“FAR WASTE” ovvero: anche la NATO produce munnèzza

 In una delle mie ricerche su Internet, riguardanti il comando NATO di Napoli ed il suo prossimo trasferimento nel nuovo quartier generale di Lago Patria, mi sono imbattuto per caso in un testo intitolato: “Notification of Intent (NOI) to issue an Invitation for International Bidding (IFIB) for JFC Naples- Lago Patria Giugliano , Italy – Waste Collection and Disposal Services”. (Vedi: http://aco.nato.int/resources/site1832/J8public/IFIB%20ACO-NAP%2012-21%20NOI%20letter%20dtd%2016%20Aug%2012%20signed%20copy.pdf)

Non si tratta ovviamente d’un documento top secret sui piani strategici della NATO nel Sud Europa ma, molto più banalmente, di un bando per gara d’appalto internazionale (ref: ACO-NAP-12-31), relativo all’assegnazione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti che saranno prodotti nella nuova struttura NATO nel prossimo anno. Il bando completo – che sarà pubblicato sul sito istituzionale (www.aco.nato.int/page136374522.aspx ) il 17 settembre prossimo, con scadenza 29.10.2012 – prevede una gara su base annua (Gennaio-Dicembre 2013), con possibilità di rinnovo per un ulteriore quadriennio. Il prezzo base fissato per questo servizio è pari a 290.000 euro annui, con previsione d’un contratto quinquennale che impegni 1.450.000 euro totali.

Se non si trattasse di un appalto della NATO per un servizio di raccolta e smaltimento RSU da svolgersi nel comune di Giugliano in Campania (NA) – uno dei più disastrati proprio sotto questo profilo – la questione forse non meriterebbe di essere presa in considerazione. Tenuto conto del fatto che le strutture militari alleate e statunitensi in Campania sono da decenni del tutto autonome per qualsiasi tipo di fornitura e servizio interno – con scarsissima o nulla ricaduta sull’economia locale dei territori da esse “protette” – non è poi tanto strano che i nostri cari Alleati si siano attrezzati per conto proprio per un’esigenza ambientale basilare come quella della eliminazione dei cospicui rifiuti prevedibilmente prodotti dalla maxi-struttura costruita presso il Lago Patria. Essa, infatti, è destinata ad ospitare nei suoi 330.000 mq di superficie totale, (di cui 60.000 edificati) ben 2.500 militari residenti e, comunque, a sostenere l’impatto d’un bacino di residenti, a vario titolo e tempo, probabilmente quasi doppio. Se dividiamo la somma prevista annualmente dall’amministrazione NATO per questo appalto (Euro 290.000) per un numero di persone grosso modo intermedio fra quelle residenti e quelle orbitanti intorno al comando JFC di Lago Patria (cioè 3.500), il costo annuo del servizio risulta pari a 82,86 euro pro capite.

A questo punto mi è venuto spontaneo confrontare questa cifra con quella impegnata dal Comune di Giugliano in Campania (nel cui territorio ricade il JFC) per finanziare l’analogo servizio di raccolta e smaltimento dei RSU. Ebbene, nel Piano Comunale apposito, varato nel 2008, (http://www.comune.giugliano.na.it/allegati/578Piano_di_raccolta.pdf ) erano stati previsti questi parametri: una spesa annua di Euro  8.420.167  (di cui il 75% per il personale – il  3% per le attrezzature ed il 22% per gli automezzi), allo scopo di coprire con tale servizio un territorio urbano che si estende  per ben 94 km2, con un numero di abitanti pari a circa 120.000 unità, che producono mediamente 512 kg di rifiuti ciascuno. Il costo medio per abitante (8.420.167/120.000) risultava allora di 70,16 euro pro capite. Dal confronto emergerebbe una cifra assai inferiore a quella prevista dall’amministrazione NATO, però le cose non stanno esattamente in questo modo.

Da un articolo pubblicato su un sito web, infatti, si evince che il servizio appaltato dal Comune di Giugliano alla ditta Senesi e del cui contratto si chiede la rescissione per inadempienza della stessa, costa invece ben 15.702.000 euro annui per il 2012 (cioè quasi l’87% in più rispetto alla cifra prevista 4 anni fa) con una spesa media per abitante di ben 130,85 euro e, a quanto pare, con una qualità complessiva del tutto insufficiente.

“Siamo di fronte ad un servizio che è eufemistico definire inefficiente. Siamo di fronte ad un servizio che non viene effettuato,ma che viene regolarmente pagato. Non mi risulta, infatti, che alla Senesi siano state fatte pervenire contestazioni da parte degli uffici comunali. Non ho notizie di decurtazioni, pur dovute, a fronte dei servizi non fatti”, afferma il capogruppo del Pd Nicola Pirozzi. Rincara la dose Antonio Poziello, consigliere comunale e membro della Commissione Rincara la dose Antonio Poziello, consigliere comunale e membro della Commissione Ambiente e Territorio: “La situazione è paradossale. La Senesi sta ottenendo il pagamento di servizi che non solo non fa, ma che in tutta evidenza non ha mai pensato di dover fare. Altrimenti come spiegare che non ha, se non forse sulla carta, i mezzi necessari ad effettuare lo spazzamento meccanico, il lavaggio stradale, ecc.”. (http://www.corradogabriele.net/2012/04/24/giugliano-rifiuti-pd-chiede-la-rescissione-del-contratto-con-la-senesi/ ).

Non entro ovviamente nel merito di questa diatriba sulla qualità del servizio d’igiene pubblica giuglianese, di cui non ho esperienza diretta e che riflette ovviamente anche polemiche politico-amministrative. Non posso fare a meno di rilevare, però, che sui media italiani e perfino sulla stampa estera il nome del Comune di Giugliano in Campania o di altri comuni del napoletano e del casertano, proprio nell’ambito della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stato spesso associato ad analisi assai poco lusinghiere sulle ecomafie e sul pesante intervento della camorra nella disgraziata “terra dei fuochi”. Basti pensare alle varie ed approfondite inchieste di un team catalano (http://www.ceecec.net/case-studies/waste-crisis-in-campania-italy/ ) o agli articoli pubblicati da quotidiani spagnoli come El Mundo (http://www.elmundo.es/elmundo/2011/06/30/ internacional/1309463302.html ), francesi come Libération (http://www.liberation.fr/ tribune/010185538-l-italie-ses-dechets-son-beton-ses-mafias ) inglesi come The Independent (http://www.independent.co.uk/news/world/europe/italys-toxic-waste-crisis-the-mafia-ndash-and-the-scandal-of-europes-mozzarella-799289.html ), tedeschi come Der Spiegel ( http://www.spiegel.de/international/europe/the-garbage-of-naples-how-the-mafia-helped-send-italy-s-trash-to-germany-a-681469.html ) o addirittura arabi, come Al Jazeera (http://www.aljazeera.com/ indepth/inpictures/2012/02/2012220145919672749.html ).

Il fatto è che nella nostra “biùtiful cauntri” , che una volta era chiamata Campania Felix, da decenni si è concentrato il malaffare, distruggendo, cementificando ed intossicando un territorio eccezionale e rendendolo uno dei più consolidati feudi della mafia internazionale.

Eppure proprio in questa capitale della munnézza , assurta a lucrativo bisinìss malavitoso, ha deciso d’insediarsi il nuovo comando sud-europeo dell’Alleanza Atlantica, presso quel Lago Patria la cui bellezza è costantemente deturpata da scarichi abusivi di ogni genere, come più volte denunciato dalle associazioni locali e dallo stesso WWF (http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=23117 ).

Dal 2013 una popolazione di 2.500 persone abiterà in continuità questa blindata cittadella della NATO, con la previsione di una presenza meno regolare di militari e civili quasi pari. La quantità e qualità dei rifiuti che saranno prodotti da questo nuovo e denso agglomerato di quasi 5.000 nuovi non-cittadini di Giugliano giustifica quindi la gara di appalto per la loro raccolta e smaltimento “in conformità con leggi e regolamenti in vigore in Italia”, come peraltro si specifica nel bando. Sarà interessante scoprire le condizioni contrattuali di questo appalto, i requisiti per parteciparvi e le altre informazioni che saranno pubblicate sul sito aco-nato.int. Sta di fatto, però, che questa opportunità non sarà sfuggita a chi da troppo tempo, diciamo così, già controlla il settore rifiuti… Fatto sta che i cittadini di Giugliano in Campania stanno attualmente pagando, per un analogo servizio d’igiene urbana, molto di più e con risultati evidentemente assai scadenti. Staremo a vedere, allora, se i nostri cari “Alleati” riusciranno ad assicurarsi un servizio di gestione dei rifiuti molto più efficiente, spendendo annualmente quasi 50 euro in meno per ciascun abitante.

Se ciò accadrà vorrà dire che, ancora una volta, la gente della Campania si scoprirà ospite a casa sua e, soprattutto, constaterà che i “poteri forti” sanno farsi rispettare. Diceva Marco Antonio nel “Julius Caesar” di Shakespeare: “Brutus is an honourable man; So are they all, all honourable men…”. Anche in questo caso, state sicuri, fra “gente d’onore” s’intenderanno sicuramente…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

OIKO-NOMIA VS DEATH-ECONOMY

Scrivendo un precedente articolo sul concetto di “economia di morte” e sulle sue implicazioni (https://ermeteferraro.wordpress.com/ 2011/12/13/ thanatoikonomia-death-economy) mi ero ispirato ad un’originale contributo di Sergio Altieri, uno scrittore ‘noir’, per riportare il discorso all’attualità del disastro finanziario che sta travolgendo stati e mercati.

Quella che allora avevo chiamato thanato-oikonomìa, conferendo una tragicità greca all’espressione inglese death-economy, mi sembrava infatti la concettualizzazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. Una realtà in cui l’economia è diventata “un algoritmo ineluttabile verso il baratro”, caratterizzata com’è da una guerra infinita che si autoalimenta e, parallelamente, dalla crisi mortale degli stati, trascinati nella spirale stagnazione-inflazione-recessione-depressione-collasso.

Il trionfo del profitto a ogni costo, con ogni mezzo, contro ogni ostacolo” – per citare ancora Altieri – è del resto strettamente connesso all’escalation guerrafondaia che manipola l’opinione pubblica con una sorta di guerra psicologica, per meglio dimostrare l’ineluttabilità di quella guerreggiata. In questo senso, l’economia in sé, almeno come viene comunemente rappresentata, è diventata sinonimo di death-economy. E questo perché da troppo tempo non è più un mezzo per assicurare vita, sicurezza e benessere (nel senso più ampio, sintetizzato dal temine ebraico shalom ), bensì un pernicioso strumento di morte e di distruzione.

Ci ripensavo leggendo l’appello “Furto d’informazione”,  pubblicato da il manifesto del 24.7.2012, i cui sottoscrittori denunciano la “sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione d’informazioni a danno dell’opinione pubblica” , riferendosi alla diffusa rappresentazione degli sbocchi alla crisi economica attuale come “comportamenti obbligati (‘non-scelte’)”. I firmatari dell’appello, fra l’altro, sottolineano che una controversa dottrina economica come il neoliberalismo, ritenuta da molti quanto meno corresponsabile della crisi, viene invece assunta “come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica”. Questo martellante ”pensiero unico” – che orwellianamente viene diffuso dai media come la dottrina – è di fatto alla base della visione d’economia che ci viene propinata come se fosse vangelo, costringendo chi dissente a recitare il ruolo di pericoloso eretico e sovversivo.

Eppure, come illustra un interessante articolo a pag. 6 dello stesso numero del quotidiano, basterebbe tornare alle radici greche del termine “economia” per scoprire che quella di cui oggi si parla e straparla è altra cosa. Edoardo Vanni – nella sua nota titolata “In senso della misura. Le lezioni di economia di quei soloni dei greci”- ci aiuta a restituire senso e sostanza a quest’abusata parola, riportandoci semanticamente alla sua origine ed alla sua antinomia con un altro termine greco, molto più vicino alla nostra accezione attuale di “economia”. La distinzione che facevano gli antichi Greci, ci ricorda, era fondamentalmente tra “oikonomìa” (attinente, come dice il nome, alla gestione della casa, della famiglia, della comunità, e comunque legata al valore d’uso) e “krémata”, un concetto connesso invece al mondo delle cose materiali e quindi al valore di scambio, configurabile quindi come “arte di accumulare ricchezza”.

Ebbene, la polis greca riuscì allora a realizzare un obiettivo che oggi sembra irreale: dare un metron, cioè una misura, un limite, all’arricchimento smisurato ed al profitto incontrollato, in nome del primato della politica e dell’interesse collettivo sulla “crematistica” e sostenendo la superiorità del  valore d’uso su quello di scambio. In questo senso, conclude Vanni, i Greci possono ancora darci lezioni ed insegnarci che non può esistere una vera “oikonomìa” senza garanzia del bene comune e, soprattutto, senza il primato della politica.

Fatta questa premessa, parlare di Death-Economy, cioè di economia di morte, appare con evidenza un controsenso semantico, un vero e proprio ossimoro. La stessa tradizionale contrapposizione fra ecologia ed economia andrebbe forse rivista, se al secondo termine restituiamo il senso originario di gestione dei beni comuni della collettività, regolato da quel metron che porta in sé il concetto ecologico ed etico di ‘limite’, sia soggettivo sia oggettivo, all’accumulo di ricchezza.

Le leggi (nomìa) che regolano la produzione e la distribuzione della ricchezza in qualunque collettività (oikos) dovrebbero avere origine, infatti, proprio da quel senso della misura che impone limiti precisi all’arricchimento sfrenato di alcuni a danno di altri e dell’intera comunità.  Non si tratta di una visione utopica ed ideale, ma piuttosto di un’impostazione alternativa che ha radici “antiche come le montagne”, per citare una nota espressione di Gandhi, non a caso teorizzatore del sarvodaya (trad.: “bene di tutti”, lo “sviluppo comune”) inteso proprio come “economia di condivisione”.

“Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza, che alla fine ci conduce diritti alle bombe atomiche– scriveva già nel lontano 1945 Joseph C. Kumarappa, definito “l’economista di Gandhi” – […] In un’economia sarvodaya sottolineeremo i valori umani anche in riferimento ai prezzi e ai costi, piuttosto di usare questi ultimi come guida per la produzione materiale. […]Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio del possedere, mentre l’unicità del sarvodaya risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni dolore  grazie all’empatia del nostro prossimo […] Sarvodaya, con la condivisione della vita, è l’unica soluzione all’egoismo materiale che può portare alla distruzione della civiltà…” (J. P. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa: Centro Gandhi, 2011, P.37).

L’alternativa tra economia di condivisione e di vita ed economia di morte, dunque, era già ben chiara quasi 70 anni fa. Si tratta di una contrapposizione che affonda nella polis dei Greci ed arriva fino agli economisti alternativi come Barry Commoner, secondo il quale “Possiamo ricavare una lezione fondamentale dalla natura: niente può sopravvivere sul pianeta se non diventa parte cooperativa di un tutto più vasto e globale” (B. Commoner, Il cerchio da chiudere, Milano: garzanti, 1987, p.60).

Chiudere il cerchio dell’economia ecologica e nonviolenta, insomma, vuol dire rivedere la nostra stessa idea di economia, giungendo a quella “Eco-economy” di cui ha parlato Lester R. Brown nel suo omonimo libro del 2001. Già dieci anni fa, infatti, egli denunciava che l’attuale economia “sta distruggendo i sistemi che la sostengono e dilapidando le risorse che costituiscono il suo capitale naturale. Le domande dell’espansione economica, così come sono strutturate oggi, stanno superando le capacità produttive degli ecosistemi…” (L. R. Brown, Eco economy – Una nuova economia per la Terra, Milano: Editori Riuniti, 2003, p.30).  Costruire una nuova economia di vita e sconfiggere quella di morte, allora, è la sfida fondamentale per chi vive la tragedia attuale di una folle ricchezza che produce povertà e di uno sviluppo che genera sottosviluppo. E’ un imperativo categorico per chi non si rassegna ad accettare supinamente che i beni comuni siano accaparrati da pochi e che questi ultimi possano scatenare guerre per difendere i loro assurdi privilegi, dando così un’immagine chiara, sebbene fosca, di ciò che s’intende per “economia di morte”. Eppure il problema è molto più antico e altrettanto antica ne è la consapevolezza e la sfida all’ineluttabilità di una visione “krematista” più che propriamente “eco-nomica” del mondo.

“Fin dove volete arrivare, ricchi, con le vostre insane brame? Volete forse essere i soli ad abitare la Terra? Perché cacciate colui con cui avete in comune la natura e pretendete di possedere per voi la natura? La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? La natura che tutti partorisce poveri, non conosce ricchi. […] La natura dunque ignora le distinzioni quando nasciamo, le ignora quando moriamo. Ci crea tutti uguali….” (Ambrogio, Naboth, 12,53 , Milano-Roma 1985, pp.131-33).

Le parole di uno dei più grandi “dottori della Chiesa” –  scritte intorno al 390 d.C.- e quindi 1600 anni fa, ispirandosi a sua volta alla triste storia di Naboth, raccontata nel I Libro dei Re – ci riportano ad una saggezza antica che l’umanità ha smarrito, ma che deve assolutamente recuperare. Prima che sia troppo tardi e che la logica della distruzione e della morte prevalgano su quella della costruzione comune e della vita.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA LEZIONE DI SYRIZA

Lo slogan elettorale di SY.RIZ.A. – la Coalizione della Sinistra Radicale che si è presentata alle ultime elezioni politiche in Grecia – è: “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza”. E’ indubbiamente un motto difficile da far accettare a chi sta vivendo sulla sua pelle una crisi economico-politica particolarmente grave. Eppure, e proprio per questo, l’esortazione di SYRIZA a sperare in un vero cambiamento è stata accolta positivamente da oltre un quarto degli elettori greci, consentendo l’elezione di ben 71 deputati della Coalizione, che diventa il secondo partito nel Parlamento.

Non ho nessuna intenzione di lanciarmi in commenti su questa significativa svolta ellenica né voglio atteggiarmi a politologo senza averne la qualificazione. Da ecopacifista, però, non posso fare a meno di sottolineare come SYRIZA sia riuscita a far convivere le tradizionali istanze della sinistra socialista (giustizia retributiva, tassazione dei profitti finanziari, nazionalizzazione delle banche, abolizione dei privilegi fiscali, diritto alla salute per tutti, recupero dei contratti collettivi e lotta alla precarietà occupazionale etc.), con quelle dei movimenti per la democrazia dal basso e pacifisti (tutela dei diritti umani e socio-sanitari dei migranti, laicità dello stato, opposizione alla privatizzazione della sanità e dell’istruzione, diritto all’obiezione di coscienza, chiusura delle basi straniere ed uscita dalla NATO, taglio delle spese militari etc.).

C’è però un aspetto che non emerge dalla sintesi del programma in 40 punti, diramata da SYRIZA ed ovviamente ripresa da tutti i media, probabilmente senza nemmeno andarsi a guardare il programma originale: la posizione della coalizione della sinistra radicale greca sulle principali questioni ambientali. Anche i punti programmatici riguardanti la pace ed il disarmo, nella sintesi – pubblicata tra l’altro su: http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza  – risultano meno significativi, se estrapolati da un’impostazione più globale.

Sì, è vero. Il Programma elettorale pubblicato sul sito ufficiale di SYRIZA ( http://www.syriza.gr/ ) è scritto rigorosamente ed esclusivamente in lingua greca, elemento che non invita esattamente a cimentarsi in “versioni” in italiano, soprattutto in questi delicati tempi di maturità…  E’ pur vero che per capire qualcosa di più bisogna fare qualche piccolo sforzo e, in questo senso, un grande aiuto viene da programmi di traduzione rapida (seppur molto approssimativa) come Google Translator e simili, reperibili facilmente sul web.

I punti del corposo “programma” (sì, in greco di dice proprio così…) sui quali mi sono soffermato sono stati, ovviamente il n° 1 (Programma per la Politica Estera e di Difesa) ed il n° 7 (Posizioni programmatiche per l’Ambiente e la Qualità della Vita).  All’impostazione pacifista di SYRIZA avevo già accennato prima, citando i punti della sintesi che parlano – senza se e senza ma – di tagli alle spese militari, obiezione di coscienza, smilitarizzazione dei corpi di polizia, chiusura delle basi militari e fuoriuscita della Grecia dall’Alleanza Atlantica. Leggendo il testo integrale del programma, però, emergono aspetti più interessanti, fra cui la considerazione che in campo internazionale la diplomazia deve prevalere sui rapporti gestiti dalla Difesa, la difesa dei diritti del popolo palestinese, o anche il totale rigetto dell’idea stessa delle cosiddette “guerre umanitarie” o “per la democrazia”.  Al punto 6 di questo capitolo, ad esempio troviamo scritto: “Noi crediamo che la nuova dottrina della NATO e il piano per il cosiddetto “scudo antimissile” aumenti il rischio di guerra, in particolare nella nostra regione. La Grecia dovrebbe collaborare con altri paesi per impedire l’attuazione di questi piani. Perseguiremo il ritiro immediato della forza greca in Afghanistan e in altre missioni militari della NATO o dell’Unione Europea. Rimane stabile e irreversibile posizione strategica per noi la necessità di disimpegnarsi dalla NATO. Siamo consapevoli delle difficoltà di questa posizione. Ma crediamo che gli sviluppi internazionali confermano la correttezza della nostra posizione.”  Tale posizione di SYRIZA è del resto contenuta nel titolo stesso del capitolo sulla politica di difesa, che dovrà essere, appunto: “…nuova, indipendente, attiva e pacifica”

Dove invece la sintesi programmatica in 40 punti tace del tutto, mentre sarebbe stato opportuno  mettere in luce questi aspetti, è il citato settimo capitolo, dedicato alle questioni ambientali e relative alla qualità della vita, e quindi a quell’ecosocialismo che è di fatto una delle componenti fondamentali della coalizione greca.

Il primo paragrafo di questa trattazione, infatti, si apre con una frase emblematica: “L’energia è un bene comune” e prosegue indicando le priorità per una politica energetica eco-sostenibile, a partire dal risparmio energetico (“Il principale obiettivo della politica energetica è quello di risparmiare energia e aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori”) e dalla pianificazione di risorse energetiche alternative (“In aggiunta a quanto sopra, SYRIZA / EKM s’impegna a sviluppare un programma a lungo termine di pianificazione energetica, per ridurre la produzione da combustibili fossili e le emissioni di gas serra e per la penetrazione delle fonti rinnovabili, al fine di diversificare radicalmente il modello energetico”).

Certo, il programma si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali della questione energetica (prezzo popolare delle risorse, incentivi per i singoli e disincentivi per i grandi consumatori (“…la questione dei prezzi dell’energia per i consumatori residenziali deve essere determinato non dal mercato ma dalle priorità sociali…”). E’ però il caso di sottolineare che SYRIZA si caratterizza anche per una proposta autenticamente eco-sostenibile, facendo appello alle istituzioni accademiche, di ricerca e scientifico-tecnologiche affinché la Grecia possa dotarsi di un moderno sistema di produzione e distribuzione di energia, ricorrendo principalmente alle fonti rinnovabili e diffuse. E’ scritto infatti:

“In questo contesto, l’uso del suolo nelle zone rurali terrà conto della necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, per quanto possibile, a seconda delle caratteristiche specifiche di ciascuna regione geografica, della necessità per la gestione e la distribuzione dell’energia prodotta inizialmente a livello locale, e parallelamente della necessità d’integrare tutte le varie unità decentrate nel sistema energetico nazionale  […] Nel complesso, si prescrive uno standard di autosufficienza energetica, di sicurezza e di gestione decentrata…”

Si tratta proprio delle priorità che da anni si sono dati gli ambientalisti italiani, ed in particolare noi del Comitato Campano che ha promosso la legge regionale popolare sulla cultura e diffusione dell’energia solare. L’autosufficienza energetica, unita con la gestione decentrata e ‘locale’ delle fonti naturali e rinnovabili, infatti, sono il punto centrale per chi vuole diffondere una visione totalmente alternativa, al tempo stesso rispettosa della natura e profondamente democratica.

Un altro punto importante, che troviamo nel programma di SYRIZA, è la: “…..ricerca e sviluppo di forme alternative di tecnologie delle energie rinnovabili e sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta da sistemi solari ed eolici”,  poiché ogni comunità deve puntare all’autosufficienza energetica, evitando costosi ed inutili trasferimenti di energie lungo reti spesso lunghissime e fonte di enormi sprechi, oltre che occasione di accaparramento di risorse che sono di tutti.

Bene, ho la sensazione che se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto.  Purtroppo il quadro della nostra realtà politica è molto più desolante e deprimente ed anche chi, qui in Italia, inneggia all’esperimento di SYRIZA, in effetti si guarda bene dall’uscire dal proprio misero orticello elettorale.  Ma anche noi abbiamo diritto a quella “speranza” di cui la coalizione della sinistra radicale greca ha saputo farsi portatrice, perché un sistema finanziario multinazionale, strettamente legato al complesso militare-industriale, non si sconfigge certo col velleitarismo dei gruppuscoli o col cinico trasformismo dei partiti, ma piuttosto con un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LAGO PATRIA: UN PREOCCUPANTE…NEO-NATO

        Lago Patria: un preoccupante…neo-NATO

di Ermete Ferraro *

  1. 1.     Contrastare la militarizzazione della Campania

Nel silenzio e nella generale disinformazione, è spuntato un nuovo, enorme, comando militare dellaNATO, nelle vicinanze del Lago Patria, e quindi nella zona litoranea del comune di Giugliano di Napoli. In un drammatico periodo, contrassegnato da una mai risolta   quanto artificiosa ‘emergenza rifiuti’ e da tanti problemi quotidiani per Napoli e la Campania, potrebbe sembrare fuori luogo mettersi a discutere di basi militari e di porti nucleari. Eppure, proprio perché la percezione della serietà di questi problemi da parte dei cittadini resta molto bassa, bisogna evitare che situazioni gravissime di militarizzazione del suolo e delle acque della nostra regione passino del tutto sotto silenzio. Subalternità politica e provincialismo dei media hanno contribuito al permanere d’una generale disinformazione su temi come il rischio nucleare (che minaccia da anni i porti di Napoli e di Castellammare di Stabia) oppure la realizzazione d’un gigantesco comando ‘alleato’ in prossimità del Lago Patria e del litorale giuglianese-domizio. Le poche notizie su questi argomenti, se e quando riescono a raggiungere i cittadini, danno comunque per scontato che si tratta di qualcosa che non riguarda la loro vita ed i loro interessi, ma alte strategie politico-militari sulle quali, in ogni caso, essi non avrebbero modo d’intervenire e di esprimere un’opinione. Ebbene, contro quest’espropriazione del diritto di sapere e di criticare credo che bisogna lanciare una seria campagna di controinformazione, per accrescere la consapevolezza della gente. Bisogna fare in modo che si formi un’opinione pubblica più informata e critica, che non debba  sottostare ai condizionamenti sia del sistema militare – per sua natura portato a classificare tutto come segreto – sia di politici senza scrupoli, faccendieri ed organizzazioni criminali, che vedono in queste operazioni delle appetitose occasioni per far circolare ed intercettare il denaro pubblico. E’ proprio ciò che vuol fare il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [1], che opera da molti anni come aggregazione di varie organizzazioni impegnate a contrastare il complesso militare-industriale ed a creare mobilitazioni – dal basso e con metodi nonviolenti – contro la logica perversa del militarismo e della guerra. I suoi principali obiettivi operativi, in questi ultimi tre anni, sono stati la lotta per la denuclearizzazione dei porti della regione ed il contrasto alla militarizzazione di sempre nuove aree del territorio.  Il fatto è che vivere in Campania vuol dire trovarsi immersi in una delle aree più militarizzate d’Europa. Cuore della strategia NATO ed USA, la stessa città di Napoli non si è mai liberata dall’occupazione militare dei suoi ex-Liberatori, costretta da decenni ad ospitare una realtà del tutto estranea. Una realtà svincolata dalle vigenti norme urbanistiche, ambientali e sanitarie, sottratta a qualsiasi controllo da parte di chi dovrebbe governare il territorio e, perciò stesso, al di sopra di ogni principio democratico di trasparenza e di sovranità territoriale. Basterebbe questo, a prescindere da altre considerazioni di carattere specificamente politico, perché i cittadini/e della Campania si debbano mobilitare in difesa dei loro diritti, contro l’arroganza di chi spadroneggia a casa loro, in nome di un’equivoca e non richiesta ‘protezione’.  Questo breve contributo (dopo quello sul rischio dei porti nucleari [2], si propone di fare chiarezza sulla vicenda del trasferimento del Comando NATO da Bagnoli al Lago Patria, in nome d’una democratica controinformazione su questioni che ci toccano tutti da vicino, ma anche per creare le premesse di una mobilitazione contro chi – da troppo tempo –  ha sempre più militarizzato suolo, acque e perfino l’etere della nostra Campania.

2. I precedenti (1980-2000)

Già negli anni ’80 definii questa città estranea dentro la nostra città col nome di Nàtoli e poi, da consigliere provinciale, ripresi quest’ironica denominazione in un articolo del 1992, pubblicato sulla rivista ufficiale dell’ente locale. [3] Il guaio è che, da un bel po’ di tempo, a chi amministra Nàtoli il solo territorio di Agnano, Bagnoli, Nisida e Capodichino stava ormai troppo stretto. Il peso dell’AFSOUTH e dei comandi integrati delle operazioni navali NATO-USA, infatti, era diventato eccessivo, passando dalla sola regione meridionale dell’Europa al controllo dei nuovi scenari strategici balcanici, medio-orientali e, più recentemente, arabo-africani. Ecco allora che, nel 1997, l’allora sindaco di Napoli Bassolino non si fece scrupolo di firmare un protocollo d’intesa col comando AFSOUTH, che prevedeva il suo trasferimento in una mega-struttura di 13 piani, da realizzare nel Centro Direzionale di Napoli. Com’è facilmente immaginabile, questo Pentagono partenopeo avrebbe avuto un enorme impatto urbanistico ed ambientale. Sarebbe stato collocato, infatti, nel bel mezzo di un’area cittadina densamente abitata, tra la stazione ferroviaria centrale, l’aeroporto civile e militare di Capodichino e lo stesso Centro Direzionale napoletano. Grazie all’intervento di “ScardiNATO” – un network ecopacifista promosso da Verdarcobaleno, da Rifondazione Comunista e dalla sezione napoletana di Pax Christi – in quell’occasione riuscimmo però ad opporre una dura reazione, accompagnata dall’informazione diretta dei cittadini dei quartieri popolari limitrofi e culminata in un pacifico corteo di protesta. Probabilmente non furono le proteste dei residenti e di quel comitato a far recedere i vertici NATO dalla progettata relocation del Quartier Generale di Bagnoli. Certo è che, in breve tempo, dell’ipotizzata megastruttura da realizzare al C.D.N. non si seppe più nulla. Ma – bisogna ammetterlo – la soddisfazione per l’obiettivo allora raggiunto ha fatto progressivamente venir meno la mobilitazione degli ecopacifisti napoletani che, negli anni successivi, non hanno saputo intervenire adeguatamente sulla scelta di una nuova area in cui trasferire il vecchio Quartier generale alleato. Dopo vari studi, infatti, essa era stata localizzata dalla NATO nel sito ad una ventina di chilometri a nord-ovest di Napoli, nei pressi del Lago Patria, che già ne ospitava una centrale per le telecomunicazioni, non lontano peraltro dalla potente stazione radar di Licola. La decisione su dove spostare la vecchia sede delle truppe alleate del Sud Europa – dal 2004 denominata Comando AJF (Allied Joint Forces) [4] – fu ratificata a Roma nel 2001 da un Protocollo d’Intesa, sottoscritto dall’amm. J. O. Ellis (Com.te in Capo dell’AFSOUTH) e dall’allora Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. M. Arpino.“Per facilitare il progetto – vi si spiega – fu formato il PMO (Ufficio Multi-nazionale per la Gestione del Progetto. Il suo compito era indicare una moderna struttura per monitorare lo stato dell’arte, che avrebbe massimizzato l’efficienza operativa, ma anche fornito l’intera gamma delle attrezzature ricreativo-assistenziali. Per un progetto di così largo ed alto profilo, il supporto della nazione ospitante è essenziale, per cui il Ministero della Difesa italiano ha generosamente provveduto ad una squadra di collegamento specializzata, il ‘Progetto AFSOUTH 2000’. I suoi compiti includono le relazioni – a nome e per conto di AFSOUTH – con le autorità locali, relativamente a svariate questioni, come la pianificazione delle licenze, gli standard nazionali e la fornitura di servizi pubblici. Nel loro insieme, l’AFSOUTH e la squadra italiana formano il JPCO (Ufficio di Coordinamento Congiunto del Progetto” [5].  Un anno dopo, nel marzo 2002, il nuovo Comandante in Capo della struttura alleata consegnò al Vice-Capo di Stato Maggiore italiano, gen. V. Camporini, il progetto completo del nuovo Quartier generale e delle attrezzature annesse. Completata la gara d’appalto internazionale da parte del governo italiano, ad aggiudicarsi il contratto per la realizzazione delle opere civili fu un consorzio temporaneo d’imprese formato dalle società per azioni italiane “Condotte” e “Sirti”.  Il primo gruppo è la storica società cui sono stati affidati i lavori per l’Alta Velocità nei tratti TO-MI e RM-NA, nonché il faraonico progetto “Mose” a Venezia e, come Eurolink, la realizzazione del progettato ponte sullo stretto di Messina. La seconda è una nota azienda che, da decenni, realizza reti per telecomunicazioni, informatica e sicurezza.

3. Il progetto del complesso “AFSOUTH 2000”

Il nuovo complesso si estende su una superficie di 330.000 metri quadri e, secondo i suoi progettisti, dovrà fornire servizi integrati ad una comunità ampia, impegnata e multinazionale. Ecco perché, in aggiunta all’enorme stabile del Quartier Generale, sono stati previsti anche un Centro Comunitario e tre edifici per alloggi, riservati specificamente al personale NATO di nazionalità statunitense, britannica ed italiana. Nei sei piani – quattro rialzati e due interrati – che compongono il nuovo Comando, sarà ospitato non solo l’AFSOUTH, ma anche il Comando Navale Alleato del Sud-Europa (NAVSOUTH), quello delle Forze di Attacco e di Supporto nella stessa area operativa (STRIKFORSOUTH), nonché le unità di supporto nazionali. E’ stata progettata infine una grande sala-stampa multimediale. Annessi al nuovo Centro Comunitario, infine, ci saranno attrezzature ricreativo-sociali per il personale, fra cui una piscina, una palestra, un campo da tennis e vari punti vendita. E’ stata prevista, inoltre, un’integrazione al progetto, in modo da realizzare anche la struttura che ospiterà la Scuola Internazionale per i figli del personale alleato, la cui sede attualmente si trova nel complesso JFC di Bagnoli. Quello che fa impressione sono i numeri del nuovo complesso, snocciolati dallo stesso sito del JFC.: 2.100 militari e 350 civili presso il Q.G.; 85 chilometri quadri di spazi pavimentati; 600 chilometri di cablaggio; una rete di ben 2.000 computer; 2.227 spazi per parcheggio; 3 chilometri di recinzione perimetrale; 400 persone alla volta servite dalla mensa internazionale; 3 chilometri quadri designati come ‘area a verde’; un auditorium da 300 posti. Un elemento interessante è l’attenzione per alcuni aspetti ambientali, come un’esposizione solare ottimale, per ridurre lo spreco di elettricità e, allo stesso tempo, un sistema per ombreggiare i locali, allo scopo di limitare l’utilizzo di condizionatori d’aria. Gli stessi parcheggi esterni non sono stati pavimentati per intero, per evitare l’impermeabilizzazione del suolo con un migliore drenaggio delle acque pluviali. Dal sito del noto studio di architettura “M. A. Arnaboldi e Patners” che ha curato la consulenza strutturale del progetto [6], si ricavano altri interessanti dati sulla mega-edificio del nuovo Comando NATO del lago Patria. Il volume di costruito è pari a 282.000 metri cubi, su una superficie globale di oltre 60.000 metri quadri, con 2 piani interrati, 1 piano terreno ed altri 4 piani superiori. Il complesso, realizzato in cemento armato sotto e in ferro per le parti elevate, raggiunge un’altezza di 17,30 metri fuori terra. La progettazione è stata affidata agli architetti Camillo e Alessandro Gubitosi, affiancati dagli ‘strutturisti’ Arnaboldi e Chesi e da uno stuolo di collaboratori. La progettazione degli impianti tecnici è stata affidata alla “Cormio Engineering” di Desenzano sul Garda (BS), specializzata in ambito militare e membro del consorzio COIPA. Da altre fonti si ricavano ulteriori dati conoscitivi sull’edificio della “Afsouth 2000”. Ad esempio, sappiamo che gli uffici operativi del Comando NATO saranno ubicati soprattutto nei due piani interrati – presumibilmente per motivi di sicurezza – mentre i cinque piani fuori terra ospiteranno uffici, servizi, depositi ed altri tipi di locali organizzativi, spalmati su 40.000 metri quadri a piano. Al piano copertura, infine, vi è un’area destinata ad alloggiare gli impianti tecnologici, sistemati nella intercapedine del tetto del complesso. L’intera struttura è sottoposta a una classificazione sismica di 3a categoria ed è, ovviamente, protetta da eventuali attacchi terroristici. Da fonti giornalistiche, poi, emerge che, tra residenti e fruitori esterni del nuovo comando, il bacino sarà molto più ampio, intorno alle 5.000 persone. Sono numeri tali, però, da aver subito destato preoccupazione sul piano della mobilità da e per il complesso “Afsouth2000”.  Un numero enorme, se si pensa alla carenza di infrastrutture e vie di collegamento adeguate, in grado di fronteggiare un esodo così massiccio. La costruzione del quartier generale statunitense, una delle basi più grandi d’Italia, anche più della chiacchierata Vicenza, preoccupa e non poco il sindaco Giovanni Pianese, allarmato per gli effetti che gli insediamenti potrebbero avere su un territorio già di per sé devastato da scempi edilizi. Trasferire oltre 500 nuove famiglie senza garantire i necessari supporti logistici ed infrastrutturali, secondo il sindaco di Giugliano, potrebbe comportare il collasso definitivo della zona litoranea. Per questo l’amministrazione comunale, su indicazione dell’assessorato ai Trasporti delle Regione Campania, ha evidenziato come sia il settore dei trasporti quello che ha la maggiore urgenza di essere rivoluzionato, per fronteggiare in modo adeguato l’arrivo di un numero di persone così alto. Sarà affidato ad un professionista esterno, da scegliere attraverso una specifica procedura, il compito di redigere uno studio di fattibilità di un piano di mobilità, un piano di sicurezza stradale e di un piano traffico per migliorare l’accessibilità al nuovo insediamento. Lo studio andrà ad integrare quello già effettuato dagli esperti dello ‘Studio Pisciotta P. & Co.’ di Napoli, commissionato dagli stessi americani, ritenuto però carente in alcuni suoi punti dall’assessorato ai Trasporti della Regione Campania.[7]

4. Le questioni emergenti con l’apertura del nuovo Comando NATO

Al di là del facile umorismo sui ritardi nella realizzazione di un complesso (che gli stessi militari della NATO sembra abbiano ribattezzato “Afsouth 3000”…) per l’estate del 2012 sembra comunque prevista la fase conclusiva della relocation del Comando alleato da Bagnoli al Lago Patria e per i primi mesi del 2013 è fissata l’apertura ufficiale della struttura. Il progetto ha abbondantemente assorbito il finanziamento di circa 165 milioni di euro da parte della NATO e l’Italia, in quanto paese-membro, ha già sborsato la sua quota. Ma quanto ci costa veramente questo ingombrante trasloco? Il problema tecnico più delicato sembra che sia trasferimento della rete di comunicazioni, mentre sarebbero in ritardo le infrastrutture esterne al Comando, di competenza delle autorità nazionali e locali italiani. Per rendere operativo il Comando, inoltre, c’ è bisogno dell’allacciamento della rete fognaria e bisogna raddoppiare gli assi viari esistenti, rendendoli capace di sopportare un traffico di 1400 auto nelle ore di punta. In particolare, la NATO ha invitato il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della giunta provinciale Luigi Cesaro ed il sindaco di Giugliano Giovanni Pianese ad un sopralluogo per accelerare sui lavori esterni. Scriveva Stella Cervasio, sul quotidiano “la Repubblica”, ad aprile dello scorso anno:“ Il T Day si compirà alla fine del 2012. Primo dicembre. Suona apocalittico, è invece il termine entro il quale la Nato si trasferirà nel nuovo quartier generale al Lago Patria in via di completamento. Ieri lo ha reso noto il comandante del Jfc Naples ammiraglio Samuel J. Locklear III, che ha ricevuto il governatore Stefano Caldoro e il presidente della Provincia Luigi Cesaro all’ interno delle strutture in costruzione. Qualche bacchettata agli enti locali non è mancata: le infrastrutture subiscono ritardi e il comando Nato è corso ai ripari. […] Il ritardo effettivamente c’ è, e riguarda proprio le infrastrutture. «Sono disponibili 21 milioni di fondi Fas – ha detto il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese- recuperati per le opere mancanti». Il governatore Caldoro ha proposto la nomina di un commissario che prema sull’ acceleratore, che dovrebbe essere proprio il primo cittadino dell’ area interessata, Pianese. «Siamo già in contatto con il sottosegretario Gianni Letta – ha detto Caldoro – con il quale ci incontreremo a breve». E il presidente della Provincia Cesaro: «Il trasferimento da Bagnoli al Lago Patria avverrà entro giugno del prossimo anno e per quella data dovremo essere al passo con le infrastrutture. La Provincia dovrà migliorare la viabilità e per questo sono previsti 5 milioni di euro, c’ è già uno studio di fattibilità che sarà alla base di un protocollo di intesa fra Presidenza del Consiglio dei ministri, Regione, Provincia, Comune di Giugliano e comando Nato. Un’occasione di crescita da non sottovalutare». [8]                                            Il tempo è passato, i soldi pubblici sono stati stanziati, ma ancora non è chiaro quanto questa colossale operazione venga a costare alla comunità locale, sia in termini strettamente economici, sia per quanto riguarda le questioni di sicurezza e quelle igienico-sanitarie. Comunque, facendo un po’ di conti, se sommiamo ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (e pagati in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie, cui si aggiungerebbero altri 5 milioni erogati dall’Amministrazione Provinciale [9], arriviamo alla somma di oltre 190 milioni di euro (circa 380 miliardi di vecchie lire…), cui ovviamente vanno aggiunte altre voci non dichiarate. Si tratta di una cifra spaventosa, soprattutto se pensiamo si tratta di un comando strategico di un’Alleanza militare da oltre un decennio ormai priva della controparte. Per comprenderne l’entità, del resto, basta pensare che per il recupero del centro storico di Napoli, dichiarato dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”, sono stati stanziati appena 10 milioni di euro, in più annualità…..Si tratta di decisioni difficili da far digerire alla comunità locale. Ecco, allora, che ai cittadini del litorale giuglianese sono state offerte, in cambio del terremoto urbanistico ed ambientale provocato dal nuovo insediamento militare, delle “compensazioni” in termini di finanziamenti per opere infrastrutturali. Si tratta del prezzo da pagare per il ‘disturbo’ arrecato, e non importa se a tirare fuori i soldi sono gli stessi cittadini della Campania e se si tratta di somme molto sostanziose e, com’è ovvio, estremamente appetibili per le organizzazioni camorristiche locali. Leggendo bene le dichiarazioni del sindaco Pianese, veniamo informati che:  “L’accordo Operativo prevede il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 1) ‘collettore via San Nullo’ per un importo di 5,4 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 3) ‘collettore via Madonna del Pantano’ per un importo di tre milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 4) ‘collettore via Grotta dell’Olmo’ per un importo di 3,1 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 2) ‘collettore viale dei Pini e interventi di adeguamento funzionale’ per un importo di 3,7 milioni di euro” [10]. La verità è che, come giustamente denunciava un anno fa il collettivo anarchico di Livorno, le spese sono state giustificate in nome della solita storiella, secondo la quale questo genere di strutture militari rappresenterebbero un’importante occasione di sviluppo economico ed occupazionale, e quindi una sorta di ‘investimento sociale’. Non a caso, infatti, si è attinto ai FAS, che servono a finanziare lo sviluppo locale e non certo faraoniche strutture che servono solo ad organizzare meglio le presenti e le future guerre nel sud-est del pianeta.           “Insomma – commentavano ironicamente gli autori dell’articolo – i denari stanziati dalla Regione e dal governo per la base NATO di Giugliano, in quanto sotto la voce “fondi Fas”, passeranno alla storia finanziaria del Paese come spese per lo sviluppo del Mezzogiorno, secondo la regola aurea che impone che al danno debba sempre accompagnarsi la beffa…” [11]

 5. Problematiche e indicazioni operative per una mobilitazione popolare

Le fonti di documentazione su ciò che sta accadendo al Lago Patria – a parte quelle citate e qualche altra notizia generica – dimostrano quanto sia grande la disinformazione dei cittadini ma anche la…distrazione dei movimenti politici, sindacali, ambientalisti e degli stessi pacifisti su questa sconcertante vicenda. Ecco perché bisogna recuperare il tempo perduto e lanciare una campagna d’informazione ed opposizione a quest’ennesima occupazione militare del nostro territorio, che di tutto ha bisogno meno che di nuove basi USA e NATO. Il primo elemento per ogni mobilitazione nonviolenta è, ovviamente, la controinformazione e la crescita della consapevolezza della comunità locale, finora rimasta silenziosa o perfino abbagliata dal miraggio dei possibili investimenti in quell’area.  E’ evidente, a tal proposito, che è già partita invece la campagna di sensibilizzazione e di ‘fraternizzazione’ con la comunità locale, messa opportunamente in atto dalle ‘relazioni pubbliche’ del Comando JFC di Napoli, coinvolgendo anche l’amministrazione comunale e membri della cittadinanza in incontri bilaterali, come riferito dallo stesso sito della NATO [12)  E’ per questo motivo che il Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio – Campania  si sta adoperando perché tutte le organizzazioni democratiche presenti in quel territorio s’incontrino e stabiliscano un osservatorio permanente sull’insediamento Afsouth 2000 al Lago Patria. Bisogna studiare il progetto da tutti i punti di vista, verificare le autorizzazioni e licenze rilasciate dall’ente locale, ma anche monitorare chi concretamente sta operando in loco, tenuto conto del fatto che si tratta di un territorio dove da sempre spadroneggia la camorra. Si sta cercando, quindi, di organizzare pubbliche assemblee con i cittadini, per informarli di quello che sta accadendo e delle ricadute negative – ambientali, sanitarie e socio-economiche – di questa faraonica struttura.  Occorre una rinnovata capacità di mobilitazione popolare, oltre che di prese di posizione più chiare da parte di organizzazioni sociali e politiche strutturate – per impedire che tutto si realizzi senza un’opposizione, ferma e responsabile, ad un progetto che non porterà né sviluppo né occupazione, ma solo nuove servitù militari, rischi nucleari e da emissioni elettromagnetiche, con evidenti danni alla comunità locale ed alle stesse attività turistiche del litorale giuglianese-domizio. Si tratta, infatti, di un territorio nel quale si concentrano non solo enormi rischi per la salute e l’ambiente – dovuti alle discariche ufficiali ed abusive ed all’inceneritore che si vuole realizzare – ma anche tre siti militari di grande peso strategico: il centro telecomunicazioni e nuovo comando NATO di Lago Patria, il centro radar di Licola e la base aerea USA di Gricignano di Aversa. Il vero problema, allora, è riuscire a fare una controinformazione efficace, facendo uscire la popolazione locale dal torpore rassegnato, spesso misto all’illusione di trarre qualche vantaggio da una simile, abnorme, situazione. Per conseguire il risultato della mobilitazione di cittadini consapevoli e determinati, bisogna distinguere opportunamente i vari problemi connessi all’apertura del nuovo comando JFC di Lago Patria, per poi mostrarne le varie interconnessioni.

1.      Rischi per la salute > L’area in cui si è deciso di trasferire il quartier generale della NATO per l’Europa Meridionale è una delle più disastrate del nostro Paese – e forse d’Europa – dal punto di vista ambientale e sanitario. Una persona estremamente documentata ed attiva, su questo piano, è Giampiero Angeli, un colonnello dell’Esercito Italiano in pensione, vittima in prima persona di quest’inquinamento ed autore di un libro-denuncia dal significativo titolo “Veleni nelle terre di camorra”. [13] Questo e-book (la cui sintesi è possibile trovare in un video dello stesso autore [14] ) costituisce infatti una fonte molto importante per comprendere quanto e come la malavita organizzata sia riuscita ad intossicare una delle aree più fertili della Campania. Citando fonti ufficiali (SOGIN, APAT, ARPAC e la stessa US Navy…), il col. Angeli riferisce puntigliosamente sulle analisi effettuate da questi enti, che attestano la presenza nel territorio di Castelvolturno e del litorale giuglianese di una quantità incredibile di sostanze tossiche. Sono metalli pesanti (antimonio, arsenico, cobalto, cromo, mercurio etc.), ma anche fluoruri, nitriti, solfati, diossine, furani, fitofarmaci come il DDT, idrocarburi policiclici aromatici e perfino amianto.                                                                           In Campania c’è un problema globale di inquinamento: qui, grazie agli “amici di Casale”, siamo al vertice dell’inquinamento mondiale. […] Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno…” [15]  Questa situazione, per la sua stessa enormità, può diventare un serio argomento per contestare l’assurdità della scelta di collocare proprio in questa terra di veleni e di camorra un faraonico comando strategico. Esso, infatti, accrescerà l’urbanizzazione del territorio del litorale giuglianese (si parla di 5.000 presenze in più), con tutte le conseguenze negative sull’inquinamento dell’aria, delle acque e dell’etere, dovuto ad enormi antenne che producono elettrosmog. Il fatto che il quartier generale alleato sia stato posizionato in un’area che la stessa NATO ritiene inadeguata ed a serio rischio per la salute, pertanto, può consentire un discorso rivolto sia alla popolazione civile sia a quella militare, in nome della tutela del fondamentale diritto di tutti alla salute.

2.      Rischi per la sicurezza > Probabilmente in nessun’altra parte si registra, a distanza di pochi chilometri, una simile concentrazione d’installazioni militari. Il “triangolo” Gricignano-Lago Patria-Licola, infatti, ha militarizzato in modo intollerabile questa sventurato territorio della Campania. Contiguo all’area Nola-Acerra-Marigliano (che la rivista scientifica “Lancet” definì “il triangolo della morte” ), dominato dalla camorra, sede non solo di discariche abusive di rifiuti di ogni genere ma anche di enormi discariche ufficiali, come quella di “Taverna del re”, il territorio giuglianese è stato designato anche ad ospitare il nuovo inceneritore della Campania. L’assurda tendenza a fronteggiare il dissenso delle popolazioni locali militarizzando i siti di stoccaggio e gli impianti per la c.d. ‘termo-valorizzazione’ dei rifiuti, inoltre, accresce la sensazione di trovarsi in un’area di guerra, dove però gli avversari non sono i camorristi bensì i cittadini che protestano…Non bisogna essere dei ‘profeti di sventura’ per notare che la concentrazione in un’area così ristretta di due impianti per telecomunicazioni e rilevazioni radar, d’una base aeronavale USA e del comando della  NATO per tutto lo scacchiere strategico meridionale accresce enormemente anche i rischi per la sicurezza della comunità locale. Che si tratti di atti di terrorismo oppure di potenziali risposte armate all’accresciuta tensione militare della NATO sui paesi del nord-Africa e del vicino e medio Oriente, sembra difficile negare che l’incredibile vicinanza di simili impianti possa trasformare questa zona in un evidente obiettivo strategico.

3.      Rischi per l’ambiente > Ho già fatto cenno ai rischi sanitari ed ambientali per  l’inquinamento elettromagnetico dovuto alle antenne per telecomunicazioni militari del nuovo comando JFC di Lago Patria, sia preesistenti sia di nuova installazione. Su tale questione il Comitato Pace e Disarmo solleciterà un monitoraggio da parte degli enti competenti ed effettuerà verifiche sulle relative autorizzazioni amministrative e sanitarie. Esistono però anche altre problematiche ambientali, derivanti dalla prevedibile urbanizzazione aggiuntiva, autorizzata o abusiva, intorno all’area del quartier generale della NATO. La realizzazione d’infrastrutture civili a servizio della base militare (fognature e sottoservizi vari), infatti, ha già accresciuto il valori dei terreni ancora abbandonati e di natura paludosa che la circondano, facendo crescere gli appetiti degli speculatori. E’ inutile dire che un aumento notevole della popolazione residente, fra l’altro, accrescerà i già presenti problemi di viabilità, aumentando il tasso d’inquinamento atmosferico, e che la stessa produzione di rifiuti urbani metterà a dura prova la fragile struttura di raccolta, riciclaggio e smaltimento degli stessi.

Concludendo, mi sembra che la somma di queste sole tre gravi problematiche, a prescindere dall’opposizione alla dilagante militarizzazione del territorio ed alla stessa ragion d’essere di un’alleanza militare come la NATO, basti a creare un variegato fronte di mobilitazione dei cittadini di Giugliano. Rivendicare il diritto alla salute, alla sicurezza ed alla tutele dell’ambiente sono questioni che trovano la loro prima fonte nella stessa Costituzione della nostra Repubblica, ma che richiedono una particolare determinazione in un territorio dove nulla è davvero normale.  Le responsabilità dei politici sono enormi e vanno denunciate. E’ però giunto il momento di riscoprire il protagonismo della gente e nuove forme di lotta nonviolenta, coinvolgendo tutti i soggetti che non si rassegnino ad accettare passivamente l’aggressione al territorio e la sua sottrazione alle norme basilari della dialettica democratica.

NOTE:

1. Visita il sito: www.pacedisarmo.it

2. Ermete Ferraro, A propulsione antinucleare, Napoli, 2010 (pubbl. su Pace e Disarmo)

3. Ermete Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, 1992, XIV-1/3, Napoli, Ann.Prov. di Na.

4. http://www.jfcnaples.nato.int/

5. http://www.jfcnaples.nato.int/page11545845.aspx

6. http://www.arnaboldiepartners.it/NAPOLI/NAPOLI.html

7. A. Mangione, “Lago Patria: nel 2012 l’apertura della base NATO, InterNapoli.it , 19.01.2010 http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=17281 – Leggi anche l’articolo sulla recente visita dell’Amm. Bruce W. Clingan (Comandante del JFC) al compound di Lago Patria > http://www.jfcnaples.nato.int/page372603537.aspx

8. Stella Cervasio, “NATO, via al trasferimento da dicembre al Lago Patria”, la Repubblica, Napoli, 2 aprile 2011

9. L. Cesaro, “La nuova base di lago Patria un’opportunità per il territorio”, Ag. Stampa La Provincia di Napoli, 01.04.2011

10. Giugliano, Base Nato: compensazioni ambientali per insediamento militare a Lago Patria” , redazione di Julie News, 02.03.2011

11. “Locklear si fa la base NATO a spese della Regione Campania”, in Collettivo Anarchico Libertario, Livorno, 09.04.2011 (da www.comidad.org)

12. vedi: http://www.jfcnaples.nato.int/page372604617.aspx  

13.http://www.lafeltrinelli.it/products/9788865420942/Veleni_nelle_terre_della_camorra/Giampiero_Angeli.html  

14. http://www.youtube.com/watch?v=ZcyYIOA4eC0

15“Ecco come i Casalesi mi hanno avvelenato”, articolo-intervista a G. Angeli di V. Ceva Grimaldi, pubblicato da “Terra” il 18.02.2010 (http://www.terranews.it/category/tag/giampiero-angeli )

PER LA NOSTRA TERRA, GIORNO DOPO GIORNO.

In occasione della Giornata Mondiale della Terra (22 aprile 2012), si sono moltiplicate le iniziative per fare il punto sull’impatto della nostra distruttiva impronta ecologica sul Pianeta azzurro e per proporre azioni concrete per invertire la rotta. Quest’anno la parola d’ordine è stata: “Mobilitiamo il Pianeta”, per sottolineare sia l’urgenza di questa “conversione ecologica” sia la necessità di coinvolgere al massimo la gente qualunque e di qualsiasi paese in tale ‘mobilitazione’ generale.

Persone che, giustamente, sono arcistufe di costosi ed inconcludenti summit e, più in generale, delle solite passerelle internazionali, che lasciano il tempo che trovano o, peggio, fanno trasparire l’impegno puramente formale dei governi. Al contrario – sottolinea il sito web italiano per l’Earth Day (http://www.giornatamondialedellaterra.it/terra/?p=2542 ) – “…il popolo ambientalista … si sta decisamente orientando verso una sensibilità diffusa, quotidiana e costante” e sempre più persone (si parla di un miliardo…) manifestano l’intenzione di darsi da fare per proteggere la Terra, attraverso tantissime buone azioni dirette oltre che con la pressione democratica su organizzazioni e governi che continuano ad andare nella direzione sbagliata.

La cosa più stupida da dire – ma che troppo spesso sentiamo ripetere proprio da quelli che dovrebbero richiamarci alla responsabilità – è che sarebbe la crisi economica, con la sua impronta recessiva, ad imporci priorità diverse, che pongono ovviamente in secondo piano la questione ambientale. Si tratta di un’affermazione, al tempo stesso, sciocca e maledettamente ipocrita, dal momento che la crisi economica mondiale e locale, frutto d’un modello di sviluppo iniquo quanto devastante, non si cura certo con una sempre maggiore mercificazione di ogni risorsa né attenendosi alle compatibilità di un sistema capitalista sempre più alla deriva.

In un mio precedente articolo, intitolato provocatoriamente “Un ambientalismo senza l’ambiente?” (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/01/un-ambientalismo-senza-lambiente/) mi sono già soffermato sull’assurdità di chi, pur ammettendo candidamente l’impatto umano come causa della preoccupante e progressiva modificazione degli ecosistemi terrestri, è giunto ad ipotizzare il superamento del concetto stesso di Natura come un romantico retaggio da sostituire con un rinnovato, fideistico, antropocentrismo. La teoria dell’Antropocene come nuova era geologica è, infatti, un’evidente mistificazione della triste realtà che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti e che ci porterebbe semmai a qualificare la nostra specie con la denominazione di “Homo Insipiens”.

Lo stesso insinuante e ricorrente appello allo “sviluppo sostenibile” ed al rilancio della “green economy” – se decontestualizzato e strumentalizzato – diventa l’ennesima mistificazione della Neolingua corrente. La verità – al di fuori degli arzigogoli retorici di chi parla per ossimori per confonderci le idee – è che la stessa parola sviluppo è stata per troppo tempo manipolata e ridotta erroneamente a sinonimo di crescita o di progresso, connotandola come un processo illimitato, rettilineo  ed a senso unico. Al contrario, proprio in base alla sua stessa etimologia, sviluppare si caratterizza come un’azione a spirale, che libera i soggetti da ciò che li ‘avviluppa’ (cioè li lega, bloccandone la capacità di esprimersi liberamente), facendone così emergere le capacità e valorizzandone le potenzialità.

Non a caso, chi parla di decrescita, come il gruppo italiano che ha promosso la mobilitazione per la Giornata della Terra (http://www.decrescita.com/) vuole richiamarci all’esigenza ed all’urgenza d’invertire il senso della nostra trionfalistica marcia verso la sottomissione totale dell’ambiente terrestre non tanto alle esigenze della specie umana, quanto di una ridotta percentuale di esso (non più del 20%) che vuole controllarne le risorse a danno del restante 80% dell’umanità, oltre che dei già compromessi equilibri ecologici.

Il mio amico e maestro – Antonio D’Acunto – ha dedicato a questa particolare giornata un bellissimo articolo, pubblicato come editoriale sul sito web di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), l’associazione nella quale insieme c’impegniamo da parecchi anni, a Napoli e in Campania (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali). In questo intervento – impregnato d’una poeticità eccezionale ed improntato ad un laico rispetto per i ‘doni’ della Natura – egli, saggiamente, richiama tutti alla “superiore necessità d’invertire il futuro dell’Umanità, verso il Pianeta della Biodiversità”. Ma attenzione: non si tratta di un appello a cercare un fantascientifico pianeta su cui trasferirci. Al contrario, è un accorato invito a riscoprire l’eccezionale bellezza della nostra vecchia Terra, in tutti gli aspetti che l’urbanizzazione selvaggia sembra aver cancellato dalla nostra sensibilità e perfino dalla nostra percezione sensoriale. La luce di un tramonto, il richiamo stridente delle rondini, perfino gli spaventapasseri nei campi di grano, sono diventati ormai lontani ricordi per chi ha una certa età ed esperienze sconosciute per i ragazzi cresciuti a smart-phone, i-pod e merendine. La stessa vita quotidiana in città è sempre più avvolta da una grigia coltre di cemento asfalto e plastica, per cui si deve far ricorso ad apposite ‘visite didattiche’ per ricordare ai nostri figli che la natura non è il cane di casa ed il prato di erba sintetica del campetto dove giocano a pallone.

“Nelle città tutto si fa per cancellare la Biodiversità; la naturalità naturalmente non esiste ed ogni possibilità di rinaturalizzazione viene immediatamente elusa: i parchi, i giardini, gli stessi viali ed alberature di strade diventano sempre più rari e quei pochi che vi sono, piccoli o grandi che siano, vengono resi sempre più inospitali o anche mortali per ogni forma di vita diversa dall’Uomo. […]Tutto ciò che distrugge la biodiversità è presente e ritenuto frequentemente “fattore di crescita” nel nostro Paese.” (ivi).

In queste parole di Antonio D’Acunto mi sembra di risentire gli echi della malinconia agrodolce di cui erano pervase, già 40 anni fa, le pagine del “Marcovaldo” d’Italo Calvino, una nota raccolta di novelle non a caso sottotitolata “le stagioni della città”, dalla quale ho tratto questa citazione:

“Papà” dissero i bambini, “le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche?” “Niente a che fare coi tram” spiegò Marcovaldo, “vanno in montagna.” “Si mettono gli sci?” chiese Pietruccio. “Vanno al pascolo a mangiare l’erba.” “E non gli fanno la multa se sciupano i prati?”

L’articolo di D’Acunto è un entusiastico inno alla biodiversità che gli esseri umani, invece, stanno stoltamente cercando da decenni di cancellare. Lo fanno appiattendo e semplificando la complessità biologica naturale o sostituendosi alla stessa natura nella ‘creazione’ di nuove specie vegetali ed animali, ma sempre con la presuntuosa ybris  di chi, come l’omino della pubblicità della banca, ha deciso di costruire l’ambiente intorno a sé, a proprio uso e consumo.

“C’era una volta un litorale, una duna meravigliosa…”: è questo l’elegiaco ricordo di qualcosa che gli uomini stanno facendo scomparire a poco a poco, convinti che la loro missione è la colonizzazione ed urbanizzazione di ogni residuo spazio naturale “…spianando, livellando, igienizzando e confortizzando gli.”inospitali” spazi della macchia che la Natura aveva costruito…”. (ivi)

E’ per questa ragione che celebrare la “Giornata della Terra” è sicuramente cosa buona e giusta, ma ancor di più lo sarebbe un impegno continuativo, assiduo e costruttivo, per difendere davvero il nostro Pianeta da quest’incalzante minaccia alla sua stessa sopravvivenza. Non si tratta di essere i soliti, apocalittici, ‘profeti di sventura’. Se non si cambia rotta – ciascuno in prima persona e tutti insieme per costringere chi ci governa – non ci aspetta il trionfo dell’Antropocene, ma il disastro annunciato dell’Ecuméne.

Bisogna stare attenti, però, a non puntare solo sulla responsabilità dei singoli o, in alternativa, su quella esclusiva di chi ha il potere di decidere per tutti. L’ambientalismo minimalista dei soli ‘piccoli gesti’ può risultare negativo quanto quello che combatte solo le “strutture”, offrendo comodi alibi alle nostre scelte quotidiane che invece avallano il ‘sistema’. C’è bisogno di protagonismo individuale e familiare, in materia ambientale, ma anche di coinvolgimento dei corpi intermedi delle società, cioè le comunità locali, i gruppi organizzati, le organizzazioni.  Non a caso, in altri tempi, persone come me hanno sostenuto la necessità che un soggetto politico ecologista praticasse necessariamente anche un’autentica ecologia della politica. Purtroppo, come sappiamo, è prevalsa la stridente sfasatura tra prospettive e presente, tra teoria e prassi, e siamo tristemente giunti al punto in cui la teoria è del tutto scomparsa, lasciando campo libero al pragmatismo utilitarista e spregiudicato.

Ecco, allora, che intanto – nel silenzio assordante dei media – nella sola Africa ben 60 milioni di ettari di terra coltivabile sono già stati accaparrati da investitori stranieri. Ed è proprio in Africa ed in America del Sud che si trovano, in base ad una stima, l’80% delle risorse mondiali di terreni agricoli. Secondo la “International Land Coalition” , sarebbero addirittura 200 i milioni gli ettari di terra coltivabile che sono stati resi oggetto di negoziazione, per la loro vendita o affitto, per finalità agricole o bioenergetiche. Questi dati, tratti dal numero di febbraio 2012 del mensile missionario “Comboni-Fem” sul triste fenomeno del “land grabbing” (vedi: http://www.combonifem.it/articolo.aspx?t=M&a=4709#), sono però assai poco conosciuti e dimostrano la colpevole disattenzione di tanti organi informativi, anche ‘progressisti’, su queste tematiche.

Il fatto è che, prescindendo dalla coscienza ambientalista laica di alcuni individui come D’Acunto, c’è sempre più bisogno di un’etica della responsabilità ambientale da parte dei credenti.  Il nostro positivismo razionalista – come ha dichiarato Benedetto XVI nel suo discorso dello scorso dicembre al Bundestag tedesco – “assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. […] Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra, ed imparare ad usare tutto questo nel modo giusto”. (cit. in mio post di dicembre 2011: https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/26/edifici-in-cemento-ma-senza-finestre/ .  Ecco, spalanchiamo le finestre e riscopriamo la bellezza e la perfezione di un pianeta di cui dovremmo essere solo attenti amministratori e custodi, non sprezzanti padroni. E facciamolo in modo che questa ‘giornata della Terra’ duri molto più di una giornata…

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

UN AMBIENTALISMO SENZA L’AMBIENTE ?

Ammetto di essere rimasto piuttosto colpito da un articolo di Bryan Walsh (editorialista di TIME e redattore del blog tematico “Ecocentric”) pubblicato sul numero del 12 marzo scorso di quella nota rivista. Visto il titolo (“Nature is Over” ovvero “La Natura à finita”), di per sé eloquente, m’incuriosiva capire anche in che modo l’analisi della questione ambientale si collocasse fra le “10 idee che vi stanno cambiando la vita”, cui era dedicato quel numero e la relativa copertina di TIME. http://www.time.com/time/magazine/europe/0,9263,901120312,00.html

Si trattava d’una originale rassegna delle novità che stanno incidendo profondamente sul nostro modo di vivere, modificando la percezione stessa che abbiamo della realtà. Si va dalla ‘normalità’ del vivere da soli alla tendenza a vivere con la testa nella ‘nuvola’ informatica; dalla conciliazione della privacy con la vita pubblica alle ricerche sul cibo che dura per sempre; dalla religione senza chiese alla ‘black irony’…

Ebbene, in mezzo a questi eterogenei “segni dei tempi” è inserito l’articolo in questione che, già nel titolo, lascia trasparire la nuova concezione dell’ecologia di cui l’autore sembra farsi profeta, partendo proprio da una spietata analisi di quanto l’umanità abbia già, drammaticamente quanto rapidamente, cambiato il volto  del nostro pianeta.

Nessun ecologista, in effetti, può accusare Bryan Walsh di reticenza nel declinare i fenomeni che stanno lasciando una profonda ed irreversibile impronta antropica sulla Terra. Direi anzi che la sua pur breve analisi risulta ampiamente significativa e non lo colloca certo fra i  ‘negazionisti’ della tragedia ambientale e delle responsabilità del genere umano, di cui viceversa si mostra perfettamente consapevole. In poche ma citabili righe, infatti, egli ci ricorda che: “Per una specie esistente per meno dell’1% dei 4 miliardi e mezzo di storia della Terra, l’homo sapiens ha certamente impresso il proprio marchio sul posto. Gli umani hanno un impatto diretto su oltre tre quarti del suolo terrestre libero da ghiacci. Circa il 90% dell’attività degli impianti mondiali risiede ora in ecosistemi dove le persone giocano un ruolo significativo. Abbiamo estirpato le foreste originarie da gran parte del Nord America e dell’Europa ed abbiamo aiutato la spinta verso l’estinzione di decine di migliaia di specie. Perfino nei vasti oceani, tra le poche aree del pianeta disabitate dagli umani, è stata avvertita la nostra presenza, a causa dell’eccessiva pesca e dell’inquinamento marino. Attraverso i fertilizzanti artificiali – che hanno drammaticamente accresciuto la produzione alimentare e, con essa, la popolazione umana – abbiamo trasformato ingenti quantità di azoto da gas inerte nella nostra atmosfera in principio attivo nel nostro suolo, il cui deflusso ha creato enormi zone acquatiche morte nelle aree costiere. E tutta l’anidride carbonica che emettono gli oltre 7 miliardi di esseri umani sulla Terra sta rapidamente cambiando il clima e sta alterando la natura stessa del pianeta”.

Dopo questa spietata requisitoria sul devastante impatto umano sull’ambiente naturale ci saremmo aspettati una sonora predica ecologista ma, come sospettavo, l’articolo assume improvvisamente una piega ben diversa. La nuova strategia delle potenze economico-politiche che decidono le scelte economiche mondiali, a quanto pare, non è più (o quanto meno non è più solamente… ) quella di negare spudoratamente ogni responsabilità del cosiddetto ‘sviluppo umano’ nella distruzione degli ecosistemi. Ormai da qualche tempo, infatti, l’orwelliana Neolingua ci sta abituando ad un’operazione psicologico-comunicativa più sottile ed insidiosa. Basta smontare le contestazioni dei soliti “protestanti” modificando il senso stesso delle parole e rimodellando i concetti a proprio uso e consumo. Che si tratti di spedizioni belliche che diventano “missioni umanitarie” oppure dell’azzeramento delle garanzie dei lavoratori spacciato per “lotta alla precarietà”, il Newspeak di chi decide sulle nostre teste – forte della complicità dei media e della pigrizia mentale di troppi che hanno rinunciato a pensare colla propria testa – appare costantemente improntato alla mistificazione, al travisamento delle idee, al capovolgimento del senso delle parole fondamentali.

Tra la “pars destruens” iniziale dell’articolo e quella finale, da cui scaturisce la proposta di giungere ad un nuovo ambientalismo…senza l’ambiente, non può mancare ovviamente una significativa parte centrale. Se è vero che, per colpa dell’uomo, “la natura è finita” – come recita drasticamente il titolo dell’articolo – l’autore non può non cercare gli spunti più opportuni per presentarci e motivare la sua ‘scoperta’.  Premesso che alcuni scienziati ritengono che abbiamo già abbandonato l’era geologica denominata Olocene, entrando nell’Antropocene  o età dell’uomo – argomenta Walsh – è evidente che occorre rivedere il nostro modo di affrontare il rapporto uomo-natura. Ecco allora che riporta questa lapidaria quanto allarmante citazione del premio Nobel Paul Crutzen: “Non si tratta più di noi contro la ‘Natura’. Piuttosto, siamo noi che decidiamo che cosa la natura è e che cosa sarà.”

Bastano poche parole ed ecco che la Natura con la enne maiuscola, vagamente evocativa d’una mente creatrice e di una legge trascendente, è degradata ad una realtà che non ha più nulla di assoluto e stabile, ragion per cui l’Uomo può continuare indisturbato la sua opera per trasformarla a proprio uso e consumo.

Ma questa sminuita ‘natura’, quasi del tutto sottoposta all’antropocentrica dominazione umana, secondo il giornalista ed il suo nume ispiratore non avrebbe più alcun bisogno d’essere “preservata”. L’Antropocene esige un drastico cambiamento per l’ambientalismo –  argomenta Walsh – per cui possiamo ormai buttare in soffitta la vecchia concezione “conservatrice” dell’ecologismo classico, che percepiva le persone come una minaccia all’ambiente naturale.

La sua sconcertante conclusione è la seguente:  “La realtà è che nell’Antropocene non c’è semplicemente posto per la natura, almeno quella che abbiamo conosciuto e celebrato – un qualcosa di separato dagli esseri umani, un qualcosa di originario. Non c’è nessun ritorno al Giardino edenico, ammesso che sia mai esistito. Per gli ambientalisti, ciò significherà cambiare le strategie, trovare metodi di conservazione che siano più favorevoli alla gente e che consentano alla realtà naturale di coesistere con lo sviluppo umano. Ciò significa, se non proprio abbracciare l’influenza umana sul pianeta, quanto meno accettarla.”

A che diavolo serve buttare un sacco di denaro per preservare gli ultimi esemplari d’ipotetici “ecosistemi naturali” – si chiede retoricamente Walsh – quando abbiamo la prova che la natura stessa, se e quando vuole, dimostra tutta la sua “resilienza”, cioè l’incredibile capacità di recuperare da sola i propri equilibri?  L’esempio citato è, ovviamente, quello della parziale auto-riparazione della fascia di ozono ‘bucata’ all’Antartide dalle nostre spensierate emissioni di CFC ma, naturalmente, si omette di precisare che una qualche influenza in questo fenomeno positivo avranno pur avuto le normative che, ormai da decenni, hanno vietato l’utilizzo di queste inutili e dannose sostanze gassose.

Il teorema dell’ambientalismo senza ambiente, a questo punto, è quasi del tutto enunciato, utilizzando in modo specioso proprio una delle argomentazioni degli ambientalisti, o almeno di quelli che da tempo escludono un ecologismo fondamentalista e biocentrico, riconoscendo il giusto valore all’uomo non come centro dell’universo, ma come parte importante di una globalità biologica. Il fatto che egli si sia autodefinito “sapiens”, però, non significa affatto che la sua mente pensante e la sua attitudine ad adattare a sé l’ambiente circostante  gli diano il diritto di modellare la Terra a propria immagine e somiglianza.

Essere contrari alla “deep ecology” di chi venera una Natura che prescinde dall’uomo, d’altra parte, non vuol dire ripiombare nel tradizionale antropocentrismo di chi ha sempre cercato ogni pretesto – compresa una lettura superficiale delle Sacre Scritture – per teorizzare il dominio assoluto dell’Uomo sulla natura.

La caratteristica “sistemica” degli ambienti terrestri e la stessa legge della biodiversità ci parlano di armonia, di equilibrio, d’integrazione in una realtà naturale in cui gli esseri umani possono e devono svolgere il ruolo che spetta a chi ha la consapevolezza, e quindi la responsabilità, di una preziosa integrità da salvaguardare.

Come credente, infatti, sono convinto che sia questo il compito di chi è stato posto come “custode” del creato e non come sfruttatore di un bene comune che deve amministrare saggiamente. Ma anche nella prospettiva di un semplice ambientalista , che rifugge da ogni integralismo e non ritiene affatto che l’umanità debba essere nemica della natura o sua vittima passiva, sono preoccupato per la deriva ideologica cui stiamo assistendo,  di cui l’articolo citato mi sembra un’evidente dimostrazione.

Alla prima parte (la denuncia) ed alla seconda (la teoria), segue infatti la “pars construens”, cioè l’ipotesi    d’un ambientalismo completamente nuovo. Per regolare l’Antropocene – argomenta mellifluo Walsh – c’è bisogno di molto più di provvedimenti che mettano al bando determinate sostanze o attività inquinanti. Ed aggiunge, con un sibilo degno dell’antico ‘tentatore’ dei nostri progenitori: “Significa anche promuovere proprio quel tipo di tecnologie cui gli ambientalisti si sono spesso opposti, dall’energia nucleare […] ai cereali geneticamente modificati, che ci possono consentire di coltivare più sostanze alimentari in meno terreno, preservando spazio prezioso per l’ambiente naturale…”

Qui la mistificazione del Bispensiero e della Neolingua – entrambi profetizzati oltre mezzo secolo fa dal grande Orwell – raggiunge il suo vertice. Per diventare dei neo-ambientalisti – secondo l’editorialista del TIME – dovremmo infatti operare una profonda “conversione”, rinnegando gli spiriti scompostamente antinuclearisti ed anti-OGM del vetero-ecologismo ed abbracciando fiduciosamente il modello di sviluppo che il dio-Mercato ci sta offrendo generosamente…  Le coltivazioni  geneticamente modificate lasciano più spazio alla natura e le centrali nucleari, sebbene un po’ rischiose, sono la massima fonte energetica priva di emissioni carboniche. Privilegiare le città – prosegue insinuante Walsh – è una scelta ottimale, perché il modello di convivenza urbano, secondo lui, è “…la sistemazione più sostenibile ed efficiente del pianeta”  

Per non parlare poi delle emissioni di gas-serra, che i neo-ambientalisti sono invitati a combattere in modo quanto meno originale, cioè ricorrendo alla geo-ingegneria, e quindi impiegando sistemi come nuvole artificiali o altre diavolerie tecnologiche, capaci di ridurre direttamente la temperatura globale….

La lirica chiusa dell’articolo – ribaltando opportunisticamente il concetto dell’Uomo-giardiniere del pianeta col richiamo ad un concetto capovolto di “responsabilità” – è il degno coronamento di questo esemplare saggio di manipolazione mediatica delle nostre menti:

“Siamo stati felici per l’esistenza di molte delle nostre specie, benedetti dal clima gradevolmente caldo dell’Olocene, abili a disseminare i nostri crescenti numeri lungo un pianeta apparentemente senza limiti.  Ma quel tempo è passato, rimpiazzato dall’incertezza dell’Antropocene, che i geologi decidano o meno di chiamarlo formalmente così. Saremo noi a decidere se gli esseri umani continueranno a prosperare o a bruciare, sottomettendo il pianeta lungo il percorso. Può essere una realtà infelice, perché non c’è nessuna garanzia che l’Antropocene – affollato da miliardi di esseri umani – sarà favorevole alla vita come lo erano stati i 12.000 anni precedenti. “Noi siamo dei – scrive l’ambientalista e futurista Stewart Brand – e dobbiamo ottenerne il bene”

A quanto pare, essere dei buoni ambientalisti, oggi, significa saper scommettere coraggiosamente sulle capacità dell’uomo, accettando il rischio di un ambiente quasi del tutto antropizzato e molto lontano da una ‘naturalità’ velata di nostalgico romanticismo.

In questa modificazione genetica del significato stesso di ambientalismo un ruolo non secondario ha giocato l’uso ambiguo del concetto di ‘sostenibilità’, intesa come un astratto richiamo non tanto alla capacità della Terra di resistere all’impronta devastante di uno sviluppo senza limiti, bensì alla capacità dell’uomo di creare uno sviluppo il più possibile durevole e meno dannoso alla sua esistenza.

Come ha recentemente scritto l’amico Antonio D’Acunto: “La questione centrale che dobbiamo porci è quella di cancellare i termini sostenibile,  sostenibilità, sviluppo sostenibile dal vocabolario delle Associazioni ambientaliste, […] a meno che naturalmente non viene specificata, ma  non lo si fa mai e come lo si potrebbe quando si propone l’esatto opposto,  che la  sola sostenibilità, oggettivamente e scientificamente possibile,  è quella di processi ed attività umana che avvengono secondo la morale del Pianeta ovvero  le leggi della Natura.” (La sciagurata farsa del governo italiano per Rio+20”, marzo 2012).

E’ proprio in nome di una presunta “sostenibilità”, del resto, che il nostro governo “tecnico” sta cercando subdolamente di riportare a galla scelte che i cittadini italiani hanno già condannato, come le centrali nucleari e le coltivazioni OGM, giungendo ad ipotizzare pesanti tagli alle energie rinnovabili per rilanciare l’assurda idea di trivellazioni petrolifere in aree di notevole pregio ambientale del nostro Paese.

Far finta di non accorgersi di questa diffusa strategia di mistificazione e di capovolgimento dei principi dello stesso ambientalismo, a questo punto, non è più possibile. L’idea stessa di Antropocene rispecchia solo la fantasia malsana di chi – per coprire gli sporchi interessi di chi sfrutta e inquina – finge di non sapere che l’uomo è parte di un equilibrio ecologico senza il quale ed al di fuori del quale, semplicemente, egli non esisterebbe affatto.

Sì, ha ragione Walsh quando dice che è passato il tempo in cui l’umanità si vedeva contrapposta alla natura, ma solo nel senso che l’unico vero nemico dell’uomo è l’uomo stesso e la sua arrogante presunzione di perseguire uno sviluppo illimitato quanto irresponsabile.

© 2012 Ermete Ferraro – https://ermeteferraro.wordpress.com

VITTORIA AMBIENTALISTA VS WIND A BAGNOLI


COMUNICATO STAMPA VAS CAMPANIA DEL 18.06.2010

La sentenza contro la installazione della mega antenna per telefonia mobile  Nokia Wind Siemens in via Enea a Bagnoli è una piccola, grande vittoria innanzitutto della lotta e della partecipazione dei cittadini per il rispetto dei diritti e della tutela della salute, che dà speranza e fiducia  a giuristi ecosolidali – che gratuitamente danno professionalità ed impegno per la collettività – , ad espressioni democratiche territoriali quale l’Assise di Bagnoli ed il Comitato 4 Agosto, all’autorganizzazione degli utenti, come l’Assoutenti, e naturalmente alle associazioni Ambientaliste tutte che come i VAS, sono impegnate,  già a partire dalla prevenzione, contro l’inquinamento e le sue irreversibili conseguenze. La sentenza costituisce un fondamentale riferimento giuridico per ogni situazione similare e di colpo di mano dei grandi inquinatori elettromagnetici dell’etere, ovvero dello stesso  spazio fisico in cui viviamo; in tal senso è di grande importanza dare ad essa la massima circolazione.

Antonio D’Acunto, Rosachiara Cernuto, Ermete Ferraro

 
La prima domenica di Quaresima dell’anno C ci ripresenta un passo del Vangelo (Lc 4,1-13) che più o meno tutti conoscono, ma del quale – proprio per questo motivo – rischiano di sfuggire alcuni significati meno evidenti. Si tratta infatti delle “tentazioni” cui viene sottoposto Gesù nel deserto (il verbo greca “peirào” ci mette di fronte a varie accezioni possibili, tra cui: “mettere alla prova”, “tentare”. “saggiare”, “sperimentare”…) e che, sia nel testo di Luca sia in quello parallelo di Matteo (Mt 4,1-11), seguono un ordine ben preciso.
Delle tre, la prima “prova” cui Gesù – dopo quaranta giorni di isolamento e di digiuno nello squallore dell’“eremòs”-  è sottoposto dal Diàbolos (dal greco “diabàllo”, e quindi: il calunniatore, il maldicente; colui che crea separazione e discordia…) è raccontata dai due evangelisti con parole molto simili. Le sfumature, in effetti, sono minime: nel testo matteano il “testatore” (“ò peiràzon”) sfida il Maestro a dimostrare di essere figlio di Dio (cosa che egli non mette affatto in dubbio, come dimostra l’uso del periodo ipotetico della realtà) dicendo alle pietre che aveva davanti di diventare pani, mentre Luca esprime lo stesso concetto al singolare “Di’ a questa pietra di diventare pane”.  La potenza della parola del “uiòs toù theoù” – s’insinua – non avrà certo difficoltà a trasformare dei sassi in cibo…
Ebbene, quella di mutare magicamente o “lithoi” in“àrtoi” (nel titolo l’ho chiamata “lithoartìa” ) mi sembra una tentazione ricorrente e mai esaurita del Diàbolos. Abitualmente, a livello di catechesi o di omelia domenicale, questo fenomeno viene ascritto alla categoria più generale che contrappone il cibo materiale – e quindi la soddisfazione della nostra corporeità – al nutrimento spirituale, che sostiene la nostra “psyché”-anima, consentendole di liberarsi dal peso condizionante del “soma”. Effettivamente, la risposta di Gesù (il verbo greco “apocrìno” suggerisce una contrapposizione netta, in questo brusco scambio verbale col suo interlocutore…) sembrerebbe avallare questa interpretazione: “Sta scritto che non di solo pane vivrà l’uomo”, citazione tratta dal libro del Deuteronomio cui Matteo, da buon giudeo, aggiunge la seconda parte omessa da Luca:     “ …ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (nel testo ebraico: “di tutto ciò che esce dalla bocca di YHWH” (Deut 8,3). Eppure la citazione va contestualizzata. Il Signore ammonisce il popolo che si è scelto ad avere fiducia nel Padre che lo mette alla prova solo per “correggerlo” e “fargli capire” che il cibo è sì necessario (tanto è vero che lo ha sfamato con la manna), ma non basta all’uomo per vivere (“hày”), se egli non ascolta più il suo Dio che gli parla.
La vita, insomma, non è garantita dal nutrimento materiale, ma dall’ascolto fiducioso delle parole del Padre, cui – come ci ricorda lo stesso Matteo – lo stesso Gesù ci ha invitato a rivolgerci per chiedere, ogni giorno, il “pane necessario” (“tòn àrton emôn tòn epioùsion dòs ymîn sèmeron”).
Eppure mi sembra di scorgere qualcosa di più, che è suggerito dalla triplice prova cui Gesù è sottoposto nel deserto. Nella richiesta del Diàbolos, che lo sfida a trasformare le pietre in pane mi par di leggere anche una provocazione ironica, sia perché pretende di mettere alla prova il Signore stesso, sia perché è paradossalmente rivolta ad un betlemmìta, ossia un abitante d’un paese che si chiama proprio “bèit-lehèm”, cioè “casa del pane”…
La seconda e terza prova riguardano la tentazione di dominare gli uomini e di strumentalizzare perfino Dio. Ecco, allora, che la prima prova mi suggerisce una lettura che non si esaurisce nella scontata contrapposizione spirito-materia o corpo-anima, ma colga una terza dimensione dell’eterna volontà di dominio che l’uomo porta dentro di sé, ma preferisce oggettivare in una tentazione esterna, “diabolica”. L’ordine delle “prove” nei due vangeli è lo stesso e denota una sorta di “klimax”: (i) sottomettere la natura: (ii) sottomettere gli altri uomini; (iii) sottomettere perfino Dio alla propria volontà. Ritorniamo col pensiero al terribile verbo ebraico “rada’”, utilizzato in Gen 1,28 per sancire quel “dominio” di Adam su Adama’ (la terra), che l’umanità ha trasformato da affidamento e custodia in pretesa di controllo e di sottomissione.
Nell’ebraico moderno, a quell’accezione violenta di dominio (“radad” vuol dire “schiacciare”) prevale quella di “estrarre”, tanto è vero che – curiosamente – “sfornare il pane” si dice “rada’ et ha-lehèm”. Il guaio è che il vecchio e il nuovo Adamo non si accontentano di usare i frutti della provvidenza divina, simboleggiati nel giardino paradisiaco piantato in Eden (Gen 2,8). La tentazione del Diàbolos era e resta sempre la stessa: perché mai limitarsi ad usare i beni della terra quando si può diventarne padroni, trasformandosi in dei? L’umanità ha costantemente ceduto a quest’insinuante ipotesi, arrogandosi in diritto di mettersi sotto i piedi la terra, visto che non le bastava calpestarla fisicamente. Trasformare le pietre in pani è – e rimane ancora – la peggiore tentazione, assecondando la quale Adam è progressivamente giunto a minacciare la sopravvivenza stessa di Adama’, la “sora madre terra” cui Francesco d’Assisi si rivolgeva, invece, con spirito grato e filiale.
Nel vangelo della scorsa domenica Luca ci aveva presentato le sue tre beatitudini come la strada che Cristo ci indica per sfuggire ai “guai” che ci procurano la folle corsa alla ricchezza, alla sovra-alimentazione ed alla ricerca della fama a tutti i costi. Nel brano di questa prima domenica di quaresima ci troviamo di fronte alle tre tentazioni che allontanano l’uomo da Dio padre: manipolare la natura, i propri simili e lo stesso Signore per affermare se stessi, anche se tocca “prostrarsi” ai piedi del Diàbolos, distogliendo lo sguardo da Chi ci ha creato.
Mai come in questo XXI secolo la tentazione di manipolare la natura è diventata una realtà tangibile, con la dichiarata intenzione di sfamare l’umanità affamata ma, come nel caso delle manipolazioni genetiche dei prodotti della terra, per dominarla sempre più e sempre meglio. Lo sfruttamento dell’ambiente, infatti, è solo il risvolto della medaglia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed entrambi nascono dalla pretesa di rivoltarsi contro Dio, snaturando ciò che ha creato e cercando di forzare le leggi naturali – e quindi divine – in nome dell’affermazione orgogliosa della superiorità schiacciante dell’uomo sulle altre creature.
Ma le pietre non possono e non devono diventare pane. La verità è che è proprio l’insaziabile egoismo e l’avidità smodata di una ristretta parte dell’umanità che impedisce alla maggioranza degli abitanti della Terra di sfamarsi col pane ‘quotidiano’. La verità è che la follia di una parte dell’umanità sta riuscendo nel prodigio opposto: quello di trasformare terre coltivabili in lande desolate ed aride, alimentando spaventosamente il fenomeno della desertificazione di territori sempre più vasti, anche a causa del c.d. “riscaldamento globale” del pianeta. (v. sito dell’UNCCD)
La cosa più grave è che troppo spesso tutto questo viene fatto non solo in nome di un assurdo “progresso”, ma perfino in nome di Dio, mettendo alla prova o pretendendo di mettere nella sua “bocca” quello che ci fa comodo e rifiutandoci di ascoltare (“shma’) le sue parole di vita eterna.
La “lithoartìa” è una malattia molto grave, di cui l’uomo non sembra volersi curare, ma che ha radici molto antiche, come è attestato dal mito di re Mida, in una fiaba araba ed in tante altre storie leggendarie e alchimistiche, che favoleggiano di prodigiose trasformazione delle pietre in oro più che in pane. L’unico rimedio è ricordarci del monito del Maestro ed imparare a seguirlo nel “deserto”, liberandoci in quella solitudine delle mille voci estranee che cercano di coprire la voce del Padre, che è poi quella della nostra coscienza.
 
© 2010 Ermete Ferraro