“DELITTO AL CENTRO DIREZIONALE” – un racconto politiziesco

MV5BMjE0NTU5NTgyNF5BMl5BanBnXkFtZTcwMDQ1ODAzMQ@@__V1_SY317_CR6,0,214,317_Presentazione hitchcockiana

<<Buonasera. La singolare storia che sto per raccontarvi potrebbe intitolarsi “Assassino!” , come un mio film del 1930,  ma si potrebbero anche utilizzare altri titoli delle pellicole che ho girato, ad esempio:”Sabotaggio” (1936), “Sospetto” (1941), “L’ombra del dubbio” (1946), “Il sipario strappato” (1966)  o, perché no?, “Complotto di famiglia” (1976).  L’unica differenza – ma non ritengo che sia un particolare essenziale – è che non si tratta di normali omicidi maturati in ambito familiare oppure di intrighi di tipo spionistico, bensì di una sconcertante vicenda a sfondo legislativo. Ebbene sì: mi riferisco proprio a quelle questioni che normalmente vengono definite “politiche”, sebbene spesso nascondano inquietanti risvolti che hanno a che fare con l’amministrazione della “cosa pubblica” molto meno di quanto ne abbiano con quella che viene denominata “cosa nostra”….Buona visione! >>

Probabilmente sarebbero state queste le parole con le quali il grande Alfred Hitchcock avrebbe presentato, col suo imperturbabile humour, un ipotetico telefilm della sua fortunata serie, incentrato sull’incredibile vicenda della legge regionale n.1 del 2013 su “Cultura e diffusione del solare in Campania”. Una storia, dal titolo “Assassinio al centro direzionale”, che effettivamente possiede gli ingredienti fondamentali di una “mistery story”, compresa quella “suspense” che – dopo quasi due anni di costruzione di un percorso legislativo ‘dal basso’ – ha davvero tenuto sulla corda i promotori della proposta di legge, di fronte all’evento imprevedibile che ha messo in discussione l’obiettivo apparentemente già conseguito della sua approvazione. Essendo uno dei personaggi coinvolti in esso, ovviamente non ho il distacco necessario per farne un vero racconto “giallo”. Mi sforzerò comunque di narrarne gli sviluppi con la debita freddezza e, a tale scopo, cercherò di attenermi alle classiche regole del genere poliziesco, codificate nel 1928 da S.S. Van Dine, così sintetizzabili:

1.      Sono essenziali un detective, un colpevole ed una vittima. In questo caso “la vittima” è un’innocente legge d’iniziativa popolare, soppressa dopo meno di due mesi dalla sua nascita. I colpevoli sono quei consiglieri ed amministratori regionali che hanno fatto di tutto per farla fuori. I detective, in un mondo diverso, dovrebbero essere gli operatori dell’informazione, ai quali certamente non poteva sfuggire l’assurdità del caso in questione. Ma, in mancanza di meglio, dovrete accontentarvi delle indagini condotte dagli stessi promotori della legge…

2.      Il colpevole non dovrebbe essere un professionista del crimine, ma una persona che gode di un certo prestigio sociale. Nella fattispecie, colpevole è un certo genere di politici che, proprio per il prestigio sociale di cui godono, sono convinti di poter ricorrere impunemente ad ogni mezzo, pur di ottenere il loro scopo, peraltro nemmeno tanto segreto…

3.      Il colpevole è uno dei personaggi principali. In effetti protagonisti dell’approvazione delle leggi dovrebbero essere proprio quelli che sono stati votati per discuterle e poi pronunciarsi apertamente su di esse, nelle sedi deliberative opportune. In questo caso, però, i protagonisti sono stati dei semplici cittadini di buona volontà, mentre ad accoltellare alle spalle la legge in questione sono stati gli stessi ‘legislatori’ che poche settimane prima l’avevano ipocritamente approvata all’unanimità…

4.      La tematica amorosa è esclusa. Lasciando perdere ogni genere di “love affair” – che in questo caso non c’entra affatto –  possiamo anche escludere che i responsabili di questa vicenda siano stati mossi da qualsiasi altra forma di “passione”. Sicuramente non quella per l’ambiente o per la comunità e tanto meno quella per la trasparenza e la legalità. L’unico genere di “amore” che traspare, semmai, è quello per il denaro e per il potere, moventi abituali di tanti delitti.

5.      I fatti devono essere comprensibili secondo una spiegazione razionale. A dire il vero di “razionale” nella storia di cui sopra c’è ben poco. Ovviamente i fatti possono anche essere spiegati secondo la logica contorta della politica, ma si tratta di un campo in cui la razionalità cartesiana non sembra aver mai avuto un grande peso…

6.      I  temi fantastici e digressioni a carattere psicologico sono bandite. Anche in questo caso, parlare di fantasia o di psicologia appare decisamente fuori luogo. Chi ha soppresso nella culla la legge sul solare in Campania non ha evidentemente nessuna capacità di fantasticare, immaginando un mondo meno inquinato e non più sottoposto all’assurdo ricatto dell’approvvigionamento di combustibili fossili che, oltre ad essere esauribili e costosi, devono essere importati da migliaia di chilometri di distanza. Di delicati tratti psicologici, poi, neanche a parlarne. Casomai da storie come queste affiora la psicopatologia di chi crede di poter disporre dei destini di milioni di persone, grazie al potere di cui ancora dispone…

7.      Le informazioni sono fornite tenendo conto dell’omologia: l’autore sta al lettore come il colpevole al detectiveAnche in questo caso, infine, il lettore di questa storia ne sa molto di meno di chi la sta narrando. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe spingerlo a seguire con attenzione il narratore, cercando di anticiparne le rivelazioni. Trattandosi di vicende che hanno per protagonisti degli amministratori pubblici della Campania, d’altra parte,  il suo compito è reso ancora più semplice dalla sconcertante prevedibilità di questi ultimi.

Fatta questa lunga premessa, lasciate che cominci a raccontarvi come sono andate le cose, così come ho cercato di fare con una presentazione audiovisiva di cui mi sono recentemente avvalso.

hitch4 “Giovane e innocente” (1937)  ovvero: come è nata una legge popolare

Nel 2009 viene alla luce a Napoli il C2N2 (Coordinamento Campano per il No al Nucleare),   che raggruppa singoli attivisti ma anche organizzazioni ambientaliste, consumereste, pacifiste e latamente politiche. Il loro scopo è smascherare quello che chiamano “l’imbroglio nucleare”, contrapponendo un proprio “decalogo”, nel quale si ribadisce la pericolosità dell’uso sia civile sia militare dell’energia atomica, ma anche dei rischi per la sicurezza e l’ambiente e l’incidenza dei costi non solo sociali, ma anche economici. La partecipazione alla mobilitazione referendaria – a fianco di chi si batte per l’acqua bene comune – è l’occasione per raccogliere, nei banchetti nelle strade e nelle piazze, anche le firme per una proposta di legge del tutto alternativa. Si tratta di una proposta di legge d’iniziativa popolare, per la cui presentazione lo Statuto della Campania prevede 10.000 sottoscrittori, le cui firme devono essere debitamente convalidate. Il testo, preceduto dalla relazione del suo primo firmatario Antonio D’Acunto, consta di 18 articoli, che vengono condivisi con comunicati e trasmissioni radio-tv e discussi dal Comitato coi partecipanti a varie assemblee pubbliche. La proposta – finalizzata alla “cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” – riscuote un grande successo e, pur senza grande organizzazione e in modo del tutto volontario, riesce a raccogliere molte più firme del necessario. In 50 comuni della Regione, infatti, i sottoscrittori sono quasi 20.000, di cui circa 14.000 sono firmatari autenticati a norma di legge. Si tratta di un risultato eccezionale, che per la prima volta consente un processo legislativo “dal basso”, capovolgendo le abituali regole di una politica istituzionale non solo verticistica, ma spesso inconcludente ed incapace di varare perfino le proprie determinazioni “dall’alto”.  Questa proposta di legge “young and innocent” (per citare ancora il grande Hitch) propone una radicale opzione della Campania in favore delle energie pulite, rinnovabili e decentrate – come il solare e le altre assimilabili – ma soprattutto pone un problema di regole da rispettare, nel rispetto dell’ambiente, della biodiversità, ma anche della democrazia e della trasparenza amministrativa. Si tratta, però, di cose a cui molti politici campani sono fortemente allergici e questo basta ad innescare un drammatico processo di reazione. Come si permettono dei semplici cittadini di scavalcare i legislatori ufficiali? E, soprattutto, cosa diavolo si aspettano di ottenere quei quattro provocatori visto che, fra l’altro, non cercano d’ingraziarsi nessuna forza politica in particolare, ma pretenderebbero di portare in aula la loro vaneggiante proposta energetica?

A questo punto i titoli hitchcockiani che mi vengono a mente potrebbero essere “L’uomo che sapeva troppo” (1934 e 1956), ma anche “Il sospetto” (1941). Delle vecchie volpi della politica come loro sanno bene come reagire; eppure in quest’insolito caso pare ci sia qualcosa che li lascia un po’ sconcertati e perplessi. Sembrerebbe insinuarsi in qualcuno di loro quella che potremmo chiamare “L’ombra del dubbio” (1943): e se questa storia non dovesse fermarsi qui?

hitch3  “Il sipario strappato” (1966) ovvero: come è cresciuta una legge popolare 

Quando dei “dilettanti” mettono il naso in ciò che non dovrebbe riguardarli – come nel caso di spettatori che irrompano improvvisamente sul palcoscenico d’un teatro – c’è il rischio che scoprano cose che sarebbe meglio tenere nascoste. Ad esempio, che la Regione Campania riesce a spendere solo il 2% dei fondi europei utilizzabili per ambiente ed energia, oppure che una specie di piano energetico regionale ci sarebbe pure, ma la Giunta in carica non ha nessuna intenzione di farlo discutere e tanto meno approvare dal Consiglio Regionale. E’ proprio da questo simbolico “sipario strappato” che sbuca allora quella che, citando Al Gore, potremmo chiamare la “sconveniente verità” di amministrazioni che, fallita l’opzione nuclearista, puntano ora su assurde trivellazioni petrolifere in aree protette o ecologicamente molto delicate. Oppure che preferiscono elargire finanziamenti a pioggia a progetti che, pur occupandosi apparentemente di energia rinnovabili – come il solare o l’eolico – mirano ad intenti speculativi e ad investimenti di dubbia trasparenza…

Il Comitato Promotore della legge popolare, forte del successo conseguito, continua infatti a pubblicizzarne la carica alternativa ed a cercare nuovi compagni di strada, che si aggiungono alle adesioni individuali di personalità come il neo-Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Gli attivisti del Comitato sanno bene che l’iter delle leggi regionali ha templi biblici, ma sanno anche che lo Statuto della Campania prevede tempi certi per la discussioni in aula delle proposte d’iniziativa popolare. Appare chiaro, a questo punto, che essi “know too much”, cioè sanno decisamente troppo per potersene sbarazzare facilmente. D’altra parte – una volta consegnate ufficialmente il 1° luglio 2011 le firme raccolte dal Comitato –  è troppo tardi per nascondere la gestazione indesiderata di questa proposta di legge. Ecco perché l’iter di cui sopra non può essere più arrestato, ma solo rallentato al massimo. Dopo appena due settimane c’è l’audizione del Comitato e la rapida ed unanime approvazione del testo da parte della I Commissione consiliare, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità ed ammissibilità della legge popolare. Da allora, però, la Regione lascia trascorrere ben 10 mesi prima che il testo, ormai licenziato nel metodo, sia finalmente discusso anche nel merito. Nel maggio del 2012, infatti, tocca alla VII Commissione, che si occupa di ambiente ed energia, dibattere sulle proposte del Comitato, sottoscritte da migliaia di cittadini campani.  Ritardo a parte, però, nessun consigliere sembra trovare nulla di opinabile o d’impossibile in quell’ipotesi normativa per cui, pur con un certo imbarazzo, anche questa commissione approva all’unanimità. Le due date sembrano addirittura assumere un colorito simbolico: il 14 luglio (anniversario della ‘presa della Bastiglia’) è stato espugnato il fortino della legittimità ed ora, il 24 maggio, ogni opposizione sulla sostanza della proposta sembra essere stata bloccata “sulla linea del Piave”…  Intanto cresce il consenso intorno alla legge popolare ed alla cultura che l’ispira. Il Comitato – con un’assemblea pubblica e con un autorevole Convegno sul tema all’Università  di Napoli “Parthenope”, alle quali interviene anche il Sindaco de Magistris –  decide quindi di andare oltre e di dar vita ad un nuovo soggetto associativo, denominato “Costituente Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità”. Non basta, infatti, seguire ed accompagnare la gestazione della Legge, bisogna soprattutto fa crescere la consapevolezza che non è questione di qualche pannello solare in più, ma di una rivoluzione energetica e d’un nuovo modello di sviluppo, democraticamente decentrato e rispettoso della diversità ambientale e culturale. All’inizio del 2013, dopo aver incardinato a novembre la discussione nella II Commissione che si occupa del Bilancio, la proposta ottiene l’approvazione (sempre all’unanimità) anche di quest’ultima. E’ passato un anno e mezzo, ma finalmente ci si avvia alla discussione in Aula, per la sua approvazione definitiva ed unanime, con un gradimento in apparenza trasversale ed incondizionato, visto che nessuno, finora, ha mai proposto emendamenti o modifiche a quel testo “popolare”…

E’ a questo punto che, fra gli “addetti ai lavori”, comincia a serpeggiare una certa “Paura in palcoscenico” (1950). Dietro il solenne sipario dell’Istituzione Regionale, i “profani” hanno scoperto che la legge proposta è inattaccabile sia nella forma sia nei contenuti. E’ davvero troppo per chi è convinto che il ruolo dei cittadini è, al massimo, quello di stare affacciati – impotenti –  alla “finestra sul cortile” (1954) della politica….

hitch2 “Murder!” (1930) ovvero: come si vuol ammazzare una legge popolare 

<<Titoli sui giornali e applausi a scena aperta all’indomani dell’ok in Aula (il 18 febbraio scorso) e della pubblicazione sul BURC, il 25 febbraio. Appena 45 giorni fa. Ebbene dimenticatevi tutto e resettate perché una settimana fa ecco la marcia indietro:  i punti salienti della norma appena approvata, ben 7 articoli, vengono abrogati con un emendamento alla Finanziaria….>>.  Con questa efficace nota di Adolfo Pappalardo, anche il quotidiano IL MATTINO del 3 aprile 2013 lancia uno sguardo indiscreto sul “cortile” dove si è consumato l’assassinio della Legge Regionale n. 1/2013.  Ma facciamo un passo indietro, nella migliore tradizione del flashback di tanti ‘gialli’.

Il 10 gennaio 2013 la legge “del popolo, dal popolo e per il popolo” (per mutuare la celebre espressione usata da Abraham Lincoln nel discorso di Gettisburg nel 1863) era finalmente giunta al dibattito finale nell’Aula del Consiglio Regionale, nel Centro Direzionale di Napoli.  Introdotta dall’entusiastica relazione del PdL Luca Colasanto e dal plauso dei consiglieri Marzano (PD) e Sala (Centro Dem.), la proposta d’iniziativa popolare arriva miracolosamente intatta al voto finale, sebbene con qualche emendamento tecnico e con l’esclusione d’un finanziamento certo, in attesa dell’approvazione del Bilancio Regionale. Beh, in effetti in aula è evidente un certo imbarazzo fra i consiglieri della maggioranza di centro-destra. Serpeggia un evidente nervosismo nei banchi, in particolare in quelli della Giunta, di fronte alla “resistibile ascesa” (B. Brecht) d’un progetto del tutto alternativo alla sua politica, al quale però nessuno sembra avere il coraggio di sollevare obiezioni o di contrapporre una reazione aperta. Ma ecco che, dopo qualche schermaglia procedurale, all’appello del presidente del Consiglio Regionale si arriva al voto. La proposta è approvata all’unanimità, facendo giustamente esultare la delegazione del Comitato e segnando un momento davvero storico per la Regione.

“La Campania in questo settore diventerà una regione all’avanguardia” – dichiara il Governatore Caldoro. “Un grande esempio di democrazia partecipata e una normativa particolarmente vantaggiosa per l’ambiente” – commenta soddisfatto, per la maggioranza, l’on. Colasanto. Gli fa eco il democrat on. Marzano: “La legge è una conquista di civiltà: la tutela del territorio non può che misurarsi con la sfida dell’autosufficienza energetica”.

Tutti contenti e soddisfatti?  A quanto pare no. La marcia trionfale della legge venuta dal basso non va a genio proprio a tutti… Se gli ambientalisti del Comitato festeggiano per il risultato raggiunto “alla luce del sole”, qualcuno invece sta masticando amaro e si prepara a reagire nelle tenebre. Già, perché è proprio nel cuore della notte della Domenica delle Palme che si consuma il delitto. Non è affatto un “Delitto perfetto” (per citare un altro capolavoro di Hitchcock  del 1954), bensì del vile tentativo di sopprimere nella culla, per così dire, la neonata legge, il cui testo è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania il 25 febbraio, giusto un mese prima!

Non sappiamo se alle spalle ci sia effettivamente un “Complotto di famiglia” (1976). Quello che è certo che in quella notte  si consuma un vile delitto, che stride maledettamente col clima della Domenica in cui ci si scambia ramoscelli d’ulivo in segno di pace… Non c’è dubbio che si possa perfino parlare di “Intrigo internazionale” (1959), dal momento che una sorte simile stanno già subendo – dalla Spagna agli Stati Uniti – anche altre leggi sulle “energie pulite”. Una volta approvate a livello statale o regionale, infatti, sono state o stanno per essere impietosamente stroncate o mutilate da ricorsi governativi o da altre norme federali, dietro la spinta delle lobbies petrolifere e dei strenui difensori del “libero mercato”.

<< “Abbiamo imposto vincoli troppo stretti: non ce l’avremmo mai fatta”, si giustifica Fulvio Martusciello, consigliere delegato per le attività produttive e firmatario dell’emendamento. Strano però il blitz notturno. Già. Perché occorre riportare indietro l’orologio, alle ore 20 della domenica delle Palme, quando viene convocata una riunione della commissione Bilancio e Finanze per discutere della finanziaria regionale. Alle 4 del mattino arriva l’emendamento presentato dal consigliere pdl Martusciello che, sic et simpliciter, contempla nel comma 4 dell’articolo 92 della Finanziaria, l’abrogazione degli articoli 3,4,5,6,7,e,9 della Legge regionale n. 1 del 18 febbraio 2013 (…) E quindi, in sintesi, in un colpo solo vengono cancellati una serie di elementi. I più importanti…>> (vedi articolo già cit. da IL MATTINO).  Il colpo di scena non si può negare, così come la suspense che squarcia drammaticamente una vicenda che sembrava essersi felicemente conclusa. A dire il vero, però, più che ad un omicidio quest’azione somiglia ad un suicidio, visto che la Regione ci lascia la sconvolgente sensazione di aver accoltellato se stessa sotto la metaforica ‘doccia’ dello Psyco-dramma consumato come una bieca congiura, nel silenzioso e vuoto Centro Direzionale di Napoli…

<<L’abrogazione passa a maggioranza  nel cuore della notte, quando l’attenzione è ormai calata in commissione, nonostante il voto contrario dei consiglieri dell’opposizione…– prosegue la cronaca del giornalista de Il Mattino – Tutto cancellato: della legge approvata non rimane praticamente nulla…>>.

L’imbarazzante réportage del quotidiano – nell’imbarazzato silenzio degli altri media – suona come un campanello d’allarme sul livello a cui è giunta la politica regionale. Il giornalista allora incalza con i suoi interrogativi indiscreti l’esecutore materiale della soppressione della neonata legge: <<…”Questione di tempi. Sono stretti, troppo stretti e gli obiettivi prefissati sono quasi impossibili da raggiungere, a partire da quest’anno”. Ma possibile che nessuno in tutti gli uffici della Regione, senza contare le (tre) commissioni, se ne sia accorto prima?…>> (v.s.). L’interrogativo resta senza risposta per alcuni giorni, fino a quando lo stesso Martusciello si decide a depositare le motivazioni del suo emendamento soppressivo (si dice proprio così…), accampando motivi di legittimità costituzionale della norma approvata, lasciando così maldestramente trasparire che i ‘mandanti’ della soppressione degli articoli in questione vanno cercati più in alto…  Solo tre giorni dopo l’articolo de Il Mattino, infatti, un comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri rende noto che il Governo – nella riunione del 6 aprile: <<…. ha deliberato l’impugnativa dinanzi alla Corte Costituzionale della […]legge Regione Campania n. 1 del 18/02/2013 “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania.” in quanto alcune disposizioni in materia di produzione e di distribuzione di energia elettrica si pongono in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, in violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione e dei principi di sussidiarietà, ragionevolezza e leale collaborazione di cui agli artt. 3, 117 e 118 della Costituzione, incidendo altresì sulla competenza esclusiva statale in materia di “tutela della concorrenza”, di cui all’art. 117, secondo comma, lett. e), della Costituzione. Le medesime disposizioni regionali contrastano inoltre con i principi comunitari in violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione e con il principio di libertà d’iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione>>.  Sta di fatto che gli articoli che il Governo vorrebbe cancellare sono di meno, e meno incisivi, di quelli che l’emendamento regionale ha già deciso di far fuori senza tanti complimenti. A questo punto la trama del già poco credibile “giallo della domenica delle palme” diventa ancora più scoperta e, sullo sfondo, cominciano a scorgersi chiaramente non solo le inquietanti sagome dei “soliti noti” che manovrano le vicende della Campania, ma anche quelle della “banda del buco”, guidata dei petrolieri a cui la legge rischiava di mandare a pallino le previste trivellazioni, in aree regionali protette o di notevole peso ambientale.

Ora che, il 16 aprile scorso,  il Consiglio Regionale della Campania ha approvato in blocco – e grazie al voto di fiducia- la finanziaria 2013, compreso l’emendamento che cancella gli artt. 3,4,5,7 e 8 della legge sul solare, di “misterioso” resta molto poco. Un film (1929) del grande Hitch s’intitolava “L’isola del peccato”, però qui lo scenario del delitto è, assai più modestamente,  l’Isola F13 del Centro Direzionale di Napoli, dove si è consumata (per ora impunemente) un’altra strage di legalità. Il “Sabotaggio” (1936) di una legge che a qualcuno risultava decisamente indigesta è compiuto, ma non è detta l’ultima parola…  Quelli del Comitato promotore non hanno nessuna intenzione di demordere e, come avrebbe forse chiosato il buon vecchio Hitchcock:  “ Chi ha commesso un delitto non può certo sperare sempre di fare sonni tranquilli…Buonanotte.”

(c) 2013 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com )

DAL KANSAS ALLA CAMPANIA: LOTTA ALLE RINNOVABILI

WASHINGTON POST 2

La più grande battaglia sull’energia rinnovabile ora sta succedendo negli Stati — di BRAD PLUMMER (25.03.2013 –

WASHINGTON POST)  – Traduz. di Ermete FERRARO

http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2013/03/25/the-biggest-fights-over-renewable-energy-are-now-happening-in-the-states/?wp_login_redirect=0

<<Al giorno d’oggi, una larga porzione delle azioni in materia di energia pulita negli Stati Uniti sta accadendo a livello statale. Ventinove Stati e Washington DC hanno standard di energia rinnovabile che richiedono che le utenze elettriche traggano una parte della loro energia da fonti come l’energia eolica o solare. (Washington Post)Quelle normative a livello statale hanno giocato un ruolo importante nel raddoppiare la quantità di capacità d’energia rinnovabile negli Stati Uniti negli ultimi quattro anni. E gli attuali standard sono progettati per aggiungere altri 76.750 megawatt di nuova capacità di energia rinnovabile entro il 2025 – quella che basta, in teoria, a darla a 47 milioni di case.
Eppure quelle leggi statali sono ora di fronte a una feroce reazione sia dai gruppi di difesa dei conservatori sia da parte degli interessi sui combustibili fossili. “Almeno 22 delle 29 normative statali sulle energie rinnovabili sono stati attaccati dai legislatori e regolatori nel corso dell’ultimo anno”, scrive Herman Trabish di Greentech Media. Egli ha una nuova analisi completa, che rompe queste sfide con i numeri. Ciò comprende:
Serie sfide alle leggi statali. Gli standard statali delle rinnovabili hanno affrontato la prospettiva di essere indeboliti o abrogati definitivamente, fra gli altri posti, in Ohio, Michigan, Kansas, Missouri, North Carolina, Pennsylvania, Connecticut, Maryland, e Wisconsin.
Ad esempio, il Kansas ha attualmente uno standard che richiede che le utenze, entro il 2020, ricavino il 20 per cento della loro elettricità da fonti come l’energia eolica. Recentemente, i Repubblicani nel parlamento dello stato hanno proposto un disegno di legge che lascerebbe alla compagnie elettriche più tempo per adeguarsi. Tra le altre cose, i legislatori hanno sostenuto che le bollette elettriche sono aumentate del 37 per cento dal 2008 (il disegno di legge, alla fine, è stato respinto in Commissione).
Nel mese di novembre, la mio collega Juliet Eilperin ha riferito che molti di questi sforzi per l’abrogazione erano stati coordinati dal libertario Heartland Institute e dal conservatore Consiglio Americano per lo Scambio Legislativo. ALEC ha anche realizzato un modello legislativo, la legge sulla libertà di energia elettrica. Entrambi i gruppi sostengono che le norme sulle rinnovabili sono costose per i consumatori, in quanto eolico e solare sono spesso più costosi di carbone o gas naturale.
C’è anche denaro legato ai combustibili fossili associato a questi sforzi per l’abrogazione. “In molti casi – ha scritto Eilperin – i gruppi coinvolti accettano denaro da società produttrici di petrolio, gas e carbone, che sono in competizione verso i fornitori di energia rinnovabile.”
Tentativi d’indebolire le leggi sulle rinnovabili anche attraverso una c.d. “scappatoia idrica”. Trabish nota che le battaglia con questa “idro-scappatoia” sono trapelate a Washington, Oregon, Montana e Maine. Si tratta di una manovra legislativa più sottile, per allentare le norme sull’energia pulita.
Prendiamo il caso di Washington. Lo stato ricava già il 66% della sua elettricità da energia idroelettrica. E, nel 2006, i votanti hanno approvato una legge che richiede che i programmi di utilità ottengano un ulteriore 15% di energia elettrica da nuove fonti rinnovabili. Ma un deputato repubblicano sta ora spingendo una modifica che consentirebbe che i programmi di utilità soddisfino il requisito attraverso l’idroelettrico già esistente – una modifica che ridurrebbe significativamente l’impatto della legge originale.
Mentre questo emendamento sull’energia idroelettrica è difficile che passi di Washington, una legge simile ha appena superato l’approvazione del Parlamento dello Stato del Montana, e potrebbe raggiungere la scrivania del governatore per il secondo anno consecutivo (l’ultima volta era stato posto il veto del governatore democratico Brian Schweitzer).
Sfide legali e altri attacchi. C’è un procedimento legale contro le normative sulle rinnovabili nel Colorado (30 per cento entro il 2020) che denuncia che la norma violerebbe la clausola sul commercio. Nel frattempo, nel New Hampshire, i legislatori conservatori stanno cercando di tirare fuori lo stato RGGI, il sistema regionale “cap-and-trade” per servizi elettrici, che potrebbe compromettere il mercato delle rinnovabili nello Stato.
È qui possibile leggere l’elenco completo delle sfide nella relazione GreentechMedia . Essa rileva che le norme rinnovabili sono in gran parte state lasciate sole in Stati profondamente Democratici (blù) come la California, New York, Illinois e New Jersey.
Riferimenti: Per uno sguardo più dettagliato alle norme statali rinnovabili, ecco il database sempre utili degli incentivi statali per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.
Aggiornamenti: per uno sguardo estremamente approfondito alla lotta sulle normative per le  rinnovabili negli Stati Uniti, raccomando molto la Relazione di Maria Gallucci per InsideClimateNews. Ha una ripartizione ancora più globale delle sfide a leggi statali:
Molti di questi tentativi sono svaniti, ma alcuni stanno per essere rivitalizzati quest’anno. In totale, 42 sforzi separati stanno seguendo la loro strada attraverso legislature e tribunali in più di due dozzine di Stati, secondo la North Carolina Solar Center, una “camera di compensazione” per le politiche energetiche statali sulle rinnovabili.
“Il pericolo che alcune di queste leggi ‘ RPS’ siano abrogate è un po’ più grande quest’anno di quanto lo fosse l’anno scorso,” ha dichiarato Justin Barnes, autorevole analista politico al Centro.>>
 

QUESTO IL COMMENTO CHE HO POSTATO IN DATA 02.04.2013 >

<<Anche in Italia, le legge dello Stato e quelle regionali sulle norme per le rinnovabili sono ferocemente attaccate dagli stessi legislatori e dai gruppi conservatori. Come negli Stati Uniti, gli interessi dei combustibili fossili stanno cercando d’indebolire o di abrogare le nuove normative italiane sulle rinnovabili. Un caso lampante è quello della Campania, dove un disegno di legge  è stata approvata due mesi fa dal Consiglio Regionale, in base ad proposta d’iniziativa popolare, per diffondere la cultura dell’energia solare e per stabilire che, dal 2020, il 60% dell’energia in questa Regione sarà ricavata da fonti rinnovabili. Firmata da quasi 20.000 cittadini ed approvata all’unanimità da tre Commissioni e dal Consiglio Regionale, quest’innovativa proposta è alla fine diventata Legge. Durante il dibattito preliminare sul bilancio regionale, tuttavia, è stato approvato anche un emendamento alla legge finanziaria che, a tradimento, cancella 6 dei 10 articoli della legge che favorisce l’energia solare e le rinnovabili in Campania. Il Comitato che ha promosso la legge sta perciò raccogliendo firma per una petizione e sta spingendo la gente ad inviare e-mail di protesta, per bloccare questa manovra. Il nostro movimento, come negli Stati Uniti, deve ora fronteggiare i duri e sleali attacchi da parte di quelli che vogliono difendere gli interessi delle lobbies del petrolio. Noi lo faremo in nome di un futuro sostenibile e – al contrario dei nostri avversari – alla luce del sole… 

Ermete Ferraro www.laciviltadelsole.org  >>

PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE CLIC SUL COLLEGAMENTO:

http://www.activism.com/it_IT/petizione/appello-a-difendere-la-legge-regionale-sul-solare-in-campania/43042

CAMPANIA BELLATRIX

campania armata“Campania felix” era il beneaugurante nome degli antichi Romani diedero al fertile “Ager campanus” , che si estendeva dalle pendici del monte Massico fino ai Campi Flegrei, collegandosi poi con l’area vesuviana. Nel Medioevo si sovrappose il nome “Terra di lavoro” ed essa arrivò a comprendere nel periodo borbonico la provincia di Caserta e parte del basso Lazio.  Purtroppo, di quella prosperosa “Campania felix” resta ben poco ed altri attributi caratterizzano l’attuale Campania. Basta scorrere le statistiche fornite da Istat.it – Campania per rendersi conto che, a parte la negatività di degli indici economici, non c’è da stare allegri. Anche ponendosi nell’ottica dell’indice  F.I.L. (Felicità Interna Lorda), sul quale mi sono soffermato in un precedente articolo.  non sembrerebbero da considerare “felici” gli abitanti della Campania anche in base agli 11 “topics” considerati dall’ O.E.C.D. per il suo “Better Life Index” (casa, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro).

Vorrei però soffermarmi su un aspetto più specifico: l’assurda militarizzazione del territorio e del mare della mia Regione. Mentre per gli oltre 6 milioni di abitanti dei quasi 13.600 kmq di questo ancor splendido territorio tutti gli indici di sviluppo, sia economico sia sociale, registrano ormai da tempo un preoccupante trend negativo, l’unico aspetto in espansione, infatti, risulta quello della occupazione militare della Campania. Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli spiega che “militarizzare” vuol dire “sottoporre a norme e a disciplina militare categorie di cittadini o imprese, per ragioni di difesa esterna o interna”, nonché: “sottoporre a presidio militare, fortificare militarmente” un determinato territorio o una specifica installazione. E’ stato perfino formulato un indice di militarizzazione (GMI = Global Militarization Index), ricavato da vari aspetti ad essa relativi quali: il confronto tra spesa militare e PIL nazionale; il rapporto fra spese militari e spese per la salute; il raffronto tra la presenza di forze militari e paramilitari e quella di medici sul totale della popolazione e, infine, il rapporto fra numero di armamenti pesanti e la popolazione totale. Ebbene, in questo ambito, l’Italia si trova al 68° posto della classifica mondiale – che è guidata da Israele Siria e Russia – a breve distanza da Regno Unito e Spagna, con un GMI pari a 492.87. Ma se consultiamo le statistiche relative alla presenza nei vari Paesi di personale militare e paramilitare, l’Italia si piazza su posizioni decisamente più alte. Basti pensare che il rapporto militari e cittadini italiani è addirittura di 8,2 su1000 abitanti, ben superiore, in proporzione, all’indice degli stessi Stati Uniti (7,4 ‰) o del Regno Unito (6,7 ‰).

La militarizzazione  come occupazione militare della regione Campania da parte di forze armate straniere o internazionali (USA – NATO) è l’aspetto più grave, ma non si può trascurare l’impatto su questo territorio della presenza degli stessi militari italiani, delle varie armi e formazioni.

L’Esercito Italiano – esclusi comandi e stazioni locali dei Carabinieri – conta circa 50 caserme e basi operative, disseminate nella provincia di Napoli (19), Caserta (17), Salerno (11) ed Avellino (1) ( http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?5407-Le-caserme-dell-Esercito-Italiano ).

L’Aeronautica Militare – oltre all’Accademia di Pozzuoli ed alla Scuola Specialisti di Caserta, presenta in Campania il 22° Gruppo Radar (GRAM) di Licola, il 9° Stormo di Grazzanise ed il 5° Gruppo Manutenzione Veicoli (GMV) di stanza a Capodichino ( http://www.aeronautica.difesa.it/ )

La Marina Militare, pur essendo la Campania un’importante regione marittima, presenta allo stato una scarsa presenza – eccettuati i porti nuclearizzati di Napoli e Castellammare di Stabia e la diffusa presenza della Guardia Costiera – delegando di fatto il controllo militare delle acque del basso Tirreno alla U.S. Navy ed al Comando Marittimo della NATO (con base a Nisida), alle cui operazioni partecipano come componenti dell’Alleanza le unità della M.M. italiana.

Ma, come accennavo prima, al di là delle strutture della “Difesa” italiana, la Campania spicca per la macroscopica la concentrazione di basi e comandi “alleati” e statunitensi. Fin dal dopoguerra, essi occupano militarmente le aree-chiave della nostra regione, sottraendole alla giurisdizione ed al controllo delle amministrazioni civili, rendendola un formidabile bersaglio strategico.

La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington. Che non esagero affatto lo dimostra l’elenco che segue, che censisce le installazioni militari presenti sul territorio campano:

Provincia di Napoli

  • Ischia >Antenna di telecomunicazioni USA con copertura NATO.
  • Lago Patria (Comune di Giugliano) NATO > Comando JFC (Sud Europa e Africa)
  • Licola (Comune di Giugliano) > Antenna di telecomunicazioni USA.
  • Napoli Capodichino: US NAVY > COMUSNAVEUR – AFRICOM,  Comando VI Flotta USA.
  • Napoli Camaldoli: Antenna di due radio della Marina USA (uso civile).
  • Napoli Bagnoli: NATO > ex Comando JFC Naples ; Comando NRF.
  • Napoli Nisida: NATO > Allied Maritime Component Command Naples.

Provincia di Caserta

  • Carinaro – Grazzanise > Base saltuaria USAF (aeronautica USA)- NSA  e Ospedale US NAVY
  • Baia Verde (Comune di Castelvolturno – CE) >  zona radar della NATO
  • Mondragone/ Monte Massico > Ex base USA e NATO (sotterraneo antiatomico)

Provincia di Avellino

  • Montevergine  > Stazione di comunicazioni USA.

Provincia di Salerno

Persano > Poligono di tiro dell’E.I., utilizzato anche dalla NATO

Tenuto conto della ridotta estensione territoriale di questo “pentagono della guerra”, si capisce meglio quanto assurda e pericolosa sia stata trasformazione di terre ancora produttive e di notevole interesse ambientale e storico in sedi permanenti dell’imperialismo guerrafondaio. Ai punti nevralgici di quest’irregolare pentagono troviamo: (a) Napoli (sede del Comando Supremo della US Navy per l’Europa e l’Africa, ma anche dell’ex Comando JFC-NATO di Bagnoli e del NavSouth di Nisida, tuttora parzialmente operativi); (b) Giugliano in Campania (dove, presso il Lago Patria è ora localizzato il nuovo Quartier generale Comando delle forze congiunte della NATO, a breve distanza dal suo Centro Radar di Licola); (c) l’area dell’Alto Casertano (al cui interno ricadono sia l’aeroporto militare e la base di supporto della US Navy di Gricignano d’Aversa, sia due postazioni teoricamente in disarmo,  come la zona radar di Castelvolturno e l’ex base antiatomica NATO-USA, celata nelle viscere del Monte Massico (Mondragone).

Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale.

Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano le strade, i tribunali e perfino le discariche. Sarà che hanno dovuto già sopportare di tutto, dalla chiusura delle fabbriche e degli esercizi commerciali alla disoccupazione giovanile galoppante, per cui gran parte delle forze nuove per le forze armate professionalizzate continuano a provenire proprio da questa “infelix” regione. Preoccupa però che 6 milioni di cittadini italiani sembrano essere in larga parte inconsapevoli – o comunque rassegnati – di fronte alla crescente militarizzazione della Campania ed ai rischi che comporta per la democrazia, la sicurezza, la salute e, soprattutto, per la pace.

Gli abitanti di Napoli e di Castellammare di Stabia, ad esempio, convivono da decenni col rischio nucleare, per la presenza di natanti a propulsione atomica nei loro porti, eppure nessuno finora si è degnato d’informarli adeguatamente del pericolo che corrono e dei piani di emergenza predisposti, sebbene da tempo si tratti d’un obbligo di legge (D. Lgs. 230/1995).

I cittadini giuglianesi, poi, si trovano da due mesi già operativo sul loro territorio un mega-comando “Alleato”, costato 191 milioni di euro (di cui 21 sborsati dalla loro Regione e dalla loro Provincia) e nel quale sono ospitati 2.100 militari e 350 civili. Questo ingombrante e fastidioso neoNATO (330.000 mq di superficie, con 280.000 metri cubi di edificazione ed una previsione di 5.000 nuove presenze in zona), accanto allo storico Lago Patria, è stato costruito inopinatamente su un’area particolarmente inquinata da decenni di incendi e sversamenti abusivi di rifiuti – alcuni dei quali tossici e nocivi – che ricade nel c.d. “triangolo della morte” (Giugliano-Acerra-Castelvolturno), gestito dalla Camorra SpA. Eppure tutto questo sembra perfettamente naturale e le autorità locali e regionali si lanciano in sperticate lodi di questa struttura che la stessa NATO ha definito un “quartier generale di guerra (warfighting headequarters), invitando bellicosamente il leone simbolo del JFC a “ruggire”.

Gli stessi Napoletani che abitano nella zona di Capodichino, oltre a subire quotidianamente l’inquinamento acustico degli aerei che decollano ed atterrano nell’omonimo aeroporto internazionale civile, convivono da anni con una delle centrali militari più importanti del mondo, il Comando Europeo ed Africano delle Forze navali americane, competente su un’area strategica enorme, che va dal Polo Nord a quello Sud, dal Mediterraneo al Mar Caspio. Eppure tutto ciò sembra ormai far parte dell’ordinario, come se fosse normale che una città – medaglia d’oro della Resistenza per essersi liberata da sola dall’occupazione nazista – debba subire passivamente l’occupazione militare USA e NATO a distanza di 68 anni dalla fine della guerra.

La scomoda verità è che il “pentagono della guerra” che ho appena descritto è la dimostrazione tangibile che chi governa l’Italia non ha nessuna intenzione di onorare l’art. 11 della sua Costituzione e, soprattutto, che la sovranità del nostro Paese è tuttora pesantemente limitata da un complesso militare-industriale al quale sembrerebbe quasi onorato di appartenere…

Ciò significa che il compito per il movimento antimilitarista e pacifista è enorme e che la sua forza attuale è ancora molto inferiore a quella occorrente. L’abolizione del servizio militare di leva – con la conseguente eliminazione del servizio civile degli obiettori di coscienza e della stessa componente civile della difesa, faticosamente conquistata – ha di fatto impedito che centinaia di migliaia di giovani si sentissero coinvolti ed impegnati in prima persona. Il resto lo ha fatto il processo di de-ideologizzazione, che ha cancellato poco alla volta ogni analisi critica dell’attuale sistema di potere e del modello di sviluppo cui è asservito, grazie anche alla banalizzazione e massificazione del pensiero unico neoliberista, cui ci ha abituato il grande fratello mediatico.

Ecco perché la lotta nonviolenta per smilitarizzare la Campania e denuclearizzare il suo mare ha bisogno di un nuovo slancio e di una vasta campagna di educazione alla pace ed alla resistenza civile. Per fare questo deve proseguire l’opera di controinformazione e di sensibilizzazione, a partire dagli abitanti delle aree più direttamente coinvolte in quest’assurda escalation militarista. Solo così – con una lotta civile, popolare e nonviolenta – potremo “togliere le basi” alla guerra globale.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’immagine che illustra il titolo è stata realizzata da E. Ferraro

GEO(DIS)GRAFIA

geografia1Dopo il precedente articolo sulle ” 5 parole della scuola” , questo secondo capitolo del nostro viaggio nella etimologia delle parole italiane – suddivise per argomenti – ci richiama una delle carenze della basi culturali di molti ragazzi. Ebbene sì, sto parlando proprio delle conoscenze un po’ approssimative che molti di voi“scolari” rivelate in geografia. Queste lacune sono aggravate anche dal fatto che in Italia – ma ancor di più in altri paesi europei e d’oltreoceano –  questa disciplina sta a poco a poco diventando la ‘cenerentola’ dell’istruzione di base, relegata com’è ad un’ora settimanale o, quando va bene, a poco più.
Beh, questa è l’occasione per rimettere la geografia in primo piano, sotto i riflettori della nostra ricerca etimologica, scoprendone la fondamentale importanza. E, del resto, quale materia potrebbe essere più utile in una realtà che sembra aver perso la bussola e che ci chiede di migliorare di molto la nostra capacità di orientarci?
Quale insegnamento può tornarci più utile di quello che ci fa riscoprire le risorse della nostra madre terra (Gea), aiutandoci a capire quanto ci siamo allontanati dalle sue leggi e quanti guai stiamo tirandoci addosso con la nostra assurda pretesa di “dominarla” anziché di “custodirla”?
Voi ragazzi di oggi, cittadini fin dentro il midollo, state progressivamente perdendo ogni contatto sia con la terra con la minuscola (intesa in senso fisico, come terreno), sia con la Terra con la maiuscola (nel senso di Pianeta, di ambiente vitale della specie umana). Non è certo colpa vostra, ma è un fatto che tutto ciò che riguarda la “natura” è ormai diventato per molti di voi solo lo sfondo del desktop della vostra esistenza, sul quale si sono sovrapposte fin troppe icone legate solo alla realtà urbana ed alla “civiltà”. C’è quella della casa sempre più tecnologica ed automatizzata, quella dei mezzi di trasporto sempre più veloci e avveniristici, quella del mondo scintillante dello shopping, oppure quelle del mondo del virtuale, si tratti della musica computerizzata e dei film in 3D o dei videogiochi e dei social network,  che vi risucchiano in una dimensione senza tempo e senza spazio.
Non c’è quindi da meravigliarsi se molti ragazzi come voi – ma anche un sacco di adulti – sono affetti da quel problema che ho chiamato scherzosamente nel titolo “geodisgrafia”. La definirei come una specie di disturbo dell’apprendimento, che consiste nel perdere contatto con l’ambiente naturale al punto tale che le nozioni geografiche diventano sempre più teoriche, vaghe ed astratte, anche parliamo della realtà  più fisica e concreta di qualunque altra.
Prendiamo la prima delle 5 parole dedicate proprio alla geografia (clic sul testo evidenziato per aprire la scheda). Come insegnante, quando parlo di “morfologia” del territorio italiano – o di qualsiasi altra parte della Terra – mi rendo conto che molti alunni/e imparano sì la differenza tra territorio pianeggiante, collinoso e montuoso, ma soltanto…a parole. Non ci sono video,fotografie o lavagne interattive che possano sostituire quello che si percepisce di persona, salendo a piedi su una collina o arrampicandoci lungo
ripidi e stretti sentieri su una vera montagna, dall’alto della quale la pianura diventa subito qualcosa di molto più evidente e significativo. Come si fa, poi, a spiegare il “regime” ed il corso di un fiume a chi non ne ha mai visto uno da vicino? Chi può illudersi di rendere con chiarezza – a parole o proiettandone le immagini – l’inquietante fascino di un cratere vulcanico o l’abbagliante senso di vuoto d’un deserto?
Sì, l’etimologia ci fa capire che studiare la “morfologia” di un territorio vuol dire spiegare con un discorso
(lògos) la sua forma (morphé) e le sue caratteristiche. Ma volete mettere quanto tutto ciò diventa
immediatamente più chiaro se nell’ambiente fisico ci muoviamo e viviamo davvero, invece di studiarlo sull’atlante o su ben illustrati manuali di geografia?
Il secondo termine da approfondire è “idrografia” , derivato dalla composizione della parola greca che indica l’acqua (hydor) col suffissoide “grafìa” (dal verbo greco “gràphein” = descrivere). Anche in questo caso si indica chiaramente che quella della carta geografica è solo una linea azzurra disegnata, più o meno lunga e tortuosa, che attraversa un’area verde (pianura), provenendo da una di colore marrone (monte) e poi giallo (collina). Sta di fatto che quel disegno non potrà mai rivelarci la bellezza e varietà d’un vero fiume, così come un bacino blu sulla cartina non potrà mai darci l’idea di che cos’è un vero lago, attraente ma anche un po’ misterioso.
Sempre di origine greca è anche l’etimologia del termine geografico “orogénesi”(composizione di “òros” = monte col suffissoide “gènesis” = origine, nascita). L’idea che anche le montagne sono nate non è proprio facile da spiegare. Eppure è proprio così e, nel corso di periodi di tempo che possiamo
solo immaginare, anche quei giganti rocciosi hanno avuto un’origine, un’evoluzione e perfino una decadenza, diventando sempre più bassi ed arrotondati, proprio come succede con l’invecchiamento a noi uomini e ad altri esponenti del mondo animale.
Chi, poi, non ha sentito parlare della “ecologìa” ?  In effetti, se ne parla soprattutto da quando abbiamo perso il nostro rapporto con l’ambiente fisico e con leggi naturali. Ecco perché oggi ci sentiamo fare sempre più discorsi e prediche in nome dell’ecologia, che non avrebbero senso se non ci fossimo da tempo avviati lungo una pericolosa strada, caratterizzata dall’estraneità nei confronti di quella nostra “casa” comune (dal gr. ôikos” = abitazione). Ecco, allora, che si rendono indispensabili i richiami degli “ecologisti”, che ci additano le allarmanti conseguenza dello sfruttamento dei terreni, delle acque e perfino del sottosuolo, accompagnate da un dissennato inquinamento delle nostre stesse fonti di vita (aria, suolo, acqua). Vivere di più immersi nella natura – piuttosto che rinchiusi nelle nostre tane di cemento ed asfalto – sarebbe comunque il modo migliore per riconciliarci con la natura e per sentircene
parte, non avversari.
L’ultima parola della nostra seconda scheda etimologica riguarda un aspetto della geografia che si definisce più“politico”,  riguardando la vita delle persone che si associano nelle città (in greco: “pòlis”).
La “demografìa”,infatti, è la descrizione (ritorna il suffissoide “grafìa”) d’una popolazione (in greco: “démos”). Anche i popoli, come le montagne, hanno un’origine, uno sviluppo, una diffusione e, prima o poi, anche un declino. Che si tratti di calo “demo-grafico” (cioè della diminuzione del numero degli abitanti di una città), oppure d’una grave crisi del suo sistema “demo-cratico” (ossia della capacità del popolo di conservare nelle proprie mani il potere – v. il suff. greco: “-crazìa” – evitando ogni forma di dittatura), studiare la geografia ci aiuta molto a capire evoluzione ed involuzione d’una civiltà.
Ignorare le basi della geografia, al contrario, potrebbe contribuire a farci diventare ancor più sbandati e privi di riferimenti, in un mondo sempre più artificiale e disconnesso dalla realtà naturale.
Per evitare questo dobbiamo imparare ad orientarci e, soprattutto, ad orientare le nostre scelte di vita.
Perciò abbiamo bisogno di una vera “bussola” che, etimologicamente parlando, è solo una scatoletta di legno di bosso (dal lat.: “bùxus”), che contiene però una preziosa lancetta magnetica, grazie alla quale non dovremmo più sbagliare strada. O almeno si spera.

LE MASCHERE NUDE DELLA POLITICA

C’è qualcosa che continua a non convincermi nella politica italiana. E non è, badate bene, il fMASCHERE NUDE 1atto che di essa si possa dire tutto ed il contrario di tutto: ad esempio, che è maledettamente prevedibile ma anche che risulta incredibilmente sorprendente. La mia perplessità non riguarda nemmeno il suo scarso equilibrio, che consente ora l’inquietante stasi di un sistema vecchio ed autoreferenziale, ora clamorosi ribaltoni che sembrano scompaginare del tutto quello stesso sistema.

Ciò che non mi convince non è neppure che sembra proprio che non abbiamo ancora imparato a diffidare dei sondaggi e delle previsioni meteorologiche applicate al voto, che peraltro non hanno affatto una finalità che i filosofi epistemologica (cioè puramente conoscitiva), bensì pragmatica, essendo essi stessi parte di una campagna elettorale quasi esclusivamente mediatica e virtuale.

Non mi meraviglio neppure che tanti politici abbiano ricevuto delle sonore tranvate , anche perché la loro frequente estraneità alla vita quotidiana dei poveri cristi non potrebbe oggettivamente essere colmata solo dalla lettura dei giornali, visto che buona parte di essi sono scritti quasi esclusivamente per compiacere lorsignori e non certamente per raccontare la realtà.

Non mi sento neanche sconvolto dal fatto che queste elezioni abbiano dimostrato che gli Italiani non amano chi dice cose di sinistra ma preferiscono chi agita spettri e butta in aria stracci, trovando evidentemente più comodo fare campagna “contro”, prendendosela con gli aspetti più assurdi e rivoltanti della politica, anziché chiedere il voto della gente su proposte e progetti chiari, davvero alternativi a quelli dei avversari.

In effetti, le cose che non mi vanno giù e mi disturbano sono parecchie, a cominciare dal fatto che, pur essendo evidente che ci stavamo cacciando in un maledetto imbuto istituzionale, ora che ci siamo finiti dentro dobbiamo sorbirci lo stupore un po’ ebete di chi sembra invece travolto da eventi impreviste ed imprevedibili.

L’aspetto che mi urta di più, però, lo riscontro invece nella maggior parte dei commenti post-voto, espressi sia da quelli che si atteggiano ad arbitri esterni alla mischia (giornalisti et similia), sia dagli stessi giocatori ed allenatori delle squadre elettorali in campo. E non m’infastidisce tanto la loro evidente parzialità o la supponenza di chi sentenzia col cosiddetto senno di poi, ma che, gira e rigira, la “colpa” di ciò che è andato male non è mai attribuita a programmi evanescenti ed ambigui ma sempre e soltanto agli errori di chi è stato chiamati a supplirne la pochezza e/o vaghezza con la loro persona, mettendoci – come si usa dire – la faccia. Espressione che sottintende un lodevole impegno personale e diretto in favore della “causa”, una sorta di testimonianza da martiri laici, mentre perfino noi poveri elettori non possiamo fare a meno di accorgerci che dietro certe “facce” non c’è proprio niente, a parte sorrisi compiaciuti o pose aggressive, e che troppi re sono nudi.

Per carità, non voglio certo scagionare i tanti leader delle formazioni elettorali dalle legittime accuse che vengono loro rivolte dall’interno e dall’esterno dei partiti. Non mi sento nemmeno di  prosciogliere Tizio e Caio dalle pesanti responsabilità nella conduzione di una campagna elettorale così insignificantemente scialba e deprimentemente qualunquista.

Voglio soltanto dire che non me la sento di puntare anch’io il dito accusatore contro di loro, e non perché non debbano rispondere al loro elettorato degli errori che spesso hanno effettivamente commesso, ma piuttosto perché mi sembra una scorciatoia comoda, ma squallida, per non doversi interrogare sulla sostanza delle proposte politiche in campo.

Lo so: criticare chi ha perso ed esaltare chi ha vinto è un costume troppo radicato, che fa ormai parte del corredo genetico degli Italiani. Ciò non toglie che si tratti però d’un modo ipocrita di sottrarsi al giudizio delle urne, attribuendo le perdite ad una strategia sbagliata e le vittorie ad una strategia azzeccata e vincente.

E’ vero che viviamo già da tempo in un’epoca caratterizzata dal relativismo culturale ed etico, che rende possibile tutto ed il contrario di tutto, scansando accuratamente il giudizio di merito per  limitarsi a quello di metodo, come direbbe un avvocato. E’ vero anche che abbiamo assistito da un ben po’ alla cosiddetta “crisi delle ideologie”, per cui sembra che una cosa è vera e giusta solo se si realizza, mentre viceversa risulta falsa ed improponibile se non riscuote successo.

L’idea di fondo è che il merito il successo o meno di una proposta dipenda esclusivamente da chi sia riuscito a farsene credibilmente portatore ed interprete, assumendo su di sé meriti e demeriti.  Questa logica di tipo sofistico – disincarnata da ogni valutazione morale ed affidata esclusivamente alla bravura ed abilità di chi sa come convincere gli altri – non fa per me, pur essendo un estimatore dell’ars retorica e non disprezzando affatto chi sa giocare al meglio le sue carte.

Trovo però indecente l’abitudine di prendersela solo con gli errori del fantino senza interrogarsi neanche un po’ sul cavallo che gli è toccato di portare al traguardo. Fuor di metafora, non condivido che –  a poche ore di distanza dal voto per quel Parlamento che dovrebbe rappresentarci in un regime democratico –  l’unico problema su cui si confrontano commenti e  prese di posizione è dove e quanto abbia sbagliato questo o quel leader, anziché riflettere su quanto poco sia stato offerto da scegliere agli elettori italiani, al netto delle accuse reciproche dei contendenti, del loro evidente gioco delle parti e delle loro mirabolanti promesse.

La verità è che – a parte alcuni programmi di sinistra e di destra più radicali, anch’essi fondati più su stereotipi che su un vero progetto complessivo – ai cittadini chiamati alle urne è stato servito quasi esclusivamente un piatto stancamente unico, condito sì con varie salse come si usa nei soliti fast food – ma non per questo capace di suscitare entusiasmi autentici o netti rifiuti.

Insomma, con tutto il rispetto, fra i programmi elettorali del centrodestra e del centrosinistra non c’era più differenza di quanto ce ne sia fra un “Big Mac” ed un “Big King” e perciò, restando nell’esempio, la scelta fra un panino e l’altro restava quasi esclusivamente affidata al suo aspetto esteriore, al tipo di salse utilizzato oppure alla bravura a sbrigare i clienti del venditore.

La tendenza ad attribuire meriti e demeriti dei risultati elettorali dei partiti agli esponenti che li hanno caratterizzati e contraddistinti , mettendoci la faccia in senso non più metaforico, mi sembra il naturale risultato d’una politica giocata sulla personalizzazione del confronto e la trasformazione dei partiti in contenitori vaghi ed indistinti, qualificati esclusivamente dai rispettivi “duci”.

In questo mondo di “televendite” più o meno brillanti, dove ciò che conta è la bravura ed estrosità dell’imbonitore più che la qualità del prodotto, non c’è da meravigliarsi se la politica si sia ormai trasformata in un trito spettacolo cabarettistico. Però non c’è neanche da stupirsi se dalla platea si sia alzata una massa di spettatori arrabbiati, montando sul palco ed urlando ai soliti cabarettisti “Andatevene via!” , pur non avendo le idee molto chiare su come continuare lo spettacolo…

Ecco perché sono tutt’altro che contrario a critiche ed autocritiche – quando si basano su fatti e dati concreti – ma mi sento invece poco propenso ad aggiungermi al coro di chi spara sul pianista senza chiedersi se la musica fosse quella giusta.

Per me la politica è una cosa seria, se non altro perché da essa dipendono le esistenze di milioni di persone e la credibilità del nostro Paese, che non ha bisogno né di vecchi istrioni che recitano la loro parte, né di dilettanti allo sbaraglio. La politica dovrebbe farci scegliere fra modelli differenti di sviluppo, di energia, di relazioni internazionali, di attività produttive, di consumi o di gestione dei beni comuni, non fra varie guide di poco credibili coalizioni, trasformate in grotteschi personaggi da commedia dell’arte.

Non m’interessa scegliere fra Pulcinella, Balanzone o Arlecchino, bensì votare progetti che mi sento di condividere e sostenere, non da mero spettatore ma da attore civile della politica. Chi, viceversa, punta troppo a personalizzare la politica evidentemente non ha più molto da dirci ma, soprattutto, non sa o  dimentica che in latino “persona” era la maschera – tragica o comica – indossata dai teatranti per far risuonale (per-sonare) la loro voce nei teatri all’aperto.

Ebbene, sono convinto che l’Italia non abbia bisogno di questo genere di recite, ma piuttosto di proposte chiare e di gente che si dimostri affidabile e coerente e non solo convincente.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

DA PROMETEO ALLE PROMESSE DEL PROGRESSO

20130112_cna400Il mio amico Antonio D’Acunto ha scritto un interessante e profondo articolo sul mito di Prometeo come metafora del tormentato rapporto fra la Divinità, l’Umanità e gli strumenti – cognitivi e tecnologici – attraverso i quali quest’ultima ha cercato di liberarsi dalla propria condizione di bisogno, dominando la Natura. Lo spunto da cui è partito D’Acunto (v. “Crisi delle invenzioni e il dramma di Prometeo”  ( http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali ) è l’efficace immagine d’un assorto pensatore seduto sulla tazza del WC – apparsa sulla copertina del numero del 12 gennaio 2013 del prestigioso “Economist”. Dal fumetto che gli esce dalla testa, infatti, spunta un interrogativo ben preciso: “Inventeremo mai qualcosa che sia ancora così utile?” ed il parallelo col mitico Titano è richiamata anche dall’evidente somiglianza del nerboruto pensatore con quella del Prometeo raffigurato nel quadro di O. Greiner, che ho riportato più sotto.

La mia inveterata passione per le etimologie mi porta ora a soffermarmi dapprima sul significato del nome di colui che rubò il fuoco a Zeus per restituire tale risorsa gli uomini, ma anche su quello di suo fratello Epimeteo. Entrambi derivano, infatti, dallo stesso verbo greco (“manthàno” = imparare) ed i due prefissi preposizionali “pro-” (prima) e “epì-”) ne indicano appunto le caratteristiche. Prometeo è “previdente” e “riflessivo” perché “pensa prima”, mentre Epimeteo pensa e si comporta diversamente, accettando sconsideratamente il vendicativo dono di Zeus.  Nel suo riferimento al mito esiodo-eschileo di Prometeo – al tempo stesso creatore dell’Umanità e suo liberatore dalla schiavitù del bisogno e della fragilità –  l’articolo di D’Acunto non cita però un terzo importante personaggio mitico. Si tratta di Pandora, le bellissima e curiosa fanciulla che della vendetta di Zeus contro il “furto” compiuto da Prometeo sarà appunto lo strumento. La liberazione del Titano da parte di Eracle aveva fatto infuriare ulteriormente la divinità suprema, per cui fu proprio per la sua superficiale sbadataggine che Epimeteo  – sebbene fosse già stato avvisato dal previdente fratello – accolse in sposa Pandora ed il velenoso regalo di cui era inconsapevole portatrice. E fu così che ella (a dispetto del suo nome che significa: “tutti i doni” ), vinta da insana curiosità, aprì il vaso per cui è ricordata, che però avrebbe dovuto restare chiuso, facendone fuoruscire tutti i mali del mondo:

170px-Otto_Greiner_-_Prometheus“Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini….” (Esiodo, Le opere e i giorni)

L’articolo di D’Acunto è un’ottima riflessione su un antichissimo mito pagano, nel quale si sono riflessi secoli di pensiero religioso successivo, adombrando nella figura di Prometeo la ribellione della più perfetta creatura a Colui che l’aveva creato, e quindi la “hybris” che l’aveva spinta ad un’orgogliosa tracotanza, provocando la divina “némesis” (vendetta, punizione). In questa visione, la Divinità difenderebbe gelosamente le proprie prerogative dall’invadenza arrogante dell’umanità, ma non occorre un’interpretazione psicoanalitica per comprendere che si tratta di un’evidente proiezione da parte del figlio-creatura nei confronti del padre-creatore, al quale vengono attribuite le peggiori caratteristiche dell’animo umano, come la gelosia, l’avidità e la diffidenza. Non sembra un caso, quindi, che lo studioso francese abbia parlato esplicitamente del « complesso di Prometeo », definito come la tendenza ad opporsi ai propri padri e maestri per diventare come loro e più di loro, configurando tale sindrome psichica come « …il complesso d’Edipo della vita intellettuale »  (Gaston Bachelard, La Psychanalyse du feu, 1re éd. 1938, éd. Gallimard, 1949).

L’interpretazione di D’Acunto ci porta invece a scorgere dietro questo antico mito la drammatica situazione di un’Umanità cui la Natura viene contrapposta, ma che si sforza ugualmente di scoprirla e di farla propria alleata.

“…Prometeo che  accende nell’Olimpo la prima torcia della Umanità  dal Carro del Sole, come ci viene raccontato da Eschilo ….non è  un Dio potente come Zeus,  è un Titano, allo stesso tempo un semidio ed un superuomo che plasma l’Uomo stesso con il fango   e che perciò lo  considera sua creatura e l’ama e gli dà la conoscenza del cuore  del suo progresso:  il fuoco. Il dramma della sofferenza e della liberazione di  Prometeo diviene così il dramma della Umanità e  l’interpretazione di tale dramma, soprattutto poetica e filosofica, esprime la  manifestazione  del Pensare dell’Uomo rispetto alla esplorazione cognitiva della Natura, all’applicazione di tali conoscenze e alla Natura stessa…” (D’Acunto, op. cit.)

Il matrimonio fra Prometeo liberato ed Asia (una delle ninfe Oceanine che, secondo altre fonti, sarebbe invece sua madre…) è interpretato romanticamente nel poema omonimo di P. B. Shelley come l’auspicabile e felice riconciliazione tra uomo e natura, che darà inizio ad un regno di bene e di amore. In questo senso, la figura femminile di Asia si contrapporrebbe a quella di Pandora, in quanto ricostruirebbe l’armonia fra umanità e realtà naturale che la seconda invece avrebbe compromesso con le sciagure uscite dal suo temibile vaso.

Credo che il nodo della questione stia proprio qui, in questa continua antinomia fra una visione provvidenziale e benefica della Natura ed una che, viceversa, la teme come fonte di mali d’ogni tipo e come forza ostile da controllare e dominare. La natura matrigna ed estranea dell’ultimo Leopardi del c.d. “pessimismo cosmico” è la visione più tragica di questa ricerca di senso nella realtà, che troppo spesso ha lasciato l’uomo sospeso fra la disperazione di chi ha rinunciato a scorgervi qualcosa di buono ed il titanismo di chi vorrebbe invece sfidare il Creatore, interpretando i limiti imposti come una sorta di schiavitù da cui liberarsi.

La riflessione di D’Acunto, pur da laico, si allarga quindi ad una prospettiva sulla quale mi sono già soffermato più volte, cioè una visione che sappia riconciliare l’Uomo con la Natura, a partire dalla scoperta dei delicati equilibri che la governano e che stanno alla base di ciò che Giovanni XXIII definiva “un ordine stupendo” nell’enciclica “Pacem in terris” citata nell’articolo. La grandezza umana, secondo le parole del Papa, consisterebbe nella sua capacità di “…scopr[ire] tale ordine e crea[re] gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio”. Ne risulta un’impostazione che non vede affatto nel Progresso una minaccia alla fedeltà dell’uomo al suo Creatore, bensì una legittima ricerca di un bene comune e condiviso.

In tale prospettiva, anche il mitologico conflitto tra Zeus e Prometeo – afferma D’Acunto – potrebbe essere interpretata come: “la dialettica esistenziale  tra le  ragioni di Prometeo nel dono agli Uomini per il suo progresso e quelle di Zeus per le conseguenze di tale dono…” (ibidem), tenuto conto del fatto che, in nome dello stesso progresso, l’Umanità ha troppo spesso percorso una strada che non porta al miglioramento della sua vita, ma piuttosto a profonde ingiustizie, gravi alterazione degli equilibri ecologici ed al degrado del suo stesso ambiente. E’ questo atteggiamento avido e predatorio che ha portato gli uomini a trasformare la stessa Natura da scrigno di tutti i doni (pan-dora) a vaso infido, dal quale sono uscite e scaturiscono ancora immani sciagure per tutto il genere umano.

La soluzione che si propone nell’articolo è la ricerca di una saggia conciliazione tra le esigenze dell’avanzamento umano e quelle d’un ambiente che ha dei limiti naturali, che sono posti a garanzia della sua stessa conservazione,  Ci vuole, auspica d’Acunto: “…un Umanesimo capace di orientare,  interpretare e rapportare  scienza, ricerca, innovazione, tecnologia, e conseguentemente economia, produzione e lavoro  al progresso vero della intera Umanità,  di oggi e del futuro, alla Sacralità e al conseguente incondizionato Amore per la Terra e per la Sua Biodiversità ”.  Da credente, il mio approccio al dilemma posto è ovviamente diverso, pur apprezzando profondamente una simile impostazione, che – pur laicamente – riconosce la “sacralità” del mondo vivente e ne difende con passione la preziosa “biodiversità”, nel cui nome Antonio ed io ci sentiamo accomunati.

Un approccio eco-teologico alla questione deve ovviamente essere più specifico ed articolato e, da parte mia, mi sono sforzato di portare avanti questa riflessione con tre miei contributi, dedicati rispettivamente alla visione “creaturale” di San Francesco (“Laude della Biodiversità del 2005), alla Carità cosmica a partire dalla rilettura d’una lettera di san Paolo (“Adàm-Adamah: un’Agàpe cosmica” del 2008, ed alla visione del rapporto Dio-Uomo-Terra che emerge dai Salmi biblici (“Il Salmo del Creato” del 2009).  E’ da quest’ultimo saggio che risulta con più evidenza come una visione eco-teologica non sia affatto una “stranezza” modernista da guardare con diffidenza, ma piuttosto la logica impostazione di chi ritrova la saggia prospettiva della riconciliazione tra Adamo e Adamah (la Terra) nel riconoscimento della comune creaturalità già nell’Antico Testamento, ancor prima della “buona notizia” della salvezza di Cristo, apportatrice della vera liberazione dell’uomo. Ecco perché la strada da perseguire, a mio avviso, era e resta quella di una ricerca di una perduta armonia per cui, come scrivevo in quel saggio:

 “…occorre una vera conversione (ebr. “shuv”) , un’inversione di rotta, che costituisca un “ritorno” al rispetto della volontà divina, consentendoci in tal modo di fare la pace con il Creatore e, francescanamente, di stabilire una relazione fraterna con tutte le sue creature” (“Adàm-Adamàh…”, cit. p.8).

Solo così – in una prospettiva di fede ma anche di rispetto – potremo guardare positivamente  all’invenzione umana, come ci suggerisce D’Acunto, cogliendo l’infinita bellezza della Natura e “godendo del Suo universale abbraccio” (ibidem).

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LE 5 PAROLE DELLA SCUOLA

La prima parte del corso di avviamento all’etimologia, che sto svolgendo nella classe di seconda media nella quale ho solo un’ora di ‘approfondimento’ settimanale, si è conclusa con la pubblicazione di un mio manualetto online e come supporto cartaceo per gli alunni/e che partecipano a questo progetto. Per la seconda parte, di tipo più pratico ed applicativo, ho pensato ad attività di tipo laboratoriale, che richiedono strumenti e tecniche capaci di portare i ragazzi/e ad una verifica personale della competenza acquisita in teoria.
Visitando http://logophilia.in/ – interessante e accattivante sito web indiano tra i più qualificati nella diffusione della ricerca etimologica – ho trovato molto efficace la periodica presentazione d’un esempio concreto di analisi dell’origine e della logophilia1evoluzione semantica di alcune parole molto comuni, raggruppate per ambiti tematici.
Il motto di questa vivace realtà formativa indiana è: “Teach a word, you will help for a day; teach etymology, you will help for lifetime” (“Insegna una parola e darai aiuto per un giorno; insegna l’etimologia e darai aiuto per tutta la vita”). Condivido in pieno questo principio, ragion per cui mi è sembrato che questo genere di “schede” tematiche siano una risorsa particolarmente utile che, nella sua semplicità, può stimolare chi inizia questo percorso a cimentarsi in prima persona con l’indagine etimologica. Se è vero, come si proclama sul sito citato, che le parole sono uno strumento fondamentale per la conoscenza e che un ampio numero di vocaboli possono essere agevolmente decifrati attraverso la comprensione funzionale dell’etimologia, aiutare i ragazzi ed i giovani a verificare direttamente come funziona questa tecnica di analisi, facendone esperienza direttamente, perchè non ispirarsi a questa metodologia? Ecco, allora, che ho cominciato a proporre al mio gruppo-classe la prima delle ‘schede’ etimologiche dedicate a specifiche tematiche. Si tratta delle “5 parole della scuola”, che mi hanno permesso di cominciare con loro questo percorso laboratoriale, discutendo non solo della tecnica etimologica in sé, ma anche di come sia cambiato, nel tempo, il senso di tanti termini di largo uso.
Scavando nelle parole per ricavarne le radici più antiche, quindi, gli alunni/e hanno scoperto, ad esempio, che la “cattedra” non è quela scrivania dietro la quale siedono i loro insegnanti, bensì la “sedia” che – come una volta il trono del vescovo o di un governatore civile – rappresenta il simbolo della loro posizione ed autorità. O anche che “registro” è un termine di origine latina da cui sono derivati anche “registratore” e “registrazione”, trattandosi anche in questo caso di strumenti che servono a “riportare” dati e fatti. Così come hanno scoperto che lo stesso “insegnante” dovrebbe essere una persona capace di lasciare effettivamente un “segno”, una traccia, nella mente e nella coscienza dei propri alunni. Questi ultimi, poi, hanno appreso di chiamarsi così perché l’insegnamento è ciò che nutre – “alimenta” – le loro menti e li fa crescere da ogni punto di vista…..
Ebbene, come si vede da questa semplice esplorazione di cinque parole è possibile allargare il discorso e, soprattutto, incitare i ragazzi/e a seguire gli esempli forniti, provando a fare anche loro gli “Sherlock Holmes” del vocabolario, svelandone misteri e curiosità. Ecco perchè ho deciso di allargare questa esperienza a tutti gli allievi/e delle mie classi, nella speranza che anche in loro si accenda una scintilla d’interesse per la ricerca etimologica e per le sue affascinanti avventure dentro le parole.

INSIEME SI’ , MA PER QUALE ALTERNATIVA?

rivoluzione civileLo scorso 25 giugno ho postato sul mio blog un articolo riguardante la nuova situazione politica che si stava creando in Grecia, in occasione delle elezioni che si erano tenute in un momento molto delicato per quel Paese (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ ). Il fatto che SYRIZA – coalizione di sinistra radicale ed eco socialista – fosse diventata la seconda forza politica presente nel parlamento ellenico, infatti, mi sembrava un segnale da cogliere, cercando anche di comprenderne il senso e la portata. In quell’occasione, inoltre, ho affermato che: “se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto”, concludendo con l’augurio che, pur non riscontrandone le premesse, anche in Italia si potesse costruire quanto prima: “…un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico”.
Sei mesi più tardi, ora che a breve toccherà a noi italiani andare a votare per il rinnovo del nostro Parlamento e per indicare una possibile coalizione di governo, devo purtroppo constatare che quel mio auspicio è rimasto tale. Se il motto elettorale di SYRIZA, come ricordavo allora, “apriamo la strada alla speranza”, è davvero difficile affermare, invece, che il nostro panorama politico attuale apra il cuore alla speranza. Ovviamente non sto parlando di quei poco credibili partiti di plastica o di cartone che proliferano in periodo elettorale, alla faccia della tanto sbandierata ‘semplificazione’ cui ci avrebbe portato il sistema maggioritario, rispetto a quello proporzionale. No, mi riferisco proprio alle maggiori forze politiche nazionali (il vecchio centro-destra ed il vecchio centro-sinistra), che dalla ‘parentesi tecnica’ del governo Monti sono stati costrette prima ad equilibrismi incredibili pur di sostenerlo e poi a profonde revisioni pur di esorcizzare l’ingombrante pretesa degli ex-tecnici di rilanciare un confuso protagonismo centrista. A parte la scarsa credibilità di chi – da una parte e dall’altra – ha sostenuto per un anno il “rigor Montis”, senza saper oggi fornire un’indicazione seria d’un modello diverso, è evidente che per una persona come me, convintamente ecologista, socialista e pacifista, non si può ritrovare in formule elettorali così contraddittorie.
A chi non si accontenti del rassicurante quanto scolorito moderatismo del centro-sinistra, però, a parte l’ambigua demagogia del movimento dei ‘grillini’, quali possibilità di scelta rimangono?
In effetti un’alternativa ci sarebbe, ed è quella della coalizione che ha indicato come proprio leader l’ex magistrato Ingroia ed ha deciso di chiamarsi: “Rivoluzione Civile”. A prima vista potrebbe apparire una versione in salsa italica proprio dell’ellenica SYRIZA, realizzando così l’auspicio di mettere insieme le forze della sinistra radicale, ecologiste e pacifiste, nella direzione alternativa d’un modello di sviluppo equo e che si opponga sia alla violenza – sociale e militare – contro le persone, sia a quella contro gli equilibri ambientali e la biodiversità.
Potrebbe apparire così, ma la realtà mi sembra assai meno incoraggiante. Lo stesso nome scelto per quest’alleanza è sintomo di un’incertezza fra un’impostazione dichiaratamente “rivoluzionaria” ed un programma assai meno radicale nelle scelte e piuttosto vago nelle indicazioni concrete. La stessa scelta dell’aggettivo ‘civile’, fra l’altro, suona più come un rinvio ad una visione radicale e neo-illuminista che un richiamo a un’effettiva alternativa socialista. Ma il problema, ovviamente, non è solo di terminologico, visto che i 10 punti che, ad oggi, costituiscono la sintesi del programma di questo nuova alleanza mi lasciano perplesso proprio sulla sua effettiva carica ‘rivoluzionaria’.
Ho provato quindi a confrontare questo scarno manifesto “Io ci sto” di R.C. coi “40 punti’ del programma di SYRIZA per le scorse elezioni politiche in Grecia, raggruppandone le proposte in base a rubriche generali. Riporto di seguito questa mia sistemazione ‘tematica’ dei due programmi elettorali nella loro forma sintetica, ricondotti a cinque punti fondamentali: (a) riforme istituzionali, diritti e riforma e moralità della politica; (b) economia e finanza; (c) lavoro; (d) servizi educativi e socio-sanitari; (e) pace, disarmo e questioni ambientali.

I 10 PUNTI DI “RIVOLUZIONE. CIVILE”

A) RIFORME ISTITUZIONALI , DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
1) Vogliamo che la legalità e la solidarietà siano il cemento per la ricostruzione del Paese;
2) Vogliamo uno Stato laico, che assuma i diritti della persona e la differenza di genere come un’occasione per crescere;
4) Vogliamo una politica antimafia nuova che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento, ma l’eliminazione della mafia, e la colpisca nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a cominciare dal potere politico;
8) Vogliamo che i partiti escano da tutti i consigli di amministrazione, a partire dalla RAI e dagli enti pubblici, e che l’informazione non sia soggetta a bavagli;
9) Vogliamo selezionare i candidati alle prossime elezioni con il criterio della competenza, del merito e del cambiamento;
10) Vogliamo che la questione morale aperta in Italia diventi una pratica comune e non si limiti alla legalità formale, mentre ci vogliono regole per l’incandidabilità dei condannati e dei rinviati a giudizio per reati gravi. Vogliamo ripristinare il falso in bilancio e una vera legge contro il conflitto di interessi ed eliminare le leggi ad personam.

B) ECONOMIA E FINANZA
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali, per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese;
6) Vogliamo che gli imprenditori possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse.

(C) LAVORO
7) Vogliamo la democrazia nei luoghi di lavoro, il ripristino del diritto al reintegro se una sentenza giudica illegittimo il licenziamento e la centralità della contrattazione collettiva nazionale;

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
3) Vogliamo una scuola pubblica che valorizzi gli insegnanti e gli studenti con l’università e la ricerca scientifica pubbliche non sottoposte al potere economico dei privati e una sanità pubblica con al centro il paziente, la prevenzione e il riconoscimento professionale del personale del settore;

E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
5) Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini, e che la scelta della pace e del disarmo sia strumento politico dell’impegno dell’Italia nelle organizzazioni internazionali,

I 40 PUNTI PROGRAMMATICI DI “SY.RIZ.A.

(A) RIFORME ISTITUZIONALI, DIRITTI E MORALITA’ DELLA POLITICA
4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.
26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.
28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.
30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.
(B) ECONOMIA E FINANZA
1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.
2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.
3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.
5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.
7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.
8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.
17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.
18. Nazionalizzazione delle banche.
19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).
(C) LAVORO
11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).
16. Aumentare i sussidi per i disoccupati.
21. Parità salariale tra uomini e donne.
22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.
23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.
24. Recuperare i contratti collettivi.
25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.

(D) SERVIZI EDUCATIVI E SOCIO-SANITARI
12. Utilizzare edifici del governo, di banche e chiesa per ospitare i senzatetto.
13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.
14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.
15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.
16. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).
35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.
36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.
E) PACE, DISARMO E QUESTIONI AMBIENTALI
10. Tagliare drasticamente la spesa militare.
29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni…
33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.
20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.

Credo che basti anche un’occhiata a questo ‘quadro sinottico’ per fare qualche considerazione:
(i) In linea generale, il numero ridotto di punti dedicati da R.C. a certe questioni, come quella della pace, quella ambientale o quella del welfare, ancor prima del merito delle proposte avanzate, lascia perplessi sul modello alternativo di sviluppo che emerge da questa proposta politica;
(ii) la centralità dei concetti di “legalità” e quello di “moralità”, piuttosto che di equità e di diritti umani e sociali, mi sembra che costituisca un secondo elemento di differenza tra il programma di R.C. e quello di SYRIZA;
(iii) la priorità data da R.C. alla cultura come risorsa ed il richiamo alla tutela della salute e dell’ambiente e la contrarietà al peso di finanza, burocrazia e tasse sullo sviluppo – per quanto condivisibili in linea di massima – non indicano, però, un modello economico alternativo a quello liberista e privatistico attuale né delineano una chiara strategia nei confronti dei diktat dell’Europa delle banche;
(iv) su una questione centrale come quella del lavoro e dello statuto dei lavoratori, il semplice appello ad una maggiore “democrazia” da parte di R.C. appare oggettivamente debole, rifacendosi più a criteri di ‘legittimità’ dei provvedimenti che alla loro effettiva equità, aspetto invece più rilevante nel programma di SYRIZA;
(v) l’appello di R.C. a salvaguardare la natura ‘pubblica’ della scuola e della sanità – ovviamente sottoscrivibili in pieno – trascurano però del tutto il rilancio del sistema socio-assistenziale, che la relativa riforma (L. 328/2000) affida in senso federalista agli enti locali che non sono autonomi finanziariamente, e che sono quindi subiscono da anni i traumatici tagli del governo centrale al welfare;
(vi) mentre nel programma della sinistra radicale greca si parla esplicitamente di tagli alla spesa militare, di smilitarizzazione, di uscita dalla NATO e di netta opzione per le energie rinnovabili, nei ’10 punti’ di R.C. ci si limita ad un generica “scelta della pace e del disarmo” e, sul fronte ecologista, nulla si propone sul piano dell’inversione del modello energetico come fonte di uno sviluppo alternativo.
Naturalmente queste mie sono solo considerazioni personali, che affondano su una carenza di messaggi programmatici più espliciti da parte di R.C. più che su un’effettiva visione moderata o su oggettive ambiguità progettuali. Ma penso che anche ciò che non si dice abbia un peso, se ci si trova in piena campagna elettorale, per cui omissioni o concetti vaghi possono risultare sospetti.
La stessa scelta di parlare poco di programma e molto di personalità da candidare, inoltre, rischia di andare nella direzione quasi obbligata di una politica all’americana, dove ideologie e progetti a medio e lungo termini scompaiono sempre più, sovrastati dal leaderismo, dal culto mediatico dell’immagine personale dei candidati e dal simbolismo dei ‘colori’ e dei loghi.
Sinceramente mi auguro che le cose cambino e che dalla coalizione capeggiata da Ingroia esca un messaggio più chiaro e meno tatticamente vago. In caso contrario, la sinistra italiana avrà perso l’ennesima occasione per dimostrare che “cambiare si può” e, ancora una volta, invece di “aprire la strada alla speranza” ci lascerà nel vicolo cieco della rassegnazione all’esistente.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

IL PRINCIPE DELLA PACE (שַׂר־שָׁלֹֽום )

imagesCAXBNCX7In un articolo di poco più di tre mesi fa (“Il peccato delle armi”- 15.09.2012), citavo in apertura alcune parole del discorso che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato nel corso della conferenza stampa in occasione della sua visita a Beirut: “ Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare…”.

Erano, quelle del Pontefice, espressioni molto esplicite di condanna di quello che definiva un “peccato grave”, cioè dell’infame commercio di armi che alimenta le guerre e dalle guerre è alimentato, in una tragica catena che non accenna a spezzarsi. Basta, infatti, dare solo uno sguardo ad un sito che censisce i conflitti armati in corso (http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333) per scoprire che nel solo anno che si sta chiudendo la guerra è divampata in ben 24 stati dell’Africa (con 111 tra milizie e gruppi combattenti coinvolti); in 15 stati dell’Asia (con 89 gruppi armati); in 8 stati della nostra Europa (con 57 milizie in armi); in 8 stati del c.d. Medio Oriente (con 92 gruppi combattenti) e perfino in 5 stati dell’America del Sud (con 24 cartelli della droga e milizie varie). In totale, quindi, solo nel 2012 ben 60 stati hanno subito e stanno subendo, in un modo o nell’altro, la piaga dei conflitti armati, con l’utilizzo di ben 372 milizie armate e gruppi separatisti coinvolti…! 

In un recente documento, intitolato “Un Natale armato” il missionario comboniano P. Alex Zanotelli ha messo il dito anche sulla piaga dell’assurda e colpevole incoerenza di chi governa il nostro Paese, ricordando a tutti noi che: “Nel 2000 l’Italia aveva promesso all’ONU che avrebbe versato lo 0,7% del suo PIL per sconfiggere la povertà. L’Italia , all’ultimo posto nella graduatoria, ha disonorato in questi dodici anni gli impegni presi arrivando allo 0,2% del PIL mentre spende il 2% del PIL in armi. Siamo giunti così alla follia di spendere, lo scorso anno, 26 miliardi di euro (dati SIPRI) a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro per gli F-35. Si tratta di 41 miliardi di euro: una vera e propria manovra! Nessun taglio alle armi, anzi la Difesa avrà un miliardo in più da spendere nell’acquisto di sofisticati strumenti di morte. Mentre  il governo Monti ha tagliato fondi alla scuola, alla sanità, al terzo settore….”.

La nota di P. Zanotelli si conclude esprimendo una comprensibile amarezza per il silenzio della C.E.I di fronte ad una politica “…che sceglie ancora una volta la morte invece della vita”, amarezza e sconforto che è difficile non condividere, se solo si pensa alla “buona notizia” di pace e di riconciliazione che portò due millenni fa quel Gesù di Nazareth di cui abbiamo appena, festosamente, ricordato la nascita. La verità è che il “Natale armato” di chi ci governa non ha niente a che fare col Natale di Colui che è stato chiamato“Principe della Pace” (שַׂר־שָׁלֹֽום  Ser-Shalôm) – Is 9,6). E’ vero che lo stesso Gesù rispose a Pilato che l’interrogava: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Questo non vuol dire però questo mondo non abbia bisogno della Sua pace, come affermò in un’altra occasione, ma piuttosto che la pace di questo mondo è ben altra cosa da quella che Egli ci proponeva, frutto dell’amore fraterno e della riconciliazione. ( “Εἰρήνην ἀφίημι ὑμῖν εἰρήνην τὴν ἐμὴν δίδωμι ὑμῖν οὐ καθὼς ὁ κόσμος δίδωσιν ἐγὼ δίδωμι ὑμῖν” > “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io ve la do…” – Gv 14,27). In che cosa consista la “Shalôm –Eiréne” di Gesù, e quindi di quale “Regno” egli sia Principe, ce lo spiega invece san Paolo, in un passo della sua lettera ai Romani: Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. (Rom 14,17-19).

Fatta questa premessa, credo che sia importante riflettere su quanto ha voluto comunicarci S.S. Benedetto XVI nel suo tradizionale messaggio di fine d’anno, in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2013. Anche in questo documento troviamo espressioni inequivocabili di “ripudio della guerra”, alle quali però troppi Cristiani – e specificamente Cattolici – sembrano dare da troppo tempo solo il valore simbolico di “predica” natalizia… Eppure il Papa è molto chiaro:

“L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza…” .

Non mi sembra che qui si parli in generale o metaforicamente: ai credenti viene proposta un’etica profondamente alternativa a quella mercantile e tecnocratica che ci viene presentata ormai come l’unica alla quale dovremmo adattarci. Potere e profitto, così come tecnica ed efficienza sono i due binomi ai quali s’ispira “questo mondo”, ma da essi non scaturirà altro che oppressione e guerra!

Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.  Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro…”

Quest’altro brano del Messaggio del Papa è ancora più esplicito e si riferisce proprio alla ferrea convinzione – disseminata da quasi tutti i media , compresi molti che si dichiarano cattolici – che la crisi attuale sia superabile solo mediante una “crescita economica” che premi proprio il profitto, anche a costo di spazzare via i diritti e doveri sociali, insieme con le reti di solidarietà che cercano di arginarne in qualche modo i guasti per la società, a partire dai più deboli e fragili.

Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo.[…] Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico…”

Quest’ultimo passo del messaggio per la Giornata della Pace 2013 ci offre un altro importante spunti di riflessione ed una netta risposta alle citate “ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia”. L’unico “sviluppo” che un Cristiano può e deve perseguire – ci dice il Pontefice – non può che essere “integrale” (cioè di tutta la persona), “solidale” (in quanto fondato su solidi legami di fratellanza e d’aiuto reciproco) e “sostenibile” (ossia attento agli equilibri sociali come a quelli ambientali). Il suo obiettivo non può essere, quindi, che il “bene comune”, radicato in quella “comunione e condivisione” che sono l’esatto opposto dei criteri liberisti incentrati su “potere e profitto”.

Anche questa volta le parole di Benedetto XVI suonano condanna della guerra, frutto delle “crescenti disuguaglianze” e della sete di potere ed auspicio per una visione altra dello sviluppo umano e sociale, basato su un “nuovo modello economico”. Purtroppo, sappiamo già che – passati i brindisi augurali ed i fuochi pirotecnici – il dibattito nel nostro Paese tornerà stancamente sui soliti temi, perpetuando la banalità del male e diffondendo sempre più l’orwelliano “bispensiero” di chi chiama pace la guerra e giustizia la disuguaglianza sociale.

Se chi ha appena ricordato la nascita dell’Uomo-Dio  non saprà accogliere anche le parole scomode di chi oggi parla in Suo nome, sarà inutile farci gli auguri per quello che difficilmente sarà un anno davvero “nuovo”. Ma io e pochi “folli” come me ci crediamo ancora e per questo chiudo citando quanto suggeriva il “passeggere” leopardiano al “venditore di almanacchi “: – Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?…-
Auguri!

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OGGI E SEMPRE: OBIEZIONE!

Sono passati 40 anni dal lontano 15 dicembre in cui il Parlamento approvò la c.d. “Legge Marcora” (n. 772/1972), con la quale la Repubblica Italiana riconosceva, pur con riserve e taglio punitivo, il diritto d’un giovane a fare “obiezione di coscienza” al servizio militare di leva, senza per questo finire in prigione. Me ne sono reso conto, in effetti, solo quando mi è giunto l’invito al meritorio convegno organizzato a Firenze in questi giorni (15-16 dicembre 2012) dal Movimento Nonviolento e dal CNESC, il cui titolo è particolarmente stimolante: “Avrei LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA(ancora) un’obiezione! Dal carcere al servizio civile. Percorsi per una difesa civile, non armata, nonviolenta”.   Per ragioni di lavoro e familiari, non ho potuto parteciparvi e me ne dispiace non poco, visto che sarebbe stata una bella occasione per incontrare, dopo tanti anni, persone che mi sono state compagni di strada per un non breve periodo della mia vita. Erano, infatti, gli anni in cui ho partecipato attivamente alle iniziative del Movimento Nonviolento e del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) e, soprattutto, quelli della mia militanza nella L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza), di cui sono stato coordinatore per Napoli e la Campania e, nel 1977, membro della Segreteria Nazionale. Erano gli anni (1975-77) del mio servizio civile presso il centro comunitario della Casa dello Scugnizzo, un’esperienza che mi ha maturato e segnato a lungo, dando il via al mio impegno sociale. La mia natura, d’altra parte, mi porta ad essere poco nostalgico ed i ricordi m’interpellano solo perché mi costringono a fare dei bilanci. C’è da chiedersi, infatti, che cos’è rimasto, dopo 40 anni, di quell’esperienza antimilitarista e nonviolenta. Dove sono finiti quelli che allora, come me, rivendicavano il diritto non solo ad obiettare, ma a svolgere un servizio civile veramente ‘alternativo’? Dove e perché si è arenato il travagliato percorso che aveva portato l’Italia ad essere uno dei pochi paesi dotati di una legge sulla difesa civile, non armata e nonviolenta?

Stamattina – nel corso dell’esibizione dell’orchestra composta dai ragazzi/e della scuola media dove insegno – è stata eseguita la nota canzone di J. Lennon e Y. Ono: “War is over” (la guerra è superata). Ebbene, in quel momento, mentre a Firenze stavano iniziando i lavori del convegno, mi sono chiesto se quella frase abbia ancora senso, o se non ci resta che cantare: “Peace is over”….. Certo, è difficile spiegare a chi non ha vissuto quella stagione di battaglie e di speranze che cosa cercava di costruire quel gruppo di persone che – pur partendo da ispirazioni molto diverse – aveva trasformato la propria scelta personale in un’obiezione più generale al complesso militare-industriale e al concetto stesso di difesa della patria col fucile in mano. Non si trattava di marciare per la pace o di svolgere un qualunque servizio sostitutivo, pur di schivare la morsa d’un anno di naja (versione abbreviata del veneto tenaja, cioè “tenaglia”). L’ambizione, allora, era quella di fare della nostra Repubblica un Paese degno della sua Costituzione, che all’art. 11 recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Una Costituzione che, quando all’art. 52 recita che: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” non ne esclude affatto una caratterizzazione alternativa a quella di tipo militare, come sarà sancito in seguito dalla stessa Corte Costituzionale.

Per anni ho detto e scritto che il solo servizio civile non era sufficiente a qualificare quella scelta ed a costruire la pace dal basso. Bisognava passare, insistevo, dalla pura e semplice ‘obiezione di coscienza’ ad una vera ‘coscienza dell’obiezione’. Però allora non avrei immaginato che sarebbe giunto il tempo in cui, con l’abolizione del servizio militare di leva, sarebbe stato spazzato via anche il servizio civile e, con esso, il diritto/dovere ad obiettare ad uno stato dove una finta difesa divora risorse destinabili ad uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente sostenibile.  Sì, sono stati anni di lotte nonviolente, di azioni dirette, di manifestazioni ma, soprattutto, di discussioni e di elaborazioni di un modello alternativo ma realistico di difesa, ispirandosi al satyagraha gandhiano, ma anche alla nonviolenza di Capitini ed alle proposte di Ebert, Sharp, Muller, Galtung e tanti altri teorici di un’impostazione sociale, oltre che non-armata, di resistenza.  Sono stati anni in cui sarebbe stato forse opportuno evitare di parcellizzarsi eccessivamente in base a troppi distinguo ideologici, ponendo le basi d’un movimento debole, un po’ elitario e scarsamente capace d’interagire con forze politiche ed istituzioni. Purtroppo i risultati si sono visti in seguito quando, parallelamente ad un positivo percorso legislativo per riconoscere l’o.d.c. come diritto positivo a svolgere per il proprio Paese il servizio ritenuto più idoneo e coerente,sono andate avanti  l’istituzionalizzazione del servizio civile ed un contraddittorio iter di riconoscimento giuridico della difesa civile e senza armi come componente della solita “Difesa”, in uniforme e stellette. Fatto sta che quelle norme, sancite dalla legge n. 230/1998, si areneranno solo un paio di anni   dopo con l’approvazione della legge n. 331/2000, che istituiva il servizio militare professionale e, nel giro di altri 4 anni, porterà a quella n. 226/2004, che ‘sospendeva’ il servizio militare obbligatorio, quando già era stata approvata la legge n. 64/2001, che dava vita al “servizio civile nazionale”.

In pochi anni, quindi, di obiezione di coscienza, non si è sentito più neanche parlare, mentre il sistema italiano di difesa ha continuato a procedere esclusivamente in direzione dell’accresciuta efficienza, professionalità e flessibilità delle forze armate – imposta dalla NATO – lasciando arenare l’opzione civile e non armata nelle secche della burocrazia e dell’ostilità delle gerarchie militari. “Conscientious objection is over?” – verrebbe da commentare, se non ciò non suonasse quasi offensivo di fronte alla testarda tenacia di amici e compagni che, nonostante tutto, hanno continuato ad impegnarsi ed a testimoniare le loro idee. Lo hanno fatto nelle poche organizzazioni pacifiste e nonviolente rimaste, oppure si sono dedicati a quei peace studies che anche in Italia hanno trovato una discreta diffusione a livello accademico.  Il guaio è  che tutto ciò, purtroppo, non è bastato a rianimare un movimento per la pace sempre più asfittico, residuale e stretto fra priorità e compatibilità della realpolitik ed un’opinione pubblica spaventosamente disinformata, distratta e poco consapevole, nonostante la rivoluzione della multimedialità e l’informazione globalizzata. Il grande fratello mediatico, al contrario, è servito a diffondere in modo pervasivo il pensiero unico di una pseudociviltà neocapitalista, che produce saccheggi ambientali, disparità economiche ed ingiustizie sociali e poi attiva il suo sistema repressivo, in nome d’una difesa sempre più aggressiva ed esplicitamente finalizzata a salvaguardare i propri interessi.

Lo so: state pensando che parlo come un vecchio sessantottino, ancorato anacronisticamente a vecchie ideologie ed a visioni utopistiche. Beh, non mi offendo anzi, tutto sommato, sono fiero    che questi 40 anni non mi abbiano privato delle mie convinzioni, pur spingendomi ad adattarle ad un contesto sicuramente molto diverso.  Mai come adesso, comunque, appare evidente il dramma d’una società sempre più etero-diretta e militarizzata, dove si combattono guerre sanguinose chiamandole “missioni di pace” e si è giunti  ad impiegare l’esercito per difendere orribili discariche di rifiuti da pericolosi cittadini che non le vogliono più subire passivamente… Mai come adesso – se non ci si è lasciati spappolare del tutto il cervello dall’idiozia dei luoghi comuni e dell’informazione a senso unico – è impossibile non notare che, mentre la scure dei tagli governativi si è abbattuta su istruzione sanità e servizi sociali, la spesa militare italiana è stata addirittura aumentata del 5,3% per i prossimi cinque anni. Mai come adesso chi, come me, abita in Campania resta maledettamente stretto nella morsa dell’occupazione militare di NATO ed USA che, dopo 60 anni, consolidano addirittura la loro ingombrante e non richiesta protezione armata.

“Che fare?”- si sarebbe chiesto l’attivista politico d’una volta. Certo, oggi potrebbe apparire un po’ patetico, coi suoi volantini ed il suo megafono, mentre i veri politici twittano o si azzuffano nei salotti; mentre sugli schermi televisivi scorrono le immagini delle varie ‘primarie’ o ammiccano le facce di colorati leaders in cerca di seguaci, cui non hanno più uno straccio d’idea da proporre.   Che fare?, però, è una domanda che merita risposta e credo che quel che resta del movimento per la pace non possa più tergiversare, se non vuol esaurire del tutto la propria capacità di analisi e di proposta alternativa ad una società sempre più ingiusta e violenta.

Spero proprio che al convegno di Firenze non sia prevalsa la pur comprensibile tendenza al felliniano amarcord , ma si si sia riusciti a trovare le coordinate giuste per far ripartire le battaglie per una difesa civile, popolare e nonviolenta e per la smilitarizzazione del territorio. Per quanto mi riguarda, ho festeggiato l’anniversario della legge 772/1972 con un buon, vecchio, volantinaggio contro le spese militari ed il nuovo comando NATO di lago Patria nelle strade del quartiere dove abito e lavoro, in mezzo a bancarelle e melodie natalizie. “War is over?”  Se lo vogliamo davvero non sarà più solo un augurio di circostanza.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.wordpress.it )