BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

FERMATE ‘STA PAZZIA !

http://http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=wDufCXtO9h4

RIFLESSIONI DI FINE D’ANNO (SCOLASTICO)

Anche quest’anno scolastico si è chiuso con le solite statistiche pubblicate dai giornali sulla percentuale di ammessi e non ammessi nei vari livelli d’istruzione e con gli abituali commenti sulle prove nazionali per gli esami di licenza media o sulla valenza delle tracce dei temi di maturità.
Il fatto è che il baraccone mediatico segue sempre più stancamente le vicende di una scuola sballottata fra riforme e controriforme, ma sulla quale ormai si è smesso di dibattere sul serio, preferendo confluire nel pensiero unico dell’efficienza e del merito come leve dell’innovazione.
Gli stessi insegnanti – al di là delle vertenze sindacali che ne vivacizzano ogni tanto la rassegnata piattezza di chi è abituato ad “attaccare il ciuccio dove vuole il padrone” – non stanno dando segni evidenti di opposizione ad una “riforma” (ma forse sarebbe meglio parlare di “de-forma”) della scuola che continua a marciare sulle rotaie obbligate di una visione aziendalista dell’istruzione, dalla quale – non a caso – da tempo è stato espunto l’aggettivo “pubblica”.
Le parole d’ordine che piovono dalle circolari ministeriali sono ovviamente rassicuranti (trasparenza, efficienza, valutazione oggettiva etc.), ma i risultati che esse si propongono di ottenere vanno in ben altra direzione. Classificare, standardizzare e selezionare sembrano essere diventate l’ossessione della scuola italiana, travolta da un’ansia da prestazione nei confronti dei partners europei e preoccupata di competere in una specie di hit parade mondiale dei risultati formativi, alla quale si continua a dare molto credito. Come se avesse senso raffrontare i dati della Svezia con quelli della Corea o anche quelli del Trentino/Sud-Tirol con quelli della Calabria/Sud Italia…
L’INVALSI, più che un ente convenzionato, sembra essere ormai diventato il motore stesso del MIUR, il “think-tank” che dovrebbe modernizzare la scuola italiana, “allineandola” (ecco un altro dei termini di moda…) agli “standard” internazionali. L’ambiguità dell’espressione anglofila (“serbatoio di pensieri” ma anche “carrarmato ideologico”) è comunque utile per capire come mai questa prestigiosa istituzione da anni riesca a dettare l’agenda dei nostri ministri dell’istruzione, siano di centrodestra o di centrosinistra.
Per contenere e vanificare l’opposizione all’invadente standardizzazione dei “test” nazionali da parte di alcune organizzazioni – sindacali e culturali – si sono escogitati così i sistemi più squallidi, fra cui l’inserimento di queste pratiche tra i compiti ordinari dei docenti all’interno di una legge finanziaria, oppure il ricorso a “circolari ministeriali” spacciate per fonti normative. Il risultato è che, passo dopo passo (come avrebbe detto qualcuno…), la mutazione genetica della scuola italiana è sempre più evidente, colpendo anche l’istruzione superiore e, di striscio, perfino la formazione universitaria. Se poi si aggiungono le trovate ministeriali sulla “de-materializzazione degli atti” e l’imposizione alle scuole del “registro elettronico” – cui di recente ho già dedicato un commento – abbiamo un quadro abbastanza completo di una situazione che sta sfuggendo di mano sempre più a chi nella scuola ci lavora, e che avrebbe quindi il diritto di dire la sua su queste pretese innovazioni.
Lo stesso criterio per la valutazione dei risultati conseguiti dagli alunni – sia trimestrale sia finale sia di esame – riducendo tutto ad un meccanismo automatico, di natura esclusivamente aritmetica, sta svilendo il ruolo stesso dei docenti. E, soprattutto, mi sembra che stia avvilendo la collegialità e la sovranità di giudizio dei consigli di classe, ridotti a ratificatori impotenti delle banali somme delle singole valutazioni, all’insegna di una “semplificazione” che vuole a tutti i costi rendere semplice ciò che, come la valutazione in campo educativo, è invece maledettamente complessa.   Il guaio è che chi cerca di opporsi alla “gioiosa macchina da guerra” dell’invalsizzazione della scuola italiana viene subito bollato come un ribelle sinistrorso, o quanto meno, come un vetero-insegnante, di poco larghe vedute e sempre spaventato dalle novità. Ciò dipende dal solito provincialismo della cultura e dei media italiani, che non sanno o non vogliono guardarsi un po’ attorno, per verificare se le “novità” che si vogliono imporre al nostro sistema educativo siano poi così…nuove e, soprattutto, se sia proprio vero che altrove obiettivi comuni e prove nazionali sono state accolte come doni della provvidenza.

GUARDIAMOCI  UN PO’ ATTORNO

La verità, in effetti, è abbastanza lontana da quella che ci viene dipinta. Il Francia, nel Regno Unito e soprattutto negli USA gli insegnanti stanno scendendo in piazza, sempre più numerosi e incavolati, per far valere i loro diritti sindacali, ma anche per salvaguardare la loro dignità di professionisti della formazione scolastica.
Negli Stati Uniti – dove “common core” e “tests” sono già stati introdotti da decenni nelle legislazioni statali e federali – è in atto una vera e propria rivolta dei docenti e perfino dei presidi, per denunciare l’invadenza stomachevole e socialmente selettiva delle “prove nazionali”, da noi esaltate come progressiste. La chiusura di decine di scuole per volta – utilizzando gli scarsi risultati nei test come banco di prova della loro inefficienza educativa – ha reso fin troppo evidente la connessione fra questi strumenti di pretesa valutazione delle prestazioni culturali degli studenti e la subdola selezione dei docenti e degli istituti che – a loro insindacabile parere – meritano di sopravvivere ai tagli, statali e federali, nelle spese per l’istruzione.
Non sembra essere bastato che migliaia d’insegnanti americani si siano ormai rassegnati ad insegnare “per” i test piuttosto che “con” i test, stravolgendo la loro autonomia professionale e livellando l’offerta formativa a danni delle classi più povere. Questa standardizzazione non è stata evidentemente capace di evitare accorpamenti e chiusure d’istituzioni scolastiche elementari e medie ed una pesante stretta anche nelle scuole superiori. Ecco perché si è creato un diffuso movimento di insegnanti che hanno, per così dire, fatto obiezione di coscienza a queste astruse pratiche selettive. Ed ecco perché – come riportava il Washington Post lo scorso 23 maggio in un articolo intitolato “Perché i test sugli obiettivi comuni hanno fallito” una cinquantina di presidi di scuole di vario ordine e grado dello Stato di New York hanno deciso di scendere anche loro in campo, indirizzando una lettera rispettosa, ma sicuramente molto dura, al Commissario Statale all’Istruzione John King. Ne riporto alcuni passi, nella mia traduzione:
“ Il risultato è che molti studenti hanno trascorso molto del loro tempo leggendo, rileggendo ed interpretando domande difficili e confuse sulle scelte degli autori circa la struttura e l’elaborazione di testi informativi […] ma lo hanno fatto a discapito di molti degli altri profondi e ricchi obiettivi comuni…enfatizzati da stato e comuni. […] In Inglese, gli stessi standard e tutto quanto noi pedagogisti sappiamo essere vero in materia di lettura e scrittura ci dicono che interpretazioni molteplici di un testo possono essere non soltanto possibili, ma perfino necessarie ad una lettura approfondita. Tuttavia, per molte domande a scelta multipla, la distinzione tra la risposta esatta e le altre era quanto meno ridicola. Il fatto stesso che gli insegnanti riferiscono di disaccordi tra loro su quale risposta a scelta multipla fosse quella corretta, in diversi punti della prova nazionale di lingua, è indice che questa modalità di prova non è adatta agli studenti. […] Questi esami determinano la promozione degli studenti. Determinano quali singoli alumni delle scuole possono iscriversi alla scuola media ed a quella superiore. Essi sono la base sulla quale lo Stato e la Città valuteranno – pubblicamente ed in privato – gli insegnanti. Gli esami determinato se una scuola potrebbe fallire ad uno scrutinio più accurato, dopo una relazione statale o cittadina – collegata ai test – che certifichi risultati scadenti, e se rischia perfino di essere chiusa. Queste realtà ci danno una sempre più grande sensazione dell’urgenza di essere rassicurati che i test riflettano le nostre più grandi aspirazioni per il processo d’apprendimento degli studenti…”
Come mai da noi, nel Belpaese, i capi d’istituto non solo non sentono il dovere di esprimere le loro prevedibili perplessità, ma addirittura si sentono vincolati da una specie di giuramento di fedeltà ad un’amministrazione statale della scuola che, a sua volta, sembra essersi legata in un patto indissolubile con le pretese “teste d’uovo” dell’Invalsi ?
Come mai il solo fatto che alcuni docenti mettano in discussione la validità, la legittimità ed obbligatorietà delle “prove nazionali” da essa confezionate sembra essere diventato per molti presidi una specie di eresia da combattere strenuamente, un reato di “lesa maestà” ?
Eppure i 50 capi d’istituto che hanno sottoscritto la lettera al New York State Education Commissioner non hanno avuto nessuna remora a denunciare anche il grosso affare che c’è sotto questi test standardizzati, soprattutto quando dietro la loro confezione e somministrazione c’è un colosso dell’editoria come la Pearson, che si vanta nel suo sito web di aver monopolizzato anche il settore delle prove per testare le istituzioni scolastiche. Scrivono i presidi newyorkesi:
“Siamo infine preoccupati che si ponga il destino di così tante comunità educative nelle mani della Pearson – una società con una storia di errori (il più recente quello sul punteggio inesatto delle prove della Città di New York nel programma per i bambini dotati e di talento – il 13% di quelli da 4 a 7 anni che hanno sostenuto l’esame sono stati vittime di errori… ( La Pearson ha un contratto triennale col Dipartimento dell’Istruzione, per questo solo test, del valore di 5,5 milioni di dollari)…”.

DE-INVALSIZZARE LA SCUOLA ITALIANA

Ma come mai da noi nessuno va a ficcare il naso nel business editoriale delle “prove nazionali”, con le mille pubblicazioni proposte agli studenti per “esercitarsi” ad una pratica didattica che, evidentemente, è considerata ancora poco praticata nella scuola? Eppure si direbbe che tutti la vedano destinata a soppiantare quelle che troppi docenti si ostinano a seguire, come le verifiche orali dell’apprendimento, la personalizzazione dei percorsi, il lavoro di gruppo ed in gruppo, l’elaborazione personale di testi scritti di vario genere ed altre simili pratiche rètro…..
Come mai nessuno mette il naso neppure sulle convenzioni fra il MIUR e quell’INVALSI di cui poco si parla, ma che sembra esercitare un’influenza decisamente smisurata per la sua natura di medio ente, con un organico di appena 9 ricercatori su un totale di 21 persone impiegate nelle varie funzioni. Eppure anche da questo“Ente pubblico di ricerca con personalità giuridica di diritto pubblico ed autonomia amministrativa, contabile, patrimoniale, regolamentare e finanziaria, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca” – come un po’ pletoricamente si autodefinisce – dipendono le sorti di una scuola come quella italiana, che non ha certo nulla da invidiare a quelle europee o transatlantiche, ma che è da tempo affetta da un provinciale complesso d’inferiorità nei confronti delle “prestazioni” degli altri Paesi.
Come può essere che dalle verifiche predisposte da questo Ente – peraltro commissariato dal lontano 2004 e pesantemente sotto organico – dovrebbe dipendere il riscatto della scuola italiana ed il raggiungimento di obiettivi di alto livello sul piano internazionale? E, soprattutto, perché mai il lavoro di “testing” spettante all’INVALSI lo dovrebbero svolgere gli insegnanti italiani nelle loro ore di docenza e, molto spesso, senza neppure condividerne le metodologie?
L’ultima prova nazionale d’Italiano alla quale i nostri ragazzi si sono dovuti sottoporre, in coda ai soliti esami scritti di licenza media, prevedeva, fra l’altro, la risposta ad alcuni curiosi quesiti, riguardanti un brano di Vincenzo Cerami, intitolato “Un rumorino crudele” . Ebbene, è mai possibile che tanti docenti e capi d’istituto non sentano anche loro il fastidioso rumorino’ che proviene dalle scricchiolanti strutture di un Ministero che ha bisogno di ricorrere ad un ente esterno per confezionare un pacchetto di domande su un paio di testi letterari o giornalistici e su alcune questioni grammaticali?
Il secondo brano su cui si appuntavano le domande del test INVALSI era un articolo giornalistico sullo straordinario fenomeno editoriale legato alla serie di Harry Potter ed ai suoi amici maghetti. Il testo si concludeva con queste parole:  “Se milioni di ragazzi di culture diverse lo leggono con fame non è solo questione di mercato: è anche questione di cuore. E il cuore di un ragazzo bisogna ascoltarlo con le parole che ha, anche se suonano assai semplici.”.
Bene, bravi! Ma siamo proprio sicuri che il MIUR metta fra le sue priorità l’ascolto del “cuore” dei nostri ragazzi, visto che una scuola sempre più standardizzata e omologata va in direzione esattamente contraria a quel ruolo educativo e di guida, alunno per alunno, che sembra aver poco a che fare coi criteri di efficienza, di oggettività e di selezione tanto sbandierati?

UN RAP CONTRO LA SCUOLA STANDARDIZZATA

Bene hanno fatto allora gli studenti USA a lanciare il loro grido contro questa stupida imposizione di un metodo che serve solo ad aumentare le differenze socio-culturali e a tagliare i costi dell’istruzione pubblica, con la scusa dell’efficienza. E lo hanno fatto a modo loro, con un video che diffonde un efficace “rap” di Jeremy Dudley, intitolato “Stop this madness!”, cui s’ispira anche il titolo di questo commento. Riporto di seguito alcuni dei versi più significativi, che ho cercato di esprimere in italiano:
<<Fuori contatto e fuori sintonia noi siamo / sotto-insegniamo, però sovra-testiamo, /proprio dove li dovrebbero investire / invece i fondi li vogliono tagliare / ognuno, ragazzi compresi, è iper-stressato/.
Diteci allora come e perché è accaduto /che, pensando ai ragazzi, ‘sto sistema /il migliore è stato ritenuto, // In vari modi le scuole stanno stritolando / – dalle norme fiscali ai mandati senza fondo – / e se sulla strada dei soldi ci stiamo incamminando / Ci sta profitto certo se la scuola sta fallendo/ Riformare l’istruzione non è filantropia./ Se del meglio per i ragazzi non si tratta /Come diavolo può essere una cosa ben fatta?/ Cercano di contrapporre sindacati e comunità /ma: “Ferma ‘sta pazzia!” lo diciamo in unità.//
Testano i ragazzi per dire: ha colpa l’insegnante / C’entra questo piuttosto che i ragazzi / quello che loro dicono nonostante./ ‘Sto sistema è tanto pieno di difetti /che annega nei problemi /è pensare nelle bolle se tu pensi fuori schemi. / Ma pensare nelle bolle limita la creazione / Stiamo standardizzando i test o una generazione? / E questi dati chi ha il diritto di collezionare? /E perché mai c’è il diritto di selezionare?//
E’ che i politici non conoscono l’educazione / se non antepongono i ragazzi nella legislazione / Quello loro è un apprendimento soffocante / Questa dei test è una cosa ossessionante / I ragazzi meritano di meglio certamente.//
E ora stiam correndo verso ‘comuni obiettivi’ / già avvertiti di aspettarci che i nostri ragazzi / Otterranno alla fine dei punteggi cattivi. / Ragazzi di tutto il mondo, vogliamo ricordarvi / che il test è solo un test, non può classificarvi!…”

Ecco, appunto. Faremmo bene a ricordarcelo anche noi e, perché no, a lanciare anche in Italia “un rap sull’Invalsi… per non selezionare su presupposti falsi.”

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

SMATERIALIZZIAMO I PROF ?

registro digitale5Quando si sentiva parlare di “smaterializzazione”, almeno fino a poco tempo fa, l’associazione mentale immediata era con quei film di fantascienza nei quali alieni ripugnanti usavano la pistola spaziale per disintegrare i malcapitati terrestri che gli venivano a tiro. Di “materializzazione” e “smaterializzazione” si parla anche nei romanzi e film su Harry Potter ed il suo Wizarding World , ma fin qui, tutto sommato, ci poteva ancora andare bene.

Il guaio è che ne ha cominciato a parlare anche quei signori che ci governano e, soprattutto, lo hanno fatto con la supponenza che nasce dal pericoloso mix di arroganza – tipica di chi decide dall’alto – e d’ignoranza della materia su cui si pretende di decidere per tutti. La smaterializzazione di cui da qualche tempo si stanno occupando (loro preferiscono chiamarla “dematerializzazione”) rientra nel discorso generale della c.d. “semplificazione” delle procedure burocratiche. In realtà è solo un altro mantra del politichese, che dovrebbe suonare come sinonimo di efficienza e facilità di accesso ai dati, ma che spesso si è rivelato una fregatura per gli utenti dei servizi pubblici, spiazzati da procedure sconosciute e da tecnologie informatiche ancora poco generalizzabili, soprattutto in una società sempre più anziana.

Sono reduce da un incontro pomeridiano presso la mia scuola, dove un’ottantina d’insegnanti sono stati stivati in un’aula (suddividendoli in due turni, proprio a causa di problemi di connessione alla Rete nell’aula magna…) per seguire un corso accelerato di conoscenza e gestione del c.d. “registro elettronico”. Trattasi dell’ultima trovata del MIUR che, rifacendosi ad una poco chiara normativa di ordine finanziario relativa alla spending review, ha deciso di eliminare i registri cartacei entro il prossimo anno scolastico, sostituendoli con una procedura informatizzata. Certo, a prima vista potrebbe sembrare una saggia decisione, una soluzione pratica e funzionale, finalizzata ad una  maggiore trasparenza e funzionalità delle istituzioni scolastiche.  Del resto -fossero convinti o no – a tale diktat (supportato, a quanto pare, solo dalla circolare ministeriale n° 1682 del 3 ottobre 2012) la maggioranza dei collegi dei docenti sembra essersi uniformata senza “se” e senza “ma”, con supina ed impotente rassegnazione.

Eppure è bastata una sola sessione di “formazione” al nuovo miracoloso strumento elettronico per offuscare non solo l’entusiasmo di chi pensava di essere finalmente entrato nell’universo della scuola moderna, ma anche l’incredibile capacità di adattamento del vecchio docente, assuefatto ad incredibili cambiamenti di rotta e, come i carabinieri, “uso a obbedir tacendo e tacendo morir”..

Personalmente, pur impiegando da molto tempo le tecnologie più moderne nel mio lavoro d’insegnante (dalla lavagna interattiva multimediale ad un mio sito web scolastico interattivo), io non mi ritrovo né nella categoria degli entusiasti delle novità “a prescindere” (direbbe Totò), né tanto meno in quella di chi si lascia trascinare passivamente dalla corrente, senza osservazioni e senza resistenza, quando è il caso.  Non sono quindi né favorevole né contrario per principio al processo d’informatizzazione dell’insegnamento – che presenta spesso innegabili vantaggi – ma non sono neanche disposto a considerare ogni innovazione come un ovvio miglioramento, soprattutto se, anziché semplificare la didattica, la banalizza e la standardizza.

Ho letto su “la Repubblica” un ottimo contributo su questo delicato tema, a firma di Mariapia Veladiano . La scrittrice e giornalista – insegnante per vent’anni ed attualmente preside – nel suo articolo “Perché il registro elettronico è un’illusione educativa, affronta con acume e con la giusta ironia un’innovazione che non può essere ridotta ad una falsa scelta fra efficienza e burocrazia nel mondo della scuola, ma richiede maggior spirito critico sulle conseguenze più profonde sul modo di fare scuola e di far interagire docenti, alunni e genitori.

“La domanda non è se funziona o non funziona. Alla fine certo che sì. Dopo aver trovato le risorse per acquistare o affittare i notebook per tutte le aule di tutte le scuole del regno e per pagare i contratti alle aziende incaricate di risolvere i pluriquotidiani problemi tecnici e di garantire assistenza continua, dopo aver formato tutti gli insegnanti, governato le rivolte per lo stress iniziale da voti scomparsi e da password smarrita, blindato il sistema contro allievi-piccoli-hackerinformatici, alla fine funziona…” . osserva, pungente, la scrittrice-preside.

Lei, infatti, conosce troppo bene la realtà della nostra scuola per non prefigurarsi le mille disfunzioni di un sistema dove si pretenderebbe di sostituire i vecchi registri “cartacei”con moderni notebook e tablet, ma dove le poche cose finora dematerializzate sono gli statini paga degli insegnanti e la carta igienica nei bagni… Ma l’aspetto più importante che la Veladiano coglie di quest’ennesima novità piovuta sulla scuola italiana è la sua capacità di disintegrare i rapporti umani al suo interno, sostituendo la relazione diretta docenti-alunni e genitori-docenti con istantanei ed anodini report sulla posta elettronica o sulla messaggeria telefonica.

“Dove il registro elettronico c’è da un po’, capita che i genitori non si facciano più vedere ai colloqui con i docenti o alle riunioni della Consulta, basta il voto letto sul video, la media la sanno fare da sé. Come se la valutazione fosse cosa di numeri: niente storia di una conquista da raccontare e condividere, niente alleanza educativa da concordare. La scuola in numeri: quattro-cinque-sei. Oppure i genitori a scuola ci vanno, ma vanno a fine quadrimestre e a fine anno, a contestare il voto in pagella, perché non rispetta la media dei voti monitorata per mesi online. Come se il processo di apprendimento e crescita potesse diventare un numero appunto.”

In realtà, più che una scuola aperta e disponibile“online”, si direbbe che chi ci governa voglia una scuola “allineata”, dove le procedure didattiche – e non solo quelle burocratiche – diventino sempre più standardizzate e verificabili. E questo non per una migliore trasparenza dell’istituzione in sé, quanto per attivare meccanismi selettivi, di tipo competitivo-produttivistico.

Però trasformare il dialogo educativo in un’informazione che aggiorni solo su voti ed assenze, a mio giudizio, è un peccato ancor più grave perfino di quello di mandare perfidamente allo sbaraglio insegnanti ultrasessantenni, costringendoli a gestire in diretta le loro classi da una tastiera, di fronte a centinaia di smaliziati  “nativi informatici” che hanno quasi mezzo secolo meno di loro.

Giustamente, l’articolo della Veladiano sottolinea che queste procedure rischiano di avvalorare un “vuoto tremendo”, un vuoto soprattutto di fiducia, che nasce dal non doversi più guardare in faccia nel dirsi le cose, tanto ormai c’è il computer che fa la spia ai genitori e toglie loro anche il disturbo e l’imbarazzo di sentirsi raccontare dagli insegnanti come vanno i loro beneamati figlioli.

Credo che abbia profondamente ragione quando scrive che “…Più avanza il possibile della tecnologia, più bisogna custodire la materialità delle relazioni. La relazione educativa è incontro. Incontrarsi è un argine all’idea che tutto possa esaurirsi nella virtualità di un rapporto online”.  Il vero pericolo, anche secondo me, non è che larga parte dei docenti saranno prevedibilmente colti da crisi di panico o attacchi isterici di fronte a password che non fanno passare o registrazioni di dati che si rivelino poi non ben salvati o hackerati da frotte di ragazzini smanettoni. Il rischio, più grave e concreto, è che si assesti un’altra mazzata alla relazione educativa, già messa alla prova dall’invalsizzazione degli apprendimenti e dalla tendenza a trasformare i docenti in anonimi operatori scolastici etero-diretti, la cui autonomia si è ridotta quasi soltanto alla scelta dei giorni di recupero delle festività soppresse.

Il rapporto insegnanti-alunni è qualcosa di molto più spirituale e al tempo stesso più materiale di una valutazione numerica degli apprendimenti e delle competenze. E’ fatto di sguardi, silenzi, talvolta di urli e sfuriate, ma molto spesso di sorrisi e liberatorie risate collettive. Qualcosa, insomma, che non si poteva racchiudere e sintetizzare con dei numerini scritti sulle pagine quadrettate dei registri cartacei, ma che tanto meno può essere trasmesso online, digitando voti, assenze ed assegni su un computerino, magari in diretta, alla fine di una vivace lezione.

Le programmazioni didattico-educative – già da tempo orientate verso una standardizzazione dei contenuti e dei tempi di svolgimento – rischiano di diventare sempre più quel comodo “copia e incolla” che il formatore suggeriva blandamente al suo uditorio di terrorizzati docenti da formare. Sostituire la libertà d’insegnamento, la fantasia progettuale del singolo docente ed il rispetto dei tempi della classe e dei suoi componenti con procedure “copia-e-incolla” mi sembra un rischio abbastanza evidente. Sopprimere il confronto e la discussione collettiva dei consigli di classe con procedure banalmente aritmetiche e statistiche, come spesso già succede in sede di scrutini intermedi e finali, è un altro rischio di banalizzazione ed uniformità pseudo-scientifica della scuola delle crocette sui quiz e delle lezioni precotte proiettate sulle lavagne “interattive”. Tutto ciò, naturalmente, sperando che i computer di classe siano nel frattempo stati forniti, che la connessione ci sia e che la presentazione audiovisiva non disturbi troppo gli alunni, impegnati magari a fare disegnini sui diari oppure a smanettare, veloci e furtivi, sui loro smartphone

La verità è che non abbiamo bisogno di una scuola più “virtuale”  bensì più “virtuosa”. Una scuola capace di educare i ragazzi/e ai valori, al senso del limite, alla libertà “di” piuttosto che alla libertà “da”.  Non sarà certamente quello che la Veladiano chiama il “computer che denuncia” che semplificherà e renderà più trasparenti le relazioni all’interno della scuola. Se perderemo anche la capacità di guardarci negli occhi e di affrontare direttamente i problemi che essa inevitabilmente produce, non illudiamoci che spariranno anche i conflitti e che le cose andranno meglio. Saranno solo riusciti a smaterializzare gli insegnanti, sostituendoli con la scuola robotizzata di alcuni racconti di fantascienza.

Non dimentichiamo, però, che in quei racconti perfino i robot, qualche volta, si ribellano. Forse è meglio che noi lo facciamo adesso, prima che sia troppo tardi.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

 

 

 

GEO(DIS)GRAFIA

geografia1Dopo il precedente articolo sulle ” 5 parole della scuola” , questo secondo capitolo del nostro viaggio nella etimologia delle parole italiane – suddivise per argomenti – ci richiama una delle carenze della basi culturali di molti ragazzi. Ebbene sì, sto parlando proprio delle conoscenze un po’ approssimative che molti di voi“scolari” rivelate in geografia. Queste lacune sono aggravate anche dal fatto che in Italia – ma ancor di più in altri paesi europei e d’oltreoceano –  questa disciplina sta a poco a poco diventando la ‘cenerentola’ dell’istruzione di base, relegata com’è ad un’ora settimanale o, quando va bene, a poco più.
Beh, questa è l’occasione per rimettere la geografia in primo piano, sotto i riflettori della nostra ricerca etimologica, scoprendone la fondamentale importanza. E, del resto, quale materia potrebbe essere più utile in una realtà che sembra aver perso la bussola e che ci chiede di migliorare di molto la nostra capacità di orientarci?
Quale insegnamento può tornarci più utile di quello che ci fa riscoprire le risorse della nostra madre terra (Gea), aiutandoci a capire quanto ci siamo allontanati dalle sue leggi e quanti guai stiamo tirandoci addosso con la nostra assurda pretesa di “dominarla” anziché di “custodirla”?
Voi ragazzi di oggi, cittadini fin dentro il midollo, state progressivamente perdendo ogni contatto sia con la terra con la minuscola (intesa in senso fisico, come terreno), sia con la Terra con la maiuscola (nel senso di Pianeta, di ambiente vitale della specie umana). Non è certo colpa vostra, ma è un fatto che tutto ciò che riguarda la “natura” è ormai diventato per molti di voi solo lo sfondo del desktop della vostra esistenza, sul quale si sono sovrapposte fin troppe icone legate solo alla realtà urbana ed alla “civiltà”. C’è quella della casa sempre più tecnologica ed automatizzata, quella dei mezzi di trasporto sempre più veloci e avveniristici, quella del mondo scintillante dello shopping, oppure quelle del mondo del virtuale, si tratti della musica computerizzata e dei film in 3D o dei videogiochi e dei social network,  che vi risucchiano in una dimensione senza tempo e senza spazio.
Non c’è quindi da meravigliarsi se molti ragazzi come voi – ma anche un sacco di adulti – sono affetti da quel problema che ho chiamato scherzosamente nel titolo “geodisgrafia”. La definirei come una specie di disturbo dell’apprendimento, che consiste nel perdere contatto con l’ambiente naturale al punto tale che le nozioni geografiche diventano sempre più teoriche, vaghe ed astratte, anche parliamo della realtà  più fisica e concreta di qualunque altra.
Prendiamo la prima delle 5 parole dedicate proprio alla geografia (clic sul testo evidenziato per aprire la scheda). Come insegnante, quando parlo di “morfologia” del territorio italiano – o di qualsiasi altra parte della Terra – mi rendo conto che molti alunni/e imparano sì la differenza tra territorio pianeggiante, collinoso e montuoso, ma soltanto…a parole. Non ci sono video,fotografie o lavagne interattive che possano sostituire quello che si percepisce di persona, salendo a piedi su una collina o arrampicandoci lungo
ripidi e stretti sentieri su una vera montagna, dall’alto della quale la pianura diventa subito qualcosa di molto più evidente e significativo. Come si fa, poi, a spiegare il “regime” ed il corso di un fiume a chi non ne ha mai visto uno da vicino? Chi può illudersi di rendere con chiarezza – a parole o proiettandone le immagini – l’inquietante fascino di un cratere vulcanico o l’abbagliante senso di vuoto d’un deserto?
Sì, l’etimologia ci fa capire che studiare la “morfologia” di un territorio vuol dire spiegare con un discorso
(lògos) la sua forma (morphé) e le sue caratteristiche. Ma volete mettere quanto tutto ciò diventa
immediatamente più chiaro se nell’ambiente fisico ci muoviamo e viviamo davvero, invece di studiarlo sull’atlante o su ben illustrati manuali di geografia?
Il secondo termine da approfondire è “idrografia” , derivato dalla composizione della parola greca che indica l’acqua (hydor) col suffissoide “grafìa” (dal verbo greco “gràphein” = descrivere). Anche in questo caso si indica chiaramente che quella della carta geografica è solo una linea azzurra disegnata, più o meno lunga e tortuosa, che attraversa un’area verde (pianura), provenendo da una di colore marrone (monte) e poi giallo (collina). Sta di fatto che quel disegno non potrà mai rivelarci la bellezza e varietà d’un vero fiume, così come un bacino blu sulla cartina non potrà mai darci l’idea di che cos’è un vero lago, attraente ma anche un po’ misterioso.
Sempre di origine greca è anche l’etimologia del termine geografico “orogénesi”(composizione di “òros” = monte col suffissoide “gènesis” = origine, nascita). L’idea che anche le montagne sono nate non è proprio facile da spiegare. Eppure è proprio così e, nel corso di periodi di tempo che possiamo
solo immaginare, anche quei giganti rocciosi hanno avuto un’origine, un’evoluzione e perfino una decadenza, diventando sempre più bassi ed arrotondati, proprio come succede con l’invecchiamento a noi uomini e ad altri esponenti del mondo animale.
Chi, poi, non ha sentito parlare della “ecologìa” ?  In effetti, se ne parla soprattutto da quando abbiamo perso il nostro rapporto con l’ambiente fisico e con leggi naturali. Ecco perché oggi ci sentiamo fare sempre più discorsi e prediche in nome dell’ecologia, che non avrebbero senso se non ci fossimo da tempo avviati lungo una pericolosa strada, caratterizzata dall’estraneità nei confronti di quella nostra “casa” comune (dal gr. ôikos” = abitazione). Ecco, allora, che si rendono indispensabili i richiami degli “ecologisti”, che ci additano le allarmanti conseguenza dello sfruttamento dei terreni, delle acque e perfino del sottosuolo, accompagnate da un dissennato inquinamento delle nostre stesse fonti di vita (aria, suolo, acqua). Vivere di più immersi nella natura – piuttosto che rinchiusi nelle nostre tane di cemento ed asfalto – sarebbe comunque il modo migliore per riconciliarci con la natura e per sentircene
parte, non avversari.
L’ultima parola della nostra seconda scheda etimologica riguarda un aspetto della geografia che si definisce più“politico”,  riguardando la vita delle persone che si associano nelle città (in greco: “pòlis”).
La “demografìa”,infatti, è la descrizione (ritorna il suffissoide “grafìa”) d’una popolazione (in greco: “démos”). Anche i popoli, come le montagne, hanno un’origine, uno sviluppo, una diffusione e, prima o poi, anche un declino. Che si tratti di calo “demo-grafico” (cioè della diminuzione del numero degli abitanti di una città), oppure d’una grave crisi del suo sistema “demo-cratico” (ossia della capacità del popolo di conservare nelle proprie mani il potere – v. il suff. greco: “-crazìa” – evitando ogni forma di dittatura), studiare la geografia ci aiuta molto a capire evoluzione ed involuzione d’una civiltà.
Ignorare le basi della geografia, al contrario, potrebbe contribuire a farci diventare ancor più sbandati e privi di riferimenti, in un mondo sempre più artificiale e disconnesso dalla realtà naturale.
Per evitare questo dobbiamo imparare ad orientarci e, soprattutto, ad orientare le nostre scelte di vita.
Perciò abbiamo bisogno di una vera “bussola” che, etimologicamente parlando, è solo una scatoletta di legno di bosso (dal lat.: “bùxus”), che contiene però una preziosa lancetta magnetica, grazie alla quale non dovremmo più sbagliare strada. O almeno si spera.

ETIMOLOGICAMENTE PARLANDO…

“…..Se noi, consapevoli dell’eredità insita in ogni parola, esaminassimo  i nostri vocabolari, scopriremmo che dietro ogni parola si nasconde un mondo, e chi pratica le parole… dovrebbe sapere che mette in moto dei mondi, che scatena forze polivalenti…”

Heinrich Boll, 1958 (Nobel per la letteratura)

Il titolo di questo post è anche quello del progetto che ho proposto alla scuola media dove insegno, per l’a.s. 2012/13, utilizzando in almeno una classe affidatami l’ora settimanale di ‘approfondimento di lettere’.  E’ un modo per sperimentare un approccio attivo ed innovativo alla riflessione linguistica già prevista dal curricolo della scuola media puntando, in questo caso, sulla scoperta da parte degli alunni/e delle enormi risorse lessicali della lingua italiana. Tutto questo non soltanto in chiave di arricchimento del vocabolario, obiettivo che resta prioritario, ma anche di scoperta dell’evoluzione dell’Italiano, avviando i ragazzi/e delle medie alla ricerca etimologica.

Mi sono sempre meravigliato della scarsa attenzione prestata dalla scuola italiana a questi specifici aspetti della formazione linguistica degli studenti, soprattutto se si tiene conto che esiste una antica e consolidata tradizione di studio del latino e del greco e che in Italia sono state portate avanti in questo campo ricerche molto autorevoli. Il guaio è che lo studio dell’origine delle parole e della loro evoluzione semantica è stato costantemente confinato a livello universitario, senz’alcuna ricaduta sulla formazione linguistica di base dei nostri ragazzi. Non c’è niente di peggio, secondo me, per rendere questo campo di studi un polveroso esercizio accademico, un approfondimento glottologico sicuramente importante, ma del tutto privo di interesse per la maggioranza degli studenti ed anche di chi, dentro o fuori della scuola, vorrebbe forse capire qualcosa di più della propria lingua.

Ho recentemente ripetuto la ricerca su Internet, sperando di trovarvi esperienze recenti di avvio alla ricerca etimologica nella scuola italiana, ma la situazione non mi sembra affatto cambiata. Ciò vale anche per altri Paesi di cultura latina, come la Francia o la Spagna, dove – per quanto ne so – mancano progetti scolastici che vadano in tale direzione. Paradossalmente, per reperire esperienze didattiche di avvio all’etimologia per studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado bisogna spostarsi negli USA.  Ci sono stati e ci sono, infatti, molteplici progetti educativi statunitensi che valorizzano questo strumento di approfondimento linguistico, utilizzando una metodologia d’insegnamento seria ed affidabile, ma anche stimolante e coinvolgente.

Lo stesso termine “etimologia” è un importante oggetto di studio, dal momento che ci rinvia ad una ricerca del senso “vero” (etymòs) delle parole che usiamo, quanto meno nel senso di “originario”. Ci si lascia intravedere, infatti, sia la possibilità di scavare dentro di esse per trovarvi le radici più antiche e comuni, ma anche di ripercorrere l’affascinante evoluzione nel tempo della loro forma e del loro significato. In una società dove le parole stanno progressivamente smarrendo il loro senso, sostituite da slogan, frasi fatte e ‘netichette’ , credo invece che ci sia un gran bisogno di riscoprire il valore ed il significato degli strumenti di comunicazione linguistica. Si tratta, fra l’altro, di un ambito particolarmente adatto a  stuzzicare l’interesse dei ragazzi/e, abituandoli a riflettere su ciò che dicono e scrivono, ma anche ad indagare scientificamente sul senso autentico delle parole.  Da questa ricerca, infatti, emergeranno spesso le assurdità e le contraddizioni di tante nostre espressioni, ma anche divertenti aneddoti sull’origine di certi termini e paradossali stravolgimenti del senso di altre parole. La possibilità di analizzare la propria lingua con metodi che ne evidenziano la struttura interna, infine, credo che sia di grande utilità per la scoperta di collegamenti meno evidenti tra vocaboli e che rappresenti, soprattutto, una grossa risorsa, offerta agli allievi, perché riescano da soli ad avvicinarsi al senso di parole ancora sconosciute.

Presentando il mio progetto, ho chiarito allora che esso non ha solo lo scopo d’accrescere le conoscenze  linguistiche degli alunni/e, ma che persegue anche i seguenti obiettivi didattici:

1)           una reale competenza nel decifrare i segni linguistici, per ricavarne informazioni di grande utilità pratica, ai fini della comunicazione, prima ancora che dello studio delle discipline linguistico-letterarie;

2)           un obiettivo didattico di natura interdisciplinare, in quanto l’approccio etimologico alla propria lingua ne rivela sia gli aspetti storici sia quelli geografici. La scoperta dei ricorrenti meccanismi di formazione e trasformazione delle parole rappresenta inoltre un utile strumento nello studio delle lingue straniere;

3)           un ulteriore obiettivo collaterale, poiché l’introduzione all’etimologia dei vocaboli italiani è un fondamentale strumento di approccio alla lingua latina, finalizzandone lo studio.

Per quanto riguarda l’organizzazione del progetto “Etimologicamente parlando…” , ho previsto di svilupparlo nel corso delle 30 ore disponibili (una alla settimana) con la seguente articolazione:

(a)         parte introduttiva > per chiarire la materia oggetto dello studio e per fornire agli alunni/e gli strumenti lessico-grammaticali di base  per intraprendere una ricerca etimologica;

(b)         seconda parte > incentrata sull’approfondimento dei prefissi, dei suffissi e di tutti gli elementi che modifichino il concetto di base, contenuto in nuce nella radice della parola;

(c)         terza parte > dedicata alla ricerca degli elementi radicali di origine latina, greca e  germanica più ricorrenti nella formazione del vocabolario della lingua italiana;

(d)         quarta e ultima parte > applicativa di quanto appreso, dedicata a concrete esercitazioni all’analisi etimo- semantica di parole molto frequenti del lessico italiano, ma anche di termini desueti e letterari.

Il progetto utilizzerà per la sua attuazione gli abituali sussidi didattici (lavagna, computer di classe e/o LIM, appunti forniti fotocopiati agli alunni/e o dettati in aula, cartelloni riassuntivi, testi scolastici d’Italiano e  dizionari della lingua italiana). Prevedo di avvalermi anche di sussidi bibliografici specifici (manuali, dizionari etimologici…) ed anche fonti multimediali (fornendo collegamenti a siti specifici (per esercizi e giochi linguistici) ed a schede che pubblicherò sul mio sito-web scolastico (Schoolbook).

Sul piano metodologico, seguirà un approccio didattico attivo e coinvolgente, alternando le lezioni frontali col lavoro di gruppo, momenti di discussione, attività  ludiche e vere e, soprattutto, con una sorta di lavoro ‘sul campo’. Avvierò vere e proprie indagini etimologiche a tema (es.: nomi e/o cognomi, denominazione delle discipline scolastiche e/o degli sport, terminologia sanitaria, alimentare, lessico giuridico-costituzionale) e pubblicizzerò le ricerche etimologiche realizzate dal gruppo-classe mediante una pubblicazione finale (cartacea e/o multimediale).

Chiudo ricordando che “parola” – etimologicamente parlando – deriva dal latino “parabola”, a sua volta calco del greco: “parabolé”. Ogni parola, quindi, è qualcosa che viene ‘lanciata’ (gr.: bàllo ) e che percorre una traiettoria (parà) prima di giungere a destinazione. Questo termine ci ricorda anche le parabole evangeliche e la loro capacità di cogliere il segno, utilizzando però una strada metaforica e narrativa.  Bene, se col mio progetto riuscirò a ripercorrere la storia racchiusa dentro una semplice parola avrò sicuramente fatto qualcosa di utile…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

APPROFONDIAMO L’APPROFONDIMENTO

 Forse non molti ci hanno fatto caso, ma il verbo “approfondire” e la corrispondente forma sostantivata “approfondimento” si presentano come parole scomponibili in un monema lessicale (“fondo”, dal latino “fundus”) e ben due monemi modificanti, costituiti dalle preposizioni latine “ad” e “pro”. La prima esprime generalmente direzione e/o fine di un’azione, mentre la seconda indica principalmente un vantaggio derivante dall’azione stessa. Etimologicamente parlando, ne consegue che si dovrebbe parlare in modo appropriato di “approfondimento” a tre condizioni: (a) se si tratta di un’attività di studio o ricerca che va effettivamente a fondo in una questione; (b) se essa persegue un fine preciso e (c) se da quest’azione deriva un vantaggio per chi la compie.

Ho fatto questa premessa linguistica per tentare di comprendere quale altro significato sia stato invece attribuito al termine “approfondimento“ nel vocabolario MIUR-Italiano, un’opera di cui molti docenti continuano purtroppo ad avvertire l’esigenza. E’ ormai da tre anni, infatti, che l’ultima riforma della scuola secondaria di primo grado (vedi DPR 89/2009), ha introdotto questa bizzarra incognita nell’equazione inventata per sconvolgere la cattedra di lettere nel triennio delle medie, sia per banale comodità di calcolo (8 per 2 fa18), sia per l’ovvia finalità di tagliarne comunque il personale. Da allora, docenti e dirigenti scolastici sono stati lasciati in preda al dubbio più profondo sulla sua funzione, utilità ed applicazione della famigerata “ora di approfondimento di lettere”, aggiunta alle 29 curricolari che gli alunni sono tenuti a svolgere settimanalmente. A tal proposito, vi consiglio caldamente di leggere un divertente quanto acuto articolo, pubblicato due anni fa sul blog di una spiritosa collega di lettere (http://ildiariodimurasaki.blogspot.it/2010/04/ approfondimento-delle-materie.html ), ma da allora la situazione è ben lungi dall’essersi evoluta positivamente.

Lasciamo stare l’evidente impossibilità di fornire uno straccio di spiegazione logica sulla riduzione dell’insegnamento di ben quattro discipline fondamentali (italiano, storia, geografia ed educazione civica) da undici a nove ore, facendo però spuntare dalle rovine di questa decurtazione (66 ore in meno all’anno) siffatta, misteriosa, ora settimanale aggiuntiva di “approfondimento” delle medesime materie. Ciò ovviamente ha costretto parecchie  migliaia d’insegnanti ad interrogarsi – senza peraltro venirne a capo…- su questo nuovo busillis ministeriale, angosciati in effetti molto più dagli aspetti pratici della questione (come diavolo formare le cattedre così modificate e quali docenti “gratificare” con questo nuovo dono del ministero?), che da interrogativi di ordine metodologico-didattico e/o da rivendicazioni relative alle loro stessa professionalità. Da tre anni, quindi, la creatività di presidi e professori si sta sbizzarrendo a cercare la soluzione meno devastante a questo problema, oscillando tra l’estremo maligno d’ipotesi passibili di condanna da parte dell’ONU per apartheid (cioè attribuire sadicamente agli ultimi arrivati il totale del monte ore di “approfondimento”, facendo loro svolgere 18 ore di lezione in 18 classi diverse…) e quello buonista di trovate il più possibile “salomoniche”, che comportano però complessi e spesso astrusi calcoli algebrici per cercare di spalmare questo scomodo pacchetto di ore sull’intero contingente dei prof di lettere, anche a costo di distruggere l’unitarietà e la coerenza della cattedra per la quale essi sono stati nominati, in base a concorsi e/o abilitazioni ad hoc.

Per uscire un po’ dalla querelle sul senso di questa modifica e dalla ricerca dell’interpretazione autentica delle successive circolari applicative del MIUR, allora, avevo ingenuamente pensato che analizzare semanticamente la parola in questione avrebbe potuto aiutarmi a capirne meglio il senso. Ho consultato allora dizionari cartacei ed informatici, per confrontarne le definizioni che,  sommate a quanto ho detto in premessa, mi hanno fatto giungere a questa conclusione. Con “apprendimento” dovrebbe designarsi un’azione – mirata (ad) ed efficace (pro) – volta a studiare a fondo un argomento; ad analizzare i suoi aspetti; ad esaminare a fondo/sviscerare una questione, senza trascurare l’esigenza – altrettanto semanticamente fondata –  di rendere più intensa e meno superficiale tale conoscenza.

Il guaio è che questa sintetica definizione non solo non ci aiuta a dare un senso all’introduzione dell’ “ora di approfondimento di lettere” nella scuola media ma, al contrario, ne svela impietosamente la totale assurdità. Essa, infatti, non sembra rispondere a nessuno dei tre requisiti connessi alla sua etimologia ed alle possibili spiegazioni di tale lemma. Non si tratta, secondo me, né di un intervento didattico che renda più profondo lo studio delle discipline letterarie né, tanto meno, di un’azione davvero mirata ed efficace . I sinonimi utilizzati dai dizionari (studiare a fondo, esaminare, analizzare, sviscerare…) avrebbero un senso, infatti, solo se a svolgere questa operazione fossero gli stessi docenti che svolgono le ore curricolari di lettere. Il ricorso ad altri insegnanti – al di là d’illusorie pretese e pie intenzioni di ‘coordinamento’ – a mio avviso rende di fatto impossibile  approfondire l’insegnamento di qualcosa che non si conosce nemmeno e da cui non sia stato possibile, per esperienza diretta, trarre un adeguato feedback.

Prima ancora di come approfondire, a mio modesto avviso, sarebbe legittimo chiedersi perché approfondire, cioè a quale esigenza degli alunni sarebbe opportuno rispondere. In questo caso, viceversa, assistiamo da anni al disperato tentativo di dare un qualche senso ad un’intrusione del tutto immotivata nel processo educativo e didattico di un/a collega. Stando così le cose, le possibili soluzioni al problema sono state finora sostanzialmente due: (a) approfittare di quest’ora aggiuntiva per svolgere aspetti della programmazione ordinaria che spesso restano incompiuti o non svolti per niente, come l’educazione civico-sociale oppure l’analisi testuale; (b) introdurre di straforo nuovi contenuti alla stessa programmazione, come ad es. il latino oppure l’esercitazione alle prove nazionali Invalsi.

In entrambi i casi, però, mi sembra davvero difficile parlare di un vero “approfondimento”. Nel primo si tratta solo di un anomalo e spesso raffazzonato ‘recupero’ di pezzi del programma di lettere trascurati o poco sviluppati a causa della riduzione dell’orario d’insegnamento. Nel secondo, invece, o si lascia impropriamente spazio al docente ‘mordi e fuggi’ d’approfondimento la possibilità di andarsene per conto proprio, senza coerenza effettiva con le altre 9 ore di lettere, oppure lo si usa strumentalmente per fargli svolgere il ruolo di ‘trainer’ a quei test d’italiano che, anno dopo anno, stanno finendo col monopolizzare l’attenzione di scuole che, guarda caso, proprio sulla qualità dei  loro risultati si preparano ad essere ‘valutate’.

Insomma, da questo mio tentativo di approfondire la questione emerge per absurdum tutta la superficialità e faciloneria di chi ci governa ma, lasciatemelo dire, anche di una classe docente che si sta progressivamente disabituando a riflettere sul senso del proprio lavoro e sulla modificazione genetica cui la scuola è stata sottoposta nell’ultimo decennio. Anche in questo caso, infatti, l’unica motivazione ufficiale delle controriforme governative è il solito ritornello “Ce lo chiede l’Europa”. Ma siamo proprio sicuri che la richiesta di rendere più efficiente e qualificata la scuola italiana abbia qualcosa a che vedere con operazioni come l’introduzione di un’ora anomala in un curricolo di lettere precedentemente mutilato?  Per caso, non è che questa bruttura è solo il frutto, marcio, della solita “concertazione” fra sindacati e datori di lavoro, per strappare comunque dei risultati in termini quantitativi, trascurando del tutto gli aspetti qualitativi di questi compromessi?

Come mai, altrimenti, nessuno sembra accorgersi che, spezzetta oggi e spezzetta domani, la cattedra di lettere – che tanti docenti hanno tanto sudato ad ottenere – è stata ormai ridotta ad una sorta di bricolage didattico, sulla quale i dirigenti scolastici hanno carta bianca?

Sono domande serie ed impegnative, ma il mio – come quello della citata Murasaki – è solo un modesto blog e non una sede formale di discussione. Per adempiere questo compito, a dire il vero, non sono poi tanto sicuro che servano le solite tavole tra ‘esperti’ ed i dibattiti nei quali si recita abitualmente  il solito, squallido, ‘gioco delle parti’.

Quello che è certo, comunque, è che questo argomento richiederebbe un ulteriore…approfondimento.

© 2012 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro,wordpress.com )

LO STUDENTE…DI PROFILO

 La bozza delle “Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione è un recentissimo documento del MIUR, non ancora ufficiale, che è stato inviato alle scuole per essere discusso e condiviso. Opportunamente, fin dalle prime pagine, il team ministeriale di redattori e consulenti che lo hanno predisposto ha indicato le competenze  che, a loro giudizio, dovrebbero delineare il “profilo” dei nostri ragazzi/e, al termine del primo ciclo scolastico. Da insegnante di scuola media, che anche quest’anno ha portato una classe al termine del triennio, sono molto interessato ad analizzare la tipologia di alunni e di scuola che emerge da questo “profilo” delle competenze attese “in uscita” e quindi vorrei soffermarmi su alcuni punti.

  1. Ritengo positivo che sia stato precisato subito che l’obiettivo di rendere gli alunni/e in grado:    “ …di iniziare ad affrontare in autonomia e con responsabilità le situazioni tipiche della propria età, riflettendo ed esprimendo la propria personalità” sia stato integrato dall’osservazione che ciò è possibile non solo “attraverso gli apprendimenti sviluppati a scuola”, ma anche con “…lo studio personale, le esperienze educative vissute in famiglia e nella comunità”. La tendenza attuale, infatti, sembrerebbe invece quella di sovraccaricare di responsabilità educative la sola scuola, dando per scontato che risultati meno validi o insuccessi siano attribuibili esclusivamente ad una cattiva qualità dell’insegnamento. La logica aziendalmente “valutativa” e “premiale”che da alcuni anni è ….invalsa nella scuola italiana sembrerebbe andare proprio in questa direzione. Fa quindi piacere che il Ministero si mostri consapevole dei notevoli condizionamenti provenienti dalla comunità e dalle stesse famiglie che, in senso positivo o negativo, incidono comunque sugli esiti della formazione scolastica. Ecco perché valutare la qualità didattica solo sulla base dei risultati conseguiti dagli studenti appare quanto meno azzardato.
  2. La prima competenza messa in evidenza è quella linguistica, comprendente sia una buona padronanza della lingua italiana, sia la capacità di esprimersi, almeno a livello base, in due lingue europee, utilizzando in particolare l’inglese come strumento per la comunicazione informatica e le relative tecnologie. “Comprendere enunciati e testi di una certa complessità” ed “esprimere le proprie idee, adottando un registro linguistico appropriato alle diverse situazioni” sono senza dubbio obiettivi fondamentali da far conseguire ad un/a studente al termine del primo ciclo d’istruzione. Tali traguardi sono stati in seguito declinati in modo più preciso, chiarendo che l’Italiano va utilizzato, nel modo più appropriato e corretto, “per partecipare a scambi comunicativi”, per leggere testi di varia tipologia e studiare le varie discipline, per scrivere “testi chiari e coerenti” ed anche per riflettere sulle caratteristiche lessicali e morfo-sintattiche della propria lingua, in modo da “padroneggiarla”.  Tutto bene, naturalmente. Quello che non riesco a capire, però, è come il MIUR pensi di valutare se questi condivisibili obiettivi siano stati o meno conseguiti dagli studenti, utilizzando uno strumento standardizzato e poco articolato come le prove nazionali predisposte dall’Invalsi. Questi test, anche ammesso che riescano davvero a misurare le competenze relative alla comprensione dei testi scritti ed alla consapevolezza delle norme grammaticali e sintattiche della propria lingua, non sono assolutamente utili a valutare come i nostri ragazzi sappiano esprimere le loro idee nel modo più ‘appropriato’, oppure in che modo essi sappiano partecipare ad un dialogo. Per queste competenze ci vuole l’occhio e l’orecchio esperti dell’insegnante, non un questionario a risposte multiple. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per le due lingue comunitarie studiate a scuola, la cui funzione sembra essere stata banalizzata ad un elementare scambio d’informazioni da turisti oppure ad un utilizzo dei social networks. Le lingue straniere, a mio avviso, dovrebbero essere studiate e praticate per ragioni un po’ più serie e profonde di un fugace contatto turistico o di uno scambio di chiacchiere su facebook. E’ vero che il concetto stesso di competenze rinvia ad un sapere pratico ed applicativo, ma questo è solo un’ulteriore dimostrazione che chi ci governa persegue un modello scolastico che avrà sempre meno a che fare con la cultura, essendo finalizzato ad una visione pragmatica ed utilitaristica della società e della relazione sociale.
  3. Per quanto riguarda le “conoscenze matematiche e scientifico-tecnologiche” , poi, il discorso mi sembra ancora più esplicito. Le competenze richieste ad uno studente che completi il primo ciclo d’istruzione, secondo il MIUR, sarebbero quelle che gli consentano di “analizzare dati e fatti della realtà e verificare l’attendibilità delle analisi quantitative e statistiche proposte dagli altri.” Parlo di cose che non rientrano nel mio campo d’insegnamento, che è quello letterario, ma consentitemi di sentire una stretta al cuore di fronte a questa riduzione delle
    scienze e della matematica a puri strumenti di “analisi quantitativa e statistica” di quella realtà che i nostri ragazzi dovrebbero imparare a sentirsi parte. La mania quantitativa – tipica di una mentalità materialista e mercantile – rischia così di ridurre la scoperta delle meraviglie della natura o dell’armonia dei numeri e degli spazi ai loro soli aspetti ‘computabili’ e calcolabili, dai quali ovviamente esulano considerazioni etiche o ecologiche. In seguito il documento parla anche del “possesso di un pensiero razionale sviluppato”, grazie al quale lo studente sarebbe messo in grado “di affrontare problemi e situazioni sulla base di elementi certi”. Esso, inoltre, dovrebbe consentirgli di “avere consapevolezza dei limiti delle affermazioni che riguardano questioni complesse che non si prestano a spiegazioni univoche”. Anche in questo caso non metto in dubbio le affermazioni in sé, peraltro abbastanza scontate, quanto il taglio che il Ministero sembra dare allo studio della matematica, delle scienze e della tecnologia. Un taglio tardo-scientista, che rispecchia la visione dominante di un mondo dove quello che conta sarebbero solo gli “elementi certi” e le “spiegazioni univoche”. Ma il pensiero razionale non può essere confuso col razionalismo di chi spiega tutto, scartando tutto ciò che non si presti ad una sbrigativa ed assoluta “adaequatio rei et intellectus”. E’ pur vero che in un’altra parte del documento (p.45) si parla della “complessità del sistema dei viventi e della sua evoluzione nel tempo” e dell’importanza della biodiversità, accennando perfino alla finitezza delle risorse ed alla necessità di adottare “modi di vita ecologicamente responsabili”. Sembrano però delle concezioni ad un’impostazione politically correct più che delle convinzioni che inducano ad una visione più problematica e critica del rapporto uomo/ambiente.
  4. Il fatto stesso di ridurre lo studio della tecnologia quasi esclusivamente all’ambito informatico, come sembra essere prospettato nel documento ministeriale, insiste ancora una volta su una conoscenza che serve solo se si fa competenza pratica. Non nego che, scendendo nel dettaglio (p.56) , si parli anche di questioni inerenti la trasformazione delle risorse, la produzione di beni e le varie forme di energia. Si accenna perfino alla necessità di scegliere gli strumenti tecnologici “riconoscendo in ogni innovazione opportunità e rischi”, anche se più che ad una valutazione etica dei mezzi per conseguire i propri fini sembra che ci si riferisca alla semplice valutazione aziendale dei costi e dei profitti. Sta di fatto che lo studio della tecnologia viene finalizzato prevalentemente all’ambito della comunicazione e della trasmissione di informazioni, procedure ed istruzioni. Lo scopo dichiarato in premessa è quello di rendere lo studente “capace di procurarsi velocemente nuove informazioni e impegnarsi in nuovi apprendimenti anche in modo autonomo”.  Non si parla esplicitamente della “massima flessibilità organizzativa”, una formula diventata tanto cara alla logica aziendalista, ma ci siamo molto vicini…
  5. Il riferimento alla “necessità del rispetto delle regole nella convivenza civile” parrebbe ricondurci ad un ambito meno pragmatico. L’auspicata attenzione dello studente “per il bene comune e per le funzioni pubbliche alle quali partecipa” al suo livello sembrerebbe riportare le indicazioni nazionali del MIUR ad un ambito più propriamente educativo, di formazione alla cittadinanza responsabile ed attiva. Si accenna, infatti, a ragazzi impegnati in azioni di volontariato, che mostrano “originalità e spirito d’iniziativa” e che sono capaci di “assumersi le proprie responsabilità”. Peccato, però, che nella successiva declinazione dei traguardi al termine del primo ciclo d’istruzione si parli solo di obiettivi relativi alla storia ed alla geografia, senza fare neanche un cenno all’educazione civica degli studenti. Nella prima parte del documento, per essere precisi, si chiarisce che: “le competenze sociali e civiche includono competenze personali, interpersonali,interculturali e riguardano tutte le forme di comportamento che consentono alle persone di partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita sociale e lavorativa, in particolare alla vita in società sempre più diversificate, , come anche a risolvere i conflitti ove ciò sia necessario” (p. 4). Si tratta di affermazioni condivisibili, ma che lasciano ancora una volta trasparire una preoccupazione di tipo pratico, connessa alla necessità di formare i cittadini di domani ad inserirsi in modo “costruttivo” in una società sempre più multietnica, lavorativamente precaria e conflittuale. Ovviamente non c’è nulla di male in tutto ciò, ma l’educazione civica dovrebbe forse richiamare valori più ampi ed universali di un banale adattamento ad una società complessa e problematica. “Partecipare appieno alla vita civile” – l’obiettivo indicato della c.d.  ‘competenza civica’ –  richiede certamente “la conoscenza dei concetti e delle strutture sociopolitici”, ma anche qualcosa che agli estensori delle nuove indicazioni nazionali  non sembrerebbe interessare molto, cioè che tipo di cittadino e di persona la scuola intende formare. Il semplice richiamo ad una “partecipazione attiva e democratica” appare scontato e banale e, tra l’altro, dà per scontato il concetto stesso di democrazia, che è tutt’altro che univoco.

In sintesi, secondo questo documento proposto dal MIUR alle scuole, lo studente che termina il primo ciclo scolastico, visto…di profilo, dovrebbe:

a)      padroneggiare la lingua italiana e riuscire ad utilizzare altre due lingue comunitarie ad un livello elementare;

b)     saper analizzare la realtà in base alla proprie conoscenze matematiche, scientifiche e tecnologiche, per utilizzare un pensiero razionale nella soluzione dei problemi;

c)      utilizzare in modo sicuro le tecnologie della comunicazione, per cercare e analizzare dati e informazioni ed interagire con soggetti diversi;

d)     assimilare il rispetto delle regole della convivenza civile, partecipando attivamente a livello civico-sociale;

e)      dimostrare spirito d’iniziativa ed imprenditoriale, per “tradurre le idee in azione” e per “cogliere le opportunità” che la società gli offre.

Ma siamo proprio sicuri che la finalità educativa e culturale della scuola di base possa essere racchiusa in questo elenco di competenze pratiche? Io penso proprio di no, ma di questo parlerò in un’altra occasione.

© 2012 Ermete Ferraro (http://www.ermeteferraro.wordpress.com )

 

“SI VALES BENE EST. EGO VALEO”

Citando scherzosamente l’apertura d’una nota lettera di Cicerone alla moglie (Ad familiares, XIV, 8) vorrei introdurre un argomento sicuramente poco appassionante per i non addetti ai lavori ma che, d’altra parte, potrebbe avere delle ricadute non indifferenti su un servizio pubblico fondamentale come la scuola, e quindi su tutti coloro che ne fruiscono. Mi riferisco al nuovo progetto del MIUR per la valutazione delle istituzioni scolastiche, che fa seguito ai precedenti due avviati dalla ministra Gelmini (“VSQ” e “Valorizza” ), che nel frattempo si sono “spiaggiati” miseramente, dopo l’urto contro gli scogli di una scuola che pare proprio non gradire ambigue ‘sperimentazioni’. Il nuovo progetto, battezzato dallo staff del ministro Profumo col suggestivo acronimo “VALeS” (Valutazione e Sviluppo Scuola), sembrerebbe evocare il classico saluto latino, di cui Cicerone faceva spesso uso nelle sue epistole. Ebbene, direi che il problema è racchiuso proprio in quel “si vales bene est”, laddove quest’antica ed augurale formula di saluto (“è un bene se tu stai bene”) venga invece ad esprimere un legittimo dubbio sull’effettivo valore di quest’ennesimo progetto di valutazione pseudo-meritocratica della scuola. Sebbene si noti qualche lieve differenza rispetto a quelli precedenti – che hanno già drenato notevoli risorse economiche, con ben scarsi risultati, sottraendole agli stipendi degli insegnanti, attraverso il blocco degli scatti… – il nuovo progetto continua infatti a percorrere la sdrucciolevole strada della valutazione aziendalista di un’astratta “accountability” della funzione docente. la cosa peggiore è che lo fa in un momento in cui si è comunque deciso di tagliare drasticamente le risorse per la scuola pubblica, inserendo subdolamente al suo interno elementi di privatizzazione ed interessi estranei al processo formativo.

La pretesa, singolare quanto provocatoria, è che le istituzioni scolastiche (o meglio, un campione di 300 scuole italiane su 10.000, ossia il 3%) si autocandidino a partecipare a questo appassionante gioco al massacro, in cambio di una cifra capitaria che andrà da 10.000 e 20.000 euro che, precisa il MIUR, non hanno una funzione “premiale”, ma piuttosto servono a “…sostenere il piano di miglioramento”, come “…riconoscimento per il maggiore impegno profuso dalla comunità professionale nel partecipare al processo di valutazione…” http://www.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/037232a2-862b-4363-b5f9-4dfa27d0e851/progetto_vales.pdf .  La cosa che lascia perplessi è che buona parte delle organizzazioni della scuola, sindacali o no, non si siano ancora pronunciate con chiarezza sulla riproposizione di un criterio valutativo che, nei paesi in cui è stato applicato per molti anni, ha dato spesso risultati scarsi o del tutto negativi. Mi sembra quindi ancor più significativo che ad esprimere serie critiche in proposito, nel merito come nel metodo, sia stato invece un insigne docente universitario, un esperto di Statistica come il professor Giorgio Tassinari. Egli, infatti, ha contestato la pretesa scientificità d’un metodo di rilevazione dei processi di apprendimento che, pur restando saldamente ancorato al pilastro delle “prove nazionali” propinate dall’INVALSI, vorrebbe correggerne i risultati – falsati dai test in sé – mediante la stima del c.d. “valore aggiunto”.  Si tratta di confrontare i dati di un anno scolastico con quelli del successivo, per rettificare le previste distorsioni.  Il fatto è che non basta confrontare i risultati di anni successivi per ovviare ad una rilevazione meccanica e falsamente ‘oggettive’ degli apprendimenti. Scrive Tassinari:  “Se ci focalizzassimo unicamente sulle misure di tipo puntuale per la valutazione delle scuole e degli insegnanti non potremmo tener conto della qualità del percorso scolastico precedente degli alunni né dei fattori di tipo non scolastico che influenzano la loro performance. Questi fattori sono altamente correlati con le caratteristiche strutturali delle famiglie, quali il gruppo etnico o il reddito. Ne risulta che molta parte della variabilità nei punteggi medi delle scuole è causata da questa disuguaglianza nei “punti di partenza” che difficilmente può essere tenuta sotto controllo dagli insegnanti…” (http://www.inchiestaonline.it/scuola-e-universita/due-o-tre-cose-sul-progetto-vales/#comment-162 ).

Non si tratta di un’astratta e generica critica alla valutazione delle “performances” didattiche in un contesto ancora troppo variegato sul piano socio-culturale, che potrebbe formulare qualsiasi docente con un po’ di esperienza professionale. Un esperto di statistica, molto ben documentato sulle esperienze statunitensi che i nostri governi si sforzano penosamente di scimmiottare, esprime seri dubbi proprio sulla validità di simili strumenti di misurazione dei processi formativi.  “Chiariamo innanzitutto che l’impiego di test standardizzati per misurare le competenze degli studenti permette di osservare solo una frazione, probabilmente non la più importante, dell’outcome educativo degli insegnanti e delle scuole. Ovviamente dovremmo anche essere sicuri che il test somministrato sia in grado (anche con la non piccola limitazione a cui abbiamo appena accennato) di misurare effettivamente i costrutti “qualità della scuola” e “qualità dell’insegnante”, il che è assai lontano dall’essere una certezza. […] Oltre ai rischi connessi all’eccesso di variabilità delle misure e della fragilità dei risultati rispetto alle assunzioni impiegate per la modellizzazione, vi è un ulteriore rischio connesso all’uso delle misure di valore aggiunto e dei test più in generale, che potremmo chiamare effetto della norma sul comportamento.” (ibidem).

Come ho scritto in un breve commento all’articolo, condivido in pieno il qualificato e documentato intervento del prof. Tassinari. Si tratta di un’analisi che parte dai risultati quanto meno discutibili registrabili negli Stati che adottano da decenni questi sistemi di valutazione delle scuole ed i cui docenti sono stati ormai condizionati ad aderire senza condizioni ad un pervasivo modo di “teaching to the test”.  Però un insegnamento finalizzato quasi esclusivamente al superamento dei test nazionali sarebbe il modo peggiore per affrontare i pur innegabili “punti di debolezza” della scuola italiana, banalizzando la didattica e penalizzando ovviamente i contesti socialmente più fragili.  Il vero problema, d’altra parte, resta quello di definire le reali finalità della stessa valutazione. Si tratta di aiutare le situazioni più delicate con un intervento di supporto – finanziario e di qualificazione professionale degli operatori – come vorrebbero far intendere gli estensori del progetto VALeS – oppure si utilizzerà strumentalmente tale valutazione per penalizzare ulteriormente le scuole più a rischio?

I punti deboli del progetto – oltre alla ridotta capacità di rappresentazione del campione ed alla scarsa definizione degli stessi criteri metodologici – credo che siano riscontrabili soprattutto in una visione ancora freddamente tecnicista dei processi di apprendimento e in un’evidente dipendenza di tali “sperimentazioni” dalla decisione di tagliare drasticamente fondi e stipendi per la scuola pubblica. Grazie, quindi, al prof. Tassinari che ci ha ricordato, opportunamente, che chi ha la pretesa di valutare dovrebbe avere – o comunque esplicitare – una visione chiara dei propri valori di riferimento, quella che una volta si definiva “tassonomia”.

“Ogni sistema “serio”, come si dice in gergo accademico, dovrebbe avere dietro una teoria almeno a maglie larghe. Nel nostro caso, trattandosi di “valutazione”, sembrerebbe necessario aver costruito dapprima una forma, anche debole, di teoria dei valori (si badi che questa non serve all’economia capitalistica di mercato, perché il rapporto tra i prezzi di due merci esprime, da sé, il rapporto tra i rispettivi valori). Ma se il mercato non c’è, in effetti, e noi invece vorremmo indurlo artificiosamente, sembra proprio che una teoria dei valori sia necessaria. A noi rimane il dubbio che una techné che sia valida per tutte le stagioni sia, in fondo, una mistificazione. “ (ibidem) .

 I valori che vanno bene al “Mercato” – con tutti il rispetto per i Professori che ci governano – non vanno bene a chi passa la propria vita a colmare gli “spread” che si riscontrano tra le basi culturali di tanti alunni svantaggiati e quelle di pochi privilegiati. Ecco perché uno come me, – che ha insegnato per un quarto di secolo in ambienti socio-economicamente e culturalmente degradati ma che si è da poco trasferito in una “scuola di prima fascia” – prova oggi un certo disagio di fronte all’autocompiacimento col quale tanti docenti e dirigenti scolastici guardano a questi progetti. Sono convinto che la scuola pubblica non possa e non debba restare un indistinto carrozzone e che valutare la funzione docente sia un dovere di chi abbia il compito di garantire il diritto-dovere costituzionale ad un’istruzione-educazione di buon livello per tutti, a partire da chi ne ha più bisogno per diventare un cittadino responsabile e partecipe. Questo non significa, però, aderire ad una strisciante mutazione genetica della scuola italiana, i cui pilastri non siano più le normative nazionali e le autonomie scolastiche, bensì discutibili agenzie di ‘rating’ scolastico come l’INDIRE e l’INVALSI.

Ecco perché, citando ancora Cicerone, penso che “Si VALeS bene non est” dovremmo perciò congedare questo progetto con un latinissimo “Vale!” o, napoletanamente parlando, con uno “Stàtte bbuono!”

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

EDUCARE. E’ UNA PAROLA…

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Capita spesso di assistere o partecipare ad incontri, lezioni o dibattiti in cui si discuta di educazione, della sua natura, della sua crisi e delle sue possibili prospettive. Ciascuno di noi, del resto, ha un’idea più o meno precisa di ciò che questa parola vuole indicare, cioè dei contenuti e delle modalità di quel processo chiamato appunto “educazione”. Certo, basta spostarsi un po’ dalla forma base del termine, ad esempio usando termini derivati come l’aggettivo “educato”, perché l’area semantica evocata si allarghi e si sposti dal suo baricentro, ma è indubbio che l’idea-base di educazione sia generalmente considerata abbastanza chiara in sé.

Anche un ragazzo, o una persona non particolarmente colta, crede di sapere di che cosa si sta parlando, eppure basta che si cominci a studiare e ad approfondire il discorso per accorgsi che, paradossalmente, le idee diventano meno chiare, avvolgendo progressivamente lo stesso concetto di “educazione” in un involucro teorico complesso e, talvolta, perfino ambiguo.

Qualunque manuale o dizionario enciclopedico, d’altra parte, ci suggerirebbe di partire dall’etimologia latina di questa parola, composta dal prefisso “e/ex” (che indica sostanzialmente “fuori”) e dalla radice indoeuropea “DEUK”, da cui il verbo “ducere” ed il sostantivo “dux”. La forma “ducare” viene chiamata dai linguisti “intensiva-durativa” e conferisce all’azione di “guidare” una sfumatura di persistenza nel tempo, caratterizzandola come un processo.

Basta consultare un dizionario della lingua latina per scoprire che il significato-base di questo termine così centrale è quello di “estrarre”, “tirare fuori”, “far uscire”, “tirar su”, nella misura in cui il prefisso caratterizza l’azione come un movimento da dentro a fuori e dal basso verso l’alto. Educare, pertanto, indicherebbe un processo di “estrazione” dall’educando di qualcosa che sarebbe già dentro di lui, consentendogli quanto meno di far emergere idee, sensazioni e sentimenti che, in caso contrario, resterebbero chiusi dentro, bloccati o comunque latenti.

Non ho la minima intenzione d’invischiarmi in una discussione sulla validità o i limiti di una visione “innatista” dell’educazione, troppo lunga e complicata per poter essere affrontata e liquidata in poche battute. Quello che è certo è che le più moderne scuole pedagogiche hanno generalmente insistito sulla necessità di mettere da parte le tradizionali teorie, che vedevano l’educando come una scatola vuota da riempire o l’oggetto passivo dell’azione formativa dell’individuo da parte della comunità. Per contro, hanno posto l’accento sull’esigenza di dare spazio alla personalità ed alle caratteristiche individuali della persona da educare, aiutandola sostanzialmente a “tirar fuori” da sé un patrimonio in parte ereditato geneticamente ed in parte costruito dall’esperienza.

Tutto ciò è molto bello e sostanzialmente condivisibile. Il guaio è che l’affermazione iniziale finisce troppo spesso con l’essere contraddetta da quelle successive e deformata da luoghi comuni, tendenze mai sopite e da comprensibili preoccupazioni di natura sociale e culturale.

 

Per prima cosa, penso che bisognerebbe stare attenti alla traduzione di quel verbo “ducere”, evitando di scambiare una generica azione di tirar fuori o portar fuori qualcosa con quella, più qualificata e caratterizzata dalla radice lessicale, di “guidare” tale processo di “estrazione”. A meno che non si abbia una concezione del tutto positiva ed ottimistica della natura umana, infatti, mi sembra evidente che “educare” non può essere considerato un indistinto intervento per agevolare la fuoriuscita, per così dire, di ciò che si trova e/o si è stratificato nella mente e nella coscienza dell’educando. Nessuna risorsa naturale nascosta sotto terra, del resto, può essere portata alla luce senza produrre effetti collaterali; senza cioè che l’estrazione di ciò che è positivo e utile sia accompagnata da elementi e fenomeni molto meno positivi se non dannosi.  Scorie, gas e materiali nocivi, per restare nella metafora, si nascondono anche nel cuore e nella mente di chi si vuole “educare”.  Basta ricordare le parole del Vangelo per comprendere come non ci si possa limitare all’aspetto esteriore della formazione (tradizioni, usi e prassi consolidate), ma ci si debba preoccupare dell’interiorità. Essa, però, non può emergere senza limiti, visto che, secondo l’espressione di Gesù: “ Non c’è nulla che fuori dall’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (Mr  7,14) . Concetto ulteriormente chiarito dall’evangelista Matteo quando fa aggiungere al Maestro: “Dal cuore infatti provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie…” (Mt 15,19).

Ecco perché questa “emersione” dovrebbe essere guidata e non lasciata al caso, allo stesso modo in cui qualsiasi risorsa o energia non può essere fatta sprigionare dalla terra senza limiti, col rischio che diventi qualcosa di dirompente, esplosivo e devastante. La pedagogia contemporanea invece – fraintendendo il positivo appello di autori precedenti alla “liberazione” dell’educando da condizionamenti ed altre forme di repressione della personalità – ha diffuso una concezione individualistica e libertaria dell’educazione, prescrivendo di fatto ogni limite ed argine all’emersione di pulsioni emotive e convinzioni consolidate dal fatto stesso di vivere in un determinato ambiente socio-culturale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è altrettanto evidente che il proliferare di dibattiti sul futuro dell’educazione risente di una situazione critica, caratterizzata da una sostanziale anomìa pedagogica, che non ha fatto altro che sviluppare, e al tempo stesso giustificare, nelle nuove generazioni  i peggiori impulsi individualistici ed asociali.

 

Dopo secoli di tranquilla navigazione nel mare dell’IN-DUCAZIONE – da intendersi come imposizione ai minori di modelli culturali e sociali ed indottrinamento dall’esterno, ivi compresa una “istruzione” troppo spesso vista come puro e semplice riempimento della mente infantile con contenuti di per sé validi e indiscutibili  – dal ‘700 in poi ci si era trovati ad approdare sull’isola beata dell’E-DUCAZIONE. L’esplorazione di questa terra – nuova quanto selvaggia – ha riservato però sorprese poco positive a chi pensava che bastasse eliminare ogni sorta di re-pressione sociale per veder scaturire da sotto terra solo tesori nascosti e risorse preziose. La contraddizione fondamentale nasceva dal fatto che ogni società utilizza l’educazione come mezzo per consolidarsi, validarsi e perpetuarsi, controllando gli elementi che ne minacciano la stabilità ed integrità ed espungendo quelli più dannosi, proprio come gli anticorpi fanno con gli agenti patogeni esterni.

Ecco che, pur senza abbandonare la visione ottimistica dell’e-ducazione come modo per dare libera espressione alla personalità, si è cercato di porre degli argini allo straripamento di un’individualità poco gestibile e  talvolta negativa nelle sue manifestazioni più estreme. Le più comuni dottrine sociali, infatti, si presentavano comunque come “Weltanshauung”, ossia come visioni globali del mondo. Ciò ha comportato per molto tempo che l’educazione tenesse conto dei valori positivi da promuovere, ma anche di quelli negativi da scoraggiare, in vista del bene della collettività. Le stesse ideologie dell’Ottocento – come il marxismo e l’idealismo liberale – non si presentano certamente come neutre nei riguardi della formazione delle nuove generazioni, per cui i rispettivi modelli pedagogici risentivano di una selezione a priori dei contenuti e delle forme del processo educativo.  E’ giunto allora il momento dell’AB-DUCAZIONE, cioè del tentativo di correggere, di distogliere i minori da tendenze negative, per mezzo di un’educazione improntata ai nobili valori ed ai buoni sentimenti, egregiamente esemplificata da un testo famoso come“Cuore” di De Amicis. La PER-DUCAZIONE ha costituito, specularmente, il tentativo delle agenzie educative – dalla famiglia alla scuola, fino alla parrocchia ed al partito- di persuadere i soggetti da formare della bontà del modello da loro proposto, evitando la durezza normativa della prima soluzione ma anche l’eccessivo lassismo e spontaneismo della seconda. Un’ultima strada- percorsa soprattutto dai regimi meno aperti e più intolleranti del dissenso – è stata quella della CON-DUCAZIONE, consistente nell’annullare l’individuo inserendolo in un gruppo omogeneo –  di natura rigida e spesso paramilitare – che ne condizioni stabilmente i comportamenti, scoraggiando ogni difformità che possa stonare minimamente in quest’artificiosa con-sonanza.

 

Il dilemma però resta sempre lo stesso: l’educazione deve servire a riportare l’individuo nei confini della cultura e delle norme collettive della società, oppure deve sviluppare negli individui potenzialità e diversità, a rischio di comprometterne la coesione e la stessa sopravvivenza? Insomma: è da considerare buono e positivo ciò che una comunità ritiene tale, oppure bisogna lasciare il singolo libero di maturare convinzioni del tutto personali, di cui la sua comunità può solo prendere atto? Ovviamente la radicalizzazione delle posizioni non aiuta a trovare la soluzione più giusta, costringendoci invece a stabilire una gerarchia ed a consolidare il conflitto tra singolo e collettività, perdendo così di vista l’ovvia considerazione che la seconda non esiste senza i primi e che questi non possono mai prescindere dal loro contesto sociale.

Il principio dell’educazione nonviolenta – da Tolstoi a Gandhi, da don Milani a Capitini, da Illich a Dolci – è fondato sul superamento di questa dannosa antinomia, a partire dall’abolizione  degli storici steccati fra prassi e teoria, lavoro manuale ed intellettuale, classi dominanti e subalterne, persone colte e persone da formare, obbedienza e disobbedienza. La pedagogia nonviolenta ha proposto un modello che fosse in linea con la concezione della stessa nonviolenza. Il gandhiano “satyagraha” si fonda, infatti, su cinque pilastri: l’astensione dalla violenza; la disponibilità al sacrificio, il rispetto per la verità; l’impegno costruttivo e la gradualità dei mezzi. Tradotto in linee pedagogiche alternative, ciò significa che educare qualcuno:

o       non deve mai trasformarsi in un atto di violenza, diretta o indiretta;

o       non deve sacrificare l’educando alle esigenze ed alle finalità dell’educatore, ma richiede piuttosto che quest’ultimo partecipi al processo, mettendosi personalmente in discussione ed accettandone le frustrazioni;

o       non deve basarsi su una concezione relativistica ed anomica dell’educazione, poiché la Verità non è irraggiungibile, ma qualcosa di cui si deve restare alla continua ricerca e che va scoperto attraverso un processo di “coscientizzazione”;

o       non deve costruire il rapporto educativo sulla negazione o cancellazione dei valori e delle convinzioni altrui, ma dovrebbe invece sviluppare modalità costruttive e positive per risolvere i conflitti, senza esorcizzarli a priori;

o       non deve presumere che l’educazione sia qualcosa di oggettivo, stabile e definito una volta per sempre, ragion per cui è fondamentale la scelta delle metodologie e la gradualità dei mezzi adottati in tale processo.

 

Insomma, se davvero vogliamo uscire dal dilemma tra una formazione indotta dall’esterno ed un’educazione che pretenderebbe di dare libera espressione all’individualità, penso che sia necessario procedere in modo flessibile e sperimentale, imitando l’umiltà di Gandhi, che definì sempre la sua visione e la sua stessa proposta in termini di “esperimenti con la verità”.

Onestamente, ne abbiamo abbastanza di concezioni standardizzate, che si rivelano sempre e comunque insufficienti e datate. E questo sia che si tratti d’impostazioni pedagogiche autoritarie e tradizionali sia che siano in gioco quelle considerate “moderne”, sebbene ormai già superate da una visione grettamente utilitaristica, individualistica e produttivistica del processo formativo.

Chi, come me, vive quotidianamente le contraddizioni di una scuola alla quale si chiede di tutto, ma che ha da tempo perso il senso più profondo della propria funzione, non può fare altro che cercare di svolgere il proprio compito nel modo più coerente possibile, proponedo l’educazione in primo luogo come un rapporto costruttivo, creativo, aperto. Certo, questo significa scontrarsi in primo luogo contro la natura “istituzionale” della formazione scolastica, sospesa da anni tra l’insopportabile normatività e prescrittività dei vecchi tempi e la non meno intollerabile vaghezza e decostruttività pedagogica degli ultimi decenni, caratterizzati più dalla volontà di distruggere certezze che dalla voglia di costruirne di nuove.

Se qualcuno dovesse chiedermi, oggi, che cosa vuol dire per me essere un educatore, allora, penso che mi limiterei a rispondere che educare s’identifica soprattutto con l’ “I CARE” di don Milani, poiché vuol dire soprattutto aiutare le nuove generazioni a stabilire ponti di comunicazione e canali di espressione tra individui e tra questi e la collettività, nel rispetto delle differenze ma anche costruendo insieme una comunità degna di questo nome.

 

© 2009 Ermete Ferraro