INSIEME SI’ , MA PER QUALE ALTERNATIVA?

rivoluzione civileLo scorso 25 giugno ho postato sul mio blog un articolo riguardante la nuova situazione politica che si stava creando in Grecia, in occasione delle elezioni che si erano tenute in un momento molto delicato per quel Paese (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ ). Il fatto che SYRIZA – coalizione di sinistra radicale ed eco socialista – fosse diventata la seconda forza politica presente nel parlamento ellenico, infatti, mi sembrava un segnale da cogliere, cercando anche di comprenderne il senso e la portata. In quell’occasione, inoltre, ho affermato che: “se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto”, concludendo con l’augurio che, pur non riscontrandone le premesse, anche in Italia si potesse costruire quanto prima: “…un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico”.
Sei mesi più tardi, ora che a breve toccherà a noi italiani andare a votare per il rinnovo del nostro Parlamento e per indicare una possibile coalizione di governo, devo purtroppo constatare che quel mio auspicio è rimasto tale. Se il motto elettorale di SYRIZA, come ricordavo allora, “apriamo la strada alla speranza”, è davvero difficile affermare, invece, che il nostro panorama politico attuale apra il cuore alla speranza. Ovviamente non sto parlando di quei poco credibili partiti di plastica o di cartone che proliferano in periodo elettorale, alla faccia della tanto sbandierata ‘semplificazione’ cui ci avrebbe portato il sistema maggioritario, rispetto a quello proporzionale. No, mi riferisco proprio alle maggiori forze politiche nazionali (il vecchio centro-destra ed il vecchio centro-sinistra), che dalla ‘parentesi tecnica’ del governo Monti sono stati costrette prima ad equilibrismi incredibili pur di sostenerlo e poi a profonde revisioni pur di esorcizzare l’ingombrante pretesa degli ex-tecnici di rilanciare un confuso protagonismo centrista. A parte la scarsa credibilità di chi – da una parte e dall’altra – ha sostenuto per un anno il “rigor Montis”, senza saper oggi fornire un’indicazione seria d’un modello diverso, è evidente che per una persona come me, convintamente ecologista, socialista e pacifista, non si può ritrovare in formule elettorali così contraddittorie.
A chi non si accontenti del rassicurante quanto scolorito moderatismo del centro-sinistra, però, a parte l’ambigua demagogia del movimento dei ‘grillini’, quali possibilità di scelta rimangono?
In effetti un’alternativa ci sarebbe, ed è quella della coalizione che ha indicato come proprio leader l’ex magistrato Ingroia ed ha deciso di chiamarsi: “Rivoluzione Civile”. A prima vista potrebbe apparire una versione in salsa italica proprio dell’ellenica SYRIZA, realizzando così l’auspicio di mettere insieme le forze della sinistra radicale, ecologiste e pacifiste, nella direzione alternativa d’un modello di sviluppo equo e che si opponga sia alla violenza – sociale e militare – contro le persone, sia a quella contro gli equilibri ambientali e la biodiversità.
Potrebbe apparire così, ma la realtà mi sembra assai meno incoraggiante. Lo stesso nome scelto per quest’alleanza è sintomo di un’incertezza fra un’impostazione dichiaratamente “rivoluzionaria” ed un programma assai meno radicale nelle scelte e piuttosto vago nelle indicazioni concrete. La stessa scelta dell’aggettivo ‘civile’, fra l’altro, suona più come un rinvio ad una visione radicale e neo-illuminista che un richiamo a un’effettiva alternativa socialista. Ma il problema, ovviamente, non è solo di terminologico, visto che i 10 punti che, ad oggi, costituiscono la sintesi del programma di questo nuova alleanza mi lasciano perplesso proprio sulla sua effettiva carica ‘rivoluzionaria’.
Ho provato quindi a confrontare questo scarno manifesto “Io ci sto” di R.C. coi “40 punti’ del programma di SYRIZA per le scorse elezioni politiche in Grecia, raggruppandone le proposte in base a rubriche generali. Riporto di seguito questa mia sistemazione ‘tematica’ dei due programmi elettorali nella loro forma sintetica, ricondotti a cinque punti fondamentali: (a) riforme istituzionali, diritti e riforma e moralità della politica; (b) economia e finanza; (c) lavoro; (d) servizi educativi e socio-sanitari; (e) pace, disarmo e questioni ambientali.

I 10 PUNTI DI “RIVOLUZIONE. CIVILE”

A) RIFORME ISTITUZIONALI , DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
1) Vogliamo che la legalità e la solidarietà siano il cemento per la ricostruzione del Paese;
2) Vogliamo uno Stato laico, che assuma i diritti della persona e la differenza di genere come un’occasione per crescere;
4) Vogliamo una politica antimafia nuova che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento, ma l’eliminazione della mafia, e la colpisca nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a cominciare dal potere politico;
8) Vogliamo che i partiti escano da tutti i consigli di amministrazione, a partire dalla RAI e dagli enti pubblici, e che l’informazione non sia soggetta a bavagli;
9) Vogliamo selezionare i candidati alle prossime elezioni con il criterio della competenza, del merito e del cambiamento;
10) Vogliamo che la questione morale aperta in Italia diventi una pratica comune e non si limiti alla legalità formale, mentre ci vogliono regole per l’incandidabilità dei condannati e dei rinviati a giudizio per reati gravi. Vogliamo ripristinare il falso in bilancio e una vera legge contro il conflitto di interessi ed eliminare le leggi ad personam.

B) ECONOMIA E FINANZA
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali, per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese;
6) Vogliamo che gli imprenditori possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse.

(C) LAVORO
7) Vogliamo la democrazia nei luoghi di lavoro, il ripristino del diritto al reintegro se una sentenza giudica illegittimo il licenziamento e la centralità della contrattazione collettiva nazionale;

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
3) Vogliamo una scuola pubblica che valorizzi gli insegnanti e gli studenti con l’università e la ricerca scientifica pubbliche non sottoposte al potere economico dei privati e una sanità pubblica con al centro il paziente, la prevenzione e il riconoscimento professionale del personale del settore;

E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali,

I 40 PUNTI PROGRAMMATICI DI “SY.RIZ.A.

(A) RIFORME ISTITUZIONALI, DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.
26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.
28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.
30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.
(B) ECONOMIA E FINANZA
1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.
2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.
3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.
5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.
7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.
8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.
17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.
18. Nazionalizzazione delle banche.
19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).
(C) LAVORO
11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).
16. Aumentare i sussidi per i disoccupati.
21. Parità salariale tra uomini e donne.
22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.
23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.
24. Recuperare i contratti collettivi.
25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
12. Utilizzare edifici del governo, di banche e chiesa per ospitare i senzatetto.
13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.
14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.
15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.
16. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).
35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.
36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.
E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
10. Tagliare drasticamente la spesa militare.
29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni…
33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.
20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.

Credo che basti anche un’occhiata a questo ‘quadro sinottico’ per fare qualche considerazione:
(i) In linea generale, il numero ridotto di punti dedicati da R.C. a certe questioni, come quella della pace, quella ambientale o quella del welfare, ancor prima del merito delle proposte avanzate, lascia perplessi sul modello alternativo di sviluppo che emerge da questa proposta politica;
(ii) la centralità dei concetti di “legalità” e quello di “moralità”, piuttosto che di equità e di diritti umani e sociali, mi sembra che costituisca un secondo elemento di differenza tra il programma di R.C. e quello di SYRIZA;
(iii) la priorità data da R.C. alla cultura come risorsa ed il richiamo alla tutela della salute e dell’ambiente e la contrarietà al peso di finanza, burocrazia e tasse sullo sviluppo – per quanto condivisibili in linea di massima – non indicano, però, un modello economico alternativo a quello liberista e privatistico attuale né delineano una chiara strategia nei confronti dei diktat dell’Europa delle banche;
(iv) su una questione centrale come quella del lavoro e dello statuto dei lavoratori, il semplice appello ad una maggiore “democrazia” da parte di R.C. appare oggettivamente debole, rifacendosi più a criteri di ‘legittimità’ dei provvedimenti che alla loro effettiva equità, aspetto invece più rilevante nel programma di SYRIZA;
(v) l’appello di R.C. a salvaguardare la natura ‘pubblica’ della scuola e della sanità – ovviamente sottoscrivibili in pieno – trascurano però del tutto il rilancio del sistema socio-assistenziale, che la relativa riforma (L. 328/2000) affida in senso federalista agli enti locali che non sono autonomi finanziariamente, e che sono quindi subiscono da anni i traumatici tagli del governo centrale al welfare;
(vi) mentre nel programma della sinistra radicale greca si parla esplicitamente di tagli alla spesa militare, di smilitarizzazione, di uscita dalla NATO e di netta opzione per le energie rinnovabili, nei ’10 punti’ di R.C. ci si limita ad un generica “scelta della pace e del disarmo” e, sul fronte ecologista, nulla si propone sul piano dell’inversione del modello energetico come fonte di uno sviluppo alternativo.
Naturalmente queste mie sono solo considerazioni personali, che affondano su una carenza di messaggi programmatici più espliciti da parte di R.C. più che su un’effettiva visione moderata o su oggettive ambiguità progettuali. Ma penso che anche ciò che non si dice abbia un peso, se ci si trova in piena campagna elettorale, per cui omissioni o concetti vaghi possono risultare sospetti.
La stessa scelta di parlare poco di programma e molto di personalità da candidare, inoltre, rischia di andare nella direzione quasi obbligata di una politica all’americana, dove ideologie e progetti a medio e lungo termini scompaiono sempre più, sovrastati dal leaderismo, dal culto mediatico dell’immagine personale dei candidati e dal simbolismo dei ‘colori’ e dei loghi.
Sinceramente mi auguro che le cose cambino e che dalla coalizione capeggiata da Ingroia esca un messaggio più chiaro e meno tatticamente vago. In caso contrario, la sinistra italiana avrà perso l’ennesima occasione per dimostrare che “cambiare si può” e, ancora una volta, invece di “aprire la strada alla speranza” ci lascerà nel vicolo cieco della rassegnazione all’esistente.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

IL PRINCIPE DELLA PACE (שַׂר־שָׁלֹֽום )

imagesCAXBNCX7In un articolo di poco più di tre mesi fa (“Il peccato delle armi”- 15.09.2012), citavo in apertura alcune parole del discorso che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato nel corso della conferenza stampa in occasione della sua visita a Beirut: “ Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare…”.

Erano, quelle del Pontefice, espressioni molto esplicite di condanna di quello che definiva un “peccato grave”, cioè dell’infame commercio di armi che alimenta le guerre e dalle guerre è alimentato, in una tragica catena che non accenna a spezzarsi. Basta, infatti, dare solo uno sguardo ad un sito che censisce i conflitti armati in corso (http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333) per scoprire che nel solo anno che si sta chiudendo la guerra è divampata in ben 24 stati dell’Africa (con 111 tra milizie e gruppi combattenti coinvolti); in 15 stati dell’Asia (con 89 gruppi armati); in 8 stati della nostra Europa (con 57 milizie in armi); in 8 stati del c.d. Medio Oriente (con 92 gruppi combattenti) e perfino in 5 stati dell’America del Sud (con 24 cartelli della droga e milizie varie). In totale, quindi, solo nel 2012 ben 60 stati hanno subito e stanno subendo, in un modo o nell’altro, la piaga dei conflitti armati, con l’utilizzo di ben 372 milizie armate e gruppi separatisti coinvolti…! 

In un recente documento, intitolato “Un Natale armato” il missionario comboniano P. Alex Zanotelli ha messo il dito anche sulla piaga dell’assurda e colpevole incoerenza di chi governa il nostro Paese, ricordando a tutti noi che: “Nel 2000 l’Italia aveva promesso all’ONU che avrebbe versato lo 0,7% del suo PIL per sconfiggere la povertà. L’Italia , all’ultimo posto nella graduatoria, ha disonorato in questi dodici anni gli impegni presi arrivando allo 0,2% del PIL mentre spende il 2% del PIL in armi. Siamo giunti così alla follia di spendere, lo scorso anno, 26 miliardi di euro (dati SIPRI) a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro per gli F-35. Si tratta di 41 miliardi di euro: una vera e propria manovra! Nessun taglio alle armi, anzi la Difesa avrà un miliardo in più da spendere nell’acquisto di sofisticati strumenti di morte. Mentre  il governo Monti ha tagliato fondi alla scuola, alla sanità, al terzo settore….”.

La nota di P. Zanotelli si conclude esprimendo una comprensibile amarezza per il silenzio della C.E.I di fronte ad una politica “…che sceglie ancora una volta la morte invece della vita”, amarezza e sconforto che è difficile non condividere, se solo si pensa alla “buona notizia” di pace e di riconciliazione che portò due millenni fa quel Gesù di Nazareth di cui abbiamo appena, festosamente, ricordato la nascita. La verità è che il “Natale armato” di chi ci governa non ha niente a che fare col Natale di Colui che è stato chiamato“Principe della Pace” (שַׂר־שָׁלֹֽום  Ser-Shalôm) – Is 9,6). E’ vero che lo stesso Gesù rispose a Pilato che l’interrogava: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Questo non vuol dire però questo mondo non abbia bisogno della Sua pace, come affermò in un’altra occasione, ma piuttosto che la pace di questo mondo è ben altra cosa da quella che Egli ci proponeva, frutto dell’amore fraterno e della riconciliazione. ( “Εἰρήνην ἀφίημι ὑμῖν εἰρήνην τὴν ἐμὴν δίδωμι ὑμῖν οὐ καθὼς ὁ κόσμος δίδωσιν ἐγὼ δίδωμι ὑμῖν” > “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io ve la do…” – Gv 14,27). In che cosa consista la “Shalôm –Eiréne” di Gesù, e quindi di quale “Regno” egli sia Principe, ce lo spiega invece san Paolo, in un passo della sua lettera ai Romani: Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. (Rom 14,17-19).

Fatta questa premessa, credo che sia importante riflettere su quanto ha voluto comunicarci S.S. Benedetto XVI nel suo tradizionale messaggio di fine d’anno, in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2013. Anche in questo documento troviamo espressioni inequivocabili di “ripudio della guerra”, alle quali però troppi Cristiani – e specificamente Cattolici – sembrano dare da troppo tempo solo il valore simbolico di “predica” natalizia… Eppure il Papa è molto chiaro:

“L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza…” .

Non mi sembra che qui si parli in generale o metaforicamente: ai credenti viene proposta un’etica profondamente alternativa a quella mercantile e tecnocratica che ci viene presentata ormai come l’unica alla quale dovremmo adattarci. Potere e profitto, così come tecnica ed efficienza sono i due binomi ai quali s’ispira “questo mondo”, ma da essi non scaturirà altro che oppressione e guerra!

Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.  Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro…”

Quest’altro brano del Messaggio del Papa è ancora più esplicito e si riferisce proprio alla ferrea convinzione – disseminata da quasi tutti i media , compresi molti che si dichiarano cattolici – che la crisi attuale sia superabile solo mediante una “crescita economica” che premi proprio il profitto, anche a costo di spazzare via i diritti e doveri sociali, insieme con le reti di solidarietà che cercano di arginarne in qualche modo i guasti per la società, a partire dai più deboli e fragili.

Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo.[…] Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico…”

Quest’ultimo passo del messaggio per la Giornata della Pace 2013 ci offre un altro importante spunti di riflessione ed una netta risposta alle citate “ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia”. L’unico “sviluppo” che un Cristiano può e deve perseguire – ci dice il Pontefice – non può che essere “integrale” (cioè di tutta la persona), “solidale” (in quanto fondato su solidi legami di fratellanza e d’aiuto reciproco) e “sostenibile” (ossia attento agli equilibri sociali come a quelli ambientali). Il suo obiettivo non può essere, quindi, che il “bene comune”, radicato in quella “comunione e condivisione” che sono l’esatto opposto dei criteri liberisti incentrati su “potere e profitto”.

Anche questa volta le parole di Benedetto XVI suonano condanna della guerra, frutto delle “crescenti disuguaglianze” e della sete di potere ed auspicio per una visione altra dello sviluppo umano e sociale, basato su un “nuovo modello economico”. Purtroppo, sappiamo già che – passati i brindisi augurali ed i fuochi pirotecnici – il dibattito nel nostro Paese tornerà stancamente sui soliti temi, perpetuando la banalità del male e diffondendo sempre più l’orwelliano “bispensiero” di chi chiama pace la guerra e giustizia la disuguaglianza sociale.

Se chi ha appena ricordato la nascita dell’Uomo-Dio  non saprà accogliere anche le parole scomode di chi oggi parla in Suo nome, sarà inutile farci gli auguri per quello che difficilmente sarà un anno davvero “nuovo”. Ma io e pochi “folli” come me ci crediamo ancora e per questo chiudo citando quanto suggeriva il “passeggere” leopardiano al “venditore di almanacchi “: – Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?…-
Auguri!

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )

NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA LEZIONE DI SYRIZA

Lo slogan elettorale di SY.RIZ.A. – la Coalizione della Sinistra Radicale che si è presentata alle ultime elezioni politiche in Grecia – è: “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza”. E’ indubbiamente un motto difficile da far accettare a chi sta vivendo sulla sua pelle una crisi economico-politica particolarmente grave. Eppure, e proprio per questo, l’esortazione di SYRIZA a sperare in un vero cambiamento è stata accolta positivamente da oltre un quarto degli elettori greci, consentendo l’elezione di ben 71 deputati della Coalizione, che diventa il secondo partito nel Parlamento.

Non ho nessuna intenzione di lanciarmi in commenti su questa significativa svolta ellenica né voglio atteggiarmi a politologo senza averne la qualificazione. Da ecopacifista, però, non posso fare a meno di sottolineare come SYRIZA sia riuscita a far convivere le tradizionali istanze della sinistra socialista (giustizia retributiva, tassazione dei profitti finanziari, nazionalizzazione delle banche, abolizione dei privilegi fiscali, diritto alla salute per tutti, recupero dei contratti collettivi e lotta alla precarietà occupazionale etc.), con quelle dei movimenti per la democrazia dal basso e pacifisti (tutela dei diritti umani e socio-sanitari dei migranti, laicità dello stato, opposizione alla privatizzazione della sanità e dell’istruzione, diritto all’obiezione di coscienza, chiusura delle basi straniere ed uscita dalla NATO, taglio delle spese militari etc.).

C’è però un aspetto che non emerge dalla sintesi del programma in 40 punti, diramata da SYRIZA ed ovviamente ripresa da tutti i media, probabilmente senza nemmeno andarsi a guardare il programma originale: la posizione della coalizione della sinistra radicale greca sulle principali questioni ambientali. Anche i punti programmatici riguardanti la pace ed il disarmo, nella sintesi – pubblicata tra l’altro su: http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza  – risultano meno significativi, se estrapolati da un’impostazione più globale.

Sì, è vero. Il Programma elettorale pubblicato sul sito ufficiale di SYRIZA ( http://www.syriza.gr/ ) è scritto rigorosamente ed esclusivamente in lingua greca, elemento che non invita esattamente a cimentarsi in “versioni” in italiano, soprattutto in questi delicati tempi di maturità…  E’ pur vero che per capire qualcosa di più bisogna fare qualche piccolo sforzo e, in questo senso, un grande aiuto viene da programmi di traduzione rapida (seppur molto approssimativa) come Google Translator e simili, reperibili facilmente sul web.

I punti del corposo “programma” (sì, in greco di dice proprio così…) sui quali mi sono soffermato sono stati, ovviamente il n° 1 (Programma per la Politica Estera e di Difesa) ed il n° 7 (Posizioni programmatiche per l’Ambiente e la Qualità della Vita).  All’impostazione pacifista di SYRIZA avevo già accennato prima, citando i punti della sintesi che parlano – senza se e senza ma – di tagli alle spese militari, obiezione di coscienza, smilitarizzazione dei corpi di polizia, chiusura delle basi militari e fuoriuscita della Grecia dall’Alleanza Atlantica. Leggendo il testo integrale del programma, però, emergono aspetti più interessanti, fra cui la considerazione che in campo internazionale la diplomazia deve prevalere sui rapporti gestiti dalla Difesa, la difesa dei diritti del popolo palestinese, o anche il totale rigetto dell’idea stessa delle cosiddette “guerre umanitarie” o “per la democrazia”.  Al punto 6 di questo capitolo, ad esempio troviamo scritto: “Noi crediamo che la nuova dottrina della NATO e il piano per il cosiddetto “scudo antimissile” aumenti il rischio di guerra, in particolare nella nostra regione. La Grecia dovrebbe collaborare con altri paesi per impedire l’attuazione di questi piani. Perseguiremo il ritiro immediato della forza greca in Afghanistan e in altre missioni militari della NATO o dell’Unione Europea. Rimane stabile e irreversibile posizione strategica per noi la necessità di disimpegnarsi dalla NATO. Siamo consapevoli delle difficoltà di questa posizione. Ma crediamo che gli sviluppi internazionali confermano la correttezza della nostra posizione.”  Tale posizione di SYRIZA è del resto contenuta nel titolo stesso del capitolo sulla politica di difesa, che dovrà essere, appunto: “…nuova, indipendente, attiva e pacifica”

Dove invece la sintesi programmatica in 40 punti tace del tutto, mentre sarebbe stato opportuno  mettere in luce questi aspetti, è il citato settimo capitolo, dedicato alle questioni ambientali e relative alla qualità della vita, e quindi a quell’ecosocialismo che è di fatto una delle componenti fondamentali della coalizione greca.

Il primo paragrafo di questa trattazione, infatti, si apre con una frase emblematica: “L’energia è un bene comune” e prosegue indicando le priorità per una politica energetica eco-sostenibile, a partire dal risparmio energetico (“Il principale obiettivo della politica energetica è quello di risparmiare energia e aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori”) e dalla pianificazione di risorse energetiche alternative (“In aggiunta a quanto sopra, SYRIZA / EKM s’impegna a sviluppare un programma a lungo termine di pianificazione energetica, per ridurre la produzione da combustibili fossili e le emissioni di gas serra e per la penetrazione delle fonti rinnovabili, al fine di diversificare radicalmente il modello energetico”).

Certo, il programma si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali della questione energetica (prezzo popolare delle risorse, incentivi per i singoli e disincentivi per i grandi consumatori (“…la questione dei prezzi dell’energia per i consumatori residenziali deve essere determinato non dal mercato ma dalle priorità sociali…”). E’ però il caso di sottolineare che SYRIZA si caratterizza anche per una proposta autenticamente eco-sostenibile, facendo appello alle istituzioni accademiche, di ricerca e scientifico-tecnologiche affinché la Grecia possa dotarsi di un moderno sistema di produzione e distribuzione di energia, ricorrendo principalmente alle fonti rinnovabili e diffuse. E’ scritto infatti:

“In questo contesto, l’uso del suolo nelle zone rurali terrà conto della necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, per quanto possibile, a seconda delle caratteristiche specifiche di ciascuna regione geografica, della necessità per la gestione e la distribuzione dell’energia prodotta inizialmente a livello locale, e parallelamente della necessità d’integrare tutte le varie unità decentrate nel sistema energetico nazionale  […] Nel complesso, si prescrive uno standard di autosufficienza energetica, di sicurezza e di gestione decentrata…”

Si tratta proprio delle priorità che da anni si sono dati gli ambientalisti italiani, ed in particolare noi del Comitato Campano che ha promosso la legge regionale popolare sulla cultura e diffusione dell’energia solare. L’autosufficienza energetica, unita con la gestione decentrata e ‘locale’ delle fonti naturali e rinnovabili, infatti, sono il punto centrale per chi vuole diffondere una visione totalmente alternativa, al tempo stesso rispettosa della natura e profondamente democratica.

Un altro punto importante, che troviamo nel programma di SYRIZA, è la: “…..ricerca e sviluppo di forme alternative di tecnologie delle energie rinnovabili e sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta da sistemi solari ed eolici”,  poiché ogni comunità deve puntare all’autosufficienza energetica, evitando costosi ed inutili trasferimenti di energie lungo reti spesso lunghissime e fonte di enormi sprechi, oltre che occasione di accaparramento di risorse che sono di tutti.

Bene, ho la sensazione che se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto.  Purtroppo il quadro della nostra realtà politica è molto più desolante e deprimente ed anche chi, qui in Italia, inneggia all’esperimento di SYRIZA, in effetti si guarda bene dall’uscire dal proprio misero orticello elettorale.  Ma anche noi abbiamo diritto a quella “speranza” di cui la coalizione della sinistra radicale greca ha saputo farsi portatrice, perché un sistema finanziario multinazionale, strettamente legato al complesso militare-industriale, non si sconfigge certo col velleitarismo dei gruppuscoli o col cinico trasformismo dei partiti, ma piuttosto con un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’OBSOLESCENZA DELLA NATO, UN RELITTO DEL PASSATO

Non capita tutti i giorni di aprire le pagine di TIME magazine e di trovarvi un articolo intitolato “Il declino dell’Occidente”  (http://www.time.com/time/subscriber/article/ 0,33009,2115075,00.html ).       La cosa che colpisce subito, per la sua chiarezza, è l’eloquente sottotitolo di questo breve saggio di Ishaan Tharoor, pubblicato il 28 maggio scorso : “Mentre la NATO si riunisce a Chicago, l’alleanza militare più grande del mondo sta svanendo nell’obsolescenza?”.

Opperbacco! – avrebbe esclamato Totò – ma pochi giorni fa la NATO non aveva forse festeggiato trionfalmente il suo 63° compleanno, e la sua portavoce europea non aveva augurato al Comando alleato di Napoli altri sei decenni di attività? Ebbene sì, secondo l’analisi del giornalista di TIME il mega-summit di Chicago e la stessa avveniristica e miliardaria edificazione di una nuova sede, in acciaio e vetro, di fronte al vecchio quartier generale alleato di Bruxelles, non sarebbero altro che l’immagine di ciò che la NATO “spera di diventare”, cioè una realtà “adatta alle esigenze del XXI secolo”. “Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? – si chiede retoricamente Tharoor, continuando nel suo metaforico parallelo tra l’Alleanza Atlantica e la sua vecchia sede, definita “un grigiastro relitto di un’altra era, sopravvissuto alla Guerra Fredda ed alla disintegrazione dell’URSS”.

“La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata “ – ha dichiarato all’intervistatore Anders Forh Rasmussen, il suo Segretario Generale “dagli occhi color cobalto”, che è poi passato a snocciolare i successi attribuibili agli interventi militari alleati in Libia, in Afghanistan, nel Kosovo, sulle coste della Somalia e nello spazio aereo sul Mar Baltico. Il redattore del TIME osserva però che questa è l’iimmagine dall’interno della NATO, mentre dall’esterno è quella di “…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità”. Il motivo di ciò, secondo Tharoor, va ricercato soprattutto nella crisi finanziaria, che ha provocato in Europa vari tagli ai bilanci della difesa, costringendo Washington a chiedersi se gli alleati d’oltre-oceano stanno facendo la loro parte, visto che gli Europei, nel caso della Libia, pur avendo “guidato la carica”, non avrebbero combinato nulla “…se gli Stati Uniti non avessero fatto il lavoro pesante dietro le quinte”.

Ora che l’Amministrazione Obama sta annunciando che i suoi piani strategici si stanno allontanando dallo scenario mediorientale e mediterraneo e che la spesa militare dei paesi asiatici si prevede superiore a quella dell’Europa, la NATO – afferma il giornalista senza tanti giri di parole – “sta diventando un relitto del passato […] Con gli europei impegnati a disputare a Chicago della “difesa intelligente” – uno slogan della NATO affinché i paesi di tutto il continente mettano in comune risorse militari in un’epoca di austerità – è chiaro che i tradizionali alleati occidentali degli USA cercheranno di fare meno con meno.”  L’analista della prestigiosa rivista americana, a tal proposito cita Ian Bremmer, un politologo della Columbia University che ha scritto un libro significativamente intitolato “Ogni nazione per sé: vincitori e perdenti nel mondo dei G-zero” , nel quale afferma che le questioni geopolitiche stanno diventando sempre più guidate dagli interessi dell’economia, piuttosto che da quelli della ‘sicurezza’.  La stessa “impotenza di fronte alla sanguinosa guerra civile in Siria” – insiste Tharoor – è la dimostrazione che la campagna militare in Libia era solo “…l’eccezione che non conferma alcuna regola”.

La conclusione dell’articolo è altrettanto dura verso chi s’illude – o comunque vorrebbe convincere gli altri – che la NATO abbia ancora un futuro davanti a sé.: “I difensori della NATO sostengono che l’Alleanza, in quanto gruppo di democrazie affini, ha quanto meno un ruolo ideologico. Ma altre democrazie in crescita, come l’India e il Brasile, hanno poco interesse a farsi immischiare in un’organizzazione creata durante la Guerra Fredda per rafforzare la politica estera degli Stati Uniti. Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…”.
Che dire? Cosa mai si potrebbe aggiungere di fronte ad una diagnosi e ad una prognosi così spietate? La  crescente militarizzazione del territorio italiano da parte della NATO e degli Stati Uniti e la sua finalizzazione alla cosiddetta “difesa intelligente”, stando così le cose, appaiono ancor di più un demenziale, irresponsabile ed augurabilmente inutile spreco di denaro della collettività, solo per tenere in piedi un complesso militar-industriale affamato di commesse e privo di scrupoli.  Questo non significa affatto che la NATO non sia più una minaccia alla pace ed alla sicurezza e che i venti di guerra che stanno spirando in questi giorni siano solo delle brezze senza conseguenze. E’ però importante che un commentatore d’un autorevole rivista statunitense possa affermare senza peli sulla lingua che la NATO è solo l’anacronistico relitto del passato di una “superpotenza” che sta perdendo credibilità e forza come catalizzatrice delle democrazie occidentali, di fronte a cambiamenti geopolitici ed economici che prospettano ben altri scenari.

“MAKE NATO HISTORY !”  recitava un vecchio slogan degli antimilitaristi. Beh, a quanto pare – per prendere in prestito  il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman – si direbbe proprio che anche la NATO abbia “un grande avvenire dietro le spalle”…    

© 2012 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com  )

“E’ N.A.T.O. ‘NU CRIATURO Ô LACO ‘E PATRIA…”

Il titolo riecheggia, non a caso, la nota canzone napoletana “Tammurriata nera”, lanciata nel 1944 da E. Nicolardi ed E.A. Mario, che scherzavano bonariamente su un episodio realmente accaduto.  Il primo, allora dirigente amministrativo all’ospedale “Loreto Mare” di Napoli, era stato testimone del trambusto causato dalla nascita, nel reparto maternità, di un bimbo di colore, concepito durante l’occupazione americana della città. L’ironia della canzone, più che sulla vicenda in sé, ruotava intorno alla pretesa di farla apparire del tutto normale, magari cercando per il piccolo afro-americano dei nomi rassicurantemente napoletani, come Peppe o Ciro…

Ebbene, anche in questi giorni si è verificato un evento piuttosto particolare, che però si vorrebbe far passare come normale amministrazione. Quegli stessi “Alleati”, che stanno occupando militarmente Napoli da ben 60 anni, anziché concludere questa lunga non richiesta e discutibile “protezione” della città, si sono invece trasferiti ufficialmente nella nuova sede al Lago Patria, sul litorale giuglianese, con la dichiarata intenzione di restarci ancora un bel po’.

Apprendiamo, infatti, da un comunicato stampa del sito ufficiale del Comando delle Forze Congiunte Alleate di Napoli che il giorno 23 maggio 2012 la NATO ha preso formalmente possesso del suo nuovo Quartier Generale. La simbolica cerimonia di passaggio delle “chiavi” dal paese ospitante (l’Italia) al JFC di Napoli è stata condotta con “distinzione e professionalità” dal Col. Luigi Bodini, il quale ha firmato l’atto di consegna del sito, aggiungendo che “…il quartier generale di Lago Patria è la perfetta premessa per una futura partnership civile e militare”. Il concetto, se non fosse stato abbastanza chiaro, è stato ribadito dalla dr.ssa Diana Sodano, l’ufficiale incaricata delle “relazioni comunitarie”, la quale ha testualmente affermato: “Noi tutti possiamo essere fieri delle realizzazioni del nostro Comando. Scrutando l’orizzonte verso il nostro servizio futuro, possiamo essere altrettanto orgogliosi ed entusiasti per i prossimi sei decenni ed oltre”. (http://www.jfcnaples.nato.int/page372601456.aspx )

Beh, non si può dire che al comando NATO non abbiano le idee chiare…  Per fare in modo che “il leone ruggisca” – come auspicava il nuovo Comandante del JFC, l’Amm. Clingan – evidentemente bisogna che si confermi il suo ruolo dominante in Italia e nell’Europa meridionale, sempre più nel ruolo di “comando d’operazioni di guerra” più che di sede burocratica dell’Alleanza Atlantica. (vedi i miei precedenti articoli sul blog : “Fa’ ruggire il leone” e “Lago Patria: un preoccupante neo-NATO”)

Sempre dal sito web del JFC, apprendiamo inoltre che il giorno 28 maggio 2012 il Comando passerà ad una “struttura operativa provvisoria” (Interim Working Structure), proprio per assicurare una transizione “morbida” al nuovo assetto logistico ed organizzativo. Anche se per ora il personale non si trasferirà alla nuova sede, si sottolinea, il JFC Naples deve fronteggiare tre nuovi ‘eventi’: la transizione allo “End State Peacetime Establishment”; la “preparazione e certificazione per la NFR (NATO Response Force) ed il vero e proprio trasloco al nuovo quartier generale di Lago Patria. L’articolo si conclude con queste illuminanti parole: “Una trasferimento anticipato della struttura congiunta consentirebbe l’utilizzo della rotazione dell’estate 2012 per la preparazione del personale NRF nel 2013 nei rispettivi ruoli futuri, nonché ottimizzerebbe l’efficacia della formazione fino al 2012-2013, in modo da soddisfare i requisiti di Capacità Operativa Iniziale e di Piena Capacità Operativa. In altre parole, abbiamo bisogno di addestrare al modo in cui combatteremo”. (http://www.jfcnaples.nato.int/page372603751.aspx ).

Dietro il linguaggio in codice militare, ancora una volta il Comando di Napoli della NATO – forte delle decisioni assunte al vertice di Chicago sullo “scudo antimissile” che coinvolgerà direttamente e pesantemente anche il nostro Paese  (http://mobile.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120520/manip2pg/06/manip2pz/323001/  ), ribadisce quindi il suo ruolo bellico operativo, alla faccia della strategia di public relations con la quale vorrebbe apparire come un bonario, se non rassicurante, “vicino di casa” della comunità dove ha deciso di trascorrere i suoi “secondi 60 anni”.

Ebbene, proprio per il 28 maggio il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania – che a quanto pare resta finora l’unico oppositore dichiarato di questa “relocation” del JFC sul litorale giuglianese – ha organizzato un’assemblea pubblica, per denunciare questa nuova, assurda, tappa della militarizzazione della Campania. Alle ore 17,00 – presso l’associazione “La Città del Sole” (vico Mattei, adiacenze basilica di S. Gregorio Armeno a Napoli) – discuterà con i cittadini e le altre realtà associative interessate sul tema: <<NO ALLE GUERRE GLOBALI !  SI’ ALLA SICUREZZA DELLA COMUNITA’ ! >>

Dopo un’introduzione di Flavia Lepre (Comitato Pace e Disarmo), ci sarà una relazione di Antonio Mazzeo (giornalista de Il Manifesto) sulle tendenze generali della politica della NATO. Seguirà un intervento di Ermete Ferraro (Comitato Pace e Disarmo) sulla specifica situazione del trasferimento del Comando JFC al Lago Patria e sui rischi che essa comporta per la popolazione locale, oltre che per la sicurezza e la pace. Dopo il dibattito con i partecipanti all’incontro, le conclusioni sono state affidate a P. Alex Zanotelli, missionario comboniano, ben noto per il suo impegno eco-pacifista.

Qualcuno potrà dire che contro il leone non c’è nulla da fare e che nulla potrà impedirgli di lanciare il suo minaccioso ruggito. Eppure vorrei ricordarvi che, oltre alla già citata favola di Fedro sul leone prepotente, che dopo essersi alleato con altri animali “totam praedam…abstulit”, c’è anche una interessante, anche se meno nota, favola di Esopo, “La zanzara ed il leone”. Vi si narra, appunto, di una zanzara che ebbe l’ardire di sfidare addirittura sua maestà il re degli animali. Ovviamente non poteva scontrarsi fisicamente col felino, però lo punzecchiò ripetutamente sul muso, costringendolo a graffiarsi da solo, per difendersi da quegli inaspettati attacchi di quel fastidioso insetto. (http://www.poesialatina.it/Greek/Index1.htm ).

La favola, a onor del vero, finisce male anche per la zanzara. Si narra infatti che, per gloriarsi della sua vittoria, andò a finire proprio dentro una ragnatela, per cui la morale che se ne trae è che chi, sebbene piccolo, sia riuscito a sconfiggere un animale molto più grande e forte, deve comunque stare molto attento a non finire vittima di un altro insetto. Per quanto ci riguarda, noi del Comitato non vogliamo essere né zanzare spavalde né le classiche ‘mosche cocchiere’, poiché il nostro compito è soprattutto quello di fare controinformazione e si aiutare la comunità a mobilitarsi direttamente e consapevolmente contro chi ne minaccia la pace, la sicurezza e la salute.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

FA’ RUGGIRE IL LEONE !

                                              FA’ RUGGIRE IL LEONE!

Compendio del Clingan-pensiero sul ruolo del Comando JFC di Napoli                                                                                  

Che da più di 60 anni la NATO abbia fatto “la parte del leone” in Italia, ed in particolare a Napoli, era cosa risaputa. D’altronde, il leone di S. Marco, che campeggia sul vessillo del Comando NATO per il Sud Europa (AFSOUTH), non è mai stato un semplice omaggio alla potenza dell’antica repubblica marinara di Venezia, ma un ben preciso segnale di dominio dell’Alleanza Atlantica sul Mediterraneo.

Basta aprire la home-page del sito web del Quartier generale di Bagnoli – denominato nel 2004 “Allied Joint Force Command Naples” – per apprendere che il JFC: “prepara, pianifica e conduce operazioni militari al fine di preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati-membri dell’Alleanza e la libertà dei mari e le linee economiche vitali lungo tutta l’area di responsabilità (AOR) del Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) ed oltre”. (www.jfcnaples.nato.int )

E’ evidente che per i signori della NATO resta valido il vecchio motto latino “Si vis pacem para bellum”, mutuato da citazioni di Vegezio, Cornelio Nepote e, soprattutto, del Cicerone delle Filippiche (“Si pace frui volumus, bellum gerendum est”). Eppure sembra evidente la contraddizione, l’ossimoro organizzativo, di ben 22 nazioni che, sotto la guida d’un vertice obbligatoriamente statunitense, da sei decenni occupano militarmente una parte della città di Napoli, predisponendosi a combattere proprio per difendere la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale

Fatto sta che quest’immagine evidentemente non risultava abbastanza bellicosa se, fin dal summit di Praga del 2002, la NATO ha avviato una profonda ‘trasformazione’ e ‘riorganizzazione’ dell’Alleanza, finalizzata – per citare ancora il sito del JFC – ad “…adeguare la struttura militare alleata alle sfide operative di una guerra di coalizione, per fronteggiare le minacce emergenti nel nuovo millennio” (ivi)). Negli anni 2000, l’ambigua ed allusiva aggiunta di “ed oltre” all’indicazione dell’area di competenza del comando sud-europeo della NATO si è di fatto concretizzata in un notevole allargamento degli scenari d’intervento dell’Alleanza, con un molto maggiore attenzione alle c.d. “linee economiche vitali” dell’imperialismo capitalista che ad altre, più nobili, motivazioni. La sua struttura di comando, inoltre, è stata “reshaped” , cioè ridisegnata, per renderla “…più snella, flessibile e focalizzata sullo svolgimento di una più ampia gamma di missioni” (ivi).

Uscendo dal gergo militar-politichese, questo significa che anche al Comando NATO di Napoli è stato da tempo attribuito un compito molto più “operativo”, espressione eufemistica per indicare un chiaro ruolo di combattimento. Non a caso, la sezione del sito del JFC che illustra le fasi di questo processo di “transizione” s’intitola: “Let the Lion Roar”, che potremmo tradurre con: “Fa’/lascia ruggire il Leone”. E’ evidente l’auspicio di un risveglio del vecchio felino marciano, la cui spada sguainata sembrerebbe aver definitivamente vanificato la scritta “pax” sul librone sorretto dalla stessa zampa. A dimostrare che si tratta di un autentico ed irreversibile cambiamento, se restasse qualche dubbio, provvede l’articolo citato, che riferisce il pensiero dell’Amm. Bruce W. Clingan, nominato dallo scorso febbraio al vertice del Comando JFC di Napoli.

<<…”La guerra è un fatto politico. Noi non lo siamo” – ha detto Clingan – Con queste persuasive parole, i periodici sforzi del comandante per comunicare col personale civile e militare ed alle nazioni che contribuiscono a supportare la sistemazione di questa sede operativa tracciano il quadro entro cui attuare la transizione verso un comando di combattimento bellico. Per prima cosa dobbiamo padroneggiare l’arte di combattere una guerra – ha aggiunto. Clingan ha continuato a spiegare che le nazioni che hanno contribuito all’Alleanza devono essere preparate a dar seguito ad un conflitto “high end” (cioè: di alto livello) che, ad esempio, comprenda, senza limitarsi ad esse, le specialità  che vanno dal campo informatico ad altre operazioni, sia ‘cinetiche’ sia ‘non-cinetiche’…>> (http://www.jfcnaples.nato.int/page193432.aspx).

Non mi pare che ci sia da interpretare tali affermazioni che, a parte gli ultimi riferimenti più tecnici, sono fin troppo esplicite. Il comandante Clingan ha ripetuto anche in seguito il concetto secondo il quale il carattere operativo della sede di Napoli (e tra poco di Lago Patria) deve diventare prevalente, caratterizzandola quindi in senso decisamente bellico più che organizzativo.

<<Egli ha riconosciuto che l’approccio collettivo per conseguire la sua priorità numero uno, quella di trasformare questo quartier generale in un comando di combattimento bellico, richiederà ‘scelte sagge’ e che valuta i contributi e le idee dei leader ad ogni livello all’interno del comando. “Ciò che conta è la leadership ed il coraggio – ha affermato. Spiegando che questa trasformazione non riguarda solo il trasferimento alla nuova sede di Lago Patria, Clingan ha detto che c’è una forte motivazione verso il cambiamento. “Le organizzazioni devono essere in grado di adattarsi alle circostanze, che cambiano rapidamente ed in profondità”, ha detto. “La NATO è su questa strada”…>>(ivi).

Ancora una volta viene sbandierata la nuova politica efficientista ed interventista dell’Alleanza Atlantica, motivandola ovviamente con l’esigenza di adeguarla alle mutate situazioni internazionali ed alle nuove “sfide alla sicurezza”. Una sede già importante come quella di Napoli, di conseguenza, ha già assunto un fondamentale peso strategico ed il suo Comandante non ha dubbi in proposito:

<<Una struttura di comando più snella, che capitalizza meglio le strutture di comando e controllo all’interno della struttura della forza NATO ed utilizza una tecnologia più aggiornata, è necessaria per consentire all’Alleanza di mantenere il suo livello di ambizione, per mantenere una robusta capacità di comando e controllo e dispiegabili capacità militari,  e per prevalere nelle operazioni in un ambiente dinamico e complesso, tra missioni concordate e capacità della NATO>>.

L’efficienza tecnologica ed organizzativa cui tende l’Alleanza Atlantica (e conseguentemente il  comando di Napoli), sostiene Clingan,  è uno strumento per dirigerne e controllarne sempre più la struttura, con l’esplicita finalità di assicurarne ‘il livello di ambizione’ proprio attraverso la sua operatività militare come “warfighting headquarters”.

Ecco, allora, che è proprio il suo Comandante per il sud-Europa che contribuisce a smascherare la versione un po’ addomesticata e pacioccona della NATO, presentata come baluardo posto a difesa della libertà dei suoi paesi-membri. Altro che pace, sicurezza ed integrità territoriale! Questi tre concetti, sebbene sventolati nel messaggio di apertura del sito del JFC, fanno oggettivamente a pugni con un’alleanza già aggressiva, minacciosa e multinazionale, che si propone senza troppi giri di parole di far diventare le sue sedi operative sempre più comandi per operazioni belliche.

A cancellare quest’evidente escalation imperialista non basteranno certamente le sottili strategie di “public relations” avviate dallo stesso JFC nei confronti dei residenti nell’area in cui la sua sede si trasferirà dalla fine del 2012 (vedi il mio precedente articolo: “Un preoccupante…neo-NATO”). Nello stesso sito web, infatti, si moltiplicano le notizie riguardanti iniziative di apertura verso i cittadini giuglianesi, in nome di un improbabile concetto di “buon vicinato” della comunità locale con questo ingombrante e pericoloso comando militare.

<< La sensibilizzazione pubblica del JFC di Napoli nei confronti delle scuole locali, degli ospedali e di altre istituzioni stabilite ha lo scopo di contribuire ad accrescere la comprensione tra la NATO e la comunità locale. Dal momento che il quartier-generale del JFC di Napoli diventa sempre più connesso con i suoi prossimi vicini, l’obiettivo è per i suoi cittadini quello di vedere il JFC come un contributo a stabilire sani e duraturi legami tra le forze armate e la comunità locale.>> ( http://www.jfcnaples.nato.int/page372604617.aspx ).

Le visite di scolaresche alla base radar di Licola o al quartier-generale di Bagnoli, come pure i ‘cordiali’ incontri di funzionari NATO con sedicenti ‘rappresentanti’ della cittadinanza giuglianese presso la nuova sede di lago Patria, date queste premesse, assomigliano quindi alle visite delle famigliole al giardino zoologico, dove i “leoni” appaiono dei pacifici gattoni, ma solo dietro le sbarre…

Eppure, in occasione del vertice NATO di maggio 2012 – prudentemente spostato a Camp David dopo che nella blindata Chicago l’atmosfera era diventata incandescente… – il vecchio leone tornerà a lanciare i suoi minacciosi ruggiti. E lo farà soprattutto attraverso la suadente voce del Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, che ha già anticipato il suo intervento.

<<Dopo le guerre in tre continenti – Jugoslavia, Afghanistan e Libia – e le operazioni navali permanenti nel Mar Mediterraneo e nel Mare Arabico, Clinton prevede che il vertice di Chicago permetterà di consolidare ed espandere il ruolo dell’unico blocco militare nel mondo come forza globale interventista: “A Chicago costruiremo questi partenariati, come promesso. Riconosceremo i contributi operativi, finanziari e politici dei nostri partner, in una serie di sforzi per difendere i nostri valori comuni nei Balcani, Afghanistan, Medio Oriente e Nord Africa”….>>   ( http://www.eurasia-rivista.org/a-chicago-il-vertice-per-consolidare-la-nato-globale/15079/)

Contro questa nuova sfida globale della NATO alla pace, alla sicurezza ed all’integrità territoriale, però, c’è chi non è disposto ad abbassare la testa ed a ripetere l’ennesimo “signorsì”. Ecco perché anche a Napoli ed a Giugliano – Lago Patria chi è per la pace, per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio esprimerà la propria protesta e lancerà una campagna di controinformazione, di mobilitazione e di resistenza nonviolenta alla guerra.

Lasciamo pure che il leone della NATO ruggisca, ma non dimentichiamo mai la celeberrima favola di Fedro su quel leone che, dopo la caccia con altri animali più deboli, si aggiudicò arrogantemente tutta la preda (“totam praedam sola improbitas abstulit”). La morale della storia era e resta sempre la stessa: “Numquam est fidelis cum potente societas”, cioè: “Non c’è mai da fidarsi di un’alleanza con un potente”…!

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LAGO PATRIA: UN PREOCCUPANTE…NEO-NATO

        Lago Patria: un preoccupante…neo-NATO

di Ermete Ferraro *

  1. 1.     Contrastare la militarizzazione della Campania

Nel silenzio e nella generale disinformazione, è spuntato un nuovo, enorme, comando militare dellaNATO, nelle vicinanze del Lago Patria, e quindi nella zona litoranea del comune di Giugliano di Napoli. In un drammatico periodo, contrassegnato da una mai risolta   quanto artificiosa ‘emergenza rifiuti’ e da tanti problemi quotidiani per Napoli e la Campania, potrebbe sembrare fuori luogo mettersi a discutere di basi militari e di porti nucleari. Eppure, proprio perché la percezione della serietà di questi problemi da parte dei cittadini resta molto bassa, bisogna evitare che situazioni gravissime di militarizzazione del suolo e delle acque della nostra regione passino del tutto sotto silenzio. Subalternità politica e provincialismo dei media hanno contribuito al permanere d’una generale disinformazione su temi come il rischio nucleare (che minaccia da anni i porti di Napoli e di Castellammare di Stabia) oppure la realizzazione d’un gigantesco comando ‘alleato’ in prossimità del Lago Patria e del litorale giuglianese-domizio. Le poche notizie su questi argomenti, se e quando riescono a raggiungere i cittadini, danno comunque per scontato che si tratta di qualcosa che non riguarda la loro vita ed i loro interessi, ma alte strategie politico-militari sulle quali, in ogni caso, essi non avrebbero modo d’intervenire e di esprimere un’opinione. Ebbene, contro quest’espropriazione del diritto di sapere e di criticare credo che bisogna lanciare una seria campagna di controinformazione, per accrescere la consapevolezza della gente. Bisogna fare in modo che si formi un’opinione pubblica più informata e critica, che non debba  sottostare ai condizionamenti sia del sistema militare – per sua natura portato a classificare tutto come segreto – sia di politici senza scrupoli, faccendieri ed organizzazioni criminali, che vedono in queste operazioni delle appetitose occasioni per far circolare ed intercettare il denaro pubblico. E’ proprio ciò che vuol fare il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [1], che opera da molti anni come aggregazione di varie organizzazioni impegnate a contrastare il complesso militare-industriale ed a creare mobilitazioni – dal basso e con metodi nonviolenti – contro la logica perversa del militarismo e della guerra. I suoi principali obiettivi operativi, in questi ultimi tre anni, sono stati la lotta per la denuclearizzazione dei porti della regione ed il contrasto alla militarizzazione di sempre nuove aree del territorio.  Il fatto è che vivere in Campania vuol dire trovarsi immersi in una delle aree più militarizzate d’Europa. Cuore della strategia NATO ed USA, la stessa città di Napoli non si è mai liberata dall’occupazione militare dei suoi ex-Liberatori, costretta da decenni ad ospitare una realtà del tutto estranea. Una realtà svincolata dalle vigenti norme urbanistiche, ambientali e sanitarie, sottratta a qualsiasi controllo da parte di chi dovrebbe governare il territorio e, perciò stesso, al di sopra di ogni principio democratico di trasparenza e di sovranità territoriale. Basterebbe questo, a prescindere da altre considerazioni di carattere specificamente politico, perché i cittadini/e della Campania si debbano mobilitare in difesa dei loro diritti, contro l’arroganza di chi spadroneggia a casa loro, in nome di un’equivoca e non richiesta ‘protezione’.  Questo breve contributo (dopo quello sul rischio dei porti nucleari [2], si propone di fare chiarezza sulla vicenda del trasferimento del Comando NATO da Bagnoli al Lago Patria, in nome d’una democratica controinformazione su questioni che ci toccano tutti da vicino, ma anche per creare le premesse di una mobilitazione contro chi – da troppo tempo –  ha sempre più militarizzato suolo, acque e perfino l’etere della nostra Campania.

2. I precedenti (1980-2000)

Già negli anni ’80 definii questa città estranea dentro la nostra città col nome di Nàtoli e poi, da consigliere provinciale, ripresi quest’ironica denominazione in un articolo del 1992, pubblicato sulla rivista ufficiale dell’ente locale. [3] Il guaio è che, da un bel po’ di tempo, a chi amministra Nàtoli il solo territorio di Agnano, Bagnoli, Nisida e Capodichino stava ormai troppo stretto. Il peso dell’AFSOUTH e dei comandi integrati delle operazioni navali NATO-USA, infatti, era diventato eccessivo, passando dalla sola regione meridionale dell’Europa al controllo dei nuovi scenari strategici balcanici, medio-orientali e, più recentemente, arabo-africani. Ecco allora che, nel 1997, l’allora sindaco di Napoli Bassolino non si fece scrupolo di firmare un protocollo d’intesa col comando AFSOUTH, che prevedeva il suo trasferimento in una mega-struttura di 13 piani, da realizzare nel Centro Direzionale di Napoli. Com’è facilmente immaginabile, questo Pentagono partenopeo avrebbe avuto un enorme impatto urbanistico ed ambientale. Sarebbe stato collocato, infatti, nel bel mezzo di un’area cittadina densamente abitata, tra la stazione ferroviaria centrale, l’aeroporto civile e militare di Capodichino e lo stesso Centro Direzionale napoletano. Grazie all’intervento di “ScardiNATO” – un network ecopacifista promosso da Verdarcobaleno, da Rifondazione Comunista e dalla sezione napoletana di Pax Christi – in quell’occasione riuscimmo però ad opporre una dura reazione, accompagnata dall’informazione diretta dei cittadini dei quartieri popolari limitrofi e culminata in un pacifico corteo di protesta. Probabilmente non furono le proteste dei residenti e di quel comitato a far recedere i vertici NATO dalla progettata relocation del Quartier Generale di Bagnoli. Certo è che, in breve tempo, dell’ipotizzata megastruttura da realizzare al C.D.N. non si seppe più nulla. Ma – bisogna ammetterlo – la soddisfazione per l’obiettivo allora raggiunto ha fatto progressivamente venir meno la mobilitazione degli ecopacifisti napoletani che, negli anni successivi, non hanno saputo intervenire adeguatamente sulla scelta di una nuova area in cui trasferire il vecchio Quartier generale alleato. Dopo vari studi, infatti, essa era stata localizzata dalla NATO nel sito ad una ventina di chilometri a nord-ovest di Napoli, nei pressi del Lago Patria, che già ne ospitava una centrale per le telecomunicazioni, non lontano peraltro dalla potente stazione radar di Licola. La decisione su dove spostare la vecchia sede delle truppe alleate del Sud Europa – dal 2004 denominata Comando AJF (Allied Joint Forces) [4] – fu ratificata a Roma nel 2001 da un Protocollo d’Intesa, sottoscritto dall’amm. J. O. Ellis (Com.te in Capo dell’AFSOUTH) e dall’allora Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. M. Arpino.“Per facilitare il progetto – vi si spiega – fu formato il PMO (Ufficio Multi-nazionale per la Gestione del Progetto. Il suo compito era indicare una moderna struttura per monitorare lo stato dell’arte, che avrebbe massimizzato l’efficienza operativa, ma anche fornito l’intera gamma delle attrezzature ricreativo-assistenziali. Per un progetto di così largo ed alto profilo, il supporto della nazione ospitante è essenziale, per cui il Ministero della Difesa italiano ha generosamente provveduto ad una squadra di collegamento specializzata, il ‘Progetto AFSOUTH 2000’. I suoi compiti includono le relazioni – a nome e per conto di AFSOUTH – con le autorità locali, relativamente a svariate questioni, come la pianificazione delle licenze, gli standard nazionali e la fornitura di servizi pubblici. Nel loro insieme, l’AFSOUTH e la squadra italiana formano il JPCO (Ufficio di Coordinamento Congiunto del Progetto” [5].  Un anno dopo, nel marzo 2002, il nuovo Comandante in Capo della struttura alleata consegnò al Vice-Capo di Stato Maggiore italiano, gen. V. Camporini, il progetto completo del nuovo Quartier generale e delle attrezzature annesse. Completata la gara d’appalto internazionale da parte del governo italiano, ad aggiudicarsi il contratto per la realizzazione delle opere civili fu un consorzio temporaneo d’imprese formato dalle società per azioni italiane “Condotte” e “Sirti”.  Il primo gruppo è la storica società cui sono stati affidati i lavori per l’Alta Velocità nei tratti TO-MI e RM-NA, nonché il faraonico progetto “Mose” a Venezia e, come Eurolink, la realizzazione del progettato ponte sullo stretto di Messina. La seconda è una nota azienda che, da decenni, realizza reti per telecomunicazioni, informatica e sicurezza.

3. Il progetto del complesso “AFSOUTH 2000”

Il nuovo complesso si estende su una superficie di 330.000 metri quadri e, secondo i suoi progettisti, dovrà fornire servizi integrati ad una comunità ampia, impegnata e multinazionale. Ecco perché, in aggiunta all’enorme stabile del Quartier Generale, sono stati previsti anche un Centro Comunitario e tre edifici per alloggi, riservati specificamente al personale NATO di nazionalità statunitense, britannica ed italiana. Nei sei piani – quattro rialzati e due interrati – che compongono il nuovo Comando, sarà ospitato non solo l’AFSOUTH, ma anche il Comando Navale Alleato del Sud-Europa (NAVSOUTH), quello delle Forze di Attacco e di Supporto nella stessa area operativa (STRIKFORSOUTH), nonché le unità di supporto nazionali. E’ stata progettata infine una grande sala-stampa multimediale. Annessi al nuovo Centro Comunitario, infine, ci saranno attrezzature ricreativo-sociali per il personale, fra cui una piscina, una palestra, un campo da tennis e vari punti vendita. E’ stata prevista, inoltre, un’integrazione al progetto, in modo da realizzare anche la struttura che ospiterà la Scuola Internazionale per i figli del personale alleato, la cui sede attualmente si trova nel complesso JFC di Bagnoli. Quello che fa impressione sono i numeri del nuovo complesso, snocciolati dallo stesso sito del JFC.: 2.100 militari e 350 civili presso il Q.G.; 85 chilometri quadri di spazi pavimentati; 600 chilometri di cablaggio; una rete di ben 2.000 computer; 2.227 spazi per parcheggio; 3 chilometri di recinzione perimetrale; 400 persone alla volta servite dalla mensa internazionale; 3 chilometri quadri designati come ‘area a verde’; un auditorium da 300 posti. Un elemento interessante è l’attenzione per alcuni aspetti ambientali, come un’esposizione solare ottimale, per ridurre lo spreco di elettricità e, allo stesso tempo, un sistema per ombreggiare i locali, allo scopo di limitare l’utilizzo di condizionatori d’aria. Gli stessi parcheggi esterni non sono stati pavimentati per intero, per evitare l’impermeabilizzazione del suolo con un migliore drenaggio delle acque pluviali. Dal sito del noto studio di architettura “M. A. Arnaboldi e Patners” che ha curato la consulenza strutturale del progetto [6], si ricavano altri interessanti dati sulla mega-edificio del nuovo Comando NATO del lago Patria. Il volume di costruito è pari a 282.000 metri cubi, su una superficie globale di oltre 60.000 metri quadri, con 2 piani interrati, 1 piano terreno ed altri 4 piani superiori. Il complesso, realizzato in cemento armato sotto e in ferro per le parti elevate, raggiunge un’altezza di 17,30 metri fuori terra. La progettazione è stata affidata agli architetti Camillo e Alessandro Gubitosi, affiancati dagli ‘strutturisti’ Arnaboldi e Chesi e da uno stuolo di collaboratori. La progettazione degli impianti tecnici è stata affidata alla “Cormio Engineering” di Desenzano sul Garda (BS), specializzata in ambito militare e membro del consorzio COIPA. Da altre fonti si ricavano ulteriori dati conoscitivi sull’edificio della “Afsouth 2000”. Ad esempio, sappiamo che gli uffici operativi del Comando NATO saranno ubicati soprattutto nei due piani interrati – presumibilmente per motivi di sicurezza – mentre i cinque piani fuori terra ospiteranno uffici, servizi, depositi ed altri tipi di locali organizzativi, spalmati su 40.000 metri quadri a piano. Al piano copertura, infine, vi è un’area destinata ad alloggiare gli impianti tecnologici, sistemati nella intercapedine del tetto del complesso. L’intera struttura è sottoposta a una classificazione sismica di 3a categoria ed è, ovviamente, protetta da eventuali attacchi terroristici. Da fonti giornalistiche, poi, emerge che, tra residenti e fruitori esterni del nuovo comando, il bacino sarà molto più ampio, intorno alle 5.000 persone. Sono numeri tali, però, da aver subito destato preoccupazione sul piano della mobilità da e per il complesso “Afsouth2000”.  Un numero enorme, se si pensa alla carenza di infrastrutture e vie di collegamento adeguate, in grado di fronteggiare un esodo così massiccio. La costruzione del quartier generale statunitense, una delle basi più grandi d’Italia, anche più della chiacchierata Vicenza, preoccupa e non poco il sindaco Giovanni Pianese, allarmato per gli effetti che gli insediamenti potrebbero avere su un territorio già di per sé devastato da scempi edilizi. Trasferire oltre 500 nuove famiglie senza garantire i necessari supporti logistici ed infrastrutturali, secondo il sindaco di Giugliano, potrebbe comportare il collasso definitivo della zona litoranea. Per questo l’amministrazione comunale, su indicazione dell’assessorato ai Trasporti delle Regione Campania, ha evidenziato come sia il settore dei trasporti quello che ha la maggiore urgenza di essere rivoluzionato, per fronteggiare in modo adeguato l’arrivo di un numero di persone così alto. Sarà affidato ad un professionista esterno, da scegliere attraverso una specifica procedura, il compito di redigere uno studio di fattibilità di un piano di mobilità, un piano di sicurezza stradale e di un piano traffico per migliorare l’accessibilità al nuovo insediamento. Lo studio andrà ad integrare quello già effettuato dagli esperti dello ‘Studio Pisciotta P. & Co.’ di Napoli, commissionato dagli stessi americani, ritenuto però carente in alcuni suoi punti dall’assessorato ai Trasporti della Regione Campania.[7]

4. Le questioni emergenti con l’apertura del nuovo Comando NATO

Al di là del facile umorismo sui ritardi nella realizzazione di un complesso (che gli stessi militari della NATO sembra abbiano ribattezzato “Afsouth 3000”…) per l’estate del 2012 sembra comunque prevista la fase conclusiva della relocation del Comando alleato da Bagnoli al Lago Patria e per i primi mesi del 2013 è fissata l’apertura ufficiale della struttura. Il progetto ha abbondantemente assorbito il finanziamento di circa 165 milioni di euro da parte della NATO e l’Italia, in quanto paese-membro, ha già sborsato la sua quota. Ma quanto ci costa veramente questo ingombrante trasloco? Il problema tecnico più delicato sembra che sia trasferimento della rete di comunicazioni, mentre sarebbero in ritardo le infrastrutture esterne al Comando, di competenza delle autorità nazionali e locali italiani. Per rendere operativo il Comando, inoltre, c’ è bisogno dell’allacciamento della rete fognaria e bisogna raddoppiare gli assi viari esistenti, rendendoli capace di sopportare un traffico di 1400 auto nelle ore di punta. In particolare, la NATO ha invitato il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della giunta provinciale Luigi Cesaro ed il sindaco di Giugliano Giovanni Pianese ad un sopralluogo per accelerare sui lavori esterni. Scriveva Stella Cervasio, sul quotidiano “la Repubblica”, ad aprile dello scorso anno:“ Il T Day si compirà alla fine del 2012. Primo dicembre. Suona apocalittico, è invece il termine entro il quale la Nato si trasferirà nel nuovo quartier generale al Lago Patria in via di completamento. Ieri lo ha reso noto il comandante del Jfc Naples ammiraglio Samuel J. Locklear III, che ha ricevuto il governatore Stefano Caldoro e il presidente della Provincia Luigi Cesaro all’ interno delle strutture in costruzione. Qualche bacchettata agli enti locali non è mancata: le infrastrutture subiscono ritardi e il comando Nato è corso ai ripari. […] Il ritardo effettivamente c’ è, e riguarda proprio le infrastrutture. «Sono disponibili 21 milioni di fondi Fas – ha detto il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese- recuperati per le opere mancanti». Il governatore Caldoro ha proposto la nomina di un commissario che prema sull’ acceleratore, che dovrebbe essere proprio il primo cittadino dell’ area interessata, Pianese. «Siamo già in contatto con il sottosegretario Gianni Letta – ha detto Caldoro – con il quale ci incontreremo a breve». E il presidente della Provincia Cesaro: «Il trasferimento da Bagnoli al Lago Patria avverrà entro giugno del prossimo anno e per quella data dovremo essere al passo con le infrastrutture. La Provincia dovrà migliorare la viabilità e per questo sono previsti 5 milioni di euro, c’ è già uno studio di fattibilità che sarà alla base di un protocollo di intesa fra Presidenza del Consiglio dei ministri, Regione, Provincia, Comune di Giugliano e comando Nato. Un’occasione di crescita da non sottovalutare». [8]                                            Il tempo è passato, i soldi pubblici sono stati stanziati, ma ancora non è chiaro quanto questa colossale operazione venga a costare alla comunità locale, sia in termini strettamente economici, sia per quanto riguarda le questioni di sicurezza e quelle igienico-sanitarie. Comunque, facendo un po’ di conti, se sommiamo ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (e pagati in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie, cui si aggiungerebbero altri 5 milioni erogati dall’Amministrazione Provinciale [9], arriviamo alla somma di oltre 190 milioni di euro (circa 380 miliardi di vecchie lire…), cui ovviamente vanno aggiunte altre voci non dichiarate. Si tratta di una cifra spaventosa, soprattutto se pensiamo si tratta di un comando strategico di un’Alleanza militare da oltre un decennio ormai priva della controparte. Per comprenderne l’entità, del resto, basta pensare che per il recupero del centro storico di Napoli, dichiarato dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”, sono stati stanziati appena 10 milioni di euro, in più annualità…..Si tratta di decisioni difficili da far digerire alla comunità locale. Ecco, allora, che ai cittadini del litorale giuglianese sono state offerte, in cambio del terremoto urbanistico ed ambientale provocato dal nuovo insediamento militare, delle “compensazioni” in termini di finanziamenti per opere infrastrutturali. Si tratta del prezzo da pagare per il ‘disturbo’ arrecato, e non importa se a tirare fuori i soldi sono gli stessi cittadini della Campania e se si tratta di somme molto sostanziose e, com’è ovvio, estremamente appetibili per le organizzazioni camorristiche locali. Leggendo bene le dichiarazioni del sindaco Pianese, veniamo informati che:  “L’accordo Operativo prevede il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 1) ‘collettore via San Nullo’ per un importo di 5,4 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 3) ‘collettore via Madonna del Pantano’ per un importo di tre milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 4) ‘collettore via Grotta dell’Olmo’ per un importo di 3,1 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 2) ‘collettore viale dei Pini e interventi di adeguamento funzionale’ per un importo di 3,7 milioni di euro” [10]. La verità è che, come giustamente denunciava un anno fa il collettivo anarchico di Livorno, le spese sono state giustificate in nome della solita storiella, secondo la quale questo genere di strutture militari rappresenterebbero un’importante occasione di sviluppo economico ed occupazionale, e quindi una sorta di ‘investimento sociale’. Non a caso, infatti, si è attinto ai FAS, che servono a finanziare lo sviluppo locale e non certo faraoniche strutture che servono solo ad organizzare meglio le presenti e le future guerre nel sud-est del pianeta.           “Insomma – commentavano ironicamente gli autori dell’articolo – i denari stanziati dalla Regione e dal governo per la base NATO di Giugliano, in quanto sotto la voce “fondi Fas”, passeranno alla storia finanziaria del Paese come spese per lo sviluppo del Mezzogiorno, secondo la regola aurea che impone che al danno debba sempre accompagnarsi la beffa…” [11]

 5. Problematiche e indicazioni operative per una mobilitazione popolare

Le fonti di documentazione su ciò che sta accadendo al Lago Patria – a parte quelle citate e qualche altra notizia generica – dimostrano quanto sia grande la disinformazione dei cittadini ma anche la…distrazione dei movimenti politici, sindacali, ambientalisti e degli stessi pacifisti su questa sconcertante vicenda. Ecco perché bisogna recuperare il tempo perduto e lanciare una campagna d’informazione ed opposizione a quest’ennesima occupazione militare del nostro territorio, che di tutto ha bisogno meno che di nuove basi USA e NATO. Il primo elemento per ogni mobilitazione nonviolenta è, ovviamente, la controinformazione e la crescita della consapevolezza della comunità locale, finora rimasta silenziosa o perfino abbagliata dal miraggio dei possibili investimenti in quell’area.  E’ evidente, a tal proposito, che è già partita invece la campagna di sensibilizzazione e di ‘fraternizzazione’ con la comunità locale, messa opportunamente in atto dalle ‘relazioni pubbliche’ del Comando JFC di Napoli, coinvolgendo anche l’amministrazione comunale e membri della cittadinanza in incontri bilaterali, come riferito dallo stesso sito della NATO [12)  E’ per questo motivo che il Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio – Campania  si sta adoperando perché tutte le organizzazioni democratiche presenti in quel territorio s’incontrino e stabiliscano un osservatorio permanente sull’insediamento Afsouth 2000 al Lago Patria. Bisogna studiare il progetto da tutti i punti di vista, verificare le autorizzazioni e licenze rilasciate dall’ente locale, ma anche monitorare chi concretamente sta operando in loco, tenuto conto del fatto che si tratta di un territorio dove da sempre spadroneggia la camorra. Si sta cercando, quindi, di organizzare pubbliche assemblee con i cittadini, per informarli di quello che sta accadendo e delle ricadute negative – ambientali, sanitarie e socio-economiche – di questa faraonica struttura.  Occorre una rinnovata capacità di mobilitazione popolare, oltre che di prese di posizione più chiare da parte di organizzazioni sociali e politiche strutturate – per impedire che tutto si realizzi senza un’opposizione, ferma e responsabile, ad un progetto che non porterà né sviluppo né occupazione, ma solo nuove servitù militari, rischi nucleari e da emissioni elettromagnetiche, con evidenti danni alla comunità locale ed alle stesse attività turistiche del litorale giuglianese-domizio. Si tratta, infatti, di un territorio nel quale si concentrano non solo enormi rischi per la salute e l’ambiente – dovuti alle discariche ufficiali ed abusive ed all’inceneritore che si vuole realizzare – ma anche tre siti militari di grande peso strategico: il centro telecomunicazioni e nuovo comando NATO di Lago Patria, il centro radar di Licola e la base aerea USA di Gricignano di Aversa. Il vero problema, allora, è riuscire a fare una controinformazione efficace, facendo uscire la popolazione locale dal torpore rassegnato, spesso misto all’illusione di trarre qualche vantaggio da una simile, abnorme, situazione. Per conseguire il risultato della mobilitazione di cittadini consapevoli e determinati, bisogna distinguere opportunamente i vari problemi connessi all’apertura del nuovo comando JFC di Lago Patria, per poi mostrarne le varie interconnessioni.

1.      Rischi per la salute > L’area in cui si è deciso di trasferire il quartier generale della NATO per l’Europa Meridionale è una delle più disastrate del nostro Paese – e forse d’Europa – dal punto di vista ambientale e sanitario. Una persona estremamente documentata ed attiva, su questo piano, è Giampiero Angeli, un colonnello dell’Esercito Italiano in pensione, vittima in prima persona di quest’inquinamento ed autore di un libro-denuncia dal significativo titolo “Veleni nelle terre di camorra”. [13] Questo e-book (la cui sintesi è possibile trovare in un video dello stesso autore [14] ) costituisce infatti una fonte molto importante per comprendere quanto e come la malavita organizzata sia riuscita ad intossicare una delle aree più fertili della Campania. Citando fonti ufficiali (SOGIN, APAT, ARPAC e la stessa US Navy…), il col. Angeli riferisce puntigliosamente sulle analisi effettuate da questi enti, che attestano la presenza nel territorio di Castelvolturno e del litorale giuglianese di una quantità incredibile di sostanze tossiche. Sono metalli pesanti (antimonio, arsenico, cobalto, cromo, mercurio etc.), ma anche fluoruri, nitriti, solfati, diossine, furani, fitofarmaci come il DDT, idrocarburi policiclici aromatici e perfino amianto.                                                                           In Campania c’è un problema globale di inquinamento: qui, grazie agli “amici di Casale”, siamo al vertice dell’inquinamento mondiale. […] Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno…” [15]  Questa situazione, per la sua stessa enormità, può diventare un serio argomento per contestare l’assurdità della scelta di collocare proprio in questa terra di veleni e di camorra un faraonico comando strategico. Esso, infatti, accrescerà l’urbanizzazione del territorio del litorale giuglianese (si parla di 5.000 presenze in più), con tutte le conseguenze negative sull’inquinamento dell’aria, delle acque e dell’etere, dovuto ad enormi antenne che producono elettrosmog. Il fatto che il quartier generale alleato sia stato posizionato in un’area che la stessa NATO ritiene inadeguata ed a serio rischio per la salute, pertanto, può consentire un discorso rivolto sia alla popolazione civile sia a quella militare, in nome della tutela del fondamentale diritto di tutti alla salute.

2.      Rischi per la sicurezza > Probabilmente in nessun’altra parte si registra, a distanza di pochi chilometri, una simile concentrazione d’installazioni militari. Il “triangolo” Gricignano-Lago Patria-Licola, infatti, ha militarizzato in modo intollerabile questa sventurato territorio della Campania. Contiguo all’area Nola-Acerra-Marigliano (che la rivista scientifica “Lancet” definì “il triangolo della morte” ), dominato dalla camorra, sede non solo di discariche abusive di rifiuti di ogni genere ma anche di enormi discariche ufficiali, come quella di “Taverna del re”, il territorio giuglianese è stato designato anche ad ospitare il nuovo inceneritore della Campania. L’assurda tendenza a fronteggiare il dissenso delle popolazioni locali militarizzando i siti di stoccaggio e gli impianti per la c.d. ‘termo-valorizzazione’ dei rifiuti, inoltre, accresce la sensazione di trovarsi in un’area di guerra, dove però gli avversari non sono i camorristi bensì i cittadini che protestano…Non bisogna essere dei ‘profeti di sventura’ per notare che la concentrazione in un’area così ristretta di due impianti per telecomunicazioni e rilevazioni radar, d’una base aeronavale USA e del comando della  NATO per tutto lo scacchiere strategico meridionale accresce enormemente anche i rischi per la sicurezza della comunità locale. Che si tratti di atti di terrorismo oppure di potenziali risposte armate all’accresciuta tensione militare della NATO sui paesi del nord-Africa e del vicino e medio Oriente, sembra difficile negare che l’incredibile vicinanza di simili impianti possa trasformare questa zona in un evidente obiettivo strategico.

3.      Rischi per l’ambiente > Ho già fatto cenno ai rischi sanitari ed ambientali per  l’inquinamento elettromagnetico dovuto alle antenne per telecomunicazioni militari del nuovo comando JFC di Lago Patria, sia preesistenti sia di nuova installazione. Su tale questione il Comitato Pace e Disarmo solleciterà un monitoraggio da parte degli enti competenti ed effettuerà verifiche sulle relative autorizzazioni amministrative e sanitarie. Esistono però anche altre problematiche ambientali, derivanti dalla prevedibile urbanizzazione aggiuntiva, autorizzata o abusiva, intorno all’area del quartier generale della NATO. La realizzazione d’infrastrutture civili a servizio della base militare (fognature e sottoservizi vari), infatti, ha già accresciuto il valori dei terreni ancora abbandonati e di natura paludosa che la circondano, facendo crescere gli appetiti degli speculatori. E’ inutile dire che un aumento notevole della popolazione residente, fra l’altro, accrescerà i già presenti problemi di viabilità, aumentando il tasso d’inquinamento atmosferico, e che la stessa produzione di rifiuti urbani metterà a dura prova la fragile struttura di raccolta, riciclaggio e smaltimento degli stessi.

Concludendo, mi sembra che la somma di queste sole tre gravi problematiche, a prescindere dall’opposizione alla dilagante militarizzazione del territorio ed alla stessa ragion d’essere di un’alleanza militare come la NATO, basti a creare un variegato fronte di mobilitazione dei cittadini di Giugliano. Rivendicare il diritto alla salute, alla sicurezza ed alla tutele dell’ambiente sono questioni che trovano la loro prima fonte nella stessa Costituzione della nostra Repubblica, ma che richiedono una particolare determinazione in un territorio dove nulla è davvero normale.  Le responsabilità dei politici sono enormi e vanno denunciate. E’ però giunto il momento di riscoprire il protagonismo della gente e nuove forme di lotta nonviolenta, coinvolgendo tutti i soggetti che non si rassegnino ad accettare passivamente l’aggressione al territorio e la sua sottrazione alle norme basilari della dialettica democratica.

NOTE:

1. Visita il sito: www.pacedisarmo.it

2. Ermete Ferraro, A propulsione antinucleare, Napoli, 2010 (pubbl. su Pace e Disarmo)

3. Ermete Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, 1992, XIV-1/3, Napoli, Ann.Prov. di Na.

4. http://www.jfcnaples.nato.int/

5. http://www.jfcnaples.nato.int/page11545845.aspx

6. http://www.arnaboldiepartners.it/NAPOLI/NAPOLI.html

7. A. Mangione, “Lago Patria: nel 2012 l’apertura della base NATO, InterNapoli.it , 19.01.2010 http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=17281 – Leggi anche l’articolo sulla recente visita dell’Amm. Bruce W. Clingan (Comandante del JFC) al compound di Lago Patria > http://www.jfcnaples.nato.int/page372603537.aspx

8. Stella Cervasio, “NATO, via al trasferimento da dicembre al Lago Patria”, la Repubblica, Napoli, 2 aprile 2011

9. L. Cesaro, “La nuova base di lago Patria un’opportunità per il territorio”, Ag. Stampa La Provincia di Napoli, 01.04.2011

10. Giugliano, Base Nato: compensazioni ambientali per insediamento militare a Lago Patria” , redazione di Julie News, 02.03.2011

11. “Locklear si fa la base NATO a spese della Regione Campania”, in Collettivo Anarchico Libertario, Livorno, 09.04.2011 (da www.comidad.org)

12. vedi: http://www.jfcnaples.nato.int/page372604617.aspx  

13.http://www.lafeltrinelli.it/products/9788865420942/Veleni_nelle_terre_della_camorra/Giampiero_Angeli.html  

14. http://www.youtube.com/watch?v=ZcyYIOA4eC0

15“Ecco come i Casalesi mi hanno avvelenato”, articolo-intervista a G. Angeli di V. Ceva Grimaldi, pubblicato da “Terra” il 18.02.2010 (http://www.terranews.it/category/tag/giampiero-angeli )

Digressione

Premetto che ho un’abitudine che ritengo positiva: evito di sentenziare, parlando o scrivendo, su cose che non conosco a sufficienza e che non ho approfondito. Per uno come me, che di problemi connessi alla pace ed alla nonviolenza si occupa dai lontani anni ’70, è difficile, però, non prendere posizione su una questione scottante come quella riguardante l’opposizione al regime siriano e le prospettive d’un intervento militare esterno, che tanti continuano ad evocare come ‘la’ soluzione.

Eppure non è facile assumere una decisione, quando si è costretti a farlo all’interno della capziosa scelta obbligata tra democrazia e pace, sulla quale lo stesso movimento pacifista italiano, già non molto in salute, recentemente sembra essersi spaccato in due tronconi.

Mi viene in mente Ulisse e la sua mitica ed ingegnosa sfida alle sirene, che avrebbero voluto farlo naufragare attirandolo tra Scilla (“colei che dilania”) e Cariddi  (“colei che risucchia). Lo scaltro Odisseo se la cavò facendosi legare e turare le orecchie, in modo da riuscire a guardare in faccia le due mostruose creature, resistendo però alle loro tentazioni.

Nel mio piccolo, anch’io allo stesso modo non vorrei farmi trascinare in un’assurda scelta fra la Scilla di un intervento armato e la Cariddi di una neutralità che scivoli nella complicità col regime di Assad.  Mi sembra infatti abbastanza evidente che la questione siriana, come viene posta dalla maggioranza dei media, sia l’ennesima dimostrazione del solito, subdolo, armamentario di propaganda bellicista travestita da reazione internazionale ad un regime sanguinario. Proprio su questo particolare aspetto mi sono recentemente soffermato in due articoli sulle “Psy-Ops” che il complesso militare-industriale organizza da sempre, utilizzando le sofisticate armi della guerra psicologica e reclutando insospettabili alleati perfino in campo opposto (1).

Sono peraltro convinto che simili tecniche non siano estranee neppure alla propaganda dei pacifisti a senso unico, sempre pronti ad additare i complotti interventisti dell’imperialismo dei petrodollari, ma troppo reticenti sulle feroci dittature cui le rispettive popolazioni tentano di opporsi, spesso in modo diretto e nonviolento. Ecco perché un po’ tutti, come Ulisse, per non farci ammaliare dalle sirene delle contrapposte propagande, dobbiamo demistificare le loro campagne mediatiche, evitando di cadere nella trappola di chi utilizza una sorta di ricatto psicologico per farci propendere per una o per l’altra soluzione. Scegliere tra due mezze verità, infatti, significa accettare comunque almeno una mezza menzogna. Ma per chi crede che la Nonviolenza sia “la forza della verità” (il gandhiano satyagraha) questa non è certo la soluzione giusta.

Fra la dilaniante Scilla di una pelosa solidarietà coi ribelli, che puntualmente culmina in un’illegittima e violenta aggressione armata allo ‘stato canaglia’ di turno, e la risucchiante Cariddi di un antimperialismo    ‘a prescindere’, che finisce però col legittimare le peggiori dittature, sono convinto che esista una terza possibilità. L’alternativa sia all’interessato interventismo militare sia al colpevole disimpegno negazionista va cercata in ciò che, da decenni, i pacifisti hanno chiamato ‘difesa popolare nonviolenta’, intendendo con questa formula la resistenza civile non armata e sociale di un’intera popolazione al proprio regime dittatoriale, così come ad un’occupazione militare straniera. Il vero problema è che il dibattito avviato positivamente in Italia sulla difesa popolare nonviolenta (DPN) e sulle tante esperienze storiche di resistenza popolare e dal basso a regimi ed occupazioni, alla fine degli anni ’90, si è purtroppo arenato nelle secche di un’incostituzionale controriforma governativa, sulla quale nessuna forza politica ha mai detto una parola. L’abolizione del servizio di leva, infatti, ha scardinato l’ipotesi pazientemente costruita di una componente strettamente civile e nonviolenta delle difesa italiana, facendo sparire in un sol colpo sia gli obiettori di coscienza sia l’ipotesi d’un servizio civile finalizzato alla DPN. In questo quadro – ottimamente sintetizzato in un articolo di Antonino Drago pubblicato anche sul sito di Peacelink (2),  non c’è da meravigliarsi se il dibattito su questa reale alternativa alla difesa ed alla resistenza armata si è progressivamente spento tra gli stessi pacifisti, restando invece confinato al livello teorico di una “ricerca sulla pace” esclusivamente accademica. Lo stesso termine “nonviolenza” ha da troppo tempo cominciato a perdere la sua valenza alternativa, riducendosi ad una semplice etichetta politicamente neutra o, nei casi peggiori, diventando imbarazzante copertura per discutibili istituzioni internazionali, spesso foraggiate da fondazioni, multinazionali e perfino ministeri della difesa.  Mentre i veri nonviolenti perdevano tempo prezioso a disquisire sulla soluzione migliore, dibattendo ad esempio tra “difesa sociale” e “difesa nonviolenta”, una spregiudicata cricca d’intellettuali si è di fatto appropriata questo termine, non più come idea rivoluzionaria e globale, bensì come denominazione di comodo, che offrisse una sponda “pacifista” alle strategie interventiste dei governi “alleati”. A tal proposito, è quanto meno sconcertando scoprire che due delle più autorevoli istituzioni americane intitolate alla nonviolenza – l’Albert Einstein Istitution, il cui leader è Gene Sharp, e l’International Center for Nonviolent Conflict (ICNC), guidata dal finanziere miliardario Peter Ackerman, sono regolarmente finanziate dalle maggiore Corporations, da Fondazioni come la Ford se non, direttamente, da istituzioni patriottiche legate al Pentagono. (3) 

E’ fin troppo evidente il rischio che questo ambiguo sostegno di ambienti finanziari e militaristi alla strategia nonviolenta finisca con lo screditare del tutto le proposte di simili istituzioni, anche quando – come nel caso del guru nonviolento Gene Sharp – esse restino comunque ancorate al rifiuto della resistenza armata e degli interventi militari stranieri. (4)  Questa, però, non è una buona ragione per rinunciare alla ricerca di una strategia davvero popolare, sociale e nonviolenta per sostenere l’insurrezione dei Siriani contro il regime di Assad, pur escludendo categoricamente ogni implicazione in un nuovo, assurdo, intervento bellico in Siria.

Un’utile scheda, curata da Davide Berruti per “Unimondo” può aiutarci a riconoscere le caratteristiche di un’autentica alternativa alla difesa armata, ciò che la rende “difensiva”, “popolare” e “nonviolenta”.  Contrariamente a quanto vorrebbe farci credere una retorica propaganda neo-risorgimentale e ‘partigiana’  (che in Italia sembra accomunare in modo preoccupante la destra ‘liberale’ a quello che resta della sinistra parlamentare, contagiando perfino alcuni pacifisti nostrani), la verità è che un intervento esterno in Siria non agevolerebbe per nulla il “movimento di liberazione” in atto in quel paese, ma innescherebbe reazioni ‘a catena’ ancor più preoccupanti ed imprevedibili.

“Diversamente da quanto accade oggi, quando in presenza di guerre che l’Occidente combatte quasi esclusivamente in territorio straniero, la “difesa” dei diritti umani e della democrazia appare un concetto non sempre distinto dagli interessi di tipo economico o politico. Ecco dunque che la prima condizione che si deve verificare affinché si possa parlare di DPN è che si tratti inequivocabilmente di azioni di “difesa”. D’altra parte la forza di mobilitazione nei casi di intervento all’estero è senz’altro minore e sempre più spesso i sistemi di reclutamento sono basati su incentivi di tipo economico e/o a campagne di sensibilizzazione di tipo nazionalistico e retorico. Questo contraddice con il secondo elemento fondamentale della DPN, ovvero il fatto che sia “popolare” oltre che civile, nel senso che viene avvertita come un impegno condiviso da tutti. Questa è la diretta conseguenza del primo termine “la difesa”: un evento così drammaticamente importante che non può essere delegato ad una struttura esterna (tanto meno privata come nel caso di eserciti di mercenari o “agenzie private di sicurezza”) ma deve essere assunta dall’intera popolazione come impegno primario e fondamentale. Solo su queste basi teoriche il risultato sarà una difesa “efficace” in quanto diffusa, radicata, ampia e completa…” (5)

Ecco perché sono convinto che un intervento straniero nel conflitto siriano, per di più armato e sponsorizzato da chi ha fin troppo evidenti interessi in quello scenario, non potrebbe in nessun modo configurarsi come sostegno all’autentica resistenza nonviolenta di quella popolazione e ad una nuova ‘primavera araba’. Si configurerebbe infatti come un oggettivo appoggio all’ala più militarista ed islamista di quel movimento, seguendo lo sciagurato copione già troppo spesso messo in scena in quel contesto geo-strategico.

E’ altrettanto chiaro, d’altra parte, che non è più sufficiente prendersela col complotto imperialista guidato dagli USA, con la complicità degli stati arabi fidati e dei soliti ‘falchi’ europei. Smascherare le strategie palesi ed occulte di chi vuole l’ennesima guerra è un passaggio necessario, ma non può esaurire la proposta di chi si oppone ad essa ma non vuol chiudere gli occhi di fronte alla dura repressione che si è abbattuta sugli oppositori al regime di Assad.

Ha fatto bene Jean-Marie Muller – un altro ‘maestro’ della Nonviolenza – a dichiarare, nel luglio del 2011:

 “ L’ingerenza politica s’impone. L’urgenza è ripensare l’azione della comunità internazionale in materia di prevenzione e gestione dei conflitti e di sperimentare i metodi dell’intervento civile e nonviolento, aprendo uno spazio politico in cui possano esprimersi le iniziative di pace delle società civili…” (6)

Il guaio è che, in questi mesi, dall’insurrezione inizialmente disarmata e spontanea di tanti Siriani si è passati alla rappresentanza ufficiale del movimento da parte d’un autoproclamato “Esercito di Liberazione della Siria”, sempre più armato ed eterodiretto dai ‘soliti noti’, che non esitano ad utilizzare le armi della guerra psicologica per accrescere la tensione in quell’area e l’allarme degli stati vicini. Resoconti da quel Paese, benché parziali se non palesemente manovrati dai servizi segreti, sono puntualmente e supinamente ripresi dai media nostrani, che puntano sull’emotività per legittimare immancabili “interventi  militari umanitari”.

Solidarizzare con la legittima reazione alla lunga e pesante dittatura baathista, però, non deve impedirci di notare che quest’ennesima ‘primavera araba’ – al di là del palese sostegno occidentale – sta sviluppando ancora una volta preoccupanti spiriti islamisti, aprendo scenari che hanno poco a che vedere con la “democrazia” di cui si fanno interessate paladine le potenze occidentali.

Ha ragione, allora, ad indignarsi Johan Galtung – un altro dei ‘padri’ storici della terza via nonviolenta – quando in un recente articolo ha dichiarato:

“Siamo tutti disperati nell’assistere alle orribili uccisioni, alla sofferenza di chi è privato di tutto, dell’intero popolo. Ma che fare?Potrebbe essere che l’ONU, e i governi in generale, abbiano la tendenza a ripetere sempre lo stesso errore di mettere il carro davanti ai buoi? La formula che usano generalmente è:[1] Liberarsi del n° 1 come responsabile chiave, usando sanzioni; quindi [2] Cessate-il-fuoco, appellandosi alle parti, o intervenendo, imponendo; [3] Negoziato fra tutte le parti legittime; e quindi [4] Una soluzione politica quale compromesso fra le varie posizioni…”  (7)

L’ONU si ostina a seguire sempre lo stesso copione ma, per il celebre peace researcher, sarebbe opportuno invertire quella sequenza, partendo dall’ultimo punto (la soluzione politica), per poi giungere all’armistizio, seguito dall’uscita di scena di Assad. Ma poi, argomenta Galtung, chi ha detto che di soluzione ce n’è solo una? Moltiplichiamo il dialogo tra la popolazione siriana, promuovendolo con l’utilizzo di “facilitatori” dell’ONU, di veri esperti in mediazione popolare, e la forza della creatività avrà la meglio. Ciò che bisogna assolutamente evitare, però, è che si continui a cercare una soluzione con le braccia cariche di armi, alimentando odi e scontri quotidiani. Una soluzione si può sempre trovare ma, ammonisce Galtung:

Non con la violenza. Chiunque vinca sarà profondamente inviso agli altri, in una casa e una regione così profondamente divisa contro se stessa. Non con sanzioni, indipendentemente da quanto profonde e ampie, con la partecipazione di Russia e Cina. È come punire una persona con microbi e il suo sistema immunitario che sta lottando all’interno perché ha la febbre. Più il paziente è debole, più è contagioso. Quel che viene in mente è una soluzione svizzera. Una Siria, federale, con autonomie locali, addirittura a livello di villaggio, con sunniti, sciiti e curdi che intrattengano rapporti con i propri affini attraverso i confini. Un peacekeeping internazionale, anche per proteggere le minoranze. E non-allineata, il che esclude basi straniere e flussi di armi, ma non esclude affatto un arbitraggio obbligatorio per le Alture del Golan (e l’assetto post-giugno 1967 in generale), con lo status di membro ONU in gioco per Israele.” (8)

In un suo articolo su“Waging Nonviolence” Erik Stoner – giornalista e blogger nonviolento, membro del direttivo statunitense della War Resisters’ League – si è soffermato sulla “disciplina nonviolenta come chiave per il successo della rivolta in Siria”. In questo contesto, Stoner cita i risultati di una ricerca americana che, dopo aver analizzato 100 campagne nonviolente dal 1900 al 2006, è giunta alla conclusione che la presenza di un’ala armata di un movimento non accresca le possibilità di riuscita di una rivolta, come dimostra una tabella, da cui si evince che l’assenza di violenza in una campagna porta al 60% le probabilità della sua riuscita, contro il 46% dell’ipotesi contraria.

“ Questo non dovrebbe sorprendere, perché non solo i movimenti nonviolenti che hanno un braccio armato  riducono la probabilità di defezioni dalle forze armate, ma essi, storicamente, riducono anche la partecipazione popolare alla lotta, che è invece la chiave del successo per le campagne nonviolente.“ (9)

Purtroppo, in Italia, la ricerca sulle alternative nonviolente risulta del tutto inadeguata alla necessità di propagare i principi e le tecniche della Nonviolenza in un contesto purtroppo caratterizzato ancora da una diffusa ignoranza in materia o, peggio, da un uso strumentale di questo termine. Ancor più inadeguata, però, appare la capacità, da parte dei movimenti nonviolenti sopravvissuti, di aggiornare le proprie analisi e strategie ad un contesto in continuo cambiamento, collegandosi opportunamente alle grandi organizzazioni pacifiste ed antimilitariste internazionali. Ovviamente il rischio è che istituzionalizzare troppo la ricerca sulla pace e sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti possa attirare, come negli Stati Uniti, le interessate attenzioni di chi ha bisogno di una sponda nei movimenti alternativi, per cui non esita a finanziare tali istituzioni e non certo per filantropia.

Quello che assolutamente va evitato è che il già debole movimento pacifista italiano continui scioccamente a frammentarsi, lasciandosi costringere alla scelta tra la Scilla d’una solidarietà che diventi intervento armato, e la Cariddi della dietrologia antiamericana, da cui scaturisca la negazione della dittatura e del diritto stesso dei siriani ad autodeterminarsi. Ecco perché, per quanto mi riguarda, non firmerò alcun appello o documento che non faccia chiarezza sulla questione siriana nel senso che ho cercato d’illustrare finora, sottovalutando la forza della nonviolenza come alternativa sia a nuove ed assurde avventure militari “umanitarie”, sia ad una grave mancanza di solidarietà verso il popolo siriano, su cui si sta esercitando la violenza contrapposta e devastante del regime di Assad e dei suoi oppositori armati e foraggiati dall’estero.

Concludo con una nota più lieve, ricordando un mio articolo sul blog risalente a ben due anni e mezzo fa, intitolato “Cos’‘e pazze!” (10)  nel quale parlavo di un episodio originale e significativo, avvenuto ad Emasa (l’attuale città siriana di Homs) nel 64 a.C. e tuttora ricordato e celebrato dalla tradizionale “Festa dei Pazzi”. Quando questa bella città, vicina a Palmira, stava per essere occupata dalle legioni romane guidate da Pompeo, il locale consiglio escogitò una curiosa soluzione. I cittadini di Emesa avrebbero dovuto fingersi tutti pazzi, comportandosi in modo stravagante e perfino rivoltante, allo scopo di far sentire profondamente a disagio i conquistatori stranieri. La trovata fu messa in atto con grande fantasia e partecipazione popolare, diventando di fatto un ingegnosa manifestazione di resistenza civile e disarmata all’arroganza dell’imperialismo romano. Purtroppo servì solo a ritardarne la conquista dell’impero seleucide e della stessa città di Emasa/Homs, ma costituì un precedente storico davvero molto significativo.

La vera sfida della “pazzia” nonviolenta, oggi come allora, s’ispira alla creatività piuttosto che alla distruttività, alla fantasia delle menti libere anziché alla violenza di chi sa solo ripetere i propri tragici errori.

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  1. E. Ferraro (2012), Quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ) e Idem (2012), Quando la pace si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/11/peacedu-vs-psyops-quando-la-pace-si-fa-con-le-parole/
  2. A. Drago (2005), L’ingresso della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) nella legislazione italiana  > http://www.peacelink.it/disarmo/a/13056.html
  3. Cfr. quattro articoli di S. Bramhall, pubblicati a Marzo 2012 sul suo sito The Most Revolutionary Act , il primo dei quali s’intitola: “Perché la CIA finanzia l’addestramento alla nonviolenza?” > http://stuartbramhall.aegauthorblogs.com/2012/03/10/iwhy-the-cia-funds-nonviolence-training/ .
  4. Leggi e vedi l’intervista a Gene Sharp del 5.2.2012 di Channel 4 > http://www.channel4.com/news/gene-sharp-people-power-is-syriasweapon
  5. D. Berruti, Difesa Popolare Nonviolenta (scheda) > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Difesa-popolare-nonviolenta/(desc)/show). Vedi anche, in inglese, l’interessante scheda pubblicata sul sito di ‘Nonviolence International’, un network statunitense di realtà nonviolente, fondato dal palestinese M. Awad > http://www.nonviolenceinternational.net/seasia/whatis/book.php?style=pfv
  6. J.M. Muller (2011), Quand le vent de la liberté souffle sur la Syrie > http://nonviolence.fr/spip.php?article578&var_recherche=Syrie
  7. J. Galtung (2012), Syria > http://www.transcend.org/tms/2012/03/syria > traduz ital. in > http://serenoregis.org/2012/03/siria-johan-galtung/.
  8. Ibidem
  9. E. Stoner (2011), Nonviolent discipline key to success in Syria > http://wagingnonviolence.org/2011/11/nonviolent-discipline-key-to-success-in-syria/#more-13471
  10. E. Ferraro (2009), Cos’’e pazze! > https://ermeteferraro.wordpress.com/2009/10/04/cose-pazze/

© 2012 Ermete Ferraro > https://ermeteferraro.wordpress.com

NOI E LA SIRIA: tra Scilla e Cariddi