Il messaggio di un insolito rivoluzionario
Giusto cinquant’anni fa moriva Aldo Capitini, il maggior esponente italiano del pensiero nonviolento. Correva il 1968, un anno indimenticabile che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di tanti di noi che il mezzo secolo lo hanno superato già da un po’. Icastico simbolo di quella ‘rivoluzione culturale’ che sembrava preludere ad una vera e propria rivoluzione economica e politica, il Sessantotto ha rappresentato la cifra d’un cambiamento epocale, non generazionale, nel quale la figura di Capitini si era collocata in modo eccentrico, ma autenticamente rivoluzionario.
Certo, le foto in bianco e nero che lo ritraggono immerso tra i libri non ci trasmettono la sconvolgente diversità del profeta indiano della Nonviolenza oppure del carismatico leader dell’insurrezione senza violenza dei neri statunitensi. Diciamo la verità: era ed è oggettivamente difficile scorgere dietro quel distinto docente in grisaglia e cravatta, dal mite sguardo incorniciato da spessi occhiali da miope, un pericoloso rivoluzionario. Eppure egli è stato il miglior interprete in Italia di quella dirompente azione nonviolenta che Gandhi chiamava satyagraha. Il solo che sia riuscito a coniugare lo spirito radicale del vero democratico con la profonda spiritualità d’una religiosità laica ma al tempo stesso onnicomprensiva.
« Capitini aveva formato intere generazioni di giovani all’antifascismo durante gli anni ’30 e ’40, e poi altre generazioni all’esercizio della democrazia, con i Centri di orientamento sociale, nell’immediato dopoguerra dal ’45 in poi. Era ora pronto alla formazione nonviolenta dei nuovi giovani del ’68, ma la morte prematura ha fermato il suo progetto. Capitini è stato un maestro, la sua missione principale è stata forse proprio quella educativa per le nuove generazioni. Il suo era un insegnamento critico, voleva educare alla libertà, alla consapevolezza, alla ricerca, alla lotta per un futuro migliore, voleva creare le condizioni di conoscenza perché poi ognuno potesse crearsi una coscienza liberata: la maieutica della nonviolenza. Il potere lo considerava un “cattivo maestro” perché la sua scuola sfornava discepoli critici e non cittadini obbedienti, la scuola dell’obiezione di coscienza. Dunque era un buonissimo maestro». [i]
Uno come me che si è avvicinato alla nonviolenza quattro anni dopo la sua morte, proprio grazie alla scelta dell’obiezione di coscienza, ha subito percepito l’importanza dell’insegnamento di Capitini. La mia matrice cristiana e la precoce attenzione per un modello ‘aperto’ e comunitario di società, infatti, mi hanno fatto sentire fin da allora in sintonia con una visione che aveva i suoi pilastri portanti nel rifiuto della violenza, ma anche nella riconciliazione ‘religiosa’ tra politica e morale. Non è certo un caso che uno dei miei maestri sull’impervia strada dell’azione nonviolenta sia stato Antonino Drago, che di Capitini ha evidenziato la dimensione etica dell’agire politico, a partire dall’imperativo categorico del rifiuto della violenza omicida.
«La politica, non ricorrendo più all’uccidere, torna ad essere morale, e la morale torna ad essere il centro sia della vita interiore che della vita sociale di ogni persona, e così infine in ogni persona tornano a riunirsi il privato e il pubblico. In altri termini, con la nonviolenza, la fede e la politica si ricongiungono, l’operazione esattamente opposta a quella del machiavellismo politico». [ii]
E non è neanche un caso che i 45 anni in cui ho portato faticosamente avanti i miei ‘esperimenti con la nonviolenza’ mi abbiano ripetutamente messo di fronte alla difficoltà di coniugare questi due termini, perfino all’interno dei movimenti contro la guerra, in nome di una nonviolenza totalmente laica o di un pacifismo esclusivamente ideologico. Eppure la dimensione religiosa – come giustamente ha osservato Rocco Altieri, uno dei suoi più attenti studiosi – è esattamente ciò che accomuna i profeti della nonviolenza, da Tolstoj a Gandhi, da Capitini stesso a Luther King.
«..volerla elidere porterebbe ad uno snaturamento e ad una riduzione della nonviolenza ad antimilitarismo , o a una tecnica strumentale della politica per conseguire certi risultati. L’aggiunta religiosa è nella centralità dell’atto di educare, nella consapevolezza che non ci può essere vera rivoluzione senza una conversione personale, senza un lavoro su se stessi, senza un cambiamento nei propri stili di vita, senza acquisire una capacità di gestire i conflitti in modo nonviolento». [iii]
La ‘persuasione’ come percorso attivo verso la verità
Il concetto stesso di ‘persuasione’ – una delle parole-chiave utilizzate da Capitini fin dagli anni Trenta – mi sembra particolarmente significativo se vogliamo comprendere la sua particolare visione ‘religiosa’. E’ infatti un termine che evidenzia un processo di lento avvicinamento alla verità più che una fede acritica ed assoluta. In tempi di totale smarrimento di ogni riferimento ideologico o, viceversa, di insidiose tendenze all’integralismo religioso, dunque, direi che l’insegnamento di Capitini riesce ancora ad indicarci una via diversa verso una visione ‘aperta’ e costruttiva dell’impegno politico. La ‘persuasione’ capitiniana, infatti, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma piuttosto un non facile percorso verso la ricerca attiva – non contemplativa – della verità, che fa appello alla coscienza individuale per poi portarla a diventare coscienza collettiva, la sola che può operare la trasformazione dal basso della società.
«Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro. Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui e ora. […] L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine».[iv]
La prassi, d’altra parte, non dovrebbe mai diventare azione fine a se stessa, pratica politica priva di un orizzonte etico, al punto da degenerale nel cinico pragmatismo della Realpolitik. La bussola – c’insegnavano sia Gandhi sia Capitini – dovrebbe essere sempre la ricerca di un’intrinseca coerenza tra fini e mezzi, elemento indispensabile perché l’azione politica possa dirsi nonviolenta e vada oltre un generico – o peggio strumentale – pacifismo. La via della persuasione prevede quella “educazione permanente” di cui Capitini è stato il precursore anche sul piano pedagogico, poiché gli risultava evidente che tale ‘itinerario’ necessita di formazione, d’incontri, di scambi, di apertura alla diversità, di confronti assembleari.
«In questo programma dell’educazione permanente […] l’apertura alla compresenza ed all’omnicrazia porta, direi, la spina dorsale, coordinando le occasioni e gli stimoli […] Inoltre l’apertura all’omnicrazia, che è l’esercizio continuamente costruttivo delle assemblee, spinge pressantemente all’educazione permanente, perché le assemblee affrontano problemi, e i problemi bisogna conoscerli, approfondirli, vederne i precedenti, i riferimenti, le soluzioni proposte…». [v]
La costruzione di una strategia alternativa di liberazione dalle strutture di oppressione e di violenza, quindi, passa per una formazione continua, che ci aiuta a comprendere la complessità dei problemi ma, soprattutto, a confrontarci quotidianamente e costruttivamente con gli altri. Non però nella chiave di quel sempre più diffuso relativismo culturale ed etico che induce a ritenere che tutti abbiano ragione e che una verità effettiva non esista. La ricerca della verità – in Gandhi come in Capitini – è sì un processo graduale, che si fonda sull’esperienza di ogni giorno, ma è caratterizzata dallo sguardo profetico di chi persegue un traguardo che superi la banalità del quotidiano, purtroppo spesso degenerata nella arendtiana ‘banalità del male’ .[vi]
L’aggettivo permanente si applica peraltro anche alla ‘rivoluzione’ teorizzata da Capitini, che può essere tale proprio perché nonviolenta ed aperta al confronto. Una rivoluzione che rimette il potere al centro dell’azione politica, conferendogli una connotazione etica ed una dimensione collettiva.
«Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da ‘isolati’ […] Per il problema sommo che è ‘il potere’, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione a strumenti di coercizione. La sintesi di nonviolenza e di potere di tutti dal basso diventa così un orientamento costante per le decisioni nel campo politico-sociale. Si realizza in questo modo quella ‘rivoluzione permanente’ che se fosse armata e violenta, non potrebbe essere ‘permanente’, e sboccherebbe in un duro potere autoritario, cioè nella violenza concentrata dell’oppressione». [vii]
Il ‘potere di tutti’ come antidoto a elitismi di casta e populismi
Viviamo in tempi difficili. Ancor più ostici se ci si pone una prospettiva che metta al centro la pace, la giustizia ed il dialogo. Tecnocrazia, finanziarizzarione dell’economia, cinismo politico, divaricazione crescente delle differenze socio-economiche e crescita incontrollata della violenza a tutti i livelli – dall’interpersonale all’internazionale – non lasciano davvero molto spazio alla speranza in un mondo diverso e sembrano mortificare gli sforzi di chi si ostina a cercare di cambiarlo dal basso. Una ‘maleducazione permanente’, inoltre, sembrerebbe essersi impossessata della nostra sempre più veloce e virtuale comunicazione, ridotta a freddo scambio mediatico, aspro scontro polemico e divulgazione di menzogne spacciate per dati di fatto. Il movimento per la pace, a sua volta, già da molto tempo si dibatte tra divisioni interne ed appare bloccato dall’oggettiva difficoltà di trasmettere – e soprattutto di testimoniare – un messaggio profondamente alternativo in un contesto caratterizzato dal pensiero unico e dalla normalizzazione della violenza, da quella personale a quella degli eserciti. Che fare, allora? La risposta ce l’ha data lo stesso Capitini, esortandoci a non isolarci, a cercare la collaborazione degli altri, a ragionare in una prospettiva comunitaria.
«La comunità vale come intensificazione di quell’esercizio degli affetti e dei sacrifici altruistici che è la famiglia: ma non deve assolutamente perdere il vantaggio del rapporto con tutti, e quindi con i diversi. Essa è una delle forme di realizzazione tra ciò che proprio e ciò che è altrui, tra il vicino e l’altrui, tra l’affine e il diverso, tra l’omogeneo e l’eterogeneo». [viii]
Sembrerebbero parole lontane dalla nostra sensibilità, ottusa dal pervasivo ed egocentrico individualismo della cultura dominante, che ha da tempo messo da parte il ‘noi’ e che anche nella scuola tende ad esaltare l’affermazione personale, il successo formativo, perfino lo ‘spirito imprenditoriale’. Eppure non dobbiamo cedere allo sconforto ma, al contrario, dobbiamo cercare intorno a noi i segni di una realtà alternativa diffusa ma spesso slegata, dispersa e sconosciuta. Il primo passo, allora, è ricostruire la rete virtuosa delle esperienze di pratica nonviolenta a livello educativo, sanitario, culturale, economico e politico. E questo non certo per rinchiudersi in una ‘comunità’ di persone che la pensano allo stesso modo, bensì per ‘contagiare’ una realtà molto diversa e lontana da tali principi.
«La nonviolenza è generativa: può portare alla luce un’umanità più aperta, più felice, più in pace […] La nonviolenza è aperta: l’aggettivo che più qualifica Aldo Capitini […] Per lui l’educazione è lotta, è inquietudine per l’educatore che si fa profeta scomodo, dilaniato dalla consapevolezza delle storture del mondo, della sua iniquità, della violenza che affligge l’umano e si scaglia anche contro l’incolpevole non-umano. Chi educa dice no, è questa la sua parola d’elezione […] Certo, il no capitiniano alla realtà-come’essa-è è il volto inquieto del sì alla liberazione: a cosa servirebbe obiettare se non ci fosse quella tensione, quella apertura a un domani sperabile?» [ix]
Il ‘potere di tutti’, insomma, non è un’utopia teorica da vagheggiare, soprattutto in un momento storico che vede messa in crisi la democrazia rappresentativa tradizionale, senza però che si sia riusciti a creare alternative che non siano pericolosi cedimenti al populismo demagogico o alla tecnocrazia delle lobbies. Il capitiniano potere di tutti deve tornare ad essere il fine dello sforzo collettivo per rendere le persone protagoniste della politica, in quanto individui associati da un fine comune e capaci di controllare il potere dal basso.
La democrazia diretta da lui predicata e praticata, però, non può essere confusa con un generico assemblearismo né banalizzata in un movimentismo che affida le scelte collettive solo al discutibile e parziale consenso di una ‘rete’ mediatica. Il vero capovolgimento dell’attuale paradigma consiste nel far sentire ciascuno in grado di controllare ciò che deve essere e deve fare, recuperando i metodi caratteristici dell’alternativa libertaria e della democrazia partecipativa, riproposti in Francia negli anni ’70 dal socialismo autogestionario [x] , ma poi frettolosamente accantonati. La stessa cosa è accaduta negli anni ‘90 all’alternativa ecopacifista dei Verdi, i cui ‘pilastri’ fondanti contemplavano infatti, oltre alla prospettiva ecologista, anche la giustizia sociale, la nonviolenza e la democrazia dal basso. [xi]
Questo cinquantesimo anniversario, allora, dovrebbe farci riflettere seriamente sulle occasioni perdute, sugli errori commessi, ma soprattutto sulle prospettive di un’alternativa nonviolenta al cui centro ci siano la coerenza fra fini e mezzi, il potere di tutti ed una visione aperta e comunitaria della società. [xii] La rivoluzione nasce anche da noi, qui e ora, diventando sempre più coscienti delle scelte che facciamo ogni giorno e riappropriandoci di quel pezzo di potere che abbiamo, ma troppo spesso rinunciamo ad esercitare.
«Bisogna prepararci tutti al potere per il bene di tutti, cioè per la loro libertà, per il loro benessere, per il loro sviluppo». [xiii]
N O T E
[i] Mao Valpiana, Editoriale in Azione Nonviolenta, 4 (2018) > https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-4-2018-editoriale-di-mao-valpiana/
[ii] Antonino Drago, “Le tecniche della nonviolenza nel pensiero di Aldo Capitini”, in Sindacato e società, rivista della CGIL regionale dell’Umbria, anno VI n. 5-6, Perugia, 1986, p. 21
[iii] Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta – Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Pisa, Serantini, 1998, p.9
[iv] Norberto Bobbio, introduzione a: Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, la Nuova Italia, 1969, pp. 31-32
[v] Aldo Capitini, op. cit., pp.109-110
[vi] Il riferimento è al celebre saggio di Hannah Arendt sulla ferocia nazista, intitolata: “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963) > https://it.wikipedia.org/wiki/La_banalit%C3%A0_del_male
[vii] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967), Roma, Edizioni dell’asino, 2009 , pp.39-40
[viii] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 108
[ix] Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, la Meridiana, 2018, p. 11
[x] Cfr. articolo di Wikipedia ‘Autogestion’ (https://fr.wikipedia.org/wiki/Autogestion) e, in particolare, il libro di Pierre Ronsavallon, L’Age de l’autogestion, ou la Politique au poste de commandement, collection Politique, 1976.
[xi] Vedi: I quattro pilastri del Partito Verde (https://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_Pilastri_del_Partito_Verde e http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party ).
[xii] Una sintesi del pensiero capitiniano, con utili indicazioni bibliografiche, è stata pubblicata sul numero monografico della rivista Azione Nonviolenta > https://www.azionenonviolenta.it/nel-50-anniversario-della-morte-19-ottobre-1968-2018-compresenza-di-aldo-capitini/
[xiii] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p 153
© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )
Gandhi si è fermato a Napoli?
La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:
Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’ possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.
Ci siamo scordati la pace?
E’ abbastanza evidente che – fatta eccezione per le ‘competenze sociali e civiche’ , quelle che chiamiamo ‘di cittadinanza’ – nell’elenco delle priorità formative manca un riferimento esplicito a quelle che abbiano a che fare con la crescita della consapevolezza della natura dei conflitti e con la promozione della pace come alternativa concreta alla violenza personale e strutturale che affligge la nostra realtà. Leggendo con attenzione i documenti del Ministero dell’Istruzione italiano (MIUR), ed in particolare le famose ‘Indicazioni’ del 2012, apprendiamo certamente che la formazione scolastica dovrebbe sviluppare negli studenti adeguate competenze civico-sociali, ma non si va oltre la genericità di tali affermazioni.
Nella ‘scuola Pon-Pon’ , tutta presa dalla digitalizzazione dell’insegnamento
Concludo riportando quanto scrivevo dieci anni fa, tuttora valido, a proposito della metodologia più idonea al perseguimento di un’educazione alla pace che non resti sconnessa dal contesto formativo, ma caratterizzi il nostro lavoro di docenti e lasci una traccia effettiva nei nostri studenti.
E’ appena terminato l’anno scolastico e docenti e studenti, un po’ preoccupati, si chiedono già cos’altro li aspetti dopo le vacanze estive. Il nuovo governo lega-stellato confermerà la linea della c.d. Buona Scuola’ renziana o si cambierà musica? In attesa di risposte a questo dilemma, comunque, c’è chi da almeno tre anni è in attesa di altro e sgomita per assicurare all’Italia la sede per la ‘scuola militare europea’. Il colmo dell’onore, per lorsignori, sarebbe se questa scelta ricadesse su Napoli, che già da due secoli ospita la storica ‘Reale Accademia Militare’ della Nunziatella, fondata da Ferdinando IV di Borbone nel 1787, il cui motto è appunto: “Preparo alla vita e alle armi”. In effetti nessuno dei media ne sta parlando, sia perché su tali argomenti è sempre difficile avere notizie, sia anche perché è un bel po’ che dall’Europa non giungono notizie nel merito. Le ultime dichiarazioni ufficiali del governo italiano risalgono a marzo dello scorso anno, quando l’allora Ministra della Difesa Pinotti, al termine della riunione di Bruxelles del Consiglio difesa ed esteri della U.E., dichiarò fra l’altro:
Notizie vere e proprie non ci sono (o quanto meno non sono state diffuse), ma alla storica Scuola Militare napoletana che da 230 anni domina l’altura di Pizzofalcone si continua strenuamente a sperare in un futuro europeo. Qualche segnale positivo per i vertici militari italiani c’era comunque stato, sia pure indirettamente, visto che il 7 novembre 2017 il generale Claudio Graziano, il nostro attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, era stato nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (E.U.M.C.).
Nella parte narrativa della delibera di Giunta 461/2015 si precisava a tal proposito:
Ora, pur considerando che l’autore del pezzo, Gianandrea Gaiani, dirige il periodico ‘Analisi difesa’ e collabora con vari istituti di formazione militare, queste considerazioni lasciano trapelare una soddisfazione che va ben oltre la semplice cronaca. Ma bisogna ammettere che su questa subdola operazione (non a caso da me intitolata ‘Bastardi di Pizzofalcone’…) non si è ancora sentita una voce critica o, comunque, un commento che manifestasse dubbi sia sulla sua discutibile legittimità, sia sulla sua preoccupante valenza politica. Unica eccezione è stato un articolo apparso il 20 novembre 2017 su ‘Contropiano’ , nel quale si stigmatizzava il comportamento ambiguo dell’Amministrazione Comunale, manifestando anche una legittima ansietà per le prevedibili conseguenze dell’escalation militarista della città di Napoli.
Appare evidente che ‘ospitare’ già il Comando euro-africano della NATO e quello della VI Flotta statunitense non è sembrato sufficiente a chi ci (s)governa. Già in un mio articolo del 2013 mi ero soffermato sulla pesante coltre grigioverde calata su tutta la Campania, ed in particolare sull’area compresa fra Napoli e Caserta.
Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa. Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…
Non c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia”
Con poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.
Beh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista, come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…
La verità però – come ben sa anche l’amico Luciano, con la sua vasta esperienza giornalistica e radio-televisiva – è che le voci di intellettuali e militanti per i diritti umani, come quelle degli stessi pacifisti, non riescono ad arrivare lontano, oscurate come sono dall’abituale atteggiamento di chiusura, se non di censura, degli organi d’informazione mainstream. Il risultato, ovviamente, è che ogni forma d’opposizione a vere e proprie operazioni propagandistiche – come quella di un Giro d’Italia che tiene in Israele le prime tre tappe – non trova alcuna risonanza mediatica, condannando queste ed altre manifestazioni di dissenso nel limbo delle iniziative di cui in pochi sapranno davvero qualcosa e potranno cogliere l’accorato messaggio.
Certo sarebbe grave, anzi è grave, che si possa strumentalizzare in modo così sfacciato una manifestazione sportiva di largo seguito popolare, contaminando quell’evento ciclistico con elementi ad esso del tutto estranei. La verità, scriveva Flavia Lepre, è che:
Anche un autorevole quotidiano britannico come The Independent esprime dubbi sulle motivazioni che hanno indotto gli organizzatori del Giro d’Italia 2018 a farlo debuttare nello Stato d’Israele e sugli effetti che ciò provocherà, ricordando che:
Noi però, se non abbiamo ancora perso la capacità di arrossire e di distinguere un atto di propaganda da un gesto di pace, abbiamo il dovere di smascherare questa cinica operazione e di protestare contro l’ennesimo tentativo di dare legittimità a chi si ostina a non rispettare convenzioni e trattati internazionali e gli stessi diritti umani. La campagna internazionale che ci esorta ad agire si chiama non a caso #ShameOnGiro. L’unico modo per non dovercene vergognare, allora, è rifiutarci di essere complici passivi di ciò che sta accadendo in Palestina, per di più: «…gridando ‘Pace! Pace! ‘, quando non c’è nessuna pace» 
« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo.»
Fatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé. Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.
Anche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese – l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa. In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:
E’ dagli anni ’70 del secolo scorso che mi occupo di antimilitarismo, resistenza alla guerra, azione nonviolenta per la pace e difesa alternativa, ma devo confessare che sono più che mai preoccupato per la nuova escalation nella corsa agli armamenti e per l’atmosfera guerrafondaia nella quale ci troviamo sempre più immersi. Quarant’anni dopo, infatti, mi trovo ancora a scendere in piazza contro la guerra prossima ventura ed a lanciare iniziative contro il disarmo nucleare, come se le lancette dell’orologio della storia fossero state assurdamente riportate indietro, ai tempi dell’equilibrio del terrore. Eppure c’è qualcuno che storce il naso di fronte a tali mobilitazioni, la cui validità e urgenza hanno peraltro ricevuto l’onore di un riconoscimento ufficiale e prestigioso col conferimento del Premio Nobel per la Pace 2017 all’I.C.A.N. 
Abbiamo appreso recentemente da un articolo di Manlio Dinucci
In questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.
Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:
Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy.
1 – Un governo sulla difensiva
2 – Il “libro giallo” della Difesa
Il guaio è che, di fronte a quest’assurda strategia militarista riarmista e bellicista, non si avverte nel Paese una reazione minimamente adeguata. E’ vero che siamo da decenni rassegnati a politiche che non tengono alcun conto delle vere priorità economiche e sociali e che sono gestite fuori e comunque oltre la dialettica parlamentare. E’ vero anche che l’italiano medio ha sempre capito poco delle politiche della difesa e che, a loro volta, i suoi rappresentanti istituzionali hanno sempre fatto di tutto per mantenerlo in questa pericolosa ignoranza. Mi sembra però che sia giunto il momento di aprire gli occhi e di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia. La situazione internazionale diventa sempre più incandescente e l’Italia – lo Stato che dichiara statutariamente di ‘ripudiare la guerra’ – contribuisce da tempo al diffondersi della ‘guerra a pezzi’ denunciata con forza da Papa Francesco. Il problema è che il movimento per la pace italiano è ancora più spezzettato ed organizzativamente fragile, privo di una bussola chiara ed unitaria, che non può essere rappresentata solo da un pacifismo generico e minimalista, ma deve ritrovare lo slancio del progetto che solo la nonviolenza attiva ed una visione alternativa della difesa può animare. Non ci può essere reazione alle politiche aggressive a livello internazionale, ad esempio, se non cominciamo a batterci, qui e ora, per la smilitarizzazione dei nostri territori e delle nostre città. Se non ci rendiamo conto che i nostri risparmi, depositati in banca, troppo spesso vanno a finanziare il mercato della morte. Se continuiamo a credere nella favola del buon soldato che difende la sicurezza delle strade
P.S. – Negli 8 minuti ca. che hai impiegato a leggere questo articolo lo Stato italiano ha speso 360.000 (trecentosessantamila) euro in spese per la difesa.