..E LE STELLETTE STANNO A GUARDARE

RIFIUTI: MILITARI IN AZIONE A NAPOLICi risiamo. Ogni volta che si profila un’emergenza sulla quale l’opinione pubblica comincia a manifestare segni d’intolleranza e d’indignazione, ecco che puntuale arriva il provvedimento risolutivo di tutti i problemi: attivare le prefetture ed impiegare l’esercito.

A parte il fatto che la stragrande maggioranza delle nostre “emergenze” ambientali non sono affatto tali, ma il frutto malsano di decenni di abusi, speculazioni ed altri persistenti reati contro la nostra terra, appare comunque evidente che gran parte della nostra classe politica resta ipocritamente ancorata alla formula magica secondo la quale ordinanze prefettizie e presidi di soldati in mitra e tuta mimetica sarebbero capaci di sconfiggere illegalità diffusa ed agguerrite ecomafie.

Certo, il c.d. decreto sulla “terra dei fuochi” prevede anche un controllo sanitario gratuito per i residenti in quella zona, introduce il reato penale di ‘combustione illecita di rifiuti’ e stanzia fondi per bonificare le aree inquinate. Ma, aggiungono i fautori del decreto, c’è anche la necessità d’un “controllo di sicurezza del territorio”, lasciando intendere che l’impiego delle forze armate sia lo strumento più ovvio a tutela della legalità e stanziando a tal fine 2 milioni di euro.

Ovviamente, però, nessuno dice né scrive che quello stesso territorio è già uno dei più intensamente militarizzati a livello europeo. Come avevo già puntualizzato in un mio precedente articolo dal titolo “Campania Bellatrix”:infatti:

<<Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (A) Bagnoli – Licola (20 km); (B) Licola – Gricignano  (35 km); (C) Gricignano – Lago Patria (35 km); (D) Lago Patria – Capodichino (30 km); (E) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri….ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che ben 8 installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini….>>

A protestare contro l’ennesimo provvedimento che fa finta di affidare ai militari la salvaguardia del territorio a quanto pare sono rimasti in pochi, fra cui il Movimento Cinque Stelle, che ha dichiarato fra l’altro, attraverso la senatrice Paola Nugnes: “L’impiego dell’esercito senza nessuna funzione investigativa e strutturale è solo un tamponamento, una soluzione emergenziale che i nostri territori non vogliono”.  Eppure è palesemente inutile e fuorviante almeno questo aspetto del decreto –  approvato a maggioranza da un Parlamento che, ogni volta che si tratta di spese militari, di missioni all’estero o d’interventi di ordine pubblico, non si sottrae mai all’ossequio nei confronti di una Difesa diventata ormai un’istituzione tuttofare, capace quindi di sostituire le forze di polizia, la protezione civile, la croce rossa e –  perché no? – anche i pompieri ed i vigili urbani…

Eppure, in quest’ultimo ventennio, si direbbe che quasi nessuno si sia accorto dei frequenti traffici illeciti di rifiuti tossici; del proliferare di discariche abusive e di strani ‘laghetti’ che spuntavano un po’ ovunque; delle patologie diffuse e del palese deterioramento degli stessi terreni. Nessuno – ad eccezione di alcuni ambientalisti rompiscatole e di qualche comitato locale – sembra essersi reso conto del terribile disastro ambientale che si stava preparando. In questi lunghi anni, quindi, in tanti avevano sotto gli occhi le situazioni ma non se ne rendevano conto; guardavano, ma non vedevano.

Ma adesso tutto cambierà – ci fa sapere il Governo – perché ora ci penseranno le “stellette” degli 850 soldati inviati a guardare – ed a salvaguardare . la nostra “Campania Infelix”

Sono le stesse “Sturmtruppen” già spedite a presidiare assurdamente discariche ed inceneritori e che troviamo ancora nelle piazze di Napoli, cui conferiscono un certo tocco mediorientale. Però chi ha redatto ed approvato il decreto sulla c.d. “Terra dei Fuochi” sembra convinto che si tratti della mossa giusta e che una delle cose di cui non si può assolutamente fare a meno, anche in questo caso, è il dispiegamento esemplare d’un bel contingente in armi…

Eppure, come spiegavo prima, proprio nel Giuglianese di militari – soprattutto ‘alleati’ – non si avvertiva affatto la mancanza. Con la realizzazione e l’apertura in località Lago Patria del nuovo Comando NATO per il Sud Europa e la regione mediterranea, infatti, era prevista la presenza in loco di 2.500 unità di personale residente e d’una quantità pari di persone orbitanti intorno a quel quartier generale, che si estende su una superficie di ben 330.000 mq, di cui 60.000 edificati. Ebbene, ad oltre un anno dall’inaugurazione del Mega-comando, l’impatto di questa nuova – ed assai particolare – comunità si è fatto sentire, sia per quanto riguarda l’incremento del traffico veicolare sia per quanto attiene produzione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e residui fognari.

In un mio articolo del settembre 2012 (“Far Waste”: anche la NATO produce munnézza”) , a tal proposito, mi ero soffermato sui costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti del quartier generale JFC Naples di Lago Patria, desunti dal bando della gara d’appalto prodotto dalla NATO, per un importo di 1.450.000 euro totali nel quinquennio. Dal confronto con l’appalto relativo all’analogo servizio svolto per il Comune di Giugliano in Campania – nel quale ricade il territorio occupato dal complesso militare alleato – emergeva una strana discrepanza di costi digestione, ovviamente a danno di quest’ultimo. E’ invece di pochi giorni fa un articolo (“Personale NATO getta rifiuti fuori orario a Lago Patria”nel quale alcuni cittadini giuglianesi lamentavano modi di fare decisamente poco ‘urbani’ da parte di alcuni appartenenti al personale di quel Comando, stigmatizzando: “…un comportamento che lascia basiti perché messo in atto da “chi è solo ospite” nel nostro territorio che quindi, in conseguenza di ciò, dovrebbe mostrarsi massimamente rispettoso degli orari di conferimento e dei posti in cui gettare il rifiuto. Invece, come dimostrano le foto allegate, tutto ciò non avviene. Per cui non solo il comune di Giugliano deve sopportare un “quartier generale” delle forze Nato che ha una falsa ricaduta economica sul territorio, ma anche la maleducazione di chi “fa il padrone” in una terra straniera che li ospita.”

Sarebbe interessante sapere come si comporterebbero i nostri soldati inviati a presidiare nel caso in cui sorprendessero dei loro omologhi ‘alleati’ mentre stanno sversando abusivamente rifiuti lungo le strade. Li saluterebbero militarmente con deferenza oppure contesterebbero un reato ambientale?

Da parte loro, poi, gli stessi militari americani di stanza nel menzionato “pentagono della guerra” – il territorio compreso fra le installazioni militari USA e NATO di Licola, Lago Patria, Gricignano d’Aversa, Bagnoli e Capodichino – non hanno mancato di lamentarsi del degrado ambientale di questa vasta area della Campania e dell’inquinamento che ne è derivato. Era infatti dello scorso novembre 2013 l’agghiacciante copertina de l’Espresso, il cui titolo (“Bevi Napoli e poi muori”)  ha fatto scandalo, risuonando come un’ulteriore gogna mediatica per una regione già martoriata da quello che è stato giustamente chiamato un “biocidio”. Il fatto è che l’approfondita ricerca svolta dalla N.S.A. (Naval Support Actrivity) della Marina statunitense risaliva al giugno 2010, e quindi a più di 3 anni fa, ma tanto è bastato perché si creassero ulteriori – quanto inutili – allarmi sulla potabilità dell’acqua e sulla salubrità dell’area in questione. L’indagine trattava 9 aree distinte – comprese tra Capodichino e Casal di Principe- nelle quali erano comprese 117 residenze di militari americani di stanza in quella zona. Gli studi scientifici ed epidemiologici risalivano a circa 3 anni fa e definivano il rischio ambientale in termini molto severi. Ma come mai tutto ciò non ha impedito affatto che nell’area già militarizzata di Lago Patria s’insediasse uno dei più grandi ed affollati centri di comando della NATO? D’altra parte, il suo personale – oltre a sentirsi sottoposto al suddetto rischio sanitario ed ambientale – difficilmente potrebbe essere considerato estraneo al problema in sé, visto l’indiscutibile impatto della nuova comunità residente su quel territorio.

Ecco perché l’idea che a presidiarlo, per scongiurare ulteriori inquinamenti e per garantire le operazioni di bonifica, siano contingenti delle forre armate italiane non mi sembra particolarmente brillante, soprattutto se inserita in un decreto che presenta altri aspetti deboli e contraddittori. In tal modo la disgraziata “terra dei fuochi” rischia di diventare ancor più la terra delle armi da fuoco e delle aree sottratte al già controllo delle autorità civili, a loro volta assediate da ben altre ‘forze armate’.  Ma si sa, queste sono solo le fisime dei soliti pacifisti…

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com

IL TRIANGOLO DELLA PACE

PEACETIMENel suo messaggio per la 47^ Giornata mondiale della Pace (1° Gennaio 2014) Papa Francesco ha svolto le proprie considerazioni rifacendosi al suoi predecessori, ma dando al contempo un’impronta particolare alla sua argomentazione. Ad una prima, superficiale, lettura sembrerebbe che non si affermi nulla di nuovo o di originale sulla pace. Chi, come me, ha letto il messaggio con l’intenzione di trovarvi qualche affermazione particolarmente tagliente sulla follia delle guerre e sul militarismo crescente forse è rimasto addirittura un po’ deluso. Il fatto è che il magistero di questo Papa ci sta abituando ad affermazioni dirette, spesso poco diplomatiche, per cui era legittimo attendersi una condanna più dura e radicale dell’escalation bellicista che ha caratterizzato gli ultimi anni, insanguinando un mondo in cui il controllo economico delle aree geopolitiche si sposa sempre più frequentemente con quello militare.

Eppure lo stile differente di Papa Francesco – lo abbiamo visto in questi mesi – non consiste tanto in un’impostazione dichiaratamente ‘progressista’ da contrapporre a quella di altri pontefici, quanto nel ritorno ad un’essenzialità del messaggio cristiano, alla originale e sconcertante semplicità di un Vangelo che è di per sé rivoluzionario. Un richiamo ad una Parola che non ammette mezze misure e che costringe a fare scelte coerenti; ad una Parola che “…è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Ebr 4:12)

Ecco perché a sconvolgere l’ipocrisia di chi chiama legge l’ingiustizia e pace la guerra basta tornare alle origini, al nucleo stesso del messaggio evangelico: la fraternità. E questo è infatti il cuore del messaggio scritto da Papa per l’ennesima giornata mondiale della pace, un messaggio cui opportunisticamente plaudono tutti – governanti compresi – salvo archiviare subito dopo quelle riflessioni tra gli insegnamenti morali che poco hanno a che fare con la vita di tutti i giorni.

Certo, a molti di noi sarebbe piaciuto un discorso più diretto e tagliente, incisivo come gli “auguri scomodi” dell’indimenticato don Tonino Bello, il quale scriveva nel suo stile politically uncorrect:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…”

Ci sarebbe piaciuto, dicevo, ma dobbiamo ammettere che anche il Messaggio di Papa Francesco ha colto perfettamente il bersaglio, nella misura in cui sottolinea la profonda coincidenza delle battaglie per i diritti umani, per la pace e per l’ambiente, interconnettendole in un’unica prospettiva di affermazione del concetto evangelico di ‘fraternità’.

Il primo punto è quello della giustizia , negata da una società sempre meno capace di affermare valori come l’uguaglianza e la solidarietà e tendente a “scartare” i più deboli, quelli che un finto progresso si lascia inesorabilmente indietro, quando non calpesta.

La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia,segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”…”

Il secondo punto affrontato dal Papa è quello della pace in sé, minacciata dalla violenza crescente dei conflitti armati, dalla corsa agli armamenti e dall’archiviazione dei trattati per il disarmo.

Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi! «In quest’ottica, appare chiaro che nella vita dei popoli i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando divisioni profonde e laceranti ferite che richiedono molti anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto pratico ad impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità  internazionale si è data» Tuttavia, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Per questo faccio mio l’appello dei miei Predecessori in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo da parte di tutti, a cominciare dal disarmo nucleare e chimico.” 

Il terzo elemento di questo “triangolo della pace” è quello della responsabilità ambientale, o meglio, dei disastri che sta provocando la sua assenza. Si tratta di un punto particolarmente importante per chi, come me, si dichiara “ecopacifista” proprio perché ritiene che si tratti di aspetti indissolubili.

“La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi sulla natura per trarne beneficio, a patto di agire responsabilmente, cioè riconoscendone quella “grammatica” che è in essa inscritta ed usando saggiamente le risorse a vantaggio di tutti, rispettando la bellezza, la finalità e l’utilità dei singoli esseri viventi e la loro funzione nell’ecosistema. Insomma, la natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future.” 

Carenza di fraternità e di cultura della solidarietà; negazione della concordia ed ostilità alimentata dagli armamenti; superbia del dominare e del manipolare : è questo perverso intreccio di egoismo, aggressività e superbia che, secondo Papa Francesco, ostacola l’affermazione di una vera pace. Essa, viceversa, potrà essere edificata solo se torneremo ai principi cristiani della solidarietà, della riconciliazione e della saggia amministrazione dell’ambiente. In altre parole, a quella “fraternità” globale che già otto secoli fa san Francesco aveva predicato come via per ricongiungersi al Padre di tutte le creature.

Il messaggio del Papa per questo 2014 che inizia non mira quindi a colpirci con affermazioni clamorose ma a farci riflettere a verità che – avrebbe detto Gandhi – sono “antiche come le montagne”. Scoprirci fratelli e figli di un unico Padre è qualcosa di talmente semplice – e al tempo stesso sconvolgente – da rendere inutile e retorica ogni altra considerazione. Del resto lo diceva già 27 secoli fa il profeta Isaia, al cap. 32:

“…15Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto;allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva.
16Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino.
17Praticare la giustizia darà pace,onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre.
18Il mio popolo abiterà in una dimora di pace,in abitazioni tranquille,in luoghi sicuri…”

 Buon anno di pace a tutti dunque. Un augurio che esprime anche la speranza che si riesca finalmente a lavorare insieme per impedire che diritto e giustizia restino parole; che il giardino che Dio ci ha affidato da amministrare diventi un deserto e che la “dimora della pace” sia rimpiazzata dai troppi “pentagoni” sparsi per il mondo.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOLI ME…TANGERE

zanotelli e armiChi mi conosce sa che da tempo mi batto perché le battaglie ecologiste dei movimenti ambientalisti e quelle contro la guerra e la militarizzazione portate avanti dai movimenti pacifisti trovino finalmente la necessaria saldatura, in un’ottica “ecopacifista”. [1] Una questione  specifica di cui mi sono occupato è stata la denuncia del rischio nucleare connesso alla presenza di natanti a propulsione nucleare in vari porti italiani, fra cui quello di Napoli, rispetto alla quale la mia associazione (V.A.S.-Verdi Ambiente e Società) è stata firmataria di una diffida e poi di una denuncia alla magistratura e all’opinione pubblica, anche attraverso un dossier pubblicato dal sito del Comitato Pace e Disarmo Campania, cui VAS aderisce da anni. [2]  Nello stesso coordinamento pacifista mi sono interessato a lungo anche della militarizzazione del territorio della città di Napoli (da Bagnoli ad Agnano, da Nisida a Capodichino) e dell’ex- Campania Felix [3], oggi costellata di basi ‘alleate’ e statunitensi e sede del Comando della NATO per il Sud-Europa e l’Africa.

Credo che il solo fatto di mettere insieme questi problemi, considerando la loro pesante incidenza sul piano ambientale – in termini d’inquinamento dei terreni, dell’aria, del mare e dell’etere – basti a dimostrare che militarismo e guerra sono del tutto opposti al perseguimento di una prospettiva di sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile.  Se consideriamo anche l’impatto sociale, economico e politico della corsa agli armamenti e dei disastri che si porta appresso, in termini di sottrazione di risorse produttive alla società civile e di corruzione della classe politica dirigente, la necessità di una diffusione del messaggio ecopacifista mi pare che risulti ancora più urgente.

“La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…” […]  Questo sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”  [4]

Ebbene, se c’è un “valore monetario della pace” –  come scriveva Giorgio Nebbia –  è difficile non sottolineare quanto possa incidere negativamente il valore monetario della guerra, la cui nefasta influenza è stata denunciata spesso ed a vari livelli, dagli organismi ONU sul disarmo alle prese di posizione d’inascoltati profeti della pace come padre Alex Zanotelli. Lo stesso Magistero della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane si è spesso pronunciato contro la corsa agli armamenti e la sua intrinseca ingiustizia nei confronti dei poveri della Terra, ai quali sottrae risorse di vita per distribuire frutti di morte. Giusto tre mesi fa Papa Francesco ha lanciato un nuovo, inequivocabile, appello contro la corsa agli armamenti e il commercio – legale o meno – di sistemi d’arma:  ”Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale  per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale? […] No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida.” [5]  Un anno prima, il precedente pontefice, Benedetto XVI, era stato altrettanto esplicito: “Direi …che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare; invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità…” [6]

L’appello lanciato da padre Zanotelli su “Il Dialogo” [7]  s’intitola non a caso “Manovra e armi: il male oscuro”, in quanto i traffici illeciti legati al commercio delle armi e la diffusa connivenza di politici corrotti con i mercanti di morte sono effettivamente un morbo pestilenziale, che dovrebbe essere sradicato con le inchieste degli organi d’informazione e di quelli giudiziari. Ciò che occorre, però, è soprattutto un’effettiva crescita della consapevolezza dei cittadini ed azioni di obiezione di coscienza contro tali metodi di gestione del denaro pubblico e chi li pratica, contando sull’impunità e la complice copertura dei media. Le 5.000 firme di sottoscrizione all’appello del missionario comboniano che, instancabilmente, promuove da tempo una campagna di controinformazione e di sostegno ai magistrati napoletani che indagano sull’intreccio perverso fra commercio di armamenti e tangenti ai partiti, sono quindi un positivo segnale di crescita della consapevolezza. E’ pur vero che sembra che la maggioranza degli Italiani continui a credere alla favola delle ‘missioni di pace’ ed alla necessità di riarmo del nostro Paese, nonostante il fatto che i pesanti costi di questa politica assurda e criminale siano ormai da anni sotto gli occhi di tutti.

Nel suo documento, p. Alex Zanotelli ricordava alcune forniture sulle quale i sospetti di corruzione dei politici sono risultati più chiari. È il caso dei 566 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta Westland; dei 5 miliardi di euro per fregate fornite al governo del Brasile; dei 18 milioni di euro per 6 elicotteri procurati al governo di Panama e di altri venduti all’Indonesia. Si tratta, complessivamente, di affari miliardari sui quali – secondo le ipotesi al vaglio della magistratura napoletana – sarebbero state concordate tangenti agli esponenti di vari partiti per centinaia di milioni di euro.  Si tratterebbe quindi di una sporca “decima”, intascata da gente che dovrebbe governarci e rappresentarci in Parlamento ma sembra non avere scrupoli a lucrare sulla vendita di navi, velivoli ed altri sistemi d’arma, fra l’altro messi spesso a disposizione di regimi violenti e totalitari.  Il ‘pizzo’ su questi micidiali congegni sarebbe pari ad una percentuale oscillante tra il 10 ed il 15% degli importi, ma la differenza rispetto alle tangenti su appalti e forniture cui ci siamo purtroppo già abituati è che il costo di questa corruzione è ancora più grave.  Se un “ritorno” del 10 o più percento su dei lavori pubblici o sugli acquisti della pubblica amministrazione  è indubbiamente non solo un grave reato ma anche una sporca operazione a danno dei cittadini, sta di fatto che il prodotto o la realizzazione finale di un simile appalto saranno comunque da essi utilizzabili, in termini di beni e servizi. Nel caso delle vendite di armi, invece, gli interessi veri della collettività sono colpiti ancor di più duramente, sottraendole risorse che potrebbero essere spese altrimenti, senza offrirle assolutamente nulla in cambio.

Ecco perché come ambientalista, oltre che come pacifista, ho condiviso e sottoscritto l’accorato appello di padre Alex e, come rappresentante dell’associazione V.A.S.  ho anche firmato un documento contro il rifinanziamento delle c.d. ‘missioni all’estero’ . Mi vergogno di essere cittadino di uno Stato che dovrebbe costituzionalmente “ripudiare la guerra”, ma che non si tira mai indietro quando si tratta di allinearsi all’imperialismo bellicista della NATO e degli USA.  I 27 miliardi di euro stanziati nel 2012 per la Difesa sono già una cifra assurda per un Paese in cui l’economia e l’occupazione sono travolti dalla crisi ed i tassi di povertà stanno pericolosamente salendo. Però se a questo aggiungiamo la follia di altri 17 miliardi destinati all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35  è evidente che bisogna assolutamente fare qualcosa, non solo come testimonianza di buon senso prima ancora che di voglia di pace e giustizia, ma anche come segnale ad una classe politica che non ci rappresenta e che persevera ‘diabolicamente’ in quello che, citando Benedetto XVI,  in un altro mio articolo ho chiamato  “il peccato delle armi”. [8]

Tanto per fare un esempio, ricordo che ogni anno in Italia, per colpa di migliaia d’incendi,  finiscono in cenere 20.000 ettari di territorio. A prescindere dalle responsabilità di questo assurdo scempio delle nostre risorse, in particolare di quelle boschive, c’è da chiedersi quanti di questi danni si sarebbero potuti evitare grazie all’intervento di aerei ed elicotteri della protezione civile, ormai ridotti a livelli numerici preoccupanti. Ebbene, mentre i Canadair della flotta antincendi della nostra repubblica sono passati da 33 a 14 unità (più 5 in manutenzione a rotazione), a quanto pare il nostro Governo non ha proprio saputo fare a meno di acquistare altri sei micidiali cacciabombardieri, al modico prezzo di 120 milioni di euro ciascuno…..[9]

Un altro caso assurdo è la costruzione del M.U.O.S., un megaimpianto per comunicazioni strategiche via satellite impiantato dal governo USA sul territorio di Niscemi (Caltanissetta). Si tratta di un mostro del Warfare tecnologico, le cui conseguenze per la salute e l’ambiente sono state ampiamente documentate, ma sulla cui installazione le nostre autorità di governo sono apparse ancor più supinamente subalterne del solito. [10]  Ebbene, mentre il nostro territorio è militarmente invaso da stazioni radar, basi e comandi strategici più o meno integrati ed aeroporti che fanno da base a micidiali raid aerei nel bacino del Mediterraneo e nell’area mediorientale, non si riesce invece a rilanciare e tutelare l’agricoltura né ad impedire che la nostra terra sia avvelenata da scarichi tossici, discariche abusive e non, impianti inquinanti ed altre fonti di distruzione dell’ambiente naturale e della sua preziosa biodiversità.

Al suddetto “peccato delle armi” va aggiunto, d’altra parte, quello non meno grave della corruzione e della speculazione , che ne moltiplica gli effetti micidiali non solo per la sicurezza e la pace, con una ricaduta negativa per la nostra economia e per ogni cittadino.  Se teniamo conto che in Italia gli occupati sono 22 milioni e 350 mila [11] potremmo ad esempio calcolare che il recente acquisto di 6 nuovi F35 – al prezzo di 720 milioni di euro –  viene a costare ad ogni singolo lavoratore italiano 33 euro, 3 dei quali probabilmente destinati alle solite tangenti !

E’ arrivato il momento di dire basta e di mobilitarsi perché si faccia luce sul denaro sporco che – secondo l’inchiesta ancora aperta – da anni affluirebbe nelle tasche di singoli corrotti e nelle casse di parecchi partiti, in cambio di commesse miliardarie ai mercanti di morte e della devastazione del territorio. E’ tempo, soprattutto, di far sentire la nostra voce – con forza e determinazione – nei confronti di quelle forze politiche che ci chiedono il voto ad intervalli sempre più ravvicinati. facendo appello alla nostra fiducia, anche se continuano puntualmente a tradirla ed a tradire gli interessi veri della collettività.  Il “male oscuro” dei vergognosi traffici sulle armi deve finire e il farmaco che può curarlo è la diffusione d’una forte coscienza morale e civile, l’unica cosa che nessuna tangente potrà mai comprare.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] Il mio primo risale al 2002, quando la rivista “Verde Ambiente”, in un numero speciale, pubblicò un mio articolo dal titolo: “Quale ecopacifismo?”. Sono ritornato sulla questione nel 2007 e nel 2011, con due editoriali sul sito VAS nazionale intitolati “Il signornò degli ecopacifisti”  e “Ecopacifismo: visione e missione” . Quest’ultimo è stato poi ripreso anche su da un sito web nonviolento a diffusione internazionale (http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione).

[2] E. Ferraro, A propulsione antinucleare, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_7655.html

[4] G. Nebbia, Pace e ambiente (set. 2011),  www.vasonlus.it

[11] http://www.istat.it/it/

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l'11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l’11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

4 NOVEMBRE: NON FESTA MA LUTTO

Accorinti--180x140E’ stato questo uno dei primi slogan della mia militanza antimilitarista – scusate il bisticcio…- ed è sempre risuonato istintivamente dentro di me ad ogni ritorno di questa fatidica data. Sì, lo so che l’antimilitarismo non si porta più e che, al massimo, ci si può dichiarare genericamente “per la pace” (“pacifisti” è già troppo impegnativo…).  Il fatto è che quando cominciano ad riapparire sui muri i soliti manifesti con soldati sorridenti e bambini che sventolano bandierine tricolori mi viene una specie di prurito, una vera e propria reazione allergica alla retorica patriottarda che ci affligge da oltre 90 anni, collegando senza giusto motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia ed il legittimo orgoglio nazionale alla esaltazione delle Forze Armate.

Questa c.d. “Festa” segue da decenni veri e propri rituali, che si trascinano stancamente e mettono a dura prova la fantasia dei disegnatori dei suddetti manifesti i quali, nel dubbio, riprendono un’iconografia trita e ritrita, fatta di bandiere che garriscono al vento, scie aeree di frecce tricolori, stellette stilizzate e simile ciarpame. Anche le celebrazioni vere e proprie seguono da sempre un rituale consolidato, fatto di alzabandiera, compunti omaggi a base di corone d’alloro ai troppi monumenti ai Caduti, solenni discorsi di circostanza, parate militari ed esposizioni di uniformi di tutti i tipi.  Eggià, perché sarà pur vero che si celebra l’Unità d’Italia, ma è altrettanto vero che a quanto pare nessuno è riuscito finora ad unificare almeno in parte i tanti corpi militari o militarizzati della nostra “Repubblica che ripudia la guerra”.

Parafrasando la nota poesia “’A livella” di Totò, qualcuno potrebbe dire che: “Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza / per i Caduti sventolar bandiere. / Ognuno l’add’’a fa’ chesta crianza / ognuno l’add’a ave’ chistu penziero…”  Però, scusatemi, io non ci riesco proprio a rivolgere il mio pensiero ad un’Italia dipinta come la patria delle forze armate e non degli Italiani.  E con me tanti altri che non riescono ad entusiasmarsi di fronte alle periodiche sfilate di sferraglianti carri armati e che non apprezzano affatto che le nostre piazze e perfino le nostre discariche siano presidiate da truppe in assetto di guerra, come se stessimo a Damasco o Kabul anziché a Napoli o Palermo.

La verità è che il lento logoramento del tempo, la crisi di qualsiasi ideologia e la subdola strategia di chi ha fatto fuori il servizio militare di leva (e al tempo stesso l’obiezione di coscienza) per sostituirli con la “professione soldato” e con un insipido e generico “servizio civile nazionale” hanno di fatto cancellato anni di lotte antimilitariste, di battaglie per affermare la difesa popolare nonviolenta e per la riconvertire l’industria bellica.

La verità è che il nostro beneamato Paese è tuttora tra i primi esportatori mondiali di armamenti ed uno dei più supini alleati in tutte le avventure belliche degli ultimi decenni, regolarmente spacciate per “missioni umanitarie”, o quanto meno come operazioni di “peacekeeping”.

La verità è che solo negli ultimi 10 anni , di questi  “missionari” in armi su vari fronti (dalla Somalia al Ruanda, dalla Bosnia al Libano, dal Kosovo all’Iraq ed all’ Afghanistan) ben 120 italiani, in prevalenza giovani, ci hanno lasciato la vita, allargando la tragica lista dei “caduti”.  Stando all’intollerabile ipocrisia delle versioni ufficiali, però,  –in questi casi si tratterebbe di “caduti di non-guerra”, se non di “martiri” della libertà e della pace…

In questo 4 novembre 2013, l’unica voce di rappresentante del popolo italiano che – fascia tricolore a tracolla sulla maglietta rossa – ha voluto farla finita col coro bipartisan dei politici italioti è stato il neo-sindaco di Messina, Renato Accorinti.    “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ‘ripudia’ la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su ‘La spesa militare in Italia’  documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale…” (http://nonviolenti.org/cms/news/356/238/4-novembre-a-Messina-il-Sindaco-con-la-fascia-tricolore-e-la-bandiera-arcobaleno/).

Il Sindaco Accorinti – di fronte ad un imbarazzato pubblico di ufficiali e carabinieri in alta uniforme – ha avuto il coraggio civile di dire pubblicamente ciò che molti Italiani pensano, sottolineando che c’è poco da festeggiare in un Paese dove ci sono nove milioni e mezzo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Che c’è poco da sventolar bandiere laddove il territorio è stato sempre di più militarizzato, svendendo la sovranità nazionale a chi quasi 70 anni fa ci ha occupato in armi per ‘liberarci’ dai nazisti e continua tuttora ad occuparci in nome di un’equivoca ‘libertà’, che non scaturirà mai dai voli micidiali dei ‘droni’ né dalla rete satellitare e radar che pretenderebbe di controllare tutto e tutti.

Il primo cittadino di Messina è stato il primo amministratore locale che ha colto l’occasione per smascherare il “re nudo” della spesa militare italiana e della subalternità alle logiche USA e NATO che hanno trasformato regioni come la Sicilia e la Campania in portaerei protese sul Mediterraneo e sul Vicino Oriente, trasformando le nostre città  in  “plessi” distaccati del Pentagono.

Dobbiamo allora ringraziare questo anomalo sindaco in T-shirt e fascia tricolore perché non ha voluto accodarsi ai rituali omaggi pseudo-patriottici ed ha invece ricordato ai suoi concittadini – e con loro a tutti gli Italiani – che il “ripudio” della guerra, previsto esplicitamente dall’art. 11 della Costituzione, non può rimanere un’affermazione teorica e vuota, in totale contraddizione con le scelte della politica in materia di difesa.

L’unico modo per onorare i troppi morti in guerra (e nelle recenti non-guerre…) è ripetere con don Milani che “ognuno è responsabile di tutto” e che nessuno può sottrarsi al dovere di rispondere alla propria coscienza. Ecco perché il 4 novembre deve restare una giornata di lutto e di ricordo, ma non deve essere contrabbandato come una “festa” o come celebrazione della “giornata dell’unità nazionale”.

Come cristiano, poi, non posso che ricordare l’appello di don Milani quando scriveva:  “Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano…”  (http://www.panarchy.org/donmilani/obbedienza.html)

L’avvelenamento che ci viene inflitto dal militarismo non è più come quello di una volta, retoricamente nazionalistico e dichiaratamente guerrafondaio, ma proprio per questo è ancora più subdolo. Il volto buono delle Forze Armate – raffigurato dai soldati che soccorrono popolazioni terremotate o distribuiscono latte ai bambini nei luoghi di conflitto bellico – è una pericolosa e continua mistificazione, un imbroglio degno del bispensiero del “Big Brother” orwelliano, per farci credere che “la guerra è pace” e che essere dei buoni italiani significa fare il tifo per alpini, marò e paracadutisti.

Il 4 novembre può essere solo la prosecuzione del contiguo 2 novembre: un giorno di lutto per commemorare i tanti, troppi, nostri fratelli che sono morti, sacrificati sull’altare della patria, o meglio, della mostruosa assurdità delle “inutili stragi” di ieri e di oggi.

paolicelli

Il 4 novembre, per me, è anche l’occasione per ricordare  con rimpianto un’importante figura di obiettore di coscienza, ecopacifista e nonviolento, Massimo Paolicelli,  morto pochi giorni fa, dopo 30 anni d’infaticabile ed entusiastico impegno antimilitarista e disarmista. Purtroppo Massimo è finito prima di poter vedere il sindaco di Messina che mostrava la bandiera della pace – su cui era scritto “L’Italia ripudia la guerra” – davanti ai carabinieri impettiti  nell’omaggio ai Caduti. Peccato: ne sarebbe stato felice e si sarebbe messo anche lui a sventolare festosamente quel simbolo di tante lotte pacifiste.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


USA ‘CONDANNATI’ ALLA PREPOTENZA?

US new SEALStavo dando una rapida scorsa a “la Repubblica” di sabato 31 agosto – mentre ero affaccendato nei preparativi per il ritorno a Napoli dopo la pausa della vacanza al mare – quando mi è capitato sott’occhio un articolo di Vittorio Zucconi intitolato: “Odiata e indispensabile: la condanna dell’America a finire in prima linea”.  A questo punto non ho potuto fare a meno di mollare ciò che stavo facendo per immergermi nella lettura del corsivo dell’autorevole  politologo italo-statunitense, imperniato su una tesi decisamente originale. Il senso ne è condensato nell’incipit : “Stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un’azione che nessuno a Washington davvero vuole, ma che tutti sanno essere ormai inevitabile” e trova una spiegazione verso la fine dell’articolo: “La prepotenza americana è l’indicatore inverso della impotenza altrui. Di fronte al vuoto di volontà, di determinazione, di semplice capacità d’azione, Washington si lascia risucchiare ancora e ancora”. Qualcuno potrebbe chiedersi, a questo punto, perché mai la prima superpotenza economico-militare sia talmente fragile alle suggestioni e così maledettamente esposta alle carenze del resto del mondo. A quel qualcuno Zucconi risponde da par suo, con una frase degna di un epitaffio: “Ma l’America non può fare a meno di essere l’America, di sentirsi chiamata a rispondere e ad indossare la responsabilità di essere insieme il protettore e la vittima, il poliziotto e il killer nella viltà del mondo… Non c’è un’altra America, ma soltanto questa, la somma di tutti i successi e i disastri della storia contemporanea, sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile.”.

Che dire: mi sono venuti i brividi di fronte a questa prosa dalla tragicità quasi eschilea, che evoca un fato ineludibile contro cui nessuno, neanche il potente Presidente USA, può far nulla… “Neppure Zeus al suo fato può sfuggire” faceva dire infatti Eschilo al suo Prometeo incatenato e confesso che questa immagine del Nobel per la pace Obama,  anche lui “incatenato” al terribile destino di un’America che non può che essere se stessa, mi ha quasi commosso…

Fa male Giorgio Cattaneo – in un suo pungente articolo su “Globalist” dal titolo “Obama, Cappuccetto Rosso e altre fiabe” –  a sbeffeggiare Vittorio Zucconi, definendolo “favoliere” e ridicolizzandone la tesi secondo cui sarebbe l’inerzia del resto del mondo a ‘condannare’ gli americani ad un interventismo che non è certo una novità. Non siamo di fronte ad una fiaba, ma a pura tragedia greca. Le Moire – lo preciso per quei pochi che di Moira conoscono solo la Orfei – erano le tre mitiche dee del destino, che stavano dietro l’ineluttabilità cieca che conduceva i destini degli umani, cui nessuno poteva resistere. Cloto ‘filava’ , Lachesi ‘fissava la trama fatale e Atropo rappresentava la fatalità conclusiva e definitiva: quella della morte.  Ebbene, a quanto pare, anche dietro l’irresistibile e fatale “condanna” degli USA a fare, loro malgrado, da gendarmi del mondo, secondo Zucconi ci sarebbe lo zampino delle tre dannate vecchiacce.

Ogni altra spiegazione, per il nostro politologo made in USA, non avrebbe senso e sarebbe viziata dal solito, vieto, antiamericanismo: «La spiegazione di comodo, quella che la faciloneria dell’ideologismo antiamericano sta risfoderando anche in questi giorni, è che l’interventismo Usa sia soltanto il braccio armato degli interessi commerciali, industriali e oggi finanziari degli americani, mentre una piccola, ma tenace setta di allucinati arriva ad accusarli addirittura di creare gli incidenti che giustificano l’azione armata, dalla distruzione delle Torri Gemelle fino alla fornitura di gas ai ribelli siriani per “autogasarsi” e così provocare la spedizione punitiva contro Assad».

Ma come diavolo ci si può lasciar andare a tesi “complottiste”, sostenendo che dietro decenni di guerra fredda prima e di guerre poi – tutte combattute per iniziativa e sotto la guida degli Stati Uniti – possano nascondersi interessi economici ed ambizioni imperialistiche? La tragica verità, ci spiega magistralmente Zucconi, è che se gli USA continuano fatalmente a “lasciarsi risucchiare in azioni armate” è solo perché l’America è sempre l’America, e non può permettere che il male prevalga sul bene!

Oddìo, forse l’articolo non è del tutto chiaro in qualche punto. Ad esempio, non si capisce bene a chi si riferisca il giornalista quando scrive che “stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un’azione che nessuno davvero vuole ma che tutti sanno essere ormai inevitabile”. Chi c’è dietro quel verbo alla terza persona plurale: le Moire greche o altre forze misteriose e trascendenti? E poi, chi si nasconde dietro quel “nessuno” che aborre così tanto la guerra, forse l’Outis omerico, il “Nessuno” nato dall’ingegno di Ulisse?

E chi sono mai quei “tutti” che, viceversa, la ritengono comunque “inevitabile”?

Questi particolari, però, nulla tolgono all’immagine davvero tragica di uno Stato che riesce ad essere, al tempo stesso, “protettore e vittima, poliziotto e killer”. Il destino cui gli USA devono fatalmente cedere, nonostante la loro potenza ed a costo di farla diventare prepotenza, è tratteggiato da Zucconi come un’ineludibile sentenza del Fato, che peraltro non le riserva neppure concreti vantaggi. Trattasi infatti, spiegail giornalista, di azioni «dalle quali non traggono né conquiste territoriali né bottini di guerra […] neppure l’antiamericano più allucinato può sostenere che dai 15 anni di emorragia in Vietnam, dai dodici in Afghanistan e dai dieci in Iraq, Washington abbia tratto vantaggi imperiali».

E’ questo l’elemento più rilevante di quella che – citando la nota opera scritta nel 1925 da Theodor Dreiser – potremmo definire la vera “tragedia americana”. Dietro portaerei e caccia americani non c’è nessuna sete di egemonia politica né di colonialismo economico, ma soltanto la dura necessità di evitare che la vigliaccheria degli altri paesi consenta al Male di avere la meglio. Tutto qua.
E, come sottolinea anche Cattaneo nel suo articolo: “…guai al povero Obama, che “non ha scampo”. Perché «non c’è un’altra America», ma soltanto questa, «sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile». E’ lui il vero eroe tragico di quest’America paradossale:  isolata ma da tutti invocata, osteggiata ma di cui non si può fare a meno, combattuta come simbolo del complesso militare-industriale eppure regolarmente tirata in ballo da chi non ha il coraggio d’intervenire in difesa della libertà.

E’ quella stessa libertà cui inneggiano grandi e piccoli negli Stati Uniti quando, con la mano sul cuore, cantano in coro le solenni note del patriottico inno “America the Beautiful”:

“O beautiful for heroes proved / In liberating strife. / Who more than self their country loved / And mercy more than life! / America! America! / May God thy gold refine / Till all success be nobleness /And every gain divine!”.

E’ l’eroico destino di cui parla Zucconi che chiama l’America a quella “lotta liberatrice” che caratterizza “chi ha amato il suo Paese più di sé e la misericordia più della vita”.  Smettiamola quindi con la “faciloneria dell’ideologismo antiamericano” e rendiamoci conto di quale drammatico sacrificio stiamo ancora una volta chiedendo alla “nobleness” dell’America col nostro atteggiamento vile e con la nostra deprecabile “impotenza”. E, soprattutto, basta con la retorica pacifista e con gli attacchi a chi ha ricevuto in sorte un sì oneroso compito da svolgere.

Qualche anno fa Vittorio Zucconi ha efficacemente intitolato un suo libro: “L’Aquila e il Pollo Fritto. Perché amiamo e odiamo l’America (Milano, A. Mondadori, 2008). Scriveva già nel I sec. a.C. il poeta latino Catullo nel suo carme 85: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.  Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Ebbene, anche noi siamo afflitti da questa contraddizione ma, a quanto pare, non c’è nulla da fare. Quest’odio-amore – ahime! – fa parte del destino anche degli Stati Uniti, di cui tutti gradiscono l’ottimo pollo fritto, ma assai meno l’aquila imperiale dello stemma, più disposta a lanciare le frecce che stringe nella zampa sinistra che a sventolare il ramoscello di ulivo che impugna con la destra. Anche il “pacifista” Obama farà così nei confronti della Siria? Lo sapremo presto ma, si sa, le tragedie finiscono sempre molto male…

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

CAMPANIA BELLATRIX

campania armata“Campania felix” era il beneaugurante nome degli antichi Romani diedero al fertile “Ager campanus” , che si estendeva dalle pendici del monte Massico fino ai Campi Flegrei, collegandosi poi con l’area vesuviana. Nel Medioevo si sovrappose il nome “Terra di lavoro” ed essa arrivò a comprendere nel periodo borbonico la provincia di Caserta e parte del basso Lazio.  Purtroppo, di quella prosperosa “Campania felix” resta ben poco ed altri attributi caratterizzano l’attuale Campania. Basta scorrere le statistiche fornite da Istat.it – Campania per rendersi conto che, a parte la negatività di degli indici economici, non c’è da stare allegri. Anche ponendosi nell’ottica dell’indice  F.I.L. (Felicità Interna Lorda), sul quale mi sono soffermato in un precedente articolo.  non sembrerebbero da considerare “felici” gli abitanti della Campania anche in base agli 11 “topics” considerati dall’ O.E.C.D. per il suo “Better Life Index” (casa, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro).

Vorrei però soffermarmi su un aspetto più specifico: l’assurda militarizzazione del territorio e del mare della mia Regione. Mentre per gli oltre 6 milioni di abitanti dei quasi 13.600 kmq di questo ancor splendido territorio tutti gli indici di sviluppo, sia economico sia sociale, registrano ormai da tempo un preoccupante trend negativo, l’unico aspetto in espansione, infatti, risulta quello della occupazione militare della Campania. Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli spiega che “militarizzare” vuol dire “sottoporre a norme e a disciplina militare categorie di cittadini o imprese, per ragioni di difesa esterna o interna”, nonché: “sottoporre a presidio militare, fortificare militarmente” un determinato territorio o una specifica installazione. E’ stato perfino formulato un indice di militarizzazione (GMI = Global Militarization Index), ricavato da vari aspetti ad essa relativi quali: il confronto tra spesa militare e PIL nazionale; il rapporto fra spese militari e spese per la salute; il raffronto tra la presenza di forze militari e paramilitari e quella di medici sul totale della popolazione e, infine, il rapporto fra numero di armamenti pesanti e la popolazione totale. Ebbene, in questo ambito, l’Italia si trova al 68° posto della classifica mondiale – che è guidata da Israele Siria e Russia – a breve distanza da Regno Unito e Spagna, con un GMI pari a 492.87. Ma se consultiamo le statistiche relative alla presenza nei vari Paesi di personale militare e paramilitare, l’Italia si piazza su posizioni decisamente più alte. Basti pensare che il rapporto militari e cittadini italiani è addirittura di 8,2 su1000 abitanti, ben superiore, in proporzione, all’indice degli stessi Stati Uniti (7,4 ‰) o del Regno Unito (6,7 ‰).

La militarizzazione  come occupazione militare della regione Campania da parte di forze armate straniere o internazionali (USA – NATO) è l’aspetto più grave, ma non si può trascurare l’impatto su questo territorio della presenza degli stessi militari italiani, delle varie armi e formazioni.

L’Esercito Italiano – esclusi comandi e stazioni locali dei Carabinieri – conta circa 50 caserme e basi operative, disseminate nella provincia di Napoli (19), Caserta (17), Salerno (11) ed Avellino (1) ( http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?5407-Le-caserme-dell-Esercito-Italiano ).

L’Aeronautica Militare – oltre all’Accademia di Pozzuoli ed alla Scuola Specialisti di Caserta, presenta in Campania il 22° Gruppo Radar (GRAM) di Licola, il 9° Stormo di Grazzanise ed il 5° Gruppo Manutenzione Veicoli (GMV) di stanza a Capodichino ( http://www.aeronautica.difesa.it/ )

La Marina Militare, pur essendo la Campania un’importante regione marittima, presenta allo stato una scarsa presenza – eccettuati i porti nuclearizzati di Napoli e Castellammare di Stabia e la diffusa presenza della Guardia Costiera – delegando di fatto il controllo militare delle acque del basso Tirreno alla U.S. Navy ed al Comando Marittimo della NATO (con base a Nisida), alle cui operazioni partecipano come componenti dell’Alleanza le unità della M.M. italiana.

Ma, come accennavo prima, al di là delle strutture della “Difesa” italiana, la Campania spicca per la macroscopica la concentrazione di basi e comandi “alleati” e statunitensi. Fin dal dopoguerra, essi occupano militarmente le aree-chiave della nostra regione, sottraendole alla giurisdizione ed al controllo delle amministrazioni civili, rendendola un formidabile bersaglio strategico.

La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington. Che non esagero affatto lo dimostra l’elenco che segue, che censisce le installazioni militari presenti sul territorio campano:

Provincia di Napoli

  • Ischia >Antenna di telecomunicazioni USA con copertura NATO.
  • Lago Patria (Comune di Giugliano) NATO > Comando JFC (Sud Europa e Africa)
  • Licola (Comune di Giugliano) > Antenna di telecomunicazioni USA.
  • Napoli Capodichino: US NAVY > COMUSNAVEUR – AFRICOM,  Comando VI Flotta USA.
  • Napoli Camaldoli: Antenna di due radio della Marina USA (uso civile).
  • Napoli Bagnoli: NATO > ex Comando JFC Naples ; Comando NRF.
  • Napoli Nisida: NATO > Allied Maritime Component Command Naples.

Provincia di Caserta

  • Carinaro – Grazzanise > Base saltuaria USAF (aeronautica USA)- NSA  e Ospedale US NAVY
  • Baia Verde (Comune di Castelvolturno – CE) >  zona radar della NATO
  • Mondragone/ Monte Massico > Ex base USA e NATO (sotterraneo antiatomico)

Provincia di Avellino

  • Montevergine  > Stazione di comunicazioni USA.

Provincia di Salerno

Persano > Poligono di tiro dell’E.I., utilizzato anche dalla NATO

Tenuto conto della ridotta estensione territoriale di questo “pentagono della guerra”, si capisce meglio quanto assurda e pericolosa sia stata trasformazione di terre ancora produttive e di notevole interesse ambientale e storico in sedi permanenti dell’imperialismo guerrafondaio. Ai punti nevralgici di quest’irregolare pentagono troviamo: (a) Napoli (sede del Comando Supremo della US Navy per l’Europa e l’Africa, ma anche dell’ex Comando JFC-NATO di Bagnoli e del NavSouth di Nisida, tuttora parzialmente operativi); (b) Giugliano in Campania (dove, presso il Lago Patria è ora localizzato il nuovo Quartier generale Comando delle forze congiunte della NATO, a breve distanza dal suo Centro Radar di Licola); (c) l’area dell’Alto Casertano (al cui interno ricadono sia l’aeroporto militare e la base di supporto della US Navy di Gricignano d’Aversa, sia due postazioni teoricamente in disarmo,  come la zona radar di Castelvolturno e l’ex base antiatomica NATO-USA, celata nelle viscere del Monte Massico (Mondragone).

Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale.

Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano le strade, i tribunali e perfino le discariche. Sarà che hanno dovuto già sopportare di tutto, dalla chiusura delle fabbriche e degli esercizi commerciali alla disoccupazione giovanile galoppante, per cui gran parte delle forze nuove per le forze armate professionalizzate continuano a provenire proprio da questa “infelix” regione. Preoccupa però che 6 milioni di cittadini italiani sembrano essere in larga parte inconsapevoli – o comunque rassegnati – di fronte alla crescente militarizzazione della Campania ed ai rischi che comporta per la democrazia, la sicurezza, la salute e, soprattutto, per la pace.

Gli abitanti di Napoli e di Castellammare di Stabia, ad esempio, convivono da decenni col rischio nucleare, per la presenza di natanti a propulsione atomica nei loro porti, eppure nessuno finora si è degnato d’informarli adeguatamente del pericolo che corrono e dei piani di emergenza predisposti, sebbene da tempo si tratti d’un obbligo di legge (D. Lgs. 230/1995).

I cittadini giuglianesi, poi, si trovano da due mesi già operativo sul loro territorio un mega-comando “Alleato”, costato 191 milioni di euro (di cui 21 sborsati dalla loro Regione e dalla loro Provincia) e nel quale sono ospitati 2.100 militari e 350 civili. Questo ingombrante e fastidioso neoNATO (330.000 mq di superficie, con 280.000 metri cubi di edificazione ed una previsione di 5.000 nuove presenze in zona), accanto allo storico Lago Patria, è stato costruito inopinatamente su un’area particolarmente inquinata da decenni di incendi e sversamenti abusivi di rifiuti – alcuni dei quali tossici e nocivi – che ricade nel c.d. “triangolo della morte” (Giugliano-Acerra-Castelvolturno), gestito dalla Camorra SpA. Eppure tutto questo sembra perfettamente naturale e le autorità locali e regionali si lanciano in sperticate lodi di questa struttura che la stessa NATO ha definito un “quartier generale di guerra (warfighting headequarters), invitando bellicosamente il leone simbolo del JFC a “ruggire”.

Gli stessi Napoletani che abitano nella zona di Capodichino, oltre a subire quotidianamente l’inquinamento acustico degli aerei che decollano ed atterrano nell’omonimo aeroporto internazionale civile, convivono da anni con una delle centrali militari più importanti del mondo, il Comando Europeo ed Africano delle Forze navali americane, competente su un’area strategica enorme, che va dal Polo Nord a quello Sud, dal Mediterraneo al Mar Caspio. Eppure tutto ciò sembra ormai far parte dell’ordinario, come se fosse normale che una città – medaglia d’oro della Resistenza per essersi liberata da sola dall’occupazione nazista – debba subire passivamente l’occupazione militare USA e NATO a distanza di 68 anni dalla fine della guerra.

La scomoda verità è che il “pentagono della guerra” che ho appena descritto è la dimostrazione tangibile che chi governa l’Italia non ha nessuna intenzione di onorare l’art. 11 della sua Costituzione e, soprattutto, che la sovranità del nostro Paese è tuttora pesantemente limitata da un complesso militare-industriale al quale sembrerebbe quasi onorato di appartenere…

Ciò significa che il compito per il movimento antimilitarista e pacifista è enorme e che la sua forza attuale è ancora molto inferiore a quella occorrente. L’abolizione del servizio militare di leva – con la conseguente eliminazione del servizio civile degli obiettori di coscienza e della stessa componente civile della difesa, faticosamente conquistata – ha di fatto impedito che centinaia di migliaia di giovani si sentissero coinvolti ed impegnati in prima persona. Il resto lo ha fatto il processo di de-ideologizzazione, che ha cancellato poco alla volta ogni analisi critica dell’attuale sistema di potere e del modello di sviluppo cui è asservito, grazie anche alla banalizzazione e massificazione del pensiero unico neoliberista, cui ci ha abituato il grande fratello mediatico.

Ecco perché la lotta nonviolenta per smilitarizzare la Campania e denuclearizzare il suo mare ha bisogno di un nuovo slancio e di una vasta campagna di educazione alla pace ed alla resistenza civile. Per fare questo deve proseguire l’opera di controinformazione e di sensibilizzazione, a partire dagli abitanti delle aree più direttamente coinvolte in quest’assurda escalation militarista. Solo così – con una lotta civile, popolare e nonviolenta – potremo “togliere le basi” alla guerra globale.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’immagine che illustra il titolo è stata realizzata da E. Ferraro

INSIEME SI’ , MA PER QUALE ALTERNATIVA?

rivoluzione civileLo scorso 25 giugno ho postato sul mio blog un articolo riguardante la nuova situazione politica che si stava creando in Grecia, in occasione delle elezioni che si erano tenute in un momento molto delicato per quel Paese (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ ). Il fatto che SYRIZA – coalizione di sinistra radicale ed eco socialista – fosse diventata la seconda forza politica presente nel parlamento ellenico, infatti, mi sembrava un segnale da cogliere, cercando anche di comprenderne il senso e la portata. In quell’occasione, inoltre, ho affermato che: “se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto”, concludendo con l’augurio che, pur non riscontrandone le premesse, anche in Italia si potesse costruire quanto prima: “…un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico”.
Sei mesi più tardi, ora che a breve toccherà a noi italiani andare a votare per il rinnovo del nostro Parlamento e per indicare una possibile coalizione di governo, devo purtroppo constatare che quel mio auspicio è rimasto tale. Se il motto elettorale di SYRIZA, come ricordavo allora, “apriamo la strada alla speranza”, è davvero difficile affermare, invece, che il nostro panorama politico attuale apra il cuore alla speranza. Ovviamente non sto parlando di quei poco credibili partiti di plastica o di cartone che proliferano in periodo elettorale, alla faccia della tanto sbandierata ‘semplificazione’ cui ci avrebbe portato il sistema maggioritario, rispetto a quello proporzionale. No, mi riferisco proprio alle maggiori forze politiche nazionali (il vecchio centro-destra ed il vecchio centro-sinistra), che dalla ‘parentesi tecnica’ del governo Monti sono stati costrette prima ad equilibrismi incredibili pur di sostenerlo e poi a profonde revisioni pur di esorcizzare l’ingombrante pretesa degli ex-tecnici di rilanciare un confuso protagonismo centrista. A parte la scarsa credibilità di chi – da una parte e dall’altra – ha sostenuto per un anno il “rigor Montis”, senza saper oggi fornire un’indicazione seria d’un modello diverso, è evidente che per una persona come me, convintamente ecologista, socialista e pacifista, non si può ritrovare in formule elettorali così contraddittorie.
A chi non si accontenti del rassicurante quanto scolorito moderatismo del centro-sinistra, però, a parte l’ambigua demagogia del movimento dei ‘grillini’, quali possibilità di scelta rimangono?
In effetti un’alternativa ci sarebbe, ed è quella della coalizione che ha indicato come proprio leader l’ex magistrato Ingroia ed ha deciso di chiamarsi: “Rivoluzione Civile”. A prima vista potrebbe apparire una versione in salsa italica proprio dell’ellenica SYRIZA, realizzando così l’auspicio di mettere insieme le forze della sinistra radicale, ecologiste e pacifiste, nella direzione alternativa d’un modello di sviluppo equo e che si opponga sia alla violenza – sociale e militare – contro le persone, sia a quella contro gli equilibri ambientali e la biodiversità.
Potrebbe apparire così, ma la realtà mi sembra assai meno incoraggiante. Lo stesso nome scelto per quest’alleanza è sintomo di un’incertezza fra un’impostazione dichiaratamente “rivoluzionaria” ed un programma assai meno radicale nelle scelte e piuttosto vago nelle indicazioni concrete. La stessa scelta dell’aggettivo ‘civile’, fra l’altro, suona più come un rinvio ad una visione radicale e neo-illuminista che un richiamo a un’effettiva alternativa socialista. Ma il problema, ovviamente, non è solo di terminologico, visto che i 10 punti che, ad oggi, costituiscono la sintesi del programma di questo nuova alleanza mi lasciano perplesso proprio sulla sua effettiva carica ‘rivoluzionaria’.
Ho provato quindi a confrontare questo scarno manifesto “Io ci sto” di R.C. coi “40 punti’ del programma di SYRIZA per le scorse elezioni politiche in Grecia, raggruppandone le proposte in base a rubriche generali. Riporto di seguito questa mia sistemazione ‘tematica’ dei due programmi elettorali nella loro forma sintetica, ricondotti a cinque punti fondamentali: (a) riforme istituzionali, diritti e riforma e moralità della politica; (b) economia e finanza; (c) lavoro; (d) servizi educativi e socio-sanitari; (e) pace, disarmo e questioni ambientali.

I 10 PUNTI DI “RIVOLUZIONE. CIVILE”

A) RIFORME ISTITUZIONALI , DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
1) Vogliamo che la legalità e la solidarietà siano il cemento per la ricostruzione del Paese;
2) Vogliamo uno Stato laico, che assuma i diritti della persona e la differenza di genere come un’occasione per crescere;
4) Vogliamo una politica antimafia nuova che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento, ma l’eliminazione della mafia, e la colpisca nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a cominciare dal potere politico;
8) Vogliamo che i partiti escano da tutti i consigli di amministrazione, a partire dalla RAI e dagli enti pubblici, e che l’informazione non sia soggetta a bavagli;
9) Vogliamo selezionare i candidati alle prossime elezioni con il criterio della competenza, del merito e del cambiamento;
10) Vogliamo che la questione morale aperta in Italia diventi una pratica comune e non si limiti alla legalità formale, mentre ci vogliono regole per l’incandidabilità dei condannati e dei rinviati a giudizio per reati gravi. Vogliamo ripristinare il falso in bilancio e una vera legge contro il conflitto di interessi ed eliminare le leggi ad personam.

B) ECONOMIA E FINANZA
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali, per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese;
6) Vogliamo che gli imprenditori possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse.

(C) LAVORO
7) Vogliamo la democrazia nei luoghi di lavoro, il ripristino del diritto al reintegro se una sentenza giudica illegittimo il licenziamento e la centralità della contrattazione collettiva nazionale;

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
3) Vogliamo una scuola pubblica che valorizzi gli insegnanti e gli studenti con l’università e la ricerca scientifica pubbliche non sottoposte al potere economico dei privati e una sanità pubblica con al centro il paziente, la prevenzione e il riconoscimento professionale del personale del settore;

E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali,

I 40 PUNTI PROGRAMMATICI DI “SY.RIZ.A.

(A) RIFORME ISTITUZIONALI, DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.
26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.
28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.
30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.
(B) ECONOMIA E FINANZA
1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.
2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.
3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.
5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.
7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.
8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.
17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.
18. Nazionalizzazione delle banche.
19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).
(C) LAVORO
11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).
16. Aumentare i sussidi per i disoccupati.
21. Parità salariale tra uomini e donne.
22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.
23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.
24. Recuperare i contratti collettivi.
25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
12. Utilizzare edifici del governo, di banche e chiesa per ospitare i senzatetto.
13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.
14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.
15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.
16. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).
35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.
36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.
E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
10. Tagliare drasticamente la spesa militare.
29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni…
33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.
20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.

Credo che basti anche un’occhiata a questo ‘quadro sinottico’ per fare qualche considerazione:
(i) In linea generale, il numero ridotto di punti dedicati da R.C. a certe questioni, come quella della pace, quella ambientale o quella del welfare, ancor prima del merito delle proposte avanzate, lascia perplessi sul modello alternativo di sviluppo che emerge da questa proposta politica;
(ii) la centralità dei concetti di “legalità” e quello di “moralità”, piuttosto che di equità e di diritti umani e sociali, mi sembra che costituisca un secondo elemento di differenza tra il programma di R.C. e quello di SYRIZA;
(iii) la priorità data da R.C. alla cultura come risorsa ed il richiamo alla tutela della salute e dell’ambiente e la contrarietà al peso di finanza, burocrazia e tasse sullo sviluppo – per quanto condivisibili in linea di massima – non indicano, però, un modello economico alternativo a quello liberista e privatistico attuale né delineano una chiara strategia nei confronti dei diktat dell’Europa delle banche;
(iv) su una questione centrale come quella del lavoro e dello statuto dei lavoratori, il semplice appello ad una maggiore “democrazia” da parte di R.C. appare oggettivamente debole, rifacendosi più a criteri di ‘legittimità’ dei provvedimenti che alla loro effettiva equità, aspetto invece più rilevante nel programma di SYRIZA;
(v) l’appello di R.C. a salvaguardare la natura ‘pubblica’ della scuola e della sanità – ovviamente sottoscrivibili in pieno – trascurano però del tutto il rilancio del sistema socio-assistenziale, che la relativa riforma (L. 328/2000) affida in senso federalista agli enti locali che non sono autonomi finanziariamente, e che sono quindi subiscono da anni i traumatici tagli del governo centrale al welfare;
(vi) mentre nel programma della sinistra radicale greca si parla esplicitamente di tagli alla spesa militare, di smilitarizzazione, di uscita dalla NATO e di netta opzione per le energie rinnovabili, nei ’10 punti’ di R.C. ci si limita ad un generica “scelta della pace e del disarmo” e, sul fronte ecologista, nulla si propone sul piano dell’inversione del modello energetico come fonte di uno sviluppo alternativo.
Naturalmente queste mie sono solo considerazioni personali, che affondano su una carenza di messaggi programmatici più espliciti da parte di R.C. più che su un’effettiva visione moderata o su oggettive ambiguità progettuali. Ma penso che anche ciò che non si dice abbia un peso, se ci si trova in piena campagna elettorale, per cui omissioni o concetti vaghi possono risultare sospetti.
La stessa scelta di parlare poco di programma e molto di personalità da candidare, inoltre, rischia di andare nella direzione quasi obbligata di una politica all’americana, dove ideologie e progetti a medio e lungo termini scompaiono sempre più, sovrastati dal leaderismo, dal culto mediatico dell’immagine personale dei candidati e dal simbolismo dei ‘colori’ e dei loghi.
Sinceramente mi auguro che le cose cambino e che dalla coalizione capeggiata da Ingroia esca un messaggio più chiaro e meno tatticamente vago. In caso contrario, la sinistra italiana avrà perso l’ennesima occasione per dimostrare che “cambiare si può” e, ancora una volta, invece di “aprire la strada alla speranza” ci lascerà nel vicolo cieco della rassegnazione all’esistente.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )

NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

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