NACHAM / SHUV : Quaresima di conversione

 μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ  (Mc 1,15)

E’ iniziato nuovamente il tempo quaresimale e, per chi è credente, è tornato il tempo di riflettere, di valutare e, soprattutto, di convertirsi. Quest’ultimo termine traduce, con un po’ di approssimazione, il verbo greco μετανοεῖτε, il cui significato, alla lettera, è, ‘cambiate mentalità’, ‘cambiate idea’ e, quindi, ‘ravvedetevi’

Scorrendo l’Antico Testamento, il verbo ebraico che corrisponde maggiormente a quello greco, e quindi all’idea di ‘convertirsi’, è  שׁוּב (shuv). Come tutti i verbi ebraici, anche questo cambia di significato a seconda della forma in cui è coniugato (attiva, passiva, riflessiva; base, oppure intensiva, causativa), oscillando tra l’accezione di ‘ritornare’, ‘tornare indietro’, ‘cambiar strada’, e quella di ‘riparare’, ‘respingere’, ‘rivoltarsi’, ‘rifiutare’, ‘revocare’ etc.

Se consultiamo un sussidio informatico estremamente utile per rafforzare ed approfondire la nostra conoscenza biblica (www.blueletterbible.org ), troviamo ben 39 pagine di citazioni dall’A.T. in cui il verbo “shuv” è utilizzato, dal libro della Genesi al profeta Malachia, passando per i Proverbi ed i Salmi. Proprio nel salmo 19, 8, ad esempio si parla di “conversione dello spirito” , mentre Isaia invita imperiosamente “Ritorna a me, perché ti ho redento!” (Is 44,22).

Convertirsi significa principalmente abbandonare la strada che si sta percorrendo per tornare indietro, rettificando così un errore di cui abbiamo preso coscienza. Il vero problema, allora, è proprio raggiungere la consapevolezza dell’errore compiuto, laddove con questo termine indichiamo, etimologicamente, l’andare fuori strada, il perdere la direzione. E’ ciò che gli ebrei chiamavano “hatta’ “, uno dei vocaboli che designano il ‘peccato’ e che, nel caso specifico, evoca l’idea di ‘mancare il bersaglio’, ossia un’azione che non va nella direzione verso cui era diretta.

Ebbene, mi sembra evidente che, dopo duemila anni di evangelizzazione, il vero peccato di chi continua a dichiararsi cristiano rischia di essere proprio la persistenza in un “errore” che falsa troppo spesso la nostra testimonianza, adattandola a “bersagli” che non sono quelli che ci ha indicato Gesù ed a logiche che non sono evangeliche. La Quaresima appena iniziata ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere, per renderci conto di dove abbiamo sbagliato e di quale sia la direzione da riprendere, eseguendo una “conversione ad U” e tornando sulla strada giusta.

Purtroppo non esistono navigatori satellitari che ci guidino passo passo e che ci correggano quando sbagliamo ed imbocchiamo una via non giusta. La sola e vera bussola restano il Vangelo di Cristo e la nostra coscienza, della quale però facciamo spesso finta di non accorgerci, per non interrompere la nostra incosciente marcia verso un sedicente progresso, che però nulla ha a che vedere col traguardo che dovrebbe perseguire chi crede nella Buona Notizia.

La Quaresima, quindi, dovrebbe diventare sempre più un momento di presa di coscienza – individuale e collettiva – dei troppi errori che ci hanno portato fuori strada ed un’occasione per cambiare rotta, prima che sia troppo tardi. La società nella quale viviamo –  ispirata com’è al perseguimento dell’affermazione personale a tutti i costi, alla rincorsa ad un progresso senza limiti e senza regole e ad uno sviluppo che lascia dietro di sé devastazione ambientale e piaghe sociali – è la negazione del progetto salvifico di Dio e della missio evangelica. Solo se ne prendiamo coscienza potremo davvero convertirci. Se invece continueremo a compiacerci d’un modello di società ispirato alla sopraffazione, alla violenza ed alla rottura dell’integrità del Creato, dubito che la nostra religiosità sia da considerarsi molto migliore di quella dei pagani o, al massimo, degli scribi e dei farisei.

Per diventare consapevoli del nostro hatta’ , d’altra parte, dovremmo avvertire dentro di noi un autentico pentimento, quello che gli ebrei indicavano con נָחַם (nacham). Si tratta di un verbo che, a seconda delle sue varie forme, assume vari significati, a partire da quello base di ‘pentirsi’, ‘provare rincrescimento’, per giungere ad ‘avere compassione’, ‘soffrire’ e perfino ‘consolare’.

Il guaio è che i seguaci di Cristo, ai quali Egli aveva raccomandato di essere “nel mondo ma non del mondo”, non sembrano affatto a disagio in questo mondo e, al contrario, troppo spesso ne appaiono del tutto partecipi. Un mondo uscito “buono” dalle mani di Chi lo ha creato, ma ridotto ad un inferno per milioni di esseri umani che soffrono ingiustizie, persecuzioni, guerre, fame e malattie evitabili, non può –  non deve – essere quello abitato da un terzo di seguaci di Gesù Cristo (oltre 2 miliardi nel 2001). Nella sua lettera ai Romani, san Paolo scriveva: E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio.” (Rm 12,2).

Il verbo che egli utilizzò, in questo caso, è συσχηματίζω che indica, alla lettera, l’assumere la forma del proprio ambiente di vita, adattandosi e conformandosi alla sua logica e, quindi, restandone del tutto condizionati. L’unico modo per non lasciarci schiacciare da un contesto che non solo non siamo stati capaci di far ‘lievitare’ evangelicamente, ma che sembra averci pienamente assoggettato alle sue regole, è “trasformarsi” ( μεταμορφοῦσθε ), realizzando quella “metanoia” che è frutto, appunto, del “rinnovamento” (ἀνακαίνωσις ) della nostra mentalità.

Senza un autentico pentimento e senza la forza di cambiar strada non c’è vera conversione, ma solo una rituale e superficiale pausa in un cammino che non siamo davvero disposti ad interrompere. A tal proposito, le sagge ed acute parole di un grande vescovo, don Tonino Bello ci esortavano ad intraprendere la strada del rinnovamento vero, quello che egli efficacemente chiamava: “il viaggio quaresimale sospeso tra cenere ed acqua”.  Sì, perché tra il Mercoledì delle Ceneri e la ‘lavanda dei piedi’ ricordata dalle letture del Giovedì Santo c’è di mezzo un impegnativo un cammino da percorrere, che ha origine nel pentimento ma ha il suo logico sbocco nel servizio al prossimo, mediante la nostra apertura a quella carità fraterna che il nostro mondo troppo spesso nega o distorce.

 “…Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi…” (don Tonino Bello, vescovo – 1992).

(c) 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“SI VALES BENE EST. EGO VALEO”

Citando scherzosamente l’apertura d’una nota lettera di Cicerone alla moglie (Ad familiares, XIV, 8) vorrei introdurre un argomento sicuramente poco appassionante per i non addetti ai lavori ma che, d’altra parte, potrebbe avere delle ricadute non indifferenti su un servizio pubblico fondamentale come la scuola, e quindi su tutti coloro che ne fruiscono. Mi riferisco al nuovo progetto del MIUR per la valutazione delle istituzioni scolastiche, che fa seguito ai precedenti due avviati dalla ministra Gelmini (“VSQ” e “Valorizza” ), che nel frattempo si sono “spiaggiati” miseramente, dopo l’urto contro gli scogli di una scuola che pare proprio non gradire ambigue ‘sperimentazioni’. Il nuovo progetto, battezzato dallo staff del ministro Profumo col suggestivo acronimo “VALeS” (Valutazione e Sviluppo Scuola), sembrerebbe evocare il classico saluto latino, di cui Cicerone faceva spesso uso nelle sue epistole. Ebbene, direi che il problema è racchiuso proprio in quel “si vales bene est”, laddove quest’antica ed augurale formula di saluto (“è un bene se tu stai bene”) venga invece ad esprimere un legittimo dubbio sull’effettivo valore di quest’ennesimo progetto di valutazione pseudo-meritocratica della scuola. Sebbene si noti qualche lieve differenza rispetto a quelli precedenti – che hanno già drenato notevoli risorse economiche, con ben scarsi risultati, sottraendole agli stipendi degli insegnanti, attraverso il blocco degli scatti… – il nuovo progetto continua infatti a percorrere la sdrucciolevole strada della valutazione aziendalista di un’astratta “accountability” della funzione docente. la cosa peggiore è che lo fa in un momento in cui si è comunque deciso di tagliare drasticamente le risorse per la scuola pubblica, inserendo subdolamente al suo interno elementi di privatizzazione ed interessi estranei al processo formativo.

La pretesa, singolare quanto provocatoria, è che le istituzioni scolastiche (o meglio, un campione di 300 scuole italiane su 10.000, ossia il 3%) si autocandidino a partecipare a questo appassionante gioco al massacro, in cambio di una cifra capitaria che andrà da 10.000 e 20.000 euro che, precisa il MIUR, non hanno una funzione “premiale”, ma piuttosto servono a “…sostenere il piano di miglioramento”, come “…riconoscimento per il maggiore impegno profuso dalla comunità professionale nel partecipare al processo di valutazione…” http://www.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/037232a2-862b-4363-b5f9-4dfa27d0e851/progetto_vales.pdf .  La cosa che lascia perplessi è che buona parte delle organizzazioni della scuola, sindacali o no, non si siano ancora pronunciate con chiarezza sulla riproposizione di un criterio valutativo che, nei paesi in cui è stato applicato per molti anni, ha dato spesso risultati scarsi o del tutto negativi. Mi sembra quindi ancor più significativo che ad esprimere serie critiche in proposito, nel merito come nel metodo, sia stato invece un insigne docente universitario, un esperto di Statistica come il professor Giorgio Tassinari. Egli, infatti, ha contestato la pretesa scientificità d’un metodo di rilevazione dei processi di apprendimento che, pur restando saldamente ancorato al pilastro delle “prove nazionali” propinate dall’INVALSI, vorrebbe correggerne i risultati – falsati dai test in sé – mediante la stima del c.d. “valore aggiunto”.  Si tratta di confrontare i dati di un anno scolastico con quelli del successivo, per rettificare le previste distorsioni.  Il fatto è che non basta confrontare i risultati di anni successivi per ovviare ad una rilevazione meccanica e falsamente ‘oggettive’ degli apprendimenti. Scrive Tassinari:  “Se ci focalizzassimo unicamente sulle misure di tipo puntuale per la valutazione delle scuole e degli insegnanti non potremmo tener conto della qualità del percorso scolastico precedente degli alunni né dei fattori di tipo non scolastico che influenzano la loro performance. Questi fattori sono altamente correlati con le caratteristiche strutturali delle famiglie, quali il gruppo etnico o il reddito. Ne risulta che molta parte della variabilità nei punteggi medi delle scuole è causata da questa disuguaglianza nei “punti di partenza” che difficilmente può essere tenuta sotto controllo dagli insegnanti…” (http://www.inchiestaonline.it/scuola-e-universita/due-o-tre-cose-sul-progetto-vales/#comment-162 ).

Non si tratta di un’astratta e generica critica alla valutazione delle “performances” didattiche in un contesto ancora troppo variegato sul piano socio-culturale, che potrebbe formulare qualsiasi docente con un po’ di esperienza professionale. Un esperto di statistica, molto ben documentato sulle esperienze statunitensi che i nostri governi si sforzano penosamente di scimmiottare, esprime seri dubbi proprio sulla validità di simili strumenti di misurazione dei processi formativi.  “Chiariamo innanzitutto che l’impiego di test standardizzati per misurare le competenze degli studenti permette di osservare solo una frazione, probabilmente non la più importante, dell’outcome educativo degli insegnanti e delle scuole. Ovviamente dovremmo anche essere sicuri che il test somministrato sia in grado (anche con la non piccola limitazione a cui abbiamo appena accennato) di misurare effettivamente i costrutti “qualità della scuola” e “qualità dell’insegnante”, il che è assai lontano dall’essere una certezza. […] Oltre ai rischi connessi all’eccesso di variabilità delle misure e della fragilità dei risultati rispetto alle assunzioni impiegate per la modellizzazione, vi è un ulteriore rischio connesso all’uso delle misure di valore aggiunto e dei test più in generale, che potremmo chiamare effetto della norma sul comportamento.” (ibidem).

Come ho scritto in un breve commento all’articolo, condivido in pieno il qualificato e documentato intervento del prof. Tassinari. Si tratta di un’analisi che parte dai risultati quanto meno discutibili registrabili negli Stati che adottano da decenni questi sistemi di valutazione delle scuole ed i cui docenti sono stati ormai condizionati ad aderire senza condizioni ad un pervasivo modo di “teaching to the test”.  Però un insegnamento finalizzato quasi esclusivamente al superamento dei test nazionali sarebbe il modo peggiore per affrontare i pur innegabili “punti di debolezza” della scuola italiana, banalizzando la didattica e penalizzando ovviamente i contesti socialmente più fragili.  Il vero problema, d’altra parte, resta quello di definire le reali finalità della stessa valutazione. Si tratta di aiutare le situazioni più delicate con un intervento di supporto – finanziario e di qualificazione professionale degli operatori – come vorrebbero far intendere gli estensori del progetto VALeS – oppure si utilizzerà strumentalmente tale valutazione per penalizzare ulteriormente le scuole più a rischio?

I punti deboli del progetto – oltre alla ridotta capacità di rappresentazione del campione ed alla scarsa definizione degli stessi criteri metodologici – credo che siano riscontrabili soprattutto in una visione ancora freddamente tecnicista dei processi di apprendimento e in un’evidente dipendenza di tali “sperimentazioni” dalla decisione di tagliare drasticamente fondi e stipendi per la scuola pubblica. Grazie, quindi, al prof. Tassinari che ci ha ricordato, opportunamente, che chi ha la pretesa di valutare dovrebbe avere – o comunque esplicitare – una visione chiara dei propri valori di riferimento, quella che una volta si definiva “tassonomia”.

“Ogni sistema “serio”, come si dice in gergo accademico, dovrebbe avere dietro una teoria almeno a maglie larghe. Nel nostro caso, trattandosi di “valutazione”, sembrerebbe necessario aver costruito dapprima una forma, anche debole, di teoria dei valori (si badi che questa non serve all’economia capitalistica di mercato, perché il rapporto tra i prezzi di due merci esprime, da sé, il rapporto tra i rispettivi valori). Ma se il mercato non c’è, in effetti, e noi invece vorremmo indurlo artificiosamente, sembra proprio che una teoria dei valori sia necessaria. A noi rimane il dubbio che una techné che sia valida per tutte le stagioni sia, in fondo, una mistificazione. “ (ibidem) .

 I valori che vanno bene al “Mercato” – con tutti il rispetto per i Professori che ci governano – non vanno bene a chi passa la propria vita a colmare gli “spread” che si riscontrano tra le basi culturali di tanti alunni svantaggiati e quelle di pochi privilegiati. Ecco perché uno come me, – che ha insegnato per un quarto di secolo in ambienti socio-economicamente e culturalmente degradati ma che si è da poco trasferito in una “scuola di prima fascia” – prova oggi un certo disagio di fronte all’autocompiacimento col quale tanti docenti e dirigenti scolastici guardano a questi progetti. Sono convinto che la scuola pubblica non possa e non debba restare un indistinto carrozzone e che valutare la funzione docente sia un dovere di chi abbia il compito di garantire il diritto-dovere costituzionale ad un’istruzione-educazione di buon livello per tutti, a partire da chi ne ha più bisogno per diventare un cittadino responsabile e partecipe. Questo non significa, però, aderire ad una strisciante mutazione genetica della scuola italiana, i cui pilastri non siano più le normative nazionali e le autonomie scolastiche, bensì discutibili agenzie di ‘rating’ scolastico come l’INDIRE e l’INVALSI.

Ecco perché, citando ancora Cicerone, penso che “Si VALeS bene non est” dovremmo perciò congedare questo progetto con un latinissimo “Vale!” o, napoletanamente parlando, con uno “Stàtte bbuono!”

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

PEACEDU VS PSYOPS : quando la pace si fa con le parole

Come fare formazione alla disinformazione…

Vorrei continuare il discorso iniziato nel mio precedente articolo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ), cercando da un lato di approfondire un aspetto della guerra da cui siamo bersagliati un po’ tutti e, dall’altro, di chiarire quali risposte costruttive e nonviolente può e deve opporre chi, invece, ha come obiettivo la pace.

Devo dire che questa storia delle PsyOps mi ha incuriosito parecchio, ragion per cui ho cercato di capirne qualcosa di più, utilizzando quella ‘rete’ che è uno dei principali strumenti non solo di persuasione occulta di tipo commerciale, ma anche di subdola guerra psicologica.

Da insegnante e da ricercatore/educatore per la pace, ad esempio, m’intriga non poco l’idea stessa di una “Scuola della NATO”  (https://www.natoschool.nato.int/index.asp ) , nella quale militari di ogni nazionalità possono usufruire di una “offerta formativa” per tutti i gusti…  Come spiega la guida di questa nobile istituzione ‘alleata’ – la cui sede si trova ad Oberammergau –  la NATO School “…fornisce corsi d’istruzione residenziali in cinque principali discipline: 1) Intelligence; 2) Sorveglianza, Acquisizione e Riconoscimento del Bersaglio (ISTAR); 3) Operazioni Congiunte; 4) Armi di distruzione di Massa (WMD); 5) Politica e Programmi NCO.

Con una spesa piuttosto modica, è possibile essere ospiti per qualche settimana della discreta ed accogliente struttura della N.S.O., collocata in un ridente villaggio nelle alpi bavaresi, per approfondire e specializzare le proprie conoscenze, mediante “educazione ed addestramento individuale a sostegno delle operazioni correnti ed in via di sviluppo, della strategia, della politica, dottrina e procedure della NATO”.  Devo ammetterlo. La sola idea di un giovane ufficiale turco, inglese o italiano che – da solo o magari anche in compagni di moglie e figli –  se ne vada in trasferta in questa graziosa cittadina della Baviera per svolgervi qualcosa tra un “ritiro spirituale” ed un “training” aziendale, alternando passeggiate nei boschi con dotti seminari sulle armi di distruzione di massa, mi provoca una certa nausea…  Innegabilmente, la NATO School ha un piglio molto professionale. Facciamo conto che a voi o ai vostri superiori interessi approfondire, metti caso, proprio le PsyOps. Basta consultare la “guida dello studente” sul suo sito per avere tutte le informazioni in proposito. Si viene a sapere, infatti, che per due volte all’anno si tiene il corso denominato “P3-08: Nato Operations Planners’ PsyOps”, la cui durata è di 2 settimane e che è rivolto ad un minimo di 25 ed un massimo di 60 persone, selezionate fra ufficiali e civili ‘equivalenti’.

Ovviamente ai potenziali corsisti sono richiesti precisi “pre-requisiti’ (conoscenza di ottimo livello della lingua inglese, formazione di base sulle tecniche di psy-ops, conoscenza delle direttive NATO, etc.), ma si garantisce il conseguimento di qualificati obiettivi formativi. Fra questi, il “possesso di una sufficiente comprensione della psicologia e della sociologia di base, per essere capaci di adottare questa conoscenza nella pianificazione a livello operativo allo scopo di cambiare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico” . Si persegue anche la finalità di: “possedere una migliore conoscenza della misurazione e valutazione del successo…delle attività psicologiche volte ad influenzare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico”. Fra gli altri obiettivi del Corso in questione c’è anche quello di “comprendere organizzazione, integrazione, mancanze, opportunità e requisiti delle PsyOps, a partire da operazioni reali selezionate.”  Insomma, bastano due settimane di “full immersion” nello studio dei tanti casi precedenti di guerra psicologica per conseguire una competenza non solo nella loro realizzazione, ma anche nella valutazione del loro impatto e nella correzione degli eventuali ‘punti deboli’.

L’esperienza di uno “psico-guerriero”     

Il linguaggio utilizzato è volutamente anodino e lascia intendere che si tratta d’un insegnamento come gli altri, sebbene non riguardi affatto di tecniche e metodologie valutative per l’insegnamento oppure per un trattamento psicologico, bensì quelle utilizzate dai militari per manipolare conoscenze, idee e comportamenti di  migliaia di persone. Che si tratti di “armi di disinformazione di massa”  risulta più evidente se, navigando in Internet, si finisce nel sito un po’ esaltato di un ‘veterano’ delle PsyOps , il maggiore a riposo Ed Rouse, dell’U.S. Army. Questo baffuto ufficiale – che si fa chiamare simpaticamente “Psywarrior”(Psicoguerriero) – chiarisce nelle sue note biografiche di parlare con perfetta cognizione di causa (20 anni d’onorata carriera militare, parecchi dei quali all’interno di quei reparti speciali che si occupano, appunto, di Psy-Ops) ma, con la stessa semplicità, c’informa che sua moglie Sheila è un’avida collezionista di orsacchiotti  (teddy bear) e che entrambi si dilettano a fare acquisti nei “mercati delle pulci”…  Questo “Rambo” della guerra psicologica, ormai in pantofole, presenta però in modo molto meno bonario e casalingo l’attività di cui si è occupato a lungo. Sulla homepage del suo sito web (www.psywarrior.com ), ci spiega infatti che nell’arte della guerra (warfare) ci sono essenzialmente due forze: quella fisica e quella morale, che richiedono due distinti approcci. Quello che il mag. Rouse chiama un po’ eufemisticamente “morale” viene considerato “indiretto” ed è sintetizzato dall’anonima citazione che apre la pagina: “Cattura le loro menti e i cuori e le anime seguiranno”. Ebbene, quando il nostro Psicoguerriero usa il termine “catturare” non lo fa, ovviamente, nel senso in cui potrebbe usarlo un missionario e neppure come lo farebbe un pubblicitario professionista. E’ lui stesso a darne dimostrazione, squadernando una lunga storia di ciò che è stato nel corso dei secoli la guerra psicologica, da Alessandro Magno all’operazione “Desert Storm”, da Gengis Khan alla guerra nel Vietnam. Soprattutto, il mag. Rouse ci tiene a chiarire il senso di queste operazioni, che così definisce: “…si tratta semplicemente d’imparare tutto sul vostro nemico-bersaglio, quello che credono, ciò che gli piace o non gli piace, i loro punti di forza e di debolezza e vulnerabilità. Una volta che avete conosciuto ciò che motiva il vostro bersaglio, siete pronti ad iniziare le operazioni psicologiche.[…] Una campagna di guerra psicologica è una guerra della mente. Le vostre principali armi sono la vista e il suono….”. La pagina dei “links” che accompagna questa specie di storia della “Psycological Warfare” risulta ancor più istruttiva. Basta, infatti, navigare tra i tanti collegamenti informatici – dal sito del Comando Centrale ( http://www.soc.mil/  ) alle pagine dedicate all’uso dei volantini oppure del Web nella psico-guerra – per farsi un’idea di quanto avesse ragione George Orwell, il profeta dell’attuale, pervasivo, “Big Brother” nel prefigurare una civiltà narcotizzata ed omologata dal potere dominante.

Controinformar e organizzar…

Sì, è vero che oggi non le chiamano più “Psycological Operations”, preferendo ricorrere alla più inoffensiva denominazione di “Information Operations”. Si tratta però d’un caso evidente della orwelliana Neolingua, in quanto si rimuove l’insidiosità del richiamo alla “psiche” per limitarsi a parlare di generica “informazione”. Ma è lecito domandarsi che razza d’informazione sarebbe quella il cui proposito – secondo il Mag. Rouse – è così riassunto: “…demoralizzare il nemico, causando dissenso ed agitazione nelle sue fila, mentre allo stesso tempo si convince la popolazione locale ad appoggiare le truppe americane. Le PsyOps forniscono ai comandanti tattici sul campo anche una continua analisi degli atteggiamenti e comportamenti delle forze nemiche, cosicché possano sviluppare, produrre ed impiegare la propaganda in modo da aver successo…”.   Si tratti delle immagini volutamente distorte diffuse negli anni ’60 sul Vietnam oppure dell’ultima campagna propagandistica per giustificare un intervento armato in Siria, le subdole “armi di disinformazione di massa” sono sempre le stesse, ma perfezionate e potenziate dalle moderne tecniche massmediatiche. Demistificarle non è certo semplice e richiede una grande e continua attenzione da parte di chi vorrebbe fare contro-informazione, ma è ovviamente handicappato dalle scarse forze disponibili e dall’assenza di risorse finanziarie che possano minimamente contrapporsi a quelle che muovono le operazioni di guerra psicologica. Va detto però, onestamente, che nessuna propaganda o campagna mediatica potrebbe funzionare se non ci fossero moltissimi operatori dell’informazione disposti a farsi assoldare.  Altrettanto onestamente, poi, va riconosciuto che, purtroppo, dagli anni ’70 ad oggi si è costruito ben poco in ambito della ricerca sulla pace e della formazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. I “peace studies” e la stessa educazione alla pace sono stati troppo spesso ridotti ad ambiti di ricerca e formazione puramente accademica. Viceversa, la rete delle organizzazioni pacifiste e nonviolente si è oggettivamente indebolita ed ha perso il suo carattere internazionalista e globale, pur partendo da azioni locali e specifiche. La stessa idea di “alternativa nonviolenta” si è a poco a poco sbiadita, confinando Gandhi, Luther King – ma anche il nostro Capitini – nella soffitta un po’ polverosa degli eventi celebrativi e delle tesi di laurea. Per quanto mi riguarda, mi sono occupato sia dei rischi che corre in Italia una “peace education” banalizzata e strumentalizzata (E. Ferraro, Educazione o maleducazione alla pace?, Napoli 2008 – http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ), sia della riscoperta della Nonviolenza (E. Ferraro, Nonviolenza qui e ora, Napoli 2010 – http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.it/?t=50946838 , sia delle caratteristiche e delle potenzialità ancora poco valorizzato dell’ecopacifismo (E. Ferraro, Ecopacifismo: visione e missione, Napoli 2011 – http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia. Ma il mio punto di partenza, all’inizio degli anni ‘80, era stato proprio quello della comunicazione nonviolenta e della formazione ad una lingua di pace. Il mio opuscolo (E. Ferraro, Grammatica di Pace – Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha,1984 – http://www.libreriauniversitaria.it/grammatica-pace-otto-tesi-educazione/libro/9788876900198 )  cercava, infatti, di proporre un percorso educativo che raggiungesse innanzitutto i giovani, per formarli ad un linguaggio che servisse a risolvere nonviolentamente i conflitti e non a coltivarli. Dopo una lunga stagione di disinteresse per la comunicazione pacifica e pacifista – fatta eccezione per alcune interessanti esperienze proprio negli USA con le opere sulla N.V.C.di Marshall Rosemberg  (http://www.nonviolentcommunication.com/aboutnvc/aboutnvc.htm ) , devo dire che, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche nel nostro Paese. Proprio in questi giorni, infatti, ci si presentano almeno due occasioni di formazione in questa auspicabile direzione. La prima, organizzata dal Centro Studi Difesa Civile di Roma, è un “Corso di Comunicazione Costruttiva”, che si svolgerà alla Casa per la Pace di Impruneta (FI) dal 20 al 21 febbraio (http://www.pacedifesa.org/canale.asp?id=498 ). La seconda è un “training alla nonviolenza”, promosso dal Centro per la Nonviolenza nei Conflitti di Napoli (www.cenocon.it ), che affronterà in più incontri, da marzo a maggio, le relazioni interpersonali ed il metodo per renderle più empatiche e nonviolente. Il vero problema, allora, è quello di mettere insieme tante esperienze e percorsi e farli interagire, per organizzare una rete di controinformazione e comunicazione e per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. E’ un obiettivo davvero ambizioso, ma prorprio per questo penso che dobbiamo darci da fare, al più presto. Prima che il Grande Fratello ed i suoi accoliti del “Ministero della Verità” riescano davvero a convincerci tutti che, secondo la logica del “bispensiero”: “”WAR IS PEACE,” “FREEDOM IS SLAVERY,” “IGNORANCE IS STRENGTH”…..

© 2012 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.wordpress.com )

PSY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole.

stemma del gruppo operativo PSYOPS dell’Ohio

Dal Grande Fratello orwelliano alla guerra psicologica

In un suo recente intervento, Alessandro Marescotti (www.peacelink.it ) ha giustamente messo in evidenza, a proposito di quanto sta accadendo in Siria, che le varie fonti d’informazione si ritrovano stranamente nel definire “disertori” quelli che, a rigor di logica e di vocabolario, dovrebbero essere chiamati “insorti” o partecipanti ad una “sedizione” militare. Questa osservazione gli dà lo spunto per una riflessione sull’uso propagandistico degli strumenti informativi e sulla preoccupante diffusione – dal secondo dopoguerra ad oggi – di una vera e propria strategia di manipolazione del pensiero e del linguaggio, come strumenti di guerra psicologica.

Il riferimento d’obbligo, in questo caso, è l’incredibilmente profetico romanzo di George Orwell “1984” (Nineteen Eighty-Four), quello che – tanto per intenderci – ha avuto, suo malgrado, la sventura di dar origine alla fin troppo nota espressione “Grande Fratello”. E’ questa, infatti, la traduzione di “Big Brother”, il “deus ex machina” che controlla e dirige come automi telecomandati tutti coloro che vivono sotto il regime assoluto e totalitario guidato dal partito chiamato Socing/Engsoc”.

E’ davvero incredibile come Orwell sia riuscito ad avere, già nel 1948, una visione talmente netta e dettagliata di quella realtà – massmediatica prima ed informatica poi – dalla quale milioni di esseri umani sarebbero stati sempre più condizionati, se non asserviti del tutto, grazie ad una sottile revisione del pensiero e dell’espressione linguistica, che lo veicola e ne è l’ovvio interfaccia.

Mi sono ricordato allora di un mio vecchio scritto – datato non a caso 1984…- nel quale analizzavo questa manipolazione logica (“Bispensiero/Doublethink”) e linguistica (“Neolingua/ Newspeak”), suggerendo anche una strategia per opporsi, nonviolentemente, ad entrambi. Ecco uno dei brani del romanzo che citavo:

“Se si vuole comandare e persistere nell’azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà… […] Bispensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie ed accettarle entrambe […] La Neolingua era intesa non ad estendere ma a diminuire la possibilità di pensiero; si veniva incontro a questo fine, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole…”  (questa e le successive citazioni erano tratte dall’ediz. italiana, Milano, Mondadori,1983).

Rileggere, oggi, questi brani del romanzo orwelliano fa venire i brividi. Come non restare  stupiti, poi, di fronte alla constatazione che questi due processi di “addomesticamento” e massificazione del pensiero e del linguaggio, mediante un’accurata programmazione della mente umana, erano stati previsti dall’autore intimamente legati all’uso delle tecnologie informatiche?

Programmare un linguaggio-macchina, sottolineava già negli anni ’70 il cibernetico Silvio Ceccato, comporta l’eliminazione di ogni forma di originalità biologica e culturale, allo scopo di perseguire una “oggettività” ed “universalità” comunicativa, sì da “…sopprimere i contenuti del pensiero-linguaggio che fanno riferimento alla personalità dei parlanti…”  (S. Ceccato, La terza cibernetica. Per una mente creativa e responsabile, Milano, Feltrinelli, 1975)

Tornando alla cronaca di quanto sta accadendo oggi in Siria – ma è da poco accaduto in molti altri paesi arabi del Mediterraneo – è evidente che l’informazione ha fatto largo uso di tutte le tecniche neo-linguistiche per indirizzare subdolamente le menti di lettori, ascoltatori, telespettatori e cybernauti nella direzione voluta da chi ha deciso da anni chi sono i buoni ed i cattivi, facendo derivare da questo assioma tutte le altre considerazioni.

“Il 4 aprile 1951, il presidente statunitense Truman istituì lo Psychological Strategy Board (PSB), il primo organismo statale destinato a pianificare, coordinare e condurre operazioni di controllo psicologico di massa. I primi manipolatori psicologici compresero che quando si vuole agire su una quantità enorme di soggetti, bisogna “trasformare la realtà”. E il modo più efficace e rapido per cambiare la realtà a nostro piacimento è cambiare le parole con cui descriviamo la realtà. “La sostituzione di una sola parola – scriveva William Nichols (direttore di “This week magazine” – può aiutare a mutare il corso della storia”.

Noi comuni mortali, ovviamente, ignoriamo che alle nostre spalle e sulle nostre teste migliaia di persone siano state accuratamente formate alla manipolazione del pensiero e del linguaggio, in modo da far giungere al nostro cervello solo le informazioni gradite, escludendo le altre che, guarda caso, sono spesso proprio quelle vere… Eppure, ricorda Marescotti, già nel 2002 “…il New York Times riportò che l’Office of Strategic Influence (OSI) del Pentagono stava “elaborando dei progetti per divulgare notizie, magari anche false, a beneficio dei media stranieri nell’ottica di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici di paesi amici e non”.

Quando però i militari della NATO si resero conto che la sigla “PSYOPS” ( Psycological Operations) era troppo esplicita, in una nota ufficiale il Tenente Colonnello Steve Collins – a capo della struttura omonima con sede presso il Comando Supremo in Belgio – corresse il tiro, scrivendo che sarebbe meglio “…”utilizza(re) una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come “operazioni di  informazione”. (vedi: http://www.nato.int/docu/review/2003/issue2/italian/art4.html )

La “verità” confezionata dai militari

Siamo di fronte ad un’abituale applicazione del “Newspeak” che caratterizza ormai il linguaggio dei media, contrassegnato da espressioni “polically correct”o, comunque, capaci di non impressionare negativamente il lettore-ascoltatore-spettatore.  Chiamare “operazioni informative” quelle che nascono invece come manipolazioni psicologiche è di per sé una mistificazione. Nello stesso Dizionario dei Termini Militari e di quelli Associati, a cura del Dipartimento della Difesa USA  ( JP 1-02 DOD Dictionary of Military and Associated Terms) troviamo scritto, infatti, che: “Le Operazioni Psicologiche sono operazioni pianificate  per veicolare informazioni ed indicatori selezionati ad un pubblico straniero, per influenzare le loro emozioni, motivazioni, ragionamenti oggettivi e, in ultimo, il comportamento dei governi stranieri, come di organizzazioni, gruppi ed individui.”

Queste operazioni – che si integrano con quelle di “intelligence” e di “guerra psicologica” – vengono perfino designate con un colore diversificato, a seconda del grado di mistificazione raggiunto. Quelle “bianche”, infatti, sono azioni attribuite al loro effettivo autore (i servizi informativi della Difesa o, comunque, del Governo. Quelle “grigie” sono “deliberatamente ambigue” ed attribuibili a fonti non-ufficiali. Le operazioni “nere”, infine, sono addirittura attribuite a fonti abitualmente ostili alla politica governativa, e sono utilizzate come un supporto segreto e “coperto” ai piani strategici “scoperti” dei militari.

Dal 1985 (anno significativo…) la sede dell’USA-CAPOC (U.S. Army Civil Affairs and Psycological Operation Command (http://www.usacapoc.army.mil/ ) si trova a Fort Bragg (North Carolina) e comprende due Unità Operative dedicate alle PSYOPS, una nell’Ohio e l’altra in California. Ho notato che lo stemma del primo Gruppo riporta una fiaccola (simbolo del sapere) che s’incrocia in basso con due saette, convergenti sul cartiglio col motto latino “veritas”. L’altra unità è contrassegnata da uno stemma con la stessa fiaccola, questa volta però affiancata a sinistra da una penna d’oca e a destra da una spada ricurva. Le stesse insegne ufficiali ed i distintivi del CAPOC rappresentano poi il “cavallo” degli scacchi, circondato dal motto: “Persuadere-Cambiare-Influenzare” (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/USACAPOC ).

Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.

Un articolo di A. Scarpitta del marzo 2010, poi, ci informa sulle “psyops” italiane in Afghanistan  con queste parole: “La comunicazione operativa si prefigge lo scopo di far conoscere, in maniera adeguata e credibile, il fine dell’impegno militare italiano e alleato in Afghanistan, modificando positivamente la percezione di tale impegno presso la popolazione locale, grazie alla capacità di accentrare, controllare e gestire le informazioni” […]. Lo scopo è poter influenzare le percezioni, le suggestioni ed il comune sentire dei civili attraverso l’analisi dell’impatto psicologico delle operazioni ed orientare tali sentimenti a favore del nostro operato. […]In questo contesto, le comunicazioni operative debbono fornire e gestire le notizie in termini coerenti con le necessità delle operazioni e con le finalità del nostro impegno militare, contribuendo a creare un clima generale favorevole al buon esito della missione…”. (http://www.loccidentale.it/articolo/enduring+freedom.+le+psy+ops+italiane+in+afghanistan+.00873809 )

Apprendiamo dal citato articolo che, per studiare e divulgare a loro volta queste interessate “elaborazioni” della verità fattuale, così da meglio asservirla alle finalità delle operazioni militari e per giustificarle agli occhi dell’opinione pubblica, i nostri bravi militari seguono degli appositi corsi. Essi si addestrano a queste tecniche, col supporto di specialisti informatici, giornalisti, psicologici ed altri compiacenti “tecnici”, presso una struttura nazionale, ma anche in dotti corsi accademici all’estero.

“Questi compiti fuori dal comune sono affidati al 28° Reggimento Comunicazioni Operative “Pavia”, un assetto specialistico pregiato del nostro esercito di recentissima costituzione basato a Pesaro […] La Sezione Corsi, inserita nell’Ufficio OAI (Operazioni Addestramento Informazioni). Il “Pavia” è infatti sia unità di impiego che addestrativa, provvedendo direttamente alla formazione del proprio personale. […] A questo si aggiunge, per gli aspetti più marcatamente militari, la stretta collaborazione con forze alleate che già dispongono di esperienze consolidate nel settore delle operazioni psicologiche, come il Civil Affairs/Psychological Operations Command (CAPOC/A) statunitense, che assicura corsi e seminari tenuti a Fort Bragg o a domicilio da istruttori molto qualificati, o la Scuola di Intelligence britannica.[…] A tal fine alcuni elementi qualificati vengono inviati presso enti e comando alleati all’estero, come lo SHAPE o la NATO School di Oberammergau.”(vedi art.cit.).

Ebbene, adesso sapete che, quando ascoltate un notiziario TV, leggete un quotidiano oppure  navigate in Internet – il vero “Grande Fratello” è sempre presente, con la sua preoccupante capacità di controllare e di orientare il pensiero, anche attraverso il linguaggio quotidiano. Nel caso della politica, poi, siamo di fronte a quelle che qualcuno ha efficacemente definito “armi di disinformazione di massa”.

L’intenzione, spiegava Orwell, è quella di rendere ogni discorso “….indipendente il più possibile da una corrente di pensiero operante…”, facendo della Neolingua – asettica, omologata e ambivalente – il codice ideale per impedire ai nostri cervelli di svolgere il loro pericoloso compito di comprensione,di analisi e di valutazione della realtà.

Ormai resi ottusi, massificati ed istupiditi, vivremmo forse più tranquilli, però avremmo smarrito del tutto la nostra scienza e coscienza, come c’insegnava già 250 anni fa il saggio Voltaire:

“Non avete vergogna ad essere infelice, dal momento che alla vostra porta c’è un vecchio automa che non pensa a nulla e che vive contento?” “Avete ragione – mi rispose – cento volte mi son detto che sarei felice se fossi stupido come la mia vicina, e tuttavia non saprei che farmene di una felicità così…” (Voltaire, Il bianco e il nero ed altri racconti, 1764 ).

© 2012 Ermete Ferraro

DAI ”MALI COMUNI’ AI ‘BENI COMUNI’ ?

“Mal comune, mezzo gaudio”: chi è che non ha sentito dire e ripetere in varie circostanze questo noto proverbio?  Si tratta di una diffusa massima popolare, presente anche in altre tradizioni popolari, come quella inglese (“Trouble shared is a trouble halved”) , francese (“Douleur partagée est plus facile à supporter”) o in spagnolo (“Mal de muchos consuelo de todos”).

Noi Napoletani, poi, questo proverbio ce lo siamo sentiti ripetere da secoli – nella versione “Guajo ‘ncomune, mez’ allerezza” – subdolamente ispirata da chi aveva tutto l’interesse di far ricorso alla consolatoria “filosofia popolare” per minimizzare, se non occultare, le troppe schifezze che il suddetto popolo era costretto a sopportare.

Del resto, anticamente il filosofo latino Lucio Anneo Seneca aveva giù sentenziato: ”Pudorem rei tollit multitudo peccantium”, lasciando chiaramente intendere che la moltiplicazione di quelli che fanno peccato è sempre servita per decolpevolizzarli, cancellando la vergogna per il peccato.

Di “mali comuni”, insomma, si è sempre parlato e chi, come me, è nato e vive a Napoli ha ormai fatto l’abitudine a questo strano principio, in base al quale passare un guaio insieme diventerebbe più sopportabile, quasi un’utile occasione per praticare una “condivisione” solitamente più rara quando si tratta di momenti di gioia o di piacere.

Essere napoletani ci ha tragicamente assuefatto ad una serie infinita di “mali comuni”, che vanno da trasporti scadenti e irregolari allo storico problema della raccolta e smaltimento dei rifiuti; dal quotidiano confronto con uffici affollati ed inefficienti ad un traffico assurdo e fracassone; dall’abusivismo edilizio ai mille piccoli abusi quotidiani perpetrati di parcheggiatori, venditori e ‘capuzzielli’ che controllano il territorio. Però, poi, ci si ricordava provvidenzialmente di “mal comune, mezzo gaudio” e si tornava a sorridere dei nostri guai, magari davanti ad una fumante tazzina di caffè, come acutamente ricordava Pino Daniele in una nota canzone: “E nuje tirammo annanze, cu ‘e rulùre e’ panza / e invece e c’aiutà c’abboffano ‘e cafè”.

Ma all’improvviso noi Napoletani ci siamo trovati di fronte uno che non c’invitava a bere caffè o altro per dimenticare, consolandoci con la vecchia storia del “mal comune”. Un politico non-politico (un po’ come il tessuto non-tessuto…) che aveva finalmente il coraggio di mettere il dito nella piaga del “male in Comune”, additando il finto antagonismo dei partiti di maggioranza e di minoranza come una delle principali cause di degrado morale e civile della Città. Uno che esortava i cittadini a portare aria nuova e pulita nello squallido teatrino della politica locale, efficacemente dipinta dallo stesso Pino Daniele quando scriveva: “…stanno chine ‘e sbaglie, fanno sulo ‘mbruoglie / s’allisciano, se vattono, se pigliano o’ ccafè…”.

Per molti di noi “alternativi delusi”, ma anche per tanti giovani giustamente insofferenti, il magistrato de Magistris che sindacava i sindaci e lanciava appelli “politicamente scorretti” ha rappresentato un provvidenziale ciclone. Questo è diventato ancor più vero quando il candidato-sindaco ha chiaramente lasciato intravedere la prospettiva di una vera “rivoluzione dal basso” ed ha cominciato a parlarci di “beni comuni” anziché dei soliti “mali comuni” cui eravamo abituati. Intorno a lui, infatti, si è polarizzato un consenso ampio e vivace, che abbracciava parte della frammentata area ex-comunista ma anche ampi strati della cultura e dell’arte, attivisti ambientalisti antinuclearisti e pacifisti, radicali ed ex socialisti, perfino alcuni imprenditori di ampie vedute.

La parola d’ordine della sua campagna elettorale – vittoriosamente culminata nella nomina a Sindaco di Napoli – è stata sì quella della trasparenza amministrativa e della partecipazione popolare, ma soprattutto quella dei “beni comuni”, contrapposti alla logica perversa della gestione consociativa delle risorse del territorio, ma anche a quella dominante delle privatizzazioni.

Il problema vero, a quanto pare, non è stato quello di “scassare” il muro delle resistenze e delle opposizioni da parte di una classe politico-amministrativa votata all’immobilismo o, peggio, alla scandalosa abitudine a lucrare utili e “gaudio” dai “mali comuni” di Napoli. Il problema più grosso – a distanza di oltre mezzo anno dall’elezione di de Magistris – sembra invece quello di tener fede agli impegni assunti coi Napoletani, cambiando effettivamente rotta e lasciandosi alle spalle le disastrose esperienze dell’era bassoliniana.

Pur volendo mostrarsi tolleranti per un avvio comprensibilmente difficile da parte di una amministrazione che aveva appuntato su di sé troppe aspettative e che doveva inventarsi un modus operandi del tutto nuovo, il guaio è che siamo ancora troppo lontani dalla realizzazione del programma alternativo di cui il neo-sindaco si era fatto promotore e paladino.

La mia associazione ambientalista, nel giro di questi pochi mesi, ha già avuto modo di impattare più volte, e con ovvio disappunto, contro questioni che, sia nel merito sia nel metodo, l’attuale amministrazione comunale pretenderebbe di risolvere in modo tutt’altro che trasparente e partecipato.  La stessa agenda del Sindaco de Magistris – e quindi le sue priorità di governo del territorio – sembrano essere state finora improntate a valutazioni del tutto personali più che ad un reale ed effettivo confronto con movimenti ed organizzazioni che pur lo hanno sostenuto lealmente.

Come in una triste collana, egli ha infilato infatti una serie di decisioni verticistiche quanto opinabili, che vanno dal mancato rilancio del ruolo delle municipalità cittadine alla ricerca di “grandi eventi”; dalla maldestra gestione della vicenda-rifiuti all’incredibile e spudorata rincorsa dell’America’s Cup, ipotizzando per essa locations che hanno letteralmente fatto inorridire i veri ambientalisti, come la mai bonificata Bagnoli o il vincolato lungomare Caracciolo.

Pressato, sia pure con discrezione e rispetto, il nostro Sindaco e la sua Giunta (una specie di “tavola rotonda” di cui evidentemente egli si sente re Artù…) non è parso granché disponibile al confronto con la sua stessa base e con la cittadinanza, a meno che non si trattasse di assemblee da lui programmate, di “audizioni” graziosamente accordate oppure di fumose ed affollate “consulte” tematiche. Lo stesso Consiglio Comunale è platealmente apparso come la versione maxi di quei tristi dieci “parlamentini” zonali, dove si discute a vuoto di cose già decise altrove.

Tornando ai “beni comuni”, non si può che plaudire alle coraggiose scelte operate dall’Amministrazione de Magistris in materia di tutela dell’acqua pubblica e di restituzione ai cittadini di alcune strade e piazze prima invase permanentemente dalle auto. Ciò premesso,  onestamente non si riesce però a comprendere a quale logica alternativa e “comunitaria” rispondano altre discutibilissime decisioni, come ad esempio quella di privatizzare di fatto uno dei luoghi verdi e tutelati dell’area occidentale, l’area zoo-edenlandia, appaltandolo ad una multinazionale del divertimento di massa, oppure quella di trasformare la Villa Comunale ed il lungomare più bello del mondo nella vetrina mediatica del baraccone pseudo-sportivo delle regate per la “Vuitton Cup”.

Se tutto questo viene proposto ed imposto violando anche vincoli ambientali e svendendo inestimabili “beni comuni” agli interessi speculativi, in cambio di un’improbabile visibilità mediatica, la cosa diventa ancora più preoccupante.

Nel momento in cui scrivo, a Napoli si sta svolgendo un’affollata kermesse politica, di taglio nazionale, fortemente voluta da de Magistris in un momento in cui la sua credibilità sta scemando a livello locale. Il “Forum dei Comuni per i Beni Comuni” è l’ultima trovata del Nostro, che ha dichiarato: “…la nostra amministrazione comunale l’ha fortemente voluto, considerandola una occasione preziosa per discutere dei beni comuni e della democrazia partecipativa, per analizzare anche quelle esperienze di politica dal basso che alcune amministrazioni comunali stanno realizzando”.

Secondo de Magistris, infatti, si tratta di un’occasione: “…per confrontarci su come si possa costruire una democrazia partecipativa dal basso che abbia come filosofia di fondo la difesa e la promozione dei beni comuni, come l’acqua, il sapere, la conoscenza, il mare, il territorio. Dal concetto dei beni comuni, infatti, può nascere un movimento di liberazione e, quindi, di politica dal basso“.  La dichiarazione prosegue richiamando la “costruzione di alternative politiche, sociali, culturali ed economiche a modelli che ormai sono falliti, quelli del liberismo e della concentrazione di poteri, i quali hanno prodotto così tante e profonde diseguaglianze sociali inaccettabili” e conclude affermando trionfalmente: “Alla fine saremo tutti più consapevoli e magari anche pronti per elaborare insieme un percorso, una strategia per costruire uniti un’alternativa dal basso, un’alternativa capace di sintetizzare esperienze virtuose, laboratori, movimenti, lotte per i diritti e per il cambiamento”.

“Bene! Bravo!”, ci sentiamo di gridare di fronte a queste nobili parole, anche se istintivamente ci torna alla mente il noto sketch di Petrolini che interpreta Nerone osannato dalle folle…

Tutto questo va molto bene, infatti, ma il vero problema è far collimare siffatte dichiarazioni (nelle quali l’espressione “dal basso” ricorre in modo martellante) col fatto di un’Amministrazione che, intorno alla tavola rotonda della giunta, sta assumendo decisioni innegabilmente verticistiche, come l’esportazione via mare in Olanda di tonnellate d’indifferenziata spazzatura partenopea doc oppure l’incredibile sperpero di denaro pubblico per “fare i baffi” alla scogliera di Caracciolo e per pavimentare (sic!) un giardino pubblico di eccezionale valore storico-ambientale.

A proposito di mare, poi, che fine ha fatto la sbandierata volontà di de Magistris di smilitarizzare e denuclearizzare quello di Napoli? Come mai la prima visita ufficiale del neo-sindaco è stata proprio a quel Comando della U.S. Navy di Capodichino che poco tempo prima aveva dichiarato di voler eliminare, insieme ad un Aeroporto civile e militare che la variante al Piano Regolatore avevano già di fatto cancellato?

“Risposta non c’è…” recitava la traduzione italiane del celeberrimo “Blowing in the Wind” di Bob Dylan. Però i versi del testo originale erano: “How many times can a man turn his head/ pretending he just doesn’t see?// The answer, my friend, is blowing in the wind…”. Ecco perché, anche nel caso di queste domande, se è vero che la “risposta sta soffiando nel vento”, è anche vero che un uomo degno di questo nome non può “girare la testa, fingendo che non ha visto niente”.

Il primo bene comune da difendere è la libertà di ragionare con la propria testa e nessun “Napoleon” potrà convincerci che la fattoria per gli animali sia meglio della fattoria degli animali.

Orwell docet…

© Ermete Ferraro 2012

IL MIO RICORDO DI GIGI BUCCI

Sono stato invitato dal SUNAS – che ringrazio – ad aggiungere a quello di tanti altri il mio personale ricordo del caro amico Gigi Bucci, che un anno fa è stato bruscamente ed assurdamente sottratto ai familiari, agli amici ed alle tante persone con le quali si rapportava ogni giorno, nella sua varia ed instancabile attività professionale e sindacale.

Il mio intervento, più che come una relazione da collega – dal momento che da 25 anni ormai sono un insegnante di scuola media – nasce dalla lunga amicizia che mi ha legato a lui fin dai primi anni ’70. Anni difficili quelli, ma pieni di speranza, che ci hanno visto partecipi di tanti momenti felici, in compagnia di comuni amici, con la colonna sonora delle canzoni dei Beatles e degli slogan pacifisti. Gli anni in cui si è consolidato il mio rapporto di sincero affetto per una persona semplice, spontanea e solare, ma anche di stima e di comunanza d’idee ed esperienze.

E’ impossibile per me ricordare Gigi Bucci senza riportare alla mente, come in un album fotografico, le immagini delle manifestazioni in difesa dell’obiezione di coscienza, di accanite discussioni e riunioni della L.O.C., ma anche di tante passeggiate, gite in comitiva e momenti di conviviale allegria, contrassegnati dalle sue inconfondibili e clamorose risate. Gigi, per me, è stato un po’ il fratello minore che non avevo: un ragazzo pieno di slanci, caratterialmente diverso eppure estremamente vicino nella sua travolgente carica di giovanile entusiasmo.

Ecco, Gigi era, ed è rimasto sempre, un giovane, capace di spendersi senza limiti per una certa causa, insofferente delle mediazioni e delle convenzioni, schietto e privo di tatticismi, profondamente ottimista, al punto da contagiare chi gli stava intorno, ma nondimeno attento alle situazioni e dotato di sano realismo.

Molti suoi colleghi/e lo hanno ricordato per la sua grande disponibilità umana e per la carica d’ironia ed autoironia con cui riusciva a sdrammatizzare anche le situazioni conflittuali, con l’antica saggezza di chi non vuol prendersi troppo sul serio.

Tanti lo hanno ricordato poi, e lo faccio anch’io, per le sue umorali e reboanti sfuriate e per la malcelata insofferenza verso ritardi, difficoltà ed ostacoli che gli si frapponevano, rallentando la sua naturale impulsività di persona estroversa e diretta.

Il fatto è che Gigi era troppo vitale e coinvolto in prima persona in quello che faceva per poterli tollerare, ma ciò non significava che il suo impegno professionale fosse improntato ad uno spontaneismo ingenuo e privo di strategia. Egli, al contrario, ha saputo dimostrare  – come assistente sociale e come rappresentante sindacale – che entusiasmo passione possono e devono coniugarsi alla preparazione culturale, alla professionalità ed alla serietà, senza le quali si rischia di fare solo confuso attivismo.

E’ stata ricordata, a tal proposito, la sua visione strategica ed il suo scrupolo nella difesa di una professione viziata da troppi stereotipi e che in Italia non ha mai avuto vita facile né adeguati riconoscimenti. Ebbene, la necessità di collocare l’agire quotidiano di un operatore sociale su un piano più complessivo e in una prospettiva di trasformazione della società è stato un altro punto che ci ha accomunato a lungo. Ci ha accomunato perciò lo studio delle politiche sociali e dell’evoluzione del sistema italiano di welfare  – dall’assistenza paternalistica allo stato sociale, fino a giungere all’attuale progressivo trasferimento dei servizi sociali ad una gestione mista o delegata ad un sempre più ambiguo privato sociale. Un’analisi – svolta sui documenti ma soprattutto sul campo – dalla quale scaturiva la necessità di non inserirsi in modo passivo ed acritico in un ambito ed in un ruolo stabiliti dall’alto e sempre più burocratizzati. Bisognava, bisogna piuttosto, riprendere in mano tale importante professionalità, per progettare e portare avanti interventi mirati e strategici su un tessuto sociale che, nel frattempo, ha continuato pericolosamente a deteriorarsi e lacerarsi.

Parole come ‘volontariato’ e ‘solidarietà’  – troppo spesso pronunciate  superficialmente e senza reale spessore umano sociale e politico – non hanno mai attirato più di tanto Gigi Bucci, che rifuggiva dalle astrattezze ed ha costantemente cercato il modo migliore per rendere significativo ed effettivo il proprio intervento, prima in campo educativo-sociale e poi come operatore socio-sanitario e, dopo ancora, come attivista e leader d’un Sindacato e d’un Ordine che vogliono ridare dignità, autonomia e peso specifico agli assistenti sociali italiani.

Abbiamo più volte ricordato con altri amici comuni, ridendoci su, la sua prima esperienza in quella storica Casa dello Scugnizzo dove io, giovane vomerese laureato in lettere, avevo cominciato a svolgere dal 1975 il non facile ruolo di operatore volontario, prima come obiettore di coscienza in servizio civile e poi come animatore socio-culturale di gruppo.

“Qualunque cosa, ma non l’operatore con i ragazzi! “ aveva sentenziato Gigi a gran voce, trovandosi invece, dopo poco, a svolgere proprio l’esorcizzato ruolo di educatore di decine di terribili quanto adorabili scugnizzielli di Materdei.  Lo ricordo ancora in mezzo a loro, come loro vivace rumoroso e sanguigno, però forte della sua precedente esperienza d’istruttore di boy scout e carico della sua creatività e vivacità naturale.

Lo ricordo anche come impegnato collega di ricerche-azioni sociali nel quartiere e di concrete battaglie per un lavoro sociale ‘dal basso’, al servizio della comunità locale ma soprattutto delle sue componenti più fragili e problematiche. Quei ragazzi, quelle donne e quegli anziani che – per citare il comune e compianto maestro Mario Borrelli – il Centro Comunitario si proponeva di sostenere ed affiancare nel loro cammino di coscientizzazione e partecipazione, riassunto efficacemente dal suo corrosivo motto: “Noi serviamo quelli che non servono a quelli che dovrebbero servirli”…..

Ricordo poi che, avendo egli vinto un concorso dopo che entrambi eravamo diventati assistenti sociali a tutti gli effetti, le nostre strade si separarono ed il terreno d’impegno umano e sociale di Gigi – prima ancora che di lavoro professionale – diventò quello dell’assistenza a soggetti tossicodipendenti, presso l’ex struttura ospedaliera del San Camillo alla Sanità, denominata SERT. Me lo rivedo ancora davanti, sorridente e bonario anche in mezzo a quel deprimente universo d’emarginazione, mentre sperimentava il suo originale approccio umano e professionale in un ruolo poco gratificante e raramente fonte di soddisfazioni, anche perché legato nei fatti più alla terapia e riabilitazione che ad una vera prevenzione.

Ecco perché l’impegno di Gigi, negli anni, si è manifestato spesso all’esterno della struttura, con molti incontri nelle scuole, forse per riequilibrare quel suo scrupoloso, ma difficile e spesso penoso, lavoro di recupero di tanti giovani. Ecco perché la sua esperienza egli ha sempre voluto condividerla cogli altri, da formatore e da docente del corso di laurea in servizio sociale dell’ateneo fridericiano di Napoli.

I suoi colleghi hanno citato le sue doti di umanità e di sensibilità, la sua innata tendenza all’accoglienza ed alla solidarietà. Anch’io vorrei sottolineare le sue doti umane e professionali, messe per tanti anni al servizio dell’Ordine degli Assistenti Sociali – di cui è stato il primo presidente regionale – e soprattutto del SUNAS, che è stato fino all’ultimo la sua casa-madre, dove ha svolto un’infaticabile funzione non solo come combattivo sindacalista e attento dirigente dell’organizzazione, ma anche come giornalista, vivace comunicatore ed attivo consulente.

Credo, comunque, che il ricordo della competenza professionale di Gigi non possa essere disgiunto dalla sua grande carica umana, ricca di spontaneità e di passione. E’ per questo che le istantanee che lo ritraggono e perfino le immagini filmate di alcuni suoi interventi ufficiali o formativi sono spesso caratterizzate dalla sua contagiosa risata di bravo ragazzo, estroverso e caparbio, ma sempre attento agli altri ed alle loro esigenze.

E allora ti vogliamo salutare allora nel modo più semplice, affettuoso e familiare, che era poi il tuo modo consueto di stare in mezzo agli altri. La maniera attraverso la quale hai intrecciato con tanti di noi una relazione solida e fiduciaria, in cui l’uomo ed il professionista si sono costantemente identificati. Naturalmente ci manchi tanto ma, come tutte le persone di spessore, ci hai lasciato molto più che dei semplici ricordi. Ecco perché, nonostante tutto, ti sentiamo ancora in mezzo a noi, per stimolarci a fare di più e meglio, con la tenacia e l’entusiasmo che ti hanno sempre contraddistinto. Ciao, Gigi!

(*) Testo dell’intervento all’iniziativa, organizzata dal SUNAS e dall’Ordine degli Assistenti Sociali, in ricordo di Luigi Bucci (Napoli – Auditorium Giunta Regionale Campania – 13.01.2012)

TELE-COMANDO – REMOTE CONTROL

Se qualcuno mi domandasse qual è, a mio parere, l’oggetto-simbolo delle nuove generazioni, non avrei dubbi nel rispondere: il telecomando. Sì, parlo proprio di quell’oggetto scuro, oblungo, costellato di tasti con numerini e letterine bianche, abbastanza piccolo da impugnarsi con la mano della quale, peraltro, sembra esser diventato una specie di prolungamento elettronico. Se la mia vi sembra una definizione troppo elementare, basta che consultiate l’inesauribile oracolo dei nostri tempi, chiamato Wikipedia, per vedervi snocciolare illustrazioni e spiegazioni molto più precise. Un utile esercizio – linguistico ma anche socio-culturale – che vi consiglio è quello di leggere articoli corrispondenti in lingue diverse dall’italiano, per apprezzarne le sottili sfumature. Nel caso del nostro telecomando, lo troviamo definito in italiano come: “dispositivo elettronico che consente d’inviare… segnali ad un dispositivo situato a distanza”. La versione inglese descrive il remote control come: “componente di un’apparecchiatura elettronica…usato per manovrare senza fili un televisore, da una breve distanza visiva”.  La formulazione francese è più ampia e parla di un: “…dispositivo, generalmente di taglia ridotta, che serve a manipolarne un altro a distanza…..e interagire con giochi, apparecchi audiovisivi…la porta di un garage…di vetture…etc.”. Quella  spagnola del mando a distancia ribadisce che si tratta di: “un dispositivo elettronico usato per realizzare un’operazione a distanza su una macchina…”. La definizione tedesca, più puntigliosa, distingue, infine, tra il Fernbedienung – “dispositivo elettronico portatile che può essere usato per operare su brevi e medie distanze (all’incirca da 6 a 20 metri)” ed il Funkfernsteuerung (ossia: radiocomando), usato per il “controllo” a distanze maggiori.

Ma non è di questo specifico apparecchio che volevo parlarvi. Le sue definizioni, comunque, ci aiutano a centrare il nucleo della sua funzionalità. Verbi come “inviare segnali”, “operare su-”, “controllare”, “manipolare”, “comandare” mi sembrano, infatti, particolarmente significativi del valore simbolico di quella scatoletta nera che usiamo tutti i giorni per inviare ordini a distanza, con un semplice click. La nostra epoca è stata spesso definita “digitale” e nella visione comune – visto che non tutti sanno che in inglese digit vuol dire “cifra” – questo termine è stato non a caso identificato con l’utilizzo delle dita per schiacciare gli svariati pulsanti e tasti dei quali, a quanto pare, non sappiamo più fare a meno… Ammettiamolo: viviamo in un’era definibile “digitale” soprattutto perché le agili dita, ed in particolare i velocissimi polpastrelli dei nostri figli e nipoti sono continuamente in esercizio, per tele-comandare i molteplici apparecchi domestici, ma anche, indirettamente, la nostra vita.  Le nuove generazioni sono ormai talmente abituate a martellare su quei tasti che sembrano convinte di avere in pugno la bacchetta magica dei nostri tempi, con la quale possono decidere cosa fare e come farlo, in base a proprie scelte, valutazioni e desideri.

Ecco che il telecomando non è solo quel che appare – cioè un dispositivo elettronico che usa i raggi infrarossi o altre tecnologie di trasmissione dati ad apparecchi e congegni più o meno distanti – ma piuttosto un segno, un oggetto simbolico, una riedizione moderna dell’ermetico caduceo, della prodigiosa wand di maghi, fate e streghe, lo scettro magico del potere sugli altri. In questo senso, la pervasiva presenza di telecomandi ed apparecchi similari (dai telefoni cellulari agli i-phone) rappresenta una nota caratteristica del nostro tempo, un marchio che caratterizza il modo di vedere le cose dei nostri ragazzi e di porsi di fronte alla realtà. Una realtà che, per loro, è sempre manipolabile, modificabile, influenzabile grazie ad un congegno, tenuto saldamente in mano. Un mondo sul quale – in base alla diffusa mentalità indotta dal meccanismo dei riflessi condizionati – sarebbe sempre possibile intervenire, condizionando situazioni ed eventi a nostro favore, per realizzare aspirazioni, impulsi o decisioni. Questo psicotico delirio di onnipotenza, che caratterizza troppi giovani e giovanissimi, finisce col renderli apparentemente sicuri di sé, ma in realtà molto insicuri e fragili, intolleranti di ogni proibizione e di qualsiasi fallimento o frustrazione che la vita non manca mai d’infliggere.

“Comandare a bacchetta” si usava dire una volta. Beh, oggi si crede di poter telecomandare il mondo con un semplice click , illudendosi che quel dito ultraveloce possa davvero manipolare la realtà. Basta auto-convincersi che sia sufficiente collegarsi con chiunque, dovunque si trovi, per provare la  straordinaria sensazione dell’onnipresenza e l’ebbrezza del potere di chi riesce a ‘manovrare’ a distanza cose e persone…  Purtroppo – o, forse, per fortuna…. – le cose non vanno esattamente così e questo non può che procurare traumi psicologici ed ammaccature fisiche a chi  fosse convinto di disporre d’una bacchetta magica universale e di non avere alcun tipo di limiti. Alle nuove generazioni abbiamo, colpevolmente, lasciato credere che il telecomando della loro esistenza fosse in loro pugno, mentre avremmo dovuto fargli acquisire il senso del limite e, al tempo stesso, aiutarli ad avere abbastanza fiducia in se stessi per affrontare, consapevolmente, avversità e sfide della vita quotidiana.  Non abbiamo certo fatto il loro bene, a mio avviso, e soprattutto li abbiamo esposti ad una serie di prevedibili scacchi, col rischio di mandare in frantumi le loro false sicurezze e di creare sbandati e frustrati, che si credono “perdenti” solo perché non riescono a far girare il mondo esattamente come vorrebbero.

Credo però che siamo ancora in tempo per cercare di ovviare ai nostri sbagli. Sia da genitori sia da educatori, quindi, cerchiamo di limitare le conseguenze deleterie di questo irragionevole modo di pensare ed agire, aiutando i nostri ragazzi a guardare in faccia la realtà e ad affrontarla con la loro testa, non con le loro dita. Anche l’intelligenza è una forma di prontezza, che non richiede polpastrelli ultrarapidi bensì esercitate capacità di ascoltare, parlare, leggere e scrivere. Ci vogliono anche capacità logiche ed espressive, abilità tecniche e competenze complesse, ma soprattutto strumenti di analisi e di risoluzione dei problemi, anche con molte incognite, come quelli che ci presenta ogni giorno la nostra esistenza, qui e ora. I telecomandi ,ovviamente, continuiamo pure ad usarli, ma solo come raffinati ed utili strumenti tecnologici e non come prolungamenti magici delle nostre mani e del nostro pensiero che, se ben coltivato, è più potente di migliaia di computer ed altri aggeggi elettronici.

 © 2012 Ermete Ferraro

I FANTAPROFESSORI / THE FAIRLY ODDTEACHERS

Avere dei ragazzini in casa, alla mia non tenera età, comporta anche doversi spesso sorbire delle trasmissioni televisive piuttosto particolari, come la serie di cartoni animati “Due Fantagenitori”.  Le avventure degli stravaganti “Fairly Odd Parents” del decenne Timmy Turner, infatti, rallegrano da parecchio tempo i nostri pranzi familiari, per cui sono ormai diventato quasi un esperto del “Fantamondo” e dei suoi incredibili abitanti. La loro interferenza con le vicende umane, peraltro, talvolta mi ricorda un po’ le leggende greche sulle divinità dell’Olimpo, ora protettrici ora minacciose verso i poveri mortali.

Un insegnante, d’altra parte, non può essere completamente ignaro del colorato e scoppiettante mondo dei “cartoons” ma, secondo me, conoscere i moderni miti televisivi dei ragazzi è un modo per esserne meno distanti e per capirne meglio i gusti e lo stesso linguaggio. Chi si occupa di letteratura, poi, ritengo che non dovrebbe ignorare quella cosiddetta “popolare”, di cui le moderne fiabe animate – con i loro stereotipi e la loro sottintesa filosofia – fanno sicuramente parte. Non va trascurato neppure, infine, il valore sociologico di storie che, per quanto strampalate e fantasiose, non fanno altro che rispecchiare l’assai poco fantastica realtà di oggi.

In un mondo in cui i veri genitori, quelli normali, stanno a poco a poco scomparendo – sostituiti maldestramente da videogiochi e babysitters  – non c’è niente di strano se l’immaginario collettivo abbia evocato proprio dei fantagenitori.  Essi infatti, con la loro magica presenza, intervengono per supplire la preoccupante assenza – fisica o psicologica – di troppi padri e madri in carne ed ossa.L’affascinante idea di poter magicamente rimpiazzare la realtà della propria famiglia – troppo spesso desolante o comunque poco attraente – con una coppia di fantastici esponenti di un mondo incantato non si spiega, però, solo con l’ovvia ed universale ricerca di una realtà più piacevole, rosea e fatata. Mi sembra che rispecchi anche l’ansiosa aspettativa di un rapporto meno conflittuale con la vita quotidiana di un ragazzino come Timmy, caratterizzata da genitori strambi e molto distratti, da prepotenti bulli come Francis, da perfide bambinaie come Vicky ed anche da insegnanti schizzati come Denzel Crocker, ma anche da compagni poveri o comunque ‘strani’ come Chester, Elmer o Sanjay. Un vissuto che ospita pure presenze piacevoli o desiderate, come la vezzosa Trixie, una ragazzina vanitosa e ricca che, però, tratta con disprezzo lui e i suoi amici.

Uno degli elementi caratteristici delle avventure di Timmy Turner, su cui è il caso di soffermarsi, è l’insospettabile presenza di “nemici” che lo circondano, rendendogli difficile la vita e facendo diventare indispensabile il continuo intervento magico dei suoi due Fantagenitori. Timmy è letteralmente perseguitato da personaggi minacciosi o invadenti (Francis, Vicky, Dark Laser, Remy Buxaplenty, perfino la piccola Tootie) e questo dovrebbe forse farci riflettere sul fatto che l’esistenza di un bambino/a è spesso meno pacifica e serena di quanto solitamente si pensa. Una seconda considerazione è che l’aggressività dei ‘cattivi’ di questo cartone animato – in inglese i “villains” – ha quasi sempre origine nelle loro frustrazioni infantili (come nel caso del maniaco e feroce prof. Crocker o di Francis il bullo, col padre il carcere ed inutilmente innamorato di Britney oppure del ricchissimo ma sempre solo Remy Buxaplenty).D’altra parte gli stessi Fantagenitori che subentrano al fianco di Timmy come fatati supplenti di quelli veri, ne rispecchiano un po’ le caratteristiche. Cosmo, svagato, tontolone, bugiardo e maldestro, assomiglia a Papà Turner. Wanda, intelligente attiva e  perspicace, sembra invece l’alter ego di Mamma Turner, dotata d’insospettabili risorse ma spesso troppo presa dai suoi impegni lavorativi.  La verità è che perfino il Fantamondo – proprio come l’Olimpo degli antichi Greci – non sembra immune da conflitti e problemi, si tratti dell’atteggiamento da boss e della rudezza militare del muscoloso Jorgen Van Strangle oppure dell’arroganza mafiosa del papà di Wanda, Big Daddy, un Fantapadrino molto irritabile e sgarbato, che si occupa di sospetti ed abusivi smaltimenti di spazzatura magica…

E’ interessante notare, a questo punto, che gran parte di queste tele-avventure  – come succede in altri più titolati e raffinati cartoni animati tipo “The Simpsons” – hanno come ambientazione il colorato, ma sempre conflittuale, mondo della scuola. Timmy frequenta la strana “elementary school” di Dimmsdale  (una città che ha per mascotte la capra Chompy ed un sindaco a vita), la cui preside è la sig.ra Waxelplax e la cui platea scolastica risulta molto variegata. Essa comprende infatti sia alunni modello come il geniale A.J. e ragazzini ricchi e viziati come Remy Buxaplenty e Trixie Tang, sia parecchi “sfigati”, come il maleodorante Chester Mac Badbat,  il foruncoloso Bob Elmer o il pluriripetente Francis. Quest’ottuso e violento dodicenne, in effetti, risulta il punto intermedio fra “vincenti” e “perdenti” – le categorie in cui gli americani amano dividere la comunità, compresa quella scolastica – dal momento che sfoga le sue frustrazioni facendo il bullo di professione e cerca così, con la sua prepotenza gratuita, di uscire in qualche modo dalla cerchia dei “loosers”.Tale microcosmo educativo-didattico appare cupamente caratterizzato dal maniacale e severo atteggiamento del prof. Denzel Q. Crocker – perennemente ossessionato dalla presenza dei Fantagenitori di Timmy, che tenta invano di documentare –  ma anche dalla finta dolcezza della prof.ssa Sunshine, che sostituirà l’esaurito collega nel ruolo di supplente-cacciatrice di fate. Le stravaganti lezioni dello schizzato Crocker si concludono spesso con temibili verifiche scritte, a loro volta portatrici per Timmy e compagni di una pioggia di “F”, la valutazione che in USA indica l’insufficienza totale. Insomma, l’immagine di una scuola dura quanto poco rasserenante e educativa, che si limita a rispecchiare le stridenti contraddizioni della società, contribuendo a perpetuare ed allargare la forbice che divide i perdenti dai vincenti. I personaggi del Fantamondo, certo, intervengono continuamente per soccorrere Timmy e per esaudire i suoi desideri. Niente, però, riesce a modificare nella sostanza una realtà così poco piacevole e molte delle richieste di Timmy ai suoi Fantagenitori si riveleranno, fatalmente, un’arma a doppio taglio, ragion per cui dovranno essere poi precipitosamente ritrattate.D’altra parte, gli stessi Cosmo e Wanda non possono accontentare il loro protetto più di quanto glielo conceda il loro inflessibile manuale, il librone delle“D.A. Rules”. Queste ferree regole prevedono infatti una serie di limitazioni alla libera espressione dei desideri. Ad esempio, non si può vincere un gioco o una gara barando, non si possono falsificare i soldi, non si possono uccidere o far ammalare  i propri nemici né si possono resuscitare i morti. Insomma, anche nel Fantamondo non è possibile realizzare tutto quello che si vuole e perfino lì esistono dei limiti ben precisi.

Questo vuol dire che, semmai a qualcuno venisse in mente d’inventarsi dei nuovi personaggi fatati – ad esempio dei Fantaprofessori – dovrebbe comunque fare i conti con le “D.A. Rules”. Personalmente, mi chiedo in che modo i miei alunni/e potrebbe immaginarmi in queste vesti fantastiche. Certamente mi vorrebbero più compiacente e meno rigido nel rispettare le regole scolastiche. Forse un po’ più divertente e meno esigente rispetto allo studio. Sta di fatto che nessun Fanta-insegnante potrebbe mai venir meno al suo ruolo di educatore, anche se forse non sarebbe male che la scuola, nel suo insieme, diventasse meno formale e più vicina alla sensibilità ed ai desideri dei suoi alunni/e. Ma per questo occorrerebbe un Fantaministro dell’Educazione, che la smettesse finalmente di stivare le aule di studenti ed evitasse di provocare ai poveri docenti i danni di un progressivo esaurimento nervoso, dovuto ai continui provvedimenti, che rendono tutto instabile, provvisorio e loro stessi sempre più precari.Per quanto mi riguarda, sarei anche disponibile a sottopormi al magico “Poof!” della bacchetta magica di Cosmo e Wanda per diventare il Fantaprofessore che i miei alunni desiderano ma forse, prima, sarebbe il caso di chiedere a loro quali cambiamenti avrebbero in mente. Non si sa mai….

 © 2011 Ermete Ferraro

UNA GIUNTA IN GABBIA

Chi, come me, ha partecipato all’incontro pubblico su “Edenlandia e Zoo” – tenuto il 20 dicembre scorso  nella sala multimediale del Consiglio Comunale di Napoli – si è trovato a vivere un’esperienza al tempo stesso frustrante ed irritante.  L’affollata assemblea era stata convocata da diversi comitati di base, che da tempo si stanno mobilitando per evitare che il decretato fallimento della società che gestiva sia “Edenlandia” sia il giardino zoologico di Napoli si trasformi nell’assurda e spregiudicata privatizzazione di una delle poche aree della città con un’indubbia vocazione ambientale. Per quanto mi riguarda, per la terza volta mi sono trovato in quella sala comunale con la sgradevole sensazione di chi cerca di dialogare con un interlocutore latitante. Un soggetto che dovrebbe essere un naturale punto di riferimento istituzionale ma che, viceversa, si nega ad un vero confronto, trincerandosi dietro argomentazioni aridamente burocratiche.

Era già successo in occasione  dell’assemblea ecopacifista sull’inadempienza dell’amministrazione comunale in materia di informazione alla cittadinanza sul porto nucleare di Napoli. La seconda circostanza era dovuta alla preoccupante sordità della Giunta de Magistris alle legittime preoccupazioni espresse dai movimenti ambientalisti sul progetto di preregate dell’America’s Cup in una Bagnoli ancora tutta da risanare dai suoi veleni. La terza è, ora, la grottesca vicenda di un Comune che, essendo titolare per il 75% d’una società per azioni creata per gestire in modo ‘produttivo’ un’importante area pubblica a verde, di fronte al fallimento del suo precedente affidamento ai privati, non sa ipotizzare niente di meglio di una nuova gara internazionale di appalto. Tutto questo, ancora una volta, con scarsa trasparenza delle procedure ed in totale dispregio non solo della sbandierata “progettazione partecipata”, ma perfino di un elementare rispetto del decentramento amministrativo e delle aspettative della comunità locale. La ‘rivoluzione arancione’ del neo-sindaco de Magistris era riuscita a scuotere la stanca e delusa opinione pubblica napoletana ricorrendo a parole d’ordine programmatiche come “trasparenza subito”, “democrazia è partecipazione”, “beni comuni”, “sviluppo locale”, ecc. (vedi su: www.sindacopernapoli.it ). Eppure sono bastati pochi mesi dalla sua indiscutibile affermazione elettorale perché i suoi stessi sostenitori avvertissero in bocca l’amaro della delusione e del disincanto.  A onor del vero, il protagonismo e l’impostazione di de Magistris, al tempo stesso decisionista e populista, lasciavano intuire che molto di quell’alone alternativo era probabilmente destinato a ridimensionarsi, a contatto con la dura realtà di un’amministrazione disastrata come quella napoletana. Però la mutazione genetica della sua ‘orange revolution’  è stata talmente fulminea che non pochi dei suoi stessi supporters stanno cominciando seriamente a preoccuparsi e, in parecchi casi, a prendere le distanze da alcune scelte assolutamente non condivisibili.

L’episodio della brutale dismissione di Edenlandia e Zoo – ufficialmente decretata dal giudice fallimentare – è l’ultima dimostrazione della preoccupante virata dell’attuale Amministrazione. Una giunta che, nata col marchio dell’alternativa, sembra aver rinunciato al confronto con la sua stessa base, preferendo inseguire la deprecata logica bassoliniana dei grandi eventi e degli appalti.  Lo stesso imbarazzante intervento nel corso dell’assemblea di due importanti assessori come Realfonzo (bilancio) ed Esposito (attività produttive) è suonato falso. E’ apparso la palese dimostrazione dell’atteggiamento di sufficienza e scarsa disponibilità all’ascolto da parte di un’amministrazione che ormai decide priorità programmatiche e modalità d’intervento nel chiuso della sala-giunta, lasciando nello sconcerto quelli che hanno dato credito a chi prometteva “aria nuova” in Comune, lanciando pesanti moniti ai soliti “prenditori”. L’unica cosa che la giunta de Magistris può fare – ha freddamente argomentato un burocratico Realfonzo – è porre alcuni ‘paletti’ ai futuri gestori dell’area, cercando di conciliare una non meglio precisata “riqualificazione dell’area” con la conservazione dei posti di lavoro che vengono meno con la chiusura delle due strutture. La verità – ha giustamente sottolineato l’autore di uno dei pochi articoli dedicati a quest’assurda vicenda – è che l’unica cosa che sembra stare a cuore all’attuale Amministrazione è la salvaguardia del contratto di locazione dell’area.(http://www.napolimonitor.it/2011/12/21/9867/edenlandia-e-zoo-il-privato-che-avanza.html).

Il fatto è che si avverte negli interventi dei due assessori un’assai minore preoccupazione per il destino dei lavoratori in cassa integrazione, ma sembra che resti del tutto fuori dai loro interessi la sorte di un’area verde di straordinario interesse e quella dei poveri animali ingabbiati di uno zoo sul punto di essere brutalmente sfrattato. Eppure è evidente che mettere a gara l’affidamento dell’intero complesso, sperando che qualche multinazionale del “leisure” s’illuda di trarne un business milionario, vuol dire privatizzare brutalmente e senza credibili garanzie un’ampia zona, gravata peraltro da vari vincoli ambientali ed archeologici. Significa soprattutto liquidare nel modo peggiore – dopo prolungata agonia – l’infelice esperienza di un giardino zoologico che ambientalisti come me avevano contestato fin dagli anni ’80, ma dalla quale molti visitatori meno eco-sensibili uscivano con la sgradevole sensazione di una struttura anacronistica e sostanzialmente triste. L’imbarazzo, peraltro, sembra attraversare anche le file degli inascoltati interlocutori della Giunta. Pur proponendo un percorso diverso dal bando ed avanzando interessante ipotesi di attività alternative a quelle vagamente “disneyane” che sembrano ispirare l’Amministrazione de Magistris, la “base” eco-sociale dell’assemblea non è finora riuscita a partorire una posizione davvero unitaria. Sono stati avanzati progetti un po’ minimalisti (la ‘fattoria didattica’, uno spazio affidato al commercio equo e solidale…) e perfino reboanti proposte imprenditoriali per attingere ai fondi comunitari per finanziare lo sviluppo dell’intero “distretto culturale” Fuorigrotta-Bagnoli. Eppure sembra che il problema del destino dei tanti animali dello Zoo napoletano rimanga un’appendice della vertenza della decina di lavoratori cassintegrati oppure la mera questione di assicurare spazi un po’ più ampi ed aperti a quelle povere bestie.

Nel mio intervento – a nome dell’associazione VAS – ho ribadito che, come ambientalisti, non siamo assolutamente d’accordo con qualsiasi ipotesi che preveda la prosecuzione dell’apertura al pubblico del giardino zoologico di Napoli. La sproporzione assoluta tra le entrate derivante dai biglietti d’ingresso (circa 3 mila euro) e le spese di mantenimento minimale della struttura (almeno 50.000 euro) è, d’altra parte, la dimostrazione che nessuno zoo è in grado di autogestirsi. La dipendenza a carico del parco- divertimenti già non era sostenibile e lo sarà ancor meno per un nuovo soggetto privato, a meno che non sia talmente folle da investire i propri soldi in un’operazione ‘a perdere’.  Senza una reale conoscenza del contenuto e delle clausole del bando di gara prossimo venturo, allora, bisogna assumere delle posizioni non equivoche. Il rispetto per la vita e la dignità degli animali intrappolati nello zoo partenopeo – umano prima ancora che animalista – esige che si assumano decisioni che ne garantiscano la tutela da ogni operazione speculativa. Ciò significa chiudere definitivamente la struttura, ma anche impedire che le smanie speculative di chi vuol mettere le mani su quell’area della città comportino una brusca ed indiscriminata deportazione degli animali attualmente presenti. La nostra associazione si è espressa molto chiaramente in proposito ed un articolo del nostro referente per il mondo animale, il dott. Michele Di Gerio, è stato recentemente pubblicato come editoriale sul sito nazionale di VAS. In esso, tra l’altro, si legge che: “…segregare gli animali in luoghi angusti, costringendoli a sopportare temperature diverse da quelle fisiologiche, farli nascere al di fuori dei loro ambienti naturali rappresenta la violenza verso uno stato biologico del quale l’animale è portatore. Molto spesso gli animali rinchiusi negli Zoo smarriscono definitivamente la propria indole naturale sostituendola con uno stato di abbattimento, torpore e paura, manifestando spesso atteggiamenti diversi da quelli della loro natura; infatti, ho visto orsi impauriti e struzzi bloccati sulle loro zampe. Perciò, ritengo molto importante evidenziare che il quadro rappresentato dagli animali degli Zoo distorce completamente le reali espressioni della natura per cui non è da considerarsi né un modello scientifico, né un esempio pedagogico.”  (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali).

E’ per questo motivo che continueremo a batterci, con gli altri esponenti del mondo ecologista ed animalista, perché l’ennesima crisi dello zoo napoletano non sia lo squallido pretesto per disfarsene sbrigativamente, svendendo ai privati quell’area, pubblica e vincolata, a fini speculativi.  Trattandosi indiscutibilmente di un “bene comune”, un’operazione del genere, così come il mancato ascolto delle istanze e proposte della cittadinanza e delle associazioni, sarebbe indice di totale contraddizione con le promesse di trasparenza e di partecipazione popolare che hanno convinto tanti napoletani a votare l’attuale Sindaco, per voltare finalmente pagina. Su una cosa, però, noi di VAS siamo d’accordo con tanti altri interventi. Non si tratta di affrontare singole vertenze su specifici ambiti: la bonifica di Bagnoli, l’utilità di eventi spettacolar- commerciali come l’America’s Cup, la salvaguardia dell’area ancora a verde del complesso della Mostra d’Oltremare oppure i piani di recupero di quella occupata ancora per poco dall’ex-comando NATO. Il vero problema è la preoccupante assenza di una proposta complessiva ed organica dell’amministrazione comunale sull’intera area occidentale della città, che non può essere sostituito da generici appelli alla sua “riqualificazione”. E’ questa, infatti, una parola che evoca significati diversi, se non opposti, se a pronunciarla è un danaroso imprenditore straniero oppure forze culturali e sociali che perseguono un modello alternativo di sviluppo, più equo, solidale ed ecosostenibile.  Da una giunta che si è qualificata come il nuovo che avanza ci aspettiamo meno chiacchiere imbarazzate e più fatti. Meno cortine fumogene burocratiche e più trasparenza ed apertura. Meno discorsi da ‘governo tecnico’ e più proposte coerenti col programma per cui è arrivata al governo della città.  Del resto, da animalisti, vogliamo che a liberarsi dalle gabbie non siano solo gli animali dello zoo, ma anche chi ci amministra.

© 2011 Ermete Ferraro

UN FASTIDIOSO…NEONATO

di Ermete Ferraro (*)
1 –  Un problema rimosso

In un drammatico momento, in cui a Napoli la vita quotidiana è ancora condizionata dalla mai cessata emergenza rifiuti, mettendo a dura prova la determinazione del nuovo sindaco e della sua giunta, sembrerebbe fuori luogo mettersi a discutere di basi militari e di porti nucleari. Eppure, proprio perché la percezione della gravità di questi problemi da parte dei cittadini resta molto bassa, bisogna evitare che situazioni gravissime di militarizzazione del suolo e delle acque della nostra regione passino del tutto sotto silenzio.

Subalternità politica e provincialismo dei media, infatti, hanno contribuito in larga parte alla generale disinformazione su temi come il rischio nucleare che minaccia i porti di Napoli e di Castellammare di Stabia, oppure la realizzazione di un gigantesco comando NATO in prossimità del Lago Patria e del litorale giuglianese-domizio. Le poche notizie su questi argomenti, se e quando riescono a raggiungere i cittadini, danno comunque per scontato che si tratta di qualcosa che non riguarda la loro vita ed i loro interessi, ma alte strategie politico-militari sulle quali, in ogni caso, essi non avrebbero modo d’intervenire e di esprimere un’opinione.

Ebbene, credo che contro questa espropriazione del diritto di sapere e di criticare bisogna lanciare una seria campagna di controinformazione, per cercare di accrescere la consapevolezza della gente. Bisogna fare in modo che si formi un’opinione pubblica che non debba più sottostare ai condizionamenti sia del sistema militare – per sua natura portato a classificare tutto come segreto – sia di politici senza scrupoli, faccendieri ed organizzazioni criminali, che vedono in queste operazioni appetitose occasioni per far circolare – e poi intercettare – il denaro pubblico.

Il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [1] opera da molti anni come aggregazione di varie organizzazioni impegnate a contrastare il complesso militare-industriale ed a creare mobilitazioni – dal basso e con metodi nonviolenti – contro la logica perversa del militarismo e della guerra. I suoi principali obiettivi operativi, in questi ultimi tre anni, sono stati la lotta per la denuclearizzazione dei porti della regione ed il contrasto alla militarizzazione di sempre nuove aree del territorio.

Vivere in Campania vuol dire trovarsi immersi in una delle aree più militarizzate d’Europa. Cuore della strategia NATO ed USA, la stessa città di Napoli non si è mai liberata dall’occupazione militare dei suoi ex-Liberatori. Essa, infatti, è costretta da decenni a convivere con una realtà del tutto autonoma ed estranea. Una realtà svincolata dalle vigenti norme urbanistiche, ambientali e sanitarie, sottratta a qualsiasi controllo da parte di chi dovrebbe governare il territorio e, perciò stesso, al di sopra di ogni principio democratico di trasparenza e di sovranità territoriale. Basterebbe questo, a prescindere da altre considerazioni di carattere specificamente politico, perché i cittadini/e della Campania si mobilitino in difesa dei loro diritti, contro l’arroganza di chi spadroneggia a casa loro, in nome di un’equivoca e non richiesta ‘protezione’.

Questo breve contributo (dopo quello sul rischio dei porti nucleari [2] quindi, si propone di fare un po’ di chiarezza sulla vicenda del trasferimento del Comando NATO da Bagnoli al Lago Patria, in nome di una controinformazione su questioni che ci toccano tutti da vicino, ma anche per creare le premesse di quella mobilitazione, democratica e pacifica, contro chi – da troppo tempo – ha militarizzato il suolo, le acque e perfino l’etere della nostra Campania.

2. I precedenti (1980-2000)

Già negli anni ’80 ebbi a definire questa città straniera dentro la nostra città col nome di “Nàtoli” e poi, da consigliere provinciale, ripresi questa ironica denominazione in un articolo del 1992, pubblicato sulla rivista ufficiale dell’ente locale. [3]  Il guaio è che, da un bel po’ di tempo, a chi amministrava “Nàtoli” il solo territorio di Agnano, Bagnoli, Nisida e Capodichino stava ormai troppo stretto. Il peso dell’AFSOUTH e dei comandi integrati delle operazioni navali NATO-USA erano diventato eccessivo, passando dalla sola regione meridionale dell’Europa al controllo dei nuovi scenari strategici balcanici, medio-orientali e, più recentemente, arabo-africani.

Ecco allora che, nel 1997, l’allora sindaco di Napoli Bassolino non si fece scrupolo di firmare un protocollo d’intesa col comando AFSOUTH, che prevedeva il suo trasferimento in una mega-struttura di 13 piani, da realizzare nel Centro Direzionale di Napoli. Com’è facilmente immaginabile, questo Pentagono partenopeo avrebbe avuto un enorme impatto urbanistico ed ambientale. Sarebbe stato collocato, infatti, nel bel mezzo di un’area cittadina densamente abitata, tra la stazione ferroviaria centrale, l’aeroporto civile e militare di Capodichino e lo stesso Centro Direzionale napoletano. Grazie all’intervento di “ScardiNATO” – un network ecopacifista promosso dai Verdarcobaleno, da Rifondazione Comunista e dalla sezione napoletana di Pax Christi – in quell’occasione ci fu però una dura reazione, accompagnata dall’informazione diretta dei cittadini dei quartieri popolari limitrofi e culminata in un pacifico corteo di protesta. Probabilmente non furono le proteste dei residenti e di quel comitato a far recedere i vertici NATO dal procedere nel senso della progettata relocation del Quartier Generale di Bagnoli. Certo è che, in breve tempo, dell’ipotizzata megastruttura da realizzare al C.D.N. non si è saputo più nulla.

La soddisfazione per l’obiettivo raggiunto, però, ha fatto progressivamente venir meno la mobilitazione degli ecopacifisti napoletani che negli anni successivi non hanno saputo né potuto intervenire adeguatamente sulla scelta di una nuova area in cui traslocare il vecchio Quartier generale alleato. Dopo vari studi, infatti, essa era stata localizzata dalla NATO nel sito che ne ospitava la vicina centrale ricevente, un’area già costellata da radar ed antenne nei pressi del Lago Patria, ad una ventina di chilometri a nord-ovest di Napoli.  Come  si  ricorda sul sito di quello che sarebbe diventato nel 2004 il Comando AJF (Allied Joint Forces) [4] – la decisione fu ratificata a Roma nel 2001 da un Protocollo d’Intesa, sottoscritto dall’amm. J. O. Ellis (Com.te in Capo dell’AFSOUTH) e dall’allora Capo di S.M. della Difesa, il gen. M. Arpino.

“Per facilitare il progetto – vi si spiega – fu formato il PMO (Ufficio Multi-nazionale per la Gestione del Progetto. Il suo compito era indicare una moderna struttura per monitorare lo stato dell’arte, che avrebbe massimizzato l’efficienza operativa, ma anche fornito l’intera gamma delle attrezzature ricreativo-assistenziali. Per un progetto di così largo ed alto profilo, il supporto della nazione ospitante è essenziale, per cui il Ministero della Difesa italiano ha generosamente provveduto ad una squadra di collegamento specializzata, il ‘Progetto AFSOUTH 2000’. I suoi compiti includono le relazioni – a nome e per conto di AFSOUTH – con le autorità locali, relativamente a svariate questioni, come la pianificazione delle licenze, gli standard nazionali  e la fornitura di servizi pubblici. Nel loro insieme, l’AFSOUTH e la squadra italiana formano il JPCO (Ufficio di Coordinamento Congiunto del Progetto” [5]

Un anno dopo, nel marzo 2002 il nuovo Comandante in Capo della struttura alleata consegnò al Vice-Capo di Stato Maggiore italiano, il gen. V. Camporini, il progetto completo del nuovo Quartier generale e delle attrezzature annesse. Completata la gara d’appalto internazionale da parte del governo italiano, si aggiudicò il contratto per la realizzazione delle opere civili un consorzio temporaneo d’imprese formato dalle società per azioni italiane “Condotte” e “Sirti”. Il primo gruppo è la storica società cui sono stati affidati i lavori per l’Alta Velocità  nei tratti TO-MI e RM-NA, nonché il faraonico progetto “Mose” a Venezia e, come Eurolink, la realizzazione del progettato ponte sullo stretto di Messina. La seconda è una nota azienda che si occupa da decenni di realizzare reti per telecomunicazioni, informatica e sicurezza.

3. Il progetto del complesso “AFSOUTH 2000”

Il nuovo complesso – che si estende su una superficie di 330.000 metri quadri – secondo i suoi progettisti, dovrà fornire servizi integrati ad una comunità molto ampia, impegnata e multinazionale. Ecco perché, in aggiunta all’enorme stabile del Quartier Generale, sono stati previsti anche un Centro Comunitario e tre edifici per alloggi, riservati specificamente al personale NATO di nazionalità statunitense, britannica ed italiana. Nei sei piani – quattro rialzati e due interrati – che compongono il nuovo Comando, sarà ospitato non solo l’AFSOUTH, ma anche il Comando Navale Alleato del Sud-Europa (NAVSOUTH), quello delle Forze di Attacco e di Supporto nella stessa area operativa (STRIKFORSOUTH,  nonché le unità di supporto nazionali. E’ stata progettata infine una grande sala-stampa multimediale.

Annessi al nuovo Centro Comunitario, infine, ci saranno attrezzature ricreativo-sociali per il personale, fra cui una piscina, una palestra, un campo da tennis e vari punti vendita. Si prevede inoltre un’integrazione al progetto, in modo da realizzare anche la struttura che ospiterà la Scuola Internazionale per i figli del personale alleato.

Quello che fa impressione sono i numeri del nuovo complesso, snocciolati dallo stesso sito del JFC.: 2.100 militari e 350 civili presso il Q.G.; 85 chilometri quadri di spazi pavimentati; 600 chilometri di cablaggio; una rete di ben 2.000 computer; 2.227 spazi per parcheggio; 3 chilometri di recinzione perimetrale; 400 persone alla volta servite dalla mensa internazionale; 3 chilometri quadri designati come ‘area a verde’; un auditorium da 300 posti. Un elemento interessante è l’attenzione per alcuni aspetti ambientali, come un’esposizione solare ottimale, per ridurre lo spreco di elettricità e, allo stesso tempo, un sistema per ombreggiare i locali, allo scopo di limitare l’utilizzo di condizionatori d’aria. Gli stessi parcheggi esterni non sono stati pavimentati per intero, per evitare l’impermeabilizzazione del suolo con un migliore drenaggio delle acque pluviali.

Dal sito del noto studio di architettura “M. A. Arnaboldi e Patners” che ha curato la consulenza strutturale del progetto [6], si ricavano altri interessanti dati sulla mega-edificio del nuovo Comando NATO al lago Patria. Il volume di costruito è pari a 282.000 metri cubi, su una superficie globale di oltre 60.000 metri quadri, con 2 piani interrati, 1 piano terreno ed altri 4 piani superiori. Il complesso, realizzato in cemento armato sotto e in ferro per le parti elevate, raggiunge un’altezza di 17,30 metri fuori terra. La progettazione è stata affidata agli architetti Camillo e Alessandro Gubitosi, affiancati dagli ‘strutturisti’ Arnaboldi e Chesi e da uno stuolo di collaboratori. La progettazione degli impianti tecnici è stata affidata alla “Cormio Engineering” di Desenzano sul Garda (BS), specializzata in ambito militare e membro del consorzio COIPA.

Da altre fonti si ricavano ulteriori dati conoscitivi sull’edificio della “Afsouth 2000”. Ad esempio, sappiamo che gli uffici operativi del Comando NATO saranno ubicati soprattutto ai piani interrati – presumibilmente per motivi di sicurezza – mentre i cinque piani fuori terra ospiteranno uffici, servizi, depositi ed altri tipi di locali organizzativi, spalmati su 40.000 metri quadri a piano. Al piano copertura, infine, vi è un’area destinata ad alloggiare gli impianti tecnologici, sistemati nell’intercapedine del tetto del complesso. L’intera struttura è sottoposta a una classificazione sismica di 3a categoria ed è inoltre protetta da eventuali attacchi terroristici.  Da fonti giornalistiche, poi, emerge che, tra residenti e fruitori esterni del nuovo comando, il bacino sarà molto più ampio, intorno alle 5.000 persone. Sono numeri tali da aver subito destato preoccupazione sul piano della mobilità da e per il complesso “Afsouth2000”.

Un numero enorme, se si pensa alla carenza di infrastrutture e vie di collegamento adeguate, in grado di fronteggiare un esodo così massiccio. La costruzione del quartier generale statunitense, una delle basi più grandi d’Italia, anche più della chiacchierata Vicenza, preoccupa e non poco il sindaco Giovanni Pianese, allarmato per gli effetti che gli insediamenti potrebbero avere su un territorio già di per sé devastato da scempi edilizi. Trasferire oltre 500 nuove famiglie senza garantire i necessari supporti logistici ed infrastrutturali, secondo il sindaco di Giugliano, potrebbe comportare il collasso definitivo della zona litoranea. Per questo l’amministrazione comunale, su indicazione dell’assessorato ai Trasporti delle Regione Campania, ha evidenziato come sia il settore dei trasporti quello che ha la maggiore urgenza di essere rivoluzionato, per fronteggiare in modo adeguato l’arrivo di un numero di persone così alto. Sarà affidato ad un professionista esterno, da scegliere attraverso una specifica procedura, il compito di redigere uno studio di fattibilità di un piano di mobilità, un piano di sicurezza stradale e di un piano traffico per migliorare l’accessibilità al nuovo insediamento. Lo studio andrà ad integrare quello già effettuato dagli esperti dello ‘Studio Pisciotta P. & Co.’ di Napoli, commissionato dagli stessi americani, ritenuto però carente in alcuni suoi punti dall’assessorato ai Trasporti della Regione Campania.[7]

4. L’apertura del nuovo complesso e le questioni emergenti

Al di là del facile umorismo sui ritardi nella realizzazione di un complesso – che gli stessi militari della NATO sembra abbiano ribattezzato “Afsouth 3000”… – per la fine di quest’anno e l’inizio del 2012 sembra comunque prevista la fase conclusiva della relocation del Comando alleato da Bagnoli al Lago Patria. Il progetto ha abbondantemente assorbito il finanziamento di circa 165 milioni di euro da parte della NATO e l’Italia, in quanto paese-membro, ha già sborsato la sua quota.  Ma quanto ci costa veramente?  Il problema tecnico più delicato sembra che sia trasferimento della rete di comunicazioni, mentre sarebbero in ritardo le infrastrutture esterne al Comando, di competenza delle autorità nazionali e locali italiani. Per rendere operativo il Comando c’ è bisogno dell’ allacciamento della rete fognaria e di raddoppiare gli assi viari esistenti, rendendoli capace di sopportare un traffico di 1400 auto nelle ore di punta. In particolare, la Nato ha invitato il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della giunta provinciale Luigi Cesaro ed il sindaco di Giugliano Giovanni Pianese ad un sopralluogo per accelerare sui lavori esterni.

Scriveva Stella Cervasio su “la Repubblica” all’inizio dello scorso aprile: “ Il T Day si compirà alla fine del 2012. Primo dicembre. Suona apocalittico, è invece il termine entro il quale la Nato si trasferirà nel nuovo quartier generale al Lago Patria in via di completamento. Ieri lo ha reso noto il comandante del Jfc Naples ammiraglio Samuel J. Locklear III, che ha ricevuto il governatore Stefano Caldoro e il presidente della Provincia Luigi Cesaro all’ interno delle strutture in costruzione. Qualche bacchettata agli enti locali non è mancata: le infrastrutture subiscono ritardi e il comando Nato è corso ai ripari. […] Il ritardo effettivamente c’ è, e riguarda proprio le infrastrutture. «Sono disponibili 21 milioni di fondi Fas – ha detto il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese- recuperati per le opere mancanti». Il governatore Caldoro ha proposto la nomina di un commissario che prema sull’ acceleratore, che dovrebbe essere proprio il primo cittadino dell’ area interessata, Pianese. «Siamo già in contatto con il sottosegretario Gianni Letta – ha detto Caldoro – con il quale ci incontreremo a breve». E il presidente della Provincia Cesaro: «Il trasferimento da Bagnoli al Lago Patria avverrà entro giugno del prossimo anno e per quella data dovremo essere al passo con le infrastrutture. La Provincia dovrà migliorare la viabilità e per questo sono previsti 5 milioni di euro, c’ è già uno studio di fattibilità che sarà alla base di un protocollo di intesa fra Presidenza del Consiglio dei ministri, Regione, Provincia, Comune di Giugliano e comando Nato. Un’ occasione di crescita da non sottovalutare». [8]

Facendo un po’ di conti, soltanto se sommiamo ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (e pagati in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie, cui si aggiungerebbero altri 5 milioni erogati dall’Amministrazione Provinciale [9], arriviamo alla somma di oltre 190 milioni di euro (ovvero 380 miliardi di vecchie lire…), cui ovviamente vanno aggiunte altre voci non dichiarate.  Si tratta di una cifra spaventosa, soprattutto se pensiamo si tratta di un comando  strategico di un’Alleanza militare ormai senza controparte e che, ad esempio, per il recupero del centro storico di Napoli, dichiarato dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”, sono stati stanziati appena 10 milioni di euro in più annualità…..

Ai cittadini del litorale giuglianese sono state offerte, in cambio del terremoto urbanistico ed ambientale provocato dal nuovo insediamento militare, delle “compensazioni” in termini di finanziamenti per opere infrastrutturali. Si tratta del prezzo da pagare per il ‘disturbo’ arrecato, e non importa se a tirare fuori i soldi sono gli stessi cittadini della Campania e se si tratta di somme molto sostanziose ed estremamente appetibili per le organizzazioni camorristiche locali.  Leggendo bene le dichiarazioni del sindaco Pianese, infatti:   “L’accordo Operativo prevede il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 1) ‘collettore via San Nullo’ per un importo di 5,4 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 3) ‘collettore via Madonna del Pantano’ per un importo di tre milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 4) ‘collettore via Grotta dell’Olmo’ per un importo di 3,1 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 2) ‘collettore viale dei Pini e interventi di adeguamento funzionale’ per un importo di 3,7 milioni di euro” [10]

La verità è che, come giustamente denunciava ad aprile il collettivo anarchico di Livorno [11] , le spese sono state giustificate in nome della solita storiella, secondo la quale questo genere di strutture militari rappresenterebbero un’importante occasione di sviluppo economico ed occupazionale, e quindi una sorta di ‘investimento sociale’. Non a caso, infatti, si è attinto ai FAS, che servono a finanziare lo sviluppo locale e non certo faraoniche strutture che servono solo ad organizzare meglio le presenti e le future guerre nel sud-est del pianeta.

“Insomma – commentano ironicamente gli autori dell’articolo – i denari stanziati dalla Regione e dal governo per la base NATO di Giugliano, in quanto sotto la voce “fondi Fas”, passeranno alla storia finanziaria del Paese come spese per lo sviluppo del Mezzogiorno, secondo la regola aurea che impone che al danno debba sempre accompagnarsi la beffa…” [12]

5. Alcune considerazioni e indicazioni operative

Le fonti di documentazione su ciò che sta accadendo al Lago Patria – a parte quelle citate e qualche altra notizia generica – dimostrano quanto sia grande la disinformazione dei cittadini ma anche la…distrazione dei movimenti politici, sindacali, ambientalisti e degli stessi pacifisti su questa sconcertante vicenda. E’ evidente, allora, che bisogna recuperare il tempo perduto e lanciare una campagna di informazione e opposizione a quest’ennesima occupazione militare del nostro territorio, che di tutto ha bisogno meno che di nuove basi USA e NATO.

Il primo elemento per ogni mobilitazione nonviolenta è, ovviamente, la controinformazione e la crescita della consapevolezza della comunità locale, finora rimasta troppo silenziosa o addirittura abbagliata dai miraggi d’investimenti in quell’area.  E’ necessario che tutte le organizzazioni democratiche presenti in quel territorio s’incontrino e stabiliscano un coordinamento permanente sull’insediamento Afsouth 2000 al Lago Patria. Bisogna studiare il progetto da tutti i punti di vista e monitorare la fonte del finanziamenti e chi concretamente sta operando in loco. Vanno organizzate pubbliche assemblee con i cittadini, per informarli di quello che sta accadendo e delle conseguenze – ambientali, sanitarie e socio-economiche – di questa faraonica struttura militare.

Occorre, infatti, una capacità di mobilitazione popolare – prima ancora che da parte di organizzazioni sociali e politiche strutturate – che impedisca che tutto si realizzi senza neanche un’opposizione, ferma e responsabile, ad un progetto che non porterà né sviluppo né occupazione, ma solo nuove servitù militari, rischi nucleari e da emissioni elettromagnetiche, con evidenti danni alla comunità locale ed alle attività turistiche.

Le responsabilità dei politici sono enormi e vanno denunciate. E’ però giunto il momento di riscoprire il protagonismo della gente e nuove forme di lotta nonviolenta contro la sempre crescente militarizzazione della Campania.

NOTE:

1.      Visita il sito: www.pacedisarmo.it

2.      Ermete Ferraro, A propulsione antinucleare, Napoli, 2010 (pubbl. su Pace e Disarmo)

3.      Ermete Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, 1992, XIV-1/3, Napoli, Ann.Prov. di Na.

4.      http://www.jfcnaples.nato.int/

5.      http://www.jfcnaples.nato.int/page11545845.aspx

6.      http://www.arnaboldiepartners.it/NAPOLI/NAPOLI.html

7.      A. Mangione, “Lago Patria: nel 2012 l’apertura della base NATO, InterNapoli.it , 19.01.2010 http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=17281

8.      Stella Cervasio, “NATO, via al trasferimento da dicembre al Lago Patria” , la Repubblica, Napoli, 2 aprile 2011

9.      L. Cesaro, “La nuova base di lago Patria un’opportunità per il territorio”, Ag. Stampa La Provincia di Napoli, 01.04.2011

10.  Giugliano, Base Nato: compensazioni ambientali per insediamento militare a Lago Patria” , redazione di Julie News, 02.03.2011

11.  “Locklear si fa la base NATO a spese della Regione Campania”, in Collettivo Anarchico Libertario, Livorno, 09.04.2011 (da www.comidad.org

12.  Ibidem