21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


La BiodiverCittà di Barcellona

pla del vert barcelonaIl precedente articolo che ho dedicato ai programmi dell’ICLEI sulla promozione della biodiversità urbana (vedi: progetto BiodiverCity) mi ha spinto ad approfondire l’argomento con una ricerca nel Web su questo tema. La prima grande città che ho ‘visitato’ virtualmente è stata Barcellona, la capitale di quella Catalogna che appare una delle regioni più vitali e innovative della nostra Europa.

Navigando sul sito istituzionale dell’Ajuntament de Barcelona (www.bcn.cat ),  la mia attenzione si è quindi focalizzata sulla sezione  “Medi Ambient”, cioè le pagine dedicate alle questioni ambientali che la città considera prioritarie, fra cui la politica energetica e quella del verde pubblico e della tutela della biodiversità urbana.  Tralasciando la prima – cui dedicherò in seguito uno specifico approfondimento – vorrei ora soffermarmi sulle scelte che l’amministrazione di Barcellona ha fatto verso una pianificazione urbana che non solo non trascuri i valori ambientali (e la biodiversità in particolare), ma sappia considerarli come un punto fondamentale per qualificare la vivibilità dei cittadini e per cominciare a raddrizzare il malsano rapporto fra città e risorse naturali, tipico della nostra civiltà.

Le informazioni che riporto di seguito sono tratte dal “Pla del Verd i de la Biodiversitat de Barcelona”, la cui sintesi (il “resum” in catalano) ho cercato di ridurre ulteriormente, traducendola in italiano.

Definizione

La Biodiversità è definita come la variabilità degli organismi viventi in tutti gli ecosistemi  terrestri, marini ed acquatici, come anche i complessi ecologici di cui essi fanno parte. Essa comprende la diversità all’interno di ogni specie, fra specie e degli ecosistemi.  

Biodiversità: un valore globale

La biodiversità è importante per molti motivi, di natura ambientale, economica, culturale emozionale ed etica. Essa offre un insieme di utili servizi e funzioni , che comprendono la fornitura di cibo, combustibile, suolo fertile, aria pulita, acqua fresca e materie prime. Essa contribuisce anche al benessere fisico ed emozionale degli esseri umani e costituisce parte del patrimonio naturale e culturale di ciascun territorio. Ecco perché l’umanità ha il dovere morale di preservare i suoi beni e benefici, affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future.

Una biodiversità urbana è parte del patrimonio naturale globale

La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta. La flora e la fauna indigene di ogni località, pertanto, costituiscono un unico patrimonio, che deve essere valorizzato e protetto, così come gli habitat e gli ambienti occupati dalle varie specie.

Politiche ambientali

Agenda 21 è stata la guida per progredire nelle politiche a favore della biodiversità, con particolare riferimento all’obiettivo 1 dell’Impegno delle Città per la Sostenibilità (2002-2012): “Proteggere gli spazi aperti e la biodiversità ed espandere le aree verdi urbane” , che comprende due linee d’azione. In questo modo, la biodiversità diventa una parte dell’agenda politica municipale.

Barcellona è stata attivamente coinvolta:

ü      Partecipando alla rete internazionale delle città del programma “Azione Locale per la Biodiversità” (ICLEI) e nella Rete dei Governi Locali + Biodiversità 2010

ü      Ospitando a Barcellona la Conferenza 2008 dello IUCN

ü      Firmando l’Impegno del Sindaco per il “2010 IUCN Countdown”

ü      L’Anno Internazionale della Biodiversità: sono state portate avanti iniziative come l’abbozzo del ‘Piano della Biodiversità’Il Piano per la Biodiversità è il documento strategico che sottolinea le sfide strategiche dell’amministrazione comunale, gli obiettivi e gli impegni relativamente alla conservazione della diversità biologica ed agli habitat a livello cittadino e planetario, ed in relazione alla conoscenza che ne hanno le persone, a come ne fruiscono ed a come se ne prendono cura.  Il Piano è un impegno per il PAM 2008-2011. “Noi saremo la forza trainante dietro il Master Plan per la Biodiversità Urbana, promovendo una strategia urbana basata sulla conoscenza, la diffusione e la gestione della flora e della fauna cittadine.”  Esso stabilisce un approccio lungimirante per la città: una città dove la biodiversità è preservata, arricchita ed apprezzata come parte del patrimonio naturale della Terra, e come un beneficio per l’attuale generazione e quelle future.

ü      Dichiarazione per la riunione del Consiglio Plenario, in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità.

CARATTERISTICHE E VALORI

Caratteristiche ecologiche

ü      Naturalità     ü      Biodiversità      ü      Complessità    ü      Connettività

Valori socio-culturali

ü      Salute           ü      Bellezza             ü      Cultura         ü      Benessere                    ü      Relazione           ü      Paesaggio

ATTRIBUTI

Qualità dell’habitat

ü      Superficie    ü      Qualità del suolo     ü      Diversità topografica

ü      Permeabilità    ü      Presenza d’acqua

Qualità biologica

ü      Ricchezza di specie    ü      Ricchezza di habitat  ü      Indice autoctoni/alloctoni

ü      Densità   ü      Stratificazione  ü      Salute della vegetazione e della fauna

ü      Rappresentatività     ü      Singolarità

Qualità ambientale

ü      Comfort acustico   ü      Comfort climatico     ü      Qualità dell’aria

Qualità sensoriale

ü      Qualità olfattiva    ü         “  sonora     ü         “  cromatica     ü         “  visiva

ü      Variabilità stagionale e temporale

Capacità di accoglienza

ü      Vicinanza     ü      Accessibilità      ü      Riduzione della mobilità

ü      Diversità d’uso    ü      Capacità di socializzazione

Interesse culturale

ü      Identità     ü      Interesse storico      ü      Interesse artistico

ü      Interesse educativo

FUNZIONI DELLA BIODIVERSITA’

ü      Garantisce la presenza della natura in città   ü      Preserva il patrimonio naturale   ü      Conserva i suoli    ü      Produce materia organica ed alimenti      ü      Riduce l’inquinamento atmosferico  ü      Cattura e immagazzina carbonio ü      Attenua l’inquinamento acustico   ü      Regola il corso dell’acqua                   ü      Apporta umidità     ü      Mitiga le temperature     ü      Favorisce il contatto e l’interazione con la natura    ü      Favorisce la climatizzazione    ü      Migliora l’abitabilità urbana  ü      Genera benessere fisico e psichico   ü      Crea ambienti vitali e sensoriali   ü      Crea ambienti per le relazioni sociali    ü      Agevola il tempo libero, la ricreazione e l’attività fisica     ü      Fornisce opportunità per l’attività culturale, l’educazione e la ricerca   ü      Crea paesaggio    ü      Genera attrazione turistica   ü      Genera plusvalore   ü      Genera attività economica

OBIETTIVI DEL PIANO DEL VERDE E DELLA BIODIVERSITA’

ü      Conservare e migliorare il patrimonio naturale della città, evitando la perdita di specie e di habitat

ü      Ottenere la massima dotazione di verde urbano e la sua connettività

ü      Ottenere i massimi servizi ambientali e sociali relativi al verde ed alla biodiversità

ü      Avanzare nel valore che la società assegna al verde ed alla biodiversità

ü      Rendere la città più resiliente di fronte  alle nuove sfide, come il cambiamento climatico.

Il Piano del Verde e della Biodiversità pianifica la Barcellona del 2050 come una città in cui natura e abitato urbano interagiscono e si potenziano, usando come mezzo la connettività del verde. In altri termini, una città in cui l’infrastruttura ecologica urbana sarà connessa col territorio periferico ed apporterà più servizi ambientali e sociali. Una città in cui si apprezzerà la biodiversità come il patrimonio collettivo che è in effetti e, in definitiva, dove si sfrutteranno tutte le opportunità per adattarvi la natura e per favorire il contatto delle persone con gli elementi naturali, nella convinzione che una città più verde è una città più salubre.  Questo Piano, dunque, non solo stabilisce delle linee strategiche per sviluppare il patrimonio verde come un sistema integrale, ma propone anche un modello di città nel quale il verde s’incorpora come una struttura ecologica fondamentale. Ciò si concretizza in due concetti-chiave: la connettività del verde e la rinaturalizzazione della città.  

Leggendo questa versione ridottissima del Piano di Barcellona viene spontaneo chiedersi come mai, anche in questo campo, noi italiani (e noi napoletani in particolare) restiamo ancora così indietro rispetto a concetti di larga circolazione, come quelli di pianificazione urbana eco-sostenibile e di biodiversità cittadina. Intendiamoci, qualcosa si sta muovendo anche dalle nostre parti, ma si tratta di progressi molto limitati e, spesso, in contraddizione con scelte strategiche di sviluppo che continuano a considerare il “verde” come un mero abbellimento estetico delle città, se non addirittura un impaccio alla loro ‘modernizzazione’.

Se invece – come ha fatto l’amministrazione di Barcellona- si considera la biodiversità un “valore globale” – ispirato alla volontà di tutelare gli ambienti naturali dall’invasiva presenza della realtà antropizzata,  ma anche di assicurare a chi vive in città una migliore qualità della vita – l’artificioso e pernicioso conflitto uomo-natura potrebbe almeno attenuarsi in una visione, appunto, più ‘globale’ ed armonica degli esseri umani con l’ambiente di cui in effetti sono parte.

Pure sul rapporto fra città, periferie e campagna, come su quello tra pianificazione urbana e visione planetaria, il Plà di Barcellona mostra di voler invertire la rotta, anche se non mancano elementi che riconducono fatalmente alla solita visione antropocentrica delle questioni ecologiche.

Ispirarsi a criteri di “responsabilità ambientale” in chiave etica, infatti, è l’approccio più comune e va incoraggiato per quanto può comunque apportare alla causa della conservazione della biodiversità. Pur se lodevole, non basta l’appello al “dovere morale di preservare i beni e benefici [della biodiversità], affinché possano goderne la generazione attuale e quelle future”, se non si prende coscienza anche dell’imperativo morale che dovrebbe indurci a “salvaguardare” quella natura (che, in termini religiosi, potremmo chiamare “il Creato”) come qualcosa che ha un enorme valore in sé, non solo quindi in funzione della sopravvivenza della specie umana.

Le caratteristiche ed i valori della biodiversità, elencati sopra, sono la dimostrazione che non si tratta solo di aspetti relativi all’ecuméne (cioè alla parte della nostra Terra conosciuta, esplorata ed abitata da noi uomini), ma anche di quelli che riguardano l’insieme della biosfera ed i suoi delicati equilibri ecologici.

Certo, sarebbe strano che una pianificazione urbana non si soffermasse in primo luogo sui valori ambientali più consoni ad una migliore vivibilità da parte degli esseri umani (bellezza, relazione, qualità abitativa, comfort, salute etc.). Ritengo però apprezzabile che:

  • ·         nel redazione del Piano barcellonese si è tenuto conto anche di fattori prettamente naturalistici, come la ricchezza di habitat, l’identità ecologica d’un territorio e della sua flora e fauna, la regolazione del ciclo dell’acqua e la conservazione delle caratteristiche dei suoli;
  • ·         c’è una caratterizzazione del territorio come “patrimonio collettivo” (noi parleremmo di “bene comune”…), la cui preservazione e valorizzazione non è soltanto un modo per rendere più “salubri” e verdi le nostre città, ma anche per invertire la tendenza alla “snaturalizzazione” degli ambienti urbani, riconciliando l’uomo con la sua “struttura ecologica fondamentale;
  • si collega l’azione territoriale, locale, per difendere la biodiversità ad una dimensione più globale, ribadendo che: “La perdita di specie viventi in uno specifico territorio è un danno che depaupera la diversità biologica dell’intero Pianeta“;
  • ·         s’impegna il governo cittadino a basare la propria azione su due pilastri fondamentali: la connettività delle aree verdi urbane (ossia il collegamento di queste ‘cinture’ in una rete ecologica effettiva) e la rinaturalizzazione delle aree urbanizzate, escludendo non solo ulteriori cementificazioni del territorio ma progettando un vero recupero ambientale delle aree disponibili.

Ebbene, questo della BiodiverCittà di Barcellona è un primo esempio di pratiche virtuose da seguire. Nei prossimi articoli cercherò di esplorare la situazione di altre grandi città europee e d’oltreoceano, nella convinzione che valorizzare la biodiversità è possibile solo se – come è scritto nel Plà – ci si basa sulla “conoscenza che ne hanno le persone e sul modo in cui ne fruiscono e come se ne prendono cura”. Ecco perché non bisogna mai trascurare l’importanza di un approccio educativo-culturale a questa problematica.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


 

BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“IUS SOLIS”

sole4In questi ultimi mesi si è molto parlato e scritto del cosiddetto “ius soli”. La questione per la quale è stata sfoderata questa espressione latina riguarda la possibilità di riconoscere per legge come cittadini a tutti gli effetti i figli di genitori stranieri che siano nati nel nostro Paese. Lo “ius soli” indica infatti l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza diretta della nascita in un determinato suolo, in contrapposizione allo “ius sanguinis” , che fa derivare tale condizione dalla nascita da un genitore già cittadino di quel Paese. Ciò a cui mi riferisco nel titolo, però, è ben altro.  Mutuando il latinorum della giurisprudenza, resuscitato dall’attuale dibattito sul diritto di cittadinanza, vorrei parlare invece di strumenti giuridici che sanciscano la scelta dell’energia solare come un passo irreversibile in direzione d’una vera e propria Civiltà del Sole. In tal senso,  “ius solis”  è un’espressione che racchiude due aspetti diversi ma strettamente connessi. Il primo è il “diritto al sole”, cioè il riconoscimento giuridico dell’energia solare come “bene comune” dell’umanità. Ad essa va riconosciuta la possibilità di servirsene appieno come fondamentale fonte ecologica, inesauribile, decentrata e polivalente da cui trarre l’energia di cui ha effettivamente bisogno. La seconda accezione è quella di “diritto del sole”, nel senso della salvaguardia degli equilibri ecologici che assicurano la vita non solo all’uomo ma a tutte le creature, per non trasformare la potenza del Sole – fonte di vita e di biodiversità – in causa di morte.

Essendo uno dei primi firmatari della legge regionale d’iniziativa popolare su “cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” da due anni mi sto impegnando, insieme con gli amici e compagni del Comitato Promotore, perché il sogno della “civiltà del sole” si concretizzi in un primo punto fermo, cioè il riconoscimento legislativo del suddetto “ius solis”. E’ stata un’esperienza entusiasmante di cittadinanza attiva e di ecologia sociale, che ha portato all’incredibile risultato della raccolta di quasi 20.000 firme e – dopo un lungo iter procedurale – della approvazione unanime del nostro disegno di legge da parte della Regione Campania, nota per essere una delle istituzioni peggio gestite e più refrattarie al protagonismo dei cittadini. Quest’autentica avventura è stata vissuta dal nostro Comitato nel costante intento di coinvolgere sempre più persone e soggetti collettivi in ciò che sembrava una “mission impossible”, conseguendo quel fondamentale riconoscimento giuridico senza però trascurare l’esigenza di far crescere la coscienza collettiva su tali questioni.

Come già detto e ripetuto in tante occasioni, non si tratta solo di far conoscere e diffondere sempre più una fonte energetica rinnovabile e pulita per sostituirla a quelle fossili esauribili ed inquinanti. L’obiettivo è cambiare radicalmente il rapporto fra cittadini, territorio ed energia, affermando un modello di sviluppo fondato sull’autosufficienza energetica, ecologico, equo e solidale. Lo storico divario tra “economia” ed “ecologia”, grazie alla legge, è azzerato da una concezione globale della società e della produzione come fattori che non confliggono più con l’ambiente naturale, ma ne fanno il proprio ed effettivo presupposto. Lo stesso richiamo alla Civiltà del Sole, oltre ad evocare la visione utopica e comunitaria della “Città del Sole” di Tommaso Campanella, vuol valorizzare tutti gli aspetti culturali di questa rivoluzione ecologica, anche come occasione di apertura interculturale e pacifica agli altri Paesi del bacino del Mediterraneo. Con essi, infatti, andrebbe condivisa una tipologia di sviluppo che usi saggiamente la natura anziché sfruttarla brutalmente, e che lo faccia in modo decentrato, rifuggendo alla logica perversa di concentrazioni e monopoli.

Come ho cercato di sintetizzare in una relazione presentata al convegno organizzato dal Comitato nel marzo 2012 presso l’Università “Parthenope” di Napoli, gli aspetti qualificanti della proposta di legge popolare – oggi finalmente sanciti dall’approvazione della Legge Regionale della Campania n. 1/2013 – si possono sintetizzare nei seguenti cinque punti:

  1. Col primo concetto-chiave – quello della promozione  del territorio come risorsa – la Legge esprime  un’opzione profondamente ecologica,  ponendo le fonti energetiche rinnovabili ed inesauribili come motore per  uno sviluppo locale, sostenibile e diffuso.
  2. Il  perseguimento d’un modello energetico liberato da logiche monopolistiche e  da intermediazioni commerciali comporta la fuoriuscita da una visione mercificata dell’energia, che  diventa così immediatamente disponibile e non più soggetta a ricatti  economico-politici da parte di concentrazioni monopolistiche e di grandi potenze.
  3. Il  terzo elemento qualificante della proposta legislativa è la promozione di una ‘tecnologia ecosostenibile’, che indirizzi gli sforzi dei  ricercatori nella direzione di una resa sempre maggiore degli impianti che utilizzano l’energia del sole. Ciò comporta anche un deciso cambiamento di rotta nella scelta delle priorità che guidano il mondo della ricerca scientifica e tecnologica, condizionato dalle scelte a priori dei committenti, pubblici e/o privati.
  4. Un altro elemento caratterizzante della proposta sottoscritta da tanti      cittadini campani, sintetizzabile come ‘risparmio energetico’, sottolinea la necessità di ridurre il costo  delle risorse energetiche a valle (per i consumatori) ma anche a monte (per i produttori). Ciò comporta risorse aggiuntive da investire per una nuova e qualificata occupazione e per l’eco-sostenibilità degli stessi modelli di produzione e di consumo.
  5. L’ultimo aspetto qualificante della Legge è il profondo legame tra una opzione  energetica centrata sul Sole e le altre fonti energetiche rinnovabili ad esso collegate e la salvaguardia di quella Biodiversità che dal Sole è originata e che assicura la solidarietà e la “comunione” tra l’umanità e la natura nel suo complesso, uscendo così da un miope antropocentrismo.

Ebbene, se la Civiltà del Sole si fonda su principi così importanti e fondamentali per la sopravvivenza stessa dell’Uomo è evidente che non saranno gli sconcertanti voltafaccia di  istituzioni schizofreniche ad arrestare il cammino verso di essa. Certo, sconcerta che quella che è stata recentemente definita “la legge più bella”  sia stata dapprima approvata unanimemente da tre commissioni e dall’aula consiliare della Regione Campania e poi pretestuosamente mutilata di alcuni articoli da parte dello stesso Consiglio regionale, in sede di legge finanziaria. Sconcerta non di meno che uno degli ultimi atti del governo Monti è stato quello d’impugnare la legge regionale della Campania davanti alla Corte Costituzionale, accampando motivazioni assai discutibili. In entrambi i casi si tratta di scandalosi esempi di arroganza istituzionale, a tutela degli interessi, più o meno puliti, delle lobbies e dei clan che non hanno mai smesso di usare lo stato e gli enti territoriali per governare di fatto un territorio cui si erano già imposti con altri mezzi.

L’unico risultato di questi pesanti interventi è stato quello di mettere ancor più in evidenza il conflitto fra chi vorrebbe continuare a sfruttare le risorse naturali, infischiandosene delle gravi conseguenze che ciò comporta per le future generazioni e per l’ambiente nel complesso e chi, invece, propone un’alternativa globale, utilizzando energie pulite e rinnovabili per uno sviluppo duraturo e più giusto.  L’impugnativa di alcuni articoli da parte del Governo e l’incredibile autolesionismo della Regione Campania non fermeranno il circolo virtuoso innescato dalla battaglia per la Legge popolare. Si tratta peraltro di un processo articolato e di non breve durata, che richiede la partecipazione di tutti/e e passa per la diffusione della cultura del Solare prima ancora che degli impianti solari.

La recente nascita di un nuovo soggetto associativo – la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità – intende per l’appunto rispondere a quest’esigenza, allargando la base di coloro che vogliono impegnarsi in direzione di quella Civiltà del Sole da cui prende titolo anche il sito web del movimento. La visione utopica dei suoi promotori, coniugata con la concretezza di chi è consapevole delle resistenze da affrontare e crede nella forza del lavoro comune e dal basso, fa sperare che lo ”ius solis” non resterà un bel principio, ma si trasformerà in una concreta realtà, armonizzando il diritto del sole con quello al sole. Concludo con una calzante citazione dalla “Città del Sole” di Campanella:

“Nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e pero a lui serveno solo sotto l’insegna del sole, ch’è insegna e volto di Dio, da cui viene la luce e ‘l calore ed ogni altra cosa. […] Se questi, che seguon solo la legge della natura, sono tanto vicini al cristianesimo, che nulla cosa aggiunge alla legge naturale si non i sacramenti, io cavo argumento di questa relazione che la vera legge è la cristiana, e che, tolti gli abusi, sarà signora del mondo”.

“DELITTO AL CENTRO DIREZIONALE” – un racconto politiziesco

MV5BMjE0NTU5NTgyNF5BMl5BanBnXkFtZTcwMDQ1ODAzMQ@@__V1_SY317_CR6,0,214,317_Presentazione hitchcockiana

<<Buonasera. La singolare storia che sto per raccontarvi potrebbe intitolarsi “Assassino!” , come un mio film del 1930,  ma si potrebbero anche utilizzare altri titoli delle pellicole che ho girato, ad esempio:”Sabotaggio” (1936), “Sospetto” (1941), “L’ombra del dubbio” (1946), “Il sipario strappato” (1966)  o, perché no?, “Complotto di famiglia” (1976).  L’unica differenza – ma non ritengo che sia un particolare essenziale – è che non si tratta di normali omicidi maturati in ambito familiare oppure di intrighi di tipo spionistico, bensì di una sconcertante vicenda a sfondo legislativo. Ebbene sì: mi riferisco proprio a quelle questioni che normalmente vengono definite “politiche”, sebbene spesso nascondano inquietanti risvolti che hanno a che fare con l’amministrazione della “cosa pubblica” molto meno di quanto ne abbiano con quella che viene denominata “cosa nostra”….Buona visione! >>

Probabilmente sarebbero state queste le parole con le quali il grande Alfred Hitchcock avrebbe presentato, col suo imperturbabile humour, un ipotetico telefilm della sua fortunata serie, incentrato sull’incredibile vicenda della legge regionale n.1 del 2013 su “Cultura e diffusione del solare in Campania”. Una storia, dal titolo “Assassinio al centro direzionale”, che effettivamente possiede gli ingredienti fondamentali di una “mistery story”, compresa quella “suspense” che – dopo quasi due anni di costruzione di un percorso legislativo ‘dal basso’ – ha davvero tenuto sulla corda i promotori della proposta di legge, di fronte all’evento imprevedibile che ha messo in discussione l’obiettivo apparentemente già conseguito della sua approvazione. Essendo uno dei personaggi coinvolti in esso, ovviamente non ho il distacco necessario per farne un vero racconto “giallo”. Mi sforzerò comunque di narrarne gli sviluppi con la debita freddezza e, a tale scopo, cercherò di attenermi alle classiche regole del genere poliziesco, codificate nel 1928 da S.S. Van Dine, così sintetizzabili:

1.      Sono essenziali un detective, un colpevole ed una vittima. In questo caso “la vittima” è un’innocente legge d’iniziativa popolare, soppressa dopo meno di due mesi dalla sua nascita. I colpevoli sono quei consiglieri ed amministratori regionali che hanno fatto di tutto per farla fuori. I detective, in un mondo diverso, dovrebbero essere gli operatori dell’informazione, ai quali certamente non poteva sfuggire l’assurdità del caso in questione. Ma, in mancanza di meglio, dovrete accontentarvi delle indagini condotte dagli stessi promotori della legge…

2.      Il colpevole non dovrebbe essere un professionista del crimine, ma una persona che gode di un certo prestigio sociale. Nella fattispecie, colpevole è un certo genere di politici che, proprio per il prestigio sociale di cui godono, sono convinti di poter ricorrere impunemente ad ogni mezzo, pur di ottenere il loro scopo, peraltro nemmeno tanto segreto…

3.      Il colpevole è uno dei personaggi principali. In effetti protagonisti dell’approvazione delle leggi dovrebbero essere proprio quelli che sono stati votati per discuterle e poi pronunciarsi apertamente su di esse, nelle sedi deliberative opportune. In questo caso, però, i protagonisti sono stati dei semplici cittadini di buona volontà, mentre ad accoltellare alle spalle la legge in questione sono stati gli stessi ‘legislatori’ che poche settimane prima l’avevano ipocritamente approvata all’unanimità…

4.      La tematica amorosa è esclusa. Lasciando perdere ogni genere di “love affair” – che in questo caso non c’entra affatto –  possiamo anche escludere che i responsabili di questa vicenda siano stati mossi da qualsiasi altra forma di “passione”. Sicuramente non quella per l’ambiente o per la comunità e tanto meno quella per la trasparenza e la legalità. L’unico genere di “amore” che traspare, semmai, è quello per il denaro e per il potere, moventi abituali di tanti delitti.

5.      I fatti devono essere comprensibili secondo una spiegazione razionale. A dire il vero di “razionale” nella storia di cui sopra c’è ben poco. Ovviamente i fatti possono anche essere spiegati secondo la logica contorta della politica, ma si tratta di un campo in cui la razionalità cartesiana non sembra aver mai avuto un grande peso…

6.      I  temi fantastici e digressioni a carattere psicologico sono bandite. Anche in questo caso, parlare di fantasia o di psicologia appare decisamente fuori luogo. Chi ha soppresso nella culla la legge sul solare in Campania non ha evidentemente nessuna capacità di fantasticare, immaginando un mondo meno inquinato e non più sottoposto all’assurdo ricatto dell’approvvigionamento di combustibili fossili che, oltre ad essere esauribili e costosi, devono essere importati da migliaia di chilometri di distanza. Di delicati tratti psicologici, poi, neanche a parlarne. Casomai da storie come queste affiora la psicopatologia di chi crede di poter disporre dei destini di milioni di persone, grazie al potere di cui ancora dispone…

7.      Le informazioni sono fornite tenendo conto dell’omologia: l’autore sta al lettore come il colpevole al detectiveAnche in questo caso, infine, il lettore di questa storia ne sa molto di meno di chi la sta narrando. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe spingerlo a seguire con attenzione il narratore, cercando di anticiparne le rivelazioni. Trattandosi di vicende che hanno per protagonisti degli amministratori pubblici della Campania, d’altra parte,  il suo compito è reso ancora più semplice dalla sconcertante prevedibilità di questi ultimi.

Fatta questa lunga premessa, lasciate che cominci a raccontarvi come sono andate le cose, così come ho cercato di fare con una presentazione audiovisiva di cui mi sono recentemente avvalso.

hitch4 “Giovane e innocente” (1937)  ovvero: come è nata una legge popolare

Nel 2009 viene alla luce a Napoli il C2N2 (Coordinamento Campano per il No al Nucleare),   che raggruppa singoli attivisti ma anche organizzazioni ambientaliste, consumereste, pacifiste e latamente politiche. Il loro scopo è smascherare quello che chiamano “l’imbroglio nucleare”, contrapponendo un proprio “decalogo”, nel quale si ribadisce la pericolosità dell’uso sia civile sia militare dell’energia atomica, ma anche dei rischi per la sicurezza e l’ambiente e l’incidenza dei costi non solo sociali, ma anche economici. La partecipazione alla mobilitazione referendaria – a fianco di chi si batte per l’acqua bene comune – è l’occasione per raccogliere, nei banchetti nelle strade e nelle piazze, anche le firme per una proposta di legge del tutto alternativa. Si tratta di una proposta di legge d’iniziativa popolare, per la cui presentazione lo Statuto della Campania prevede 10.000 sottoscrittori, le cui firme devono essere debitamente convalidate. Il testo, preceduto dalla relazione del suo primo firmatario Antonio D’Acunto, consta di 18 articoli, che vengono condivisi con comunicati e trasmissioni radio-tv e discussi dal Comitato coi partecipanti a varie assemblee pubbliche. La proposta – finalizzata alla “cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” – riscuote un grande successo e, pur senza grande organizzazione e in modo del tutto volontario, riesce a raccogliere molte più firme del necessario. In 50 comuni della Regione, infatti, i sottoscrittori sono quasi 20.000, di cui circa 14.000 sono firmatari autenticati a norma di legge. Si tratta di un risultato eccezionale, che per la prima volta consente un processo legislativo “dal basso”, capovolgendo le abituali regole di una politica istituzionale non solo verticistica, ma spesso inconcludente ed incapace di varare perfino le proprie determinazioni “dall’alto”.  Questa proposta di legge “young and innocent” (per citare ancora il grande Hitch) propone una radicale opzione della Campania in favore delle energie pulite, rinnovabili e decentrate – come il solare e le altre assimilabili – ma soprattutto pone un problema di regole da rispettare, nel rispetto dell’ambiente, della biodiversità, ma anche della democrazia e della trasparenza amministrativa. Si tratta, però, di cose a cui molti politici campani sono fortemente allergici e questo basta ad innescare un drammatico processo di reazione. Come si permettono dei semplici cittadini di scavalcare i legislatori ufficiali? E, soprattutto, cosa diavolo si aspettano di ottenere quei quattro provocatori visto che, fra l’altro, non cercano d’ingraziarsi nessuna forza politica in particolare, ma pretenderebbero di portare in aula la loro vaneggiante proposta energetica?

A questo punto i titoli hitchcockiani che mi vengono a mente potrebbero essere “L’uomo che sapeva troppo” (1934 e 1956), ma anche “Il sospetto” (1941). Delle vecchie volpi della politica come loro sanno bene come reagire; eppure in quest’insolito caso pare ci sia qualcosa che li lascia un po’ sconcertati e perplessi. Sembrerebbe insinuarsi in qualcuno di loro quella che potremmo chiamare “L’ombra del dubbio” (1943): e se questa storia non dovesse fermarsi qui?

hitch3  “Il sipario strappato” (1966) ovvero: come è cresciuta una legge popolare 

Quando dei “dilettanti” mettono il naso in ciò che non dovrebbe riguardarli – come nel caso di spettatori che irrompano improvvisamente sul palcoscenico d’un teatro – c’è il rischio che scoprano cose che sarebbe meglio tenere nascoste. Ad esempio, che la Regione Campania riesce a spendere solo il 2% dei fondi europei utilizzabili per ambiente ed energia, oppure che una specie di piano energetico regionale ci sarebbe pure, ma la Giunta in carica non ha nessuna intenzione di farlo discutere e tanto meno approvare dal Consiglio Regionale. E’ proprio da questo simbolico “sipario strappato” che sbuca allora quella che, citando Al Gore, potremmo chiamare la “sconveniente verità” di amministrazioni che, fallita l’opzione nuclearista, puntano ora su assurde trivellazioni petrolifere in aree protette o ecologicamente molto delicate. Oppure che preferiscono elargire finanziamenti a pioggia a progetti che, pur occupandosi apparentemente di energia rinnovabili – come il solare o l’eolico – mirano ad intenti speculativi e ad investimenti di dubbia trasparenza…

Il Comitato Promotore della legge popolare, forte del successo conseguito, continua infatti a pubblicizzarne la carica alternativa ed a cercare nuovi compagni di strada, che si aggiungono alle adesioni individuali di personalità come il neo-Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Gli attivisti del Comitato sanno bene che l’iter delle leggi regionali ha templi biblici, ma sanno anche che lo Statuto della Campania prevede tempi certi per la discussioni in aula delle proposte d’iniziativa popolare. Appare chiaro, a questo punto, che essi “know too much”, cioè sanno decisamente troppo per potersene sbarazzare facilmente. D’altra parte – una volta consegnate ufficialmente il 1° luglio 2011 le firme raccolte dal Comitato –  è troppo tardi per nascondere la gestazione indesiderata di questa proposta di legge. Ecco perché l’iter di cui sopra non può essere più arrestato, ma solo rallentato al massimo. Dopo appena due settimane c’è l’audizione del Comitato e la rapida ed unanime approvazione del testo da parte della I Commissione consiliare, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità ed ammissibilità della legge popolare. Da allora, però, la Regione lascia trascorrere ben 10 mesi prima che il testo, ormai licenziato nel metodo, sia finalmente discusso anche nel merito. Nel maggio del 2012, infatti, tocca alla VII Commissione, che si occupa di ambiente ed energia, dibattere sulle proposte del Comitato, sottoscritte da migliaia di cittadini campani.  Ritardo a parte, però, nessun consigliere sembra trovare nulla di opinabile o d’impossibile in quell’ipotesi normativa per cui, pur con un certo imbarazzo, anche questa commissione approva all’unanimità. Le due date sembrano addirittura assumere un colorito simbolico: il 14 luglio (anniversario della ‘presa della Bastiglia’) è stato espugnato il fortino della legittimità ed ora, il 24 maggio, ogni opposizione sulla sostanza della proposta sembra essere stata bloccata “sulla linea del Piave”…  Intanto cresce il consenso intorno alla legge popolare ed alla cultura che l’ispira. Il Comitato – con un’assemblea pubblica e con un autorevole Convegno sul tema all’Università  di Napoli “Parthenope”, alle quali interviene anche il Sindaco de Magistris –  decide quindi di andare oltre e di dar vita ad un nuovo soggetto associativo, denominato “Costituente Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità”. Non basta, infatti, seguire ed accompagnare la gestazione della Legge, bisogna soprattutto fa crescere la consapevolezza che non è questione di qualche pannello solare in più, ma di una rivoluzione energetica e d’un nuovo modello di sviluppo, democraticamente decentrato e rispettoso della diversità ambientale e culturale. All’inizio del 2013, dopo aver incardinato a novembre la discussione nella II Commissione che si occupa del Bilancio, la proposta ottiene l’approvazione (sempre all’unanimità) anche di quest’ultima. E’ passato un anno e mezzo, ma finalmente ci si avvia alla discussione in Aula, per la sua approvazione definitiva ed unanime, con un gradimento in apparenza trasversale ed incondizionato, visto che nessuno, finora, ha mai proposto emendamenti o modifiche a quel testo “popolare”…

E’ a questo punto che, fra gli “addetti ai lavori”, comincia a serpeggiare una certa “Paura in palcoscenico” (1950). Dietro il solenne sipario dell’Istituzione Regionale, i “profani” hanno scoperto che la legge proposta è inattaccabile sia nella forma sia nei contenuti. E’ davvero troppo per chi è convinto che il ruolo dei cittadini è, al massimo, quello di stare affacciati – impotenti –  alla “finestra sul cortile” (1954) della politica….

hitch2 “Murder!” (1930) ovvero: come si vuol ammazzare una legge popolare 

<<Titoli sui giornali e applausi a scena aperta all’indomani dell’ok in Aula (il 18 febbraio scorso) e della pubblicazione sul BURC, il 25 febbraio. Appena 45 giorni fa. Ebbene dimenticatevi tutto e resettate perché una settimana fa ecco la marcia indietro:  i punti salienti della norma appena approvata, ben 7 articoli, vengono abrogati con un emendamento alla Finanziaria….>>.  Con questa efficace nota di Adolfo Pappalardo, anche il quotidiano IL MATTINO del 3 aprile 2013 lancia uno sguardo indiscreto sul “cortile” dove si è consumato l’assassinio della Legge Regionale n. 1/2013.  Ma facciamo un passo indietro, nella migliore tradizione del flashback di tanti ‘gialli’.

Il 10 gennaio 2013 la legge “del popolo, dal popolo e per il popolo” (per mutuare la celebre espressione usata da Abraham Lincoln nel discorso di Gettisburg nel 1863) era finalmente giunta al dibattito finale nell’Aula del Consiglio Regionale, nel Centro Direzionale di Napoli.  Introdotta dall’entusiastica relazione del PdL Luca Colasanto e dal plauso dei consiglieri Marzano (PD) e Sala (Centro Dem.), la proposta d’iniziativa popolare arriva miracolosamente intatta al voto finale, sebbene con qualche emendamento tecnico e con l’esclusione d’un finanziamento certo, in attesa dell’approvazione del Bilancio Regionale. Beh, in effetti in aula è evidente un certo imbarazzo fra i consiglieri della maggioranza di centro-destra. Serpeggia un evidente nervosismo nei banchi, in particolare in quelli della Giunta, di fronte alla “resistibile ascesa” (B. Brecht) d’un progetto del tutto alternativo alla sua politica, al quale però nessuno sembra avere il coraggio di sollevare obiezioni o di contrapporre una reazione aperta. Ma ecco che, dopo qualche schermaglia procedurale, all’appello del presidente del Consiglio Regionale si arriva al voto. La proposta è approvata all’unanimità, facendo giustamente esultare la delegazione del Comitato e segnando un momento davvero storico per la Regione.

“La Campania in questo settore diventerà una regione all’avanguardia” – dichiara il Governatore Caldoro. “Un grande esempio di democrazia partecipata e una normativa particolarmente vantaggiosa per l’ambiente” – commenta soddisfatto, per la maggioranza, l’on. Colasanto. Gli fa eco il democrat on. Marzano: “La legge è una conquista di civiltà: la tutela del territorio non può che misurarsi con la sfida dell’autosufficienza energetica”.

Tutti contenti e soddisfatti?  A quanto pare no. La marcia trionfale della legge venuta dal basso non va a genio proprio a tutti… Se gli ambientalisti del Comitato festeggiano per il risultato raggiunto “alla luce del sole”, qualcuno invece sta masticando amaro e si prepara a reagire nelle tenebre. Già, perché è proprio nel cuore della notte della Domenica delle Palme che si consuma il delitto. Non è affatto un “Delitto perfetto” (per citare un altro capolavoro di Hitchcock  del 1954), bensì del vile tentativo di sopprimere nella culla, per così dire, la neonata legge, il cui testo è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania il 25 febbraio, giusto un mese prima!

Non sappiamo se alle spalle ci sia effettivamente un “Complotto di famiglia” (1976). Quello che è certo che in quella notte  si consuma un vile delitto, che stride maledettamente col clima della Domenica in cui ci si scambia ramoscelli d’ulivo in segno di pace… Non c’è dubbio che si possa perfino parlare di “Intrigo internazionale” (1959), dal momento che una sorte simile stanno già subendo – dalla Spagna agli Stati Uniti – anche altre leggi sulle “energie pulite”. Una volta approvate a livello statale o regionale, infatti, sono state o stanno per essere impietosamente stroncate o mutilate da ricorsi governativi o da altre norme federali, dietro la spinta delle lobbies petrolifere e dei strenui difensori del “libero mercato”.

<< “Abbiamo imposto vincoli troppo stretti: non ce l’avremmo mai fatta”, si giustifica Fulvio Martusciello, consigliere delegato per le attività produttive e firmatario dell’emendamento. Strano però il blitz notturno. Già. Perché occorre riportare indietro l’orologio, alle ore 20 della domenica delle Palme, quando viene convocata una riunione della commissione Bilancio e Finanze per discutere della finanziaria regionale. Alle 4 del mattino arriva l’emendamento presentato dal consigliere pdl Martusciello che, sic et simpliciter, contempla nel comma 4 dell’articolo 92 della Finanziaria, l’abrogazione degli articoli 3,4,5,6,7,e,9 della Legge regionale n. 1 del 18 febbraio 2013 (…) E quindi, in sintesi, in un colpo solo vengono cancellati una serie di elementi. I più importanti…>> (vedi articolo già cit. da IL MATTINO).  Il colpo di scena non si può negare, così come la suspense che squarcia drammaticamente una vicenda che sembrava essersi felicemente conclusa. A dire il vero, però, più che ad un omicidio quest’azione somiglia ad un suicidio, visto che la Regione ci lascia la sconvolgente sensazione di aver accoltellato se stessa sotto la metaforica ‘doccia’ dello Psyco-dramma consumato come una bieca congiura, nel silenzioso e vuoto Centro Direzionale di Napoli…

<<L’abrogazione passa a maggioranza  nel cuore della notte, quando l’attenzione è ormai calata in commissione, nonostante il voto contrario dei consiglieri dell’opposizione…– prosegue la cronaca del giornalista de Il Mattino – Tutto cancellato: della legge approvata non rimane praticamente nulla…>>.

L’imbarazzante réportage del quotidiano – nell’imbarazzato silenzio degli altri media – suona come un campanello d’allarme sul livello a cui è giunta la politica regionale. Il giornalista allora incalza con i suoi interrogativi indiscreti l’esecutore materiale della soppressione della neonata legge: <<…”Questione di tempi. Sono stretti, troppo stretti e gli obiettivi prefissati sono quasi impossibili da raggiungere, a partire da quest’anno”. Ma possibile che nessuno in tutti gli uffici della Regione, senza contare le (tre) commissioni, se ne sia accorto prima?…>> (v.s.). L’interrogativo resta senza risposta per alcuni giorni, fino a quando lo stesso Martusciello si decide a depositare le motivazioni del suo emendamento soppressivo (si dice proprio così…), accampando motivi di legittimità costituzionale della norma approvata, lasciando così maldestramente trasparire che i ‘mandanti’ della soppressione degli articoli in questione vanno cercati più in alto…  Solo tre giorni dopo l’articolo de Il Mattino, infatti, un comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri rende noto che il Governo – nella riunione del 6 aprile: <<…. ha deliberato l’impugnativa dinanzi alla Corte Costituzionale della […]legge Regione Campania n. 1 del 18/02/2013 “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania.” in quanto alcune disposizioni in materia di produzione e di distribuzione di energia elettrica si pongono in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, in violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione e dei principi di sussidiarietà, ragionevolezza e leale collaborazione di cui agli artt. 3, 117 e 118 della Costituzione, incidendo altresì sulla competenza esclusiva statale in materia di “tutela della concorrenza”, di cui all’art. 117, secondo comma, lett. e), della Costituzione. Le medesime disposizioni regionali contrastano inoltre con i principi comunitari in violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione e con il principio di libertà d’iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione>>.  Sta di fatto che gli articoli che il Governo vorrebbe cancellare sono di meno, e meno incisivi, di quelli che l’emendamento regionale ha già deciso di far fuori senza tanti complimenti. A questo punto la trama del già poco credibile “giallo della domenica delle palme” diventa ancora più scoperta e, sullo sfondo, cominciano a scorgersi chiaramente non solo le inquietanti sagome dei “soliti noti” che manovrano le vicende della Campania, ma anche quelle della “banda del buco”, guidata dei petrolieri a cui la legge rischiava di mandare a pallino le previste trivellazioni, in aree regionali protette o di notevole peso ambientale.

Ora che, il 16 aprile scorso,  il Consiglio Regionale della Campania ha approvato in blocco – e grazie al voto di fiducia- la finanziaria 2013, compreso l’emendamento che cancella gli artt. 3,4,5,7 e 8 della legge sul solare, di “misterioso” resta molto poco. Un film (1929) del grande Hitch s’intitolava “L’isola del peccato”, però qui lo scenario del delitto è, assai più modestamente,  l’Isola F13 del Centro Direzionale di Napoli, dove si è consumata (per ora impunemente) un’altra strage di legalità. Il “Sabotaggio” (1936) di una legge che a qualcuno risultava decisamente indigesta è compiuto, ma non è detta l’ultima parola…  Quelli del Comitato promotore non hanno nessuna intenzione di demordere e, come avrebbe forse chiosato il buon vecchio Hitchcock:  “ Chi ha commesso un delitto non può certo sperare sempre di fare sonni tranquilli…Buonanotte.”

(c) 2013 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com )

GEO(DIS)GRAFIA

geografia1Dopo il precedente articolo sulle ” 5 parole della scuola” , questo secondo capitolo del nostro viaggio nella etimologia delle parole italiane – suddivise per argomenti – ci richiama una delle carenze della basi culturali di molti ragazzi. Ebbene sì, sto parlando proprio delle conoscenze un po’ approssimative che molti di voi“scolari” rivelate in geografia. Queste lacune sono aggravate anche dal fatto che in Italia – ma ancor di più in altri paesi europei e d’oltreoceano –  questa disciplina sta a poco a poco diventando la ‘cenerentola’ dell’istruzione di base, relegata com’è ad un’ora settimanale o, quando va bene, a poco più.
Beh, questa è l’occasione per rimettere la geografia in primo piano, sotto i riflettori della nostra ricerca etimologica, scoprendone la fondamentale importanza. E, del resto, quale materia potrebbe essere più utile in una realtà che sembra aver perso la bussola e che ci chiede di migliorare di molto la nostra capacità di orientarci?
Quale insegnamento può tornarci più utile di quello che ci fa riscoprire le risorse della nostra madre terra (Gea), aiutandoci a capire quanto ci siamo allontanati dalle sue leggi e quanti guai stiamo tirandoci addosso con la nostra assurda pretesa di “dominarla” anziché di “custodirla”?
Voi ragazzi di oggi, cittadini fin dentro il midollo, state progressivamente perdendo ogni contatto sia con la terra con la minuscola (intesa in senso fisico, come terreno), sia con la Terra con la maiuscola (nel senso di Pianeta, di ambiente vitale della specie umana). Non è certo colpa vostra, ma è un fatto che tutto ciò che riguarda la “natura” è ormai diventato per molti di voi solo lo sfondo del desktop della vostra esistenza, sul quale si sono sovrapposte fin troppe icone legate solo alla realtà urbana ed alla “civiltà”. C’è quella della casa sempre più tecnologica ed automatizzata, quella dei mezzi di trasporto sempre più veloci e avveniristici, quella del mondo scintillante dello shopping, oppure quelle del mondo del virtuale, si tratti della musica computerizzata e dei film in 3D o dei videogiochi e dei social network,  che vi risucchiano in una dimensione senza tempo e senza spazio.
Non c’è quindi da meravigliarsi se molti ragazzi come voi – ma anche un sacco di adulti – sono affetti da quel problema che ho chiamato scherzosamente nel titolo “geodisgrafia”. La definirei come una specie di disturbo dell’apprendimento, che consiste nel perdere contatto con l’ambiente naturale al punto tale che le nozioni geografiche diventano sempre più teoriche, vaghe ed astratte, anche parliamo della realtà  più fisica e concreta di qualunque altra.
Prendiamo la prima delle 5 parole dedicate proprio alla geografia (clic sul testo evidenziato per aprire la scheda). Come insegnante, quando parlo di “morfologia” del territorio italiano – o di qualsiasi altra parte della Terra – mi rendo conto che molti alunni/e imparano sì la differenza tra territorio pianeggiante, collinoso e montuoso, ma soltanto…a parole. Non ci sono video,fotografie o lavagne interattive che possano sostituire quello che si percepisce di persona, salendo a piedi su una collina o arrampicandoci lungo
ripidi e stretti sentieri su una vera montagna, dall’alto della quale la pianura diventa subito qualcosa di molto più evidente e significativo. Come si fa, poi, a spiegare il “regime” ed il corso di un fiume a chi non ne ha mai visto uno da vicino? Chi può illudersi di rendere con chiarezza – a parole o proiettandone le immagini – l’inquietante fascino di un cratere vulcanico o l’abbagliante senso di vuoto d’un deserto?
Sì, l’etimologia ci fa capire che studiare la “morfologia” di un territorio vuol dire spiegare con un discorso
(lògos) la sua forma (morphé) e le sue caratteristiche. Ma volete mettere quanto tutto ciò diventa
immediatamente più chiaro se nell’ambiente fisico ci muoviamo e viviamo davvero, invece di studiarlo sull’atlante o su ben illustrati manuali di geografia?
Il secondo termine da approfondire è “idrografia” , derivato dalla composizione della parola greca che indica l’acqua (hydor) col suffissoide “grafìa” (dal verbo greco “gràphein” = descrivere). Anche in questo caso si indica chiaramente che quella della carta geografica è solo una linea azzurra disegnata, più o meno lunga e tortuosa, che attraversa un’area verde (pianura), provenendo da una di colore marrone (monte) e poi giallo (collina). Sta di fatto che quel disegno non potrà mai rivelarci la bellezza e varietà d’un vero fiume, così come un bacino blu sulla cartina non potrà mai darci l’idea di che cos’è un vero lago, attraente ma anche un po’ misterioso.
Sempre di origine greca è anche l’etimologia del termine geografico “orogénesi”(composizione di “òros” = monte col suffissoide “gènesis” = origine, nascita). L’idea che anche le montagne sono nate non è proprio facile da spiegare. Eppure è proprio così e, nel corso di periodi di tempo che possiamo
solo immaginare, anche quei giganti rocciosi hanno avuto un’origine, un’evoluzione e perfino una decadenza, diventando sempre più bassi ed arrotondati, proprio come succede con l’invecchiamento a noi uomini e ad altri esponenti del mondo animale.
Chi, poi, non ha sentito parlare della “ecologìa” ?  In effetti, se ne parla soprattutto da quando abbiamo perso il nostro rapporto con l’ambiente fisico e con leggi naturali. Ecco perché oggi ci sentiamo fare sempre più discorsi e prediche in nome dell’ecologia, che non avrebbero senso se non ci fossimo da tempo avviati lungo una pericolosa strada, caratterizzata dall’estraneità nei confronti di quella nostra “casa” comune (dal gr. ôikos” = abitazione). Ecco, allora, che si rendono indispensabili i richiami degli “ecologisti”, che ci additano le allarmanti conseguenza dello sfruttamento dei terreni, delle acque e perfino del sottosuolo, accompagnate da un dissennato inquinamento delle nostre stesse fonti di vita (aria, suolo, acqua). Vivere di più immersi nella natura – piuttosto che rinchiusi nelle nostre tane di cemento ed asfalto – sarebbe comunque il modo migliore per riconciliarci con la natura e per sentircene
parte, non avversari.
L’ultima parola della nostra seconda scheda etimologica riguarda un aspetto della geografia che si definisce più“politico”,  riguardando la vita delle persone che si associano nelle città (in greco: “pòlis”).
La “demografìa”,infatti, è la descrizione (ritorna il suffissoide “grafìa”) d’una popolazione (in greco: “démos”). Anche i popoli, come le montagne, hanno un’origine, uno sviluppo, una diffusione e, prima o poi, anche un declino. Che si tratti di calo “demo-grafico” (cioè della diminuzione del numero degli abitanti di una città), oppure d’una grave crisi del suo sistema “demo-cratico” (ossia della capacità del popolo di conservare nelle proprie mani il potere – v. il suff. greco: “-crazìa” – evitando ogni forma di dittatura), studiare la geografia ci aiuta molto a capire evoluzione ed involuzione d’una civiltà.
Ignorare le basi della geografia, al contrario, potrebbe contribuire a farci diventare ancor più sbandati e privi di riferimenti, in un mondo sempre più artificiale e disconnesso dalla realtà naturale.
Per evitare questo dobbiamo imparare ad orientarci e, soprattutto, ad orientare le nostre scelte di vita.
Perciò abbiamo bisogno di una vera “bussola” che, etimologicamente parlando, è solo una scatoletta di legno di bosso (dal lat.: “bùxus”), che contiene però una preziosa lancetta magnetica, grazie alla quale non dovremmo più sbagliare strada. O almeno si spera.

DA PROMETEO ALLE PROMESSE DEL PROGRESSO

20130112_cna400Il mio amico Antonio D’Acunto ha scritto un interessante e profondo articolo sul mito di Prometeo come metafora del tormentato rapporto fra la Divinità, l’Umanità e gli strumenti – cognitivi e tecnologici – attraverso i quali quest’ultima ha cercato di liberarsi dalla propria condizione di bisogno, dominando la Natura. Lo spunto da cui è partito D’Acunto (v. “Crisi delle invenzioni e il dramma di Prometeo”  ( http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali ) è l’efficace immagine d’un assorto pensatore seduto sulla tazza del WC – apparsa sulla copertina del numero del 12 gennaio 2013 del prestigioso “Economist”. Dal fumetto che gli esce dalla testa, infatti, spunta un interrogativo ben preciso: “Inventeremo mai qualcosa che sia ancora così utile?” ed il parallelo col mitico Titano è richiamata anche dall’evidente somiglianza del nerboruto pensatore con quella del Prometeo raffigurato nel quadro di O. Greiner, che ho riportato più sotto.

La mia inveterata passione per le etimologie mi porta ora a soffermarmi dapprima sul significato del nome di colui che rubò il fuoco a Zeus per restituire tale risorsa gli uomini, ma anche su quello di suo fratello Epimeteo. Entrambi derivano, infatti, dallo stesso verbo greco (“manthàno” = imparare) ed i due prefissi preposizionali “pro-” (prima) e “epì-”) ne indicano appunto le caratteristiche. Prometeo è “previdente” e “riflessivo” perché “pensa prima”, mentre Epimeteo pensa e si comporta diversamente, accettando sconsideratamente il vendicativo dono di Zeus.  Nel suo riferimento al mito esiodo-eschileo di Prometeo – al tempo stesso creatore dell’Umanità e suo liberatore dalla schiavitù del bisogno e della fragilità –  l’articolo di D’Acunto non cita però un terzo importante personaggio mitico. Si tratta di Pandora, le bellissima e curiosa fanciulla che della vendetta di Zeus contro il “furto” compiuto da Prometeo sarà appunto lo strumento. La liberazione del Titano da parte di Eracle aveva fatto infuriare ulteriormente la divinità suprema, per cui fu proprio per la sua superficiale sbadataggine che Epimeteo  – sebbene fosse già stato avvisato dal previdente fratello – accolse in sposa Pandora ed il velenoso regalo di cui era inconsapevole portatrice. E fu così che ella (a dispetto del suo nome che significa: “tutti i doni” ), vinta da insana curiosità, aprì il vaso per cui è ricordata, che però avrebbe dovuto restare chiuso, facendone fuoruscire tutti i mali del mondo:

170px-Otto_Greiner_-_Prometheus“Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini….” (Esiodo, Le opere e i giorni)

L’articolo di D’Acunto è un’ottima riflessione su un antichissimo mito pagano, nel quale si sono riflessi secoli di pensiero religioso successivo, adombrando nella figura di Prometeo la ribellione della più perfetta creatura a Colui che l’aveva creato, e quindi la “hybris” che l’aveva spinta ad un’orgogliosa tracotanza, provocando la divina “némesis” (vendetta, punizione). In questa visione, la Divinità difenderebbe gelosamente le proprie prerogative dall’invadenza arrogante dell’umanità, ma non occorre un’interpretazione psicoanalitica per comprendere che si tratta di un’evidente proiezione da parte del figlio-creatura nei confronti del padre-creatore, al quale vengono attribuite le peggiori caratteristiche dell’animo umano, come la gelosia, l’avidità e la diffidenza. Non sembra un caso, quindi, che lo studioso francese abbia parlato esplicitamente del « complesso di Prometeo », definito come la tendenza ad opporsi ai propri padri e maestri per diventare come loro e più di loro, configurando tale sindrome psichica come « …il complesso d’Edipo della vita intellettuale »  (Gaston Bachelard, La Psychanalyse du feu, 1re éd. 1938, éd. Gallimard, 1949).

L’interpretazione di D’Acunto ci porta invece a scorgere dietro questo antico mito la drammatica situazione di un’Umanità cui la Natura viene contrapposta, ma che si sforza ugualmente di scoprirla e di farla propria alleata.

“…Prometeo che  accende nell’Olimpo la prima torcia della Umanità  dal Carro del Sole, come ci viene raccontato da Eschilo ….non è  un Dio potente come Zeus,  è un Titano, allo stesso tempo un semidio ed un superuomo che plasma l’Uomo stesso con il fango   e che perciò lo  considera sua creatura e l’ama e gli dà la conoscenza del cuore  del suo progresso:  il fuoco. Il dramma della sofferenza e della liberazione di  Prometeo diviene così il dramma della Umanità e  l’interpretazione di tale dramma, soprattutto poetica e filosofica, esprime la  manifestazione  del Pensare dell’Uomo rispetto alla esplorazione cognitiva della Natura, all’applicazione di tali conoscenze e alla Natura stessa…” (D’Acunto, op. cit.)

Il matrimonio fra Prometeo liberato ed Asia (una delle ninfe Oceanine che, secondo altre fonti, sarebbe invece sua madre…) è interpretato romanticamente nel poema omonimo di P. B. Shelley come l’auspicabile e felice riconciliazione tra uomo e natura, che darà inizio ad un regno di bene e di amore. In questo senso, la figura femminile di Asia si contrapporrebbe a quella di Pandora, in quanto ricostruirebbe l’armonia fra umanità e realtà naturale che la seconda invece avrebbe compromesso con le sciagure uscite dal suo temibile vaso.

Credo che il nodo della questione stia proprio qui, in questa continua antinomia fra una visione provvidenziale e benefica della Natura ed una che, viceversa, la teme come fonte di mali d’ogni tipo e come forza ostile da controllare e dominare. La natura matrigna ed estranea dell’ultimo Leopardi del c.d. “pessimismo cosmico” è la visione più tragica di questa ricerca di senso nella realtà, che troppo spesso ha lasciato l’uomo sospeso fra la disperazione di chi ha rinunciato a scorgervi qualcosa di buono ed il titanismo di chi vorrebbe invece sfidare il Creatore, interpretando i limiti imposti come una sorta di schiavitù da cui liberarsi.

La riflessione di D’Acunto, pur da laico, si allarga quindi ad una prospettiva sulla quale mi sono già soffermato più volte, cioè una visione che sappia riconciliare l’Uomo con la Natura, a partire dalla scoperta dei delicati equilibri che la governano e che stanno alla base di ciò che Giovanni XXIII definiva “un ordine stupendo” nell’enciclica “Pacem in terris” citata nell’articolo. La grandezza umana, secondo le parole del Papa, consisterebbe nella sua capacità di “…scopr[ire] tale ordine e crea[re] gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio”. Ne risulta un’impostazione che non vede affatto nel Progresso una minaccia alla fedeltà dell’uomo al suo Creatore, bensì una legittima ricerca di un bene comune e condiviso.

In tale prospettiva, anche il mitologico conflitto tra Zeus e Prometeo – afferma D’Acunto – potrebbe essere interpretata come: “la dialettica esistenziale  tra le  ragioni di Prometeo nel dono agli Uomini per il suo progresso e quelle di Zeus per le conseguenze di tale dono…” (ibidem), tenuto conto del fatto che, in nome dello stesso progresso, l’Umanità ha troppo spesso percorso una strada che non porta al miglioramento della sua vita, ma piuttosto a profonde ingiustizie, gravi alterazione degli equilibri ecologici ed al degrado del suo stesso ambiente. E’ questo atteggiamento avido e predatorio che ha portato gli uomini a trasformare la stessa Natura da scrigno di tutti i doni (pan-dora) a vaso infido, dal quale sono uscite e scaturiscono ancora immani sciagure per tutto il genere umano.

La soluzione che si propone nell’articolo è la ricerca di una saggia conciliazione tra le esigenze dell’avanzamento umano e quelle d’un ambiente che ha dei limiti naturali, che sono posti a garanzia della sua stessa conservazione,  Ci vuole, auspica d’Acunto: “…un Umanesimo capace di orientare,  interpretare e rapportare  scienza, ricerca, innovazione, tecnologia, e conseguentemente economia, produzione e lavoro  al progresso vero della intera Umanità,  di oggi e del futuro, alla Sacralità e al conseguente incondizionato Amore per la Terra e per la Sua Biodiversità ”.  Da credente, il mio approccio al dilemma posto è ovviamente diverso, pur apprezzando profondamente una simile impostazione, che – pur laicamente – riconosce la “sacralità” del mondo vivente e ne difende con passione la preziosa “biodiversità”, nel cui nome Antonio ed io ci sentiamo accomunati.

Un approccio eco-teologico alla questione deve ovviamente essere più specifico ed articolato e, da parte mia, mi sono sforzato di portare avanti questa riflessione con tre miei contributi, dedicati rispettivamente alla visione “creaturale” di San Francesco (“Laude della Biodiversità del 2005), alla Carità cosmica a partire dalla rilettura d’una lettera di san Paolo (“Adàm-Adamah: un’Agàpe cosmica” del 2008, ed alla visione del rapporto Dio-Uomo-Terra che emerge dai Salmi biblici (“Il Salmo del Creato” del 2009).  E’ da quest’ultimo saggio che risulta con più evidenza come una visione eco-teologica non sia affatto una “stranezza” modernista da guardare con diffidenza, ma piuttosto la logica impostazione di chi ritrova la saggia prospettiva della riconciliazione tra Adamo e Adamah (la Terra) nel riconoscimento della comune creaturalità già nell’Antico Testamento, ancor prima della “buona notizia” della salvezza di Cristo, apportatrice della vera liberazione dell’uomo. Ecco perché la strada da perseguire, a mio avviso, era e resta quella di una ricerca di una perduta armonia per cui, come scrivevo in quel saggio:

 “…occorre una vera conversione (ebr. “shuv”) , un’inversione di rotta, che costituisca un “ritorno” al rispetto della volontà divina, consentendoci in tal modo di fare la pace con il Creatore e, francescanamente, di stabilire una relazione fraterna con tutte le sue creature” (“Adàm-Adamàh…”, cit. p.8).

Solo così – in una prospettiva di fede ma anche di rispetto – potremo guardare positivamente  all’invenzione umana, come ci suggerisce D’Acunto, cogliendo l’infinita bellezza della Natura e “godendo del Suo universale abbraccio” (ibidem).

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

INSIEME SI’ , MA PER QUALE ALTERNATIVA?

rivoluzione civileLo scorso 25 giugno ho postato sul mio blog un articolo riguardante la nuova situazione politica che si stava creando in Grecia, in occasione delle elezioni che si erano tenute in un momento molto delicato per quel Paese (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ ). Il fatto che SYRIZA – coalizione di sinistra radicale ed eco socialista – fosse diventata la seconda forza politica presente nel parlamento ellenico, infatti, mi sembrava un segnale da cogliere, cercando anche di comprenderne il senso e la portata. In quell’occasione, inoltre, ho affermato che: “se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto”, concludendo con l’augurio che, pur non riscontrandone le premesse, anche in Italia si potesse costruire quanto prima: “…un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico”.
Sei mesi più tardi, ora che a breve toccherà a noi italiani andare a votare per il rinnovo del nostro Parlamento e per indicare una possibile coalizione di governo, devo purtroppo constatare che quel mio auspicio è rimasto tale. Se il motto elettorale di SYRIZA, come ricordavo allora, “apriamo la strada alla speranza”, è davvero difficile affermare, invece, che il nostro panorama politico attuale apra il cuore alla speranza. Ovviamente non sto parlando di quei poco credibili partiti di plastica o di cartone che proliferano in periodo elettorale, alla faccia della tanto sbandierata ‘semplificazione’ cui ci avrebbe portato il sistema maggioritario, rispetto a quello proporzionale. No, mi riferisco proprio alle maggiori forze politiche nazionali (il vecchio centro-destra ed il vecchio centro-sinistra), che dalla ‘parentesi tecnica’ del governo Monti sono stati costrette prima ad equilibrismi incredibili pur di sostenerlo e poi a profonde revisioni pur di esorcizzare l’ingombrante pretesa degli ex-tecnici di rilanciare un confuso protagonismo centrista. A parte la scarsa credibilità di chi – da una parte e dall’altra – ha sostenuto per un anno il “rigor Montis”, senza saper oggi fornire un’indicazione seria d’un modello diverso, è evidente che per una persona come me, convintamente ecologista, socialista e pacifista, non si può ritrovare in formule elettorali così contraddittorie.
A chi non si accontenti del rassicurante quanto scolorito moderatismo del centro-sinistra, però, a parte l’ambigua demagogia del movimento dei ‘grillini’, quali possibilità di scelta rimangono?
In effetti un’alternativa ci sarebbe, ed è quella della coalizione che ha indicato come proprio leader l’ex magistrato Ingroia ed ha deciso di chiamarsi: “Rivoluzione Civile”. A prima vista potrebbe apparire una versione in salsa italica proprio dell’ellenica SYRIZA, realizzando così l’auspicio di mettere insieme le forze della sinistra radicale, ecologiste e pacifiste, nella direzione alternativa d’un modello di sviluppo equo e che si opponga sia alla violenza – sociale e militare – contro le persone, sia a quella contro gli equilibri ambientali e la biodiversità.
Potrebbe apparire così, ma la realtà mi sembra assai meno incoraggiante. Lo stesso nome scelto per quest’alleanza è sintomo di un’incertezza fra un’impostazione dichiaratamente “rivoluzionaria” ed un programma assai meno radicale nelle scelte e piuttosto vago nelle indicazioni concrete. La stessa scelta dell’aggettivo ‘civile’, fra l’altro, suona più come un rinvio ad una visione radicale e neo-illuminista che un richiamo a un’effettiva alternativa socialista. Ma il problema, ovviamente, non è solo di terminologico, visto che i 10 punti che, ad oggi, costituiscono la sintesi del programma di questo nuova alleanza mi lasciano perplesso proprio sulla sua effettiva carica ‘rivoluzionaria’.
Ho provato quindi a confrontare questo scarno manifesto “Io ci sto” di R.C. coi “40 punti’ del programma di SYRIZA per le scorse elezioni politiche in Grecia, raggruppandone le proposte in base a rubriche generali. Riporto di seguito questa mia sistemazione ‘tematica’ dei due programmi elettorali nella loro forma sintetica, ricondotti a cinque punti fondamentali: (a) riforme istituzionali, diritti e riforma e moralità della politica; (b) economia e finanza; (c) lavoro; (d) servizi educativi e socio-sanitari; (e) pace, disarmo e questioni ambientali.

I 10 PUNTI DI “RIVOLUZIONE. CIVILE”

A) RIFORME ISTITUZIONALI , DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
1) Vogliamo che la legalità e la solidarietà siano il cemento per la ricostruzione del Paese;
2) Vogliamo uno Stato laico, che assuma i diritti della persona e la differenza di genere come un’occasione per crescere;
4) Vogliamo una politica antimafia nuova che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento, ma l’eliminazione della mafia, e la colpisca nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a cominciare dal potere politico;
8) Vogliamo che i partiti escano da tutti i consigli di amministrazione, a partire dalla RAI e dagli enti pubblici, e che l’informazione non sia soggetta a bavagli;
9) Vogliamo selezionare i candidati alle prossime elezioni con il criterio della competenza, del merito e del cambiamento;
10) Vogliamo che la questione morale aperta in Italia diventi una pratica comune e non si limiti alla legalità formale, mentre ci vogliono regole per l’incandidabilità dei condannati e dei rinviati a giudizio per reati gravi. Vogliamo ripristinare il falso in bilancio e una vera legge contro il conflitto di interessi ed eliminare le leggi ad personam.

B) ECONOMIA E FINANZA
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali, per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese;
6) Vogliamo che gli imprenditori possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse.

(C) LAVORO
7) Vogliamo la democrazia nei luoghi di lavoro, il ripristino del diritto al reintegro se una sentenza giudica illegittimo il licenziamento e la centralità della contrattazione collettiva nazionale;

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
3) Vogliamo una scuola pubblica che valorizzi gli insegnanti e gli studenti con l’università e la ricerca scientifica pubbliche non sottoposte al potere economico dei privati e una sanità pubblica con al centro il paziente, la prevenzione e il riconoscimento professionale del personale del settore;

E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali,

I 40 PUNTI PROGRAMMATICI DI “SY.RIZ.A.

(A) RIFORME ISTITUZIONALI, DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.
26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.
28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.
30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.
(B) ECONOMIA E FINANZA
1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.
2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.
3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.
5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.
7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.
8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.
17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.
18. Nazionalizzazione delle banche.
19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).
(C) LAVORO
11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).
16. Aumentare i sussidi per i disoccupati.
21. Parità salariale tra uomini e donne.
22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.
23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.
24. Recuperare i contratti collettivi.
25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
12. Utilizzare edifici del governo, di banche e chiesa per ospitare i senzatetto.
13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.
14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.
15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.
16. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).
35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.
36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.
E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
10. Tagliare drasticamente la spesa militare.
29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni…
33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.
20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.

Credo che basti anche un’occhiata a questo ‘quadro sinottico’ per fare qualche considerazione:
(i) In linea generale, il numero ridotto di punti dedicati da R.C. a certe questioni, come quella della pace, quella ambientale o quella del welfare, ancor prima del merito delle proposte avanzate, lascia perplessi sul modello alternativo di sviluppo che emerge da questa proposta politica;
(ii) la centralità dei concetti di “legalità” e quello di “moralità”, piuttosto che di equità e di diritti umani e sociali, mi sembra che costituisca un secondo elemento di differenza tra il programma di R.C. e quello di SYRIZA;
(iii) la priorità data da R.C. alla cultura come risorsa ed il richiamo alla tutela della salute e dell’ambiente e la contrarietà al peso di finanza, burocrazia e tasse sullo sviluppo – per quanto condivisibili in linea di massima – non indicano, però, un modello economico alternativo a quello liberista e privatistico attuale né delineano una chiara strategia nei confronti dei diktat dell’Europa delle banche;
(iv) su una questione centrale come quella del lavoro e dello statuto dei lavoratori, il semplice appello ad una maggiore “democrazia” da parte di R.C. appare oggettivamente debole, rifacendosi più a criteri di ‘legittimità’ dei provvedimenti che alla loro effettiva equità, aspetto invece più rilevante nel programma di SYRIZA;
(v) l’appello di R.C. a salvaguardare la natura ‘pubblica’ della scuola e della sanità – ovviamente sottoscrivibili in pieno – trascurano però del tutto il rilancio del sistema socio-assistenziale, che la relativa riforma (L. 328/2000) affida in senso federalista agli enti locali che non sono autonomi finanziariamente, e che sono quindi subiscono da anni i traumatici tagli del governo centrale al welfare;
(vi) mentre nel programma della sinistra radicale greca si parla esplicitamente di tagli alla spesa militare, di smilitarizzazione, di uscita dalla NATO e di netta opzione per le energie rinnovabili, nei ’10 punti’ di R.C. ci si limita ad un generica “scelta della pace e del disarmo” e, sul fronte ecologista, nulla si propone sul piano dell’inversione del modello energetico come fonte di uno sviluppo alternativo.
Naturalmente queste mie sono solo considerazioni personali, che affondano su una carenza di messaggi programmatici più espliciti da parte di R.C. più che su un’effettiva visione moderata o su oggettive ambiguità progettuali. Ma penso che anche ciò che non si dice abbia un peso, se ci si trova in piena campagna elettorale, per cui omissioni o concetti vaghi possono risultare sospetti.
La stessa scelta di parlare poco di programma e molto di personalità da candidare, inoltre, rischia di andare nella direzione quasi obbligata di una politica all’americana, dove ideologie e progetti a medio e lungo termini scompaiono sempre più, sovrastati dal leaderismo, dal culto mediatico dell’immagine personale dei candidati e dal simbolismo dei ‘colori’ e dei loghi.
Sinceramente mi auguro che le cose cambino e che dalla coalizione capeggiata da Ingroia esca un messaggio più chiaro e meno tatticamente vago. In caso contrario, la sinistra italiana avrà perso l’ennesima occasione per dimostrare che “cambiare si può” e, ancora una volta, invece di “aprire la strada alla speranza” ci lascerà nel vicolo cieco della rassegnazione all’esistente.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

DAL P.I.L. ALLA F.I.L.: LA FELICITA’ COME INDICE DI SVILUPPO

Ho letto di recente un interessante articolo sul TIME Magazine (The Pursuit of Happiness, by Jyoli Thottam
(http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2126639,00.html#ixzz2BesKl0pY) che ripropone una questione non nuova, ma poco trattata nel nostro Paese. E’ possibile – o addirittura necessario – mandare in pensione il vecchio e scricchiolante criterio economicista del P.I.L.  (prodotto interno lordo), tuttora impiegato come principale indice di progresso di uno stato?   E’ dagli anni ’60, a dire il vero, che viene posto il problema di un modello di sviluppo alternativo a
quello attuale. Un esempio di come questo interrogativo fosse riuscito a contagiare perfino un candidato alla presidenza degli USA è il memorabile discorso che Robert Kennedy tenne nel 1968 all’Università del Kansas, affermando tra l’altro:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”
http://www.terranauta.it/video/41/robert_kennedy_discorso_sul_pil.html
Penso che sia difficile esprimere più efficacemente quanto risulti inutile – se non dannoso – ancorare le speranze di progresso di una comunità ad uno strumento ingannevole e parziale come il PIL. Il guaio è che nei decenni trascorsi dal discorso di Bob Kennedy e dalle proposte di tanti studiosi di uno sviluppo alternativo – più equo ed ecologico ma anche più decentrato e partecipato
– la situazione non è affatto cambiata. Al contrario, archiviati bruscamente gli entusiasmi e la speranza di costruire dal basso un mondo più giusto, pacifico, solidale e attento agli equilibri ambientali, ci siamo trovati sempre più prigionieri d’un modello ultraliberista di sviluppo. Una volta che sono stati messi sbrigativamente da parte i profeti dell’ecologismo e del pacifismo, così come i
teorici di una società socialista ed autogestionaria, si è quindi imposta in modo ancor più pervasivo e totalizzante la logica del PIL come indice unico del successo e dell’affermazione collettivi.
Ritengo che un merito della cultura americana, nel confronto con quella europea, risiede nella chiarezza talvolta brutale ed apparentemente semplicistica del suo modo di argomentare. Mentre noi troppo spesso ci incartiamo in discorsi bizantinamente fumosi e contorti, gli analisti statunitensi sono solitamente più espliciti nelle loro affermazioni, ad esempio quando dividono il mondo in
‘vincenti’ e ‘perdenti’ oppure non esitano a porre l’accumulazione dei beni materiali come scopo dell’esistenza umana. Eppure anch’essi non intendono rinunciare ai valori basilari sui quali sono stati costruiti gli States, per cui devono comunque fare i conti con il moralismo calvinista dei loro Founding Fathers. A loro, infatti, si deve l’inserimento nella Dichiarazione d’Indipendenza dei 13
Stati Uniti d’America (1776) della nota affermazione:«Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti ci sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità
L’autrice dell’articolo del che ho citato all’inizio (un’indiana trapiantata nel Texas, capo corrispondente di TIME dall’Asia meridionale) memore di questo assioma dell’american way of life ma consapevole anche dell’esponenziale crescita di persone infelici, insicure e frustrate negli USA e negli altri paesi cosiddetti “sviluppati”, guarda con un certo interesse alla diffusione d’un indice di
valutazione del progresso umano diverso dal solito PIL. Il modello in esame, seppur distante in tutti i sensi, è quello del piccolo stato asiatico del Bhutan, un “idilliaco regno buddista” dove da molto tempo è stato ufficializzato il GNH (Gross National Happiness, ovvero la “Felicità Interna Lorda”) come alternativa al pressante materialismo occidentale.
Il Buthan ha cominciato ad usare la F.I.L. come una più larga e sfumata unità di misura del progresso nazionale piuttosto che del prodotto interno lordo – scrive la Thottam – […] Esso, in altre parole, sta sperimentando il Paradosso di Easterlin, così chiamato in riferimento all’economista americano Richard Easterlin, il quale ha stabilito per primo che oltre una certa soglia, la crescita
dei redditi non genera felicità.”  L’audace soluzione sperimentata dal Bhutan, aggiunge la giornalista, consiste nella sua decisione di costruire “dalla base” l’edificio di una convivenza civile mirata alla felicità, i cui “4 pilastri” portanti sono: uno sviluppo economico sostenibile, la conservazione dell’ambiente naturale, la salvaguardia della cultura ed il buon governo. La prima cosa che viene spontanea alla mente è che non si tratta certamente di principi nuovi, visto che di equità economico-sociale, di tutela ecologica, di difesa dei valori culturali e d’onestà amministrativa si parla già da un bel po’. La seconda cosa che viene da pensare è che la “civiltà” di cui sembriamo tanto fieri – al punto da imporla anche agli altri – è la dimostrazione evidente di quanto questi quattro principi etici possano essere calpestati proprio in nome del controllo delle risorse e dell’esercizio del potere.
Per valutare il livello di felicità degli abitanti del Bhutan sono state poste, fra l’altro, domande del tipo di: Sull’aiuto di quante persone potete contare nel caso che vi ammaliate?  Con quale frequenza parlate di spiritualità coi vostri ragazzi? Quando è stato che avete trascorso del tempo socializzando coi vostri vicini? Quanto vi sentite a vostro agio col vostro livello d’indebitamento familiare?  In base a domande del genere, il punteggio della FIL di quella lontana popolazione asiatica ha raggiunto due terzi di quello massimo. Ma dove penseremmo di collocarci noi europei, e più specificamente noi italiani, se ci toccasse rispondere a questo genere di sondaggio? Che punteggio potrebbe aggiudicarsi una comunità nella quale la solidarietà sta perdendo sempre più
il proprio ruolo di cemento sociale, dei valori spirituali ormai ci si vergogna quasi di parlare e sicurezza e stabilità familiare stanno diventando dei miti?  Lo statunitense Joseph Stiglitz, vincitore di un Premio Nobel per l’economia, è citato nell’articolo come uno dei più convinti critici della validità del PIL per valutare lo sviluppo di uno stato. Egli ha affermato infatti che la crisi attuale ci ha costretti a renderci conto di quanto ingannevole sia stato quest’indice sullo stesso terreno
economico. E’ proprio essa, quindi, che ci ha resi più consapevoli del fatto che il PIL non solo, per citare ancora Kennedy, misura tutto meno ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ma anche che questo indice non riesce a spiegarci neppure la stessa crisi economica, frutto di una ricchezza virtuale come un “fantasma”.
Esiste però da oltre 50 anni una realtà internazionale, l’O.E.C.D. (Organization for  Economic Co-operation and Development ), che si autodefinisce un organismo: obiettivo, aperto, solido, coraggioso, pionieristico ed etico, con la quale collabora anche Stglitz. E’ proprio l’OECD, c’informa l’articolo di TIME, che ha provato a mettere insieme, a livello mondiale, i dati statistici relativi ad indici non solo economici, per formulare un indicatore alternativo del benessere. “Your Better Life Index( cioè: “il vostro indice di miglior vita”) utilizza un sito web dotato di uno strumento accattivante, che consente a ciascuno di fare una personale graduatoria degli elementi cui dare valore, elaborando poi i dati di questa scelta e ricavandone un’indicazione di gradimento rispetto ai
vari stati. Gli 11 “topics” presi in considerazione sono naturalmente anche di natura materiale (casa, reddito, lavoro), ma puntano soprattutto al benessere personale e collettivo (comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro). Dalla loro combinazione, grazie al programma del sito citato, è possibile confrontare le proprie priorità con le caratteristiche della  realtà in cui si vive ed ipotizzare in quale posto potremmo vivere meglio.
Sono convinto però che queste interessanti ingegnerie statistiche non rappresentino una vera alternativa alla cultura pervasiva ed assillante del consumismo e dell’individualismo estremo, caratteristici di una società tardo capitalista come la nostra. Ci vuole ben altro che un fantasioso indice di felicità, pur apprezzabile, per cambiare davvero le nostre vite sempre più grigie,
omologate e precarie. Non sono sufficienti le innovative inchieste di cui parla l’articolo del TIME, attraverso le quali i governi del Canada, del Regno Unito o degli USA tentano di sondare il livello di soddisfazione e di benessere dei loro cittadini. Non bastano non perché non hanno una validità statistica, ma perché c’è bisogno di un reale cambiamento, un’autentica “metànoia” evangelica, per
liberarci dalla schiavitù di valori che non valgono nulla e dall’accettazione d’un modello che non ci lascia nessuna vera scelta. Formule come quella del GPI (Genuine Progress Indicator ) – adottata da alcuni degli States fra cui il Maryland ed il Vermont – non sono certo l’alternativa, anche se meritoriamente si preoccupano di misurare “se il progresso economico produca o meno una
prosperità sostenibile”.
Una delle affermazioni principali dell’alternativa nonviolenta gandhiana riguarda in rapporto tra economia ed etica ed il Mahatma si è espresso molto chiaramente in proposito: “L’economia che ignori o non consideri i valori morali è menzognera. L’estensione della legge della nonviolenza all’ambito dell’economia non significa nulla di meno che l’introduzione di valori morali, da prendere in considerazione nel regolare le attività economiche” (Young India, 1924, p.421). Se è vero che, per citare ancora Gandhi, la felicità si realizza “…quando ciò che si pensa, si dice e si fa sono in armonia”, la prima cosa da fare è uscire dal circolo vizioso di una cultura che ha spezzato l’unità della persona e quella tra l’uomo ed il suo ambiente, sia fisico sia sociale. L’economia liberista e
quella di condivisione sono due categorie opposte, come ha spiegato Joseph C. Kumarappa, uno dei principali collaboratori di Gandhi in campo economico:      “Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza […] l’economia dell’impresa sviluppata in Occidente si considera puramente scienza della ricchezza e dell’efficienza, malgrado alcuni filosofi abbiano cercato d’inserirvi valori umani […] Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio di possedere, mentre l’unicità del ‘sarvodaya’ risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni del dolore grazie all’empatia del nostro prossimo”. (J. C. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa, Centro Gandhi, 2011, p. 37).
Qualcuno forse dirà che sono impostazioni ingenue e moralistiche e che non c’è nulla d’inconciliabile tra la ricerca del benessere materiale ed il perseguimento della felicità. La verità è che secoli di “progresso” individualistico e di “sviluppo” produttivistico hanno reso l’umanità sempre più egoista e conflittuale e, conseguentemente, sempre più infelice. Non basta quindi un semplice
“raddrizzamento “ di un modello ritenuto indiscutibile, ma bisogna davvero voltare pagina, facendo scelte inequivocabili fra il mondo del “ben-avere” e quello del “benessere”, cercando soprattutto di raggiungere quella coerenza tra pensieri parole ed azioni senza la quale, come diceva il Mahatma, non esiste felicità.
© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )