Temo che, almeno a Napoli, non ci siano piazze con spazi adeguati per sistemarla e, d’altra parte, non ci sarebbero forse neppure i soldi per realizzarla, eppure mi convinco sempre più che da qualche parte dovremmo erigere una statua allo scrittore inglese George Orwell. Basta seguire con un minimo di attenzione e spirito critico la cronaca politica, infatti, per rendersi conto che nessuno più di lui può essere considerato il vero profeta del nostro tempo, il vate del nostro assurdo mondo. Orwell è stato l’annunciatore di un’era in cui la logica ed il puro e semplice buon senso sembrano proprio aver subito un colpo mortale. Un classico di fantapolitica come il suo “Nineteen Eighty Four” , allora, diventa sempre più la chiave di lettura della realtà capovolta e contraddittoria che abbiamo sotto gli occhi, normalizzata da un subdolo “Bispensiero” (Doublethinking), che cancella l’assurdità di alcuni enunciati anche grazie ad un’artificiale “Neolingua” (Newspeak), riportandoli entro i canoni di un lessico semplificato, standardizzato ed anemotivo, rendendo quasi impossibile ogni dubbio ed opposizione. Lo slogan più noto dell’IngSoc/Socing guidato dall’imperscrutabile Grande Fratello orwelliano, non a caso, è la frase: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, spesso citata come esempio di paradosso, ma che purtroppo sembra diventata rappresentativa della nostra attuale condizione.
E’ stato il primo pensiero che mi è venuto, ad esempio, leggendo la notizia che la nostra Ministra della difesa, Roberta Pinotti, è stata pomposamente insignita del premio “Napoli Città di Pace”, frutto di una sconcertante sinergia tra l’Unione Cattolica della Stampa Italiana (UCSI) della Campania, l’Ordine dei Giornalisti della stessa regione, l’Università “Suor Orsola Benincasa” e l’Arcidiocesi di Napoli. Questa la motivazione del premio: «Per il suo ruolo strategico e riformatore in materia di difesa nazionale e internazionale, declinato al femminile in piena coerenza con un impegno di servizio della politica come forma più alta di amore, che mette al centro la tutela e la dignità della vita umana». Ebbene, è difficile negare che premiare la Ministra Pinotti come “donna di pace” – in particolare dopo la sua manifestata propensione per un intervento militare dell’Italia in Libia e l’appoggio all’invio di nuovi contingenti armati in altre aree calde come l’Iraq e l’Afghanistan – risulti un’evidente applicazione del citato principio ossimorico che equipara la guerra alla pace. Lo stesso principio, peraltro, che è da anni alla base del concetto di “guerra preventiva” su cui si regge la NATO e che ha portato all’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente dello stato che più di ogni altro interviene militarmente in ogni conflitto bellico, spesso dopo averlo suscitato o comunque incoraggiato.
Che la libertà sia stata resa equivalente a quella schiavitù di cui teoricamente dovrebbe essere l’antitesi, inoltre, è qualcosa che siamo costretti a sperimentare ogni giorno, di fronte alle politiche sicuritarie che dichiarano di usare tutti i mezzi di controllo polizieschi proprio per tutelare la nostra condizione di liberi cittadini. Ecco allora che il diritto di circolare liberamente e senza pericoli viene salvaguardato proprio privandocene almeno in parte, militarizzando le città e generalizzando pratiche che fanno a pugni con l’autonomia personale e con la cosiddetta privacy. Ad esempio, un gongolante Ministro Alfano, non più tardi di qualche giorno fa, dopo un vertice sulla sicurezza alla Prefettura di Napoli ha dichiarato: «Entro maggio contiamo di avere attivi 616 tra telecamere e lettori di targhe». Se queste 600 e più telecamere si sommano alle centinaia già attive nei vari esercizi pubblici e negli uffici, abbiamo effettivamente dimostrato ancora una volta, se ce n’era bisogno, che il prezzo da pagare per essere liberi è essere controllati sempre e dovunque. Venire continuamente spiati dall’obiettivo onnipresente del grande fratello – oltre che dal ‘grande orecchio’ intercettatorio della magistratura, dalle non richieste indagini commerciali e dai controlli incrociati di tutti i dati possibili immagazzinati nelle nostre tessere magnetiche – secondo qualcuno dovrebbe farci sentire più sicuri, sebbene costretti a subire nei fatti un asfissiante assedio mediatico ed informatico.
Quanto all’ultima parte del motto citato, come negare che “l’ignoranza è forza” sta diventando quasi un emblema del nostro assurdo mondo? Sia che s’intenda questo slogan nel senso di uno scoraggiamento di ogni conoscenza troppo approfondita, in quanto possibile fonte di infelicità se non di disgrazia, sia che lo s’interpreti piuttosto nel senso di elogio dell’ignoranza e della rozzezza come caratteristiche di una classe dirigente arrogante quanto forte del proprio non sapere, la frase orwelliana sembra calzare a pennello sulla nostra realtà quotidiana. Una realtà dove tutti siamo immersi in una nuvola informativa globale e totalizzante, ma spesso non ci accorgiamo neppure di quanto sta capitando accanto a noi. Una società in cui il pensiero unico ci sta omogeneizzando e spappolando il cervello, trasformandoci in cloni di modelli di vita e di consumo sempre più globalizzati. Un mondo dove tutti credono di sapere tutto di tutti, mentre in realtà riescono a stento ad interpretare la propria esperienza e ad affermare la propria identità. Crediamo di sapere e di capire, ma in realtà ci vengono consegnati solo frammenti della realtà in cui viviamo, in alcuni casi in dosi massicce, sì da farci annegare in tante informazioni, avendoci fatto smarrire nel frattempo la capacità d’interpretarle criticamente e di andare a fondo.
A forza di assistere a situazioni assurde e paradossali, infatti, ci abbiamo fatto l’abitudine e, come si dice, ce ne siamo fatti una ragione. Al punto che quasi ci stupiremmo se le cose andassero diversamente, se la gente chiamasse le cose col proprio nome, se la burocrazia non ricoprisse più le regole di convivenza con la sua patina distorta e farisaica, se l’interesse comune avesse il sopravvento sull’utilitarismo individuale. Ci farebbe quasi impressione, poi, se all’improvviso il solito linguaggio ‘politicamente corretto’ non addolcisse più la pillola amara di un vuoto d’idee e d’ideali, mostrandoci con evidenza non solo quanto il ‘Re’ sia nudo, ma anche quanto sia violento, opprimente e rozzo un certo modo di governarci. Uno stato dove in nome della democrazia si minano le sue stesse fondamenta costituzionali, dove il ‘progresso’ viene garantito dal ritorno nostalgico alle fonti energetiche fossili e dove l’affermazione del diritto dei popoli alla libertà si persegue andando a fargli guerra e a calpestarne l’autonomia, insomma, non è affatto lontano dalla realtà capovolta e mistificata del SocIng orwelliano. Chi crede che la pace è pace, che la libertà è la negazione della schiavitù e che l’ignoranza serve solo a mantenere il potere di chi ci comanda, dunque, non può e non deve far finta che tutto vada bene e deve ribellarsi al dominio dell’assurdo assurto a logica. Del protagonista Winston Smith, solitario oppositore del regime del Big Brother si scrive che:
“Era un solitario fantasma che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udita. Ma per tutto il tempo impiegato a proclamarla, in un qualche misterioso modo la continuità non sarebbe stata interrotta. Non era col farsi udire, ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità d’uomo.” (G. Orwell, 1984).
Ebbene, credo che sia giunto il momento di unire le voci di questi ‘fantasmi’, per renderle meno solitarie ed intraprendere la nuova resistenza, che è quella alla stupidità.
© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )
Fino ad un paio di giorni fa, sulle pagine dei nostri quotidiani regnava il silenzio sulla ‘missione’ militare in Libia che l’Italia si appresta non solo a svolgere con grande zelo, ma addirittura a dirigere sul piano operativo. Solo alcuni giornali, come Secolo XIX e Corriere della Sera, ci hanno informato in merito a questa operazione – segreta ma non troppo – raccogliendo più che altro le indiscrezioni trapelate grazie ad un articolo del Wall Street Journal. Un generale americano, comandante delle forze speciali in Africa, infatti, sosteneva in un’intervista che “…è già operativo a Roma un Coalition Coordination Center, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis. Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni.”
ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.
anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?
chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo. “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) . Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.
a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.
poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)


Gli allegri musicanti che eseguono“Stars and Stripes Forever”, infatti, sono l’accattivante biglietto da visita delle forze armate più potenti del mondo con 2.825.000 militari, 1.600 navi, 22.700 aerei, 7.200 testate nucleari capaci di armare duemila missili intercontinentali, 3.450 missili da sommergibile e 1.750 bombardieri. Quella stessa U.S. Navy, inoltre, costituisce il nerbo delle truppe ‘alleate’ schierate sul fianco sud-est dell’Europa, che hanno il loro centro strategico nel Comando Integrato NATO di Napoli-Lago Patria (JFC Naples)