NO “PAGO BANCOARMAT” !

—–di Ermete Ferraro

“Banche armate”. No, non è un errore: si tratta proprio del nome della campagna promossa da Missione Oggi Mosaico di pace Nigrizia, per fare controinformazione e sensibilizzare l’opinione pubblica sul perverso intreccio tra i principali istituti di credito e l’industria delle armi; insomma, tra le multinazionali della finanza e quelle che trafficano in strumenti di morte. E, in effetti, noi italiani non ci facciamo mancare niente, da questo punto di vista. Siamo o non siamo all’ottavo posto nel mondo per spese militari ed al settimo nell’export di armamenti ? E allora, perché meravigliarci se intorno a questo ghiotto boccone ronzano tante mosche e mosconi travestiti da banchieri? A quanto pare, il settore che tira di più è proprio quello che una volta veniva denominato come “complesso militare-industriale” o “industria di morte”. Ricordo che negli anni ’70 c’era un vivace dibattito, anche all’interno del sindacato, sulla “riconversione civile” del settore bellico. Beh, a distanza di 30 anni l’impressione è che a resistere strenuamente sia stato proprio quest’ultimo, e che tante risorse finanziarie, anziché nutrire progetti di pace e di sviluppo solidale, siano andate a ingrassare l’industria degli armamenti….. Molti degli istituti di credito che finanziano questo immondo mercato (ne trovate qui sotto l’elenco, aggiornato all’anno scorso, tratto dal sito ufficiale della campagna: http://www.banchearmate.it) ovviamente hanno cominciato ad avvertire la pressione dei loro clienti più informati e consapevoli, che hanno minacciato d’interrompere il loro rapporto con chi appoggia i mercanti di morte. Qualcuno si è perfino spinto ad un’effettiva riduzione o interruzione di questo genere di finanziamenti, ma – come si sottolinea giustamente nell’editoriale di giugno ’08 del periodico “Bancanote”- la questione della presenza o meno in quella ‘lista nera’ non può esaurire le responsabilità etiche di tante banche nell’import-export di armamenti, mettendo in secondo piano altre non meno pesanti, come il finanziamento delle operazioni riguardanti le armi leggere. L’Italia, anche in questo caso, è al top della classifica dei produttori-esportatori mondiali e sarebbe ben strano se dovessimo fare un processo solo a chi finanzia i venditori di missili, trascurando chi foraggia i mercanti di pistole e fucili. Il nostro dovere è quello di opporci ad entrambi, a partire dalla diffida alle “banche armate” di cui ci troviamo facilmente ad essere correntisti (basta scorrere l’elenco per incontrare tutti i principali istituti creditizi italiani, a partire da Intesa-Sanpaolo che domina questa poco edificante “hit parade”), ma preoccupandoci anche di tutte le operazioni finanziarie che coinvolgono i nostri soldi in tanti squallidi affari. Per informarvi in proposito, e per capire come la nostra responsabilità morale non possa fermarsi alle soglie della nostra banca, per quanto sorridente e disponibile possa presentarsi, consiglio di visitare il sito cit. della Banca Popolare Etica e di approfondire questa ed altre esperienze di finanza alternativa.

DISPERSIONE, DISAGIO, DISADATTAMENTO…

                               di Ermete FERRARO

Sono passati 34 anni da quando presi la decisione di mettere da parte la mia attività di operatore sociale e di animatore socio-culturale per tornare a quell’insegnamento per il quale mi ero laureato ed abilitato dieci anni prima. Dal ’75 al ’77, il servizio civile che avevo prestato come obiettore di coscienza alla "Casa dello Scugnizzo" mi aveva condotto su un terreno del tutto nuovo ed appassionante. Ero diventato un educatore che si occupava di gruppi di bambini ed i ragazzi di un quartiere difficile di Napoli e, per riflesso, un "social worker" con/per quelle famiglie e quella comunità in cui quei minori stavano crescendo e si stavano formando. In quel decennio di "full immersion" in una realtà esistenziale e socio-culturale lontanissima da quella nella quale ero cresciuto, e grazie alla guida di maestri del calibro di Mario Borrelli e dei suoi primi collaboratori, avevo capito che conoscere ed analizzare quel contesto non serviva per intervenirvi presuntuosamente dall’esterno, in base ai miei schemi mentali ed alle mie priorità, ma piuttosto per coglierne i bisogni reali e per rispondere ad essi nel modo più adeguato ed efficace possibile.

Dal 1984, anno in cui ripresi ad insegnare (scegliendo non a caso di lavorare con i ragazzini delle medie e decidendo di farlo in due ambienti assai problematici, inizialmente nella parte vecchia di Casoria e, in seguito, nella zona del cosiddetto "Buvero", nel quartiere Vicaria di Napoli) ho tentato comunque di mettere a frutto la precedente esperienza di educatore ed assistente sociale, in primo luogo cercando di non dimenticare mai che dietro ogni "alunno" c’è un bambino, una famiglia, un quartiere, un modo di vivere, di pensare e di valutare. La seconda acquisizione che ho cercato di utilizzare anche da docente è che insegnare è un’attività fondata sulle dinamiche della psicologia di gruppo, e che la necessaria "personalizzazione" dell’insegnamento non esclude affatto l’esigenza di fare della scuola un’esperienza collettiva, di socializzazione, e non soltanto di formazione e d’istruzione.

Sono ormai parecchi anni, inoltre, che affianco al mio quotidiano lavoro d’insegnante (nel senso che ho appena chiarito) anche un impegno socio-educativo esterno alle mie classi, svolgendo il ruolo (chiamato inizialmente "funzione obbiettivo" e poi "funzione strumentale") di chi si occupa di analizzare e comprendere meglio la realtà scolastica, per proporre interventi e servizi volti specificamente a promuovere il "benessere" degli alunni/e. Era ed è un modo per cambiare un po’ la prospettiva della scuola, provando per prima cosa a mettersi dalla parte dei ragazzi, per comprendere meglio tutto ciò che produce in loro quello che eufemisticamente viene chiamato "disagio scolastico". In effetti si tratta di un malessere per niente nuovo e ovviamente molto diffuso, ma in contesti socio-economici e culturali come quelli dove ho scelto di operare capita molto spesso che vada ben oltre le dimensioni per così dire "fisiologiche" del comprensibile fastidio per un’attività vissuta come costrizione e fatica, trasformandosi in reazioni più dirompenti e preoccupanti, sospese tra la fuga dalla scuola (dispersione) e l’opposizione aperta ad essa (trasgressività, aggressività, bullismo).

DISPERSIONE, DISAGIO…segue (2)

Anche nel corso di questo ‘anno scolastico mi sono occupato di "disagio e dispersione" nella scuola media dove insegno da un bel po’, e alla fine ho provato a tracciare un bilancio di questo mio specifico impegno, che comportava sia il monitoraggio delle assenze frequenti o addirittura della totale inosservanza dell’obbligo di frequenza scolastica da parte di una buona fetta di alunni/e, sia la verifica delle situazioni più problematiche sul piano della socializzazione e del comportamento, tipiche di quel famoso "disagio" scolastico. In ambedue i casi, naturalmente, non si trattava solo di analizzare questi fenomeni, ma anche di porvi rimedio, intervenendo nel modo più opportuno ed efficace. Ebbene, mentre comprendere le origini remote e le cause specifiche di comportamenti del genere risulta abbastanza agevole, soprattutto a chi abbia un minimo di competenza sociale, quello che senza dubbio resta invece più difficile è trovare la chiave giusta per dare delle risposte chiare, univoche e concrete a quelle situazioni di disagio, peraltro sempre più diffuso e trasversale. Io penso che la nostra società sia viziata da due gravi peccati d’origine: il primo è l’influenza negativa esercitata dai vaghi sensi di colpa di genitori ed altre figure adulte nei confronti dei bambini, che finisce per condizionare pesantemente, se non per inficiare del tutto, un’azione educativa degna di questo nome, perpetuando il lassismo di chi, non sapendo più proporre valori e modelli comportamentali in modo credibile, rinuncia del tutto a farlo. Il secondo "peccato originale" credo sia legato ad uno stile di vita sempre più globalizzato e monoculturale, che è riuscito a fondere la tradizionale disattenzione per il futuro – tipica di chi è abituato da secoli a vivere alla giornata e ad apparire più che essere – con lo scellerato consumismo indotto chi è riuscito a mercificare tutto e ad esaltare la soddisfazione del piacere individuale come unico parametro di scelta, azzerando ovviamente ogni forma di etica e di solidarietà di gruppo

.Se si dà un occhiata ai tanti progetti che – nel nostro Paese come all’estero – tentano di contrastare il drammatico binomio disagio/dispersione, appare chiaro che essi si pongono nella maggior parte dei casi come un "correttivo" e/o una "integrazione" a quel modello educativo e didattico considerato "di base", considerando tali interventi come un modo per superare il "disadattamento" dei minori e per aiutarli ad "inserirsi" meglio proprio in quella società che ha prodotto quegli stessi guasti. Il progressivo, e sicuramente preoccupante, aumento dei tassi di questi "disadattati" alla scuola, però, ci costringe a chiederci se il nostro compito di educatori sia proprio quello, o se invece non sia il caso di guardare oltre una "normalità" che ogni anno risulta meno…normale.  Ad esempio: un ragazzino non riesce proprio a seguire un discorso, a capire un testo anche breve, ad esprimere quello che pensa e che sente? Niente paura: gli diamo un po’ di attività sportiva in più, lo mettiamo davanti al monitor di un computer oppure rispolveriamo il vecchio e vituperato "avviamento professionale", mandandolo in qualche laboratorio artigianale ad imparare un mestiere… Il "minore" in questione non riesce ad entrare a scuola in orario ed a restare decentemente per alcune ore tra i suoi coetanei; non ce la fa proprio a rispettare le regole collettive; si esprime solo in maniera aggressiva e senza alcun rispetto per le cose e le persone? Bene: lo facciamo frequentare per meno tempo e secondo regole diverse, alleggerendogli il carico didattico e magari facendogli fare soprattutto quello che già sa fare, così almeno non si scoccia…

DISPERSIONE, DISAGIO…segue (3)

 Ma siamo proprio sicuri che questa sia la strada giusta? Non è, per caso, che stiamo solo cercando di "rimuovere" il problema senza neppure provare a trovare una soluzione insieme con i ragazzi che pretendiamo di aiutare, assecondandone e cristallizzandone invece il disadattamento ? "Beh, sapientone – avverto che qualcuno mi sta dicendo a questo punto – tu invece che cosa diavolo hai da proporre?".  Mi dispiace se la mia risposta non risulta all’altezza dell’analisi, ma sinceramente – e, col passare degli anni posso aggiungere, umilmente – ammetto di non conoscere la soluzione giusta sempre e comunque né, del resto, mi sogno di rigettare del tutto le attuali strategie "rieducative". Sto solo chiedendomi se non sia un po’ da farisei affrontare il disagio scolastico come se fosse una malattia che colpisce il corpo sano della comunità scolastica, ed alla quale ci si debba precipitare a rispondere con "rimedi" che assomigliano troppo  quei farmaci che dovrebbero curare i guasti che quella stessa società continua a generare senza scrupoli né ripensamenti.  Per carità: dieci anni di animazione socio-culturale con ragazzini "a rischio" mi hanno insegnato che "fare" qualcosa è importante e che le "attività", soprattutto se svolte nella giusta dinamica di gruppo, sono indispensabili per avviare un percorso formativo che non sia mummificato negli schemi di una scuola che sembrerebbe sempre diversa e agitata da continue riforme, ma che stranamente, e in buona sostanza, riesce comunque a restare sempre la stessa da decenni. Il fatto è che le "attività", i "progetti" servono a poco – se non a nulla – quando non si sia nemmeno cominciato ad aprire un dialogo educativo degno di questo nome, affrontando il nodo stesso del disagio, che è quello relazionale.

Finché i ragazzi e le ragazze non impareranno a trovare dentro di sé le parole giuste per esprimere il loro malessere, per comprenderne le ragioni e per condividerle con altri – siano essi compagni o figure adulte di riferimento – ritengo estremamente improbabile che si riesca a ricostruire rapporti che troppo stesso si limitano a reprimere o ad esasperare la conflittualità, senza affrontarla per trovare soluzioni costruttive e non distruttive. In tal senso mi è stato molto utile il percorso formativo che ho seguito recentemente sulla "mediazione scolastica", un approccio che utilizza il gioco, le attività e qualsiasi altra tecnica di animazione come strumenti per educare i ragazzi/e a capire e gestire le proprie emozioni, ad affrontare apertamente i conflitti e a contrattare con gli altri delle soluzioni che non saranno forse le migliori in astratto, ma nascono dal rispetto reciproco e da obiettivi condivisi e comuni. Ovviamente un approccio del genere appartiene ad una mentalità che privilegia una visione "behaviorista" dell’educazione, ma non credo che escluda un’impostazione che faccia leva, invece, su valori morali e sullo sviluppo di una coscienza individuale e collettiva. Quello che è certo è che non possiamo più restare immobili, continuando a descrivere ed analizzare problematiche che sono state già abbondantemente affrontate, ma che non abbiamo la minima idea di come fronteggiare.  Non è tanto questione di che cosa far fare o non far fare ai troppi ragazzini/e che – per usare una colorita espressione napoletana – "schifano"  quella scuola dalla quale si sentono "schifati". L’unica risposta valida, credo, è concentrata nel celebre "I CARE", di cui don Milani aveva fatto la sua bandiera pedagogica. Proviamo a fargli sentire che a noi, invece, importa molto di loro e che siamo davvero al loro servizio per aiutarli a trovare la strada migliore per uscire dal disagio. Proviamo ad ascoltarli ed a capirli, senza condannarli o giustificarli a priori, e forse le cose andranno meglio.

UNA SICUREZZA…MANU MILITARI ?

di Ermete Ferraro

La parola d’ordine di questi giorni è "sicurezza". Viene tirata in ballo a proposito ed a sproposito. Se ne parla riguardo alle centrali nucleari ma anche alle discariche. La si invoca contro la delinquenza organizzata, però pure per esorcizzare la "minaccia" degli zingari e degli stranieri irregolari o senza occupazione. Più il clima appare dominato dall’insicurezza (del lavoro, del costo della vita, del tempo atmosferico, delle riserve energetiche, del futuro dei giovani, e via enumerando…) tanto più, in nome della sicurezza, sembra che si sia disposti ad accettare qualsiasi cosa. Eppure questa psicosi dell’insicurezza ci sta tirando addosso provvedimenti ancora più preoccupanti, che mortificano la convivenza civile ordinaria in nome della straordinarietà e del ricorso ad una progressiva militarizzazione delle città e della vita quotidiana. Insomma, pur di vederci restituita l’agognata sicurezza, stiamo sprofondando nelle sabbie mobili della sospensione delle garanzie democratiche e di un autoritarismo insidioso e vagamente sudamericano. Etimologicamente parlando, sicurezza significa: stato di chi è senza preoccupazioni. Il guaio è che sembra maledettamente improbabile che il ripristino di questo stato edenico possa scaturire dalla adozione di leggi speciali e dall’impiego di truppe armate nelle nostre città. Eugenio Scalfari, in un suo recente corsivo su la Repubblica, ha scritto: "Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l’esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri  […] per distrarre l’attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane. […] Tanto grave è l´insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell’Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l´eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d´assedio, di pericolo nazionale" .

Eggià: i militari sono chiamati a coprire le vergogne di una politica inetta ed impotente e ad avallare un clima da guerra civile. Come se non bastassero i 23 miliardi di euro stanziati in bilancio per la "difesa" in senso strettamente militare, si continua a distribuire risorse ad una miriade di organizzazioni para-militari e ad impiegare le forze armate in compiti che spetterebbero semmai alla protezione civile o ad altri organismi di gestione ordinaria, a partire dagli enti locali. Il messaggio di chi ci governa è molto chiaro: è tempo di decidere e di agire. Chi si oppone o boicotta le decisioni governative è un criminale. Il concetto di "area militare", quindi, è applicabile a qualsiasi impianto o installazione, anche civile, che rivesta importanza per l’economia e per la sicurezza. Se non si tratta di un vero e proprio "stato d’assedio" non so proprio come possa essere considerato tutto ciò.  Che fare? Per chi, come me, si batte da decenni contro la militarizzazione del territorio e della vita civile, davvero mala tempora currunt ! Verrebbe la voglia di dare un calcio a tutto e scaricare la colpa su chi ha voluto questo governo ma anche su chi ne ha reso possibile l’ascesa con la propria incapacità di rappresentare un’alternativa piuttosto che un percorso più soft alla dittatura del pensiero unico e del libero mercato globalizzato. Ma questo non cambierebbe nulla. La risposta è organizzare una resistenza civile e nonviolenta a decisioni che stanno dando il colpo definitivo ad una già moribonda ordinarietà, in nome dell’eccezionalità dei Commissari e dei Generali, chiamati a decidere per tutti o meglio, ad imporre le decisioni assunte dai politici. Inutile precisare che questi, a loro volta, sono supinamente inclini a fare la volontà dei veri poteri forti: quelli dell’economia globalizzata e della finanza onnipotente.  Ecco perché non possiamo accettare passivamente che qualcuno decida sopra e oltre le nostre teste, esercitando, se necessario, il diritto di disobbedire a leggi e provvedimenti che calpestano la Costituzione, i trattati internazionali e la stessa democrazia. Si tratti di discariche ed inceneritori oppure di recenti smanie nucleariste che vorrebbero cancellare la volontà del popolo italiano, nessuno potrà costringerci ad accettare passivamente che la forza del diritto diventi il diritto della forza…!
 

FAO, FARINA E FORZE (ARMATE)

 

                                                                                                         DI ERMETE FERRARO 

  

Su tutti i quotidiani abbiamo letto i commenti poco entusiasti al vertice della FAO che si è chiuso a Roma nei giorni scorsi. Si è parlato esplicitamente di fallimento di questo rituale incontro dei “potenti della terra”, che ha mostrato solo quanto in realtà siano impotenti di fronte ad una tragedia che riguarda oltre 860 milioni di affamati.

Tutti gli organi d’informazione hanno sottolineato che, in un mondo che va a due velocità, agli sprechi assurdi di una parte minoritaria continuano a corrispondere le morti per fame di oltre il 15% dell’umanità. Il direttore della FAO, il senegalese Jacques Diouf, si è chiesto un po’ retoricamente. come si possa spiegare alla gente di buon senso che non è stato possibile trovare 30 miliardi di dollari all’anno per nutrire quei 862 milioni di affamati, ma ovviamente non si è dato una risposta.

Secondo gli obiettivi del Millennio, entro il 2015 si sarebbe dovuto dimezzare questo spropositato esercito di “morti di fame”, ma la realtà mostra proprio il contrario, visto che la crisi alimentare è stata ulteriormente peggiorata dai cambiamenti climatici, dalla produzione dissennata di biocarburanti e dalla diffusione a macchia d’olio di produzioni transgeniche (OGM), che producono danni irreversibili sia sul piano ambientale sia su quello socio-economico.

Il guaio è che quella parte del mondo che produce 300 milioni di obesi ha troppi interessi da difendere per poter affrontare seriamente le proprie contraddizioni. Il problema, infatti, non è solo come produrre più derrate alimentari (secondo il segretario generale dell’ONU, dovrebbero aumentare del 50% ), ma di modello di sviluppo, di accesso alle risorse e di scelte che vanno in tutt’altra direzione, come nel caso dell’odiosa speculazione sul prezzo dei cereali e di investimenti in settori di morte anziché di vita.

Le scelte di morte, è appena il caso di precisarlo, sono i 1.200 miliardi di dollari “investiti” in spese militari nel 2006, secondo il “SIPRI YEARBOOK 2007”, dal quale si può ricavare facilmente che l’Italia occupa l’8° posto nella classifica dei paesi che investono di più nella cosiddetta “difesa”.

Ebbene sì: la nostra  amata (o armata…?) “Repubblica democratica fondata sul lavoro” sta spendendo in questo sciagurato modo 23 miliardi di euro, secondo la finanziaria 2008, ed è dal 2006 responsabile del 3% delle spese mondiali per la difesa. Negli ultimi due anni – hanno sottolineato opportunamente fonti pacifiste – la spesa militare è cresciuta del 20%, e con il nuovo governo di centrodestra sembra destinata ad essere ulteriormente aumentata. Il quadro è completo se riflettiamo anche sul fatto che – nel periodo 2002-06 – l’Italia ha occupato addirittura il 7° posto nella scellerata hit-parade degli esportatori di armi (il 2,4% del totale mondiale) e che l’italiana “Finmeccanica” detiene lo stesso posto nella classifica delle maggiori aziende mondiali che producono armamenti, con un fatturato di 9.800 milioni di dollari.

Silvio Berlusconi, intervenendo al vertice della FAO, ha affermato che “E’ tempo delle azioni, non delle parole”. Bene. Il problema è di quali azioni stiamo parlando. Se la risposta agli 862 milioni di “morti di fame”, che potrebbero essere sfamati con 30 miliardi di dollari l’anno, è che 1.200 miliardi di dollari per spese militari non sono abbastanza, beh, siamo di fronte a “cattive azioni”…!

Se la risposta del leader brasiliano Lula a quello che egli stesso ha definito “insulto all’umanità” devono essere le produzioni di biocarburanti e l’uso massivo di OGM, siamo ancora davanti a “cattive azioni”.

Basti pensare che l’Unione Europea ha usato 2,85 milioni di ettari per coltivare colza e altri OGM per biocarburanti. Pero, se su quei terreni avesse coltivato invece mais o frumento a scopo alimentare, senza utilizzare prodotti transgenici, si sarebbe potuto avere un raccolto pari a 68 milioni di tonnellate di grano, cioè cibo per 373 milioni di persone per un anno…

Ecco perché c’è bisogno di ben altro tipo di azioni, di scelte diametralmente opposte, di un nuovo ed alternativo modello di sviluppo, che arresti la spirale micidiale della “crescita” a tutti i costi e che persegua l’obiettivo di una pace che può essere frutto solo della giustizia e non può mai essere disgiunta dalla salvaguardia del Creato.

 

BENTORNATO, MARIO ! (1)

Bentornato, Mario ! (1) 

Caro Mario,

questa volta ti scrivo per esprimerti la mia gioia per il tuo ritorno tra noi. Un ritorno "virtuale", certo, ma non meno commovente e profondo, che ti ha finalmente riportato in mezzo a noi e ti ha permesso d’incontrare, dopo tanti anni, tanti tuoi vecchi amici e compagni di strada. Sabato scorso, tra i velluti e gli stucchi dorati del teatro "Mercadante", non solo abbiamo finalmente potuto vederti e parlare di te, ma ci siamo anche anche sentiti per tre ore tuoi interlocutori. Eh già, come recitava il titolo della manifestazione ("Parliamone con Mario") in quella sala non c’erano solo le impalpabili immagini della tua intervista a Moreno Alessi, ma c’eri proprio tu, con il tuo sguardo sfottitore, con la tua inconfondibile mimica, con le tue pause da incallito attore di una vita da film.

Sabato mattina è avvenuto un piccolo miracolo. Per alcune ore la macchina del tempo ci ha riportati indietro, a quegli incredibili anni ’60 e ’70, ed intorno a te si sono materializzati decine di personaggi che hanno scritto, insieme con te, tante pagine fondamentali di una storia di Napoli che ben pochi conoscono e che deve ancora essere studiata compiutamente. Dissoltesi le immagini evocatrici del filmato in cui tu ti raccontavi in prima persona, nulla più mi sembrava come un’ora prima e sono certo che tutti i presenti si sono sentiti effettivamente immersi in una realtà che ha ormai ben pochi punti in comune con quella attuale. Una realtà di fede solida, popolare e laica; di proposte profetiche per turbare gli equilibri ipocriti dei benpensanti di sempre; di lavoro sociale, sanitario e educativo "dal basso", animato da speranze incrollabile e da convinzioni trascinanti. Altro che alternanza tra pensiero debole e pensiero unico! Altro che volontariato col bollino blu e concertazione tra istituzioni e terzo settore! Altro che "committenza pubblica", con tanto di gare di appalto, associazione temporanee d’impresa, protocolli d’intesa e via burocratizzando…!

Il tuo ripercorrere quegli anni – dal seminario all’avventura notturna in mezzo agli scugnizzi, dalla "chiesa mobile" alle lotte con i baraccati, dagli studi londinesi al radicamento della tua casa dello scugnizzo come centro di sviluppo comunitario – ci ha riportati bruscamente ad un’epoca in cui si parlava poco di "progetti" ma molto di "Progetto"; poco di sedicenti "organismi rappresentativi" ma assai di più più di protagonismo popolare. Anni in cui il verbo "servire" – fosse coniugato in chiave evangelica o marxista – aveva ancora un senso compiuto. Anni in cui si sentiva che "schierarsi" non era una scelta faziosa ma un dovere etico, prima ancora che politico e che, come diceva don Milani, la stessa obbedienza (religiosa, di partito, di ruolo…) non era più una virtù, bensì uno schermo per non decidere con la propria testa, secondo ragione e coscienza.

Dopo quelle immagini che ti ri-evocavano così efficacemente, ho visto l’assessore Cardillo vistosamente commosso; ho sentito il sindaco Jervolino emotivamente coinvolta da un messaggio che l’interpellava come cristiana e come napoletana; ho sentito serpeggiare in sala una sensazione comune di rimpianto per quel periodo eroico, privo di dubbi e di compromessi, in cui non si stava tanto a studiare le strategie, ma si agiva e ci si comprometteva, si obiettava duramente ma, al tempo stesso, si lavorava in prima persona per costruire alternative credibili e funzionali. Le belle testimonianze che hanno seguito il riconoscimento pubblico dell’Amministrazione Comunale di Napoli nei tuoi confronti (una medaglia d’oro consegnata al tuo omonimo nipote), hanno ripreso con intensità ed efficacia questo clima non tanto di ricordo, quanto di recupero di quello spirito che don Sturzo avrebbe definito "libero e forte" e che tu hai saputo "incarnare" così bene nel tuo lavoro con gli ultimi di quella eduardiana "Napoli milionaria", che non sarebbe mai più stata come prima della guerra.  (SEGUE…)

BENTORNATO, MARIO! (2)

Tonino Drago – vero profeta della nonviolenza e tuo collaboratore in quella "ricerca sulla pace" di cui sei stato di fatto l’antesignano in Italia – ha sottolineato giustamente proprio questo aspetto della "solidarietà popolare" e della "religiosità popolare", che sono andate appannandosi progressivamente, scavando un solco sempre più profondo tra le due Napoli. E la giornalista Donatella Trotta ha ricordato non a caso che tu – difensore del diritto alla casa delle prostitute delle baracche del Porto – in una delle tue ultime interviste hai duramente denunciato la "prostituzione" che serpeggia sempre più verso il potere in tutte le sue forme. Sul palco del Mercadante, con sullo sfondo il tuo viso provocatore, si sono alternati tanti tuoi vecchi "compagni", dall’ex-animatore della Mensa dei Bambini Proletari Geppino Fiorenza al già prete-operaio Giovanni Tammaro; dai due mitici "fratelli Greco" dei Centri Sanitari Popolari a Gianni Attademo, da sempre impegnato con i minori a rischio. Ed in sala ti applaudivano – e un po’ si applaudivano – tanti altri amici di quei tempi, da Edoardo Petrone a Mirella Pignataro; da Lanfranco Genito a quelli che hanno lavorato con te dagli anni ’70, come Sergio Minichini, Patrizia di Matteo, Gigi Bucci ed io stesso. Il ricordo più sentito, però, è stato quello del tuo ex-scugnizzo Salvatore Di Maio, ora importante dirigente comunale, che ha aperto e concluso questo incontro in cui abbiamo parlato di te e con te.

Da quel filmato tu sei emerso come ti abbiamo conosciuto, irridente ed autoironico, pienamente consapevole di tutto quanto hai fatto ma al tempo stesso capace di smitizzarti da solo, al punto da dire che quando si è liberi davvero ci si sente più leggeri, meno indispensabili, capaci di riconoscersi dei "fessi" qualunque. Penso che sia il tuo modo colorito per parafrasare la nota frase di S. Paolo, quando invitava i seguaci di Cristo a fare tutto il loro dovere, riconoscendosi però, alla fine, solo dei "servi inutili". Beh, caro Mario, dopo questo incontro con te io, come credo anche altri, mi sono sentito davvero tale, ma ho anche assaporato il piacere ed il grande privilegio di esserti stato vicino per parecchi anni e di averti avuto come maestro.

Ciao e grazie per quello che ci hai lasciato e che – è una promessa – sapremo far fruttificare.

Ermes

 

ROM SINTO…

bandiera rom

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di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag

SOSTIENE CALISE…

                                                    di  Ermete FERRARO 

Nel suo articolo di fondo su IL MATTINO di domenica 4 maggio, Mauro Calise offre ai lettori una serie di spiegazioni sul "perché la sinistra arretra", a partire dal crollo del partito laburista britannico alle ultime amministrative, in cui scorge un parallelismo con la débacle del centrosinistra in Italia, seguita dal passaggio del Comune di Roma – come ora succede nella City of London – nelle mani di un esponente della destra.

Se un po’ tutta l’Europa, eccezion fatta per la Spagna di Zapatero, sta passando bruscamente, ma nettamente, a governi ed amministrazioni locali conservatrici o peggio, sostiene Calise, non basta prendersela coi pur evidenti errori dei leaders, dimostratisi incapaci "d’intercettare i mutamenti nel clima di opinione e nella base sociale dei rispettivi paesi". C’è qualcosa di più profondo ed importante, dice, e passa ad elencare le cause della disfatta di quelle socialdemocrazie europee che, 15 anni fa, avevano invece interrotto il decennio conservatore dominato dall’asse Reagan-Tatcher.

Il primo fattore- sostiene Calise – sarebbe la scomparsa delle storiche "fratture" socio-economiche su cui si era fondato allora il consenso dei partiti socialisti e socialdemocratici. Il secondo motivo è individuato nel passaggio dalle "salde radici popolari" dei partiti storici alle più "volubili motivazioni populiste" degli elettori attuali. Il terzo, e decisivo, elemento sarebbe infine la ricerca di soluzioni rapide e radicali alle sfide e contraddizioni della globalizzazione, preferibilmente "affidandosi alle qualità taumaturgiche di un leader". Mentre non risulta del tutto estranea alla sinistra storica anche una tendenza latente al populismo, proprio contro lo scoglio della mancanza di una  "leadership autorevole e indiscutibile di un capo" – storica prerogativa della destra – sarebbero invece andate ad infrangersi le coalizioni di centrosinistra in Europa.

Sostiene Calise, insomma, che la sinistra avrebbe perso la sfida con le rinascenti forze di destra sostanzialmente perché: (1) i suoi esponenti non hanno saputo accorgersi che le vecchie barriere ideologico-territoriali sono cadute da un bel po’; (2) sono rimasti radicati ad un modello tradizionale e popolare di partito, in un mondo sempre più caratterizzato dal populismo e, (3) non hanno a disposizione "capi" autorevoli e credibili da contrapporre a quelli esibiti dalla destra, notoriamente più proclive ad affidarsi a "guide" indiscusse.

Confesso che dopo quest’acuta analisi mi sento ancora più confuso di prima. Pensate: nella mia ingenuità ritenevo che la batosta della sinistra italiana fosse imputabile al fatto che, proprio per mimetizzarsi troppo con la realtà circostante, non riuscisse a porsi come credibile ed autentica alternativa ad un sistema economico responsabile, a livello planetario, di catastrofi ecologiche, conflitti bellici e spaventose ingiustizie sociali . E invece no – sostiene Calise – la sinistra ha perso perché è rimasta ancorata alle vecchie ideologie, non si è mostrata abbastanza opportunista e populista e, soprattutto, non ha saputo far leva su autentici "capi", come richiederebbe la realtà attuale, caratterizzata al tempo stesso da "volubili motivazioni" ma portata ad affidarsi a "uomini forti", dotati di un’indiscutibile e taumaturgica leadership.

Pensate: prima credevo addirittura che la sfida del partito democratico al centro-destra fosse fallita perché è piuttosto improbabile, oltre che poco coerente, pretendere di sconfiggere i neoliberisti  proprio sul loro terreno, sbandierando slogan su progresso, ordine e riduzione del peso normativo dello stato, ma finalmente ora capisco che il centro-sinistra ha perso perché non è stato abbastanza bravo ad "intercettare i mutamenti nel clima di opinione e nella base sociale dei rispettivi paesi", un simpatico giro di parole per dire che non è stato sufficientemente trasformista e opportunista.

Figuratevi un po’: mi ero convinto che la vera e propria liquefazione della sinistra comunista ed ambientalista – e della stessa coalizione arcobaleno che pretendeva di rappresentarla – fosse ascrivibile all’assenza di un vero progetto che riuscisse finalmente a far comprendere come giustizia, pace ed ecologia sono ingredienti di un’unica alternativa all’arroganza di quel complesso militare-industriale che non esita a scatenare guerre senza fine pur di salvaguardare a tutti i costi il ruolo di consumatori illimitati e sfrenati detenuto dal 25% del genere umano, a danno del restante 75%.  E invece ecco che Calise lascia intendere che la crisi della sinistra è ormai fatale, visto che – dopo il crollo dei due blocchi di riferimento economico e politico – la sua tradizionale "riserva di caccia…si è ridotta al lumicino", per cui non si comprende più il senso di un’opzione rivoluzionaria, e perfino di quella riformista, in un contesto che, evidentemente, gli appare il migliore dei mondi possibili

Eppure fuori dall’Italia, e perfino nella stessa culla del capitalismo globalizzato, le analisi sono piuttosto diverse, se è vero che l’autorevolissima rivista TIMEfatto rivoluzionario nella sua lunga storia editoriale – è uscita nell’ultimo numero di Aprile contornata di verde – anziché del tradizionale colore rosso – con un’efficace copertina dedicata all’approfondito servizio di Bryan Walsh su: "Come vincere la guerra contro il riscaldamento globale". Ad un futuro più verde e più pulito sono dedicati anche altri servizi dalla Germania, dal Giappone e dagli stessi Stati Uniti d’America, tutti centrati sull’assoluta necessità di dare priorità a scelte inequivocabilmente ed irrevocabilmente volte alla lotta ad un disastro ambientale frutto di scelte sbagliate e miopi.  Mentre da noi i Verdi spariscono quasi del tutto, diluiti in una coalizione che non li ha visti né protagonisti né capaci d’iniziativa, le massime organizzazioni multinazionali – alcune delle quali responsabili di scelte rivelatesi catastrofiche – si stanno spudoratamente dipingendo di verde, cercando di dimostrare che combattere il global warming non equivale affatto a recessione economica, blocco dello sviluppo e degli stessi profitti, perché basta maggiore efficienza e lungimiranza per riparare i danni fatti finora da quello stesso modello di sviluppo.

Prosperità economica ed azioni in difesa dell’ambiente – sostiene il ministro tedesco dell’ambiente- non sarebbero quindi affatto in contraddizione, bensì "mutualmente dipendenti". In nome del "futuro del pianeta", d’altra parte, si sfidano gli stessi contendenti alla nomination presidenziale negli USA, cercando di rimediare a decenni di sdegnoso disinteresse per le conseguenze mondiali di un modello di sviluppo energivoro e consumistico.  Di "Guerra Giusta"  in nome dell’ambiente parla addirittura il Segretario Generale dell’ONU, che nel suo articolo su TIME afferma che un pianeta più verde sarà anche un pianeta più giusto e pacifico, dal momento che "il fondamento della pace e della sicurezza per tutti i popoli sta nella sicurezza economica e sociale, ancorata ad uno sviluppo sostenibile […] Più che mai prima, le soluzioni devono collegare il locale ed il globale".

E allora? A noi Italiani tocca inseguire l’evaporazione delle ideologie classiche in nome del pragmatismo trasformista di una società sempre più priva di riferimenti e convinzioni e sempre più alla ricerca di capi da seguire, oppure cogliere la nuova sensibilità mondiale sui problemi dell’ambiente per rilanciare un’alternativa vera, evitando anche che il cinismo corrente finisca col presentarci Shell, Toyota ed altre multinazionali come i veri leaders di un ambientalismo che promette spudoratamente botti piene e mogli ubriache?  Vogliamo lasciarci trascinare dal provincialismo leghista e neofascista di chi accomuna gli immigrati ed i parassiti meridionali in nome di una riscossa di chi sta bene e vuole stare sempre meglio, alla faccia di chi resta indietro, oppure vogliamo provare nuovamente a ritessere i fili di un progetto di sviluppo più equo e solidale, dove la necessaria scelta della "decrescita" non deve suonare come un inutile autolesionismo, ma piuttosto come una volontà di cambiare davvero le regole del gioco?  Vogliamo forse lasciarci irretire da nuovi, improbabili, "uomini della Provvidenza" che ci rassicurino e ci evitino di scegliere da soli, oppure vogliamo costruire dal basso una nuova democrazia,  più condivisa e partecipativa e fondata sullo spirito comunitario?

A noi la scelta. ma non dimentichiamo mai che il primo principio di una vera ecologia è quello della responsabilità personale e che nessun "capo" né tendenza culturale né organizzazione ci esime dal ragionare con la nostra testa e dal decidere secondo coscienza.