UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA…

 
Oggi, 19 aprile, ricorrono vent’anni dal mio matrimonio con Anna. Solitamente, in questi casi, le mogli sono contente se il marito le porta a cena fuori o se organizza qualcosa di speciale. Anna no: mi ha solo fatto capire che ci teneva che fossimo presenti ad un incontro per le famiglie della nostra parrocchia, su all’Eremo dei Camadoli. Confesso di averla assecondata con scarso entusiasmo, ma devo ammettere che abbiamo trascorso una giornata molto particolare, in cui si sono sposate le fondamentali parole delle letture di questa II domenica di Pasqua con quelle di una profetessa del nostro tempo, Chiara Lubich, che del carisma dell’unità e dello spirito di famiglia ha saputo fare il motore del movimento dei Focolari.
Le parole degli Atti degli Apostoli tornavano, infatti, particolarmente a proposito, quando ricordano che i primi cristiani avevano: “…un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune […] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno…”
Quando si leggono queste parole, la prima considerazione che sorge spontanea è, ovviamente, che due millenni dopo, di questa originaria “communio” dei credenti in Cristo purtroppo è rimasto molto poco, se c’è addirittura chi giunge a presentare la difesa della proprietà privata come una bandiera della civiltà cristiana, facendo finta di non capire che non è un caso se il numero dei “bisognosi” è in costante crescita, e che tutta la nostra società si muove, di fatto, in una logica del tutto opposta, risultando sempre più divisa, profondamente iniqua e sempre meno solidale.
E’ peraltro evidente che il “comunismo” dei primi cristiani aveva un’altra origine, che non è possibile rinnegare senza distruggere le fondamenta stesse della fede cristiana. La comunità (d’intenti, di beni e di servizi) nasceva infatti da una “con-cordia” di fondo, cioè da quella convinzione che, come scriveva Giovanni nella sua prima lettera: “…chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato […] Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo…”
Ma che significa oggi cercare di ritornare ad essere “un cuor solo e un’anima sola” ?  Che cosa comporta scegliere di ritornare a quella radicalità evangelica, che è ricerca di unità e di comunione con i fratelli come unica strada per giungere alla comunione con Dio Padre?
La risposta di Chiara Lubich è stata l’invito a “fare unità”, allargando i confini della nostra famiglia a tutti quelli che ci capita d’incontrare e che sono, quindi, il nostro prossimo. Non si tratta di dichiarazioni di principio o di principi astratti: dobbiamo prenderci sul serio come Cristiani e metterci al servizio di tutti, perché amare è proprio questo. Si tratta di una verità semplice quanto sconvolgente, con la quale bisogna fare i conti, lasciando che la rivoluzione dell’amore diventi qualcosa di concreto e di tangibile, in modo da “vincere il mondo” e le sue lusinghe materialistiche, individualistiche ed edonistiche.
Quella sessantina di persone – fra cui molte coppie – che hanno trascorso con noi questa strana festa di anniversario nel convento camaldolese testimoniano già l’impegno di una comunità parrocchiale che non si accontenta del consumismo religioso e che, sotto la guida del suo pastore, sta incamminandosi su questa strada di condivisione e di fraternità. Il pericolo è che star bene insieme possa trasformarsi in una scelta auto-gratificante ed auto-consolatoria, che chiuda il cerchio della “communio” intorno agli amici ed a coloro che la pensano come noi.
Al contrario, la sfida è quella di costruire questa comunità uscendo dalla logica ristretta del gruppo o della parrocchia, proprio per contagiare col nostro amore cristiano chi è molto diverso da noi o non accetta per nulla quel messaggio, se non è reso credibile da una testimonianza autentica e diretta. Lo stesso matrimonio – come più volte abbiamo riflettuto col nostro parroco – tradirebbe lo spirito cristiano se ci portasse a chiudere la “famiglia” come un recinto intorno ai nostri cari, quasi per proteggerla dal contagio di chi sta fuori. 
E’ esattamente il contrario: dobbiamo “fare unità” con chiunque ci sia “prossimo” e questo anniversario… “comunitario” è stato un modo di farne esperienza. 
 

UNA QUARESIMA PER RISORGERE…

 
E’ difficile condividere con dei non credenti lo spirito della Quaresima, uscendo dai luoghi comuni e dalle banalità che avvolgono solitamente una delle manifestazioni più evidenti della religiosità popolare, e quindi di quel ritualismo che spesso costituisce il sostituto di un’autentica religiosità.
E’ difficile, talvolta, dialogare perfino con quelli che si dicono Cristiani, ma considerano il periodo quaresimale solo come uno dei periodi preparatori alle grandi festività dell’anno liturgico; una specie di parentesi oscura – con connotazioni vagamente medievali – che consentono di far risplendere ancor di più la gioia e la festa per la Resurrezione.
Eppure senza Quaresima la stessa Pasqua non avrebbe senso. Senza passione e morte non ci sarebbe risurrezione. Se ne stanno tragicamente accorgendo, sulla propria pelle, i nostri fratelli e sorelle di quell’Abruzzo sconvolto dal sisma, che in pochi attimi ha azzerato vite, famiglie, case, attività, beni e patrimoni, aprendo davanti a loro un vero e proprio baratro di annientamento e, in certi casi, di disperazione e di rabbia.
Ma attenzione: questo non significa che il male del mondo (violenze, stragi, disoccupazione, fame, guerre…) sia in qualche modo da considerarsi un bene, in quanto consentirebbe, per contrasto, di apprezzare la bontà, il lavoro, il benessere o la pace. Credo che si debba stare attenti a non banalizzare anche il male, riducendolo ad uno dei termini di un eterno conflitto, come ad esempio ipotizzato da alcune religioni come quella di Zoroastro o da deformazioni dello stesso cristianesimo.
Già nell’Antico Testamento, del resto, sventure lutti ed altre disgrazie e malattie venivano scaricate sul capo del pio e felice Giobbe proprio per metterne duramente alla prova la fede, in una sorta di “scommessa” tra il Padreterno e il Diavolo. Ma non mi pare che questo voglia comunicarci che “i mali” siano il contrario del bene e della beatitudine, ma piuttosto che quella che ci viene proposta non è una fede facile ed appagante, bensì una scelta che comporta difficoltà e sofferenze.
Come scrivevo oltre un anno fa su questo blog, a proposito delle “beatitudini”: “ la "buona notizia" di Gesù Cristo è resa efficacemente in questa apparentemente paradossale chiave di lettura, l’unica che ci può indurre ad aspettarci serenamente ciò che nessuno mai si augurerebbe e che, è bene chiarirlo, non diventa automaticamente buono solo perché può fungere da strumento della nostra santificazione. Il discorso di Cristo non è affatto l’esaltazione della sofferenza patita né può in alcun modo giustificare coloro che affliggono il loro prossimo e  lo lasciano  nella fame e nella sete, oppure che fanno le guerre e perseguitano chi gli è d’intralcio. […] Il programma alternativo di questo regno è tanto semplice quanto assurdo per la nostra mentalità: dobbiamo diventare: "poveri in spirito", cioè umili, ma anche "miti", "misericordiosi", "puri di cuore", "operatori di pace". Attenzione: nessuno dice che dobbiamo andarci a cercare masochisticamente afflizioni, sofferenze, disprezzo, diffamazioni ed insulti, ma il guaio è che sappiamo bene che chi decide di imboccare la "porta stretta" di Gesù, seguendolo su questa difficile strada, ha ottime probabilità di tirarsi addosso, una dopo l’altra, queste spiacevoli conseguenze…”.
di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag

UNA QUARESIMA…(segue)

Di fronte alle sciagure “naturali”, come i disastri causati dal terremoto, ma soprattutto di fronte ai disastri direttamente provocati dall’uomo, come quello ecologico o la spaventosa crisi finanziaria che sta affliggendo milioni di persone, è legittimo chiedersi allora se essi possano essere letti anche come “segni dei tempi”. Non come tragedie da esorcizzare ma, al contrario, come drammatici appelli ad un cambiamento troppo rinviato e mai realizzato.
Un interessante dossier pubblicato sul numero di aprile del mensile cattolico Il Messaggero di sant’Antonio, dal titolo “La Chiesa italiana di fronte alla crisi” , si sofferma proprio sulle disastrose conseguenze economiche e sociali che la crisi della finanza mondiale ha avuto ed avrà ancora sull’esistenza quotidiana di tantissime persone. Questo periodo fosco e doloroso, d’altra parte, viene considerato da quasi tutte le organizzazioni del laicato cattolico impegnato nel sociale come “al contempo una difficoltà ed un’opportunità”, in quanto ci offre l’occasione per riflettere sull’assurdo modello di sviluppo in cui siamo imprigionati e per rilanciare un’alternativa etica di sviluppo più sobrio, giusto e solidale.
Cambiare stile di vita e rimettere al centro l’etica evangelica non è, ovviamente, qualcosa che scaturisca automaticamente dalla crisi attuale. E’ però un’occasione da non perdere per riconsiderare le nostre priorità e per ripensare al bene comune ed ai valori veri, che non sono quelli quotabili in borsa…
Ebbene, questa Quaresima c’interpella nuovamente, chiedendoci quella “metanoia” indispensabile ad un cambiamento da cui possiamo aspettarci solo la conferma di aver aderito ad una religione che non ci assicura la felicità a buon mercato, ma piuttosto la beatitudine di chi sa che seguire Gesù significa amare, servire, dare senza attenderci nulla in cambio.
Chi vuole conservare la propria vita la perderà – egli ci ha ammonito –  e noi sappiamo bene che se cercassimo di conservare a tutti i costi il nostro stile di vita potremmo solo accelerare la catastrofe ecologica ed alimentare i conflitti bellici, mettendo così in discussione anche la nostra stessa sopravvivenza.
Per non continuare a svendere la nostra salvezza in cambio di 30 danari, abbiamo solo un’alternativa: cambiare radicalmente strada, per far uscire la Parola di Dio da quel sepolcro di convenzioni, accomodamenti e compromessi entro cui l’abbiamo troppo a lungo seppellita, imbalsamando la fede al punto da farne, come i farisei, una ritualità vuota quanto ipocrita.
Lasciamo ad altri la pasqua dei coniglietti e delle uova di cioccolato, che ormai non ci riservano più neppure una vera sorpresa. Per chi crede, Pasqua era e resta un “passaggio”, un cambiamento profondo che non possiamo più rinviare e che ci richiede fede autentica, speranza solida, ma soprattutto amore vero, capace di produrre frutti di giustizia di pace e di solidarietà.   
di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag

DA ‘FORTAPASC’ ALLA CITTA’ INCLUSIVA

 
A Napoli, tra le iniziative promosse in vista del Forum Universale delle Culture – che vi si svolgerà nel 2013 – si è tenuto, ieri ed oggi, il primo Workshop internazionale sul “World Cities Management”, in particolare sul tema “La città inclusiva”.   L’importante confronto fra amministratori locali provenienti da tutte le parti del mondo, dedicato a “riflessioni e proposte sui processi d’inclusione e d’esclusione sociale nelle città”, si è articolato in tre sessioni:                      1) Città: vecchie e nuove povertà; 2) Welfare locale: inclusione, strategie e management;                  3) Globalizzazione, flussi migratori: la memoria del futuro.
Purtroppo non ho potuto partecipare se non alla prima sessione, essendomi impegnato con una delle mie figlie ad accompagnarla con le sue amiche ad un concerto a Caserta, dove, per trascorrere quelle lunghe ore, ho bighellonato con mia moglie per la città e per il “Real sito di San Leucio”. Poi abbiamo deciso di andare al cinema e la scelta è caduta su “Fortapàsc”, il bellissimo film di Marco Risi che ricorda la drammatica vicenda dell’omicidio del giornalista Giancarlo Siani, nel 1985, per mano di quella camorra che egli aveva avuto la colpa di rappresentare nel suo trionfalistico quanto rozzo attacco quotidiano alla legalità. Un ‘sistema’ che condannava la città al degrado morale, al sottosviluppo economico ed alla corruzione politica.     La Torre Annunziata evocata dal film assomiglia a tante altre realtà urbane del Sud, grandi e piccole, mortificate dalla peggiore forma di potere, che non lascia spazio alla dignità, alla libertà e alla giustizia, ma pretende supina accettazione delle sporche regole di chi si pone come antistato.
Ebbene, tornando col pensiero al forum del mattino sulla città “inclusiva”, mi sono venuti alla mente i suoi valori di riferimento, sintetizzati nella “Carta di Lipsia” del 2007 sulle “città europee sostenibili”. In quel documento si parlava di: sviluppo urbano integrato, creazione di spazi pubblici di qualità, modernizzazione delle infrastrutture e miglioramento dell’efficienza energetica, politiche attive nel campo dell’istruzione, attenzione ai quartieri urbani degradati, strategie per migliorare l’ambiente fisico, potenziamento dell’economia locale, politiche proattive per bambini e giovani ed efficienza dei trasporti urbani. Bellissimi concetti, ma quanto di essi riscontriamo nelle nostre realtà urbane?  Purtroppo ben poco, e questo spiega perché diventa sempre più difficile vivere in città che non soltanto sono poco sostenibili sul piano ambientale, ma appaiono la sintesi di tutte le contraddizioni di un modello di sviluppo assurdo ed iniquo.
Altro che “inclusione” ! La drammatica verità è che nostra realtà tende ad escludere sempre di più e sempre più persone, rendendo stridente il contrasto fra vecchi e nuove povertà ed uno spreco vistoso ed insopportabile di risorse; fra incapacità di gestire la propria stessa esistenza ed arroganza del potere.
 D’altra parte, dalla terminologia utilizzata nella Carta di Lipsia (sviluppo, modernizzazione, miglioramento, potenziamento, efficienza…) traspare una visione un po’ ambigua, che alterna obiettivi qualitativi ad aspetti meramente quantitativi, tipici del nostro modello assurdamente lineare di sviluppo, inteso come “crescita”. Ma a chi vive nelle nostre città non serve avere “di più” quanto stare “meglio”; non tanto diventare maggiormente “efficienti” e “moderni”, quanto riprendere in mano il proprio futuro ed essere davvero cittadini anziché sudditi. La camorra e le altre mafie trovano non a caso il loro spazio vitale nelle comunità più degradate, nei comuni peggio amministrati, nelle realtà dove ancora non esistono veri diritti, ma privilegi e favori.
“Fortapàsc”, allora, non è solo la città ottusamente chiusa in se stessa, senza regole e che tende ad alzare muri per difendersi dal cambiamento e dalla contaminazione esterna. Credo che sia ogni comunità dove il potere è cristallizzato, come i rapporti economici e sociali; dove la solidarietà è selettiva e familisticamente amorale, ma non sa aprirsi agli “altri” e ai “diversi”, cui reagisce con diffidenza ed ostilità. La “città inclusiva”, al contrario, dovrebbe abbattere i bastioni del fortino dentro il quale relazioni ingiuste si consolidano e si giustificano, lasciando marcire le ingiustizie per reclutare disperati e sbandati a nuove imprese criminali. La “città inclusiva” dovrebbe essere una comunità che, pur non rinunciando alla propria identità socio-culturale, sa entrare in una dimensione più ampia, che non può però essere confusa con l’attuale processo pervasivo di globalizzazione forzata, cioè di omologazione al modello dominante.
Ecco: inclusione come interazione positiva e creativa con gli altri, per non escluderli ma anche perché sono delle straordinarie risorse per una comunità più giusta e più pacifica.

TOGLIERE LE BASI ALL’INDIFFERENZA…

          DI ERMETE FERRARO
Sabato 14 marzo a Napoli c’è stata una manifestazione nazionale contro la guerra e le basi militari. Il primo elemento che l’ha caratterizzata è stato l’assordante silenzio dei media e la sonnacchiosa indifferenza d’una città narcotizzata sia dalle emergenze quotidiane di chi ha problemi, sia dal diffidente menefreghismo dei benestanti .
Nell’Antisala dei Baroni, al Maschio Angioino, di mattina c’erano quasi solo gli ‘addetti ai lavori’ a partecipare all’assemblea“Togliere le basi alla guerra”, per cui il confronto, utile e necessario dopo un lungo vuoto d’iniziative, ha riguardato quasi esclusivamente vecchi e più recenti militanti antimilitaristi e pacifisti, napoletani ma anche siciliani, liguri e veneti.
Nel pomeriggio, il colorato e vivace corteo – partito da piazza del Gesù Nuovo e diretto alla Stazione Marittima – ha sì raccolto un universo variegato ed alternativo (giovani dei centri sociali, militanti umanisti, eco pacifisti, aderenti ad organizzazioni cattoliche e missionarie…), ma è sfilato in mezzo ad una Napoli addormentata, distratta ed incapace d’identificarsi nelle pur gravi problematiche che erano al centro della manifestazione.
Militarizzazione crescente del territorio, rischio nucleare, pericoli di una nuova escalation che ci riporti alla guerra atomica, subalternità di governi ed amministrazione alle logiche guerrafondaie della NATO, degli Stati Uniti e della stessa Unione Europea…beh, non si trattava mica di questioncelle secondarie né delle fisime di qualche estremista pacifista. Tanto meno si trattava di problemi che non hanno niente a che fare con quelli quotidiani che angosciano i cittadini di Napoli e della Campania. Eppure era palpabile la tradizionale strafottenza di una comunità che da anni piange sui suoi guai, ma non riesce proprio a dargli un nome e a fare qualcosa per scrollarseli di dosso…   (SEGUE)

TOGLIERE LE BASI DELL’INDIFFERENZA (2)

Prima ancora di “togliere le basi alla guerra”, allora, bisognerebbe forse cominciare – tutti insieme – a buttar giù le basi culturali, sociali e politiche di un modo assurdamente individualistico di vivere i problemi, che impedisce di coglierne la dimensione collettiva e, soprattutto, l’ottica preventiva che impedisce di aspettare che le questioni ci cadano addosso per cominciare a muoverci. Gà, bisognerebbe proprio iniziare col togliere le basi dell’indifferenza, della diffidenza indistinta verso la politica tradizionale e quella alternativa, della tenace ed inspiegabile resistenza della gente al cambiamento.
Chi vive ogni giorno in una Napoli occupata da basi e comandi militari, nuclearizzata dalla presenza di portaerei e sottomarini, presidiata per la strada e nelle discariche da militari armati, non può considerare normale tutto ciò.
Chi è cittadino di un comune, di una provincia e di una regione dove le decisioni sono sempre calate dall’alto, senza un minimo di rispetto per la volontà reale della gente, non può certo pensare che questa sia democrazia.
Chi vive quotidianamente il contrasto tra la crescente difficoltà di sopravvivere ad una crisi occupazionale, ambientale e sociale e lo sperpero oltraggioso ed arrogante dei nuovi ricchi, non può ritenere che tutto questo abbia qualcosa a che fare con la normalità.

Ecco perché bisognerebbe coniugare ancor di più di prima le lotte antimilitariste ed antinucleari con quelle per la difesa della risorsa acqua, per la tutela degli ecosistemi – urbani e non -minacciati, per un modello di sviluppo e di energia che sia l’esatto contrario di quello attuale, in nome dell’ambiente ma anche della giustizia e di una visione comunitaria, equa e solidale di convivenza civile.
Però tutte queste restano solo parole, se non ci rimbocchiamo le maniche e se, ciascuno nel proprio ambito oltre che dentro le proprie organizzazioni, non cominciamo a “contestare” questo sistema di morte nelle nostre scelte di tutti i giorni. Ritirare i propri soldi dalle ‘banche armate’, fare obiezione fiscale alle spese militari, fare ricorsi ed altri atti di disobbedienza civile contro scelte suicide come il nucleare, cambiare stile di vita e testimoniare giorno per giorno l’alternativa in cui crediamo, educando i nostri figli a fare lo stesso: questa è la strada. Bisogna però anche protestare, manifestare, ritornare a fare politica in prima persona. Come si diceva negli anni ’70: “meglio attivi che radioattivi”

"Eat Your Greens"

Foods with a low carbon cost tend to be healthier.

“Eat Your Greens”…

di Ermete Ferraro
 
Questo titolo – a pagina 18 del numero del 2 marzo ’09 della rivista TIME – ha subito attirato il mio sguardo. Si sa: l’inglese è una lingua un po’ strana e, fra l’altro, l’uso delle maiuscole nei titoli può ingenerare equivoci. Ecco perché sono rimasto perplesso di fronte a quell’articolo di Bryan Walsh, prima di arrivare a capire che non era un non tanto velato invito all’antropofagia politica.
Infatti non di “mangiarci i Verdi” si tratta, ma piuttosto di “mangiarci le verdure”, com’è peraltro puntualizzato nell’occhiello, in cui si chiarisce: “Preparare i piatti con una ridotta impronta carbonica fa bene al clima ed al vostro giro-vita”. In basso, ad intestazione di una tabella in cui si mettono a confronto vari tipi di alimenti, il loro valore calorico-lipidico e la loro ‘impronta carbonica’, si precisa inoltre: “I cibi a basso costo carbonico tendono ad essere anche più sani”.
Meno male! Per un momento ho creduto che dalle colonne del TIME si istigasse all’eliminazione ‘fisica’ degli ambientalisti, rei di mettere in discussione l’inarrestabile corsa del progresso illimitato, dello sviluppo a tutti i costi, della tecnologia che provoca sì un sacco di guai, ma è sempre pronta a porvi riparo…
D’altra parte, non si può dire che siano stati gli ambientalisti, e i Verdi in particolare, ad inceppare questo trionfalistico processo, schiacciati come sono, un po’ dappertutto, tra le accattivanti dichiarazioni di principio e le ingombranti compatibilità di una politica talmente pragmatica e
Va dato invece atto a questo sistema economico e di potere che, privo di una reale ed efficace opposizione, è riuscito a fare tutto da solo, procurandosi rapidamente traumi storici che ne mettono in discussione la sopravvivenza, ma i cui costi stanno comunque riversandosi su tutti noi. Travolti in pochi mesi dalla crisi finanziaria internazionale, dall’instabilità politico-strategica e da preoccupanti turbolenze climatiche, infatti, stiamo ancora leccandoci le ferite, chiedendoci cosa diavolo ci stia capitando ed arrivando in alcuni casi a consultare i libri sacri per verificare se non si tratti di foschi segni premonitori della fine del mondo.
“It’s the market, my darling!” – si sentono rispondere e, anche qua, chi non abbia dimestichezza con l’inglese potrebbe confondere il Mercato con la emme maiuscola con quello cui è più avvezzo e dove è costretto a registrare le preoccupanti fluttuazioni del prezzo dei cavoli…
Insomma, state pure tranquilli: nessuno vuole darvi i Verdi in pasto, anche perché sono stati bravissimi a distruggersi da soli, uscendo ingloriosamente dalle scene della politica nostrana, con la sola evidente preoccupazione di come riciclare i “verdoni” andati fuori corso…
Eppure è buffo: quanto più si parla di ambiente e di ecologia tanto più gli ambientalisti vanno stingendosi e restringendosi!  Ormai c’è in giro una tale confusione che qualcuno tenta di spacciare perfino il nucleare come energia alternativa e rinnovabile! Il fatto è che, dopo tanti summit mondiali sul riscaldamento globale e le sue cause, i risultati concreti sono talmente miseri e contraddittori che si comprende come autorevoli periodici come il TIME preferiscano glissare sulle persistenti macro-emissioni delle industrie e dell’assurdo sistema di trasporto delle nostre società occidentali, occupandosi piuttosto della pur importante differenza di ‘impronta carbonica’ tra chi mangia bistecche e chi consuma cereali ed ortaggi…
Eppure, forse non sarebbe male se prendessimo in esame la ‘carbon footprint’ anche dei nostri governanti ed industriali, certamente superiore a quella rilasciata da qualche salsiccia alla brace o da un po’ di formaggio stagionato. Non sarebbe male, credo, fare un onesto confronto tra le calorie fornite agli Italiani dai nostri amministratori attuali ed il rilascio di scorie tossiche prodotto dalle loro gestioni, per non parlare poi dei grassi depositati incidentalmente sui loro conti in banca, consumando l’arrosto delle risorse e lasciandone a noi cittadini solo il fumo e la puzza di bruciato.
E allora sì: mangiamo più verdura e cereali ma non fermiamoci qua, se non vogliamo che l’impronta carbonica di questo assurdo ed energivoro modello di sviluppo ci schiacci ancora. Mangiare più carote, altrimenti, potrà solo farci vedere più chiaramente quanto ci siamo sbagliati a dare credito e fiducia a questo tipo di ‘progresso’ e a questa classe…digerente. 
 
di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag ,

SOMMERGIBILI NUCLEARI? NO, GRAZIE!

SOMMERGIBILI NUCLEARI? NO, GRAZIE!

Poco o nulla si sa di quanto sia realmente avvenuto 18 giorni fa (La Repubblica, 16.2.09 ,  IL TEMPO, 17.2.09) del luogo esatto, del rilascio di materiale radioattivo, e soprattutto del perché i due sommergibili si trovassero esattamente allo stesso posto ovvero che cosa c’era e c’è in quel posto. Bisogna stare, purtroppo, alle vaghe dichiarazioni dei diretti interessati: i governi ed i comandi militari di Francia e Gran Bretagna. Un fatto è però innegabile: l’assoluta insicurezza dei natanti nucleari, ancor più delle già pericolosissime centrali nucleari terrestri ! Ora nel Golfo di Napoli si è trasferito il Comando della Sesta Flotta della Marina Militare Statunitense per il controllo di Europa, Asia (Medio Oriente) e Africa. Altissima è la possibilità che in esso si trasferiscano anche i sommergibili stazionati alla Maddalena (dove hanno chiuso la base). Il porto di Napoli diverrà quindi il primo della black list dei siti d’appoggio a sottomarini nucleari e portaerei; da qui partiranno sempre più spesso per le operazioni di guerra. Così come i due sommergibili dello scontro (Hms Vanguard e Triomphant), questi mezzi trasportano bombe atomiche ed hanno motori a propulsione nucleare. Alla già gravissima ed assolutamente inaccettabile presenza di portaerei nucleari si aggiunge così l’ipotesi della presenza di sottomarini nucleari, col  rischio non remoto di catastrofi. Il pericolo è molto maggiore anche di un’eventuale eruzione del Vesuvio, perché mentre essa dà segni premonitori e le conseguenze per quanto gravissime si esauriscono con l’eruzione stessa, nel caso di incidente nucleare esso avviene improvvisamente e imprevedibilmente e gli incalcolabili danni durano anche centinaia se non migliaia di anni. A poco o nulla in sostanza vale il pur dovuto e richiesto Piano di Evacuazione della popolazione, peraltro, se esiste, noto forse solo alla Prefettura ed alla Protezione Civile! E’ d’altra parte assurdo che su una questione che riguarda la vita stessa di più di un milione di cittadini possa farsi riferimento da parte del Governo al Segreto Militare o ad accordi militari internazionali. Il silenzio di Regione, Provincia e Comune sulla questione è di una gravità inaudita ed attesta un pericolosissimo servilismo istituzionale ed un totale disinteresse verso la popolazione. Più volte, peraltro, è stata ipotizzata la presenza di materiale nucleare sui fondali del golfo di Napoli e mai è stato fatto un reale accertamento della veridicità di quanto denunciato e conseguentemente nessuna azione è stata attivata per la eliminazione di ogni pericolo, indipendentemente dalla sua provenienza: Paesi della NATO, Russia o qualsiasi altro Stato. "Occorre una eccezionale mobilitazione di informazione alla cittadinanza sugli immani pericoli che si stanno prefigurando ed una azione collettiva rivendicativa per impedire la possibile catastrofe. Organi ed operatori della informazione, se si dimostrano liberi, possono essere di fondamentale importanza" – hanno dichiarato infine Antonio D’Acunto ed Ermete Ferraro, rispettivamente Presidente VASCampania e Responsabile Nazionale VAS per l’Ecopacifismo.

comunicato VAStampa – Ufficio Stampa VAS Campania Contatti: 349 3414190 (Ermete Ferraro)