Un’Europa sempre più verde

Dopo il clamoroso successo dei Verdi a livello europeo – che porta il loro schieramento (Group of Greens/ European Free Alliance) a svolgere un ruolo di rilievo nel Parlamento dell’U.E. – in molti si sono comprensibilmente chiesti perché mai il partito verde italiano, con la sua magra percentuale del 2.32%, sia rimasto invece il fanalino di coda. Se infatti si escludono risultati ancora più magri – come quello dell’Ungheria (2.18%) oppure quelli dei Paesi che si attestano attorno o addirittura al di sotto dell’1% (come: Slovenia, Malta, Grecia ed Estonia) – è purtroppo evidente che le ultime prestazioni elettorali dei Verdi italiani, pur registrando una certa crescita dei voti, sono però deludenti ed ininfluenti.
Qualche politologo o commentatore ha provato a dare una spiegazione di questo preoccupante fenomeno, che dopo le elezioni europee ci presenta un’Italia in maggioranza di colore sì ‘verde’, ma nell’accezione introdotta dalla Lega di Salvini, quanto di più lontano può esserci da un movimento ecologista. Se si osserva una cartina, quindi, è impossibile non notare che i Verdi si sono affermati ancor di più in alcune realtà mitteleuropee – come Germania e Francia – e sono significativamente in crescita in altre aree centrali e nordiche, come Austria, Belgio. Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Danimarca. Viceversa, ad eccezione di Spagna e Portogallo, l’affermazione del progetto ecologista dei Verdi stenta ancora ad affermarsi nell’Europa mediterranea.
Una lettura dei risultati elettorali l’ha tentata Mao Valpiana, storico esponente del Movimento Nonviolento italiano, candidato in Europa Verde nella circoscrizione nord-est.
«Nella penisola, anche a causa dello sbarramento al 4%, i Verdi non hanno avuto eletti, hanno raccolto oltre 600 mila voti, fermandosi al 2,3% dei consensi. In Italia hanno prevalso il timore, la paura, la chiusura, il voto maggioritario è andato al partito negazionista della crisi climatica. Questo è un fatto politicamente molto grave e preoccupante. […] Il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori. Non a caso anche tra gli italiani all’estero i Verdi sono la quarta formazione politica scelta». [i]
Tale analisi delle ragioni del non-voto verde in Italia mi sembra in larga parte condivisibile. È evidente infatti che inseguire il cosiddetto ‘voto utile’ ha portato i nostri concittadini a premiare ancora una volta i partiti maggiori e le coalizioni di quelli minori. Certo, il timore di sprecare il proprio voto, ma anche la chiusura verso un messaggio di profondo cambiamento della mentalità potrebbero essere stati dei motivi per cui i Verdi italiani non sono riusciti a raccogliere i consensi necessari ad esprimere almeno un proprio esponente al Parlamento europeo. Ma si tratta solo di scarsa motivazione degli elettori, oppure il problema vero è altrove, cioè nella capacità effettiva che gli eredi del ‘sole che ride’ hanno di rappresentare un riferimento chiaro ed affidabile?
Greta si è fermata ad Eboli?

L’amico Valpiana – cui mi legano decenni di comuni battaglie antimilitariste e nonviolente – si sbilancia in un accenno di analisi sociologica, affermando:
«… nel nostro paese prevale ancora il voto per un interesse personale, mentre oltralpe il voto è legato ad un interesse collettivo…» [ii].
Mi sembra onestamente uno stereotipo piuttosto scontato e banale, che attribuisce ai popoli d’oltralpe un idealismo politico ed una coscienza civica assai superiore a quella del comune homo italicus (soprattutto se meridionale, da sempre bollato col marchio del ‘familismo amorale’ e simili luoghi comuni…). Dall’insistenza sull’affermazione del candidato verde sud-tirolese e dall’accenno al dato che in alcune zone del nord-est italiano si è sfiorato il 10% di consensi, in effetti, mi sembra di avvertire una scarsa fiducia nella possibilità che il movimento ecologista possa affermarsi al di sotto dell’area cispadana. Ma è davvero il caso di tirare in ballo la mai sopita contrapposizione tra la cultura ‘collettiva’ mitteleuropea ed una visione individualista ed anarcoide che sarebbe tipica dei ‘sudisti’? I risultati elettorali conseguiti in Italia da formazioni politiche minori come La Sinistra, +Europa e Verdi – schiacciati nella morsa di un centro-nord a maggioranza leghista e di un meridione prevalentemente pentastellato – mostrano più in generale quanto purtroppo sia poco radicata una visione politica alternativa a quella rappresentata dall’attuale maggioranza populista-identitaria. Mi sa quindi che c’entra poco l’interesse collettivo cui si riferiva Valpiana, dal momento che, pur con alcune interessanti eccezioni – l’onda verde suscitata in particolare tra i giovani dalla protesta ecologista senza se e senza ma, incarnata dalla figura di Greta Thunberg, si è fermata molto prima di giungere alla fatidica Eboli…
Le ragioni sono diverse ed alcuni anni fa qualcuno aveva provato ad analizzarle in modo più scientifico, impostando un’accurata ricerca su alcune ipotesi di lavoro. Si tratta di uno studio comparativo svolto alla fine del 2017 da Zack P. Grant e James Tilley – dal significativo titolo “Terreno fertile: come spiegare le variazioni nel successo dei Verdi europei” – nel quale si utilizzano una grande quantità di dati elettorali, relativi a 32 Paesi nel corso di 45 anni, per verificare le cause dell’affermazione dei Verdi, a partire da alcune differenti teorie.
«I partiti verdi vanno bene nelle società con conflitti post-materialisti causati da alti livelli di ricchezza o dalla presenza di una tangibile controversia ambientale […] Mentre i partiti tradizionali possono scalzare i giovani partiti verdi adottando la questione ambientale, questo effetto è invertito una volta che i Verdi sono sopravvissuti a un certo numero di elezioni». [iii]
La ricerca parte dalla distinzione tra le tre possibili fonti di tale successo: domanda da parte degli elettori, vincoli istituzionali ed opportunità politica fornita dagli stessi partiti tradizionali. Nel primo caso, la crescita dei voti verdi sarebbe attribuibile allo sviluppo economico e/o allo sviluppo dell’energia nucleare, mentre l’aumento della disoccupazione agirebbe in senso contrario. Nel secondo caso, invece, il decentramento politico-amministrativo e l’impiego di un sistema elettorale proporzionale giocherebbe a favore dei Verdi. Infine, prendendo in esame le opportunità politiche, la sesta ipotesi vedrebbe la crescita elettorale dei partiti della sinistra radicale inversamente proporzionale a quella dei quelli verdi, laddove la settima ed ultima sottolinea che una strategia ‘accomodante’ da parte dei partiti più importanti svantaggerebbe quelli verdi, mentre strategie di netta contrapposizione li rafforzerebbero.
Dove il gira-sole non ride…

Osservo che, pur trattandosi di una seria ricerca, i suoi risultati corrispondono solo in parte alla travagliata vicenda dei Verdi italiani. Essi sono effettivamente nati nella seconda parte degli anni ’80 sull’onda della protesta antinucleare ed è pur vero che in una realtà sociale contrassegnata dalla crisi economica e dalla disoccupazione l’affermazione di un progetto politico caratterizzato da priorità ambientaliste risulta difficile. Ė peraltro innegabile che una realtà amministrativa accentrata come quella italiana, caratterizzata per molti anni anche da un sistema elettorale maggioritario e che premiava le coalizioni, non ha sicuramente agevolato formazioni minoritarie come i Verdi. Qui però i punti di contatto con lo studio in questione si esauriscono, anche se non è da escludersi che strumentali aperture ‘ambientaliste’ da parte dei tradizionali partiti italiani abbiano sottratto ulteriormente consensi ad una formazione spiccatamente ambientalista. La vera questione, il suo nodo critico, riguarda invece l’identità dei Verdi del ‘sole che ride’ o, per meglio dire, l’immagine che essi hanno saputo trasmettere (e lasciare di sé) agli Italiani.
Nel suo articolo, Mao Valpiana attribuisce la colpa della loro mancata affermazione di Europa Verde – pur in presenza di un’indiscutibile green wave – a tre fattori principali. Il primo è quello riconducibile al sistema elettorale, col suo sbarramento al 4%. Il secondo è l’oscuramento mediatico da cui sarebbero stati penalizzati. Il terzo, e più importante, è che:
«…l’esito generale, in Italia, invece, ha rispecchiato le previsioni di una campagna elettorale molto nazionale, compressa nella politica interna, dove i temi europei non erano presenti, e ciò contribuirà ad isolare ancor più il nostro paese nell’Unione». [iv]
Pur dando per scontato che un ‘vaso di coccio’ come quello degli ecologisti è comunque penalizzato in una competizione con ‘vasi di ferro’ e che i media tendono da sempre ad ignorare o a banalizzare le battaglie dei Verdi, non si può negare d’altronde che se la sensibilità dell’elettorato italiano nei confronti delle tematiche ambientaliste resta piuttosto limitata, la responsabilità è anche di chi, in questi anni, ha fatto ben poco per accrescerla. L’aver distinto nettamente le battaglie di natura ecologista da quelle socio-economiche è stato, a mio giudizio, un grave errore dei Verdi italiani, che ha implicitamente rafforzato il luogo comune secondo il quale l’ambientalismo è fatto per chi ha la pancia piena e non ha bisogni primari da soddisfare.
Che occuparsi di salvaguardia dell’ambiente sia un vezzo radical-chic, infatti, era e resta un’opinione che avrebbe dovuto essere smentita coi fatti più che a parole, evidenziando il nesso profondo tra devastazione del patrimonio naturale ed avidità di chi persegue solo il profitto e respinge ogni interesse collettivo. È vero che la recente campagna elettorale italiana per le Europee ha avuto un taglio troppo ‘interno’, escludendo temi-chiave di natura transnazionale ed internazionale e richiudendosi in una visione identitario-protezionista. Ma una realtà prevalentemente ecologista come i Verdi avrebbe comunque dovuto cogliere (e denunciare) il legame fra politiche securitarie ed identitarie e conseguente chiusura ad ogni vincolo/accordo internazionale a tutela dell’ambiente naturale, sottoposto alla stessa logica di mercificazione e sfruttamento selvaggio cui sono condannati gli esseri umani.
Daltonismo o miopia politica?

Scrive Valpiana che: «…il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori».[v]
Sarebbe però ingenuo – o addirittura fuorviante – far credere che una proposta politica incentrata sul contrasto al cambiamento climatico e sull’urgenza di uscire dalle fonti energetiche fossili non abbia alcun rapporto con una trasformazione economico-sociale radicale e molto più ampia, in Europa e a livello globale. Ė proprio quello che alcuni partiti verdi europei di grande successo hanno viceversa sottolineato nei loro commenti, come nel caso di Terry Reintke, parlamentare europea eletta tra i Grünen tedeschi:
«Ovviamente la crisi climatica darà una priorità, soprattutto perché lo spazio per intervenire è molto breve. Ma è un’analisi troppo ristretta dire che il sostegno fosse solo per questo. Le persone hanno votato per noi in gran numero anche perché siamo un partito molto credibile in tema di democrazia, di stato di diritto e di diritti umani. Consideriamo l’Unione europea non solo un’unione economica ma un’unione di valori. Essa deve essere più equa e socialmente giusta. Questa sarà una priorità per noi nelle trattative». [vi]
Nel commento di Mao Valpiana, poi, si parla del rischio di ‘daltonismo’ politico, che confonderebbe l’opzione verde con quella ‘rossa’ della sinistra, lasciando intendere che questo equivoco ne avrebbe condizionato negativamente i risultati elettorali.
«Sostenere che la Sinistra e i Verdi sono la stessa cosa, è come non saper distinguere il rosso dell’alt e il verde del via libera al semaforo: un errore clamoroso. I Verdi sono riuniti nella famiglia Grunen/Ale (Alleanza Libera Europea), mentre la Sinistra confluisce nel Gruppo Gue/Ngl (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica); sono due formazioni distinte, con programmi, storie e prospettive politiche differenti, anche se vi possono essere molte convergenze programmatiche». [vii]
È evidente che verdi e sinistra sono due soggetti distinti, ma è altrettanto evidente che non esiste nessuna autentica green revolution che non passi per il superamento dell’attuale modello di sviluppo, fondato su un capitalismo selvaggio e senza regole, fonte di sempre crescenti disuguaglianze, di pesanti violazioni dei diritti umani e d’insidiose minacce alla pace. Non ha senso difendere l’ambiente senza impedire anche che si perpetui la logica predatoria che ne minaccia le risorse e gli equilibri naturali. Si tratta in questo caso non di ‘daltonismo’ ma – come ho sottolineato in un precedente articolo [viii] – di una diffusa forma di miopia politica, che impedisce di vedere le cose in una prospettiva più ampia, costringendo a limitarsi ad una visione ristretta e parziale della realtà.
I Verdi italiani hanno sprecato troppo tempo a prendere le distanze dalla sinistra o – anticipando i Cinquestelle – a dichiararsi né di destra né di sinistra, pur di non compromettere la possibilità di entrare in amministrazioni locali, regionali ed al governo. Ma questa politica ondivaga ed opportunista non ha pagato se, comunque, non ha impedito a questa formazione politica di scomparire progressivamente dalla scena, a partire dalla seconda metà degli anni ’90. E non perché, nel frattempo, gli altri partiti avessero effettivamente assorbito e fatto proprio il messaggio dei verdi, rendendone pleonastica o inutile la presenza. Neppure perché l’associazionismo ambientalista era diventato, di fatto, l’interlocutore delle istituzioni, accrescendo il peso di questa nuova lobby a discapito del partito verde. La crisi dei Verdi italiani ha avuto ben altre cause ed è dal riconoscimento di questi punti di fragilità che bisogna partire, se si vuole rilanciare un soggetto verde credibile e capace di un vero radicamento nella nostra società.
Un movimento eco-socio-pacifista

Condivido in pieno l’intervento di Mao Valpiana quando rivendica ai Verdi – una delle poche organizzazioni politiche transnazionali e collegate da un progetto in larga parte comune – l’identità non solo ambientalista, ma anche ecopacifista e nonviolenta. Rilanciare in Italia il soggetto politico verde, infatti, significa riallacciarlo alla sua storia, alle sue radici di movimento federativo e dal basso, che si batteva non solo per una politica ecologica, ma anche per l’ecologia della politica. Ma in che modo e con quali mezzi è possibile riprendere questo percorso?
«Sappiamo che i mezzi, il metodo di lavoro, gli strumenti che utilizziamo, sono tanto importanti quanto il fine. Dunque dobbiamo adottare il metodo della nonviolenza anche nei rapporti e nell’organizzazione interna (cosa che non abbiamo visto in campagna elettorale) […] Oggi il nostro unico leader è il bel simbolo elettorale che ci ha uniti. Le leadership non sono quelle costruite a tavolino, o per diritto di presenza, o con una mozione. La vera leadership emerge naturalmente, ha una sua forza propria, non si inventa. O c’è o non c’è. Quando c’è è espressione del potere di tutti, ed è sempre una leadership collettiva. […] Pace con la natura e pace tra le persone e i popoli, può essere la sintesi del nostro programma. Non c’è ecologia senza pace, e non c’è pace senza ecologia. La giustizia ambientale e la giustizia sociale trovano una risposta comune nella politica di disarmo: reperire risorse dalla drastica riduzione delle spese militari, per finanziare le politiche ambientali, sociali e gli strumenti necessari alle soluzioni nonviolente dei conflitti. Ecologia e Nonviolenza sono le due gambe sulle quali deve camminare il nostro progetto politico». [ix]
Bisogna sottolineare che il malinconico tramonto del nostro ‘Sole che ride’ va ricondotto soprattutto alla rincorsa ad un successo elettorale fragile, guidato da una leadership personalistica, accentratrice e che non ha saputo far maturare una guida condivisa e collettiva. Ciò non ha agevolato l’effettivo radicamento sul territorio dei gruppi locali iniziali e di quelli creati successivamente, spesso secondo logiche puramente strumentali ed elettoralistiche. La presenza verde non era stata costante e visibile neppure negli anni in cui il “non-partito” verde riscuoteva un discreto successo. Ovviamente, in seguito, è stata quasi del tutto oscurata dal tramonto della sua ‘stella-guida’ e si è quasi polverizzata negli anni successivi, delegando di fatto l’istanza ecologista alle associazioni ambientaliste (che sono altro) ed al trasformismo camaleontico dei partiti tradizionali.
Ammettiamolo: recuperare anni d’inerzia, di rassegnazione e di silenzio non è per nulla facile, ma è comunque possibile. La condizione indispensabile, però, è l’abbandono delle strategie minimaliste di chi persegue in modo miope solo i risultati elettorali, riprendendo invece lo slancio ideale e civile caratteristico d’un progetto globale, pur radicalmente alternativo al comune sentire. C’è bisogno di guardare al futuro senza rinnegare il passato, di energie nuove che si mettano in gioco, d’impegno continuativo sul territorio e di rinnovato entusiasmo. Il recente Manifesto dei Verdi Europei è un documento prezioso in tal senso, in quanto ci presenta un progetto politico estremamente compiuto e non settoriale, nel quale la difesa del Pianeta in pericolo si coniuga con quella delle persone e dei loro diritti umani, civili e sociali.
«Preservare l’ambiente è anche un problema sociale. Il danno ambientale colpisce in modo spesso sproporzionatamente pesante coloro che stanno già lottando, come le comunità a basso reddito ed i paesi poveri, per non parlare delle generazioni future. I progetti per le grandi opere devono essere implementati solo dopo adeguate consultazioni con le popolazioni locali. Noi siamo per la giustizia ambientale. La transizione ad un’economia verde non si verificherà dal giorno alla notte e non sarà sempre facile. I lavoratori e le regioni hanno bisogno di una giusta transizione verso mezzi di sussistenza sostenibili. Dovrebbe essere istituito uno speciale schema europeo per finanziare la riqualificazione e la creazione di nuovi posti di lavoro, fornendo assistenza sociale ed alleviando i timori». [x]
Progetto eco-solidale e nonviolento

Rilanciare il progetto verde anche in Italia, a mio avviso, non va inteso come un modo per cogliere una situazione internazionalmente favorevole ed un’accresciuta sensibilità ai problemi del cambiamento climatico. Sarebbe un’operazione politicamente miope ed eticamente poco sostenibile. Riproporre nella sua globalità la proposta alternativa dei Verdi, viceversa, richiede uno sforzo culturale per uscire dal provincialismo della politica nostrana, molta determinazione e strategie comunicative ben precise. Questo soprattutto in una fase storica in cui prevalgono le semplificazioni strumentali e la banalità degli slogan, mentre le ideologie sono scalzate da un pensiero ‘debole’ dietro cui, in effetti, si cela l’omologazione del pensiero unico, agevolata soprattutto tra i giovani dal subdolo dominio del ‘grande fratello’ mediatico.
«C’è un largo potenziale in un’economia equa, sociale, collaborativa e che si faccia carico delle persone. Nuove forme di economia possono conciliare la ricerca del profitto con l’inclusione sociale e la democrazia politica. Le normative europee dovrebbero consentire strumenti alternativi, come le cooperative, la raccolta diffusa di fondi e l’imprenditorialità sociale. Tutti dovrebbero avere accesso alle risorse condivise – note come ‘beni comuni’ […] Le comunità in tutta l’Europa dovrebbero essere incoraggiate a sviluppare alternative sostenibili ed accessibili ai correnti ruoli dominanti dell’economia di mercato e delle sue lobbies. Il prodotto interno lordo è una misura inadeguata del progresso sociale. Noi vogliamo integrarlo con parametri alternativi, che riflettano le preoccupazioni sociali ed ambientali». [xi]
I Verdi non possono ripresentarsi agli Italiani solo come i portatori del verbo ambientalista, trascurando di dire la loro su problematiche sociali fondamentali come il contrasto alla disoccupazione, la sicurezza delle comunità o la questione migratoria. Un’economia ‘verde’ non dovrebbe essere soltanto ecologicamente più ‘sostenibile’ (termine ormai diventato ambiguo…) ma soprattutto alternativa alla logica del profitto, dell’accumulazione di capitali e dello sfruttamento parallelo delle risorse, umane ed ambientali. Il rischio, in caso contrario, è quello di restare afoni e poco incisivi, politicamente ibridi ed elettoralmente del tutto ininfluenti.
La partecipazione sociale, il decentramento amministrativo, il rispetto delle differenze, il rifiuto delle discriminazioni e di ogni forma di razzismo vanno di pari passo con la realizzazione di una società non più viziata da una visione antropocentrica, rispettosa della biodiversità, aperta al mondo ma non globalizzata, solidale e comunitaria ma senza rigurgiti nazionalisti. Una società nonviolenta, dove i conflitti non si esorcizzano ma si risolvono in modo creativo e non distruttivo. Una comunità capace di costruire relazioni pacifiche e, allo stesso tempo, di opporsi fermamente al perverso intreccio fra produzione ed esportazione di armamenti e proliferazione di conflitti armati.
«L’Europa ha bisogno di essere più attiva nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, sia prossimi sia esterni. Vogliamo investire pesantemente nella prevenzione civile dei conflitti, nella mediazione, nella riconciliazione e nel mantenimento della pace. Affrontare le cause alla radice del conflitto è più facile e più umano che occuparsi delle conseguenze. Ci opponiamo allo spostamento dei fondi europei per finalità militari. Una sicurezza ed una stabilità durevoli non possono essere costruite con le armi». [xii]
Come allargare la base dei Verdi

Uno degli errori che, a mio giudizio, sono stati compiuti da chi ha guidato per un decennio i Verdi italiani è stato quello di chiudersi in una struttura di partito centralizzato ed autoreferenziale, dopo aver affermato (con un’ironia che oggi scopriamo quasi profetica…): “i partiti sono partiti”. Quello strumentale cambio di rotta, infatti, comportò da un lato il rifiuto dell’ideologia verde (e quindi di quella visione globale che fa parte del pensiero ecologista), in nome di un pragmatismo anti-intellettualistico. Dall’altro, ha indotto a costruire un partito sulla misura del suo leader, contraddicendo clamorosamente ciò che si era predicato a lungo a proposito della ‘ecologia della politica’ e, quindi, del rifiuto dei discutibili e sbrigativi metodi di controllo del potere in una tradizionale forza politica.
Un altro errore che vorrei sottolineare, affinché non si ripeta, è stato quello di sottovalutare il contributo che potrebbe venire ad una forza politica verde dal rapporto con interlocutori esterni, ma credibili ed attivi sul territorio. Mi riferisco ovviamente alle spesso travagliate relazioni col mondo dell’associazionismo ambientalista e protezionista (a sua volta sospettoso nei confronti di un ‘partito’ che avrebbe potuto fagocitarlo), ma anche all’assenza totale di rapporti di collaborazione con le organizzazioni pacifiste, nonviolente ed anti-globalizzazione, con le associazioni del mondo del consumerismo, della cooperazione e della solidarietà sociale, nonché con le realtà ecclesiali di base.
Il terzo errore che riscontro è stato quello di oscillare – una volta costituiti i Verdi come partito – tra una gestione accentrata ed una federativa. Un elementare principio di rispetto delle diversità e tipicità di ogni realtà regionale e locale, infatti, richiedeva una struttura decentrata e federale. Questo giusto principio, però, è stato frainteso, come se si trattasse d’una sorta di strutturazione ‘feudale’, laddove ogni organismo regionale veniva reso praticamente autonomo, ma sottoposto alla guida attenta di un ‘vassallo’ del principe. Il risultato è stato l’azzeramento del confronto democratico, ma parallelamente l’assenza di un effettivo coordinamento politico del partito nazionale, che ha selezionato la sua dirigenza non su criteri qualitativi, ma solo in base alla fedeltà a chi lo guidava a livello nazionale.
Quest’analisi che si riferisce al passato dei Verdi non ha alcuna finalità polemica, ma solo l’intento di contribuire ad evitare che l’auspicabile rilancio in Italia di un soggetto politico verde possa ricorrere nuovamente a formule sbagliate, come il leaderismo, l’opacità organizzativa e l’opportunismo un po’ cinico di chi cerca scorciatoie per affermarsi.
La centralità della crisi climatica e l’urgenza di una svolta energetica sono e restano questioni basilari per i Verdi. Bisogna però ripartire da un’agenda politica più ampia ed articolata, evitando di alimentare la strumentale contrapposizione tra le istanze ambientaliste e quelle socio-economiche. Il Manifesto dei Verdi Europei mi sembra già un buon documento da cui partire, senza dimenticare quelli che sono i quattro ‘pilastri’ dei Verdi a livello internazionale: Saggezza ecologica, Giustizia Sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza.[xiii] Non bisogna assolutamente trascurare, infine, il grande ed autorevole contributo che le Chiese Cristiane (cattolica, ortodossa e riformate) stanno dando da decenni all’approfondimento del pensiero ecologista ed al collegamento tra la ‘salvaguardia del Creato’ e le altre due fondamentali dimensioni evangeliche della Pace e della Giustizia.
Anche il rapporto dei Verdi con la Sinistra, pur tenendo conto delle ovvie differenze ideologiche, dovrebbe diventare meno superficiale più attento e produttivo, non di certo per mettere insieme frettolosamente traballanti e poco convincenti coalizioni elettorali (come già successo in passato), bensì per contrastare sia l’ondata nazional-populista e neo-fascista che sta pesantemente inquinando la politica italiana, sia il neo-liberismo che ha contagiato a lungo sia la destra sia la sinistra moderata del nostro Paese.
Allargare la base potenziale dei Verdi a soggetti diversi ma coerenti, dunque, dovrebbe essere un obiettivo strategico da perseguire con costanza, senza dimenticare però che l’attuale struttura organizzativa della Federazione è ridotta da tempo ad una scatola vuota e scarsamente significativa. Il primo impegno da perseguire, quindi, resta la costruzione di una struttura nazionale decentrata e federale, ma non per questo meno efficiente, in cui finalmente ci si possa confrontare democraticamente, decidendo insieme il percorso da compiere ed i mezzi da utilizzare più coerenti con le finalità perseguite.
Chiudo con parole che sintetizzano la profetica proposta di Alex Langer, figura esemplare dell’ecopacifismo italiano, che dopo tanti anni può ancora illuminarci nella ricerca della strada giusta:
«Per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi”, è necessaria una “svolta” che deve puntare a “opportunità reali di auto-sviluppo” per cui diventano imprescindibili “processi di disarmo e smilitarizzazione ed un enorme sforzo teso alla riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, della miseria, della distruzione».[xiv]

N O T E
[i] Mao Valpiana, Dopo le elezioni europee, dove vanno i verdi italiani? Un contributo al dibattito, 12.06.2019 > https://www.pressenza.com/it/2019/06/dopo-le-elezioni-europee-dove-vanno-i-verdi-italiani-un-contributo-al-dibattito/
[ii] ibidem
[iii] Zack Grant & James Tilley, “Fertile soil: explaining variation in the success of Green parties”, West European Politics,
Volume 42, 2019 – Issue 3 (pp. 495-516) > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01402382.2018.1521673 (trad. mia).
[iv] Valpiana, op. cit.
[v] Ibidem
[vi] Emma Graham Harrison, “A quiet revolution sweeps Europe as Greens become a political force”, The Guardian, 2 June 2019 > https://www.theguardian.com/politics/2019/jun/02/european-parliament-election-green-parties-success (trad. mia).
[vii] Valpiana, op. cit
[viii] Ermete Ferraro, “Oftalmologia politica” (03.02.2019) > https://ermetespeacebook.blog/2019/02/03/oftalmologia-politica/
[ix] Valpiana, op. cit.
[x] European Green Party, 2019 Manifesto as adopted by EGP Council, Berlin, 23 – 25 November 2018, p. 5 > https://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Adopted%20%20EGP%20Manifesto%202019.pdf
[xi] Ibidem, p. 8
[xii] Ibidem, pp. 13-14
[xiii] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Green_politics e https://www.globalgreens.org/who-we-are
[xiv] Davide Musso, “Una vita più semplice – Alla ri-scoperta di Alex”, Altreconomia, n. 62, Giugno 2005 > https://altreconomia.it/una-vita-piu-semplice-alla-ri-scoperta-di-alex-ae-62-2/
© 2019 Ermete Ferraro



























La notizia risale a pochi giorni fa. Si è svolta il 13 e 14 novembre a Roma, presso la Scuola Ufficiali, la Terza Conferenza Internazionale sull’Ambiente, organizzata dall’Arma dei Carabinieri, cui hanno preso parte il Ministro dell’Ambiente Costa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri. Il convegno era suddiviso in tre sezioni dal titolo ecologicamente accattivante: il valore della biodiversità; la conservazione della biodiversità; l’attività di polizia a tutela della biodiversità.
L’Italia è arrivata un po’ tardi all’affermazione d’un nesso tra attività militari e tutela dell’ambiente. Questa ambigua operazione mediatica (che ho sintetizzato con la metafora della ‘mimetica’ dei soldati, che serve a ben altro che a far sentire quelli che l’indossano in armonia col contesto naturale… ) ha origine fuori dal nostro Paese. Basta visitare i siti web di altri ministeri della difesa per imbattersi in varie perorazioni dell’importanza delle forze armate nella salvaguardia ambientale. Cominciamo dalla vicina Francia, sul cui sito del Ministère des Armées si legge:
Tornando alla Terza Conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei Carabinieri, ritengo comunque interessante cercare di capirne la strutturazione e l’obiettivo, non tanto sul piano culturale e scientifico, quanto per comprendere meglio la strategia ‘ambientalista’ delle forze armate italiane. Ci aiuta un articolo apparso sul sito de La Dea della Caccia, che si autodefinisce “il magazine delle passioni venatorie, natura ambiente e non solo”. Per fare onore all’impegnativo titolo dato al convegno: “Biodiversità: motore della vita sulla Terra” , esso ne prevedeva la trattazione su tre piani: il suo valore, la sua conservazione e l’attività di polizia a sua tutela.
Fa quindi amaramente sorridere che, in quel contesto, la ministra Trenta abbia disinvoltamente dichiarato:
A questo punto mi sembra chiaro che bisogna demistificare lo pseudo-ambientalismo delle Forze armate, pur riconoscendo la funzione di un organo civile e qualificato di polizia ambientale, capace di prevenire e di reprimere i reati in materia. Non basta però smascherare i goffi tentativi di camuffamento dei militari, che usano la mimetica per farsi credere difensori della natura e farci dimenticare la loro pesante impronta ecologica sulla terra, i mari ed i cieli del nostro Paese.
Sono trascorsi tre anni e mezzo da quando si è spenta la luminosa stella di Antonio D’Acunto, l’ingegnere napoletano settantaquattrenne che ha lasciato un segno notevole nella recente storia del movimento ecologista italiano, sia da consigliere regionale della Campania, sia come instancabile animatore di esperienze ambientaliste di base. L’Amministrazione Comunale di Napoli ha voluto giustamente onorarne la memoria con targa e medaglia, intitolandogli il nuovo Parco Ecologico di Piscinola. Il Sindaco de Magistris, nel corso della sua commemorazione ufficiale, lo dipinse sinteticamente come: «…un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico.»
E’ evidente che quella espressione evocava “La città del Sole” , titolo dell’opera che il filosofo calabrese Tommaso Campanella scrisse nel 1602
Anche la Civiltà del Sole proposta da Antonio D’Acunto non era affatto una mera ipotesi teorica né una fantasticheria idealista bensì un meditato progetto, che nasceva dalla dolente consapevolezza dell’insostenibilità d’un modello di socialità e di rapporto con la natura che, alimentato dal fideismo scientista e dal capitalismo imperante, ci è stato finora imposto come l’unico paradigma possibile. Ciò che egli si è sforzato di dimostrare nei suoi scritti, quindi, non era solo la necessità di abbandonare quanto prima un modello energetico vetusto, inquinante e giunto ormai alle soglie dell’esaurimento delle risorse fossili cui attinge. Ciò che in essi risalta, piuttosto, è l’esigenza di una conversione ecologica più generale, che ci porti fuori dalla logica dello sfruttamento e del consumo, a loro volta dominati dall’accentramento/controllo delle risorse energetiche.
Cercare la modalità giusta di transizione ad una società ecologica richiede una grande capacità di guardare avanti, di essere ‘visionari’, ma anche di mantenersi sul piano della concretezza e di proporre un percorso comprensibile e praticabile. E’ sicuramente vero – e D’Acunto lo sapeva molto bene – che di tempo a disposizione ormai non ce ne resta molto. E‘ però altrettanto vero che nessun vero cambiamento è possibile se non si riesce a disseminarne pazientemente i principi basilari e a dimostrare che non si tratta di decisioni delegabili ad un vertice politico più o meno illuminato, ma di scelte che ci riguardano tutti e tutti i giorni, come persone e come comunità.
Non è difficile avvertire, nel tono lirico che D’Acunto assumeva quando parlava della Natura, tutto l’amore e, direi, la venerazione che provava nei confronti dell’indicibile bellezza e perfezione di ciò che gli uomini di fede chiamano Creato. Egli, pur da laico, ne ha sempre avvertito il profondo richiamo e, al di là di riflessioni scientifiche e di ogni credo religioso, con la sua insistenza sul valore centrale della biodiversità, ritengo che egli sia stato uno splendido interprete dello spirito francescano racchiuso nel ‘Cantico delle creature’.
Ma il Sole è da considerare ‘buono’ anche perché è giusto, poiché offre luce e calore – e quindi energia – a tutti gli esseri viventi, senza differenze e senza nessun vantaggio per se stesso. Per citare ancora D’Acunto:


Ovviamente faccio i migliori auguri di buon lavoro a Sergio Costa, un illustre Napoletano ed un grintoso ambientalista piazzato in prima linea dal governo penta-leghista, dal quale sono certo che riceveremo presto segnali positivi. Però, lo ripeto, questo non può bastare. Delle ‘cinque stelle’ da cui prende nome il Movimento che lo ha fortemente voluto all’Ambiente – come ho già osservato nel mio precedente commento – temo che alcune possano già essere definite ‘cadenti’. Se si pensa che esse si riferivano originariamente ad: acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia
Sono certo che, nel caso di Costa, il pragmatismo del politico non tradirà i convincimenti ambientalisti della persona. Sta di fatto, comunque, che egli si trova a far parte di un esecutivo che esprime ben altre scelte e priorità, a cominciare da quella – martellante – delle politiche di respingimento dei migranti e di tutela degli ‘interessi nazionali’. Beh, se una cosa avrebbe dovuto insegnarci l’esperienza ultratrentennale dei Verdi – intesi come soggetto politico nato per superare l’ambientalismo settoriale e per configurare un progetto globale ed alternativo di società e di sviluppo – era proprio che un vero ecologismo non può mai essere ridotto a scelte auspicabili, ma comunque settoriali. Essere ‘verdi’ – secondo i ‘quattro pilastri’ del movimento a livello internazionale – dovrebbe risultare dall’integrazione di dimensioni strettamente correlate fra loro: “Saggezza ecologica, Giustizia sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza”
Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa. Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…
Non c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia”
Con poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.
Beh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista, come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…
Da molto tempo volevo intervenire sul tema dell’obbligo vaccinale in generale e, nello specifico, sulla recente normativa che da alcuni mesi ne estende ulteriormente l’applicazione nel nostro Paese.
Cominciamo da casa nostra. Il 25 maggio scorso, mentre il consigliere dei Verdi alla regione Campania depositava la sua proposta di legge sulla vaccinazione obbligatoria per l’accesso ad ogni ordine di scuola, Paolo Galletti (storico esponente della Federazione dei Verdi italiani, di cui è stato uno dei fondatori, che ha a lungo rappresentato sia nel Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna sia alla Camera dei Deputati) ha pubblicato sul sito nazionale questo articolo: “Decreto vaccini, una forzatura non motivata”. Il titolo è già di per sé significativo, ma che cosa esattamente contesta Galletti e a cosa attribuisce questa decisione?
E’ il caso di citare, a proposito dei Verdi francesi, la posizione molto più netta dell’europarlamentare Michèle Rivasi (biologa, già docente di scienze naturali nei licei e alI’Istituto Universitario di Formazione degli Insegnanti, ex direttrice di Greenpeace France ed esperta di Sanità ambientale allo stesso Parlamento europeo – dalla quale però l’EELV ha preso prudentemente le distanze. Autrice di un’iniziativa ‘scandalosa’ di contestazione dell’obbligo vaccinale.
Da questa panoramica sulle posizioni assunte dai principali partiti verdi in merito alle vaccinazioni imposte per legge emergono due fondamentali elementi comuni: (a) il rifiuto della scelta d’imporre dall’alto un trattamento sanitario obbligatorio, anziché informare adeguatamente e puntare sul senso di responsabilità dei cittadini; (b) la diffidenza verso politiche sanitarie non sufficientemente attente a rischi ed effetti collaterali connessi alle vaccinazioni ma, viceversa, pesantemente condizionate dalle industrie farmaceutiche. Come si vede, gli aspetti giuridici e strettamente sanitari sono strettamente connessi ad una visione ecologista da sempre aperta ad una visione olistica della medicina, attenta alla crescita della responsabilità personale e collettiva dei cittadini e preoccupata per la crescente tendenza all’utilizzo di chimica e biotecnologie ed al loro impatto sulla natura e sugli stessi esseri umani.
Dopo aver fatto riferimento al caso delle campagne di vaccinazione anti-influenzale ed anti-morbillo e ai loro punti di debolezza ed ambiguità, Bellavite cita la posizione critica di un noto studioso in materia, dimessosi lo scorso aprile da vice-direttore della sanità regionale piemontese:
Gran parte delle pagine seguenti sono dedicate a fare una opportuna distinzione fra il concetto di ‘sicurezza’ dei vaccini e quello concernente invece la loro totale ‘innocuità’, equivoco su cui si basano le pretese certezze dei vaccinisti ad oltranza, contrapposte a chi nutre dubbi in proposito.
Un recente articolo di Rocco Artifoni (autore nel 2014, insieme con Filippo Pizzolato, del libro “L’ABC della Costituzione”, con prefazione di don Luigi Ciotti) affronta il tema della costituzionalità delle disposizioni legislative che impongono le vaccinazione obbligatorie. Egli fa, a tal proposito, un’interessante rassegna della giurisprudenza in materia, riportando alcune precedenti sentenze della nostra Corte Costituzionale, di cui mi limiterò a citare alcuni passi.
Tornando alla prospettiva ambientalista dalla quale sono partito – che è poi l’aspetto che maggiormente m’interessa sottolineare – mi sembra opportuno fare riferimento anche ad un articolo pubblicato dal periodico ecologista AAM-Terra Nuova nel quale si sottolineano ulteriori ‘punti di incostituzionalità’ del decreto vaccini e della legge che lo ha recepito. Il documento, redatto dal gruppo di avvocati denominato ‘Giuristi per l’azione popolare’, ha stilato un elenco delle criticità del provvedimento sull’obbligatorietà di alcuni vaccini. In estrema sintesi, esse sarebbero le seguenti: 1) disparità di trattamento tra scuole dell’infanzia e scuola dell’obbligo; 2) compressione della libertà di scelta; 3) assenza di presupposti per l’adozione del provvedimento provvisorio in forza di legge; 4) mancata previsione, a carico dello Stato, di un’equa indennità; 5) negazione al sistema di istruzione e di formazione.