BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

FA’ RUGGIRE IL LEONE !

                                              FA’ RUGGIRE IL LEONE!

Compendio del Clingan-pensiero sul ruolo del Comando JFC di Napoli                                                                                  

Che da più di 60 anni la NATO abbia fatto “la parte del leone” in Italia, ed in particolare a Napoli, era cosa risaputa. D’altronde, il leone di S. Marco, che campeggia sul vessillo del Comando NATO per il Sud Europa (AFSOUTH), non è mai stato un semplice omaggio alla potenza dell’antica repubblica marinara di Venezia, ma un ben preciso segnale di dominio dell’Alleanza Atlantica sul Mediterraneo.

Basta aprire la home-page del sito web del Quartier generale di Bagnoli – denominato nel 2004 “Allied Joint Force Command Naples” – per apprendere che il JFC: “prepara, pianifica e conduce operazioni militari al fine di preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati-membri dell’Alleanza e la libertà dei mari e le linee economiche vitali lungo tutta l’area di responsabilità (AOR) del Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) ed oltre”. (www.jfcnaples.nato.int )

E’ evidente che per i signori della NATO resta valido il vecchio motto latino “Si vis pacem para bellum”, mutuato da citazioni di Vegezio, Cornelio Nepote e, soprattutto, del Cicerone delle Filippiche (“Si pace frui volumus, bellum gerendum est”). Eppure sembra evidente la contraddizione, l’ossimoro organizzativo, di ben 22 nazioni che, sotto la guida d’un vertice obbligatoriamente statunitense, da sei decenni occupano militarmente una parte della città di Napoli, predisponendosi a combattere proprio per difendere la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale

Fatto sta che quest’immagine evidentemente non risultava abbastanza bellicosa se, fin dal summit di Praga del 2002, la NATO ha avviato una profonda ‘trasformazione’ e ‘riorganizzazione’ dell’Alleanza, finalizzata – per citare ancora il sito del JFC – ad “…adeguare la struttura militare alleata alle sfide operative di una guerra di coalizione, per fronteggiare le minacce emergenti nel nuovo millennio” (ivi)). Negli anni 2000, l’ambigua ed allusiva aggiunta di “ed oltre” all’indicazione dell’area di competenza del comando sud-europeo della NATO si è di fatto concretizzata in un notevole allargamento degli scenari d’intervento dell’Alleanza, con un molto maggiore attenzione alle c.d. “linee economiche vitali” dell’imperialismo capitalista che ad altre, più nobili, motivazioni. La sua struttura di comando, inoltre, è stata “reshaped” , cioè ridisegnata, per renderla “…più snella, flessibile e focalizzata sullo svolgimento di una più ampia gamma di missioni” (ivi).

Uscendo dal gergo militar-politichese, questo significa che anche al Comando NATO di Napoli è stato da tempo attribuito un compito molto più “operativo”, espressione eufemistica per indicare un chiaro ruolo di combattimento. Non a caso, la sezione del sito del JFC che illustra le fasi di questo processo di “transizione” s’intitola: “Let the Lion Roar”, che potremmo tradurre con: “Fa’/lascia ruggire il Leone”. E’ evidente l’auspicio di un risveglio del vecchio felino marciano, la cui spada sguainata sembrerebbe aver definitivamente vanificato la scritta “pax” sul librone sorretto dalla stessa zampa. A dimostrare che si tratta di un autentico ed irreversibile cambiamento, se restasse qualche dubbio, provvede l’articolo citato, che riferisce il pensiero dell’Amm. Bruce W. Clingan, nominato dallo scorso febbraio al vertice del Comando JFC di Napoli.

<<…”La guerra è un fatto politico. Noi non lo siamo” – ha detto Clingan – Con queste persuasive parole, i periodici sforzi del comandante per comunicare col personale civile e militare ed alle nazioni che contribuiscono a supportare la sistemazione di questa sede operativa tracciano il quadro entro cui attuare la transizione verso un comando di combattimento bellico. Per prima cosa dobbiamo padroneggiare l’arte di combattere una guerra – ha aggiunto. Clingan ha continuato a spiegare che le nazioni che hanno contribuito all’Alleanza devono essere preparate a dar seguito ad un conflitto “high end” (cioè: di alto livello) che, ad esempio, comprenda, senza limitarsi ad esse, le specialità  che vanno dal campo informatico ad altre operazioni, sia ‘cinetiche’ sia ‘non-cinetiche’…>> (http://www.jfcnaples.nato.int/page193432.aspx).

Non mi pare che ci sia da interpretare tali affermazioni che, a parte gli ultimi riferimenti più tecnici, sono fin troppo esplicite. Il comandante Clingan ha ripetuto anche in seguito il concetto secondo il quale il carattere operativo della sede di Napoli (e tra poco di Lago Patria) deve diventare prevalente, caratterizzandola quindi in senso decisamente bellico più che organizzativo.

<<Egli ha riconosciuto che l’approccio collettivo per conseguire la sua priorità numero uno, quella di trasformare questo quartier generale in un comando di combattimento bellico, richiederà ‘scelte sagge’ e che valuta i contributi e le idee dei leader ad ogni livello all’interno del comando. “Ciò che conta è la leadership ed il coraggio – ha affermato. Spiegando che questa trasformazione non riguarda solo il trasferimento alla nuova sede di Lago Patria, Clingan ha detto che c’è una forte motivazione verso il cambiamento. “Le organizzazioni devono essere in grado di adattarsi alle circostanze, che cambiano rapidamente ed in profondità”, ha detto. “La NATO è su questa strada”…>>(ivi).

Ancora una volta viene sbandierata la nuova politica efficientista ed interventista dell’Alleanza Atlantica, motivandola ovviamente con l’esigenza di adeguarla alle mutate situazioni internazionali ed alle nuove “sfide alla sicurezza”. Una sede già importante come quella di Napoli, di conseguenza, ha già assunto un fondamentale peso strategico ed il suo Comandante non ha dubbi in proposito:

<<Una struttura di comando più snella, che capitalizza meglio le strutture di comando e controllo all’interno della struttura della forza NATO ed utilizza una tecnologia più aggiornata, è necessaria per consentire all’Alleanza di mantenere il suo livello di ambizione, per mantenere una robusta capacità di comando e controllo e dispiegabili capacità militari,  e per prevalere nelle operazioni in un ambiente dinamico e complesso, tra missioni concordate e capacità della NATO>>.

L’efficienza tecnologica ed organizzativa cui tende l’Alleanza Atlantica (e conseguentemente il  comando di Napoli), sostiene Clingan,  è uno strumento per dirigerne e controllarne sempre più la struttura, con l’esplicita finalità di assicurarne ‘il livello di ambizione’ proprio attraverso la sua operatività militare come “warfighting headquarters”.

Ecco, allora, che è proprio il suo Comandante per il sud-Europa che contribuisce a smascherare la versione un po’ addomesticata e pacioccona della NATO, presentata come baluardo posto a difesa della libertà dei suoi paesi-membri. Altro che pace, sicurezza ed integrità territoriale! Questi tre concetti, sebbene sventolati nel messaggio di apertura del sito del JFC, fanno oggettivamente a pugni con un’alleanza già aggressiva, minacciosa e multinazionale, che si propone senza troppi giri di parole di far diventare le sue sedi operative sempre più comandi per operazioni belliche.

A cancellare quest’evidente escalation imperialista non basteranno certamente le sottili strategie di “public relations” avviate dallo stesso JFC nei confronti dei residenti nell’area in cui la sua sede si trasferirà dalla fine del 2012 (vedi il mio precedente articolo: “Un preoccupante…neo-NATO”). Nello stesso sito web, infatti, si moltiplicano le notizie riguardanti iniziative di apertura verso i cittadini giuglianesi, in nome di un improbabile concetto di “buon vicinato” della comunità locale con questo ingombrante e pericoloso comando militare.

<< La sensibilizzazione pubblica del JFC di Napoli nei confronti delle scuole locali, degli ospedali e di altre istituzioni stabilite ha lo scopo di contribuire ad accrescere la comprensione tra la NATO e la comunità locale. Dal momento che il quartier-generale del JFC di Napoli diventa sempre più connesso con i suoi prossimi vicini, l’obiettivo è per i suoi cittadini quello di vedere il JFC come un contributo a stabilire sani e duraturi legami tra le forze armate e la comunità locale.>> ( http://www.jfcnaples.nato.int/page372604617.aspx ).

Le visite di scolaresche alla base radar di Licola o al quartier-generale di Bagnoli, come pure i ‘cordiali’ incontri di funzionari NATO con sedicenti ‘rappresentanti’ della cittadinanza giuglianese presso la nuova sede di lago Patria, date queste premesse, assomigliano quindi alle visite delle famigliole al giardino zoologico, dove i “leoni” appaiono dei pacifici gattoni, ma solo dietro le sbarre…

Eppure, in occasione del vertice NATO di maggio 2012 – prudentemente spostato a Camp David dopo che nella blindata Chicago l’atmosfera era diventata incandescente… – il vecchio leone tornerà a lanciare i suoi minacciosi ruggiti. E lo farà soprattutto attraverso la suadente voce del Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, che ha già anticipato il suo intervento.

<<Dopo le guerre in tre continenti – Jugoslavia, Afghanistan e Libia – e le operazioni navali permanenti nel Mar Mediterraneo e nel Mare Arabico, Clinton prevede che il vertice di Chicago permetterà di consolidare ed espandere il ruolo dell’unico blocco militare nel mondo come forza globale interventista: “A Chicago costruiremo questi partenariati, come promesso. Riconosceremo i contributi operativi, finanziari e politici dei nostri partner, in una serie di sforzi per difendere i nostri valori comuni nei Balcani, Afghanistan, Medio Oriente e Nord Africa”….>>   ( http://www.eurasia-rivista.org/a-chicago-il-vertice-per-consolidare-la-nato-globale/15079/)

Contro questa nuova sfida globale della NATO alla pace, alla sicurezza ed all’integrità territoriale, però, c’è chi non è disposto ad abbassare la testa ed a ripetere l’ennesimo “signorsì”. Ecco perché anche a Napoli ed a Giugliano – Lago Patria chi è per la pace, per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio esprimerà la propria protesta e lancerà una campagna di controinformazione, di mobilitazione e di resistenza nonviolenta alla guerra.

Lasciamo pure che il leone della NATO ruggisca, ma non dimentichiamo mai la celeberrima favola di Fedro su quel leone che, dopo la caccia con altri animali più deboli, si aggiudicò arrogantemente tutta la preda (“totam praedam sola improbitas abstulit”). La morale della storia era e resta sempre la stessa: “Numquam est fidelis cum potente societas”, cioè: “Non c’è mai da fidarsi di un’alleanza con un potente”…!

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

DAI ”MALI COMUNI’ AI ‘BENI COMUNI’ ?

“Mal comune, mezzo gaudio”: chi è che non ha sentito dire e ripetere in varie circostanze questo noto proverbio?  Si tratta di una diffusa massima popolare, presente anche in altre tradizioni popolari, come quella inglese (“Trouble shared is a trouble halved”) , francese (“Douleur partagée est plus facile à supporter”) o in spagnolo (“Mal de muchos consuelo de todos”).

Noi Napoletani, poi, questo proverbio ce lo siamo sentiti ripetere da secoli – nella versione “Guajo ‘ncomune, mez’ allerezza” – subdolamente ispirata da chi aveva tutto l’interesse di far ricorso alla consolatoria “filosofia popolare” per minimizzare, se non occultare, le troppe schifezze che il suddetto popolo era costretto a sopportare.

Del resto, anticamente il filosofo latino Lucio Anneo Seneca aveva giù sentenziato: ”Pudorem rei tollit multitudo peccantium”, lasciando chiaramente intendere che la moltiplicazione di quelli che fanno peccato è sempre servita per decolpevolizzarli, cancellando la vergogna per il peccato.

Di “mali comuni”, insomma, si è sempre parlato e chi, come me, è nato e vive a Napoli ha ormai fatto l’abitudine a questo strano principio, in base al quale passare un guaio insieme diventerebbe più sopportabile, quasi un’utile occasione per praticare una “condivisione” solitamente più rara quando si tratta di momenti di gioia o di piacere.

Essere napoletani ci ha tragicamente assuefatto ad una serie infinita di “mali comuni”, che vanno da trasporti scadenti e irregolari allo storico problema della raccolta e smaltimento dei rifiuti; dal quotidiano confronto con uffici affollati ed inefficienti ad un traffico assurdo e fracassone; dall’abusivismo edilizio ai mille piccoli abusi quotidiani perpetrati di parcheggiatori, venditori e ‘capuzzielli’ che controllano il territorio. Però, poi, ci si ricordava provvidenzialmente di “mal comune, mezzo gaudio” e si tornava a sorridere dei nostri guai, magari davanti ad una fumante tazzina di caffè, come acutamente ricordava Pino Daniele in una nota canzone: “E nuje tirammo annanze, cu ‘e rulùre e’ panza / e invece e c’aiutà c’abboffano ‘e cafè”.

Ma all’improvviso noi Napoletani ci siamo trovati di fronte uno che non c’invitava a bere caffè o altro per dimenticare, consolandoci con la vecchia storia del “mal comune”. Un politico non-politico (un po’ come il tessuto non-tessuto…) che aveva finalmente il coraggio di mettere il dito nella piaga del “male in Comune”, additando il finto antagonismo dei partiti di maggioranza e di minoranza come una delle principali cause di degrado morale e civile della Città. Uno che esortava i cittadini a portare aria nuova e pulita nello squallido teatrino della politica locale, efficacemente dipinta dallo stesso Pino Daniele quando scriveva: “…stanno chine ‘e sbaglie, fanno sulo ‘mbruoglie / s’allisciano, se vattono, se pigliano o’ ccafè…”.

Per molti di noi “alternativi delusi”, ma anche per tanti giovani giustamente insofferenti, il magistrato de Magistris che sindacava i sindaci e lanciava appelli “politicamente scorretti” ha rappresentato un provvidenziale ciclone. Questo è diventato ancor più vero quando il candidato-sindaco ha chiaramente lasciato intravedere la prospettiva di una vera “rivoluzione dal basso” ed ha cominciato a parlarci di “beni comuni” anziché dei soliti “mali comuni” cui eravamo abituati. Intorno a lui, infatti, si è polarizzato un consenso ampio e vivace, che abbracciava parte della frammentata area ex-comunista ma anche ampi strati della cultura e dell’arte, attivisti ambientalisti antinuclearisti e pacifisti, radicali ed ex socialisti, perfino alcuni imprenditori di ampie vedute.

La parola d’ordine della sua campagna elettorale – vittoriosamente culminata nella nomina a Sindaco di Napoli – è stata sì quella della trasparenza amministrativa e della partecipazione popolare, ma soprattutto quella dei “beni comuni”, contrapposti alla logica perversa della gestione consociativa delle risorse del territorio, ma anche a quella dominante delle privatizzazioni.

Il problema vero, a quanto pare, non è stato quello di “scassare” il muro delle resistenze e delle opposizioni da parte di una classe politico-amministrativa votata all’immobilismo o, peggio, alla scandalosa abitudine a lucrare utili e “gaudio” dai “mali comuni” di Napoli. Il problema più grosso – a distanza di oltre mezzo anno dall’elezione di de Magistris – sembra invece quello di tener fede agli impegni assunti coi Napoletani, cambiando effettivamente rotta e lasciandosi alle spalle le disastrose esperienze dell’era bassoliniana.

Pur volendo mostrarsi tolleranti per un avvio comprensibilmente difficile da parte di una amministrazione che aveva appuntato su di sé troppe aspettative e che doveva inventarsi un modus operandi del tutto nuovo, il guaio è che siamo ancora troppo lontani dalla realizzazione del programma alternativo di cui il neo-sindaco si era fatto promotore e paladino.

La mia associazione ambientalista, nel giro di questi pochi mesi, ha già avuto modo di impattare più volte, e con ovvio disappunto, contro questioni che, sia nel merito sia nel metodo, l’attuale amministrazione comunale pretenderebbe di risolvere in modo tutt’altro che trasparente e partecipato.  La stessa agenda del Sindaco de Magistris – e quindi le sue priorità di governo del territorio – sembrano essere state finora improntate a valutazioni del tutto personali più che ad un reale ed effettivo confronto con movimenti ed organizzazioni che pur lo hanno sostenuto lealmente.

Come in una triste collana, egli ha infilato infatti una serie di decisioni verticistiche quanto opinabili, che vanno dal mancato rilancio del ruolo delle municipalità cittadine alla ricerca di “grandi eventi”; dalla maldestra gestione della vicenda-rifiuti all’incredibile e spudorata rincorsa dell’America’s Cup, ipotizzando per essa locations che hanno letteralmente fatto inorridire i veri ambientalisti, come la mai bonificata Bagnoli o il vincolato lungomare Caracciolo.

Pressato, sia pure con discrezione e rispetto, il nostro Sindaco e la sua Giunta (una specie di “tavola rotonda” di cui evidentemente egli si sente re Artù…) non è parso granché disponibile al confronto con la sua stessa base e con la cittadinanza, a meno che non si trattasse di assemblee da lui programmate, di “audizioni” graziosamente accordate oppure di fumose ed affollate “consulte” tematiche. Lo stesso Consiglio Comunale è platealmente apparso come la versione maxi di quei tristi dieci “parlamentini” zonali, dove si discute a vuoto di cose già decise altrove.

Tornando ai “beni comuni”, non si può che plaudire alle coraggiose scelte operate dall’Amministrazione de Magistris in materia di tutela dell’acqua pubblica e di restituzione ai cittadini di alcune strade e piazze prima invase permanentemente dalle auto. Ciò premesso,  onestamente non si riesce però a comprendere a quale logica alternativa e “comunitaria” rispondano altre discutibilissime decisioni, come ad esempio quella di privatizzare di fatto uno dei luoghi verdi e tutelati dell’area occidentale, l’area zoo-edenlandia, appaltandolo ad una multinazionale del divertimento di massa, oppure quella di trasformare la Villa Comunale ed il lungomare più bello del mondo nella vetrina mediatica del baraccone pseudo-sportivo delle regate per la “Vuitton Cup”.

Se tutto questo viene proposto ed imposto violando anche vincoli ambientali e svendendo inestimabili “beni comuni” agli interessi speculativi, in cambio di un’improbabile visibilità mediatica, la cosa diventa ancora più preoccupante.

Nel momento in cui scrivo, a Napoli si sta svolgendo un’affollata kermesse politica, di taglio nazionale, fortemente voluta da de Magistris in un momento in cui la sua credibilità sta scemando a livello locale. Il “Forum dei Comuni per i Beni Comuni” è l’ultima trovata del Nostro, che ha dichiarato: “…la nostra amministrazione comunale l’ha fortemente voluto, considerandola una occasione preziosa per discutere dei beni comuni e della democrazia partecipativa, per analizzare anche quelle esperienze di politica dal basso che alcune amministrazioni comunali stanno realizzando”.

Secondo de Magistris, infatti, si tratta di un’occasione: “…per confrontarci su come si possa costruire una democrazia partecipativa dal basso che abbia come filosofia di fondo la difesa e la promozione dei beni comuni, come l’acqua, il sapere, la conoscenza, il mare, il territorio. Dal concetto dei beni comuni, infatti, può nascere un movimento di liberazione e, quindi, di politica dal basso“.  La dichiarazione prosegue richiamando la “costruzione di alternative politiche, sociali, culturali ed economiche a modelli che ormai sono falliti, quelli del liberismo e della concentrazione di poteri, i quali hanno prodotto così tante e profonde diseguaglianze sociali inaccettabili” e conclude affermando trionfalmente: “Alla fine saremo tutti più consapevoli e magari anche pronti per elaborare insieme un percorso, una strategia per costruire uniti un’alternativa dal basso, un’alternativa capace di sintetizzare esperienze virtuose, laboratori, movimenti, lotte per i diritti e per il cambiamento”.

“Bene! Bravo!”, ci sentiamo di gridare di fronte a queste nobili parole, anche se istintivamente ci torna alla mente il noto sketch di Petrolini che interpreta Nerone osannato dalle folle…

Tutto questo va molto bene, infatti, ma il vero problema è far collimare siffatte dichiarazioni (nelle quali l’espressione “dal basso” ricorre in modo martellante) col fatto di un’Amministrazione che, intorno alla tavola rotonda della giunta, sta assumendo decisioni innegabilmente verticistiche, come l’esportazione via mare in Olanda di tonnellate d’indifferenziata spazzatura partenopea doc oppure l’incredibile sperpero di denaro pubblico per “fare i baffi” alla scogliera di Caracciolo e per pavimentare (sic!) un giardino pubblico di eccezionale valore storico-ambientale.

A proposito di mare, poi, che fine ha fatto la sbandierata volontà di de Magistris di smilitarizzare e denuclearizzare quello di Napoli? Come mai la prima visita ufficiale del neo-sindaco è stata proprio a quel Comando della U.S. Navy di Capodichino che poco tempo prima aveva dichiarato di voler eliminare, insieme ad un Aeroporto civile e militare che la variante al Piano Regolatore avevano già di fatto cancellato?

“Risposta non c’è…” recitava la traduzione italiane del celeberrimo “Blowing in the Wind” di Bob Dylan. Però i versi del testo originale erano: “How many times can a man turn his head/ pretending he just doesn’t see?// The answer, my friend, is blowing in the wind…”. Ecco perché, anche nel caso di queste domande, se è vero che la “risposta sta soffiando nel vento”, è anche vero che un uomo degno di questo nome non può “girare la testa, fingendo che non ha visto niente”.

Il primo bene comune da difendere è la libertà di ragionare con la propria testa e nessun “Napoleon” potrà convincerci che la fattoria per gli animali sia meglio della fattoria degli animali.

Orwell docet…

© Ermete Ferraro 2012

UN FASTIDIOSO…NEONATO

di Ermete Ferraro (*)
1 –  Un problema rimosso

In un drammatico momento, in cui a Napoli la vita quotidiana è ancora condizionata dalla mai cessata emergenza rifiuti, mettendo a dura prova la determinazione del nuovo sindaco e della sua giunta, sembrerebbe fuori luogo mettersi a discutere di basi militari e di porti nucleari. Eppure, proprio perché la percezione della gravità di questi problemi da parte dei cittadini resta molto bassa, bisogna evitare che situazioni gravissime di militarizzazione del suolo e delle acque della nostra regione passino del tutto sotto silenzio.

Subalternità politica e provincialismo dei media, infatti, hanno contribuito in larga parte alla generale disinformazione su temi come il rischio nucleare che minaccia i porti di Napoli e di Castellammare di Stabia, oppure la realizzazione di un gigantesco comando NATO in prossimità del Lago Patria e del litorale giuglianese-domizio. Le poche notizie su questi argomenti, se e quando riescono a raggiungere i cittadini, danno comunque per scontato che si tratta di qualcosa che non riguarda la loro vita ed i loro interessi, ma alte strategie politico-militari sulle quali, in ogni caso, essi non avrebbero modo d’intervenire e di esprimere un’opinione.

Ebbene, credo che contro questa espropriazione del diritto di sapere e di criticare bisogna lanciare una seria campagna di controinformazione, per cercare di accrescere la consapevolezza della gente. Bisogna fare in modo che si formi un’opinione pubblica che non debba più sottostare ai condizionamenti sia del sistema militare – per sua natura portato a classificare tutto come segreto – sia di politici senza scrupoli, faccendieri ed organizzazioni criminali, che vedono in queste operazioni appetitose occasioni per far circolare – e poi intercettare – il denaro pubblico.

Il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [1] opera da molti anni come aggregazione di varie organizzazioni impegnate a contrastare il complesso militare-industriale ed a creare mobilitazioni – dal basso e con metodi nonviolenti – contro la logica perversa del militarismo e della guerra. I suoi principali obiettivi operativi, in questi ultimi tre anni, sono stati la lotta per la denuclearizzazione dei porti della regione ed il contrasto alla militarizzazione di sempre nuove aree del territorio.

Vivere in Campania vuol dire trovarsi immersi in una delle aree più militarizzate d’Europa. Cuore della strategia NATO ed USA, la stessa città di Napoli non si è mai liberata dall’occupazione militare dei suoi ex-Liberatori. Essa, infatti, è costretta da decenni a convivere con una realtà del tutto autonoma ed estranea. Una realtà svincolata dalle vigenti norme urbanistiche, ambientali e sanitarie, sottratta a qualsiasi controllo da parte di chi dovrebbe governare il territorio e, perciò stesso, al di sopra di ogni principio democratico di trasparenza e di sovranità territoriale. Basterebbe questo, a prescindere da altre considerazioni di carattere specificamente politico, perché i cittadini/e della Campania si mobilitino in difesa dei loro diritti, contro l’arroganza di chi spadroneggia a casa loro, in nome di un’equivoca e non richiesta ‘protezione’.

Questo breve contributo (dopo quello sul rischio dei porti nucleari [2] quindi, si propone di fare un po’ di chiarezza sulla vicenda del trasferimento del Comando NATO da Bagnoli al Lago Patria, in nome di una controinformazione su questioni che ci toccano tutti da vicino, ma anche per creare le premesse di quella mobilitazione, democratica e pacifica, contro chi – da troppo tempo – ha militarizzato il suolo, le acque e perfino l’etere della nostra Campania.

2. I precedenti (1980-2000)

Già negli anni ’80 ebbi a definire questa città straniera dentro la nostra città col nome di “Nàtoli” e poi, da consigliere provinciale, ripresi questa ironica denominazione in un articolo del 1992, pubblicato sulla rivista ufficiale dell’ente locale. [3]  Il guaio è che, da un bel po’ di tempo, a chi amministrava “Nàtoli” il solo territorio di Agnano, Bagnoli, Nisida e Capodichino stava ormai troppo stretto. Il peso dell’AFSOUTH e dei comandi integrati delle operazioni navali NATO-USA erano diventato eccessivo, passando dalla sola regione meridionale dell’Europa al controllo dei nuovi scenari strategici balcanici, medio-orientali e, più recentemente, arabo-africani.

Ecco allora che, nel 1997, l’allora sindaco di Napoli Bassolino non si fece scrupolo di firmare un protocollo d’intesa col comando AFSOUTH, che prevedeva il suo trasferimento in una mega-struttura di 13 piani, da realizzare nel Centro Direzionale di Napoli. Com’è facilmente immaginabile, questo Pentagono partenopeo avrebbe avuto un enorme impatto urbanistico ed ambientale. Sarebbe stato collocato, infatti, nel bel mezzo di un’area cittadina densamente abitata, tra la stazione ferroviaria centrale, l’aeroporto civile e militare di Capodichino e lo stesso Centro Direzionale napoletano. Grazie all’intervento di “ScardiNATO” – un network ecopacifista promosso dai Verdarcobaleno, da Rifondazione Comunista e dalla sezione napoletana di Pax Christi – in quell’occasione ci fu però una dura reazione, accompagnata dall’informazione diretta dei cittadini dei quartieri popolari limitrofi e culminata in un pacifico corteo di protesta. Probabilmente non furono le proteste dei residenti e di quel comitato a far recedere i vertici NATO dal procedere nel senso della progettata relocation del Quartier Generale di Bagnoli. Certo è che, in breve tempo, dell’ipotizzata megastruttura da realizzare al C.D.N. non si è saputo più nulla.

La soddisfazione per l’obiettivo raggiunto, però, ha fatto progressivamente venir meno la mobilitazione degli ecopacifisti napoletani che negli anni successivi non hanno saputo né potuto intervenire adeguatamente sulla scelta di una nuova area in cui traslocare il vecchio Quartier generale alleato. Dopo vari studi, infatti, essa era stata localizzata dalla NATO nel sito che ne ospitava la vicina centrale ricevente, un’area già costellata da radar ed antenne nei pressi del Lago Patria, ad una ventina di chilometri a nord-ovest di Napoli.  Come  si  ricorda sul sito di quello che sarebbe diventato nel 2004 il Comando AJF (Allied Joint Forces) [4] – la decisione fu ratificata a Roma nel 2001 da un Protocollo d’Intesa, sottoscritto dall’amm. J. O. Ellis (Com.te in Capo dell’AFSOUTH) e dall’allora Capo di S.M. della Difesa, il gen. M. Arpino.

“Per facilitare il progetto – vi si spiega – fu formato il PMO (Ufficio Multi-nazionale per la Gestione del Progetto. Il suo compito era indicare una moderna struttura per monitorare lo stato dell’arte, che avrebbe massimizzato l’efficienza operativa, ma anche fornito l’intera gamma delle attrezzature ricreativo-assistenziali. Per un progetto di così largo ed alto profilo, il supporto della nazione ospitante è essenziale, per cui il Ministero della Difesa italiano ha generosamente provveduto ad una squadra di collegamento specializzata, il ‘Progetto AFSOUTH 2000’. I suoi compiti includono le relazioni – a nome e per conto di AFSOUTH – con le autorità locali, relativamente a svariate questioni, come la pianificazione delle licenze, gli standard nazionali  e la fornitura di servizi pubblici. Nel loro insieme, l’AFSOUTH e la squadra italiana formano il JPCO (Ufficio di Coordinamento Congiunto del Progetto” [5]

Un anno dopo, nel marzo 2002 il nuovo Comandante in Capo della struttura alleata consegnò al Vice-Capo di Stato Maggiore italiano, il gen. V. Camporini, il progetto completo del nuovo Quartier generale e delle attrezzature annesse. Completata la gara d’appalto internazionale da parte del governo italiano, si aggiudicò il contratto per la realizzazione delle opere civili un consorzio temporaneo d’imprese formato dalle società per azioni italiane “Condotte” e “Sirti”. Il primo gruppo è la storica società cui sono stati affidati i lavori per l’Alta Velocità  nei tratti TO-MI e RM-NA, nonché il faraonico progetto “Mose” a Venezia e, come Eurolink, la realizzazione del progettato ponte sullo stretto di Messina. La seconda è una nota azienda che si occupa da decenni di realizzare reti per telecomunicazioni, informatica e sicurezza.

3. Il progetto del complesso “AFSOUTH 2000”

Il nuovo complesso – che si estende su una superficie di 330.000 metri quadri – secondo i suoi progettisti, dovrà fornire servizi integrati ad una comunità molto ampia, impegnata e multinazionale. Ecco perché, in aggiunta all’enorme stabile del Quartier Generale, sono stati previsti anche un Centro Comunitario e tre edifici per alloggi, riservati specificamente al personale NATO di nazionalità statunitense, britannica ed italiana. Nei sei piani – quattro rialzati e due interrati – che compongono il nuovo Comando, sarà ospitato non solo l’AFSOUTH, ma anche il Comando Navale Alleato del Sud-Europa (NAVSOUTH), quello delle Forze di Attacco e di Supporto nella stessa area operativa (STRIKFORSOUTH,  nonché le unità di supporto nazionali. E’ stata progettata infine una grande sala-stampa multimediale.

Annessi al nuovo Centro Comunitario, infine, ci saranno attrezzature ricreativo-sociali per il personale, fra cui una piscina, una palestra, un campo da tennis e vari punti vendita. Si prevede inoltre un’integrazione al progetto, in modo da realizzare anche la struttura che ospiterà la Scuola Internazionale per i figli del personale alleato.

Quello che fa impressione sono i numeri del nuovo complesso, snocciolati dallo stesso sito del JFC.: 2.100 militari e 350 civili presso il Q.G.; 85 chilometri quadri di spazi pavimentati; 600 chilometri di cablaggio; una rete di ben 2.000 computer; 2.227 spazi per parcheggio; 3 chilometri di recinzione perimetrale; 400 persone alla volta servite dalla mensa internazionale; 3 chilometri quadri designati come ‘area a verde’; un auditorium da 300 posti. Un elemento interessante è l’attenzione per alcuni aspetti ambientali, come un’esposizione solare ottimale, per ridurre lo spreco di elettricità e, allo stesso tempo, un sistema per ombreggiare i locali, allo scopo di limitare l’utilizzo di condizionatori d’aria. Gli stessi parcheggi esterni non sono stati pavimentati per intero, per evitare l’impermeabilizzazione del suolo con un migliore drenaggio delle acque pluviali.

Dal sito del noto studio di architettura “M. A. Arnaboldi e Patners” che ha curato la consulenza strutturale del progetto [6], si ricavano altri interessanti dati sulla mega-edificio del nuovo Comando NATO al lago Patria. Il volume di costruito è pari a 282.000 metri cubi, su una superficie globale di oltre 60.000 metri quadri, con 2 piani interrati, 1 piano terreno ed altri 4 piani superiori. Il complesso, realizzato in cemento armato sotto e in ferro per le parti elevate, raggiunge un’altezza di 17,30 metri fuori terra. La progettazione è stata affidata agli architetti Camillo e Alessandro Gubitosi, affiancati dagli ‘strutturisti’ Arnaboldi e Chesi e da uno stuolo di collaboratori. La progettazione degli impianti tecnici è stata affidata alla “Cormio Engineering” di Desenzano sul Garda (BS), specializzata in ambito militare e membro del consorzio COIPA.

Da altre fonti si ricavano ulteriori dati conoscitivi sull’edificio della “Afsouth 2000”. Ad esempio, sappiamo che gli uffici operativi del Comando NATO saranno ubicati soprattutto ai piani interrati – presumibilmente per motivi di sicurezza – mentre i cinque piani fuori terra ospiteranno uffici, servizi, depositi ed altri tipi di locali organizzativi, spalmati su 40.000 metri quadri a piano. Al piano copertura, infine, vi è un’area destinata ad alloggiare gli impianti tecnologici, sistemati nell’intercapedine del tetto del complesso. L’intera struttura è sottoposta a una classificazione sismica di 3a categoria ed è inoltre protetta da eventuali attacchi terroristici.  Da fonti giornalistiche, poi, emerge che, tra residenti e fruitori esterni del nuovo comando, il bacino sarà molto più ampio, intorno alle 5.000 persone. Sono numeri tali da aver subito destato preoccupazione sul piano della mobilità da e per il complesso “Afsouth2000”.

Un numero enorme, se si pensa alla carenza di infrastrutture e vie di collegamento adeguate, in grado di fronteggiare un esodo così massiccio. La costruzione del quartier generale statunitense, una delle basi più grandi d’Italia, anche più della chiacchierata Vicenza, preoccupa e non poco il sindaco Giovanni Pianese, allarmato per gli effetti che gli insediamenti potrebbero avere su un territorio già di per sé devastato da scempi edilizi. Trasferire oltre 500 nuove famiglie senza garantire i necessari supporti logistici ed infrastrutturali, secondo il sindaco di Giugliano, potrebbe comportare il collasso definitivo della zona litoranea. Per questo l’amministrazione comunale, su indicazione dell’assessorato ai Trasporti delle Regione Campania, ha evidenziato come sia il settore dei trasporti quello che ha la maggiore urgenza di essere rivoluzionato, per fronteggiare in modo adeguato l’arrivo di un numero di persone così alto. Sarà affidato ad un professionista esterno, da scegliere attraverso una specifica procedura, il compito di redigere uno studio di fattibilità di un piano di mobilità, un piano di sicurezza stradale e di un piano traffico per migliorare l’accessibilità al nuovo insediamento. Lo studio andrà ad integrare quello già effettuato dagli esperti dello ‘Studio Pisciotta P. & Co.’ di Napoli, commissionato dagli stessi americani, ritenuto però carente in alcuni suoi punti dall’assessorato ai Trasporti della Regione Campania.[7]

4. L’apertura del nuovo complesso e le questioni emergenti

Al di là del facile umorismo sui ritardi nella realizzazione di un complesso – che gli stessi militari della NATO sembra abbiano ribattezzato “Afsouth 3000”… – per la fine di quest’anno e l’inizio del 2012 sembra comunque prevista la fase conclusiva della relocation del Comando alleato da Bagnoli al Lago Patria. Il progetto ha abbondantemente assorbito il finanziamento di circa 165 milioni di euro da parte della NATO e l’Italia, in quanto paese-membro, ha già sborsato la sua quota.  Ma quanto ci costa veramente?  Il problema tecnico più delicato sembra che sia trasferimento della rete di comunicazioni, mentre sarebbero in ritardo le infrastrutture esterne al Comando, di competenza delle autorità nazionali e locali italiani. Per rendere operativo il Comando c’ è bisogno dell’ allacciamento della rete fognaria e di raddoppiare gli assi viari esistenti, rendendoli capace di sopportare un traffico di 1400 auto nelle ore di punta. In particolare, la Nato ha invitato il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della giunta provinciale Luigi Cesaro ed il sindaco di Giugliano Giovanni Pianese ad un sopralluogo per accelerare sui lavori esterni.

Scriveva Stella Cervasio su “la Repubblica” all’inizio dello scorso aprile: “ Il T Day si compirà alla fine del 2012. Primo dicembre. Suona apocalittico, è invece il termine entro il quale la Nato si trasferirà nel nuovo quartier generale al Lago Patria in via di completamento. Ieri lo ha reso noto il comandante del Jfc Naples ammiraglio Samuel J. Locklear III, che ha ricevuto il governatore Stefano Caldoro e il presidente della Provincia Luigi Cesaro all’ interno delle strutture in costruzione. Qualche bacchettata agli enti locali non è mancata: le infrastrutture subiscono ritardi e il comando Nato è corso ai ripari. […] Il ritardo effettivamente c’ è, e riguarda proprio le infrastrutture. «Sono disponibili 21 milioni di fondi Fas – ha detto il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese- recuperati per le opere mancanti». Il governatore Caldoro ha proposto la nomina di un commissario che prema sull’ acceleratore, che dovrebbe essere proprio il primo cittadino dell’ area interessata, Pianese. «Siamo già in contatto con il sottosegretario Gianni Letta – ha detto Caldoro – con il quale ci incontreremo a breve». E il presidente della Provincia Cesaro: «Il trasferimento da Bagnoli al Lago Patria avverrà entro giugno del prossimo anno e per quella data dovremo essere al passo con le infrastrutture. La Provincia dovrà migliorare la viabilità e per questo sono previsti 5 milioni di euro, c’ è già uno studio di fattibilità che sarà alla base di un protocollo di intesa fra Presidenza del Consiglio dei ministri, Regione, Provincia, Comune di Giugliano e comando Nato. Un’ occasione di crescita da non sottovalutare». [8]

Facendo un po’ di conti, soltanto se sommiamo ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (e pagati in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie, cui si aggiungerebbero altri 5 milioni erogati dall’Amministrazione Provinciale [9], arriviamo alla somma di oltre 190 milioni di euro (ovvero 380 miliardi di vecchie lire…), cui ovviamente vanno aggiunte altre voci non dichiarate.  Si tratta di una cifra spaventosa, soprattutto se pensiamo si tratta di un comando  strategico di un’Alleanza militare ormai senza controparte e che, ad esempio, per il recupero del centro storico di Napoli, dichiarato dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”, sono stati stanziati appena 10 milioni di euro in più annualità…..

Ai cittadini del litorale giuglianese sono state offerte, in cambio del terremoto urbanistico ed ambientale provocato dal nuovo insediamento militare, delle “compensazioni” in termini di finanziamenti per opere infrastrutturali. Si tratta del prezzo da pagare per il ‘disturbo’ arrecato, e non importa se a tirare fuori i soldi sono gli stessi cittadini della Campania e se si tratta di somme molto sostanziose ed estremamente appetibili per le organizzazioni camorristiche locali.  Leggendo bene le dichiarazioni del sindaco Pianese, infatti:   “L’accordo Operativo prevede il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 1) ‘collettore via San Nullo’ per un importo di 5,4 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 3) ‘collettore via Madonna del Pantano’ per un importo di tre milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 4) ‘collettore via Grotta dell’Olmo’ per un importo di 3,1 milioni di euro; il completamento delle reti fognarie urbane (Lotto 2) ‘collettore viale dei Pini e interventi di adeguamento funzionale’ per un importo di 3,7 milioni di euro” [10]

La verità è che, come giustamente denunciava ad aprile il collettivo anarchico di Livorno [11] , le spese sono state giustificate in nome della solita storiella, secondo la quale questo genere di strutture militari rappresenterebbero un’importante occasione di sviluppo economico ed occupazionale, e quindi una sorta di ‘investimento sociale’. Non a caso, infatti, si è attinto ai FAS, che servono a finanziare lo sviluppo locale e non certo faraoniche strutture che servono solo ad organizzare meglio le presenti e le future guerre nel sud-est del pianeta.

“Insomma – commentano ironicamente gli autori dell’articolo – i denari stanziati dalla Regione e dal governo per la base NATO di Giugliano, in quanto sotto la voce “fondi Fas”, passeranno alla storia finanziaria del Paese come spese per lo sviluppo del Mezzogiorno, secondo la regola aurea che impone che al danno debba sempre accompagnarsi la beffa…” [12]

5. Alcune considerazioni e indicazioni operative

Le fonti di documentazione su ciò che sta accadendo al Lago Patria – a parte quelle citate e qualche altra notizia generica – dimostrano quanto sia grande la disinformazione dei cittadini ma anche la…distrazione dei movimenti politici, sindacali, ambientalisti e degli stessi pacifisti su questa sconcertante vicenda. E’ evidente, allora, che bisogna recuperare il tempo perduto e lanciare una campagna di informazione e opposizione a quest’ennesima occupazione militare del nostro territorio, che di tutto ha bisogno meno che di nuove basi USA e NATO.

Il primo elemento per ogni mobilitazione nonviolenta è, ovviamente, la controinformazione e la crescita della consapevolezza della comunità locale, finora rimasta troppo silenziosa o addirittura abbagliata dai miraggi d’investimenti in quell’area.  E’ necessario che tutte le organizzazioni democratiche presenti in quel territorio s’incontrino e stabiliscano un coordinamento permanente sull’insediamento Afsouth 2000 al Lago Patria. Bisogna studiare il progetto da tutti i punti di vista e monitorare la fonte del finanziamenti e chi concretamente sta operando in loco. Vanno organizzate pubbliche assemblee con i cittadini, per informarli di quello che sta accadendo e delle conseguenze – ambientali, sanitarie e socio-economiche – di questa faraonica struttura militare.

Occorre, infatti, una capacità di mobilitazione popolare – prima ancora che da parte di organizzazioni sociali e politiche strutturate – che impedisca che tutto si realizzi senza neanche un’opposizione, ferma e responsabile, ad un progetto che non porterà né sviluppo né occupazione, ma solo nuove servitù militari, rischi nucleari e da emissioni elettromagnetiche, con evidenti danni alla comunità locale ed alle attività turistiche.

Le responsabilità dei politici sono enormi e vanno denunciate. E’ però giunto il momento di riscoprire il protagonismo della gente e nuove forme di lotta nonviolenta contro la sempre crescente militarizzazione della Campania.

NOTE:

1.      Visita il sito: www.pacedisarmo.it

2.      Ermete Ferraro, A propulsione antinucleare, Napoli, 2010 (pubbl. su Pace e Disarmo)

3.      Ermete Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, 1992, XIV-1/3, Napoli, Ann.Prov. di Na.

4.      http://www.jfcnaples.nato.int/

5.      http://www.jfcnaples.nato.int/page11545845.aspx

6.      http://www.arnaboldiepartners.it/NAPOLI/NAPOLI.html

7.      A. Mangione, “Lago Patria: nel 2012 l’apertura della base NATO, InterNapoli.it , 19.01.2010 http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=17281

8.      Stella Cervasio, “NATO, via al trasferimento da dicembre al Lago Patria” , la Repubblica, Napoli, 2 aprile 2011

9.      L. Cesaro, “La nuova base di lago Patria un’opportunità per il territorio”, Ag. Stampa La Provincia di Napoli, 01.04.2011

10.  Giugliano, Base Nato: compensazioni ambientali per insediamento militare a Lago Patria” , redazione di Julie News, 02.03.2011

11.  “Locklear si fa la base NATO a spese della Regione Campania”, in Collettivo Anarchico Libertario, Livorno, 09.04.2011 (da www.comidad.org

12.  Ibidem


 

SANCTUS JANUARIUS

San Gennaro martire

Ebbene sì: a Napoli, il 19 settembre, si continua a festeggiare san Gennaro, alla faccia del Governo e delle sue manovre “taglia-spesa”. Gennaro – hanno borbottato in parecchi – mica è un santo qualunque, la cui festa può essere spostata perché a qualcuno così gli gira, pur di risparmiare festività e d’aumentare le giornate lavorative. E poi, diciamolo: San Gennaro non è una statua o una reliquia da onorare, ma il sinonimo stesso di “miracolo”, visto che il suo sangue continua a liquefarsi da quel lontano 19 settembre del 305 d.C., l’anno del suo martirio, facendo esultare chi ne trae favorevoli auspici per una città che, in fatto di problemi, non si è fatta mancare mai nulla… Il ‘prodigio’ – come giustamente lo chiama la Chiesa – in effetti si ripete in almeno altre due circostanze, ma è comprensibile che la gente di Napoli voglia farsi scippare – oltre a industrie, banche e un sacco di posti di lavoro – anche la festività del suo patrono e protettore. Certo, a voler sottilizzare, bisogna riconoscere che, ai suoi tempi, Januarius era vescovo di Benevento e che la sua decapitazione – ad opera di un tal Dragonzio, governatore romano della Campania – avvenne a Pozzuoli. Fatto sta che, dal 430 circa, i resti mortali del martire furono traslati nelle catacombe napoletane di Capodimonte, da dove furono però trafugati quattro secoli dopo, per essere riportati nella cattedrale di Benevento. Eppure nemmeno lì rimasero a lungo, visto che, passati altri tre secoli, un re normanno le fece traslare nell’abbazia di Montevergine. Ci vollero ancora un bel po’ di anni e, nel 1497, le reliquie di Gennaro tornarono finalmente a Napoli, nel cui Duomo furono da allora esposte, prima in una cripta e poi nella celeberrima Cappella omonima. Ciò premesso, capite bene che, al solo sentire la parola “spostamento”, al santo martire, giustamente, gli….ribolle il sangue. E’ pur vero che si tratterebbe d’una differenza di pochi giorni ma, che diamine, è anche una questione di rispetto! Prima la sua festa viene declassata, poi qualcuno addirittura ha messo in discussione l’autenticità della liquefazione del suo sangue, e adesso vogliono ‘traslargli’ anche il giorno della festa… Per non parlare del fatto che c’è chi è andato a contestargli perfino il nome, osservando che Januarius dovrebbe probabilmente esserne il cognome, indicativo dell’appartenenza alla famiglia patrizia dei Januarii, probabilmente consacrata al dio bifronte Giano. Insomma: pare proprio che abbiano da ridire su tutto e che si divertano alle spalle del nostro amato san Gennaro, il cui nome, fra l’altro, è sempre meno frequente perfino a Napoli. Meno male che Gennari’ non sembra pigliarsela più di tanto e ha fatto il ‘miracolo’ anche quest’anno, circondato dall’affetto di un popolo che – è proprio il caso di dire – questo santo “ce l’ha nel sangue” e non ha nessuna intenzione di fargli sopportare altri sgarbi… Eppure – anche se molti non lo sanno e io stesso l’ho scoperto recentemente – sembra che a san Gennaro portasse rispetto perfino il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, uno che non si può certo definire un pensatore ‘devozionale’. In apertura del quarto capitolo del suo celebre libro “La Gaia Scienza” risalta infatti una breve poesia a rime alterne, pubblicata con la data di Gennaio 1882 e proprio col titolo“Sanctus Januarius”. Nella traduzione, essa suona più o meno così: “Tu che con lancia di fiamma / Spezzi il ghiaccio dell’anima mia, / Sì che scrosciando verso il mare / Della sua suprema speranza s’affretta: / Sempre più chiara e più salutare, / Libera nel suo più amorevole bisogno / Così essa celebra il tuo prodigio, / Bellissimo Gennaro! “ Francamente, non è molto chiaro il senso di questa originale invocazione e non è neanche del tutto certo che lo Schönster Januarius cui si riferisce Nietzsche sia proprio il patrono di Napoli e non una simbolica personalizzazione di Gennaio. Quel che importa è che questi versi fanno da preludio ad un passo molto importante de “La Gaia Scienza”, nel quale l’autore espone la sua nuova filosofia di vita. Si tratta di un sentimento cosmico che egli chiama “amor fati”e che si differenzia dalla “compassione” cristiana, in quanto si pone come condivisione della gioia più della sofferenza. Ecco, allora, che il filosofo – all’inizio dell’anno – formula un augurio a se stesso: da quel momento in poi cercherà nelle cose il necessario, la cosa più bella che è in loro. “ Amor fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore! Non voglio far guerra al brutto. Non voglio accusare, non voglio nemmeno accusare gli accusatori. Distogliere lo sguardo sia la mia unica negazione! E, tutto sommato e in complesso: voglio un bel giorno essere solo uno che dice si!” (F. Nietzsche, Die fröhliche Wissenschaft, IV, 276). Beh, mi rendo conto che il tono di questa pagina è salito un po’ troppo, ma non si può negare che siamo di fronte a parole che meritano una riflessione anche in questo 19 settembre 2011. Un amore che voglia condividere con gli altri la gioia – diceva Nietzsche – non può essere fondato sull’accusa, sulla negazione e sulla guerra alle brutture che ci cadono davanti agli occhi. Forse, come raccontava anche un divertente film con Jim Carrey passato recentemente per televisione, è molto più salutare diventare uno “yes-man”o, come diceva il filosofo prussiano “ein Ja-sagender”. Personalmente, dubito che sia sufficiente “distogliere lo sguardo” da tutte le schifezze cui siamo costretti ad assistere quotidianamente nella città di san Gennaro e, anche se concordo che probabilmente non vale nemmeno più la pena di “far guerra al brutto” , mi riesce comunque difficile non denunciare ciò che va male e coloro che ne sono i responsabili. Il fatto è che forse io sono un po’ troppo cristiano per poter diventare un buon nietzschiano, visto che per me l’etica conta ancora più dell’estetica. Per esempio, chi sta di nuovo riprovando a mettere le mani sulla città, per trasformarla in un prodotto da commercializzare, oppure chi vorrebbe ostacolare il vero rinnovamento di Napoli, devo ammetterlo, non mi suggerisce pensieri né buoni né belli. Però questo è un altro discorso, per cui preferisco chiudere mutuando dall’autore de “La Gaia Scienza” la sua invocazione al “bellissimo Gennaro”. Lui che “con lancia di fiamma spezza il ghiaccio dell’anima” ci faccia il miracolo di rendere la nostra città meno attenta ai “prodigi” e più sensibile alla voce di chi vuole davvero renderla “sempre più chiara e salutare”. E così sia.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

PALAZZO FUGA…DALLE RESPONSABILITA’

Una facciata lunga 354 metri ed alta 46; 103.000 mq di superficie utile; 430 stanze su quattro livelli, la più grande delle quali misura 8 metri in altezza: questo è Palazzo Fuga, il più grande edificio monumentale d’Europa. Frutto della genialità innovativa quanto megalomane del sovrano borbonico più illuminato, Carlo III, secondo il progetto originario dell’arch. Ferdinando Fuga (1751) avrebbe dovuto estendersi su una superficie ancor più vasta, con un prospetto di 600 metri di lunghezza e una larghezza di 135 metri. Avrebbe dovuto comprendere, inoltre, cinque grossi cortili ed in quello centrale era prevista un’imponente chiesa con pianta radiale a sei bracci. Ideato per ospitare ben 8.000 derelitti di tutto il Regno (sulla facciata campeggia ancora la scritta latina: REGIVM TOTIVS REGNI PAVPERVM HOSPICIVM ) quest’opera colossale fu ed è rimasta nei secoli, un grandioso “Albergo del Poveri”. Con questo nome, peraltro, Palazzo Fuga è più conosciuto, oltre che con quello popolare (vagamente turco-napoletano) di “Serraglio”. In questi 350 anni, infatti, sono passati diverse migliaia di ‘ospiti’ in questa megastruttura borbonica: mendicanti, vagabondi e soggetti senza fissa dimora ed occupazione stabile. Questa partenopea Corte dei Miracoli – suddivisa in quattro categorie: uomini, donne, ragazzi e ragazze – nell’ultimo secolo ha ospitato un po’ di tutto: dagli scugnizzi rinchiusi nel riformatorio ai malati di mente, dai sordomuti ai giovani poveri iscritti alla scuola di musica. Tra gli ultime residenti in questo popolare ‘ospizio’ c’erano anche parecchie vecchiette abbandonate, alcune delle quali vi rimasero sepolte quando un’ala dell’edificio crollò miseramente, in seguito al terremoto del 1980.
Mi è capitato di leggere, in questi giorni, un allarmante articolo sulle condizioni statiche di Palazzo Fuga, il cui ripristino – a quasi trent’anni dal sisma – è ancora ben lontano dall’essere stato attuato. Anni di progettazione, decine di consulenti di livello internazionale, tanti progetti di “restyling” e di “restauro critico”, un’infinità d’ipotesi di destinazione di quella vera e propria cittadella vasta 10 ettari: tutto per che cosa? E’ vero che dal progetto di Fuga all’interruzione definitiva dei lavori di realizzazione di questo maestoso edificio trascorsero 68 anni. Però non mi sembra poi tantissimo tempo, visto che un trentennio ed ingenti risorse finanziarie già stanziate hanno sortito finora risultati limitati e precari. Certo, oggi chi passa per piazza Carlo III può vedere la lunghissima facciata del Real Albergo del Poveri in tutto il suo splendore. Il guaio è che dietro le finestre scure che occhieggiano su quella distesa chiara c’è in buona parte ancora il vuoto, riempito da grovigli d’impalcature, puntelli provvisori e precari supporti. Basta che le piogge o una scossa tellurica li sollecitino troppo – sottolineano i tecnici – ed i solai cederanno, trascinandosi nel crollo le mura perimetrali di questo sconcertante “castello di carte”. Oggi, in nome del Forum delle Culture che Napoli ospiterà nel 2013, questo grido d’allarme pare sia stato preso più sul serio e, ancora una volta, l’Amministrazione in carica promette d’investire somme importanti nel recupero di questo storico monumento, per impedirne il degrado. Proprio in questi giorni, fra l’altro, si è svolto a Napoli un convegno nazionali di bioarchitettura, incentrato sul possibile restauro “ecosostenibile” del prezioso edificio. Sta di fatto, però, che nella nostra martoriata Città bisognerebbe smetterla di evocare fantasiosi “regni del possibile”, per cominciare finalmente a realizzare “le possibilità del regno”, cioè una gestione attenta alle vere priorità ed esigenze della collettività, a partire dalla quotidianità dell’ordinario. Il guaio è che, al contrario, di chiacchiere se ne sono fatte fin troppe, mentre lo stesso ingegnere Andrea Esposito – responsabile del progetto di recupero di Palazzo Fuga – ha dichiarato che finora si sono realizzati solo interventi occasionali di rattoppo, mentre pessime sono le condizioni della manutenzione, col già paventato rischio di crollo dell’imponente struttura borbonica. Nello scorso luglio essa era stata inserita dalla Regione Campania, con almeno due anni di ritardo, nel progetto “Centro storico di Napoli”, destinando al suo restauro 20 milioni di euro, dei 100 complessivamente disponibili. Bene! Eppure se il pensiero corre ai 17 milioni che il Comune di Napoli – attraverso Bagnolifutura SpA che esso detiene al 90% – ha deciso di spendere per ospitare in un’area del tutto inappropriata un pretenzioso e gonfiato evento velico che durerà solo 9 giorni, replicando la spesa fra un anno, beh, ammetterete che c’è da incavolarsi di brutto! Ma come: il Sindaco del rinnovamento, della discontinuità rispetto all’era bassoliniana e della gestione alternativa ed ecocompatibile del territorio non trova niente di meglio da finanziare con i soldi dei Napoletani del baraccone mediatico che gira intorno alle gare della America’s Cup ? E, per di più, lo decide e lo impone con una logica verticistica, contraddicendo il piano di autentico risanamento ambientale di un’area, quella di Bagnoli, che lobbies trasversali hanno deciso da anni di trasformare in ciò che qualcuno ha definito “la madre di tutte le speculazioni” ? Consiglio a tutti – in particolare a coloro che, come me e tanti altri, hanno deciso di sostenere l’elezione a sindaco di de Magistris – di andarsi a rileggere, adesso, il suo programma elettorale. Chi ha creduto che “Napoli è tua” potesse essere lo slogan di un rinnovamento dal basso, ecologista pacifico e solidale, cercherà invano in quelle dichiarazioni programmatiche le attuali priorità di chi ci amministra ormai da qualche mese. Spendere 34 milioni di euro (17 per due tornate) per fare e disfare opere di non indifferente impatto ambientale in un’area inquinata da bonificare, per realizzare meno di 20 giorni di manifestazioni collaterali alla “Vuitton Cup” , nel mentre pare che bisogna rallegrarsi se si riesce ad ottenere dalla Regione 20 milioni per recuperare e sottrarre al degrado, se non al crollo, il bisecolare edificio più grande d’Europa, non mi sembra tollerabile! Quando la finiremo con la celebrazione di “grandi eventi” che assomigliano piuttosto a dei grandi “venti”, vani ma capaci di disperdere montagne di denaro pubblico per arricchire i soliti noti? Quando si riuscirà a rendere Napoli una città meno “a-normale”, che campa solo sulle emergenze e che da decenni non conosce un’amministrazione che sappia ascoltare i cittadini e rispondere alle loro necessità d’ogni giorno? “Coppe”, “Forum” ed altri altisonanti eventi dello stesso genere assomigliano troppo alla maestosa facciata restaurata di Palazzo Fuga, dietro la quale però regna il vuoto. O, peggio, dove continua ad affannarsi un’insaziabile torma di speculatori, faccendieri e politicanti, con le loro rispettive “corti dei miracoli”…. Facciamo sentire la nostra voce a chi aveva promesso di ascoltarla e diamoci da fare per evitare che, con la vuota facciata delle apparenze spagnolesche che ci ha troppo a lungo contraddistinto, crolli anche la speranza per un futuro diverso della nostra città.
© 2011 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.splinder.com

palazzo Fuga – Napoli