‘Napolitudine’: due segnali positivi

totò megafonoNon sempre capita di poter raccontare episodi che lasciano ben sperare. Ad esempio, per uno come me che da decenni s’impegna su alcune questioni fondamentali come quelle riguardanti la pace e l’ambiente, pur con tutto l’ottimismo della volontà è davvero dura continuare a spendersi per certe battaglie quando tutto sembra andare in direzione opposta. L’impressione è che non basta sforzarsi di mantenere la coerenza ed essere capatosta: i fatti sembrano continuamente smentire le nostre convinzioni, confinandoci nel mondo dei sognatori utopisti, che s’illudono di poter cambiare le cose senza farsene modificare geneticamente, accettandole col solito rassegnato ‘realismo’.

Anche il mio impegno in campo educativo e culturale per la difesa e la valorizzazione della lingua e cultura napoletana, pur con qualche riscontro positivo, deve fare i conti con la sostanziale sordità delle istituzioni e con l’apparentemente insormontabile tendenza alla frammentazione del fronte ‘napoletanista’, appena appena si parla di stabilire regole linguistiche certe, superando l’abituale scoglio dell’individualismo e della carenza di spirito cooperativo.

Sono però convinto che – anche su questo piano – indugiare sui punti di debolezza e sulle criticità presenti non ci porti da nessuna parte. Bisogna invece scorgere i segnali positivi che non mancano, ponendoli in risalto e condividendo tale scoperta con chi sta percorrendo la nostra stessa via. Mi riferisco alle tante iniziative di rivalutazione della ‘napoletanità’ fiorenti un po’ dovunque e con varie matrici, da quella riconducibile al rilancio della vocazione turistica della nostra città e regione a quella più marcatamente ‘identitaria’, legata ad un crescente movimento per il riscatto economico e sociale della nostra gente in chiave meridionalista. Vanno poi sottolineate e lodate le numerose iniziative di confronto e coordinamento fra linguisti ed operatori culturali amanti della lingua napoletana, allo scopo di stabilire per essa basi fonetiche e grammaticali precise e condivise, rilanciando il Napoletano anche con nuove ricerche, pubblicazioni e traduzioni.

Mi riferisco poi anche ai segnali che colgo in prima persona, a partire dalla mia personale esperienza. Già nel 2015 infatti avevo registrato positivi riscontri al mio progetto sull’insegnamento della nostra madrelingua nella scuola pubblica, peraltro inaugurata un decennio prima e poi interrotta. Il mio Corso pomeridiano di lingua e cultura napoletana alla scuola media statale ‘Viale delle Acacie’ aveva già riscontrato interesse e lusinghieri consensi sia da parte degli ‘esperti’ e cultori della materia, sia dagli organi d’informazione locali e nazionali e perfino dalla televisione francese. Quest’anno il progetto ‘Napulitanamente’ è appena ripartito nella stessa scuola vomerese e ciò m’induce a sperare nella diffusione di questa fondamentale pratica didattica, coinvolgendo altri docenti anche delle scuole superiori ed avviando un più sereno confronto col mondo universitario, finora scettico ed arroccato sulle proprie prerogative accademiche.

Però i ‘segnali positivi’ preannunciati dal titolo si riferiscono ad altro: si tratta di due episodi che aprono il cuore alla speranza che qualcosa stia finalmente cambiando. Il primo è quello che mi ha spinto a collaborare – ovviamente a titolo volontario – con un’azienda casearia cilentana che stava preparando una campagna pubblicitaria che voleva utilizzare frasi proverbiali in Napoletano. La gentile signora che mi aveva interpellato telefonicamente (ed alla quale un po’ sbrigativamente avevo risposto di non aver bisogno di acquistare di latticini per quella via …) mi ha infatti proposto di svolgere una consulenza linguistica sugli slogan selezionati dall’azienda. E’ nata così una densa corrispondenza via mail tra di noi, grazie alla quale alcune dizioni e grafie discutibili sono state da me emendate e riformulate, contribuendo così ad evitare una nuova campagna pubblicitaria impostata su un uso improprio, sciatto e scorretto della nostra lingua. L’idea che tra poco appariranno su dei maxi-cartelloni gli slogan in napoletano scelti insieme per pubblicizzare le loro mozzarelle mi fa senz’altro piacere, ma è prima di tutto un bell’esempio di cambiamento, nel rispetto di un’identità culturale autentica e non usata strumentalmente.

Il secondo ‘segnale positivo’ mi è giunto, inopinatamente, attraverso una telefonata proveniente da Bergamo. Ero a scuola, in un’ora di spacco, quando mi ha chiamato una signora di origini napoletane ma residente da molto tempo in quella città della Lombardia. Si è complimentata con me per il progetto ‘Napulitanamente’ – di cui aveva appreso via internet – e mi ha raccontato di quanto la nostra Città e la sua lingua mancassero non solo a lei, ma anche al più piccolo dei suoi ragazzi. Se per la madre la nostalgia era facilmente comprensibile, mi ha sorpreso quella del figlio minore, letteralmente innamorato di Napoli e desideroso di farvi ritorno. La scoperta casuale del progetto che svolgo nella mia scuola media (la famiglia è originaria del Vomero) aveva infatti suscitato l’entusiasmo del ragazzo. La signora mi ha quindi spiegato di pensare seriamente a tornare a Napoli, dove tuttora vive suo padre, e d’iscriverlo in quell’istituto, dandogli la possibilità di rituffarsi in quella ‘napolitudine’ che lo rende inquieto nella non troppo accogliente Bergamo. Beh, confesso che questa vicenda mi ha notevolmente colpito, lasciandomi al tempo stesso soddisfatto per questo imprevedibile sviluppo della mia proposta progettuale. Con tutto il rispetto per Bergamo, il ritorno a Napoli di una famiglia che se ne era allontanata da decenni, e con queste motivazioni, suscita in me un po’ di sano orgoglio e mi spinge ad impegnarmi ancor di più in difesa d’un patrimonio culturale che, con o senza UNESCO,  merita di essere salvaguardato e valorizzato.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

#NapuLengua: insegnare il Napoletano a scuola per valorizzarlo

NapulenguaDopo la positiva esperienza dello scorso anno, anche per il 2015-16 ho deciso di riproporre nella scuola dove insegno Lettere un’attività extracurricolare consistente in un Corso di lingua e cultura napoletana. Una volta approvato dal Collegio dei docenti, il progetto “Napulitanamente” si avvia quindi a ripartire, con la previsione di 18 ore di laboratorio teorico-pratico, con certificazione finale delle competenze raggiunte da ciascuno dei partecipanti a questa innovativa esperienza. Il fatto che ne abbiano diffusamente parlato sia media radio-televisivi (fra cui addirittura il secondo canale della televisione francese France2 e la rete cattolica nazionale TV 2000), sia quotidiani e periodici a stampa ed online (ad es. Il Mattino, La Repubblica, Roma, Italia Oggi, Orizzonte Scuola etc.), ovviamente mi fa molto piacere. Mi avrebbe però fatto ancora più piacere se il mio esempio fosse stato seguito da altri docenti (di Lettere come me ma anche di altre discipline), così da allargare la cerchia degli studenti coinvolti in tale azione di salvaguardia e valorizzazione del Napoletano. Purtroppo a battersi per una sua regolamentazione grammaticale ed ortografica e per il riconoscimento della sua piena dignità di lingua si direbbe che siano rimasti solo gli appassionati della cultura napoletana, a partire da coloro che non hanno mai smesso di scrivere in Napoletano le loro poesie, i loro testi teatrali o quelli legati alle composizioni musicali.

Il mio progetto, però, non vuol essere un’eccezione lodevole che conferma la regola del colpevole disinteresse delle istituzioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e letterario del Napoletano e dell’identità culturale di Napoli. Al contrario,  fin dall’inizio negli anni ’90, io mi sono proposto di stimolare altri insegnanti appassionati di questa lingua affinché utilizzassero tutti gli spazi possibili – fra cui le attività aggiuntive d’insegnamento – per portare avanti sempre nuove esperienze didattiche in tal senso. Sta di fatto che l’interesse crescente di tante persone per l’apprendimento di un modo corretto per esprimersi in Napoletano non riesce ancora a trovare una risposta adeguata. Dobbiamo naturalmente essere grati a chi – come il poeta Nazario Bruno o lo scrittore Gianni Polverino – stanno facendo tanto per divulgare i principi di un’ortografia napoletana accettabile e di un lessico partenopeo adeguato ai nostri tempi ma rispettoso della tradizione. Altrettanto riconoscenti dobbiamo essere nei confronti di tutti coloro – fra cui linguisti e cultori della materia – che non si sono mai rassegnati a lasciar andare in malora un patrimonio culturale plurisecolare e che giustamente, invece, difendono l’identità collettiva che da esso deriva. Ma questo, dobbiamo riconoscerlo, non basta ad invertire la tendenza a trasformare progressivamente il Napoletano in un ‘volgare’ di serie B ed a cancellare – in nome dell’omologazione forzata al pensiero unico ed alla ‘Neolingua’ corrente – quelle preziose diversità linguistiche che rendono unica l’Italia.

Certo, nel 2015 si è registrata una reviviscenza di questa proposta, culturale prima che politica. Ci sono state in città ,infatti, varie iniziative tese a valorizzare il Napoletano, dagli incontri periodici presso il circolo “50 e più” a Via Toledo a convegni su alcuni suoi aspetti particolari, fra cui ricordo quelli sugli ‘arabismi’, sulla ‘geografia delle lingue’ presso l’Università l’Orientale e su vari aspetti connessi alla ‘Festa d’’a Lengua Nosta’, organizzata dall’associazione ‘G.B. Basile’. Ma a fronte di questi positivi contributi non si può fare a meno di registrare anche un generale scadimento nell’uso del parlato napoletano fra i giovani e la loro diffusa tendenza a ricorrere ad un’improponibile grafia sia nei testi delle canzoni, sia nei messaggi diffusi via cellulare, sui social media e, ahimè!, spesso anche sui muri della nostra città.  Un’altra novità apparentemente positiva è il fiorire di slogan pubblicitari in Napoletano, utilizzati da piccole e grandi aziende, fra cui perfino alcune multinazionali. Pur a prescindere dall’uso palesemente opportunistico di una lingua così popolare per veicolare messaggi consumistici, il problema è che gran parte di essi risultano comunque sgrammaticati, disortografici e talora lessicalmente poco corretti.

Che fare allora? C’è chi continua a sperare in improbabili provvedimenti normativi regionali, incurante del fatto che finora tutte le proposte di legge – provenienti sia dal consiglio provinciale di Napoli sia da quello regionale della Campania – si sono da tempo arenate sulle secche del disinteresse di chi ci amministra per questa battaglia di civiltà. C’è poi chi si ostina a perseguire una dubbia via ‘identitaria’ per ridare dignità alla lingua napoletana, finendo col far coincidere la legittima rivendicazione di rispetto e tutela di questo regional language con una più complessiva battaglia ‘meridionalista’ o, peggio ancora, con un antistorico revanscismo venato di nostalgie neoborboniche. Una terza ‘corrente’, infine, è quella di chi pensa che sia sufficiente chiudersi nella turris eburnea degli studi accademici, approfondendo scientificamente  la storia ed il patrimonio linguistico del Napoletano, al punto tale da dare l’impressione di volerne quasi dissezionare il cadavere o di volerlo mummificare sul solo piano ‘dotto’.

La verità è che, per fortuna, la lingua napoletana è ancora viva e vegeta e non si lascia rinchiudere nelle aule universitarie né volgarizzare come ‘lengua vascia’ da utilizzare solo per battute spinte o per la seriale produzione nazional-popolare di canzoni neomelodiche. E’ vero anche, però, che il napoletano italianizzato –  così come l’italiano dialettale – non possono garantire a lungo la sopravvivenza e la vitalità lessicale di questa lingua. Lasciamo quindi da parte l’ipercorrettismo fuori luogo di alcuni rigidi ‘puristi’ del Napoletano letterario, ma evitiamo soprattutto la trascuratezza e la sciatteria che traspare da un uso scorretto ed anomalo di questa lingua. Nessuno pretende che si continui a parlare o a scrivere come Basile o come Di Giacomo. Una lingua viva è quella che si sa adattare a nuovi contesti e che suona attuale e corrente ai parlanti di oggi. Questo però non autorizza a sottoporla ad artificiali mutazioni genetiche o a meticciamenti non necessari. Qualcuno ha detto argutamente che quelli che parlano il Napoletano non lo sanno scrivere e che quelli che lo scrivono si vergognano di parlarlo. Ebbene, credo proprio che sia giunto il momento di smetterla con quest’ ambiguità socio-linguistica e di riprenderci integralmente la nostra ‘madrelingua’.

Buon Natale. Buona Natura.

 

download (2)ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.

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ugurare un ‘felice Natale’ , d’altra parte, resta un’espressione spesso generica e convenzionale, mentre è evidente che ci si prepara a celebrare questo momento-cardine dell’anno con grandi abbuffate, viaggi e crociere, regali spesso inutili quanto costosi, nonché con la consueta strage di animali, botti pericolosi e shopping compulsivo, il tutto condito da tanta confusione e smog da traffico. Non ho alcuna intenzione di ‘corrigere mores’ né ci tengo a ripetere la solita lagna sulla perdita del vero senso del Natale, a vantaggio di una festa consumistica e pagana. Sono cose dette e ridette da persone molto più autorevoli di me, anche se evidentemente con scarsi risultati. Del resto, un Natale ‘celebrato’ in questa maniera ci riporta al senso originario del verbo latino, che dal significato di ‘frequentare’, ‘rendere numeroso’, ‘affollare’, è poi passato a quello di ‘solennizzare’ ed ‘onorare’. Non c’è dubbio, infatti, che l’affollarsi delle persone e la frequentazione di certi luoghi siano una chiave di lettura antropologica di qualsiasi festa, come ci hanno spiegato studiosi come Lanternari o Lombardi Satriani. Il problema è che la dimensione quantitativa della festa, anche al di fuori di una sua lettura etnografica, ha preso il sopravvento su quella qualitativa, che dovrebbe sottolineare il contenuto della celebrazione più che la sua manifestazione formale. 

download (3) anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?

 images (6)chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo.                                        “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) .               Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui   danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.

images (9)  a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.

images (8)  poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
     << LA BIODIVERSITA’ E’ > La biodiversità è il sogno di Francesco, santo d’Assisi. La biodiversità è la metamorfosi del bruco in farfalla dai mille colori, il chiarore donato dalle lucciole ai campi incontaminati, il ritmo della voce della cicala al calore dell’estate, felice dell’esistenza di spazi vitali. La biodiversità è la magica veste dell’aspide e della murena, il mimetismo della lacerta lepida, la spiaggia domizia, scelta misteriosa di procreazione della tartaruga del mare.La biodiversità è la delicatezza della biosfera, il ciclo meraviglioso dell’acqua, nel suo percorso dalle sorgenti alla pioggia, la vita del mare e dei suoi infiniti ambienti, il volto della Terra, non deturpato dalle violente aggressioni dell’uomo. […] La biodiversità è il dialetto, la tradizione, l’identità locale, espressione vitale dell’essere di ogni comunità, la musica, il canto, l’arte che l’accompagnano, la città nella peculiarità della sua storia e del suo divenire, luogo di incontro e socializzazione. La biodiversità è la lezione di Toro Seduto all’uomo bianco sul futuro della Terra, il testamento di Chico Mendez a difesa della sua Amazzonia, fonte di vita dell’intero Pianeta, il pensiero e la lotta di Martin Luther King contro ogni discriminazione, la pratica della non violenza di Gandhi.La biodiversità è il volto dolcissimo di Elena, Giulia, Antonio, Ileana e Francesca, del tutto comune a tutti i bambini del mondo. La cultura della biodiversità è la cultura della pace, delle mani tese alla solidarietà, opposta al lancio di bombe, intelligenti o non…>>  (5)

Auguri a tutti/e di buona vita!

NOTE ——————————————————

[1] Don Tonino Bello, Auguri scomodi, testo ripubblicato nel 2014 da Famiglia cristiana http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

[2] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/07/25/oiko-nomia-vs-death-economy/

[3] http://www.cambiamenu.it/animali –  Visita anche: http://www.lav.it/

[4] Papa Francesco, Laudato sì – lettera enciclica sulla casa comune (2015) > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[5] Antonio D’Acunto,  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, edizioni “La Citta del Sole”, 2015.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA BUONA SCUOLA CHE CI COMPETE

  1.  “Non capisco…ma mi adeguo”

L’anno scolastico, prevedibilmente, si è aperto con una generale raccomandazione dei dirigenti scolastici a tutti i docenti affinché facciano propria la nuova impostazione didattica suggerita dal MIUR, come quella più idonea a quel piano che è stato chiamato ‘ la buona scuola’.

Già per gli esami di licenza media di due mesi fa, in effetti, era stata proposto un modello standardizzato di certificazione delle competenze in uscita degli alunni/e, considerato da molti una delle tante ‘trovate’ ministeriali. Abituati da decenni ad ‘attaccare l’asino dove vuole il padrone’ – come si dice dalle parti mie – molti insegnanti hanno ritenuto opportuno seguire l’esempio del mitico compagno Ferrini dell’arboriano “Quelli della notte”, fra i cui tormentoni espressivi c’era la famosa frase: “Non capisco ma mi adeguo”. [1]

Una volta accettato il modello unico di certificazione finale, però, si sono trovati a dover compilare in modo spesso approssimativo – e raramente collegiale –  quell’improbabile sequenza di ‘traguardi formativi’, con l’esigenza di attribuire a ciascun allievo/e un ‘livello’ per ciascuna di quelle competenze. Molti docenti, quindi, hanno dovuto inventarsi di fatto parametri valutativi per obiettivi che non facevano parte della loro programmazione didattica e per i quali non avevano  predisposta alcuna effettiva verifica iniziale, intermedia o finale.

Basti pensare alle competenze in ambito digitale (ma chi e come doveva valutarle?) o ad altre riferite a concetti abbastanza volatili come “adattabilità”, “originalità e intraprendenza” o anche “disponibilità ad affrontare gli imprevisti”, adatte all’ambito di reclutamento del personale più che ad esami di terza media. Come scrivevo in un mio precedente articolo, infatti:

“…mi sembra d’intravedere in questo studente ideale più che altro i connotati tipici di quella cultura anglo-americana che, grazie ad una buona dose di retorica ed alla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, ha già da tempo modellato retroterra socio-culturali molto diversi, come quello italiano[…]E’ innegabile, però, che la nostra scuola stia diventando sempre più forzosamente omologata a parametri formativi europei che, a loro volta, rinviano all’ American Way of Life….” [2]

competenze chiave 2006Una volta lasciatesi alle spalle le ‘certificazioni’ finali ed andati in vacanza, molti prof credevano forse di poter accantonare quella didattica delle competenze cui spesso si erano ferriniamente “adattati” pur non avendone capito molto. Ma il rientro a scuola ha riaperto la piaga, nella quale molti dirigenti hanno rivoltato il coltello dell’assoluta necessità di aggiornarsi, così da giungere ad un’effettiva ‘programmazione per competenze’, anche ai fini di una loro  valutazione professionale.

Lo spirito di adattabilità dei docenti è ben noto e chi ha alle spalle qualche decennio di servizio, come me, sa bene che ad ogni cambio di ministro dell’istruzione puntualmente si è profilata l’ennesima riforma, con relative ‘parole chiave’ e procedure da far proprie, riprogrammando la propria metodologia didattica, o quanto meno adeguandosi alle novità almeno in superficie.

Ma questa legge di riforma non è un vestito da indossare, come parecchi colleghi hanno fatto finora con le altre. La svolta che il nostro dinamico premier sta imprimendo alla scuola italiana non può essere assecondata un po’ gattopardescamente, come tanti hanno fatto spesso, nella convinzione che si trattasse, ancora una volta, di continuare a fare le stesse cose chiamandole con nomi diversi.

Il modello di Buona Scuola varato ufficialmente con l’approvazione della legge 117/2015 [3] mi sembra piuttosto frutto di una mutazione genetica del sistema educativo nazionale che, dieci anni dopo, va ad allinearsi al modello europeo, a sua volta già allineato al modello statunitense.

E’ la globalizzazione, bellezza! , avrebbe esclamato qualcuno. Quella globalizzazione che c’impone un pensiero unico e ci spinge ad adeguarci a standard formativi pragmatici, tipici d’una società dove l’imperativo categorico è la produzione ed i cui parametri sono efficienza e  competitività.

Ecco perché possiamo anche adeguarci a questa riforma – se non altro per gestirne al meglio le opportunità –  ma dovremmo comunque  sforzarci di capire che cosa c’è dietro.

2.  “It’s the economy, stupid !” 

Qualcuno dirà che si tratta della solita dietrologia disfattista di certa sinistra, che vuole per forza trovare retropensieri e scopi occulti dietro ogni proposta di cambiamento. Del resto, anche ammettendo che ci siano finalità non proprio pedagogiche in questa ennesima riforma fatta perché “ce lo chiede l’Europa”, che cosa ci sarebbe di strano? “It’s the economy, stupid!” , per citare lo slogan originale coniato per la campagna di Bill Clinton, che in effetti è tutto un programma.[4]

Io però resto perplesso. Non posso fare a meno di osservare che la conversione dei vertici del MIUR ad una didattica interdisciplinare, progettuale ed ancorata alla vita reale, più che un salto verso il futuro dell’educazione, suona come una caricatura delle ‘sperimentazioni’ didattiche di qualche decennio fa, che nascevano come alternative alla scuola tradizionale e nozionistica, proponendo un profondo cambiamento sociale e politico a partire dal modello formativo. Ebbene, dopo anni trascorsi a demolire quella stagione di creatività pedagogica e di trasformazione dal basso dell’insegnamento, in nome della ‘scuola vera’, ecco che è proprio il Ministero a proporci una specie di scuola attiva, che accantoni i saperi per puntare direttamente alle competenze !

Peccato che, nel frattempo, le classi sono state rimpinzate di alunni all’inverosimile, l’orario scolastico è stato compresso, l’istruzione è sempre più asservita alla logica quizzocratica dell’Invalsi, sono sparite da anni le ‘compresenze’ fra docenti e che su tutto incombe l’imperativo tecnocratico della digitalizzazione dell’istruzione e della standardizzazione delle procedure. In assenza del clima socio-politico che negli anni ’70- ’80 animava i veri riformatori della scuola, la riproporre un insegnamento attivistico ed interdisciplinare risulta dunque quanto meno paradossale.

La vera scuola attiva , infatti, nasceva dalla sperimentazione di chi proponeva un modello opposto a quello formalistico, passivo e nozionistico del sistema tradizionale: un insegnamento anti-intellettualistico, cooperativo, aperto ad una visione critica della realtà ed alla manualità, perché “s’impara a fare con il fare”. Cosa diavolo avrebbe a che fare la ‘buona scuola’ di oggi col l’attivismo modello freinetiano e deweyiano, con l’impegno sociale del milaniano “I care” dei ragazzi di Barbiana o anche solo con la scuola degli anni ’80, coi suoi progetti interdisciplinari, i centri d’interesse, i tentativi di esplorazione ambientale, la sperimentazione d’un apprendimento per scoperta e con lo slancio verso la ricerca, in un’ottica educativa di tipo cooperativo?  [5]

Nulla. Se si esclude la stucchevole polemica renziana contro quelli che non vogliono cambiare perché hanno paura del nuovo, non trovo alcuna continuità con quella stagione un po’ anarchica, convulsamente attivistica ed antitradizionalista, che vide molti di noi impegnati in una serie di progetti didattici innovativi, indirizzati prevalentemente ai soggetti ‘a rischio’, quelli cioè che la società lasciava sempre indietro.

Basta scorrere il ‘manifesto pedagogico’ di un caposaldo storico di questa rivoluzione pedagogica, il Movimento di Cooperazione Educativa (M.C.E.), per ritrovare tutti i valori in nome dei quali tanti insegnanti si sono sentiti protagonisti d’una trasformazione epocale della loro professione.

“ – La ricerca per una didattica viva  […] – La relazione educativa – L’acquisizione della capacità di gestione dei conflitti – La didattica laboratoriale – L’uso di linguaggi diversi – La cura dell’ambiente di apprendimento […] -La valutazione come valorizzazione – Il laboratorio adulto nella formazione- La cooperazione per una comunità di apprendimento” [6]

Il grido di battaglia contro il tradizionalismo nell’insegnamento  – lanciato, guarda un po’, proprio dal MIUR – in apparenza richiama questo approccio educativo, ma in effetti propone (o meglio, impone…) una didattica incentrata esclusivamente sul concetto di competenza.

“Il nodo cruciale per lo sviluppo della didattica per competenze è la capacità della scuola di ridisegnare il piano di studi in termini di competenze, ripensando e riorganizzando la programmazione didattica non più a partire dai contenuti disciplinari, ma in funzione dell’effettivo esercizio delle competenze da parte degli studenti e dell’accertamento della loro capacità di raggiungere i risultati richiesti. “ [7].

 3.  Valutare cosa, valutare come, valutare perché images (1)

La pianificazione dell’educazione scolastica – ci dicono le teste d’uovo ministeriali – dovrà ruotare intorno a questo intangibile principio-cardine. Esso, infatti, vede nelle competenze la sintesi delle conoscenze e delle abilità, nell’ottica pragmatica ed applicativa della verifica della performance, risultato d’un processo che conduca a “prestazioni osservabili e valutabili […] espresso in termini di responsabilità e autonomia” [8] .  I docenti dovrebbero imparare a costruire la loro programmazione articolandola in attività interdisciplinari, che sviluppino competenze oggettivamente verificabili e valutabili. Per fare questo si propongono modelli e si suggeriscono pianificazioni operative, schede precostruite ed altri strumenti atti a confrontare – e perciò a standardizzare – le rilevazioni dei livelli raggiunti dai discenti.

Ma che fine a fatto la “valutazione come valorizzazione” del citato manifesto dell’educazione cooperativa?  L’unico scopo di questa riforma sembra riuscire a collocare gli studenti in uno dei previsti quattro livelli di prestazioni, a ‘catalogarli’ rispetto al grado raggiunto di competenze-chiave, siano esse comunicative o tecnico-scientifiche, digitali o civico-sociali. Ma se  è vero che, come puntualizza un dossier dell’U.S.R. Lombardia:“…la competenza è la capacità di applicare una conoscenza in un contesto dato, riconoscendone le specifiche caratteristiche e adottando comportamenti funzionali [9], è difficile negare che anche i contesti formativi in cui operano i docenti dalla scuola italiana sono molto diversi, per cui le loro valutazioni non sono facilmente standardizzabili e confrontabili, secondo l’efficientistico modello che si cerca di copiare.

Tutto il processo formativo, secondo il Ministero dell’Istruzione, dovrebbe articolarsi a partire dal “profilo in esito” ed in funzione dei “risultati di apprendimento da raggiungere”, partendo cioè  dalla fine, dagli obiettivi che ci si prefigge di conseguire. Anche in questo caso, però, si contraddice il senso stesso della scuola attiva di una volta, che voleva fornire ai ragazzi/e strumenti di analisi, comprensione e cambiamento della realtà, non certamente traguardi da tagliare.

Eppure i documenti ministeriali insistono sui risultati attesi, sulla base di un profilo in uscita’ che vale per tutti e che gli alunni  (ed i loro docenti) dovrebbero quindi perseguire:

“• Ripensare il piano di lavoro in funzione dell’accertamento/osservazione delle prestazioni, cioè dell’effettivo esercizio delle competenze da parte degli studenti • Compiere delle scelte all’interno del piano di lavoro identificando le idee chiave e i nuclei essenziali (analisi discipline come strumenti di analisi del contesto) • Trasformare le idee chiave in attività/compiti di realtà in grado di orientare l’apprendimento” [10]

Il termine accertamento mi sembra quello che più caratterizza questo tipo di programmazione didattica, dove non c’è spazio per la conoscenza in sé, la scoperta della realtà, l’emozione della poesia o di altri saperi non spendibili né applicabili. Orientare l’apprendimento solo agli ambiti in cui si possa produrre qualcosa, che a sua volta possa essere osservata e valutata, si direbbe la priorità effettiva di quella ‘buona scuola’ che sembra preparare i nostri ragazzi/e ad una realtà prestabilita e omogeneizzata, più che preoccuparsi di metterli in grado di leggerla e di trasformarla.

Naturalmente c’è chi tenta di razionalizzare queste indicazioni dall’alto come la proposta di una scuola aperta, improntata alla responsabilità, all’operatività ed alla problematicità:

“…la valorizzazione dell’esperienza dell’allievo attraverso la proposta di problemi da risolvere, situazioni da gestire, prodotti da realizzare in autonomia e responsabilità, individualmente e in gruppo, utilizzando le conoscenze e le abilità già possedute e acquisendone di nuove, attraverso le procedure di problem solving e di ricerca […]Le conoscenze saranno quelle necessarie a supportare le abilità (intese come applicazione di conoscenze, procedure, metodi) e le competenze (capacità di agire e di re-agire di fronte ai problemi, utilizzando tutte le risorse personali e agendo in autonomia e responsabilità” [11]

Peccato che le cose stiano in modo un po’ diverso e che, paradossalmente, da quando nella scuola è entrata la parola ‘autonomia’ gli insegnanti abbiano progressivamente perso la possibilità di sperimentare davvero e di tentare nuove strade.  Ricordate, ad esempio, quanto il Ministero abbia battuto sul chiodo della personalizzazione dei percorsi educativi, giungendo adesso al risultato di una crescente standardizzazione?

4.  “Apprendere meglio per riuscire meglio” 

Non è un caso se, parallelamente e contemporaneamente alla riforma della scuola italiana, si stiano muovendo anche paesi europei a noi vicini, come la Francia. Il titolo di questo paragrafo, infatti, non è che la traduzione dello slogan che riassume la contrastata riforma dei collèges, l’equivalente francese delle nostre scuole medie. Credo infatti che guardarsi intorno sia sempre utile e conseguentemente noto che la riforma che si prospetta ai docenti d’oltralpe ha significativi punti in comune con la nostra Buona Scuola .skills

Basta dare un’occhiata all’infografica che la sintetizza [12] per rendersi conto che le parole d’ordine –  i ‘points-clés’ – sono i soliti, a partire dalla proposta di “insegnamenti pratici interdisciplinari”  al fine di  conseguire “competenze adattate al mondo attuale, per tutti”, dando poi particolare enfasi a quelle comunicative ed a quelle ‘numeriche’. La ‘padronanza’ delle competenze sembra essere  diventato ormai il nucleo di ogni pratica educativa, come sembra tornato di moda in ‘travail en équipe’, il nostro lavoro di gruppo, che si manifesta attraverso gli immancabili ‘projets’.

Altro punto in comune tra le due riforme scolastiche è l’insistenza sulle competenze linguistiche in altre due lingue straniere, un altro pilastro di una educazione pragmatica e mirata al lavoro, che è poi il terreno principale su cui si chiede ai ragazzi/e di “réussir”.

In Spagna, poi, hanno voluto essere ancora più espliciti e, in barba a ripetuti scandali che hanno colpito il denso l’intreccio fra politici e banchieri, si è varata addirittura una riforma della scuola che prevede di fatto la sostituzione dell’insegnamento della filosofia con quello dell’economia finanziaria. L’allora ministro dell’educazione, Hosé Ignacio Wert,  l’ha così motivata:

“È necessario che i nostri figli, ovvero i consumatori del futuro, acquisiscano in ambito finanziario un livello più alto di quello dei rispettivi padri. La crisi ha evidenziato una carenza di competenze, molte volte dannose per la singola economia familiare”.[13]

Riecco il ritornello delle competenze da acquisire, meglio ancora se preparano adeguatamente gli alunni a come si gestiscono le spese per il mutuo, l’assicurazione e le tasse… Quest’impostazione era stata avanzata da due anni e già un articolo del 2013 sulla “reforma” precisava:

“Educazioni artistica e musicale. Oggi la materia è obbligatoria nella scuola primaria (da 5 a 12 anni), con almeno un’ora settimanale in ogni corso. Con la riforma diventerà opzionale, a scelta con una seconda lingua straniera” [14]

La scuola riformata (LOMCE) sulla scuola dove i ragazzi spagnoli stanno riprendendo a studiare, comunque, prevede fra l’altro l’alternativa allo studio della religione con l’insegnamento di ‘Valori sociali e civici’ nella primaria e ‘Valori etici’ nella secondaria, mentre “…sparisce l’educazione alla cittadinanza”, sebbene le comunità autonome potranno includerle nei loro programmi. [15]

Concludendo, viene da chiedersi se le ‘novità della Buona Scuola sono davvero tali o se invece stiamo adeguandoci sempre più al pensiero unico in materia educativa che viene da lontano e da esperienze pregresse. Ma è davvero questa la scuola che ci compete ? O è solo la via obbligata per non uscire dalla competizione globale che ci assedia?

Ecco perché i docenti italiani faranno bene a leggersi il testo della legge 107/2015 e ad esercitare la loro giusta opposizione a tutto quanto in essa contrasta con il principio dell’autonomia e con la libertà d’insegnamento. Ma opporsi non basta: bisogna discutere nel merito con i colleghi, andare in fondo al concetto stesso di ‘competenza’, termine anglosassone che comunque rinvia ad un contesto economico che ha poco a che vedere con la scuola.[16] E’ soprattutto necessario distinguere una sana impostazione didattica, che tenda all’applicazione pratica, interdisciplinare e di gruppo di conoscenze ed abilità scolastiche alla vita quotidiana, da una visione efficientista, aziendalista e competitiva della scuola. Se è vero che le competenze di noi docenti, come le altre, vanno manifestate in termini di ‘responsabilità’ e di ‘autonomia’, l’ultima cosa da fare è lasciarci teleguidare come automi, in modo poco responsabile e senza autonomia di pensiero e di azione.

Vorrei citare a tal proposito una frase di don Lorenzo Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere  per poter fare scuola”[ 17] . E’ questo che conta davvero.

Note–—————————————————————

[1] Cfr. Maria Volpe, “Non capisco ma mi adeguo”: gli slogan di Arbore, Corriere della Sera, 5 apr. 2002 > http://archiviostorico.corriere.it/2002/aprile/05/Non_capisco_adeguo_gli_slogan_co_0_0204053343.shtml

[2] Ermete Ferraro, Quali competenze ci chiede l’Europa?, 15 mar. 2015 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/03/15/quali-competenze-ci-chiede-leuropa/

[3] Cfr. Gazzetta Ufficiale >  http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/07/15/15G00122/sg

[4]  Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/It%27s_the_economy,_stupid

[5]  Cfr., fra gli altri testi di riferimento: Lucio Guasti (a cura di), Apprendimento e insegnamento, saggi sul metodo > https://books.google.com/books?isbn=8834309235

[6]  Manif Pedag. M.C.E. ,  http://moodle.mcefimem.it/pluginfile.php/281/mod_resource/content/0/manifesto_mce.pdf

[7]  U.S.R. Lombardia, La didattica per competenze – Approcci e strumenti, http://www.istruzione.lombardia.gov.it/wp-content/uploads/2009/10/dossier_competenze-lug2013.pdf , pp. 6-7

[8]  Ibidem, pp. 5-6

[9] U.S.R. Lombardia, Programmare per competenze > http://www.istruzione.lombardia.gov.it/wp-content/uploads/2013/02/genweb-progettare-per-competenze.pdf  , p.11

[10] Ibidem, p. 18

[11] Franca Da Re, La didattica per competenze – Apprendere competenze, descriverle, valutarle, Pearson 2013,  http://media.pearsonitalia.it/0.618017_1400833796.pdf, p. 19-20

[12] Cfr. République Française – Ministère de l’Education Nationale, de l’Enseignement Superieur et the Récherche, Mieux apprendre pour mieux réussir : les points-clés du collège 2016  [Collège 2016]  – Brève – Najat Vallaud-Belkacem – 04/05/2015, http://www.education.gouv.fr/cid88073/mieux-apprendre-pour-mieux-reussir-les-points-cles-du-college-2016.html&xtmc=reformeducollege&xtnp=1&xtcr=2

[13]  “Spagna, riforma della scuola:’Educazione finanziaria al posto della filosofia’ “, Il fatto Quotidiano, 14.03.2015, http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/14/spagna-riforma-scuola-educazione-finanziaria-posto-filosofia/1503452/

[14] J.A Auniòn, “La reforma educativa >> Artes y filosofìa pasan a seguendo plano”, El Paìs, 28.11.2013, http://sociedad.elpais.com/sociedad/2013/11/26/actualidad/1385491452_200770.html (trad. mia)

[15] ¿Cómo afecta la Lomce a mi hijo en este curso? , La Razòn, 14.08.2015, http://www.larazon.es/sociedad/como-afecta-la-lomce-a-mi-hijo-en-este-curso-KE10505179#.Ttt1j9hgdGrqVyw (trad. mia)

[16]  Cfr. http://www.yourdictionary.com/competence

[17]  Riportata in: “L’ha detto don Lorenzo”, http://www.donlorenzomilani.it/lha-detto-don-lorenzo/

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“VIVA NAPOLI E PARI’! GUI’ GUI’ GUI’ !”

Ô 1902 , Guarino e Gambardella šcrivettero ‘na canzona assaje špassosa, c’aggio vuluto mettere comme titulo ‘e ‘stu piezzo.  L’occasione pe’ cantà pur’io “Viva Napoli e Parì” è stata ‘na telefonata ca me passaje figliema ‘nu ppoco ‘e juorne fa: “Papà, ‘nce sta ’na signora d’ ‘a televisione frangese!”.  E chi s’’o ppenzava ca ‘o labboratorio ‘e Napulitano ca stongo purtanno annanze â šcola mia puteva arrivà nientemeno dint’’ô teleggiurnale ‘e France 2 ?…Nun saccio ancora comme, ma chello ch’è certo è ca ‘sta  curtese ggiurnalista vulette venì  ‘a Roma ‘nzì  ‘ncopp’ô Vòmmero pe’ ffà ‘nu servizio p’’o siconno canale d’’a televisione frangese.

IMG01008-20150418-1421L’avimmo saputo sulo doje juorne primma, però ‘e guagliune/one ca ‘o pràttecano – e ca se songo sentute assaje ‘mpurtante pe’ ‘sta nuvità – se so’ compurtate bbuono assaje ‘nnanze â telecammera ‘e l’operatore e ô microfono ‘e l’intervistatrice, ca vuleva capì chello ca stammo facenno e comme.

Certamente nun è stato semprice a ffa’ finta ‘e niente, facenno lezzione comme si nun ce stesse nisciuno annanze, però ‘e guagliune/one so’ state overo brave e nun haveno fatto ‘nu poco ‘e casino. Passanno ‘mmiezo ‘e bbancarielle  – c’’o microfono appuntato â giacchetta –  aggio cercato ‘e fa’ tutto comme sempe: spiecà, fa’ ‘e ddumanne,  fa’ leggere e šcrivere, perzì cantà ‘nzieme ê guagliune (e senza ‘a museca…) ‘a canzona d’’o gruppo: “Vraccialiette nuoste”

il_piccolo_principe_163Avimmo liggiuto pure ‘nu miezo capitulo d’’a traduzzione napulitana d’’o “Petit Prince” ‘e Saint Exupery, ca m’ha dato pure ‘o canzo ‘e spiecà chello c’aunisce ‘a lengua napulitana ô ffrangèse e pecché aggio scegliuto propeto ‘stu libbro.


‘A ggiurnalista ogne tanto faceva quacche dumanna a me e pure ê guagliune/one, comunque tuttuquanto è ghiuto annanze ‘e na manera naturale. Accussì me pare ca ‘e ffrangìse ca vedarranno ‘stu servizio pe’ televisione se farranno n’idea bastantemente chiara ‘e chello ca facimmo e d’’o ppecché ‘o stammo facenno.

‘A cosa cchiù bella è stata ca se senteva ca ‘sta šperienza nova sta piacenno overamente  ê guagliune/one d’’o gruppo, ca se stanno  ‘mparanno ‘nu sacco ‘e cose.  Nun créro ca se tratta sulo ’e rišposte pe’ cunvenienza o pe’ curtesia. Me pare ca ‘stu gruppo sta accummincianno a capì ca facimmo quaccosa ‘e bbuono e ca ‘nu sacco ‘e ggente ce stanno ‘a guardà, pure ‘a fore d’’a šcola.

Sarrà ‘na ‘mpressione d’’a mia, però me pare pure ca, attuorno a ‘stu labboratorio ‘e Napulitano, chianu chiano, sta criscenno ‘nu muvimento assaje cchiù gruosso, can nun tocca sulo ‘sta lengua nosta, ma pure tutt’’e llengue ca veneno chiammate ‘reggionale’.
‘Nfatte, pe’ ttramente ca nuje âmmo riggistrato ‘stu servizzio p’’a televisione frangese, a Maussane-les-Alpilles (‘na cetà d’’a Pruvenza) stanno appriparanno ‘na grossa Assembrèia ‘e tutte l’associazzione ca vônno addefennere ‘e llengue lloro e lle vônno dà ‘a degnità d’esse parlate, šcritte e pure ‘mparate rint’’e šcole.

alleanza lingue regionaliE’ chesta l’Europa ca ce piace. Chella ca vô mettere ‘nzieme ‘a ggente pecché tenimme assaje cose cummune, però senza šcancellà l’identità ‘e ogne pupulazzione, comme si fosse ‘na cosa malamente. ‘A globbalizzazzione ce vô fa’ addeventà tuttuquante eguale, però sulo pecché ce vede comme ggente c’hann’a accattà sempre cchiù robba, no comme perzone ca teneno ‘o deritto ‘e rummané lloro stesse.  ‘A diverzetà culturale è ‘nu deritto, no ‘nu guajo ‘a šcanzà. E’ pe’ cchesto ca s’ha dda jì annanze pe’ ‘sta via, mettennoce ‘nzieme e facenno tutto chello ca putimmo p’addefennere ‘nu patremmonio ca, pure si nun ce sta rint’’o calculo d’’o P.I.L.,  è ‘a vera recchezza nosta.

E pirciò cantammo pure “Viva Napoli e Parì”, però nun ce šcurdammo maje ca simmo napulitane.

P.S. – Si vulite veré ‘o servizzio d”a televisione frangese – ca è stato trasmisso ‘o 15 ‘e abbrile – špremmìte ‘ncopp”o cullegamento >> http://www.france2.fr/emissions/telematin/videos/replay_-_telematin_15-04-2015_766785?onglet=tous&page=1 d”o min. 49,10 ‘nzì a 53,30

CHI TENE LENGUA… (2)

Viale delle Acacie-2Songo passate sei semmane ‘a quanno šcriviette ‘o primmo articulo ‘ncopp’’o pruggetto “Napulitanamente” p’’o bloggo mio[1] e, aroppo ‘o malutiempo ‘e ste mìse, s’accummencia a sèntere ‘a primmavera. Pure ‘ncopp’’o labboratorio ‘e Napulitano è šchiarato ‘o sole e ‘nce songo state già quatto lezzione cu ‘e guagliune/one ca se songo šcritte. ‘Stu gruppo tene perzì ‘nu nomme: se chiamma “Vraccialiette nuoste”, pecché ‘o singo distintivo sujo è propeto ‘nu vracciale ‘e gomma culurata. E â canusciuta serie televisiva “Braccialetti rossi” se riferisce a canzuncella “No, nun è fernuta!” [2], ca parla ‘e comme, ‘nziéme, putimmo sarvà ‘a lengua nosta e ca, pirciò, è addeventata ‘a sigla d’’o gruppo.

Tutte ‘e ggioverì – d’’e ddoje ‘nzì ‘e quatto – ‘nce verimmo dint’’a ‘n’aula d’’a šcola media “Viale delle Acacie” pe’ ffa’ lezzione ‘e lengua e cultura napulitana, siconno ‘nu programma stabbelùto, però pure cu ‘a libbertà ‘e cagnà l’argumiente, siconno ‘o caso e pe comme stanno c’’a capa ‘e guagliune/one. ‘A cosa cchiù ‘mpurtante, però, è che – ‘nzì d’’a siconna lezzione – pe’ tutt’’o tiempo ca stammo ‘nzieme – parlammo sulo Napulitano. Certamente s’ha dda fa’ ‘e cunte c’’o fatto ca isse/esse songo guagliune/one d’’o Vòmmero e ca sulo quaccheruno ‘e lloro teneva ‘a renza ‘e parlà napulitanamente. Però quanno ce vônno ‘mparà l’ingrése o ‘n’ata lengua, assaje špisse aùsano ‘o sistema chiammato ‘full immertion’. Pur’io, pirciò, aggio pruvato a… summuzzà ‘e guagliune/one  d’’o labboratorio mio dint’’o mare ‘e Napule, p’’e ffà špratechì  e pe vedé comme se ‘mparano ‘a natà.

Comm’’o ssolito, accumenciammo cu’ l’appello (isse/esse arrešponneno “Stongo ccà”) e po’ continuammo cu’ ‘na lezzione ‘ncopp’a comme se prununciano e se šcriveno ‘e pparole napulitane e ‘ncoppa a comme se chiamma, napulitanamente, ‘na cosa, ‘na perzona, ‘nu mestiere o ‘na situazzione. Inzòmma, parlammo assaje ‘e l’ortografia, pe’ nun šbaglià a šcrivere ‘e suone d’’o Nnapulitano ca  nun ce stanno int’’o Taliàno, ma pure pe’ nun sturcià ‘sta lengua cu’ ‘na šcrittura ca zòmpa tutt’’e vvucale ca teneno ‘nu suono šmurzato. Però facimmo assaje attenzione pure ‘o lessico d’’o Nnapulitano, pe’ capì comme e addò so’ nnate ‘e pparole napulitane, ca špisso nun songo figlie sulo d’’o Latino, ma songo ‘nu làsceto d’’e Greche, ‘e ll’Arabe, d’’e Ffrangìse, d’’e Špagnuole, comme pure ’e ll’ata ggente ca pe’ secule àveno cumannato â casa nosta…[3]

Pe’ se špratechì, ‘e guagliune/one quacche vvota fanno ‘nu dettato, rišponneno ‘a nu test, cercano ‘e šcrivere ‘nu testo ma, ‘ncopp’a tutto, se šforzano ‘e parlà napulitanamente. Nun è ‘na cosa fàcele, pecché è ancora assaje forte ‘o cundizzionamento d’’e ffamiglie, ca špisso fanno ‘e tutto pe’ šcancellà d’’a capa d’’e figlie lloro ‘a parlata napulitana, comme si fosse ‘na cosa malamente.

‘A siconna parte d’’o labboratorio è sempe dedicata a ‘na lettura. Pe’ mmò, stammo liggenno “’O princepe piccerillo [4], ‘a traduzione napulitana ‘e “Le petit prince” ‘e  A. de St. Exupéry, però penzo ca putarriamo leggere ‘nziéme quacche puisìa e quacche cunto, scegliùte ‘a n’antologgia d’’a letteratura napulitana [5].  ‘Nce sta ‘a parlà, naturalmente, pure d’‘o granne patremmonio d’’a canzona napulitana, cummencianno d’’o Canto d’’e lavannare d’’o Vommero (1200) ‘nzino ‘e ccanzone ‘e Pino Daniele, passanno pe’ Di Giacomo, Di Capua, Russo, Capurro e De Filippo.[6]

‘Na cosa ca stongo cercanno ‘e fa’ è ffa’ capì ê guagliune/one d’’o labboratorio ca ‘e Nnapulitane teneno pure ‘na filosofìa d’a lloro, ‘a filosofia d’’o popolo ca truvammo ancora dint’’e pruverbie, ‘e ditte antiche ‘e ‘sta ggente. Quanno capita, pirciò, stammo leggenno quacche pruverbio, scegliuto ‘mmiezz’a chille ‘e ‘nu libbro ‘e V. Paliotti [7], ca songo state aunìte pe’ argumento (‘a femmena, ll’amice, ‘a salute, ‘a fatica, ‘o mmagnà ecc.), e po’ ‘o cummentammo.

Sempe dinto ‘e ddoje ore d’’o labboratorio stongo pruvanno pure a fa’ parlà ‘e guagliune/one ‘e chello ca sta succedenno attuorno a lloro. ‘O Nnapulitano nun po’addeventà ‘na lengua ca serve sulo pe’ cantà, pe’ dicere puisìe o pe’ pazzià… ‘Na lengua verace ha dda servì pure pe’ parlà d’’a suggità e d’a cità addò campammo e d’’e prubbleme ca tenimmo. E’ pe cchesto aggio penzato ca se putarrìa pruvà a ffà ‘na specie ‘e nutizziario piccerillo, tutto ‘nNapulitano, ammacaro cu ‘a collabborazzione ‘e ‘na televisione storeca ‘e stu quartiere, comme Televomero[8].

Parlanno ‘e nutizzie, aggi’’a dicere ca ‘stu labboratorio ‘e Napulitano dint’’a ‘na šcola media ave scetato pure quacche ggiurnale: aroppo Napoli Today [9] , parlajeno d’’o pruggetto “Napulitanamente” pure ddoje testate ‘mpurtante ‘e Napule (Il Mattino [10] , la Repubblica[11]) e quacche ata pubbrecazione online.[12]

‘Nc’è stato pure ‘nu paro ‘e radio napulitane[13] ca vuletteno sape’ quaccosa ‘e cchiù d’’o pruggetto e ca me facettero ‘n’intervista, e chesto vô dicere ca ‘a nutizzia, finalmente, se sta špannenno.

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‘N’ata cosa ‘mpurtante è che, attuorno a ‘stu fatto, se sta arapenno ‘nu cunfronto ‘mmiezzo ê studiose d’’a lengua napulitana e chille ca l’ausano ‘ncopp’a tutto pe’ šcrivere puisìe o ca vônno cuntinuà a parlà e a raggiunà napulitanamente.

‘Na primma occasione p’accummenì ‘ncopp’a ‘nu prugramma cummune è stata ‘a reunione ca se tenette ô Salotto Striano ô 3 ‘e marzo[14], pe’ mettere attuorno a ‘na tavula chi vô accummencià a stabbelì quacche rrèola pe’ šcrivere ‘o Nnapulitano commilfò [15].

Pe’ mmò, doppo poco cchiù ‘e nu mese, nun ce putimmo lagnà. Comme dice ‘o pruverbio antico: “Chi ‘mpasta assaje fa ‘o ppane bbuono”…

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/02/08/chi-tene-lengua/

[2] Vìre ’a paggena d’’o pizzo web mio: http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[3] Stongo ausanno, comme riferimento, ‘nu libbricciullo ‘e grammateca napulitana c’aggio šcritto io ô 2003 (http://ermeteferraro.weebly.com/uploads/3/4/7/6/3476842/manuale_napoletano.pdf ), ma pure quacche manuale ‘e grammateca comme: N. De Blasi – L. Imperatore, Il napoletano parlato e scritto, Napoli, Libr. Dante e Descartes, 1998 , C. Iandolo, ‘A lengua ‘e Pulecenella, Napoli, Di Mauro ed., 2000  e M. D’Acunto – G. Mattera, Vall’a capì, Napoli, Intra Moenia, 2013.

[4] http://www.ibs.it/code/9788887365351/saint-exupery-ant/princepe-piccerillo-petit.html

[5] Pe’ ess.; Francesco D’Ascoli, Letteratura Dialettale Napoletana, Vol. I e II, Napoli, A. Gallina ed., 1996

[6] Cfr. B. Abbisogno (a cura di), La canzone napoletana – Antologia dalle origini al 1920storia e testi, Napoli, Rossi ed., 1990. Vire pure ‘nu testo cchiù scientifico: http://www.issm.cnr.it/pubblicazioni/ebook/canzone_napoletana/canzone_napoletana.pdf

[7] http://books.google.it/books/about/Proverbi_napoletani.html?id=gD6aGgAACAAJ&redir_esc=y

[8] http://www.televomero.it/

[9] http://www.napolitoday.it/social/segnalazioni/napulitanamente-imparare-napoletano-scuola.html  + http://www.napolitoday.it/cronaca/corso-napoletano-scuola-vomero.html

[10] http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_corso_napoletano/notizie/1244022.shtml

[11] http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/01/29/foto/corso_di_napoletano_nella_scuola_media-106084106/1/#1

[12] Vìre ‘a ‘rassegna stampa’ > http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[13] Siénte l’interviste ca Radio Marte e Radio Amore facettero a Ermete Ferraro > https://www.youtube.com/watch?v=3-bmam9SHr4  e http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[14] A chisto ‘ncontro participajeno: Ermete Ferraro, Amedeo Messina, Claudio Pennino, Sergio Zazzera, Giulio Pacella e Bruno Nazario > https://www.facebook.com/media/set/?set=a.848825131845265.1073741851.464264350301347&type=1

[15] ‘Nu classeco essempio ‘e frangesisemo, ca vene ‘a: “comme il faut”

QUALI COMPETENZE CI CHIEDE L’EUROPA?

core competencies

  1. Una sperimentazione tardiva, però immediata

Chi ha partecipato ad uno dei tanti Collegi dei Docenti tenuti nelle scuole italiane in questo periodo si sarà sicuramente trovato, tra i punti all’ordine del giorno, l’adozione ‘sperimentale’ di un nuovo modello di certificazione delle competenze, al termine del primo ciclo d’istruzione. Inutile chiedersi il motivo di tale sincronismo. Il governo Renzi, impegnato a diffondere il verbo della “buona scuola” ed a “cambiar verso” anche in materia d’istruzione, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione della riforma scolastica per entrare nel merito.

Ecco che il 13 febbraio 2015 il MIUR ha emanato la C.M n.3 [1] nella quale si propone la “Adozione sperimentale dei nuovi modelli nazionali di certificazione delle competenze nelle scuole del primo ciclo di istruzione”, così motivando l’opportunità di tale scelta:

<< – ancoraggio delle certificazioni al profilo delle competenze definito nelle Indicazioni Nazionali vigenti (DM n. 254/2012); – riferimento esplicito alle competenze chiave individuate dall’Unione Europea, così come recepite nell’ordinamento italiano; – presentazione di indicatori di competenza in ottica trasversale, con due livelli di sviluppo (classe quinta primaria, classe terza secondaria I grado); – connessione con tutte le discipline del curricolo, evidenziando però l’apporto specifico di più discipline alla costruzione di ogni competenza; – definizione di 4 livelli, di cui quello “iniziale” predisposto per favorire una adeguata conoscenza e valorizzazione di ogni allievo, anche nei suoi progressi iniziali e guidati (principio di individualizzazione); – mancanza di un livello negativo, attesa la funzione pro-attiva di una certificazione in progress delle competenze che, nell’arco dell’obbligo, sono in fase di acquisizione; – presenza di uno o due spazi aperti per la descrizione di competenze ad hoc per ogni allievo (principio di personalizzazione); – sottoscrizione e validazione del documento da parte dei docenti e del dirigente scolastico, con procedimento separato rispetto alla conclusione dell’esame di Stato; – presenza di un consiglio orientativo, affidato alla responsabile attenzione dei genitori.>>

A questo punto viene da chiedersi: come mai a quasi tre anni dalle ‘nuove’ Indicazioni Nazionali per il curricolo [2] ed a più di otto dalle Raccomandazioni in merito del Parlamento Europeo [3] questa nuova modalità di certificazione è diventata all’improvviso così urgente?  Ma allora le certificazioni prodotte al termine della scuola media in questi anni erano poco ‘ancorate’ al profilo indicato dal Ministero a livello nazionale? Per quale motivo finora hanno fatto certificare ai docenti competenze che non avevano i necessari requisiti della trasversalità e della interdisciplinarità ? E inoltre, come mai questo nuovo modello deve essere sottoscritto dai docenti e dal dirigente scolastico “con procedimento separato” rispetto agli adempimenti degli esami di stato? Per non parlare della confermata farsa che richiede agli insegnanti di esprimere nel certificato un “consiglio orientativo” quando già gli alunni si sono iscritti da qualche mese alla scuola superiore…

Purtroppo il MIUR non offre risposte a tali domande, però lascia intendere che aderire a sua proposta è una scelta di qualità. Nel consueto burocratese, inoltre, ci comunica che: <<…si attende che la scelta del format proposto possa retroagire positivamente con le pratiche didattiche in atto nella scuola, ispirandole maggiormente a quanto previsto dalle Indicazioni/2012 >>, fornendo una modalità che dovrebbe evitare che tale operazione si riduca ad un“adempimento amministrativo”, così da “arricchire le pratiche valutative correnti”.

Sorvoliamo su espressioni come format, che fanno pensare più ai reality televisivi che all’ambito dell’istruzione, e lasciamo correre l’anglicismo mascherato dietro il verbo retroagire, che rinvia ad un linguaggio sospeso tra psicologismo comportamentale e lessico da marketing.

Il nocciolo è che la circolare ministeriale chiede alle scuole italiane è di adottare ‘sperimentalmente’ il proposto modello di certificazione già dalla prossima sessione degli esami. Al tempo stesso ci notifica che dal prossimo anno scolastico, in ogni caso,  esso sarà impiegato in tutte le istituzioni scolastiche, dopo averlo “validato ed eventualmente integrato” grazie a tale ‘sperimentazione’, di cui si dà per scontato l’esito positivo. Come dire: la minestra è questa, se proprio volete, potete aggiungerci un po’ di aromi… Di fronte alla ventilata ineluttabilità di tale scelta (che mi ricorda un po’ la celeberrima frase tratta da ‘Il padrino’: “Ci faccio un’offerta che non può rifiutare…” [4] ), suppongo che la stragrande maggioranza dei Collegi dei Docenti abbia spontaneamente risposto in modo positivo all’appello. Non ci resta, a questo punto, che sforzarci di capirci qualcosa di più.

  1. Quali competenze in una società competitiva?

Parlavo in classe con i miei alunni/e di terza degli obiettivi formativi che gli si chiede di raggiungere alla fine della scuola media e uno di loro, intuitivamente, mi ha chiesto se ci fosse un rapporto tra le parole competenza e competizione. In effetti, etimologicamente parlando, l’origine è la stessa, visto che entrambi derivano dal latino “cum-petere”. Nel primo caso però di sottolinea l’affinità e l’unità nel procedere (dirigersi insieme – cum -verso un obiettivo, cioè convenire) mentre nel secondo si sottolinea il concetto di ‘gareggiare con gli altri’). Lasciando stare le etimologie, però, conviene partire dalla definizione stessa di “Competenze”, riportata in un utile glossario allegato alla citata circolare:

competenze 2“Le competenze sono una combinazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti appropriati al contesto” (Fonte: Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006); “Comprovata capacità di utilizzare, in situazioni di lavoro, di studio o nello sviluppo professionale e personale, un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale o informale(Fonte: DLgs 13/13, art. 2, c. 1).

Così illuminati, i docenti dovrebbero però leggersi attentamente anche le tredici pagine delle “Linee Guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo d’istruzione” [5] – oltre alle cinque della C.M. 3/2015 – per giungere adeguatamente consapevoli e preparati all’adempimento collegiale che li attende a breve, nel caso in cui facciano parte di una commissione per gli esami di licenza media.

Dopo ben “quindici anni di gestazione’ – di cui parla un articolo sul Corriere della Sera [6] – pare dunque che tale procedimento sia diventato indifferibile ed indispensabile. Ancora una volta, a quanto pare, “ce lo chiede l’Europa” e noi come sempre, sia pur con ritardo, ci adeguiamo.

Ma, di preciso, che cosa richiede ai docenti il nostro Ministero, in nome e per conto dell’Europa?

<< Dall’ampia citazione riportata si desume chiaramente che:

  • la maturazione delle competenze costituisce la finalità essenziale di tutto il curricolo;

  • le competenze da certificare sono quelle contenute nel Profilo dello studente;

  • le competenze devono essere promosse, rilevate e valutate in base ai traguardi di sviluppo disciplinari e trasversali riportati nelle Indicazioni;

  • le competenze sono un costrutto complesso che si compone di conoscenze, abilità, atteggiamenti, emozioni, potenzialità e attitudini personali;

  • le competenze devono essere oggetto di osservazione, documentazione e valutazione;

  • solo al termine di tale processo si può giungere alla certificazione delle competenze, che nel corso del primo ciclo va fatta due volte, al termine della scuola primaria e al termine della scuola secondaria di primo grado.>> [7]

Come dire: i prof non credano di cavarsela limitandosi a cambiare modulo di certificazione e livelli relativi. Adeguarsi al nuovo modello, infatti, comporta un percorso più lungo e complesso, che va dalla programmazione “per competenze” alla loro certificazione al termine del ciclo didattico.

Bene, bravi! Peccato che, in questi otto anni dalla pubblicazione delle cit. “Raccomandazioni del Parlamento e del Consiglio della U.E.”,  non mi sembra che le ‘teste d’uovo’ del MIUR si siano particolarmente impegnate nel modulare quella proposta, adattandola al nostro sistema educativo.  Si sono infatti limitati a ricopiarla sic et simpliciter nella circolare ministeriale che istituisce il ‘nuovo’ modello di certificazioni, dalla quale, comunque, si ricavano alcuni principi basilari:

  1. Ai fini della prosecuzione degli studi e del successivo inserimento nel mondo del lavoro, agli studenti si richiede il conseguimento di alcune “competenze chiave”. Sembra pertanto di poterne dedurre che quelle non comprese nello schema – secondo “l’Europa” ma anche il nostro governo – presentino invece una scarsa rilevanza educativa.
  2. Le competenze così elencate devono essere comunque declinate in base ad un determinato profilo e rilevando in esso quattro possibili livelli (iniziale – base – intermedio – avanzato), uniformando in tal modo le certificazioni scolastiche a livello nazionale e comunitario. Sembra di capire che, per le istituzioni europee, gli obiettivi formativi siano gli stessi ovunque, a prescindere dalle differenze nei modelli di scolarizzazione, educativi e culturali, tuttora riscontrabili tra stato e stato.
  3. Le competenze chiave così sancite hanno una caratterizzazione prevalentemente interdisciplinare, cosa sulla quale è difficile non essere d’accordo, ma che si rivela meno ovvia se andiamo a cogliere le priorità che, viceversa, emergono dal documento. Direi, infatti, che si conferisce comunque una prevalenza alle competenze comunicative, matematiche e tecnologico-scientifiche, insistendo in quest’ultimo caso soprattutto su quelle digitali. Certo, si prevede anche la rilevazione delle “espressioni culturali” e delle “competenze sociali e civiche” ed al punto 9 ci si spinge a parlare perfino di “spirito di iniziativa e imprenditorialità”. In questi ultimi casi, però, gli indicatori del relativo ‘profilo’ appaiono piuttosto vaghi.
  4. Il superamento della logica del conseguimento di conoscenze, abilità e competenze esclusivamente disciplinari costituisce senza dubbio un passo avanti verso un modello formativo più globale e meno frammentato in vari e distinti E’ però legittimo chiedersi se in realtà non si stia perseguendo, più di un’effettiva interdisciplinarità, un ben preciso modello di studente, il cui ‘profilo’, peraltro, era stato tracciato già nelle Indicazioni Nazionali del 2012, che attingevano a piene mani dalle “raccomandazioni” europee di sei anni prima.

Come già facevo in un articolo del 2012 [8], mi viene allora spontaneo chiedermi: ma a quale visione e modello pedagogico rinvia questo ‘profilo’ dello studente?

  1. Skill l’ha visto?

Se certificare le competenze in uscita dal primo ciclo scolastico significa valutare quanto il singolo studente si sia accostato a quel modello ideale, credo valga la pena di soffermarsi un po’ su quest’ultimo. Ebbene, dal citato profilo risulta che il/la ragazzo/a ideale che esce dalla scuola media dovrebbe essere:

  1. autonomo e responsabile, nonché capace di esprimere “la propria personalità in tutte le sue dimensioni”;
  2. consapevole dei propri limiti e potenzialità, agendo in un’ottica di dialogo e rispetto con le altre componenti della società;
  3. rispettoso delle regole comuni e collaborativo;
  4. padrone delle varie funzioni della propria lingua;
  5. capace di comunicare in altre due lingue, sia pure ‘a livello elementare’, ma comunque abile nell’utilizzo dell’inglese in ambito tecnologico e comunicativo;
  6. dotato di pensiero razionale e di conoscenze, sia matematiche sia scientifico-tecnologiche, necessarie per “risolvere problemi e situazioni”;
  7. capace di orientamento spazio-temporale e di sensibilità artistica;
  8. competente in ambito digitale, “per interagire con soggetti diversi nel mondo”;
  9. adattabile e capace di ‘imparare ad imparare’;
  10. rispettoso, della propria salute e delle regole di convivenza civile, nonché partecipativo;
  11. originale ed intraprendente;
  12. attivamente impegnato e disposto ad affrontare gli imprevisti.

A dire il vero, mi sembra che ad uno studente che risulti dotato di tutte queste qualità andrebbe conferito un premio al valore più che un semplice diploma di scuola media… In effetti, questa elencazione di requisiti mi appare retorica e sovradimensionata, soprattutto se si tiene conto che sempre più spesso a fare gli esami di terza media sono ragazzini/e di 13 anni e che la società in cui vivono gli inculca valori e modelli ben diversi, se non opposti.

Il clima individualistico e competitivo che essi respirano fin da piccoli – come sa bene chi vive in ambiente scolastico – non produce affatto atteggiamenti e comportamenti collaborativi né particolarmente rispettosi.  La tendenza all’omologazione culturale e sociali, inoltre, non mi sembra il terreno migliore per farvi crescere l’autonomia, il senso di responsabilità , l’originalità e l’intraprendenza. Semmai, vista la precarietà occupazionale ed economica dei tempi attuali, si rivelano indubbiamente utili requisiti pratici come la competenza nelle lingue straniere e nell’informatica e l’adattabilità agli imprevisti…

Insomma, andando un po’ più a fondo, mi sembra d’intravedere in questo studente ideale più che altro i connotati tipici di quella cultura anglo-americana che, grazie ad una buona dose di retorica ed alla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa, ha già da tempo modellato retroterra socio-culturali molto diversi, come quello italiano.

Navigando in Internet, ad esempio, mi sono imbattuto un’interessante ricerca – svolta in Scozia nel 2003 [9]– nella quale si confrontavano le cosiddette “competenze-chiave” a livello internazionale, evidenziando un modello di riferimento comune a vari contesti. E’ però nel mondo anglosassone – ed in particolare negli USA – che questa impostazione pragmatico-utilitarista è da sempre radicata, come si riscontra esaminando, ad esempio, i “foundation skills” espressi dalla SCANS, acronimo per Secretary’s Commission on Achieving Necessary Skills, un organismo creato nel 1990 dal Ministero del Lavoro degli USA per promuovere il successo dei giovani nel mondo del lavoro.[10]

Da questa fonte emerge chiaramente che le competenze richieste agli studenti sono quelle necessarie ad un loro proficuo inserimento occupazionale più che a radicati valori etici e culturali.

Alle “abilità di base, sia linguistiche (ascoltare, parlare, leggere e scrivere) sia matematiche, si aggiungono infatti i “thinking skills” (capacità logiche, creative, di problem solving) ed i  “requisiti personali” (responsabilità personale, autostima, autocontrollo, socievolezza, integrità).

Per carità, tutte cose ottime, ma che non credo possano esaurire le finalità di un processo educativo primario, orientate come sono all’efficienza produttiva ed all’affermazione individuale, tipiche del mito dell’American Dream.

Certo, alcuni principi – come quello dell’apprendimento collaborativo, dell’adattabilità creativa e della promozione dell’autostima – mi sembrano ampiamente condivisibili. Altri, come quello che misura la bontà di una proposta solo in base alla sua efficacia o che classifica la validità delle persone in base al loro grado leadership a mio avviso lo sono assai meno.

E’ innegabile, però, che la nostra scuola stia diventando sempre più forzosamente omologata a parametri formativi europei che, a loro volta, rinviano all’American Way of Life, ed all’etica calvinista che l’ispirava, piuttosto che a quei principi etici e pedagogici che hanno improntato per secoli la nostra cultura cattolica ed umanistica. La parola latina “schola” , ad esempio, rimanda a quella greca “scholé”, il cui senso era “luogo di riposo”, ma anche tempo liberato dagli impegni lavorativi.[11]

Per una cultura classica come la nostra, attribuire alla scuola esclusive finalità di formazione al mondo del lavoro equivale pertanto a rinnegare l’educazione ‘liberalis’ , per conformarsi all’utilitarismo di stampo anglosassone ed alla logica del mercato, in cui l’otium è un peccato ed il negotium è l’unico fine da perseguire.

  1. Tre riflessioni finali 

competency-elementsQuanto emerge dalle considerazioni fatte finora lascia trasparire, ancora una volta, la volontà di imporre ovunque e comunque un ‘pensiero unico’, di chiaro stampo economicista, cancellando visioni ed impostazioni culturali differenti in nome della globalizzazione e della conseguente necessità di omologare procedure e percorsi formativi. Di fronte a questa forzatura, di stampo vagamente coloniale, si può reagire in modo istericamente nazionalista – rifiutando a priori ogni modello straniero – oppure decidere autonomamente che cosa far proprio e cosa rifiutare del patrimonio ideale e pratico altrui. Personalmente, ritengo che la seconda sia la strada da preferire, per dimostrare noi per primi di saper essere al tempo stesso intellettualmente “autonomi”, ma anche “adattabili” ai nuovi contesti.

La precipitazione con la quale, dopo un decennio di esitazione, si pretende ora d’imporre questo modello standardizzato di competenze è sintomo di una più complessiva volontà politica di cambiare radicalmente l’Italia, a partire dalla progressiva cancellazione dei principi e delle modalità organizzative che caratterizzano la nostra Costituzione. Sulla bontà o meno di questa operazione, ovviamente, ci possono essere valutazioni differenti. Credo però che ai docenti – componente essenziale di un comparto finalizzato alla formazione delle nuove generazioni – spetti di esercitare il necessario discernimento nei confronti dei cambiamenti proposti, proprio in nome di quello spirito critico che essi dovrebbero sviluppare nei loro studenti.[12]

A prescindere dal fatto che il prossimo anno il modello ministeriale sia o meno adottato in tutte le scuole italiane, esso richiede comunque ai docenti la capacità di confrontarsi e di esprimersi in modo collegiale nel merito delle competenze così delineate. Proprio per questo ritengo che i consigli di classe – al di là dell’elegante formula delle ‘èquipe educative’  – debbano finalmente riscoprire il loro fondamentale ruolo di programmazione e valutazione, senza lasciarsi tentare da semplificazioni burocratiche (pratiche standardizzate) e da principi estranei alla deontologia professionale del docente, mutuati dalla logica aziendalista dominante.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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[1]  Cfr. http://www.istruzione.it/allegati/2015/CM_certificazione_comp_primo_ciclo0001.pdf

[2]  Cfr. “Profilo dello studente alla fine del primo ciclo” in http://media.pearsonitalia.it/0.483695_1363011940.pdf  – in Nuove Indicazioni Nazionali (D.M. n. 254/2012) > http://2.flcgil.stgy.it/files/pdf/20130207/decreto-ministeriale-254-del-16-novembre-2012-indicazioni-nazionali-curricolo-scuola-infanzia-e-primo-ciclo.pdf

[3]  Cfr. http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:it:PDF

[4]  “I’m going to make him an offer he can’t refuse”  (F. F. Coppola & M. Puzo, The Godfather)

[5]  “Linee Guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo d’istruzione : Si tratta di un documento in word, cui non può fornire il link.

[6]  A. De Gregorio, “Dalla A alla D: ecco i nuovi voti per valutare le competenze” , Corriere della Sera  del 17.02.2015  ( http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_febbraio_17/dalla-a-d-ecco-nuovi-voti-che-valutano-competenze-929c4b82-b6bb-11e4-a17f-176fb2d476c2.shtml )

[7]  “Linee Guida” cit. , p.3

[8]  E. Ferraro (2012) , Lo studente…di profilo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/10/lo-studente-di-profilo/ )

[9]  Scottish Qualification Authority (SQA),  “Key competencies – some international comparison”, in: SQA Policy and research Bulletin, no. 2 /2003 (http://www.sqa.org.uk/files_ccc/Key_Competencies.pdf )

[10] <<Foundation skills: Competent workers in the high-performance workplace need: ♦ basic skills — reading, writing, arithmetic and mathematics, speaking and listening ♦ thinking skills — the ability to learn, to reason, to think creatively, to make decisions and to solve problems ♦ personal queries — individual responsibility, self-esteem and self-management, sociability, and integrity>> (source: SCANS 1992)

[11] “Quod, ceteris rebus omissis, vacare liberalibus studiis pueri debent” (S. P. Festo, De verborum significatu)

[12] Vedi punto 3 del profilo delle competenze allegato alla cit. Circ. 3/2015: “affrontare problemi e situazioni sulla base di elementi certi e di avere consapevolezza dei limiti delle affermazioni che riguardano questioni complesse che non si prestano a spiegazioni univoche.”

 

IL SISTEMA DI (SOTTO)VALUTAZIONE DEI DOCENTI

la buona scuola di renziFra le sue priorità programmatiche, il governo Renzi ha inserito la riforma della scuola. Non è certo un’affermazione originale, visto che quasi tutti i governi succedutisi nel nostro Bel Paese hanno ritenuto indispensabile quanto meno una ritoccatina all’assetto della scuola italiana, regolarmente accusata di conservarsi immobile ed insensibile alle grandi trasformazioni della società.

Il risultato di questo rituale politico non è stato esaltante, anzi ha sottoposto il già compromesso equilibrio dell’istituzione scolastica italiana a continue scosse ondulatorie e sussultorie, in nome dell’innovazione, ovviamente imposta per decreto. Le scosse maggiori hanno colpito il sistema nervoso e l’equilibrio psichico di una classe docente molto stagionata e poco incline a rimettersi continuamente in discussione, che ha reagito spesso a tali cambiamenti in modo con un adeguamento passivo e poco convinto ai nuovi dettami ministeriali.

Dopo anni e anni di riforme della scuola italiana (ma forse sarebbe meglio chiamarle ‘de-forme’…), è però apparso evidente che non si trattava più tanto di ridisegnare i cicli scolastici e loro durata, di proporre indicazioni programmatiche flessibili al posto di rigidi programmi uguali per tutti e neppure di esaltare il mito dell’autonomia scolastica, mentre la si mortificava con tagli ai finanziamenti e con normative che puntavano all’adeguamento più che all’innovazione ed alla sperimentazione.  Il ‘bersaglio’ della smania riformistica di chi ci ha governato e ci governa si è poi spostato sui docenti in quanto tali, o meglio sulla loro qualificazione professionalità e carriera, in nome di un altro mito dell’efficientismo aziendalista: la valutazione.

Per carità, niente da eccepire al concetto in sé di valutazione dell’attività lavorativa – in questo caso professionale – di un pubblico dipendente, che non è certo un lavoratore di serie A cui tutto sia dovuto e nulla si debba chiedere. Il fatto è che questa improvvisa smania valutativa non sembra essere affiorata per questioni di equità, di tutela degli utenti del servizio pubblico scuola o per rendere l’insegnamento sempre più qualificato ed efficace. La principale preoccupazione di chi ci governa – peraltro incapace di garantire a coloro che si avviano alla docenza una formazione realmente valida sul piano non solo teorico ma anche pratico – da alcuni anni è quella di trovare un modo per “selezionare” coloro che già insegnano, valutandone le prestazioni professionali e consentendo in tal modo livelli e carriere diversificate.

Dietro il moralistico martellamento sulla necessità che i riluttanti docenti si facciano finalmente valutare affiora la volontà di aumentarne i carichi di lavoro e di ridurne quantitativamente la presenza nelle scuole, avviando in parallelo pratiche didattiche parzialmente sostitutive dell’insegnamento classico, in favore di tecnologie didattiche e di strumentazioni informatiche.

Non dovrebbe sfuggire a nessuno – ma purtroppo succede abbastanza spesso – che se chi ci governa fosse animato da una genuina preoccupazione per i destinatari finali del processo educativo-didattico, ossia gli studenti, tale lodevole proposito mal si concilierebbe col tentativo di ‘spremere’ dai docenti una maggiore quantità di prestazioni, anziché una migliore qualità del servizio offerto.

Una scuola…avanguardista? 

Il documento diffuso dal governo Renzi su tale materia è stato significativamente intitolato: “La buona scuola” (http://www.governo.it/backoffice/allegati/76600-9649.pdf ) ed ha come significativo sottotitolo: “Facciamo crescere il Paese”, lasciando intuire che l’Italia “crescerà” (qualunque cosa voglia significare questo ambiguo verbo…) se, e solo se, il suo sistema scolastico diventerà più “buono” di quanto è attualmente. Nell’introduzione, infatti, si affermano subito tre teoremi fondamentali, la cui validità è ovviamente data per scontata: 1) “l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione” (sic!); 2) “Dare al Paese una buona scuola significa dotarlo di un meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia” e 3)”…dobbiamo tornare a vivere l’istruzione […] come la leva più efficace per tornare a crescere. La scuola italiana ha tutte le potenzialità per guidare questa rivoluzione. Per essere l’avanguardia, non la retrovia del Paese”.

Mettendo da parte la sintassi ed il lessico un po’ traballanti del testo citato, questo proclama iniziale mi sembra ispirato da una retorica vagamente “futurista”. L’esaltazione acritica dell’innovazione permanente, della crescita (considerata sinonimo di ‘sviluppo’) e perfino di concetti bellicosi ed un po’ datati come quello di avanguardia – pur se filtrata attraverso l’eloquio colorito e scoppiettante del nostro premier- lascia comunque perplessi e fa presagire che questa sedicente “rivoluzione” sta per abbattersi con effetti particolarmente dirompenti sulla nostra scuola.

Quest’ultima è severamente richiamata a smetterla di rappresentare la “retrovia” del nostro Paese, per diventarne invece: faro d’innovazione, leva della crescita e segno evidente (come si afferma poco dopo) “…di un Paese intero che ha deciso di rimettersi in cammino”.

Non credo di essere il solo a cogliere la retorica quasi profetica di tali espressioni che però, a ben guardare, sembrerebbero rinviare più al passato che al futuro. Si parla infatti di “tornare a vivere l’istruzione” in un certo modo, di “rimettersi in cammino”, di “ripartire da chi insegna”. Dietro il prospettato roseo futuro, insomma, sembrerebbe di cogliere un vago – direi quasi nostalgico –  riferimento a tempi migliori, contrassegnati da parole come “orgoglio”, “coraggio” e “crescita”.

Basta con l’Italietta di chi vorrebbe continuare a “pensare in piccolo” e si basa sul “si è sempre fatto così” “Il mestiere più nobile e bello” – prosegue il proclama renziano – è quello di “aiutare a crescere le nuove generazioni”. Per questo serve una scuola fondata sulla “stabilità” degli organici dei docenti e sulla vera “autonomia” delle singole scuole, chiamate in termini calcistici a “schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”.

L’immagine della scuola preconizzata da questo documenti pare improntata ad una visione neo-futurista di progresso (fatto di innovazione, crescita, sviluppo, competizione, coraggio etc.) e va a  delineare un modello che sappia “sbarazzarsi della burocrazia scolastica” e punti invece all’innovazione tecnologica (la “connettività alla Rete”) ed all’efficienza: “attraverso un sistema in cui la retribuzione valorizzi l’impegno di ogni insegnante e il contributo al miglioramento della propria scuola, perché non più concepibile una carriera scolastica in cui si cresce solo perché s’invecchia”.

Ecco che la montagna della retorica rivoluzione scolastica ha partorito il misero topolino della vera molla della riforma: commisurare la retribuzione dei docenti al loro effettivo “contributo”, spazzando il vecchio modello di carriera fondata sugli anni di esperienza e premiando invece il merito e l’impegno innovativo. Se qualcuno avesse dei dubbi su cosa significhi “innovazione”, il concetto viene chiarito un po’ più avanti, quando si precisa che: “…la scuola deve diventare l’avamposto del rilancio del ‘Made in Italy’ […] raccordando più strettamente scopi e metodi della scuola con il mondo del lavoro e dell’impresa” .

Beh, che queste cose le dicesse a suo tempo l’ex premier Berlusconi, riassumendole nel noto trinomio “Inglese, Internet e Impresa”, non mi meravigliava più di tanto. Ma che uno slogan altrettanto semplicistico ed aziendalista possa diventare la bussola della riforma renziana della scuola è un dato che sconcerta molto di più.

Come riempire…il portfolio

Il paragrafo 2.3 del vangelo della “Buona Scuola” è intitolato significativamente: “Premiare l’impegno. Come cambia la carriera dei docenti”. Nel capitolo seguente troviamo il  paragrafo 3.1 dal titolo:”Valutazione per migliorare la scuola”.  Anche qui, pur prescindendo da giudizi stilistici sulla prosa del documento, credo che valga la pena di soffermarsi su alcune espressioni in particolare, per coglierne non solo il senso palese ma anche quello latente.  La prima affermazione è che bisogna “far uscire i docenti dal ‘grigiore’ dei trattamenti indifferenziati”. Il vero problema, si chiarisce, è il dovere di “liberarci da quella standardizzazione che, negli ultimi decenni, inevitabilmente ha significato competizione al ribasso e frustrazione di riflesso”, col solo risultato di “accontentarsi delle prospettive di carriere fondate sul mero dato dell’anzianità”. Come si dovrebbe realizzare allora questa mirabile rivoluzione? E’ semplice: non ci si deve limitare a computare gli anni di lavoro didattico, ma c’è bisogno di “… introdurre elementi di differenziazione basati sul riconoscimento di impegno e meriti”. Semmai qualcuno s’illudesse che essi potranno essere valutati solo in base a certificazioni ed autocertificazioni, viene subito e minacciosamente avvisato che: “non sarà un sistema fatto di sole procedure formali e certificati. Perché ci sarà spazio per una valutazione anche qualitativa interna alla singola scuola”.  Come dire: noi sì che facciamo sul serio, cari insegnanti; per cui, oltre a valutare gli anni di carriere ed i soliti crediti formativi, verremo a stanarvi fin dentro la vostra aula, per verificare quanto valete davvero!

Il sistema prospettato resta ancora costituito dall’insieme di crediti formativi che ogni docente riesce a cumulare negli anni, ma si precisa che essi saranno legati al suo impegno su tre precisi terreni: (1) “il miglioramento della didattica”; (2) “la propria qualificazione professionale” e (3) “la partecipazione al progetto di miglioramento della scuola” .

Tali crediti individuali andranno ad arricchire il ‘portfolio’ di ciascun docente e diventeranno pubblici e consultabili da parte dei dirigenti scolastici, che in tal modo potranno finalmente “…scegliere le migliori professionalità per potenziare la propria scuola”. Tutto chiaro, no? Le scuole, sempre più simili ad aziende private, potranno selezionare il personale da assumere, nel sano spirito capitalista della libera concorrenza, della premialità e delle logiche di mercato. Manco a dirlo, nell’esclusivo interesse degli studenti e della qualità del servizio offerto….

Ancora perplessi? Niente paura: il manuale della buona scuola offre altri ragguagli in merito, rispondendo in anticipo alla prevedibile domanda: “Come il docente potrà dimostrare quanto vale?” (sic).  Infatti, si argomenta, ci sono crediti e crediti. Quelli ‘didattici’ si riferiscono alla qualità dell’insegnamento, mentre quelli ‘formativi’ rinviano a percorsi di formazione ed aggiornamento in servizio documentabili e valutabili. Infine, quelli definiti ‘professionali’ “sono assunti all’interno della scuola per promuovere e sostenerne l’organizzazione ed il miglioramento,sia nella sua attività ordinaria (coordinatori di classe) sia nella sua attività progettuale”. Sembrerebbe una risposta abbastanza chiara ed esaustiva, se non fosse per il fatto che si tratta di affermazioni comunque vaghe e, soprattutto, non rapportabili a criteri ben precisi che consentano ai docenti, per citare l’infelice espressione del titolo, di dimostrare quanto davvero valgono. Si dice solo che tale non facile compito sarà affidato a fantomatici “Nuclei di Valutazione”, interni ad ogni scuola ma comprendenti anche un membro esterno.

“Valutandi te salutant !”

“Scansiamo il campo dagli equivoci:il sistema di valutazione della scuola che intendiamo costruire non è fatto di competizione e classifiche. E non mira,semplicisticamente, a “premiare la scuola migliore”, quanto piuttosto a “sostenere la scuola che si impegna di più per migliorare”. C’è una bella differenza: non abbiamo bisogno di gare tra istituti, ma di incoraggiare tutti gli istituti, in tutto il territorio, al miglioramento continuo di quello che offrono agli studenti”.

Queste nobili parole fanno da proemio al paragrafo 3.1 del documento ministeriale e vorrebbero rassicurarci, ma suonano come la classica “excusatio non petita”. Non c’è nessuna “gara” per qualificarsi come “la scuola migliore” – si afferma solennemente – ma solo la volontà di stimolare ogni scuola a dare il meglio di sé. L’obiettivo dichiarato poco più avanti è quello di “rendere giustizia” al percorso che ogni istituto intraprende per migliorarsi, non certo quello di stilare classifiche tra scuole. Ottimo! Peccato che nei Paesi dove questo sistema di valutazione è operativo da molti anni (come ad esempio negli U.S.A.) il risultato evidente è stato, sul piano didattico, la standardizzazione forzata dell’insegnamento e, su quello gestionale, la messa in mora o addirittura la chiusura d’intere scuole i cui punteggi erano risultati inferiori a quelli attesi…

“Il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV), previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013, sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie.” – si avverte nel documento, precisando inoltre che “non sarà un ulteriore adempimento amministrativo” bensì qualcosa di serio e qualificato. Ma su quali basi?

“Dentro allo strumento di autovalutazione si troveranno indicatori su contesto e risorse, esiti e processi della scuola: ambienti di apprendimento, apertura verso il territorio, pratiche educative e didattiche, livello e qualità di quello che gli studenti avranno imparato,elementi socio-economici di contesto, ma anche informazioni utili per capire, ad esempio,se gli apprendimenti degli studenti incidono sulla loro scelta di proseguire gli studi o sulle loro chance di trovare un lavoro. Si verificherà se i risultati di apprendimento fra le classi e dentro le classi siano equi o meno all’interno della stessa scuola o se mostrano invece delle distorsioni da correggere affinché nessuna classe – e nessun ragazzo in nessuna classe – sia abbandonato a se stesso”.

Credo che nessuno di noi avrebbe saputo dire meglio… Il fatto è che a queste vibranti dichiarazioni d’intenti non sembrano però corrispondere precisi modelli di riferimento, tassonomie educative né chiari indicatori che ci spieghino su quali basi e come questi dati dovrebbero essere raccolti, ponderati e valutati.  Potete scorrere le restanti 60 pagine del documento ministeriale, ma non troverete nulla di più in proposito. Viceversa, un sistema scolastico come quello statunitense, per tornare al caso già citato di un’esperienza attuata da parecchio tempo, dei parametri di valutazione dell’insegnamento se li è dati. Anzi, ha stabilito un set di obiettivi in quasi ogni Stato della federazione, offrendo almeno un elemento di riferimento ai docenti interessati. Lo Stato di New York (cfr. http://www.teachscape.com/frameworkforteaching/home ), ad esempio, si è dato da anni uno strumento valutativo ben preciso, che può anche piacere o meno ma che comunque specifica su quali livelli e parametri sarà valutata la prestazione professionale di un docente, precisando perfino i ‘descrittori’ di ogni giudizio formulato. Si tratta, nel caso specifico, di quattro ambiti (“domains”): il primo si riferisce alla pianificazione e preparazione delle attività didattiche (ad es.: conoscenza degli studenti e conoscenza delle risorse disponibili); il secondo a quello che viene chiamato “ambiente della classe”(gestione dei comportamenti, delle procedure e degli spazi fisici); il terzo attiene specificamente al processo d’istruzione ed alle tecniche educativo didattiche impiegate (nel campo della comunicazione, del coinvolgimenti degli allievi, della discussione etc.); il quarto ed ultimo, infine, si sofferma sulle responsabilità del docente (fra cui la registrazione del proprio lavoro, il mantenimento dei rapporti con le famiglie o l’aggiornamento e lo sviluppo della propria professionalità).

Disporre di un documento che specifica i 4 ambiti (con 22 componenti e relativi 76 elementi) sui quali si deve essere valutati non rende questa valutazione necessariamente più scientifica né tanto meno oggettiva, ma quanto meno offre parametri di riferimento meno generici e vaghi.

Quello che è certo è che nella scuola italiana sta per mettersi in moto una macchina che rischia di andare avanti senza indirizzi precisi, ma iniziando comunque a suscitare in ogni scuola un clima competitivo ed un impeto aziendalista e carrierista che ritengo devastanti e che , ovviamente, smentiscono le tranquillizzanti premesse di cui sopra.

Basti pensare alla brillante trovata ministeriale del c.d. “docente mentor” che, si spiega: “ segue per la scuola la valutazione, coordina le attività di formazione degli altri docenti, compresa la formazione tra pari, sovrintende alla formazione dei colleghi, accompagna il percorso dei tirocinanti […] e in generale aiuta il preside e la scuola nei compiti più delicati legati alla valorizzazione delle risorse umane nell’ambito della didattica” (pag, 57).       Si tratta di un sottile espediente per rilanciare la corsa all’autoaffermazione di alcuni docenti più intraprendenti, col miraggio di ‘indennità di posizione’, crediti professionali aggiuntivi e, perché no, scatti stipendiali per merito. Naturalmente tutti gli insegnanti ricordano che fine ha fatto la proposta di nominare in ogni scuola dei docenti “tutor” di livello superiore, affidandogli compiti di coordinamento didattico e di gestione del c.d. “portfolio” didattico dei singoli studenti….

La verità è che il solo portfolio di cui il MIUR non sembra affatto preoccuparsi è quello dei lavoratori della scuola, docenti o meno che siano, dai quali si pretende un impegno sempre più intenso, complesso e quantitativamente oneroso, in cambio di “un pugno di dollari” e di qualche medaglietta professionale da esibire, e davanti ai quali si agita anche lo spauracchio della “mobilità”, sia geografica sia professionale.  Ma siamo proprio sicuri che questa che ci stannio trionfalisticamente prospettando sia davvero “la buona scuola” di cui l’Italia ha bisogno?

Il punto finale della sintesi del documento così recita:  “12. LA SCUOLA PER TUTTI, TUTTI PER LA SCUOLA >Stabilizzare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa (MOF), renderne trasparente l’utilizzo e legarlo agli obiettivi di miglioramento delle scuole. Attrarre risorse private (singoli cittadini, fondazioni, imprese), attraverso incentivi fiscali e semplificazioni burocratiche”.

La “buona scuola”, in definitiva, sarebbe allora quella che punta sull’innovazione tecnologica e digitale, sul “pensare in grande”, sull’obiettivo della “crescita” produttiva e sulla prospettiva di finanziamenti provenienti dalle imprese?  A questo punto una domanda sorge spontanea: ma questa scuola è “buona” per cosa e soprattutto per chi?  Poniamoci questo quesito, diamoci una risposta e poi – come ci chiede il MIUR – esprimiamo liberamente la nostra opinione a chi ci chiede retoricamente di pronunciarci. D’altra parte, in fondo sarebbe ben strano se l’unica a non dover essere valutata fosse proprio la riforma della scuola !

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OLTRE I TEST, PER FAR FUNZIONARE LE TESTE

TESTINGMentre da noi, in Italia, sui giornali si parla di scuola solo in occasione delle occupazioni degli studenti o degli scioperi dei docenti, su prestigiosi quotidiani statunitensi è aperto da lungo tempo un vivace dibattito sulla riforma dell’istruzione e, in particolare, sulla mutazione genetica che ha trasformato la scuola in un “testificio”.  Una particolare attenzione a questo problema è riservata dal Washington Post, le cui rubriche dedicate all’educazione riportano spesso articoli riguardanti il “Common Core” (cioè l’imposizione di un ‘nucleo’ didattico comune a tutte le scuole di tutti gli stati degli USA) e la valutazione (degli alunni, ma anche dei docenti e perfino delle istituzioni scolastiche) mediante una massiccia somministrazione di test standardizzati.

Sebbene sulla goffa imitazione di questa modalità si direbbe che qui in Italia quasi nessun pedagogista trovi nulla da ridire, negli Stati Uniti il dibattito è invece molto acceso. Lì sono scesi da molto tempo in campo nutriti e combattivi gruppi di dirigenti scolastici, educatori, insegnanti e genitori, contestando l’assurda mania dei test di valutazione e la standardizzazione dei programmi didattici, in nome della libertà d’insegnamento e del rifiuto di simili criteri di selezione.

A questo tema ho già dedicato alcune note, l’ultima proprio sulla rivolta di chi, negli USA, si batte per“stop this madness” https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/06/22/fermate-sta-pazzia/. Recentemente, però, mi è capitato di leggere un altro stimolante articolo sull’argomento http://www.washingtonpost.com/blogs/answer-sheet/wp/2013/11/23/beyond-tests-how-to-foster-imagination-in-students/, nel quale Marion Brady – noto pedagogista e docente con lunga esperienza – ha affrontato criticamente un altro importante aspetto negativo di tale impostazione. La sua attenzione si è focalizzata, infatti, sulla banalizzazione dell’istruzione per garantire a tutti alcune indistinte e generiche “competenze minime”, rinunciando a perseguire obiettivi formativi più ambiziosi, ad esempio stimolare la creatività personale.  Come “alimentare l’immaginazione” dei ragazzi, mortificata da una scuola sempre più appiattita e funzionale ad una società mercantile, omogeneizzata e guidata da un pensiero unico, è viceversa la preoccupazione di un veterano dell’istruzione come Brady, che non si rassegna ad una scuola che “insegna per i test”.

“Quelli che prestano attenzione sanno che la mania di testare le prestazioni di alto livello ha spinto centinaia di migliaia di bambini fuori dalla scuola, ha banalizzato l’apprendimento, ha radicalmente limitato la capacità dell’insegnante di adattarsi alle differenze tra discenti ed ha portato a fine molti programmi di educazione fisica, artistica e musicale . Ciò avvantaggia ingiustamente coloro che possono permettersi la preparazione ai test, rende il Congresso il consiglio d’amministrazione delle scuole d’America, crea irragionevoli pressioni ad imbrogliare, fa chiudere le scuole di quartiere, corrompe la professione docente  e blocca tutte le innovazioni, tranne quelle i cui risultati possono essere misurati da macchine, giusto per iniziare un elenco molto più lungo…” (art. cit.).

Se noi Italiani fossimo capaci d’imparare dall’esperienza altrui, quella maturata in decine d’anni di applicazione alle scuole statunitensi di questo modello dovrebbe renderci estremamente cauti nell’importarlo a cuor leggero nel nostro contesto, fra l’altro molto differente.  Il problema, peraltro, non consiste affatto in un irrazionale rifiuto dei docenti italiani a sottoporsi ad una valutazione oggettiva dei processi di apprendimento che sono riusciti ad avviare nei loro studenti. La questione riguarda piuttosto chi giudica cosa e in quale modo, cioè la legittima contrarietà da parte di molti insegnanti a sottoporre questa pur necessaria valutazione a meccanismi piuttosto discutibili, in nome d’una pretesa uniformità a criteri internazionali, livelli standardizzati ed a competenze selezionate in base a tassonomie didattiche decise in modo verticistico.

“Ridotto all’essenziale, ecco come funziona il sistema per mettere alla prova la competenza minima. Le Autorità stilano elenchi di quello che ritengono che i ragazzi dovrebbero sapere . Le liste sono date agli insegnanti, insieme con l’ordine di insegnare ciò che vi è scritto sopra. Test standardizzati controllano se gli ordini sono stati eseguiti. Qualcuno (non i docenti) imposta in modo arbitrario la linea di demarcazione tra passare o non passare il test e i ragazzi che avranno ottenuto un punteggio oltre il taglio sono considerati “minimamente competenti. Vi sembra ragionevole ? La maggior parte delle persone sembrano pensare così. Però  le scuole che si concentrano su competenze minime non possono produrre ragazzi abbastanza intelligenti per affrontare i problemi che si preparano ad ereditare…” (ibidem).

L’autore dell’articolo, dopo la sua efficace requisitoria contro questa fallimentare modalità didattica, suggerisce anche un efficace antidoto ad essa: una scuola che non punti a selezionare i discenti in base ad un’arbitraria linea di demarcazione tra chi supera o meno le prove strutturate, ma miri piuttosto a stimolare le loro capacità immaginative, logiche ed argomentative. Secondo Brady, progettare il futuro ed imparare a risolvere i problemi sono le competenze-chiave da privilegiare, ragion per cui politiche dell’istruzione che vanno in ben altra direzione preparano un inarrestabile declino dell’educazione. Egli puntualizza poi che, per rendere i progetti formativi capaci di stimolare l’immaginazione, occorre che essi rispondano a sette fondamentali condizioni: (a) devono essere compiti intellettualmente impegnativi ma fattibili; (b) devono essere concreti anziché astratti; (c) devono appartenere al mondo reale e non a quello delle teorie; (d) devono utilizzare tutte le discipline scolastiche; (e) richiedono un dialogo basato sul pensare ad alta voce; (f) la maggior parte dei ragazzi li deve trovare abbastanza interessanti da suscitare emozione; (g) richiedono agli studenti di passare dall’immagazzinare nella mente conoscenze preesistenti al creare nuove conoscenze.

Certo, le problematiche dell’istruzione pubblica nel nostro Paese sono molto diverse da quelle degli Stati Uniti e la nostra società è oggettivamente differente dalla loro. Ciò non toglie che queste indicazioni possano applicarsi anche alla scuola italiana, per contrastare la diffusa tentazione di uniformarsi ad una metodologia didattico-educativa che sta sempre più contabilizzando i saperi come una qualsiasi azienda, a forza di privilegiare conoscenze “misurabili” e di perseguire competenze sempre più uniformi.  Credo quindi che portare avanti progetti come quelli suggeriti da Marion Brady nel suo articolo potrebbe essere un modo valido per evitare che la dittatura del pensiero unico e della standardizzazione renda sempre più grigia la nostra scuola, utilizzando queste “verifiche” come pretesto per una selezione pseudo-meritocratica dei docenti, delle classi e degli istituti.

“Per questi riformatori, i “dati” significano soprattutto i punteggi alle prove standardizzate. […] Essi possono essere indebitamente usati dai politici e far affluire miliardi di denaro pubblico nelle casse delle corporations per pagare servizi di consulenza e materiali di preparazione ai test. Questo è ciò che le prove fanno. Ciò che non fanno, che non possono fare e non saranno mai capaci di fare, è misurare quelli che sono probabilmente i più preziosi risultati di una buona istruzione: l’immaginazione e la creatività. “ (ibidem)

Non sarà certo l’invalsizzazione della scuola italiana che assicurerà il successo scolastico dei nostri ragazzi e la qualità dell’insegnamento. La sfida della personalizzazione dei percorsi formativi e dell’apertura ad una cultura da costruire più che da trasmettere passivamente è troppo importante per essere ridotta alle elaborazioni statistiche dei dati raccolti somministrando le prove nazionali. Ma se i docenti per primi perderanno la loro carica d’immaginazione e di creatività, pur di adeguarsi alle direttive di vertice e di assicurare punteggi abbastanza alti alla propria classe, trionferà la logica delle programmazioni copia-e-incolla e delle crocette sui test.

Strumenti indubbiamente utili per la redazione dei registri elettronici ma assai poco adatti ad un insegnamento che miri a formare intelligenze e coscienze autonome.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

La BiodiverCittà di Barcellona

pla del vert barcelonaIl precedente articolo che ho dedicato ai programmi dell’ICLEI sulla promozione della biodiversità urbana (vedi: progetto BiodiverCity) mi ha spinto ad approfondire l’argomento con una ricerca nel Web su questo tema. La prima grande città che ho ‘visitato’ virtualmente è stata Barcellona, la capitale di quella Catalogna che appare una delle regioni più vitali e innovative della nostra Europa.

Navigando sul sito istituzionale dell’Ajuntament de Barcelona (www.bcn.cat ),  la mia attenzione si è quindi focalizzata sulla sezione  “Medi Ambient”, cioè le pagine dedicate alle questioni ambientali che la città considera prioritarie, fra cui la politica energetica e quella del verde pubblico e della tutela della biodiversità urbana.  Tralasciando la prima – cui dedicherò in seguito uno specifico approfondimento – vorrei ora soffermarmi sulle scelte che l’amministrazione di Barcellona ha fatto verso una pianificazione urbana che non solo non trascuri i valori ambientali (e la biodiversità in particolare), ma sappia considerarli come un punto fondamentale per qualificare la vivibilità dei cittadini e per cominciare a raddrizzare il malsano rapporto fra città e risorse naturali, tipico della nostra civiltà.

Le informazioni che riporto di seguito sono tratte dal “Pla del Verd i de la Biodiversitat de Barcelona”, la cui sintesi (il “resum” in catalano) ho cercato di ridurre ulteriormente, traducendola in italiano.

Definizione

La Biodiversità è definita come la variabilità degli organismi viventi in tutti gli ecosistemi  terrestri, marini ed acquatici, come anche i complessi ecologici di cui essi fanno parte. Essa comprende la diversità all’interno di ogni specie, fra specie e degli ecosistemi.  

Biodiversità: un valore globale

La biodiversità è importante per molti motivi, di natura ambientale, economica, culturale emozionale ed etica. Essa offre un insieme di utili servizi e funzioni , che comprendono la fornitura di cibo, combustibile, suolo fertile, aria pulita, acqua fresca e materie prime. Essa contribuisce anche al benessere fisico ed emozionale degli esseri umani e costituisce parte del patrimonio naturale e culturale di ciascun territorio. Ecco perché l’umanità ha il dovere morale di preservare i suoi beni e benefici, affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future.

Una biodiversità urbana è parte del patrimonio naturale globale

La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta. La flora e la fauna indigene di ogni località, pertanto, costituiscono un unico patrimonio, che deve essere valorizzato e protetto, così come gli habitat e gli ambienti occupati dalle varie specie.

Politiche ambientali

Agenda 21 è stata la guida per progredire nelle politiche a favore della biodiversità, con particolare riferimento all’obiettivo 1 dell’Impegno delle Città per la Sostenibilità (2002-2012): “Proteggere gli spazi aperti e la biodiversità ed espandere le aree verdi urbane” , che comprende due linee d’azione. In questo modo, la biodiversità diventa una parte dell’agenda politica municipale.

Barcellona è stata attivamente coinvolta:

ü      Partecipando alla rete internazionale delle città del programma “Azione Locale per la Biodiversità” (ICLEI) e nella Rete dei Governi Locali + Biodiversità 2010

ü      Ospitando a Barcellona la Conferenza 2008 dello IUCN

ü      Firmando l’Impegno del Sindaco per il “2010 IUCN Countdown”

ü      L’Anno Internazionale della Biodiversità: sono state portate avanti iniziative come l’abbozzo del ‘Piano della Biodiversità’Il Piano per la Biodiversità è il documento strategico che sottolinea le sfide strategiche dell’amministrazione comunale, gli obiettivi e gli impegni relativamente alla conservazione della diversità biologica ed agli habitat a livello cittadino e planetario, ed in relazione alla conoscenza che ne hanno le persone, a come ne fruiscono ed a come se ne prendono cura.  Il Piano è un impegno per il PAM 2008-2011. “Noi saremo la forza trainante dietro il Master Plan per la Biodiversità Urbana, promovendo una strategia urbana basata sulla conoscenza, la diffusione e la gestione della flora e della fauna cittadine.”  Esso stabilisce un approccio lungimirante per la città: una città dove la biodiversità è preservata, arricchita ed apprezzata come parte del patrimonio naturale della Terra, e come un beneficio per l’attuale generazione e quelle future.

ü      Dichiarazione per la riunione del Consiglio Plenario, in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità.

CARATTERISTICHE E VALORI

Caratteristiche ecologiche

ü      Naturalità     ü      Biodiversità      ü      Complessità    ü      Connettività

Valori socio-culturali

ü      Salute           ü      Bellezza             ü      Cultura         ü      Benessere                    ü      Relazione           ü      Paesaggio

ATTRIBUTI

Qualità dell’habitat

ü      Superficie    ü      Qualità del suolo     ü      Diversità topografica

ü      Permeabilità    ü      Presenza d’acqua

Qualità biologica

ü      Ricchezza di specie    ü      Ricchezza di habitat  ü      Indice autoctoni/alloctoni

ü      Densità   ü      Stratificazione  ü      Salute della vegetazione e della fauna

ü      Rappresentatività     ü      Singolarità

Qualità ambientale

ü      Comfort acustico   ü      Comfort climatico     ü      Qualità dell’aria

Qualità sensoriale

ü      Qualità olfattiva    ü         “  sonora     ü         “  cromatica     ü         “  visiva

ü      Variabilità stagionale e temporale

Capacità di accoglienza

ü      Vicinanza     ü      Accessibilità      ü      Riduzione della mobilità

ü      Diversità d’uso    ü      Capacità di socializzazione

Interesse culturale

ü      Identità     ü      Interesse storico      ü      Interesse artistico

ü      Interesse educativo

FUNZIONI DELLA BIODIVERSITA’

ü      Garantisce la presenza della natura in città   ü      Preserva il patrimonio naturale   ü      Conserva i suoli    ü      Produce materia organica ed alimenti      ü      Riduce l’inquinamento atmosferico  ü      Cattura e immagazzina carbonio ü      Attenua l’inquinamento acustico   ü      Regola il corso dell’acqua                   ü      Apporta umidità     ü      Mitiga le temperature     ü      Favorisce il contatto e l’interazione con la natura    ü      Favorisce la climatizzazione    ü      Migliora l’abitabilità urbana  ü      Genera benessere fisico e psichico   ü      Crea ambienti vitali e sensoriali   ü      Crea ambienti per le relazioni sociali    ü      Agevola il tempo libero, la ricreazione e l’attività fisica     ü      Fornisce opportunità per l’attività culturale, l’educazione e la ricerca   ü      Crea paesaggio    ü      Genera attrazione turistica   ü      Genera plusvalore   ü      Genera attività economica

OBIETTIVI DEL PIANO DEL VERDE E DELLA BIODIVERSITA’

ü      Conservare e migliorare il patrimonio naturale della città, evitando la perdita di specie e di habitat

ü      Ottenere la massima dotazione di verde urbano e la sua connettività

ü      Ottenere i massimi servizi ambientali e sociali relativi al verde ed alla biodiversità

ü      Avanzare nel valore che la società assegna al verde ed alla biodiversità

ü      Rendere la città più resiliente di fronte  alle nuove sfide, come il cambiamento climatico.

Il Piano del Verde e della Biodiversità pianifica la Barcellona del 2050 come una città in cui natura e abitato urbano interagiscono e si potenziano, usando come mezzo la connettività del verde. In altri termini, una città in cui l’infrastruttura ecologica urbana sarà connessa col territorio periferico ed apporterà più servizi ambientali e sociali. Una città in cui si apprezzerà la biodiversità come il patrimonio collettivo che è in effetti e, in definitiva, dove si sfrutteranno tutte le opportunità per adattarvi la natura e per favorire il contatto delle persone con gli elementi naturali, nella convinzione che una città più verde è una città più salubre.  Questo Piano, dunque, non solo stabilisce delle linee strategiche per sviluppare il patrimonio verde come un sistema integrale, ma propone anche un modello di città nel quale il verde s’incorpora come una struttura ecologica fondamentale. Ciò si concretizza in due concetti-chiave: la connettività del verde e la rinaturalizzazione della città.  

Leggendo questa versione ridottissima del Piano di Barcellona viene spontaneo chiedersi come mai, anche in questo campo, noi italiani (e noi napoletani in particolare) restiamo ancora così indietro rispetto a concetti di larga circolazione, come quelli di pianificazione urbana eco-sostenibile e di biodiversità cittadina. Intendiamoci, qualcosa si sta muovendo anche dalle nostre parti, ma si tratta di progressi molto limitati e, spesso, in contraddizione con scelte strategiche di sviluppo che continuano a considerare il “verde” come un mero abbellimento estetico delle città, se non addirittura un impaccio alla loro ‘modernizzazione’.

Se invece – come ha fatto l’amministrazione di Barcellona- si considera la biodiversità un “valore globale” – ispirato alla volontà di tutelare gli ambienti naturali dall’invasiva presenza della realtà antropizzata,  ma anche di assicurare a chi vive in città una migliore qualità della vita – l’artificioso e pernicioso conflitto uomo-natura potrebbe almeno attenuarsi in una visione, appunto, più ‘globale’ ed armonica degli esseri umani con l’ambiente di cui in effetti sono parte.

Pure sul rapporto fra città, periferie e campagna, come su quello tra pianificazione urbana e visione planetaria, il Plà di Barcellona mostra di voler invertire la rotta, anche se non mancano elementi che riconducono fatalmente alla solita visione antropocentrica delle questioni ecologiche.

Ispirarsi a criteri di “responsabilità ambientale” in chiave etica, infatti, è l’approccio più comune e va incoraggiato per quanto può comunque apportare alla causa della conservazione della biodiversità. Pur se lodevole, non basta l’appello al “dovere morale di preservare i beni e benefici [della biodiversità], affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future”, se non si prende coscienza anche dell’imperativo morale che dovrebbe indurci a “salvaguardare” quella natura (che, in termini religiosi, potremmo chiamare “il Creato”) come qualcosa che ha un enorme valore in sé, non solo quindi in funzione della sopravvivenza della specie umana.

Le caratteristiche ed i valori della biodiversità, elencati sopra, sono la dimostrazione che non si tratta solo di aspetti relativi all’ecuméne (cioè alla parte della nostra Terra conosciuta, esplorata ed abitata da noi uomini), ma anche di quelli che riguardano l’insieme della biosfera ed i suoi delicati equilibri ecologici.

Certo, sarebbe strano che una pianificazione urbana non si soffermasse in primo luogo sui valori ambientali più consoni ad una migliore vivibilità da parte degli esseri umani (bellezza, relazione, qualità abitativa, comfort, salute etc.). Ritengo però apprezzabile che:

  • ·         nel redazione del Piano barcellonese si è tenuto conto anche di fattori prettamente naturalistici, come la ricchezza di habitat, l’identità ecologica d’un territorio e della sua flora e fauna, la regolazione del ciclo dell’acqua e la conservazione delle caratteristiche dei suoli;
  • ·         c’è una caratterizzazione del territorio come “patrimonio collettivo” (noi parleremmo di “bene comune”…), la cui preservazione e valorizzazione non è soltanto un modo per rendere più “salubri” e verdi le nostre città, ma anche per invertire la tendenza alla “snaturalizzazione” degli ambienti urbani, riconciliando l’uomo con la sua “struttura ecologica fondamentale;
  • si collega l’azione territoriale, locale, per difendere la biodiversità ad una dimensione più globale, ribadendo che: “La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta“;
  • ·         s’impegna il governo cittadino a basare la propria azione su due pilastri fondamentali: la connettività delle aree verdi urbane (ossia il collegamento di queste ‘cinture’ in una rete ecologica effettiva) e la rinaturalizzazione delle aree urbanizzate, escludendo non solo ulteriori cementificazioni del territorio ma progettando un vero recupero ambientale delle aree disponibili.

Ebbene, questo della BiodiverCittà di Barcellona è un primo esempio di pratiche virtuose da seguire. Nei prossimi articoli cercherò di esplorare la situazione di altre grandi città europee e d’oltreoceano, nella convinzione che valorizzare la biodiversità è possibile solo se – come è scritto nel Plà – ci si basa sulla “conoscenza che ne hanno le persone e sul modo in cui ne fruiscono e come se ne prendono cura”. Ecco perché non bisogna mai trascurare l’importanza di un approccio educativo-culturale a questa problematica.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )