UNA FINE SETTIMANA PARTICOLARE…

Sii-Il-Cambiamento-Che-Vuoi-Vedere-Nel-Mondo-GhandiCapita talvolta che le varie identità che coesistono dentro di noi emergano quasi contemporaneamente, costringendoci a riflettere su ciò che le tiene insieme e permette loro di interagire. Mi è capitato, ad esempio, in questa fine di settimana, in cui si sono sommate – e per alcuni momenti perfino sovrapposte – attività che mi coinvolgevano in prima persona a vari livelli e su diversi terreni.

Sabato 24, infatti, ho dovuto dividermi fra due iniziative alle quali non potevo mancare e, in attesa di un improbabile dono dell’ubiquità, ho dovuto accontentarmi di seguirle ambedue, anche se solo in parte. La prima era la manifestazione nazionale dei Comitati “No Trident Juncture 2015”, organizzata a Napoli per denunciare l’assurda e suicida corsa al militarismo guerrafondaio in cui l’Italia, in quanto membro della NATO, è sempre più coinvolta, nel silenzio complice dei media e nell’inerzia colpevole delle forze politiche. Il secondo appuntamento che non potevo mancare – nello stesso pomeriggio ma a distanza di circa 50 km da Napoli – era invece l’Assemblea nazionale dell’associazione V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), che si svolgeva a Sorrento in un momento particolarmente delicato e, per la prima volta, senza poter più contare sull’autorevole presenza di Antonio D’Acunto, che ci ha lasciati dieci mesi fa.

Il risultato forse non è stato particolarmente brillante, dal momento che ho potuto partecipare solo ad una parte del colorato corteo che si è snodato per le strade di Napoli, che ha visto un migliaio di persone protestare contro le guerre (passate, in corso e progettata a tavolino …) e contro una NATO sempre più aggressiva, che mette in atto trionfalistiche e dispendiose esercitazioni militari per mostrare i muscoli e scaldare i motori di un nuovo conflitto bellico.  Ad un certo punto, infatti, io ed un mio amico, presente con me alla manifestazione, abbiamo dovuto spogliarci dei panni dei pacifisti (nella fattispecie delle bandiere arcobaleno e dei cartelloni che indossavamo…) per scappare velocemente in direzione della metropolitana e, poi, del trenino della Circumvesuviana che ci avrebbe sbarcato un’ora dopo a Sorrento. Lì ci siamo ricongiunti con altri compagni di VAS Campania ed abbiamo cercato di portare il nostro contributo – d’idee e di azione – al comune sforzo per risollevare l’associazione dalla sua crisi, in nome di un “ambientalismo in movimento” che ormai deve contare solo sulle proprie forze per portare avanti le sue battaglie di ecologia sociale.

Ed ecco che stamani, a poche ore di distanza, sono stato coinvolto in un’attività di tutt’altro genere, nella  Parrocchia dove sono operatore pastorale della Caritas, in occasione della Festa della titolare, la Madonna della Libera. Nel corso di questa domenica, infatti, ci siamo proposti di comunicare alla comunità parrocchiale un messaggio d’impegno ambientale, richiamando l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’ “ ed invocando Maria come “madre e regina di tutto il Creato”, affinché ci aiuti a cambiare il nostro stile di vita consumistico e ci “liberi dagli sprechi”. La presenza di Padre Maurizio Patriciello – il pastore della Terra dei fuochi – ci ha aiutato ad uscire dalla ritualità della festa religiosa per rilanciare un impegno concreto sul terreno della salvaguardia di un patrimonio ambientale  saccheggiato dall’avidità e da un modello si sviluppo non sostenibile.

Ebbene, mi sono chiesto che cosa legasse attività così differenti in contesti tanto diversi. La risposta che mi sono dato è che l’impegno pacifista ed ecologista, come anche quello ‘pastorale’, affondano le radici in un comune terreno: la ricerca di strade nuove che ci portino ad uscire dalla fatalità rassegnata (alle guerre ma anche agli scempi ambientali ed alle ingiustizie sociali) per svolgere un ruolo in prima persona per cambiare le cose, qui e ora. E’ esattamente ciò che il mahatma Gandhi sintetizzava nella sua celebre frase: “Be the change you want to see in the world”, invitandoci quindi a non aspettare che le cose cambino da sole e spronandoci dunque ad essere noi per primi ciò che ci aspettiamo che il mondo diventi.

Certo, non è affatto facile – e spesso risulta estremamente frustrante – prendere alla lettera il motto che don Milani aveva posto sul muro della sua scuola popolare di Barbiana. “I care” era un pressante invito a farsi carico di tutto e di tutti, l’esatto contrario del fascista “me ne frego”,  diceva don Lorenzo ai suoi ragazzi. Sta di fatto che sentire sulle proprie spalle la responsabilità di ogni cosa è molto pesante e può anche spingere ad atteggiamenti velleitari ed ingenui, se non si sa lavorare con gli altri e ci si illude di risolvere i problemi solo con la testimonianza personale. Ecco perché bisogna non solo operare coerentemente e nel modo giusto, ma anche collaborare con chi può aiutarci ad uscire dalla dimensione individuale e, soprattutto, non perdere di vista la dimensione globale e l’interconnessione delle varie problematiche.

Manifestare contro le manovre di guerra della NATO, portare avanti campagne ambientaliste ed animare processi di evangelizzazione comunitaria sono indiscutibilmente impegni distinti e specifici. Ma se lo spirito che li lega è quello di vivere in prima persona il cambiamento che auspichiamo forse si può agire con più consapevolezza e si è meno esposti alla frustrazione del’isolamento e spesso dell’insuccesso.  Lottare contro il militarismo, infatti, sta diventando sempre più difficile, così come fare del vero ambientalismo e non accontentarsi di un greenismo ambiguo da salotto. Parlare, oggi, di nonviolenza e di difesa civile alternativa è non meno complicato, così come non è certo facile riprendere il filo di una fede autentica, evangelica, in un mondo sempre meno sensibile al richiamo di una religiosità più di sostanza e meno ritualistica.

Eppure, se ci crediamo, abbiamo il dovere non solo di andare avanti per la nostra strada, ma anche di fare in modo da non restare sterili profeti nell’arido deserto dell’indifferenza e del conformismo. Nessuno ci ha mai garantito che sarebbe stata una passeggiata e questo deve impedirci di cedere allo sconforto o di cercare comode scorciatoie. Essere per primi, ed in prima persona, il cambiamento che vorremmo che si realizzasse nel nostro mondo significa allora smettere di lamentarsi e rimboccarsi le maniche per cominciare da noi stessi e dal nostro contesto. Per quello che siamo e per ciò che possiamo. Qui e ora.

NONVIOLENZA O NONVOLENZA ?

  1. DCNGli esami non finiscono mai

Mi sembra normale che quando uno come me arriva a 62 anni  (di cui 42 trascorsi occupandosi di obiezione di coscienza, antimilitarismo, difesa popolare nonviolenta, ricerca sulla pace, educazione alla pace, ecopacifismo…) s’interroghi su cosa sia rimasto di quelle riflessioni, proposte e campagne e, soprattutto, su cosa abbiano effettivamente prodotto.

Questo doveroso bilancio, però, non mi porta a bilanci positivi né a considerazioni ottimistiche sulla capacità del movimento pacifista e nonviolento d’incidere sul tessuto sociale e sulla cultura del nostro Paese. Infatti, se confronto l’entusiasmo e la vivacità di pensiero ed azione che lo caratterizzavano negli anni ’70-’80 con la grigia realtà attuale – contrassegnata dal pensiero unico in campo economico ma anche in materia di difesa, e dalla preoccupante debolezza di un’organizzazione dei gruppi alternativi a tale piattezza ideologico-politica – non c’è davvero da stare allegri…

Lo so, fare confronti col passato è roba da vecchi, ma è anche vero che la nostalgia dei ‘laudatores temporis acti’ non mi appartiene. La verità è che anch’io, come tanti attivisti nonviolenti di una volta, ho cercato da molti anni di percorrere strade nuove, senza rinnegare nulla dell’originaria matrice antimilitarista, ma cercando di costruire un percorso coerente anche se nuovo. Nel mio caso si è trattato di coniugare la scelta dell’azione nonviolenta con quella dell’ecologismo e dell’impegno sociale, unendomi ad un movimento più ampio per l’alternativa in un’ottica ecopacifista. Non so se sono riuscito a realizzare qualcosa di buono in questa direzione, però credo aver conservato alcune convinzioni fondamentali sulle possibili alternative all’attuale modello di difesa.

Come obiettore di coscienza – uno dei primi a Napoli e nel meridione – ho sempre pensato che un modello profondamente diverso di difesa non dovesse restare un’utopia da anime belle, ma piuttosto partire da un servizio civile che, oltre ad essere utile alla collettività, servisse a diffondere la ‘coscienza dell’obiezione’ alla difesa armata. Un impegno civile generalizzato, insomma, che ponesse le basi per organizzare la difesa non armata, la cui natura fosse ‘civile’e ‘sociale’, ma soprattutto nonviolenta, nei fini e nei mezzi.

Il grande lavoro portato avanti da Antonino Drago ed altri – sul piano teorico della ricerca e formazione dei giovani ma anche della costruzione di basi legislative e politiche perché l’Italia diventasse uno dei primi Stati a dotarsi di un sistema difensivo quanto meno aperto alla prospettiva del transarmo – è stato purtroppo vanificato dalla manovra governativa che ha privato questo promettente movimento della sua stessa base. L’istituzione del servizio militare professionale (con la legge n. 331/2000 ed D.Lgs. n. 251/2001 che la rende operativa) e la “sospensione” a tempo indeterminato del servizio obbligatorio di leva (mediante la successiva legge n. 226/2004) hanno posto una pietra tombale non certo sulle forze armate, bensì sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sul servizio civile che ne costituiva la visibile e crescente alternativa.

Il XXI secolo ha aperto così la strada alla pratica dell’esercito professionale, con ciò non premiando affatto le battaglie antimilitariste e pacifiste ma, al contrario, demolendo quanto era stato fino ad allora costruito in direzione di una difesa della Patria con strumenti di pace anziché di guerra.  Ovviamente ne ha risentito tutto il Movimento, che da allora si è sfrangiato, perdendo il contatto col territorio, rappresentato dagli obiettori, e cominciando a dissolversi nelle acque stagnanti di una generica cultura della pace , sospesa tra tentazioni accademiche, mediazioni politiche e malinconica testimonianza di un’alternativa mancata. Ma ora sembrerebbe esserci, finalmente, una novità…

  1. “Te piace ‘o presebbio?” 

Il rilancio di un modello alternativo di difesa, intorno al quale sembrerebbe essersi ricompattato il movimento per la pace, va salutato come una delle poche cose positive in un decennio profondamente negativo. Un periodo contrassegnato dal pericoloso moltiplicarsi ed intrecciarsi degli scenari di guerra, dall’arroganza invadente della militarizzazione del territorio e del mare e dalla perdita progressiva della consapevolezza che esiste una credibile possibilità di scindere il concetto di ‘difesa’ da quello di ‘forze armate’. Pensiero unico, pragmatismo anti-ideologico e crescente globalizzazione del complesso militare-industriale hanno da tempo spazzato via ogni opposizione e contestazione a questo sistema di morte, che ormai non si ha ritegno a chiamare col suo vero nome: “guerra globale”.

Ecco perché rilanciare un progetto di difesa popolare nonviolenta, mobilitando l’opinione pubblica a sostegno della campagna nazionale Un’altra difesa è possibile, era sembrata un’occasione unica per contrastare questa generalizzata tendenza al disimpegno – ideologico e pratico –  in materia di difesa. Sostenere una proposta di legge popolare, inoltre, è parso forse anche il modo migliore per ricompattare il frammentato arcipelago pacifista, recuperando un tema forte del programma costruttivo nonviolento, che non può certo limitarsi all’opposizione a questa o quella missione militare o intervento armato.

Il fatto è che questo disegno di legge, che pur dovrebbe motivare e mobilitare gruppi locali ed organizzazioni nazionali, mi sembra nato in modo poco condiviso, senza un reale confronto e con una certa fretta di concludere, peraltro poco giustificata a fronte dell’assordante silenzio che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni in materia di proposte alternative alla difesa militare.

Sarà la mia atavica tendenza ad obiettare a rendermi ipercritico e mi dispiace che questa mia considerazione possa apparire ingenerosa verso chi si è sforzato di riallacciare le file del movimento pacifista, offrendogli una bandiera comune dietro cui marciare più compatto. Il fatto è che non ho perso il vizio di andare oltre l’apparenza, non certo per spirito di polemica ma perché sono abituato a riflettere criticamente su ciò che mi viene proposto, prima di farlo mio per poi propagandarlo agli altri.

Ecco perché, con tutta la buona volontà, non riesco ad appassionarmi a questa proposta di legge sulla “difesa civile, non armata e nonviolenta”, lanciata il 25 aprile a Verona e presentata il 21 settembre a Firenze, ma il cui articolato sono riuscito a leggere solo ad ottobre. Pur considerando le difficoltà per un movimento ancora fragile di farla circolare sul territorio nazionale, lasciatemi dire che per una legge che ambisce ad essere popolare e che dovrebbe raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione non è stato il migliore esordio…  Ora però che tutto è pronto ci si chiede un’adesione fattiva, collaborando uniti e compatti alla diffusione di questa proposta legislativa, data per scontata come la migliore possibile, o quanto meno come la più realistica.

In questi giorni – sarà per l’approssimarsi delle festività o per il trentennale della morte di Eduardo De Filippo – mi torna in mente la sua più nota commedia, “Natale in casa Cupiello”, ed in particolare il celeberrimo scambio di battute tra padre e figlio a proposito del presepe di sughero e cartapesta che Luca Cupiello è tutto intento a costruire, mentre intorno a lui la famiglia sta andando a pezzi. Alla ricorrente, pressante ed accattivante domanda del padre “Te piace ‘o presebbio?”, nonostante minacce e lusinghe la risposta di Tommasino resta inesorabilmente la stessa: “Non mi piace!”.

Ebbene, non penso che la replica antipatica e dispettosa di un ragazzo pigro e viziato possa adattarsi a me, che non sono né giovane né fannullone. Sta di fatto che, di fronte all’esibizione di questo presebbio legislativo, tirato su in fretta e frutto di troppe mediazioni, mi viene spontaneo rispondere “Non mi piace”.  Certo, non lo faccio col tono irritante e provocatorio di Nennillo, ma solo – e con rammarico – perché non condivido buona parte dell’impianto di quella proposta di legge. Attenzione: non si tratta di contrapporre la visione rigorista di un purismo nonviolento ad un’impostazione più flessibile tipica della Realpolitik. La mia ‘obiezione’ a quel disegno di legge nasce invece da considerazioni estremamente realistiche, anche se è impossibile non intravedere in esso una visione minimalista e generalista del pacifismo che non ho mai condiviso.

  1. Questi fantasmi…

Al di là dell’ovvia difficoltà di mettere insieme opinioni e valutazioni diverse, cercando l’accordo attraverso quella mediazione che è di per sé una tecnica nonviolenta, ciò che non mi convince è l’impostazione di fondo della proposta, poco alternativa e molto ‘di facciata’. In altre parole, invece di proporre una strada praticabile per cominciare a realizzare la Nonviolenza come risposta ai conflitti armati ed al militarismo, mi sembra che sia prevalsa una tendenza alla “nonvolenza”. Con questo neologismo mi riferisco ad un’impostazione sostanzialmente rinunciataria, che preferisce accontentarsi di un surrogato a buon mercato anziché puntare alla sostanza della questione, che è il progressivo superamento della tradizionale difesa armata, attraverso la costituzione di una componente civile, popolare e nonviolenta di quella stessa difesa.

Aggirare gli ostacoli, si sa, è una delle caratteristiche della politica che gli inglesi chiamano ‘politics’, giustamente distinguendola dalla ‘Policy’ con la maiuscola, dove idee e convinzioni hanno la meglio.  Ciò premesso, senza essere rigoristi o addirittura sofisti, bisogna però dire che c’è un limite oggettivo alla pur necessaria richiesta di consensi ed è il rispetto del vecchio principio ippocrateo: “Primum non nocere”.  In altre parole, pur riconoscendo l’esigenza di mediare politicamente per portare a casa almeno un risultato parziale, non credo sia opportuno perseguire un obiettivo che, in prospettiva, si possa rivelare non solo poco utile, ma addirittura dannoso rispetto al fine che ci si propone.

Non vorrei apparire retorico né polemico e, proprio per non limitarmi al secco “non mi piace” di cui sopra, sintetizzo di seguito le mie obiezioni al testo sotto il quale ci si chiede di raccogliere le firme di consenso da parte di cittadini troppo spesso del tutto indifferenti alle questioni della difesa, o quanto meno poco preparati a cogliere differenti impostazioni su ciò che possa definirsi come una difesa ‘altra’.

  1. A mio parere, il primo – e principale – errore consiste nel voler far dipendere questa “difesa civile, non armata e nonviolenta” dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, istituendo tale Dipartimento come una delle dépendences di Palazzo Chigi. E’ uno sbaglio già fatto in passato col ‘Dipartimento della Protezione Civile’ e con quello ‘della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale’, conferendo di fatto al Premier la responsabilità diretta in settori chiave di quella che dovrebbe costituire l’ossatura di una difesa alternativa, civile ma principalmente ‘popolare’ (attributo che, forse non a caso, è scomparso dalla denominazione).
  2. Il corollario di questa scelta, a mio avviso, è ancora più grave. In barba alle petizioni di principio dell’art. 1 della proposta di legge (che parla di “riconoscere a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare”), mi sembra che in tal modo la Difesa con la maiuscola resti palesemente confermata come quella di cui si occupa l’omonimo ministero, una materia quindi esclusivamente militare, con tanto di stellette e di greca…
  3. Il secondo tragico errore di cui la proposta si fa portatrice è l’affiancamento ai “Corpi Civili di Pace” (la cui definizione peraltro resta affidata ad una legge finanziaria omnibus, la n. 147/2013, in cui si parla anche di parcheggi, traghetti, efficienza energetica e di tutt’altro…) di un “Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo”. Quest’ultimo – ripreso al successivo comma quattro dello stesso art. 1 – verrebbe in tal modo a dipendere dal Dipartimento citato e dal finanziamento pubblico, dando vita un monstruum giuridico prima ancora che politico. Una cosa, infatti, è ipotizzare che la ricerca sulla pace ed i peace studies, seppur gestiti da istituzioni autonome, possano ricevere contributi pubblici, statali o regionali che siano; ben altro significa rendere la peace research in Italia un terreno di esclusiva competenza governativa, privandola così della necessaria indipendenza e libertà di pensiero e di azione.
  4. Uno dei più tragici errori che si siano fatti è stato quello di centralizzare e rendere governativa la Protezione Civile, che viceversa avrebbe dovuto diventare un organismo decentrato, popolare, diffuso ovunque, finalizzato in primo luogo alla prevenzione ed alla difesa civile. La stessa materia, del resto, è rimasta in parte attribuita a quello che, non a caso, si chiama “Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile”, ma che fa capo al Ministero dell’Interno. Va sottolineato, inoltre, che alle forse armate italiane – in primis all’esercito e specificamente all’Arma dei Carabinieri – sono state sempre più attribuite, impropriamente, funzioni di protezione e difesa civile e perfino di tutela ambientale, complicando ulteriormente il già intricato rapporto inter-istituzionale fra tali realtà diverse, ai fini di un loro indispensabile coordinamento operativo.
  5. Il Dipartimento che si occupa del ‘Servizio Civile Nazionale’ – nato nel 2001 sulle ceneri del servizio civile degli obiettori di coscienza – è stato istituito in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, accentrando anche in questo caso competenze che sarebbero state più logicamente da attribuire alle Regioni ed agli Enti Locali, trattandosi di un’opportunità di svolgere un’attività volontaria di solidarietà sociale, ma anche di concreta formazione al lavoro ed alla cittadinanza attiva. In tal caso, però, l’accentramento ha sortito il risultato di una frammentazione e dispersione in mille rivoli dell’impegno dei giovani in servizio civile che, non essendo sorretto da alcun progetto effettivo, risulta quindi insignificante ed ininfluente. Ripetere tale esperienza con la ‘difesa civile e non armata’ sarebbe difficile, vista la maggiore specificità dell’ambito d’impiego dei giovani, ma resterebbe comunque confermata la scarsa coesione con il territorio e la visione verticistica e marginale di tale settore.
  6. L’istituzione del ‘Consiglio Nazionale della difesa civile, non armata e nonviolenta’ – previsto dall’art.1, comma 3, punto 3 della PdL – verrebbe quindi a creare un altro organismo pletorico e di difficile gestione, dovendo coordinare l’azione di organismi dipendenti dalla Presidenza del Consiglio e altri due Ministeri (Interno e Difesa), per non parlare di quello degli Esteri, che sarebbe comunque tirato in ballo dalla pasticciata commistione fra ‘Corpi Civili di Pace’ e missioni di volontari civili cooperanti anche all’estero, “nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto” (art. 1, comma 2, punto 1).

MANI DI PACE

  1. Non ti pago
  1. A questo nuovo Dipartimento sono stati attribuiti compiti istituzionali che, come si usa dire, farebbero tremare le vene ai polsi a ben più robuste organizzazioni. Fra di essi, infatti, troviamo: la difesa della Costituzione; la creazione di piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta; attività di ricerca per la pace, sul disarmo, la riconversione civile delle industrie belliche; “la giusta e duratura risoluzione dei conflitti”; il contrasto del degrado sociale, culturale ed ambientale e perfino la difesa della “integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali” (cfr. art. 1, comma 4). A parte il fatto che si tratta di compiti vaghi e spesso esorbitanti nella competenza di altri dicasteri – ad esempio quello del lavoro e delle politiche sociali oppure dell’ambiente – che cosa  significa attribuire questa congerie di funzioni ad un organo governativo appena istituito e per il quale si prevede un finanziamento annuo di appena 100 milioni di euro? Siamo di fronte ad una scherzosa boutade oppure al pressappochismo politico cui siamo fin troppo abituati, fatto di retoriche dichiarazioni di principio cui non fa seguito alcun risultato concreto?
  2. L’art. 2 della PdL si occupa di come reperire questa cospicua somma da stanziare sul capitolo dell’istituenda difesa civile, per la quale viene appunto costituito un apposito ‘fondo’. I suddetti 100 milioni, per l’anno 2015, sarebbero ricavati decurtando le spese sostenute dal Ministero della Difesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Ebbene, è noto che il Bilancio di questo ministero per il 2014 ammonta a circa 23 miliardi di euro. Ciò premesso, il capitolo relativo alla DCNN rappresenterebbe circa lo 0,43% degli stanziamenti per la Difesa oppure, se ci si riferisse esclusivamente agli investimenti (pari a 3 miliardi e 220 milioni), i 100 sottratti costituirebbero un risparmio di poco più del 3%….
  3. Le altre due fonti di finanziamento del Dipartimento DCNN che sono state ipotizzate dalla proposta legislativa sono: (a) la facoltà di destinare a tale fine una quota del 6‰ dell’IRPEF, per cui il contribuente dovrebbe esercitare una ‘opzione fiscale’ in sede di dichiarazione dei redditi; (cf.art. 3, comma 1); (b) un corrispondente risparmio, derivante “dai meccanismi di revisione e razionalizzazione della spesa pubblica di cui alla missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’ del bilancio statale […] nonché dai risparmi derivanti dalla dismissione delle caserme e presidi di pertinenza del demanio militare”(art. 4, comma 1). Peccato che sulla c.d. ‘opzione fiscale’ in Parlamento giacciano – dal 1989 al 2006 – svariate mozioni e proposte di legge, nessuna delle quali è mai stata presa in considerazione, mentre nel febbraio del 1993 si è registrata perfino un’ordinanza in senso negativo della Corte Costituzionale. Per quanto riguarda poi la citata missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’, da quello che capisco riguarda i soli Carabinieri e prevede per i vari capitoli di spesa oltre 5 miliardi e mezzo di euro, 4 dei quali però sono già stati accantonati.
  1. Ditegli sempre di sì ? 

Concludo questa lunga – e per qualcuno forse spiacevole – analisi del testo di legge popolare oggetto della campagna lanciata dal movimento pacifista con una domanda e una considerazione personale. La domanda, sintetizzata nel titolo di questo paragrafo, è ancora una volta ispirata al teatro di Eduardo. Ma è proprio vero che di fronte ad un pur auspicabile progetto alternativo si debba sempre e comunque dire di sì? Io ritengo che una persona responsabile debba dare il proprio consenso solo se davvero convinta e, per quanto ho esposto finora, è chiaro che il testo della proposta sulla DCNN non mi ha convinto. Non lo nascondo: la circostanza che a sottoscrivere quella proposta siano le componenti più significative di quel movimento pacifista e nonviolento di cui mi sento ancora parte mi crea un certo disagio. Purtroppo ciò non è sufficiente a farmi accantonare le mie obiezioni, non per presunzione o testardaggine, ma solo perché penso sinceramente che una legge simile – ammesso che si riesca a raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione popolare e che il Parlamento non lasci languire nei suoi archivi e che addirittura venga approvata – rischierebbe di trasformarsi in una parodia all’italiana della difesa popolare nonviolenta cui la gran parte del movimento aspira da decenni.

Non si tratta di contrapporre un massimalismo ideologico al minimalismo di chi vuole comunque portare a casa un risultato concreto. Il fatto è che, a mio avviso, una DCNN ridotta ad un servizio marginale per entità ed insignificante per qualità, finirebbe paradossalmente col consolidare ulteriormente la Difesa tradizionale. Intanto si sarebbe graziosamente concesso un simbolico contentino a quei rompiscatole dei pacifisti, confinandoli nella riserva della loro sperimentazione da laboratorio di qualche esperienza di peacekeeping e di difesa civile, a patto di lasciare inalterato il 99% del modello militare di difesa.

Un governo così illuminato ed aperto ne uscirebbe consolidato, il Parlamento potrebbe vantarsi di aver varato una storica legge di riforma della difesa e un gruppetto di ricercatori e formatori per la pace avrebbe finalmente trovato un finanziamento per le proprie attività accademiche. Tutti contenti allora? Non direi proprio, visto che non si sarebbe posta neanche una pietruzza nell’ingranaggio del complesso militare-industriale, ma si sarebbe fatta un’operazione un po’ gattopardesca, lasciandolo perfettamente intatto.

Se poi lo scopo prevalente di questa campagna è, tutto sommato, quello di rilanciare il movimento pacifista e di diffondere la conoscenza dell’azione nonviolenta come risoluzione alternativa dei conflitti, perché mai dovremmo mobilitarci intorno a dei tavolini di raccolta delle firme piuttosto che farlo nelle scuole, nelle strade  o nelle fabbriche?

Spero che questa mia analisi non rispecchi solo il mio pensiero e che si possano percorrere strade diverse o, quanto meno, lanciare una campagna per una legge più qualificata sulla DPN. Del resto, parafrasamdo lo slogan della campagna, è vero anche che “Un’altra legge è possibile”…

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Io vulesse truva’ pace…

Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria

Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria

I0 VULESSE TRUVA’ PACE     di Ermete Ferraro

Io vulesse truvà pace;
ma ‘na pace senza muorte.
Senza guerre longhe o corte,
senza accise ‘a ccà e ‘a llà!

S’arapesse ‘na matina,
‘na matina ‘e primmavera
e purtasse ‘a pace vera,
cancellanno ‘e ‘nfamità.

Senza sentere c’’a ggente
vene oppressa e scamazzata;
senza ricche né pezziente
senza fàveze libbertà.

Senza ca se jetta ‘o sanghe
pe fa’ respettà ‘e derìtte;
senza sta’ cchiù mute e zitte
si ‘a giustizzia nun ce sta.

Senza sentere c’’a ggente
dice: “Accussì vva ‘o munno!
‘O quatro n’addeventa tunno!
C’âmmo sulo ‘a rassignà ! “

Senza scamazzà ‘a natura
p’’o prufitto ‘e quaccherùno,
senza abbelenà a nisciuno
pe’ cchiù assaje guadambià.

Senza vennere armamiente
pe ffa’ sorde ‘nzanguinate
ca ‘defesa’ e ‘fforze armate
song’’a scusa p’’ammazzà.

Pecché, ‘nzòmma, si vuo’ pace
nun puo’ sta’ senza fa’ niente,
ma pe cagnà ‘a capa â ggente
‘a viulenza nun varrà.

Io vulesse truvà pace,
ma ‘na pace senza muorte
senza mine dint’’e puorte
senz’aeree a bumbardà.

Io vulesse truvà pace,
ma ‘na pace nonviolenta
senza scennere cchiù a patte
c’’a cuscienzia e ‘a dignità.

IL TRIANGOLO DELLA PACE

PEACETIMENel suo messaggio per la 47^ Giornata mondiale della Pace (1° Gennaio 2014) Papa Francesco ha svolto le proprie considerazioni rifacendosi al suoi predecessori, ma dando al contempo un’impronta particolare alla sua argomentazione. Ad una prima, superficiale, lettura sembrerebbe che non si affermi nulla di nuovo o di originale sulla pace. Chi, come me, ha letto il messaggio con l’intenzione di trovarvi qualche affermazione particolarmente tagliente sulla follia delle guerre e sul militarismo crescente forse è rimasto addirittura un po’ deluso. Il fatto è che il magistero di questo Papa ci sta abituando ad affermazioni dirette, spesso poco diplomatiche, per cui era legittimo attendersi una condanna più dura e radicale dell’escalation bellicista che ha caratterizzato gli ultimi anni, insanguinando un mondo in cui il controllo economico delle aree geopolitiche si sposa sempre più frequentemente con quello militare.

Eppure lo stile differente di Papa Francesco – lo abbiamo visto in questi mesi – non consiste tanto in un’impostazione dichiaratamente ‘progressista’ da contrapporre a quella di altri pontefici, quanto nel ritorno ad un’essenzialità del messaggio cristiano, alla originale e sconcertante semplicità di un Vangelo che è di per sé rivoluzionario. Un richiamo ad una Parola che non ammette mezze misure e che costringe a fare scelte coerenti; ad una Parola che “…è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Ebr 4:12)

Ecco perché a sconvolgere l’ipocrisia di chi chiama legge l’ingiustizia e pace la guerra basta tornare alle origini, al nucleo stesso del messaggio evangelico: la fraternità. E questo è infatti il cuore del messaggio scritto da Papa per l’ennesima giornata mondiale della pace, un messaggio cui opportunisticamente plaudono tutti – governanti compresi – salvo archiviare subito dopo quelle riflessioni tra gli insegnamenti morali che poco hanno a che fare con la vita di tutti i giorni.

Certo, a molti di noi sarebbe piaciuto un discorso più diretto e tagliente, incisivo come gli “auguri scomodi” dell’indimenticato don Tonino Bello, il quale scriveva nel suo stile politically uncorrect:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…”

Ci sarebbe piaciuto, dicevo, ma dobbiamo ammettere che anche il Messaggio di Papa Francesco ha colto perfettamente il bersaglio, nella misura in cui sottolinea la profonda coincidenza delle battaglie per i diritti umani, per la pace e per l’ambiente, interconnettendole in un’unica prospettiva di affermazione del concetto evangelico di ‘fraternità’.

Il primo punto è quello della giustizia , negata da una società sempre meno capace di affermare valori come l’uguaglianza e la solidarietà e tendente a “scartare” i più deboli, quelli che un finto progresso si lascia inesorabilmente indietro, quando non calpesta.

La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia,segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”…”

Il secondo punto affrontato dal Papa è quello della pace in sé, minacciata dalla violenza crescente dei conflitti armati, dalla corsa agli armamenti e dall’archiviazione dei trattati per il disarmo.

Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi! «In quest’ottica, appare chiaro che nella vita dei popoli i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando divisioni profonde e laceranti ferite che richiedono molti anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto pratico ad impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità  internazionale si è data» Tuttavia, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Per questo faccio mio l’appello dei miei Predecessori in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo da parte di tutti, a cominciare dal disarmo nucleare e chimico.” 

Il terzo elemento di questo “triangolo della pace” è quello della responsabilità ambientale, o meglio, dei disastri che sta provocando la sua assenza. Si tratta di un punto particolarmente importante per chi, come me, si dichiara “ecopacifista” proprio perché ritiene che si tratti di aspetti indissolubili.

“La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi sulla natura per trarne beneficio, a patto di agire responsabilmente, cioè riconoscendone quella “grammatica” che è in essa inscritta ed usando saggiamente le risorse a vantaggio di tutti, rispettando la bellezza, la finalità e l’utilità dei singoli esseri viventi e la loro funzione nell’ecosistema. Insomma, la natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future.” 

Carenza di fraternità e di cultura della solidarietà; negazione della concordia ed ostilità alimentata dagli armamenti; superbia del dominare e del manipolare : è questo perverso intreccio di egoismo, aggressività e superbia che, secondo Papa Francesco, ostacola l’affermazione di una vera pace. Essa, viceversa, potrà essere edificata solo se torneremo ai principi cristiani della solidarietà, della riconciliazione e della saggia amministrazione dell’ambiente. In altre parole, a quella “fraternità” globale che già otto secoli fa san Francesco aveva predicato come via per ricongiungersi al Padre di tutte le creature.

Il messaggio del Papa per questo 2014 che inizia non mira quindi a colpirci con affermazioni clamorose ma a farci riflettere a verità che – avrebbe detto Gandhi – sono “antiche come le montagne”. Scoprirci fratelli e figli di un unico Padre è qualcosa di talmente semplice – e al tempo stesso sconvolgente – da rendere inutile e retorica ogni altra considerazione. Del resto lo diceva già 27 secoli fa il profeta Isaia, al cap. 32:

“…15Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto;allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva.
16Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino.
17Praticare la giustizia darà pace,onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre.
18Il mio popolo abiterà in una dimora di pace,in abitazioni tranquille,in luoghi sicuri…”

 Buon anno di pace a tutti dunque. Un augurio che esprime anche la speranza che si riesca finalmente a lavorare insieme per impedire che diritto e giustizia restino parole; che il giardino che Dio ci ha affidato da amministrare diventi un deserto e che la “dimora della pace” sia rimpiazzata dai troppi “pentagoni” sparsi per il mondo.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


CAMPANIA BELLATRIX

campania armata“Campania felix” era il beneaugurante nome degli antichi Romani diedero al fertile “Ager campanus” , che si estendeva dalle pendici del monte Massico fino ai Campi Flegrei, collegandosi poi con l’area vesuviana. Nel Medioevo si sovrappose il nome “Terra di lavoro” ed essa arrivò a comprendere nel periodo borbonico la provincia di Caserta e parte del basso Lazio.  Purtroppo, di quella prosperosa “Campania felix” resta ben poco ed altri attributi caratterizzano l’attuale Campania. Basta scorrere le statistiche fornite da Istat.it – Campania per rendersi conto che, a parte la negatività di degli indici economici, non c’è da stare allegri. Anche ponendosi nell’ottica dell’indice  F.I.L. (Felicità Interna Lorda), sul quale mi sono soffermato in un precedente articolo.  non sembrerebbero da considerare “felici” gli abitanti della Campania anche in base agli 11 “topics” considerati dall’ O.E.C.D. per il suo “Better Life Index” (casa, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro).

Vorrei però soffermarmi su un aspetto più specifico: l’assurda militarizzazione del territorio e del mare della mia Regione. Mentre per gli oltre 6 milioni di abitanti dei quasi 13.600 kmq di questo ancor splendido territorio tutti gli indici di sviluppo, sia economico sia sociale, registrano ormai da tempo un preoccupante trend negativo, l’unico aspetto in espansione, infatti, risulta quello della occupazione militare della Campania. Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli spiega che “militarizzare” vuol dire “sottoporre a norme e a disciplina militare categorie di cittadini o imprese, per ragioni di difesa esterna o interna”, nonché: “sottoporre a presidio militare, fortificare militarmente” un determinato territorio o una specifica installazione. E’ stato perfino formulato un indice di militarizzazione (GMI = Global Militarization Index), ricavato da vari aspetti ad essa relativi quali: il confronto tra spesa militare e PIL nazionale; il rapporto fra spese militari e spese per la salute; il raffronto tra la presenza di forze militari e paramilitari e quella di medici sul totale della popolazione e, infine, il rapporto fra numero di armamenti pesanti e la popolazione totale. Ebbene, in questo ambito, l’Italia si trova al 68° posto della classifica mondiale – che è guidata da Israele Siria e Russia – a breve distanza da Regno Unito e Spagna, con un GMI pari a 492.87. Ma se consultiamo le statistiche relative alla presenza nei vari Paesi di personale militare e paramilitare, l’Italia si piazza su posizioni decisamente più alte. Basti pensare che il rapporto militari e cittadini italiani è addirittura di 8,2 su1000 abitanti, ben superiore, in proporzione, all’indice degli stessi Stati Uniti (7,4 ‰) o del Regno Unito (6,7 ‰).

La militarizzazione  come occupazione militare della regione Campania da parte di forze armate straniere o internazionali (USA – NATO) è l’aspetto più grave, ma non si può trascurare l’impatto su questo territorio della presenza degli stessi militari italiani, delle varie armi e formazioni.

L’Esercito Italiano – esclusi comandi e stazioni locali dei Carabinieri – conta circa 50 caserme e basi operative, disseminate nella provincia di Napoli (19), Caserta (17), Salerno (11) ed Avellino (1) ( http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?5407-Le-caserme-dell-Esercito-Italiano ).

L’Aeronautica Militare – oltre all’Accademia di Pozzuoli ed alla Scuola Specialisti di Caserta, presenta in Campania il 22° Gruppo Radar (GRAM) di Licola, il 9° Stormo di Grazzanise ed il 5° Gruppo Manutenzione Veicoli (GMV) di stanza a Capodichino ( http://www.aeronautica.difesa.it/ )

La Marina Militare, pur essendo la Campania un’importante regione marittima, presenta allo stato una scarsa presenza – eccettuati i porti nuclearizzati di Napoli e Castellammare di Stabia e la diffusa presenza della Guardia Costiera – delegando di fatto il controllo militare delle acque del basso Tirreno alla U.S. Navy ed al Comando Marittimo della NATO (con base a Nisida), alle cui operazioni partecipano come componenti dell’Alleanza le unità della M.M. italiana.

Ma, come accennavo prima, al di là delle strutture della “Difesa” italiana, la Campania spicca per la macroscopica la concentrazione di basi e comandi “alleati” e statunitensi. Fin dal dopoguerra, essi occupano militarmente le aree-chiave della nostra regione, sottraendole alla giurisdizione ed al controllo delle amministrazioni civili, rendendola un formidabile bersaglio strategico.

La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington. Che non esagero affatto lo dimostra l’elenco che segue, che censisce le installazioni militari presenti sul territorio campano:

Provincia di Napoli

  • Ischia >Antenna di telecomunicazioni USA con copertura NATO.
  • Lago Patria (Comune di Giugliano) NATO > Comando JFC (Sud Europa e Africa)
  • Licola (Comune di Giugliano) > Antenna di telecomunicazioni USA.
  • Napoli Capodichino: US NAVY > COMUSNAVEUR – AFRICOM,  Comando VI Flotta USA.
  • Napoli Camaldoli: Antenna di due radio della Marina USA (uso civile).
  • Napoli Bagnoli: NATO > ex Comando JFC Naples ; Comando NRF.
  • Napoli Nisida: NATO > Allied Maritime Component Command Naples.

Provincia di Caserta

  • Carinaro – Grazzanise > Base saltuaria USAF (aeronautica USA)- NSA  e Ospedale US NAVY
  • Baia Verde (Comune di Castelvolturno – CE) >  zona radar della NATO
  • Mondragone/ Monte Massico > Ex base USA e NATO (sotterraneo antiatomico)

Provincia di Avellino

  • Montevergine  > Stazione di comunicazioni USA.

Provincia di Salerno

Persano > Poligono di tiro dell’E.I., utilizzato anche dalla NATO

Tenuto conto della ridotta estensione territoriale di questo “pentagono della guerra”, si capisce meglio quanto assurda e pericolosa sia stata trasformazione di terre ancora produttive e di notevole interesse ambientale e storico in sedi permanenti dell’imperialismo guerrafondaio. Ai punti nevralgici di quest’irregolare pentagono troviamo: (a) Napoli (sede del Comando Supremo della US Navy per l’Europa e l’Africa, ma anche dell’ex Comando JFC-NATO di Bagnoli e del NavSouth di Nisida, tuttora parzialmente operativi); (b) Giugliano in Campania (dove, presso il Lago Patria è ora localizzato il nuovo Quartier generale Comando delle forze congiunte della NATO, a breve distanza dal suo Centro Radar di Licola); (c) l’area dell’Alto Casertano (al cui interno ricadono sia l’aeroporto militare e la base di supporto della US Navy di Gricignano d’Aversa, sia due postazioni teoricamente in disarmo,  come la zona radar di Castelvolturno e l’ex base antiatomica NATO-USA, celata nelle viscere del Monte Massico (Mondragone).

Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale.

Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano le strade, i tribunali e perfino le discariche. Sarà che hanno dovuto già sopportare di tutto, dalla chiusura delle fabbriche e degli esercizi commerciali alla disoccupazione giovanile galoppante, per cui gran parte delle forze nuove per le forze armate professionalizzate continuano a provenire proprio da questa “infelix” regione. Preoccupa però che 6 milioni di cittadini italiani sembrano essere in larga parte inconsapevoli – o comunque rassegnati – di fronte alla crescente militarizzazione della Campania ed ai rischi che comporta per la democrazia, la sicurezza, la salute e, soprattutto, per la pace.

Gli abitanti di Napoli e di Castellammare di Stabia, ad esempio, convivono da decenni col rischio nucleare, per la presenza di natanti a propulsione atomica nei loro porti, eppure nessuno finora si è degnato d’informarli adeguatamente del pericolo che corrono e dei piani di emergenza predisposti, sebbene da tempo si tratti d’un obbligo di legge (D. Lgs. 230/1995).

I cittadini giuglianesi, poi, si trovano da due mesi già operativo sul loro territorio un mega-comando “Alleato”, costato 191 milioni di euro (di cui 21 sborsati dalla loro Regione e dalla loro Provincia) e nel quale sono ospitati 2.100 militari e 350 civili. Questo ingombrante e fastidioso neoNATO (330.000 mq di superficie, con 280.000 metri cubi di edificazione ed una previsione di 5.000 nuove presenze in zona), accanto allo storico Lago Patria, è stato costruito inopinatamente su un’area particolarmente inquinata da decenni di incendi e sversamenti abusivi di rifiuti – alcuni dei quali tossici e nocivi – che ricade nel c.d. “triangolo della morte” (Giugliano-Acerra-Castelvolturno), gestito dalla Camorra SpA. Eppure tutto questo sembra perfettamente naturale e le autorità locali e regionali si lanciano in sperticate lodi di questa struttura che la stessa NATO ha definito un “quartier generale di guerra (warfighting headequarters), invitando bellicosamente il leone simbolo del JFC a “ruggire”.

Gli stessi Napoletani che abitano nella zona di Capodichino, oltre a subire quotidianamente l’inquinamento acustico degli aerei che decollano ed atterrano nell’omonimo aeroporto internazionale civile, convivono da anni con una delle centrali militari più importanti del mondo, il Comando Europeo ed Africano delle Forze navali americane, competente su un’area strategica enorme, che va dal Polo Nord a quello Sud, dal Mediterraneo al Mar Caspio. Eppure tutto ciò sembra ormai far parte dell’ordinario, come se fosse normale che una città – medaglia d’oro della Resistenza per essersi liberata da sola dall’occupazione nazista – debba subire passivamente l’occupazione militare USA e NATO a distanza di 68 anni dalla fine della guerra.

La scomoda verità è che il “pentagono della guerra” che ho appena descritto è la dimostrazione tangibile che chi governa l’Italia non ha nessuna intenzione di onorare l’art. 11 della sua Costituzione e, soprattutto, che la sovranità del nostro Paese è tuttora pesantemente limitata da un complesso militare-industriale al quale sembrerebbe quasi onorato di appartenere…

Ciò significa che il compito per il movimento antimilitarista e pacifista è enorme e che la sua forza attuale è ancora molto inferiore a quella occorrente. L’abolizione del servizio militare di leva – con la conseguente eliminazione del servizio civile degli obiettori di coscienza e della stessa componente civile della difesa, faticosamente conquistata – ha di fatto impedito che centinaia di migliaia di giovani si sentissero coinvolti ed impegnati in prima persona. Il resto lo ha fatto il processo di de-ideologizzazione, che ha cancellato poco alla volta ogni analisi critica dell’attuale sistema di potere e del modello di sviluppo cui è asservito, grazie anche alla banalizzazione e massificazione del pensiero unico neoliberista, cui ci ha abituato il grande fratello mediatico.

Ecco perché la lotta nonviolenta per smilitarizzare la Campania e denuclearizzare il suo mare ha bisogno di un nuovo slancio e di una vasta campagna di educazione alla pace ed alla resistenza civile. Per fare questo deve proseguire l’opera di controinformazione e di sensibilizzazione, a partire dagli abitanti delle aree più direttamente coinvolte in quest’assurda escalation militarista. Solo così – con una lotta civile, popolare e nonviolenta – potremo “togliere le basi” alla guerra globale.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’immagine che illustra il titolo è stata realizzata da E. Ferraro

OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )

IL PECCATO DELLE ARMI

« Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità e dobbiamo quindi nel mondo rendere visibili il rispetto delle religioni, gli uni degli altri, rispetto dell’uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni». http://www.korazym.org/index.php/attivita-del-papa/2-il-papa/2998-la-conferenza-stampa-di-benedetto-xvi-durante-il-volo-per-beirut-testo-integrale.html   

   Questa netta e coraggiosa dichiarazione di Benedetto XVI, pronunciata giorni fa nella conferenza stampa in occasione della sua partenza per il Libano, è stata riportata da molti quotidiani e notiziari radiotelevisivi, però pochi sono stati i commenti su queste inequivocabili parole del Papa. Evidentemente è meglio glissare su quest’affermazione, tanto più autorevole in quanto il suo autore non è un semplice missionario o un attivista nonviolento, ma il massimo esponente del Cattolicesimo. La frase estrapolata dall’intervista rispondeva ad una domanda relativa al conflitto siriano: non si trattava quindi d’un generico monito sul piano etico contro il commercio d’armi, bensì d’un chiaro riferimento al nuovo bagno di sangue alimentato dalla dittatura di Assad, ma anche da quelli che lucrano su quel conflitto, piazzando cinicamente armi ad entrambi i contendenti. Senza vendita di armamenti la guerra non potrebbe continuare, ha argomentato il Pontefice, e perciò l’export di armi è un oggettivo e grave peccato. Direi che, mai come in questo caso, il termine “peccato mortale” suona particolarmente appropriato, visto che non si tratta solo di un’azione spregevole sul piano morale e religioso, ma d’un vero e proprio attentato alla stessa vita. Il primo imperativo morale per un cristiano di fronte a questa strage di vite umane, quindi, dovrebbe essere rifuggire da questo peccato e farsi portatore di idee di pace. Le uniche proposte per un credente nel Vangelo di Cristo, ha ribadito Benedetto XVI,  non possono mai essere distruttive, ma creative, rispettose e fondate sull’amore.

Da pacifista, devo dire che ho particolarmente apprezzato questa dichiarazione, che suona come condanna senza se e senza ma della più disastrosa delle attività economiche mondiali, purtroppo tutt’altro che in crisi in questo pur travagliato periodo. Non si tratta infatti di un’argomentazione sottile e sopra le righe né di un’affermazione rivestita di veli diplomatici. Il Capo della Chiesa Cattolica ha affermato  – stavo per dire “papale papale”…- che chi importa (ed esporta) strumenti di guerra commette un grave peccato. Che non si tratti di un concetto neutro mi pare evidente, soprattutto se ci fermiamo un attimo a riflettere  sulla mostruosità dell’attuale corsa agli armamenti e sulla devastante diffusione di focolai di guerra ovunque. La classifica mondiale dei “peccatori” contro la vita e la pace resta tuttora guidata dagli Stati Uniti, i cui verdi bigliettoni recano da sempre impresso il blasfemo motto “In God we trust” (Noi crediamo in Dio).  Da recenti dati del SIPRI (http://www.sipri.org/yearbook/2012/files/SIPRIYB12Summary.pdf ) emerge con evidenza che le esportazioni di armi degli USA (che per il 2011 sono stati in testa anche alla classifica delle spese militari, con l’incredibile cifra di 711 miliardi di dollari…) rappresentano addirittura il 30% del totale di questo dannato traffico. Segue a ruota la Federazione Russa col 24%, ma poi si scende (si fa per dire…) al 9% di Germani a ed all’8% della Francia. Secondo l’autorevole istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, la cattolica Italia si piazza comunque nona in questa peccaminosa “top 10” di mercanti d’armi, esibendo per di più con deprecabile fierezza anche il suo ottavo posto nella classifica mondiale delle aziende produttrici di strumenti di morte. Esso è stato infatti detenuto nel 2010 dall’azzurra Finmeccanica, con 14.410 milioni di dollari di fatturato in vendita di armamenti ed un profitto netto di 738 milioni di dollari (solo un quarto di quello portato a casa dalla statunitense Lockeed Martin).

Quasi quarant’anni fa Alberto Sordi fu protagonista e regista del film “Finché c’è guerra c’è speranza”, nel quale interpretava magistralmente il ruolo di Pietro Chiocca, un commerciante di pompe idrauliche ‘convertitosi’ al molto più lucroso mestiere di mercante d’armi, col quale manteneva nel lusso la sua esosa famigliola. Eppure proprio dalla moglie e dai figli gli arriverà una reazione di sdegnato disprezzo, quando un noto quotidiano ne sbatterà la foto sulle sue pagine, accanto allo sferzante titolo “Ho incontrato un mercante di morte”. Ma Pietro Chiocca non ci sta e reagisce duramente e smaschera la loro ipocrita ed egoistica reazione,concludendo con queste parole: « Perché vedete… le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! …Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare!  Ecco perché si fanno le guerre!…».

Ebbene, in questo squallido mondo di mercanti d’armi e di tanti che su di quest’odioso traffico hanno fondato e fondano la loro prosperità, ben venga la chiarezza di chi, semplicemente e senza giri di parole, ha dichiarato dall’alto della propria autorevolezza che tutto ciò è un “grave peccato”, che va quindi condannato. Ancor più apprezzabile mi è parso che il Pontefice non si sia limitato a deprecare l’esportazione di armamenti, ma abbia auspicato che i cristiani diventino finalmente esportatori di idee di pace, di rispetto delle diversità, di slancio creativo. Certo, questo significa che da parte della Chiesa Cattolica ci si aspetterebbe la stessa, lodevole, chiarezza e coerenza anche in altre circostanze. Ad esempio, nel caso dell’Italia, respingendo l’untuosa protezione da parte di politici che ostentano la loro bigotteria solo quando si tratta di aborto o d’eutanasia, senza però minimamente preoccuparsi di proporre e votare atti di aggressione armata e di esaltare la nostra industria bellica. Certo, la guerra ed il commercio di armi sono un peccato. Peccato però che, a quanto pare, nessuno sembra essersene accorto…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OIKO-NOMIA VS DEATH-ECONOMY

Scrivendo un precedente articolo sul concetto di “economia di morte” e sulle sue implicazioni (https://ermeteferraro.wordpress.com/ 2011/12/13/ thanatoikonomia-death-economy) mi ero ispirato ad un’originale contributo di Sergio Altieri, uno scrittore ‘noir’, per riportare il discorso all’attualità del disastro finanziario che sta travolgendo stati e mercati.

Quella che allora avevo chiamato thanato-oikonomìa, conferendo una tragicità greca all’espressione inglese death-economy, mi sembrava infatti la concettualizzazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. Una realtà in cui l’economia è diventata “un algoritmo ineluttabile verso il baratro”, caratterizzata com’è da una guerra infinita che si autoalimenta e, parallelamente, dalla crisi mortale degli stati, trascinati nella spirale stagnazione-inflazione-recessione-depressione-collasso.

Il trionfo del profitto a ogni costo, con ogni mezzo, contro ogni ostacolo” – per citare ancora Altieri – è del resto strettamente connesso all’escalation guerrafondaia che manipola l’opinione pubblica con una sorta di guerra psicologica, per meglio dimostrare l’ineluttabilità di quella guerreggiata. In questo senso, l’economia in sé, almeno come viene comunemente rappresentata, è diventata sinonimo di death-economy. E questo perché da troppo tempo non è più un mezzo per assicurare vita, sicurezza e benessere (nel senso più ampio, sintetizzato dal temine ebraico shalom ), bensì un pernicioso strumento di morte e di distruzione.

Ci ripensavo leggendo l’appello “Furto d’informazione”,  pubblicato da il manifesto del 24.7.2012, i cui sottoscrittori denunciano la “sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione d’informazioni a danno dell’opinione pubblica” , riferendosi alla diffusa rappresentazione degli sbocchi alla crisi economica attuale come “comportamenti obbligati (‘non-scelte’)”. I firmatari dell’appello, fra l’altro, sottolineano che una controversa dottrina economica come il neoliberalismo, ritenuta da molti quanto meno corresponsabile della crisi, viene invece assunta “come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica”. Questo martellante ”pensiero unico” – che orwellianamente viene diffuso dai media come la dottrina – è di fatto alla base della visione d’economia che ci viene propinata come se fosse vangelo, costringendo chi dissente a recitare il ruolo di pericoloso eretico e sovversivo.

Eppure, come illustra un interessante articolo a pag. 6 dello stesso numero del quotidiano, basterebbe tornare alle radici greche del termine “economia” per scoprire che quella di cui oggi si parla e straparla è altra cosa. Edoardo Vanni – nella sua nota titolata “In senso della misura. Le lezioni di economia di quei soloni dei greci”- ci aiuta a restituire senso e sostanza a quest’abusata parola, riportandoci semanticamente alla sua origine ed alla sua antinomia con un altro termine greco, molto più vicino alla nostra accezione attuale di “economia”. La distinzione che facevano gli antichi Greci, ci ricorda, era fondamentalmente tra “oikonomìa” (attinente, come dice il nome, alla gestione della casa, della famiglia, della comunità, e comunque legata al valore d’uso) e “krémata”, un concetto connesso invece al mondo delle cose materiali e quindi al valore di scambio, configurabile quindi come “arte di accumulare ricchezza”.

Ebbene, la polis greca riuscì allora a realizzare un obiettivo che oggi sembra irreale: dare un metron, cioè una misura, un limite, all’arricchimento smisurato ed al profitto incontrollato, in nome del primato della politica e dell’interesse collettivo sulla “crematistica” e sostenendo la superiorità del  valore d’uso su quello di scambio. In questo senso, conclude Vanni, i Greci possono ancora darci lezioni ed insegnarci che non può esistere una vera “oikonomìa” senza garanzia del bene comune e, soprattutto, senza il primato della politica.

Fatta questa premessa, parlare di Death-Economy, cioè di economia di morte, appare con evidenza un controsenso semantico, un vero e proprio ossimoro. La stessa tradizionale contrapposizione fra ecologia ed economia andrebbe forse rivista, se al secondo termine restituiamo il senso originario di gestione dei beni comuni della collettività, regolato da quel metron che porta in sé il concetto ecologico ed etico di ‘limite’, sia soggettivo sia oggettivo, all’accumulo di ricchezza.

Le leggi (nomìa) che regolano la produzione e la distribuzione della ricchezza in qualunque collettività (oikos) dovrebbero avere origine, infatti, proprio da quel senso della misura che impone limiti precisi all’arricchimento sfrenato di alcuni a danno di altri e dell’intera comunità.  Non si tratta di una visione utopica ed ideale, ma piuttosto di un’impostazione alternativa che ha radici “antiche come le montagne”, per citare una nota espressione di Gandhi, non a caso teorizzatore del sarvodaya (trad.: “bene di tutti”, lo “sviluppo comune”) inteso proprio come “economia di condivisione”.

“Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza, che alla fine ci conduce diritti alle bombe atomiche– scriveva già nel lontano 1945 Joseph C. Kumarappa, definito “l’economista di Gandhi” – […] In un’economia sarvodaya sottolineeremo i valori umani anche in riferimento ai prezzi e ai costi, piuttosto di usare questi ultimi come guida per la produzione materiale. […]Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio del possedere, mentre l’unicità del sarvodaya risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni dolore  grazie all’empatia del nostro prossimo […] Sarvodaya, con la condivisione della vita, è l’unica soluzione all’egoismo materiale che può portare alla distruzione della civiltà…” (J. P. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa: Centro Gandhi, 2011, P.37).

L’alternativa tra economia di condivisione e di vita ed economia di morte, dunque, era già ben chiara quasi 70 anni fa. Si tratta di una contrapposizione che affonda nella polis dei Greci ed arriva fino agli economisti alternativi come Barry Commoner, secondo il quale “Possiamo ricavare una lezione fondamentale dalla natura: niente può sopravvivere sul pianeta se non diventa parte cooperativa di un tutto più vasto e globale” (B. Commoner, Il cerchio da chiudere, Milano: garzanti, 1987, p.60).

Chiudere il cerchio dell’economia ecologica e nonviolenta, insomma, vuol dire rivedere la nostra stessa idea di economia, giungendo a quella “Eco-economy” di cui ha parlato Lester R. Brown nel suo omonimo libro del 2001. Già dieci anni fa, infatti, egli denunciava che l’attuale economia “sta distruggendo i sistemi che la sostengono e dilapidando le risorse che costituiscono il suo capitale naturale. Le domande dell’espansione economica, così come sono strutturate oggi, stanno superando le capacità produttive degli ecosistemi…” (L. R. Brown, Eco economy – Una nuova economia per la Terra, Milano: Editori Riuniti, 2003, p.30).  Costruire una nuova economia di vita e sconfiggere quella di morte, allora, è la sfida fondamentale per chi vive la tragedia attuale di una folle ricchezza che produce povertà e di uno sviluppo che genera sottosviluppo. E’ un imperativo categorico per chi non si rassegna ad accettare supinamente che i beni comuni siano accaparrati da pochi e che questi ultimi possano scatenare guerre per difendere i loro assurdi privilegi, dando così un’immagine chiara, sebbene fosca, di ciò che s’intende per “economia di morte”. Eppure il problema è molto più antico e altrettanto antica ne è la consapevolezza e la sfida all’ineluttabilità di una visione “krematista” più che propriamente “eco-nomica” del mondo.

“Fin dove volete arrivare, ricchi, con le vostre insane brame? Volete forse essere i soli ad abitare la Terra? Perché cacciate colui con cui avete in comune la natura e pretendete di possedere per voi la natura? La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? La natura che tutti partorisce poveri, non conosce ricchi. […] La natura dunque ignora le distinzioni quando nasciamo, le ignora quando moriamo. Ci crea tutti uguali….” (Ambrogio, Naboth, 12,53 , Milano-Roma 1985, pp.131-33).

Le parole di uno dei più grandi “dottori della Chiesa” –  scritte intorno al 390 d.C.- e quindi 1600 anni fa, ispirandosi a sua volta alla triste storia di Naboth, raccontata nel I Libro dei Re – ci riportano ad una saggezza antica che l’umanità ha smarrito, ma che deve assolutamente recuperare. Prima che sia troppo tardi e che la logica della distruzione e della morte prevalgano su quella della costruzione comune e della vita.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

PEACEDU VS PSYOPS : quando la pace si fa con le parole

Come fare formazione alla disinformazione…

Vorrei continuare il discorso iniziato nel mio precedente articolo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ), cercando da un lato di approfondire un aspetto della guerra da cui siamo bersagliati un po’ tutti e, dall’altro, di chiarire quali risposte costruttive e nonviolente può e deve opporre chi, invece, ha come obiettivo la pace.

Devo dire che questa storia delle PsyOps mi ha incuriosito parecchio, ragion per cui ho cercato di capirne qualcosa di più, utilizzando quella ‘rete’ che è uno dei principali strumenti non solo di persuasione occulta di tipo commerciale, ma anche di subdola guerra psicologica.

Da insegnante e da ricercatore/educatore per la pace, ad esempio, m’intriga non poco l’idea stessa di una “Scuola della NATO”  (https://www.natoschool.nato.int/index.asp ) , nella quale militari di ogni nazionalità possono usufruire di una “offerta formativa” per tutti i gusti…  Come spiega la guida di questa nobile istituzione ‘alleata’ – la cui sede si trova ad Oberammergau –  la NATO School “…fornisce corsi d’istruzione residenziali in cinque principali discipline: 1) Intelligence; 2) Sorveglianza, Acquisizione e Riconoscimento del Bersaglio (ISTAR); 3) Operazioni Congiunte; 4) Armi di distruzione di Massa (WMD); 5) Politica e Programmi NCO.

Con una spesa piuttosto modica, è possibile essere ospiti per qualche settimana della discreta ed accogliente struttura della N.S.O., collocata in un ridente villaggio nelle alpi bavaresi, per approfondire e specializzare le proprie conoscenze, mediante “educazione ed addestramento individuale a sostegno delle operazioni correnti ed in via di sviluppo, della strategia, della politica, dottrina e procedure della NATO”.  Devo ammetterlo. La sola idea di un giovane ufficiale turco, inglese o italiano che – da solo o magari anche in compagni di moglie e figli –  se ne vada in trasferta in questa graziosa cittadina della Baviera per svolgervi qualcosa tra un “ritiro spirituale” ed un “training” aziendale, alternando passeggiate nei boschi con dotti seminari sulle armi di distruzione di massa, mi provoca una certa nausea…  Innegabilmente, la NATO School ha un piglio molto professionale. Facciamo conto che a voi o ai vostri superiori interessi approfondire, metti caso, proprio le PsyOps. Basta consultare la “guida dello studente” sul suo sito per avere tutte le informazioni in proposito. Si viene a sapere, infatti, che per due volte all’anno si tiene il corso denominato “P3-08: Nato Operations Planners’ PsyOps”, la cui durata è di 2 settimane e che è rivolto ad un minimo di 25 ed un massimo di 60 persone, selezionate fra ufficiali e civili ‘equivalenti’.

Ovviamente ai potenziali corsisti sono richiesti precisi “pre-requisiti’ (conoscenza di ottimo livello della lingua inglese, formazione di base sulle tecniche di psy-ops, conoscenza delle direttive NATO, etc.), ma si garantisce il conseguimento di qualificati obiettivi formativi. Fra questi, il “possesso di una sufficiente comprensione della psicologia e della sociologia di base, per essere capaci di adottare questa conoscenza nella pianificazione a livello operativo allo scopo di cambiare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico” . Si persegue anche la finalità di: “possedere una migliore conoscenza della misurazione e valutazione del successo…delle attività psicologiche volte ad influenzare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico”. Fra gli altri obiettivi del Corso in questione c’è anche quello di “comprendere organizzazione, integrazione, mancanze, opportunità e requisiti delle PsyOps, a partire da operazioni reali selezionate.”  Insomma, bastano due settimane di “full immersion” nello studio dei tanti casi precedenti di guerra psicologica per conseguire una competenza non solo nella loro realizzazione, ma anche nella valutazione del loro impatto e nella correzione degli eventuali ‘punti deboli’.

L’esperienza di uno “psico-guerriero”     

Il linguaggio utilizzato è volutamente anodino e lascia intendere che si tratta d’un insegnamento come gli altri, sebbene non riguardi affatto di tecniche e metodologie valutative per l’insegnamento oppure per un trattamento psicologico, bensì quelle utilizzate dai militari per manipolare conoscenze, idee e comportamenti di  migliaia di persone. Che si tratti di “armi di disinformazione di massa”  risulta più evidente se, navigando in Internet, si finisce nel sito un po’ esaltato di un ‘veterano’ delle PsyOps , il maggiore a riposo Ed Rouse, dell’U.S. Army. Questo baffuto ufficiale – che si fa chiamare simpaticamente “Psywarrior”(Psicoguerriero) – chiarisce nelle sue note biografiche di parlare con perfetta cognizione di causa (20 anni d’onorata carriera militare, parecchi dei quali all’interno di quei reparti speciali che si occupano, appunto, di Psy-Ops) ma, con la stessa semplicità, c’informa che sua moglie Sheila è un’avida collezionista di orsacchiotti  (teddy bear) e che entrambi si dilettano a fare acquisti nei “mercati delle pulci”…  Questo “Rambo” della guerra psicologica, ormai in pantofole, presenta però in modo molto meno bonario e casalingo l’attività di cui si è occupato a lungo. Sulla homepage del suo sito web (www.psywarrior.com ), ci spiega infatti che nell’arte della guerra (warfare) ci sono essenzialmente due forze: quella fisica e quella morale, che richiedono due distinti approcci. Quello che il mag. Rouse chiama un po’ eufemisticamente “morale” viene considerato “indiretto” ed è sintetizzato dall’anonima citazione che apre la pagina: “Cattura le loro menti e i cuori e le anime seguiranno”. Ebbene, quando il nostro Psicoguerriero usa il termine “catturare” non lo fa, ovviamente, nel senso in cui potrebbe usarlo un missionario e neppure come lo farebbe un pubblicitario professionista. E’ lui stesso a darne dimostrazione, squadernando una lunga storia di ciò che è stato nel corso dei secoli la guerra psicologica, da Alessandro Magno all’operazione “Desert Storm”, da Gengis Khan alla guerra nel Vietnam. Soprattutto, il mag. Rouse ci tiene a chiarire il senso di queste operazioni, che così definisce: “…si tratta semplicemente d’imparare tutto sul vostro nemico-bersaglio, quello che credono, ciò che gli piace o non gli piace, i loro punti di forza e di debolezza e vulnerabilità. Una volta che avete conosciuto ciò che motiva il vostro bersaglio, siete pronti ad iniziare le operazioni psicologiche.[…] Una campagna di guerra psicologica è una guerra della mente. Le vostre principali armi sono la vista e il suono….”. La pagina dei “links” che accompagna questa specie di storia della “Psycological Warfare” risulta ancor più istruttiva. Basta, infatti, navigare tra i tanti collegamenti informatici – dal sito del Comando Centrale ( http://www.soc.mil/  ) alle pagine dedicate all’uso dei volantini oppure del Web nella psico-guerra – per farsi un’idea di quanto avesse ragione George Orwell, il profeta dell’attuale, pervasivo, “Big Brother” nel prefigurare una civiltà narcotizzata ed omologata dal potere dominante.

Controinformar e organizzar…

Sì, è vero che oggi non le chiamano più “Psycological Operations”, preferendo ricorrere alla più inoffensiva denominazione di “Information Operations”. Si tratta però d’un caso evidente della orwelliana Neolingua, in quanto si rimuove l’insidiosità del richiamo alla “psiche” per limitarsi a parlare di generica “informazione”. Ma è lecito domandarsi che razza d’informazione sarebbe quella il cui proposito – secondo il Mag. Rouse – è così riassunto: “…demoralizzare il nemico, causando dissenso ed agitazione nelle sue fila, mentre allo stesso tempo si convince la popolazione locale ad appoggiare le truppe americane. Le PsyOps forniscono ai comandanti tattici sul campo anche una continua analisi degli atteggiamenti e comportamenti delle forze nemiche, cosicché possano sviluppare, produrre ed impiegare la propaganda in modo da aver successo…”.   Si tratti delle immagini volutamente distorte diffuse negli anni ’60 sul Vietnam oppure dell’ultima campagna propagandistica per giustificare un intervento armato in Siria, le subdole “armi di disinformazione di massa” sono sempre le stesse, ma perfezionate e potenziate dalle moderne tecniche massmediatiche. Demistificarle non è certo semplice e richiede una grande e continua attenzione da parte di chi vorrebbe fare contro-informazione, ma è ovviamente handicappato dalle scarse forze disponibili e dall’assenza di risorse finanziarie che possano minimamente contrapporsi a quelle che muovono le operazioni di guerra psicologica. Va detto però, onestamente, che nessuna propaganda o campagna mediatica potrebbe funzionare se non ci fossero moltissimi operatori dell’informazione disposti a farsi assoldare.  Altrettanto onestamente, poi, va riconosciuto che, purtroppo, dagli anni ’70 ad oggi si è costruito ben poco in ambito della ricerca sulla pace e della formazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. I “peace studies” e la stessa educazione alla pace sono stati troppo spesso ridotti ad ambiti di ricerca e formazione puramente accademica. Viceversa, la rete delle organizzazioni pacifiste e nonviolente si è oggettivamente indebolita ed ha perso il suo carattere internazionalista e globale, pur partendo da azioni locali e specifiche. La stessa idea di “alternativa nonviolenta” si è a poco a poco sbiadita, confinando Gandhi, Luther King – ma anche il nostro Capitini – nella soffitta un po’ polverosa degli eventi celebrativi e delle tesi di laurea. Per quanto mi riguarda, mi sono occupato sia dei rischi che corre in Italia una “peace education” banalizzata e strumentalizzata (E. Ferraro, Educazione o maleducazione alla pace?, Napoli 2008 – http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ), sia della riscoperta della Nonviolenza (E. Ferraro, Nonviolenza qui e ora, Napoli 2010 – http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.it/?t=50946838 , sia delle caratteristiche e delle potenzialità ancora poco valorizzato dell’ecopacifismo (E. Ferraro, Ecopacifismo: visione e missione, Napoli 2011 – http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia. Ma il mio punto di partenza, all’inizio degli anni ‘80, era stato proprio quello della comunicazione nonviolenta e della formazione ad una lingua di pace. Il mio opuscolo (E. Ferraro, Grammatica di Pace – Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha,1984 – http://www.libreriauniversitaria.it/grammatica-pace-otto-tesi-educazione/libro/9788876900198 )  cercava, infatti, di proporre un percorso educativo che raggiungesse innanzitutto i giovani, per formarli ad un linguaggio che servisse a risolvere nonviolentamente i conflitti e non a coltivarli. Dopo una lunga stagione di disinteresse per la comunicazione pacifica e pacifista – fatta eccezione per alcune interessanti esperienze proprio negli USA con le opere sulla N.V.C.di Marshall Rosemberg  (http://www.nonviolentcommunication.com/aboutnvc/aboutnvc.htm ) , devo dire che, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche nel nostro Paese. Proprio in questi giorni, infatti, ci si presentano almeno due occasioni di formazione in questa auspicabile direzione. La prima, organizzata dal Centro Studi Difesa Civile di Roma, è un “Corso di Comunicazione Costruttiva”, che si svolgerà alla Casa per la Pace di Impruneta (FI) dal 20 al 21 febbraio (http://www.pacedifesa.org/canale.asp?id=498 ). La seconda è un “training alla nonviolenza”, promosso dal Centro per la Nonviolenza nei Conflitti di Napoli (www.cenocon.it ), che affronterà in più incontri, da marzo a maggio, le relazioni interpersonali ed il metodo per renderle più empatiche e nonviolente. Il vero problema, allora, è quello di mettere insieme tante esperienze e percorsi e farli interagire, per organizzare una rete di controinformazione e comunicazione e per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. E’ un obiettivo davvero ambizioso, ma prorprio per questo penso che dobbiamo darci da fare, al più presto. Prima che il Grande Fratello ed i suoi accoliti del “Ministero della Verità” riescano davvero a convincerci tutti che, secondo la logica del “bispensiero”: “”WAR IS PEACE,” “FREEDOM IS SLAVERY,” “IGNORANCE IS STRENGTH”…..

© 2012 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.wordpress.com )