(6) UNA GIORNATA…SERENISSIMA

(6) Oggi, martedì 11 agosto, ricorre l’onomastico della nostra Chiara che, oltre agli auguri, si aspetta un regalo. Ma Venezia offre quasi esclusivamente botteghe di artigianato e non certo negozi di giocattoli o vIdeogiochi, per cui non sarà facile accontentarla. Il bus ci riporta, dopo colazione, all’affollato Piazzale Roma, dove però decidiamo di lasciar stare la traversata via mare e c’immergiamo nuovamente nel dedalo di calli già farcite di turisti a caccia di scatti originali, compresi alcuni giapponesi che fotografano perfino i cestini dei rifiuti. Prosegue così la viacrucis delle soste davanti a murrine e cornici, orecchini e vasi di cristallo, in una mattinata decisamente splendida e con un po’ di gradevole ventilazione. Una diversione all’itinerario scandito dai cartelli indicanti San Marco ci porta ad assaporare l’originale ed assai tipica atmosfera del celebre Ghetto, tuttora abitato da molti ebrei veneziani, che gestiscono cartolerie, gioiellerie e ristoranti rigorosamente kosher. Per il quartiere si aggirano turisti, ma soprattutto barbuti esponenti della comunità con kippàh e filatteri, oppure con incredibili soprabiti neri e cappelli a larghe falde. Il nostro giro termina in una larga piazza, dove si affaccia fra l’altro la sinagoga ed il museo della cultura ebraica, che visitiamo incuriositi, anche se Anna è già un’esperta in materia, avendo fatto più volte una visita didattica alla sinagoga napoletana.   Il pesce fresco esposto sui banchi fuori del Ghetto – intorno al quale si aggirano sfacciatamente i gabbiani – ci riporta all’atmosfera lagunare. Continuiamo ad attraversare i ponti, fino a quello, incantevole, di Rialto, dove decidiamo di fermarci anticipatamente in un grazioso ristorante con vista sul ponte, per pranzarvi con spaghetti allo scoglio, calamari alla veneta con polenta ed un’insalatona verde. Un caffè ci rimette in piedi, per proseguire fino al cuore della Serenissima, dove ritroviamo le frotte di stranieri, i piccioni, i camerieri in divisa di gala, i venditori di cappelli da gondoliere e tutto quel colorito e un po’ buffo mondo che si muove convulsamente dentro una cornice così millenaria e solenne. L’obiettivo è visitare finalmente il Palazzo Ducale, andando dietro la meravigliosa facciata marmorea e traforata per scoprire una residenza incredibilmente grande e maestosa, sede di quei Dogi che costituivano solo il vertice simbolico di un’oligarchia terribilmente chiusa, rissosa e priva di scrupoli. Lì tutto ha la grandiosità sfarzosa di quella strana repubblica di nobili ed imprenditori miliardarI del tempo, per i quali l’arte – si trattasse di pittura, scultura o di architettura – era solo un modo per garantirsi l’immortalità ed un alone di magnificenza. Percorriamo, sempre pià assetati e defatigati, le decine di saloni affrescati o arricchiti da bellissime tele del Tintoretto, del Bassano e di tanti altri artisti della scuola veneta, accanto ai quali spiccano anche alcuni allucinati quadri di Bosch. Lasciamo sale con mappamondi e carte geografiche antiche per entrare nel cuore dell’occhiuto ed autoritario potere della Serenissima: il salone del governo dogale, quello del Senato e, davvero enorme e splendidamente ornato da cicli di tele a tema, quello del Maggior Consiglio. Mescolati a biondissimi ragazzi inglesi e discrete turiste arabe col velo, a vocianti gruppi di spagnoli ed a famigliole tedesche, anche noi seguiamo l’itinerario previsto, giungendo nei saloni scintillanti di corazze, spade, scimitarre turche, lance e antichi archibugi ed infine nelle cupe ed umidissime prigioni, dove migliaia di condannati dai tribunali segreti della Repubblica giungevano, attraverso il celebre Ponte dei Sospiri, per terminare la propria vita segregati in una ventina di metri quadrati di cella, spesso dopo atroci torture. Usciamo dal palazzo dei Dogi decisamente provati, fra l’altro in un orario che non consente di visitare molto altro, dato che alle 18 chiudono musei e gallerie, fra cui quella dell’Accademia, cui dobbiamo rinunciare. Sarà la stanchezza oppure la sensazione di trovarsi ormai sulla via del ritorno, ma il clima tra noi non è proprio…serenissimo. Laura vorrebbe imbarcarsi, per tornare al mitico Lido o andare a Murano, mentre Irene è un po’ stufa e vorrebbe far ritorno in albergo. Chiara è palesemente insoddisfatta di aver trascorso l’onomastico in una delle poche città dove non si vede neanche l’ombra di giocattolai, ma anche Anna comincia a risentire sensibilmente del viaggio. Ci rinfreschiamo un po’ con gelati e granite e un po’ di frutta, passeggiando lungo le procuratie e sostando in un verde giardinetto dietro la piazza. Dopo una specie di referendum, che ovviamente scontenta Laura, decidiamo di fare ritorno lento pede al piazzale Roma, cambiando però itinerario e cercando di scoprire nuovi pittoreschi angoli di questa fantastica città a mollo. Ci riusciamo solo in parte, ma tanto ci basta per osservare nuovi spazi di Rialto, dove c’imbattiamo nella chiesa di Santa Lucia, che custodisce reverentemente il corpo della martire siracusana. Carichi di pacchettini con nuovi regali, raggiungiamo poi i Frari, ove troneggia il grandioso convento francescano e, a poca distanza, spicca lo splendido complesso di San Rocco, con gli affreschi dell’omonima ‘scuola’.  Nella vasta piazza, sfiniti, prendiamo posto ai tavoli all’aperto di un ristorante cinese, anticipando anche la cena con zuppe agrodolci, pollo ai pinoli e maiale alle verdure piccanti, innaffiate da birra cinese, tè cinese e acqua veneziana, per spegnere gli ardori del cibo… Ci trasciniamo, decisamente appesantiti dal pasto, per l’ultimo tratto che ci separa da piazzale Roma, giusto in tempo per salire sul bus della linea per Padova. Purtroppo il percorso è diverso, e vi trascorriamo un bel po’ di tempo, attraversando anche la vivace Mestre, prima di tornare a Marghera, dove le nostre camere ci accolgono, sfatti ed un po’ nervosi. La materia del contendere, infatti, riguarda il da farsi domani mattina: tornare a Venezia , per cercare di visitare altri monumenti e gallerie, oppure dirigersi decisamente fuori del capoluogo, in direzione di Padova o di altra città intermedia per spezzare il lungo ritorno? Comunque siamo troppo stanchi per discutere e perciò la decisione è rinviata a domani.

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(5) DA FERRARA A VENEZIA

(5)  Il risveglio a Ferrara, nel silenzio di questa città vivace ma al tempo stesso placida, ci porta a fare colazione ed uscire subito per un rapido giro dei principali monumenti. Purtroppo sono tutti chiusi di lunedì, per cui non ci resta che percorrere le singolari strade lastricate con pietre di fiume e che proprio un alveo sono periodicamente diventate, in occasione delle frequenti piene di Po. Ne rende testimonianza l’originale "padometro". vera e propria storia tangibile di una città che, secolo dopo secolo, si è trovata invasa dalle acque del fiume, come nell’ultimo, tragico, episodio della piena nel Polesine del 1951. Il tempo è molto bello e un venticello rende ancora più gradevole la passeggiata, che inizia col Palazzo Comunale e prosegue al maestoso Castello Estense. Percorriamo poi le strade ancora deserte in direzione del magnifico Palazzo dei Diamanti, con la sua originale facciata in bugnato ed il silenzioso cortile verde. Diverse decine di immigrati – che attendono davanti alla questura per il rinnovo del visto di soggiorno – costituiscono l’unica isola di voci nel silenzio della città, dove continuiamo ancora un po’ ad ammirare chiese e nobili palazzi della corte estense, passando anche davanti alla casa di Ludovico Ariosto. Le valigie e le borse vengono nuovamente inghiottite dal capace bagagliaio della ‘Fabia SW’ e ripartiamo alla volta di Venezia, utilizzando nel tratto finale l’autostrada Bologna-Padova e quella che porta appunto alla città lagunare. Grazie alle indicazioni ricevute all’info-point, raggiungiamo abbastanza agevolmente Marghera, dove abbiamo prenotato in un simpatico hotel di questa ordinata e tranquilla periferia industriale. Nonostante la crisi, che si fa sentire anche qui, Venezia è infatti di nuovo al top del flusso turistico e percorrere calli e canali significa immergersi in una vivace babele linguistica ed etnica. Ce ne accorgiamo appena scesi dal bus a Piazzale Roma, dove migliaia di spagnoli, cinesi, inglesi etc.attendono d’imbarcarsi sul suggestivo (ma costoso…) traghetto per San Marco. Su Venezia si sono dette troppe cose per non risultare banali, ma è impossibile non parlare dell’incanto di questa incredibile e un po’ assurda città, dove chiese e palazzi si specchiano nelle acque della laguna, solcate da motoscafi e dalle solite gondole. Il tempo si è fermato come in una magia da fiaba, e grasse tedesche, vocianti ispanici e velate iraniane si trovano immersi dentro un quadro di Canaletto… Sembra quasi di avvertire il sorriso benevolo, ma un po’ beffardo, di questa millenaria Città, che riesce a digerire ogni anno centinaia di migliaia di turisti da tutto il mondo, restando impassibile e distaccata, immersa nei ricordi della sua gloriosa storia di repubblica marinara, quando Venezia dominava i commerci con l’Oriente e scopriva il fascino dell’impero cinese, guerreggiava con i Mori e s’imponeva sulla stessa Bisanzio. Piazza San Marco è un esempio classico di questa cartolina senza tempo, dove anche noi ci siamo immersi, restando incantati a guardare ed a fotografare gli ori della facciata della Basilica, con le sue cupole orientali; il fantastico campanile, la torretta dell’orologio con i classici mori e la prospettiva eccezionale delle procuratie, che delimitano questo straordinario pezzo di storia dell’arte. I leoni alati osservano divertiti le migliaia di turisti, abbigliati nelle fogge più strane, ma con in testa, rigorosamente, pagliette da gondoliere o berretti da improbabili capitani di lungo corso. Valzer viennesi e suoni jazz, provenienti dagli storici caffé della piazza, accompagnano chi gira sudato per la piazza, scattando foto in mezzo ai piccioni o seguendo agguerriti capi-carovana con ombrellino e microfono regolarmentari. Dopo aver visitato la Basilica, c’immergiamo quindi nel dedalo di calli e campielli, ponti e ‘salizzade’ che costituiscono il classico itinerario pedonale da San Marco a Piazzale Roma. Si tratta di vari chilometri, percorsi a naso in su per ammirare le facciate in gotico fiorito, ma anche con interminabili e defatiganti soste davanti alle centinaia di botteghe di artigianato locale. Come si fa, in effetti, a non soffermarsi davanti a mille articoli in vetro di Murano, alle maschere carnevalesche, ai gioielli ed ai bicchieri di cristallo? Come si può impedire a chi ci passa davanti di scegliersi i regalini per amici e parenti, ripartendo ogni volta con un fragile pacchetto in più e con qualche decina di euro in meno? Non si può, ovviamente, ed anche noi compiamo il nostro rito, non trascurando però di visitare qualche chiesa e di ammirare i ricami in marmo dei palazzi. Il tempo è poco e, all’approssimarsi di un improvviso temporale, ci rifugiamo dentro un McDonald’s (ebbene sì…) dove consumiamo avidamente una cenetta a base di Big Mac, crocchette di pollo e patatine, innaffiata da secchielli di coca e sprite. Nel frattempo la pioggia si è intensificata, cogliendoci senza gli ombrelli, per cui l’ultimo tratto da Rialto alla stazione ferroviaria lo percorriamo a gran velocità, in mezzo a tuoni spaventosi che echeggiano nella laguna. I due ombrelli acquistati per strada di consentono di giungere non troppo bagnati al piazzale, dove attendiamo il bus che ci riporta infine a Marghera, per un sonno ristoratore.

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