La colomba verde e il califfo nero

Resistenza a terrorismo ed integralismo islamista: una prospettiva nonviolenta ed ecopacifista   di Ermete Ferraro (*)

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1 – Guerra all’ISIS: la mistificazione degli interventisti

E’ molto difficile che in Italia si parli di nonviolenza e, specificamente, di difesa nonviolenta come forma di resistenza pacifica e non armata. E’ ancora più raro che si affronti apertamente questo argomento in un contesto che si riferisca all’escalation del terrorismo islamista ed ai preoccupanti focolai di guerra di cui abbiamo sentiamo parlare quasi ogni giorno, ma sempre secondo i consueti schemi mentali di una cultura che conosce poco e male l’alternativa nonviolenta e per la quale l’unica difesa possibile resta comunque quella militare.

Si accenna talvolta anche ad una terza via, quella classicamente definita ‘diplomatica’, che vede impegnate le cancellerie dei vari stati coinvolti in una trattativa che punta ad una mediazione accettabile tra le parti in conflitto,  così come non manca chi ipotizza piuttosto un uso maggiore dei cosiddetti servizi, cioè del controspionaggio, in funzione sia di collegamento ufficioso e supporto alla diplomazia, sia di vere e proprie azioni di ‘intelligence’.

Quel che è certo è che il bombardamento mediatico ci fa sentire sotto assedio, sempre più direttamente coinvolti in conflitti che, ormai da un po’, sembrerebbero sfuggire ad ogni tradizionale logica geo-politica, proprio perché al terrorismo islamista si è ormai sovrapposta una strategia bellica  vera e propria, e per di più a distanza ravvicinata dalle nostre coste.

Questo, ovviamente, offre sempre più frequenti occasioni di proclami bellicisti ad una destra che va caratterizzandosi in senso nazionalista e xenofobo, ma anche di una sedicente sinistra decisionista ed inguaribilmente filo atlantica.

Da parte sua, il movimento pacifista italiano, cronicamente indebolito dalla frammentazione dei gruppi e dall’incapacità di uscire dalla pura e semplice testimonianza, stenta a dare una risposta a questa tendenza all’utilizzo dei media per diffondere paura e luoghi comuni, facendo il gioco dei terroristi e disseminando la sensazione della quasi ineluttabilità d’un coinvolgimento del nostro Paese in azioni militari, in risposta alla minaccia islamista.

Certo, dopo che già ci siamo cascati in altre circostanze, e soprattutto dopo gli evidenti risultati negativi di quelle esperienze, perfino alla stampa ed alle emittenti radio-televisive riesce ormai difficile parlare di azioni di “peacekeeping”. L’ipocrisia della ‘neolingua’ dei politici non riesce più a nascondere, ad esempio, che un intervento armato in Libia – come quello ventilato recentemente – sarebbe fatalmente un’azione di guerra.

Il fatto che colpisce maggiormente è che questa demistificazione delle finte azioni di pace, in passato definite perfino ‘umanitarie’ – viene proprio da chi sa esattamente di che cosa si sta parlando, cioè dai militari. Non è un caso, infatti, che un ex-Capo di stato maggiore della Difesa, il gen. Mario Arpino, si sia associato ad alcuni suoi autorevoli omologhi statunitensi nel criticare  la sconcertante approssimazione dei politici nel trattare di questi problemi.

 «Sulla scottante questione libica prevale la tesi per cui è meglio evitare interventi militari esterni, altrimenti la situazione potrebbe diventare ingestibile. Eppure certi Paesi come la Francia mandano verso quei territori le loro portaerei dando l’impressione di volersi muovere.
“Sì, ecco, la Francia. Un’altra minaccia secondo me è proprio la Francia. Ogni volta che si muove fa disastri. […] Dietro la foglia di fico del voler proteggere qualcosa o qualcuno, probabilmente si cela sempre l’intento di fare i fatti propri. Ci hanno trascinato in un conflitto destabilizzando il padrone del momento, Mu’ammar Gheddaffi, dipinto come poco democratico, ma stiamo scoprendo quanto sia inutile cercare padroni democratici in Medio Oriente. Anzi, forse è impossibile trovarne. Il rischio è continuare a dare in pasto all’Isis e ai suoi simili argomenti e motivi per crescere e prosperare, di fornire ciccia al cane”.

Si parla in compenso di soluzione politica, cosa può significare in concreto?

[…] Soluzione politica significa qualunque cosa che non sia guerra. Bisogna allora stabilire se ci sono le condizioni per far colloquiare almeno i principali responsabili. Ed è ciò che sta facendo, tutto sommato, l’Onu in particolare con l’inviato speciale Bernardino Leon per la creazione di un governo di unità nazionale.» [i]

D’altra parte, se solo non ci si fa prendere la mano dalla propaganda interventista e si ritorna col pensiero ai miserandi risultati delle precedenti ‘spedizioni’ militari italiane, non si può fare a meno di constatare  che, anche prescindendo dal tragico bilancio dei morti, dei feriti e dei danni provocati da quelle azioni armate, non si può assolutamente affermare che esse siano servite ad arginare il pericolo islamista o a ridimensionarne l’impatto sull’Europa.

Spiega Loretta Napoleoni, economista ed esperta di terrorismo internazionale:

«L’Occidente dovrebbe smetterla di agire d’impulso e usare di più la diplomazia. Abbiamo fatto la guerra in Iraq nel 2003 e oggi ci ritroviamo i jihadisti dieci volte più forti. L’unica strada è quella indicata dal Papa: dialogo e azione sotto traccia per capire gli obiettivi dello stato islamico […] »Abbiamo  già visto che la guerra ha prodotto destabilizzazione sia in Iraq che in Libia a meno che non sia un intervento militare di lunghissimo periodo e questo significa tornare a una forma di neo colonizzazione  e questo è impossibile dal punto di vista politico e inaccettabile dalla popolazione occidentale. L’unica strada è quella prospettata da papa Francesco qualche mese fa: dialogo e diplomazia». [ii]

Il guaio è che dire la verità, mostrare quanto è nudo il re della guerra, è considerata una possibilità da scartare, sia per non disturbare i balbettii spesso contraddittori dei politici, sia perché si teme di passare per disfattisti, per filo-islamici o semplicemente per inguaribili ingenui.

Eppure, come dichiara in un’intervista un ex generale della NATO come Fabio Mini, è innegabile che un coinvolgimento diretto dell’Italia in uno scenario come quello libico (di per sé evocante  gli spettri del colonialismo) ci costerebbe davvero molto caro, cioè circa 50 morti alla settimana…

« È una guerra e non una missione di pace» precisa ancora Mini. Una guerra per cui servirebbero «come minino 50 mila uomini per controllare il territorio, fermare le auto, sorvegliare gli spostamenti, schedare le persone». «Gli interventi aerei servono a garantire le basi» è la strategia, «e non a colpire in maniera indiscriminata, seguendo quanto sta facendo l’Egitto, perché in quel caso, in territori dove non tutti ci sono ostili hai solo la certezza di farti odiare da tutti. Perché se a uno che non ti sta combattendo uccidi un famigliare, anche per sbaglio, quello dal giorno dopo sarà un tuo nemico».[iii]

Una guerra, dunque, e per di più sanguinosa, destinata a farci odiare da tutti e senza speranza di risolvere nulla. Ma allora perché non tentare strade diverse, alternative alle solite carneficine spacciate per operazioni di ‘polizia internazionale’ o, peggio ancora, per ‘missioni di pace’?

2 – Fallimento delle soluzioni armate contro terrorismo e integralismo 

Il gioco è sempre lo stesso, mistificatorio come la soluzione bellica che propugna. Basta  colpevolizzare chi è contro  gli interventi militari sbandierando il solito argomento della sicurezza nazionale minacciata. Eppure basterebbe replicare che, finora, l’unico risultato delle prodezze  belliche francesi, inglesi e statunitensi è stato l’innegabile rafforzamento dei movimenti islamisti e la loro conversione dalla strategia terrorista ad una aperta sfida armata ad un generico Occidente.

La nostra martellante propaganda anti-jihadista, da parte sua, paradossalmente è riuscita a partorire un estremismo islamico ancor più feroce e combattivo, evocando un assurdo clima da crociate, di cui hanno fatto le spese in particolar modo le minoranze cristiane dei paesi arabi.

La radicalizzazione del conflitto, però, non è stata un indesiderabile ‘effetto collaterale’ della escalation militare degli ultimi anni. E’ stata piuttosto la logica conclusione di una serie di scelte sbagliate, affrettate e miopi da parte di un sistema che, dipendente com’è dal complesso militare-industriale, alimenta nuove guerre, utilizzando anche l’arma della guerra psicologica. Alle cosiddette “psy-ops” ho già dedicato in passato un approfondimento, soffermandomi appunto sulle “armi di disinformazione di massa” cui corpi speciali delle forze armate addestrano i loro agenti, nell’intento di manipolare le menti e di ‘adattare’ la realtà alle affermazioni su di essa.

«Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.» [iv]

Non è un caso che alla violenza della guerra si associ regolarmente quella della propaganda e della manipolazione delle menti. E’ l’esatto contrario della nonviolenza, la cui caratteristica è di essere invece “la forza della verità” (il significato del gandhiano “Satyagraha”), perché  – al contrario della pace che è sempre aperta e costruttiva – la guerra si nutre di odio, diffidenza e paura.

Recentemente sono apparsi alcuni articoli, prevalentemente sui media anglosassoni, riguardanti la possibilità e fattività di una resistenza nonviolenta alla minaccia dell’integralismo islamico ed alle strategie guerrafondaie dell’ISIS. Tra le voci che si sono levate in tal senso c’è quella di Erin Niemela, direttrice della rivista Peace Voice (organo dell’Oregon Peace Institute), che si è fatta promotrice di “Strategie di controterrorismo nonviolente” nei confronti del cosiddetto “Stato Islamico”, proprio a partire dal palese fallimento di quelle militari.

«Adesso basta. Tutte le politiche d’intervento violento di controterrorismo sono completamente fallite. Stiamo seminando e raccogliendo una tragedia perpetua con questa macchina di violenza e le sole persone che ne beneficiano se ne stanno sedute su una montagna  di denaro, nell’industria del conflitto […] E’ tempo di un grande cambiamento nelle strategie di gestione dei conflitti. Possiamo finalmente iniziare ad ascoltare i tanti ricercatori e gli studi con strategie scientificamente supportate per un antiterrorismo nonviolento?» [v]

Già, perché quello che la stragrande maggioranza delle persone non sa è che l’alternativa non è affatto fra l’intervento armato ed un vile e miope disimpegno. La vera alternativa è tra la risoluzione violenta e nonviolenta dei conflitti, utilizzando nel secondo caso un comportamento che è tutt’altro che passivo, in quanto si tratta di adottare una resistenza attiva e mirata. La via nonviolenta, infatti, non solo è eticamente preferibile, ma è anche molto più efficace, come hanno mostrato con chiarezza vari studi comparativi sulle soluzioni adottate ad un secolo di conflitti.

« Erica Chenoweth e Maria Stephen, nel loro innovativo studio del 2011, intitolato “Perchè la resistenza civile funziona” , hanno rilevato che “tra il 1900 ed il 2006, le campagne di resistenza nonviolenta hanno avuto quasi il doppio delle probabilità di raggiungere un successo pieno o parziale,rispetto alle loro controparti violente ” Inoltre, delle campagne di resistenza nonviolenta di successo hanno meno probabilità di degenerare in guerra civile e più possibilità di raggiungere obiettivi democratici.» [vi]

gandhiPer oltre un secolo – come si ricava dalla ricerca delle due studiose statunitensi – le campagne di resistenza civile si sono rivelate molto più efficaci di quelle militari, coinvolgendo l’attivismo dei cittadini e rendendoli protagonisti della difesa. Tutto questo, quindi, è già capitato in Polonia, in Birmania, in Iran, nelle Filippine e nella stessa Palestina. Si tratta di casi che si aggiungono a quelli, storici, di resistenza civile in Sud Africa, in Danimarca ed anche in Italia.

Insomma, non si propone né di incrociare le braccia ed attendere lo sviluppo degli eventi, adottando una discutibile neutralità fra le parti in conflitto, né di affermare un principio esclusivamente morale, senza tener conto della sua realizzabilità ed efficacia pratica. Ciò che andrebbe perseguito è piuttosto un modello di resistenza civile, non armata e popolare, che utilizzi strategie e tecniche ispirate alla nonviolenza attiva e sia capace di coinvolgere direttamente i soggetti in causa.  Questo, ovviamente, non esclude affatto interventi esterni – ad esempio quelli d’interposizione nonviolenta e perfino di tradizionale peacekeeping  da parte dell’ONU. Soprattutto, non costituisce assolutamente uno sgravio di responsabilità, scaricando l’onere della difesa esclusivamente sui diretti interessati.

E’ infatti evidente che le cause dei conflitti attuali vanno cercate negli equilibri strategici internazionali, in un sistema saldamente radicato sul complesso militare-industriale ed in una corsa all’appropriazione delle risorse naturali, in particolare energetiche, da parte di alcune superpotenze. Ecco perché interventi militari in zone calde – come la Siria o la Libia – risultano quanto meno sospetti, se sollecitati e condotti da soggetti interessati strategicamente ed economicamente a quei territori ma, soprattutto, essi sono comunque destinati a non sortire risultati reali e stabili di pacificazione, come sottolinea una studiosa italiana.

«Le operazioni militari, comportando la minaccia all’uso della violenza, spingono le parti in conflitto a interrompere la guerra solo per paura che l’intervento armato si concretizzi[…] Di conseguenza, la cessazione delle ostilità viene raggiunta tramite l’imposizione esterna di un accodo. Una soluzione di questo tipo è temporanea in quanto non affronta le problematiche che hanno provocato il conflitto. L’intero militare esterno viene poi vissuto dalle popolazioni in lotta come un’aggressione straniera da parte di altri paesi…» [vii]

Rifiutare la logica perversa della violenza, quindi, vuol dire aprire prospettive nuove ed avviare soluzioni costruttive e più stabili.

3 – ‘Give peace a chance!’: resistenza nonviolenta ed integralismo islamico

 Recentemente, sull’Huffington post è apparso un articolo di Eli S. McCarthy, docente di studi sulla pace all’Università di Georgetown, dal titolo: “ISIS: Nonviolent Resistance?” [viii] , in cui lo studioso statunitense, come la citata Irin Niemela, parte dalla constatazione che i metodi di contrasto che s’ispirano alla nonviolenza sono statisticamente più efficaci e durevoli delle azioni di guerra, comunque si pretenda di definirla.

« Abbiamo bisogno di fornire finanziamenti e formazione per gli attori della società civile locali nella vasta gamma di metodi di resistenza nonviolenta. Gli attori della società civile locali devono decidere quali tattiche sarebbero molto probabilmente efficaci, adattarle  alla loro cultura e mettere in luce la dignità umana.. . » [ix]

McCarthy passa poi a proporre otto punti fondamentali perché si possa credibilmente avviare una strategia di resistenza civile e non armata, che ha la sua concreta attuazione in operazioni di ‘Protezione Civile Disarmata’ e di ‘peacebuilding’, ossia di ricostruzione del terreno adatto alla ricostruzione ed alla ‘riconciliazione sociale’.

« a. Diminuire le risorse umane: ciò può comprendere gli sforzi fatti localmente per incoraggiare la gente a non unirsi all’ISIS e per offrire opportunità che si venga incontro, con altri mezzi, ai loro bisogni, come: il lavoro, l’istruzione, il rispetto per la religione, l’influenza politica, la cura dei traumi, l’avventura etc.. Questo potrebbe anche comprendere la creazione di linee di comunicazione con membri dell’ISIS a vari livelli, al fine di costruire relazioni tali da indurli ad una diminuzione del loro sostegno o ad una loro uscita dall’ISIS […]

b. Ridurre le persone con competenze e conoscenze-chiave : ciò comporterebbe uno sforzo più focalizzato sul creare linee di comunicazione con persone, all’interno dell’ISIS, che possiedano competenze-chiave […]

c. Ridurre la loro capacità di sanzioni: ciò potrebbe comprendere un coinvolgimento diretto a livello locale con la polizia  o i soldati nell’ ISIS,  per incoraggiarli continuamente a danneggiare meno,  come un modo per mantenere al meglio il loro ordine. […]Questo potrebbe includere anche la creazione di gruppi di controllo di quartiere come un’alternativa che ISIS può consentire e che avrebbe gradualmente ridurre i danni alle persone nella comunità, determinando così  più spazio di manovra alla società civile per organizzarsi.

d. Ridurre la loro autorità e legittimazione : ciò potrebbe comprendere un dibattito discreto e forse riunioni di piccolo gruppi, che sollevino questioni circa la loro autorità e legittimazione […]

e. Ridurre gli intoccabili:ciò potrebbe comprendere […] per esempio, l’uso dell’Islam, l’insostenibilità della rivoluzione e del controllo violento, ed il loro trattamento nei confronti delle donne e di altre minoranze. Questo può essere fatto sia a livello locale e internazionale. […]

f. Ridurre le risorse materiali: ciò sarebbe impegnativo, ma al momento opportuno e quando la gente del posto lo decide, potrebbe includere il ritardare strategicamente un pagamento o versare solo parte del pagamento di una certa imposta / tassa per l’oppressore.[…]

g. Istituzioni alternative: al momento giusto,ciò potrebbe comprendere la creazione di comitati locali – di strada, di quartiere o di città –come fu fatto in Sud Africa per l’Apartheid […]

h. Interruzioni diffuse: questo sarebbe stato difficile ma, al momento giusto e quando la gente del posto lo decide, potrebbe comprendere l’organizzazione di rallentamenti nel lavoro per cinque minuti /un’ora /mezza giornata,  o l’organizzazione di  rallentamenti nei viaggi, come nel caso dei  veicoli per le strade, ecc.»

Come si vede, buona parte delle strategie proposte rientrano nel tradizionale repertorio della resistenza nonviolenta, codificate negli scritti di M.K. Gandhi, ma soprattutto attuate nel corso della rivoluzione nonviolenta che portò alla liberazione dell’India dal dominio coloniale inglese. Si tratta di tecniche – basate prevalentemente sulla disobbedienza civile, la non-collaborazione, il boicottaggio, ma anche sulla capacità di dar vita ad organizzazioni parallele ed alternative – che il fondatore della nonviolenza in Italia, il filosofo Aldo Capitini, racchiuse nel suo fondamentale manuale apparso nel 1967 [x].

Come sottolinea opportunamente Antonino Drago in un suo libro dedicato alla storia ed alle tecniche della Nonviolenza, non si tratta di manifestare la propria obiezione di coscienza o di dare una testimonianza morale,  bensì di determinare attraverso quelle strategie effettivi risultati, ai fini della risoluzione del conflitto.

«Per tale scopo, alla nonviolenza si chiede di saper proporre azioni che siano: 1) comprensibili in termini universali, 2) comunicabili da una persona all’altra non con un lungo processo di adattamento, ma secondo un linguaggio compartecipato collettivamente e 3) efficaci sulla struttura sociale.» [xi]

Recentemente, il quotidiano cattolico francese “la Croix” ha pubblicato un articolo di Étienne Godinot (Presidente dell’Institut de Recherche sur la Résolution Non-violente des Conflits- IRNC), in cui egli si sofferma proprio sull’esigenza di passare ad un modello civile di difesa, anche quando si tratta di fronteggiare crisi internazionali come quella attuale.

« La difesa civile nonviolenta è una politica di difesa contro ogni tentativo di destabilizzazione, di controllo e d’occupazione della nostra società, coniugando, in maniera civile preparata ed organizzata, delle azioni nonviolente collettive di non-collaborazione e di confronto con l’avversario, in modo che egli sia messo nell’incapacità di raggiungere gli obiettivi della sua aggressione : l’influenza ideologica, la dominazione politica, lo sfruttamento economico.» [xii]

Tornando a McCarthy, egli chiude il suo contributo sull’ipotesi di resistenza nonviolenta all’ISIS  dichiarando che spetta alle comunità locali scegliere come e quando sperimentare dei metodi alternativi di lotta, per una trasformazione nonviolenta dei conflitti. L’appello è anche ad evitare che la propaganda mediatica ci porti a considerare gli appartenenti all’ISIS come esseri non umani, con cui non sarebbe quindi possibile altra risposta che quella armata. Alternative valide agli scontri armati ci sono, mentre abbiamo ormai ampia esperienza dell’inutilità e distruttività delle soluzioni militari.

4 – Una  prospettiva ecopacifista per l’azione nonviolenta
ulivo girasoleIn un opuscoletto dal titolo “L’ulivo e il girasole”  ho cercato di tracciare un percorso operativo per chi è già convinto che le battaglie per la pace sono strettamente correlate a quelle in difesa dell’ambiente violato, o comunque si sia reso conto che è difficile scindere fenomeni diversi, ma che hanno quasi sempre cause e moventi comuni.  Sto parlando di quella visione ecopacifista che in Italia, purtroppo, è ancora poco diffusa, e che invece potrebbe coniugare le istanze ecologiste con quelle di chi cerca un’alternativa alla guerra. Una delle cose che ho cercato di puntualizzare in quello scritto sono i suoi principi teorici, che così sintetizzavo:

«(i) L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. […]; (ii) L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neppure una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico e sociale […]; (iii) Il patrimonio ideale dell’ecopacifismo racchiude e coniuga varie idee-chiave che bisogna approfondire e trasformare in azione: pace positiva, giustizia sociale, democrazia dal basso, difesa della diversità culturale e linguistica, salvaguardia della biodiversità…» [xiii]

Ebbene, se si esamina la situazione attuale dello scenario in cui opera l’ISIS, è evidente che una strategia alternativa a quella degli interventi militari deve tener conto sia degli attuali equilibri geo-politici in quella regione, sia delle cause economiche di quegli infiniti conflitti e della parallela crescita del traffico di armi. Entrambi, infatti, sono stati sempre determinati dall’arrogante pretesa di  controllare le risorse energetiche ed hanno, d’altra parte, provocato enormi e persistenti danni all’ambiente naturale oltre che alla popolazione civile ed alla loro stessa possibilità di lavoro e di sopravvivenza.  Come ribadiva un documento della Rete della Conoscenza – pubblicato lo scorso agosto sul suo sito – è necessario interrompere il circolo vizioso per cui le armi alimentano i conflitti e questi ultimi richiedono l’uso di sempre nuovi armamenti.

« Le potenze occidentali hanno gravissime responsabilità nella determinazione dell’attuale situazione in Medio Oriente. La definizione di confini coloniali (quasi mai corrispondenti a identità collettive), la formazione di classi dirigenti locali strettamente legate nella loro ascesa ai partner occidentali, politiche interventiste spregiudicate a tutela dei propri interessi geo-politici ed energetici a geometria variabile hanno per decenni pesato come macigni sulla possibile affermazione di forme di auto-governo, sull’autodeterminazione delle popolazioni e sulla convivenza pacifica fra etnie e religioni diverse.» [xiv]

Ma i problemi non sono solo quelli storici di un conflitto che si trascina da decenni. Le continue azioni di guerra in Medio Oriente – si rileva in un articolo del 25 marzo scorso che cita organismi internazionali come la Croce Rossa –  stanno anche provocando catastrofi ambientali ed umanitarie,:

« Il consumo di acqua in una regione instabile, con l’aumento della popolazione era già a livelli insostenibili in molti zone colpite da basse precipitazioni record e dalla siccità, ma le guerre hanno spinto sistemi “vicino al punto di rottura”, ha detto l’agenzia assistenziale. Militanti in Siria, Iraq e Gaza hanno usato anche l’accesso all’acqua e alla corrente elettrica come “armi tattiche o come merce di scambio”, ha dichiarato in un rapporto il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa).[…] “Pesanti combattimenti e la pratica del bersaglio diretto hanno distrutto condutture dell’acqua e linee elettriche, privando di  questa risorsa vitale centinaia di milioni di persone, che sono a grande rischio di malattie legate all’acqua”, ha detto Robert Mardini, capo delle operazioni del CICR per il Nord Africa e il Medio Oriente[xv]

Ecco perché è praticamente impossibile scindere le considerazioni politiche da quelle ecologiche, visto che le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile.

“La crisi idrica globale sta provocando raccolti falliti, fame, guerra e terrorismo” – sintetizza il giornalista e ricercatore Nafeez Ahmed, che così prosegue: Il mondo sta già sperimentando la scarsità d’acqua, provocata dall’uso smodato,dalla scarsa gestione del territorio e dal cambiamento climatico […]  E’ una delle cause delle guerre e del terrorismo in Medio Oriente e oltre, e se non riusciamo a rispondere agli allarmi  (che ci sono state) prima di noi, ancor maggiori carenze di cibo e di energia affliggeranno presto  gran parte del globo, alimentando fame, insicurezza e conflitti» [xvi].

Occorre quindi una grande mobilitazione del movimento ecologista internazionale anche sulle problematiche connesse al dilagare dei conflitti armati nello scenario mediorientale, per denunciare sia la grande truffa di un falso modello di sviluppo, radicato saldamente sulle fonti energetiche fossili, sia le devastanti conseguenze di una crisi ecologica globale, determinata dalla mancata risposta ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, occorre combattere la logica militarista e bellicista che sta provocando catastrofi umanitarie ma anche enormi e persistenti danni a territori già martoriati e compromessi. C’è bisogno allora d’un rinnovato impulso ad azioni comuni delle organizzazioni ambientaliste ed antimilitariste/pacifiste, perché il vero nemico da battere è la guerra, con le sue logiche distorte e le sue terribili conseguenze .

Non è certo un caso che tra gli obiettivi strategici del movimento verde internazionale c’è un ben preciso collegamento tra queste due dimensioni e che la ‘nonviolenza’ sia uno dei quattro ‘pilastri’ su cui si basano i Verdi [xvii]  che, anche a livello europeo, ribadiscono il principio del “lavorare per la pace” nel loro manifesto. [xviii]

Non dobbiamo neppure dimenticare che il complesso militare-industriale non solo è dietro i conflitti che stanno infiammando un mondo sempre più globalizzato e lottizzato – e quindi dietro le guerre, più o meno dichiarate, che stanno divampando nei vari scenari – ma è anche fonte di una diffusa militarizzazione e nuclearizzazione del territorio e dei mari, ingenerando gravi danni all’ambiente naturale, serie minacce alla biodiversità e rischi per la salute delle comunità locali.

Maxi-installazioni di potentissimi radar (come nel caso del MUOS in Sicilia); incontrollabili poligoni per esercitazioni armate in cui si usano anche proiettili con uranio impoverito, come in quello sardo di Salto di Quirra; pericolosissimi sottomarini e portaerei a propulsione nucleare che solcano indisturbate i nostri mari ed attraccano nei nostri porti; ampi terreni sottratti alle attività agricole e produttive. Sono solo alcuni dei problemi ambientali connessi non solo alle operazioni di guerra, ma anche alla crescente  militarizzazione del territorio italiano, il cui monitoraggio e controllo viene arbitrariamente sottratto alle autorità civili e sottoposto a secretazione.

A tal proposito, due ricercatrici dell’Università di Berkeley (California) hanno curato un’utilissima bibliografia delle fonti documentarie concernenti, appunto, “Guerra, Militarizzazione ed Ambiente”, nella quale si prendono in esame le varie forme d’impatto ecologico dei conflitti armati e dell’occupazione militare.  In tale documento si afferma chiaramente :

« Una vittima  degna di nota – spesso nascosta – della militarizzazione e della guerra è l’ambiente naturale. Quando ecologisti e geologi tornano a paesaggi sfregiati dai conflitti, tragedie ambientali a lungo termine iniziano ad accompagnare le tragedie umane immediate della guerra. Molto spesso le guerre sono state combattute nel contesto di un preesistente degrado ambientale o do un’intensiva estrazione di risorse naturali, portando alcuni ricercatori a indagare sulle complesse cause ambientali della guerra.» [xix]

Come nel caso delle problematiche inerenti la pace, si avverte un’estrema necessità che vengano coniugate le tre dimensioni della ricerca, dell’educazione e dell’azione anche nei confronti dei problemi ecologici derivanti dalla guerra e dal militarismo. In Italia un movimento eco pacifista deve ancora svilupparsi, ma basterebbe cominciare dal coordinamento operativo delle organizzazioni ambientaliste e pacifiste preesistenti, facendo controinformazione e stimolando la nascita o la crescita di comitati di cittadini attivi. Dare una possibilità alla pace è anche questo. [xx]

Note: —————————————————————————————————

[i]  Ignazio Dessi, Libia, il generale Arpino: Un’altra minaccia è la Francia, a volte fa disastri. Sullo sfondo c’è il petroliohttp://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/15/02/libia-isis-generale-arpino-intervista.html

[ii]  Antonio Sanfrancesco, Napoleoni: “L’ISIS fa paura ma la guerra non serve”   > http://www.famigliacristiana.it/articolo/isis-in-libia-napoleoni-lisis-fa-paura-ma-la-guerra-non-serve.aspx

[iii]  Luca Sappino, Libia, guerra costerebbe 50 morti a settimana > http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/17/news/guerra-in-libia-ci-costera-50-morti-a-settimana-1.199978

[iv] Ermete Ferraro, Spy-Ops: quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[v]  Erin Niemela, Before the next ISIS, We Need Nonviolent Counterterrorism Strategies > http://www.peacevoice.info/2014/07/06/before-the-next-isis-we-need-nonviolent-counterterrorism-strategies/  (trad mia)

[vi]  Ibidem – La ricerca cui si fa riferimento, il cui testo è stato pubblicato solo in inglese, è: Erica Chenoweth and Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works – The Strategic logc of nonviolente Conflict, New York, Columbia University Press, 2012 > http://cup.columbia.edu/book/why-civil-resistance-works/9780231156820

[vii]  Giulia Zurlini Panza (a cura di), Dalla guerra alla riconciliazione, Pisa, Centro Gandhi ed., 2013, pp.44-45

[viii]  Eli McCarthy, ISIS: Nonviolent Resistance?  > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistanc_b_6804808.html  (trad. mia)

[ix]  Ibidem

[x] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, ed. dell’Asino, 2009 ; il testo è difficilmente reperibile, se non nelle biblioteche. Una sintesi è pubblicata sul sito: http://www.panarchy.org/capitini/nonviolenza.html

[xi]  Antonino Drago, Storia e tecniche della nonviolenza, Napoli 2006, p.23. Vedi anche:Idem, Difesa popolare nonviolenta – Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, Torino, E.G.A, 2006

[xii]  Étienne Godinot, De la résistance civile à la défense civile, in : la Croix, 12.03.2015 > http://www.la-croix.com/Articles-du-Forum/De-la-resistance-civile-a-la-defense-civile-2015-03-12-1290300

[xiii]  Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, Napoli, VAS,  2014 (il manuale in formato e-book può essere scaricato su:  http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv]  “Iraq: altre armi non sono la risposta ai danni delle politiche occidentali” > http://www.retedellaconoscenza.it/2014/08/iraq-armi-non-sono-risposta-danni-delle-politiche-occidentali/

[xv]  Stephanie Nebehaye, War in the Middle East is pushing vital water plants ‘close to the breaking point’, Business Insider-UK > http://uk.businessinsider.com/war-in-the-middle-east-is-pushing-vital-water-plants-close-to-the-breaking-point-2015-3?r=US

[xvi]  Nafeez Ahmed, Global water crisis causing failed harvest, hunger, war and terrorism, in: The Ecologist, Mar-Apr. 2015 > http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2803979/global_water_crisis_causing_failed_harvests_hunger_war_and_terrorism.html

[xvii]  Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party

[xviii]  Cfr. http://europeangreens.eu/content/egp-manifesto  – “Working for Peace”,  p. 29

[xix]  Marisa N. Mitchell and Linda E. Coco (eds), War, Militarization and the Environment – Bibliography B o4-8, Berkeley, Institute of International Studies, University of California, June 2004 > http://globetrotter.berkeley.edu/bwep/greengovernance/papers/Bib/B08-MitchellCoco.pdf

[xx] Cfr., a tal proposito, anche un importante testo francese: Ben Cramer, Guerre et paix et écologie – Les risques de la militarisation durable, Gap, Edit. Yves Michel, 2014 > http://lavieenvert.ek.la/guerre-et-paix-l-ecologie-ben-cramer-a112820918

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(*) Ermete Ferraro, obiettore di coscienza nonviolento, ricercatore-educatore ed attivista per la pace, è referente per l’ecopacifismo dell’associazione nazionale di protezione ambientale VAS (APS “Verdi Ambiente e Società” onlus)

RELIGIONI PER LA TERRA

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Salvaguardare la Terra, insieme, da credenti 

Si è tenuto lo scorso mese a New York, in occasione del pretenzioso quanto inutile Vertice ONU sul Clima, anche un importante incontro inter-religioso sul tema del ruolo delle varie fedi nella salvaguardia della Terra. Ovviamente, da noi non ne è giunta notizia e solo qualche ambientalista un po’ più attento e motivato ha potuto apprendere della discussione che si è sviluppata presso il Seminario dell’Unione Teologica newyorkese, con partecipazione di ben 200 “leaders spirituali” provenienti da tutte le parti del mondo e rappresentanti tradizioni religiose molto diverse.

Scopo della conferenza era la ricerca di una piattaforma comune, capace di esprimere le preoccupazioni e gli impegni delle religioni mondiali e di suscitare un’azione fondata sulla fede.

Come si legge in un comunicato stampa diramato già il 15 luglio sull’evento:

“Quest’azione sarà a sostegno di un giusto trattato sul clima e di nuove misure, all’interno delle nazioni, religioni e culture,che saranno necessarie per supportare il trattato e proteggere i più vulnerabili tra noi, in un tempo in cui i profitti hanno la priorità sul benessere delle persone e gli effetti dell’inquinamento stanno per essere avvertiti nelle modalità climatiche estreme, in una esacerbata instabilità sociale e nel calo della qualità del cibo, dell’aria e dell’acqua.[…] “I leader religiosi che si sentono chiamati a proteggere il creato stanno avvertendo l’urgenza di questa crisi e stanno cercando i modi per essere efficaci – ha dichiarato la Rev.Dr.ssa Serene Jones, presidente del Seminario dell’Unione Teologica – Ora per noi è giunto il tempo di andare insieme, attraverso le questioni che ci dividono e le tradizioni divergenti, e di usare la nostra portata ed influenza per il bene della Terra che condividiamo”. [1]

Lo stesso concetto è stato ribadito da Karenna Gore e dalla stessa dr.ssa Jones il 19 settembre 2014 in un intervento sull’edizione online della rivista TIME, sottolineando che affrontare la crisi climatica mondiale:

“…non è solo una sfida scientifica e politica, è un urgente imperativo morale[…] Essa si riferisce profondamente al significato della vita piuttosto che limitarsi ad aggiustare i suoi meccanismi […] Ha implicazioni per l’esistenza dello stesso mondo e per il posto dell’umanità al suo interno. Si terrà una conversazione guidata dai valori, per cambiare la cultura materialista ed orientata al consumo, che assegna un valore solo alle cose quantificabili in senso finanziario. L’incontrollato modello di massima produzione, guidato dal profitto, sta divorando ciò di cui noi ci prendiamo più cura: l’aria e l’acqua  pulita ed il benessere delle famiglie più vulnerabili. Abbiamo bisogno di una nuova equazione morale…”  [2] .

Sul palco della Conferenza di sono alternati pastori battisti e rabbini ebrei, il presidente della Caritas delle Filippine ma anche un imàm e il direttore d’una fondazione islamica per l’ecologia e le scienze ambientali, insieme a molti altri esponenti di tradizioni religiose orientali, fra cui un capo pellerossa, un cappellano indù e la famosa leader ecologista Vandana Shiva. Le immagini del video che ne riprende gli interventi, intervallati da canti [3] , ci restituisce un variopinto e stimolante mondo di congregazioni ed organizzazioni che da anni s’impegnano in prima persona in difesa della pace e dell’integrità del creato e che vogliono coordinarsi per rendere più efficaci i loro sforzi.

In effetti, già da molti anni è in atto un processo di ripensamento profondo del ruolo dei credenti (e quindi delle chiese e delle organizzazioni a base religiosa) nella promozione non solo di stili di vita alternativi, rispettosi degli equilibri naturali come dell’equità sociale, ma anche di un vero e proprio movimento, che stimoli attivamente un autentico cambiamento in senso ambientalista del modello di sviluppo e delle politiche che ad esso s’ispirano. Ma c’è bisogno di più e di meglio.

“Dobbiamo approfondire ed espandere il movimento mondiale per combattere il cambiamento climatico e cogliere la sua traiettoria morale. Molti leader religiosi stanno già trasformando i loro approcci al ministero ed al servizio, determinati a raggiungere i piccoli cambiamenti che possono aggregare in un movimento globale. Questi devono essere accompagnati dal sostegno ad azioni strategiche coraggiose, per spostare il potere lontano da quelli che non prendono la terra in considerazione.” [4]

Il coraggio di passare dal dire al fare

Il fatto è che tali “azioni strategiche coraggiose” da parte delle varie chiese e congregazioni non possono però limitarsi ai discorsi o alla pubblicazione di documenti più o meno ufficiali, di lettere pastorali o di articoli su riviste specializzate in teologia e studi religiosi più in generale. Strumenti senza dubbio importanti ed utili per comunicare un pensiero che cambia e si va raffinando in materia ecologica, ma che non mi sembra che segnino momenti effettivi di trasformazione di tante comunità, che viceversa restano  troppo spesso ancorate a valori tradizionali e ad una visione della fede statica, diffidente verso ogni contaminazione.

Certo, “piccoli cambiamenti” nella visione dei problemi quotidiani (dall’alimentazione alla questione dei rifiuti; dall’uso prudente di tecnologie di cui non si conosce l’impatto ambientale all’attenzione verso i diritti degli animali non umani…) sono in atto già da parecchio tempo e molti  di essi vedono impegnati sacerdoti ed altri ministri di culto, nella veste di guide e promotori di questa progressiva crescita della consapevolezza ambientale. Questo però non basta a scuotere davvero il generale intorpidimento della coscienza dei credenti, da troppo tempo abituati a considerare la religione come un insieme di bei principi che, quando pure sono effettivamente conosciuti, restano comunque teorici e sconnessi dalle scelte quotidiane e dall’agire comune.

Basti pensare a come rapidamente si è raffreddato l’impeto che, un anno fa, aveva spinto migliaia di persone a scendere in piazza contro il “biocidio” perpetrato consapevolmente e per decenni ai danni del territorio dell’ex Campania Felix e dei suoi sventurati abitanti. Oppure si pensi a pur fondamentali questioni di etica ambientale, come quella riguardante la modificazione biologica della realtà naturale e la brevettazione dei cicli produttivi ad opera dei potenti sostenitori degli O.G.M., ai quali si contrappongono obiezioni sempre più flebili, esclusivamente sul piano “scientifico” e con pochi riferimenti alle conseguenze economico-politiche d’impostazioni promosse da chi cerca di convincerci che manipolare la stessa vita sia un vantaggio per l’umanità.

In un mio precedente intervento [5] concludevo il mio appello a sviluppare e diffondere i principi e gli obiettivi della “ecologia cristiana” citando le parole del noto teologo Jurgen Moltmann:

“Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali del pianeta. Per conservarlo malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno (…) di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella Terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.” [6]

Ebbene, il meeting inter-religioso di New York ha sicuramente fatto un passo importante in quella direzione, ma non è un caso che i nostri media l’abbiano ignorato del tutto, impegnati com’erano a rivolgere la propria attenzione solo alle retoriche ed inutili enunciazioni al vertice dell’ONU dei c.d.“grandi della terra”, che di grande hanno soprattutto la faccia di bronzo che gli consente di fingere di proporre soluzioni ai problemi di cui in larga parte, invece, sono responsabili…

Del resto, da noi in Italia, è già difficile sentir parlare di incontri inter-religiosi, qualunque ne sia il contenuto, dal momento che permane nel sentire comune una sottile diffidenza verso ogni apertura ecumenica del mondo cattolico a messaggi “altri”, visti come un terreno scivoloso e pieno di pericoli di “contaminazione” ideologica oltre che teologica. Il fatto è che un movimento inter-religioso come quello che si è manifestato alla conferenza newyorkese non ha un corrispettivo nella nostra realtà, nella quale d’altra parte si è alzata sempre più spesso la voce di grandi Pontefici (da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a Papa Francesco) per ribadire la centralità della questione ambientale, non solo nella tradizionale ottica dell’etica ecologica, ma anche in quella di una teologia ecologica più profonda e non antropocentrica.

Ciò nonostante, discorsi come quello sull’armonia dell’uomo con la natura e su un ruolo dell’umanità che non sia di “dominazione” sul Creato vengono molto spesso rigettati come estranei alla tradizione cattolica, come un insidioso tentativo d’introdurre in essa elementi animistici, se non addirittura paganeggianti.  Ecco allora che frasi come quella che troviamo in conclusione del comunicato stampa sulla conferenza delle Religioni per la Terra (“Abbiamo bisogno di sfruttare la potenza della fede di influenzare il cambiamento sociale . Il benessere della nostra terra dipende da esso . Cosa c’è di più sacro?”) rischiano di diventare oggetto della preconcetta critica alla “sacralizzazione della natura” che parte di movimenti cattolici tradizionalisti, ma spesso anche da alcuni vescovi e teologi allergici all’ambientalismo.

Qualcosa si muove anche in Italia 

Per fortuna, però, le cose stanno cambiando anche in Italia, anche se molto lentamente. Basti pensare al fatto che nello stesso mese di settembre, quasi in contemporanea con la Conferenza di New York, si sono tenuti due incontri pubblici molto interessanti sulla questione ambientale, uno a Lecce e l’altro a Reggio Emilia. “Religione, ambiente e salvaguardia del Creato: la Chiesa leccese in un dialogo a più voci” è il titolo che un quotidiano locale online dedica alla prima iniziativa, cui ha partecipato l’Arcivescovo metropolita di Lecce, mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, ed il suo delegato per ecumenismo, ma anche esponenti di altre religioni, come l’imàm locale, oltre ad un rappresentante della comunità ebraica, di quella metodista e della chiesa ortodossa.“Un’occasione per condividere e potenziare, attraverso la preghiera, l’impegno di educare e responsabilizzare tutti, a una cultura di prevenzione, ispirata dalla verità delle differenti fedi. Nessuno deve restare spettatore, ma tutti protagonisti vigilando con cura e accrescendo la cultura ecologica. Aiutati dalla forza della preghiera possiamo cambiare  e rinnovare la faccia della nostra terra nel giusto scambio d’amore fra la Creazione e il Creatore” [7]

Queste parole ci fanno avvertire una sintonia con un movimento dei credenti che non può che essere globale, proprio perché i problemi ambientali sono riscontrabili su scala globale e richiedono non solo l’impegno dei singoli, ma anche decisioni chiare ed autorevoli al massimo livello.

“Salvare il creato. Tre giorni di Ecohappening, ambientalisti in missione per conto di Dio” è invece il titolo dato da un altro quotidiano locale online ad un incontro pubblico che si è svolto a Reggio Emilia dal 12 al 14 settembre 2014 e che ha impegnato mons. Paolo Rabitti (arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio) ed alcune parrocchie locali, insieme con varie istituzioni ed associazioni, in un ampio dibattito sul tema “Custodire il creato: la tutela ambientale”, ma anche in momenti seminariali, rivolti alla formazione dei giovani .[8]

Infine, dall’8 all’11 ottobre si è tenuta a Napoli un’iniziativa promossa dall’associazione cattolica Greenaccord , in collaborazione con la Caritas dell’Arcidiocesi di Napoli, dedicata allo sviluppo di una “filiera anti-fame” che aiuti ogni giorno 5000 poveri della città e, al tempo stesso, costituisca una riflessione sulle conseguenze dell’attuale modello di sviluppo sulla difficile condizione delle persone socio-economicamente più deboli e sulla grave perdita di biodiversità.

“Da qui l’idea di costruire il modello Rifiuti Zero portato avanti da Ambiente Solidale, insieme alla Caritas Diocesana partenopea, con il Programma di Contrasto alla Povertà Alimentare. L’idea è puntare sul recupero delle eccedenze alimentari della grande distribuzione organizzata e dei produttori locali, aumentando il paniere dei prodotti da distribuire alle fasce più deboli della popolazione attraverso le parrocchie e le associazioni aderenti.” [9].

Il cammino da percorrere resta ancora molto lungo e difficile e, ad esempio, la sollecitazione ad aprire un dibattito nel merito, rivolta proprio all’Arcivescovo di Napoli, Card. Crescenzio Sepe, da me e dall’amico Antonio D’Acunto, a nome della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [10], purtroppo resta tuttora senza risposta.

Bisogna anche tener conto della persistente ostilità di sedicenti movimenti cattolici per l’ambiente, che concentrano la loro azione sull’opposizione pregiudiziale ad ogni seria riflessione in materia di eco-teologia [11]. Ma si deve anche tener conto del dibattito tuttora aperto e di alcune esperienze che, come quelle citate, lasciano sperare in un cambiamento effettivo.

Ciò che non bisogna fare invece è arrendersi, rassegnandosi tristemente all’idea che le battaglie ambientaliste per un’energia diffusa, pulita ed ecosostenibile o per un’alimentazione naturale e rispettosa degli animali debbano restare estranee al rinnovamento delle Chiese ed al loro impegno sociale e pastorale.

In tal senso l’attesa enciclica di Papa Francesco sull’impegno ecologico dei credenti sarà senz’altro un fondamentale stimolo alla diffusione di una visione alternativa. Ma ciò non sarà comunque sufficiente se non si moltiplicheranno iniziative dal basso per coniugare la fede cristiana con la cura del Creato, di cui troppo spesso dimentichiamo di essere custodi e non padroni. [12]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

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 NOTE: 

[1] http://ipcc.ch/report/ar5/docs/Religions_for_the_Earth.pdf

[2] http://time.com/3404006/religions-for-the-earth-redefining-the-climate-crisis/

[3] http://new.livestream.com/unionseminary/religionsfortheearth

[4]  http://ipcc.ch/report/ar5/docs/Religions_for_the_Earth.pdf, cit.

[5]  https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/10/21/unecologia-cristiana-per-unagape-cosmica/

[6]   J. Moltmann, “Il futuro ecologico della teologia cristiana” http://www.ildialogo.org/parola/Approfondimenti_1340200959.htm

[7] http://www.leccenews24.it/attualita/religione-ambiente-e-salvaguardia-del-creato-la-chiesa-leccese-affronta-un-dialogo-a-piu-voci.htm

[8] http://www.reggioreport.it/2014/09/salvare-il-creato-tre-giorni-di-ecohappening-lambientalismo-secondo-o-cattolico/

[9] http://www.greenaccord.org/press-room/la-%E2%80%9Cfiliera-anti-fame%E2%80%9D-che-aiuta-i-poveri-di-napoli#.VDl0SWd_uSp

[10] Cfr. www.laciviltadelsole.org  e, in particolare la pagina sull’etica ambientale: http://www.laciviltadelsole.org/etica-ambientale.html# /

[11] http://christusveritas.altervista.org/ambientalismo.htm

http://www.movimentoazzurro.org/sites/default/files/allegati/ambientalismo_cattolico.pdf

http://cristianesimocattolico.tumblr.com/post/96343245092/quando-i-vescovi-fanno-gli-ambientalisti

[12]  Vedi in proposito altri articoli sull’argomento: http://www.webethics.net/corsoepa/introduzione ;

http://idr.seieditrice.com/materiali-didattici/secondaria-ii-grado/ecologia-e-cristianesimo/ ;

http://www.spazioambiente.org/DOCUMENTI/2005/seminario%20RELIGIONE/relazione%20Padre%20VALENTI.pdf

ECOSOCIALISMO? SÍ, GRAZIE !


Progresso o sviluppo?ecosocialismo

 La lettura dell’ottimo articolo di Antonio D’Acunto “Necessità ed urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico Eco–Progressista, fondato sul primato dell’Ecologia” [1] risulta particolarmente stimolante. Vorrei quindi intervenire nel merito, a partire da una prima osservazione riguardante il titolo. La mia deformazione ‘linguistica’ m’induce a ribadire che ritengo molto più accettabile il termine ‘sviluppo’ rispetto a ‘progresso’, con gli attributi e le forme verbali che derivano in ambedue i casi. E’ proprio il mio spirito ecologista che mi fa privilegiare il primo vocabolo, che già nella sua etimologia rinvia ad un processo di liberazione, di apertura, di realizzazione delle potenzialità mortificate (“de-viluppo”, appunto; in inglese ed in francese development, in spagnolo desarollo). La parola “progresso”, invece, racchiude nel suo DNA etimologico una visione sostanzialmente anti-ecologica, contraddicendo il nodo fondamentale di questo approccio, cioè il tener conto dei naturali limiti ad ogni genere di sviluppo e prefigurando un illuministico processo di avanzamento inarrestabile del sapere e del potere umano.

Ecco perché penso che quel nuovo soggetto politico – che l’amico D’Acunto ed io auspichiamo – sarebbe meglio definito dall’aggettivo ‘eco-sociale’ piuttosto che da ‘eco-progressista’. Questa definizione, inoltre, richiamerebbe alla mente un ben preciso pensiero teorico, legato al concetto di ‘ecologia sociale’ ed alle riflessioni e proposte avanzate da autori come Barry Commoner, Murray Boockchin, Wolfgang Sacht, Serge Latouche, Arturo Escobar e Michael Löwi. [2]

I principi fondamentali di questo approccio così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica.

2. Un’alternativa ecosocialista  al neo-liberismo antiecologico

L’analisi di D’Acunto prende le mosse dall’indubbio successo elettorale di Renzi e del ‘Renzismo’, mettendone però  in discussione l’effettiva rappresentanza della maggioranza degli Italiani. Anche se il PD targato Renzi ha ricevuto il 40% dei voti – si argomenta –  in termini puramente matematici il suo peso elettorale effettivo non supera un reale 20% dei consensi, visto che il restante 80% ha fatto altre scelte o non ha votato per nulla. A voler considerare il peso specifico in termini politici dell’attuale governo di coalizione, aggiunge D’Acunto, si arriva alla rappresentanza massima di 3 Italiani su 10,  4 se si considera anche l’appoggio di Berlusconi alle riforme istituzionali. E’ per questo motivo che non andrebbe enfatizzato il ‘successo’ di quello che, innegabilmente, resta il partito di maggioranza, per evitare che una visione trionfalistica legittimi il PD ed il suo rampante lìder maximo come il soggetto egemone ed assoluto protagonista della politica italiana.

E’ di per sé preoccupante che la ‘sinistra’ vinca nel nostro Paese solo se fa suoi una visione ed un linguaggio neo-liberali, ad esempio cavalcando gli sconti sulle tasse ed il tema del rilancio dei consumi. Se ci aggiungiamo, come sottolinea D’Acunto, che nella visione renziana manca non solo una prospettiva ecologica, ma anche una minima attenzione alle questioni ambientali, c’è da essere ancor più preoccupati. Non si cerca nemmeno più di mascherare il progressismo consumista con l’aggiunta prudenziale del concetto un po’ vago di ‘sostenibilità’, ma ci si lascia andare ad un ottimismo fuori luogo, trascurando le problematiche legate ad un modello di sviluppo distorto, energivoro, distruttore dell’ambiente, indifferente alla salute delle comunità e dei lavoratori.

Ancor più grave, pertanto, risulta la mancanza in Italia d’un soggetto politico che riesca a coagulare ed organizzare le tante battaglie combattute ogni giorno per difendere i diritti sociali, i beni comuni e l’integrità dell’ambiente naturale. Non parlo ovviamente d’una lista messa insieme all’ultimo momento né della una stanca riproposizione della pur fondamentale esperienza del movimento verde. Mi riferisco ad una realtà politica che sappia davvero coniugare la necessaria critica ad un modello di sviluppo dato per scontato ed imprescindibile con un serio programma costruttivo, capace quindi di proporre un’alternativa ecosocialista, ispirata ai principi prima elencati.

D’Acunto cita nel suo articolo un grande pensatore ecopacifista come Kenneth Boulding, il quale già nel lontano 1966 affermava che per credere in un’infinita ‘crescita esponenziale’ bisogna essere dei pazzi o degli economisti…[3]  Vorrei aggiungere allora che una visione alternativa a quella sostanzialmente liberale dell’attuale PD dovrebbe avvalersi anche del contributo della teoria e prassi della nonviolenza attiva e del pacifismo antimilitarista, come da tempo vado ripetendo. [4]

« Ma qui c’è anche l’assoluta necessità…..di un progetto politico  radicalmente alternativo al renzismo. Un progetto che, proprio perché parte dall’Ecologia e dalle sue leggi, affronta la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’Umanità nella sua globalità e del Pianeta, nell’infinita sua Biodiversità e Bellezza. Un progetto che parte dalla ricerca costante di  scelte e tecnologie per soddisfare i bisogni di oggi, che non solo non sottraggono valori al futuro, ma generano al contrario potenziali arricchimenti; cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’Amore ed il Rispetto per il Pianeta,  per la sua Bellezza, e per le sue forme di Vita…» [5]

3. Teoria e prassi dell’Ecosocialismo in Europa e nel mondo

Una simile coalizione della sinistra ecologista non sarebbe affatto un caso isolato a livello internazionale, dal momento che esistono da parecchi anni molti esempi di partiti che – ad esempio in Europa – già si definiscono ecosocialisti. E’ il caso degli Alternatifs francesi, della Izquierda Unida in Spagna (con Esquerra unida i Alternativa in Catalogna), di Os Verdes in Portogallo, dell’Alleanza della Sinistra Verde nei paesi scandinavi, della Linke in Germania e, soprattutto, di Syriza  in Grecia[6], che ha raccolto oltre il 26% dei voti alle Europee.

Buona parte di essi hanno aderito al Congresso della Sinistra Europea, tenuto a Madrid il 14 dicembre 2013, sottoscrivendo una mozione sull’ecosocialismo [7], che faceva seguito ad un manifesto comune, approvato nel febbraio del 2013, intitolato “18 tesi sull’ecosocialismo” [8] , oltre che alla fondamentale Dichiarazione Ecosocialista di Belèm, datata 2007 [9].

Nella mozione comune, fra l’altro, troviamo scritto:

«Questa mancanza di considerazione sia per la biosfera sia per le condizioni di vita umane s’incarna nelle soluzioni capitaliste alla crisi, che favoriscono la ‘crescita verde’ ed il ritorno all’estrazione di forme convenzionali e non convenzionali di combustibili fossili […]così come i grandi progetti multinazionali nocivi nell’ambito delle energie rinnovabili – eolico, solare e biomasse – che degradano i paesaggi, le terre agricole e le foreste […]L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […]Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…» [10]

Le ‘18 Tesi per l’Ecosocialismo’ [11] esplicitano i punti fermi di tale approccio, chiarendo che esso è:

ü      un’alternativa concreta e radicale, «…per fondare una nuova economia dei bisogni e della sobrietà, preservare il clima, l’ecosistema e la biodiversità»;

ü      una nuova sintesi politica a sinistra, tra «un’ecologia necessariamente anticapitalista ed un socialismo che si è sbarazzato delle logiche produttiviste […]tenendo conto dei bisogni umani e dei limiti del pianeta»;

ü      un rinnovamento del socialismo, che «…ci obbliga a pensare in modo nuovo ciò che è veramente progresso umano, nella prospettiva della preservazione dell’ecosistema»;

ü      un modello alternativo di produzione, con una profonda revisione di quello attuale sulla base «…di quelle che chiamiamo le 4 R: rilocalizzazione dell’attività, reindustrializzazione ecologica, riconversione dell’industria e redistribuzione del lavoro […]nella ricerca di filiere ‘verdi’, al fine di ridurre la nostra dipendenza dalle risorse esauribili (eco-costruzione, efficacia energetica, ristrutturazione termica, energie rinnovabili…)» ;

ü      una rivoluzione che nasce da questa profonda riconversione, per cui «…le lotte debbono convergere» e occorre «lottare e resistere per inventare», visto che c’è bisogno che i cittadini si sentano direttamente coinvolti nella sperimentazione di alternative concrete e sappiano essere attivi anche nella «disobbedienza civile nonviolenta»;

ü      un’applicazione della pianificazione ecologica, che «…dà la possibilità di organizzare la deviazione verso in altro modello di sviluppo, interrogando i nostri bisogni e riorientando produzione, scambio e consumo, in virtù della loro utilità sociale ed ecologica»;

ü      una rivoluzione internazionalista ed universalista, perché le decisioni sono ormai su scala planetaria ed altrettanto globale deve essere quindi la risposta ad ogni forma di sfruttamento del Pianeta e dei popoli. «Il progetto eco socialista deve poter essere portato avanti da un forum mondiale, che ne faccia il fine della rivoluzione cittadina del nostro tempo».

D’Acunto sostiene che un simile movimento dovrebbe basarsi «…su contenuti fondamentali del modello di sviluppo: l’energia eternamente rinnovabile del Sole, il valore infinito ed insostituibile della Biodiversità, l’acqua fondamentale bene comune, la tutela della materia contro inceneritori e discariche, la salvaguardia  del territorio,  del paesaggio, del percorso del cammino dell’uomo espresso dai beni archeologici storici e culturali, la pace e la solidarietà, la democrazia e la partecipazione e, unificante del tutto, la centralità del valore del lavoro per tutti come crescita dell’Umanità e  creazione di benessere reale collettivo, nei suoi bisogni fondamentali materiali ed immateriali.» [12]

Mi sembra un’ottima sintesi di ciò che dovrebbe far parte del programma di questo nuovo soggetto politico eco socialista, che trovo peraltro perfettamente in linea con le enunciazione appena citate del Manifesto di questo movimento, diffuso non solo in Europa ma anche in America Latina.

4. Che fare, qui ed ora?

Quando si enunciano delle prospettive politiche così impegnative la prima domanda che sorge spontanea è: ma noi, in prima persona, che cosa possiamo fare perché si realizzi quanto abbiamo ipotizzato?   D’Acunto ha già dato una prima ed importante risposta a tale quesito:

« Occorre profondere  passione ed impegno, se si vuole che gli ideali, i valori, i  contenuti di merito che tanti di noi abbiamo portato e continuiamo a portare non restino nei limiti di molto importanti vittorie di opposizione, ma sul piano generale mere, astratte  enunciazioni. Per me,  naturalmente,  pensare a un nuovo soggetto politico, non significa assolutamente pensare a ridurre il valore e la portata della immensa moltitudine dei soggetti collettivi associativi e di movimento, di cui tanti di noi facciamo parte né ad una captazione strumentale di essi. Al contrario, significa pensare a ricreare e rafforzare condizioni… perché esse abbiano un ruolo decisivo nelle scelte.» [13]

Non bisogna necessariamente pensare ad un nuovo partito politico, aggiunge, ma bisogna assolutamente evitare le aggregazioni elettorali dell’ultima ora, talvolta strumentalizzando il bisogno di cambiamento per riproporre personalità ed esperienze superate. Le ultime elezioni europee, in tal senso, hanno purtroppo dimostrato che la sinistra dei partiti non ha compreso ancora la dura lezione delle precedenti consultazioni elettorali. I movimenti e la c.d. ‘società civile’ non sono solo ingredienti innovativo e più stimolanti da aggiungere ad un piatto riscaldato, solo per renderlo più appetibile. C’è bisogno piuttosto di organizzare, in modo serio ed efficace,  l’opposizione ad un modello di sviluppo che sta impoverendo sempre più persone e distruggendo sempre più la biodiversità naturale.  Il rinnovamento – per certi aspetti la rivoluzione – dell’ecosocialismo non può essere ridotta a mere alleanze tattiche tra forze politiche o a programmi elettorali sempre più vaghi. Occorre creatività, buona volontà, disponibilità a rompere vecchi schemi, ma anche capacità di rendere tale alternativa praticabile e, prima ancora, diffusa e consapevole.

«Come costruire questa organizzazione, che significa anche schemi, burocrazia e regole senza nulla togliere alla grande  ricchezza della moltitudine degli affluenti, necessariamente di gran lunga oltre le forze politiche che possono aiutarne la nascita,  è urgente ricerca non solo teorica e politica, ma soprattutto sperimentale.»[14]

Concordo totalmente con D’Acunto su questa prospettiva di dialogo costruttivo tra i vari movimenti e tra questi e le forze politiche preesistenti, perché si giunga ad una vera coalizione, nel rispetto della specificità delle singole proposte ma nella ricerca di un comune denominatore. Esso non può essere che una svolta radicale nel modello di produzione e di consumo, che parta da una pianificazione ecologica per scrivere le nuove regole di una società più equa e rispettosa degli ecosistemi di cui noi uomini facciamo parte. Redistribuire la ricchezza e fare pace con la natura è un obiettivo troppo alto perché lo si possa ridurre solo a formule elettoralistiche. Occorre far crescere la coscienza di tutti sull’insostenibilità ecologica di questo sviluppo, ma anche costruire le basi – teoriche e pratiche – per un’alternativa ecosocialista ed ecopacifista. Bisogna pensare ed agire – quì ed ora – affinchè, per citare un teorico dell’ecosocialismo come Michael Löwi:

«Lotta alla mercatizzazione del mondo e difesa dell’ambiente, resistenza alla dittatura delle multi nazioni e lotta per l’ecologia siano intimamente legati nella riflessione e la pratica del movimento mondiale contro la mondializzazione capitalista-liberale.»[15]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

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[1]Antonio D’Acunto, Necessità e urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico eco-progressista, fondato sul primato dell’ecologia, Giugno 2014 > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/component/content/article/2-non-categorizzato/90-la-necessita-e-l-urgenza-di-un-egemonico-nuovo-soggetto-politico-eco-progressista-fondato-sul-primato-della-ecologia )

[2] Cfr. su Wikipedia le voci > http://it.wikipedia.org/wiki/Ecosocialismo , http://en.wikipedia.org/wiki/Eco-socialism , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cosocialisme , http://en.wikipedia.org/wiki/Social_ecology , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cologie_sociale , http://socialecologylondon.wordpress.com/

[3] Vedi anche: K. Boulding, Towards a New Economics: Critical Essay on Ecology, Distribution and Other Themes, Edward Elgard, 1992

[4] Cfr. alcuni miei articoli sull’argomento > https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/13/ecopacifismo-visione-e-missione/ ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/03/16/riscatto-mediterraneo/ ; http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/05/31/ctraltcanc-esercitare-il-controllo-creare-alternative-cancellare-la-guerra/

[5] Antonio D’Acunto, art. cit.

[6] Cfr. un mio articolo del giugno 2012 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/

[7] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[8] http://ecosocialisme.com/2013/02/07/premier-manifeste-des-assises-18-theses-pour-lecosocialisme/

[9] http://ecosocialistnetwork.org/Wordpress/wp-content/uploads/2012/03/Declaration-Belem-it.pdf

[10] Vedi testo cit. alla nota 6 (traduz. mia)

[11] Sintetizzo di seguito il testo cit. alla nota 9 (traduz. mia dei passi virgolettati)

[12] D’Acunto, op.cit.

[13] D’Acunto, op. cit.

[14] Ibidem

[15] Michael Löwi, Qu’est-ce que l’écosocialisme?> http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article656

PORCA MISERIA!

miseriaSono stato recentemente invitato alla presentazione di Miseria ladra’, lodevole campagna promossa da Libera e dal Gruppo Abele “per combattere la povertà e per l’inclusione sociale”, cui hanno già aderito centinaia di associazioni e diverse amministrazioni comunali. Al Dormitorio Pubblico di Napoli si sono alternati i rappresentanti di varie realtà locali impegnate in tal senso, ma il mio intervento ha richiesto una premessa. Non era così scontato, infatti, che un esponente d’una Rete associativa che si occupa di energie alternative portasse la sua adesione ad un’iniziativa del genere. A prescindere dalle mie motivazioni personali (da trent’anni mi occupo di lavoro sociale di base e sono tuttora impegnato nella Caritas della mia parrocchia) ho cercato quindi di spiegare perché un impegno ambientalista ed ecopacifista non può prescindere da quello sociale e da una visione solidaristica della società.

Dal dépliant distribuito alla conferenza apprendiamo che, secondo il rapporto ISTAT del 2012, quasi 10 milioni d‘italiani si trovano in condizione di povertà relativa e quasi 5 in stato di povertà assoluta. Un italiano su tre – per Eurostat – risulta a rischio povertà ed ancora più preoccupante è il dato secondo il quale i minori indigenti sono ormai quasi un milione, con un’impennata anche della dispersione scolastica, giunta al 18,2%. Il 63% delle famiglie è stata costretta a ridurre la spesa per alimenti ed il 40% deve vivere in condizioni definite di “deprivazione materiale”. I ‘senza fissa dimora’, infine, sono circa 50.000, ma la situazione si aggrava ogni giorno di più.

Ebbene, di fronte a questi sconfortanti dati statistici, la prima ed ovvia reazione è quella di prendercela con i “governi ladri”, cioè col mix di corruzione, cinismo e disinteresse per la condizione reale dei cittadini che da troppo tempo sembra caratterizzare la classe politica italiana, alimentando una comprensibile reazione di sfiducia e diffidenza verso chi ci amministra.    E’ innegabile che le responsabilità maggiori siano imputabili alle scelte di chi si è alternato finora al governo centrale e nelle giunte locali, ma ritengo comunque semplicistico e qualunquistico prendersela solo con chi ha direttamente gestito il denaro pubblico. Penso infatti che il vero nodo del problema non sia tanto l’individuazione dei responsabili ‘in solido’ del progressivo depauperamento delle persone e delle realtà collettive, quanto la ricerca dei meccanismi economici e sociali che caratterizzano un modello di sviluppo che genera solo ingiustizia, sfruttamento e miseria, per non parlare dei conflitti che suscita, in ambito nazionale ed internazionale .

E’ evidente che disuguaglianza e precarietà alimentano le mafie, che ne traggono evidenti e crescenti utili, esasperando il processo di degrado sociale e fomentando la corruzione politica. Sarebbe però ipocrita puntare il dito solo contro mafiosi e camorristi, facendo finta che la struttura stessa della società – quella che una volta si chiamava establishment – non sia marcia e di per sé causa di degrado morale e di devastazione ambientale, prima ancora che di devianza criminale.

Insomma, la violenza che pervade ed inquina la nostra società, acuendo disuguaglianze e rendendo incerto il futuro delle nuove generazioni, è quella sottesa ad un modello di sviluppo predatorio, iniquo ed antiecologico. L’analisi fatta da Libera non manca di ribadirlo nell’opuscolo citato, sottolineando opportunamente che: “criminalità organizzata, corruzione e distruzione ambientale si rafforzano, a scapito dei diritti, della coesione sociale e della partecipazione dei cittadini, sempre più dipendenti dalle istituzioni”.

Ciò che, a mio avviso, non emerge abbastanza chiaramente è che da una società fondata sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali e degli esseri umani, che violenta la natura proprio come le persone, non c’è da aspettarsi nulla di diverso. Ecco perché una scelta chiaramente e radicalmente ecologista comporta il superamento del modello di sviluppo dominante e dello stesso concetto di ‘crescita’, che si dà troppo spesso per scontato, come se si trattasse di un dato neutro. Eppure dovremmo ormai esserci resi conto quella crescita –  se non è sottoposta ai limiti posti dalla stessa natura e dalla morale umana – non è affatto indipendente dalla violenza che colpisce sia la prima sia la seconda, nella scientistica convinzione – o meglio, presunzione… – che c’è sempre un rimedio a tutti i guai che stiamo producendo sul nostro Pianeta.

La dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” sta subendo il peso maggiore di questa continua sfida alle leggi di natura, alla ricerca sfrenata dell’arricchimento di pochi, che porta con sé il depauperamento dei più, e del potere di alcuni su tutto e tutti, che genera dipendenza e marginalità in chi è costretto a subirlo. Ecco perché non possiamo illuderci di rendere meno ingiusta la nostra società senza una radicale svolta nel senso d’un modello economico e sociale alternativo all’attuale.

Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo,che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello“scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”[…]Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro,come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza…”  (Francesco, Evangelii gaudium, 53-54)

Quelle di Papa Francesco sono parole chiare e forti: la miseria e l’emarginazione non sono effetti collaterali dello sviluppo, ma negazione d’un autentico sviluppo. I nostri stili di vita consumistici sono la causa stessa dello sfruttamento di larga parte dell’umanità, non certamente un obiettivo da consolidare e, peggio ancora, da esportare nei c.d. ‘paesi sottosviluppati’, come si vorrebbe far credere. Se poi usciamo dall’ottica d’un etica e di una politica rigidamente antropocentriche e consideriamo con più attenzione gli immani disastri e gli squilibri ecologici che questo modello di sviluppo sta provocando, credo che la necessità di uno stretto rapporto tra impegno sociale e quello ambientale risulti ancora più evidente.

Libera e le altre realtà che hanno lanciato la campagna ‘Miseria ladra’ propongono una strada da percorrere insieme. Le indicazioni sono sostanzialmente tre: (a) uscire dalla crisi “tutti insieme”, per difendere “l’interesse generale, restituendo speranza nel futuro” ; (b) costruire un “percorso partecipato ed una rete di pari tra pari”, per lanciare una nuova proposta sul welfare; (c) porre in atto “strumenti concreti di contrasto alla povertà”, in un’ottica di confronto con le istituzioni e di partecipazione.  Questo percorso comune è stato poi concretizzato in “10 misure per rendere illegale la povertà”, che chi aderisce alla campagna dovrebbe condividere: (1) fondo sociale per la non autosufficienza; (2) moratoria sui crediti di Equitalia e banche; (3) pagamenti certi della pubblica amministrazione verso chi fornisce beni e servizi; (4) agricoltura sociale e risanamento idro-geologico, riconvertendo il sistema produttivo ed energetico; (5) sospensione degli sfratti esecutivi per i più bisognosi; (6) destinazione sociale del patrimonio immobiliare sfitto delle città; (7) residenza presso i municipi dei soggetti senza fissa dimora; (8) introduzione del reddito minimo di cittadinanza; (9) difesa dei beni comuni e ‘pubblicizzazione’ dei servizi essenziali; (10) rinegoziazione del debito pubblico.

Ebbene, si tratta di proposte concrete e condivisibili, che si possono certamente sottoscrivere. Ciò che mi sembra manchi in questo percorso, invece, è una prospettiva più chiara e netta di un’alternativa da costruire, più che di una ‘terapia’ cui sottoporre il sistema attuale. La questione centrale, a mio avviso, non è“rendere illegale la povertà”  quanto rendere illegale lo sfruttamento, che sta alla base del sistema economico che in troppi ormai considerano l’unico, in quanto sarebbe privo di alternative credibili. Sfruttare le risorse naturali è l’altra faccia di un modello che sfrutta le persone e si sostiene grazie all’imperialismo economico e militare. Può forse sembrare un’affermazione troppo netta e schematica, ma credo che sia finito il tempo dei giochi di parole e delle razionalizzazioni che cercano di conciliare cose inconciliabili.

Certo, la mia formazione cristiana e nonviolenta mi ha abituato a percorrere tutte le strade intermedie ed a perseguire tutte le soluzioni che possano mediare nei conflitti. Mi ha però insegnato anche che non si può servire Dio ed il denaro (“οὐ δύνασθε θεῷ δουλεύειν καὶ μαμμωνᾷ” Mt. 6,24) e che la logica dell’arricchimento e la corsa al potere creano solo poveri e marginali. Lo stesso peccato originale è frutto dell’arroganza umana, che non vuole riconoscere limiti e persegue l’onnipotenza a tutti i costi, con la tragica conseguenza di considerare la sottomissione degli altri e della stessa Terra come il prezzo da pagare per la propria affermazione.

Quella che il Papa chiama ‘globalizzazione dell’indifferenza’, allora, non si combatte solo con misure ‘compensative’, come fondi sociali, moratorie dei debiti, sospensione degli sfratti o revisioni del debito pubblico. Sono provvedimenti certamente necessari a rompere la nostra colpevole indifferenza, ma non sufficienti a smantellare i muri d’ingiustizia che creano esclusione e subordinazione. Più ‘strutturali’, come si diceva una volta, mi sembrano invece sia l’indicazione ad agire in direzione dell’agricoltura sociale e del risanamento ambientale, opponendosi al dissesto idrogeologico ed alle minacce alla biodiversità naturale, sia la difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, restituendo loro la natura collettiva e sociale. Sottrarre le risorse ambientali ed i beni comuni alla logica dell’accaparramento e del controllo, infatti, è il primo passo per costruire una società in cui lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno diventi la sola e vera garanzia dello sviluppo di tutti.

La Civiltà del Sole, di cui io e tanti altri stiamo cercando di diffondere i principi, cerca appunto di affermare non solo l’importanza fondamentale d’una riconversione energetica verso le fonti pulite, rinnovabili e diffuse, ma anche un modello di società più decentrata, comunitaria ed autosufficiente. Ecco perché non possiamo disinteressarci della marginalità sociale e delle vecchie e nuove povertà, dal momento che un modello alternativo di sviluppo sarebbe la risposta più globale anche ad esse. Oltre 300 anni fa Tommaso Campanella scriveva: “Più naturale è il dominio e la comunità dove il bene è più comune a tutti: e violento è più, dove è manco comune.”, sintetizzando così il principio su cui si basava la sua utopica ‘Città del Sole’. Per passare dall’impoverimento a quello che in inglese si chiama empowerment (emancipazione, crescita di potere…) è necessario quindi fare delle scelte alternative ad un modello fondato sul dominio che non rispetta né la natura né la comunità umana.  Il vero ladro di diritti, infatti, non è la miseria ma il sistema iniquo che la genera ed al quale dobbiamo opporci, se vogliamo non solo promuovere l’inclusione sociale ma costruire davvero ‘il bene comune’.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA SOSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

costituzione RIUno dei tanti, scoppiettanti, giochi di parole dell’ottimo Alessandro Bergonzoni mi ha ispirato questo titolo come sintetica fotografia di quello che ci sta capitando, ma di cui forse non ci stiamo rendendo veramente conto.  Del resto, quella di sostituirci sotto gli occhi con qualcosa di profondamente nuovo e diverso ciò cui siamo abituati – e che magari ci fa anche quotidianamente brontolare – non è proprio una novità nel nostro Belpaese. Sono anni, infatti, che i nostri politici stanno giocando spericolatamente – e spudoratamente – con le parole, destituendole del loro significato ordinario per attribuirgli un senso del tutto differente, se non opposto, a quello iniziale.

Ecco, ad esempio, che questa orwelliana “Neolingua” ha sostituito un vocabolo oggettivamente sgradevole come “guerra” col tranquillizzante e buonista “missione di pace”. Ecco che si può tranquillamente tacciare come “conservatori” coloro che cercano di proteggere dall’aggressione ciò che resta dell’ambiente naturale, nel mentre si qualificano “riforme” una serie di provvedimenti che, un pezzo alla volta, stanno smantellando quel che resta dello Stato Sociale e delle conquiste civili degli ultimi sessanta anni. Il fatto è che, in quest’ottica capovolta e perversa, le parole sono messe al servizio d’un ben preciso progetto di s-naturamento, che non riguarda solo il nostro ambiente di vita, ma anche il senso profondo di ciò che ci succede intorno, quello che una volta i filosofi chiamavano Weltanshauung (“visione del mondo”).

Per ovvi motivi, a questa subdola operazione non si poteva sottrarre quello strumento fondamentale del nostro riconoscerci come cittadini di uno stato, che è la Costituzione. Tale termine, come quello usato in precedenza, cioè ”Statuto”, ha non a caso la stessa radice di “Stato” e di “istituzioni”, richiamando i principi primi su cui poggia la convivenza civile in un certo contesto socio-politico. Principi che, manco a dirlo, dovrebbero comunque mantenersi “stabili”, anche se un democrazia non può mai essere “statica” in assoluto. Tutto, in effetti, può essere legittimamente sottoposto a “ri-forma”, a patto che le modifiche intervengano davvero sulla “forma” delle cose e non sulla loro sostanza che, etimologicamente, è quanto sta “sotto” e ne costituisce il fondamento.

Nel corso di questi ultimi decenni la classe politica italiana ha già fatto troppi danni, che sono sotto gli occhi di tutti, ed abbiamo anche già assistito alla grottesca pretesa che proprio chi ha provocato i guai si presenta, senza ritegno, come “salvatore della patria” e “riparatore dei torti”. Non ci fa più specie, ormai, che i media continuino a farci sfilare sotto gli occhi ministri, massimi dirigenti dello Stato e grandi industriali che ci spiegano come e qualmente andrebbero risolti gli annosi problemi dell’Italia, come se loro non c’entrassero per nulla e fossero solo dei severi osservatori esterni.  Non riusciamo più neanche a indignarci quando chi ci sta ingannando da anni si presenta nuovamente a chiederci il voto, in nome del rinnovamento e della lotta alle caste.

Però dovrebbe esserci un limite alla spudoratezza, ed è quello della salvaguardia di quei pochi punti fermi che credevamo e speravamo restassero indiscutibili della nostra Carta costituzionale. Così però non è stato e, alla luce della riforma prevista dall’ultimo disegno di legge del governo Renzi, dobbiamo quindi preoccuparci dei sostanziali stravolgimenti cui sta per essere sottoposta. La verità è che un mix di forze palesi ed occulte non solo ci stanno scippando violentemente non solo decenni di conquiste dovute alla partecipazione democratica, ma ci stanno anche cambiando radicalmente lo Stato sotto gli occhi.

La “Sostituzione della Repubblica Italiana”, sebbene in atto da un bel po’ in modo latente, sta ora venendo prepotentemente alla luce a causa del convulso ed arrogante attivismo del nostro attuale Presidente del Consiglio, cui va riconosciuto peraltro di non aver neppure tentato di nascondere le proprie effettive intenzioni, pur se condite dai rutilanti fuochi d’artificio della sua autopropaganda. Sarebbe comunque sciocco attribuire a Renzi la “contro-riforma” costituzionale che adesso sta assumendo una fisionomia chiara, se non altro perché un simile progetto centralista, presidenzialista e decisionista risale quanto meno agli anni ’80 del secolo scorso. A quei tempi, chi come Craxi provò a cambiare bruscamente le regole del gioco dovette però fronteggiare veti contrapposti e sensibilità ideologiche molto più accese. Oggi invece sembra che ormai “tutto fa brodo”, come si diceva una volta, per cui temo che siano diminuiti enormemente coloro i quali si preoccupano davvero che il nostro Paese resti di sana e robusta Costituzione”, anziché scimmiottare maldestramente le istituzioni altrui e gli altri sistemi elettorali. Soprattutto, temo che non siano rimasti in molti quelli che sono disposti ad opporsi senza se e senza ma a chi vorrebbe omologarci al  pensiero unico che ci sta colonizzando da troppi anni, asservendoci così ad un “nuovo ordine mondiale” deciso al vertice da chi vuol continuare a spadroneggiare incontrastato sul nostro povero pianeta.

Allora, più che davanti ad una “revisione costituzionale”, ci troviamo di fronte ad un vero golpe anti-costituzionale che, più che dare solidi e chiari fondamenti di equità e vera partecipazione democratica al confuso ed equivoco federalismo su cui si è estenuantemente dibattuto negli ultimi anni, sceglie di cancellarlo con un colpo di spugna, riportandoci al centralismo più bieco in nome della “razionalizzazione” della macchina statale e burocratica e dell’immancabile spending review.

Beh, non c’è nulla di male a combattere sprechi e malgoverno, anzi si tratta di una precondizione per qualsiasi seria riforma. Ciò che non va, in questo caso, è che sembra proprio che si consideri la stessa democrazia come uno “spreco” che non possiamo più concederci il lusso di conservare…  Dietro il savonaroliano zelo del fiorentino Renzi, che afferma di scagliarsi contro le resistenze delle varie caste che impediscono il rinnovamento, affiora più che altro la spicciativa tendenza a dare un bel calcio a tutti gli ostacoli alla “de-forma” autoritaria della nostra Repubblica. Con lo stesso tono efficientista e decisionista con cui egli ha voluto dimezzato i metri quadrati delle stanze dei dirigenti pubblici, ad esempio, ha cercato di dimezzare anche…le Camere del nostro Parlamento. Con la stessa grinta con cui ci ha spiegato che possiamo fare benissimo a meno delle province, vorrebbe ora farci credere che, in fondo, potremmo forse fare a meno delle stesse regioni, le cui competenze sono, non a caso, massicciamente ridotte nel suo disegno di legge.

Parole inglesi prima di moda come devolution, ma anche concetti più italianamente pregnanti come quello di “sussidiarietà”, sembrerebbero essere stati ricoperti dal polverone mediatico di chi – sommando il ruolo di leader di partito a quello di premier – sta proseguendo come un panzer la sua crociata laica per “restringere” lo stato, facendo fuori partiti, istituzioni ed altre realtà di un tessuto sociale assai più complesso di quello che vorrebbe farci credere.  Termini come “semplificazione” , peraltro, non da ora sono stati sbandierati come pretesto per preoccupanti manovre di ben altra sostanza politica, ma adesso appare sempre più chiaro che il “Bispensiero” e la “Neolingua” profetizzati sessant’anni fa da Orwell nel suo “1984” sono diventati il pane quotidiano della nostra attuale politica.  Alla base del Newspeak imposto dal regime del Big Brother orwelliano, non a caso, c’era proprio questo meccanismo di riduzione, abbreviazione e pretesa semplificazione del linguaggio, per sterilizzarlo da ogni idea e meglio controllare la comunicazione. Non è un caso neppure che il Double-Thinking (Bispensiero) cui s’ispirava la lingua dell’Ingsoc/Socing fosse fondato proprio sulla capacità di espellere ogni dissonanza fra forma e contenuto delle parole, introducendo corrispondenze prima improponibili tra il loro significante e significato, consentendo che la propaganda sostituisse il ragionamento e l’assurdo la logica. La verità è che, con la scusa di “semplificazioni”, “razionalizzazioni” e “standardizzazioni”, stanno anestetizzando le diversità culturali e politiche, cercando di addormentare lo spirito critico e la razionalità. Ma, come scriveva il grande Goya già alla fine del XVIII secolo “el sueño de la razòn produce monstruos”….

Vi sembra che sto esagerando? Beh, basta leggere con un po’ di attenzione il testo del DdL costituzionale del governo Renzi presentato alla Camera dei Deputati (che porta la data del 12 marzo ma è stato poi modificato il 31 marzo) per rendersi conto di cosa ci stanno preparando. Ovviamente l’attenzione finora è stata focalizzata quasi interamente sulla de-forma del Senato, prima spazzato via, poi trasformato in Assemblea di secondo livello degli enti locali ed infine restituito al rango di “Senato delle Autonomie”. Bene, bravi! Dopo più di mezzo secolo abbiamo finalmente eliminato il c.d. “bicameralismo perfetto” e lasciato spazio alle autonomie. Peccato che, nel frattempo, alla devolution sia nel frattempo succeduta l’attuale “de-devolution”, in nome di un rinato centralismo che guarda con sospetto alle autonomie locali, considerandole un fastidioso impatto allo “sviluppo”.  In buona sostanza, comunque, quello che esce dal disegno legislativo a firma Renzi è una Repubblica che per ora  resta sì “parlamentare”, ma dove il Parlamento è stato ridotto alla Camera dei Deputati – il vero organo legislativo ed il solo che rappresenti gli elettori – con l’integrazione di un’assemblea di secondo livello, che può decidere di esaminare o meno le leggi approvate dalla Camera. Ma laddove essa decida di discutere ed eventualmente modificarne alcune che ricadano in una casistica particolare (dettagliata all’art. 70 del DdL), non è neanche detto che la Camera debba attenersi a questi atti, visto che può procedere comunque  con la loro definitiva approvazione a maggioranza assoluta. In una Repubblica in cui i Deputati faranno le leggi (votando la fiducia al governo, il bilancio, la ratifica dei trattati internazionali e la dichiarazione di guerra…) il Senato resterebbe poco più d’un organo consultivo e di mera rappresentanza di enti locali e regioni.  Ciò prefigura un parlamento sempre più single, incalzato da un Governo sempre più decisionista e protagonista anche del processo legislativo, attraverso proposte e decreti, che dovrebbero essere discusse in tempi ridotti. Nel caso del Senato, addirittura, essi si riducono a 30 giorni dalla presentazione del testo alla Camera, con un periodo massimo di altri 10 giorni per deliberare eventuali modifiche (nel testo iniziale di parlava esclusivamente di “pareri”…).

Dice: sì, però così le autonomie locali assumono un maggior peso e viene loro rinosciuta una maggior rappresentanza a livello nazionale. Beh, non è così. A prescindere dal fatto che Presidenti delle Regioni e Sindaci dei Comuni Capoluogo saranno impegnati un bel po’ a Roma per le sedute del c.d. “Senato delle Autonomie” (situazione che mi ricorda vagamente il richiamo forzato a Parigi dai propri feudi della nobiltà, voluto da quel grande decentratore del Re Sole…), la mazzata più pesante il piano-Renzi l’ha data infatti proprio alle Regioni ed alla loro effettiva autonomia.

L’articolo 117 della Costituzione Italiana, anche se troppo poco se ne parla in giro, è stata infatti la principale vittima della de-devolution prossima ventura. Il testo ancora in vigore prevedeva che la distribuzione delle competenze tra Stato centrale e Regioni fosse scandita secondo tre livelli: ambiti di esclusiva potestà dello Stato; materie in cui era possibile una competenza di entrambi e, conseguentemente, una “legislazione concorrente”; ed infine questioni di competenza regionale, cioè materie cui la Costituzione non avesse già attribuito la competenza allo Stato.  Nel secondo caso, quello oggettivamente più controverso, la ratio era la seguente: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.”. Ebbene, il governo ha ritenuto che anche in questo caso fosse opportuno “semplificare” ed ha quindi decapitato di netto questa seconda possibilità, avocando a sé tutte le competenze fondamentali, con buona pace del decentramento e della sussidiarietà !  Il fatto che i punti dell’art. 117 della nuova “Sostituzione della Repubblica Italiana” in cui si elencano le competenze esclusive dello Stato vadano dalla lettera “a” alla “z” è di per sé già sintomatico. Possiamo quindi ritenerci fortunati che l’alfabeto italiano non comprenda anche le lettere “j”, “k”, “w”, “x” e “y”, altrimenti la potestà statale avrebbe potuto ulteriormente debordare, invadendo perfino territori di ambito strettamente territoriale e locale…

Con l’approvazione del DdL Renzi, quindi, alle Regioni – oltre la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato” (espressione che comunque dice tutto e niente)  resterà assai poco su cui deliberare e legiferare, il che renderà ancora più vuoti ed inutili i loro carrozzoni burocratici e clientelari, ma spazzerà via anche ogni traccia, più che di federalismo, di puro e semplice decentramento.  Uno Stato che si riprende in mano il commercio con l’estero, la sicurezza del lavoro, l’istruzione e la formazione professionale, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute e della protezione civile, i beni culturali e tanti altri ambiti di gestione del territorio è, oggettivamente, un’entità antistorica e mostruosa, generata certamente dal “sonno delle Regioni” ma soprattutto dal delirio di onnipotenza di chi da tempo vagheggia una repubblica presidenziale e per niente federativa.

La reconquista del dominio incontrastato su “produzione, trasporto e distribuzione dell’energia (punto “v” del nuovo testo dell’art. 117) costituisce uno degli ambiti-chiave della “sostituzione repubblicana”, un fondamentale settore strategico che viene sottratto alla dialettica democratica ed alla scelte degli stessi cittadini. Sono anni, peraltro, che i governi cercano di riprendersi le competenze in materia energetica, in modo da poter fornire le opportune garanzie alle potentissime lobbies delle fonti fossili, che hanno finora impedito all’Italia di portare avanti una vera svolta, non solo nel senso di quella che siamo abituati a sentir chiamare green economy, ma soprattutto nella direzione della consapevolezza di quanto l’autonomia energetica sia legata anche al rispetto del territorio e ad uno sviluppo decentrato, rendendo protagoniste e più responsabili le comunità locali. Invece di procedere a grandi passi verso la “civiltà del sole” e la rivoluzione dal basso delle “rinnovabili”, i nostri governanti vogliano inchiodarci a scelte energetiche che non sono solo scellerate sul piano ambientale, ma anche subalterne a logiche tipiche di un modello di sviluppo iniquo e predatorio.  Noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità abbiamo sperimentato in prima persona che cosa significa cercare di rompere gli equilibri e gli ordini costituiti per restituire alle regioni ed agli enti locali il potere di decidere in modo davvero autonomo delle loro risorse energetiche. La legge regionale d’iniziativa popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” – che noi abbiamo promossa e per la quale abbiamo raccolto circa 20.000 firme di cittadini – è infatti l’unico esempio di legislazione regionale in materia energetica che nasca dalla volontà popolare e non da alchimie partitiche consiliari. Non a caso, infatti, una volta approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania, la L.R. n. 1 del 18.02.2013 è stata subito boicottata dalla stessa Giunta Regionale, che ne determinò dopo poco più di un mese la modifica con diversi emendamenti, mentre il Governo cercava di far risultare addirittura anticostituzionale una legislazione regionale in materia.  Ecco perché, se da un lato non ci meraviglia che il potere centrale stia di nuovo cercando di esautorare gli enti locali, privandoli con legge costituzionale di ogni competenza in ambito energetico, dall’altro siamo convinti che bisogna alzare forte la voce contro questo ennesimo colpo alla partecipazione democratica. Come il Marchese del Grillo, il governo si rivolge ancora una volta ai cittadini italiani con la sprezzante frase pronunciata dal bravissimo Alberto Sordi nel film di Monicelli : “Ah, me dispiace. Ma io so’ io, e voi nun siete un c…o!”. Beh, è arrivato il momento di dimostrare a Lorsignori che anche noi…siamo noi e che non ci lasceremo imbavagliare da nessuno! In caso contrario, daremo ragione a chi, per dirla con Pino Daniele, è convinto che anche la Costituzione Italiana “…é ‘na Carta sporca, e nisciuno se ne ‘mporta”….

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“…TUTTI GIU’ PER TERRA !”

earthday Chi non ricorda il classico girotondo che si faceva da bambini e che terminava proprio con queste parole? Beh, allora erano pronunciate festosamente, ma non si può negare che oggi esse risuonino piuttosto inquietanti, con quel loro apocalittico riferimento: “casca il mondo, casca la terra”… Recentemente, peraltro, ho appreso dalla mia ultimogenita – amante del dark – che quell’ingenuo girotondo infantile avrebbe avuto in effetti un’origine assai poco allegra, traducendo una diffusa “nursery rhime” inglese dell’Ottocento (Ring-a-ring-a-roses), a sua volta ispirata alla ‘grande pestilenza’ che colpì duramente quel Paese alla metà del XVII secolo. Ma lasciamo stare la peste del ‘600 e veniamo ai giorni nostri, in cui – anziché delle “roses” (cioè le macchie rosa’ che allora comparivano sulla pelle degli appestati, preludendo ai bubboni) faremmo invece bene a preoccuparci del grave e costante arrossamento che stiamo provocando al nostro Pianeta, continuando a surriscaldarne l’atmosfera in modo irresponsabile. Certo, non è che così facendo davvero “casca la Terra”, ma non c’è dubbio che ne stiamo fatalmente compromettendo la vivibilità, avviandoci spensieratamente verso una catastrofe annunciata. Oggi ricorre la “Giornata della Terra” e, ancora una volta, da varie parti si lanciano accorati appelli a salvare il Pianeta azzurro da questa terribile minaccia. Fra i moniti più autorevoli va sicuramente annoverato quello della Commissione di scienziati nominata dall’ONU, che ha affermato senza tanti giri di parole: “Solo una spinta a livello globale nei prossimi 25 anni potrà evitare i disastrosi effetti del cambiamento climatico” . Non è che qui in Italia se ne sia parlato e scritto molto, ma lo si apprende leggendo un articolo su TIME del 13 aprile scorso, disponibile anche sull’edizione online della nota rivista  (http://time.com/60769/global-warming-ipcc-carbon-emissions/ ). L’ IPCC (Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico), ha infatti ribadito che, per contenere i peggiori effetti di questo fenomeno, è indispensabile che i governi adottino misure sempre più efficaci a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Questo autorevole consesso scientifico ( non di certo composto da sfegatati ambientalisti…) ha sottolineato che: “Le emissioni globali di gas serra devono essere ridotte del 40% al 70% rispetto al 2010 entro la metà del secolo, al fine di porre un limite al fatto che la temperatura media globale aumenti di 2 ° C o 3,6 ° F, al di sopra dei livelli preindustriali. Un aumento della temperatura superiore a 2 º C provoca effetti drastici, compreso il crollo di lastre di ghiaccio, l’estinzione massiva di piante e animali, scarsità di cibo e di acqua ed eventi meteorologici estremi…” (cfr. il testo del comunicato stampa su: http://www.ipcc.ch/pdf/ar5/pr_wg3/20140413_pr_pc_wg3_en.pdf ).

Il rapporto predisposto dall’IPCC, fra l’altro, ammonisce i responsabili degli Stati, chiamati a decidere nel merito, che l’inazione sarebbe davvero fatale, visto che – nel periodo 2000-2010 – le emissioni sono cresciute assai più velocemente che nei tre decenni precedenti. Non si tratta delle minacciose previsioni di apocalittici ‘profeti di sventura’, ma di pura e semplice constatazione della realtà, che però dovrebbe renderci tutti/e più attivi e reattivi di fronte all’inerzia e ai colpevoli ritardi di chi governa. Ed è sempre il TIME magazine, nell’edizione cartacea europea del 14 aprile, a lanciare l’allarme, pubblicando una breve scheda nella quale si sintetizzano i cinque punti-chiave del citato IPCC. 1) Danni ambientali. Il cambio climatico ha già pesantemente alterato gli standard migratori, fatto fuori alcune specie e reso più difficile la coltivazione dei cereali, per non parlare dello scioglimento dei ghiacciai e della progressiva scomparsa del Mar Glaciale Artico. 2) Ripercussioni sociali. Si evidenzia che la conflittualità sociale è destinata a crescere laddove le persone sono costrette a fronteggiare una pesante riduzione delle risorse. Si chiarisce poi che “tale violenza, a sua volta, renderà ancora più difficile dare risposte al riscaldamento globale”. 3) Crisi economica. Se non si riuscirà ad impedire l’aumento globale della temperatura di 2 gradi centigradi – ammonisce la Commissione – anche la produzione mondiale ne risentirà, con un tasso di calo previsto intorno al 2% all’anno. 4) Impatto sui poveri. E’ evidente, si osserva, che i Paesi “in via di sviluppo” saranno colpiti più duramente, nella misura in cui i suddetti cambiamenti climatici ne peggioreranno le condizioni di povertà. Essi infatti si troveranno a combattere contro un ulteriore aggravamento di fenomeni già presenti, come malnutrizione, sete, malattie ed alti tassi di mortalità. 5) Riduzione del danno. Il  fatto è che denunciare gli effetti deleteri del cambiamento climatico non basta. Il rapporto quindi ribadisce che tutto dipende da come si saprà rispondere al riscaldamento globale, per ridurre il danno ed evitare che le cose vadano sempre peggio. Non so quanto le raccomandazioni di quegli scienziati – il cui studio è stato promosso dalle Nazioni Unite – riuscirà davvero a smuoverci dalla nostra pigra e rassegnata routine. Sappiamo però che senza una sostanziale riduzione delle emissioni tossiche per la nostra atmosfera non c’è scampo. E’ per questo che, come ha efficacemente commentato il Prof. Edenhofer, co-presidente dell’IPCC e noto scienziato tedesco: “We need to move away from business as usual.”, espressione traducibile approssimativamente con: “E’ necessario che ci smuoviamo dal nostro abituale modo di essere”.

Eggià, perché la cosa più difficile è proprio uscire dal nostro solito tenore di vita, rinunciando alla vecchia e comoda equazione “Più è meglio” e convertendoci finalmente a scelte alternative ed a stili di vita che siano socialmente responsabili e compatibili con le esigenze ambientali. L’etica della responsabilità non è certo patrimonio esclusivo dei credenti, ma è comunque importante che dalle Chiese si alzi la voce contro un modello di sviluppo che ci sta portando alla catastrofe, coinvolgendo l’intera biosfera in quest’assurdo suicidio dell’umanità. Ecco perché fa piacere constatare che anche Papa Francesco, nella sua recente esortazione apostolica, ha richiamato i credenti in Cristo ad una netta svolta in senso ecologico: “Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli…” (Evangelii Gaudium, n. 183 – p, 145-5). Ecco: amare la Terra, non soltanto tutelarne gli equilibri per non colpire il nostro interesse. Credo che sia giunto il tempo che i Cristiani imparino ad uscire da un’asfittica prospettiva antropocentrica e comincino ad interrogarsi sulla loro responsabilità verso la dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII,151). Amare la Terra vuol dire impedire con tutte le nostre forze che egoismo, avidità ma anche pigrizia ci lascino proseguire sulla solita strada, adoperandoci in prima persona per essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, per citare le profetiche parole del Mahatma Gandhi. E allora diamoci da fare affinché cresca e si diffonda sempre più la consapevolezza di questa drammatica situazione, anche facendo appello ai cittadini perché sappiano richiamare chi li governa al rispetto delle scelte che possono e devono farci invertire la rotta. A tal proposito, anche la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (www.laciviltàdelsole.org ) – il network associativo di cui faccio parte – ha cercato di operare in tal senso. Ha infatti lanciato su Change.org una petizione al Consiglio della U.E. (http://www.change.org/petitions/l-europa-contribuisca-alla-salvezza-del-clima-del-pianeta?fb_action_ids=10203450119803495&fb_action_types=change-org%3Arecruit&fb_ref=__TjnuZfVDqD ), affinché deliberasse l’adozione degli obiettivi 60-50-50 (rispettivamente per la riduzione emissioni di CO2, l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili e la diminuzione dei consumi energetici). Dopo il rinvio delle decisioni degli organismi europei, ed in vista delle prossime scadenze internazionali, – fra cui il summit dell’ONU sul clima – abbiamo però ritenuto necessario attivare una nuova e aggiornata petizione anche a livello internazionale. (https://secure.avaaz.org/en/petition/Council_of_the_European_Union_European_Commission_European_Council_Europe_lets_contribute_to_the_salvation_our_climate/?dunzSab&pv=0 ).

Firmarla è solo il primo passo per un cambiamento che ci riguarda tutti e dipende da ciascuno di noi. Perché la posta in gioco è molto alta e non possiamo più permetterci di fare infantili girotondi per rinviare all’infinito decisioni improcrastinabili. E’ un impegno che dobbiamo assumerci, tutti. Prima che, fuor di metafora, “caschi la Terra”…. © 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UOMINI “CON IL SOLE IN TASCA” ?

soleinmanoMentre ascoltavo, durante la colazione, la consueta rubrica di notizie e commenti di Radio 3 Rai, mi ha colpito una frase che si riferiva al modo con cui sembra che Berlusconi amasse descriversi: una persona “con il sole in tasca”. Era la prima volta che mi capitava di sentire questa espressione e, incuriosito, ho fatto una piccola ricerca su Internet. Ho così scoperto che, oltre ad essere un modo di dire tipico dell’ex premier, essa era diventata addirittura il titolo di una sua elogiativa biografia scritta nel 2009 da Sandro Bondi (“Il sole in tasca”) e, nel 2012, d’un romanzo ‘fantapolitico’ di Cesare de Marchi: (“L’uomo con il sole in tasca”).

Lasciando da parte Berlusconi ed il suo immaginario rapimento da parte delle nuove B.R., quest’originale modo di dire non mi suggerisce tanto l’idea dell’imprenditore “baciato dalla fortuna”. Nella mia mente affiora piuttosto l’immagine di quelle brave persone che – consapevoli del poco tempo che resta ai combustibili fossili sui quali hanno costruito le proprie fortune e le nostre disgrazie – stanno già fregandosi le mani al pensiero di come potranno ora allungarle anche sulle energie rinnovabili e, in particolare, su quella solare.  Non è proprio come quando corvi e sciacalli sono stati intercettati a sghignazzare cinicamente tra loro sulle ‘opportunità’ che il terremoto dell’Aquila offriva ai loro affari, ma poco ci manca…

La cosa peggiore di certe pseudo-conversioni alle risorse energetiche pulite e naturali è che, ancora una volta, lorsignori tenteranno gattopardescamente di cambiare tutto per non cambiare niente, proseguendo indisturbati sulla strada della speculazione e dello sfruttamento dei beni comuni. Ne abbiamo peraltro già tanti esempi a livello internazionale e, d’altra parte, dopo quello che sono riusciti a combinare con l’accaparramento di una risorsa vitale come l’acqua, non ho dubbi che potentati e lobbies nostrane si getteranno a capofitto anche nel bisinìs delle rinnovabili. Questo stesso nome, infatti, è per loro simbolo di palingenesi, di personale rinnovamento. Una specie di evangelica metànoia, con la differenza che tale operazione, anziché ricordarci la  celebre ‘caduta da cavallo’ di Saulo/Paolo a Damasco, assomiglia piuttosto ad un furbesco ‘cambio di cavallo’ in corsa, cui da tempo anche la nostra politica ci ha abituato.

Il solo fatto che interessanti opuscoli educativi ed accattivanti spot pubblicitari che propongono una svolta ecologica verso la sostenibilità ambientale siano talora prodotti o sponsorizzati da colossi del petrolio come la Exxon o la BP la dice lunga sulla tendenza delle multinazionali dell’oro nero a ri-convertirsi – almeno in parte – all’oro giallo del sole e a quello azzurro dell’acqua e del vento.  Il fatto è che se a parlarci di “futuro”, di “crescita sostenibile” e di “biodiversità” sono le ‘grandi sorelle’ del petrolio è proprio il caso di preoccuparci e di chiederci cosa diavolo stiano progettando…

Da noi in Campania (” ‘o Paese d”o Sole”….) il valore della legge popolare che da un anno siamo riusciti a far approvare dal Consiglio regionale – e per la cui attuazione continuiamo a batterci – non risiede solo nella scelta decisa e coraggiosa del Sole e delle altre rinnovabili come fonte di energia per i prossimi decenni. E’ anche e soprattutto una profonda alternativa nel modello di sviluppo e di consumi, accompagnata dalla rivendicazione dell’autonomia energetica delle comunità locali, salvaguardando comunque la biodiversità dei territori, che perfino le ‘rinnovabili’ potrebbero mettere a repentaglio, se fossero usate con la solita logica predatoria e speculativa.  Ecco perché noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità  ci preoccupiamo che nessuno giunga a mettersi “il sole in tasca” per privatizzarne la benefica potenza, controllandone la captazione e la distribuzione. Ecco perché non ci sta bene che si continui a consumare prezioso suolo agricolo, tappezzandolo di pannelli fotovoltaici, o che si costruiscano “cattedrali solari” nel deserto, come è successo recentemente in California, quando invece le alternative ci sono e vanno cercate nelle aree degradate ed inquinate, che dalla rivoluzione del solare sarebbero riscattate.

“Ma se il Sole lassù è di tutti / tu lo sai…” – come cantava nel 1966 Stevie Wonder – non dobbiamo quindi consentire che ci sia spazio per chi vorrebbe specularci su, appropriandoselo e monetizzandone la gratuita e democratica energia. Il testo originale inglese della canzone citata (A Place in the Sun)  tra l’altro diceva: “Cause there’s a place in the sun / Where there’s hope for ev’ryone”, ossia: “Perché c’è un posto al sole / dove c’è speranza per tutti”.  E’ compito degli ambientalisti veri evitare che quel ‘sole di tutti’ sia rinchiuso nelle celle (sia pure fotovoltaica…) d’una prigione dorata, per essere distribuito solo grazie ad onerose intermediazioni.

In effetti, già ottocento anni fa san Francesco innalzava la sua lode a Dio, insieme con tutte le sue creature e “spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione”.  Ebbene, questa radiante bellezza, questo divino splendore, dovrà restare una risorsa per l’umanità e le altre creature, che nessuno ha il diritto di appropriarsi e di monopolizzare. Proprio perché “il sole è di tutti” , evitiamo che imprenditori spregiudicati possano vantarsi di essere “uomini col sole in tasca” ed a nessuno speculatore sia consentito di cancellare, in nome del proprio interesse, la “speranza per tutti” che deriva da quell’energia pulita, disponibile e diffusa ovunque.

“Here comes the sun, and I say / It’s all right”, cantavano  i Beatles ed anch’io ribadisco che “va tutto bene”. Basta che impediamo ai soliti noti di ficcarsi il sole nelle loro tasche.

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TETTI SOLARIZZATI, MA TESTE DA ILLUMINARE…

Ho la fortuna d’insegnare in una scuola media che è uno dei 27sole-bio istituti scolastici napoletani prescelti per l’installazione di impianti fotovoltaici per produrre energia elettrica da fonte solare.   Nel 2010 il progetto comunale riguardava 42 scuole della città, ipotizzando un risparmio di emissioni di CO2 pari a 2.800 tonnellate in venti anni. L’11.1.2010, infatti, la Regione Campania – applicando un finanziamento previsto dal D.M. 21.5.2002 –  aveva emanato il decreto dirigenziale n. 3, col quale accordava al progetto “Scuole Solarizzate” del Comune di Napoli un contributo di quasi 868.320 Euro, pari al 20% dell’investimento totale previsto (4.341.600 Euro). Nel successivo capitolato d’appalto, però, la somma è stata ridotta a 2.822.040 Euro, per cui l’investimento si è limitato solo a 27 istituti cittadini, con un finanziamento regionale sceso a 408.300 Euro, a seguito del dirottamento dei restanti 460.000 Euro per un progetto sui parchi.   Il progetto, pur ridimensionato, resta comunque significativo. Esso prevede infatti che dai 390 kWp installati sulle 27 scuole napoletane si ottenga una produzione di energia pari a 535.500 kW per anno, evitando in tal modo d’immettere in atmosfera 416 tonnellate di CO2  annue, vale a dire 8.320 tonnellate in 20 anni.

A distanza di 4 anni, però, dell’effettiva attuazione di quel progetto si sa piuttosto poco, a parte che – con delibera di giunta del 9.2.2012 – ne è stato approvato il ‘completamento’. Lo stesso presidente della quinta municipalità di Napoli, da me invitato a partecipare ad un incontro pubblico sull’argomento, tenuto lo scorso 2 aprile proprio nella mia scuola, ha candidamente ammesso di non avere dati precisi nemmeno sui tre istituti scolastici di sua competenza. Certo, in ogni scuola ‘solarizzata’ è stato installato un tabellone luminoso, dal cui display è possibile ricavare informazioni sulla potenza dell’impianto, l’energia prodotta e l’inquinamento da CO2 evitato. Si tratta però d’un monitoraggio parziale dei risultati dell’operazione realizzata dal Comune di Napoli che, soprattutto, riduce la questione a meri dati tecnici, che peraltro nessuno si preoccupa di portare a conoscenza delle comunità locali, che in tal modo non viene informata né coinvolta.  Nel corso dell’incontro cui accennavo prima, infatti, è apparso chiaro è che la consapevolezza di genitori e docenti in materia – anche in una scuola collocata in un contesto socio-culturalmente ed economicamente evoluto – resta piuttosto limitata. Gli impianti fotovoltaici installati nelle scuole, insomma, restano qualcosa che sta “sui tetti” di quelle realtà educative, ma forse non è mai sceso dentro le menti ed i cuori di coloro che ne sono i fruitori. Del resto, anche questo termine risulta improprio, visto che l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari non viene utilizzata direttamente dagli utenti di ciascun istituto scolastico, ma è immessa in rete, alimentandone il flusso unificato e centralizzato, come un ruscello che si perda in un grande fiume.

Nella locandina che pubblicizzava l’incontro ho inserito, rielaborandolo, il logo di un’associazione statunitense (Solar Schoolshttp://www.nrdc.org/about/ ), il cui sintetico ed efficace slogan è: “Powering classrooms, empowering communities”. Ho provato a tradurlo con “Dare energia alle aule, dare più potere alle comunità”, per sottolineare che un programma di solarizzazione delle scuole non dovrebbe mai essere banalizzato come un mero investimento o una ‘modernizzazione’ tecnologica.

Dietro la valorizzazione e diffusione dell’energia solare – avremmo voluto spiegare anche ai tanti genitori e docenti della mia scuola che purtroppo non sono intervenuti all’incontro – c’è in realtà un cambiamento epocale, una vera e propria rivoluzione, non solo energetica.  E’ quella “Civiltà del Sole” di cui la Rete associativa di cui faccio parte da tre anni si fa divulgatrice e promotrice, denunciando ambiguità e ritardi delle istituzioni, che purtroppo stanno rallentando l’attuazione dell’innovativa legge popolare su cui abbiamo raccolto circa 20.000 firme e che siamo riusciti a far approvare dalla Regione Campania poco più di un anno fa.

Il fatto è, comunque, che una ‘civiltà del sole’ non si basa soltanto sulla crescita quantitativa della percentuale di energia ricavata da fonti rinnovabili, ma richiede un profondo cambiamento degli stili di vita, del rapporto con l’ambiente naturale e di effettive e diffuse ‘buone pratiche’ nei consumi domestici, nei trasporti e in tanti altri aspetti della nostra realtà quotidiana.  Non serve a molto, infatti, solarizzare i tetti degli edifici se chi vi abita e vi lavora continua a comportarsi come ha sempre fatto, sprecando elettricità in mille modi.  Chi abbia dimestichezza con gli uffici, e quindi anche con le scuole, sa bene che troppo spesso corridoi ed aule restano inutilmente illuminate anche con una luce esterna più che sufficiente. Che la miriade di apparecchi elettrici ed elettronici (computer, lavagne elettroniche, fotocopiatrici, stampanti, fari delle palestre etc.) rimangono frequentemente accesi o comunque in posizione di ‘stand by’ . Che il riscaldamento centralizzato funziona talvolta anche con 23 gradi di temperatura esterna, costringendo alunni ed insegnanti a spalancare le finestre – sotto le quali i termosifoni sono spesso collocati – e quindi disperdendo assurdamente calore nell’aria. Ma tutto ciò è l’evidente contrario di quel risparmio energetico che, insieme all’efficienza, dovrebbe invece rappresentare per una comunità consapevole l’obiettivo principale da conseguire, fra l’altro a costo zero. Recenti studi in Germania hanno quantificato lo spreco energetico, dovuto alle apparecchiature elettriche lasciate in ‘stand by’ attorno ai 20 TW/h. Si tratterebbe nientemeno che di venti mila miliardi di wattora che l’incuria degli utenti riesce a sperperare ogni anno, con l’aggravante che ciò avviene per alimentare apparecchiature elettriche… spente!

Ricerche e studi in proposito non mancano certo e sono concordi nel denunciare questo spreco assurdo di risorse energetiche, frutto di abitudini sbagliate e di diffusa ignoranza. Eppure una delle ragioni per cui le scuole sono state prescelte come sede per impianti fotovoltaici ritengo sia stata proprio la loro caratterizzazione educativa, la loro valenza formativa. Se ci guardiamo un po’ intorno, però, non mi pare che questo obiettivo sia stato raggiunto. Il consumismo sfrenato della nostra civiltà si alimenta in buona parte col consumo spensierato di energia elettrica (pensiamo solo al proliferare di cellulari, smart-phone, tablet , i-pad ed altri costosi aggeggi).Ecco perché la diffusione d’impianti fotovoltaici e di altre fonti energetiche alternative e rinnovabili (eolico, geotermico etc.) non può e non deve diventare il pretesto per ammantare di ecologia un uso irrazionale delle risorse o, peggio, per continuare a credere che la scienza e la tecnologia risolveranno tutti i nostri problemi.

E’ pur vero, d’altra parte, che ci sono tantissime esperienze di educazione ambientale sia all’estero (USA, GB, Germania, Paesi Scandinavi…) sia in Italia, che fanno leva proprio sul ruolo formativo della scuola per promuovere conoscenze migliori e per promuovere buone pratiche.   Guai se il sole arrivasse solo ai pannelli installati sui tetti delle scuole, senza giungere ad ‘illuminare’ anche le teste di studenti, docenti ed altri lavoratori che vi trascorrono mediamente sei ore al giorno! Ancor meglio sarebbe se l’energia del sole così raccolta servisse ad alimentare le stesse scuole, dando senso all’efficace slogan citato prima. Fornire direttamente energia alle aule sarebbe il primo importante passo, cui dovrebbe comunque seguire il secondo: dare più potere alle comunità locali, decentrando le risorse energetiche e facendole gestire direttamente a chi vive in quel territorio.

Il guaio è che questi non sono obiettivi che si raggiungono schiacciando un bottone. Ci vuole convinzione e tenacia, ma soprattutto la consapevolezza che, per parafrasare don Milani, dobbiamo tutti agire come se ogni cosa dipendesse da noi. Ecco, nel milaniano “I CARE” mettiamoci anche l’impegno affinché ciascuno faccia quanto può, al suo livello, per realizzare davvero l’auspicata  “Civiltà del Sole’.

© 2014 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.worpress.com )