Liberazione e Libertà
di Ermete Ferraro
Si è celebrata ieri la Festa della Liberazione, ricorrenza che dopo 63 anni continua ad alimentare rozze polemiche in un’Italia dove, in nome di quella “libertà” che sembra essere diventata la “casa” di neoconservatori ed ex fascisti, si persevera nel revisionismo storico, che proprio il senso di quella storica data vorrebbe cancellare dalla memoria degli Italiani.
Ma non è di questo che voglio occuparmi. Cercherò, invece, di far luce sul senso dello stesso vocabolo libertà, sempre più “parola-attaccapanni” usata cinicamente per appenderci abiti vecchi e nuovi e di qualsiasi colore (si va dal bianco al nero, passando per l’azzurro, il verde ed il rosso…).
Come sempre, mi lascio aiutare dall’analisi etimologica, perché l’esperienza mi ha insegnato che se ricercano attentamente le origini di un vocabolo, spesso si arriva a comprenderne il senso più profondo, nascosto, molto spesso ormai perduto.
Ebbene, in Italiano l’aggettivo LIBERO ed il corrispondente nome astratto LIBERTA’ sono ovviamente simili alla corrispondenti espressioni neolatine (es.: Fra.: LIBRE/LIBERTE – Spa: LIBRE/LIBERTAD – Rum: LIBER/LIBERTATE), tutte derivate dal Lat: LIBER- /LIBERTAS, a loro volta riconducibili ai vocaboli greci: ELEUTHEROS/ELEUTHERIA e, in ultima analisi, alla radice indoeuropea *LEUDHO.
Un discorso a parte va fatto per le espressioni inglesi (FREE/ FREEDOM) o tedesche (FREI/ FREIHEIT), che invece ci riportano a più antiche e comuni forme germaniche (es.: Got.: FREIS), a loro volta ispirate alla radice sanscrita: *PRIYAH /*PRIJATI.
La differenza semantica fra le parole di ceppo latino e quelle di ceppo germanico è che la sequenza *LEUDHO > ELEUTHEROS > LIBER ci riporta ad un’origine per così dire “gentilizia” (nel senso che la radice indeuropea esprime come significato-base quello di “popolo”, “gens”), mentre la sequenza *PRIYAH > FREIS > FREI/FREE lascia intravedere un significato più “affettivo” (poiché il senso della radice indiana è “amato”, “caro”, cui s’ispira anche la parola germanica parallela FRIEDE, che significa “pace”).
Insomma, mentre nella tradizione latina e neolatina l’aggettivo /LIBERO/ è riconducibile semanticamente soprattutto al concetto giuridico e civile di “privo di vincoli”, “non schiavo” e quindi “indipendente” (in quanto “appartenente al popolo”, di “nobile nascita”), in quella germanico-anglosassone l’accento cade piuttosto su un legame affettivo e sentimentale (amato, che sta in pace…). Una sorta di compromesso logico fra le due famiglie linguistiche, d’altra parte, è riscontrabile nel fatto che in lingua latina /LIBERI/ indicava non a caso sia i cittadini dotati di diritti e non soggetti a schiavitù, ma significava anche “figli”, membri di un gruppo familiare non solo per diritto, ma anche per profondi legami affettivi. Credo che questo approfondimento etimologico non sia inutile, visto che ci riporta ad un dilemma etico-religioso fondamentale, intimamente connesso al significato stesso della parola “libero” e del concetto stesso di “libertà”.
La domanda è, infatti: quest’ultima è per noi soltanto un termine giuridico, che sancisce la nostra indipendenza da vincoli e legami esterni (cosa peraltro da sottovalutare affatto, visto che proprio per la liberazione, personale e collettiva, tante persone hanno combattuto nei secoli, hanno consacrato la propria vita e spesso non hanno esitato ad affrontare la morte…), o questa parola riesce a richiamarci anche ad un senso più intimo, interiore ed affettivo del nostro rapporto con gli altri? Sono convinto che a risposta ce l’abbia già data duemila anni fa Gesù Cristo, rispondendo al legalismo ipocrita dei farisei, che lo incalzavano con le loro provocazioni: <<“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire ‘Diventerete liberi’?” Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato […] se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” …>> (Gv 6,31 ss).
Sono passati due millenni, e di una una civiltà che si definisce "cristiana", eppure ci sono ancora troppi convinti che "la Legge" e la loro condizione di cittadini garantiscano ed assicurino la loro libertà, data per acquisita una volta per sempre. Il guaio è che, come per quei Farisei, per molti essere liberi è un concetto puramente giudico e formale, che non comporta nessuno sforzo personale né una scelta morale spesso difficile. Io penso invece che, credenti o no, faremmo meglio a di smetterla di crederci liberi solo per diritto di nascita. E non perché secoli di civiltà giuridica non ci abbiano ormai convinti che nasciamo liberi cittadini e non sudditi; esseri umani autonomi, capaci di libero arbitrio e non “pupi” manovrati da fili in mano ad altri, ma piuttosto perchè è pericoloso considerare la libertà uno status acquisito una volta per sempre. E’ la stessa storia dell’uomo a dimostrarci che si tratta di una condizione molto fragile e delicata, che richiede a tutti noi di essere, ogni giorno, protagonisti della nostra liberazione, senza mai dimenticarci dei troppi fratelli che, tuttora, sono soggetti a vecchie e nuove schiavitù.
Evidentemente, oggi come allora, non ci basta dichiararci “figli di Abramo” oppure “cittadini di uno Stato democratico” per essere davvero liberi, se la nostra libertà non è alimentata dalla verità e dall’amore e se la nostra civiltà resta contraddistinta dalla mistificazione e dalla rivalità. Ecco perché recuperare il significato "affettivo" della parola connesso alla radice germanica può aiutarci anche a comprendere finalmente che non potrà mai esserci libertà senza pace né pace senza libertà.



Quando si fanno questi discorsi, c’è sempre qualcuno che obbietta: sì, vabbè, bisogna difendere i principi: ma noi comuni mortali che cosa possiamo fare? Ebbene, la prima da fare è non scordarci che siamo in campagna elettorale e che, da cittadini-elettori, abbiamo tutto il diritto-dovere di chiedere ai nostri referenti politici di schierarsi senza ambiguità e senza cinismo su questa terribile vicenda. Ci hanno già rubato il diritto di sceglierci i rappresentanti in Parlamento. Cerchiamo almeno di far pesare la nostra ferma volontà di non votare quelle forze politiche che non abbiano il coraggio di esprimere un chiaro dissenso nei confronti del sistema di potere cinese, mettendo in atto tutte le possibili forme di opposizione nonviolenta (non-collaborazione, boicottaggio ed altre forme di dissociazione e pressione) nei riguardi di chi reprime nel sangue ogni affermazione di diritti umani e d’identità culturale, linguistica e religiosa.
" Cinque anni fa gli Stati Uniti d’America lanciarono una criminale invasione dell’Iraq. Cinque anni più tardi sono morti più di un milione di Iracheni. Sono morti almeno 4000 americani. Centinaia di migliaia sono stati gravemente feriti. Milioni di persone sono state sradicate. La distruzione di un paese. L’annullamento del controllo della legge. Per far cosa? In questo quinto anniversario unitevi al treno della pace di Nader e Gonzalez. Il treno della pace che giungerà al suo traguardo tra sei mesi. Per portare a casa, via dall’Iraq, le nostre truppe. Per restituire agli Iracheni il loro paese . Per restituire agli Iracheni il loro petrolio. Andiamo via. E quando annunciamo che stiamo andando via in sei mesi, certi che toccheremo il fondo dell’insurrezione e metteremo insieme i tre gruppi – Sciiti, Sunniti e Curdi – per un Iraq unificato. Essi dovranno venire insieme. Perchè l’alternativa è un totale bagno di sangue. Ma, per prima cosa, dobbiamo andar via. Dobbiamo stabilire una data certa di sei mesi. Nader e Gonzalez vogliono stabilire questa data certa. Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Nader e Gonzalez vogliono portare le compagnie petrolifere statunitensi fuori dall’Iraq. Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Nader e Gonzalez vogliono portare tutte le basi statunitensi fuori dall’Iraq. Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Nader e Gonzalez vogliono tagliare il gonfiato e distruttivo bilancio miliare . Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Clinton, Obama e McCain. Nader e Gonzalez. Come la notte e il giorno. la guerra e la pace. Che cosa c’è di meglio per fare ammenda, in questo quinto anniversario? Lavorare per la pace. Unirsi al treno della pace di Nader e Gonzalez […] Lavorate per la pace. Unitevi a Ralph Nader e Matt Gonzalez, che fin dall’inizio si sono opposti a questa guerra. e lavorate con i gruppi pacifisti in tutti il mondo per farla terminare…" 
Se manca il collante di un modello di sviluppo profondamente diverso, che abbia il coraggio di parlare di "decrescita"; se non si vuole proporre un tipo di convivenza civile che sappia puntare più sulla "comunità" che sulla "società"; se si continua a depurare ipocritamente il pacifismo della componente antimilitarista, per non sfidare apertamente il complesso militare-industriale con una strategia di difesa civile e di resistenza nonviolenta; se la tutela dei diritti individuali perpetua il mito illuminista di un liberalismo che sa diventare libertario, ma rifugge inorridito da ogni limite etico e da una vera solidarietà; se, insomma, ci si limitasse a far convivere in un programma elettorale istanze che non prefigurino una visione globale altra ed un modo differente di fare politica, beh, possiamo pure appoggiare e votare questa coalizione, ma corriamo il rischio di scontare, prima o poi, le riserve mentali di ciascuno e la mancanza di un’effettiva unità.
Per carità, non fraintendetemi. Da nonviolento ed ecopacifista storico, personalmente apprezzo molto sia il nome sia il simbolo della nuova formazione. Da primo eletto a Napoli dei Verdi (nel lontano 1987), e come primo e unico capogruppo circoscrizionale (nel 1995) di una formazione denominata "Verdepace-Arcobaleno", nessuno più di me può condividere questa scelta, che mi ricorda pure l’esperienza napoletana dell’associazione "Verdarcobaleno", iniziata proprio in quegli anni insieme con l’amico Antonio D’Acunto, ultimo consigliere regionale dei "Verdi Arcobaleno". Quello che mi convince di meno non è infatti né il logo iridato (che mi riporta col pensiero a tante battaglie antimilitariste e pacifiste), né la parola "Sinistra" (che semmai mi ricorda la breve, ma positiva, esperienza che ho fatto da primo presidente "verde" di una Circoscrizione napoletana, alla guida di una…minoranza che potrebbe oggi tranquillamente identificarsi nella nuova formazione politica).