#Nonfossilizziamoci!

downloadQualche volta mi chiedo perché non sono come tanti altri amici che, beati loro, riescono ad occuparsi di una sola questione, per cui il loro impegno è certamente più continuativo ed efficace. Il fatto è che la mia natura mi porta a stabilire delle relazioni fra le cose di cui mi capita di occuparmi, per ragioni di lavoro o per scelta personale. Ciò comporta che, fin dagli anni ’70,  il mio impegno non si è limitato all’opposizione a guerra e militarismo in chiave di obiezione di coscienza, resistenza nonviolenta e difesa alternativa. Già allora, infatti, non mi sfuggivano gli aspetti sociali e quelli ambientali connessi ai conflitti bellici e questo mi ha consentito di approfondire la mia analisi e d’impegnarmi, in seguito, anche in questi altri due ambiti d’azione.

Ecco perché, a distanza di 40 anni, continuo testardamente a cercare connessioni fra problematiche diverse, anche se questo rende forse più dispersivo il mio intervento, costringendomi a seguire questioni apparentemente distinte e separate. In un’ottica eco pacifista ed eco sociale, però, le cose risultano molto più intrecciate e richiedono risposte coordinate. Ciò è possibile, però, solo se si ha alle spalle una visione globale, un sistema di valori, insomma, un pensiero forte. E’ possibile, soprattutto, se riusciamo a sconfiggere il pensiero unico e le semplificazioni di una politica volgarizzata ad esercizio del potere, privo d’idee ma soprattutto di vere idealità.

Il mio slogan #nonfossilizziamoci – ripreso nel titolo – è quindi un invito ad uscire dalla logica approssimativa dei luoghi comuni, delle finte evidenze, delle contrapposizioni insanabili e delle soluzioni inevitabili. L’appello a non fossilizzarsi – oltre ad alludere ovviamente alla campagna referendaria per il Sì contro le trivellazioni sine die nelle acque territoriali italiane – è allora un generale e pressante richiamo ad esercitare le proprie facoltà di analisi e di giudizio, anziché affidarci alle chiacchiere interessate diffuse dai media ed alle semplificazioni che fanno comodo solo a chi cerca di non farci pensare con la nostra testa.

Non fossilizzarsi vuol dire quindi anche rifiutare la colpevole faciloneria di chi ci dice che rinunciare alle risorse fossili nazionali per acquistarle da altri sarebbe una follia ed uno spreco assurdo, sapendo bene che, viceversa, una vera pazzia è proprio insistere nel raschiare il barile in esaurimento di tali risorse, in totale contraddizione con gli impegni assunti per invertire la rotta, sì da scongiurare gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici. Non fossilizzarsi significa uscire dalla logica della dipendenza da fonti energetiche che ci hanno portato all’insostenibilità ecologica, minacciando interi ecosistemi ed inquinando mari e terre, solo per mantenere in piedi un modello di sviluppo energivoro e profondamente iniquo.

#Nonfossilizziamoci!  è il grido di chi ha capito da tempo che rincorrere ancora petrolio e gas naturale è solo un bieco regalo alle multinazionali ed un insopportabile ostacolo alla valorizzazione delle fonti energetiche rinnovabili, pulite e disponibili per tutti, come il sole il vento e l’acqua. E’ questo il nodo da superare se vogliamo davvero andare verso quella “Civiltà del Sole” che non si esaurisce banalmente in una maggiore diffusione di sistemi fotovoltaici o di impianti eolici sul nostro territorio, ma è una visione più ampia e globale, che comprende concetti come efficienza, risparmio, democrazia energetica, autogestione delle risorse del territorio.

#Nonfossilizziamoci significa anche: non ostiniamoci a ragionare con la mentalità di chi crede ciecamente che il progresso tecnologico risolverà sempre e comunque i problemi che la stessa tecnologia sta creando, se non è ispirata al senso del limite ma guidata solo dall’avidità e dalla voglia di sfruttare a proprio piacimento la natura e le persone. Non è un caso che fossilizzarsi vuol dire rinunciare alla naturalità per una rigidità che è la negazione stessa della vivacità. Basta sfogliare un qualsiasi dizionario per rendersi conto che ciò che si fossilizza è ridotto da organismo vivente allo stato di minerale. Fossilizzarsi – ci spiega qualunque lessico – equivale a ‘sclerotizzarsi’, a ‘fissarsi su schemi rigidi’, ad ‘assumere una forma rigida e definitiva’, a ‘fissarsi su idee e principi antiquati, rifiutando qualsiasi rinnovamento’.

Gli innovatori, pertanto, non sono certo quelli che difendono a spada tratta la scelta delle trivellazioni petrolifere e di gas naturale. Il loro, infatti, è un modello di sviluppo economico e sociale ‘fossilizzato’ in una visione rigida e chiusa al nuovo; ancorato ad equilibri internazionali che ci vedono subalterni; difeso da aggressioni neocoloniali e da guerre infinite. Già, perché una forma meno evidente di ‘fossilizzazione’ delle dinamiche politiche è la supina dipendenza da quel complesso militare-industriale che non si limita a produrre ed esportare armamenti, ma coltiva vecchie conflittualità ed alimenta cinicamente occasioni per nuovi conflitti armati.

#Nonfossilizziamoci!  è anche un invito pressante a smetterla di ridurre la politica a mero  giacimento da cui estrarre profitti e posizioni di potere. Dobbiamo opporci ad un futuro per i nostri figli e nipoti che si presenta sempre più inquinato da cemento e catrame, ma anche ad un modo di gestire la cosa pubblica che la sta trasformando sempre più in affare privato, quando non in ‘cosa nostra’. Una civiltà ‘solare’  è dunque anche quella che restituisce alle persone ed alle comunità il potere di scegliere, di decidere al livello più prossimo, di sperimentare forme nuove e alternative di economia e socialità, su scala minore e più gestibile a livello locale.

Non fossilizzarsi, infine, è un richiamo alla responsabilità, al rispetto della vita e della biodiversità, all’importanza del dialogo e del confronto. E’ uno stimolo a ricercare modalità nuove e prive di violenza per capire e risolvere i conflitti, per uscire da logiche assolutiste ed integraliste, per contrapporre la vita e la trasformazione naturale alla rigidità intollerante di chi vorrebbe farci credere che esiste un solo pensiero, una sola lingua e, in prospettiva, un solo ‘grande fratello’. Certo, la fossilizzazione è sì un processo di conservazione di determinate realtà, ma ciò avviene a spese della loro natura biologica, cioè facendole morire. I termini scientifici che descrivono tale processo, ad esempio, sono: decomposizione, disarticolazione, distruzione chimica biologica e meccanica, alterazione. Ma a noi non serve conservare qualcosa a condizione di farla morire o di cristallizzarne in modo statico la realtà.

Nel Vangelo secondo Matteo troviamo, fra gli altri, questo sconcertante episodio: “Uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre’: E Gesù gli disse: ‘Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti’…” (Mt 8:21). Ebbene, lasciando stare le considerazioni di ordine teologico – anche se anche fanno parte di quel pensiero globale che mi porta a ragionare complessivamente sulle cose – questo passo credo che possa farci riflettere sulla necessità di rompere gli schemi mentali per aprirsi ad una logica diversa e ad un’etica più radicale. Lasciare che i morti seppelliscano i loro morti è un imperativo che può sembrare spietato, ma che in realtà esalta la libertà dell’uomo, richiamandolo ad impegnarsi per la vita invece di bloccarsi nella logica della morte. Ecco perché, parafrasando Matteo, possiamo traslare così il senso del brano:  “Lasciamo che sia chi si è fossilizzato a disseppellire i suoi fossili”. Noi no, perché siamo per la difesa della vita, della natura, della biodiversità e di tutte le ricchezze per le quali Francesco d’Assisi ‘laudava’ e benediceva il Creatore che, come ha proclamato lo stesso Gesù: “…non è il Dio dei morti, ma dei viventi” (Mc 12:27).

© 2016 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

Libertà di non dover più scegliere?

IMG01664-20160213-1223Navigando in Internet ho verificato di non essere il solo che è rimasto colpito dalla chiusa dello spot della TV on demand della TIM , affidato al breve monologo di un estasiato Pif. Il conduttore e filmaker siciliano esalta infatti le straordinarie novità della ‘sconfinata galassia’ di contenuti offerti da quel nuovo tipo di televisione, concludendo con questa significativa frase: “Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover più scegliere. Non è fantastico?”

Naturalmente si tratta di uno slogan pubblicitario, ma credo che saremmo ingenui a non cogliere il messaggio che esso veicola, che è culturale sociale e politico. E’ vero, si tratta di una frase buttata lì senza apparenti finalità ideologiche, però bisogna essere superficiali o distratti per non afferrarne il senso meno esplicito, che va ben oltre la pubblicità di una rete televisiva. La campagna è stata ideata e realizzata dalla sezione italiana della prestigiosa agenzia Leagas Delaney , il cui motto è: “Il pensiero che trasforma. Il cambiamento che ispira“.

Ma su quale genere di ‘pensiero’ ispiri espressioni come quella pronunciata da Pif credo che valga la pena di riflettere almeno un po’, a partire proprio dal contesto dello spot. Il cuore del messaggio, infatti, è che la TIM offre un servizio capace di accontentare milioni di passioni” degli Italiani. “Grazie alle connessioni  -ci si spiega –  possiamo entrare in un universo televisivo senza limiti. Oggi c’è una tv che unisce tutte le tv”. La grossa novità è che questa ‘galassia sconfinata’ di contenuti può essere fruita “ovunque e quando vuoi”Le parole evidenziate sottolineano fondamentalmente due concetti: il primo è la dimensione smisurata delle richieste degli utenti di quel servizio (che è ‘sconfinata’ proprio perché ‘senza limiti’); il secondo è che la soluzione a ciò è l’offerta di una rete di ‘connessioni’, grazie all’utilizzo di una tecnologia che supera le differenze e le distanze, ‘unendo’ in sé  non solo tutte le modalità televisive, ma in fondo tutte le persone.

E’ da notare sia l’utilizzo della metafora astronomica (universo, galassia…), rafforzata da immagini coerenti con tale contesto, sia l’affermazione che tale provvidenziale invenzione sta adesso concretizzando una prospettiva finora solo futuribile (“oggi….oggi…”). Le altre parole-chiave dello spot pongono in risalto anche la ‘velocità’ della connessione e la sua utilizzazione ‘ovunque’ ci faccia comodo.

Non mi sembra casuale che la somma di queste tre caratteristiche (rapidità, totalità, fruibilità) combaci perfettamente col concetto standardizzato di ‘progresso’, inteso come obiettivo di sviluppo ottenuto soprattutto mediante una continua evoluzione tecnologica. Non è casuale neppure che dallo spot emerga una prospettiva universalistica, ispirata, più alla perfezione del cosmo, alla sintesi forzata del pensiero unico, al modello di economia globalizzata ed alla eliminazione delle diversità come sbrigativa soluzione ad ogni conflitto.

Del resto i grandi maestri della fantapolitica – dall’Huxley del Brave New World all’Orwell di 1984 –  ci avevano profetizzato con incredibile intuizione quello che sarebbe diventato il nostro “nuovo mondo”, governato dalla dittatura della tecnologia e da un ‘Bispensiero’ che mistifica la realtà, presentandoci la schiavitù come libertà e la guerra come pace. Basta poi usare un motore di ricerca su Internet per scoprire che, quanto meno nel mondo anglosassone, espressioni come “Freedom not to Choose” non sono affatto nuove.  Per non parlare dei grandi pensatori che hanno spesso sottolineato che la libertà è un rischio che oggi molti preferirebbero non correre. Un esempio classico è quello di Erich Fromm, il quale oltre settant’anni fa osservava che: L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi […]  L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società  pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente”  (Erich Fromm, Fuga dalla Libertà, 1942).

Eppure ci hanno insegnato che scegliere è l’unico verbo in grado di coniugarsi all’idea stessa di libertà. Pur senza scomodare il principio religioso del ‘libero arbitrio’, sembra  evidente che avere un’opzione, disporre di un’alternativa, sia il solo modo per affermare il nostro diritto alla scelta, nel quale è incluso il diritto di sbagliare. Il guaio è che scegliere è anche un peso, una responsabilità che discende dall’originaria condanna biblica, che identificava la conoscenza con la necessità di comportarsi secondo coscienza  (Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male…”   – Gen. 3,22). Scegliere vuol dire riflettere, analizzare le varie possibilità, esercitare il discernimento ed infine decidere, assumendosi la responsabilità delle proprie responsabilità. Decisamente troppo per l’homo tecnologicus del nostro ‘Brave New World’ , dove non c’è mai abbastanza tempo perché tutto procede a velocità sempre più elevata. Un  mondo dove resta anche poco spazio per la spontaneità e per il confronto razionale con chi la pensa diversamente.

I meccanismi individuati da Fromm come caratteristici di questa “Escape from Freedom” sono sostanzialmente tre: l’autoritarismo, la distruttività ed il conformismo. Il primo ci fa rinunciare alla nostra autonomia ed individualità per rifugiarci sotto l’ala protettiva di qualcosa di più grande, importante e generale: un’autorità esterna appunto. Il secondo meccanismo, fondato sulla paura, ci porta ad eliminare preventivamente ciò che potrebbe minacciarci, sfuggendo alla sensazione d’impotenza e di fragilità per mezzo della aggressività.  Il conformismo, infine, ci rende praticamente degli automi, per cui l’individuo smette di essere se stesso ed assume acriticamente il modello culturale che gli viene proposto, mimetizzandosi fra gli altri, in una società sempre più grigiamente uniforme.

Insomma, forse partire da una frase pubblicitaria per giungere a conclusioni di ordine filosofico e politico è un po’ troppo e, in fondo, attribuisce fin troppa importanza ad uno slogan del genere. Però dovremmo smetterla anche di cercare grandi messaggi solo nei discorsi ufficiali o nei testi universitari. La verità è che determinati contenuti ‘passano’ ogni giorno attraverso i media in modo assai meno ufficiale, ma più subdolo, soprattutto quando si rivolgono ad un pubblico estremamente permeabile come quello giovanile.

Trasmettere ad un ragazzo l’idea che le tecnologie attuali ci stanno regalando la libertà “di non dover più scegliere”, infatti, mi sembra un’operazione estremamente pericolosa. Lasciargli intendere che ci si possa liberare dal peso della scelta padroneggiando tutti i possibili contenuti attraverso un unico strumento, se da un lato ne solletica il già ipertrofico senso di onnipotenza e di realizzazione senza alcun limite, dall’altro lo inchioda ad un destino di uniformità controllata dall’alto, e quindi di autoritarismo.

imagesCiò che si propone ai giovani, e non solo a loro, è una società globalizzata dove tutto è connesso in rete, tutto è monitorabile da lontano, tutto si può fare ovunque e in qualunque momento, magari contemporaneamente… “Non è fantastico?”, ci chiede un ammiccante Pif dallo spot della TIM, lasciando intendere che è solo una domanda retorica. Ebbene no. Io, ad esempio, non trovo affatto ‘fantastico’ che il massimo della libertà che ci viene concessa sia quella di non scegliere, e quindi di fare a meno di decidere con la nostra testa e la nostra coscienza.  Non mi sembra per niente una prospettiva esaltante quella di raggiungere la pace dei sensi – e dell’intelletto – alla luce degli onnipresenti schermi di un qualsiasi Big Brother. Non riesco proprio ad appassionarmi né all’idea che lasciar scegliere agli altri per noi sia la soluzione migliore né a quella, altrettanto delirante, che non dobbiamo più prenderci il disturbo di scegliere, dal momento che ormai possiamo avere ogni cosa. Avere tutto – ci avrebbe ammonito Fromm – equivale ad accettare di non essere più nulla. E questo non è per niente ‘fantastico’, anche se sta diventando terribilmente reale…..

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

#NapuLengua: insegnare il Napoletano a scuola per valorizzarlo

NapulenguaDopo la positiva esperienza dello scorso anno, anche per il 2015-16 ho deciso di riproporre nella scuola dove insegno Lettere un’attività extracurricolare consistente in un Corso di lingua e cultura napoletana. Una volta approvato dal Collegio dei docenti, il progetto “Napulitanamente” si avvia quindi a ripartire, con la previsione di 18 ore di laboratorio teorico-pratico, con certificazione finale delle competenze raggiunte da ciascuno dei partecipanti a questa innovativa esperienza. Il fatto che ne abbiano diffusamente parlato sia media radio-televisivi (fra cui addirittura il secondo canale della televisione francese France2 e la rete cattolica nazionale TV 2000), sia quotidiani e periodici a stampa ed online (ad es. Il Mattino, La Repubblica, Roma, Italia Oggi, Orizzonte Scuola etc.), ovviamente mi fa molto piacere. Mi avrebbe però fatto ancora più piacere se il mio esempio fosse stato seguito da altri docenti (di Lettere come me ma anche di altre discipline), così da allargare la cerchia degli studenti coinvolti in tale azione di salvaguardia e valorizzazione del Napoletano. Purtroppo a battersi per una sua regolamentazione grammaticale ed ortografica e per il riconoscimento della sua piena dignità di lingua si direbbe che siano rimasti solo gli appassionati della cultura napoletana, a partire da coloro che non hanno mai smesso di scrivere in Napoletano le loro poesie, i loro testi teatrali o quelli legati alle composizioni musicali.

Il mio progetto, però, non vuol essere un’eccezione lodevole che conferma la regola del colpevole disinteresse delle istituzioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e letterario del Napoletano e dell’identità culturale di Napoli. Al contrario,  fin dall’inizio negli anni ’90, io mi sono proposto di stimolare altri insegnanti appassionati di questa lingua affinché utilizzassero tutti gli spazi possibili – fra cui le attività aggiuntive d’insegnamento – per portare avanti sempre nuove esperienze didattiche in tal senso. Sta di fatto che l’interesse crescente di tante persone per l’apprendimento di un modo corretto per esprimersi in Napoletano non riesce ancora a trovare una risposta adeguata. Dobbiamo naturalmente essere grati a chi – come il poeta Nazario Bruno o lo scrittore Gianni Polverino – stanno facendo tanto per divulgare i principi di un’ortografia napoletana accettabile e di un lessico partenopeo adeguato ai nostri tempi ma rispettoso della tradizione. Altrettanto riconoscenti dobbiamo essere nei confronti di tutti coloro – fra cui linguisti e cultori della materia – che non si sono mai rassegnati a lasciar andare in malora un patrimonio culturale plurisecolare e che giustamente, invece, difendono l’identità collettiva che da esso deriva. Ma questo, dobbiamo riconoscerlo, non basta ad invertire la tendenza a trasformare progressivamente il Napoletano in un ‘volgare’ di serie B ed a cancellare – in nome dell’omologazione forzata al pensiero unico ed alla ‘Neolingua’ corrente – quelle preziose diversità linguistiche che rendono unica l’Italia.

Certo, nel 2015 si è registrata una reviviscenza di questa proposta, culturale prima che politica. Ci sono state in città ,infatti, varie iniziative tese a valorizzare il Napoletano, dagli incontri periodici presso il circolo “50 e più” a Via Toledo a convegni su alcuni suoi aspetti particolari, fra cui ricordo quelli sugli ‘arabismi’, sulla ‘geografia delle lingue’ presso l’Università l’Orientale e su vari aspetti connessi alla ‘Festa d’’a Lengua Nosta’, organizzata dall’associazione ‘G.B. Basile’. Ma a fronte di questi positivi contributi non si può fare a meno di registrare anche un generale scadimento nell’uso del parlato napoletano fra i giovani e la loro diffusa tendenza a ricorrere ad un’improponibile grafia sia nei testi delle canzoni, sia nei messaggi diffusi via cellulare, sui social media e, ahimè!, spesso anche sui muri della nostra città.  Un’altra novità apparentemente positiva è il fiorire di slogan pubblicitari in Napoletano, utilizzati da piccole e grandi aziende, fra cui perfino alcune multinazionali. Pur a prescindere dall’uso palesemente opportunistico di una lingua così popolare per veicolare messaggi consumistici, il problema è che gran parte di essi risultano comunque sgrammaticati, disortografici e talora lessicalmente poco corretti.

Che fare allora? C’è chi continua a sperare in improbabili provvedimenti normativi regionali, incurante del fatto che finora tutte le proposte di legge – provenienti sia dal consiglio provinciale di Napoli sia da quello regionale della Campania – si sono da tempo arenate sulle secche del disinteresse di chi ci amministra per questa battaglia di civiltà. C’è poi chi si ostina a perseguire una dubbia via ‘identitaria’ per ridare dignità alla lingua napoletana, finendo col far coincidere la legittima rivendicazione di rispetto e tutela di questo regional language con una più complessiva battaglia ‘meridionalista’ o, peggio ancora, con un antistorico revanscismo venato di nostalgie neoborboniche. Una terza ‘corrente’, infine, è quella di chi pensa che sia sufficiente chiudersi nella turris eburnea degli studi accademici, approfondendo scientificamente  la storia ed il patrimonio linguistico del Napoletano, al punto tale da dare l’impressione di volerne quasi dissezionare il cadavere o di volerlo mummificare sul solo piano ‘dotto’.

La verità è che, per fortuna, la lingua napoletana è ancora viva e vegeta e non si lascia rinchiudere nelle aule universitarie né volgarizzare come ‘lengua vascia’ da utilizzare solo per battute spinte o per la seriale produzione nazional-popolare di canzoni neomelodiche. E’ vero anche, però, che il napoletano italianizzato –  così come l’italiano dialettale – non possono garantire a lungo la sopravvivenza e la vitalità lessicale di questa lingua. Lasciamo quindi da parte l’ipercorrettismo fuori luogo di alcuni rigidi ‘puristi’ del Napoletano letterario, ma evitiamo soprattutto la trascuratezza e la sciatteria che traspare da un uso scorretto ed anomalo di questa lingua. Nessuno pretende che si continui a parlare o a scrivere come Basile o come Di Giacomo. Una lingua viva è quella che si sa adattare a nuovi contesti e che suona attuale e corrente ai parlanti di oggi. Questo però non autorizza a sottoporla ad artificiali mutazioni genetiche o a meticciamenti non necessari. Qualcuno ha detto argutamente che quelli che parlano il Napoletano non lo sanno scrivere e che quelli che lo scrivono si vergognano di parlarlo. Ebbene, credo proprio che sia giunto il momento di smetterla con quest’ ambiguità socio-linguistica e di riprenderci integralmente la nostra ‘madrelingua’.

Buon Natale. Buona Natura.

 

download (2)ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.

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ugurare un ‘felice Natale’ , d’altra parte, resta un’espressione spesso generica e convenzionale, mentre è evidente che ci si prepara a celebrare questo momento-cardine dell’anno con grandi abbuffate, viaggi e crociere, regali spesso inutili quanto costosi, nonché con la consueta strage di animali, botti pericolosi e shopping compulsivo, il tutto condito da tanta confusione e smog da traffico. Non ho alcuna intenzione di ‘corrigere mores’ né ci tengo a ripetere la solita lagna sulla perdita del vero senso del Natale, a vantaggio di una festa consumistica e pagana. Sono cose dette e ridette da persone molto più autorevoli di me, anche se evidentemente con scarsi risultati. Del resto, un Natale ‘celebrato’ in questa maniera ci riporta al senso originario del verbo latino, che dal significato di ‘frequentare’, ‘rendere numeroso’, ‘affollare’, è poi passato a quello di ‘solennizzare’ ed ‘onorare’. Non c’è dubbio, infatti, che l’affollarsi delle persone e la frequentazione di certi luoghi siano una chiave di lettura antropologica di qualsiasi festa, come ci hanno spiegato studiosi come Lanternari o Lombardi Satriani. Il problema è che la dimensione quantitativa della festa, anche al di fuori di una sua lettura etnografica, ha preso il sopravvento su quella qualitativa, che dovrebbe sottolineare il contenuto della celebrazione più che la sua manifestazione formale. 

download (3) anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?

 images (6)chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo.                                        “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) .               Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui   danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.

images (9)  a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.

images (8)  poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
     << LA BIODIVERSITA’ E’ > La biodiversità è il sogno di Francesco, santo d’Assisi. La biodiversità è la metamorfosi del bruco in farfalla dai mille colori, il chiarore donato dalle lucciole ai campi incontaminati, il ritmo della voce della cicala al calore dell’estate, felice dell’esistenza di spazi vitali. La biodiversità è la magica veste dell’aspide e della murena, il mimetismo della lacerta lepida, la spiaggia domizia, scelta misteriosa di procreazione della tartaruga del mare.La biodiversità è la delicatezza della biosfera, il ciclo meraviglioso dell’acqua, nel suo percorso dalle sorgenti alla pioggia, la vita del mare e dei suoi infiniti ambienti, il volto della Terra, non deturpato dalle violente aggressioni dell’uomo. […] La biodiversità è il dialetto, la tradizione, l’identità locale, espressione vitale dell’essere di ogni comunità, la musica, il canto, l’arte che l’accompagnano, la città nella peculiarità della sua storia e del suo divenire, luogo di incontro e socializzazione. La biodiversità è la lezione di Toro Seduto all’uomo bianco sul futuro della Terra, il testamento di Chico Mendez a difesa della sua Amazzonia, fonte di vita dell’intero Pianeta, il pensiero e la lotta di Martin Luther King contro ogni discriminazione, la pratica della non violenza di Gandhi.La biodiversità è il volto dolcissimo di Elena, Giulia, Antonio, Ileana e Francesca, del tutto comune a tutti i bambini del mondo. La cultura della biodiversità è la cultura della pace, delle mani tese alla solidarietà, opposta al lancio di bombe, intelligenti o non…>>  (5)

Auguri a tutti/e di buona vita!

NOTE ——————————————————

[1] Don Tonino Bello, Auguri scomodi, testo ripubblicato nel 2014 da Famiglia cristiana http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx

[2] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/07/25/oiko-nomia-vs-death-economy/

[3] http://www.cambiamenu.it/animali –  Visita anche: http://www.lav.it/

[4] Papa Francesco, Laudato sì – lettera enciclica sulla casa comune (2015) > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[5] Antonio D’Acunto,  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, Napoli, edizioni “La Citta del Sole”, 2015.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

SOL PERCHE’…

Come trasformare il Sole da nemico in alleato

di ERMETE FERRARO (*)

downloadSOL PERCHÉ l’attenzione globale resta focalizzata sul terrorismo più che sui terribili scenari che si prospettano a livello ambientale, non possiamo accettare che l’opinione pubblica non  sia cosciente che alla Conferenza di Parigi sul Clima ci stiamo giocando  gran parte del nostro futuro.  Del resto, non sembra esserci sufficiente coscienza neppure del fatto che lo stesso terrorismo ha origine in fenomeni per nulla estranei al modello di sviluppo attuale ed al disastro che sta provocando sugli ecosistemi, comportando cambiamenti climatici a livello planetario. I Grandi della Terra (che come USA e CINA del nostro pianeta sono soprattutto i più grandi inquinatori) hanno pochi giorni per raggiungere un’intesa sui provvedimenti da adottare per contrastare i cambiamenti climatici globali.  Ma è in gioco la Terra e l’intera umanità, non la supremazia di uno Stato o di una federazione rispetto agli altri, per cui una tal partita deve coinvolgere tutti noi, che non possiamo restarne spettatori. Anche se i media insistono sugli accordi di vertice raggiungibili in quella sede, dobbiamo quindi far sentire la nostra voce, possibilmente anche a nome di tanti altri esseri non umani, che non hanno alcuno strumento per far valere il loro diritto alla vita. Ecco perché agli appelli  a far presto e bene – fra cui quello, accorato, di Papa Francesco sulla ‘cura della casa comune’  – dovrebbero seguire scelte inequivocabili, non compromessi pasticciati o mere promesse.

SOL PERCHÉ tali promesse sono presentate come  vere e proprie rivoluzioni, non illudiamoci che siano sufficienti a fronteggiare  i disastri ambientali di cui siamo già testimoni. Gli impegni prospettati finora dai 180 stati partecipanti a COP21, infatti, non assicurano affatto il contenimento a 1,5-2 gradi del riscaldamento globale, ma rischiano di portarlo, entro il secolo, a +2,7 gradi. Non possiamo assistere impotenti a questo assurdo mercanteggiare sulla possibilità di distruggere gli equilibri sul nostro pianeta, soprattutto se le soluzioni ci sono da decenni e manca solo la volontà politica di praticarle. La biosfera è un bene comune dell’umanità e nessuno ha il diritto di accaparrarsi le risorse naturali e di mettere in forse la sopravvivenza di milioni di esseri umani, oltre che di animali e di piante. La realtà, però, è che c’è ancora chi pretende di monopolizzarle, se sulla nostra Terra si registrano ben 79 conflitti determinati da cause ambientali, di cui 19 valutati di intensità altissima (4/4).  Il legame tra una politica energetica predatoria e la ricerca di un’egemonia economica e politica attraverso una guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni – per citare il Pontefice – è ormai evidente ed oggettivamente scandaloso. E’ indispensabile far crescere la coscienza collettiva di questo perverso rapporto e bisogna mobilitarsi contro un modello di sviluppo che persegue una crescita illimitata, incompatibile con gli equilibri ecologici, imponendosi con le armi ma anche col falso mito del progresso tecnologico che risolve ogni problema e col modello di vita globalizzato delle ‘monoculture della mente’.

86855548_gettyimages-494954212SOL PERCHÉ ci mostrano il Sole come la causa del riscaldamento globale e dei suoi guasti ambientali, non dobbiamo vederlo come un nemico. Esso, al contrario,  è la fonte stessa della vita del nostro pianeta e la nostra più grande risorsa energetica. Questa verità è di per sé evidente e, del resto, perfino gli stati più inquinatori – fra cui USA  e Cina – stanno facendo grandi progressi in direzione di una valorizzazione di questa immensa risorsa energetica. Ma mentre i ‘grandi’ possono permettersi di premere contemporaneamente sul pedale sia delle fonti fossili sia di quelle rinnovabili,  a partire proprio dal solare, agli stati minori non è facile seguirne l’esempio. Svanita bruscamente l’illusione dell’energia nucleare,  troppo spesso si sta ripiegando sulla folle politica delle trivellazioni, per raschiare il fondo del ‘barile’ delle risorse fossili. Però la stessa rivoluzione del Solare non può essere confusa con la pura e semplice diffusione della tecnologia fotovoltaica, se la costruzione di centrali solari ed il fiorire selvaggio d’impianti del genere non tengono conto del loro impatto ambientale o non modificano le modalità di produzione e distribuzione dell’energia elettrica.  Sebbene realtà geopolitiche enormi come il Brasile o la stessa Cina si dichiarino pronte a ricavare sempre più energia dal Sole, non è detto che si realizzi una vera rivoluzione ‘elio-centrica’, se il modello produttivo e distributivo resterà centralizzato e porterà l’ambiguo marchio delle majors dell’inquinamento globale. Il rischio d’un nuovo colonialismo energetico – sfruttando il sole con megacentrali  nei deserti del nord-Africa per esportare elettricità magari in Germania – potrebbe in effetti avere conseguenze negative, confermando un modello predatorio causa di danni e conflitti.

SOL PERCHÉ ci fanno sapere che in  Italia l’energia da fonti rinnovabili copre il 20% della richiesta e rappresenta addirittura la prima fonte di generazione elettrica (43% della produzione nazionale lorda), questo incoraggiante dato non rappresenta ancora l’affermazione d’un nuovo modello energetico. Resta il grave problema dei trasporti e della produzione di calore (il settore termico impiega il 50% del fabbisogno energetico) ed il solare in senso stretto non supera il 20% delle fonti rinnovabili impiegate (contro il quasi 48% dell’idroelettrico). Insomma, al di là dei trionfalismi,  la realtà è che il nostro ‘Paese del Sole’ si limita ad utilizzare tale risorsa in una percentuale inferiore all’8% (dati Terna 2014). D’altronde, perché il Sole non resti una risorsa energetica tra le altre ma rappresenti un’alternativa reale ed effettiva, bisogna cambiare in primo luogo la stessa idea di ‘sviluppo’. In caso contrario, sarà difficile far accettare ai paesi del c.d. Terzo Mondo (le developing countries) che ci si accorda per ridurre le emissioni proprio quando essi cominciano a produrre ed a consumare come noi abbiamo fatto finora, senza troppi scrupoli. Se invece con ‘sviluppo’ si continuerà ad indicare un indefinito progresso tecnologico ed una crescita esponenziale dei consumi, sarà impensabile invertire la marcia e scongiurare l’incombente catastrofe ecologica.

PERCHÉ IL SOLE diventi il punto centrale della ‘Civiltà’ auspicata da Antonio D’Acunto, cui è ispirata la proposta popolare di legge regionale che due anni fa è diventata legge in Campania, non ci si può accontentare di un puro e semplice incremento della percentuale di elettricità ricavata da quella fonte. Occorre ripensare collettivamente e responsabilmente un modello alternativo di sviluppo, fondato sul controllo democratico e decentrato delle risorse e sulla scelta prioritaria delle fonti rinnovabili, non solo perché ecologiche, ma anche diffuse, non monopolizzabili e gestibili dalle comunità locali. Ebbene, in Campania eravamo riusciti a far approvare all’unanimità dal Consiglio Regionale una legge rivoluzionaria in materia energetica, per aprire il capitolo di uno sviluppo alternativo ed eco-compatibile. Purtroppo il colpevole immobilismo della Giunta –dopo l’iniziale tentativo di boicottare la  L.R. n.1/2013 (Cultura e diffusione dell’energia solare il Campania), le hanno impedito di produrre almeno in parte i suoi effetti.  Eppure la Campania avrebbe potuto essere la regione-leader d’una pianificazione energetica decentrata, contrastando non solo assurdità come trivellazioni in mare e geotermia selvaggia, ma anche un uso del fotovoltaico e dell’eolico spesso irrispettoso delle risorse agricole e degli equilibri ambientali, in quanto improntato a mera speculazione o ad operazioni di dubbia trasparenza.

PERCHÉ IL SOLE diventi davvero il simbolo di quella ‘civiltà’ più equa, pacifica ed ecologica che tanti di noi auspicano, dobbiamo quindi fare molti passi avanti. La Conferenza di Parigi è l’ultima spiaggia per portare a casa almeno dei risultati parziali per un contrasto dei cambiamenti climatici. Non è pensabile, però, che il futuro dell’intera umanità –e del nostro stesso pianeta – dipendano solo dalle mediazioni in corso e dal dosaggio delle parole che sanciranno i protocolli che dovrebbero impegnare gli stati partecipanti. Deve aumentare il livello di consapevolezza ambientale dei cittadini e si devono praticare tutte le possibili soluzioni per ridurre le emissioni, partendo dal risparmio energetico ed usando modelli di produzione e di consumo a basso impatto energetico. Perché il sole non è certo il nemico da battere, ma il nostro più grande alleato nella lotta al surriscaldamento globale. La “Civiltà del Sole” che noi proponiamo consente a tutti di affermarsi, come persone e come comunità, utilizzando un bene comune a vantaggio di tutti. Perché  ‘messor lo frate Sole’  di san Francesco –  bellu e radiante cum grande splendore” – è il simbolo stesso della vita; una sorgente inesauribile di energia che non ha padroni ma solo fruitori. Perché il Sole è il nostro futuro e non vogliamo che la compromissione degli equilibri ecologici scippi tale futuro a noi ed ai nostri figli e nipoti.

 (*) Ermete Ferraro, ecopacifista, è il Presidente della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità   (http://www.laciviltadelsole.org  ) .                                                                                               ————————————————————

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UNA FINE SETTIMANA PARTICOLARE…

Sii-Il-Cambiamento-Che-Vuoi-Vedere-Nel-Mondo-GhandiCapita talvolta che le varie identità che coesistono dentro di noi emergano quasi contemporaneamente, costringendoci a riflettere su ciò che le tiene insieme e permette loro di interagire. Mi è capitato, ad esempio, in questa fine di settimana, in cui si sono sommate – e per alcuni momenti perfino sovrapposte – attività che mi coinvolgevano in prima persona a vari livelli e su diversi terreni.

Sabato 24, infatti, ho dovuto dividermi fra due iniziative alle quali non potevo mancare e, in attesa di un improbabile dono dell’ubiquità, ho dovuto accontentarmi di seguirle ambedue, anche se solo in parte. La prima era la manifestazione nazionale dei Comitati “No Trident Juncture 2015”, organizzata a Napoli per denunciare l’assurda e suicida corsa al militarismo guerrafondaio in cui l’Italia, in quanto membro della NATO, è sempre più coinvolta, nel silenzio complice dei media e nell’inerzia colpevole delle forze politiche. Il secondo appuntamento che non potevo mancare – nello stesso pomeriggio ma a distanza di circa 50 km da Napoli – era invece l’Assemblea nazionale dell’associazione V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), che si svolgeva a Sorrento in un momento particolarmente delicato e, per la prima volta, senza poter più contare sull’autorevole presenza di Antonio D’Acunto, che ci ha lasciati dieci mesi fa.

Il risultato forse non è stato particolarmente brillante, dal momento che ho potuto partecipare solo ad una parte del colorato corteo che si è snodato per le strade di Napoli, che ha visto un migliaio di persone protestare contro le guerre (passate, in corso e progettata a tavolino …) e contro una NATO sempre più aggressiva, che mette in atto trionfalistiche e dispendiose esercitazioni militari per mostrare i muscoli e scaldare i motori di un nuovo conflitto bellico.  Ad un certo punto, infatti, io ed un mio amico, presente con me alla manifestazione, abbiamo dovuto spogliarci dei panni dei pacifisti (nella fattispecie delle bandiere arcobaleno e dei cartelloni che indossavamo…) per scappare velocemente in direzione della metropolitana e, poi, del trenino della Circumvesuviana che ci avrebbe sbarcato un’ora dopo a Sorrento. Lì ci siamo ricongiunti con altri compagni di VAS Campania ed abbiamo cercato di portare il nostro contributo – d’idee e di azione – al comune sforzo per risollevare l’associazione dalla sua crisi, in nome di un “ambientalismo in movimento” che ormai deve contare solo sulle proprie forze per portare avanti le sue battaglie di ecologia sociale.

Ed ecco che stamani, a poche ore di distanza, sono stato coinvolto in un’attività di tutt’altro genere, nella  Parrocchia dove sono operatore pastorale della Caritas, in occasione della Festa della titolare, la Madonna della Libera. Nel corso di questa domenica, infatti, ci siamo proposti di comunicare alla comunità parrocchiale un messaggio d’impegno ambientale, richiamando l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ “ ed invocando Maria come “madre e regina di tutto il Creato”, affinché ci aiuti a cambiare il nostro stile di vita consumistico e ci “liberi dagli sprechi”. La presenza di Padre Maurizio Patriciello – il pastore della Terra dei fuochi – ci ha aiutato ad uscire dalla ritualità della festa religiosa per rilanciare un impegno concreto sul terreno della salvaguardia di un patrimonio ambientale  saccheggiato dall’avidità e da un modello si sviluppo non sostenibile.

Ebbene, mi sono chiesto che cosa legasse attività così differenti in contesti tanto diversi. La risposta che mi sono dato è che l’impegno pacifista ed ecologista, come anche quello ‘pastorale’, affondano le radici in un comune terreno: la ricerca di strade nuove che ci portino ad uscire dalla fatalità rassegnata (alle guerre ma anche agli scempi ambientali ed alle ingiustizie sociali) per svolgere un ruolo in prima persona per cambiare le cose, qui e ora. E’ esattamente ciò che il mahatma Gandhi sintetizzava nella sua celebre frase: “Be the change you want to see in the world”, invitandoci quindi a non aspettare che le cose cambino da sole e spronandoci dunque ad essere noi per primi ciò che ci aspettiamo che il mondo diventi.

Certo, non è affatto facile – e spesso risulta estremamente frustrante – prendere alla lettera il motto che don Milani aveva posto sul muro della sua scuola popolare di Barbiana. “I care” era un pressante invito a farsi carico di tutto e di tutti, l’esatto contrario del fascista “me ne frego”,  diceva don Lorenzo ai suoi ragazzi. Sta di fatto che sentire sulle proprie spalle la responsabilità di ogni cosa è molto pesante e può anche spingere ad atteggiamenti velleitari ed ingenui, se non si sa lavorare con gli altri e ci si illude di risolvere i problemi solo con la testimonianza personale. Ecco perché bisogna non solo operare coerentemente e nel modo giusto, ma anche collaborare con chi può aiutarci ad uscire dalla dimensione individuale e, soprattutto, non perdere di vista la dimensione globale e l’interconnessione delle varie problematiche.

Manifestare contro le manovre di guerra della NATO, portare avanti campagne ambientaliste ed animare processi di evangelizzazione comunitaria sono indiscutibilmente impegni distinti e specifici. Ma se lo spirito che li lega è quello di vivere in prima persona il cambiamento che auspichiamo forse si può agire con più consapevolezza e si è meno esposti alla frustrazione del’isolamento e spesso dell’insuccesso.  Lottare contro il militarismo, infatti, sta diventando sempre più difficile, così come fare del vero ambientalismo e non accontentarsi di un greenismo ambiguo da salotto. Parlare, oggi, di nonviolenza e di difesa civile alternativa è non meno complicato, così come non è certo facile riprendere il filo di una fede autentica, evangelica, in un mondo sempre meno sensibile al richiamo di una religiosità più di sostanza e meno ritualistica.

Eppure, se ci crediamo, abbiamo il dovere non solo di andare avanti per la nostra strada, ma anche di fare in modo da non restare sterili profeti nell’arido deserto dell’indifferenza e del conformismo. Nessuno ci ha mai garantito che sarebbe stata una passeggiata e questo deve impedirci di cedere allo sconforto o di cercare comode scorciatoie. Essere per primi, ed in prima persona, il cambiamento che vorremmo che si realizzasse nel nostro mondo significa allora smettere di lamentarsi e rimboccarsi le maniche per cominciare da noi stessi e dal nostro contesto. Per quello che siamo e per ciò che possiamo. Qui e ora.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SOSTENIBILITA’

SOSTIENE BRUNTLAND…..

Un tormentone letterario-filosofico della prima metà degli anni ’80 fu il romanzo del praghese Milan Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Questo titolo mi è tornato in mente leggendo un commento di Alberto Mingardi su La Stampa, nel quale così si esordisce:

“C’è chi dice no: anche se non sa tanto bene a che cosa. Il caso dell’Expo è interessante. Appena incominciato, ha già trovato i suoi contestatori. I quali, se li si prende sul serio, pare abbiano in mente un altro modello di sviluppo: che finisce per essere proprio lo stesso che hanno in mente i sostenitori dell’Expo. Questi ultimi hanno tarato la loro «Carta di Milano» su un concetto studiatamente opaco: quello di «sostenibilità». [1]

Se è evidentemente falsa l’affermazione che gran parte dei contestatori dell’EXPO non sappiano neanche a cosa si oppongono e perché, su un’altra sono invece d’accordo: quello di sostenibilità è un concetto “studiatamente opaco”. E sulla opacità di certe idee – o meglio, sulla loro voluta ambiguità – si possono costruire illusori castelli in aria, ma anche erigere i padiglioni della esposizione universale di Milano.
Sviluppo_sostenibile.svgIl termine in sé, entrato in circolazione dopo la pubblicazione del Rapporto Bruntland nel 1987, ha avuto una vita abbastanza breve ma travagliata. La sua definizione più nota e condivisa, contenuta in quel documento, era la seguente:

“equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie”  [2].

Tutto, allora, sembrava chiaro ed evidente. Fatto sta, però, che su questa base si sono sviluppate correnti di pensiero e proposte assai diverse, per cui il pur accattivante concetto di ‘sviluppo sostenibile’ purtroppo resta vago, come si sottolinea anche in un documento elaborato in occasione d’un incontro sulla ‘Sostenibilità globale’ , promosso dall’O.N.U. nel 2012.

“Lo sviluppo sostenibile è un concetto fluido e nei due passati decenni sono emerse varie definizioni. Nonostante un dibattito in corso sul suo significato attuale, si tende ad enfatizzare pochi concetti comuni. […] Sebbene ci sia un generale consenso sul fatto che lo sviluppo sostenibile richieda una convergenza fra i tre pilastri dello sviluppo economico, della giustizia sociale e della protezione ambientale, il concetto resta elusivo…” [3]

Fluido, elusivo, opaco: tre aggettivi che sottolineano come l’idea stessa di sostenibilità sia stata viziata da una scarsa chiarezza sulla sua effettiva applicabilità ad una visione economica che, viceversa, diverge sempre più da una concezione ecologica. Ne consegue quella che nel titolo ho chiamato “l’insostenibile leggerezza della sostenibilità”, per indicare l’insopportabile ambiguità ed irrilevanza d’un principio forte degradato a pensiero debole, a parola-attaccapanni.

Perché il concetto di ‘sviluppo sostenibile’ possa essere preso in considerazione, diventando invece solido, stabile e trasparente, bisogna dunque smetterla con l’ambiguità di chi vuole ad ogni costo salvare capre e cavoli, iniziando a fare scelte sicuramente impegnative ma non rinviabili.

Un’immagine che rende bene il concetto originario e globale di ‘sostenibilità’ – ma che nella sua evidenza mostra subito quanto sia ambiguo e perfino mistificatorio cercare di applicarla all’attuale modello di sviluppo – è sintetizzata dall’intersezione grafica dei tre ‘campi’ d’intervento (sociale, ambientale ed economico):

  • Sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.

  • Sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione,giustizia), equamente distribuite per classi e genere.

  • Sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali. [4]

Ebbene, l’area derivante dall’intersezione delle tre componenti dovrebbe rappresentare ciò che si comunemente si indica con l’espressione sviluppo sostenibile, che dovrebbe essere caratterizzata da tre concetti-chiave: equità, vivibilità e realizzabilità. Sfido chiunque, però, ad affermare che l’attuale modello di sviluppo – presentato ormai come il solo possibile dai fautori del pensiero unico – risponda davvero a tali requisiti. Non bisogna essere ‘no global’ né ‘antagonisti’, infatti, per accorgersi che le nostre società diventano sempre meno giuste e vivibili e che la conciliazione fra economia ed ecologia è ancora molto lontana.

Eppure c’è qualcuno che, come Mingardi nel citato articolo su ‘La Stampa’, insiste proprio sul paradosso per cui l’EXPO di Milano sarebbe contestato proprio da chi propugna un modello di sviluppo che è quello che i suoi organizzatori avrebbero in mente. Ma è davvero così?

ESPOSIZIONE..A LA CARTE

carta di milanoAlla base di questa edizione dell’Esposizione Universale – che ha come tema centrale “Nutrire il Pianeta – Energia per la vita” – è stata posta la Carta di Milano,  [5] un solenne documento presentato come la base teorica per “affermare il diritto al cibo come diritto umano fondamentale”. Si tratta di una dichiarazione d’intenti che dovrebbe conferire autorevolezza etica ad un evento miliardario, che invece appare sostanzialmente in linea con l’attuale visione produttivista e consumistica.

In essa, ovviamente, ritroviamo affermazioni assolutamente condivisibili ed appelli sottoscrivibili, ma quel documento mi sembra un’ulteriore dimostrazione di quanto possa essere ambiguo il concetto di sostenibilità se diventa uno strumento multiuso come un coltellino svizzero.

La Carta di Milano, ad esempio, racchiude una serie di dichiarazioni che, da un lato, non mancano di fotografare l’evidente in-sostenibilità del nostro modello di produzione e di consumo. Dall’altro, però, focalizzano l’attenzione sulle criticità derivanti dalla cattiva gestione di questo modello (sprechi, disuguaglianze, scarsa consapevolezza, carente partecipazione, mancanza di adeguata innovazione), come se si trattasse solo di difetti, errori, effetti collaterali.

Basta sfogliarne il testo per trovare affermazioni sottoscrivibili da un punto di vista ecologico e sociale, come quelle raggruppate sotto il titolo “siamo consapevoli che…”. Penso che nessuno, infatti, potrebbe dichiararsi in disaccordo col fatto che il problema sia quello di “nutrire una popolazione in costante crescita senza danneggiare l’ambiente”,oppure che il cibo sia un elemento identitario d’un popolo e delle singole persone, o sul fatto che “è possibile favorire migliori condizioni di accesso a cibo sano e sufficiente nei contesti a forte urbanizzazione, anche attraverso processi inclusivi e partecipativi che si avvalgano delle nuove tecnologie”.

Direi quasi che si tratta di ovvietà, a meno che non ci sia qualcuno che dichiari apertamente la volontà di danneggiare l’ambiente e di negare il diritto al cibo ad intere popolazioni. Anche sul fatto che “una corretta educazione alimentare, a partire dall’infanzia, è fondamentale per uno stile di vita sano e una migliore qualità della vita” suppongo che non ci siano discussioni. Altrettanto scontata e generica, poi, appare l’esigenza di “adottare un approccio sistemico, attento ai problemi sociali, culturali, economici e ambientali e che coinvolga tutti gli attori sociali e istituzionali”.

Anche nelle altre sezioni della Carta di Milano, del resto, c’imbattiamo in affermazioni sacrosante, come ad esempio la convinzione che “il cibo abbia un forte valore sociale e culturale, e non debba mai essere usato come strumento di pressione politica ed economica”  o anche quella che ribadisce quanto sia importante tutelare la diversità biologica: “l’attività agricola [è]fondamentale non solo per la produzione di beni alimentari ma anche per il suo contributo a disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità.”

Tutto vero e giusto. Il problema è che queste considerazioni – pur parlando di “ingiustificabili disuguaglianze”, d’insopportabili sprechi alimentari e di sfruttamento eccessivo delle risorse naturali – non vanno oltre il livello della diagnosi, guardandosi bene dall’individuare le cause dei mali che denunciano.

Ma è proprio vero che si tratta solo di disfunzioni, diseconomie e criticità  di un sistema di per sé valido ed accettabile, o piuttosto siamo di fronte alle ovvie conseguenze di un modello economico-sociale di per sé iniquo, antiecologico e predatore di risorse?  La Carta di Milano non dà una risposta, mantenendo l’ambiguità del concetto di sviluppo sostenibile inteso come obiettivo da perseguire mediante una semplice correzione di rotta,  non certo come cambiamento profondo e radicale di un modello di per sé ecologicamente e socialmente insostenibile.

Se andiamo a leggere le proposte operative, il documento ci offre indicazioni e strumenti che hanno a che fare solo con il miglioramento della situazione attuale, in una visione riformista del problema. A noi cittadini, alla società civile ed alle imprese , infatti, si richiedono: maggiore consapevolezza e senso di responsabilità; pratiche virtuose per la riduzione dell’impatto ambientale (come il riuso ed il riciclaggio): creatività ed impegno civile; recupero e redistribuzione delle eccedenze alimentari; diversificazione delle produzioni agricole e maggiore attenzione al benessere degli animali. Come a dire: se il sistema funziona male. Tocca a voi darvi una regolata ed essere più responsabili.

Ai governi e alle istituzioni internazionali, inoltre, si richiede:

  • di adottare misure normative che rendano “effettivo il diritto al cibo e la sovranità alimentare”, rafforzando la legislazione in materia agro-alimentare e coordinandosi con le organizzazioni;
  • di tutelare giuridicamente il cibo da frodi e pratiche scorrette, promovendo la sicurezza alimentare e diffondendo “la cultura della sana alimentazione”;
  • di “declinare buone pratiche in politiche pubbliche e aiuti allo sviluppo che siano coerenti coi fabbisogni locali, non emergenziali e indirizzati allo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili”;
  • di promuovere la ricerca e lo sviluppo in materia alimentare, migliorando l’efficacia nella produzioni e riducendo gli sprechi al consumo;
  • di “considerare il rapporto tra energia, acqua, aria e cibo in modo complessivo e dinamico, ponendo l’accento sulla loro fondamentale relazione, in modo da poter gestire queste risorse all’interno di una prospettiva strategica e di lungo periodo in grado di contrastare il cambiamento climatico”.

Mi sembra evidente che, fatta eccezione per quest’ultimo punto, un po’ più esplicito e qualificante, ciò che la Carta di Milano ci propone non ha proprio nulla di alternativo, proponendo di fatto solo la rimodulazione dell’attuale modello agro-alimentare, in chiave di maggiore efficienza (sul piano economico) e di più diffusa e consapevole partecipazione (sul piano civico-sociale).

Ma siamo certi che sia questa la sostenibilità da perseguire?
sustainability

UN MANIFESTO PER L’ALTERNATIVA

Il 22-23 aprile scorso si è tenuto a Brescia, presso la Fondazione Micheletti, un convegno sulle “tre agricolture” (industriale, biologica ed ecologica), in vista del quale è stato predisposto un documento, il Manifesto di Brescia [6], che annovera tra i suoi primi firmatari Giorgio Nebbia, Alberto Berton, Guido Pollice, Pier Paolo Poggio e Giovanna Ricoveri.

Si tratta ovviamente di una disamina molto più critica sull’insostenibilità della nostra agricoltura industrializzata, chimicizzata e standardizzata, causa prima dei guasti ambientali e delle ingiustizie economiche stigmatizzate dallaCarta di Milano, senza però individuarne le responsabilità reali.

Nel suo linguaggio essenziale si afferma infatti che:

“Negli ultimi due secoli si è verificata una rottura dei vincoli naturali con l’avvento di una modernizzazione che ha promesso di soddisfare i bisogni fondamentali di popolazioni in rapida crescita attraverso l’industrializzazione dell’agricoltura, dell’allevamento e pesca, nonché della trasformazione e distribuzione degli alimenti. Tale industrializzazione, facendo perno sulla meccanizzazione, sull’impiego di sostanze chimiche come concimi e pesticidi e su una selezione genetica orientata alle varietà a resa elevata, si è imposta nei paesi di più antico e consolidato sviluppo, come quelli europei e americani, con una forza capace di travolgere tutte le resistenze. L’agricoltura, nella visione corrente, è così diventata un reparto dell’industria, adottandone la logica di standardizzazione, uniformazione, economie di scala, espulsione e precarizzazione della manodopera.”

Il ‘peccato originale’ da cui scaturiscono i mali denunciati, dunque, va individuato nel fatto che – in nome del progresso – l’agricoltura ha visto violato il suo legame con la natura, divenendo sempre più una realtà affidata al sapere scientifico e tecnologico ed a scelte verticistiche, che l’hanno sottratta al controllo e alla gestione diretta delle comunità locali.

A quel modello di sviluppo agricolo – dominato sempre più dalle multinazionali e soggetto a manipolazione e brevettazione delle stesse risorse naturali – è ovviamente corrisposto un modello di alimentazione e, più in genere, di consumi e di stili di vita.

“Questa macchina, sostenuta da una formidabile azione pubblicitaria, talvolta mascherata da informazione scientifica, presenta delle crepe e vibrazioni pericolose, sembra procedere alla cieca orientata solo dalla logica del profitto, creando guasti eccessivi sul suolo su cui  poggia, nella sua avanzata arreca danni alle forme viventi  e alle stesse persone che trascina nella sua marcia apparentemente inarrestabile…”

Ma un modello di economia fondato unicamente sulla ‘logica del profitto’ e del tutto incurante del rispetto degli equilibri biologici e di quelli sociali non potrà mai diventare sostenibile, almeno nel senso originario del termine.  Se partiamo dalla definizione sintetica riportata all’inizio, infatti, non si comprende come un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto possa conciliarsi con l’esigenza di garantire lavoro e cibo alla popolazione mondiale, benessere e giustizia ai singoli ed alle comunità locali e la qualità e riproducibilità delle risorse naturali.

Come fa, ad esempio, una visione economica che alimenta lo spreco a ridurre gli sprechi?  Come può uno sviluppo fondato sull’accentramento delle risorse energetiche promuovere pratiche di controllo decentrato di fonti rinnovabili da parte delle comunità locali?

Come possiamo aspettarci una semplice ‘razionalizzazione’ di un’agricoltura industrializzata “incompatibile con l’ecosfera e la vita degli ecosistemi, come appare dalle crescenti manifestazioni di cambiamenti climatici, di erosione del suolo, di perdita di fertilità e di biodiversità, di inquinamento delle acque ad opera dei residui di concimi e pesticidi e dei residui della zootecnia.” ?

Ovviamente si tratta di una domanda retorica, poiché – per parafrasare l’evangelista Luca – “Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo…” [7]. E’ inutile aspettarsi che l’albero del profitto dia frutti di giustizia e di rispetto dell’ambiente, che sono invece la logica conseguenza di un modello produttivo profondamente diverso, di un’economia che nasca ecologica e non finga di diventare tale, per riparare i danni già commessi.

“L’agricoltura ecologica, rispondente ai bisogni e alle necessità dell’oggi, può e deve raccogliere e superare l’eredità sia dell’agricoltura contadina  sia di quella industriale […]. La sua affermazione, passando da situazioni di nicchia a fenomeno socialmente rilevante, le consentirà di svolgere un ruolo prezioso di rigenerazione sul piano culturale, ecologico ed economico rimettendo al centro dell’operare umano il valore del saper fare e della manualità, il valore del lavoro e del suo senso, il valore delle cose e delle relazioni, il valore del tempo, dei tempi dell’attesa, del silenzio e dell’otium come opportunità di conoscenza, come capacità di godere della vita senza consumarla.” 

Non si tratta di considerazioni puramente filosofiche o del vagheggiamento di utopie georgiche. Sono in realtà prospettive per la cui realizzazione già da tempo operano migliaia di persone, scegliendo stili di vita alternativi, seguendo modelli di alimentazione più sana e naturale, riprendendosi le risorse energetiche che sono di tutti, producendo con ritmi e modalità biologiche, uscendo dalla trappola di un consumismo che produce rifiuti e nevrosi.

Insomma, l’alternativa c’è, un altro mondo è possibile. Non credo proprio, però, che saranno le raccomandazioni della Carta di Milano a promuovere un vero cambiamento, che è invece il frutto di quella che, con Antonio D’Acunto, chiamerei “la Civiltà del Sole”.  E concludo proprio con le parole di questo carissimo amico e maestro, citando il suo “decalogo” per conciliare economia ed ecologia:

“ 1 – La sostenibilità energetica e della materia nella produzione dei beni materiali e di consumo, con il crescente, fino al totale impiego del Sole, del rinnovabile e del riciclo della materia;

2 – La tutela della Biodiversità animale, vegetale e del volto del Pianeta;

3- La tutela e la preservazione integrale da inquinamento dei Beni Comuni, acqua, aria, etere;

4 – La tutela della storia e della cultura umana e dei beni da essa prodotti;

5 – Il diritto di ciascuna persona umana a realizzarsi con il lavoro e perciò la politica per la piena occupazione;

6 – La produzione ed il lavoro quali arricchimento dei valori dell’Uomo e del Pianeta;

7 – L’agricoltura e l’alimentazione nella naturalità e nella rinnovabilità;

8 – La Salute quale diritto inalienabile di tutti i cittadinim al livello massimo consentito dalle conoscenze di oggi;

9 – Il diritto alla scuola, alla crescita culturale, all’università ed alla ricerca scientifica, umanistica e tecnologica;

10 – La solidarietà. “ [8]

Si tratta di poche e semplici indicazioni, ma su di esse possiamo costruire un futuro davvero sostenibile, insieme e dal basso.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

[1] A. Mingardi, Contro la fame funziona anche il mercato > http://www.lastampa.it/2015/05/01/cultura/opinioni/editoriali/contro-la-fame-funziona-anche-il-mercato-zkaVazNLTuQXEfagFvtkJJ/pagina.html

[2] Bruntland Commission, Our Common Future, World Commission on Environment and Development (WCED), 1987, p.43

[3] Sustainable Development  – from Bruntland to Rio 2012, Background Paper for consideration by the High Level Panel on Global Sustainability, 19 September 2010 – Prepared by John Drexhage and Deborah Murphy, International Institute for Sustainable Development (IISD), U.N. (September 2010) , p. 2 > http://www.un.org/wcm/webdav/site/climatechange/shared/gsp/docs/GSP16_Background%20on%20Sustainable%20Devt.pdf

[4] Cfr. articolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Sviluppo_sostenibile e relativo grafico

[5] Leggi il testo in: http://carta.milano.it/la-carta-di-milano/ Le citazioni seguenti sono tratte da questo documento.

[6]  Leggi il testo in: http://www.bfdr.it/index.php?option=com_docman&view=download&alias=5-manifesto-di-brescia&Itemid=127  Le citazioni seguenti sono tratte da questo documento.

[7]  Vedi:  Lc 6,44

[8]  Antonio D’Acunto, La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasca dall’ecologia > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/un-economia-che-nasca-dall-ecologia/43-la-necessita-di-nuovi-indicatori-di-un-economia-che-nasce-dall-ecologia

Chi tene lengua…

imagesQuanno aggio accummenciato a faticà ô pruggetto “Napulitanamente” facevo ‘o prufessore ‘e lettere int’’a šcola media “Sogliano” a Porta Capuana  e tenevo durece anne mancante.[1]

‘A situazzione ‘e tanno però era assaie deverza. ‘E guagliune/one d’’a Sogliano parlavano ‘o Nnapulitano comm’’a primma lengua lloro e pirciò ‘o pruggetto d’’o mio ê vvuleva ‘mparà a leggere e šcrivere ‘na lengua ca  špisso canuscevano cchiù assaie d’’o Taliano stesso.

Chello ca me ‘mpurtava cchiù ‘e tutto era ca isse/esse avevan’’a capì ca ‘o Nnapulitano nunn’è ‘o dialetto d’’e poveraggente ‘gnurante ca “nun sânno parlà”, ma ‘na lengua c’’a soccia degnità d’’o Taliano, cu’ ‘na storia e ‘na tradezzione ‘e cultura ancora cchiù antiche e nobbele.

E’ pe’ chesto nun me so’ vuluto limmetà ‘a pazzià c’’o Nnapulitano – p’essempio parlanno sulo ‘e ccanzone o d’’e ppruverbie, ca pure so’ ‘mpurtante pe’ capì ‘a cultura d’’o popolo nuosto – ma ll’aggio vuluto ‘mparà ca pure ‘sta lengua tene ‘e rrèole soie, ca ‘nce servono pe’ leggere e šcrivere, ma, primma’e tutto, pe’ capì overamente chello ca dicimmo napulitanamente.

Penzo ca ‘stu pruggetto è gghiuto bbono e ca, pe’ quatt’anne, ‘o labboratorio mio è stato ‘n’essempio ‘e comme se po’ passa’ d’ê chiacchiere ‘ncopp’’a “rivalutazzione” d’’o Nnapulitano a ‘na šperienzia pratteca e segnificativa dint’’a ‘na šcola pubbleca.

Durece anne aroppo aggio vuluto accummencià n’ata vota ‘o labboratorio “Napulitanamente”,[2] però so’ cagnate ‘nu sacco ‘e cose e nun è sèmprece a repiglià ‘mmano ‘o filo ‘e chillo pruggetto.  Mo’ fanno cinc’anne ca fatico int’’a šcola media “Viale delle Acacie”, ‘ncopp’ô Vommero, ‘o quartiere addò songo nato e crisciuto. Acca’ nun se vedeno ‘e guagliune ca pazzeano ô pallone ‘mmiéz’’a via, Ca’ nun se senteno ‘e ccanzone napulitane ascì d’’e pporte d’’e vasce e, ‘ncopp’a tutto, ca’ ‘o Nnapulitano nun se parla quase cchiù. E’ overo: si appizzammo ‘e rrecchie sentimmo ancora parlà napulitanamente, però songo sulo ‘e pperzone anziane, chelle ca faticano int’’e bbar, ‘e pizzerie, ‘e puoste d’’e mmercate,  oppure ‘a ggente ca lle piace ‘e parlà accussì pe’ ‘na špecie ‘e snobbismo culturale.

Tutt’o ccuntrario, int’’a ‘sti durece anne è cagnato assaie poco si vulimmo parlà d’’o pruciesso suciale, culturale e puliteco p’addefennnere e dà valore â lengua napulitana. ‘E prufessure ‘e l’unneversetà cuntinueno a guardà ‘o Nnapulitano ‘e ‘na manera sulo filologgeca o letteraria, comme si stessemo parlanno d’’o llatino o ‘e ‘n’ata lengua morta. Chille ca fanno puliteca, ‘mmèce, ausano špisso ‘o Nnapulitano comm’a ‘na bannera ideologgeca, comme ‘o simbolo ‘e ‘nu ritorno ê tiempe belle ‘e ‘na vota, a ‘na cultura šcamazzata primma d’’a colonizzazione nordista d’’e Piemuntise e po’ d’’a globalizzazione made in USA.

‘A verità è ca ‘sta lengua – cu tutto ca è parlata ‘a quase otto meliune ‘e crestiane e ca l’UNESCO ‘a decretaje siconna ‘e ll’Italia e patremmonio ‘e ll’Ummanetà – disgrazziatamente rummàne pe’ quaccheruno ‘na lengua “vascia”, ca s’adda šcurdà si se vô ‘mparà a parlà bbuono ‘o Taliano. Pe’ ttramente, pe ll’ata ggente pare sulo ‘nu šfizzio pe’ pazzià , pe’ cantà e pe’ dicere ‘e male parole. ‘Na specie ‘e street slang ca putimmo truvà int’’e ccumitive d’’e giuvene, ô stadio, ê cuncierte o rint’’e ssale addò se juoca a biliardo.

‘A sustanza è ca ‘o Nnapulitano sta perdenno ‘a degnità ca teneva nun sulamente quanno era ‘a lengua d’’o Rregno cchiù ‘mpurtante ‘e ll’Italia (pensammo a Boccaccio, Basile, Cortese, Sgruttendio…), ma pure quanno è stato capace ‘e producere ‘na letteratura ca va d’’a puisìa (penzammo sulo a Di Giacomo, Russo, Bovio, Viviani) ‘nzì ô triato ‘e Scarpetta e d’’e De Filippo. [3]

Int’’a ‘sti diece anne ‘o Nnapulitano s’è arredutto a ‘na parlata vastarda, šgrammatecata. ca quase nisciuno sape šcrivere e ca pare ca serve sulo pe’ parlà o d’ammore o ‘e morte e viulenza (comme p’‘a serie televisiva “Gomorra”). Perzì ‘a pubblecetà s’’e mmisa a sfruttà ‘o Nnapulitano, dànno accussì ‘n’ato bello cuntribbuto â banalizzazione ‘e ‘nu ‘dialetto’ ca fa tanto ‘culòre’

Embè, i’ penzo ca è venuto ‘o tiempo e ascì fora d’’e chiacchiere p’accummencià a faticà overamente e pusitivamente,
pe’ ddà ‘na degnità ô Nnapulitano. Me pare ca ‘ncopp’a ‘na cosa tutte quante so’ d’accordo. Serveno rrèole ciérte e ‘sta lengua s’adda ‘mparà arint’’a šcola. ‘E rrèole nce servono p’’o pparlà e šcrivere bbuono e ‘a šcola serve a ffà capì ê guagliune ca aret’a ‘na lengua ‘nce stà sempe ‘a cultura ‘e ‘nu popolo.[4]

Vivimmo ‘nu tiempo ‘e globalizzazzione e ce stammo abbetuanno a šcancellà ogne identità e diverzetà, c’’a šcusa ca esse eguale vo’ dicere penzà e parlà tutte â stessa manera. Però chesto è sulo chello ca ce vônno fa credere, pecché ‘a primma rèola ‘e ‘nu penziero ecologgico , ‘mméce, è propeto ‘o rispètto d’’a deverzetà, chella naturale comme chella culturale, ca è sempe ‘na recchézza.[5]

‘A quanno s’è špasa ‘a nutizzia ‘e stu labboratorio ‘e Napulitano arint’’a šcola media Viale delle Acacie me pare ca quaccosa sta cagnanno e ca ‘nce sta n’interesse novo pe’ sta lengua.

Pô essere ‘a vota bbona pe’ cercà ‘e arresolvere ‘o prubblema d’’a “normalizzazione” d’’o Nnapulitano, mettenno ‘nzieme tutte chille ca nun se songo maje rassignate a fa murì ‘na lengua canusciuta pe’ tutt’’o munno, ma ca propeto a Napule nun trova ‘o rispetto ca s’ammereta.

Nun se tratta ‘e nustalgie ‘burboneche’ e nemmanco ‘e strateggie separatiste. ‘A verità è ca ‘nce stanno già ‘nu sacco ‘e Paìse addò ‘e llengue d’’e Rreggione songo prutette e avvalurate. Penzammo sulo ô Ccatalano, ô Pruvenzale o ‘Scuzzese, addò ‘nce stanno ‘e legge pe’ stabbelì comme s’ânno ‘mparà dint’’e šcole, pe’ cunzervà ‘nu patrimonio culturale ca  sinò jésse ‘mmalora.

‘Nc’’a facimmo pure nuje a ce šcurdà ‘e differenze, ‘e puntiglie e ‘e sušpiette pe’ fa ascì ‘o Nnapulitano d’’e pparule d’’o folklore,  p’’o fa turnà ‘a lengua verace e cchiena ‘e cultura ca sempe è stata?

I’ ‘o špero overamente e, pe’ chello ca pozzo fà, purtarraggio annanze ‘o pruggetto d’’o mio, arapenno però ‘na paggena nova pe’ fatica’ ‘nzieme a tutte ll’amice e cumpagne ca vônno cammenà ‘ncoppa a ‘sta via.

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[1] Cfr. http://www.webalice.it/ermeteferraro/NAPULITANA_MENTE.html ; vìre pure: http://www.ermeteferraro.it/nap.html

[2] Songo asciute paricchie articule ‘ncopp’a ‘stu proggetto > vire ‘ncoppa a: http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[3] Cfr. Francesco D’Ascoli, Letteratura Dialettale Napoletana, storia e testi, Napoli, Adriano Gallina Ed, 1996

[4] Vire pure ‘nu cuntribbuto ca vene ‘a fora ‘e ll’Italia > Stephen Whiteley, Naples and Neapolitan , http://www.quicksilvertranslate.com/2668/naples-and-neapolitan

[5] Ermete Ferraro, VOCI SOFFOCATE – La perdita della diversità culturale e  linguistica, pubblecato (ott. 2007) ‘ncopp’’na revista  online: http://wds.bologna.enea.it/articoli/07-10-12-voci_soffocate-ferraro.pdf

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Ciao, Antonio…

“…le stagioni nel sole finiscono, lo sai,
proprio quanto ti accorgi di amarle più che mai,
ma tu vivile sempre, e vivile per me,
le stagioni nel sole continuano con te.”

Roberto Vecchioni, Le stagioni nel sole 

antonio 4Carissimo Antonio…

Mi era già capitato di scrivere una lettera ad un grande amico da poco scomparso.[1] Quel 13 febbraio di 6 anni fa rivolgevo il mio pensiero a Mario Borrelli, inascoltato profeta di un vangelo al servizio degli ultimi e di un vero lavoro sociale di comunità. Oggi l’interlocutore di queste riflessioni sei tu, che come Mario mi sei stato padre e maestro e che troppo presto ci hai lasciato, per un male che ha fiaccato le tue ossa ma non il tuo vitalissimo entusiasmo e la tua incrollabile fiducia in un cambiamento vero, profondo, “alla luce del Sole” .

A darti l’estremo saluto, domenica 28 dicembre nel Duomo di Napoli, c’erano centinaia di persone che ti hanno voluto bene e che in questi decenni hanno apprezzato le tue eccezionali doti di umanità e la maniera ispirata e profetica con cui sapevi fare Politica con la maiuscola.  Ma se avessero potuto partecipare tutti quelli a cui hai rivolto il tuo sorriso incoraggiante e che hai aiutato a crescere, la stessa Cattedrale non sarebbe stata capace di contenerli, perché l’intera città – ed anche la regione – devono tantissimo al tuo instancabile impegno civico, sociale ed ambientalista.

Certo, come nel caso di Mario Borrelli, è triste constatare che la riconoscenza si esprima quando è troppo tardi, ma tu sei troppo al di sopra di queste cose e, pur sentendo il forte impulso a creare un movimento forte e numeroso, non hai mai valutato i risultati del tuo lavoro dal numero di quelli che ti battevano le mani.  Del resto, lo sai, i veri profeti sono sempre inascoltati e, in fondo, lo si può anche capire, visto che hanno la capacità di vedere talmente lontano da poter a stento essere seguiti e compresi da tutti. Forse non é stato un caso che tra i brani letti durante la celebrazione uno in particolare esaltasse Abramo come simbolo dell’uomo di fede, quello che crede a ciò che gli è stato rivelato, al di là di ogni apparenza e probabilità. In particolare san Paolo, nella Lettera agli Ebrei, celebrava questa straordinaria capacità del patriarca:

«Fratelli, per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. […] Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare…» [2]

Caro Antonio, anche tu sei partito senza sapere dove saresti arrivato, pieno di fede, di speranza e di calorosa empatia per chi hai incontrato lungo la strada. Certo, quelli che hanno seguito il tuo esempio non sono stati numerosi ‘come le stelle del cielo’, ma non si può negare che molte tue intuizioni, col passare del tempo, abbiano dato vita a grandi realizzazioni ed abbiano mobilitato moltissime persone. Sono stati, purtroppo, molti di meno quelli che ti hanno seguito sulla strada del rigore morale in politica e del tuo idealismo con i piedi per terra, ma è pur vero che in tanti hanno comunque abbracciato le tue idee e seguito le tue orme, attratti dal tuo esempio.

Nel suo messaggio, il Sindaco de Magistris ti ha efficacemente tratteggiato con poche parole:

« Un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico.»

Anche Antonio Piedimonte [3], nel titolo del suo articolo per il Corriere del Mezzogiorno,  ti ha definito “guerriero sorridente”. Al di là del linguaggio bellico nel quale troppo spesso si casca in politica – e che a me pacifista non piace –  bisogna ammettere che, se non guerre, quanto meno un sacco di battaglie le hai combattute, con la passione di chi ci crede davvero. Lotte democratiche e non violente, costantemente ispirate dalla tua profonda fede nel cambiamento. Ma non un cambiamento qualunque, come vorrebbero farci credere i politicanti d’oggi. Ciò di cui ti sei fatto promotore nasceva sempre da grande rispetto ed amore per l’umanità e per la natura, dalla cui sterile contrapposizione fosti capace di uscire quando i tuoi compagni di strada ne restavano prigionieri.  Quella stessa fede, che ti ha portato a batterti per una società più giusta solidale ed ecologica, si è manifestata nella tua religiosità  profonda quanto laica – come ha sottolineato padre Alex Zanotelli nel suo intervento – ma, sul piano personale, nella tua incrollabile speranza di riabbracciare finalmente la tua amatissima compagna Ileana. E’ la stessa profonda fede noi, i tuoi amici e compagni di sempre, abbiamo voluto onorare salutandoti per l’ultima volta col canto di“Bella ciao” sul sagrato del Duomo. La voce era incrinata dalla commozione, ma sono certo che quell’insolito coro, che faceva girare stupiti i frettolosi passanti, ti sarà piaciuto…

L’ecologia sociale di un ‘irriducibile ambientalista’

«…Antonio D’Acunto,  uno dei padri dell’ambientalismo in Campania, in un certo senso ha riunito le sue due anime: l’uomo di fede e il vecchio compagno che aveva messo da parte la falce e martello quando aveva scoperto che il partito aveva un’idea diversa dalla sua sull’ecologia e in particolare sul nucleare. Fu proprio la questione dell’energia atomica, infatti, la goccia che fece traboccare il vaso e spinse il brillante ingegnere dell’Enel che si era fatto apprezzare tra i quadri del Pci verso un’altra, diversa militanza…» [4]

Sì, caro Antonio, la questione nucleare fu la vera scelta dirimente e tu, allora, trovasti il coraggio per scegliere la strada più difficile, in modo da restare fedele alle tue convinzioni. Questa decisione, lo so bene, ti è molto costata. Tu, infatti, hai sempre creduto in un grande partito che incarnasse le ragioni di quel comunismo che non hai mai rinnegato. Ti aspettavi però una seria svolta in materia ambientale che invece non ci fu e così la frattura si determinò fatalmente su quel ‘nucleare civile’ che era frutto della retorica degli ‘atomi per la pace’.

Fu allora che decidesti d’imboccare una strada diversa, originale ed ancora inesplorata. Hai perciò dato vita ad un movimento ambientalista forte e determinato, che non si limitava a proteggere la natura ma si proponeva anche di rivalutare l’ambiente urbano e le sue grandi risorse culturali ed artistiche. Si trattava di quella che più tardi qualcuno avrebbe chiamato ecologia sociale [5] e che rientrava nell’ambito d’un impegno ambientalista ispirato dall’ecologia umana, per affermare i valori della civiltà, pur archiviando la vecchia visione antropocentrica del mondo.

« La verità  – ha scritto il tuo vecchio amico Nicola Lamonica in un articolo che ti ha dedicato – è che Antonio è qualcosa di più,  poiché ha saputo uscire dalla mediocrità ed ha motivato la sua vita  superando gli steccati ideologici,  non rinunciandone comunque all’essenza  e confinando le proprie idee  filosofiche, storiche e culturali in un nuovo progetto, la cui sintesi è rintracciabile nella Sua dinamicità costruttiva, nei suoi mille interventi scritti e nella saggezza del  Suo fare e del  Suo dire,  con parole semplici ma profonde  che lo hanno reso popolare e paziente, democratico e rivoluzionario, studioso e progettuale.» [6]

E’ proprio così. Chiunque ti abbia conosciuto restava inevitabilmente colpito dalla grande tensione etica e dalle profonde motivazioni filosofiche e politiche delle tue proposte. Allo stesso tempo, però, era impossibile non essere travolti dal tuo straordinario entusiasmo pragmatico, dalla tua irrefrenabile voglia di concretizzare le idee in un progetto.

Un“irriducibile ambientalista” sei stato definito in una nota delle U.S.B. [7] ed un articolo di “Contropiano” ti ricorda com:

un comunista scomodo”, quello « storico militante marxista ed ambientalista […] (che) a Napoli si è sempre opposto a tutti i progetti di devastazione e di ristrutturazione urbanistica e territoriale dall’evidente segno antisociale (e che)…ha sempre contribuito alle variegate esperienze politiche e sociali che si sono prodotte negli ultimi anni, portando il suo contributo di sapere e di competenza tecnico/scientifico».[8]

Sì, perché è inutile negare che il tuo rigore morale e la tua intaccabile coerenza politica erano oggettivamente scomodi, se non fastidiosi, per i troppi mediocri che della politica hanno fatto un mestiere e vorrebbero farci credere che l’unica cosa che conta è l’affermazione personale.

La verità è che proprio tu – mite generoso e umile, per citare de Magistris – sei stato un vero leader, la persona cioè che ha saputo valorizzare e mettere insieme tanti altri e trasmettere loro la carica, per realizzare il progetto ambizioso che solo un visionario come te poteva immaginare.

Il tuo grande merito è stata la tua eccezionale capacità di rendere quel progetto davvero globale, uscendo dalle secche della frammentazione e del pragmatismo miope che caratterizzano la nostra epoca, che ha smarrito la visione d’insieme, il senso della complessità e dell’interrelazione su cui, viceversa, si fonda l’approccio ecologista alla natura ma anche alla società.

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Con gli occhiali della mente, per guardare lontano…

Non è certo un caso che il simbolo di quella tua lungimiranza sono stati i tuoi famosi occhiali portati sulla fronte, che ti hanno caratterizzato negli anni come una specie di marchio di origine controllata delle tue idee:

«… quasi a dire di coinvolgere anche la vista della mente e di tutto te stesso, e il cuore, nello sguardo sul mondo e sulla vita, per custodirli e farli migliori, per tutti…»[9]

E d’intuizioni ne hai avute davvero tante, proprio perché sapevi guardare lontano, ma anche intorno, riuscendo a cogliere le potenzialità enormi di un territorio e di un popolo mortificati da decenni di malgoverno, speculazione edilizia, perdita del senso della comunità, incredibile noncuranza per i valori dell’ambiente. Antonio Piedimonte, nel suo articolo, ha puntualmente ricordato tutte le tue grandi battaglie, da quella contro l’abusivismo edilizio a quella che ha portato a tutelare i parchi naturali regionali, passando per le campagne ambientaliste per salvaguardare e valorizzare i tesori della “Napoli negata” ed quelle per cancellare il concetto stesso di periferie, superandolo nella visione di una città multicentrica, che sapesse valorizzare il protagonismo dei cittadini.

Come primo presidente di quella che allora si chiamava “Lega per l’Ambiente” [10] sei riuscito ad aggregare moltissime persone intorno ad un progetto di rinascita di una città e di una regione che non volevano rassegnarsi al degrado ed alla perdita d’identità sociale e culturale. Lo stesso spirito combattivo e la stessa risoluta determinazione sei riuscito a portare tra i banchi del Consiglio Regionale della Campania, dove non solo hai saputo dimostrare come si può fare politica altra e alta, ma hai potuto sviluppare in forma legislativa le tue grandi intuizioni.

Pochi ormai ricordano che sei stato colui che ha promosso e fatto approvare la legge sui parchi regionali e che sei stato anche il relatore ed ideatore della legge che segnava una svolta epocale in materia di raccolta e trattamento dei rifiuti. Nessuno che ti abbia affiancato in quegli anni, però, potrà dimenticare la tua incredibile capacità di coinvolgere un’aula spesso distratta nelle grandi battaglie civili ed ambientali, travolgendo col tuo contagioso entusiasmo anche i più tiepidi e perfino gli oppositori politici.

Il nostro incontro è stato segnato dalla mia uscita dai Verdi – che pur avevo contribuito a far nascere a Napoli – e dalla tua grande apertura verso una persona con cui forse avvertivi un’affinità ideale. E’ dal 1995, con la mia simbolica candidatura a presidente della Provincia di Napoli per i Verdi Arcobaleno, che è nato un affettuoso sodalizio che è continuato fino a pochi giorni fa, quando ti ho salutato con una carezza sul tuo letto d’ospedale, non immaginando che sarebbe stata l’ultima.

Il comune amico Pasqualino, insieme ad una bellissima foto che ti ritrae sorridente con una tua nipotina, mi ha mandato il link ad una bella canzone di Roberto Vecchioni. L’ho ascoltata e mi è venuto un groppo alla gola, soprattutto sentendo le prime parole:

«Addio per sempre, amico mio / ne abbiam passate di stagioni al sole / da far invidia a chi so io / ne abbiam cantate di illusioni / fino a sembrare due coglioni…».[11]

Da allora, anche noi due ne abbiamo passate di “stagioni al sole”, da quella dell’associazionismo ambientalista con V.A.S. [12] a quella, appunto, che al Sole direttamente s’ispira, per promuovere una vera e propria Civiltà alternativa. La stagione più appassionante che abbiamo vissuto insieme è forse stata quella per diffondere e salvaguardare la diversità biologica e culturale, dedicando a questo impegno vari anni d’impegno con VAS  ed organizzando ben cinque edizioni della “Festa della Biodiversità, di cui tu sei sempre stato giustamente orgoglioso.

Per la Civiltà del Sole

Un’altra tua straordinaria intuizione è stata quella di una proposta di legge popolare che potesse portare la statica e disastrata Campania a diventare la prima Regione che si desse una normativa ispirata alla scelta prioritaria del Solare. Ma non si trattava di un’altra questione. Era soltanto la logica estensione del tuo grande progetto di ecologia sociale, ispirato ad un pensiero forte, ad un’autentica etica ambientale e ad una visione della società rigorosamente ecologista, ma al tempo stesso equa e solidale.

E’ iniziata allora quella che davvero possiamo chiamare “la stagione del Sole”, un’avventura su cui pochi avrebbero scommesso, e che ci ha portati invece a raccogliere circa 13.000 firme sotto quel testo di legge popolare di cui sei stato l’ispiratore ed il vero estensore. Un’avventura che non si è conclusa con l’incredibile approvazione all’unanimità di quell’eccezionale proposta legislativa, ma che continua tuttora nella battaglia perché quella L.R. n. 1 del febbraio del 2013 diventi una realtà.

Non a caso la Rete associativa di cui sei stato il padre si è proposta come una realtà che promuove la Civiltà del Sole e della Biodioversità , coniugando i due termini in una visione complessiva di cui il Sole, simbolicamente, è la sintesi ma non certo l’unico protagonista.

Grazie a te, ed a quell’evidente riferimento all’utopica Città del Sole del grande calabrese che morì 600 anni prima che tu nascessi, comprendiamo meglio quanto fosse profondo il tuo pensiero, che si nutriva di quello dei filosofi presocratici, come Eraclito, ma anche di una rivoluzionaria volontà di cambiamento del modello di sviluppo, a partire dalla rivoluzione di quello energetico e dei consumi.

«Nella Civiltà del Solare, la città respira come da natura e cresce la bellezza della sua immagine […] La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica ed architettura del nuovo […] contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate; cambiano la mobilità ed il trasporto, privato e pubblico[…].L’intera economia si libera dai vincoli della dipendenza e del ricatto del mercato del combustibile e delle fonti energetiche e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della “bilancia commerciale”, sulla speculazione monetaria, ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali, anche in identità semplici e familiari, diventano i fattori delle scelte, delle capacità di acquisire quella giusta energia sufficiente per le loro necessità, di scambiarsela a “bassa tensione” con le altre vicine in una rete di comune, reciproco interesse.»[13]

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La tua mente –  grazie agli occhiali sulla fronte che ti aiutavano a guardare molto lontano – ha saputo indicarti una strada luminosa, nella quale ci siamo avviati con te in questi anni e che ora avremo difficoltà a percorrere senza di te.  Certo, nell’attuale mondo prosaico, disincantato e cinico della politica si rischia di far la parte di quelli che, per dirla con Vecchioni, cantano solo delle illusioni; insomma, di essere scambiati per coglioni…Ma chi ti è stato accanto sa benissimo che basta utilizzare i tuoi magici occhiali della mente per vedere tutta la concretezza di un progetto di società profondamente alternativa. Una società ispirata a quello che ti chiamavi “comunismo ecologico” ed io “ecosocialismo”, e che non solo utilizzi il sole e le altre fonti rinnovabili per produrre energia ed attivare un nuovo modello di sviluppo economico, ma sappia tornare ad essere una vera comunità, un posto più giusto ed accogliente dove far crescere i nostri figli.

Ho recentemente avuto modo di vedere una simpatica foto che ti ritrae, col tuo sorriso solare, mentre una delle tue nipotine, ridendo, ti strappa dalla fronte gli immancabili occhiali. E’ un’immagine bellissima, nella quale leggo il tuo straordinario affetto per i tuoi cari, ma anche una specie di simbolico passaggio di testimone della tua lungimirante visione alle generazioni future, che non meritano certo il disastro ambientale e sociale che gli stiamo riservando…

Carissimo Antonio, le cose da dire e da ricordare – compresi i tuoi appassionati interventi per difendere la Costituzione Italiana ed i tuoi ripetuti tentativi di coagulare il frammentato mondo della sinistra in un grande progetto alternativo – ma sono cose che sai molto bene e che non è certo facile trasmettere con poche righe a chi non ti è vissuto accanto per tutti questi anni.

D’altra parte, il solo modo per ricordarti davvero è continuare, testardamente, a percorrere la strada per la quale ci hai guidata, anche se – come cantava Fabrizio De André – bisogna fare i conti con “ambizioni meschine, millenarie paure e inesauribili astuzie” dei troppi che non solo non vedono lontano, ma non sanno neppure guardare dove camminano…

« Coltivando tranquilla / l’orribile varietà / delle proprie superbie / la maggioranza sta / come una malattia /come una sfortuna / come un’anestesia / come un’abitudine / per chi viaggia in direzione ostinata e contraria» [14].

Nessuno più di te ha saputo incarnare quest’ultima espressione. Per questo, caro Antonio, resterai per sempre con noi.

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[1] Ermete Ferraro, Ciao Mario! https://ermeteferraro.wordpress.com/2008/02/13/ciao-mario/

[2] Ebr 11,8-11 ; 12,12-19

[3] Antonio Emanuele Piedimonte, Quel guerriero sorridente che regalò alla Campania l’energia solare http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[4] ibidem

[5] Murray Bookchin, The Philosophy of Social Ecology: Essays on Dialectical Naturalism (1990 and 1996) Montreal, Black Rose Books

[6] Nicola Lamonica, Ci lascia Antonio D’Acunto, http://www.ilprocidano.it/2014/12/29/ci-lascia-antonio-dacunto/

[7] http://campania.usb.it/index.php?id=85&tx_ttnews%5Btt_news%5D=80408&cHash=d9870c69c6&MP=73-310

[8] E’ morto Antonio D’Acunto, comunista scomodo http://contropiano.org/in-breve/italia/item/28309-e-morto-antonio-d-acunto-comunista-scomodo

[9] Da una nota a firma di Pasquale Salvio, presidente di Città della Gioia onlus

[10] http://www.casertanews.it/public/articoli/2014/12/28/152650_cronaca-napoli-legambiente-ricorda-antonio-acunto-primo-presidente-legambiente-campania.htm

[11] Roberto Vecchioni, Le stagioni nel sole (2005) http://www.angolotesti.it/R/testi_canzoni_roberto_vecchioni_1792/testo_canzone_le_stagioni_nel_sole_272883.html

[12] VAS onlus (Verdi Ambiente e Società) è un’associazione nazionale di protezione ambientale, riconosciuta nel 1994 dal Ministero dell’Ambiente e presente su tutto il territorio italiano. Di VAS Campania Antonio D’Acunto è stato fondatore, coordinatore regionale e poi presidente onorario. Vedi servizio su AdA su: http://vasonlus.it/?p=10193

[13] Antonio D’Acunto, La Civiltà del Sole (maggio 2010) , http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/la-civilta-del-sole/24-la-civilta-del-sole

[14] Fabrizio De Andrè, Smisurata preghiera, http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fabrizio_de_andre_1059/testo_canzone_smisurata_preghiera_33199.html

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© 2014 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordprress.com )

E LE STELLETTE STANNO A GUARDARE….(2)

RIFIUTI: MILITARI IN AZIONE A NAPOLIIl quotidiano IL MATTINO ha recentemente dedicato un’intera pagina all’analisi che Antonio Menna ha fatto dell’imbarazzante flop dell’impiego delle forze armate in compiti di pattugliamento e controllo della cosiddetta Terra dei fuochi. [1]  Eppure fino a pochi mesi fa gran parte dei media avevano accolto entusiasticamente – talora con un pizzico di militaresco orgoglio – la notizia di una sorta di “spedizione armata” contro le forze oscure che avvelenano con discariche abusive e roghi tossici  l’ex Campania Felix. Sta di fattoche, giunti ad un primo consuntivo, essa si è rivelata una mission impossible, una battaglia persa, un grottesco buco…nel fuoco.

Già lo scorso febbraio ho pubblicato un post con stesso titolo di questo, per denunciare l’assurdità di uno stato che –  non riuscendo ad impedire che centinaia di migliaia di suoi cittadini siano avvelenati ed uccisi impunemente dalla pratica di sversamenti e incendi di rifiuti, legali e illegali, in un territorio presidiato in armi dalla camorra – pensava di risolvere un problema di tale portata inviandovi qualche centinaio di soldati in assetto di guerra. Al di là della mia scarsa simpatia per qualunque operazione militare e per qualsiasi forma di militarizzazione del territorio, l’idea che cercavo di manifestare in quella nota era che si trattava comunque di un’operazione costosa ed inutile, e quindi di un piano destinato a fallire miseramente.

Orbene, il citato articolo del principale quotidiano del Mezzogiorno, a distanza di quasi cinque mesi, in effetti conferma ciò che già da allora era prevedibile. Al tempo stesso, però, si guarda bene dal prendere le distanze da una decisione governativa rivelatasi palesemente sballata e deviante, limitandosi a commentare che “non bastano esercito e leggi, i piromani sono immigrati”.  Opperbacco! Ma davvero le teste d’uovo dei ministeri dell’Interno e della Difesa erano convinte che l’invio di Sturmtruppen con blindati e pattugliamenti stile Bagdad avrebbe consentito l’arresto in fragranza di reato di qualche boss locale? Dice: hanno arrestato solo polacchi, africani, armeni, rom, perfino afghani mentre appiccavano il fuoco a cataste di rifiuti. Beh, chi diavolo si aspettavano che i nostri solerti soldatini potessero beccare con le mani nei fiammiferi, se non i soliti poveracci e disperati che per quattro soldi farebbero qualsiasi cosa?  Come al solito, insomma, anche questa volta “volano gli stracci”, mentre in realtà ben poco è cambiato in quella Terra dei Fuochi  che indica un’area di quasi 1100 chilometri quadrati, con 57 comuni ed una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti, a cavallo tra la provincia di Napoli e quella di Caserta.

Adesso questi dati vengono sì ricordati, ma solo per giustificare l’esito di un’operazione fallita, cui finora però quasi tutti avevano applaudito, come se non ne conoscessero la portata e le oggettive difficoltà. E, soprattutto, come se non si rendessero conto che in un Paese dove già operano ben cinque corpi nazionali di polizia giudiziaria (con l’aggiunta di quelli di polizia provinciale e municipale), l’ultima cosa da fare sarebbe stata proprio impiegare per tali funzioni le Forze Armate, ovviamente da coordinare con tutte le altre sotto il comando congiunto di Questure, Prefetture e del 2° Comando Forze di Difesa, con sede a S. Giorgio a Cremano (NA).

Certo, i dati snocciolati dai giornali sono significativi: in tre mesi ci sarebbero stati la bellezza di 1878 pattugliamenti (25 pattuglie al giorno, per 7 giorni su 7 e per 24 ore su 24), che hanno portato a controllare ben 7000 persone ed a fermarne 43 per sversamenti e/o roghi di rifiuti. Però ugualmente i conti non tornano. Quando l’apposito decreto fu varato si parlava di 850 militari che sarebbero stati impegnati in questa operazione, stanziando a tal fine ben 2 milioni di euro, quasi uno a testa per ogni abitante di quell’area. Ora invece ci si riferisce a solo un centinaio di soldati (appartenenti al Reggimento «Cavalleggeri Guide» di Salerno ed alla Brigata «Garibaldi», già responsabile del Raggruppamento Campania per l’operazione «Strade Sicure»), sottolineando tra le righe la sproporzione tale forza e l’enormità del territorio da presidiare. Da un articolo dello scorso aprile del“Corriere del Mezzogiorno”, però, forse si riesce a capire qualcosa di più: «I militari, appartenenti ai reparti della Brigata «Garibaldi», sono giunti in rinforzo agli oltre 540 soldati del 19 reggimento già impegnati sulle territorialità delle città di Napoli e Caserta per la lotta alla malavita e da oggi per completare il contingente a disposizione delle Prefetture contro i reati ambientali…» [2]  E’ vero che 100 più 540 non fa 850, ma se non altro ci avviciniamo alla reale consistenza di questa italiota “strafexpedition”, che avrebbe dovuto reprimere e perfino prevenire  la tragica catena di interramenti e roghi di rifiuti ma è riuscita solo a far arrestare pastori afghani, zingari di varie etnie, braccianti africani senza lavoro ed altri esemplari di bassa e malpagata manovalanza al servizio dei soliti noti. Essi sono solo l’ultimo anello di una catena criminale che parte da una diffusa e radicata economia parallela – ovviamente illegale e controllata da chi detta legge in ben altro modo su quel territorio – ma a quanto pare questa constatazione non aveva avuto alcun peso nella decisione di mobilitare le forze armate per fronteggiare un obiettivo sbagliato nel modo sbagliato.

E’, in fondo, ciò che spiega, nell’intervista a Il Mattino, il Com. Sergio Costa: « Ci sono più facce nella vicenda Terra dei fuochi, ci sono i rifiuti interrati, che avvelenano la terra e le falde acquifere, e ci sono i roghi, che appestano l’aria. Sono fenomeni diversi ma hanno un elemento comune, si tratta dell’economia illegale del territorio. Perché si dà fuoco ai rifiuti? Come nasce un rogo tossico? Non si tratta di teppisti o di piromani, salvo qualche raro caso. Il rogo è l’elemento finale di una catena di interessi. L’area tra Napoli e Caserta, non a caso, è nota per essere la capitale del tarocco[…]. Qui c’è una economia diffusa, sommersa, che sfugge al fisco e a qualunque norma. I rifiuti industriali di una economia illegale possono essere smaltiti legalmente? Certo che no. Allora si attiva lo smaltimento clandestino, che ha come ultimo anello l’interramento o il rogo».[3]  Le osservazioni del comandante per la Campania del Corpo Forestale dello Stato non fanno una piega, ma non mi si venga a raccontare che queste cose non si sapessero benissimo anche prima! Egli stesso, fra l’altro, osserva che era prevedibile che le uniche persone colte ad appiccare fuochi sarebbero state  «…le ultime ruote del carro. Gente disperata, spesso vagabonda […]Un rom, un immigrato, un barbone. Uno che non ha nulla da perdere e che,m per dieci euro, lancia un fiammifero e scappa. Ha senso scagliarsi contro l’ultimo ingranaggio e non elaborare una strategia d’insieme per attaccare il fenomeno alla radice? » [4] 

Ecco, appunto: che senso può avere il fatto che, insieme con quei roghi di rifiuti, si siano bruciati anche un paio di milioni di euro per giocare a far la guerra alla malavita organizzata, col brillante risultato di arrestare solamente qualche disgraziato?  Che razza di Stato è quello che ricorre a centinaia di militari in assetto di guerra – trasformando quella che una volta chiamavano Terra di Lavoro in una specie di Afghanistan nostrano – sovrapponendoli alle forze di polizia senza neppure a cavare un ragno dal buco?  Forse è il caso di ricordare ancora una volta  che il territorio interessato – quei circa 1200 chilometri quadrati compresi tra le province di Caserta e di Napoli – è lo stesso che nel mio precedente articolo  chiamavo Campania Bellatrix: una delle zone già più militarizzate d’Europa, nel quale insistono già 8 installazioni militari non italiane (fra NATO e US Navy), in aggiunta alle 5 dell’Aeronautica Militare, alle 50 dell’Esercito Italiano, ivi compreso anche un bel porto militatizzato e nuclearizzato.[5]  Quei due milioni di euro, allora, non sarebbero stati più utili per rafforzare l’attività ordinaria dei preesistenti organi di polizia giudiziaria – e soprattutto della Forestale – anziché consolidare l’immagine della Campania come una terra di frontiera?

«Chi poteva pensare che bastassero cento soldati per controllare efficacemente una zona vastissima, di proporzioni sterminate, con aree interne nascoste?Si tratta di misure insufficienti…» commenta invece sconsolato il notista de Il Mattino. Bene, bravo! Ma allora che cosa pensa che si dovrebbe fare? Inviare in loco un contingente di Alpini, come il Libano, o forse sarbbe meglio impiegare i nostri marines della Brigata San Marco?  Magari li si potrebbe far sbarcare coi loro mezzi anfibi sulla spiaggia di Baia Domizia, oppure si potrebbero impiegare addirittura gli uomini del Comando Sud-Europeo della NATO di Lago Patria per un blitz interforze denominato Waste Dumping Endeavour…  Ma allora perché non mobilitare anche i boy scout, i vigilantes che presidiano le banche o i gruppi paramilitari della “Serenissima” ? L’importante che vestano una divisa e soprattutto che girino armati, perché – come tutti ben sanno – l’economia illegale e la criminalità organizzata hanno notoriamente paura delle uniformi e sono debellate con i fucili…

Ma forse è meglio che mi fermi qui. C’è il rischio che qualcuno, incapace di cogliere l’ironia, mi prenda sul serio e presenti in Parlamento un nuovo decreto legge.

© 2014  Ermete Ferraro > https://ermeteferraro.wordpress.com

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[1] Antonio Manna. Fuochi tossici in aumento. “Vince l’economia illegale”. Non bastano esercito e leggi, i piromani sono immigrati, IL MATTINO, 5 luglio 2014, p.8; cfr. anche  la versione ridotta online dell’articolo su: http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/terra_dei_fuochi_flop_dei_militari_vince_l39economia_illegale/notizie/784198.shtml

[2] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2014/8-aprile-2014/terra-fuochi-scattano-controllidei-cento-soldati-esercito–22338250428.shtml

[3] A. Manna, art. cit.

[4] Ibidem

[5] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/02/07/e-le-stellette-stanno-a-guardare/