrica’, se il modello produttivo e distributivo resterà centralizzato e porterà l’ambiguo marchio delle majors dell’inquinamento globale. Il rischio d’un nuovo colonialismo energetico – sfruttando il sole con megacentrali  nei deserti del nord-Africa per esportare elettricità magari in Germania – potrebbe in effetti avere conseguenze negative, confermando un modello predatorio causa di danni e conflitti.

SOL PERCHÉ ci fanno sapere che in  Italia l’energia da fonti rinnovabili copre il 20% della richiesta e rappresenta addirittura la prima fonte di generazione elettrica (43% della produzione nazionale lorda), questo incoraggiante dato non rappresenta ancora l’affermazione d’un nuovo modello energetico. Resta il grave problema dei trasporti e della produzione di calore (il settore termico impiega il 50% del fabbisogno energetico) ed il solare in senso stretto non supera il 20% delle fonti rinnovabili impiegate (contro il quasi 48% dell’idroelettrico). Insomma, al di là dei trionfalismi,  la realtà è che il nostro ‘Paese del Sole’ si limita ad utilizzare tale risorsa in una percentuale inferiore all’8% (dati Terna 2014). D’altronde, perché il Sole non resti una risorsa energetica tra le altre ma rappresenti un’alternativa reale ed effettiva, bisogna cambiare in primo luogo la stessa idea di ‘sviluppo’. In caso contrario, sarà difficile far accettare ai paesi del c.d. Terzo Mondo (le developing countries) che ci si accorda per ridurre le emissioni proprio quando essi cominciano a produrre ed a consumare come noi abbiamo fatto finora, senza troppi scrupoli. Se invece con ‘sviluppo’ si continuerà ad indicare un indefinito progresso tecnologico ed una crescita esponenziale dei consumi, sarà impensabile invertire la marcia e scongiurare l’incombente catastrofe ecologica.

PERCHÉ IL SOLE diventi il punto centrale della ‘Civiltà’ auspicata da Antonio D’Acunto, cui è ispirata la proposta popolare di legge regionale che due anni fa è diventata legge in Campania, non ci si può accontentare di un puro e semplice incremento della percentuale di elettricità ricavata da quella fonte. Occorre ripensare collettivamente e responsabilmente un modello alternativo di sviluppo, fondato sul controllo democratico e decentrato delle risorse e sulla scelta prioritaria delle fonti rinnovabili, non solo perché ecologiche, ma anche diffuse, non monopolizzabili e gestibili dalle comunità locali. Ebbene, in Campania eravamo riusciti a far approvare all’unanimità dal Consiglio Regionale una legge rivoluzionaria in materia energetica, per aprire il capitolo di uno sviluppo alternativo ed eco-compatibile. Purtroppo il colpevole immobilismo della Giunta –dopo l’iniziale tentativo di boicottare la  L.R. n.1/2013 (Cultura e diffusione dell’energia solare il Campania), le hanno impedito di produrre almeno in parte i suoi effetti.  Eppure la Campania avrebbe potuto essere la regione-leader d’una pianificazione energetica decentrata, contrastando non solo assurdità come trivellazioni in mare e geotermia selvaggia, ma anche un uso del fotovoltaico e dell’eolico spesso irrispettoso delle risorse agricole e degli equilibri ambientali, in quanto improntato a mera speculazione o ad operazioni di dubbia trasparenza.

PERCHÉ IL SOLE diventi davvero il simbolo di quella ‘civiltà’ più equa, pacifica ed ecologica che tanti di noi auspicano, dobbiamo quindi fare molti passi avanti. La Conferenza di Parigi è l’ultima spiaggia per portare a casa almeno dei risultati parziali per un contrasto dei cambiamenti climatici. Non è pensabile, però, che il futuro dell’intera umanità –e del nostro stesso pianeta – dipendano solo dalle mediazioni in corso e dal dosaggio delle parole che sanciranno i protocolli che dovrebbero impegnare gli stati partecipanti. Deve aumentare il livello di consapevolezza ambientale dei cittadini e si devono praticare tutte le possibili soluzioni per ridurre le emissioni, partendo dal risparmio energetico ed usando modelli di produzione e di consumo a basso impatto energetico. Perché il sole non è certo il nemico da battere, ma il nostro più grande alleato nella lotta al surriscaldamento globale. La “Civiltà del Sole” che noi proponiamo consente a tutti di affermarsi, come persone e come comunità, utilizzando un bene comune a vantaggio di tutti. Perché  ‘messor lo frate Sole’  di san Francesco –  “bellu e radiante cum grande splendore” – è il simbolo stesso della vita; una sorgente inesauribile di energia che non ha padroni ma solo fruitori. Perché il Sole è il nostro futuro e non vogliamo che la compromissione degli equilibri ecologici scippi tale futuro a noi ed ai nostri figli e nipoti.

 (*) Ermete Ferraro, ecopacifista, è il Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità   (http://www.laciviltadelsole.org  ) .                                                                                               ————————————————————

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Resistere. Nonviolentemente.

   1 . “Non avrete il nostro odio…”

Ogni volta che ci troviamo a fronteggiare fatti tragiimagesci – come quelli di Parigi dei giorni scorsi – la prima reazione è quella di protestare con forza, di urlare il nostro sdegno contro qualcuno o qualcosa che riteniamo responsabile di quell’episodio. E’ una tentazione comprensibile, del tutto umana, che ci serve anche per sfogare la rabbia ed il senso d’impotenza  che ci pervadono davanti allo scempio assurdo di vite umane, ma anche di fronte alla minaccia che sembra abbattersi sulla sicurezza e la vita quotidiana di gente come noi. Questo misto di umana compassione e di vago autocompatimento  ci portano allora ad imprecare contro i ‘barbari’ che non rispettano nessuno e non si fermano davanti a nulla. Il fatto è che nelle vittime innocenti degli attacchi terroristici come quello di Parigi noi tutti ci ritroviamo un po’ riflessi, come se improvvisamente ci accorgessimo di quanto fragile è la nostra rete di protezione e di quanto ci troviamo esposti a qualsiasi minaccia, perfino nelle nostre vecchie, care ed inquinate città europee.

L’elemento fondamentale, però, è la percezione che quella minaccia ci viene da ‘fuori’, da un mondo che ci è estraneo  e che, nonostante tutto, ci sta ormai maledettamente vicino, al punto da condividere apparentemente la nostra stessa quotidianità, salvo poi esplodere improvvisamente e violentemente come una maledizione, come una mina calpestata per caso.

La seconda reazione, pertanto, è quella di guardarci intorno, per cercare solidarietà, aiuto e protezione reciproca, alla ricerca – a quel punto piuttosto tardiva – di un’unità che sembra potersi   realizzare solamente in forma di coalizione contro un nemico comune, proprio come fanno gli anticorpi quando combattono un agente infettivo, un corpo estraneo, un elemento nocivo.

Anche questo tipo di risposta, istintiva e molto umana, ci mette comunque in una posizione di difesa, di protezione della nostra stessa sopravvivenza come persone e come comunità, e quindi di reazione contro chi insidia le nostre già malferme sicurezze, sfidando sempre più da vicino il nostro modello di sviluppo e di convivenza civile, lo stile di vita che ci contraddistingue, i punti fermi politico-sociali cui noi occidentali restiamo ancorati, anche se più per pigrizia mentale che per fedeltà ai principi dei ‘padri fondatori’.  Ciò che ne deriva è l’ovvio appello affinché ‘noi’ restiamo  uniti, fermi e determinati davanti a ‘loro’, ai nemici che ci minacciano così platealmente e, per sovrappiù, con la sprezzante sicumera di chi è talmente convinto delle proprie idee da potersi far esplodere insieme a decine di detestati ‘infedeli’.

Abbiamo assistito, purtroppo ancora una volta, all’accavallarsi di dichiarazioni vibranti, testimonianze toccanti, anatemi terribili e, ovviamente, promesse impossibili da concretizzare e retoriche affermazioni di forza e saldezza. Al coro dei pur legittimi e condivisibili richiami a ‘resistere’ a questa barbarie, non accettando di lasciarsi intimidire e contrapponendo la reazione della ripresa della normalità alla paralisi della paura, si sono infatti aggiunte tante voci sgradevolmente stonate, provenienti da tanti governanti che farebbero bene a riflettere sulle loro pesanti responsabilità nell’escalation del terrore, ma anche da sciacalli politici che si affollano sempre intorno ai cadaveri, speculandoci su.

Una delle dichiarazioni più toccanti e profonde di cui abbiamo avuto notizia, viceversa, è stata postata  sul profilo facebook di un signore francese – Antoine Leiris – il quale ha perso l’amata compagna di vita in quel micidiale e cieco scoppio di violenza terroristica. “Vous n’aurez pas ma haine” (Non avrete il mio odio)– ha scritto Antoine in modo fermo, asciutto e privo di retorica, rivolgendosi direttamente a chi gliel’aveva strappata in quel modo assurdo. Non gli interessa sapere chi è stato; sa solo che sono delle ‘anime morte’, gente che uccide ciecamente in nome di quel Dio il cui cuore sta invece trafiggendo con le stesse pallottole che hanno colpito la moglie.

“Allora non vi farò il regalo di odiarvi. Voi lo avete ben cercato ma rispondere all’odio con la collera sarebbe come cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi ciò che siete. Voi volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con occhio diffidente, che sacrifichi la mia libertà in cambio della sicurezza. Avete perso […] Siamo due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo […] (Lui) ha appena 17 mesi, si prepara a mangiare il suo cibo come tutti i giorni, poi andremo a giocare come tutti i giorni e per tutta la sua vita questo bambino vi farà l’affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete più il suo odio.” [1]

In queste nobili parole, piene di dignità e coraggio civile, penso che si possa e si debba racchiudere l’unica risposta sensata alla violenza cieca di chi crede di servire una causa ma sta solo causando un servizio alla logica spietata della guerra.

2 . Come contrastare il terrorismo e la guerra?

images (1)In un editoriale, il Movimento Nonviolento ha giustamente contrapposto la nonviolenza alla barbarie, prendendo atto che ormai la guerra non è qualcosa cui assistiamo dai nostri teleschermi, proprio come fanno i ragazzi con i videogiochi, bensì una realtà tragicamente vicina e palpabile.

“Ed eccola qui, la guerra. E’ arrivata anche alla porta accanto. Con il suo orrore, il terrore, il sangue, i corpi morti. Quando la vedi con i tuoi occhi capisci davvero perché è “il più grande crimine contro l’umanità”. E’ un’unica guerra che si mimetizza in varie forme, che si ciba dello stesso odio e defeca la stessa violenza. E’ sempre la stessa cosa, compiuta da eserciti addestrati, ben armati, finanziati, le cui vittime sono soprattutto i civili innocenti.” [2]

Sì, è proprio vero: piangere i morti ed esprimere solidarietà non serve a nulla se tutto continua ad andare per la vecchia e perversa strada della risposta violenta alla violenza, perpetuando una tragedia che accompagna l’umanità da millenni.  Reagire si deve, ma bisogna farlo evitando di ripercorrere quella solita storia,  che vuol dire ricadere nella tragica spirale della risposta bellica.

Bisogna reagire, ma in modo creativo e costruttivo,  a chi ha fatto della morte e della distruzione il suo unico progetto di vita.  Senza dimenticare però che se tutto ciò è diventato possibile è anche perché la nostra avidità di potere e di risorse ha reso un inferno vivere in certi territori, al punto tale che morire per una causa pseudo religiosa può diventare l’alternativa ad una vita normale cui non si ha diritto. Come ci ricorda il Movimento Nonviolento:

“Il terrorismo e la guerra (che è una forma di terrorismo su vasta scala) si contrastano con strumenti altrettanto forti, ma con spinta contraria. Siamo anche noi dentro il conflitto, e lo dobbiamo affrontare con soluzioni opposte a quelle perseguite finora. L’alternativa oggi è secca: nonviolenza o barbarie.”  [3]

E evidente – anche se nessuno ce lo dirà ufficialmente – che la strategia delle risposte violente al terrorismo risulta del tutto fallimentare, come ha giustamente sottolineato in un suo articolo Pasquale Pugliese. D’altronde, se il fine ultimo delle azioni terroristiche è quello di renderci tutti più feroci e spietati, anche in questo caso la nostra risposta non può che essere negativa. Chi semina morte indiscriminatamente ed in nome d’un fanatismo integralista non deve avere il nostro odio, perché  non deve riuscire ad imbarbarire anche noi. Basta solo che non presumiamo di essere i ‘buoni’ che lottano contro i ‘cattivi’,  perché questo ruolo di vittime innocenti possiamo riconoscerlo a chi si è visto stroncare la vita mentre assisteva ad un concerto o mangiava in un ristorante, non di certo a coloro che – ufficialmente o di nascosto – per anni hanno alimentato conflitti insanabili, vecchi odi e contrasti, ricorrendo spregiudicatamente al traffico di armi ed all’addestramento di mercenari e spie.

“In Europa ci siamo illusi di poter fare guerre ovunque e vendere armi a tutti senza subirne le conseguenze. Abbiamo giocato col fuoco e ci siamo bruciati. Oltre a bruciare, ogni anno, centinaia di miliardi di euro in spese militari “ scrive Pugliese, che così conclude la sua analisi:  “La via da seguire è quella della nonviolenza. Sul piano personale e su quello politico. La via del diritto, della cooperazione, del dialogo, delle alleanze con chi in ogni luogo cerca la pace, della riduzione drastica della produzione e del traffico di armi, dei corpi civili di pace per affrontare i conflitti prima che diventino guerre,della polizia internazionale per fermare chi si pone fuori dal contesto legale dell’Onu. Il terrorismo e la guerra (che è una forma di terrorismo su vasta scala) si contrastano con strumenti altrettanto forti, ma con spinta contraria. Siamo anche noi dentro il conflitto, e lo dobbiamo affrontare con soluzioni opposte a quelle perseguite finora. L’alternativa oggi è secca: nonviolenza o barbarie. Anzi, ancora più secca, intelligenza o stupidità.” [4]

La verità, per citare un altro articolo apparso in questi giorni, è che:     “La violenza è il problema, mai la soluzione”, ed infatti anche questo nuovo terribile massacro è frutto della “violenza brutale, alimentata dall’odio, dall’intolleranza, dalla discriminazione, dal fanatismo e dalla vendetta.” [5]

La voce ‘terrorismo’ del “Dictionnaire de la Non-Violence” – curato dall’Institut de recherche sur la Rèsolution Non-Violente des Conflicts di Montreuil (Francia) ci offre altri spunti di riflessione:

“Di fronte al terrorismo, sia gli Stati sia l’opinione pubblica danno prova d’un indignazione selettiva, che tende a banalizzare le altre forme di violenza. Certo, il terrorismo non merita alcuna compiacenza ed i suoi metodi sono effettivamente criminali. Certo, il terrorismo ammazza degli innocenti, ma la guerra non ucciderebbe forse che i colpevoli? […] Il discorso etico della nonviolenza, il giudizio etico condotto sul terrorismo, deve essere ugualmente guidato dagli stessi criteri fondamentali di quelli cui ci si riferisce abitualmente per giudicare la violenza. Il discorso  che condanna il terrorismo avrà tanto meno forza e coerenza se, d’altronde, giustifica altre forme di azione violenta, che non sono meno mortifere e che possono essere altrettanto criminali.” [6] 

3. Strategie nonviolente anti-terrore

images (2)Il fatto è che, di fronte al bagno di sangue di Parigi, non bastano le dichiarazioni di principio. La gente si aspetta che dal movimento pacifista vengano parole chiare, proposte alternative, strategie efficaci e non solo giuste. In un articolo pubblicato nel luglio del 2014 su vari periodici, fra cui Peace Worker, una ricercatrice per la pace dell’università di Portland (USA) aveva già cercato di proporre una strategia in tre fasi per un ‘antiterrorismo’ nonviolento:

“Per prima cosa, smettere immediatamente d’inviare finanziamenti ed armamenti a tutte le parti coinvolte […]Dieci anni di terrorismo e noi pensiamo ancora che le nostre armi non stiano cadendo nelle mani ‘sbagliate’? Quelle in cui esse cadono sono già ‘sbagliate’. Se vi serve un buon esempio, date un’occhiata ai nostri beniamini, l’Esercito Siriano Libero ed alle loro plateali violazioni dei diritti umani, come l’utilizzo di bambini soldati, documentato dall’Osservatorio sui Diritti Umani (HRW) nel 2013 e 2014. Secondo, investire pienamente in iniziative di sviluppo sociale ed economico in ogni regione in cui sono impegnati gruppi terroristi[…] Se vogliamo indebolire ISIS ed ogni altro gruppo impegnato in attività terroristiche, dobbiamo cominciare a concentrarci  sulle esigenze cui essi danno risposta in quelle comunità. Le comunità locali in una regione dovrebbero essere auto-sostenibili ed  i civili dovrebbero sentirsi messi in grado di provvedere a se stessi e alle loro famiglie senza ricorrere alle armi o usare violenza. In terzo luogo, sostenere pienamente tutti gli eventuali movimenti di resistenza nonviolenta della società civile. […] Erica Chenowet e Maria Stephen , nel loro innovative studio del 2011 sulla resistenza civile – intitolato “Perché la resistenza civile funziona”-  hanno rilevato che: “…tra il 1900 ed il 2006, le campagne di resistenza nonviolenta, sono state capaci quasi in misura doppia di conseguire pieno e parziale successo, rispetto alle loro controparti violente…” [7] 

Ho già affrontato la questione in un mio precedente articolo dello scorso aprile, nel quale ho cercato di delineare una posizione ecopacifista nei confronti della sfida del terrorismo islamista, ma soprattutto dell’escalation bellicista che, alimentata dalla strage di Parigi, sta raggiungendo in questi giorni un’ulteriore acme. In questi ultimi anni, osservavo allora, chi si schiera contro le rappresaglie armate è accusato di non voler tutelare la sicurezza nazionale e di cedere alla minaccia terrorista, mentre è sotto gli occhi di tutti che le prodezze della linea guerrafondaia sono riuscite solo a rafforzare la strategia violenta dei movimenti islamisti.

“La nostra martellante propaganda anti-jihadista, paradossalmente, è riuscita a partorire un estremismo islamico ancor più feroce e combattivo, evocando un assurdo clima da crociate, di cui hanno fatto le spese in particolar modo le minoranze cristiane dei paesi arabi. La radicalizzazione del conflitto, però, non è stata un indesiderabile ‘effetto collaterale’ della escalation militare degli ultimi anni. E’ stata piuttosto la logica conclusione di una serie di scelte sbagliate, affrettate e miopi da parte di un sistema che, dipendente com’è dal complesso militare-industriale, alimenta nuove guerre, utilizzando anche l’arma della guerra psicologica” [8]

Ecco perché il movimento italiano per la pace deve scuotersi, superando gli slogan ma anche il mentalismo politichese di chi pensa che i conflitti armati si risolvano solo prendendo coscienza delle loro cause e schierandosi in qualche modo da una parte o dall’altra.  Ci troviamo a fronteggiare una situazione estremamente complessa e delicata, dove è piuttosto facile scovare e denunciare le responsabilità e demistificare gli inganni mediatici, ma molto più difficile fornire soluzioni che sfuggano alla logica perversa della violenza. Per esorcizzare il mostro cui abbiamo irresponsabilmente dato vita non basta dissociarsi, perché – come scrive l’IFOR in un suo comunicato:

 “… il terrorismo non esiste in un vuoto, ma all’interno di un contesto globale d’instabilità, causato ed esacerbato dalla guerra in corso, da operazioni clandestine, dalla repressione militare e poliziesca, dalla povertà e dall’abbandono […] Noi siamo impegnati a trovare mezzi per scoraggiare la violenza e costruire la nostra comunità. Siamo impegnati a cercare vie per prevenire che i giovani scelgano la violenza come un mezzo per formare ed affermare la propria identità. Siamo impegnati a sfidare la guerra e le strutture ingiuste che consentano alle ideologie violente di fiorire.”[10]

Anche il movimento per la pace italiano deve assolutamente trovare un’unità per fronteggiare questa sfida, che è culturale e sociale prima ancora che politica.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE——————————————–

[1]  http://www.la-croix.com/Actualite/France/Vous-n-aurez-pas-ma-haine-le-temoignage-d-Antoine-Leiris-2015-11-17-1381560– trad. mia

[2] http://www.azionenonviolenta.it/la-guerra-nonviolenza-o-barbarie/

[3]  ibidem

[4] P. Pugliese, La strategia della violenza ha fallito. Ora intelligenza contro stupidità, http://blog.vita.it/disarmato/2015/11/15/la-strategia-della-violenza-ha-fallito-ora-intelligenza-contro-stupidita/

[5] Monde sans Guerres et sans Violence (équipe de coordination nationale), La violence est le probleme, jamais la solution, https://www.pressenza.com/fr/2015/11/la-violence-est-le-probleme-jamais-la-solution/- trad.mia

[6] Cfr. “Terrorisme” , http://www.irnc.org/NonViolence/Dictionnaire/Items/5.htm -Trad. mia

[7] Erin Niemela, “Before the Next ISIS, We Need Nonviolent Counterterrorism Strategies”, Peace Worker , Salem (Ore.) July 2014, Trad. mia – http://peaceworker.org/2014/07/before-the-next-isis-we-need-nonviolent-counterterrorism-strategies/?utm_source=July+18%2C+2014+PeaceWorker+Articles&utm_campaign=This+Week%27s+PeaceWorker+Articles&utm_medium=email

[8] Ermete Ferraro, “La colomba verde e il califfo nero”, Ermete’s Peacebook, Aprile 2014, https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/04/02/la-colomba-verde-e-il-califfo-nero/

[9] Derek Flood, “ Is There a Nonviolent Response to ISIS ? “, Huffington Post , 08.12.2014, trad. mia –  http://www.huffingtonpost.com/derek-flood/is-there-a-nonviolent-isis_b_5670512.html – Un altro ottimo contributo alla ricerca di una strategia nonviolenta contro il terrorismo è l’articolo di George Lakey, “8 Ways to Defend against Terror Nonviolently”, Waging Nonviolence, 22.1.2015, http://wagingnonviolence.org/feature/8-ways-defend-terror-nonviolently/ 

[10] IFOR, “IFOR Responds to Paris Attack”, Statement, Nov. 18, 2015, trad. mia – http://www.ifor.org/movement-news-and-updates/

Biodiversità: che cosa se ne sa ?

logo biodiversità1 – Indagine su un problema al di sopra di ogni sospetto

E’ stata recentemente resa nota un’interessante ricerca svolta da Eurobarometro, dal titolo “Atteggiamenti degli Europei nei confronti della biodiversità” ,[i] delle cui risultanze – pubblicate sul Portale open data dell’Unione Europea – hanno però dato notizia solo alcuni siti specializzati su questioni riguardanti l’ambiente, fra cui quello dell’associazione V.A.S (Verdi ambiente e Società) [ii].   Viceversa, nessun quotidiano nazionale sembra interessato ad un problema di rilevanza mondiale, di cui anche chi ne parla tende generalmente a sottolineare soprattutto gli aspetti economici. Eppure si tratta dell’aggiornamento di un’importante indagine statistica, che ha interessato 27.718 cittadini dell’Unione Europea –  di cui 1.040 Italiani – che sono stati sottoposti a tale intervista, che constava di una dozzina di domande a risposta chiusa. Esse toccavano i seguenti punti chiave: 1) importanza della biodiversità e del fatto di arrestarne la perdita; 2)  percezione delle minacce alla biodiversità; 3) sforzi personali utili a tutelare la biodioversità; 4) conoscenza delle aree protette e delle reti associative che se ne occupano; 5) misure che la U.E. dovrebbe adottare per preservare la biodiversità; 6) riduzione dell’impatto europeo sulla biodiversità globale.

Ebbene, la prima considerazione che mi viene spontanea, scorrendo i dati forniti dall’inchiesta, è che c’è ancora molto da fare per accrescere il livello di comprensione di un concetto che, sebbene strettamente legato a principi scientifici che in buona sostanza si dovrebbero imparare già a scuola, non sempre risulta chiaro. E’ quindi il caso di riportare la sintetica definizione che apre il documento citato, nel quale si precisa che: “ La biodiversità –l’unica rete della vita sulla Terra – è vitale per la nostra sopravvivenza e qualità della vita. Essa ci fornisce gratuitamente  innumerevoli servizi, producendo l’ossigeno che respiriamo, ripulendo la nostra acqua e procurandoci cibo, materie prime e medicine. Ma la biodiversità ed i servizi a livello di ecosistema non sono solo sottoposti a minaccia; stanno per essere perduti e degradati in proporzioni che non hanno precedenti nella storia umana…” [iii] . Si tratta di un’impostazione che resta in un’ottica antropocentrica, ma possiamo comunque assumere tale spiegazione sul piano divulgativo, come impulso a sviluppare quanto meno una consapevolezza della sua importanza vitale per ciascuno di noi. Una definizione sicuramente più scientifica e corretta è quella ufficiale, secondo la quale la biodiversità è: “la variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi inter alia gli ecosistemi terrestri, marini ed altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell’ambito delle specie e tra le specie e la diversità degli ecosistemi” [iv]. Anche in questo caso, però, resta molto da spiegare sulle ragioni per cui la diversità biologica svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento degli equilibri che garantiscono la sopravvivenza sulla Terra, non solo in riferimento a noi uomini ma nei confronti di tutti gli esseri viventi.

E’ perciò una piacevole sorpresa apprendere che, sebbene solitamente i media ne parlino assai poco e gli stessi ambientalisti non sempre riescano ad accrescere la consapevolezza delle persone in materia con adeguate informazioni, i cittadini europei risultano in maggioranza già coscienti dei pericoli connessi alla progressiva perdita di biodiversità a livello globale e locale, per la loro salute ma anche per la salvaguardia dell’ambiente più in generale. La responsabilità personale e collettiva degli esseri umani a tal proposito, inoltre, risulta evidente a tre quarti degli Europei e gli Italiani sono nella media rispetto alla consapevolezza delle cause antropiche di tale grave fenomeno, in particolar modo l’inquinamento a vari livelli ed i disastri ambientali. Anche se i media – quando pure parlano dei rischi connessi alla perdita di biodiversità –  si soffermano prevalentemente sulle conseguenze economiche del problema (che in effetti costa all’U.E. il 3% del P.I.L., pari a 350 miliardi di euro ogni anno [v] ),  mi sembra comunque una buona notizia che la percezione di esso e delle sue cause sia finalmente più chiara e diffusa. Il Commissario europeo per l’Ambiente,  il maltese Kermenu Vella, ha dichiarato a tal proposito: “ Abbiamo compiuto progressi e ci sono esempi validi da seguire, ma resta tanto da fare per colmare le lacune e raggiungere gli obiettivi in materia di biodiversità all’orizzonte 2020. Perdere biodiversità significa perdere il nostro sistema di sostegno alla vita. Non possiamo permettercelo”.[vi]  E’ una giusta osservazione su cui dovremmo riflettere, in quanto ci ricorda che stiamo parlando di una questione che riguarda la ‘vita’ e la complessa rete di relazioni che la garantiscono. Nessuno quindi dovrebbe disinteressarsene e, nel momento in cui siamo diventati più consapevoli delle nostre gravi responsabilità, niente più di questo dovrebbe farci sentire compartecipi di un’effettiva inversione di rotta, adottando un modello di sviluppo e stili di vita radicalmente alternativi a quelli che, viceversa, sono causa della perdita di biodiversità.

2 – Biodiversità: quali risposte ai sei quesiti chiave?

Proviamo allora a fare qualche considerazione rispetto alla sintesi dei risultati relativi ai sei punti-chiave dell’inchiesta, così come riferiti dallo stesso Eurobarometro nel suo ‘summary’  [vii].

“Almeno otto Europei su dieci considerano una questione seria i vari effetti della perdita di biodiversità. Più della metà pensano che saranno interessati personalmente dalla perdita di biodiversità.”  In effetti la percentuale di Italiani che si esprimono in tal senso è un po’ inferiore (intorno al 65%), ma l’elemento comune è che la perdita di biodiversità non risulta più un problema estraneo alla vita quotidiana, bensì un serio pericolo per ciascuno di noi. Addirittura il 33% degli intervistati italiani (3 punti in più della media europea) si dichiara preoccupato per la possibile estinzione di specie ed ecosistemi nel nostro Paese, e questo è un dato sicuramente significativo. Un altro elemento interessante è che gli Italiani sono preoccupati più degli altri Europei della perdita di biodiversità a livello di ambiente urbano (50% contro il 42%), in quanto i moderni stili di vita sono fonte di ‘alienazione dalla natura’. Una buona ragione per ripensare seriamente l’assetto urbanistico delle nostre città in chiave di recupero delle aree verdi e di realizzazione di ‘green belts’ che le circondino, migliorandone la vivibilità ed arginando l’urbanizzazione selvaggia.

“Inquinamento e disastri causati dall’uomo sono considerate le più grandi minacce per la biodiversità.”  Circa la percezione delle minacce alla biodiversità da parte degli Europei, gli intervistati italiani si direbbero più allarmati degli altri Europei da fenomeni come inquinamento e disastri ambientali (mediamente 5 punti percentuali in più), mentre sembrerebbero minimizzare i rischi derivanti da “agricoltura, silvicoltura e pesca intensive”. Mi sembra che ciò indichi una consapevolezza diffusa delle cause più evidenti (inquinamento, modificazioni climatiche, perdita di spazi naturali a vantaggio di quelli costruiti), ma una parallela sottovalutazione di alcune modalità produttive di tipo intensivo e monoculturale, che invece rivestono un ruolo notevole nella perdita di biodiversità a livello locale e globale.

 “Più di tre quarti degli Europei (76%) credono che l’umanità ha la responsabilità di prendersi cura della natura e che ciò è importante per arrestare la perdita di biodiversità, mentre più di due su tre (67%) sono totalmente d’accordo che curare la natura è essenziale per affrontare il cambiamento climatico e sei su 10 (60%) sono del tutto d’accordo che la nostra salute e il benessere si basano sulla natura e la biodiversità.”  Questo punto è di grande importanza, perché dimostra che 3 cittadini su 4 dell’U.E. sono coscienti che non si esce dal problema senza operare delle scelte collettive ma anche personali. Ciò detto, un’analisi più dettagliata delle risposte ai quesiti posti dall’inchiesta mostra gli Italiani generalmente meno consapevoli del proprio ruolo nella risoluzione del problema (ad esempio come utenti delle aree protette, come consumatori re come soggetti di cambiamenti nello stile di vita). Viceversa, i nostri connazionali danno più peso degli altri al ruolo del volontariato ambientale (15% contro la media dell’11%), confermando indirettamente, però, che la soluzione a questo genere di problemi non è in mano a tutti, ma va delegata ad alcuni soggetti più motivati.

earthday “Più di nove Europei su dieci (93%) ritengono che l’U.E. dovrebbe informare meglio i cittadini circa l’importanza della biodiversità.”  Su questo punto sembrano quasi tutti d’accordo, per cui il sondaggio di Eurobarometro non fa che confermare l’esigenza di un’informazione più seria e diffusa in materia ambientale. Si tratta di un’importante acquisizione, ma bisogna anche stare attenti alla sottovalutazione delle azioni concrete dell’Europa per cambiare rotta. L’informazione è sì fondamentale ai fini di una vera democrazia, ma è evidente che non basta, se non vengono adottate politiche economiche, prima ancora che ambientali, che diano impulso ad uno sviluppo alternativo. Gli Italiani, in particolare, danno un peso ridotto a provvedimenti legislativi (50%), alle verifiche sull’utilizzo ecosostenibile dei sussidi comunitari (48%) ed ai finanziamenti destinati alla tutela del patrimonio naturalistico ((44-45%). Si conferma quindi una tendenza un po’ illuminista a ritenere che la consapevolezza dei problemi sia sufficiente di per sé a risolverli, a prescindere da rinforzi di tipo premiale (finanziamenti) o punitivi (sanzioni) che promuovano i cambiamenti necessari.

 “Quasi due terzi degli intervistati (65%) ritengono che stanno facendo uno sforzo personale per proteggere la biodiversità e la natura.”  Si tratta di un dato che rivela una soddisfacente consapevolezza degli intervistati sul ruolo che ogni persona può e deve avere nella promozione di un ambiente più naturale e vitale. Come già ho osservato prima, però, gli Italiani sono mediamente un po’ meno sensibili degli altri cittadini europei a questo coinvolgimento diretto e personale (ad es. interagendo correttamente con l’ambiente naturale, acquistando prodotti locali ed ecosostenibili e scegliendo stili di vita più sobri), mentre si dichiarano più motivati a compiere percorsi specifici di tipo volontario. Il guaio è che l’evidente crisi dell’associazionismo ambientalista non sembra confermare questa aspirazione ‘volontaristica’, che resta troppo spesso solo teorica…

 “Circa un quarto degli intervistati (26%) hanno sentito parlare della rete Natura 2000, di cui 16% di coloro che dicono di aver sentito parlare ma non sanno di cosa si tratta. La maggioranza (73%) non ne ha mai sentito parlare.”  Su questo punto i dati sono abbastanza simili. Solo 7 Italiani intervistati su 100 si dichiarano informati in proposito, mentre la stragrande maggioranza di essi (7 su 10) non ha mai sentito parlare di questa ‘rete’ e dei suoi siti protetti. Dalle risposte raccolte, comunque, affiora una evidente tendenza a considerare l’ambientalismo prevalentemente in chiave protezionistica (quasi il 70% la vede come strumento per “proteggere anmali e piante in pericolo” ). E’ però interessante che il 54% del campione d’Italiani ritengano che le aree protette  migliorano anche la qualità della vita della popolazione locale e che quasi la metà pensi che, ad esempio, ci possa anche essere un turismo eco-sostenibile.

 “La maggior parte degli Europei ha sentito parlare del termine “biodiversità” (60%), ma meno di un terzo (30%) sa che cosa significa. Inoltre, la maggior parte non si sentono informati sulla perdita di biodiversità (66%).” Dall’insieme dell’inchiesta emerge che la questione della salvaguardia della biodiversità non è più riservata a pochi ‘addetti ai lavori’ ma sta diventando oggetto di una preoccupazione sempre più diffusa. E’ pur vero che solo 1 intervistato su 3 si è dichiarato effettivamente consapevole del significato di questo concetto e che 2 su 3 sono soddisfatti delle informazioni ricevute. Il 40% delle risposte, inoltre, richiedono maggiori informazioni per  i consumatori della U.E. . Più della metà degli Italiani coinvolti, infine, reclamano requisiti obbligatori per le merci importate, percependo evidentemente questi prodotti come meno garantiti rispetto a quelli a marchio U.E.

3 –  Biodiversità: da preoccupazione a punto nodale di un vero cambiamento ecologico

E’ difficile non tener conto degli orientamenti emersi da questa indagine europea se si vuole davvero cambiare direzione. Le tendenze e le opinioni degli Europei – ed in particolare degli Italiani – in materia di salvaguardia della biodiversità sono abbastanza chiare e per intervenire efficacemente nel merito credo che bisogna partire da questa accresciuta consapevolezza dei cittadini, ma anche dalla loro manifesta esigenza di capire di più e di essere maggiormente informati e coinvolti.  Il fatto che a parlare di “biodiversità” non siano solo gli ambientalisti ma anche le persone comuni è un grosso passo avanti. E’ però indispensabile che il questo fondamentale concetto non rimanga vago o confinato ad un ambito puramente ‘naturalistico’, ma cominci davvero a diventare una preoccupazione di ogni persona responsabile, e quindi la molla per una  ‘conversione’ ecologica autentica e fattiva.   Come ho ricordato in un mio recente articolo [viii] , in questo come in altri ambiti è più che mai valida l’esortazione gandhiana “Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo” e questo non certamente per sminuire il peso dei fattori strutturali sui problemi ambientali, bensì per indurre tutti a svolgere un ruolo in prima persona, qui e ora, nell’auspicato processo di cambiamento.

Non mi sembra il caso di citare qualche contributo che ho già dato in precedenza alla definizione del concetto di biodiversità [ix] , ma non posso fare a meno di ricordare quanto ha scritto ed ha fatto un grande maestro dell’ecologismo come Antonio D’Acunto – scomparso circa un anno fa – che della ‘biodiversità’ aveva fatto la bandiera stessa della sua proposta alternativa, volta a costruire dal basso la “Civiltà del Sole”. [x]  Concludo quindi questa mia analisi dei risultati dell’inchiesta citando uno dei suoi scritti, che risale a 5 anni fa e che suona come una specie di inno ad un principio vitale.

“Per la gran parte della Terra siamo dunque in una fase avanzata di un processo di cancellazione – per opera di una parte dominante, non solo economicamente ma anche culturalmente, della specie umana – del pensiero universale e delle finalità proprie della Natura, con la totale scomparsa dei suoi habitat e delle sue infinite manifestazioni e forme di viantonio 4ta, dall’immensa bellezza e ricchezza di suoni, voci, forme, espressioni, luci, colori, valori, realizzate in un tempo infinito dalla sua arte, dalla sua architettura, dalla sua ingegneria, dalla sua tecnica, dalla sua economia. Eppure non ne abbiamo coscienza, o almeno non nella misura necessaria; perché se così non fosse, non potremmo, almeno per quella parte cosciente, non agire per arrestare ed invertire tale processo. Perché non ne abbiamo coscienza? Non siamo indotti ad avere tale coscienza dal pensare il nostro essere quale essere estraneo al mondo della Natura e della Biodiversità: un’identità anzi con loro in conflitto permanente, in una guerra di conquista, di rapina, di spoliazione. Più Natura e Biodiversità si dissolvono, paradossalmente più cresce l’estraneità e la guerra di conquista alle ultime ‘risorse comuni’ di tutte le forme e specie viventi del Pianeta. Lo stesso, naturalmente importantissimo, crescente allarme del rischio di catastrofe per l’intero Pianeta per l’effetto serra ed i mutamenti climatici, nasce dalla preoccupazione della vita e del mantenimento dell’ ‘Economia’ di tale parte dominante dell’Umanità. Se la guerra contro la Natura e la Biodiversit
à non avesse la contraddizione della possibile ricaduta mortale sull’Umanità e la sua parte dominante, tutto potrebbe continuare fino a fare della Terra il pianeta ad una sola dimensione, quella dell’Uomo e della sua economia dominante e contestualmente della sua infinita solitudine e tristezza.
Il Sole allora donerebbe inutilmente i suoi raggi al nostro Pianeta, perché non verrebbero più da esso raccolti per trasformarli in vita con la meraviglia della sintesi clorofilliana: il verde non ci sarebbe più.

Manca, è vero, una coscienza globale della Biodiversità perduta e di quella a rischio, ma nel mondo infiniti sono sensibilità ed amore verso di essa e verso la Natura, fondamenti del passaggio a tale coscienza. Riflettere e contribuire sul come attuare questo passaggio assume decisiva valenza: la ricerca e la diffusione del quadro globale delle infinite aggressioni che la Biodiversità e la Natura ad essa connessa hanno subito e stanno subendo nel mondo rendono l’immagine diretta e la dimensione della violenza globale fatta alla Terra e, rapportata al passato ed al futuro, l’accelerazione fortemente in atto di tale violenza: sicuramente la mancata conoscenza della violenza globale che la Terra subisce è tra le ragioni dell’assenza di una coscienza globale della catastrofe in atto per la Biodiversità e la Natura. Quanto da me ricercato e riportato in questo contributo è un’infinitesima parte della violenza in atto, e l’impatto con tante immagini incontrate nella piccola ricerca è semplicemente sconvolgente. La realizzazione di quanti più possibili luoghi della Civiltà del Sole e della Biodiversità, con le mappe della violenza che la Biodiversità e la Natura subiscono o sono a rischio di subire localmente e in ogni parte del mondo, è sicuramente un passaggio fondamentale per una coscienza globale che agisca per arrestare la catastrofe in atto. Il Sole irradia la Biodiversità, la Biodiversità vive dell’infinito dono che il Sole le dà; l’Uomo nella Civiltà del Sole e della Biodiversità vive anch’egli di questo infinito dono.” [xi].
Alla spiritualità laica dell’ambientalista D’Acunto fanno significativamente eco, le autorevoli parole di uno dei passi dell’Enciclica “Laudato si’”, in cui Papa Francesco scrive:

“Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali ‘risorse’ sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in se stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre […] La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione […] L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale…” [xii]

Fermarci all’informazione ed alla consapevolezza della necessità di tutelare la biodiversità è pertanto insufficiente, se non ci decidiamo ad affrontiamo il problema nella sua globalità, ma anche se non riusciamo a percepirlo come un invito a fare scelte personali e collettive che vadano nella direzione giusta.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE –———————————————————————-

[i] Special Eurobarometer 436, Attitudes of Europeans towards biodiversity, 10.05.2015 >  https://open-data.europa.eu/it/data/dataset/S2091_83_4_436_ENG

[ii] VAS, Opinioni degli Europei nei confronti della biodiversità > http://www.vasonlus.it/?p=20726

[iii] Eurobarometer 436, Introduzione al documento cit. (trad. mia)

[iv]  Si tratta dell’art. 2 della Convenzione sulla diversità biologica, come riportata dal sito della C.B.D. > https://www.cbd.int/convention/articles/default.shtml?a=cbd-02

[v] Fra gli altri articoli, vedi: http://www.greenews.info/rubriche/la-perdita-della-biodiversita-costa-all%E2%80%99ue-450-miliardi-di-euro-20151012/

[vi] Protezione della natura in Europa: dobbiamo fissare obiettivi più ambiziosi per arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020 – comunicato stampa della Commissione Europea > http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5746_it.htm

[vii]  Cfr. :  ec.europa.eu/COMMFrontOffice/…/index…/68204

[viii]  Ermete Ferraro, Una fine settimana particolare…  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/10/26/una-fine-settimana-particolare/

[ix]  Per scorrere i titoli dei miei precedenti articoli in materia, già pubblicati sul mio blog Ermete’s Peacebook , cfr.: https://ermeteferraro.wordpress.com/page/3/?s=biodiversit%C3%A0&submit=Cerca – Vedi, in particolare >  https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/07/10/biodiver-citta-un-approccio-ecosociale/

[x]   A tal proposito visita il sito della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità > http://www.laciviltadelsole.org

[xi] Antonio D’Acunto, Amare e ritrovare la perduta biodiversità (07.11.2010) > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/amare-e-ritrovare-la-perduta-biodiversita/79-amare-e-ritrovare-la-perduta-biodiversita

[xii] Papa Francesco, Laudato si’ – Lettera enciclica sulla cura della casa comune (nn. 33…36 … 48), 2015 > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

UNA FINE SETTIMANA PARTICOLARE…

Sii-Il-Cambiamento-Che-Vuoi-Vedere-Nel-Mondo-GhandiCapita talvolta che le varie identità che coesistono dentro di noi emergano quasi contemporaneamente, costringendoci a riflettere su ciò che le tiene insieme e permette loro di interagire. Mi è capitato, ad esempio, in questa fine di settimana, in cui si sono sommate – e per alcuni momenti perfino sovrapposte – attività che mi coinvolgevano in prima persona a vari livelli e su diversi terreni.

Sabato 24, infatti, ho dovuto dividermi fra due iniziative alle quali non potevo mancare e, in attesa di un improbabile dono dell’ubiquità, ho dovuto accontentarmi di seguirle ambedue, anche se solo in parte. La prima era la manifestazione nazionale dei Comitati “No Trident Juncture 2015”, organizzata a Napoli per denunciare l’assurda e suicida corsa al militarismo guerrafondaio in cui l’Italia, in quanto membro della NATO, è sempre più coinvolta, nel silenzio complice dei media e nell’inerzia colpevole delle forze politiche. Il secondo appuntamento che non potevo mancare – nello stesso pomeriggio ma a distanza di circa 50 km da Napoli – era invece l’Assemblea nazionale dell’associazione V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), che si svolgeva a Sorrento in un momento particolarmente delicato e, per la prima volta, senza poter più contare sull’autorevole presenza di Antonio D’Acunto, che ci ha lasciati dieci mesi fa.

Il risultato forse non è stato particolarmente brillante, dal momento che ho potuto partecipare solo ad una parte del colorato corteo che si è snodato per le strade di Napoli, che ha visto un migliaio di persone protestare contro le guerre (passate, in corso e progettata a tavolino …) e contro una NATO sempre più aggressiva, che mette in atto trionfalistiche e dispendiose esercitazioni militari per mostrare i muscoli e scaldare i motori di un nuovo conflitto bellico.  Ad un certo punto, infatti, io ed un mio amico, presente con me alla manifestazione, abbiamo dovuto spogliarci dei panni dei pacifisti (nella fattispecie delle bandiere arcobaleno e dei cartelloni che indossavamo…) per scappare velocemente in direzione della metropolitana e, poi, del trenino della Circumvesuviana che ci avrebbe sbarcato un’ora dopo a Sorrento. Lì ci siamo ricongiunti con altri compagni di VAS Campania ed abbiamo cercato di portare il nostro contributo – d’idee e di azione – al comune sforzo per risollevare l’associazione dalla sua crisi, in nome di un “ambientalismo in movimento” che ormai deve contare solo sulle proprie forze per portare avanti le sue battaglie di ecologia sociale.

Ed ecco che stamani, a poche ore di distanza, sono stato coinvolto in un’attività di tutt’altro genere, nella  Parrocchia dove sono operatore pastorale della Caritas, in occasione della Festa della titolare, la Madonna della Libera. Nel corso di questa domenica, infatti, ci siamo proposti di comunicare alla comunità parrocchiale un messaggio d’impegno ambientale, richiamando l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ “ ed invocando Maria come “madre e regina di tutto il Creato”, affinché ci aiuti a cambiare il nostro stile di vita consumistico e ci “liberi dagli sprechi”. La presenza di Padre Maurizio Patriciello – il pastore della Terra dei fuochi – ci ha aiutato ad uscire dalla ritualità della festa religiosa per rilanciare un impegno concreto sul terreno della salvaguardia di un patrimonio ambientale  saccheggiato dall’avidità e da un modello si sviluppo non sostenibile.

Ebbene, mi sono chiesto che cosa legasse attività così differenti in contesti tanto diversi. La risposta che mi sono dato è che l’impegno pacifista ed ecologista, come anche quello ‘pastorale’, affondano le radici in un comune terreno: la ricerca di strade nuove che ci portino ad uscire dalla fatalità rassegnata (alle guerre ma anche agli scempi ambientali ed alle ingiustizie sociali) per svolgere un ruolo in prima persona per cambiare le cose, qui e ora. E’ esattamente ciò che il mahatma Gandhi sintetizzava nella sua celebre frase: “Be the change you want to see in the world”, invitandoci quindi a non aspettare che le cose cambino da sole e spronandoci dunque ad essere noi per primi ciò che ci aspettiamo che il mondo diventi.

Certo, non è affatto facile – e spesso risulta estremamente frustrante – prendere alla lettera il motto che don Milani aveva posto sul muro della sua scuola popolare di Barbiana. “I care” era un pressante invito a farsi carico di tutto e di tutti, l’esatto contrario del fascista “me ne frego”,  diceva don Lorenzo ai suoi ragazzi. Sta di fatto che sentire sulle proprie spalle la responsabilità di ogni cosa è molto pesante e può anche spingere ad atteggiamenti velleitari ed ingenui, se non si sa lavorare con gli altri e ci si illude di risolvere i problemi solo con la testimonianza personale. Ecco perché bisogna non solo operare coerentemente e nel modo giusto, ma anche collaborare con chi può aiutarci ad uscire dalla dimensione individuale e, soprattutto, non perdere di vista la dimensione globale e l’interconnessione delle varie problematiche.

Manifestare contro le manovre di guerra della NATO, portare avanti campagne ambientaliste ed animare processi di evangelizzazione comunitaria sono indiscutibilmente impegni distinti e specifici. Ma se lo spirito che li lega è quello di vivere in prima persona il cambiamento che auspichiamo forse si può agire con più consapevolezza e si è meno esposti alla frustrazione del’isolamento e spesso dell’insuccesso.  Lottare contro il militarismo, infatti, sta diventando sempre più difficile, così come fare del vero ambientalismo e non accontentarsi di un greenismo ambiguo da salotto. Parlare, oggi, di nonviolenza e di difesa civile alternativa è non meno complicato, così come non è certo facile riprendere il filo di una fede autentica, evangelica, in un mondo sempre meno sensibile al richiamo di una religiosità più di sostanza e meno ritualistica.

Eppure, se ci crediamo, abbiamo il dovere non solo di andare avanti per la nostra strada, ma anche di fare in modo da non restare sterili profeti nell’arido deserto dell’indifferenza e del conformismo. Nessuno ci ha mai garantito che sarebbe stata una passeggiata e questo deve impedirci di cedere allo sconforto o di cercare comode scorciatoie. Essere per primi, ed in prima persona, il cambiamento che vorremmo che si realizzasse nel nostro mondo significa allora smettere di lamentarsi e rimboccarsi le maniche per cominciare da noi stessi e dal nostro contesto. Per quello che siamo e per ciò che possiamo. Qui e ora.

OPERAZIONE “SAN GENNATO”

totocolori6Eschiùsmi, noio volevàm savuàr…

Qualcuno , approfittando della diffusa devozione popolare per il santo Patrono di Napoli, ha voluto celebrarne la ricorrenza infilando maldestramente tra gli eventi previsti per l’occasione anche l’esibizione della banda militare della U.S. Naval Force Europe, la Marina Militare U.S.A. il cui Comando euro-africano ha sede a Napoli-Capodichino.  Nel programma dei festeggiamenti, il giorno 19 settembre – quello chiave della festa – troviamo in effetti un “Concerto dei Top Side, a cura della Band della Nato”, [1] ma è evidente che si tratta di un errore. Un’imprecisione peraltro comprensibile, perché a tanti capita di confondere le forze armate statunitensi con quelle della NATO, anche perché il loro Comandante per il Sud Europa e l’Africa, guarda caso, è lo stesso, l’Ammiraglio Ferguson della U.S. Navy.

Ormai – a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale – ci siamo talmente assuefatti all’ingombrante ‘protezione’ degli Americani che li scambiamo con le Allied Forces di quel Patto Atlantico cui siamo rimasti fedeli, anche quando non c’era più il blocco militare da cui avremmo dovuto difenderci. Ma mentre Americani si nasce, noi Italiani non siamo nati‘Alleati’. Vero è che dopo la guerra qualcuno decise che dovevamo far parte della NATO, ovviamente per la nostra ‘sicurezza’. Ma poi qualcuno ha deciso, sempre a nome nostro, che dovevamo restare nell’Alleanza Nord-Atlantica anche quando, alla fine degli anni ’90, era diventata ben altro, grazie al “nuovo concetto strategico” che ne aveva profondamente modificato lo statuto.[2]

Lasciando da parte queste pur necessarie distinzioni e riflessioni, viene comunque da chiedersi: perché mai il nostro santo Patrono, martirizzato17 secoli fa dai Romani nell’antica Puteoli, dovrebbe essere celebrato da una banda musicale militare abituata ad eseguire marce inneggianti alle imprese belliche a stelle-e-strisce? Che razza di relazione può esserci fra il giovane pastore della comunità cristiana di Benevento, caduto nel 305 d.C sotto i colpi della ferocia di un potere imperialista ed intollerante, ed un’icona mediatica dell’attuale militarismo imperialista?

Fu l’allora governatore della Campania, Dragonzio, a far arrestare il Vescovo Gennaro (Januarius) che, insieme al diacono Festo ed al lettore Desiderio, si era recato in visita pastorale a Pozzuoli. Fatto sta che la sua condanna a farli sbranare dai leoni nell’anfiteatro Flavio, secondo la tradizione, non ebbe seguito perché le belve si sarebbero inchinate di fronte ai condannati. Per ordine di Dragonzio, a quel punto, Gennaro fu allora condotto nei pressi della Solfatara e lì decapitato, insieme al diacono puteolano Procolo e a due laici. Ma quel governatore non faceva altro che mettere in atto le norme di legge emanate dal divo Diocleziano, l’imperatore conservatore e superstizioso che fu il peggior persecutore d’una comunità cristiana in crescita e sempre più determinata. Fra il 303 ed il 304 d.C., infatti, egli aveva già emanato ben tre editti, privando i Cristiani di tutti i diritti civili, riducendoli in schiavitù, incarcerandoli ed prevedendone la tortura e la condanna a morte, a meno che non avessero abiurato pubblicamente la loro fede.

festa-di-san-gennaro-2015Ebbene, cosa c’è nella storia di questo martirio – e nella successiva tradizione legata alla conservazione e al prodigioso scioglimento periodico del sangue del santo vescovo Gennaro – che possa lontanamente essere celebrato da una formazione bandistica militare con marcette ed inni? Che ci azzecca, con tutto il rispetto, la Band della Marina degli Stati Uniti con una devozione antica e profonda del popolo napoletano, velata forse da una religiosità tradizionale ma sicuramente genuina e diffusa? A chi è venuta in mente un’idea così assurda e, per certi aspetti, irrispettosa nei confronti del Santo che il suo sangue lo ha versato per testimoniare la sue fede, e che ora si vede sponsorizzato dai militari del nuovo Impero con la scusa di un gemellaggio Napoli-New York? E poi, pur volendo ristabilire un legame ideale fra la tradizionale festa newyorkese di S. Gennaro e quella di Napoli, che c’entra questo connubio italo-americano con una trionfalistica esibizione di militari in alta uniforme? Noi vorremmo saperlo, ma a quanto pare nessuno vuol rispondere alle nostre domande…


San Gennato? Ma mi faccia il piacere!

Che c’è di tanto strano, potrebbe obiettare qualcuno. Cosa c’è di male se dei marinai americani eseguono pezzi bandistici davanti al Duomo di Napoli in occasione della Festa di San Gennaro, peraltro neanche per la prima volta, visto che due anni fa c’era già stata un analogo spettacolo? [3]

Tutti hanno visto come il grande Antonio de Curtis – ad esempio nei panni del M° Scannagatti di “Totò a colori” – ha più volte mostrato le sue pirotecniche capacità di “dirindere la banda”, facendo una divertente caricatura di quelle marziali esibizioni. [4]  Il fatto è che, come diceva lui, “il trombone è sempre un trombone”. Ecco perché non dobbiamo sottovalutare le mistificazioni del militarismo, che ha sempre ricorso alla spettacolarizzazione ed enfatizzazione retorica ai fini della propaganda di guerra, im modo da far apparire bello ciò che invece è solo è bellico…..

Tornando all’inopportuna esibizione della banda della US Navy ai festeggiamente 2015 per S. Gennaro, quei biondi musicanti in uniforme sono solo la vetrina delle forze armate più potenti del mondo e, dietro sventolii di bandiere e rulli di tamburi, c’è la dura realtà di un imperialismo che si fonda su (e si mantiene con) la guerra globale, grazie al micidiale complesso militare-industriale.

IMG01417-20150912-1011Gli allegri musicanti che eseguono“Stars and Stripes Forever”, infatti, sono l’accattivante biglietto da visita delle forze armate più potenti del mondo con 2.825.000 militari, 1.600 navi, 22.700 aerei,  7.200 testate nucleari capaci di armare duemila missili intercontinentali, 3.450 missili da sommergibile e 1.750 bombardieri. Quella stessa U.S. Navy, inoltre, costituisce il nerbo delle truppe ‘alleate’ schierate sul fianco sud-est dell’Europa, che hanno il loro centro strategico nel Comando Integrato NATO di Napoli-Lago Patria (JFC Naples) [5]. Lo stesso quartier-generale che coordinerà l’esercitazione militare“Trident Juncture 2015”, che fra qualche settimana schiererà più di 230 unità, appartenenti a 30 paesi alleati e partner della NATO, con circa 40.000 uomini, 60 navi, 140 aerei di guerra. Un costosissimo, pericolosissimo wargame che dovrebbe testare le capacità di “risposta rapida” ad un eventuale attacco proveniente dal fronte africano, mediorientale ed est-europeo, ma in effetti è l’assurda prova generale di un attacco bellico.[6]

Ma da quando il Patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana, contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della Marina militare americana: una specie di san GenNavy?

E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a spargere altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?

La gente di Napoli ha sicuramente problemi molto più seri e pressanti di questo, ma qualcuno spiega ai Napoletani perché si sta strumentalizzando il loro santo protettore, facendolo diventare il patrono della NATO?  Dovremo forse cambiare anche le espressioni popolari, coniandone di nuove come: “San Gennà, pienzace tu a ll’Alleanza!” o ” ‘A U. Navy t’accumpagna…! ?

“In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra” – diceva il grande Totò, che in un’altra occasione aggiungeva amaramente: “La guerra non è mai finita, è solo sospesa”. [7] Però noi – comportandoci da uomini, non da caporali, faremo di tutto per smascherare la maldestra Operazione San GenNato, denunciando l’arroganza imperialista e guerrafondaia di un’Alleanza nella quale continuiamo a fare la parte dei servi sciocchi.

Non è certo un caso che Trident Juncture 2015 sarà seguita con grande attenzione dai principali fabbricanti d’armamenti. Ma la pace, la sicurezza e la convivenza fra popoli sono valori troppo importanti per svenderli ai mercanti di morte. E’ per questo che, per citare papa Francesco, non possiamo accettare che “il mondo sia sottomesso ai trafficanti d’armi” [8] ed agli “imprenditori di morte” [9].

Facciamo quindi appello a tutti quelli che sono contro questo sistema di distruzione e di morte, affinché manifestino il loro netto dissenso verso l’uso strumentale di san Gennaro e si dissoci dalla mistificazione di chi lo vuole trasformare nel “Neapolitan Protector” di manovre militari.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE ————————————————————————————

[1] http://sangennaro.eu/wp-content/uploads/2015/08/programma.pdf

[2] A tal proposito cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/la-nato-e-il-nuovo-concetto-strategico_(Atlante_Geopolitico)/  e http://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/periodico_2013/Documents/R2_2013/28_37_R2_2013.pdf

[3] https://www.youtube.com/watch?v=OkKQ4R1Ultw

[4] https://www.youtube.com/watch?v=lWDOM6MZ_o8

[5] http://www.jfcnaples.nato.int/

[6]  Vedi in proposito: Ermete Ferraro, NATO per combattere ( https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/ ) e Ermete Ferraro, Un Tridente da spuntare https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/08/06/un-tridente-da-spuntare/ )

[7] Tutte le citazioni di frasi di Antonio de Curtis sono tratte da.Totò, Parli come badi – a cura di M. Amorosi e L. de Curtis, Milano, Rizzoli, 1994

[8]http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/VATICANO/papa_francesco_urbi_et_orbi_mondo_sottomesso_trafficanti_armi/notizie/1280205.shtml

[9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-02-17/papa-francesco-basta-imprenditori-morte-che-vendono-armi-paesi-guerra-112847.shtml?uuid=ABi4B1vC&refresh_ce=1

LA BUONA SCUOLA CHE CI COMPETE

  1.  “Non capisco…ma mi adeguo”

L’anno scolastico, prevedibilmente, si è aperto con una generale raccomandazione dei dirigenti scolastici a tutti i docenti affinché facciano propria la nuova impostazione didattica suggerita dal MIUR, come quella più idonea a quel piano che è stato chiamato ‘ la buona scuola’.

Già per gli esami di licenza media di due mesi fa, in effetti, era stata proposto un modello standardizzato di certificazione delle competenze in uscita degli alunni/e, considerato da molti una delle tante ‘trovate’ ministeriali. Abituati da decenni ad ‘attaccare l’asino dove vuole il padrone’ – come si dice dalle parti mie – molti insegnanti hanno ritenuto opportuno seguire l’esempio del mitico compagno Ferrini dell’arboriano “Quelli della notte”, fra i cui tormentoni espressivi c’era la famosa frase: “Non capisco ma mi adeguo”. [1]

Una volta accettato il modello unico di certificazione finale, però, si sono trovati a dover compilare in modo spesso approssimativo – e raramente collegiale –  quell’improbabile sequenza di ‘traguardi formativi’, con l’esigenza di attribuire a ciascun allievo/e un ‘livello’ per ciascuna di quelle competenze. Molti docenti, quindi, hanno dovuto inventarsi di fatto parametri valutativi per obiettivi che non facevano parte della loro programmazione didattica e per i quali non avevano  predisposta alcuna effettiva verifica iniziale, intermedia o finale.

Basti pensare alle competenze in ambito digitale (ma chi e come doveva valutarle?) o ad altre riferite a concetti abbastanza volatili come “adattabilità”, “originalità e intraprendenza” o anche “disponibilità ad affrontare gli imprevisti”, adatte all’ambito di reclutamento del personale più che ad esami di terza media. Come scrivevo in un mio precedente articolo, infatti:

“…mi sembra d’intravedere in questo studente ideale più che altro i connotati tipici di quella cultura anglo-americana che, grazie ad una buona dose di retorica ed alla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, ha già da tempo modellato retroterra socio-culturali molto diversi, come quello italiano[…]E’ innegabile, però, che la nostra scuola stia diventando sempre più forzosamente omologata a parametri formativi europei che, a loro volta, rinviano all’ American Way of Life….” [2]

competenze chiave 2006Una volta lasciatesi alle spalle le ‘certificazioni’ finali ed andati in vacanza, molti prof credevano forse di poter accantonare quella didattica delle competenze cui spesso si erano ferriniamente “adattati” pur non avendone capito molto. Ma il rientro a scuola ha riaperto la piaga, nella quale molti dirigenti hanno rivoltato il coltello dell’assoluta necessità di aggiornarsi, così da giungere ad un’effettiva ‘programmazione per competenze’, anche ai fini di una loro  valutazione professionale.

Lo spirito di adattabilità dei docenti è ben noto e chi ha alle spalle qualche decennio di servizio, come me, sa bene che ad ogni cambio di ministro dell’istruzione puntualmente si è profilata l’ennesima riforma, con relative ‘parole chiave’ e procedure da far proprie, riprogrammando la propria metodologia didattica, o quanto meno adeguandosi alle novità almeno in superficie.

Ma questa legge di riforma non è un vestito da indossare, come parecchi colleghi hanno fatto finora con le altre. La svolta che il nostro dinamico premier sta imprimendo alla scuola italiana non può essere assecondata un po’ gattopardescamente, come tanti hanno fatto spesso, nella convinzione che si trattasse, ancora una volta, di continuare a fare le stesse cose chiamandole con nomi diversi.

Il modello di Buona Scuola varato ufficialmente con l’approvazione della legge 117/2015 [3] mi sembra piuttosto frutto di una mutazione genetica del sistema educativo nazionale che, dieci anni dopo, va ad allinearsi al modello europeo, a sua volta già allineato al modello statunitense.

E’ la globalizzazione, bellezza! , avrebbe esclamato qualcuno. Quella globalizzazione che c’impone un pensiero unico e ci spinge ad adeguarci a standard formativi pragmatici, tipici d’una società dove l’imperativo categorico è la produzione ed i cui parametri sono efficienza e  competitività.

Ecco perché possiamo anche adeguarci a questa riforma – se non altro per gestirne al meglio le opportunità –  ma dovremmo comunque  sforzarci di capire che cosa c’è dietro.

2.  “It’s the economy, stupid !” 

Qualcuno dirà che si tratta della solita dietrologia disfattista di certa sinistra, che vuole per forza trovare retropensieri e scopi occulti dietro ogni proposta di cambiamento. Del resto, anche ammettendo che ci siano finalità non proprio pedagogiche in questa ennesima riforma fatta perché “ce lo chiede l’Europa”, che cosa ci sarebbe di strano? “It’s the economy, stupid!” , per citare lo slogan originale coniato per la campagna di Bill Clinton, che in effetti è tutto un programma.[4]

Io però resto perplesso. Non posso fare a meno di osservare che la conversione dei vertici del MIUR ad una didattica interdisciplinare, progettuale ed ancorata alla vita reale, più che un salto verso il futuro dell’educazione, suona come una caricatura delle ‘sperimentazioni’ didattiche di qualche decennio fa, che nascevano come alternative alla scuola tradizionale e nozionistica, proponendo un profondo cambiamento sociale e politico a partire dal modello formativo. Ebbene, dopo anni trascorsi a demolire quella stagione di creatività pedagogica e di trasformazione dal basso dell’insegnamento, in nome della ‘scuola vera’, ecco che è proprio il Ministero a proporci una specie di scuola attiva, che accantoni i saperi per puntare direttamente alle competenze !

Peccato che, nel frattempo, le classi sono state rimpinzate di alunni all’inverosimile, l’orario scolastico è stato compresso, l’istruzione è sempre più asservita alla logica quizzocratica dell’Invalsi, sono sparite da anni le ‘compresenze’ fra docenti e che su tutto incombe l’imperativo tecnocratico della digitalizzazione dell’istruzione e della standardizzazione delle procedure. In assenza del clima socio-politico che negli anni ’70- ’80 animava i veri riformatori della scuola, la riproporre un insegnamento attivistico ed interdisciplinare risulta dunque quanto meno paradossale.

La vera scuola attiva , infatti, nasceva dalla sperimentazione di chi proponeva un modello opposto a quello formalistico, passivo e nozionistico del sistema tradizionale: un insegnamento anti-intellettualistico, cooperativo, aperto ad una visione critica della realtà ed alla manualità, perché “s’impara a fare con il fare”. Cosa diavolo avrebbe a che fare la ‘buona scuola’ di oggi col l’attivismo modello freinetiano e deweyiano, con l’impegno sociale del milaniano “I care” dei ragazzi di Barbiana o anche solo con la scuola degli anni ’80, coi suoi progetti interdisciplinari, i centri d’interesse, i tentativi di esplorazione ambientale, la sperimentazione d’un apprendimento per scoperta e con lo slancio verso la ricerca, in un’ottica educativa di tipo cooperativo?  [5]

Nulla. Se si esclude la stucchevole polemica renziana contro quelli che non vogliono cambiare perché hanno paura del nuovo, non trovo alcuna continuità con quella stagione un po’ anarchica, convulsamente attivistica ed antitradizionalista, che vide molti di noi impegnati in una serie di progetti didattici innovativi, indirizzati prevalentemente ai soggetti ‘a rischio’, quelli cioè che la società lasciava sempre indietro.

Basta scorrere il ‘manifesto pedagogico’ di un caposaldo storico di questa rivoluzione pedagogica, il Movimento di Cooperazione Educativa (M.C.E.), per ritrovare tutti i valori in nome dei quali tanti insegnanti si sono sentiti protagonisti d’una trasformazione epocale della loro professione.

“ – La ricerca per una didattica viva  […] – La relazione educativa – L’acquisizione della capacità di gestione dei conflitti – La didattica laboratoriale – L’uso di linguaggi diversi – La cura dell’ambiente di apprendimento […] -La valutazione come valorizzazione – Il laboratorio adulto nella formazione- La cooperazione per una comunità di apprendimento” [6]

Il grido di battaglia contro il tradizionalismo nell’insegnamento  – lanciato, guarda un po’, proprio dal MIUR – in apparenza richiama questo approccio educativo, ma in effetti propone (o meglio, impone…) una didattica incentrata esclusivamente sul concetto di competenza.

“Il nodo cruciale per lo sviluppo della didattica per competenze è la capacità della scuola di ridisegnare il piano di studi in termini di competenze, ripensando e riorganizzando la programmazione didattica non più a partire dai contenuti disciplinari, ma in funzione dell’effettivo esercizio delle competenze da parte degli studenti e dell’accertamento della loro capacità di raggiungere i risultati richiesti. “ [7].

 3.  Valutare cosa, valutare come, valutare perché images (1)

La pianificazione dell’educazione scolastica – ci dicono le teste d’uovo ministeriali – dovrà ruotare intorno a questo intangibile principio-cardine. Esso, infatti, vede nelle competenze la sintesi delle conoscenze e delle abilità, nell’ottica pragmatica ed applicativa della verifica della performance, risultato d’un processo che conduca a “prestazioni osservabili e valutabili […] espresso in termini di responsabilità e autonomia” [8] .  I docenti dovrebbero imparare a costruire la loro programmazione articolandola in attività interdisciplinari, che sviluppino competenze oggettivamente verificabili e valutabili. Per fare questo si propongono modelli e si suggeriscono pianificazioni operative, schede precostruite ed altri strumenti atti a confrontare – e perciò a standardizzare – le rilevazioni dei livelli raggiunti dai discenti.

Ma che fine a fatto la “valutazione come valorizzazione” del citato manifesto dell’educazione cooperativa?  L’unico scopo di questa riforma sembra riuscire a collocare gli studenti in uno dei previsti quattro livelli di prestazioni, a ‘catalogarli’ rispetto al grado raggiunto di competenze-chiave, siano esse comunicative o tecnico-scientifiche, digitali o civico-sociali. Ma se  è vero che, come puntualizza un dossier dell’U.S.R. Lombardia:“…la competenza è la capacità di applicare una conoscenza in un contesto dato, riconoscendone le specifiche caratteristiche e adottando comportamenti funzionali “ [9], è difficile negare che anche i contesti formativi in cui operano i docenti dalla scuola italiana sono molto diversi, per cui le loro valutazioni non sono facilmente standardizzabili e confrontabili, secondo l’efficientistico modello che si cerca di copiare.

Tutto il processo formativo, secondo il Ministero dell’Istruzione, dovrebbe articolarsi a partire dal “profilo in esito” ed in funzione dei “risultati di apprendimento da raggiungere”, partendo cioè  dalla fine, dagli obiettivi che ci si prefigge di conseguire. Anche in questo caso, però, si contraddice il senso stesso della scuola attiva di una volta, che voleva fornire ai ragazzi/e strumenti di analisi, comprensione e cambiamento della realtà, non certamente traguardi da tagliare.

Eppure i documenti ministeriali insistono sui risultati attesi, sulla base di un profilo in uscita’ che vale per tutti e che gli alunni  (ed i loro docenti) dovrebbero quindi perseguire:

“• Ripensare il piano di lavoro in funzione dell’accertamento/osservazione delle prestazioni, cioè dell’effettivo esercizio delle competenze da parte degli studenti • Compiere delle scelte all’interno del piano di lavoro identificando le idee chiave e i nuclei essenziali (analisi discipline come strumenti di analisi del contesto) • Trasformare le idee chiave in attività/compiti di realtà in grado di orientare l’apprendimento” [10]

Il termine accertamento mi sembra quello che più caratterizza questo tipo di programmazione didattica, dove non c’è spazio per la conoscenza in sé, la scoperta della realtà, l’emozione della poesia o di altri saperi non spendibili né applicabili. Orientare l’apprendimento solo agli ambiti in cui si possa produrre qualcosa, che a sua volta possa essere osservata e valutata, si direbbe la priorità effettiva di quella ‘buona scuola’ che sembra preparare i nostri ragazzi/e ad una realtà prestabilita e omogeneizzata, più che preoccuparsi di metterli in grado di leggerla e di trasformarla.

Naturalmente c’è chi tenta di razionalizzare queste indicazioni dall’alto come la proposta di una scuola aperta, improntata alla responsabilità, all’operatività ed alla problematicità:

“…la valorizzazione dell’esperienza dell’allievo attraverso la proposta di problemi da risolvere, situazioni da gestire, prodotti da realizzare in autonomia e responsabilità, individualmente e in gruppo, utilizzando le conoscenze e le abilità già possedute e acquisendone di nuove, attraverso le procedure di problem solving e di ricerca […]Le conoscenze saranno quelle necessarie a supportare le abilità (intese come applicazione di conoscenze, procedure, metodi) e le competenze (capacità di agire e di re-agire di fronte ai problemi, utilizzando tutte le risorse personali e agendo in autonomia e responsabilità” [11]

Peccato che le cose stiano in modo un po’ diverso e che, paradossalmente, da quando nella scuola è entrata la parola ‘autonomia’ gli insegnanti abbiano progressivamente perso la possibilità di sperimentare davvero e di tentare nuove strade.  Ricordate, ad esempio, quanto il Ministero abbia battuto sul chiodo della personalizzazione dei percorsi educativi, giungendo adesso al risultato di una crescente standardizzazione?

4.  “Apprendere meglio per riuscire meglio” 

Non è un caso se, parallelamente e contemporaneamente alla riforma della scuola italiana, si stiano muovendo anche paesi europei a noi vicini, come la Francia. Il titolo di questo paragrafo, infatti, non è che la traduzione dello slogan che riassume la contrastata riforma dei collèges, l’equivalente francese delle nostre scuole medie. Credo infatti che guardarsi intorno sia sempre utile e conseguentemente noto che la riforma che si prospetta ai docenti d’oltralpe ha significativi punti in comune con la nostra Buona Scuola .skills

Basta dare un’occhiata all’infografica che la sintetizza [12] per rendersi conto che le parole d’ordine –  i ‘points-clés’ – sono i soliti, a partire dalla proposta di “insegnamenti pratici interdisciplinari”  al fine di  conseguire “competenze adattate al mondo attuale, per tutti”, dando poi particolare enfasi a quelle comunicative ed a quelle ‘numeriche’. La ‘padronanza’ delle competenze sembra essere  diventato ormai il nucleo di ogni pratica educativa, come sembra tornato di moda in ‘travail en équipe’, il nostro lavoro di gruppo, che si manifesta attraverso gli immancabili ‘projets’.

Altro punto in comune tra le due riforme scolastiche è l’insistenza sulle competenze linguistiche in altre due lingue straniere, un altro pilastro di una educazione pragmatica e mirata al lavoro, che è poi il terreno principale su cui si chiede ai ragazzi/e di “réussir”.

In Spagna, poi, hanno voluto essere ancora più espliciti e, in barba a ripetuti scandali che hanno colpito il denso l’intreccio fra politici e banchieri, si è varata addirittura una riforma della scuola che prevede di fatto la sostituzione dell’insegnamento della filosofia con quello dell’economia finanziaria. L’allora ministro dell’educazione, Hosé Ignacio Wert,  l’ha così motivata:

“È necessario che i nostri figli, ovvero i consumatori del futuro, acquisiscano in ambito finanziario un livello più alto di quello dei rispettivi padri. La crisi ha evidenziato una carenza di competenze, molte volte dannose per la singola economia familiare”.[13]

Riecco il ritornello delle competenze da acquisire, meglio ancora se preparano adeguatamente gli alunni a come si gestiscono le spese per il mutuo, l’assicurazione e le tasse… Quest’impostazione era stata avanzata da due anni e già un articolo del 2013 sulla “reforma” precisava:

“Educazioni artistica e musicale. Oggi la materia è obbligatoria nella scuola primaria (da 5 a 12 anni), con almeno un’ora settimanale in ogni corso. Con la riforma diventerà opzionale, a scelta con una seconda lingua straniera” [14]

La scuola riformata (LOMCE) sulla scuola dove i ragazzi spagnoli stanno riprendendo a studiare, comunque, prevede fra l’altro l’alternativa allo studio della religione con l’insegnamento di ‘Valori sociali e civici’ nella primaria e ‘Valori etici’ nella secondaria, mentre “…sparisce l’educazione alla cittadinanza”, sebbene le comunità autonome potranno includerle nei loro programmi. [15]

Concludendo, viene da chiedersi se le ‘novità della Buona Scuola sono davvero tali o se invece stiamo adeguandoci sempre più al pensiero unico in materia educativa che viene da lontano e da esperienze pregresse. Ma è davvero questa la scuola che ci compete ? O è solo la via obbligata per non uscire dalla competizione globale che ci assedia?

Ecco perché i docenti italiani faranno bene a leggersi il testo della legge 107/2015 e ad esercitare la loro giusta opposizione a tutto quanto in essa contrasta con il principio dell’autonomia e con la libertà d’insegnamento. Ma opporsi non basta: bisogna discutere nel merito con i colleghi, andare in fondo al concetto stesso di ‘competenza’, termine anglosassone che comunque rinvia ad un contesto economico che ha poco a che vedere con la scuola.[16] E’ soprattutto necessario distinguere una sana impostazione didattica, che tenda all’applicazione pratica, interdisciplinare e di gruppo di conoscenze ed abilità scolastiche alla vita quotidiana, da una visione efficientista, aziendalista e competitiva della scuola. Se è vero che le competenze di noi docenti, come le altre, vanno manifestate in termini di ‘responsabilità’ e di ‘autonomia’, l’ultima cosa da fare è lasciarci teleguidare come automi, in modo poco responsabile e senza autonomia di pensiero e di azione.

Vorrei citare a tal proposito una frase di don Lorenzo Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere  per poter fare scuola”[ 17] . E’ questo che conta davvero.

Note–—————————————————————

[1] Cfr. Maria Volpe, “Non capisco ma mi adeguo”: gli slogan di Arbore, Corriere della Sera, 5 apr. 2002 > http://archiviostorico.corriere.it/2002/aprile/05/Non_capisco_adeguo_gli_slogan_co_0_0204053343.shtml

[2] Ermete Ferraro, Quali competenze ci chiede l’Europa?, 15 mar. 2015 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/03/15/quali-competenze-ci-chiede-leuropa/

[3] Cfr. Gazzetta Ufficiale >  http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/07/15/15G00122/sg

[4]  Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/It%27s_the_economy,_stupid

[5]  Cfr., fra gli altri testi di riferimento: Lucio Guasti (a cura di), Apprendimento e insegnamento, saggi sul metodo > https://books.google.com/books?isbn=8834309235

[6]  Manif Pedag. M.C.E. ,  http://moodle.mcefimem.it/pluginfile.php/281/mod_resource/content/0/manifesto_mce.pdf

[7]  U.S.R. Lombardia, La didattica per competenze – Approcci e strumenti, http://www.istruzione.lombardia.gov.it/wp-content/uploads/2009/10/dossier_competenze-lug2013.pdf , pp. 6-7

[8]  Ibidem, pp. 5-6

[9] U.S.R. Lombardia, Programmare per competenze > http://www.istruzione.lombardia.gov.it/wp-content/uploads/2013/02/genweb-progettare-per-competenze.pdf  , p.11

[10] Ibidem, p. 18

[11] Franca Da Re, La didattica per competenze – Apprendere competenze, descriverle, valutarle, Pearson 2013,  http://media.pearsonitalia.it/0.618017_1400833796.pdf, p. 19-20

[12] Cfr. République Française – Ministère de l’Education Nationale, de l’Enseignement Superieur et the Récherche, Mieux apprendre pour mieux réussir : les points-clés du collège 2016  [Collège 2016]  – Brève – Najat Vallaud-Belkacem – 04/05/2015, http://www.education.gouv.fr/cid88073/mieux-apprendre-pour-mieux-reussir-les-points-cles-du-college-2016.html&xtmc=reformeducollege&xtnp=1&xtcr=2

[13]  “Spagna, riforma della scuola:’Educazione finanziaria al posto della filosofia’ “, Il fatto Quotidiano, 14.03.2015, http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/14/spagna-riforma-scuola-educazione-finanziaria-posto-filosofia/1503452/

[14] J.A Auniòn, “La reforma educativa >> Artes y filosofìa pasan a seguendo plano”, El Paìs, 28.11.2013, http://sociedad.elpais.com/sociedad/2013/11/26/actualidad/1385491452_200770.html (trad. mia)

[15] ¿Cómo afecta la Lomce a mi hijo en este curso? , La Razòn, 14.08.2015, http://www.larazon.es/sociedad/como-afecta-la-lomce-a-mi-hijo-en-este-curso-KE10505179#.Ttt1j9hgdGrqVyw (trad. mia)

[16]  Cfr. http://www.yourdictionary.com/competence

[17]  Riportata in: “L’ha detto don Lorenzo”, http://www.donlorenzomilani.it/lha-detto-don-lorenzo/

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UN TRIDENTE DA SPUNTARE…

PELOSI JFC

Nancy Pelosi con l’Amm. Ferguson (fonte: JFC Naples)

Stiamo davvero diventando importanti. Finché a far visita al Comando napoletano della NATO erano i soliti capoccioni dell’Alleanza, niente di straordinario. Ma quando a visitare in pompa magna il quartier generale vicino al Lago Patria giungono addirittura alcuni parlamentari del Congresso USA, guidati nientemeno dalla leader della minoranza alla Camera dei Rappresentanti, l’on. Nancy Pelosi, beh la cosa assume un altro peso e rilievo…

Ma  che cosa saranno venuti a fare di bello al Comando Integrato di Napoli per il Sud Europa, il primo agosto 2015, sei illustri parlamentari statunitensi ? Sul sito del JFC Naples (http://www.jfcnaples.nato.int/page11122031/2015/us-congressional-delegation-visits-jfc-naples-mission.aspx) si riferisce che gli illustri ospiti sono stati calorosamente accolti dall’Amm. Mark Ferguson, che ne è il Comandante, il quale ha “illustrato le capacità del quartier generale meridionale della NATO”. Di quali capacità di tratti è chiarito poco dopo, quando si spiega che “la delegazione è stata testimone dell’elemento centrale della capacità di combattere una guerra del JFC di Napoli, con l’attivazione dell’intera squadra del JOC, composta da 5 elementi.  Questi membri del team hanno svolto uno scenario addestrativo, per dimostrare l’effettiva rispondenza a livello mondiale ad un’operazione contingente. Il JOC è operativo 24 ore al giorno con un accesso continuo ai suoi quartier generali più alti ed ai comandi subordinati.”

Ecco, il vero elemento di novità è il ruolo chiave che il Comando Integrato di Giugliano – Lago Patria ha assunto negli scenari di guerra che la NATO sta prefigurando in maniera incalzante, e che culmineranno nell’esercitazione Trident Juncture 2015 già nel prossimo autunno.  L’attivazione H24 del JOC (Comando Operativo Integrato), di cui gli onorevoli ospiti sono stati testimoni, è stato come il varo ufficiale di una minacciosa nave da guerra, saldamente ancorata nel golfo di Napoli, in cui è anche il Quartier Gnerale Euro-Africano della Marina americana, da cui dipende anche la VI Flotta USA , ed il cui Comandante è, guarda caso, il summenzionato Amm. Ferguson…

Da brava madrina del varo di questa centrale operativa dei wargames alleati, l’onorevole Pelosi si è profusa in un discorsetto d’occasione, per esaltare le lodevoli finalità difensive della NATO:  “La cooperazione per sicurezza con i nostri alleati NATO è un punto critico, dal momento che noi lavoriamo insieme per promuovere la stabilità  e contrastare il terrorismo. E’ sempre un onore ringraziare uomini e donne in uniforme il cui servizio ci mantiene sicuri sia in patria sia all’estero. Noi abbiamo nuovamente ringraziato il governo italiano, il nostro forte partner NATO, per l’ospitalità che ha dato ai nostri militari.”

Siamo anche noi grati all’on. Pelosi per essersi ricordata che – nonostante le apparenze potessero suggerirlo – non si trovava a casa sua ma sul territorio dell’Italia. Siamo un po’ meno d’accordo, invece, quando ha ringraziato chi ci ha governato – e tuttora ci governa – per aver dato ‘ospitalità’ alle truppe americane.  Capisco l’eufemismo cortese, ma dalla fine della guerra il nostro Paese – ed in particolare la nostra Campania – sono di fatto occupati militarmente da USA e NATO. Gli ospiti, si sa, dopo un po’ dovrebbero quanto meno togliere il disturbo, ma non sembra questo il caso, visto che la NATO non ha più rivali dagli anni ’90,  ma questo non ha impedito che l’Italia restasse la portaerei ‘alleata’ a guardia del Mediterraneo.

Altro che ‘cooperazione per la sicurezza’, ‘promozione della stabilità’  e  ‘contrasto al terrorismo’ . L’inquietante e persistente presenza dei sedicenti ‘Alleati’ sta mettendo a rischio proprio la pace e la sicurezza di quei popoli che essi dichiarano di voler ‘proteggere’. A Napoli abbiamo una certa esperienza di queste ‘protezioni’ non richieste e ci siamo stancati di cedere sempre a “proposte che non possiamo rifiutare”.

Ecco perché – associandomi all’appello di Alex Zanotelli ( http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1438203434.htm  ) e richiamando il mio precedente articolo dedicato proprio alla mega-esercitazione militare Trident Juncture   (https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/  )– ritengo che sia giunto il momento di dire un NO forte e chiaro a chi ci considera solo pedine da muovere sulla propria scacchiera bellica.

Ecco perché, proprio da Napoli, deve partire un segnale inequivocabile a chi di governa, con la logica da subalterno di sempre, che ne abbiamo abbastanza di questa logica guerrafondaia e che la Campania, come la  Sardegna e la Sicilia, non è più disponibile ad ‘ospitare’ centrali di morte e di militarizzazione. Occorre quindi una mobilitazione di tutti quelli che non si sono rassegnati a questa logica di militarizzazione e di guerra che ci pervade e che non accettano di essere ‘teleguidati’ come droni da tecnologici comandi alleati.  Il meridione d’Italia non è una ‘colonia’ guidata da ‘proconsoli’ USA. E’ giunto il momento  di dimostrarlo.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NATO PER COMBATTERE

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    L’amm. Mark Ferguson, Comandante US Navy Europa-Africa e JFC Naples

    CONDAN-NATO

E poi dice che uno si fissa sulle stesse questioni. Ma come diavolo si fa a non tornarci su quando siamo di fronte ad una escalation guerrafondaia, al centro della quale c’è anche la nostra Napoli, e praticamente nessuno ne parla?

Come si fa a far finta di niente, mentre dal cuore della nostra regione partono ripetuti segnali di accelerazione del processo di militarizzazione e bellicizzazione di un’Europa sempre più divisa su tutto, ma supinamente subalterna alle strategie atlantiche?

In questi mesi a Napoli i media – nazionali e locali – ci hanno informato su tutto, dalla ristrutturazione dello stadio alle iniziative per la stagione turistica, dalla chiusura per assemblea di qualche sito archeologico all’abortito ‘village’ del lungomare.  Nessuna informazione, però, riguardava alcune importanti decisioni che prevedono la leadership strategica del Comando NATO del Sud Europa (JFC Naples), che dalla sede storica di Bagnoli, si è trasferito da dicembre 2012 nel mega- Quartier Generale di Lago Patria (Giugliano-NA), sotto la guida d’un ammiraglio che, guarda caso, è anche a capo del Comando U.S. Navy per l’Europa e l’Africa [1].

Se si sfogliano i quotidiani più importanti, infatti, non c’è quasi traccia dell’incalzante processo di trasformazione di un comando periferico nel polo del rilancio della strategia bellica della NATO sull’Europa mediterranea, i Balcani e l’Africa. Eppure non si tratta di piani top secret da non divulgare, visto che gli stessi siti web del JFC Naples e del Comando Europeo [2] non fanno certo mistero dei suoi progetti, ma piuttosto ne esaltano la portata con trionfalistici comunicati stampa e perfino con video promozionali [3].

L’unica notizia che abbia vagamente a che fare con l’ulteriore consolidamento delle strutture militare nell’area napoletana è apparsa in questi giorni su Il Mattino [4] e riguarda l’ampliamento della storica Accademia della Nunziatella, che si candida a diventare “Scuola Militare Europea” .

Un chiaro segnale di ‘normalizzazione’ del sistema militare, presentato peraltro dalla giunta de Magistris come una pura e semplice ‘permuta’ con un altro immobile, banalizzandone la portata.  Ma mentre l’accademia militare della Nunziatella [5] – particolarmente cara al capo di gabinetto del Sindaco di Napoli, che ne è ex allievo – sfratta una caserma della Polizia per allargarsi ancor di più sulla Palepoli di Pizzofalcone, a poche decine di chilometri, nel giulianese, i molto più informali militari della NATO – senza spadino e cappellino borbonico – si esercitano incessantemente alla pratica dei loro giochi di guerra, sempre più teleguidati e ipertecnologici.

  1. CONTAMI-NATO

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    Veduta dall’alto del complesso JFC , presso Lago Patria (Giugliano NA)

     

Ciò che risulta strano è che anche quelli che ritengono che la NATO sia un imprescindibile baluardo della democrazia e della sicurezza in questi mesi non si siano spesi nel tessere le lodi delle operazioni militari che stanno rendendo Napoli e la Campania la succursale del Pentagono sullo scacchiere strategico sud-orientale. Nulla. E’ come se un avveniristico complesso di 7 piani (2 dei quali interrati), spalmato su 330.000 mq di superficie, progettato per un numero di militari che va da 2.500 a 5.000 unità e che ospita il secondo comando supremo dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Bruxelles [6] fosse una struttura qualsiasi, magari un po’ ingombrante ma priva di particolare importanza.

Eppure, dal dicembre 2012 in cui il nuovo quartier generale è stato inaugurato, i due comandanti che si sono susseguiti non hanno certo nascosto la loro intenzione di “far ruggire il leone” che fa da stemma al JFC Naples , trasformandolo sempre più in un “warfighting headquarters”, un vero e proprio comando per operazioni belliche [7].

Eppure non è che due anni e mezzo di manovre militari e di operazioni sul mare per terra e nel cielo potessero passare inosservate, anche se politici nazionali, amministratori locali ed operatori dei media preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Da anni, infatti, essi si guardano bene dall’informare i cittadini di quel che succede nel triangolo della morte compreso fra Capodichino, Licola e Gricignano, di cui ho parlato in un mio precedente articolo [8], sicuramente non meno pericoloso della famigerata Terra dei fuochi con cui, guarda caso, in parte coincide.

Eppure è da sedici anni (1999) che dall’ex Comando dell’AFSouth di Bagnoli (Allied Forces Southern Europe) si sono dirette le operazioni militari della Kosovo Force (6000 uomini di 29 paesi aderenti alla NATO [9].

Eppure è da un decennio (2005) che, dal Quartier generale di Napoli, la stessa NATO offre benevolmente il suo supporto militare anche all’Unione Africana, per “costruire la sua architettura di sicurezza” [10]. Per non parlare di altre ‘missioni’ pilotate dal comando napoletano, come la Stabilisation Force (SFOR-IFOR) che da altrettanti anni essa guida a Sarajevo [11] , con collegamenti anche con l’Ufficio di Collegamento NATO di Skopje [12] e quello di Belgrado [13], al cui vertice dal 2014 c’è un generale italiano.

Eppure, dalla fine del XX secolo a questi 15 anni del successivo, il Comando Sud-Europeo della NATO è stato a capo di ben 11 operazioni ‘alleate’, dietro i cui fantasiosi nomi si celavano minacciose esercitazioni belliche, volte a consolidare il controllo su tutta l’area mediterranea balcanica ed africana.[14]  Sforzo attivo, Protettore unificato, Raccolto essenziale, Garante determinato, Occhio d’aquila, Guardiano congiunto e simili non erano infatti titoli di videogiochi, ma i retorici nomi in codice di quei dispendiosi giochi di guerra della NATO.

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    Stemma dell’esercitazione NATO”Trident Juncture 2015″

D’altra parte, l’ultima operazione si è appena conclusa il mese scorso. Essa, per la prima volta, ha visto il JFC di Napoli addirittura in trasferta a Cincu, una cittadina della Romania centrale, dove un migliaio di soldati ‘alleati’ hanno partecipato – dal 17 al 28 giugno –  all’operazione Trident Joust 15 (Torneo del Tridente ‘15). Il suo scopo era: “…mettere alla prova l’abilità del Comando Interforze di Napoli nel condurre un’operazione di difesa collettiva per conto dell’Alleanza”, come ha dichiarato l’Amm. Ferguson, Comandante  sia il JFCNP sia il CNE-CNA [15].  Ed ecco che, subito dopo le meritate vacanze estive, i vertici della NATO hanno  pensato bene di aprire il nuovo anno bellico con un’altra spettacolare operazione interforze: “…la più vasta esercitazione militare dal 2002, che metterà insieme più di 36.000 persone d’una trentina di paesi, alleati e partners, così come organizzazioni internazionali e non-governative nei tre paesi del suo fianco sud (Spagna, Portogallo ed Italia […] Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della Guerra fredda, la NATO aveva progressivamente abbandonato l’organizzazione di grandi esercitazioni in Europa, privilegiando la preparazione delle di forze di ‘spedizione’ per intervenire su crisi lontane, come in Afghanistan, dove ha diretto per tredici anni la forza internazionale d’assistenza alla sicurezza (ISAF) .”[16]

Nonostante l’importanza quasi storica di questa nuova avventura militare, gli organi di (dis)informazione non se ne sono per nulla occupati, fatta ovviamente eccezione per i pochi giornalisti che ci mettono al corrente delle ‘grandi manovre’ pianificate e svolte dai nostri cari Alleati, con la partecipazione della nostra Repubblica che, pur ‘ripudiando la guerra’, è sempre in prima fila nelle loro sedicenti operazioni di peace-keeping.

E’ il caso degli articoli che Manlio Dinucci pubblica regolarmente su il manifesto ed altri giornali cartacei ed online, per aggiornarci sull’escalation delle operazioni NATO.

Già all’inizio di giugno, infatti, egli sottolineava la portata della nuova operazione Trident Juncture 2015 (‘Giuntura del Tridente 2015’), scrivendo che “…il Jfc Naples svolge il ruolo di comando ope­ra­tivo della «Forza di rispo­sta» Nato, il cui comando gene­rale appar­tiene al Coman­dante supremo alleato in Europa (sem­pre un gene­rale Usa nomi­nato dal Pre­si­dente). La pro­ie­zione di forze a sud va ben oltre il Nor­da­frica: lo chia­ri­sce lo stesso Coman­dante supremo, il gen. Breed­love, annun­ciando che «i mem­bri della Nato svol­ge­ranno un grande ruolo in Nor­da­frica, Sahel e Africa subsahariana» [17]

In un successivo servizio – apparso sempre su il manifesto – Dinucci ci spiegava che quella che si terrà dal 28 settembre al 6 novembre prossimi non è un’esercitazione come le altre, se si tiene conto della forza militare impegnata (“oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze per le ope­ra­zioni spe­ciali di oltre 30 paesi alleati e part­ner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra, più le indu­strie mili­tari di 15 paesi per valu­tare di quali altre armi ha biso­gno l’Alleanza”) [18], ma anche delle sue finalità strategiche  (“In tale qua­dro si inse­ri­sce la «Tri­dent Junc­ture 2015», che serve a testare la «Forza di rispo­sta» (40mila effet­tivi), soprat­tutto la sua «Forza di punta» ad altis­sima pron­tezza ope­ra­tiva. La TJ15 mostra «il nuovo accre­sciuto livello di ambi­zione della Nato nel con­durre la guerra moderna con­giunta», pro­vando di essere «una Alleanza con fun­zione di guida»[19].

  1. MARI-NATO 

campania armata

“Campania Bellatrix” – elaborazione grafica di E. Ferraro

Dalle aspre montagne dell’Afghanistan, quindi, lo scenario bellico si è spostato sempre più a sud, nel bacino del Mediterraneo,  dove la NATO deve fronteggiare nuove sfide, alcune delle quali peraltro sono frutto proprio della disgraziata politica imperialistica degli USA, che ha profondamente destabilizzato i precari equilibri preesistenti.

Ecco allora che la militarizzazione crescente della Campania – insieme ovviamente a quella della Sicilia – rientra in un ben preciso piano di controllo dell’area mediterranea ed africana. Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa [20].

Ma noi Italiani siamo troppo impegnati a seguire le peripezie del fu-centrosinistra e del fu-centrodestra per occuparci di queste sciocchezze.  Non c’è dubbio che l’aumento dell’IVA o un ulteriore slittamento dell’età pensionabile siano questioni che attirano molta più attenzione di quelle concernenti la trasformazione del meridione della penisola in un’incontrollabile portaerei, sul cui ponte di comando c’è saldamente il solito ammiraglio americano con due berretti [21].

E’ però impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo, recentemente sceso al 67° posto, ma sempre davanti ad altri Paesi europei come la Polonia (74°), la Spagna (84°), il Belgio (85°), la Germania (87°) o l’Irlanda (108°) [22].

L’Indice Globale della Militarizzazione – che assomma i dati relativi alle spese militari, al personale impiegato nel settore ed agli armamenti dispiegati – vede non a caso nella sua assai poco lodevole Top Ten, al 9° posto, nientemeno la Grecia, con la vicina Turchia piazzata al 24° posto a livello globale.  Forse con un po’ di attenzione avremmo capito qualcosa in più della recente crisi greca, che è sicuramente di natura economica, ma che ha pesato assai più sul piano politico-strategico, visto il ruolo chiave che la repubblica ellenica occupa nella NATO.

Però parlare di queste cose è poco trendy. Giornali e radio-televisioni preferiscono il gossip politicante e le veline governative su come tutto va per il meglio nel nostro Bel Paese.  A quanto pare bisogna lasciare le notizie sulle guerre prossime venture ai ‘gufi’ di professione e ad altri profeti di sventura, che spesso sono gli stessi che mettono in guardia anche contro i cambiamenti climatici e le loro cause o denunciano il nostro devastante modello di sviluppo, energivoro ed antiecologico.

Certo: in una decina di giorni di Settembre una trentina di Paesi, compreso il nostro,  manderanno allegramente in fumo milioni di preziose risorse economiche – probabilmente con gravi ricadute anche ambientali – solo per dar prova della propria capacità di distruzione e di controllo del territorio, del mare e del cielo. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla ripresa dell’anno scolastico, alle riforme costituzionali, all’IMU sulle scuole parificate ed alle alleanze per portare l’Italia alla ‘crescita’?

Stiamo attenti, però, che il minaccioso ‘Tridente’ brandito dal mitologico dio NATO non laceri solo l’economia – come ha già fatto con la Grecia – ma anche la nostra stessa sicurezza.

NOTE

[1] http://cne-cna-c6f.dodlive.mil/

[2] www.jfcnaples.nato.int/  – http://www.jfcbs.nato.int/trident-juncture.aspx

[3] http://www.ac.nato.int/page5931922/the-air-part-of-nato-joint-exercise-ttrident-juncture-2015.aspx – https://www.youtube.com/watch?v=9f_w3MWbm-U

[4] http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/nunziatella_scuola_militare_napoli/notizie/1485546.shtml

[5] http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/aree-di-vertice/comando-per-la-formazione-specializzazione-e-dottrina-dell-esercito/Accademia-Militare/Nunziatella

[6] Ermete Ferraro, Un preoccupante Neo-Nato (30.4.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ),

[7] Idem , Fa’ ruggire il leone (11.5.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/05/11/fa-ruggire-il-leone/

[8] Idem, Campania Bellatrix (20.3.2013) > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_11270.html

[9] http://www.aco.nato.int/kfor.aspx

[10] http://www.jfcnaples.nato.int/current_operations/ns2au.aspx

[11] http://www.jfcnaples.nato.int/hqsarajevo.aspx

[12] http://www.jfcnaples.nato.int/hqskopje.aspx

[13] http://www.jfcnaples.nato.int/operations_mlo_belgrade.aspx

[14] http://www.jfcnaples.nato.int/page71815316.aspx

[15] JFC Naples will for the first time base out to another location – the Shooting Range at Cincu >   http://actmedia.eu/daily/jfc-naples-will-for-the-first-time-base-out-to-another-location-the-shooting-range-at-cincu/58532 (traduz. mia). Vedi anche: Nato trasferisce il il quartier generale sud da Napoli in Romania > http://it.sputniknews.com/italia/20150507/357678.html#ixzz3h6qP0sKy

[16]  http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/2395316/2015/07/15/L-Otan-sur-le-pied-de-guerre.dhtml (traduz. mia)

[17] Manlio Dinucci, La NATO lancia il tridente (16.6.2015 ) > http://ilmanifesto.info/la-nato-lancia-il-tridente/  

[18] Idem , La U.E. si arruola nella NATO (21.7.2015) > http://ilmanifesto.info/la-ue-si-arruola-nella-nato/

[19] Ibidem

[20] Cfr. Mappa delle basi militari in Italia > http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1266847177  e http://www.difesaonline.it/index.php/it/13-notizie/mondo/2720-la-sicilia-sta-per-diventare-la-base-piu-importante-della-nato . Vedi pure l’articolo di Antonio Mazzeo, Al via la campagna contro le basi NATO e Usa in Sicilia > http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=335

[21] Sulla questione del “Two hats Commander” cfr. http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a526085.pdf

[22] Fonte: Jan Grebe, Global Militarization Index 2014 > https://www.bicc.de/uploads/tx_bicctools/141209_GMI_ENG.pdf – Sulla militarizzazione della Grecia cfr. anche: Σε ρόλο ΝΑΤΟικού εκπαιδευτή οι Ενοπλες Δυνάμεις  (Le forze armate nel ruolo di formatore NATO) > http://www.rizospastis.gr/story.do?id=8515264  10.7.15

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )