“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Jack Kerouac, On the Road
Alla fine il momento è arrivato. Questo 9 marzo ho compiuto 66 anni, approssimandomi al giro di boa costituito del termine della mia carriera lavorativa. Permettetemi allora di divagare un po’ a partire da questo 66 che, oltre ad evocare la citazione di Kerouac, è un numero palindromo particolarmente significativo e simbolico, che coi due 6 che occhieggiano appaiati mi trasmette un senso di stabilità e al tempo stesso di dinamismo. In effetti si tratta di una divagazione piuttosto strana ed insolita per uno come me, che ha sempre avuto problemi con la matematica e non è neanche appassionato di ‘numerologia’ e dottrine cabalistiche. Eppure mi sembra sia innegabile che esista una certa ‘magia’ dei e nei numeri, per cui essi…contano davvero. Preso dalla curiosità, quindi, mi sono un po’ documentato in materia, attingendo da internet alcuni spunti.
- Gli anni da me compiuti sono la ripetizione di un numero particolarmente significativo, il 6, che parlerebbe di ‘armonia’ e di ‘scelta’. Esso corrisponde nella Qabbalah alla sesta lettera dell’alfabeto ebraico, il ‘vav’, che significa ‘estensione’ ma anche ‘connessione’, rinviando a relazioni durevoli e a progetti fondati sulla collaborazione. Numerologicamente, 6 indica anche il concetto di ‘scelta’, e perciò stesso di decisioni da assumere. [i]
- Va precisato che il numero 66, nella stessa Cabala ebraica, evocherebbe però l’incompletezza, il peccato, il disordine, essendo di un’unità inferiore al 67, indicante invece stabilità, sicurezza e tranquillità. [ii]
- Nella tradizione islamica, invece, il 66 è un numero sacro, in quanto rinvia direttamente al nome della Divinità. “Allah significa Iddio. Esso è composto da quattro lettere dell’alfabeto arabo la cui somma è pari a 66. Alif=1 Lam=30 Lam=30 Ha=5 quindi 1+30+30+5=66” […] Poco conosciuto è che il numero di Allah, possiede un proprio quadrato magico. La somma verticale, orizzontale o diagonale dei suoi addendi ci dà sempre 66. Analizzandolo e meditandolo è possibile individuare la direzione consona al proprio processo di purificazione. Il quadrato magico di Allah è di ordine 3 e comprende i nove numeri in sequenza compresi tra il 18 e il 26.” [iii]
- Un’altra interpretazione simbolica che viene data di questo numero ‘doppio’ (o ‘maestro’) è la seguente: “66 = Adempiere alle nostre responsabilità in maniera creativa e gioiosa.” [iv] .
Ebbene, al di là della suggestività – ma anche dell’indubbia irrazionalità – di tali visioni numerologiche della vita, devo ammettere che da queste due cifre appaiate mi deriva comunque una sensazione positiva. Tutti i significati citati, infatti, sembrano rinviare a concetti che ritengo fondamentali, come connessione e collaborazione, decisionalità, senso di responsabilità. Perfino il senso cabalistico di ‘mancanza’ ed ‘incompletezza’ sembrerebbe alludere all’anno che ancora mi manca dal pensionamento… Adesso però continuo questo ‘gioco’ numerologico utilizzandolo come spunto semiserio per qualche rapido flash-back sui 66 anni che mi sono appena lasciato alle spalle.
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DIVISIONE
Dividendo 6 per se stesso si ottiene naturalmente 1, numero che mi fa tornare indietro al mio primo anno di vita, nel 1953, quando una foto dell’epoca mi ritrae con dei riccetti biondi in testa ed un sorriso beato sulla faccia. Allora la mia famiglia abitava a via Luca Giordano, in un palazzotto adiacente la storica villa ottocentesca che ricorda quella con parco, di quattro secoli precedente, dove dimorava l’umanista Gioviano Pontano, che si affacciava sull’antico borgo di Antignano. Di quel remoto periodo naturalmente non ricordo quasi nulla. Dei miei primi anni mi restano soltanto vaghe memorie dei suoni e degli odori che promanavano dal vivace e rumoroso mercatino ortofrutticolo sottostante, cuore popolare di un quartiere borghese sorto in epoca umbertina dove una volta dominavano le coltivazioni di broccoli e dove cantavano, strofinando i panni, le ‘lavandaie’ del Vomero immortalate in una delle più antiche testimonianze canore napolitane. Mi tornano alla mente solo le pittoresche ‘voci’ dei venditori di allora, l’odore penetrante di una vicina torrefazione di caffè ed il profumo delle broches appena sfornate da una vicina pasticceria. Era l’anno in cui Totò portava sugli schermi il suo spassoso ‘Un Turco napoletano’ [v], mentre era al suo esordio Virna Lisi, nell’ingenuo musical partenopeo ‘…e Napoli canta’ [vi]. Ma era ancora troppo presto perché il piccolo Ermete potesse appassionarsi al cinema ed apprezzare la rutilante comicità del Principe della risata…
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RADICE QUADRATA
La radice quadrata di 66 è 8,124…Semplificando a 8, questo numero mi fa risalire al mio ottavo anno di età, nel 1960. Era il periodo della scuola elementare e, più precisamente, del penultimo anno in cui ho frequentato l’austero edificio della ‘Luigi Vanvitelli’, con le sue aule alte e solenni ed i banchi neri di legno, per poi trasferirmi alla luminosa ed allora modernissima scuola ‘ Quarati’, più vicina alla mia nuova abitazione di via Francesco Cilea, dove la mia famiglia si trasferì nel ‘62. Di quel biennio delle elementari ovviamente ricordo assai poco, a parte il primo impegno per sostenere l’esame d’idoneità, allora previsto per passare alla terza classe. L’Ermete di allora, più alto della media e rigorosamente rivestito del classico grembiule nero con fiocco colorato a seconda della classe frequentata, era sicuramente molto studioso e piuttosto timido, ma amichevole con tutti. Uno degli ultimi ricordi che ho della ‘Vanvitelli’ è un concerto di fine d’anno durante il quale, non sapendo quale strumento farmi suonare, mi consegnarono un bel triangolo ed una bacchetta con cui percuoterlo, possibilmente a tempo con la musica…Purtroppo quella fu la prima ed ultima mia esibizione come suonatore di strumento, il che è piuttosto paradossale se si considera che da anni insegno lettere proprio in una sezione musicale…
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ADDIZIONE
Escludendo da queste operazioni la sottrazione delle due cifre gemelle (che mi porterebbe ovviamente ante Ermetem natum…), passo quindi all’addizione. Poiché 6 più 6 fa 12, questo numero mi riporta al 1964, quando ho compiuto il mio dodicesimo anno. Allora ero un ragazzino bruno, alto e magro che frequentava con buoni risultati la seconda media proprio nella scuola vomerese dove attualmente sto svolgendo il mio penultimo anno d’insegnamento. In una vecchia foto di classe mi rivedo in giacca e cravatta, piuttosto ‘serio’ ed un po’ distaccato dal gruppo dei coetanei, coi quali in verità condividevo ben poco, a partire dalle partite di pallone e dalla loro vivacità un po’ caciarona. Ricordo che già allora i numeri non erano proprio il mio forte, mentre mi piaceva molto leggere, scrivere e disegnare. Da ragazzo ero piuttosto introverso, sebbene mai asociale, e questo mi portava ad essere (ma non a sentirmi) piuttosto solo, sebbene attraversassi una fase della vita in cui dovrebbe prevalere lo spirito di gruppo. E’ stato allora, forse, che ho iniziato a sviluppare il mio senso di autonomia, che non voleva essere autosufficienza spocchiosa bensì capacità di stare bene in compagnia di me stesso, pur senza rinunciare all’amicizia. Questa foto in bianco e nero di me dodicenne mi riporta quindi ad un’età di transizione precoce ad una maturità più adulta e consapevole, sebbene carente di altri aspetti positivi, come la spensieratezza, la spinta al gioco ed alla collaborazione con i coetanei. Due anni dopo, nel 1966 appunto, ero invece impegnato a
concludere il biennio ginnasiale al prestigioso Liceo Classico ‘Jacopo Sannazaro’, esibendo una capigliatura più folta ed un’ombra di baffetti, ma restando sempre piuttosto schivo. Sono stati gli anni dell’approccio con il latino e greco, dominati per un terzo delle ore di scuola dalla figura della mia esigente docente di lettere, che però riuscì a farmi amare i ‘Promessi sposi’. Lo stesso successo non arrise però all’ironica e spicciativa professoressa di matematica. Ricordo invece con una certa simpatia l’anziano e bizzarro prof di francese, con le sue inesorabili ‘tre frasi alla lavagna’ e con la pretesa di farci sciroppare intere tragedie di Corneille e Racine. Era quello l’anno della tragica alluvione di Firenze, la cui cronaca fu uno dei primi esempi di diretta televisiva che colpì centinaia di migliaia d’Italiani, spingendo molti giovani a diventare volontari a fianco della traballante protezione civile del tempo. Era anche un anno culminante della rivoluzione culturale in Cina e, venendo al cinema, quello del celebre western all’italiana di Sergio Leon e ‘Il Buono, il Brutto e il Cattivo’ , ma anche del raffinato “Uccellacci e uccellini” di Pasolini. [vii]
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MOLTIPLICAZIONE
Se si moltiplicano i due 6 della mia età si ottiene 36, per cui questo viaggio a ritroso fa tappa nel 1988. A quel tempo ero al mio secondo anno d’insegnamento presso la scuola media ‘ Maglione’ di Casoria, in provincia di Napoli, dopo aver vinto il concorso a cattedre. Avevo già prestato due anni di servizio civile come obiettore di coscienza alla ‘Casa dello scugnizzo’ di Materdei, dove avevo poi svolto altri otto anni di lavoro come volontario, animatore di gruppo e poi assistente sociale. Ricordo con piacere quel primo biennio d’impegno da docente in un istituto scolastico in cui si respirava una positiva atmosfera di collaborazione e di confronto e dove ho insegnato lettere anche in una sezione a tempo prolungato, svolgendo con un suolo gruppo-classe l’intero orario di 18 ore. E’ stato un periodo molto vivace e creativo, dove ho sperimentato vari approcci educativo-didattici ed ho fatto interessanti esperienze interdisciplinari con i colleghi di corso. L’atmosfera che si respirava soprattutto nella parte vecchia di Casoria mi torna ancora piacevolmente alla mente, insieme al ricordo dei miei primi allievi e delle loro famiglie, con le quali la mia precedente esperienza di operatore sociale mi spingeva a mantenere rapporti abbastanza diretti e regolari, anche con visite domiciliari.
In quegli stessi anni, infatti, sono stato poi referente d’istituto per l’educazione alla legalità e successivamente ‘funzione-obiettivo’ per l’area del c.d. ‘disagio’, cercando di mettere a frutto gli anni di lavoro e ricerca sociale anche nella mia attività di docente. Nel 1988 stavo approssimandomi anche al matrimonio con Anna, conosciuta un anno e mezzo prima in occasione della formazione della prima Lista Verde a Napoli, che mi permise di diventare il primo consigliere circoscrizionale ambientalista al Vomero e d’iniziare un nuovo percorso, che non è ancora finito.
A questo punto però devo fermarmi, sia perché sono finite le operazioni aritmetiche, sia perché non vorrei dare l’impressione che compiere 66 anni mi abbia portato a…dare i numeri. Concludo dunque con un aforisma che sento di poter fare mio, una volta giunto a questa età, ad un anno dalla fine del mio lungo viaggio sulla ‘route’ della scuola. Si tratta di una bella citazione tratta da un libro di Primo Levi:
«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono. » [viii]
Felice viaggio a tutti/e !

Il Mahatma Gandhi – della cui morte si celebra il 70° anniversario – ci invitava ad “essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. E’ una delle sue frasi più famose e citate, ma forse oggi dovremmo interrogarci preliminarmente se noi adulti siamo ancora capaci di perseguire una visione del mondo che ci porti a quel cambiamento cui dovremmo improntare i nostri comportamenti. Non si tratta, secondo me, soltanto dell’abituale incoerenza tra fini e mezzi – che ha sempre finito col giustificare la violenza – ma di una più sostanziale perdita di una prospettiva che ci motivi davvero al cambiamento. Sappiamo bene che ogni forma di aggressività nasce in qualche modo dalla diffidenza, dalla paura, dalla difesa del sé, dal rifiuto dell’idea stessa che gli altri c’impongano la loro volontà. In assenza di certezze sulla solidità dei legami che dovrebbero unirci, questa paura dell’altro è quindi diventata ancora maggiore, alimentata da diffidenze , egoismi e meccanismi di autodifesa, capaci di trasformarsi anche in strumenti di offesa preventiva.
Ovviamente quando faccio questa affermazione mi riferisco alla gentilezza autentica, che viene dal cuore e dalla mente, non alle generiche ‘buone maniere’, che ne costituiscono un’etichetta esteriore ed un po’ ipocrita, sebbene parzialmente da riscoprire in tempi di arroganza e volgarità.
Si tratta di un addestramento quotidiano, attraverso il quale i ragazzi possano comprendere – praticandola – che la gentilezza non ci sminuisce, non ci rende più fragili ed esposti, ma piuttosto ci fortifica interiormente, ci apre all’altro e ne smonta l’aggressività. La mitezza evangelica
Costruiamo insieme, dunque, una cultura della gentilezza, utilizzando gli insegnamenti della saggezza antica ed i precetti morali della religione, ma anche quello che c’insegna la psicologia. Ce n’è tanto bisogno e non possiamo limitarci ad aspettare che siano gli altri a prendere l’iniziativa. Ecco perché, gandhianamente, dobbiamo sforzarci di diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. Facciamolo però senza sentirci superiori agli altri, anzi perdonandoci la nostra stessa debolezza, praticando in tal modo la gentilezza prima verso noi stessi.
E’ questo l’incipit dell’Appello per la Scuola Pubblica, che ho appena sottoscritto e che invito tutti/e a leggere con grande attenzione.
E’ solo il nostro provincialismo italiota che non ci fa cogliere i nessi fra quello che ci sta capitando e le profonde – in alcuni case antiche – radici che sono all’origine di quello che ho chiamato ‘snaturamento’ della scuola. E’ da questa sua profonda ‘modificazione genetica’, infatti, che derivano le linee di tendenza che sono sicuramente tutte dentro le ultime riforme della scuola italiana – in particolare quella renziana – ma che, in modo più strisciante e progressivo, hanno inquinato fini, mezzi e modi dell’insegnamento, riconducendoli alla logica neo-liberista delle privatizzazioni, della selezione pseudo-meritocratica, della ‘managerialità’ dei dirigenti e della deregulation in ambito normativo, per di più spacciando tutto ciò come attuazione della autonomia scolastica. Sono questi i ‘modelli produttivistici’ cui l’Appello fa risalire la ‘destrutturazione’ della nostra scuola pubblica, denunciandone la matrice ideologica ‘economicista ed efficientista’.
Quando l’appello elenca i sette punti ‘caldi’ da tenere presenti se si vuole salvare quel che ancora rimane della scuola pubblica, risulta evidente che il processo che la sta “destrutturando” va proprio nella direzione delle charter schools d’oltre oceano. All’enfasi esagerata sulle competenze basilari e sulle tecnologie digitali, ad esempio, il documento giustamente contrappone una riserva:
Gli ultimi tre dei sette ‘peccati capitali’ della #BuonaScuola hanno a che fare col grande capitolo di ciò che gli autori dell’Appello chiamano “metrica dell’educazione e della ricerca”.
Nelle scuole italiane, da un po’ di tempo in qua, non si fa altro che discutere animatamente dello stesso argomento. Del rinnovo del contratto del personale, incredibilmente fermo da 10 anni? Degli esiti della sedicente Buona Scuola renziana, che ci ha regalato presidi-manager e docenti-staffisti? Dell’atteggiamento schizofrenico di chi, dopo aver cancellato l’ora d’insegnamento dedicata alla ‘educazione civica’ l’ha rimpiazzata dapprima con un’indistinta girandola di educazioni (alla legalità, alimentare, sanitaria, etc.) e poi con l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione all’interno di una delle due curricolari ore di storia e senza una valutazione specifica? Oppure si discute della logica ‘premiale’ bonascolista, che tratta gli insegnanti come bambini che scrivono a Babbo Natale per mendicare umilmente bonus, ricompense e mance varie? O forse si parla della aziendalizzazione spinta della scuola pubblica, pervasa da slogan efficientistico-imprenditoriali e sempre più invasa da postulanti privati a vario titolo (docenti di madre-lingua, istituti di certificazione linguistica, teatri e cinematografi, associazioni turistiche e culturali, club sportivi, providers informatici, formatori in cerca di pubblico e via discorrendo)? Assolutamente no. Il problema-principe di cui si discetta nelle nostre scuole è l’uragano abbattutosi improvvisamente e improvvidamente su docenti stanchi, spesso avviliti e demotivati, ponendoli di fronte ad un obbligo ulteriore e mortificante. Quello cioè di attuare nella realtà vera di tutti i giorni – e soprattutto degli anni 2000 – una prescrizione normativa risalente al Codice Rocco, secondo la quale i ‘minori’ loro affidati dai genitori, all’uscita dalla scuola, dovrebbero essere individualmente consegnati a questi ultimi o a loro delegati.
“Il padre e la madre, o il
Spesso i docenti tendono a reagire d’istinto alle…sollecitazioni provenienti dall’alto, dimostrando talvolta una limitata consapevolezza dei propri diritti e doveri. Bisogna ammettere, d’altra parte, che non passa anno che sul travagliato microcosmo scolastico non si abbatta qualche inopinata novità, che mette in discussione gli equilibri organizzativi e introduce elementi innovativi nella stessa didattica, costringendo stagionati maestri e professori ad adeguarsi alla meglio ad essi. Come osservavo qualche anno fa in un altro articolo
Il paradosso è che, anziché preoccuparsi davvero del grave problema dei veri “minori non accompagnati”, ovvero i circa 30.000 ragazzi/e stranieri (dato 2016) che da soli hanno fortunosamente raggiunto il nostro Paese e per i quali sussiste un oggettivo diritto di accoglienza e protezione
“…E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso…” (DON LORENZO MILANI)
Ho scritto prima che essere profeti significa saper ascoltare, rivelare a parole ed anticipare con i fatti. Sono convinto peraltro che essere professori – al di là dell’indispensabile formazione di base e della giusta preparazione professionale – richieda competenze non dissimili. Siamo stati per troppo tempo abituati all’idea che fare il docente significasse imparare bene qualcosa per poi trasmetterlo ai propri alunni. Questa tradizionale semplificazione prefigura però un rapporto formativo unidirezionale, nel quale gli unici ad ascoltare dovrebbero essere i discenti, mentre è ormai evidente che chi insegna non può e non deve sottrarsi all’impegno di ascoltare per primo, sia esigenze interessi ed idee dei propri studenti, sia ispirazioni metodologiche innovative che vangano dall’esterno del proprio contesto. Quando uso questo verbo, inoltre, non mi riferisco solo ad una funzione puramente recettiva e sensoriale (stare a sentire con attenzione qualcuno o qualcosa), bensì ad una percezione molto più profonda ed empatica di ciò che gli allievi si aspettano da noi. Anche se la capacità di rivelare non sembrerebbe far parte dei requisiti di un docente, io sono convinto che l’efficacia dell’insegnamento sia in buona parte dovuta ad un suo atteggiamento non ‘addestrativo’, ma piuttosto di scoperta condivisa. Senza scomodare vecchie teorie pedagogiche, per cui e-ducere vuol dire soprattutto ‘tirare fuori’ ciò che è già parzialmente dentro il discente, ciò che voglio dire è che, a mio avviso, l’unico modo di far apprendere qualcosa a qualcuno è aiutarlo a scoprire questa cosa da solo, a svelare la realtà, facendogli trovare gli strumenti giusti per riuscirci. Quanto poi all’anticipare, ritengo che un insegnante che si limiti a predicare bene svolga solo la metà del proprio dovere. Con questo verbo, infatti, mi riferisco non solo alla sua capacità di mettere in pratica concretamente e coerentemente ciò che insegna, ma soprattutto alla auspicabile caratteristica di ‘precursore’. E’ fin troppo facile ripetere saperi consolidati e ripercorrere strade metodologiche tradizionali. Un vero professore, secondo me, dovrebbe saper guardare molto più lontano e, al tempo stesso, dovrebbe riuscire a trasmettere tale atteggiamento aperto e propositivo anche agli allievi.
possibili. A questo punto, ricordare a me ed ai colleghi docenti che non si è professori se non si sa essere anche un po’ profeti forse può essere un modo per smuoverci da questo rassegnato torpore. Non si tratta né di predicare nel deserto né tanto meno di affrontare il martirio, ma semplicemente di sforzarsi di uscire dal mestiere d’insegnanti, per scoprire le sue enormi potenzialità creative e trasformative dell’essere veri professori. Ogni volta che i ragazzi ci chiamano ‘prof’ ricordiamoci allora che questa abbreviazione potrebbe essere più impegnativa di quello che sembra. E che San Giovanni ci aiuti…!



Questa spassosa perorazione della correttezza formale della nostra lingua nazionale nei riguardi dell’insinuazione che difendere le regole grammaticali equivalga a tutelare “un’invenzione aristocratica che appartiene al passato e fa a cazzotti col presente”
Fermo restando che nulla autorizza a cercare comode scorciatoie per aggirare la propria ignoranza dello spessore lessicale e grammaticale del Napoletano, esprimendosi per iscritto con un’ortografia brutta e ridicola, ritengo che il vero problema non sia solo di natura estetica e tanto meno che si tratti di ‘lesa maestà’ nei confronti delle ‘sacre regole’. Per quanto mi riguarda, infatti, non mi sento per niente un conservatore (tranne in materia ambientale…) e le posizioni che ho assunto nei miei quasi 65 anni di vita dimostrano che, quando è necessario, ho saputo essere anche molto trasgressivo.
Non credo proprio che l’articolato e vivace universo giovanile della nostra città – quello sottoproletario come quello movimentista ed underground – sia davvero intenzionato a mettere il proprio spontaneismo espressivo al servizio d’una simile speculazione. In caso contrario, dovrei solo concludere, usando paradossalmente anch’io il pittoresco idioma napolese, che: “ A lavà a cap o ciucc s perd l’acqua e o sapon “ .
In questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della “Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento
Va anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:
In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese? Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosa, che da anni ospita le ‘mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.
Niente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca ha avviato da tempo programmi di esplicita “educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.
E’ probabile che non siano tante le cose che noi insegnanti di lungo corso abbiamo capito della nuova scuola voluta dalla riforma, autodefinitasi ‘buona’ col tacito sottinteso che quella precedente andasse cestinata, in quanto antiquata e, in qualche modo, ‘cattiva’. Tra le poche cose capite, però, c’è senz’altro il concetto (o meglio l’assioma) secondo il quale l’obiettivo principe da perseguire è la c.d. ‘scuola digitale’. Non c’è infatti Collegio dei docenti – ad Enna come a Rovereto o a Nuoro – nel corso del quale, in modo diretto o indiretto, non sia affiorata questa conclamata priorità, intorno alla quale il MIUR sta da tempo costruendo quasi un codice etico, concretizzatosi recentemente nel PNSD, cioè il “
Perfino fra i fautori della scuola digitale, del resto, sembrano affiorare perplessità sulla serietà ed affidabilità di questo genere di Piano, se non altro dal punto di vista della sua reale attuazione. Mentre gli investimenti su tale capitolo già in base a quello precedente sono stati rilevanti, del tutto ‘virtuale’ , invece, sembrerebbe l’effettiva ricaduta sulla didattica di tale innovazione tecnologica, come sottolineava già due anni fa Ettore Guarnaccia:
Pochi, anche tra i docenti, sembrano aver preso coscienza che l’accelerazione impressa dal MIUR alla ‘digitalizzazione’ della scuola italiana nasconde molte insidie proprio sul piano formativo, oltre che su quello sociale e politico. Un attento critico di questo processo è invece il prof. Adolfo Scotto di Luzio, docente di storia delle istituzioni scolastiche all’Università di Bergamo, autore di un libro che ci apre gli occhi proprio su “i rischi della scuola 2.0”
Un ultimo aspetto che merita attenzione è quello connesso a rischi sanitari per gli ambienti scolastici che siano sottoposti ad una digitalizzazione intensiva e sconsiderata. Anche in questo caso si corre il rischio di fare la parte dei gufi che ostacolano l’innovazione tecnologica, dei profeti di sventura che sanno solo creare allarme di fronte ad un modello progressista di scuola. La verità è che di certi argomenti è davvero difficile parlare, in quanto si nuota controcorrente e si toccano interessi consolidati forti e diffusi. Di ‘inquinamento elettromagnetico’
Navigando in Internet ho verificato di non essere il solo che è rimasto colpito dalla chiusa dello
Ciò che si propone ai giovani, e non solo a loro, è una società globalizzata dove tutto è connesso in rete, tutto è monitorabile da lontano, tutto si può fare ovunque e in qualunque momento, magari contemporaneamente… “Non è fantastico?”, ci chiede un ammiccante Pif dallo spot della TIM, lasciando intendere che è solo una domanda retorica. Ebbene no. Io, ad esempio, non trovo affatto ‘fantastico’ che il massimo della libertà che ci viene concessa sia quella di non scegliere, e quindi di fare a meno di decidere con la nostra testa e la nostra coscienza. Non mi sembra per niente una prospettiva esaltante quella di raggiungere la pace dei sensi – e dell’intelletto – alla luce degli onnipresenti schermi di un qualsiasi Big Brother. Non riesco proprio ad appassionarmi né all’idea che lasciar scegliere agli altri per noi sia la soluzione migliore né a quella, altrettanto delirante, che non dobbiamo più prenderci il disturbo di scegliere, dal momento che ormai possiamo avere ogni cosa. Avere tutto – ci avrebbe ammonito Fromm – equivale ad accettare di non essere più nulla. E questo non è per niente ‘fantastico’, anche se sta diventando terribilmente reale…..