UNA DIFESA PIU’…COMUNICATIVA?

Una comunicazione…strategica

Mentre stenta a diffondersi ed affermarsi un modello di comunicazione nonviolenta – sebbene anche in Italia la ricerca e l’educazione in tal senso stiano diventando a poco alla volta argomento di studio e di approfondimento [i], non possiamo fare a meno di notare che l’attenzione a modalità comunicative più efficaci e convincenti sembra essere diventata una delle priorità del Ministero della difesa. Questo insolito impegno dei nostri vertici militari sul piano della comunicazione può senz’altro essere ricondotto alle abituali strategie propagandistiche delle forze armate, ma non credo che si debba sottovalutare che alla comunicazione da adottare da parte loro sia stato dedicato anche un apposito manuale [ii].

La contaminazione del settore militare da parte del lessico aziendalista non è certamente una novità, così come in ambito aziendale da tempo si parla di ‘strategie aziendali’, usando spesso un linguaggio piuttosto bellico. Gli obiettivi della comunicazione efficace, finalizzata alla promozione del marketing, sono stati già mutuati da organizzazioni con caratteristiche molto differenti, come è successo con la scuola e come ora accade con la difesa. Anche in tali ambiti, infatti, chiarezza, coerenza e capacità di cogliere il bersaglio sono comunque fondamentali, insieme all’impiego d’un linguaggio credibile, carismatico e soprattutto persuasivo.

La tendenza ad impiegare particolari modalità comunicative in ambito militare ha caratterizzato soprattutto le forze armate statunitensi, dove l’attenzione ad un linguaggio ‘effective’ è sempre stata più marcata.  In un recente articolo [iii], ad esempio, s’individuavano a tal proposito 16 ‘principi-chiave’, di cui i principali sono: chiarezza, brevità, empatia, adattabilità, linguaggio positivo, intelligenza emotiva. Un’altra fonte per capire come le forze armate degli USA hanno affrontato la questione è un capitolo di un libro dedicato specificamente alla ‘comunicazione militare’ [iv].  Una buona comunicazione – vi si afferma – è la pietra angolare di una leadership efficace e un’importante componente in ambito militare, in quanto accresce la consapevolezza delle questioni e fornisce possibili soluzioni, facendo anche da ponte verso le altre sensibilità culturali e quindi facilitando il consenso.

Nel manuale predisposto dal Ministero della difesa italiano, più che ad una generica efficacia comunicativa del linguaggio militare, sembra però che si punti a un obiettivo più specifico: omogeneizzare e rendere accattivante e persuasiva l’immagine delle nostre forze armate, allo stato non particolarmente brillante. Non è un caso che le finalità perseguite da quel dicastero [v] siano stati individuate principalmente nella identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione del c.d. ‘strumento militare’, lasciando intendere che finora esso sia stato caratterizzato in modo abbastanza differente.

Fondare la comunicazione della Difesa su quei sei pilastri è dunque considerata dai vertici politici e militari la bussola per orientare le sue attuali e future strategie propagandistiche verso la società civile, le agenzie formative ed il mondo della produzione, penetrandole e contaminandole con i propri ‘valori’. Ecco perché vale la pena di approfondire questo aspetto, proprio alla luce della crescente pervasività della ‘cultura militare’ nella nostra società.

Metalinguistica della comunicazione militare

Scandagliare le modalità comunicative di testi riguardanti la Difesa, utilizzando le tecniche dell’ecolinguistica ed in particolare l‘analisi critica del discorso’, è un esercizio che ho già illustrato nel mio ultimo libro [vi] e praticato in alcuni articoli sul mio blog ecopacifista [vii]

In questo caso, però, la mia indagine assume dei tratti metalinguistici, perché non si tratta tanto di analizzare le caratteristiche linguistiche di un testo, ricavandone informazioni sulle sue reali finalità comunicative, quanto di cogliere tali aspetti in uno scritto che indica ai militari proprio le modalità da adottare nella loro comunicazione pubblica.

L’opuscolo ministeriale, a partire dal dichiarato perseguimento dei sei obiettivi già anticipati, si pone infatti come un concreto manuale di comunicazione efficace per i vari gradi e funzioni delle forze armate italiane, il cui ‘scopo’ sarebbe “garantire che i cittadini siano adeguatamente informati e coinvolti, favorendo la loro consapevolezza e partecipazione nelle scelte e attività pubbliche (p. 3).  Poche righe più avanti, questa finalità ‘sociale’ viene di fatto smentita dall’affermazione che tale “policy comunicativa”. deve comunque essere in linea con le linee programmatiche del Ministero della difesa emanate nel 2023 e che “rappresentano il principale riferimento normativo e strategico per l’individuazione degli obiettivi che dovranno essere perseguiti dalla Funzione Comunicazione della Difesa”.

Il lodevole scopo informativo e partecipativo dichiarato in premessa, però, mal si concilia col prioritario rispetto gerarchico di rigide norme e finalità strategiche calate dall’alto, fra cui spiccano: (a) la centralità geopolitica del Mediterraneo e dell’Africa (“fronte sud dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea”); (b) il posizionamento dell’Italia come “hub energetico per l’Europa”; (c) la collaborazione con organizzazioni globali come ONU, NATO e UE per “la rinnovata promozione di un ordine internazionale” (p. 4); (d) “La gestione delle risorse idriche e alimentari, cruciale per la sicurezza nazionale e l’economia”; (e) la Cybersecurity e il dominio italiano “in materia spaziale ed aereospaziale”. 

Tutti questi obiettivi politico-militari non sembrano affatto una semplice proposta da sottoporre al confronto democratico, semmai decisioni già assunte, che comunque occorre far…digerire alla comunità civile in modo indolore.

L’evoluzione della società richiede che la Difesa non solo si adatti ai cambiamenti, ma che diventi un agente di trasformazione, migliorando continuamente le proprie strutture, la formazione e le capacità decisionali. Questo implica una valorizzazione delle diversità, una promozione della meritocrazia e un adattamento a tempi in cui la rapidità di azione e la capacità di visione globale sono essenziali” (p. 5).

Emerge con chiarezza l’esigenza di un cambiamento nella postura della struttura difensiva italiana, improntandola ad un modello d’azione decisamente più aperto, efficiente e veloce, come conferma il tris di aggettivi usati poco dopo per prefigurare appunto “una Difesa italiana rinnovata, più agile ed efficace”, in cui le forze armate siano “pronte a gestire sfide di complessità crescente”, con una “visione interforze” (pp.5-6). Ma il cuore del discorso, nello specifico, mi sembra la seguente affermazione:

La Comunicazione ha come obiettivo principale quello di presentare la Difesa e le Forze Armate come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà. Sarà fondamentale comunicare l’immagine di un Comparto Difesa coeso, preparato, integrato ed efficiente, capace di esprimere tecnologie all’avanguardia, senza ignorare i costi e gli impegni che tale capacità comporta” (p.6).

Insomma, ciò che i vertici politico-militari ci vogliono far sapere è che: (i) grazie alle ff.aa. siamo e saremo più sicuri e protetti; (ii) ciò prevede la promozione di una loro immagine più coesa, efficiente e moderna. Questo messaggio, d’altronde, lascia intendere che tutto ciò non è proprio di attualità, ragion per cui l’urgente riforma strutturale dell’organizzazione militare va integrata da una valida campagna comunicativa, che fin da subito ne rafforzi e migliori l’immagine pubblica.

Per tutti vale il tassativo indirizzo che … sempre, si dovrà far riferimento a un’unica realtà identitaria che si sintetizza con il termine “DIFESA” (p. 8), anche qui evocando per contrasto i fantasmi di cinque armi diverse e specifiche, in competizione tra loro.

I canali individuati dal manuale della Difesa per promuovere questa rinnovata ed unitaria immagine delle nostre ff.aa. sono molteplici. Si va dagli eventi pubblici (mostre, convegni, seminari…) ad iniziative culturali (editoriali, cinematografiche, televisive, accademiche…) ed a promozioni esterne (patrocini, campagne comunicative specifiche ed interministeriali…), partendo ovviamente da celebrazioni ufficiali più o meno popolari (7 gennaio, 17 marzo 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, 12 novembre).

I destinatari del documento vanno, gerarchicamente, dai decisori politici agli interlocutori interni alle ff.aa., passando per una generica ‘opinione pubblica’ e per gli ‘attori culturali ed economici’, cui recentemente il M.D. ha dedicato palesemente una particolare attenzione, infiltrando il sistema formativo e produttivo italiano. Ad un certo punto del documento, peraltro, si parla ancor più apertamente di “progetti pubblicitari e di brand marketing’” (p. 9), presentando il comparto della difesa come una sorta di ‘corporation’, che deve fare i conti con una ‘compatibilità finanziaria’ non adeguata a questa epocale trasformazione.

Quali sono gli obiettivi della comunicazione sulla difesa?

Nel documento ministeriale, le sei finalità generali della comunicazione militare (identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione) vengono declinate con maggiore precisione, enunciando sei obiettivi da perseguire attraverso tale modalità comunicativa.

  1. Identità verbale (#NOISIAMOLADIFESA), esplicitata come ricerca della ‘unità nella diversità’, in una logica ‘interforze’ che consenta una ‘integrazione’ sul piano fisico, cognitivo e virtuale. Per conseguire questo obiettivo, si precisa, va acquisita una ‘semantica condivisa’, in modo da ‘evitare le diversità’ ed ‘enfatizzare l’unità’.

“Va poi posto ogni sforzo per far conoscere l’entusiasmo, la passione, e la dedizione – in sintesi i valori – che caratterizzano l’agire del personale e l’appartenenza alla Difesa. Le Forze Armate dovranno effettivamente diventare nel più breve tempo possibile un unicum realmente integrato, interoperabile, complementare e armonizzato” (p. 10).  

Sul piano semantico, è evidente l’insistenza sul concetto di unità, che richiede uno sforzo di integrazione, complementarietà ed armonia, per superare le ovvie diversità puntando invece sui ‘valori’ comuni delle ff. aa.  Ma il fatto stesso che per descrivere la loro auspicata ‘unità’ siano utilizzare espressioni come ‘identità verbale’ e ‘semantica condivisa’ lascia trasparire che si tratta di una strategia comunicativa più che d’un effettivo cambiamento.

  • Sinergia delle componenti: essa sembrerebbe invece indicare una trasformazione più pratica e concreta dello ‘strumento militare moderno’, per conferirgli la “capacità di essere perfettamente interoperabile, complementare e armonizzato è necessaria per prevalere contro future minacce, non solo in ambito Alleanza, ma anche a livello nazionale” (p. 11).  Le condizioni per raggiungere l’obiettivo sono, da un lato, l’integrazione dei processi formativi del personale e, dall’altro, una “profonda evoluzione in chiave interforze dello strumento militare sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo”, rivedendo le strutture di vertice ed unificando settori e servizi comuni delle ff. aa.

In questo secondo caso le parole-chiave sono sinergia ed integrazione, concetti che insistono su un’identità da costruire e richiedono quindi una fase intermedia di formazione degli addetti e di revisione delle strutture. In tale direzione, la realizzazione di una strategia comunicativa comune – sul piano linguistico ed informatico – viene appunto considerata essenziale.

  • Rapidità dei processi decisionali: in questo paragrafo noto una contraddizione tra la lusinghiera affermazione che “l’organizzazione delle forze armate è un’eccellenza nel panorama istituzionale nazionale” e quella immediatamente successiva, secondo la quale “si necessita, quindi, di una rapidità decisionale ben superiore a quella generata dall’attuale architettura della Difesa […] Un Sistema Difesa efficiente è un obiettivo che va raggiunto per il futuro della nostra Nazione e per il futuro delle Organizzazioni internazionali di cui facciamo parte” (p. 13). Insomma, premesso enfaticamente che in Italia il modello organizzativo della difesa è già ‘eccellente’, nel documento il suo vero limite allo stato è invece individuato nella sua non ancora adeguata ‘capacità decisionale’. Anche nell’enunciazione delle due condizioni per raggiungere tale obiettivo mi sembra che affiori una contraddizione. Se da un lato si auspica uno snellimento procedurale attraverso una logica bottom-up – che darebbe più peso alla base dell’0rganizzazione – dall’altro si sottolinea che “bisognerebbe spostare più in alto possibile il punto dove risiedono le conoscenze e competenze necessarie” (p. 13), richiamando invece una logica verticistica, di natura meritocratica e gerarchica. Resta poi oscuro e un po’ ‘inquietante il successivo riferimento alla ‘specificità d’azione del militare’ ed alla necessità di “guadagnare e mantenere un vantaggio cognitivo,attraverso una supremazia informativa predittiva”.
  • Credibilità dello Strumento di Difesa: “La credibilità delle organizzazioni, e prima ancora delle Istituzioni, passa anche attraverso un positivo ed efficiente rapporto di gestione delle risorse e output da esse prodotto – in particolar modo un efficiente rapporto tra personale impiegato e risultato ottenuto da tale impiego […] Occorre pertanto elaborare degli strumenti di misurazione e analisi quantitativi e qualitativi che ci permettano di valutare l’efficacia operativa in assenza di un impiego effettivo dello Strumento Militare.” (p. 15).  In tale premessa, di sapore più aziendale che militare, spiccano due concetti-base tipici del processo produttivo, efficienza ed efficacia dell’azione intrapresa, misurabili in base ai risultati conseguiti. Le condizioni per raggiungere questo quarto obiettivo sono infatti il “miglioramento, monitoraggio e misurazione della performance addestrativa del personale” ed una “riflessione sull’adeguata ripartizione delle dotazioni organiche del personale militare rispetto alle esigenze funzionali”. Uscendo dal consueto burocratese, ciò significa che si bisogna procurarsi più idonei strumenti valutativi dei risultati, ma anche adeguare l’organico militare alle sue nuove ed accresciute necessità operative. Mi sembra importante sottolineare anche l’affermazione seguente: “L’attuale modello, basato essenzialmente sul meccanismo del transito in servizio permanente, preclude un regolare avvicendamento fra più anziani e giovani. Di contro, l’obiettivo dovrebbe essere quello di offrire ai giovani un’esperienza a tempo determinato, con un qualificato programma di reinserimento nel mondo del lavoro” (p. 16).  Se sul piano quantitativo sembra che s’ipotizzi il ripristino di meccanismi certi e dinamici di reclutamento, su quello qualitativo si apre ad una ‘riserva selezionata’, composta da ‘esperti’ e personale “privo di pregresse esperienze militari”.
  • Sviluppo capacitivo ed efficacia d’impiego: il raggiungimento di questo obiettivo richiede “la certezza e la stabilità dei finanziamenti”, ma soprattutto “l’autonomia strategica nella ricerca scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema Difesa quale catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del Paese” (p. 19). Emerge qui un elemento importante per l’efficacia del sistema militare, cioè la sua rivendicata autonomia in ambito scientifico e tecnologico. Una sorta di patente per agire in quel campo senza troppi controlli e limiti, in nome della difesa nazionale, come viene esplicitato in un successivo paragrafo, sul quale conviene quindi soffermarsi.

“…è bene spendere alcune parole per inquadrare anche sul piano etico e morale la questione della ricerca scientifica a fini militari. Per alleviare il senso di disagio che molti cittadini provano al pensiero che parte delle loro tasse sia utilizzata per finanziare lo sviluppo di moderni sistemi d’arma. Segnaliamo tre ragioni: la prima: è un dovere verso i nostri militari, che inviamo nel mondo, con questi sistemi d’arma, per difendere, ancor prima che i nostri interessi strategici, il supremo interesse di pace e sicurezza […] La seconda: noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto. Non perché siamo più bravi, ma perché la Costituzione è chiara. Il Parlamento si esprime e vigila. L’impiego delle nostre capacità militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettoso dei principi sanciti nel Diritto Internazionale Umanitario e dei conflitti armati […] La terza: larga parte del progresso della nostra società è una traslazione civile di innovazioni militari. Internet, il sistema GPS, il Radar, i Gruppi di Lavoro multi- disciplinari, i velivoli commerciali e i loro sistemi di sicurezza, i droni… sono solo alcuni esempi delle ricadute civili della ricerca a scopi militari” (pp. 19-20)

In questa parte del testo risulta evidente un atteggiamento autodifensivo dell’organizzazione militare che, non ignorando il ‘disagio’ morale della gente comune al pensiero che le tasse servano a finanziare progettazione e realizzazione di più moderni armamenti, intende rispondere con fermezza a tali obiezioni. La replica del Ministero si basa su tre princìpi che ritiene inconfutabili: 1) le ff. aa. difendono “il supremo interesse di pace e sicurezza” prima ancora che “i nostri interessi strategici”; 2) i militari sono, sempre e comunque, “dalla parte del giusto”, operando nella legittimità costituzionale e nel diritto internazionale; 3) la ricerca militare ha comunque “ricadute civili” che contribuiscono al progresso. Si tratta però di postulati tutti da dimostrare, affermazioni apodittiche che contrastano con la realtà.

La retorica dichiarazione di anteporre pace e sicurezza agli interessi nazionali, infatti, è già un’ammissione indiretta che questi due ‘interessi’ non coincidono. Anche la dichiarazione che le nostre ff. aa. sono costituzionalmente al servizio della democrazia repubblicana, oltre ad essere smentita da episodi più o meno recenti di trame e complotti, è contraddetta proprio dalla pretesa di ‘autonomia’ – e quindi di non sindacabilità e segretezza – della ricerca militare. Anche la terza affermazione è discutibile, poiché il possibile, ma non scontato, utilizzo civile delle c.d. ‘innovazioni militari’ non giustifica affatto la realizzazione di sistemi d’arma sempre più potenti e distruttivi.

  • Integrazione nei meccanismi dell’Alleanza e nei rapporti bilaterali.  Ai nostri militari, a quanto pare, non basta un ruolo da comprimari o, peggio, da comparse nei sempre più frequenti film di guerra. “Quale che sia la natura o la fattispecie della nostra partecipazione, il ruolo della Difesa italiana non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe. Deve aumentare la nostra rilevanza e la capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale […] (bisogna) incrementare ulteriormente la nostra capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali cui partecipiamo. n tale ambito vi sono segnali assai incoraggianti, primo tra tutti l’essere riusciti a far riconoscere dalla NATO la priorità del Fianco Sud nel nuovo Concetto Strategico. Di pari importanza è il nostro contributo nella stesura della Bussola Strategica in ambito UE.” (p. 21). Le parole-chiave di questo obiettivo mi sembrano rilevanza e influenza. Da essi si percepisce una certa insoddisfazione per il non ancora adeguato riconoscimento del nostro ruolo militare, da cui la richiesta di maggiore spazio e rilevanza all’interno sia dell’Alleanza Atlantica, sia dell’Unione. Non a caso si rivendica la priorità di un ‘tavolo Esteri-Difesa’ ed una ‘postura più matura’ nei riguardi delle missioni militari all’estero, per le quali si rivendicano procedure semplificate ed il riconoscimento di una leadership.

Che cosa ci vuole comunicare la comunicazione militare?

Nella parte finale del documento troviamo una “Declinazione degli Obiettivi del Sistema Difesa in obiettivi di comunicazione”, a partire da alcuni ‘messaggi’ che la comunicazione militare dovrebbe opportunamente veicolare:

  1. cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale: da “efficiente e apprezzato in tutto il mondo, ma costoso” a “efficace e apprezzato in tutto il mondo, utile alla tutela degli interessi nazionali quale strumento di politica estera nonché formidabile volano di crescita per il Paese”;
  2. far capire che “i finanziamenti della Difesa non sono un “costo” da sostenere sottratto a settori percepiti come socialmente più “utili”, bensì un “investimento” in sicurezza, libertà e prosperità economica”;
  3. avviare un “processo di divulgazione e promozione della “cultura della Difesa” attraverso iniziative idonee a far conoscere le attività condotte dalle Forze Armate, sia quelle svolte nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali sia quelle svolte a supporto della sicurezza e della stabilità globali nell’ambito delle Alleanze e delle Coalizioni di riferimento;
  4. promuovere il “processo di ammodernamento dello Strumento militare in termini di avanguardia tecnologica, interoperabilità e digitalizzazione […] le attività della Difesa con diretta ricaduta sullo sviluppo del Sistema Paese (industria, politiche energetiche, politiche immobiliari) […] l’acquisizione di valide risorse umane, in termini di reclutamento, addestramento e formazione” (p. 23).

Ancora una volta sono richiamati aspetti che dovrebbero valorizzare il ruolo delle ff. aa. agli occhi della società civile, usando gli strumenti della comunicazione per scopi di propaganda militare.  Ritornano infatti concetti-chiave già enunciati (efficacia, crescita, sicurezza, stabilità, modernità), ma con una maggiore insistenza sulle ricadute socio-economiche della riforma delle ff. aa. (apprezzamento, investimento, prosperità, sviluppo).

I “temi di comunicazione” esposti in conclusione sono una utile sintesi di quanto il M.D. (e quindi il Governo) intende affermare, ricorrendo ad alcune parole d’ordine, slogan/hashtag da utilizzare in chiave mediatico-pubblicitaria:

  1. “Unità nella diversità”;
  2. Difesa come “moltiplicatore di opportunità del brand Italia e non solo del made in Italy”;
  3. Difesa strumento indispensabile di deterrenza”;
  4. “Difesa a presidio degli interessi nazionali e dello sviluppo sostenibile” (p. 24);
  5. “Difesa come collettore/convogliatore/acceleratore tecnologico del Paese”;
  6. “Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza”;
  7. “Difesa come modello di ricerca, innovazione e cambiamento”;
  8. “Difesa per il proprio personale”;
  9. “Difesa come promotore delle iniziative del Sistema Paese e della cooperazione internazionale”;
  10. “Difesa solidale” (p. 25);
  11. “Difesa patrimonio di valori e tradizioni”;
  12.  “Difesa interprete dell’esigenza di una sicurezza collettiva condivisa”.

Anche questo ‘dodecalogo’ del buon comunicatore militare ricicla alcune parole-chiave evidenziate nella prima parte del documento (unità, sicurezza, innovazione), ma introduce altri concetti che rendano più positiva l’immagine delle nostre ff. aa. (opportunità, deterrenza, interesse nazionale, sostenibilità, accelerazione tecnologica, cooperazione, solidarietà, difesa delle tradizioni, condivisione).

A questo punto, provo anch’io a rendere in modo sintetico quale immagine di ‘difesa’ il Ministero cerca di trasmettere attraverso la ‘comunicazione militare’.

A. CONCETTI BASILARIB. FINALITÀ DICHIARATEC. IMMAGINE PROPOSTAD. MESSAGGI DA COMUNICARE “la Difesa è…”
1.Identità1. Informazione1. Agilità1. Volano di crescita
2. Sinergia2. Coinvolgimento2. Efficacia2. Non costo ma investimento
3. Rapidità3. Consapevolezza3. Meritocrazia3. Fonte di sicurezza e stabilità
4. Credibilità4. Partecipazione4. Coesione4. Stimolo allo sviluppo nazion.
5. Efficacia5. Trasformazione5. Preparazione“la Difesa serve a…”
6. Integrazione6. Valorizzazione6. Integrazione5. Deterrenza
  7. Efficienza6. Sostenibilità
  8. Modernità7. Accelerazione tecnologica
   8. Cooperazione
   9. Solidarietà
   10. Difesa delle tradizioni
   11. Condivisione

Da questo schema riassuntivo risalta l’intento del M.D. di utilizzare la comunicazione militare per trasmetterci un’immagine della difesa sempre più:

  1. unitaria (A1 – A2 – A6 – C4 – C6);
  2. moderna (B5 – C8);
  3. credibile (A3 – A4 -A5 – C1 – C2 – C3 – C5 – C7 – D2 – D7);
  4. popolare (B1 – B2 – B3 -B4 – B6 – D8 – D9 – D10 – D11);
  5. utile socio-economicamente (D1 – D3 – D4 – D5);
  6. sostenibile (D6).

Insomma, teniamo conto di questa ’strategia comunicativa’ del Ministero della difesa quando siamo raggiunti – sempre più spesso – da messaggi mediatici che esaltano le forze armate e promuovono la ‘cultura militare’. Si tratta di narrazioni smaccatamente propagandistiche, che mirano solo ad accrescere subdolamente il consenso alla militarizzazione della società civile, alla quale dobbiamo invece fermamente opporci [viii].


NOTE

[i] Cfr., ad es.: Marshall B. Rosenberg, Insieme possiamo farcela. Come risolvere i nostri conflitti in modo efficace e senza violenza, Torino, Esserci, 2017; Idem, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Torino, Esserci, 2003; Jean-Philippe Faure – Celine Girardet, Empatia. Al cuore della comunicazione non violenta, Firenze, Terra Nuova ed., 2017; Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi ed., 2022

[ii]  Ministero della Difesa, Programma di Comunicazione M. D., Anno 2025 (Parte I) https://www.difesa.it/assets/allegati/3706/pc_md_2025.pdf

[iii] Cfr. Sgt. Nicolas Perez, 16 Key Principles of Effective Communication, DBDS, U.S. Dept. Of Defense, 2023 https://www.dvidshub.net/news/439448/16-key-principles-effective-communication

[iv]  Cfr. Angela M. Yarnell,; Cindy Dullea, Neil E. Grunberg, Chapter 11: Military Communication https://medcoeckapwstorprd01.blob.core.usgovcloudapi.net/pfw-images/dbimages/Fund%20ch%2011.pdf

[v]  Cfr. Min. Dif., Programma di Comunicazione, cit., pp. 10-23

[vi]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista, cit.

[vii]  Cfr. ad es.: Ermete Ferraro, Un militarismo futurista? Analisi critica del discorso del gen. Carmine Masiello (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/Il camaleontico ambientalismo dei militari (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/07/24/il-camaleontico-ambientalismo-dei-militari/Camaleonti con le stellette (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ ; A rotta di…protocollo (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/01/29/a-rotta-di-protocollo/ ; Strategie sanitarie… (2021) https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/ ; Fenomenologia dello ‘strumento militare’ (2020) https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[viii] Su questo tema ci sono varie ed utili fonti informative da consultare, in primo luogo il sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università https://osservatorionomilscuola.com/ ). V. anche il mio saggio “Il militarismo eterno”, Academia.edu, 2020  https://www.academia.edu/44126545/IL_MILITARISMO_ETERNO_Ermete_Ferraro  

© 2025 Ermete Ferraro

Serpenti & Colombe

Durante la recente riunione plenaria del Comitato Pace e Disarmo Campania [i], convocata alla ripresa delle attività per rilanciarne nel modo più efficace le azioni, padre Alex Zanotelli – che ne è animatore e portavoce – fra l’altro ha citato la nota frase evangelica in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli, avvertendoli di stare attenti, poiché li sta inviando a predicare la Buona Notizia in un mondo ostile ed assai poco disposto ad accettarla. Il versetto in questione, nella traduzione corrente della Chiesa Cattolica, suona: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe [ii]  Gli aggettivi italiani utilizzati per indicare i due atteggiamenti, apparentemente contrastanti, che il Maestro suggeriva allora (e propone anche oggi a chi voglia farsene seguace e testimone) sono evidentemente il calco di quelli impiegati nella Vulgata latina (IV secolo, san Girolamo): «Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbæ [iii]  Talvolta però accade che la tradizionale fedeltà alla versione latina del Nuovo Testamento rischi di tradire il senso del testo evangelico originario, che in lingua greca è: «δού, γ ποστέλλω μς ς πρόβατα ν μέσ λύκων· γίνεσθε ον φρόνιμοι ς ο φεις κα κέραιοι ς α περιστεραί.» [iv]

Nel mondo protestante ed evangelico l’attenzione al testo originale è più evidente, come dimostrano le conseguenti varianti nelle diverse versioni delle Sacre Scritture. Un utilissimo e moderno presidio per lo studio biblico è il sito web cui spesso attingo nelle mie ricerche (www.blueletterbible.org ), che non si limita ad offrire il testo inglese dei versetti ricercati, ma offre   la gamma delle versioni bibliche di tradizione anglosassone-protestante. Consultando questa risorsa informatica a proposito del versetto di Matteo in questione, infatti, le traduzioni offerte dei due aggettivi sono, rispettivamente “wise” (saggio – sapiente) ed “harmless” (innocuo – inoffensivo).[v] Da una ricerca più approfondita delle varie versioni inglesi, però, risulta che gli aggettivi possono essere anche altri. Nel primo caso: shrewd = scaltro, astuto, accorto (NIV), wary = cauto, diffidente (NASB20), prudent = prudente(DBY) e, nel secondo caso: innocent = innocente (ESV – CSB…) e guileless = ingenuo (DBY). [vi]

Di fronte a questo ventaglio di possibili (ma diverse) traduzioni viene spontaneo chiedersi quali attributi Gesù abbia effettivamente usato per rendere i propri discepoli più consapevoli del miglior atteggiamento da adottare nella loro difficile opera di evangelizzazione? Purtroppo non conosciamo gli aggettivi ebraici (o meglio, aramaici) che furono allora pronunciati dal Cristo, ma abbiamo comunque a disposizione il testo greco originale, dal quale possiamo appunto estrapolare il senso più autentico (direi etimologico) di quei due attributi.

Il primo è φρόνιμος /phròsimos che, nel lessico cui rinvia il sussidio inglese citato, viene  tradotto: «Intelligente, saggio, prudente, cioè attento ai propri interessi, riflessivo, cioè sagace o discreto (implicando un carattere cauto; denota abilità pratica o acume; indica piuttosto intelligenza o acquisizione mentale);[…] נ בון, ח כ ם, מ ב ין = intelligente, comprensivo.» [vii]   Un vocabolario on line del greco antico traduce φρόνιμος con: “intelligente, prudente, saggio, giudizioso, perspicace[viii], ma basta consultare il nostro classico ‘Rocci’ per comprendere che l’aggettivo deriva dal verbo greco φρονέω (phronéo), indicante l’essere saggio, assennato, ragionevole, riflessivo [ix], da cui anche il sostantivo φρόνημα (phrònema), ossia: intelligenza, pensiero etc. [x]. L’immersione nel testo originario, dunque, ci consente d’interpretare metaforicamente il serpente come simbolo di un’intelligenza/conoscenza della realtà che rende saggi, prudenti, giudiziosi ed accorti. Ecco perché i seguaci di Cristo dovrebbero prendere molto sul serio la Sua paterna raccomandazione di non lasciarsi prendere dall’emotività, dallo spontaneismo e dall’imprudenza, proprio perché riflessione e cautela non denotano un atteggiamento timoroso o vile ma, al contrario, la piena consapevolezza della necessità di agire ‘nel mondo’ [xi] con saggezza e, perché no, anche con scaltrezza, consci di operare in un contesto spesso ostile o comunque poco accogliente verso una proposta radicalmente alternativa. Particolarmente interessante, sul piano teologico, è il riferimento di Gesù in questo contesto proprio ad un animale ‘scomodo’ e con una cattiva fama come il serpente (ὄφις – òphis). Se ne parla infatti in 8 testi biblici, sia dell’Antico Testamento (Genesi) sia di quello Nuovo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, I e II lettera ai Corinzi, Apocalisse) e quasi sempre in modo negativo, cioè come animale astuto, tentatore ed infido. Ciononostante, in Mt. 10:16 il Maestro indica proprio il serpente come simbolo di un atteggiamento cauto, attento e saggio, invitandoci a non ignorare i pericoli della scelta evangelica e ad essere quindi pratici, prudenti, concreti e – come si dice a Napoli – abbasàti, ossia saggi e capaci di mantenere ‘i piedi per terra’.

Il secondo attributo da approfondire è ἀκέραιος / akéraios, comunemente reso in italiano con semplice ricalcando la versione latina, ma di cui abbiamo visto possibile scegliere fra altre possibili traduzioni (innocuo, inoffensivo, innocente, ingenuo). In effetti, come risulta consultando un vocabolario del greco antico, ci sarebbero ulteriori modi di rendere questo aggettivo: intatto, incolume, illeso, intero, integro, incontaminato, puro. [xii] L’etimologia di ἀκέραιος/akéraios, d’altra parte, rinvia principalmente al concetto di integrità (l’alfa privativa nega infatti l’aggettivo kèraios che allude alla distruzione, alla separazione di qualcosa d’intero), ma anche al verbo greco κεράννυμι / kerànnymi, il cui senso è mescolare, mischiare e, in un certo senso, contaminare. In questo caso, l’animale-simbolo di tutte le qualità elencate, nel versetto di Matteo, è la colomba (in greco περιστερά – peristerà), da sempre iconica rappresentazione della pace, della riconciliazione, della mansuetudine e dell’innocenza. Uccello diffusissimo in Palestina, essa nella Bibbia è metafora della salvezza che Dio concede misericordiosamente a coloro che sono stati traviati dall’antico serpente, ma è anche simbolo proverbiale di semplicità ed ingenuità, oltre che di purezza ed integrità. L’avvertimento del Maestro ai suoi discepoli, dunque, è quello di mantenersi puri, integri e semplici, senza però cadere nelle trappole di un mondo (κόσμος / kosmos) che aspetta solo l’occasione per catturarle e metterle a tacere, proprio come il proverbiale lupo con le pecore.  Certo, le colombe volano e vedono le cose dall’alto, così come dovrebbe fare un seguace e testimone di Cristo, che voglia mantenersi fedele al suo insegnamento d’amore e di pace. Ma c’è bisogno anche dell’attenzione accorta e prudente dei serpenti, che conoscono bene il terreno nel quale si muovono cautamente, proprio per non cadere in una religiosità astratta, spiritualistica e disincarnata.

C’è anche un altro brano evangelico che ci lascia un po’ spiazzati, quando leggiamo che Gesù aveva affermato: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8). Ma forse è proprio la ‘scaltrezza’ dei serpenti che può aiutarci ad uscire dalla teoria astratta, per restare sì integri ma non ingenui ed incapaci di concretezza pratica. La nonviolenza attiva, infatti, è sempre stata uno stimolo ad agire secondo principi etici irrinunciabili, ma perseguendo obiettivi concreti, fattivi e raggiungibili. Riprendiamo quindi il nostro percorso di pacifisti, ma senza dimenticarci dell’avvertimento di Gesù e sforzandoci di coniugare l’integrità e l’in-nocenza delle colombe con la saggia prudenza dei serpenti.

Note


[i] Visita https://www.pacedisarmo.org/  e https://www.facebook.com/comitatopacedisarmo

[ii] C.E.I.: Matteo 10,16 https://ora-et-labora.net/bibbia/matteo.html#cap_vangelo_secondo_matteo_10  Cfr. anche https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/?compareto=INTERCONFESSIONALE

[iii] https://www.bibliacatolica.com.br/it/vulgata-latina-vs-la-sacra-bibbia/evangelium-secundum-matthaeum/10/#

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_conc_939016  e https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/

[v]  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=wise  e  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=harmless

[vi] https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_bibles_939016

[vii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5429/kjv/tr/0-1/

[viii] https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CF%86%CF%81%E1%BD%B9%CE%BD%CE%B9%CE%BC%CE%BF%CF%82

[ix] Cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, Società Dante Alighieri, 1970

[x]  Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=FRONHMA100

[xi]  Cfr. Gv. 15:18-21

[xii] Cfr. Rocci, cit.

© 2024 Ermete Ferraro

MIR 70: PACE, FORZA, GIOIA

IL CONVEGNO

Celebrare il settantesimo compleanno della propria organizzazione è un momento di festa, ma al tempo stesso di ricordi e di bilanci.  Il 3 dicembre noi del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) abbiamo scelto Casalecchio di Reno (BO) per festeggiare questa ricorrenza, accolti dal Sindaco Massimo Bosso e da Maurizio Sgarzi, della ‘Casa per la Pace’. Abbiamo celebrato l’anniversario con un occhio al passato ma anche con lo sguardo rivolto al futuro che cerchiamo di costruire giorno dopo giorno.

Ritrovarci insieme, compagni di viaggio ed amici di una volta, è stata un’occasione unica per riprendere il filo di un discorso talvolta interrotto, sottraendoci al rischio che l’attivismo legato all’attualità abbia la meglio sulla riflessione e sulla visione d’insieme. L’articolazione stessa del convegno, del resto, rispecchiava la volontà di sistematizzare un impegno che dura da decenni alla luce di un progetto complessivo ed integrato.

Il primo tema (“Stile di vita, campagne ed esperienze di nonviolenza attiva”) era finalizzato proprio alla ricerca della nostra motivazione di fondo, che colloca il M.I.R. nell’ambito dei movimenti per la pace in cui l’etica si incarna nei gandhiani “esperimenti con la nonviolenza”. La seconda sessione (“spiritualità, ecumenismo, riconciliazione”) intendeva esplicitare ulteriormente tale dimensione, nell’ottica del dialogo interreligioso per la pace. Infine si è deciso di affrontare la dimensione culturale e formativa, con un confronto a più voci su “ecopacifismo, educazione alla nonviolenza e informazione di pace”.

Provo a sintetizzare questa intensa giornata di discussione utilizzando simbolicamente i tre elementi di un saluto augurale abituale tra i nonviolenti, “pace forza gioia”, manifestazione d’una visione costruttiva dell’alternativa ad un modello di società che viceversa nega questo trinomio, improntato com’è al perseguimento del predominio attraverso la violenza ed a costo di perdite e distruzioni.

PACE

Questa fondamentale parola è stata declinata in tutte le sue dimensioni, da quelle inerenti scelte personali (come l’obiezione di coscienza al servizio militare ed alle spese militari) a quelle su un piano più strutturale e politico (come le campagne per il disarmo, la smilitarizzazione e la costruzione di una difesa alternativa, quindi disarmata civile e nonviolenta). Alle testimonianze d’una lunga stagione di lotte pacifiste (portate in varia forma da Giancarla Codrignani, Antonino Drago, Claudio Pozzi, Beppe Marasso, Giuliana Martirani, Alfredo Mori, Pasquale Iannamorelli, Eleonora Sollazzo ed Etta Ragusa) si è intrecciata la narrazione delle attuali campagne antimilitariste e nonviolente, quasi sempre portate avanti in una logica di rete. Dei loro sviluppi hanno parlato esponenti di spicco dell’attuale movimento pacifista (da Sergio Bassoli della Rete Italiana Pace e Disarmo ad Angela Dogliotti del Centro Studi ‘Sereno Regis’, da Mao Valpiana del Movimento Nonviolento a Pierangelo Monti del Movimento Internazionale della Riconciliazione, Zaira Zafarana, dell’International Fellowship of Reconciliation e Laila Simoncelli della Comunità Papa Giovanni XXIII). Le campagne nazionali e internazionali riguardanti il disarmo nucleare, l’istituzione di un ‘Ministero della Pace’, il rilancio di una forma nuova di obiezione fiscale e la proposta parlamentare su “un’altra difesa possibile”, del resto, non sono altro che la formulazione di aspetti d’un indispensabile ‘programma costruttivo’. Un progetto che il M.I.R ha arricchito ponendo l’accento sulla dimensione ecopacifista e sull’impegno non solo per educare alla e per la pace, ma anche per contrastare la preoccupante invadenza della cultura militarista e bellicista nelle nostre istituzioni educative e formative.

Non sono mancati i richiami, anche critici, al recupero di una nonviolenza più integrale, capace di affrontare più direttamente tematiche storiche – come quella della salute, della sicurezza e dello stile di vita – recentemente un po’ oscurate o considerate opzioni più personali che politiche. Viceversa, la dimensione spirituale e quella relativa a modelli di sviluppo alternativi, frugali, in-nocenti e comunitari, restano centrali per gli aderenti ad un movimento come il M.I.R., che li hanno nel proprio DNA.

Per averne conferma basta rileggere l’articolo 2 del suo Statuto, dove si afferma che Il M.I.R. è «…un movimento a base spirituale composto da persone che sono impegnate nella nonviolenza attiva intesa come stile di vita, come mezzo di riconciliazione nella verità e di conversione personale, come mezzo di trasformazione sociale, politica, economica, nel rispetto della fede dei suoi membri”. La stessa nonviolenza è intesa “come mezzo per costruire la pace frutto della riconciliazione, nella consapevolezza che guerre e conflitti sono causati dall’ingiustizia e da discriminazioni razziali, etniche, ideologiche, religiose, economiche, di sesso, e che il depauperamento dell’ambiente è anche la conseguenza di un errato ed ingiusto sfruttamento delle risorse naturali”. I pilastri dell’alternativa nonviolenta, quindi, restano “la riconciliazione e la solidarietà nella vita personale e sociale, a liberare l’uomo da tutti quei condizionamenti culturali, politici, militari, economici che lo confondono e lo opprimono..

FORZA

Questa seconda parola-chiave, giustamente contrapposta a ‘violenza’, trasmette una visione positiva e costruttiva della vita, fondata sull’impegno, il coraggio, la perseveranza e la testimonianza personale. È infatti il secondo elemento dell’augurio che il M.I.R. con questo convegno fa a se stesso e ai suoi compagni di viaggio, dopo 70 anni di lotte per predicare e praticare la nonviolenza attiva, contrastando ingiustizie, discriminazioni, conflitti armati e minacce alla stessa sopravvivenza dell’uomo sul pianeta.

Se è vero che ‘forte’ è chi: “…può sopportare facilmente un grave sforzo, che può resistere alle fatiche materiali e morali, che sa vincere le difficoltà” (Treccani) e se aggettivi sinonimi di ‘forte’ sono “energico…vigoroso…tenace…resistente” (Hoepli – le Repubblica), è evidente che tale ‘forza’ implica non solo la capacità di resistere alle avversità, ma anche l’espressione d’una volontà e di un’energia in positivo. La radice sanscrita del nome (*dhaŗta) ha a che fare col valore della ‘fermezza’, e quindi della perseveranza e della costanza nel perseguire i propri valori ideali.

È ciò che è emerso dalla seconda tavola rotonda, nella quale rappresentanti di espressioni religiose di cui il M.I.R. è debitore (come il pastore Alessandro Esposito dei Valdesi, Evan Welkin dei Quaccheri e don Renato Sacco della cattolica Pax Christi) si sono confrontati sulla spiritualità di pace con un imam islamico, col contributo da remoto anche di un grande vescovo come mons. Luigi Bettazzi, di Enrico Peyretti e di Paolo Candelari, già presidente del movimento, cui si è aggiunto il messaggio augurale del card. Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della C.E.I.

La ‘fortezza’ – inserita tradizionalmente dai cattolici tra i doni dello Spirito Santo – è la virtù che non soltanto “assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene” (Catechismo Chiesa Cattolica, 1808) ma è l’energia che “…possa sollevare il nostro cuore e comunicare nuova forza ed entusiasmo alla nostra vita” (Papa Francesco, Udienza Generale del 14 maggio 2014). Ecco perché augurarci reciprocamente ‘forza’ vuol dire auspicare uno spirito sia di pazienza e resilienza, sia di perseveranza tenace nell’impegno personale e collettivo. La forza è inoltre ciò che anima la difesa alternativa, che rifiuta la violenza ed utilizza la mediazione e la ricerca di soluzioni creative che trascendano quelle distruttive che perpetuano il dualismo perverso vincitori/vinti. La forza, insomma, è la qualità di chi si propone di resistere e di procedere “in direzione ostinata e contraria”, anche quando tutto intorno spingerebbe ad arrendersi, a cedere all’omologazione, ad accettare fatalmente l’inevitabilità del male.

«Come notava Edmund Burke: “La sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla”. La fortezza è capacità di opporre una barriera alle forze distruttive; senza di essa diventa impossibile attuare la giustizia e la vita civile, ma anche le scelte ordinarie, che comportano non di rado sacrifici […] “di questa virtù c’è bisogno là dove si deve resistere a minacce, si devono superare le paure, si devono affrontare la noia, il tedio, il disgusto dell’esistenza quotidiana per riuscire a mettere in atto il bene» (G. Cucci, La fortezza, una virtù esigente, 2021 https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-fortezza-una-virtu-esigente/).

È quella stessa ‘forza’ che ci permette di rialzarci dopo sconfitte e delusioni, ma anche di abbandonare la rigidità delle nostre certezze esclusive, aprendoci ad un dialogo con altre visioni, religiose e laiche, in modo da affrontare insieme e con maggiore energia il cammino comune verso obiettivi condivisi. Progetti come quelli relativi alle battaglie ecopacifiste, l’educazione alla nonviolenza e la controinformazione per la pace, ad esempio, richiedono infatti sinergie ampie, come testimoniato dagli interventi alla terza tavola rotonda. Luciano Benini, Carla Biavati, Claudio Carrara, Giovanni Ciavarella ed Ermete Ferraro, tutti esponenti del M.I.R., stanno già operando in rete con altre organizzazioni, per allargare l’area degli interventi e per diffondere una cultura di pace che si ponga come un’alternativa forte e credibile. Anche Pressenza, la rete informativa nonviolenta rappresentata da Olivier Turquet, è un esempio di come esperienze e proposte possano raggiungere e contagiare sempre più persone, contrastando narrazioni violente e totalizzanti con la forza della nonviolenza attiva.

GIOIA

Il terzo elemento del trinomio augurale alla cui luce ho riletto questo nostro convegno si colloca in un campo semantico che va oltre ragionamenti e discorsi, toccando l’aspetto emozionale che non può mancare in un’azione nonviolenta che parli alla testa ma anche al cuore. L’etimologia di ‘gioia’ è piuttosto controversa, in quanto alcuni la fanno risalire al latino plurale gaudia, mentre altri scorgono somiglianze con joca , termini che evocano entrambi piacere, allegrezza ed esultanza.

Del resto non è certo un caso che uno dei più noti documenti conciliari – quello relativo al rapporto della Chiesa col mondo attuale – inizi con le parole “gaudium et spes”, sottolineando che la gioia non può essere godimento che chiude gli occhi su un presente poco piacevole, bensì apertura anche emotiva alla speranza di un domani migliore, da costruire giorno dopo giorno.

C’è anche chi ha rilevato che ‘gioia’ richiamerebbe la radice sanscrita *gai *gajati, che vuol dire cantare. Nell’Antico Testamento sono varie le parole che indicano questo sentimento, fra cui שִׂמְחָה (simha), riferendosi spesso ad un’esultanza espressa anche con la voce. Nel Nuovo Testamento emerge invece il sostantivo greco χαρά (harà), connesso al verbo χαίρω ed al relativo saluto-augurio.

Il convegno per i 70 anni del M.I.R., pertanto, non poteva che concludersi con una piacevole appendice musicale, un concerto di “musica e parole di pace” con Paolo Predieri ed il Gruppo Jamin-à (Gianni Penazzi, Roberto Bartoli, Marcela Baros e Linda Bernard) col quale i partecipanti si sono salutati, nella convinzione che “L’inganno è nel cuore di chi trama il male, ma per chi nutre propositi di pace c’è gioia” (Prov 12:20). La gioia che derivava dall’incontro, dalla condivisione e dal confronto ma anche dal piacere di riprendere, insieme e un po’ più consapevoli, il cammino sulla strada della ricerca, dell’educazione e dell’azione per la pace.


© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #6: “cedere” e suoi derivati

Lo studio della lingua latina chiarisce quanto il verbo CEDO fosse di per sé carico di una pluralità di significati, da quelli basici e neutri (andare, muoversi, camminare, avanzare), a quelli connotati in senso più marcato e solitamente di segno negativo (andar via, ritirarsi, cedere, sottomettersi, arrendersi, essere inferiore, passare di proprietà, etc.) [i]. Se poi ne cerchiamo le radici etimologiche, scopriamo che deriva “dal proto-italico *kezdō, discendente del proto-indoeuropeo *ḱyesdʰ-, “andare via”, scacciare”, stessa radice del sanscrito सेधति (sedhati), “scacciare, mandare via[ii]

Secondo un dizionario etimologico del latino: “Il passaggio dal primo al secondo senso di cedere si spiega col fatto che lasciare il passaggio libero a qualcuno è diventato simbolo di ogni concessione, allo stesso modo che sbarrare il passaggio (obstare, obsistere, opponere) è diventato simbolo di ogni opposizione. Cedere, nel senso di ‘andare’ si dice anche degli affari, riescano bene o male. Più frequentemente s’impiega, nello stesso senso, succedo. Dall’accezione di ‘ritirarsi’, cedere è passato a quella di ‘finire’. Quest’ultima sfumatura è quella del suo frequentativo cesso”. [iii]

Nel tempo e nello spazio, molte forme verbali sostantivi ed attributi sono stati ricavati da quel verbo originario e noi stessi continuiamo ad impiegarli nel linguaggio comune, privilegiandone di solito le connotazioni negative. Alcune volte, però, non ci accorgiamo di adoperare le forme verbali e nominali che ne sono derivate, secondo il meccanismo della composizione di un verbo-base coi più svariati prefissi latini. È così che, anche in questo caso, i monemi modificanti hanno originato un’articolata famiglia lessicale, i cui elementi derivati non sempre appaiono evidenti quando li utilizziamo. Nel nostro caso, è bastato anteporre all’originario CEDERE un certo prefisso per moltiplicarne la discendenza lessicale. In alcuni casi si stratta di verbi derivati di natura spaziale, come ACCEDERE, INCEDERE e PROCEDERE, nel senso di entrare (AD-), dirigersi verso la direzione scelta (IN-) o andare avanti (PRO-). Viceversa, abbiamo le voci RECEDERE e RETROCEDERE (cioè: tornare indietro, indietreggiare), ma anche SECEDERE, ossia allontanarsi da qualcosa o separarsi da qualcuno (SE-). Non mancano derivati di natura temporale, come ANTECEDERE e PRECEDERE (da ANTE-, e PRAE-), mentre, nel caso di DECEDERE, la preposizione DE- indica in modo traslato un allontanamento spazio-temporale… definitivo dalla stessa vita.

E che dire di altri derivati comuni nei nostri discorsi, come CONCEDERE, SUCCEDERE, INTERCEDERE ed ECCEDERE? Anche in questi casi la differenza semantica la fanno i rispettivi prefissi.  Nel primo, la preposizione latina CUM- (diventata in italiano CON-) indica un cammino consensuale, frutto di una mediazione in cui soggetti in conflitto tra loro decidono di cedere su qualcosa pur di giungere ad un accordo. ‘Succedere’, grazie al prefisso SUB-, si presenta in un’accezione prevalentemente temporale (seguire, venire dopo, toccare in eredità…), può esprimere in modo neutro un semplice dato fattuale (accadere, avvenire…) ma può anche aggiungere una sfumatura nettamente positiva (avere successo, riuscire in un’impresa…) [iv]. ‘Intercedere’ (INTER- vuol dire tra, in mezzo) indica invece un ruolo di mediazione terza, svolto inter-venendo in favore di qualcuno, inter-ponendosi per ottenere qualcosa. [v].  In questo come in altri casi, d’altra parte, bisogna fare attenzione a non ‘eccedere’, andando troppo oltre, esagerando, e quindi uscendo pericolosamente fuori (EX-) dai limiti imposti…

 Forse qualcuno si sta chiedendo perché ho deciso di occuparmi proprio di questo verbo, tenuto conto del contesto ecopacifista nel quale ho iniziato le mie ‘etimostorie’. Ebbene, basta sfogliare i giornali o ascoltare le notizie per radio o in televisione per accorgersi che molte cronache e commenti relativi alla guerra in Ucraina utilizzano – non sempre consapevolmente – espressioni che rinviano a quell’antica radice latina e, prima ancora, indoeuropea. Si racconta infatti di scenari bellici che, come sempre, vedono truppe di ambedue gli schieramenti ora procedere speditamente, ora retrocedere più o meno precipitosamente in seguito agli attacchi degli avversari. Non dimentichiamo poi che l’aggressione russa del 2022 – e prima ancora la precedente offensiva militare ucraina, iniziata nel 2014 – hanno avuto e hanno ancora come teatro principale la vasta area orientale e meridionale del Donbass, dove due regioni russofone (Donesc’k e Luhansk) avevano deciso di secedere, autoproclamandosi repubbliche indipendenti.

Da otto anni nessuna delle parti in conflitto ha mostrato di voler recedere dalle proprie posizioni e l’attuale allargamento d’uno scontro interno ad una feroce guerra di dimensioni che vanno ben oltre la stessa Europa, non lascia prevedere che cosa potrà succedere se non si riuscirà a fermarla. Finora i tentativi di mediazione esterna, tesi ad intercedere tra i belligeranti, non hanno sortito effetti apprezzabili. Al contrario, in varie occasioni è sembrato che si soffiasse sul fuoco del conflitto russo-ucraino, alimentandolo anche con l’invio di armi, contrabbandate come aiuti umanitari. Ecco allora che, spinte da orgoglio nazionalistico e da preoccupanti dinamiche imperialistiche a livello globale, le parti in causa si guardano bene dal retrocedere dalle rispettive posizioni. E quando sembrava di scorgere timidi spiragli di intesa – che ovviamente prevedono che su alcuni punti si debba necessariamente concedere qualcosa all’avversario – arroganti interventi esterni li hanno inesorabilmente fatti fallire…

Le ragioni della pace, di fronte alla catastrofica prospettiva d’una guerra mondiale, dovrebbero ovviamente precedere interessi e considerazioni di parte. Purtroppo non è affatto così e troppi soggetti continuano ad alimentare irresponsabilmente questo sanguinoso conflitto, senza preoccuparsi di eccedere, cioè di andare decisamente ben oltre i limiti che l’umanità si era data dopo il 1945, per evitare che la follia della guerra la spingesse al suicidio.

Insomma, cedere non ha – etimologicamente parlando – solo l’accezione negativa che di solito si dà a questo verbo. Non si tratta necessariamente di arrendersi all’arroganza altrui, assumendo il ruolo di ‘perdenti’, né di lasciar vincere la violenza. Certo, in inglese è traducibile con surrender o yield , entrambi connotati negativamente. Anche in francese si rende con abandon ed in tedesco con ausgeben, suggerendo entrambi il significato di ‘abbandonare’. Altrettando vale per le lingue russa (сдаваться> sdavat’sya) e ucraina (здатися > sdatisya), che evocano situazioni in cui ci si arrende, cessando di opporre resistenza, piegandosi e lasciandosi andare.

Non dimentichiamo però che – in ambito scientifico – la ‘cedevolezza’ non è un difetto bensì una proprietà, come c’insegna l’omonimo principio in fisica, contrapposto a quello di ‘rigidezza’. [vi] Non trascuriamo poi la millenaria saggezza orientale, che connota la cedevolezza proprio come la qualità positiva che ci aiuta a resistere alla violenza altrui, come da sempre insegnano i maestri del ju-do [vii]. Ma quando l’alternativa è tra cedere o decedere, la scelta di proseguire la guerra sembra ancor più incomprensibile…


[i]   Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/cedo ;

[ii]  Ibidem

[iii] Michel Bréal et Anatole Bailly, Dictionnaire étymologique latin, Hachette, Paris, 1885 (trad. mia)

[iv]  Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/succedere/

[v]   Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/intercedere/

[vi]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Rigidezza

[vii] V. citazioni di Jigoro Kano in: D. Postacchini, Ju-do la via della cedevolezza, https://danielepostacchini.it/2021/08/08/la-via-della-cedevolezza/

© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #2: PACE

UNA PACE VISTA DA ORIENTE…

Se vogliamo definire il significato d’una parola-chiave come ‘pace’, dobbiamo stare attenti a quale vocabolo stiamo facendo riferimento, poiché si tratta di un concetto espresso diversamente nelle varie lingue e che, conseguentemente, rinvia etimologicamente a basi culturali differenti. Infatti, quella parola bisillaba che a noi italiani suona ben nota ed apparentemente di senso comune – se non addirittura scontata – esprime idee differenti in rapporto ad altre lingue. La ricerca sul concetto di PACE va pertanto declinata in base alle parole che sono state utilizzate per denotarlo, in dimensione sia spaziale sia temporale.

I primi due campi semantici sono stati delineati dalle più antiche civiltà, quelle dell’estremo oriente e quelle semitiche. L’ideogramma cinese e giapponese (ĀN) – sostantivo, aggettivo e verbo che significa “pace/pacifico/pacificare” – rappresenta in modo stilizzato una donna sotto un tetto, evocando concetti molto concreti come stabilità e sicurezza, ma anche quelli più ideali di “quiete” e “tranquillità”.  [1] Anche nelle culture semitiche, tale campo semantico è articolato, ma rinvia sostanzialmente ad un’antica radice comune SLM, dalla quale derivano sia l’ebraico שָׁלוֹם (SHALŌM), sia l’arabo السلام (SALĀM).

Per comprendere i significati di shalom (e della radice shlm) […] occorre fare un passo indietro e rivolgersi alla lingua accadica. In questa lingua abbiamo due radici, simili nella forma, e tuttavia ben distinte, che sono slm e shlm. Il verbo salamu mostra i seguenti significati: riconciliarsi, fare la pace; rappacificare, riconciliare. Inoltre troviamo la voce salimu con i sensi di: pace, concordia e riconciliazione con gli dei, favore. Dunque questa radice della lingua accadica esprime chiaramente il senso di pace e riconciliazione. Il verbo shalamu, molto più attestato, ha i seguenti sensi: stare bene; essere in buone condizioni, essere intatto; essere favorevole, essere propizio; avere successo, prosperare; […] mantenere in buona salute […] proteggere, salvaguardare; rendere favorevole […] completare un lavoro; pagare, ripagare, ricompensare. Come si può vedere, tutti questi significati del verbo shalamu non hanno nulla a che vedere con «pace».  [2]

La polisemia del termine – partendo da radici pressocché uguali – rinvia a concezioni differenti, che guardano alla ‘pace’ ora più sul piano spirituale, come concordia ed armonia, ora da un punto di vista più materiale, esprimendo più che altro concetti come benessere, salute e prosperità.

Al primo campo semantico è ascrivibile inoltre la parola indiana शान्ती (SHANTI – ŚĀNTI), che nell’Induismo ci parla prevalentemente d’uno stato di pace interiore, in quanto nell’antica lingua sanscrita significava: pace, calma, tranquillità, quiete. [3]  Anche in questo caso, però, consultando il dizionario, si scopre che questo stesso termine abbraccia ambedue le versioni semantiche:

…शान्ति śānti [act. śam_1] f. pace, calma, riposo; pace del cuore | prosperità, benedizione, felicità…. [4]  

UNA PACE VISTA DA OCCIDENTE…

Non molto diverso, comunque, è il discorso se ci riferiamo alla civiltà greca, nella cui lingua troviamo – sia pure con forme leggermente diverse in dorico, ionico-attico e cretese – il vocabolo ΕIΡHΝΗ (EIRENE), nome proprio della dea della pace.

In Omero…indica una situazione di pace durevole, e si contrappone a filóthj, che è invece il frutto di un accordo […] Benché spesso nei testi sia letterari sia epigrafici eirēnē sia usata semplicemente in contrapposizione a pòlemos ‘guerra’, all’idea della pace è saldamente associata l’idea del benessere materiale […] Una connessione fra pace e benessere si coglie anche in Omero, Od. XXIV 486 “essi tornino ad essere concordi come erano prima, siano bastevoli la ricchezza e la pace… [5] 

Un discorso a parte va fatto per la parola latina PAX, da cui sono derivate moltissime varianti negli idiomi neolatini e non (ital. Pace; rum. Pace; prov. Patz; franc. Paix; spagn. e port. Paz; ingl. Peace, etc.). Etimologicamente, la sua origine risale alla radice sanscrita *PAK- / *PAG- (= fissare mediante un accordo”), dalla quale traspare un terzo campo semantico, connesso a concetti come: legame, unione, composizione, accordo e, ovviamente, patto.

…Trovasi nel sscr. Pâç-a-yami lego […] anche il lat. Paciscor concordo, pattuisco […] gr. Peg-nyo…conficco, collego, compongo […] Accordo conchiuso fra due parti nemiche contendenti, particolarmente in guerra; Concordia, Quiete, Riposo. [6]   …Dalla radice *pag- “fissare” (che è anche la fonte del latino pacisci “alleanza o concordare;” vedi: patto), in base alla nozione di “legarsi insieme” per trattato o accordo[7]

Pertanto, oltre al significato di “concordia/armonia” spirituale ed a quello di “benessere/prosperità” materiale, con questa radice e le parole da essa derivate ci troviamo di fronte ad un terzo significato-chiave, quello più pragmatico di “accordo/patto”, ciò che serve per evitare – oppure a superare – un conflitto. Un significato troppo spesso prevalente sugli altri, che ha quasi ridotto una parola come “pace”, così ricca semanticamente, a puro e semplice contrario di “guerra”.

Se però ci spostiamo nell’ambito di civiltà particolarmente bellicose come quelle germaniche, la parola tedesca indicante la ‘pace’, cioè FRIEDEN (originata – come altre similari: oland: Vrede, sved. Fred. – dalle radici protogermaniche e sassoni *friths / *fridu) [8] ci riporta paradossalmente al concetto di “protezione/tranquillità”, con anche con una sfumatura affettiva, evocante sentimenti quali “amore/amicizia”, come è evidente nel vocabolo inglese friend (amico).

Concludendo questa carrellata spazio-temporale, dietro la parola ‘pace’ – comunque linguisticamente declinata – vediamo affiorare tre diverse basi culturali. La prima, riferita ad un universo interiore e spirituale, ci parla di tranquillità, quiete, armonia, concordia, amicizia. La seconda è ispirata da una concezione più materialista e ci parla invece di benessere, prosperità, pienezza. La terza, infine, rinvia ad una visione pragmatica della vita, in cui i conflitti, oltre che con la violenza, possono essere risolti anche attraverso mediazioni, accordi e patteggiamenti tra le parti in causa.

Ma noi, quando parliamo di pace anche e soprattutto in questo drammatico periodo, a quale di questi tre ambiti semantici ci stiamo davvero riferendo? (*)


NOTE

[1]  Cfr.: https://www.cinesefacile.com/blog-cinese-facile/5-minuti-di-cinese-quando-ce-una-donna-ce-casa ; https://it.wiktionary.org/wiki/%E5%AE%89   ; https://www.infocina.net/caratteri/scheda/23433.html

[2]  Massimo PAZZINI ofm (2008), “I nomi della pace”, Terrasanta, 28.01.2008 (sottol. mie) > https://www.terrasanta.net/2008/01/i-nomi-della-pace/    Cfr. i significati del lemma ‘shalom’ riportati dalla Blue Letter Bible > https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H7965&t=KJV

[3]  Cfr. Shanti, Santi, Śāntī, Śānti: 28 definitions, Wisdom Library >  https://www.wisdomlib.org/definition/shanti

[4]  Cfr. voce ‘Śānti’ in: Sanskrit Heritage Dictionary > https://sanskrit.inria.fr/DICO/63.html#zaanti   (trad. mia)

[5]  “Pace nel mondo greco”, Zetesis (s.d.) > http://www.rivistazetesis.it/Pace_file/Eirene.htm   Cfr. anche voce ‘εἰρήνη’ in: Dizionario Greco Antico > https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CE%B5%CE%B9%CF%81%CE%B7%CE%BD%CE%B7

[6]  Francesco BONOMI, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, voce ‘pace’ nella versione online > https://www.etimo.it/?term=pace&find=Cerca     Vedi anche: Dante OLIVIERI (1961), Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina (voce ‘pace’)

[7]  V. voce ‘peace’ in Online Etymology Dictionary   > https://www.etymonline.com/word/peace  (trad. mia)

[8]  Cfr. etimologia della voce ‘Frieden’ in Der deutsche Wortschatz von 1600 bis heute >   https://www.dwds.de/wb/Frieden#etymwb-1

(*) Questo articolo è stato tratto – con alcune modifiche – da un capitolo del mio libro “GRAMMATICA ECOPACIFISTA”, di prossima pubblicazione presso il Centro Gandhi Edizioni di Pisa.

“Born to Kill”: NATO per uccidere

Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra.  Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano.  Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.

E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.

Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.

Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda…  Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.

Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.

È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.

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(*) Ermete Ferraro, vicepresidente del M.I.R. e membro dell’Esecutivo di V.A.S., è un ecopacifista nonviolento. L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano online “CONTROPIANO” (https://contropiano.org/news/politica-news/2022/02/18/born-to-kill-n-a-t-o-per-uccidere-0146710 )

E C O S O C I A L I S M I

Ecosocialismo o barbarie?

Ho partecipato nei giorni scorsi ad un istruttivo incontro online così intitolato, organizzato e promosso da Sinistra Anticapitalista di Milano (https://www.facebook.com/events/290381306058188/?ref=newsfeed ).  Il tema trattato potrà forse risultare non del tutto chiaro, in quanto il termine ‘ecosocialismo’, pur intuendone il senso, resta ai più poco noto. È ciò che accade anche quando mi capita di parlare e scrivere di ‘ecopacifismo’, altra categoria politica che a non a tutti è chiara, per cui è sempre alto il rischio di fraintendimenti, equivoci e semplificazioni, che tendono a ricondurre quanto non si conosce sui rassicuranti binari del politicamente noto.

Già alcuni anni avevo scritto per il mio blog un articolo intitolato: “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, col quale provavo a chiarire i termini entro i quali è riconducibile questa categoria dal punto di vista di chi, come me, non affonda le radici nel terreno della cultura marxista, bensì in quello di un ambito nonviolento ed ecopacifista. Come scrivevo allora:

«I principi fondamentali di questo approccio sono così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica…». [i]

Ma l’alternativa ecosocialista al pensiero unico neoliberista non è proponibile senza chiarire le espressioni utilizzate e la loro evoluzione, per cui bene ha fatto Umberto Oreste, uno dei due relatori dell’incontro citato, a ripercorrere le tappe del pensiero ecosocialista a partire dal 1972, anno in cui alla critica del sistema economico capitalista cominciarono a sommarsi le denunce e gli allarmi provenienti dal mondo scientifico, ma anche le prime mobilitazioni ecologiste popolari. Il perseguimento di un’autentica armonia dell’uomo con la natura, d’altronde, già negli anni ‘70 era declinato secondo modalità abbastanza diverse. Si andava infatti dalla ‘ecosofia’ proposta dal filosofo della scienza norvegese Arne Naess [ii] alla contrapposizione tra “cultura e società” di cui si faceva portatore il sociologo gallese Raymond Williams [iii], passando per la filosofia di Herbert Marcuse e la sua critica alla repressività insita in una società fondamentalmente totalitaria [iv].

In tale disamina storica non potevano mancare naturalmente i riferimenti al fondamentale contributo ad una svolta ecologista costituito dal ‘rapporto sui limiti dello sviluppo’ prodotto nel 1972 dal Club di Roma, coi suoi ’10 scenari’ per uscire dalla crisi con una rivoluzione sostenibile [v], e  quelli alla nascita d’un soggetto politico ‘verde’, che materializzava la spinta verso una ecologia politica attiva, sia pure con tutte le contraddizioni registrate nei decenni successivi. Risale agli stessi anni ’80 lo stimolo del pensatore statunitense Murray Bookchin, uno degli autori fondamentali riconducibili al pensiero ecosociale e libertario, assai critico nei confronti di un’urbanizzazione antiecologica e promotore di una ‘ecologia della libertà’. [vi]

«Gli ideali di libertà oggi non mancano…e possono essere descritti con ragionevole chiarezza e coerenza. Abbiamo di fronte non solo l’esigenza di migliorare la società, o modificarla; abbiamo di fronte la necessità di ricostruirla. Le crisi ecologiche e i conflitti che ci hanno divisi in lotte che fanno del nostro il secolo più sanguinoso della storia, possono essere risolti soltanto se riconosciamo che ciò che qui viene messo in discussione è la civiltà dominante, non semplicemente un assetto sociale male organizzato […] Le soluzioni di tipo ‘eco-tecnocratico’, per così dire, comportano un livello tale di coordinazione sociale da far impallidire i più centralizzati dispotismi della storia […] Il messaggio ecologico è un messaggio di diversità, ma anche di unità nella diversità. La diversità ecologica, inoltre, non poggia sul conflitto, poggia sulla differenziazione, cioè su di una globalità che viene esaltata dalla varietà dei suoi componenti…» [vii]

Ecologia sociale e nonviolenza attiva

Questa lunga citazione di Bookchin fornisce una prima chiave di lettura del progetto ecosocialista, che egli centrava sulla critica della città e la proposta di un ‘municipalismo libertario’ a misura d’uomo, ma anche sul ripudio della mentalità consumistica e dell’agribusiness. Sono infatti pratiche che semplificano ecosistemi complessi, utilizzando tecnologie sempre più innaturali, mirando esclusivamente al profitto e producendo ‘degradazione ecologica’. Questa tensione verso una società alternativa, conforme ai principi dell’ecologia e promotrice d’una democrazia partecipativa e comunitaria, non era solo un’opzione politica, ma soprattutto etica. Nella sua visione, infatti:

«…ogni persona della comunità è un cittadino, non un individuo egoista e nemmeno il membro di un ‘collettivo particolare’ […] Un tale tipo di persona, scevro da interessi particolari perché vive in un ambiente dove tutti contribuiscono al bene della comunità, dando il meglio di se stessi e prendendo dal fondo comune quanto necessitano, darebbe alla condizione di cittadino una solidità materiale senza precedenti, superiore a quella ottenibile con la proprietà privata». [viii]

Da queste parole sembra trasparire la visione originaria, comunitaria, del cristianesimo, così come risuonano a echi dell’etica politica gandhiana, soprattutto laddove si esalta la dimensione collettiva dei piccoli centri, sintonizzati con gli ecosistemi nei quali si trovano ed in cui la tecnologia riacquista la sua caratteristica di supporto al lavoro umano. Mi riferisco in particolare ad alcuni concetti basilari del pensiero del Mahatma – e del ‘programma costruttivo’ nonviolento –  come quello di swaraj (autogoverno, autogestione) e di swadeshi  (localismo, attaccamento al proprio paese, autonomia, autosufficienza), come sottolinea Roberto Mancini.

«Il primo soggetto della pratica dello swadeshi è la comunità del villaggio, che deve provvedere all’organizzazione materiale della vita collettiva attraverso un’economia locale orientata alla sussistenza nell’equità che permette di non escludere nessuno. È il primo soggetto, non l’unico. Infatti Gandhi non è contrario a un’apertura dell’attività economica oltre i confini del villaggio; egli vuole solo impedire che ci siano modelli organizzativi che giungano a cancellare la rilevanza di questa unità territoriale per polverizzare il tessuto comunitario della società». [ix]

A questo punto – come affiorava anche dalla relazione di Umberto Oreste – viene alla mente il collegamento con un movimento che gran parte di questi obiettivi ha fatto propri, quello sulla c.d. ‘decrescita felice’, il cui principale esponente è Serge Latouche, fautore di un’economia frugale, rispettosa dei limiti ecologici, che coniughi il localismo con un modello anticrescista e conviviale.

«A questo punto il sistema non è più riformabile, dobbiamo uscire da questo paradigma e qual è questo paradigma? È il paradigma di una società di crescita. La nostra società è stata a poco a poco fagocitata dall’economia fondata sulla crescita, non la crescita per soddisfare i bisogni che sarebbe una cosa bella, ma la crescita per la crescita e questo naturalmente porta alla distruzione del pianeta perché una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Il nostro immaginario è stato colonizzato dall’economia, tutto è diventato economico». [x]

Le accuse più comuni rivolte ai sostenitori della ‘decrescita felice’ sono quella di anti-universalismo, di cedimento a posizioni anti-tecnologiche e perfino di romanticismo ‘primitivista’. Eppure, come confermato dallo stesso Oreste, gran parte della revisione dello stesso pensiero marxista aveva puntato a superare la sua visione ‘produttivista’ ed a contrapporre un ‘globalismo ecologico’ al tradizionale internazionalismo proletario.Come riferivo nel mio articolo precedente, inoltre, la stessa mozione sull’ecosocialismo approvata nel 2013 segnava una discontinuità con la visione tradizionale della sinistra marxista, coniugando l’anticapitalismo di fondo col pensiero ecologista e con una democrazia partecipativa.

«L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […] Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…». [xi]

Già negli anni ’40 del secolo scorso, il principale teorico del modello gandhiano, Joseph C. Kumarappa, aveva parlato di “economia della libertà” e di “economia della condivisione”, sottolineando fra l’altro il nesso fra un’economia predatoria e basata sul profitto e la conflittualità permanente, finalizzate al controllo oppressivo e violento delle risorse naturali.

«Le economie fondate sul petrolio e sul carbone portano a conflitti tra le nazioni perché questi combustibili sono limitati. […] La vera soluzione per i conflitti internazionali passa per l’autosufficienza economica, la riduzione degli standard di vita di alcune popolazioni e il riaggiustamento della vita di ogni nazione per permettere lo sviluppo delle altre…». [xii]

Ecosocialismo ed ecopacifismo per un’alternativa nonviolenta

Ovviamente l’incontro citato su “Ecosocialismo o barbarie” si è sviluppato seguendo la linea più ‘classica’ dell’ecosocialismo, e quindi in chiave prevalentemente collettivista ed internazionalista, pur aprendosi ad una globalità di stampo ecologista e ad una visione che superi il produttivismo classico. In tal senso, una recente lettura alternative è stata quella di Jason W. Moore, autore di “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per la cui prefazione all’edizione italiana egli scriveva:                                                   

«L’Antropocene pone correttamente la questione del dualismo Natura/Società senza tuttavia poterla risolvere a favore di una nuova sintesi. Quest’ultima, a mio avviso, dipende da un ripensamento del capitalismo all’interno della rete della vita. È bene che sia ormai diffusissimo lo slogan “cambiare il sistema, non il clima”, ma bisogna fare attenzione al modo in cui pensiamo il sistema. […] L’argomento-Capitalocene, quindi, segnala una prospettiva diversa da quella comunemente in uso negli studi sul cambiamento ambientale globale […] Tale approccio contesta il materialismo volgare implicito in molti studi sul cambiamento ambientale globale, per il quale le idee, le culture e anche le rivoluzioni scientifiche sarebbero fenomeni derivati, di secondaria importanza – un problema che affligge le analisi sia radicali che tradizionali…». [xiii]

Un altro recente ed importante contributo all’apertura di un confronto a più voci sull’ecosocialismo è sicuramente quello di Michael Löwy, il sociologo brasiliano operante in Francia che nel 2001 ha scritto con Joel Kovel il Manifesto Ecosocialista, proprio per invitare ad un ‘dialogo’ che conducesse ad un auspicabile ‘internazionale ecosocialista’.

«Respingiamo tutti gli eufemismi o l’ammorbidimento propagandistico della brutalità di questo regime: tutto il greenwashing dei suoi costi ecologici, ogni mistificazione dei costi umani sotto il nome di democrazia e diritti umani […] Agendo sulla natura e sul suo equilibrio ecologico, il regime, con il suo imperativo di espandere costantemente la redditività, espone gli ecosistemi a inquinanti destabilizzanti, frammenta gli habitat che si sono evoluti nel corso di eoni per consentire il fiorire di organismi, dilapida risorse e riduce la sensuale vitalità della natura a la fredda interscambiabilità richiesta per l’accumulazione del capitale […] Crediamo che l’attuale sistema capitalista non possa regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha messo in atto. Non può risolvere la crisi ecologica perché per farlo è necessario porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema basato sulla regola: cresci o muori! […] In sintesi, il sistema mondiale capitalista è storicamente in bancarotta. È diventato un impero incapace di adattarsi, il cui stesso gigantismo ne rivela la debolezza sottostante. È, nel linguaggio dell’ecologia, profondamente insostenibile e deve essere radicalmente cambiato, anzi sostituito, se deve esserci un futuro degno di essere vissuto […] Si tratta…di sviluppare la logica di una trasformazione sufficiente e necessaria dell’ordine attuale, e di iniziare a sviluppare i passi intermedi verso questo traguardo. Lo facciamo per pensare più profondamente a queste possibilità e, allo stesso tempo, iniziare il lavoro di riunire tutti coloro che la pensano allo stesso modo […] L’ecosocialismo…insiste…sulla ridefinizione sia del percorso che dell’obiettivo della produzione socialista in un quadro ecologico. Lo fa proprio nel rispetto dei “limiti alla crescita” essenziali per la sostenibilità della società. Questi sono abbracciati, tuttavia, non nel senso di imporre la scarsità, il disagio e la repressione. L’obiettivo, piuttosto, è una trasformazione dei bisogni, e un profondo spostamento verso la dimensione qualitativa e lontano da quella quantitativa». [xiv]

Esattamente venti anni dopo, egli ha confermato questa sua proposta in un articolo nel quale, nel ribadire la critica all’ossessione per la ‘crescita’ economica tipica del sistema capitalista, sottolinea anche come questo non soltanto esaspera il consumismo compulsivo e provoca inquinamento e devastazione ambientale, ma si ripercuote anche sulla corsa agli armamenti. Si tratta di una riflessione che, pur non esplicitamente, collega l’opzione ecosocialista a quella ecopacifista, dal momento che quel modello predatorio, energivoro ed iniquo di sviluppo deve necessariamente essere sostenuto e difeso dal braccio armato del complesso militare industriale. Come avevo puntualizzato alcuni anni fa:

«L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’zione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile sia alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, sia alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini, sia anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista». [xv]

Parlare di ‘ecosocialismi’, quindi, per me è un modo per ricercare – secondo l’auspicio di Löwy – l’unità di azione di coloro che ritengono indispensabile il superamento del modello capitalista e la transizione ad una società più giusta, pacifica ed ecologica. Il rifiuto del profitto ad ogni costo, del consumismo sfrenato, dello sviluppo senza limiti e dello sfruttamento dell’uomo e della natura sono, a mio avviso, fondamentali elementi etico-politici in comune su cui bisogna costruire un’alternativa ecosocialista. Prima che sia troppo tardi per invertire la rotta e riprendere in mano il nostro futuro.

L’ecosocialismo per un “futuro rosso-verde”

In tale direzione sembra andare la sollecitazione dello stesso Michael Löwy, il quale – nell’articolo del 2021 cui facevo cenno – parlava già dal titolo di questo “Red-Green Future”.

«L’ecosocialismo offre un’alternativa radicale che mette al primo posto il benessere sociale ed ecologico. Tenendo conto dei legami tra sfruttamento del lavoro e sfruttamento dell’ambiente, l’ecosocialismo si oppone sia alla ‘ecologia di mercato’ riformista sia al ‘socialismo produttivista’. Abbracciando un nuovo modello di pianificazione solidamente democratica, la società può assumere il controllo dei mezzi di produzione e del proprio destino. Orari di lavoro più brevi e un focus sui bisogni autentici rispetto al consumismo possono facilitare l’elevazione dell’ ‘essere’ rispetto all’ ‘avere’ ed il raggiungimento di un più profondo senso di libertà per tutti. Per realizzare questa visione, tuttavia, ambientalisti e socialisti dovranno riconoscere la loro lotta comune e il modo in cui si collega al più ampio “movimento di movimenti” che cercano una Grande Transizione».[xvi]

La storia del movimento internazionale dei Verdi è costellata di buoni propositi ma anche di cedimenti e compromessi, che paradossalmente lo hanno caratterizzato proprio quando il suo peso è cresciuto all’interno di alcuni stati, rendendo però il suo contributo politico sempre meno radicale ed incisivo. Sarebbe d’altra parte poco lungimirante rinchiudere il discorso ecopacifista all’interno della cerchia della new wave dei partiti comunque riconducibili alla sinistra marxista, trascurando l’apporto dei movimenti ambientalisti e dei partiti esplicitamente ecologisti proprio quando, viceversa, sarebbe necessaria una nuova sinergia di taglio ecosocialista. Come ricordavo nel mio precedente contributo, infatti, non sono state poche le organizzazioni politiche che in questi decenni si sono dichiarate esplicitamente ecosocialiste, soprattutto in Spagna (Izquierda Unida, Esquerra Unida i Alternativa), in Portogallo (Os Verdes), in Francia (Les Alternatifs), in Germania (Die Linke) ed in Grecia (Syriza). Molte di esse non sono più operative o sono confluite in organizzazioni e reti più ampie, ma è innegabile il contributo che anche il movimento dei Verdi ha dato allo sviluppo d’un pensiero ecosocialista. Basti pensare al Manifesto dei Global Greens, la rete che a livello mondiale collega oltre 100 partiti, rappresentati da più di 400 parlamentari. I sei principi fondanti (o ‘pilastri’ comuni) dei Verdi globali riguardano infatti solo per metà l’ambiente in senso stretto (Sostenibilità, Rispetto della diversità, Saggezza ecologica), mentre l’altra metà attiene finalità esplicitamente socialiste e pacifiste (Democrazia partecipativa, Giustizia Sociale e Nonviolenza). Anche nella sua ultima revisione (2017), lo Statuto dei Verdi Globali così si esprime a proposito del ‘pilastro’ della giustizia sociale:

«Affermiamo che la chiave della giustizia sociale è l’equa distribuzione del sociale e del naturale risorse, sia a livello locale che globale, per soddisfare incondizionatamente i bisogni umani fondamentali e per garantire che tutti i cittadini abbiano piene opportunità di sviluppo personale e sociale. Dichiariamo che non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale. Questo richiede: una giusta organizzazione del mondo e un’economia mondiale stabile che arresti il crescente divario tra ricchi e poveri, sia all’interno che tra i paesi; un bilanciamento del flusso di risorse da Sud a Nord; l’alleviamento dell’onere del debito sui paesi poveri che impedisce il loro sviluppo; l’eliminazione della povertà, come imperativo etico, sociale, economico ed ecologico…» [xvii]

Ovviamente è molto difficile conciliare questi ambiziosi obiettivi – come anche quello della democrazia partecipativa e della nonviolenza – con la presenza dei partiti verdi più rilevanti all’interno di coalizioni di governo che perseguono programmi ben diversi, se non opposti. D’altra parte bisogna riconoscere che quelli del tutto minoritari – come nel caso dei Verdi italiani – hanno ancor meno possibilità di affermare tali principi e, per timore di perdere i già pochi consensi, sono riluttanti ad alleanze con una sinistra alternativa che, purtroppo, risulta in molte realtà altrettanto ininfluente e, in molti casi, piuttosto autoreferenziale. Resta comunque innegabile l’osservazione di Löwy sulla inconciliabilità dell’alternativa ecosocialista con un ambientalismo annacquato, adattato al sistema capitalista.

«Una politica ecologica che funzioni all’interno delle istituzioni e delle regole prevalenti della ‘economia di mercato’ non riuscirà a far fronte alle profonde sfide ambientali che ci attendono. Gli ambientalisti che non riconoscono come il ‘produttivismo’ scaturisca dalla logica del profitto sono destinati a fallire o, peggio, ad essere assorbiti dal sistema. Gli esempi abbondano. La mancanza di un coerente atteggiamento anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei, in particolare in Francia, Germania, Italia e Belgio, a diventare semplici partner “eco-riformisti” nella gestione social-liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra». [xviii]

Che fare allora? La risposta è semplice, anche se oggettivamente difficile da mettere in pratica. C’è bisogno di un’alleanza strategica di tutti i movimenti che contrastino la logica capitalista e le sue terribili conseguenze sul piano del disastro ambientale, ma anche del crescente rischio di escalation dei conflitti armati e della sempre maggiore marginalità di enormi masse di un’umanità segnata dall’ingiustizia e dallo sfruttamento. Ciò significa un’apertura delle realtà socialiste che più hanno riflettuto su quest’alternativa al contributo di altri ‘ecosocialismi’’, da quello di matrice etico-religiosa (che soprattutto con papa Francesco sta assumendo connotazioni più esplicite sul terreno dell’impegno congiunto su giustizia, pace e salvaguardia del Creato) a quello ispirato dalla nonviolenza attiva dei movimenti pacifisti, comprendendo ovviamente quello che continua a provenire da organizzazioni ‘verdi’ che – come nel caso del Green Party degli Stati Uniti – in molti casi sono già alleate a livello locale con alcune realtà ecosocialiste [xix].

Un secondo obiettivo da perseguire ritengo che sia la saldatura tra ecosocialismo ed ecopacifismo, perché ogni ipotesi di sviluppo alternativo finalizzato a contrastare esclusivamente la crisi climatica non terrebbe in sufficiente conto il peso del complesso militare-industriale sulla devastazione ambientale e sul controllo delle risorse e del potere esercitato a livello globale. La stessa pandemia che ha afflitto l’umanità in questi anni, del resto, è un drammatico esempio di come l’attenzione generale sia stata strumentalmente spostata dal necessario e radicale cambiamento del rapporto uomo-ambiente su questioni apparentemente solo scientifiche, come quelle relative ad una medicina sempre più di emergenza e sempre meno di prevenzione sociale. Tutto ciò ha alimentato non soltanto il fideismo scientista nelle soluzioni ‘tecniche’ e nell’autorità indiscutibile di chi governa la sanità, ma ha suscitato di fatto anche un intollerabile controllo sulla popolazione di stampo autoritario e militarista.  

La via verso un’alternativa ecosocialista, insomma, è costellata di ostacoli e deviazioni, ma è l’unica da percorrere per impedire che la catastrofe ecologica – sia pure a livello globale – continui a colpire in primo luogo ed in misura maggiore proprio chi è già stato vittima dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’oppressione. È una questione etica, ma proprio per questo profondamente politica.                                    


Note:

[i] Ermete FERRARO, “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, Ermete’s Peacebook, (08.06.2014) >https://ermetespeacebook.blog/2014/06/08/ecosocialismo-si-grazie/

[ii] Vedi, ad es.: Arne NAESS, Dall’ecologia all’ecosofia, dalla scienza alla saggezza, in M. Ceruti, E. Laszlo (a cura di), Physis: abitare la terra, Feltrinelli, Milano 1988

[iii] Vedi, ad es.: Raymond WILLIAMS, Cultura e rivoluzione industriale, Torino, Einaudi, 1968

[iv] Vedi, ad es.: Herbert MARCUSE, Critica della società repressiva, Milano, Feltrinelli, 1968.  

[v] Donella H. MEADOWS, Dennis L. MEADOWS; Jørgen RANDERS; William W. BEHRENS III, The Limits to Growth, 1972. (trad. ital.: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III, Rapporto sui limiti dello sviluppo, 1972)

[vi] Vedi, ad es.: Murray BOOKCHIN (1982), L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, (trad. ital.: Milano, Elèuthera, 1986)

[vii] Murray BOOKCHIN, Per una società ecologica, Milano. Elèuthera, 1989, pp 185-187

[viii] Ibidem, p. 210

[ix]  Roberto MANCINI, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 160. Vedi anche: Mohandas K. GANDHI, Teoria e pratica della Non Violenza (a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara), Torino, Einaudi, 1975 e ss.

[x]  Cfr. Serge Latouche, cit. in https://it.wikiquote.org/wiki/Serge_Latouche#cite_note-gri-1

[xi] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[xii] Joseph C. KUMARAPPA (1947), cit. da Marinella Correggia in: J.C. Kumarappa, Economia di condivisione – Come uscire dalla crisi mondiale, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2011 – Quad. Satyagraha n. 20, p. 183

[xiii] Jason W. MOORE, Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Verona, Ombre Corte, 2017 (Prefazione all’ediz. italiana > https://www.dinamopress.it/news/lalternativa-antropocene-capitalocene-chiamare-sistema-suo-nome/

[xiv] Joel KOVEL – Michael LÖWY, An Ecosocialist Manifesto, Paris 2001 > http://environment-ecology.com/political-ecology/436-an-ecosocialist-manifesto.html  (trad. mia)

[xv] Ermete FERRARO, L’ulivo e il girasole – Manuale ecopacifista, Napoli, VAS-Verdi Ambiente Società, 2014 – citato in: Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2021, p. 81

[xvi] Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, dec. 2018 > https://greattransition.org/publication/why-ecosocialism-red-green-future#top (trad. mia)

[xvii] GLOBAL GREENS, Global Greens Charter (Liverpool 2017) > https://globalgreens.org/wp-content/uploads/2021/06/GlobalGreens_Charter_2017.pdf

[xviii]  Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, cit.

[xix]  Cfr. https://www.gp.org/ten_key_values  ed anche https://ecosocialists.dsausa.org/about-us/introduction/

© 2021  Ermete Ferraro

Ripudiare la guerra: dalle parole ai fatti

Pochi non sanno – anche se in troppi se ne dimenticano – che l’art. 11 della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica comincia con le seguenti parole: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. C’è da notare che nella Carta costituzionale non è facile trovare affermazioni così esplicite, chiare e categoriche. Ciò che colpisce di più – e su cui intendo soffermarmi sul piano linguistico – è la scelta che i costituenti fecero 72 anni fa, quando decisero di utilizzare in questo contesto il verbo ‘ripudiare’, davvero insolito sul piano giuridico-istituzionale.  

«Che la formula scelta per il divieto suoni particolarmente forte non è dubbio; è nota l’attenzione particolare posta nella scelta del verbo ripudia, preferito, infine, ad altri verbi (rinuncia, condanna) perché – come disse il presidente della Commissione, Meuccio Ruini – ha «un accento energico ed implica così la condanna come la rinunzia alla guerra». Riconoscendo che ogni tipo di contrasto può essere risolto col ragionamento, viene ribadito nelle diverse fasi dei lavori, anche in Assemblea plenaria, l’intento di eliminare la guerra per sempre, il rifiuto dell’atto di violenza…»  [1]

Le parole infatti hanno un peso. Sono molto più che emissioni articolate di voce, in quanto danno corpo ai nostri pensieri, concretezza alle nostre idee e – in quanto ‘atti linguistici’ [2] – servono non solo a dire, ma anche a ‘fare’. Ecco perché non solo esprimono sentimenti ed intenzioni, ma agiscono e conseguono effetti pratici. Nel caso specifico, la condanna decisa ed assoluta della guerra nella Costituzione è racchiusa nel verbo ‘ripudiare’ che di per sé indica un’azione concreta, di cui però non tutti sono consapevoli. Basta allora leggerne la definizione che ne dà un autorevole dizionario:

«Ripùdio s. m. [dal lat. repudium, prob. connesso con pes pedis «piede» (propr., l’atto di respingere con il piede)]. – 1. L’azione, l’atto e il fatto di ripudiare chi è legato a noi affettivamente o socialmente: r. della famiglia; r. di un amico, di un’amicizia. In partic., nel diritto matrimoniale di alcuni popoli (per es. nell’Antico Testamento, nel diritto romano, nella legge sacra musulmana), la dichiarazione che un coniuge (il marito) fa all’altro coniuge, con o senza formalità, di volere rompere il vincolo coniugale: è una forma di divorzio unilaterale. 2. Rifiuto di ammettere, riconoscere, conservare come proprio qualche cosa che ci appartiene: r. di un libro, di un romanzo, di un’opera, di cui si è autore; r. della propria fede, di una promessa; r. dell’eredità, rinuncia all’eredità; r. del debito pubblico, esplicita dichiarazione di uno stato di non volere riconoscere il debito complessivo o alcuni debiti contratti da precedenti governi. Per estens., rifiuto deciso, netta opposizione ad accettare qualche cosa: r. di ogni compromesso, di ogni forma d’imposizione». [3]

Non si tratta di un puro diniego né siamo di fronte ad un semplice rifiuto verbale. Quel verbo dal suono antico, infatti, rappresenta un vero e proprio atto fisico. Evoca concretamente l’atto di respingere qualcosa o qualcuno col piede, di allontanarla/o con un calcio, rescindendo bruscamente un legame o relazione precedente. Siamo quindi di fronte ad un verbo che, se vogliamo, è connotato da una certa violenza e che, comunque, indica una volontà determinata, una decisione netta e definitiva. Certo, se pensiamo alla pratica giuridico-religiosa del ‘ripudio’, tipica della tradizione ebraica ed islamica, l’idea che questa parola ci suggerisce risulta piuttosto sgradevole, indicando una rottura unilaterale del vincolo coniugale, un divorzio privo di consenso e di reciprocità, intriso di spirito patriarcale e maschilista. Nell’adottarlo – in base alla prescrizione di un passo del Deuteronomio [4] – gli uomini Ebrei, con questa pratica molto sbrigativa di rescissione del matrimonio che chiamavano כְּרִיתוּת (kerithùth), sancivano la condanna d’un comportamento ritenuto talmente illecito da annullare l’accordo precedentemente stipulato (il verbo karath significa proprio tagliare un legame, rompere un patto). Secondo il testo veterotestamentario, infatti, la donna scacciata avrebbe dovuto commettere qualcosa di ‘vergognoso’ o ‘impudico’ (il termine originale è עֶרְוָה (ervâ), che in ebraico significa ‘nudità’ esposte). [5]  Se quindi consideriamo la scelta del verbo ‘ripudiare’ nell’art. 11 della Costituzione italiana in senso metaforico, appare chiaro che la ‘vergogna’, l’oscenità cui si fa riferimento, è costituita dalla guerra in sé. Attualmente il termine ebraico per indicare il divorzio unilaterale è ‘gerushim’, dalla radice ‘gerush’ in cui appare ‘ger’, che significa ‘straniero’, per cui – prescindendo ancora da considerazioni etiche e giuridiche su tale istituto – il ‘ripudio’ indica anche in questo caso il disconoscimento di un rapporto precedente, che viene così reciso nettamente, annullato del tutto a causa di un comportamento ‘estraneo’.

Tornando alla radice greco-latina del sostantivo ‘ripudio’ e del verbo da esso derivato, il suo impatto quasi fisico dipende dal sostantivo πούς , ποδός (pous, podòs), evocante l’atto di respingere col piede, di allontanare da sé con un’energica pedata. In latino questo vocabolo si è un po’ trasformato, ma la radice permane nel vocabolo pes, pedis, dal quale sono derivate una notevole quantità di altre parole collegate al termine originario.  Già i greci, ad esempio, usavano il nome ἐμποδιος (ed il verbo εμποδίζω)per indicare ciò che blocca, ostruisce, impedisce, esattamente come, in latino, impedimentum ed impedio. L’impedimento, dunque, è ciò che ‘ci sta fra i piedi’, che non ci fa andare avanti, che ci ostacola nel nostro cammino. Anche qui viene subito da pensare, a proposito dell’art. 11, che ciò che l’umanità dovrebbe finalmente ‘togliersi dai piedi’ è proprio la guerra, sinonimo di morte e distruzione e negazione di una vita tranquilla, serena e produttiva. Per procedere spedito verso un autentico progresso (dal lat. expeditus, esatto contrario di impeditus, da cui deriva fra l’altro anche il sostantivo inglese speedy), l’essere umano deve smetterla di ripetere gli errori del passato in modo pedissequo, di osservare le vecchie regole in maniera pedestre. Tutti noi dovremmo smetterla di accogliere quasi con tripudio il dato che pone l’Italia (che dovrebbe invece ‘ripudiare’ la guerra) al decimo posto nel mondo per esportazione di armamenti bellici. Noi italiani, per un minimo di coerenza, dovremmo indignarci quando qualcuno, dall’alto del suo podio istituzionale, continua a raccontarci fandonie sulle cosiddette ‘missioni di pace’, attualmente ben 41 spedizioni armate all’estero che ci costano quasi 25 miliardi di euro (+8,1%). [6]

Ancora una volta, questo 2 giugno la Festa della Repubblica ci è stata presentata come un’altra trionfale celebrazione delle forze armate, tradendo in tal modo la lettera e lo spirito della Costituzione che dovrebbe ispirarne le scelte. Il ‘ripudio della guerra’ è diventata un’espressione vuota, priva del solenne ed inequivocabile significato impressole 73 anni fa. Troppi pappagalli della politica, dai loro treppiedi, continuano a ripetere frasi assurde quanto retoriche, avallando la mistificazione che, in nome della difesa atlantica ed ora europea – ha portato l’Italia ad essere incatenata ad un complesso militare-industriale e militarmente impegnata in vari continenti, senza che questo possa configurarsi come quella “difesa della Patria” che, secondo l’art. 52 della Carta costituzionale, dovrebbe essere “sacro dovere del cittadino”. [7] Se è vero, infatti, che il testo dell’art. 11 citato prosegue recitando che: (“l’Italia) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, è però difficilmente dimostrabile che un apparato militare che ci costa quasi 25 miliardi (68,5 milioni al giorno…) serva davvero per “assicurare pace e giustizia” e non ad alzare ulteriormente il livello delle già diffuse tensioni internazionali.

Dobbiamo allora superare e correggere il sesquipedale errore (nel senso di esagerato e prolungato, ma anche di grossolano) che, oltre a farci identificare il concetto di ‘difesa’ con quella armata [8], sta introducendo surrettiziamente anche l’idea che le forze armate servano pure a difenderci da calamità e pandemie. Ecco perché, nei confronti di un complesso militare-industriale che costituisce un vero e proprio impedimento alla realizzazione di un modello di sviluppo equo, ecologico e pacifico, tocca a noi, con la nostra obiezione di coscienza, ripudiare la guerra in tutte le sue manifestazioni, anche meno evidenti. In primo luogo divorziando da un legame internazionale che dal 1949 ci priva della nostra indipendenza come stato, asservendoci alla difesa degli indifendibili interessi del 10% dell’umanità che divora le risorse del restante 90% , pretendendo di controllare tutto e tutti.

© 2021 Ermete Ferraro


NOTE

[1]  Lorenza Carlassare, “L’art. 11 Cost. nell’intento dei Costituenti”, Costituzionalismo.it, fasc. 1/2013, p. 3 > https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/Costituzionalismo_437.pdf

[2]  Per una sintetica definizione, cfr. Pier Cesare Rivoltella, “L’atto linguistico”, La comunicazione >  https://www.lacomunicazione.it/voce/atto-linguistico/  e Clara Ferranti, Teoria degli atti linguistici, Corso di Sociolinguistica, Università di Macerata, 2014 > http://docenti.unimc.it/clara1.ferranti/teaching/2014/13354/files/teoria-degli-atti-linguistici-slide

[3] Voce ‘ripudio’ in Vocabolario on line Treccani > https://www.treccani.it/vocabolario/ripudio/

[4]  “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.” (Deuteronomio 24,1)

[5]  Cfr. il testo originale del brano citato ed i relativi commenti lessicali in https://www.blueletterbible.org/kjv/deu/24/1/t_conc_177001 .  Sul divorzio nell’Antico Testamento v. anche l’interessante articolo: Alessandro Conti Puorger, “Il primo matrimonio col Signore”, Bibbiaweb.net > https://www.bibbiaweb.net/lett159d.htm

[6]  Vedi i dati forniti dall’osservatorio Milex > https://www.milex.org/2021/04/23/anticipazione-milex-spesa-militare-italiana-2021-sfiora-25-miliardi/  e da Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2020/07/le-missioni-militari-italiane-tra-nuovi-impegni-e-ritiro-dallafghanistan/

[7] V. testo dell’art. 52 della Costituzione della R.I. > https://www.senato.it/1025?sezione=123&articolo_numero_articolo=52

[8]  Vedi la sentenza della Corte Costituzionale n. 64 del 24.5.1985: “La Corte infine afferma che il dovere di difesa della Patria è “ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato,” e che “a determinate condizioni il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente , riconducibili anch’esse all’idea di difesa della Patria” in: Giorgio Giannini, La difesa della Patria e la difesa non armata civile e nonviolenta, p. 4 > http://www.serviziocivileunpli.net/wp-content/uploads/2010/09/Difesa-della-Patria-non-armata-e-non-violenta.pdf

“Come barbarea, così…marinea”

Barbara: martire e protettrice

Anche questo 4 dicembre ricorreva la memoria liturgica di santa Barbara,martire d’origine probabilmente orientale di cui poco si sa sul piano dell’agiografia ufficiale, a parte una leggenda che ne racconta le terribili vicende, con risvolti piuttosto splatter. Essendosi convertita al cristianesimo e, si dice, battezzata da sola, il padre per punizione, dopo averla rinchiusa in una torre, di fronte alla sua disubbidienza avrebbe tentato di ucciderla, ma Barbara sarebbe riuscita a sfuggirgli miracolosamente. Una volta catturata, Dioscoro l’avrebbe poi trascinata davanti ad un magistrato, ma nessun tipo di tormento (ustioni, taglio delle mammelle, martellate sulla testa…) sarebbe riuscito a prevalere sulla sua fede, costringendola ad abiurare. Esasperato, il genitore l’avrebbe infine portata in montagna, dove l’avrebbe personalmente decapitata, finendo però a sua volta incenerito da un fulmine. Nei secoli successivi, su santa Barbara in Occidente sono fiorite molte tradizioni popolari ed anche locuzioni proverbiali, spesso in dialetto, riferite alla sua funzione di protettrice dai fulmini e dal maltempo o di garante di buoni raccolti di grano e dei matrimoni. Dall’Oriente provengono invece tradizioni gastronomiche, ed Grecia ed in Turchia santa Barbara è festeggiata con tipici dolci, nei quali ricorre il grano delle celebrazioni di origine contadina.

«… La prigionia nella torre da parte di suo padre associò la sua figura alle torri, a tutto ciò che concerneva la loro costruzione e manutenzione e quindi il loro uso militare; […] Parimenti, per via della morte di Dioscoro, essa venne considerata protettrice contro i fulmini e il fuoco […] da qui deriva il suo patronato su numerose professioni militari (artiglieri, artificieri, genio militare, marinai) e sui depositi di armi e munizioni (al punto che le polveriere vengono chiamate anche “santebarbare”). Per quanto riguarda la marina militare (di cui fu confermata patrona da Pio XII con il breve pontificio del 4 dicembre 1951), la santa fu scelta in particolare perché simboleggiante la serenità del sacrificio di fronte a un pericolo inevitabile. È inoltre patrona di tutto ciò che riguarda il lavoro in miniera e dei vigili del fuoco». [i]

Insomma, Barbara è invocata da molte persone, impegnate in varie professioni, ma con una strana predilezione per le attività militari e paramilitari (artiglieri, artificieri, marinai, vigili del fuoco…), sebbene abbiano ben poco a che vedere col suo martirio.

È però questo il motivo per il quale – come ha riferito il quotidiano cattolico ‘Avvenire’ – l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, ha onorato S. Barbara, Patrona della Marina, con una celebrazione cui hanno preso parte il Capo di S.M. della Marina Militare, amm. Giuseppe Cavo Dragone, il Sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, ilVicario episcopale della Marina Militare, don Pasquale Aiello ed altri cappellani militari.

 «…un appuntamento che per il vescovo castrense rappresenta “un dono particolare, un dono per tutti, soprattutto per voi, cari militari della Marina, che ringraziate oggi santa Barbara, vostra patrona, e che, in certo senso, ricevete il suo grazie per quanto avete fatto e state facendo, al servizio della nostra gente, soprattutto in questo tempo di pandemia…”. […] Voi militari, voi militari della Marina – lo dico con convinzione e ammirazione – siete stati e siete decisivi anche nella gestione di questa emergenza inattesa; avete rappresentato e rappresentate, sul piano sanitario e sociale, un punto di forza del nostro Paese, un elemento di sicurezza per la nostra gente, afflitta, spaventata e impoverita.». [ii]

Ma come fanno i marinai…a pregare?

Anche al termine di quella celebrazione eucaristica è stata recitata la ‘preghiera del marinaio’. Già, perché agli appartenenti alle forze armate non soltanto sono stati riservati ministri del culto ad hoc, presieduti gerarchicamente da un Vicario Generale Militare, supportato da uffici pastorali e logistici [iii] , ma sono state anche dedicate specifiche liturgie e preghiere. Fra queste c’è quella relativa ai militari di Marina, il cui testo viene letto sia a bordo delle navi in navigazione al termine delle messe e all’ammainabandiera, sia nelle caserme e nelle funzioni religiose per i defunti. Pochi sanno che la ‘Preghiera del marinaio’ (conosciuta anche come ‘preghiera vespertina’) fu composta nel 1901 dallo scrittore Antonio Fogazzaro (sì, proprio l’autore di Piccolo mondo antico e degli altri due romanzi della sua trilogia: Piccolo mondo moderno e Il Santo) e fu adottata ufficialmente dalla Marina Militare italiana nel 1902. Questo ne è il testo, tuttora in uso dopo 98 anni.

«A Te, o grande eterno Iddio, Signore del cielo e dell’abisso, cui obbediscono i venti e le onde, noi, uomini di mare e di guerra, Ufficiali e Marinai d’Italia, da questa sacra nave armata della Patria leviamo i cuori. Salva ed esalta, nella Tua fede, o gran Dio, la nostra Nazione. Dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera, comanda che la tempesta ed i flutti servano a lei; poni sul nemico il terrore di lei; fa’ che per sempre la cingano in difesa petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave, a lei per sempre dona vittoria. Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare. Benedici!» [iv]

Sulla coerenza tra messaggio evangelico – incentrato sulla fraternità, la misericordia, la pace e l’amore perfino verso i nemici – ed ordinamento militare, autoritario gerarchico e finalizzato ad ottimizzare il mestiere di chi usa le armi in nome della patria, per distruggere cose e sterminare persone, mi sono espresso altre volte, per cui evito di ribadire le considerazioni critiche su chi, a mio avviso, mischia impropriamente croci e stellette. [v] Esaminando con attenzione il testo della citata ‘Preghiera del Marinaio’, però, non posso fare a meno di sottolineare alcune espressioni che, anche al netto della retorica patriottica ottocentesca, appaiono assai discutibili sul piano religioso, come “sacra nave armata” o “salva ed esalta, o gran Dio, la nostra nazione”. Per non parlare dell’insistenza vagamente idolatrica sulla bandiera italiana, con la richiesta al Signore di “porre sul nemico il terrore di lei” e di “donarle per sempre vittoria”, o anche della bellicosa metafora dei “petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave”.  Traspare infatti la solita visione veterotestamentaria del “Signore degli Eserciti”, con la differenza che, mentre l’antica espressione ebraica יִֽהְיוּ גְּדֹלִים (YHWH tzabaoth) e greca Kyrios Sabaoth, si riferivano a schiere angeliche celesti più che ad armate terrene e che, comunque, nell’A.T. YHWH era considerato Dio e difensore solo del suo popolo eletto, e pertanto ostile ad i suoi nemici,  una preghiera cristiana rischia di essere blasfema se chiede a Dio di ‘esaltare’ e ‘dare vittoria’ ad una delle parti in conflitto, ‘terrorizzando’ e contribuendo a sconfiggere chiunque le si opponga. Infine, la richiesta di “comandare che la tempesta e i flutti servano a lei” (magari disperdendo e facendo perire annegati i suoi nemici…) sembrerebbe più appropriata ad un’invocazione a Poseidone o altra divinità pagana, ma è fuori luogo in un’orazione rivolta al Padre nostro comune, di cui il profeta scriveva: “…Egli parlerà di pace alle nazioni, il suo dominio si estenderà da un mare all’altro, e dal fiume sino alle estremità della terra”.  (Zac 9:10).

Devozioni per Marins, Navy sailors e Marines…

Ma i riti paramilitari non riguardano solo le forze armate italiane né simili cerimonie pseudo-religiose hanno a che fare solo col mondo cattolico. Purtroppo la pretesa tutela divina sulle proprie armate è molto più antica e diffusa, a partire dalle credenze politeiste e dalla tradizione semitica veterotestamentaria Entrambi hanno contagiato il Cristianesimo sia sul piano lessicale, a partire dal tertullianeo “Bonus Miles Christi” (non a caso diventato il titolo della rivista trimestrale dell’Ordinariato militare italiano), sia sul piano concettuale (dal costantiniano “In hoc signo vinces” al “Deus lo vult!” coniato da Pietro l’Eremita per sacralizzare le crociate, giungendo fino al blasfemo motto nazista “Gott mit Uns”).

Basta una ricerca su Internet per trovare diverse perle di questa subcultura religiosa, in base alla quale i guerrieri non si affidano più alla protezione di antiche divinità (come l’egizio Horus, il celtico Belatucadros, l’ellenico Ares, il romano Marte, il cinese Chi You o l’azteco Huitzilopochtli), ma alla tutela di quell’unici Dio – onnipotente ma paterno e misericordioso – che  al contrario dovrebbe farci sentire, per citare Papa Francesco, “fratelli tutti”. [vi]

I marinai francesi sembrano prediligere la protezione della Beata Vergine, come vediamo nel testo più soft della “Prière du Marin”, composta da Mons. Luc Ravel, membro della Diocèse  aux Armées Françaises, corrispondente d’Oltralpe del nostro Ordinariato:

 “… Vergine Maria, Regina delle Onde, alla quale i marinai, anche i miscredenti, sono sempre stati devoti, vedi ai Tuoi piedi i Tuoi figli che vorrebbero salire a Te. Ottieni loro un’anima pura come brezza marina. Un cuore forte come le onde che li portano, una volontà tesa come vela nel vento […] Ma soprattutto, o Madonna, non lasciarli soli al timone, fagli rilevare le insidie dove si areneranno prima di ancorare, vicino a Te, al porto dell’Eternità. Così sia». [vii]

Di tono meno conciliante sembrano le preghiere che la Chiesa Anglicana ha dedicato ai marinai della Royal Navy britannica, in una delle quali leggiamo:

«Oh potentissimo e glorioso Signore Dio, Signore degli eserciti, che governi e comandi ogni cosa […] ci rivolgiamo alla Tua divina maestà in questa nostra necessità, affinché tu prenda la causa nella Tua mano e giudichi tra noi e i nostri nemici. Ravviva la tua forza, o Signore, e vieni ad aiutarci […] affinché Tu voglia essere per noi una difesa contro la faccia del nemico. Mostra che sei il nostro Salvatore e potente Liberatore…». [viii]

Fra le preghiere suggerite dal Vicariato militare cattolico degli Stati Uniti, troviamo la seguente, rivolta a S. Michele Arcangelo, tradizionale compatrono delle forze armate:

«San Michele, l’Arcangelo, difendici in battaglia. Sii la nostra protezione contro la malizia e le insidie ​​del diavolo. Imploriamo umilmente Dio di comandargli, e tu, oh principe dell’esercito celeste, col potere divino ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che vagano per il mondo, perseguendo la rovina delle anime. Amen». [ix]

Infine un significativo passo della tradizionale ‘professione di fede’ dei Marines, i fucilieri di Marina statunitensi:

«Davanti a Dio, io giuro questo credo. Io e il mio fucile siamo i difensori del mio paese. Siamo i dominatori del nemico. Siamo i salvatori della mia vita. E così sia, finché la vittoria sia dell’America, e non ci siano più nemici, ma pace». [x]

Forse c’è chi a tali parole risponderebbe “amen”, ma alla luce del Vangelo del Principe della Pace (Is 9:5) mi sembra che suonerebbe come un sacrilegio. Lascio pertanto la conclusione di questa mia riflessione alle parole che don Lorenzo Milani scrisse nel 1965, replicando ai cappellani militari che avevano criticato gli obiettori di coscienza.

 «Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. […] Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? […] O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [xi]


Note

[i] Vedi la voce “Santa Barbara” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Barbara

[ii] Antonio Capano, “Il ‘grazie’ di Marcianò alla Marina Militare”, Avvenire, 05.12.2020 , con integrazione dal testo dell’omelia di Mons. Marcianò, pubblicata sul sito dell’Ordinariato Militare per l’Italia > http://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2020/12/SantaBarbara2020.pdf

[iii] Vedi la voce ‘Curia’ sul menù del sito web cit. > www.ordinariatomilitare.it

[iv] Il testo della ‘Preghiera del Marinaio’ – oltre che sul sito del Ministero della difesa (https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/storia/la-nostra-storia/tradizioni/Pagine/PreghieradelMarinaio.aspx  è stato pubblicato, insieme con quelli delle devozioni per varie specialità di altri corpi delle forze armate italiane, nell’opuscolo: https://associazionenazionalefantiarresto.it/inc/uploads/2019/06/Preghiere-FFAA.pdf

[v]  Cfr. gli ultimi articoli sul tema, pubblicati sul mio blog: Ermete Ferraro, Pregare per l’unità…dei cappellani militari (30.01.2020);  Riforma mimetica per religiosi con le stellette (15.03.2020)  e L’inverno di san Martino (13.11.2020).

[vi] Il testo italiano della cit. lettera enciclica “sulla fraternità e l’amicizia sociale”, pubblicata il 3 ottobre 2020, è disponibile in: http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

[vii] Mgr. Luc Ravel, Prière du Marin, pour les militaires >  http://site-catholique.fr/index.php?post/Priere-du-Marin (trad. mia)

[viii] “The Prayer to be said before a Fight at Sea against any Enemy”,in: The Church of England, A Christian Presence in Every Community, Prayers to be used at Sea > https://www.churchofengland.org/prayer-and-worship/worship-texts-and-resources (trad. mia).

[ix]  “Prayer to Saint Michael the Archangel” in: Archdiocese for the Military Services, USA, Prayers for the Military > https://www.milarch.org/prayers-for-the-military/

[x] Gen. William Rupertus (1941), The Creed of the United States Marine> https://it.wikipedia.org/wiki/Credo_del_fuciliere#:~:text=Io%20e%20il%20mio%20fucile,pi%C3%B9%20nemici%2C%20ma%20pace.%C2%BB

[xi] Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari – Lettera ai giudici (a cura di Sergio Tanzarella), Trapani, Il pozzo di Giacobbe, 2017. Il testo è leggibile anche in:> https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm

Bell’esempio ai ‘grandi di domani’!

Testimonial d’accusa

Veicolato dai social media, sta circolando su Internet un breve video, prodotto e diffuso dalla Web tv del nostro Ministero della difesa il cui significativo titolo è: “L’esempio di oggi, per i grandi di domani”. [i] La scelta di collocare tale aureo messaggio solo in coda, accompagnato dal patriottico hashtag #AbbraccioTricolore, intendeva forse sottolinearne l’alta valenza educativo-sociale o, più banalmente, è stato solo un elementare espediente propagandistico. Infatti colpisce la stucchevole propaganda militarista e la brevità dell’audiovisivo (meno di un minuto) non riesce ad eliminare la sgradevole sensazione di assistere alla strumentalizzazione del volto candido ed entusiasta di alcuni ragazzi, per inneggiare retoricamente alle forze armate italiane.

Un deprecabile caso di scarso rispetto nei confronti dell’infanzia, ma anche del buon senso degli italiani, presi in giro da una pubblicità promozionale dei nostri militari, un mix di Mulinobianco, Immobiliare.it e Capitanfindus. Soprattutto, un pessimo esempio per i ‘grandi di oggi’, nei quali si vorrebbe ribadire la sciocca convinzione che i bambini siano dei ‘piccoli adulti’ senza diritti né cervello, da plasmare a propria immagine e somiglianza.

Non è un caso che negli ultimi decenni si siano moltiplicate le agenzie di selezione per minori da impiegare nel mondo della pubblicità commerciale, per sfruttare sempre più questo comodo bacino di testimonial, i cui diritti – affidati alla tutela di chi esercita il potere genitoriale – sono invece spesso violati, in nome del profitto e della popolarità.

«Il messaggio di cui il bambino è testimonial nello spot pubblicitario difficilmente può essere contrastato o rifiutato, perché egli rappresenta la purezza, l’incapacità di mentire e, in quanto tale, veicola la bontà e la genuinità dei contenuti pubblicitari […] Qual è il rischio di questo processo di adultizzazione precoce? Il rischio è che si brucino le tappe, che i bambini vivano un qualcosa che non è idoneo per la loro età. […] Con una sorta di “precocizzazione” il piccolo è in un certo senso privato della libertà di esplorare e apprendere autonomamente […] La famiglia, la scuola, tutte le agenzie educative devono tutelare l’infanzia e contrastare questa precoce adultizzazione dei bambini…». [ii]

Oltre al menzionato fenomeno della ‘adultizzazione’ dei minori – problema sul quale si sono autorevolmente pronunciati diversi psicologi, fra cui la prof. Oliverio Ferraris [iii] – mi sembra che sia, anche in questo caso, una vera e propria ‘adulterazione’ dei minori, cui si attribuiscono pensieri e dichiarazioni preconfezionati, estranei al loro vissuto e sentire. Come ha sottolineato Brunella Gasperini [iv], si rischia così di determinare in loro un ‘inquinamento’ mentale e comportamentale, che cancella o falsa le modalità spontanee dell’infanzia e provoca pericolosi effetti sulla crescita emotiva dei bambini.

I dizionari citano parecchi sinonimi della parola ‘adulterazione’: alterazione, falsificazione, manipolazione, contraffazione, sofisticazione, ma quello che meglio si addice all’operazione mediatica promossa dal Ministero della difesa credo che sia ‘manipolazione’. Il termine è usato ovviamente in senso psicologico, ma conserva il riferimento alla fisicità del gesto del ‘plasmare’ a propri fini la malleabile personalità infantile. Una volta tale ruolo ‘formativo’ era affidato alla fiaba – si osservava acutamente in un libro sulla ‘spot generation’ – ma adesso è passato alla pubblicità, che lo esercita in modo ancor più insidioso.

«…la fiaba costituiva spesso la fonte di gran parte delle rappresentazioni sociali attraverso cui i bambini venivano educati a capire come funzionava il mondo  e quali erano le regole: oggi lo spot di una bibita diventa l’occasione per insegnare ai bambini come va il mondo e qual è il sistema di attese che dovrà caratterizzarli da adulti […] …la televisione mostra una certa immagine del mondo, provvedendo a una cornice per ciò che è accettabile e per ciò che non lo è nella società…» [v]

Che a formare le menti e le coscienze dei nostri ragazzi/e si propongano i rappresentanti del complesso militare-industriale è un aspetto particolarmente preoccupante della strisciante militarizzazione della società italiana, dove nelle scuole la presenza di soldati, carabinieri, marines ed altri esponenti delle forze armate sta diventando sempre più frequente ed ingombrante. Sulla doppiezza ideologica di certe operazioni, del resto, basti pensare che nel 2006 il Ministero della Pubblica Istruzione lanciò un ambizioso programa nazionale denominato “La pace si fa a scuola”, con la finalità di promuovere iniziative improntate alla pace, alla cooperazione e allo sviluppo. Peccato però che il primo partner del progetto fosse proprio…il Ministero della Difesa! [vi]

Diritti (e rovesci) dell’infanzia

Eppure non mancano fonti normative che dovrebbero scoraggiare coloro che intendono utilizzare l’immagini e discorsi di bambini a fini pubblicitari. I diritti dei minori dovrebbero essere tutelati in primo luogo dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989, nella cui premessa è scritto:

«In considerazione del fatto che occorre preparare pienamente il fanciullo ad avere una sua vita individuale nella società, ed educarlo nello spirito degli ideali proclamati nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare in uno spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà…». Tale concetto è ribadito al comma 1 dell’art. 29 della stessa Convenzione: «…d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona…» [vii] 

Il fatto è che, nel nostro paese, le norme di legge relative all’impiego di minori in attività propagandistiche inopportune o poco adatte alla loro età si riferiscono quasi esclusivamente all’ambito della pubblicità commerciale. Infatti, oltre codici di autodisciplina pubblicitaria, fu emanato anche il Decreto Ministeriale n. 425 del 1991, che però si concentrava sul divieto di far propagandare ai minori bevande alcoliche e prodotti del tabacco, sebbene all’art. 3 si riportavano anche più generali “norme a tutela dei minorenni”, fra cui:

«1. La pubblicità televisiva, allo scopo di impedire ogni pregiudizio morale o fisico ai minorenni, non deve: a) esortare direttamente i minorenni ad acquistare un prodotto o un servizio, sfruttandone l’inesperienza o la credulità; b) esortare direttamente i minorenni a persuadere genitori o altre persone ad acquistare tali prodotti o servizi; c) sfruttare la particolare fiducia che i minorenni ripongono nei genitori, negli insegnanti o in altre persone; d) mostrare, senza motivo, minorenni in situazioni pericolose».[viii]

L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria [ix] dovrebbe vegliare sull’osservanza di questa regola ma, in primo luogo, ad intervenire in casi di palese “sfruttamento” dell’inesperienza, credulità e fiducia dei soggetti minorenni, dovrebbe essere il Garante dell’Infanzia, sul cui sito si trovano, oltre alle norme citate, troviamo alcuni utili riferimenti.

«In particolare, le comunicazioni commerciali, ai sensi del paragrafo 4.2. Codice Media e Minori: a) non debbono presentare minori come protagonisti impegnati in atteggiamenti pericolosi (situazioni di violenza, aggressività…ecc.) […] Sono anche previste delle precise regole di comportamento per cui le emittenti sono tenute: […] – a non utilizzare i minorenni in “grottesche imitazioni degli adulti». [x]

Quest’ultima frase è particolarmente significativa, a mio parere, perché travalica il solo ambito commerciale per stigmatizzare la tendenza a sfruttare l’immagine dei minori come adulti in miniatura, indotti ad imitarne atteggiamenti e comportamenti con esiti decisamente ‘grotteschi’, proprio come sta succedendo coi soldatini in erba proposti dal video e dalle foto recentemente diffusi dal Ministero della difesa.

Dall’Opera Balilla alle Psy-Ops

Di propaganda militarista e bellicista, del resto, noi italiani c’intendiamo parecchio. Durante il ventennio fascista, infatti, larga parte dei messaggi del genere furono affidati all’utilizzazione strumentale di bambini ed adolescenti, inquadrati e disciplinati come soldati in miniatura, per formarli allo spirito guerresco ed all’orgoglio nazionalista.

«L’Opera Nazionale Balilla (ONB), istituita nel 1926, inquadrava, attraverso una rigida educazione fascista, i giovani sino ai diciotto anni: dagli otto anni ai quattordici gli iscritti prendevano il nome di “balilla”, dai quindici ai diciotto quello di “avanguardista”. […] Dal 1933 anche i bambini dai sei agli otto anni furono inquadrati nei “figli della lupa” […] Nel reportage di Giuseppe Antoci, destinato a comunicazioni di propaganda, sono illustrate le attività di un gruppo di balilla ragusani: la lettura di “Gioventù in armi”, il quindicinale della GIL, le esercitazioni paramilitari con il moschetto, il gioco….Il giuramento dei balilla: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del duce e di servire con tutte le mie forze e, se necessario con il mio sangue, la causa della rivoluzione fascista”. [xi]

Del resto, tutti i passati regimi dittatoriali hanno ampiamente sfruttato i bambini ed i ragazzi per operazioni di propaganda bellica ed anche alcuni governi autoritari e militaristi attuali non hanno esitato a fare altrettanto, speculando non solo sulla loro immagine, ma addirittura utilizzandoli direttamente in ciniche operazioni che li vedevano operativi come ‘bambini-soldato’. Tale deprecabile fenomeno, in violazione di ogni norma etica e giuridica, ha visto minorenni coinvolti in operazioni militari o illegali in molte zone del mondo, direttamente oppure come supporto ai militari (vedette, messaggeri, spie, cuochi). [xii]

Ma anche la letteratura ed il cinema (dalla ‘Piccola vedetta lombarda’ deamicisiana all’icona dello ‘scugnizzo’ col fucile delle Quattro Giornate) hanno contribuito ad alimentare la retorica dei piccoli eroi, per non parlare di alcune assurde tradizioni di un tempo, secondo le quali i bambini erano ‘grottescamente’ travestiti da piccoli militari, in occasione di mascherate carnevalesche e perfino di prime comunioni e cresime…

Da molti anni, però, la rozza propaganda del passato è stata sorpassata da più aggiornate e raffinate tecniche di persuasione, utilizzate nelle cosiddette Psy-Ops, uno dei tanti acronimi della corrente Neolingua orwelliana, in riferimento alle ‘operazioni psicologiche’, al servizio di guerre combattute anche in maniera virtuale e ideologica. [xiii]  Nell’istruttivo articolo del 1998 intitolato “Propaganda Techniques”, basato su un manuale pubblicato dall’U.S. Department of the Army già nel 1979, ad esempio, si chiarisce che:

«La conoscenza delle tecniche di propaganda è necessaria per promuovere la propria propaganda e per scoprire gli stratagemmi nemici delle PSYOPS. […] L’approccio tipo “gente semplice” o “uomo comune” tenta di convincere il pubblico che le posizioni del propagandista riflettono il senso comune della gente. È progettato per conquistare la fiducia del pubblico comunicando nel modo comune e nello stile del pubblico. I propagandisti usano linguaggio e maniere ordinari […] nel tentativo di identificare il loro punto di vista con quello della persona media. […] “Leader umanizzanti”. Questa tecnica offre un ritratto più umano degli U.S. e più amichevole dei capi militari e civili. Li umanizza in modo che il pubblico li consideri come esseri umani simili o, meglio ancora, come figure gentili, sagge e paterne…» [xiv]

Pillole (indorate) di militarismo

Ma torniamo al video prodotto dal nostro Ministero della difesa, per analizzarne le sequenze e far emergere il linguaggio utilizzato ed i messaggi più o meno subliminali che veicola. Lo spot ovviamente si affida molto alle immagini militari di repertorio, che s’intrecciano alle frasi pronunciate da quattro mini-testimonial, dell’apparente età di 9-10 anni. In effetti il video è una specie di trasposizione filmica del tradizionale crest interforze, il cui emblema a scudo è diviso nei quattro campi corrispondenti alle altrettante forze armate: esercito, marina, aeronautica e carabinieri.

Nella prima sequenza, dopo un’immagine di elicotteri, su sfondo grigioverde con una stella gialla, una bambina bruna, inforcando binocolo, dichiara fieramente: “Da grande vorrei aiutare tutti i miei amici. Anche quando sono lontani”. Compaiono a questo punto dei bersaglieri in tuta mimetica, intenti a caricare grandi sacchi su un elicottero.

Segue un ragazzino bruno in camicia bianca, sullo sfondo di una parete azzurra con onde bianche, poggiato ad un tavolo sul quale spiccano berretto e divisa da capitano di fregata. Collegandosi alla frase precedente, egli esclama con orgoglio: “Come il mio papà, che sa sempre qual è la direzione giusta!”, mentre sono di nuovo inquadrati il berretto da ufficiale, strumenti di navigazione ed un cannocchiale. Segue una scena con onde e spruzzi d’acqua, un argenteo cacciatorpediniere ed una pista dove alcuni marinai in tuta bianca sembrano caricare su un elicottero una barella con un soggetto da soccorrere.

Il più ‘grottesco’ è il terzo mini-testimonial: un bambino biondo abbigliato con un buffo caschetto stile ‘barone rosso’, che dapprima fa decollare dal suo tavolo un modellino di ‘caccia’ tricolore con la mano sinistra, mentre subito dopo impugna con la destra un aeroplanino di carta, scandendo con voce sognante: “Vorrei volare alto… Sempre più in alto!”. Compaiono a questo punto tecnologici piloti, uno dei quali si prepara a decollare col suo cacciabombardiere supersonico. Si materializzano quindi le immancabili ‘frecce tricolori’, che sorvolano la capitale, lasciando sopra il Vittoriale la loro scia colorata.

La quarta sequenza presenta una bambina dai capelli castani, con un abitino nero, su uno sfondo azzurro scuro sul quale si profila lo skyline di una città.  La piccola, che poggia la mano su un tavolo dove spiccano un berretto femminile da graduato dei carabinieri ed un lampeggiante blu, dichiara solennemente: “Sarò sempre pronta a difendere le persone in difficoltà”, mentre sullo schermo vediamo un’autovettura della Benemerita, con dentro due agenti di pattuglia, con la mascherina chirurgica sul volto.

L’ultima sequenza è una sintesi delle scene precedenti, con la prima brunetta che proclama: “Da grande vorrei essere come loro” ed il piccolo aspirante marinaio che aggiunge: “…che lottano contro ogni pericolo”. Il biondino col caschetto da aviatore prosegue: “…difendono i più deboli…”  ed infine la fiera carabinierina esclama entusiasta: “…e fanno diventare l’Italia più sicura e più bella!”

Decodificare i messaggi

Per prima cosa, osserverei che non mi sembra che siamo di fronte ad uno spot qualitativamente eccezionale. L’insieme, oltre che ampiamente retorico, risulta infatti piuttosto banale. È però opportuno cogliere qualche aspetto meno evidente del video, leggendo metaforicamente tra le righe del testo e delle immagini.

  • La prima osservazione è che – pur nell’evidente scorrettezza dell’utilizzo di minori per propagandare le nostre forze armate – gli autori hanno cercato di salvare un po’ ipocritamente il principio della parità di genere, impiegando due bambine e due bambini.
  • La seconda annotazione riguarda la sceneggiatura, che alterna l’esaltazione della potenza di strumenti di guerra tecnologicamente avanzati (elicotteri, cacciatorpediniere, cacciabombardieri) col volto ingenuo, entusiasta e rassicurante di piccoli/e, che ovviamente sottolineano il lato buono delle forze armate, utilizzando verbi positivi come ‘aiutare’, ‘andare nella direzione giusta’, ‘lottare contro ogni pericolo’, ‘difendere i deboli’, ‘far diventare più sicura l’Italia’.
  • Anche la parte visiva asseconda questa vena buonista, mostrandoci militari che caricano sugli elicotteri non certo armamenti, ma solo sacchi di aiuti alimentari e feriti da soccorrere. Per i bombardieri l’operazione sarebbe stata più improbabile, per cui si è fatto ricorso alla retorica patriottarda delle frecce tricolori, mentre per i carabinieri l’accento è andato sulla loro missione di tutori dell’ordine (lampeggiante) e della sicurezza collettiva (mascherina).
  • La colonna sonora, pomposamente orchestrata ma ridondante nel suo ritmo incalzante, completa questo cortometraggio smaccatamente propagandistico, che si chiude con lo slogan a lettere cubitali: “L’esempio di oggi, per i grandi di domani”.

Di fronte a questa operazione mediatica sarebbe opportuno che ogni cittadino/a che non si lascia abbindolare dalla retorica nazional-militarista si chieda cosa può fare per contrastarla. Il primo passo è quello di prendere (e far prendere) coscienza di quanto sia subdola tale iniziativa ma, soprattutto, di quanto sia del tutto inappropriato – se non illegittimo – sfruttare l’immagine di minori per vendere all’opinione pubblica ciò che il Ministero della difesa chiama eufemisticamente “strumento militare”. Infatti, come ho posto in evidenza in un recente contributo [xv], quando il suo interlocutore è il governo o gli ‘alleati’ della NATO, se ne mettono in mostra lo spirito bellicoso, l’expertise tecnologica e la brillante leadership dei suoi quadri. In questo caso, ancora una volta, s’insiste invece sulla valenza ‘civile’ e ‘popolare’ dei nostri militari, sul volto buono e fraterno di adulti (madri e padri) che sono di esempio ai loro pargoletti, che a loro volta sembrano ansiosi d’imitarli.

Spieghiamo allora ai nostri bambini e ragazzi che si tratta anche in questo caso di una ‘pubblicità ingannevole’, che presenta le forze armate – strumento sì, ma di guerra – come una sintesi fra boy scouts, volontari della protezione civile ed operatori socio-sanitari ed assistenziali delle ONG. Spieghiamo ai nostri figli che i 26 miliardi spesi dal governo per la ‘difesa’ (71 milioni ogni giorno…) non servono per fare assistenza o prestare soccorso nelle emergenze, ma per equipaggiare ed armare 20.000 militari per il solo Esercito, di cui quasi 3.500 impegnati in cosiddette ‘missioni’ all’estero, che da sole costano 1,6 miliardi.

Facciamo loro capire che coi soldi per acquistare gli F35 si sarebbero potute attrezzare 150.000 terapie intensive; [xvi] che un solo sommergibile ci costa quasi un miliardo e mezzo di euro e che né i cacciabombardieri né i mezzi sottomarini possono essere considerati strumenti di pace e di sicurezza. Informiamoli che la nostra Repubblica “che ripudia la guerra” esporta armi per 2,5 miliardi di euro, anche a paesi devastati da guerre decennali e che, mentre tutti gli italiani erano bloccati dalla pandemia, le fabbriche di armi e i cantieri militari non si sono mai fermati.

Se questo è l’esempio che stiamo dando ai nostri ragazzi, beh non c’è sicuramente da andarne fieri!


Note

[i] Ministero della difesa – Web Tv, L’esempio di oggi, per i grandi di domani > https://www.youtube.com/watch?v=UmEia8eXFoI&fbclid=IwAR0bF28BV90hAADxukc2uRn_rQYeHWiMjsH_k–ZZHII3zftFjGq2fnBTcQ – La campagna consta, oltre che del video, anche di alcune immagini fotografiche pubblicitarie (vedi figura n.1)

[ii] “I bambini nelle pubblicità” (Ago. 2017), La Gallina Cubista > https://www.lagallinacubista.it/i-bambini-nelle-pubblicita/

[iii] Anna Oliverio Ferraris, La sindrome Lolita, Milano, Rizzoli, 2014

[iv] Brunella Gasperini, “Bambini: adulti precoci” (Ago. 2017), ‘Domenica’ di la Repubblica > https://d.repubblica.it/famiglia/2014/08/17/news/bambini_precoci_piccolo_adulto_psicologia_educazione-2248407/

[v] Francesca Romana Puggelli, Spot Generation – I bambini e la pubblicità, Milano Franco Angeli, 2002, p. 96.

[vi] Sul programma nazionale MIUR-MinDif. “La Pace si fa a Scuola” vedi: https://archivio.pubblica.istruzione.it/normativa/2007/allegati/all_prot4751.pdf

[vii] UNICEF Italia, Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989) > https://www.unicef.it/Allegati/Convenzione_diritti_infanzia_1.pdf

[viii] D.M. n. 425 del 30 novembre 1991 > https://www.mise.gov.it/images/stories/recuperi/Comunicazioni/dm425-991.pdf 

[ix] Visita: www.iap.it

[x]  https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/la_tutela_dei_minorenni_nel_mondo_della_comunicazione.pdf

[xi]  Cfr. http://www.archiviodegliiblei.it/index.php?it/199/balilla-e-giovent-fascista

[xii]Si stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia.” > https://www.unicef.it/doc/224/bambini-soldato.htm – Un documentato saggio sui ‘bambini soldato’ è: Cristina Gervasoni, Lo sfruttamento militare dell’infanzia. Il problema dei bambini soldato nella saggistica in lingua italiana, Univ. di Venezia (D.E.P. N. 9, 2008) > https://www.unive.it/media/allegato/dep/n9correzioni/Ricerche/Gervasoni-saggio-a.pdf

[xiii] All’approfondimento operazioni di guerra psicologica ho dedicato un paio di articoli pubblicati nel 2012 sul mio blog, cui rinvio: (a) https://ermetespeacebook.blog/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/  (b) https://ermetespeacebook.blog/2012/02/11/peacedu-vs-psyops-quando-la-pace-si-fa-con-le-parole/

[xiv] Constitution Society, Propaganda Techniques, San Antonio (Texas), 1998 > https://www.constitution.org/col/propaganda_army.htm (trad. mia)

[xv]  Ermete Ferraro, “Fenomenologia dello strumento militare”   (26.05.2020), Ermete’s peacebook   > https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[xvi] Fonte: https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/05/04/news/continuiamo-a-fare-armi-ma-siamo-senza-respiratori-per-il-2020-oltre-26-miliardi-in-spese-militari-1.347903?fbclid=IwAR3t0uodB8-nxvscUeNt0rXKP8npxpWxQL35xCDOfS4j3iMcQUeofB4q2nA

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