Alfabeto ecopacifista (O-P-Q)

O COME…OSPITALITÀ

Ospitalità: una delle caratteristiche salienti della napolitanità appena trattata, frutto di secoli di spontanea (ma spesso anche forzata) apertura a genti diverse, nuove lingue e culture differenti.  In effetti, il sostantivo ‘ospite’ da cui deriva il nome astratto, ha un’origine controversa anche perché, con una certa ambivalenza semantica, si riferisce sia a chi ospita sia a chi è ospitato. «L’etimologia del termine latino hospes risulta spesso incerta nei più comuni dizionari della lingua italiana e, se vengono date delle spiegazioni, esse risultano parziali e non rispondono pienamente alla nostra domanda. Ad esempio, il Devoto-Oli 2012 e il Sabatini-Coletti 2008 fanno risalire la voce a un più antico *hostipotis, composto da hŏstis ‘straniero’ e pŏtis ‘signore, padrone’, cioè ‘signore dello straniero’, ma non dicono niente di più. Il Vocabolario Treccani scrive sinteticamente che il termine ha “tutti e due i significati fondamentali, in quanto la parola alludeva soprattutto ai reciproci doveri dell’ospitalità”, in accordo con il Dir Dizionario italiano ragionato (D’Anna, 1988)». L’hostis latino, prima di diventare il ‘nemico’, era semplicemente lo straniero, ma attualmente la connotazione ‘ostile’ della parola sembra purtroppo essere quella prevalente, a causa d’un perverso intreccio di diffidenza e paura, alimentate ad arte da chi ha fatto della xenofobìa la propria bandiera politica.

In quasi 3.000 anni, del resto, i Napolitani sono stati sicuramente ospitali verso gli stranieri, ma è pur vero che spesso hanno dovuto subire la presenza indesiderata, imposta con la forza delle armi, di ‘ospiti’ autoinvitatisi senza chiedere il permesso al ‘padrone di casa’… La proverbiale pazienza e tolleranza del popolo napolitano è stato quindi un elemento tipico della sua mentalità aperta e disponibile al confronto, ma anche il risultato di secoli di colonizzazioni, invasioni e domini, cui si è forzosamente ‘adattato’, piegandosi per non spezzarsi ma cercando comunque di mantenere una propria autonomia. La variegata identità dei Napolitani, quindi, è per certi versi un tratto distintivo unico, per altri il risultato di una civiltà multietnica e di un tradizionale meticciamento socio-culturale. Oggi gli ‘ospiti’ della Città metropolitana di Napoli rappresentano il 4,2% della sua popolazione, percentuale sicuramente sottostimata, dal momento che i dati ufficiali non rispecchiano la realtà dell’immigrazione clandestina. Secondo i dati ISTAT, dal 2003 al 2021 gli ‘stranieri’ si sono più che triplicati (da meno di 40.000 a 128.000), con una prevalenza maschile nella fascia 30-50 anni e femminile oltre quella soglia. Circa il 17% degli stranieri residenti censiti/e sono ancora molto giovani (0-19 anni), ma la fascia d’età prevalente è quella compresa tra 40 e 44 anni (12,2%).

La stragrande maggioranza si è stabilita a Napoli (quasi 60.000 su 128.000) ed in Campania la top ten delle nazionalità ci parla di percentuali che giungono al 16-17% degli Ucraini e dei Romeni, passando per Marocchini e Srilankesi (rispettivamente 8% e 7%), Cinesi (5%), Bengalesi e Polacchi (ambedue al 4%), Indiani Nigeriani e Bulgari (al 3%). Vanno poi considerati – come scrivevo già nell’articolo alla voce ‘homeless’ – che nella nostra città risiedono anche 3.000 persone nomadi, che convivono in condizioni penose nei 10 campi più o meno abusivi o si sono sparpagliati in vari quartieri. Ebbene, verso questi 150.000 non-napolitani (che costituiscono quindi oltre u sesto della popolazione) la Città ha sempre mostrato disponibilità ed accoglienza. Ma questa lodevole disposizione mentale non può supplire ai limiti organizzativi ed alle carenze istituzionali, perché accogliere gli stranieri non significa banalmente limitarsi ad aprir loro le porte. Se dopo la loro entrata essi non trovano mezzi e strumenti che garantiscano una vita civile e sicura, infatti, sarebbe difficile parlare di autentica ‘ospitalità’, che comporta invece risorse strutturali, servizi essenziali e, in primo luogo, opportunità lavorative.

Per diventare città davvero pacifica giusta e solidale, Napoli dovrebbe non solo contrastare decisamente ogni forma di xenofobia e razzismo latenti o indotti, ma anche pianificare una vera rete di accoglienza, sostegno, regolarizzazione, formazione ed occupazione di questa significativa fetta dei suoi abitanti. Sappiamo bene che molti progetti in tal senso sono stati promossi da organizzazioni di volontariato, da agenzie e gruppi ecclesiali e da ONG nazionali, offrendo una risposta parziale ma molto importante a tale esigenza. Però l’amministrazione comunale e quella metropolitana non possono più limitarsi a coordinare questi sforzi spontanei, senza impegnarsi in modo efficiente e continuativo sul fronte di un’accoglienza che sia cordiale e fraterna, ma anche efficiente. Dovremmo diventare un po’ tutti ‘ospiti’ di una casa comune, come Papa Francesco ci ha invitato a fare anche nei confronti del Pianeta, di cui dovremmo smettere di considerarci i ‘padroni di casa’. 

L’ospite in Grecia (xenos) era considerato sacro ed anche le civiltà orientali hanno tradizionalmente considerato lo straniero un soggetto da accogliere e proteggere. L’etica ebraica cristiana ed islamica (tre religioni non a caso simboleggiate dalla ‘tenda di Abramo’) sono infatti pervase da uno spirito di accoglienza nei confronti di chi viene da lontano ed anche un noto proverbio indù suona “Athiti Devo Bhava”, confermando il concetto che “l’ospite è Dio”.  Ma a noi basterebbe che i migranti fossero sempre considerati esseri umani come noi, non classificati solo come un problema o, peggio ancora, come un ostacolo al nostro benessere o ‘invasori’ contro cui erigere muri e da cui difenderci. L’antica e saggia civiltà di Napoli ci conferma che accoglienza ed integrazione sono le strade giuste per affrontare la sfida di sempre nuove migrazioni, che guerre e catastrofi naturali accentuano, mettendo in luce l’insostenibilità globale di un modello ingiusto violento ed antiecologico di sviluppo, che va superato.

P COME…PACE

Per chi, come me, è da sempre impegnato sul terreno dell’antimilitarismo e nella diffusione della teoria e pratica della nonviolenza, la lettera P suggerisce ovviamente la parola Pace. Vocabolo abusato, talvolta frainteso, spesso deformato dall’orwelliano ‘bispensiero’ che ne mistifica, se non capovolge, il senso.  A partire dalla persistente banalizzazione secondo cui la pace sarebbe l’opposto della guerra, il discorso su di essa è frequentemente viziato anche da superficialità e luoghi comuni, che ne ribadiscono una visione intimistica e moralistica, come se si trattasse di un mero sentimento o di una generica predisposizione mentale.  Eppure sul concetto di ‘pace’ sono stati scritti interi trattati, saggi e manuali; da decenni esistono corsi accademici di studi sulla pace; intorno al movimento per la pace si sono raccolte decine di milioni di attivisti a livello internazionale e, in Italia, le lotte per l’obiezione di coscienza e quelle contro il pericolo nucleare e la corsa agli armamenti hanno mobilitato tantissime persone.

Mentre sono stati in molti a protestare contro rischi di guerre e derive militari, molto più lenta e difficoltosa è stataperòun’effettiva presa di coscienza delle alternative ai conflitti armati, attraverso la diplomazia e l’intervento dei corpi civili di pace ma soprattutto un progetto che realizzi un modello di difesa civile popolare e nonviolenta, o quanto meno percorsi di transarmo, come si era già cominciato a fare negli anni ’90. Oggi, 21 settembre, nel mondo si celebra la Giornata Internazionale della Pace. Ma per non restare ancorati a versioni edulcorate ed oleografiche di questo fondamentale pilastro della convivenza civile c’è bisogno di uscire dal generico e dal vago, d’incentivare la Ricerca sulla Pace (non solo in senso accademico) e di promuovere a tutti i livelli, particolarmente nelle scuole, itinerari interdisciplinari di Educazione alla Pace.

Preliminarmente va chiarito questo concetto solo in apparenza univoco, nelle lingue neolatine ed in inglese riconducibile alla radice indoeuropea *pag, indicante un ‘patto’, un trattato che sancisce l’accordo dopo la guerra ma che, paradossalmente, spesso pone le basi per il prossimo conflitto armato. La radice germanica *fridu evoca piuttosto il concetto di protezione/tranquillità e sentimenti come amore/amicizia, evidenti nell’ inglese friend. L’universo concettuale legato alla radice semitica *slm (presente nell’ebraico shalôm come nell’arabo salām), si divarica invece tra l’indicazione d’uno stato di buona salute, prosperità e benessere ed un senso più specifico di pace e riconciliazione. Anche la radice sanscrita del termine indiano shanti ha una sfumatura più che altro di ‘pace interiore’ e benessere spirituale, tanto che Gandhi preferì parlare di ahimsa (nonviolenza) per denominare la sua alternativa di lotta per far trionfare la giustizia e la verità (satyagraha).

Certo la vera pace non esclude la dimensione personale, interiore e spirituale, ma non può limitarsi né ad una visione pattistica, legalistica e diplomatica della risoluzione dei conflitti, né può essere identificata col pacifismo passivo rinunciatario e rassegnato di chi cerca in fondo solo la propria tranquillità, rifuggendo ogni contrapposizione per non subirne danno. La pace è un concetto complesso, che racchiude la sintesi di tre fondamentali aspetti: il disarmo, la difesa dei diritti e la ricerca di un autentico sviluppo umano. Essere pacifisti solo impegnandosi a salvaguardare i diritti umani e civili è importante ma non sufficiente, così come non basta lottare giustamente contro gli armamenti e le spese militari, se manca un ‘programma costruttivo’ che proponga e costruisca dal basso un modello alternativo di difesa e l’opposizione ad ogni forma di militarizzazione della società, della cultura e dell’educazione. Scambiare la ‘paciosità’ col pacifismo è sicuramente grave, ma mi sembra ancor più grave che qualcuno, nel XXI secolo, confonda ancora due termini (e quindi due concetti) come ‘inerme’ (disarmato) ed ‘inerte’ (disimpegnato, passivo, non reattivo).

Napoli, ricordavo in un precedente articolo, è ufficialmente ‘Città di Pace’. Una delle pagine più belle della sua storia recente sono state quelle ‘Quattro Giornate’ che hanno mobilitato creativamente contro la feroce repressione nazista non solo volontari armati, ma soprattutto uomini e donne del popolo ed intellettuali, studenti universitari e scugnizzi, artigiani ed anziani professori. Una resistenza popolare e largamente non violenta che ha sconfitto l’armata più potente, liberando la città senza eserciti e senza condottieri. Eppure la nostra città ha dovuto subire – e subisce ancora dopo 70 anni – l’affronto dell’occupazione ‘manu militari’ di coloro che si sono dichiarati nostri ’liberatori’ e che oggi controllano gli equilibri politici e strategici del Sud-Europa e dell’Africa dalle loro arroganti e bellicose postazioni di comando (quella NATO di Lago Patria e quella aeronavale della VI flotta, con base a Capodichino). Non mi piace la ‘paciosità’ di chi preferisce chiudere gli occhi ed affidarsi ciecamente a coloro che da decenni dichiarano impudentemente di tutelare la sicurezza e la pace, utilizzando cacciabombardieri, missili, portaerei e sommergibili nucleari, ma anche armi non convenzionali ed una vasta gamma di psy-ops , ossia la guerra psicologica.

Una ‘Città di Pace’, dunque, dovrebbe compiere gesti fattivi e concreti per affermare la propria scelta, dall’adesione alla campagna affinché l’Italia firmi il trattato per l’abolizione delle armi nucleari ad un vero piano di ‘denuclarizzazione’ del proprio porto e di controinformazione dei cittadini; dall’eliminazione delle tante servitù militari alla riconversione civile delle caserme; dalla rinuncia all’utilizzo improprio dei militari dell’esercito in funzione di agenti di pubblica sicurezza all’opposizione nei confronti dell’infiltrazione delle forze armate negli istituti scolastici, a scopi promozionali o peggio di reclutamento.  Purtroppo Napoli è ancora molto lontana da questo livello di attivazione, ma ci sono tutte le condizioni perché la nostra città diventi un modello di alternativa civile e popolare, in cui pace faccia rima con giustizia e solidarietà.

Q COME…QUARTIERI

Quartiere era chiamata ciascuna delle quattro parti in cui era suddiviso il territorio delle città medievali, anche se in alcune erano presenti ambiti diversi, come i terzieri ed i sestieri.  La distinzione in quattro zone aveva un’origine ancor più antica, risalendo all’intersezione nelle poleis greche delle plateiai con gli stenopoi, che i Romani denominarono decumani e cardi.  A Napoli, però, più che di quartieri si è preferito parlare di ‘rioni’ (deformazione delle regiones in cui le città erano suddivise in epoca augustea), indicando con questo termine una comunità di riferimento, l’appartenenza ad un preciso contesto socio-culturale. Già la Neapolis greca era stata suddivisa in nove ‘fratrìe’, protette dalle rispettive divinità tutelari. Nel XIII secolo, gli Angioini suddivisero la città in sei ‘sedili’ (o ‘seggi’) in base al territorio sul quale esercitavano funzioni amministrative e consultive, cui fu aggiunto il ‘seggio di Popolo’, rappresentato non da aristocratici ma dai ceti borghesi.  

Napoli, quindi, ha una millenaria esperienza di suddivisione interna, con sfumature ora più comunitarie ora più gestionali, e per secoli i Napolitani si sono identificati affettivamente col proprio rione di appartenenza, al punto da differenziare le parlate locali ed individuare specifici santi protettori. Individualismo e familismo, d’altra parte, hanno spesso prevalso sul loro spirito collettivo e civico. Quando nel 1779, Ferdinando IV di Borbone suddivise la città in 12 quartieri presieduti da un giudice della Gran Corte, essi rispecchiavano ancora i tradizionali rioni, con le rispettive parrocchie o sedi conventuali: San Ferdinando, Monte Calvario, San Giuseppe, San Giovanni Maggiore, San Lorenzo, San Carlo all’Arena, Avvocata e Stella (con ovvio riferimento alla Madonna… La stessa paroichìa greca indicava un rapporto di vicinato ma anche un legame comunitario, non solo religioso.

L’ampliamento di Napoli portò a 30 il numero dei suoi quartieri, includendo i  ‘borghi’ ad essa esterni (Vomero, Arenella, Fuorigrotta, Chiaiano, Pianura, Piscinola etc.), ed aree industriali periferiche (San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Poggioreale etc.). Dal 1980 al 2006 i 30 quartieri furono accorpati in 21 Circoscrizioni e, successivamente, in 10 Municipalità, quelle per cui andremo a votare per rinnovarne Presidenti e Consigli.  Le 9 fratrìe, i 7 sedili, i 12 e poi 30 quartieri, le 21 circoscrizioni e le attuali 10 municipalità sono stati tentativi di redistribuire il potere civico, dando la parola a chi vive su un certo territorio e ne conosce risorse e problemi. Eppure siamo molto lontani dall’aver realizzato quel decentramento di cui mi ero già occupato nell’articolo alla lettera ‘D’, i cui limiti sono evidenti. Ma l’errore – al di là di scelte politiche sbagliate – è stato considerare quelle suddivisioni una questione burocratica, prima che amministrativa.

Ma decentrare non vuol dire soltanto delegare alcune competenze gestionali. Bisogna anche recuperare l’identità perduta dei vecchi quartieri, invertendo la tendenza all’omologazione culturale e sociale ed alla gentrificazione che ne ha imborghesito la natura, marginalizzando le periferie. C’è bisogno di maggiore partecipazione, di cittadinanza attiva, di elementi di autogestione sociale, di centri culturali e comunitari, del protagonismo dei giovani ma anche del recupero di saperi tradizionali, delle botteghe artigianali e di una rete commerciale di base. Bisogna, insomma, cambiare davvero direzione, perché una Napoli diversa è possibile ma bisogna costruirla dal basso. Non si devono neppure sottovalutare le possibilità offerte da una democrazia rappresentativa che – si tratti del Comune o delle sue Municipalità – deve ripristinare la sua caratteristica collegiale e consiliare ed interfacciarsi più correttamente e direttamente coi cittadini/e.