UN TRIDENTE DA SPUNTARE…

PELOSI JFC

Nancy Pelosi con l’Amm. Ferguson (fonte: JFC Naples)

Stiamo davvero diventando importanti. Finché a far visita al Comando napoletano della NATO erano i soliti capoccioni dell’Alleanza, niente di straordinario. Ma quando a visitare in pompa magna il quartier generale vicino al Lago Patria giungono addirittura alcuni parlamentari del Congresso USA, guidati nientemeno dalla leader della minoranza alla Camera dei Rappresentanti, l’on. Nancy Pelosi, beh la cosa assume un altro peso e rilievo…

Ma  che cosa saranno venuti a fare di bello al Comando Integrato di Napoli per il Sud Europa, il primo agosto 2015, sei illustri parlamentari statunitensi ? Sul sito del JFC Naples (http://www.jfcnaples.nato.int/page11122031/2015/us-congressional-delegation-visits-jfc-naples-mission.aspx) si riferisce che gli illustri ospiti sono stati calorosamente accolti dall’Amm. Mark Ferguson, che ne è il Comandante, il quale ha “illustrato le capacità del quartier generale meridionale della NATO”. Di quali capacità di tratti è chiarito poco dopo, quando si spiega che “la delegazione è stata testimone dell’elemento centrale della capacità di combattere una guerra del JFC di Napoli, con l’attivazione dell’intera squadra del JOC, composta da 5 elementi.  Questi membri del team hanno svolto uno scenario addestrativo, per dimostrare l’effettiva rispondenza a livello mondiale ad un’operazione contingente. Il JOC è operativo 24 ore al giorno con un accesso continuo ai suoi quartier generali più alti ed ai comandi subordinati.”

Ecco, il vero elemento di novità è il ruolo chiave che il Comando Integrato di Giugliano – Lago Patria ha assunto negli scenari di guerra che la NATO sta prefigurando in maniera incalzante, e che culmineranno nell’esercitazione Trident Juncture 2015 già nel prossimo autunno.  L’attivazione H24 del JOC (Comando Operativo Integrato), di cui gli onorevoli ospiti sono stati testimoni, è stato come il varo ufficiale di una minacciosa nave da guerra, saldamente ancorata nel golfo di Napoli, in cui è anche il Quartier Gnerale Euro-Africano della Marina americana, da cui dipende anche la VI Flotta USA , ed il cui Comandante è, guarda caso, il summenzionato Amm. Ferguson…

Da brava madrina del varo di questa centrale operativa dei wargames alleati, l’onorevole Pelosi si è profusa in un discorsetto d’occasione, per esaltare le lodevoli finalità difensive della NATO:  “La cooperazione per sicurezza con i nostri alleati NATO è un punto critico, dal momento che noi lavoriamo insieme per promuovere la stabilità  e contrastare il terrorismo. E’ sempre un onore ringraziare uomini e donne in uniforme il cui servizio ci mantiene sicuri sia in patria sia all’estero. Noi abbiamo nuovamente ringraziato il governo italiano, il nostro forte partner NATO, per l’ospitalità che ha dato ai nostri militari.”

Siamo anche noi grati all’on. Pelosi per essersi ricordata che – nonostante le apparenze potessero suggerirlo – non si trovava a casa sua ma sul territorio dell’Italia. Siamo un po’ meno d’accordo, invece, quando ha ringraziato chi ci ha governato – e tuttora ci governa – per aver dato ‘ospitalità’ alle truppe americane.  Capisco l’eufemismo cortese, ma dalla fine della guerra il nostro Paese – ed in particolare la nostra Campania – sono di fatto occupati militarmente da USA e NATO. Gli ospiti, si sa, dopo un po’ dovrebbero quanto meno togliere il disturbo, ma non sembra questo il caso, visto che la NATO non ha più rivali dagli anni ’90,  ma questo non ha impedito che l’Italia restasse la portaerei ‘alleata’ a guardia del Mediterraneo.

Altro che ‘cooperazione per la sicurezza’, ‘promozione della stabilità’  e  ‘contrasto al terrorismo’ . L’inquietante e persistente presenza dei sedicenti ‘Alleati’ sta mettendo a rischio proprio la pace e la sicurezza di quei popoli che essi dichiarano di voler ‘proteggere’. A Napoli abbiamo una certa esperienza di queste ‘protezioni’ non richieste e ci siamo stancati di cedere sempre a “proposte che non possiamo rifiutare”.

Ecco perché – associandomi all’appello di Alex Zanotelli ( http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1438203434.htm  ) e richiamando il mio precedente articolo dedicato proprio alla mega-esercitazione militare Trident Juncture   (https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/07/28/nato-per-combattere/  )– ritengo che sia giunto il momento di dire un NO forte e chiaro a chi ci considera solo pedine da muovere sulla propria scacchiera bellica.

Ecco perché, proprio da Napoli, deve partire un segnale inequivocabile a chi di governa, con la logica da subalterno di sempre, che ne abbiamo abbastanza di questa logica guerrafondaia e che la Campania, come la  Sardegna e la Sicilia, non è più disponibile ad ‘ospitare’ centrali di morte e di militarizzazione. Occorre quindi una mobilitazione di tutti quelli che non si sono rassegnati a questa logica di militarizzazione e di guerra che ci pervade e che non accettano di essere ‘teleguidati’ come droni da tecnologici comandi alleati.  Il meridione d’Italia non è una ‘colonia’ guidata da ‘proconsoli’ USA. E’ giunto il momento  di dimostrarlo.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NATO PER COMBATTERE

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    L’amm. Mark Ferguson, Comandante US Navy Europa-Africa e JFC Naples

    CONDAN-NATO

E poi dice che uno si fissa sulle stesse questioni. Ma come diavolo si fa a non tornarci su quando siamo di fronte ad una escalation guerrafondaia, al centro della quale c’è anche la nostra Napoli, e praticamente nessuno ne parla?

Come si fa a far finta di niente, mentre dal cuore della nostra regione partono ripetuti segnali di accelerazione del processo di militarizzazione e bellicizzazione di un’Europa sempre più divisa su tutto, ma supinamente subalterna alle strategie atlantiche?

In questi mesi a Napoli i media – nazionali e locali – ci hanno informato su tutto, dalla ristrutturazione dello stadio alle iniziative per la stagione turistica, dalla chiusura per assemblea di qualche sito archeologico all’abortito ‘village’ del lungomare.  Nessuna informazione, però, riguardava alcune importanti decisioni che prevedono la leadership strategica del Comando NATO del Sud Europa (JFC Naples), che dalla sede storica di Bagnoli, si è trasferito da dicembre 2012 nel mega- Quartier Generale di Lago Patria (Giugliano-NA), sotto la guida d’un ammiraglio che, guarda caso, è anche a capo del Comando U.S. Navy per l’Europa e l’Africa [1].

Se si sfogliano i quotidiani più importanti, infatti, non c’è quasi traccia dell’incalzante processo di trasformazione di un comando periferico nel polo del rilancio della strategia bellica della NATO sull’Europa mediterranea, i Balcani e l’Africa. Eppure non si tratta di piani top secret da non divulgare, visto che gli stessi siti web del JFC Naples e del Comando Europeo [2] non fanno certo mistero dei suoi progetti, ma piuttosto ne esaltano la portata con trionfalistici comunicati stampa e perfino con video promozionali [3].

L’unica notizia che abbia vagamente a che fare con l’ulteriore consolidamento delle strutture militare nell’area napoletana è apparsa in questi giorni su Il Mattino [4] e riguarda l’ampliamento della storica Accademia della Nunziatella, che si candida a diventare “Scuola Militare Europea” .

Un chiaro segnale di ‘normalizzazione’ del sistema militare, presentato peraltro dalla giunta de Magistris come una pura e semplice ‘permuta’ con un altro immobile, banalizzandone la portata.  Ma mentre l’accademia militare della Nunziatella [5] – particolarmente cara al capo di gabinetto del Sindaco di Napoli, che ne è ex allievo – sfratta una caserma della Polizia per allargarsi ancor di più sulla Palepoli di Pizzofalcone, a poche decine di chilometri, nel giulianese, i molto più informali militari della NATO – senza spadino e cappellino borbonico – si esercitano incessantemente alla pratica dei loro giochi di guerra, sempre più teleguidati e ipertecnologici.

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    Veduta dall’alto del complesso JFC , presso Lago Patria (Giugliano NA)

     

Ciò che risulta strano è che anche quelli che ritengono che la NATO sia un imprescindibile baluardo della democrazia e della sicurezza in questi mesi non si siano spesi nel tessere le lodi delle operazioni militari che stanno rendendo Napoli e la Campania la succursale del Pentagono sullo scacchiere strategico sud-orientale. Nulla. E’ come se un avveniristico complesso di 7 piani (2 dei quali interrati), spalmato su 330.000 mq di superficie, progettato per un numero di militari che va da 2.500 a 5.000 unità e che ospita il secondo comando supremo dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Bruxelles [6] fosse una struttura qualsiasi, magari un po’ ingombrante ma priva di particolare importanza.

Eppure, dal dicembre 2012 in cui il nuovo quartier generale è stato inaugurato, i due comandanti che si sono susseguiti non hanno certo nascosto la loro intenzione di “far ruggire il leone” che fa da stemma al JFC Naples , trasformandolo sempre più in un “warfighting headquarters”, un vero e proprio comando per operazioni belliche [7].

Eppure non è che due anni e mezzo di manovre militari e di operazioni sul mare per terra e nel cielo potessero passare inosservate, anche se politici nazionali, amministratori locali ed operatori dei media preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Da anni, infatti, essi si guardano bene dall’informare i cittadini di quel che succede nel triangolo della morte compreso fra Capodichino, Licola e Gricignano, di cui ho parlato in un mio precedente articolo [8], sicuramente non meno pericoloso della famigerata Terra dei fuochi con cui, guarda caso, in parte coincide.

Eppure è da sedici anni (1999) che dall’ex Comando dell’AFSouth di Bagnoli (Allied Forces Southern Europe) si sono dirette le operazioni militari della Kosovo Force (6000 uomini di 29 paesi aderenti alla NATO [9].

Eppure è da un decennio (2005) che, dal Quartier generale di Napoli, la stessa NATO offre benevolmente il suo supporto militare anche all’Unione Africana, per “costruire la sua architettura di sicurezza” [10]. Per non parlare di altre ‘missioni’ pilotate dal comando napoletano, come la Stabilisation Force (SFOR-IFOR) che da altrettanti anni essa guida a Sarajevo [11] , con collegamenti anche con l’Ufficio di Collegamento NATO di Skopje [12] e quello di Belgrado [13], al cui vertice dal 2014 c’è un generale italiano.

Eppure, dalla fine del XX secolo a questi 15 anni del successivo, il Comando Sud-Europeo della NATO è stato a capo di ben 11 operazioni ‘alleate’, dietro i cui fantasiosi nomi si celavano minacciose esercitazioni belliche, volte a consolidare il controllo su tutta l’area mediterranea balcanica ed africana.[14]  Sforzo attivo, Protettore unificato, Raccolto essenziale, Garante determinato, Occhio d’aquila, Guardiano congiunto e simili non erano infatti titoli di videogiochi, ma i retorici nomi in codice di quei dispendiosi giochi di guerra della NATO.

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    Stemma dell’esercitazione NATO”Trident Juncture 2015″

D’altra parte, l’ultima operazione si è appena conclusa il mese scorso. Essa, per la prima volta, ha visto il JFC di Napoli addirittura in trasferta a Cincu, una cittadina della Romania centrale, dove un migliaio di soldati ‘alleati’ hanno partecipato – dal 17 al 28 giugno –  all’operazione Trident Joust 15 (Torneo del Tridente ‘15). Il suo scopo era: “…mettere alla prova l’abilità del Comando Interforze di Napoli nel condurre un’operazione di difesa collettiva per conto dell’Alleanza”, come ha dichiarato l’Amm. Ferguson, Comandante  sia il JFCNP sia il CNE-CNA [15].  Ed ecco che, subito dopo le meritate vacanze estive, i vertici della NATO hanno  pensato bene di aprire il nuovo anno bellico con un’altra spettacolare operazione interforze: “…la più vasta esercitazione militare dal 2002, che metterà insieme più di 36.000 persone d’una trentina di paesi, alleati e partners, così come organizzazioni internazionali e non-governative nei tre paesi del suo fianco sud (Spagna, Portogallo ed Italia […] Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della Guerra fredda, la NATO aveva progressivamente abbandonato l’organizzazione di grandi esercitazioni in Europa, privilegiando la preparazione delle di forze di ‘spedizione’ per intervenire su crisi lontane, come in Afghanistan, dove ha diretto per tredici anni la forza internazionale d’assistenza alla sicurezza (ISAF) .”[16]

Nonostante l’importanza quasi storica di questa nuova avventura militare, gli organi di (dis)informazione non se ne sono per nulla occupati, fatta ovviamente eccezione per i pochi giornalisti che ci mettono al corrente delle ‘grandi manovre’ pianificate e svolte dai nostri cari Alleati, con la partecipazione della nostra Repubblica che, pur ‘ripudiando la guerra’, è sempre in prima fila nelle loro sedicenti operazioni di peace-keeping.

E’ il caso degli articoli che Manlio Dinucci pubblica regolarmente su il manifesto ed altri giornali cartacei ed online, per aggiornarci sull’escalation delle operazioni NATO.

Già all’inizio di giugno, infatti, egli sottolineava la portata della nuova operazione Trident Juncture 2015 (‘Giuntura del Tridente 2015’), scrivendo che “…il Jfc Naples svolge il ruolo di comando ope­ra­tivo della «Forza di rispo­sta» Nato, il cui comando gene­rale appar­tiene al Coman­dante supremo alleato in Europa (sem­pre un gene­rale Usa nomi­nato dal Pre­si­dente). La pro­ie­zione di forze a sud va ben oltre il Nor­da­frica: lo chia­ri­sce lo stesso Coman­dante supremo, il gen. Breed­love, annun­ciando che «i mem­bri della Nato svol­ge­ranno un grande ruolo in Nor­da­frica, Sahel e Africa subsahariana» [17]

In un successivo servizio – apparso sempre su il manifesto – Dinucci ci spiegava che quella che si terrà dal 28 settembre al 6 novembre prossimi non è un’esercitazione come le altre, se si tiene conto della forza militare impegnata (“oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze per le ope­ra­zioni spe­ciali di oltre 30 paesi alleati e part­ner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra, più le indu­strie mili­tari di 15 paesi per valu­tare di quali altre armi ha biso­gno l’Alleanza”) [18], ma anche delle sue finalità strategiche  (“In tale qua­dro si inse­ri­sce la «Tri­dent Junc­ture 2015», che serve a testare la «Forza di rispo­sta» (40mila effet­tivi), soprat­tutto la sua «Forza di punta» ad altis­sima pron­tezza ope­ra­tiva. La TJ15 mostra «il nuovo accre­sciuto livello di ambi­zione della Nato nel con­durre la guerra moderna con­giunta», pro­vando di essere «una Alleanza con fun­zione di guida»[19].

  1. MARI-NATO 

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“Campania Bellatrix” – elaborazione grafica di E. Ferraro

Dalle aspre montagne dell’Afghanistan, quindi, lo scenario bellico si è spostato sempre più a sud, nel bacino del Mediterraneo,  dove la NATO deve fronteggiare nuove sfide, alcune delle quali peraltro sono frutto proprio della disgraziata politica imperialistica degli USA, che ha profondamente destabilizzato i precari equilibri preesistenti.

Ecco allora che la militarizzazione crescente della Campania – insieme ovviamente a quella della Sicilia – rientra in un ben preciso piano di controllo dell’area mediterranea ed africana. Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa [20].

Ma noi Italiani siamo troppo impegnati a seguire le peripezie del fu-centrosinistra e del fu-centrodestra per occuparci di queste sciocchezze.  Non c’è dubbio che l’aumento dell’IVA o un ulteriore slittamento dell’età pensionabile siano questioni che attirano molta più attenzione di quelle concernenti la trasformazione del meridione della penisola in un’incontrollabile portaerei, sul cui ponte di comando c’è saldamente il solito ammiraglio americano con due berretti [21].

E’ però impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo, recentemente sceso al 67° posto, ma sempre davanti ad altri Paesi europei come la Polonia (74°), la Spagna (84°), il Belgio (85°), la Germania (87°) o l’Irlanda (108°) [22].

L’Indice Globale della Militarizzazione – che assomma i dati relativi alle spese militari, al personale impiegato nel settore ed agli armamenti dispiegati – vede non a caso nella sua assai poco lodevole Top Ten, al 9° posto, nientemeno la Grecia, con la vicina Turchia piazzata al 24° posto a livello globale.  Forse con un po’ di attenzione avremmo capito qualcosa in più della recente crisi greca, che è sicuramente di natura economica, ma che ha pesato assai più sul piano politico-strategico, visto il ruolo chiave che la repubblica ellenica occupa nella NATO.

Però parlare di queste cose è poco trendy. Giornali e radio-televisioni preferiscono il gossip politicante e le veline governative su come tutto va per il meglio nel nostro Bel Paese.  A quanto pare bisogna lasciare le notizie sulle guerre prossime venture ai ‘gufi’ di professione e ad altri profeti di sventura, che spesso sono gli stessi che mettono in guardia anche contro i cambiamenti climatici e le loro cause o denunciano il nostro devastante modello di sviluppo, energivoro ed antiecologico.

Certo: in una decina di giorni di Settembre una trentina di Paesi, compreso il nostro,  manderanno allegramente in fumo milioni di preziose risorse economiche – probabilmente con gravi ricadute anche ambientali – solo per dar prova della propria capacità di distruzione e di controllo del territorio, del mare e del cielo. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla ripresa dell’anno scolastico, alle riforme costituzionali, all’IMU sulle scuole parificate ed alle alleanze per portare l’Italia alla ‘crescita’?

Stiamo attenti, però, che il minaccioso ‘Tridente’ brandito dal mitologico dio NATO non laceri solo l’economia – come ha già fatto con la Grecia – ma anche la nostra stessa sicurezza.

NOTE

[1] http://cne-cna-c6f.dodlive.mil/

[2] www.jfcnaples.nato.int/  – http://www.jfcbs.nato.int/trident-juncture.aspx

[3] http://www.ac.nato.int/page5931922/the-air-part-of-nato-joint-exercise-ttrident-juncture-2015.aspxhttps://www.youtube.com/watch?v=9f_w3MWbm-U

[4] http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/nunziatella_scuola_militare_napoli/notizie/1485546.shtml

[5] http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/aree-di-vertice/comando-per-la-formazione-specializzazione-e-dottrina-dell-esercito/Accademia-Militare/Nunziatella

[6] Ermete Ferraro, Un preoccupante Neo-Nato (30.4.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ),

[7] Idem , Fa’ ruggire il leone (11.5.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/05/11/fa-ruggire-il-leone/

[8] Idem, Campania Bellatrix (20.3.2013) > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_11270.html

[9] http://www.aco.nato.int/kfor.aspx

[10] http://www.jfcnaples.nato.int/current_operations/ns2au.aspx

[11] http://www.jfcnaples.nato.int/hqsarajevo.aspx

[12] http://www.jfcnaples.nato.int/hqskopje.aspx

[13] http://www.jfcnaples.nato.int/operations_mlo_belgrade.aspx

[14] http://www.jfcnaples.nato.int/page71815316.aspx

[15] JFC Naples will for the first time base out to another location – the Shooting Range at Cincu >   http://actmedia.eu/daily/jfc-naples-will-for-the-first-time-base-out-to-another-location-the-shooting-range-at-cincu/58532 (traduz. mia). Vedi anche: Nato trasferisce il il quartier generale sud da Napoli in Romania > http://it.sputniknews.com/italia/20150507/357678.html#ixzz3h6qP0sKy

[16]  http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/2395316/2015/07/15/L-Otan-sur-le-pied-de-guerre.dhtml (traduz. mia)

[17] Manlio Dinucci, La NATO lancia il tridente (16.6.2015 ) > http://ilmanifesto.info/la-nato-lancia-il-tridente/  

[18] Idem , La U.E. si arruola nella NATO (21.7.2015) > http://ilmanifesto.info/la-ue-si-arruola-nella-nato/

[19] Ibidem

[20] Cfr. Mappa delle basi militari in Italia > http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1266847177  e http://www.difesaonline.it/index.php/it/13-notizie/mondo/2720-la-sicilia-sta-per-diventare-la-base-piu-importante-della-nato . Vedi pure l’articolo di Antonio Mazzeo, Al via la campagna contro le basi NATO e Usa in Sicilia > http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=335

[21] Sulla questione del “Two hats Commander” cfr. http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a526085.pdf

[22] Fonte: Jan Grebe, Global Militarization Index 2014 > https://www.bicc.de/uploads/tx_bicctools/141209_GMI_ENG.pdf – Sulla militarizzazione della Grecia cfr. anche: Σε ρόλο ΝΑΤΟικού εκπαιδευτή οι Ενοπλες Δυνάμεις  (Le forze armate nel ruolo di formatore NATO) > http://www.rizospastis.gr/story.do?id=8515264  10.7.15

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Perché non possiamo non dirci Greci (Γιατί δεν μπορούμε να πούμε ότι δεν είμαστε Έλληνες)

 

  1. Prologo / πρόλογος

Per uno come me chIMAGE090e si chiama Ermete è fin troppo facile avvertire il fascino della grecità quasi come una componente genetica. Se poi ha studiato greco antico al liceo classico, è rimasto affascinato dalla filosofia e dall’arte ellenica e, per di più, vive da qualche decennio in una città che si chiama Neapolis, questa eredità culturale è ancor più forte e radicata.

D’altra parte non credo che si tratti solo di una questione personale. Ritengo che quella di sentirsi un po’ Greci è una netta sensazione che molte persone hanno avvertito in questi giorni: non soltanto gli abitatori dell’ex Magna Grecia che si sentono ancora figli di quella grande cultura, ma anche tanti altri che si ritrovano accomunati al dramma del popolo che ha inventato la democrazia. ma ne è stato troppo a lungo espropriato.

Adesso, all’indomani del clamoroso NO che i Greci hanno opposto agli arroganti diktat dei potentati finanziari e politici europei, pochi sembrerebbero ancora disposti a farsene paladini, pur avendole a lungo avallati come indispensabili correttivi. E’ fin troppo evidente ormai che, al di là delle consuete mistificazioni, le ricette economiche ‘sangue, fatica, lacrime e sudore’ [1], non soltanto non hanno fatto uscire dalla crisi gli stati che vi erano sprofondati, ma hanno ulteriormente ribadito il profondo divario tra paesi del nord e sud Europa, accrescendo il livello di sudditanza dei secondi nei confronti dei primi.

Ora che il popolo greco si è pronunciato, con invidiabile coraggio e dimostrando quella speranza cui Syriza ed il suo leader Tsipras hanno costantemente fatto appello[2], è di fatto impossibile che le cose possano restare inalterate e che la solita Europa ’carolingia’ continui ad imporre le sue ferree regole a tutti, in nome di un preteso interesse comune, che si è ormai dissolto come neve al sole.

Quelli che, come gli Italiani del Sud, hanno dovuto subire per un secolo e mezzo l’umiliante egemonia di chi li ha di fatto colonizzati con la scusa dell’Unità Nazionale, sanno molto bene come ci si sente ad essere considerati le ‘pecore nere’, il ‘peso’ da subire, il ‘freno’ allo sviluppo, la ‘palla al piede’ e tutte le altre simpatiche espressioni che in questi centocinquanta anni sono state usate per stigmatizzare i fannulloni meridionali. Già allora la cronaca e la storia di come si è esercitata quell’egemonia furono pesantemente forzate agli interessi dei dominatori, proprio come in questi mesi la propaganda catastrofista dei media ha fatto nei confronti della Grecia, pur di avallare la tesi di un paese allo sbando, che sa solo pretendere e nulla vuol concedere al necessario rigore.

Ma il travolgente responso referendario in Grecia non è stato affatto come i vecchi ‘plebisciti’ che sancirono l’annessione degli altri stati italiani al Regno d’Italia – fra cui quello tenuto nel Regno delle due Sicilie nel 1860 – ed ha impresso invece un profondo scossone allo pseudo-equilibrio dello status quo, basato sulla progressiva cessione di sovranità nazionale e di autonomia politica, senza reale parità di diritti e senza quella solidarietà che è frutto d’un autentico spirito federalista.

Le reazioni allarmate dei mercati finanziari di fronte al pronunciamento democratico del popolo ellenico non stupiscono affatto. Molto più gravi sono invece quelle degli stati che pretenderebbero di guidare l’Unione Europea ma sanno solo badare ai loro interessi nazionali, e soprattutto quelle di superpotenze come USA, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, che in tali scosse sismiche nel Sud-Europa intravedono solo una minaccia (o viceversa un’opportunità) per il loro imperialismo, nutrito dai rispettivi complessi militari-industriali.

La sottoscrizione di trattati iniqui e vessatori da parte di chi pretende di rappresentarci e di parlare in nostro nome è stata la pietra miliare di una strada che, come quelle consolari romane, conducevano solo dalla periferia al centro del potere. Ora il referendum greco ha segnato una tappa fondamentale di una nuova strada, che serve comunque per connettere persone e cose e per mantenere aperti i canali di comunicazione, ma apre nuove prospettive per uscire da un circolo vizioso, che alimenta la dipendenza anziché la cooperazione.

  1. L’anomia greca / Η ελληνική ανομία

Ovviamente il NO al ‘greferendum’ non risolve affatto tutti i problemi, a cominciare da quelli economici che stanno strangolando quel Paese, ma non bisogna dimenticare le ripercussioni squisitamente politiche di quel voto referendario. Chi ha straparlato di caos, evocando scenari allarmanti, voleva solo esorcizzare un’alternativa ben precisa che si sta profilando non solo per i Greci, ma anche per gli Italiani, gli Spagnoli, i Portoghesi e tutti quegli altri stati che l’amara ricetta dei soloni dell’UE ha sottoposto ad un’insostenibile austerità, senza garantire un vero sviluppo ed allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri.

images (2)In questi giorni politici e media hanno fatto a gara nello scomodare varie categorie culturali per sostenere le tesi del rigorismo teutonico. Si è passati da quella religiosa della contrapposizione weberiana tra ‘etica protestante’ e solidarietà cattolica a quella antropologica tra paesi nordici, alimentati a senso del dovere e spirito collettivo, e quelli meridionali, nutriti per secoli dall’edonismo e dall’ individualismo, quasi evocando la classica antinomìa nietzschiana tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco [3]. Mancava solo la citazione dell’ironica dicotomia tra quelli che tendono all’amore e quelli che seguono la libertà, teorizzata dal napoletano professor Bellavista di Luciano De Crescenzo [4] ed avremmo completato la serie delle razionalizzazioni di meschine scelte politiche con profonde argomentazioni culturali.

La verità è molto più semplice: l’unione europea che è stata realizzata – e di cui noi Italiani ci troviamo a far parte – non ha niente a che vedere col sogno europeista dei padri fondatori e con quanto auspicavano nel 1941 Spinelli e Rossi nel loro Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita [5]. Non possiamo fare a meno di constatare, infatti, che ciò che abbiamo sotto gli occhi è ben altro. Basta leggere i giornali e seguire le dichiarazioni dei leader europei per accorgersi che non è affatto vero che “…la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.[6]

Ciò che ha provocato l’eruzione della ‘lava incandescente delle passioni popolari’ non è stata infatti la volontà di dar effettivamente vita ad un ‘solido stato internazionale’, ma piuttosto il particolarismo nazionale di chi ha usato l’unità europea per consolidare la propria egemonia economico-politica a danno degli stati più periferici, senza peraltro liberarla né dalla dipendenza militare nei confronti degli USA, né da quella verso le potenti multinazionali che controllano saldamente la globalizzazione dell’economia capitalista.

Ecco perché – mutuando un’altra famosa frase [7] – ribadisco che non possiamo non dirci Greci, e non perché condividiamo acriticamente il percorso politico che Syriza ha finora realizzato né perché ce l’abbiamo visceralmente con i Tedeschi e con la loro cancelliera di ferro. Oggi più che mai ci sentiamo solidali coi Greci perché la loro vicenda ci ricorda la nostra comune storia di sud-europei, chiamati continuamente a dimostrare di essere interlocutori affidabili e seri e non stravaganti pulcinella scansafatiche e mangiatori a sbafo.

Ci sentiamo anche noi Greci perché da 2600 anni l’esopiana favola della cicala e della formica ci ricorda che non c’è da aspettarsi alcuna solidarietà da chi pensa solo ad accumulare capitali e non li vuole condividere con nessuno. Ci sentiamo Greci perché non è possibile che chi ha inventato la  democrazia ed ha ispirato lo stesso nome dell’Europa debba essere trattato come un ragazzino discolo, che non ha fatto i compiti a casa per andarsi a divertire nel paese dei balocchi.

L’ultimo decennio ha visto la popolazione greca sempre più compressa tra l’incudine del malgoverno ed il martello delle arroganti imposizioni dell’UE, con l’evidente risultato d’un mancato sviluppo economico e sociale. Dopo il 2009 la Repubblica Ellenica è stata sottoposta ad una massiccia cura liberista, che pur senza alleggerire molto l’impianto statalista, le ingiustizie e le storture costituzionali di quel Paese, ha finito invece col comprimere i ceti medi, alimentando disoccupazione e precarietà economica.

Stando così le cose, francamente non si capisce da quale paese del balocchi sarebbe stato irretito Pinocchio/Grecia, distogliendolo dai suoi doveri scolastici, mentre invece si capisce benissimo come le imposizioni della leadership europea abbiano alimentato sia pericolose reazioni d’impronta nazionalista, sia tentazioni populiste e radicalismi di sinistra.

  1. La scelta alternativa / Η εναλλακτική επιλογή

E’ peraltro vero che non bastano i proclami e le buone intenzioni per uscire dal tunnel di una crisi così grave ed è innegabile che lo stesso governo Tsipras abbia dovuto adattarsi a discutibili compromessi politici, ad esempio quello paradossale con un partito nazionalista e militarista come ANEL [8], cui è stato affidato improvvidamente proprio il Dicastero della Difesa Nazionale [9] .

images (5)Mi sembra altrettanto innegabile che dei 40 punti che sintetizzano il programma politico di Syriza [10] davvero poco è stato attuato, pur tenendo conto che il tempo trascorso dall’insediamento del governo Tsipras è relativamente breve e che molti problemi affondano le loro radici in una Costituzione (Sýntagma) scritta nel 1975 ed assai poco democratica. Sta di fatto che il ricatto della c.d.Troika ha pesato molto sulle scelte politiche, paralizzando di fatto quella potenziale alternativa alle pseudo-riforme che i potenti volevano imporre alla Grecia.

Vorrei ricordare almeno alcune di quelle scelte qualificanti, comprese nei citati 40 punti del Programma elettorale, che avrebbero dovuto segnare una vera svolta autenticamente socialista ed eco-pacifista, come auspicavo già nel 2012 in un mio articolo.[11]

  1. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
  2. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
  3. Tagliare drasticamente la spesa militare.
  4. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
  5. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
  6. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
  7. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
  8. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
  9. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
  10. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato. 

4 – Pace, ecologia ed autonomia energetica / Ειρήνη, οικολογία και ενεργειακή αυτονομία

imagesPurtroppo, però, nessuno di questi punti ha trovato attuazione e ciò è vero soprattutto in ambito militare. E’ triste per un pacifista come me dover constare che: “la Grecia è un paese fortemente militarizzato e investe una quantità enorme del suo bilancio per la difesa in proporzione alla sua popolazione e al suo peso geopolitico” [12]. Con un incredibile rapporto di 1 soldato ogni 100 abitanti; con un bilancio della difesa che si avvicina al 4% del PIL (inferiore solo a quello degli USA…) e col poco invidiabile primato di quinto più grande importatore di armi al mondo, la Grecia, con meno di 10 milioni di abitanti (un quarto dei quali disoccupati) – nonostante la recente riduzione della spesa militare – resta comunque uno dei paesi più militarizzati al mondo, dove l’obiezione di coscienza è ancora reato ed in cui ogni ipotesi di nuovi tagli al bilancio della difesa è stata sdegnosamente e recisamente respinta.[13]

Un discorso simile, da ecologista, mi sento di fare anche in riferimento alle auspicate riforme in materia energetica ed in ambito più largamente ambientale. Se la Grecia (paradossalmente insieme alla Germania…) è stata sanzionata a causa dell’infrazione alla Direttiva europea 2014 sull’efficienza energetica, non c’è davvero da stare allegri.[14]

“Scommettere sulle energie rinnovabili” è rimasto quindi uno dei punti inattuati del programma elettorale di Syriza, considerato che il ministro dell’ambiente ellenico Lafazanis – anziché adoperarsi per dare al suo Paese un futuro ‘solare’, sembra molto più interessato a sostenere la realizzazione di una condotta per il gas naturale che raggiungerà il confine con la Turchia, portando in Grecia le forniture della Russia: il progetto di un Flusso greco (Greek Stream)…” [15]

Nessuno sa ancora come andranno le cose dopo lo storico pronunciamento del popolo greco, però sappiamo benissimo come reagiranno i vertici della sedicente Unione Europea, abituati per troppo tempo a sentirsi dire sempre di sì. Quel che è certo è che non dobbiamo assolutamente lasciare da sola la Grecia, poiché molto dipende da come gli altri paesi dell’area sud dell’Europa sapranno dimostrarsi coesi e davvero intenzionati a voltare pagina.

Noi Italiani per primi dovremmo superare le ambiguità politichesi della linea portata avanti dal nostro Presidente del Consiglio e, prima di lui, da tutti i precedenti governi, preoccupati solo di ribadire il nostro ruolo subalterno e di spacciare come riforme provvedimenti iniqui da cui non può scaturire né la pretesa crescita né, tanto meno, un autentico sviluppo.

Ecco perché, ora più che mai, dobbiamo sostenere la Grecia nella sua scommessa di autonomia dalle regole ferree della Troika. Dovremmo soprattutto appoggiarla nella sua ricerca di un’alternativa a quel paradigma economico che discende da un pensiero unico che la globalizzazione ha reso sempre più forte.

Non possiamo non sentirci anche noi Greci anche perché non dobbiamo mai dimenticare che verso quell’antico e nobile Paese del Mediterraneo noi siamo sì creditori, ma anche e soprattutto debitori di una tradizione filosofica, artistica, scientifica, politica e più latamente culturale che è entrata nel nostro DNA e che contraddistingue la nostra civiltà. [16]

NOTE ——————————————————————————————

[1] Si tratta di una frase più volte citata, tratta dal famoso discorso di W. Churchill alla Camera dei Comuni del 13 maggio 1940 (cfr. http://www.winstonchurchill.org/resources/speeches/1940-the-finest-hour/blood-toil-tears-and-sweat)

[2]  Il motto di Syriza  per le elezioni politiche del 2012 era “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza” e ricordo anche le prime dichiarazioni dopo il voto greco di gennaio 2015 (http://ilmanifesto.info/tsipras-ha-vinto-la-speranza/  )

[3] Friedrich Nietzsche (1872), La nascita della tragedia dallo spirito della musica – cfr. ( http://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-della-tragedia-la_(Dizionario_di_filosofia )

[4] Luciano De Crescenzo (1980)  Così parlò Bellavista – Napoli, amore e libertà, I edizione collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore

[5] Cfr. il testo completo in: http://www.italialibri.net/contributi/0407-1.html

[6] Cit. in: https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Ventotene

[7] Cfr. Benedetto Croce (1942),  Perché non possiamo non dirci cristiani, in La mia filosofia http://www.storiadellafilosofia.net/moderna/benedetto-croce/perch%C3%A9-non-possiamo-non-dirci-cristiani/

[8] Vedi su: https://en.wikipedia.org/wiki/Independent_Greeks

[9] http://www.mod.mil.gr/mod/en/ – Consulta anche:  http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf

[10] http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza – Vedi anche: http://www.syriza.gr/page/thematikes-enothtes.html

[11] Ermete Ferraro (2012), La lezione di Syriza, https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ 

[12] Carlos del Castillo, Il debito militare con Francia  Germania affoga la Grecia , http://www.communianet.org/rivolta-globale/il-debito-militare-con-francia-e-germania-affoga-la-grecia

[13] « I would like to thank the Prime Minister who ensured us that any suggestions made by our partners and creditors will not include reductions in the Armed Forces… Comunicato stampa del Ministero della Difesa Nazionale del 2.7.2015  http://www.mod.mil.gr/mod/en/content/show/36/A82792

[14] Fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/interno/energia-infrastrutture/efficienza-energetica-grecia-e-germania-insieme-sotto-accusa/

[15] Fonti: http://www.notizieinunclick.it/grecia-punta-a-diventare-snodo-energetico/  e http://it.ibtimes.com/la-grecia-potrebbe-diventare-lago-della-bilancia-energetica-delleuropa-1402307

[16] Ad esempio, solo in questo testo sono calcolabili un centinaio di vocaboli che abbiamo ereditato dal lessico ellenico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

DIFENDERE ‘SORELLA TERRA’, NOSTRA ‘CASA COMUNE’

   0 . Premessa

Venti mesi fa pubblicai sul mio blog images (1)“Un’ecologia cristiana per un’agape cosmica”. [i] Già allora, infatti, si parlava dell’intenzione espressa da Papa Francesco, determinato a scrivere un’enciclica sulle questioni ecologiche che, ovviamente, suscitava grandi aspettative in uno come me che, radicato nei valori cristiani e nonviolenti, da oltre trent’anni é impegnato in campo ambientalista ed eco-pacifista. Lo stimolo a scrivere quell’articolo mi venne soprattutto leggendo -sul sito nazionale di V.A.S. [2] – un interessante scritto del mio amico e maestro Antonio d’Acunto. La sua fiduciosa attesa per quella lettera papale, espressa da un laico intimamente ‘francescano’ come lui, insieme ad alcune riserve manifestate sull’impostazione tradizionale della Chiesa cattolica in materia, mi indussero allora ad unirmi alla sua speranza e, al tempo stesso, a rispondere anche alle sue perplessità. Oggi che, finalmente, ho il piacere di avere tra le mani ed apprezzare il testo della splendida enciclica “Laudato sì”[3] purtroppo non posso condividere la mia soddisfazione con questo grande amico, che ci ha lasciati alcuni mesi fa. Ma poiché sono certo che egli può connettersi con coloro che gli hanno voluto bene e cercano di proseguire sulla strada da lui segnata, mi rivolgerò direttamente ad Antonio, confrontandomi con lui su quanto e come questa lettera di Papa Francesco abbia risposto alle sue aspettative, ma anche ai suoi dubbi.

  1. “Comunità Umana” : contrapposta o estranea alla “Natura”?

Caro Antonio, il primo elemento di criticità da te avanzato riguardava il fatto che nei documenti del Magistero della Chiesa il valore della ‘Comunità Umana’ restasse svincolato da quello della Natura e della Biodiversità, a causa di una persistente visione antropocentrica. Allora ti risposi nel mio articolo: “…limitarsi a contrapporre una visione “biocentrica” a quella “antropocentrica” riesce solo a radicalizzare il discorso, contrapponendo l’interesse dell’ambiente a quello dell’umanità.  Eviterei pertanto di fondare un dialogo su impostazioni estreme tipo “deep ecology” – tanto dirompenti  quanto oggettivamente estranee al Cristianesimo – per puntare su un approccio che ho chiamato “teocentrico”: una saggia terza via tra un antropocentrismo miope ed un  rozzo biocentrismo.” [4].

Ebbene, mi sembra proprio che la risposta che viene dall’enciclica di Papa Francesco vada in questa direzione, anche se ovviamente è più ampia e soddisfacente. Uno dei punti qualificanti, più volte da lui ribadito, è proprio il concetto di interconnessione fra le varie sfere riguardanti i comportamenti umani, e quindi tra la violenza sulla natura e quella sull’uomo. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malat­tia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi.” [5]. Egli ci parla quindi dell’“intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, esprimendo “la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso.”[6]. La conclusione da trarre è che: “Poiché tutte le creatu­re sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri.” [7] . Mi sembra una posizione molto chiara, che supera la visione rigidamente antropocentrica che ha per troppo tempo portato i Cristiani a sottovalutare la responsabilità ambientale dell’uomo. Il Pontefice afferma solennemente che: “Queste situazioni provocano i gemiti di so­rella terra, che si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta”[8]. Direi che ciò risponde alla tua obiezione sul distacco tra il valore attribuito alla ‘comunità umana’ rispetto a quello riconosciuto agli ecosistemi naturali, dal momento che, ribadisce Papa Francesco: “il degra­do ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi.” [9].

Tu dirai che questo non cancella secoli d’insistenza della Chiesa sulla supremazia dell’uomo, ma un evidente esempio di quella “saggia terza via tra antropocentrismo miope e rozzo biocentrismo”, da me auspicata, sono affermazioni di Papa Francesco come questa:

“…l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre rela­zioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’ar­monia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di pren­dere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la ter­ra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Come risultato, la relazione origina­riamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr Gen 3,17-19).” [10]

Caro Antonio, è evidente che l’enciclica “Laudato sì”- pur restando sul solco del Magistero e quindi dell’insegnamento in materia ambientale degli ultimi tre papi – va ben oltre, riconoscendo esplicitamente errori e limiti di una visione antropocentrica:

Anche se è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. Questa responsabilità di fronte ad una ter­ra che è di Dio, implica che l’essere umano, do­tato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mon­do […] Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono comple­tamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento. […] Il Catechismo pone in discussione in modo molto diretto e insistito quello che sarebbe un antropocentrismo deviato: « Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione […] Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l’uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disor­dinato delle cose ».[11]

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  1. ‘Solidarietà’ cristiana solo per l’umanità?

Caro Antonio, nel tuo articolo di quasi due anni fa, pur apprezzando che nei più recenti documenti della Chiesa si facesse riferimento al concetto  di bene comune ed al principio di solidarietà, obiettavi però che ci si riferiva solo alla “persona umana”, senza abbracciare in questo spirito di fraternità tutte le altre creature viventi, seguendo l’esempio del Santo d’Assisi che tu tanto amavi. Ma anche su questo punto l’enciclica di Papa Francesco mi sembra molto esplicita:

“Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. […] Si avverte una crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura, e matura una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta. […] oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri…” [xii]

Continuo a pensare che concetti come ‘bene comune’ o ‘comunità’, nel magistero della Chiesa non possono non riferirsi in senso stretto all’umanità che, posta dal Signore come ‘custode’ di ciò che Egli aveva già creato, ha indubbiamente un prioritario dovere di solidarietà nei confronti dei propri simili. Mi sembra peraltro del tutto naturale, nella misura in cui risponde al connaturato richiamo al bene comune della propria specie. Ma questo non significa affatto che solidarietà e fraternità siano concetti ascrivibili solo alla sfera degli esseri umani, alle persone, poiché un pilastro del messaggio cristiano è proprio una visione ‘creaturale’, che ci pone tutti nella posizione di figli di un unico Padre nostro. E’ pur vero che la storia della Chiesa dimostrato che non fosse affatto scontato che in quell’aggettivo ‘nostro’ fossero inserite anche le creature non-umane, considerate a lungo estranee a questa comune appartenenza-fratellanza. Francesco d’Assisi ha però segnato un traguardo fondamentale in questa riscoperta della solidarietà tra specie, nel nome del Padre comune che ci fa sentire tutti ‘frati’ e ‘sore’.  Già dai primi secoli della Chiesa, del resto, c’erano stati esempi in tal senso, come quello di San Basilio Magno, vescovo e dottore, vissuto tra il 330 ed il 379 d.C., di cui è nota e spesso citata la c.d. “preghiera per gli animali”:

«Signore e salvatore del mondo, noi ti preghiamo anche per gli animali, che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno e offrono le loro semplici vite, aiutandoci a vivere bene. Noi ti preghiamo anche per le creature selvagge, che tu hai creato sapienti, forti, belle. Ti preghiamo per tutte le creature, anche quelle che non sono intelligenti, perché esse hanno una loro missione, sebbene noi siamo incapaci di riconoscerla. E supplichiamo la tua grande tenerezza, perché tu hai promesso di salvare insieme l’uomo e gli animali (cfr. Salmi, 36, 7) e hai concesso a tutti il tuo amore infinito» [xiii]

Ecco, il concetto centrale mi sembra proprio quello della ‘salvezza’ , di cui non possono considerarsi unici destinatari gli uomini, che viceversa sono stati protagonisti d’innumerevoli e continue violenze ai danni di quel Creato di cui avrebbero dovuto essere custodi amorevoli.

“Queste situazioni provocano i gemiti di so­rella terra, che si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e ri­sponda al suo progetto di pace, bellezza e pie­nezza. […] Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.” [xiv]

Il richiamo di san Basilio all’Antico Testamento – ed in particolare ai Salmi –ci riporta ad una fonte inesauribile di riferimenti per un’eco-teologia, come ho cercato di mostrare in un mio vecchio saggio. [xv] Ma ci sono anche bellissimi passi dell’enciclica ‘Laudato sì’ che meritano di essere citati a tal proposito e che ci riportano ad una visione autenticamente francescana della relazione fraterna tra l’uomo e gli altri animali:

“Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza que­sta apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i no­stri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle ri­sorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrie­tà e la cura scaturiranno in maniera spontanea…” [xvi]

Papa Francesco è molto chiaro su questo punto. Gli altri esseri viventi non dipendono dall’uomo né tanto meno sono funzionali all’uomo, poiché hanno un loro senso e valore autonomo e nessuno ci autorizza ad assoggettarli alle nostre esigenze per sfruttarli come pure risorse.

“Sarebbe però anche sbagliato pensare che gli altri esseri viventi debbano essere considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario domi­nio dell’essere umano. Quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società” [xvii] . Più avanti, il pensiero del Papa sulla relazione uomo-animali non umani è ancora più esplicito:“D’altra parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nes­suno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sem­pre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltratta­re un animale non tarda a manifestarsi nella rela­zione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura « è contrario alla dignità umana.” [xviii]

  1. Distacco verso il mondo naturale e mancanza di ‘amore’ per la biodiversità?

ECO-CRIST 1Su questo terzo punto, caro Antonio, hai molto insistito. Il titolo stesso del tuo articolo era un richiamo affinché la Chiesa si pronunciasse in modo meno vago, affermando con chiarezza che un cristiano non può limitarsi ad un generico rispetto per l’ambiente.  “Amare e salvare il Creato” era la formula che tu suggerivi e che oggi io vedo effettivamente rispecchiata nell’enciclica di Papa Francesco. Non c’è dubbio, del resto, che sia difficile parlare di amore laddove esso non sia gratuito ma interessato. L’uomo che salva l’ambiente solo per garantire la sopravvivenza a sé ed ai suoi figli è sicuramente saggio, ma non certo esempio di quell’amore autentico e cosmico che dovrebbe caratterizzare un credente.[xix]  Amare le altre creature in sé e per sé – non nella misura in cui sono utili all’umanità – era ciò che anche tu ritenevi essenziale perché si potesse parlare di una vera ecologia cristiana. Ma, come già allora replicavo: “Se le Chiese non hanno saputo (e in  parte non sanno ancora) esprimere con sufficiente energia e convinzione una netta condanna morale verso chi aggredisce, depreda, mette a rischio e  sfrutta senza limiti la Madre Terra, la colpa non è delle Sacre  Scritture né dell’assenza di una dottrina etica sulla responsabilità ambientale dell’umanità. A prescindere dall’illuminato Magistero di  tanti Pontefici (da Giovanni XXIII a Paolo VI; da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI), ricordo che c’è comunque un ben preciso articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica che è dedicato al  “rispetto dell’integrità della Creazione” [xx] Credo che il testo di “Laudato sì” dia una risposta soddisfacente all’esigenza che manifestavi, perché l’intero Creato è rappresentato come uno dei modi in cui Dio ci comunica il suo amore  la sua vicinanza:

“Insistere nel dire che l’essere umano è im­magine di Dio non dovrebbe farci dimenticare che ogni creatura ha una funzione e nessuna è su­perflua. Tutto l’universo materiale è un linguag­gio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio” [xxi]

Poco più avanti, all’inizio della terza parte dell’enciclica – intitolata “Il mistero dell’universo” –  ci troviamo di fronte ad un’altra bellissima affermazione di Papa Francesco:

“Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “cre­azione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la cre­azione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tut­ti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale.” [xxii]

Nel magistero della Chiesa, quindi, non c’è mai stato un distacco verso il mondo naturale, semmai insistenza su un rapporto disuguale. Secondo una lettura parziale e strumentale delle Sacre Scritture, infatti, esso è stato a lungo considerato il terreno sul quale l’umanità poteva esercitare il proprio ‘dominio’. Ma coltivare (ebr.: šâmar) e custodire (ebr.:‘avad) sono i termini biblici più adatti per indicare questo rapporto in cui non c’è dominanza ma cura, attenzione, rispetto. Lo stesso termine custodia potrebbe suggerire estraneità rispetto a qualcosa che ci è stato affidato, ma la natura non è altro da noi, perché ne facciamo parte, per cui non le siamo ‘sopra’ o ‘accanto’, bensì ‘dentro’.[xxiii]  Ecco perché, Antonio, questa enciclica fa molto bene a parlare fin dal titolo di “cura della casa comune”, ma anche a chiarire che la Terra non è una realtà avulsa da quella di chi vi abita, visto che tutto fa parte di un’unica creazione, che ha una sua coerenza e che risponde solo al Creatore, non certo alle esigenze dell’uomo. Una delle leggi del Creato è proprio quella della biodiversità, la cui salvaguardia, caro Antonio, è stato fino all’ultimo un elemento centrale del tuo impegno ecologista.

Anche le risorse della terra vengono depre­date a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. La perdita di foreste e bo­schi implica allo stesso tempo la perdita di specie che potrebbero costituire nel futuro risorse estre­mamente importanti, non solo per l’alimentazio­ne, ma anche per la cura di malattie e per molte­plici servizi. […] Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimen­ticando che hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sem­pre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche atti­vità umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto.” [xxiv]

Papa Francesco non ricorre a giri di parole. Dichiara semplicemente ed esplicitamente che non abbiamo alcun diritto di saccheggiare la natura in nome del nostro utile, dal momento che gli esseri viventi non sono mere risorse da sfruttare, bensì realtà da rispettare ed amare fraternamente.

  1. Aggredire la natura è un peccato da condannare?

Image for EDUCARE. E' UNA PAROLA...Mancando un esplicito “comandamento dell’amore” verso la Natura e la diversità biologica, argomentavi, le Chiese non riescono a condannare moralmente chi le aggredisce, in nome d’un modello di sviluppo basato sullo ‘sfruttamento’ delle risorse. Ebbene, il passo appena citato dell’enciclica – riprendendo il Magistero dei precedenti pontefici – mi sembra invece dimostrare che proprio l’attuale modello di sviluppo è individuato come causa sia delle ingiustizie socio-economiche, sia del degrado ambientale e della crescente minaccia alla biodiversità. Basta guardarsi intorno, scrive papa Francesco, per rendersi conto di quanto devastante sia stato l’impatto umano sull’ambiente:

Osservando il mondo notiamo che questo livel­lo di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contempo­raneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti. In questo modo, sembra che ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un’altra creata da noi.”  [xxv]

Il problema di fondo – fin da quando Adàm decise d’infrangere il suo rapporto di comunione con Adamàh (in ebr., la Terra) e col suo stesso Creatore – resta quello della ybris dell’uomo, che vuol mettersi al posto di Dio per plasmare la Terra a propria immagine e somiglianza. La ‘grande bellezza’ del Creato non gli basta più, per cui decide di sostituirla, di replicarla o comunque di manipolarne la realtà, per affermare il proprio dominio. Ma anche quando una crescente e diffusa sensibilità ambientale ha di fatto costretto l’umanità a confrontarsi con gli effetti negativi prodotti da questa pretesa di dominio, la sua preoccupazione troppo spesso si è limitata a valutare le conseguenze di questo comportamento irresponsabile e predatorio sulla propria stessa salute e sopravvivenza, invece di prendere atto del danno provocato agli equilibri ecologici ed alla diversità biologica. A tal proposito scrive Papa Francesco:

“Quando si analizza l’impatto ambientale di qualche iniziativa economica , si è soliti conside­rare gli effetti sul suolo, sull’acqua e sull’aria, ma non sempre si include uno studio attento dell’im­patto sulla biodiversità, come se la perdita di al­cune specie o di gruppi animali o vegetali fosse qualcosa di poco rilevante. La cura degli ecosistemi richiede uno sguar­do che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e faci­le, a nessuno interessa veramente la loro preserva­zione.[…] Neppure la sostituzione della flora selvati­ca con aree piantate a bosco, che generalmente sono monocolture, è solitamente oggetto di un’a­deguata analisi. In realtà essa può colpire grave­mente una biodiversità che non è albergata dalle nuove specie che si piantano. Anche le zone umi­de, che vengono trasformate in terreno agricolo, perdono l’enorme biodiversità che ospitavano.” [xxvi]

Non è certo la prima volta che un documento del Magistero delle Chiese cristiane si sofferma su questi aspetti, ma trovo molto apprezzabile la limpida affermazione – scientifica oltre che etica – di un oggettivo diritto della natura al rispetto dei propri equilibri, cui si contrappone la netta condanna dell’indifferenza e dell’utilitarismo dell’uomo nei confronti di ‘sorella Terra’.  Il fatto è, caro Antonio, che mentre la Chiesa ha raggiunto una piena consapevolezza della gravità di comportamenti anti-ecologici, il problema più difficile da superare è il ridotto livello  di consapevolezza della comunità dei credenti. In seguito a quella che il Papa chiama “globalizzazione dell’indifferenza”, essa subisce sempre più l’influenza negativa del pensiero unico laicista-liberista,  improntato al primato dell’economia e ad una visione dell’Uomo che si pone al là del bene e del male, ritenendosi svincolato da qualsiasi norma etica e perfino dalle leggi naturali.

Non è quindi la Chiesa – pur con innegabili contraddizioni ed errori – ad impedire una crescita della coscienza ecologica e della sua stretta connessione con l’impegno per la giustizia sociale, bensì una diffusa visione materialista, scientista ed utilitarista che ha ben altre origini. Papi, vescovi e semplici pastori, ad esempio, parlano ormai da mezzo secolo di un profondo rapporto tra “Giustizia, Pace ed Integrità del Creato”. Viceversa, non è certo un caso che gli stessi che propugnano un modello di sviluppo che crea ingiustizie e provoca conflitti, anche bellici, siano strenuamente contrari ad un’autentica visione ecologica, che non si esaurisce certo in certo pseudo-ambientalismo superficiale e colpevolmente disattento alle cause strutturali dei guasti ambientali. La Chiesa cattolica, con Papa Francesco, va ben oltre quando afferma che la battaglia verso chi degrada l’ambiente va di pari passo con quella nei confronti di chi sfrutta ed impoverisce l’uomo:

“Poiché tutte le creatu­re sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri. […] L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affronta­re adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno atti­nenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della so­cietà colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta […] Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri. .” [xxvii]

 

  1. Va condannata l’insostenibilità socio-ambientale del falso sviluppo ?

downloadCaro Antonio, la tua quinta ed ultima obiezione riguardava l’assenza di un’esplicita condanna da parte della Chiesa cattolica dell’attuale modello di sviluppo. Pur criticando giustamente il sistema economico, sostenevi, essa non giunge ancora ad affermare “…l’incoerenza dello sviluppo in sé – per definizione illimitato – rispetto a risorse finite, che è il cardine della insostenibilità del modello antropocentro-liberal-capitalistico…” [xxviii].

Ebbene, dell’ambiguità del concetto stesso di ‘sostenibilità ambientale’ ho già scritto in un mio recente articolo [xxix] , per cui evito di ripetermi. Vorrei invece ribadire, anche alla luce dell’enciclica ‘Laudato sì’, che mi sembra difficilmente ascrivile al pensiero cattolico la diffusione di una visione dello sviluppo così devastante ed iniqua., Come scrivevo già due anni fa, ritengo piuttosto che essa rappresenti il frutto avvelenato di una “cultura umanistico –illuminista, che si affida ciecamente alla ragione umana ed alla capacità della scienza e della tecnologia di ovviare ai guasti che la  stessa umanità provoca quando si contrappone alla Natura, anziché assecondarla […] Lo stesso marxismo, pur esercitando una critica spietata d’un sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non ha sufficientemente contrastato la concezione di  dominio dell’umanità sulla natura né la pretesa che lo sviluppo fosse illimitato” [xxx]

Non basta quindi superare il vecchio antropocentrismo (erroneamente attribuito alla tradizione giudaico-cristiana), se non si va oltre la sua versione laica, non meno pervasiva, per riscoprire i nostri legami con la Terra e rinsaldare quelli con i nostri fratelli. Citando ancora Papa Francesco:

“Bisogna rafforzare la consapevolez­za che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’in­differenza…Queste situazioni provocano i gemiti di so­rella terra, che si uniscono ai gemiti degli abban­donati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e ri­sponda al suo progetto di pace, bellezza e pie­nezza.” [xxxi]

E’ difficile esprimere meglio di così questo concetto fondamentale, da cui emerge l’indissolubile legame fra l’impegno per la giustizia e la pace e quello per la salvaguardia dell’integrità ecologica. Né si tratta di condanne generiche. Il S. Padre chiama le cose col loro nome, spiegando come la speculazione finanziaria ed il disprezzo per la dignità delle persone procedano parallelamente ai guasti ambientali  ed all’insorgere di sempre nuovi e più gravi conflitti armati.

“Nel frattempo i poteri economici conti­nuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignora­re ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degra­do ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi.  È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con no­bili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pen­sa alle armi nucleari e a quelle biologiche.” [xxxii]

Per cambiare rotta, lo dicevi anche tu caro Antonio, non basta rivendicare diritti o fare battaglie civili e politiche, se non si punta a cambiare radicalmente la mentalità corrente, contrastando il pensiero unico che fa dipendere tutto dalla tecnologia. Essa, infatti, è spesso riconosciuta come la causa di tanti guasti ambientali, ma al tempo stesso è ancora fideisticamente considerata il rimedio infallibile ed universale ad ogni male. In tal senso, argomenta il Papa, un pensiero ecologico deve uscire da quegli schemi riduttivi e promuovere una cultura alternativa:

“La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquina­mento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del para­digma tecnocratico. Diversamente, anche le mi­gliori iniziative ecologiste possono finire rinchiuse nella stessa logica globalizzata. Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella re­altà sono connesse, e nascondere i veri e più pro­fondi problemi del sistema mondiale.[xxxiii]

Penso che anche tu saresti d’accordo con questa riflessione e credo che forse concorderesti anche con quella successiva, secondo la quale non esiste vera ecologia senza una vera antropologia.

“Un antropocentrismo deviato non deve neces­sariamente cedere il passo a un “biocentrismo”, perché ciò implicherebbe introdurre un nuovo squilibrio, che non solo non risolverà i proble­mi, bensì ne aggiungerà altri. Non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valoriz­zano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità.” [xxxiv]

Anche un laico come te, infatti, sa benissimo che la soluzione alla tragedia ambientale che incombe su di noi non risiede in un atteggiamento sprezzante verso l’uomo, puntando esclusivamente a salvaguardare il suo ambiente naturale. Tu stesso hai parlato in termini di relazione di amore, di comunione, per cui un’ecologia senza l’uomo sarebbe una contraddizione. Del resto, nessuno più di te, impegnato per decenni a difendere i diritti e la creatività delle persone umane, conosceva  il saldo legame che ci lega al territorio e ci collega in una rete di relazioni ecologiche, sintetizzata nella spirale della biodiversità che hai voluto come simbolo della Civiltà del Sole.

“…, quando si parla di biodiversità, al massimo la si pensa come una riserva di ri­sorse economiche che potrebbe essere sfruttata, ma non si considerano seriamente il valore reale delle cose, il loro significato per le persone e le culture, gli interessi e le necessità dei poveri.” [xxxv]

Ma la biodiversità, come la cultura e lo stesso valore delle persone, non sono risorse da sfruttare ma valori da difendere. Ecco il senso della tua e nostra battaglia per affermare quella “civiltà del sole” che hai mirabilmente rappresentato in un tuo articolo di cinque anni fa:

“Nella Civiltà del Solare, la città respira come da natura e cresce la bellezza della sua immagine: scompaiono gli orrendi, rischiosi e malsani scenari di raffinerie, depositi di combustibile, megalitici impianti, ed i tetti da semplici e spesso orride coperture diventano luoghi verdi, rigeneratori di ossigeno, fonti energetiche. La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica ed architettura del nuovo: casa, fabbrica e luoghi sociali sono progettati e costruiti per essere energeticamente autosufficienti. Contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate. Cambiano la mobilità ed il trasporto, privato e pubblico, riformulati sul solare e sulle sue derivazioni. Crescono, con la specifica tecnologia, la capacità rigenerativa di materia, il ricircolo, la sinergia e la simbiosi anche funzionali con la depurazione delle acque. Un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva trova nella rivoluzione del solare una grande centralità, un fondamentale riferimento per un immanentismo filosofico, ideale, progettuale anche di nuova formulazione economica. L’intera economia si libera dai vincoli della dipendenza e del ricatto del mercato del combustibile e delle fonti energetiche, e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della ‘bilancia commerciale’ e sulla speculazione monetaria ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali, anche in identità semplici e familiari, diventano i fattori delle scelte, delle capacità di acquisire quella giusta energia sufficiente per le proprie necessità, di scambiarsela a ‘bassa tensione’ per non restarne mai prive con le altre vicine in una rete di comune, reciproco interesse. A regime, ai cittadini, alle famiglie, alle aggregazioni sociali e collettive, alle scuole, agli ospedali, ai luoghi di produzione e lavoro, arrivano ‘bollette’ dell’energia dove il costo del combustibile è sempre zero, perché è la Natura che lo dona a tutti….” [xxxvi]

foto d'acunto DSC_9421 (1)Penso proprio che il tuo meraviglioso affresco laico di una civiltà alternativa, caro Antonio, si coniughi bene con l’immagine d’insieme che otteniamo congiungendo i punti fondamentali dell’enciclica di Papa Francesco sulla “cura della casa comune”. Il che dimostra che è possibile ed auspicabile un dialogo del mondo ecologista con chi, con lui, è convinto che bisogna assolutamente cambiare direzione, prima che sia troppo tardi. Concludo perciò con un’ultima, significativa citazione da quell’eccezionale documento:

“Se la politi­ca non è capace di rompere una logica perversa, e resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche su­perficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politi­ca sana dovrebbe essere capace di assumere que­sta sfida.”  [xxxvii]

Caro Antonio, tu quella sfida l’hai raccolta e ci hai coinvolti in questa grande esperienza di movimento ecologico nato dal basso ma che guarda molto in alto. Ora tocca a noi andare avanti su quella strada, perché siamo convinti che prenderci cura della “casa comune” è una questione che ci coinvolge tutti e a tutti i livelli.

NOTE :—————————————————————————————————–

[i] Ermete Ferraro (2013) UN’ECOLOGIA CRISTIANA PER UN’AGAPE COSMICA , https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/10/21/unecologia-cristiana-per-unagape-cosmica/ .

[2] Antonio D’Acunto (2013),  PAPA FRANCESCO E L’ATTESA PER UNA NUOVA ENCLICLICA: ‘AMARE E SALVARE IL CREATO”, pubblicato il 14.10.2013 sul sito nazionale di V.A.S. (www.vasonlus.it  )

[3] Papa Francesco (2015), Lettera enciclica LAUDATO SI’  sulla cura della casa comune > http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[4] Ferraro 2013, cit.

[5] Papa Francesco, LAUDATO SI’, cit., n.2

[6]  Ivi, n. 16

[7]  Ivi, n. 42

[8]  Ivi, n. 53

[9]  Ivi, n. 56

[10] Ivi, n. 66

[11] Ivi, nn .67-69

[xii]  Ivi, nn. 14…19…49

[xiii]  La preghiera è riportata nell’articolo: Franca Zambonini, “Diversamente giovani”, in: Famiglia Cristiana, 14.10.2007, p. 14

[xiv]  LAUDATO SI’, cit., n. 53

[xv] Ermete Ferraro (2009), IL SALMO DEL CREATOdalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore, pp.20, pubblicato online su: “Filosofia ambientale” > http://wds.bologna.enea.it/articoli/09-03-ferraro-il%20salmo%20del%20creato.pdf

[xvi]  Ivi, n. 11

[xvii]  Ivi, n. 82

[xviii] Ivi, n. 92

[xix] Ermete Ferraro (2007) , ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA, lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor, 13) , pubbl. nel 2008 > http://wds.bologna.enea.it/articoli/08-01-10-ferraro-agape-cosmica.pdf

[xx]  Ferraro 2013, cit.

[xxi]  LAUDATO  SI’, cit., n. 84

[xxii]  Ivi, n. 76

[xxiii]  Cfr.: “LA TERRA COME UN GIARDINO”, in. Mosaico di Pace, http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/39498.html

[xxiv]  LAUDATO SI’, cit., nn. 32…33

[xxv]  Ivi, n. 34

[xxvi]  Ivi, nn. 35…36…39

[xxvii]  Ivi , nn. 42…48…49

[xxviii]  D’Acunto 2013, cit.

[xxix]  Ermete Ferraro (2015), L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SOSTENIBILITA’, https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/

[xxx] Ferraro 2013, cit.

[xxxi] LAUDATO SI’, cit., nn. 52-53

[xxxii] Ivi, nn. 56-57

[xxxiii] Ivi, n. 111

[xxxiv] Ivi, n.118

[xxxv] Ivi, n.190

[xxxvi] Antonio D’Acunto (2010), LA CIVILTA’ DEL SOLE, http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/la-civilta-del-sole/24-la-civilta-del-sole

[xxxvii]  LAUDATO SI’, N. 197

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(C) 2015 Ermete Ferraro (http:/ermeteferraro.wordpress.com )

LA ‘BUONA SCUOLA DI MAGIA’

GAZZETTA PROFETA

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E’ stato pubblicato ieri un importante decreto-legge del Ministero della Magia. Dopo le indiscrezioni del giorni scorsi, il testo del provvedimento è stato comunicato ufficialmente dal Ministro della Educazione alla Magia, Stephan O’Johnny, che ha illustrato le principali innovazioni introdotte, in una conferenza stampa tenuta nell’Aula Dieci del Ministero.

Il primo punto del decreto, quello più qualificante, riguarda la centralità assoluta del Preside delle Scuole di Magia (P.S.), il quale diventa così:

 “responsabile (…) delle scelte didattiche, formative, della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti” (art. 7).

D’ora in poi, quindi, toccherà a lui soltanto il potere-dovere di elaborare il Piano Triennale dell’Offerta Formativa Magica, che dovrà prevedere il fabbisogno dell’organico dei docenti di arti magiche. Secondo l’art. 2 del decreto, pertanto, il Collegio dei Docenti ed il Consiglio della Scuola saranno solo “sentiti” dal P.S..

Questi potrà dunque  scegliere in totale autonomia i suoi insegnanti, in un’ottica di competizione fra scuole, anche al di fuori delle vecchie graduatorie del Ministero e secondo criteri di discrezionalità. In ogni caso, ogni incarico avrà una durata di soli tre anni, ragion per cui il Preside potrà anche non rinnovarlo, se non sarà soddisfatto dei risultati ottenuti.  E’ peraltro previsto che il P.S. possa scegliere i propri docenti anche al di fuori delle vecchie specializzazioni (ad es. nominando sulla cattedra di ‘Erbologia’ un insegnante di ‘Trasfigurazione’), sempre che lo ritenga qualificato a ciò. Sono altresì previsti dal decreto dei “premi” per i docenti meritevoli, ulteriore elemento affidato alla valutazione autonoma dei Presidi, la cui autorità ne risulterà quindi molto rafforzata.

decreto min.magiaPer i corsi superiori di Magia – quelli che portano al conseguimento del M.A.G.O. (Magie Avanzate di Grado Ottimale) – è previsto inoltre che gli studenti possano personalizzare il loro curriculum, scegliendo degli insegnamenti opzionali (ad es. Aritmanzia oppure Cura delle Creature magiche). E’ altresì previsto che essi possano sostituire le ore di lezione curricolari anche con una alternanza scuola-lavoro, attraverso contratti di apprendistato come “alchimisti aggiunti in prova”, o come “assistenti alla ricerca delle tradizioni babbane”, ovviamente senza alcuna retribuzione.

E’ stata inoltre istituita la formazione obbligatoria dei docenti , che dovranno seguire almeno 50 ore di aggiornamento su materie come: “digitalizzazione delle antiche rune”, “elementi di statistica degli incantesimi” o “Divinazione di ciò che passa nella testa del P.S.”.

Resta confermato che la valutazione del merito dei docenti di magia resta affidata al P.S., con riferimento:

“ai risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli studenti, di progettualità nella metodologia didattica, di innovatività e contributo al miglioramento complessivo della scuola” (art. 11).

Ovviamente nella valutazione della professionalità degli insegnanti sarà di fondamentale importanza il risultato ottenuto dai loro allievi nelle prove INWIZ (International Standard of Wizardry), la cui obbligatorietà e centralità è ovviamente confermata.

Infine, il decreto-legge prevede anche delle cospicue agevolazioni fiscali , per cui tutti i contribuenti (babbani compresi) potranno destinare il 5 per mille della loro imposta alle scuole di magia, anche quelle private, purché riconosciute dal Ministero della Magia.

Un altro punto qualificante del provvedimento – ha sottolineato il Ministro O’Johnny – è la regolamentazione dell’accesso alla professione di insegnanti di arti magiche. D’ora in poi, infatti, si potrà accedere alla professione esclusivamente mediante concorso, entrando in ruolo ma con validità di soli tre anni.

Il reclutamento e l’abilitazione dei docenti, quindi, sarà affidata alla vincita di un concorso specifico, che sarà indetto dall’ Ufficio contro l’Uso Improprio delle Arti magiche. Avverso le decisioni assunte, sarà possibile comunque fare ricorso al Servizio Amministrativo Wizengamot, presieduto dal Preside Emerito Dexter Fortebraccio, sebbene da 100 anni egli risulti pietrificato da un incantesimo di “voi sapete chi”.

L’art. 11 del decreto approvato dal Ministero della Magia, inoltre, prevede una delega a deliberare entro 18 mesi decreti legislativi su un lunghissimo elenco di materie, che spaziano dalla riforma degli organi collegiali delle Scuole di Magia (che verranno subordinati al P.S.), agli Esami di Stato per il conseguimento dei G.U.F.O.  e dei M.A.G.O., al sistema integrato di educazione e istruzione (con progressiva esclusione degli studenti babbani che non abbiano ottenuto il voto di Eccezionale alle prove INWIZ).

Si prevedono anche nuove norme relativamente al riordino dei ruoli dei docenti di arti magiche, alla valorizzazione del merito (degli studenti e delle relative Case) ed anche alla valutazione cui saranno assoggettati gli stessi Presidi, come peraltro avvenuto con la precedente rimozione per decreto del Preside di Hogwarts, Albus Silente.

Al termine della conferenza stampa, alcuni giornalisti hanno posto alcune domande al Ministro dell’Educazione su alcuni punti controversi, come l’autorità assoluta dei presidi ed i criteri di reclutamento e valutazione dei docenti.

Incalzato da questi interrogativi, il Ministro O’ Johnny è però apparso vivamente contrariato e si è limitato a dichiarare che non c’è nulla da chiarire nel decreto, dal momento che – come recita il motto che circonda lo stemma del Ministero della Magia – “ignorantia juris neminem excusat” (cioè: “la legge non ammette ignoranza”).ministry of magic

Questa sbrigativa risposta ha irritato i giornalisti – fra cui il sottoscritto – ed alcuni rappresentanti del Sindacato C.G.D.A.M. (Confederazione Generale dei Docenti di Arti Magiche) , ragion per cui il clima nella Sala Dieci si è progressivamente riscaldato.

Il Ministro Stephan ‘O Johnny, però, ha indossato a sorpresa il mantello dell’invisibilità ed è sparito agli occhi dei presenti. E’ invece stato diramato un comunicato stampa dall’Ufficio del Premier (Colui che Non deve Essere Nominato) nel quale egli si dichiara molto soddisfatto della riforma del sistema educativo, esprimendo infine la sua convinzione che essa: “…avrà senz’altro il successo che merita, alla faccia di tutti i gufi di Hogwarts…”

                                                                                                              Ermes Non Silente

(inviato de La gazzetta del Profeta)

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

SE SI SOGNA INSIEME…

downloadA maggio di due anni fa è nata a Napoli un’importante esperienza di organizzazione di base, impegnata attivamente e volontaristicamente a diffondere una cultura alternativa ed nuovo modello di sviluppo. Sono trascorsi giusto due anni, infatti, da quando è stata ufficialmente costituita la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, aggregazione di referenti associativi ed individuali che già si erano impegnati, nei due anni precedenti, contro il ritorno del nucleare e perché la proposta di legge regionale popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” diventasse una legge quadro della nostra Regione.

Il bello è che quello spontaneo aggregato era anche riuscito nella sua mission impossible, superando alla grande l’ostacolo di ben tre commissioni consiliari e di un’assemblea consiliare dove la maggioranza dei voti era saldamente in mano ai partiti di centrodestra.

Fu così che, forti della vittoria ottenuta con l’approvazione all’unanimità di quella che diventava in tal modo la legge regionale n.1 del 2013, noi del Comitato Promotore decidemmo di dar vita ad un organismo associativo che, a questo punto, concentrasse il proprio impegno sull’effettiva attuazione di una legge di fatto rivoluzionaria.

Sapevamo benissimo, infatti, che dietro la faccia bonaria dell’unanimismo bipartisan si celava il solito volto di una classe politica conservatrice e moralmente compromessa, abituata ad affossare ogni innovazione e a difendere gli interessi delle varie lobbies cui è legata.

Noi eravamo stati lo scomodo e fastidioso topolino che, per un attimo, aveva fatto arretrare l’elefante del centro-destra campano, lasciando peraltro un po’ spiazzato anche il fragile centro-sinistra, poco abituato ad uno stile bottom-up di fare politica e spesso ambiguo proprio sulle questioni ambientali. Ecco perché , fin da subito, il sistema si è subito messo in moto per affossare la neonata legge sul solare, dapprima mutilandola con emendamenti in sede di bilancio, in seguito ignorandola sfacciatamente.

sole4Sono stati, questi, due anni di totale disapplicazione di una norma che avrebbe invece potuto davvero segnare una netta svolta in Campania, avviandone una rapida solarizzazione e, al tempo stesso, affrontando le sue piaghe ambientali ed occupazionali in modo creativo e propositivo.

E’ sempre antipatico recriminare, ma in certi casi diventa un dovere civile. In questo periodo, infatti, ben poche voci si sono levate in difesa della disattesa legge regionale n.1/2013, che è diventata il monumento all’ipocrisia di una classe politica timorosa e miope, oltre che prona verso certi interessi consolidati. Se si fa eccezione per i consiglieri regionali del PD Antonio Marciano (correlatore della legge) ed Antonio Valiante (autore di un’interrogazione a Caldoro); per il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ed suo Vice, Tommaso Sodano e per l’attuale Vice Presidente della Città Metropolitana, Elena Coccia, si direbbe che ben pochi esponenti politici abbiano sentito il dovere di prendere posizione, schierandosi in favore della legge e contro chi ha cercato in ogni modo di annullare la volontà dei cittadini, azzerando di fatto quanto era stato deliberato dallo stesso organo legislativo regionale.

A distanza di due anni, d’altra parte, registriamo con piacere che la competizione elettorale per le regionali in Campania ha finalmente suscitato nuovo interesse per quella che noi abbiamo deciso di chiamare, a buon titolo, la Legge d’Acunto.  Tre candidati presidenti su cinque (Salvatore Vozza per Sinistra al Lavoro, Valeria Ciarambino per il Movimento Cinque Stelle, e Marco Esposito per la lista civica meridionalista MO! Campania) hanno infatti inserito nei loro programmi elettorali il rilancio di questo provvedimento legislativo, di cui evidentemente hanno colto l’importanza e sulla cui attuazione ci auguriamo che vorranno adoperarsi in futuro.

pirasoleNoi della R.C.C.S.B., d’altra parte, non siamo certo rimasti immobili a piangerci addosso, ma abbiamo sviluppato in questi due anni una serie d’iniziative autogestite, lanciando appelli e messaggi anche su questioni apparentemente collaterali, come la necessità di misure di vero contrasto al cambiamento climatico, la salvaguardia della nostra costituzione, l’opposizione al funesto decreto Sblocca Italia ed alle sue devastanti conseguenze per l’ambiente.

Questi ventiquattro mesi di attività della nostra Rete ci hanno visti impegnati costantemente sul territorio, con assemblee, manifestazioni pubbliche ed interventi nelle scuole.

Abbiamo lanciato e fatto sottoscrivere da un migliaio di cittadini una petizione sul clima, con la quale proponiamo nuovi standard (5% d’incremento del verde, 60% di riduzione della CO2, 50% per le fonti rinnovabili, 50% destinato al risparmio ed efficientamento energetico).

Abbiamo svolto iniziative formative e seminariali in alcune scuole napoletane (la SMS Viale delle Acacie del Vomero ed il Liceo Don L. Milani di S. Giovanni a Teduccio).

Abbiamo partecipato come Rete anche ad altre iniziative sociali, come“Miseria Ladra” (promossa da Libera e dal Gruppo Abele); professionali come varie assemblee di architetti ed ingegneri; di promozione di una green economy come i Green Days ed Energy Med, ambedue promossi dall’amministrazione comunale di Napoli.

Abbiamo anche partecipato ad un “Training Camp” dell’A.N.C.I. (Ercolano, apr. 2013) ed alla manifestazione #Fiumeinpiena (Napoli, nov. 2013) ma, soprattutto, abbiamo organizzato in prima persona una quantità d’impegnativi e significativi eventi, a partire dal convegno su “La legge più bella” (Salerno, mag. 2013), cui hanno fatto seguito: la I Conferenza Regionale sui Piani Solari Comunali (Salerno, ott. 2013); l’assemblea “Dalle ecoballe alle piramidi del Sole” (Napoli, Sala Nugnes del Cons. Comunale, nov. 2013).

Il secondo anno è stato contrassegnato da un’iniziativa a tutela della Reggia di Carditello (gen. 2014) e dall’Assemblea per il primo anniversario della LR 1/2013 (Napoli, feb. 2014). Si sono poi registrati altre iniziative pubbliche, come il volantinaggio di denuncia durante EnergyMed (mar. 2014);  l’Assemblea del Soci della RCCSB (apr. 2014); l’intervento ad un incontro di ingegneri ed architetti (Pozzuoli, mag. 2014), un successivo intervento al convegno sulle Eccellenze Campane (Napoli, giu. 2014) e, soprattutto, il fondamentale evento “Diamo un calcio alle ecoballe!”, svolto a Giugliano in Campania nello stesso mese.  Dopo la pausa estiva hanno fatto seguito altre iniziative della Rete, fra cui: l’intervento di una delegazione della Rete alla Convention del Patto dei Sindaci (Napoli, Castel dell’Ovo, set. 2014); la colorita manifestazione “C’è un brutto clima…” (Piazza Gesù Nuovo, set. 2014); la partecipazione ai cortei-manifestazioni contro Sblocca Italia (Roma, Montecitorio, ott. 2014 e Napoli, Bagnoli, nov. 2014) ed altre iniziative simili.

antonio 4Purtroppo il mese di dicembre ha segnato un pesante momento di arresto a questo entusiastico attivismo della Rete. La grave perdita del suo fondatore ed ispiratore, Antonio D’Acunto, ha colpito duramente tutti coloro che lo hanno seguito in questa incredibile avventura, molti dei quali lo conoscevano da decenni, condividendone le grandi battaglie civili, sociali ed ambientaliste che hanno caratterizzato la vita di questo vero profeta della “civiltà del sole”.

L’associazione, orfana del suo leader , ha voluto quindi ricordarlo e rendergli omaggio con una commossa e partecipata commemorazione pubblica, tenuta nella Sala giunta di Palazzo S. Giacomo, alla presenza del Sindaco de Magistris e dell’Assessore all’Ambiente Sodano.

Ma il vero modo per onorare D’Acunto è stata la nostra determinazione nel continuarne la difficile battaglia, senza poter più contare sulla sua carismatica personalità, proseguendo comunque nei contatti con la stessa Amministrazione Comunale di Napoli, con la quale era già stata avviata una proficua collaborazione per realizzare un evento propedeutico alla Biennale del Sole e della Biodiversità nel Mediterraneo, prevista esplicitamente dalla legge 1/2013.

Un altro impegno che ci siamo assunti è stato quello di contribuire con proposte originali alla redazione dello Statuto della Città Metropolitana di Napoli, facendo tesoro delle indicazioni che lo stesso D’Acunto aveva avanzato, già molti anni fa, per realizzare una svolta fondata sul suo progetto di Ecopolis.

L’ intitolazione ad Antonio di un parco didattico da realizzare a Marianella  – voluta dal Sindaco – ci ha indotti poi a considerare con attenzione le indubbie opportunità che questa decisione offre,  confrontandoci con i cittadini di quel quartiere e con la stessa ASIA Napoli, autrice di quel progetto di eco-parco.

biodiversita'Le nostre ultime attività, come dicevo prima prima, sono state rivolte a mantenere aperto il dialogo con i partiti che si sono presentati alle elezioni regionali ed in particolare con i candidati alla Presidenza della Campania. Siamo infatti convinti che il pur fondamentale ed indispensabile lavoro di base dell’Associazione non può essere disgiunto da un impegno a coinvolgere i referenti istituzionali (Comune, Città Metropolitana e Regione) in un percorso virtuoso e “alla luce del sole”, proprio per interrompere il ciclo vizioso della crescente e pericolosa frattura fra i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli, che si aggiunge a quella tra le comunità locali e la loro terra.

Ecco perché, dopo due anni, possiamo presentarci a testa alta di fronte a chiunque, forti della nostra coerenza e dell’autonomia nella quale abbiamo operato, rivendicando il diritto all’attuazione di una legge troppo a lungo disattesa e ribadendo le ragioni, ideali ma anche concrete, di una svolta epocale verso quella“civiltà del sole” che non è assolutamente un’utopia.

Dobbiamo peraltro ammettere che, mai come in questo momento, tutto sembra andare in senso completamente opposto, per cui il nostro sforzo può apparire ingenuo e velleitario. La verità è che mai come adesso, invece, c’è bisogno di idee chiare, alternative e sanamente costruttive, per uscire dalle sabbie mobili d’un nuovo verticismo autoritario e centralista e di un ulteriore, sciagurato, attacco all’integrità dell’ambiente naturale, in nome del profitto e di un falso progresso.

Mai come adesso c’è bisogno di dire dei “no” chiari e netti (a decreti perniciosi come lo Sblocca Italia ed alla pericolosa revisione della Costituzione, che cancellerebbe il diritto delle Regioni ad intervenire in materie-cardine come l’energia). Servono però anche dei “sì” altrettanto decisi, in particolare a provvedimenti di vero contrasto ai cambiamenti climatici, a progetti di vera economia verde, ad un impulso alla rapida diffusione delle fonti energetiche alternative, contrastando però ogni operazione speculativa, nel rispetto dei valori del territorio e della diversità biologica.

I principi base su cui si fonda la filosofia della legge D’Acunto, infatti, sono sia di natura ambientale (tutela della terra, ricorso ad energie pulite rinnovabili e diffuse, salvaguardia della biodiversità), sia d’ispirazione sociale ed economica (avvio di un’economia decentrata, eco-sostenibile e fonte di nuove occasioni di lavoro e di vero sviluppo delle comunità locali).

 

Ebbene, non sono ovviamente in grado di dire se la nostra piccola Rete, orfana di Antonio D’Acunto, riuscirà in questa sua ambiziosa missione, dal momento che porta avanti un modello che va in totale controtendenza rispetto alle idee più diffuse e non può certo contare sul sostegno di lobbies e di sponsor politici. So soltanto che noi della rete bio-solare ci crediamo fermamente e quindi il nostro impegno andrà costantemente in quella direzione.

Non si tratta di vagheggiare retoricamente il“sol dell’avvenir” ma di operare concretamente e collettivamente per realizzare “l’avvenire del Sole”, in quanto nucleo di una nuova civiltà, più giusta ed ecologica. Perché, come recita un noto proverbio, d’incerta paternità ma molto efficace: “Se si sogna da soli è solo un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

(c) 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com.)

‘A PARTITA D”O NNAPULITANO…

‘A partita d’’o Nnapulitano… è ttuttaquanta ‘a jucà.images

Vurria vedé p’’o Nnapulitano ‘o stesso tifo ca ‘a ggente nosta addemostra p’’a S.S.C. Napule

Me garbarrìa assaje ‘e vedé ca ‘e Napulitane s’apprennetissero p’’o fatto c’‘a lengua nosta sta šcrianno ‘mpilo ‘mpilo, accuppata primma d’’o Taliano-lengua unneca e doppo ‘a ll’Ingrése d’’a globbalizzazzione furzata.

Però ‘e ccose vanno ‘e n’ata manéra e simmo furtunate ca nce stanno ancora ggente c’addesìano ‘e fa’ quaccosa pe’ sarvà ‘sta lengua bella e antica d’’a šcaienza, accummencianno a parlà e a šcrivere commilfò.

Int’’a ‘stu periodo aggio avuto ‘nu sacco ‘e addemustrazzione ca, p’asempio, ‘nu pruggetto pe ‘mparà ‘a lengua e ‘a cultura napulitana dint’’a šcola po’ avè pure assaje succiesso. I’ stesso me songo maravegliato pe ll’articule ca songo asciute ‘ncopp’ê ggiurnale e ê pizze web, pe nun parlà d’’o servizio d’’a televisione frangese ‘ncopp’ô pruggetto mio.

‘O prubblema, però, è ca quanno ‘e media parlano ‘e ‘sti fatte pare sempe ca se tratta ‘e folklore cchiù ca ‘e ‘na pruposta culturale e suciale p’ascì d’’a subbordinazzione e d’’a margenaletà.

Fore ‘a ll’Italia, ‘a questione ca fanno chille ca vônno addefennere ‘e llengue reggionale tene cchiù ‘mpurtanza e speciarmente â Franza e â Špagna nce sta ‘nu gruosso muvimento pe da’ ‘a justa degnità ô Ppruvenzale, ô‘ Ccatalano e ô Bbalenziano.

Addò nuje, ‘mméce, pare ca chi vô sarvà ‘a lengua napulitana ha dda esse pe’ fforza ‘nu burboneco, ‘na perzona ca guarda arreto quanno tuttecose vanno annanze. Špisso ‘stu fatto succede pure a chille ca vônno proteggere ‘a natura d’’a pazzarìa ‘e ‘nu favezo prugresso senza lémmete, e capita pure ca ll’ambientaliste songo chiammate ‘conzervature’.  Si astipà p’’e figlie nuoste ‘o patremmonio naturale e chillo de’’e llengue vô dicere ca simmo ‘conservature’, ‘mbè chiammatece accussì.

‘A verità è ca tutto chello ca va ô ccuntrario d’’o ‘ppenziero ùnneco’ ‘e ‘sta suggità mette paura a chi se crede c’ave già deciso comme âmm’a campà e pure comme âmm’a parlà.

E’ overo però ca quaccosa sta cagnanno. Se senteno cchiù ggente ca parlano napulitano e ‘nce stanno ‘nu sacco ‘e cose nove ca fanno penzà a ‘nu revival d’’a lengua nosta: gruppe musecale e rappers ca cantano napulitanamente; giuvene ca šcriveno nNapulitano ‘ncoppe ê blogghe e ê pizze web lloro; cummégne ‘ncopp’’a lengua napulitana; appresentazzione ‘e libbre e cummertazzione ’ncopp’ô lessico, â šcrittura e â grammateca napulitana.

E allora va tutto bbuono? Nun me pare, pecché ‘a via ca s’ha dda fa’ è ancora longa e nun è ffàcele.

‘Nce stanno pure ggente ca int’’o Nnapulitano vedeno sulo ‘nu bisinìs, n’occasione pe vennere cusarelle ‘nu poco pacchiane, pe šcrivere canzone tamarre o pe fa’ ridere cu battute ca nun teneno niente ‘a che vvedé c’‘a tradezzione comica verace ‘e Napule.

‘Nce sta troppa ggente ca vurriano campà ‘e ‘stu folklore fatto ‘e pizza e ccanzone, però nun s’addonano ca, accussì facenno, se sta perdenno l’anema ‘e ‘sta città e ca l’unneca cosa ca ce rummane è l’immaggene, ‘na fiùra, ca assaje špisso addeventa ‘na fiurella…

‘A verità è ca si ce muvimmo sulo ‘ncopp’ô chiano d’’a cultura, senza creà ‘nu muvimento suciale e ‘nu mudello ‘e šveluppo diverzo, nun cagnarrà propeto niente. ‘O sistema ce vô tutte quante c’’a stessa capa, ‘a soccia lengua e ‘a soccia manera ‘e campà.

‘A deverzetà pare quase ‘na cosa ‘a šcanzà e pecchesto ‘a napulitanetà – senza ‘a cuscienzia ‘e chello ca Napule è stata e pô esse ancora – putarria pure addeventà ‘na pazziella ‘mmano ê ccriature.

E allora jammo annanze cu ‘e puisìe, ‘e ccanzone, ‘e cummertazione ‘ncopp’â l’ortografia d’’o Nnapulitano, ‘e ffeste pe’ sarvà ‘e ttradezzione, pecché songo cose bbone e juste.

Però verimmo pure ‘e nun ce fa’ scippà – aroppo ‘e bbanche e ‘e ffraveche ca se ne so’ gghiute – pure ‘nu capolavoro d’’o nuosto comme ‘Lo cunto de li cunti’  ‘e Gian Battista Basile, sulo p’’o fa’ addeventà ‘nu film fantasy ‘ngrèse p’’o pubbreco ‘mmericano.

Ce simmo arresentute – e cu raggione – pecché vulevano rimpiazzà ‘a pizza nosta cu ‘e pagnuttielle ca venne Mac Donald. Mo’, però, c’avimm’’a arresentì pure pecché primma c’hanno scippato ‘o Cunto ‘e Basile – ‘o primmo libbro ‘e “fiabe” ‘e tutta ll’Europa –  e po’ c’’o vônno vennere, ‘mbastardùto, c”o titulo: “Tale of tales “…

Pe ffà quaccosa pe Napule nun abbasta accattà cartuline o maggliette cu šcritte napulitane, né se ‘mparà ‘e ccanzone ‘e Gigi D’Alessio o chelle d’’o gruppo rap Co’sang (sta šcritto propeto accussì…).

Pure ‘e ffeste cu tammorre e tarallucce e vvino serveno, ma nun abbastano. Chello ca ‘nce vô è quaccosa c’ha dda ffa’ capì ê Napulitane ca ‘o luttà p’’a degnità d’’a lengua nosta vô dicere pure luttà p’’a degnità d’’a ggente nosta e pe nun fa’ murì ‘o patremmonio ‘e cultura d’’o popolo nuosto, ca ‘mmece ‘o ‘penziero unneco’ sta šcancellanno.

Allicurdammoce, pirciò, ca Napule nun è sulo ‘na šquatra ‘e pallone, ‘nu titulo ‘e canzone e nemmanco ‘n’accasione pe ffà merchandising, ma ‘na ceviletà carreca ‘e secule e pure ‘e cultura.

Nun ‘a sciupammo e nun ce facimmo scippà pure l’anema ‘e sta terra.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com  )

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SOSTENIBILITA’

SOSTIENE BRUNTLAND…..

Un tormentone letterario-filosofico della prima metà degli anni ’80 fu il romanzo del praghese Milan Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Questo titolo mi è tornato in mente leggendo un commento di Alberto Mingardi su La Stampa, nel quale così si esordisce:

“C’è chi dice no: anche se non sa tanto bene a che cosa. Il caso dell’Expo è interessante. Appena incominciato, ha già trovato i suoi contestatori. I quali, se li si prende sul serio, pare abbiano in mente un altro modello di sviluppo: che finisce per essere proprio lo stesso che hanno in mente i sostenitori dell’Expo. Questi ultimi hanno tarato la loro «Carta di Milano» su un concetto studiatamente opaco: quello di «sostenibilità». [1]

Se è evidentemente falsa l’affermazione che gran parte dei contestatori dell’EXPO non sappiano neanche a cosa si oppongono e perché, su un’altra sono invece d’accordo: quello di sostenibilità è un concetto “studiatamente opaco”. E sulla opacità di certe idee – o meglio, sulla loro voluta ambiguità – si possono costruire illusori castelli in aria, ma anche erigere i padiglioni della esposizione universale di Milano.
Sviluppo_sostenibile.svgIl termine in sé, entrato in circolazione dopo la pubblicazione del Rapporto Bruntland nel 1987, ha avuto una vita abbastanza breve ma travagliata. La sua definizione più nota e condivisa, contenuta in quel documento, era la seguente:

“equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie”  [2].

Tutto, allora, sembrava chiaro ed evidente. Fatto sta, però, che su questa base si sono sviluppate correnti di pensiero e proposte assai diverse, per cui il pur accattivante concetto di ‘sviluppo sostenibile’ purtroppo resta vago, come si sottolinea anche in un documento elaborato in occasione d’un incontro sulla ‘Sostenibilità globale’ , promosso dall’O.N.U. nel 2012.

“Lo sviluppo sostenibile è un concetto fluido e nei due passati decenni sono emerse varie definizioni. Nonostante un dibattito in corso sul suo significato attuale, si tende ad enfatizzare pochi concetti comuni. […] Sebbene ci sia un generale consenso sul fatto che lo sviluppo sostenibile richieda una convergenza fra i tre pilastri dello sviluppo economico, della giustizia sociale e della protezione ambientale, il concetto resta elusivo…” [3]

Fluido, elusivo, opaco: tre aggettivi che sottolineano come l’idea stessa di sostenibilità sia stata viziata da una scarsa chiarezza sulla sua effettiva applicabilità ad una visione economica che, viceversa, diverge sempre più da una concezione ecologica. Ne consegue quella che nel titolo ho chiamato “l’insostenibile leggerezza della sostenibilità”, per indicare l’insopportabile ambiguità ed irrilevanza d’un principio forte degradato a pensiero debole, a parola-attaccapanni.

Perché il concetto di ‘sviluppo sostenibile’ possa essere preso in considerazione, diventando invece solido, stabile e trasparente, bisogna dunque smetterla con l’ambiguità di chi vuole ad ogni costo salvare capre e cavoli, iniziando a fare scelte sicuramente impegnative ma non rinviabili.

Un’immagine che rende bene il concetto originario e globale di ‘sostenibilità’ – ma che nella sua evidenza mostra subito quanto sia ambiguo e perfino mistificatorio cercare di applicarla all’attuale modello di sviluppo – è sintetizzata dall’intersezione grafica dei tre ‘campi’ d’intervento (sociale, ambientale ed economico):

  • Sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.

  • Sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione,giustizia), equamente distribuite per classi e genere.

  • Sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali. [4]

Ebbene, l’area derivante dall’intersezione delle tre componenti dovrebbe rappresentare ciò che si comunemente si indica con l’espressione sviluppo sostenibile, che dovrebbe essere caratterizzata da tre concetti-chiave: equità, vivibilità e realizzabilità. Sfido chiunque, però, ad affermare che l’attuale modello di sviluppo – presentato ormai come il solo possibile dai fautori del pensiero unico – risponda davvero a tali requisiti. Non bisogna essere ‘no global’ né ‘antagonisti’, infatti, per accorgersi che le nostre società diventano sempre meno giuste e vivibili e che la conciliazione fra economia ed ecologia è ancora molto lontana.

Eppure c’è qualcuno che, come Mingardi nel citato articolo su ‘La Stampa’, insiste proprio sul paradosso per cui l’EXPO di Milano sarebbe contestato proprio da chi propugna un modello di sviluppo che è quello che i suoi organizzatori avrebbero in mente. Ma è davvero così?

ESPOSIZIONE..A LA CARTE

carta di milanoAlla base di questa edizione dell’Esposizione Universale – che ha come tema centrale “Nutrire il Pianeta – Energia per la vita” – è stata posta la Carta di Milano,  [5] un solenne documento presentato come la base teorica per “affermare il diritto al cibo come diritto umano fondamentale”. Si tratta di una dichiarazione d’intenti che dovrebbe conferire autorevolezza etica ad un evento miliardario, che invece appare sostanzialmente in linea con l’attuale visione produttivista e consumistica.

In essa, ovviamente, ritroviamo affermazioni assolutamente condivisibili ed appelli sottoscrivibili, ma quel documento mi sembra un’ulteriore dimostrazione di quanto possa essere ambiguo il concetto di sostenibilità se diventa uno strumento multiuso come un coltellino svizzero.

La Carta di Milano, ad esempio, racchiude una serie di dichiarazioni che, da un lato, non mancano di fotografare l’evidente in-sostenibilità del nostro modello di produzione e di consumo. Dall’altro, però, focalizzano l’attenzione sulle criticità derivanti dalla cattiva gestione di questo modello (sprechi, disuguaglianze, scarsa consapevolezza, carente partecipazione, mancanza di adeguata innovazione), come se si trattasse solo di difetti, errori, effetti collaterali.

Basta sfogliarne il testo per trovare affermazioni sottoscrivibili da un punto di vista ecologico e sociale, come quelle raggruppate sotto il titolo “siamo consapevoli che…”. Penso che nessuno, infatti, potrebbe dichiararsi in disaccordo col fatto che il problema sia quello di “nutrire una popolazione in costante crescita senza danneggiare l’ambiente”,oppure che il cibo sia un elemento identitario d’un popolo e delle singole persone, o sul fatto che “è possibile favorire migliori condizioni di accesso a cibo sano e sufficiente nei contesti a forte urbanizzazione, anche attraverso processi inclusivi e partecipativi che si avvalgano delle nuove tecnologie”.

Direi quasi che si tratta di ovvietà, a meno che non ci sia qualcuno che dichiari apertamente la volontà di danneggiare l’ambiente e di negare il diritto al cibo ad intere popolazioni. Anche sul fatto che “una corretta educazione alimentare, a partire dall’infanzia, è fondamentale per uno stile di vita sano e una migliore qualità della vita” suppongo che non ci siano discussioni. Altrettanto scontata e generica, poi, appare l’esigenza di “adottare un approccio sistemico, attento ai problemi sociali, culturali, economici e ambientali e che coinvolga tutti gli attori sociali e istituzionali”.

Anche nelle altre sezioni della Carta di Milano, del resto, c’imbattiamo in affermazioni sacrosante, come ad esempio la convinzione che “il cibo abbia un forte valore sociale e culturale, e non debba mai essere usato come strumento di pressione politica ed economica”  o anche quella che ribadisce quanto sia importante tutelare la diversità biologica: “l’attività agricola [è]fondamentale non solo per la produzione di beni alimentari ma anche per il suo contributo a disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità.”

Tutto vero e giusto. Il problema è che queste considerazioni – pur parlando di “ingiustificabili disuguaglianze”, d’insopportabili sprechi alimentari e di sfruttamento eccessivo delle risorse naturali – non vanno oltre il livello della diagnosi, guardandosi bene dall’individuare le cause dei mali che denunciano.

Ma è proprio vero che si tratta solo di disfunzioni, diseconomie e criticità  di un sistema di per sé valido ed accettabile, o piuttosto siamo di fronte alle ovvie conseguenze di un modello economico-sociale di per sé iniquo, antiecologico e predatore di risorse?  La Carta di Milano non dà una risposta, mantenendo l’ambiguità del concetto di sviluppo sostenibile inteso come obiettivo da perseguire mediante una semplice correzione di rotta,  non certo come cambiamento profondo e radicale di un modello di per sé ecologicamente e socialmente insostenibile.

Se andiamo a leggere le proposte operative, il documento ci offre indicazioni e strumenti che hanno a che fare solo con il miglioramento della situazione attuale, in una visione riformista del problema. A noi cittadini, alla società civile ed alle imprese , infatti, si richiedono: maggiore consapevolezza e senso di responsabilità; pratiche virtuose per la riduzione dell’impatto ambientale (come il riuso ed il riciclaggio): creatività ed impegno civile; recupero e redistribuzione delle eccedenze alimentari; diversificazione delle produzioni agricole e maggiore attenzione al benessere degli animali. Come a dire: se il sistema funziona male. Tocca a voi darvi una regolata ed essere più responsabili.

Ai governi e alle istituzioni internazionali, inoltre, si richiede:

  • di adottare misure normative che rendano “effettivo il diritto al cibo e la sovranità alimentare”, rafforzando la legislazione in materia agro-alimentare e coordinandosi con le organizzazioni;
  • di tutelare giuridicamente il cibo da frodi e pratiche scorrette, promovendo la sicurezza alimentare e diffondendo “la cultura della sana alimentazione”;
  • di “declinare buone pratiche in politiche pubbliche e aiuti allo sviluppo che siano coerenti coi fabbisogni locali, non emergenziali e indirizzati allo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili”;
  • di promuovere la ricerca e lo sviluppo in materia alimentare, migliorando l’efficacia nella produzioni e riducendo gli sprechi al consumo;
  • di “considerare il rapporto tra energia, acqua, aria e cibo in modo complessivo e dinamico, ponendo l’accento sulla loro fondamentale relazione, in modo da poter gestire queste risorse all’interno di una prospettiva strategica e di lungo periodo in grado di contrastare il cambiamento climatico”.

Mi sembra evidente che, fatta eccezione per quest’ultimo punto, un po’ più esplicito e qualificante, ciò che la Carta di Milano ci propone non ha proprio nulla di alternativo, proponendo di fatto solo la rimodulazione dell’attuale modello agro-alimentare, in chiave di maggiore efficienza (sul piano economico) e di più diffusa e consapevole partecipazione (sul piano civico-sociale).

Ma siamo certi che sia questa la sostenibilità da perseguire?
sustainability

UN MANIFESTO PER L’ALTERNATIVA

Il 22-23 aprile scorso si è tenuto a Brescia, presso la Fondazione Micheletti, un convegno sulle “tre agricolture” (industriale, biologica ed ecologica), in vista del quale è stato predisposto un documento, il Manifesto di Brescia [6], che annovera tra i suoi primi firmatari Giorgio Nebbia, Alberto Berton, Guido Pollice, Pier Paolo Poggio e Giovanna Ricoveri.

Si tratta ovviamente di una disamina molto più critica sull’insostenibilità della nostra agricoltura industrializzata, chimicizzata e standardizzata, causa prima dei guasti ambientali e delle ingiustizie economiche stigmatizzate dallaCarta di Milano, senza però individuarne le responsabilità reali.

Nel suo linguaggio essenziale si afferma infatti che:

“Negli ultimi due secoli si è verificata una rottura dei vincoli naturali con l’avvento di una modernizzazione che ha promesso di soddisfare i bisogni fondamentali di popolazioni in rapida crescita attraverso l’industrializzazione dell’agricoltura, dell’allevamento e pesca, nonché della trasformazione e distribuzione degli alimenti. Tale industrializzazione, facendo perno sulla meccanizzazione, sull’impiego di sostanze chimiche come concimi e pesticidi e su una selezione genetica orientata alle varietà a resa elevata, si è imposta nei paesi di più antico e consolidato sviluppo, come quelli europei e americani, con una forza capace di travolgere tutte le resistenze. L’agricoltura, nella visione corrente, è così diventata un reparto dell’industria, adottandone la logica di standardizzazione, uniformazione, economie di scala, espulsione e precarizzazione della manodopera.”

Il ‘peccato originale’ da cui scaturiscono i mali denunciati, dunque, va individuato nel fatto che – in nome del progresso – l’agricoltura ha visto violato il suo legame con la natura, divenendo sempre più una realtà affidata al sapere scientifico e tecnologico ed a scelte verticistiche, che l’hanno sottratta al controllo e alla gestione diretta delle comunità locali.

A quel modello di sviluppo agricolo – dominato sempre più dalle multinazionali e soggetto a manipolazione e brevettazione delle stesse risorse naturali – è ovviamente corrisposto un modello di alimentazione e, più in genere, di consumi e di stili di vita.

“Questa macchina, sostenuta da una formidabile azione pubblicitaria, talvolta mascherata da informazione scientifica, presenta delle crepe e vibrazioni pericolose, sembra procedere alla cieca orientata solo dalla logica del profitto, creando guasti eccessivi sul suolo su cui  poggia, nella sua avanzata arreca danni alle forme viventi  e alle stesse persone che trascina nella sua marcia apparentemente inarrestabile…”

Ma un modello di economia fondato unicamente sulla ‘logica del profitto’ e del tutto incurante del rispetto degli equilibri biologici e di quelli sociali non potrà mai diventare sostenibile, almeno nel senso originario del termine.  Se partiamo dalla definizione sintetica riportata all’inizio, infatti, non si comprende come un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto possa conciliarsi con l’esigenza di garantire lavoro e cibo alla popolazione mondiale, benessere e giustizia ai singoli ed alle comunità locali e la qualità e riproducibilità delle risorse naturali.

Come fa, ad esempio, una visione economica che alimenta lo spreco a ridurre gli sprechi?  Come può uno sviluppo fondato sull’accentramento delle risorse energetiche promuovere pratiche di controllo decentrato di fonti rinnovabili da parte delle comunità locali?

Come possiamo aspettarci una semplice ‘razionalizzazione’ di un’agricoltura industrializzata “incompatibile con l’ecosfera e la vita degli ecosistemi, come appare dalle crescenti manifestazioni di cambiamenti climatici, di erosione del suolo, di perdita di fertilità e di biodiversità, di inquinamento delle acque ad opera dei residui di concimi e pesticidi e dei residui della zootecnia.” ?

Ovviamente si tratta di una domanda retorica, poiché – per parafrasare l’evangelista Luca – “Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo…” [7]. E’ inutile aspettarsi che l’albero del profitto dia frutti di giustizia e di rispetto dell’ambiente, che sono invece la logica conseguenza di un modello produttivo profondamente diverso, di un’economia che nasca ecologica e non finga di diventare tale, per riparare i danni già commessi.

“L’agricoltura ecologica, rispondente ai bisogni e alle necessità dell’oggi, può e deve raccogliere e superare l’eredità sia dell’agricoltura contadina  sia di quella industriale […]. La sua affermazione, passando da situazioni di nicchia a fenomeno socialmente rilevante, le consentirà di svolgere un ruolo prezioso di rigenerazione sul piano culturale, ecologico ed economico rimettendo al centro dell’operare umano il valore del saper fare e della manualità, il valore del lavoro e del suo senso, il valore delle cose e delle relazioni, il valore del tempo, dei tempi dell’attesa, del silenzio e dell’otium come opportunità di conoscenza, come capacità di godere della vita senza consumarla.” 

Non si tratta di considerazioni puramente filosofiche o del vagheggiamento di utopie georgiche. Sono in realtà prospettive per la cui realizzazione già da tempo operano migliaia di persone, scegliendo stili di vita alternativi, seguendo modelli di alimentazione più sana e naturale, riprendendosi le risorse energetiche che sono di tutti, producendo con ritmi e modalità biologiche, uscendo dalla trappola di un consumismo che produce rifiuti e nevrosi.

Insomma, l’alternativa c’è, un altro mondo è possibile. Non credo proprio, però, che saranno le raccomandazioni della Carta di Milano a promuovere un vero cambiamento, che è invece il frutto di quella che, con Antonio D’Acunto, chiamerei “la Civiltà del Sole”.  E concludo proprio con le parole di questo carissimo amico e maestro, citando il suo “decalogo” per conciliare economia ed ecologia:

“ 1 – La sostenibilità energetica e della materia nella produzione dei beni materiali e di consumo, con il crescente, fino al totale impiego del Sole, del rinnovabile e del riciclo della materia;

2 – La tutela della Biodiversità animale, vegetale e del volto del Pianeta;

3- La tutela e la preservazione integrale da inquinamento dei Beni Comuni, acqua, aria, etere;

4 – La tutela della storia e della cultura umana e dei beni da essa prodotti;

5 – Il diritto di ciascuna persona umana a realizzarsi con il lavoro e perciò la politica per la piena occupazione;

6 – La produzione ed il lavoro quali arricchimento dei valori dell’Uomo e del Pianeta;

7 – L’agricoltura e l’alimentazione nella naturalità e nella rinnovabilità;

8 – La Salute quale diritto inalienabile di tutti i cittadinim al livello massimo consentito dalle conoscenze di oggi;

9 – Il diritto alla scuola, alla crescita culturale, all’università ed alla ricerca scientifica, umanistica e tecnologica;

10 – La solidarietà. “ [8]

Si tratta di poche e semplici indicazioni, ma su di esse possiamo costruire un futuro davvero sostenibile, insieme e dal basso.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

[1] A. Mingardi, Contro la fame funziona anche il mercato > http://www.lastampa.it/2015/05/01/cultura/opinioni/editoriali/contro-la-fame-funziona-anche-il-mercato-zkaVazNLTuQXEfagFvtkJJ/pagina.html

[2] Bruntland Commission, Our Common Future, World Commission on Environment and Development (WCED), 1987, p.43

[3] Sustainable Development  – from Bruntland to Rio 2012, Background Paper for consideration by the High Level Panel on Global Sustainability, 19 September 2010 – Prepared by John Drexhage and Deborah Murphy, International Institute for Sustainable Development (IISD), U.N. (September 2010) , p. 2 > http://www.un.org/wcm/webdav/site/climatechange/shared/gsp/docs/GSP16_Background%20on%20Sustainable%20Devt.pdf

[4] Cfr. articolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Sviluppo_sostenibile e relativo grafico

[5] Leggi il testo in: http://carta.milano.it/la-carta-di-milano/ Le citazioni seguenti sono tratte da questo documento.

[6]  Leggi il testo in: http://www.bfdr.it/index.php?option=com_docman&view=download&alias=5-manifesto-di-brescia&Itemid=127  Le citazioni seguenti sono tratte da questo documento.

[7]  Vedi:  Lc 6,44

[8]  Antonio D’Acunto, La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasca dall’ecologia > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/un-economia-che-nasca-dall-ecologia/43-la-necessita-di-nuovi-indicatori-di-un-economia-che-nasce-dall-ecologia

“VIVA NAPOLI E PARI’! GUI’ GUI’ GUI’ !”

Ô 1902 , Guarino e Gambardella šcrivettero ‘na canzona assaje špassosa, c’aggio vuluto mettere comme titulo ‘e ‘stu piezzo.  L’occasione pe’ cantà pur’io “Viva Napoli e Parì” è stata ‘na telefonata ca me passaje figliema ‘nu ppoco ‘e juorne fa: “Papà, ‘nce sta ’na signora d’ ‘a televisione frangese!”.  E chi s’’o ppenzava ca ‘o labboratorio ‘e Napulitano ca stongo purtanno annanze â šcola mia puteva arrivà nientemeno dint’’ô teleggiurnale ‘e France 2 ?…Nun saccio ancora comme, ma chello ch’è certo è ca ‘sta  curtese ggiurnalista vulette venì  ‘a Roma ‘nzì  ‘ncopp’ô Vòmmero pe’ ffà ‘nu servizio p’’o siconno canale d’’a televisione frangese.

IMG01008-20150418-1421L’avimmo saputo sulo doje juorne primma, però ‘e guagliune/one ca ‘o pràttecano – e ca se songo sentute assaje ‘mpurtante pe’ ‘sta nuvità – se so’ compurtate bbuono assaje ‘nnanze â telecammera ‘e l’operatore e ô microfono ‘e l’intervistatrice, ca vuleva capì chello ca stammo facenno e comme.

Certamente nun è stato semprice a ffa’ finta ‘e niente, facenno lezzione comme si nun ce stesse nisciuno annanze, però ‘e guagliune/one so’ state overo brave e nun haveno fatto ‘nu poco ‘e casino. Passanno ‘mmiezo ‘e bbancarielle  – c’’o microfono appuntato â giacchetta –  aggio cercato ‘e fa’ tutto comme sempe: spiecà, fa’ ‘e ddumanne,  fa’ leggere e šcrivere, perzì cantà ‘nzieme ê guagliune (e senza ‘a museca…) ‘a canzona d’’o gruppo: “Vraccialiette nuoste”

il_piccolo_principe_163Avimmo liggiuto pure ‘nu miezo capitulo d’’a traduzzione napulitana d’’o “Petit Prince” ‘e Saint Exupery, ca m’ha dato pure ‘o canzo ‘e spiecà chello c’aunisce ‘a lengua napulitana ô ffrangèse e pecché aggio scegliuto propeto ‘stu libbro.


‘A ggiurnalista ogne tanto faceva quacche dumanna a me e pure ê guagliune/one, comunque tuttuquanto è ghiuto annanze ‘e na manera naturale. Accussì me pare ca ‘e ffrangìse ca vedarranno ‘stu servizio pe’ televisione se farranno n’idea bastantemente chiara ‘e chello ca facimmo e d’’o ppecché ‘o stammo facenno.

‘A cosa cchiù bella è stata ca se senteva ca ‘sta šperienza nova sta piacenno overamente  ê guagliune/one d’’o gruppo, ca se stanno  ‘mparanno ‘nu sacco ‘e cose.  Nun créro ca se tratta sulo ’e rišposte pe’ cunvenienza o pe’ curtesia. Me pare ca ‘stu gruppo sta accummincianno a capì ca facimmo quaccosa ‘e bbuono e ca ‘nu sacco ‘e ggente ce stanno ‘a guardà, pure ‘a fore d’’a šcola.

Sarrà ‘na ‘mpressione d’’a mia, però me pare pure ca, attuorno a ‘stu labboratorio ‘e Napulitano, chianu chiano, sta criscenno ‘nu muvimento assaje cchiù gruosso, can nun tocca sulo ‘sta lengua nosta, ma pure tutt’’e llengue ca veneno chiammate ‘reggionale’.
‘Nfatte, pe’ ttramente ca nuje âmmo riggistrato ‘stu servizzio p’’a televisione frangese, a Maussane-les-Alpilles (‘na cetà d’’a Pruvenza) stanno appriparanno ‘na grossa Assembrèia ‘e tutte l’associazzione ca vônno addefennere ‘e llengue lloro e lle vônno dà ‘a degnità d’esse parlate, šcritte e pure ‘mparate rint’’e šcole.

alleanza lingue regionaliE’ chesta l’Europa ca ce piace. Chella ca vô mettere ‘nzieme ‘a ggente pecché tenimme assaje cose cummune, però senza šcancellà l’identità ‘e ogne pupulazzione, comme si fosse ‘na cosa malamente. ‘A globbalizzazzione ce vô fa’ addeventà tuttuquante eguale, però sulo pecché ce vede comme ggente c’hann’a accattà sempre cchiù robba, no comme perzone ca teneno ‘o deritto ‘e rummané lloro stesse.  ‘A diverzetà culturale è ‘nu deritto, no ‘nu guajo ‘a šcanzà. E’ pe’ cchesto ca s’ha dda jì annanze pe’ ‘sta via, mettennoce ‘nzieme e facenno tutto chello ca putimmo p’addefennere ‘nu patremmonio ca, pure si nun ce sta rint’’o calculo d’’o P.I.L.,  è ‘a vera recchezza nosta.

E pirciò cantammo pure “Viva Napoli e Parì”, però nun ce šcurdammo maje ca simmo napulitane.

P.S. – Si vulite veré ‘o servizzio d”a televisione frangese – ca è stato trasmisso ‘o 15 ‘e abbrile – špremmìte ‘ncopp”o cullegamento >> http://www.france2.fr/emissions/telematin/videos/replay_-_telematin_15-04-2015_766785?onglet=tous&page=1 d”o min. 49,10 ‘nzì a 53,30

La colomba verde e il califfo nero

Resistenza a terrorismo ed integralismo islamista: una prospettiva nonviolenta ed ecopacifista   di Ermete Ferraro (*)

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1 – Guerra all’ISIS: la mistificazione degli interventisti

E’ molto difficile che in Italia si parli di nonviolenza e, specificamente, di difesa nonviolenta come forma di resistenza pacifica e non armata. E’ ancora più raro che si affronti apertamente questo argomento in un contesto che si riferisca all’escalation del terrorismo islamista ed ai preoccupanti focolai di guerra di cui abbiamo sentiamo parlare quasi ogni giorno, ma sempre secondo i consueti schemi mentali di una cultura che conosce poco e male l’alternativa nonviolenta e per la quale l’unica difesa possibile resta comunque quella militare.

Si accenna talvolta anche ad una terza via, quella classicamente definita ‘diplomatica’, che vede impegnate le cancellerie dei vari stati coinvolti in una trattativa che punta ad una mediazione accettabile tra le parti in conflitto,  così come non manca chi ipotizza piuttosto un uso maggiore dei cosiddetti servizi, cioè del controspionaggio, in funzione sia di collegamento ufficioso e supporto alla diplomazia, sia di vere e proprie azioni di ‘intelligence’.

Quel che è certo è che il bombardamento mediatico ci fa sentire sotto assedio, sempre più direttamente coinvolti in conflitti che, ormai da un po’, sembrerebbero sfuggire ad ogni tradizionale logica geo-politica, proprio perché al terrorismo islamista si è ormai sovrapposta una strategia bellica  vera e propria, e per di più a distanza ravvicinata dalle nostre coste.

Questo, ovviamente, offre sempre più frequenti occasioni di proclami bellicisti ad una destra che va caratterizzandosi in senso nazionalista e xenofobo, ma anche di una sedicente sinistra decisionista ed inguaribilmente filo atlantica.

Da parte sua, il movimento pacifista italiano, cronicamente indebolito dalla frammentazione dei gruppi e dall’incapacità di uscire dalla pura e semplice testimonianza, stenta a dare una risposta a questa tendenza all’utilizzo dei media per diffondere paura e luoghi comuni, facendo il gioco dei terroristi e disseminando la sensazione della quasi ineluttabilità d’un coinvolgimento del nostro Paese in azioni militari, in risposta alla minaccia islamista.

Certo, dopo che già ci siamo cascati in altre circostanze, e soprattutto dopo gli evidenti risultati negativi di quelle esperienze, perfino alla stampa ed alle emittenti radio-televisive riesce ormai difficile parlare di azioni di “peacekeeping”. L’ipocrisia della ‘neolingua’ dei politici non riesce più a nascondere, ad esempio, che un intervento armato in Libia – come quello ventilato recentemente – sarebbe fatalmente un’azione di guerra.

Il fatto che colpisce maggiormente è che questa demistificazione delle finte azioni di pace, in passato definite perfino ‘umanitarie’ – viene proprio da chi sa esattamente di che cosa si sta parlando, cioè dai militari. Non è un caso, infatti, che un ex-Capo di stato maggiore della Difesa, il gen. Mario Arpino, si sia associato ad alcuni suoi autorevoli omologhi statunitensi nel criticare  la sconcertante approssimazione dei politici nel trattare di questi problemi.

 «Sulla scottante questione libica prevale la tesi per cui è meglio evitare interventi militari esterni, altrimenti la situazione potrebbe diventare ingestibile. Eppure certi Paesi come la Francia mandano verso quei territori le loro portaerei dando l’impressione di volersi muovere.
“Sì, ecco, la Francia. Un’altra minaccia secondo me è proprio la Francia. Ogni volta che si muove fa disastri. […] Dietro la foglia di fico del voler proteggere qualcosa o qualcuno, probabilmente si cela sempre l’intento di fare i fatti propri. Ci hanno trascinato in un conflitto destabilizzando il padrone del momento, Mu’ammar Gheddaffi, dipinto come poco democratico, ma stiamo scoprendo quanto sia inutile cercare padroni democratici in Medio Oriente. Anzi, forse è impossibile trovarne. Il rischio è continuare a dare in pasto all’Isis e ai suoi simili argomenti e motivi per crescere e prosperare, di fornire ciccia al cane”.

Si parla in compenso di soluzione politica, cosa può significare in concreto?

[…] Soluzione politica significa qualunque cosa che non sia guerra. Bisogna allora stabilire se ci sono le condizioni per far colloquiare almeno i principali responsabili. Ed è ciò che sta facendo, tutto sommato, l’Onu in particolare con l’inviato speciale Bernardino Leon per la creazione di un governo di unità nazionale.» [i]

D’altra parte, se solo non ci si fa prendere la mano dalla propaganda interventista e si ritorna col pensiero ai miserandi risultati delle precedenti ‘spedizioni’ militari italiane, non si può fare a meno di constatare  che, anche prescindendo dal tragico bilancio dei morti, dei feriti e dei danni provocati da quelle azioni armate, non si può assolutamente affermare che esse siano servite ad arginare il pericolo islamista o a ridimensionarne l’impatto sull’Europa.

Spiega Loretta Napoleoni, economista ed esperta di terrorismo internazionale:

«L’Occidente dovrebbe smetterla di agire d’impulso e usare di più la diplomazia. Abbiamo fatto la guerra in Iraq nel 2003 e oggi ci ritroviamo i jihadisti dieci volte più forti. L’unica strada è quella indicata dal Papa: dialogo e azione sotto traccia per capire gli obiettivi dello stato islamico […] »Abbiamo  già visto che la guerra ha prodotto destabilizzazione sia in Iraq che in Libia a meno che non sia un intervento militare di lunghissimo periodo e questo significa tornare a una forma di neo colonizzazione  e questo è impossibile dal punto di vista politico e inaccettabile dalla popolazione occidentale. L’unica strada è quella prospettata da papa Francesco qualche mese fa: dialogo e diplomazia». [ii]

Il guaio è che dire la verità, mostrare quanto è nudo il re della guerra, è considerata una possibilità da scartare, sia per non disturbare i balbettii spesso contraddittori dei politici, sia perché si teme di passare per disfattisti, per filo-islamici o semplicemente per inguaribili ingenui.

Eppure, come dichiara in un’intervista un ex generale della NATO come Fabio Mini, è innegabile che un coinvolgimento diretto dell’Italia in uno scenario come quello libico (di per sé evocante  gli spettri del colonialismo) ci costerebbe davvero molto caro, cioè circa 50 morti alla settimana…

« È una guerra e non una missione di pace» precisa ancora Mini. Una guerra per cui servirebbero «come minino 50 mila uomini per controllare il territorio, fermare le auto, sorvegliare gli spostamenti, schedare le persone». «Gli interventi aerei servono a garantire le basi» è la strategia, «e non a colpire in maniera indiscriminata, seguendo quanto sta facendo l’Egitto, perché in quel caso, in territori dove non tutti ci sono ostili hai solo la certezza di farti odiare da tutti. Perché se a uno che non ti sta combattendo uccidi un famigliare, anche per sbaglio, quello dal giorno dopo sarà un tuo nemico».[iii]

Una guerra, dunque, e per di più sanguinosa, destinata a farci odiare da tutti e senza speranza di risolvere nulla. Ma allora perché non tentare strade diverse, alternative alle solite carneficine spacciate per operazioni di ‘polizia internazionale’ o, peggio ancora, per ‘missioni di pace’?

2 – Fallimento delle soluzioni armate contro terrorismo e integralismo 

Il gioco è sempre lo stesso, mistificatorio come la soluzione bellica che propugna. Basta  colpevolizzare chi è contro  gli interventi militari sbandierando il solito argomento della sicurezza nazionale minacciata. Eppure basterebbe replicare che, finora, l’unico risultato delle prodezze  belliche francesi, inglesi e statunitensi è stato l’innegabile rafforzamento dei movimenti islamisti e la loro conversione dalla strategia terrorista ad una aperta sfida armata ad un generico Occidente.

La nostra martellante propaganda anti-jihadista, da parte sua, paradossalmente è riuscita a partorire un estremismo islamico ancor più feroce e combattivo, evocando un assurdo clima da crociate, di cui hanno fatto le spese in particolar modo le minoranze cristiane dei paesi arabi.

La radicalizzazione del conflitto, però, non è stata un indesiderabile ‘effetto collaterale’ della escalation militare degli ultimi anni. E’ stata piuttosto la logica conclusione di una serie di scelte sbagliate, affrettate e miopi da parte di un sistema che, dipendente com’è dal complesso militare-industriale, alimenta nuove guerre, utilizzando anche l’arma della guerra psicologica. Alle cosiddette “psy-ops” ho già dedicato in passato un approfondimento, soffermandomi appunto sulle “armi di disinformazione di massa” cui corpi speciali delle forze armate addestrano i loro agenti, nell’intento di manipolare le menti e di ‘adattare’ la realtà alle affermazioni su di essa.

«Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.» [iv]

Non è un caso che alla violenza della guerra si associ regolarmente quella della propaganda e della manipolazione delle menti. E’ l’esatto contrario della nonviolenza, la cui caratteristica è di essere invece “la forza della verità” (il significato del gandhiano “Satyagraha”), perché  – al contrario della pace che è sempre aperta e costruttiva – la guerra si nutre di odio, diffidenza e paura.

Recentemente sono apparsi alcuni articoli, prevalentemente sui media anglosassoni, riguardanti la possibilità e fattività di una resistenza nonviolenta alla minaccia dell’integralismo islamico ed alle strategie guerrafondaie dell’ISIS. Tra le voci che si sono levate in tal senso c’è quella di Erin Niemela, direttrice della rivista Peace Voice (organo dell’Oregon Peace Institute), che si è fatta promotrice di “Strategie di controterrorismo nonviolente” nei confronti del cosiddetto “Stato Islamico”, proprio a partire dal palese fallimento di quelle militari.

«Adesso basta. Tutte le politiche d’intervento violento di controterrorismo sono completamente fallite. Stiamo seminando e raccogliendo una tragedia perpetua con questa macchina di violenza e le sole persone che ne beneficiano se ne stanno sedute su una montagna  di denaro, nell’industria del conflitto […] E’ tempo di un grande cambiamento nelle strategie di gestione dei conflitti. Possiamo finalmente iniziare ad ascoltare i tanti ricercatori e gli studi con strategie scientificamente supportate per un antiterrorismo nonviolento?» [v]

Già, perché quello che la stragrande maggioranza delle persone non sa è che l’alternativa non è affatto fra l’intervento armato ed un vile e miope disimpegno. La vera alternativa è tra la risoluzione violenta e nonviolenta dei conflitti, utilizzando nel secondo caso un comportamento che è tutt’altro che passivo, in quanto si tratta di adottare una resistenza attiva e mirata. La via nonviolenta, infatti, non solo è eticamente preferibile, ma è anche molto più efficace, come hanno mostrato con chiarezza vari studi comparativi sulle soluzioni adottate ad un secolo di conflitti.

« Erica Chenoweth e Maria Stephen, nel loro innovativo studio del 2011, intitolato “Perchè la resistenza civile funziona” , hanno rilevato che “tra il 1900 ed il 2006, le campagne di resistenza nonviolenta hanno avuto quasi il doppio delle probabilità di raggiungere un successo pieno o parziale,rispetto alle loro controparti violente ” Inoltre, delle campagne di resistenza nonviolenta di successo hanno meno probabilità di degenerare in guerra civile e più possibilità di raggiungere obiettivi democratici.» [vi]

gandhiPer oltre un secolo – come si ricava dalla ricerca delle due studiose statunitensi – le campagne di resistenza civile si sono rivelate molto più efficaci di quelle militari, coinvolgendo l’attivismo dei cittadini e rendendoli protagonisti della difesa. Tutto questo, quindi, è già capitato in Polonia, in Birmania, in Iran, nelle Filippine e nella stessa Palestina. Si tratta di casi che si aggiungono a quelli, storici, di resistenza civile in Sud Africa, in Danimarca ed anche in Italia.

Insomma, non si propone né di incrociare le braccia ed attendere lo sviluppo degli eventi, adottando una discutibile neutralità fra le parti in conflitto, né di affermare un principio esclusivamente morale, senza tener conto della sua realizzabilità ed efficacia pratica. Ciò che andrebbe perseguito è piuttosto un modello di resistenza civile, non armata e popolare, che utilizzi strategie e tecniche ispirate alla nonviolenza attiva e sia capace di coinvolgere direttamente i soggetti in causa.  Questo, ovviamente, non esclude affatto interventi esterni – ad esempio quelli d’interposizione nonviolenta e perfino di tradizionale peacekeeping  da parte dell’ONU. Soprattutto, non costituisce assolutamente uno sgravio di responsabilità, scaricando l’onere della difesa esclusivamente sui diretti interessati.

E’ infatti evidente che le cause dei conflitti attuali vanno cercate negli equilibri strategici internazionali, in un sistema saldamente radicato sul complesso militare-industriale ed in una corsa all’appropriazione delle risorse naturali, in particolare energetiche, da parte di alcune superpotenze. Ecco perché interventi militari in zone calde – come la Siria o la Libia – risultano quanto meno sospetti, se sollecitati e condotti da soggetti interessati strategicamente ed economicamente a quei territori ma, soprattutto, essi sono comunque destinati a non sortire risultati reali e stabili di pacificazione, come sottolinea una studiosa italiana.

«Le operazioni militari, comportando la minaccia all’uso della violenza, spingono le parti in conflitto a interrompere la guerra solo per paura che l’intervento armato si concretizzi[…] Di conseguenza, la cessazione delle ostilità viene raggiunta tramite l’imposizione esterna di un accodo. Una soluzione di questo tipo è temporanea in quanto non affronta le problematiche che hanno provocato il conflitto. L’intero militare esterno viene poi vissuto dalle popolazioni in lotta come un’aggressione straniera da parte di altri paesi…» [vii]

Rifiutare la logica perversa della violenza, quindi, vuol dire aprire prospettive nuove ed avviare soluzioni costruttive e più stabili.

3 – ‘Give peace a chance!’: resistenza nonviolenta ed integralismo islamico

 Recentemente, sull’Huffington post è apparso un articolo di Eli S. McCarthy, docente di studi sulla pace all’Università di Georgetown, dal titolo: “ISIS: Nonviolent Resistance?” [viii] , in cui lo studioso statunitense, come la citata Irin Niemela, parte dalla constatazione che i metodi di contrasto che s’ispirano alla nonviolenza sono statisticamente più efficaci e durevoli delle azioni di guerra, comunque si pretenda di definirla.

« Abbiamo bisogno di fornire finanziamenti e formazione per gli attori della società civile locali nella vasta gamma di metodi di resistenza nonviolenta. Gli attori della società civile locali devono decidere quali tattiche sarebbero molto probabilmente efficaci, adattarle  alla loro cultura e mettere in luce la dignità umana.. . » [ix]

McCarthy passa poi a proporre otto punti fondamentali perché si possa credibilmente avviare una strategia di resistenza civile e non armata, che ha la sua concreta attuazione in operazioni di ‘Protezione Civile Disarmata’ e di ‘peacebuilding’, ossia di ricostruzione del terreno adatto alla ricostruzione ed alla ‘riconciliazione sociale’.

« a. Diminuire le risorse umane: ciò può comprendere gli sforzi fatti localmente per incoraggiare la gente a non unirsi all’ISIS e per offrire opportunità che si venga incontro, con altri mezzi, ai loro bisogni, come: il lavoro, l’istruzione, il rispetto per la religione, l’influenza politica, la cura dei traumi, l’avventura etc.. Questo potrebbe anche comprendere la creazione di linee di comunicazione con membri dell’ISIS a vari livelli, al fine di costruire relazioni tali da indurli ad una diminuzione del loro sostegno o ad una loro uscita dall’ISIS […]

b. Ridurre le persone con competenze e conoscenze-chiave : ciò comporterebbe uno sforzo più focalizzato sul creare linee di comunicazione con persone, all’interno dell’ISIS, che possiedano competenze-chiave […]

c. Ridurre la loro capacità di sanzioni: ciò potrebbe comprendere un coinvolgimento diretto a livello locale con la polizia  o i soldati nell’ ISIS,  per incoraggiarli continuamente a danneggiare meno,  come un modo per mantenere al meglio il loro ordine. […]Questo potrebbe includere anche la creazione di gruppi di controllo di quartiere come un’alternativa che ISIS può consentire e che avrebbe gradualmente ridurre i danni alle persone nella comunità, determinando così  più spazio di manovra alla società civile per organizzarsi.

d. Ridurre la loro autorità e legittimazione : ciò potrebbe comprendere un dibattito discreto e forse riunioni di piccolo gruppi, che sollevino questioni circa la loro autorità e legittimazione […]

e. Ridurre gli intoccabili:ciò potrebbe comprendere […] per esempio, l’uso dell’Islam, l’insostenibilità della rivoluzione e del controllo violento, ed il loro trattamento nei confronti delle donne e di altre minoranze. Questo può essere fatto sia a livello locale e internazionale. […]

f. Ridurre le risorse materiali: ciò sarebbe impegnativo, ma al momento opportuno e quando la gente del posto lo decide, potrebbe includere il ritardare strategicamente un pagamento o versare solo parte del pagamento di una certa imposta / tassa per l’oppressore.[…]

g. Istituzioni alternative: al momento giusto,ciò potrebbe comprendere la creazione di comitati locali – di strada, di quartiere o di città –come fu fatto in Sud Africa per l’Apartheid […]

h. Interruzioni diffuse: questo sarebbe stato difficile ma, al momento giusto e quando la gente del posto lo decide, potrebbe comprendere l’organizzazione di rallentamenti nel lavoro per cinque minuti /un’ora /mezza giornata,  o l’organizzazione di  rallentamenti nei viaggi, come nel caso dei  veicoli per le strade, ecc.»

Come si vede, buona parte delle strategie proposte rientrano nel tradizionale repertorio della resistenza nonviolenta, codificate negli scritti di M.K. Gandhi, ma soprattutto attuate nel corso della rivoluzione nonviolenta che portò alla liberazione dell’India dal dominio coloniale inglese. Si tratta di tecniche – basate prevalentemente sulla disobbedienza civile, la non-collaborazione, il boicottaggio, ma anche sulla capacità di dar vita ad organizzazioni parallele ed alternative – che il fondatore della nonviolenza in Italia, il filosofo Aldo Capitini, racchiuse nel suo fondamentale manuale apparso nel 1967 [x].

Come sottolinea opportunamente Antonino Drago in un suo libro dedicato alla storia ed alle tecniche della Nonviolenza, non si tratta di manifestare la propria obiezione di coscienza o di dare una testimonianza morale,  bensì di determinare attraverso quelle strategie effettivi risultati, ai fini della risoluzione del conflitto.

«Per tale scopo, alla nonviolenza si chiede di saper proporre azioni che siano: 1) comprensibili in termini universali, 2) comunicabili da una persona all’altra non con un lungo processo di adattamento, ma secondo un linguaggio compartecipato collettivamente e 3) efficaci sulla struttura sociale.» [xi]

Recentemente, il quotidiano cattolico francese “la Croix” ha pubblicato un articolo di Étienne Godinot (Presidente dell’Institut de Recherche sur la Résolution Non-violente des Conflits- IRNC), in cui egli si sofferma proprio sull’esigenza di passare ad un modello civile di difesa, anche quando si tratta di fronteggiare crisi internazionali come quella attuale.

« La difesa civile nonviolenta è una politica di difesa contro ogni tentativo di destabilizzazione, di controllo e d’occupazione della nostra società, coniugando, in maniera civile preparata ed organizzata, delle azioni nonviolente collettive di non-collaborazione e di confronto con l’avversario, in modo che egli sia messo nell’incapacità di raggiungere gli obiettivi della sua aggressione : l’influenza ideologica, la dominazione politica, lo sfruttamento economico.» [xii]

Tornando a McCarthy, egli chiude il suo contributo sull’ipotesi di resistenza nonviolenta all’ISIS  dichiarando che spetta alle comunità locali scegliere come e quando sperimentare dei metodi alternativi di lotta, per una trasformazione nonviolenta dei conflitti. L’appello è anche ad evitare che la propaganda mediatica ci porti a considerare gli appartenenti all’ISIS come esseri non umani, con cui non sarebbe quindi possibile altra risposta che quella armata. Alternative valide agli scontri armati ci sono, mentre abbiamo ormai ampia esperienza dell’inutilità e distruttività delle soluzioni militari.

4 – Una  prospettiva ecopacifista per l’azione nonviolenta
ulivo girasoleIn un opuscoletto dal titolo “L’ulivo e il girasole”  ho cercato di tracciare un percorso operativo per chi è già convinto che le battaglie per la pace sono strettamente correlate a quelle in difesa dell’ambiente violato, o comunque si sia reso conto che è difficile scindere fenomeni diversi, ma che hanno quasi sempre cause e moventi comuni.  Sto parlando di quella visione ecopacifista che in Italia, purtroppo, è ancora poco diffusa, e che invece potrebbe coniugare le istanze ecologiste con quelle di chi cerca un’alternativa alla guerra. Una delle cose che ho cercato di puntualizzare in quello scritto sono i suoi principi teorici, che così sintetizzavo:

«(i) L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. […]; (ii) L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neppure una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico e sociale […]; (iii) Il patrimonio ideale dell’ecopacifismo racchiude e coniuga varie idee-chiave che bisogna approfondire e trasformare in azione: pace positiva, giustizia sociale, democrazia dal basso, difesa della diversità culturale e linguistica, salvaguardia della biodiversità…» [xiii]

Ebbene, se si esamina la situazione attuale dello scenario in cui opera l’ISIS, è evidente che una strategia alternativa a quella degli interventi militari deve tener conto sia degli attuali equilibri geo-politici in quella regione, sia delle cause economiche di quegli infiniti conflitti e della parallela crescita del traffico di armi. Entrambi, infatti, sono stati sempre determinati dall’arrogante pretesa di  controllare le risorse energetiche ed hanno, d’altra parte, provocato enormi e persistenti danni all’ambiente naturale oltre che alla popolazione civile ed alla loro stessa possibilità di lavoro e di sopravvivenza.  Come ribadiva un documento della Rete della Conoscenza – pubblicato lo scorso agosto sul suo sito – è necessario interrompere il circolo vizioso per cui le armi alimentano i conflitti e questi ultimi richiedono l’uso di sempre nuovi armamenti.

« Le potenze occidentali hanno gravissime responsabilità nella determinazione dell’attuale situazione in Medio Oriente. La definizione di confini coloniali (quasi mai corrispondenti a identità collettive), la formazione di classi dirigenti locali strettamente legate nella loro ascesa ai partner occidentali, politiche interventiste spregiudicate a tutela dei propri interessi geo-politici ed energetici a geometria variabile hanno per decenni pesato come macigni sulla possibile affermazione di forme di auto-governo, sull’autodeterminazione delle popolazioni e sulla convivenza pacifica fra etnie e religioni diverse.» [xiv]

Ma i problemi non sono solo quelli storici di un conflitto che si trascina da decenni. Le continue azioni di guerra in Medio Oriente – si rileva in un articolo del 25 marzo scorso che cita organismi internazionali come la Croce Rossa –  stanno anche provocando catastrofi ambientali ed umanitarie,:

« Il consumo di acqua in una regione instabile, con l’aumento della popolazione era già a livelli insostenibili in molti zone colpite da basse precipitazioni record e dalla siccità, ma le guerre hanno spinto sistemi “vicino al punto di rottura”, ha detto l’agenzia assistenziale. Militanti in Siria, Iraq e Gaza hanno usato anche l’accesso all’acqua e alla corrente elettrica come “armi tattiche o come merce di scambio”, ha dichiarato in un rapporto il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa).[…] “Pesanti combattimenti e la pratica del bersaglio diretto hanno distrutto condutture dell’acqua e linee elettriche, privando di  questa risorsa vitale centinaia di milioni di persone, che sono a grande rischio di malattie legate all’acqua”, ha detto Robert Mardini, capo delle operazioni del CICR per il Nord Africa e il Medio Oriente[xv]

Ecco perché è praticamente impossibile scindere le considerazioni politiche da quelle ecologiche, visto che le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile.

“La crisi idrica globale sta provocando raccolti falliti, fame, guerra e terrorismo” – sintetizza il giornalista e ricercatore Nafeez Ahmed, che così prosegue: Il mondo sta già sperimentando la scarsità d’acqua, provocata dall’uso smodato,dalla scarsa gestione del territorio e dal cambiamento climatico […]  E’ una delle cause delle guerre e del terrorismo in Medio Oriente e oltre, e se non riusciamo a rispondere agli allarmi  (che ci sono state) prima di noi, ancor maggiori carenze di cibo e di energia affliggeranno presto  gran parte del globo, alimentando fame, insicurezza e conflitti» [xvi].

Occorre quindi una grande mobilitazione del movimento ecologista internazionale anche sulle problematiche connesse al dilagare dei conflitti armati nello scenario mediorientale, per denunciare sia la grande truffa di un falso modello di sviluppo, radicato saldamente sulle fonti energetiche fossili, sia le devastanti conseguenze di una crisi ecologica globale, determinata dalla mancata risposta ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, occorre combattere la logica militarista e bellicista che sta provocando catastrofi umanitarie ma anche enormi e persistenti danni a territori già martoriati e compromessi. C’è bisogno allora d’un rinnovato impulso ad azioni comuni delle organizzazioni ambientaliste ed antimilitariste/pacifiste, perché il vero nemico da battere è la guerra, con le sue logiche distorte e le sue terribili conseguenze .

Non è certo un caso che tra gli obiettivi strategici del movimento verde internazionale c’è un ben preciso collegamento tra queste due dimensioni e che la ‘nonviolenza’ sia uno dei quattro ‘pilastri’ su cui si basano i Verdi [xvii]  che, anche a livello europeo, ribadiscono il principio del “lavorare per la pace” nel loro manifesto. [xviii]

Non dobbiamo neppure dimenticare che il complesso militare-industriale non solo è dietro i conflitti che stanno infiammando un mondo sempre più globalizzato e lottizzato – e quindi dietro le guerre, più o meno dichiarate, che stanno divampando nei vari scenari – ma è anche fonte di una diffusa militarizzazione e nuclearizzazione del territorio e dei mari, ingenerando gravi danni all’ambiente naturale, serie minacce alla biodiversità e rischi per la salute delle comunità locali.

Maxi-installazioni di potentissimi radar (come nel caso del MUOS in Sicilia); incontrollabili poligoni per esercitazioni armate in cui si usano anche proiettili con uranio impoverito, come in quello sardo di Salto di Quirra; pericolosissimi sottomarini e portaerei a propulsione nucleare che solcano indisturbate i nostri mari ed attraccano nei nostri porti; ampi terreni sottratti alle attività agricole e produttive. Sono solo alcuni dei problemi ambientali connessi non solo alle operazioni di guerra, ma anche alla crescente  militarizzazione del territorio italiano, il cui monitoraggio e controllo viene arbitrariamente sottratto alle autorità civili e sottoposto a secretazione.

A tal proposito, due ricercatrici dell’Università di Berkeley (California) hanno curato un’utilissima bibliografia delle fonti documentarie concernenti, appunto, “Guerra, Militarizzazione ed Ambiente”, nella quale si prendono in esame le varie forme d’impatto ecologico dei conflitti armati e dell’occupazione militare.  In tale documento si afferma chiaramente :

« Una vittima  degna di nota – spesso nascosta – della militarizzazione e della guerra è l’ambiente naturale. Quando ecologisti e geologi tornano a paesaggi sfregiati dai conflitti, tragedie ambientali a lungo termine iniziano ad accompagnare le tragedie umane immediate della guerra. Molto spesso le guerre sono state combattute nel contesto di un preesistente degrado ambientale o do un’intensiva estrazione di risorse naturali, portando alcuni ricercatori a indagare sulle complesse cause ambientali della guerra.» [xix]

Come nel caso delle problematiche inerenti la pace, si avverte un’estrema necessità che vengano coniugate le tre dimensioni della ricerca, dell’educazione e dell’azione anche nei confronti dei problemi ecologici derivanti dalla guerra e dal militarismo. In Italia un movimento eco pacifista deve ancora svilupparsi, ma basterebbe cominciare dal coordinamento operativo delle organizzazioni ambientaliste e pacifiste preesistenti, facendo controinformazione e stimolando la nascita o la crescita di comitati di cittadini attivi. Dare una possibilità alla pace è anche questo. [xx]

Note: —————————————————————————————————

[i]  Ignazio Dessi, Libia, il generale Arpino: Un’altra minaccia è la Francia, a volte fa disastri. Sullo sfondo c’è il petroliohttp://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/15/02/libia-isis-generale-arpino-intervista.html

[ii]  Antonio Sanfrancesco, Napoleoni: “L’ISIS fa paura ma la guerra non serve”   > http://www.famigliacristiana.it/articolo/isis-in-libia-napoleoni-lisis-fa-paura-ma-la-guerra-non-serve.aspx

[iii]  Luca Sappino, Libia, guerra costerebbe 50 morti a settimana > http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/17/news/guerra-in-libia-ci-costera-50-morti-a-settimana-1.199978

[iv] Ermete Ferraro, Spy-Ops: quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[v]  Erin Niemela, Before the next ISIS, We Need Nonviolent Counterterrorism Strategies > http://www.peacevoice.info/2014/07/06/before-the-next-isis-we-need-nonviolent-counterterrorism-strategies/  (trad mia)

[vi]  Ibidem – La ricerca cui si fa riferimento, il cui testo è stato pubblicato solo in inglese, è: Erica Chenoweth and Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works – The Strategic logc of nonviolente Conflict, New York, Columbia University Press, 2012 > http://cup.columbia.edu/book/why-civil-resistance-works/9780231156820

[vii]  Giulia Zurlini Panza (a cura di), Dalla guerra alla riconciliazione, Pisa, Centro Gandhi ed., 2013, pp.44-45

[viii]  Eli McCarthy, ISIS: Nonviolent Resistance?  > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistanc_b_6804808.html  (trad. mia)

[ix]  Ibidem

[x] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, ed. dell’Asino, 2009 ; il testo è difficilmente reperibile, se non nelle biblioteche. Una sintesi è pubblicata sul sito: http://www.panarchy.org/capitini/nonviolenza.html

[xi]  Antonino Drago, Storia e tecniche della nonviolenza, Napoli 2006, p.23. Vedi anche:Idem, Difesa popolare nonviolenta – Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, Torino, E.G.A, 2006

[xii]  Étienne Godinot, De la résistance civile à la défense civile, in : la Croix, 12.03.2015 > http://www.la-croix.com/Articles-du-Forum/De-la-resistance-civile-a-la-defense-civile-2015-03-12-1290300

[xiii]  Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, Napoli, VAS,  2014 (il manuale in formato e-book può essere scaricato su:  http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv]  “Iraq: altre armi non sono la risposta ai danni delle politiche occidentali” > http://www.retedellaconoscenza.it/2014/08/iraq-armi-non-sono-risposta-danni-delle-politiche-occidentali/

[xv]  Stephanie Nebehaye, War in the Middle East is pushing vital water plants ‘close to the breaking point’, Business Insider-UK > http://uk.businessinsider.com/war-in-the-middle-east-is-pushing-vital-water-plants-close-to-the-breaking-point-2015-3?r=US

[xvi]  Nafeez Ahmed, Global water crisis causing failed harvest, hunger, war and terrorism, in: The Ecologist, Mar-Apr. 2015 > http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2803979/global_water_crisis_causing_failed_harvests_hunger_war_and_terrorism.html

[xvii]  Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party

[xviii]  Cfr. http://europeangreens.eu/content/egp-manifesto  – “Working for Peace”,  p. 29

[xix]  Marisa N. Mitchell and Linda E. Coco (eds), War, Militarization and the Environment – Bibliography B o4-8, Berkeley, Institute of International Studies, University of California, June 2004 > http://globetrotter.berkeley.edu/bwep/greengovernance/papers/Bib/B08-MitchellCoco.pdf

[xx] Cfr., a tal proposito, anche un importante testo francese: Ben Cramer, Guerre et paix et écologie – Les risques de la militarisation durable, Gap, Edit. Yves Michel, 2014 > http://lavieenvert.ek.la/guerre-et-paix-l-ecologie-ben-cramer-a112820918

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(*) Ermete Ferraro, obiettore di coscienza nonviolento, ricercatore-educatore ed attivista per la pace, è referente per l’ecopacifismo dell’associazione nazionale di protezione ambientale VAS (APS “Verdi Ambiente e Società” onlus)