Europa a 12…stellette? No, grazie!

DI ERMETE FERRARO

Alla ricerca d’un manifesto poco…manifesto

«Scusate, ma esattamente cosa vi serve?». A porre la domanda, con tono angosciato, la stupita dirigente dell’Area ‘Servizi al Cittadino’ del Comune di Napoli, cui un mese fa avevo chiesto di visionare l’ultimo manifesto di chiamata alla leva firmato dal Sindaco, di cui si erano perse le tracce. Le avevo peraltro chiarito che la mia richiesta – essendo un pensionato ultrasettantenne – non derivava da interesse personale, ma dalla necessità – come responsabile di un’organizzazione pacifista – di visionare le informazioni fornite con quell’avviso pubblico ai diretti interessati, i giovani della classe 2007 ed i loro genitori.

Qualcosa nelle mie parole non riusciva comunque a convincere l’interlocutrice, per la quale ero una fastidiosa apparizione che interrompeva, per di più con una pretesa assurda, la sua burocratica routine pre-elettorale. Quando, tra sbuffi e borbottamenti, si è decisa ad assecondare il mio bizzarro desiderio, ha estratto da un faldone una locandina formato A4 riproducente il manifesto in questione, che mi ha mostrato fugacemente, per assecondarmi e congedarmi. Alla mia richiesta di riprodurlo – con una fotocopia o soltanto fotografandolo col cellulare – si è però affrettata a richiudere il prezioso foglio nel sarcofago cartaceo da dove aveva rivisto la luce, replicando che non era possibile.

«Ma si tratta di un atto pubblico!» ho protestato, ricavando la sorprendente risposta che, se proprio ci tenevo, potevo procurarmene copia nella mia municipalità di residenza, cui a suo tempo era stato inoltrato per l’affissione di 15 giorni. A questo punto non mi è rimasto che esprimerle il ringraziamento per la cortesia e disponibilità dimostrata…

È stato questo il primo atto della mia avventurosa ricerca del bando perduto negli uffici comunali di Anagrafe e Stato Civile, decentrati nel quartiere Soccavo, che è poi proseguita nella Segreteria della Presidenza V Municipalità. Anche lì la mia richiesta suonava stravagante però, dopo un’interlocuzione tra uffici, ho finalmente ottenuto la fotocopia.

Ma – tornando alla domanda iniziale – a cosa diavolo mi serviva quel documento, visto che di servizio militare di leva non si parla da 20 anni?  Il fatto è che, come ho spiegato nel precedente articolo [i], tuttora non sono molti gli italiani consapevoli che, a partire dal 2005, la ‘leva’ obbligatoria per i maschi da 18 anni in poi non è stata abolita, ma solo ‘sospesa’ dalla legge 226/2004.  Ne consegue che, in Italia, la coscrizione militare può effettivamente tornare, com’è previsto dall’art. 1929 del Codice Ordinamento Militare:

Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni, nei seguenti casi: a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii]

La prima osservazione da fare è che, stando così le cose, non è richiesto alcun passaggio per il Parlamento, poiché che la decisione di ripristinare il servizio di leva è stata riservata al potere esecutivo, scavalcando quello legislativo. La seconda è che il testo citato risulta ambiguo, lasciando intendere che, in caso di emergenza, potrebbero essere richiamati alle armi solamente i militari volontari congedati da massimo 5 anni, mentre nel successivo articolo si parla esplicitamente di “riattivazione del servizio militare obbligatorio[iii].

Ecco perché i Sindaci di tutti Comuni italiani, in quanto ufficiali di governo, sono tuttora tenuti per legge a rendere noto: “con apposito manifesto […]: a) ai giovani di sesso maschile che nell’anno stesso compiono il diciassettesimo anno di età, il dovere di farsi inserire nella lista di leva del Comune in cui sono legalmente domiciliati; b) ai genitori e tutori dei giovani di cui alla lettera a) l’obbligo di curarne l’iscrizione nella lista di leva” [iv].

Il guaio è che a Napoli – e forse nella maggioranza degli altri 7903 comuni italiani, grandi e piccoli – quegli ‘scomodi’ manifesti fanno una fugace apparizione nelle bacheche istituzionali, non riportano tutte le informazioni prescritte e, conseguentemente, lasciano i nostri giovani nella beata convinzione che la naja rimanga uno sbiadito ricordo del passato, per cui ormai non corrono alcun rischio di essere ‘precettati’ per difendere la Patria in armi.

È il motivo, come spiegavo nel precedente articolo, per cui uno dei primi atti della campagna che come M.I.R. abbiamo lanciato, con iniziative per ora solo territoriali, ha come primo bersaglio le amministrazioni comunali che, in barba alle prescrizioni previste dal Codice Militare, si limitano a pubblicare scarni avvisi d’iscrizione alle liste di leva, senza precisare le modalità per chiedere rinvii, esoneri e, soprattutto, per esercitare il previsto diritto di dichiararsi obiettori di coscienza, svolgendo un servizio civile alternativo. Dove siamo presenti come sede associativa, quindi, faremo presentare interrogazioni o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, ricorrendo anche a formali diffide ai sindaci, affinché adempiano gli atti d’ufficio che la normativa vigente riserva loro.

Informare con tutti i mezzi disponibili i destinatari di un’eventuale chiamata o richiamo alle armi sui loro diritti e doveri, infatti, non è solo questione di trasparenza amministrativa, ma un’indispensabile fonte d’informazioni che, nel malaugurato caso di ripristino della leva militare in situazioni di emergenza, sarebbero fatalmente omesse, a danno dei cittadini più giovani e inesperti.  

Naturalmente il compito principale del movimento pacifista resta quello di mobilitarsi per riattivare la coscienza dell’obiezione al militarismo, in un contesto socioculturale in cui è da tempo subentrata la piattezza del pensiero unico e la desertificazione dei moventi ideologici ed etici. Ma lo avevo già chiarito, per cui credo che ora sia utile allargare lo sguardo alle situazioni attuali, in Italia ma anche nel resto d’Europa.

C’è chi la leva vorrebbe…rimetterla

A rafforzare i legittimi dubbi degli antimilitaristi italiani che qualcosa bollisse in pentola non sono state solo le recenti esternazioni di alcuni esponenti della maggioranza di centrodestra sull’eventualità d’un ritorno al servizio militare, ma anche la diffusa tendenza in altri paesi europei a vagheggiare tale ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile.

Le pressioni guerrafondaie della NATO, la presunta fragilità di una difesa comune europea, e venti di guerra sempre più forti, unitamente all’ascesa di governi palesemente destrorsi – adusi alla retorica patriottarda e sensibili al richiamo del complesso militar-industriale – stanno imprimendo un’evidente accelerazione ai progetti di ripristino della leva obbligatoria, ove sospesa, oltre che di formazione di contingenti di ‘riservisti’.

Il tabù dell’esclusiva professionalizzazione delle forze armate, in effetti, sembra ormai caduto a fronte di scenari bellici che, paradossalmente, nel mentre si evocano guerre ipertecnologiche e perfino con l’utilizzo di armi non convenzionali, ci mostrano in diretta televisiva un sanguinoso ritorno alla guerra di trincea vecchio stile. Alcuni strateghi odierni, dunque, non sembrano più convinti che la qualità dei contingenti militari sia prioritaria rispetto alla loro quantità, per cui hanno cominciato a chiedersi se invece non fosse necessario un robusto incremento numerico di ciò che una volta era impietosamente definita “carne da cannone”.

Poiché in Italia siamo molto ‘creativi’ (altri direbbero ‘confusionari’…) questa vaga aspirazione di alcuni politici (attestata comunque dalla crescente invasione di campo da parte dei militari in tutti gli ambiti civili, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca universitaria alla cultura) non si è però concretizzata in una proposta governativa unitaria.

«Depositata alla Camera la proposta di legge della Lega per reintrodurre sei mesi di servizio civile o militare per i ragazzi tra i 18 e 26 anni, su base regionale e da svolgere esclusivamente in Italia”. Lo scrive sui social il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. “Ne sono convinto – aggiunge il ministro delle Infrastrutture -. È una forma di educazione civica al servizio della comunità, di disciplina, di attenzione al prossimo e rispetto per sé stessi e per gli altri che potrà avere effetti molto positivi“…» [v].

Immediata la replica dalla sinistra, dalla destra conservatrice e perfino dal nostro ministro della Difesa, che di complesso militar-industriale se ne intende:

«Per Davide Faraone, capogruppo I.V. alla Camera: “Salvini in piena sindrome Vannacci insiste con il ritorno della leva obbligatoria. Il leader della Lega non si ferma neanche dopo l’intervento del ministro della Difesa Crosetto, che gli ha ricordato che il servizio militare non serve a nulla […] E niente, lui, Matteo Salvini, insiste e presenta una proposta di legge per il ritorno bonsai del servizio militare. La Lega guarda ad un passato che non può tornare». [vi]

Eppure, sebbene dagli alleati di governo la proposta a firma del leghista Zoffili [vii], che istituisce 6 mesi di servizio militare o civile per maschi e femmine da 18 a 26 anni sia stata criticata o addirittura ritenuta “non compatibile con il livello di professionalità che noi chiediamo alle forze armate e che chiederemo sempre di più in futuro” – per dirla col ministro Crosetto [viii], Salvini non è stato l’unico ad ipotizzare un ‘educativo’ ritorno alle marce, agli addestramenti militari e alla durezza della disciplina militare. Se è vero che già nel 2017 la Lega aveva presentato un simile disegno di legge, a firma del senatore Divina [ix], va ricordato che nel 2022 anche l’allora Presidente del Senato, Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia), era tornato sul tema, con l’ossimorica proposta di una “mini naja volontaria”, uno stage formativo di 40 giorni nelle forze armate, per insegnare ai giovani “l’amore per l’Italia e il senso civico“, replicando in effetti un suo precedente progetto del 2009.[x]

Non dimentichiamo poi che Forza Italia – che ora con Tajani ha preso le distanze dalla proposta leghista – nel non lontano 2019 era addirittura riuscita a far approvare dalla Camera dei Deputati (con voto favorevole del PD e del M5S…!) un’analoga proposta di legge, per avviare la “sperimentazione di percorsi formativi in ambito militare per i giovani tra i 18 e i 22 anni, per un periodo di sei mesi”. [xi]

Ebbene, pur sorvolando sull’ipocrita gioco delle carte sulla vicenda della naja, tipico del teatrino della politica italiana, va detto con chiarezza che i goffi tentativi di addolcire la pillola d’un ritorno al servizio militare (cui, secondo un’indagine, sarebbero favorevoli il 53% degli italiani, mentre è osteggiato dal 71% dei nostri giovani)[xii] sembrano solo un diversivo tattico rispetto alla realtà di una normativa già in vigore. Non ci sarebbe alcun bisogno d’inventarsi nuove e fantasiose leggi, cercando magari di renderle appetibili. Poiché in Italia – come in altri paesi europei e non – la coscrizione militare obbligatoria è stata soltanto  sospesa, nei previsti casi di emergenza bellica o crisi internazionale che ci vincoli in quanto aderenti alla NATO, basta una deliberazione del Consiglio dei Ministri, sancita da un decreto del Presidente della Repubblica, per ripristinare la chiamata/richiamo alle armi. È il caso che i cittadini italiani da 18 a 45 anni ne prendano finalmente coscienza, in modo da decidere consapevolmente come comportarsi in tale disgraziata (ma non improbabile) evenienza.

Lo spettro della leva si aggira per l’Europa…

D’altra parte, l’Italia non è l’unico stato ad avviarsi lungo questa pericolosa strada militarista. Per avere un quadro europeo dell’attuale situazione dell’obbligo di prestare servizio in armi, ma soprattutto dell’effettivo riconoscimento del diritto ad obiettare ad esso, è utile consultare l’ultimo rapporto annuale sulla “Obiezione di Coscienza in Europa”, prodotto e pubblicato dall’Ufficio Europeo per l’OdC (EBCO – BEOC), cui ha contribuito anche Zaira Zafarana per il M.I.R. Italia.[xiii]  Il focus della ricerca è principalmente il rispetto del diritto ad obiettare “in tempo di guerra”, di attualità a causa del sanguinoso conflitto armato russo-ucraino, che ha spinto pacifisti ed antimilitaristi europei  a solidarizzare in varie forme con disertori, rifugiati ed obiettori di coscienza russi, bielorussi ed ucraini. [xiv]

Ma, leggendo le schede che sintetizzano la situazione normativa in 49 stati europei, è possibile anche farsi un’idea di come alla tendenza autoritaria a negare ogni possibilità di rifiuto del servizio militare si affianchi spesso quella a ripristinare, in vari modi, il servizio militare obbligatorio, per colmare –in una fase caratterizzata da crescenti conflitti armati – il dislivello nei vari stati tra le forze armate effettivamente operative ed il contingente di soggetti ipoteticamente reclutabili in caso di servizio militare di leva. Apprendiamo, ad esempio, che in Italia nel primo caso si tratta di 160.900 soldati, a fronte di un potenziale di ben 305.110 coscritti (52,7%). Più bassa è la percentuale in Spagna (48,7), Francia (48,2), Germania (46,7) o Danimarca (43,2), con una soglia ancor minore in Albania (25,8) e Svezia (24,3), fino a toccare il minimo assoluto del 10,8 in Islanda. [xv]

Apprendiamo inoltre che in alcuni stati europei la durata del servizio militare oscilla tra un minimo di 6 (Turchia) ed un massimo di 24 mesi (Armenia), con un servizio civile alternativo mediamente più lungo (quindi punitivo) per gli obiettori di coscienza.[xvi]  Ma soprattutto scopriamo che in diversi Paesi della stessa U.E. si fa assurdamente ricorso al reclutamento militare di soggetti in età inferiore ai 18 anni, arruolando – come nel clamoroso caso del Regno Unito e della Germania, volontari di soli 16 o 17 anni.

Non c’è da meravigliarsi, allora, se a far compagnia agli italiani nella previsione d’un pericoloso ritorno alla coscrizione obbligatoria (che comunque ancora sussiste in 1/3 dei 27 stati confederati nella U.E. [xvii]) troviamo inglesi e tedeschi, seguiti anche da francesi e spagnoli. Ovviamente è un frutto prevedibile del clima bellico che sta ‘riscaldando’ l’atmosfera politica comunitaria, con l’ascesa di partiti sovranisti e militaristi d’estrema destra, cui i governi di diverso segno tentano talvolta di porre un freno assecondandone gli accenti guerrafondai.  Ma cominciamo dal Regno Unito:

«Il primo ministro britannico Rishi Sunak si è impegnato a ripristinare il servizio nazionale obbligatorio se il partito conservatore al governo vincerà le elezioni nazionali del 4 luglio, suscitando un dibattito a livello nazionale su una politica che la Gran Bretagna ha abbandonato più di 60 anni fa. Secondo un annuncio fatto da Sunak domenica, ai diciottenni sarà data la possibilità di scegliere tra il servizio a tempo pieno nelle forze armate o il volontariato nella propria comunità. Il leader dei conservatori […] ha dichiarato che il programma promuoverà un “senso di condivisione degli obiettivi tra i nostri giovani e un rinnovato senso di orgoglio per il nostro Paese”. I partiti di opposizione hanno criticato il programma, affermando che le sue conseguenze per l’economia e la società non sono chiare». [xviii]

Il provvedimento proposto dal primo ministro conservatore – che probabilmente sarà sostituito nella guida dell’U.K. dal leader del Partito Laburista – non è dissimile da quello vagheggiato da Salvini, in quanto non prevede l’obbligo del solo servizio militare (cui per un anno parteciperebbero per un addestramento ‘selettivo’ non più di 30.000 giovani), ma anche la più appetibile opzione del servizio civile di un fine settimana al mese per un anno. Da un sondaggio YouGov del 2023, infatti, emerge che la maggioranza dei cittadini britannici sono favorevoli al servizio militare volontario, mentre al 64% si dichiarano contrari alla leva obbligatoria. Sta di fatto che quasi tutte le critiche – in U.K. come in Italia – hanno a che fare più con la denuncia dei costi esorbitanti di tali provvedimenti e della loro discutibile congruità con l’attuale assetto volontario delle forze armate, piuttosto che con effettive obiezioni etiche e/o politiche al ripristino d’un servizio militare generalizzato ed obbligatorio.  Ma intanto che cosa sta succedendo in Francia?

«Dal 2017, Emmanuel Macron ha deciso di aumentare il bilancio delle forze […] Fin dall’inizio dei suoi primi cinque anni di mandato, ha parlato di un ritorno a una forma di servizio militare e civile. In effetti, il Servizio Nazionale Universale (SNU) dovrebbe essere esteso a tutta la fascia d’età nel 2026. Questo sviluppo non è privo di perplessità, sia da parte politica, con alcuni partiti tradizionalmente antimilitaristi che denunciano il “reclutamento di giovani”, sia da parte dell’esercito stesso, che ritiene di non avere le capacità o le competenze per controllare un numero così elevato di giovani». [xix]

Anche in Francia – dove solo il 27% dei giovani tra 18 e 26 anni sono favorevoli al ritorno della leva – il dibattito resta molto vivace, perfino tra esperti di strategia militare. Va segnalato però che per un autorevole esponente di questo mondo, Vincent Desport (già direttore della Scuola di guerra francese) ci troviamo di fronte a minacce simili a quelle della guerra fredda, per cui sarebbe quindi necessario tornare alla coscrizione, con finalità di dissuasione nei confronti della minaccia russa. [xx]    E in Germania?

«A causa dei venti di guerra che soffiano sull’Europa, la riattivazione della leva obbligatoria, sospesa dal 2011, è un tema attualmente in discussione in Germania. E la Welt am Sonntag rivela le riflessioni in corso al Ministero della Difesa, guidato dal socialdemocratico Boris Pistorius, dove sono allo studio tre diverse opzioni […] la prima opzione sarebbe «la più cauta», prevedendo soltanto che chi abbia compiuto 18 anni nella Repubblica federale riceva del materiale informativo […] La seconda opzione prevede la reintroduzione della leva obbligatoria e dell’anno di servizio civile, che resterebbe volontario solo per le donne. […] La terza opzione prevede invece che l’anno di servizio militare o civile obbligatorio sia esteso a tutti i 18enni, senza distinzione di genere. Questo varrebbe però come servizio civile “generale”: nell’esercito come in altre istituzioni, vigili del fuoco, servizi sanitari e di protezione civile. La leva obbligatoria è stata sospesa nel 2011 dal governo di Angela Merkel […] Nei giorni scorsi anche la Cdu di Friedrich Merz ha manifestato l’intenzione di riattivarla, seppure progressivamente». [xxi]

Molto meno agevole, viceversa, è un percorso simile in Spagna, dove il governo a guida socialista ha smentito le voci secondo le quali ipotizzava di ripristinare la leva militare.

«La ministra della Difesa, Margarita Robles, ha affermato che in Spagna “non si punta ad avere il servizio militare obbligatorio” di nuovo. […]   Robles ha voluto insistere che non lo si recupererà “in assoluto, e credo che a nessuno ciò sia passato per la testa “. [xxii]

Va anche precisato, però, che: “In Spagna, dove la leva è stata abolita, i giovani vengono comunque considerati riservisti e potrebbero essere costretti a entrare nell’esercito in caso di emergenza e senza alcuna possibilità legale di opposizione, giacché l’obiezione non è più prevista dalla legge”. [xxiii]

Una leva…USA e getta?

Uno dei segnali più allarmanti ci arriva però dagli Stati Uniti, dove il servizio militare obbligatorio non è in vigore dal 1973, in seguito alla disastrosa guerra nel Vietnam, e dove quindi le forze armate hanno subito una notevole professionalizzazione. Fatto sta che, come in Italia, negli USA la leva (draft) è stata solamente sospesa, per cui i giovani hanno tuttora l’obbligo d’iscriversi al Sistema Selettivo Militare.

«L’ordine esecutivo del presidente Jimmy Carter del 2 luglio del 1980 n. 4471 affermò l’obbligo per i cittadini di sesso maschile di iscriversi, ai sensi del Military Selective Service Act del 1948 negli elenchi dell’agenzia governativa Selective Service System. La legge prevede, ad oggi, che tutti i cittadini statunitensi di sesso maschile tra i 18 ed i 25 anni di età si iscrivano alle liste tenute dall’agenzia, e che i trasgressori siano puniti con una multa fino a 250 000 dollari o quattro anni di reclusione in carcere…».[xxiv]

Se si visita il sito web di quell’ente governativo, oltre all’iniziale (e rassicurante) conferma che “allo stato non c’è alcuna leva”, si trovano poi altre utili informazioni sul suo possibile ripristino, nell’eventualità di un’emergenza per la sicurezza nazionale.

«1. Autorizzazione alla Leva: Il Congresso e il Presidente – Un’emergenza nazionale, che superi la capacità del Dipartimento della Difesa di reclutare e mantenere la sua forza totale, richiede al Congresso di emendare la legge sul servizio selettivo militare per autorizzare il Presidente a introdurre personale nelle Forze Armate. […] 4.Ordini di presentarsi al MEPS –Vengono inviati gli avvisi di arruolamento e i dichiaranti possono ora richiedere, se lo desiderano, un rinvio, una dilazione o un’esenzione. Gli immatricolati si presentano alla Military Entrance Processing Station (MEPS) locale per il reclutamento. Al MEPS, i dichiaranti vengono sottoposti a una valutazione fisica, mentale e morale per determinare se sono idonei al servizio militare. Una volta informati dei risultati della valutazione, il dichiarante viene introdotto nel servizio militare o rimandato a casa.  5. Attivazione delle Commissioni d’appello locali e distrettuali – Le Commissioni locali e d’appello iniziano a esaminare le richieste di classificazione dei dichiaranti come obiettori di coscienza, persone con difficoltà da dipendenza, studenti con rinvio, appelli. 6. Reclutamento dei primi arruolati -Secondo gli attuali requisiti del Dipartimento della Difesa (DoD), il Selective Service deve consegnare i primi arruolati alle forze armate entro 193 giorni dall’inizio di una crisi e dall’aggiornamento della legge per autorizzare la leva».[xxv]

Come si spiega in un articolo, il Servizio Selettivo del Ministero della Difesa richiede che ogni cittadino maschio da 18 a 25 anni, sia statunitense sia immigrato, vi si faccia registrare “per fornire una leva quanto più pronta, efficiente ed equa è possibile, qualora il Paese ne abbia bisogno”. [xxvi]  Eppure qualcosa di nuovo bolle in pentola anche negli USA, come rivela in un recente articolo l’esponente ambientalista Dennis Kuchinich, membro democratico della Camera dei Rappresentanti dal 1997 al 2013.

«Richiamo la vostra attenzione su un emendamento democratico al National Defense Authorization Act (NDAA), che è stato inserito nel disegno di legge sulla spesa per la guerra del Pentagono per quasi un triliardo di dollari, con voto orale, nella commissione House Armed Services. L’emendamento democratico a H.R. 8070, l’autorizzazione della difesa nazionale (NDAA) recita: “Sezione 531. Sistema di servizi selettivi: Registrazione automatica.  SEC. 3. (a) “Salvo quanto diversamente previsto nel presente titolo, ogni cittadino maschio degli Stati Uniti, e ogni altra persona di sesso maschile residente negli Stati Uniti, tra i diciotto e i ventisei anni, sarà automaticamente registrato, ai sensi del presente legge, dal direttore del sistema di servizi selettivi.” […] Gli Stati Uniti. attualmente hanno oltre 1.300.000 uomini e donne come soldati di carriera o volontari, che servono in forze armate del tutto volontarie.  Secondo la nuova legge sulla leva automatica, anche gli immigrati irregolari di età compresa tra i 18 e i 26 anni – se ne contano almeno 1,5 milioni – potrebbero essere reclutati, se dovesse applicarsi alle donne come agli uomini […] Il Congresso deve affrontare la questione della guerra, molto prima che il paese istituisca una leva automatica. Una leva automatica è una preparazione alla guerra, che altera drammaticamente la vita dei giovani americani. Essi meritano una risposta.  Tutti noi meritiamo una risposta. Il futuro dell’America è letteralmente in gioco». [xxvii]

Qualcuno negli Stati Uniti ha definito questo articolo “allarmista”, minimizzando la portata e gli effetti reali della modifica legislativa in questione.  Quel che è certo, però, è che i venti di guerra stanno impietosamente facendo ribaltare i fragili ombrelli democratici che dovrebbero tutelarci da ogni forma di revanscismo militarista e guerrafondaio.

Ancora più certo, a mio avviso, è che a salvarci dalla logica perversa del complesso militar-industriale non saranno solo provvedimenti normativi più o meno garantisti, ma in primo luogo una vera e diffusa coscienza dell’obiezione di coscienza, una vivace mobilitazione del popolo della pace e l’azione unitaria dei movimenti che da decenni non solo contrastano ogni guerra, ma propongono e diffondono alternative difensive civili, non-armate e nonviolente alla sua pretesa ineluttabilità.


Note

[i] Ermete Ferraro, “Obiezione di coscienza per resistere alla guerra e stimolare un’alternativa difensiva nonviolenta”, Ermetespeacebook.blog ,10.06.2024) > https://ermetespeacebook.blog/2024/06/10/obiezione-di-coscienza-per-resistere-alla-guerra-e-stimolare-unalternativa-difensiva-nonviolenta/  

[ii] Cfr. art. 1929 del Codice Ordinamento Militare (D. Lgs. 66/2010) > https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2010-15-03;66~art1485!vig=

[iii] Cfr. art. 1930 del C.O.M.  cit.

[iv] Cfr. art. 1932 del C.O,M  cit

[v]  “Ritorno alla leva, alla Camera la proposta di legge voluta da Salvini. Ma Tajani lo stoppa: “Troppo costoso”, la Repubblica, 21.05.2024 > https://www.repubblica.it/cronaca/2024/05/21/news/lega_leva_proposta_legge_camera-423056205/ . Cfr. anche: A. Greco, “Nuova leva obbligatoria: ecco il testo di legge e come funziona”, 23.05.2024 >       https://www.laleggepertutti.it/688150_nuova-leva-obbligatoria-ecco-il-testo-di-legge-e-come-funziona

[vi]  D. Allegranti, “Leva obbligatoria, Salvini: “Depositata la proposta di legge alla Camera”. Sei mesi di servizio civile o militare tra i 18 e 26 anni”, Quotidiano Nazionale, 21.05.2024 > https://www.quotidiano.net/politica/leva-obbligatoria-proposta-legge-ipzhpcjl

[vii] “Leva militare obbligatoria: pronto il disegno di legge della Lega”, Il Sole 24 ore, 21.05.2024 > https://www.ilsole24ore.com/art/pronto-disegno-legge-lega-reintrodurre-leva-6-mesi-obbligatori-i-giovani-18-e-26-anni-AGA5fUB

[viii] “La Lega deposita alla Camera la proposta sulla leva obbligatoria: 6 mesi tra i 18 e i 26 anni. Critiche dalle opposizioni e dall’alleato Tajani”, Il Fatto Quotidiano, 21.05.2024 > https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/05/21/lega-deposita-proposta-leva-obbligatoria-conte-diritti-no-elmetto-schlein-futuro-no-fucile/7556751/

[ix] S. Micacci, “Leva obbligatoria e servizio militare, nuova legge in Parlamento: i dettagli”, Money.it , 14.08.2017 >  https://www.money.it/leva-obbligatoria-servizio-militare-legge-Parlamento-Lega-Nord

[x] D. Particelli, “Mini-leva volontaria di 40 giorni: la proposta di La Russa”, La Gazzetta, 11.12.2022 > https://www.gazzetta.it/attualita/11-12-2022/mini-leva-militare-volontaria-di-40-giorni-la-russa-annuncia-la-proposta-di-legge.shtml?refresh_ce

[xi] Ibidem

[xii] Cfr. in proposito un’indagine svolta nel 2022, di cui riferisce G. Di Lorenzo: “Leva militare obbligatoria? Ecco cosa ne pensano gli italiani”, il Giornale, 26.08.2022 > https://www.ilgiornale.it/news/politica/leva-militare-obbligatoria-sondaggio-cosa-ne-pensano-2061446.html

[xiii] Cfr.  European Bureau of Conscientious Objection, Annual Report – Conscientious Objection to Military Service in Europe 2023/24 > https://ebco-beoc.org/sites/ebco-beoc.org/files/2024-05-15-EBCO_Annual_Report_2023-24.pdf

[xiv] In particolare la “Object War Campaign”, promossa da Connection e.V., International Fellowship of Reconciliation, European Bureau for Conscientious Objection and War Resisters’ International, cui hanno aderito anche altre organizzazioni > Cfr. https://en.connection-ev.org/article-3667  e https://www.miritalia.org/2022/09/21/comunicato-stampa-lancio-della-campagna-obiezione-alla-guerra-objectwarcampaign/

[xv]  EBCO Report, cit. tav. 3, pp. 166-167

[xvi] Ivi. tav. 4, p. 168

[xvii] M. Pedrazzoli, “I Paesi europei tornano a discutere sull’introduzione della leva militare obbligatoria. In nove c’è ancora”, EuNews, 15.05.2024 > https://www.eunews.it/2024/05/15/leva-militare-obbligatoria-europa-naja/

[xviii] “UK’s Sunak eyes national service: What is it and which countries have it?”, Al Jazeera, 28.05.2024 > https://www.aljazeera.com/news/2024/5/28/uks-sunak-eyes-national-service-what-is-it-and-which-countries-have-it

[xix]  M. Asseo, “Avec la guerre aux portes de l’Europe, doit-on réintroduire le service militaire obligatoire pour les jeunes français ?”, Europe 1, 24.02.2024 > https://www.europe1.fr/societe/avec-la-guerre-aux-portes-de-leurope-doit-on-reintroduire-le-service-militaire-obligatoire-pour-les-jeunes-francais-4232304

[xx]  Ibidem

[xxi] A. Carli, “In Germania tre opzioni per riattivare il servizio di leva. In Italia Salvini apre, no di Crosetto”, Il Sole 24 ore, 13.05.2024 > https://www.ilsole24ore.com/art/in-germania-tre-opzioni-riattivare-servizio-leva-italia-salvini-apre-no-crosetto-AFKWyZyD . Sul tema cfr. anche: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/14/germania-il-piano-della-difesa-per-tornare-alla-leva-militare-selezioni-obbligatorie-per-i-18enni-maschi-primo-obiettivo-22mila-nuove-reclute/7586129/

[xxii] M. Pina, “Margarita Robles: “No va a haber servicio militar obligatorio”, El Mundo, 21.03.2024 > https://www.elmundo.es/espana/2024/03/21/65fc2caae4d4d83e0e8b45c3.html  Cfr. anche: https://www.cope.es/programas/herrera-en-cope/noticias/posible-que-vuelva-servicio-militar-obligatorio-espana-este-escenario-20240611_3344829

[xxiii] Europe for Peace, “La guerra è tornata nel cuore dell’Europa e si torna a parlare di servizio militare obbligatorio”, Pressenza, 07.03.2023 > https://www.pressenza.com/it/2023/03/la-guerra-e-tornata-nel-cuore-delleuropa-e-si-torna-a-parlare-di-servizio-militare-obbligatorio/ .

[xxiv] Cfr. l’articolo sul “servizio militare” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Servizio_militare

[xxv]  Selective Service System > https://www.sss.gov/about/return-to-draft/#s1

[xxvi] Cfr. A. M. Asperin, “US military draft: What you need to know”, Fox 10 Phoenix, 14.04.2024 > https://www.fox10phoenix.com/news/us-military-draft-age-iran-israel-drone-attack

[xxvii] D. Kuchinich, “America Prepares for Global War and Restarts the Draft for 18-26 year olds”, 13.06.2024 > https://denniskucinich.substack.com/p/america-prepares-for-global-war-and?utm_campaign=post&utm_medium=web&triedRedirect=true – Leggi anche: R. Jimison, “Congress Debates Expanded Draft Amid Military Recruitment Challenges”, The New York Times, 19.06.2024 > https://www.nytimes.com/2024/06/19/us/politics/military-draft-women.html#:~:text=The%20United%20States%20military%20has,eligible%20to%20be%20called%20up.

Obiezione di coscienza per resistere alla guerra e stimolare un’alternativa difensiva nonviolenta

di ERMETE FERRARO (*)

Un ventennio senza leva

Più o meno 45 anni fa – quando in Italia si era nel pieno dell’esperienza del servizio civile alternativo a quello militare – scrissi in un articolo che sarebbe stato necessario “passare dall’obiezione di coscienza alla coscienza dell’obiezione”. Il senso di quella frase era che bisognava superare la fase meramente oppositiva e la routinizzazione della pratica del servizio civile, aumentando la consapevolezza che c’era un’alternativa nonviolenta da costruire. Ebbene, la situazione in cui ci troviamo è con tutta evidenza assai diversa da quella di allora ed è innegabile che, sebbene siamo sospesi tra una tremenda crisi climatica ed un allarmante crescendo bellico, la consapevolezza della drammaticità di questo momento e delle alternative da perseguire non sembra davvero adeguata.

Non c’è bisogno di ricorrere a profonde analisi sociologiche e psicologiche, infatti, per constatare come quasi tutte le ipotesi opposte alla logica consumistico-predatoria nei confronti dell’ambiente e di controllo militare delle zone d’influenza strategica ed economica siano progressivamente state derubricate a utopie per anime belle su cui ironizzare o, peggio ancora, a subdole minacce alla stabilità del sistema da denunciare e reprimere. Lo svilimento della politica a gestione furbesca e ‘pragmatica’ dell’esistente, del resto, non avrebbe potuto consentire di guardare lontano e più in profondità, ben oltre una realtà data quasi per scontata ed immutabile, ispirata com’è dal pensiero unico e dalle ‘monoculture della mente’.

Venti anni fa, in Italia si decise di archiviare per legge il servizio militare obbligatorio, aprendo la strada alla professionalizzazione delle forze armate e, al tempo stesso, chiudendo la fondamentale esperienza del servizio civile degli obiettori di coscienza e la sperimentazione di un modello alternativo di difesa. Quel “tutti a casa” governativo, in effetti, ha fatalmente provocato un progressivo assopimento delle coscienze rispetto all’intrinseca pericolosità per la pace e la sicurezza mondiale del complesso militar-industriale. Inoltre ha ridotto la possibilità di agire – per usare la terminologia gandhiana – sia sul piano ‘ostruttivo’ (con l’obiezione di coscienza come disobbedienza civile e rifiuto del servizio in armi), sia su quello ‘costruttivo’ (con una diffusa sperimentazione di forme di difesa civile, non armata e nonviolenta, di protezione civile popolare e d’interventi sociali dal basso, ispirati ai principi di equità e solidarietà.

Se è innegabile che nel nostro Paese l’affrancamento dei cittadini, soprattutto quelli più giovani, dalla coscrizione militare ha riconosciuto un’esigenza largamente avvertita, va però precisato che, sul piano legislativo, non è mai stato cancellato l’obbligo costituzionale di adempiere al “sacro dovere” di difendere la patria. [i]  Il servizio militare, quindi, non è stato abolito bensì solo ‘sospeso’, lasciando salva la possibilità del Governo (non del Parlamento…) di ripristinarlo nei seguenti casi: “a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii] Un’evenienza tutt’altro che remota, che potrebbe sconvolgere improvvisamente la placida inerzia degli italiani nei confronti dell’istituzione Forze Armate.

Vent’anni dopo…

I due decenni trascorsi hanno progressivamente fatto svanire non solo la consapevolezza del cittadino medio su come stanno effettivamente le cose in materia di difesa nazionale, ma anche affievolito la coscienza di ciò che ogni cittadino potrebbe fare – qui e ora – per contrastare l’incalzante militarizzazione della società, dell’economia e della cultura (a partire dalla pervasiva infiltrazione nella scuola e nell’università…) e per opporsi allo sdoganamento della stessa follia bellicista.  Ci sono voluti i venti di guerra, che soffiano sempre più forte sullo scenario europeo (mediterraneo e nord-orientale) per svegliare l’opinione pubblica dal sonno della coscienza e dai mostri che ha nel frattempo generato.  Ecco perché sempre più persone s’interrogano su come contrapporre una reale scelta di pace alla barbarie delle guerre, ma senza trovare risposte valide, diverse dagli appelli generici ed un po’ ipocriti di politici incapaci di offrire visioni globali.

Il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) – la più antica organizzazione italiana per la nonviolenza –s’interroga da molto tempo sul ruolo di un più ampio movimento per la pace che, oltre ad essersi assottigliato quantitativamente anche per un mancato ricambio generazionale, non ha forse saputo affermare a fondo e con decisione l’imprescindibilità della stessa pace dal disarmo e dalla smilitarizzazione. L’attenzione alla tutela del diritto ad obiettare al servizio militare – in assenza della coscrizione obbligatoria in Italia – di recente si era giustamente spostata sulla difesa di obiettori, disertori e resistenti alla guerra in altri contesti (paesi autoritari, dittature militari, stati interessati da conflitti armati), provocando involontariamente una rimozione del problema al nostro livello. Ora però, in un clima arroventato dal conflitto armato russo-ucraino e da quello israelo-palestinese, da più parti sono state avanzate proposte di opposizione attiva alla guerra.

  Infatti, sebbene la nostra Costituzione la ‘ripudi’, “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie internazionali[iii], non si è affatto ridotto il ruolo del sistema militare e dell’industria che lo alimenta. Al contrario, esso risulta sempre più presente non solo in ambiti connessi alla difesa nazionale, ma anche in contesti molto diversi (ricerca scientifica, telecomunicazioni e tecnologie digitali, tutela dell’ordine pubblico, protezione civile, sanità…), sui quali i militari stanno da anni esercitando la loro ‘mimetica’ influenza, presentandosi come provvidenziali ‘salvatori della Patria’. L’inasprirsi di situazioni esplicitamente belliche – unitamente alla pressione della NATO affinché i paesi membri aumentino le spese militari ed insieme con una diffusa tendenza ad ipotizzare il ritorno alla coscrizione militare obbligatoria – sta finalmente svegliando dal suo torpore la pubblica opinione rispetto alla possibilità di dover fronteggiare di nuovo una chiamata o richiamo alle armi.

Ma le proposte finora avanzate all’interno del movimento pacifista e disarmista, cui si accennava prima, sono state finora piuttosto deboli, frammentarie e caratterizzate da una carica più simbolica che fattiva. Una volta archiviate – benché non abrogate – sia la legge 230/1998 che prevedeva l’istituzione dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, sia la n. 64/2001, finalizzata ad istituire alternative difensive al servizio militare, il vuoto istituzionale in materia era ormai evidente. Si è cercato allora di colmarlo nel primo decennio degli anni 2000 con le campagne pacifiste a sostegno di alcune proposte più complessive cui ha aderito anche il M.I.R. – come quella legislativa d’iniziativa popolare su Un’altra difesa è possibile [iv] e quella che sostiene l’istituzione nel nostro Paese di un innovativo Ministero della Pace [v] .

A volte ritornano

Eppure la via legislativa, sebbene importante, non è stata capace di mobilitare il mondo pacifista disarmista e antimilitarista, anche perché entrambi le proposte son rimaste impantanate nei meandri della burocrazia istituzionale. In quest’ultimo periodo, quindi, l’obiettivo si è spostato nuovamente sull’affermazione del diritto ad obiettare al servizio militare, cercando di svegliare le coscienze assopite di troppi connazionali, convinti che si tratti di una questione astratta e non attuale. Proprio dal M.I.R. infatti, era partita una riflessione su come impostare in modo efficace una campagna per rilanciare l’obiezione ad una coscrizione militare tuttora sospesa, ma non abolita. Le accelerazioni impresse dalle campagne lanciate dal Movimento Nonviolento prima [vi] e dai Disarmisti Esigenti poi [vii] hanno però impedito un confronto più ampio e trasversale, perseguendo una strada più simbolica che effettiva. Avendo ipotizzato una dichiarazione di obiezione di coscienza preventiva impostata più che altro come manifestazione d’impegno personale o come sottoscrizione di una petizione di principio, infatti, non costituiscono un atto formale nei confronti del Ministero della difesa, come viceversa sarebbe auspicabile anche alla luce della stessa normativa vigente in materia.

Se è vero, come suggerisce il titolo del paragrafo, che si profila sempre più concretamente l’ipotesi del ritorno ad un reclutamento generalizzato che sembrava superato, la risposta del variegato arcipelago pacifista dovrebbe essere di conseguenza meno simbolica e più concreta, oltre che auspicabilmente collettiva ed unitaria. Ma quali sono le considerazioni che ho avanzato all’interno del M.I.R. a tal proposito?

(1)  Il Codice dell’Ordinamento Militare (C.O.M). comprende già dal 2010 tutta la normativa concernente il “servizio militare obbligatorio” (sospeso dal 2005), il suo eventuale ripristino in seguito alla dichiarazione dello “stato di guerra” o di “grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale”. Anche in questo caso si prevede che il cittadino maschio arruolato possa dichiarare la ‘preferenza’ per un servizio civile non armato e/o per la vera e propria ‘obiezione di coscienza’, optando per un servizio civile (in enti, comuni e perfino all’estero, in missioni umanitarie non armate).

(2) Modalità e tempistiche per le operazioni riguardanti le operazioni di chiamata alla leva e di successivo arruolamento sono già prescritte dal C.O.M., ma dovrebbero comunque essere notificate ai cittadini mediante i prescritti manifesti comunali, specificando che il ‘servizio obbligatorio’ a cui sono chiamati riguarda coloro che saranno arruolati nelle tre armi della Difesa, ma anche quelli che scelgano di prestare un servizio civile alternativo a quello militare, in particolare se si dichiarano ‘obiettori di coscienza’, per la stessa durata di 10 mesi (prorogabili in caso di emergenza bellica) e con gli stessi diritti e doveri. La mancanza di adeguata e completa pubblicizzazione (con manifesto cartaceo e/o in via telematica) delle fasi del reclutamento e, in particolare, del diritto di obiettare entro 15 giorni dall’arruolamento, costituisce pertanto una grave omissione rispetto al compito demandato ai Sindaci – Ufficiali di governo – ma anche da parte degli Uffici Leva territoriali del Ministro della Difesa (cui spetta stabilire il modello di manifesto, indicando i titoli di dispensa, ritardo, rinvio, e le relative modalità, nonché le altre informazioni di cui all’articolo 1974).

(3) Considerando la grave mancanza di trasparenza amministrativa (manifesti di chiamata alla leva, opuscolo informativo, relazioni annuali al Parlamento), pur trovandoci ancora in condizioni ordinarie, è facilmente ipotizzabile che “in considerazione della eccezionalità e urgenza determinate dallo stato di guerra o di grave crisi internazionale” si procederà, come peraltro previsto, senza applicare gli articoli 7, 8, 10-bis, della stessa legge sulla trasparenza. Conseguentemente, la chiamata alla leva e quella successiva, sarebbero “sottratti all’obbligo di motivazione […] omessa in caso di assoluta indifferibilità e urgenza”, accogliendo le richieste solo se “compatibili con le esigenze di urgenza o segreto”.

Che fare?

L’avvio non condiviso di campagne nazionali sull’obiezione di coscienza da parte di alcuni soggetti della costellazione pacifista ha determinato per il M.I.R. l’oggettiva difficoltà di avviare quanto stava programmando da tempo, per non creare sovrapposizioni e situazioni contrastanti che potrebbero disorientare i nostri stessi interlocutori. D’altronde, considerata la centralità che questo aspetto riveste nella complessiva proposta nonviolenta, ecopacifista ed antimilitarista del nostro Movimento, non ci è sembrato giusto né opportuno desistere né limitarci a confluire acriticamente nelle campagne già avviate. Apprezziamo quanto alcuni amici della Fraternità dell’Arca [viii] stanno facendo per ricucire pazientemente il tessuto delle organizzazioni pacifiste su questo tema e ci auguriamo che questo sforzo dia risultati apprezzabili. Abbiamo comunque deciso di partire con specifiche iniziative di rilancio dell’obiezione di coscienza alla guerra e al militarismo, per adesso agendo sperimentalmente in alcune aree territoriali. La natura di queste iniziative è duplice: da un lato puntiamo a denunciare la palese mancanza di adeguata informazione da parte delle istituzioni a ciò preposte, dall’altro vogliamo andare oltre la controinformazione, per sensibilizzare i più giovani all’esigenza – etica e politica – di fare da subito impegnative e fattive scelte personali, dichiarando preventivamente il loro rifiuto del servizio militare e l’opzione per un servizio civile non genericamente ‘volontario’, ma mirante a un modello alternativo di difesa.

  • Nel primo caso, ai gruppi e sedi locali del M.I.R. interessati e motivati in tal senso si propone di sollecitare interrogazioni e/o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, chiedendo per quali motivi non siano state applicate le norme vigenti in materia d’informazione sui diritti e doveri dei cittadini iscritti nelle liste di leva ed eventualmente arruolati o richiamati a svolgere un servizio obbligatorio, ai sensi dell’art. 52 della Costituzione.  Considerando le diffuse inadempienze, sarebbe possibile seguire anche la strada giudiziaria, diffidando formalmente Sindaci e Responsabili territoriali degli Uffici di Leva a darne a breve adeguata informazione. Laddove non si raggiungessero per questa via apprezzabili risultati, si potrebbero presentare alla magistratura esposti-denunce contro le persistenti omissioni, che danneggiano una notevole fascia della popolazione, compresa tra 18 e 45 anni, e quindi pari a circa il 28% degli italiani.  Ovviamente – è bene precisarlo – un percorso di questo genere servirebbe soprattutto a stimolare i pubblici funzionari ed a sensibilizzare i media sulla questione, con ovvie ricadute positive sull’opinione pubblica, tuttora largamente ignara e disinformata.
    • Nel secondo caso – naturalmente più specifico per un movimento nonviolento che persegua una metodologia fondata sull’azione dal basso e la resistenza civile – proponiamo di lanciare una campagna informativa dal basso sul significato ed il valore dell’obiezione di coscienza. Per questo possono essere utilizzati comunicati stampa, volantinaggi davanti alle scuole ed alle facoltà universitarie e tutti gli altri strumenti disponibili, per raggiungere anche mediaticamente non solo i giovani arruolabili, ma anche persone adulte potenzialmente richiamabili alle armi, ricorrendo ad esempio ai canali ‘social’, su cui pubblicare messaggi ma anche brevi video.
    • Tali azioni di denuncia e di propaganda dell’obiezione di coscienza, come strumento concreto per opporsi in prima persona alla guerra e al militarismo e perseguire una difesa civile e nonviolenta, prevedono ovviamente che chi le promuove sia anche in grado di offrire risposte reali alle persone che rispondano effettivamente a tale appello. Ciò significa che va approntato quanto prima un modello di dichiarazione formale di obiezione di coscienza che si richiami alla normativa vigente (il citato Codice dell’Ordinamento Militare, ma anche le precedenti leggi in materia di OdC e di Servizio Civile), facendo riferimento in particolare a quanto previsto dal comma 1 dell’art. 2097 dello stesso C.O.M. Vanno comunque esposte con chiarezza le motivazioni personali del rifiuto di prestare il servizio militare e,  soprattutto, è opportuno esplicitare la volontà di contribuire ad organizzare in forma strutturata e duratura una Difesa civile, non armata e nonviolenta, formandosi ad essa in alternativa al servizio militare.
    • Allo stato, esistono già due facsimili di dichiarazioni, ma è del tutto evidente che si tratta di documenti che hanno un valore più politico-militante che di dichiarazione formale. Nel primo caso, inoltre, vengono individuati come destinatari delle dichiarazioni via P.E.C. il Presidente della Repubblica, quello del Consiglio, il Ministro della Difesa ed il Capo di S.M. dell’Esercito Italiano. Nel secondo, si tratta invece di una ura e semplice ‘petizione’ senza alcun valore ufficiale, da inoltrare eventualmente via P.E.C. anche al Quirinale, al Capo del Governo ed al Ministro della Difesa. Ebbene, se si vuole andare oltre un atto meramente simbolico ed ‘ufficializzare’ davvero la propria dichiarazione di obiezione di coscienza, essa andrebbe firmata e inviata per raccomandata A/R o P.E.C esclusivamente agli interlocutori effettivi, cioè gli Uffici Leva Militare dei rispettivi Comuni, i Centri Documentali (ex Distretti Militari) competenti per territorio e l’8° reparto della Direzione Generale della previdenza militare e della leva (Previmil).
    • Va ulteriormente precisato che una dichiarazione ‘preventiva’ di obiezione al servizio militare costituisce comunque un’anomalia dal punto di vista strettamente formale. In teoria, infatti, si dovrebbe attendere l’eventuale ripristino del servizio di leva obbligatorio, la chiamata alla visita di leva, formulando la domanda di OdC entro 15 giorni dall’effettivo arruolamento. Tenuto conto, però, che in uno stato di emergenza tempi e modi della procedura sarebbero inevitabilmente accorciati e semplificati, a danno della trasparenza amministrativa (come previsto dal già citato c. 4 dell’art. 1948 del C.O.M.), pur riconoscendo che si tratta sicuramente di un atto squisitamente politico, va sottolineato che ad una dichiarazione preventiva di OdC, sebbene burocraticamente irrituale, sarebbe difficile non riconoscere un effettivo valore, come esplicita manifestazione di volontà rispetto ad una possibilità già prevista da un Codice vigente e da leggi mai abrogate.

    In conclusione

    Alcune prime esperienze in tal senso sono state finora intraprese, all’interno del M.I.R. Italia, dalla sede di Moncalieri (TO) dove, grazie al suo stimolo, nel Consiglio Comunale da un gruppo consigliare è stata presentata una interrogazione scritta in merito ai motivi della mancata informazione dei cittadini sugli adempimenti relativi al servizio di leva.

    Un’altra azione è stata portata avanti dalla sede di Napoli, in occasione della Giornata dell’OdC, con un comunicato stampa pubblicizzato anche dai media [x], che preannunciava successivi interventi di controinformazione e pubblicizzazione dell’OdC. Essi sono stati realizzati, finora, con volantinaggi davanti a quattro istituti scolastici superiori, che hanno consentito di raggiungere diverse centinaia di giovani del biennio col nostro messaggio e con informazioni dirette. In collaborazione con il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui il M.I.R. Napoli aderisce da molto tempo), si prevede poi di proseguire con altri volantinaggi, di formulare e presentare una formale diffida legale al Sindaco di Napoli affinché adempia agli obblighi d’informazione in materia di Leva e di svolgere quanto prima una significativa manifestazione pubblica sull’obiezione come strumento di opposizione concreta e fattiva alla guerra ed al militarismo.

    Ovviamente ci auguriamo che altre realtà territoriali del M.I.R. intraprendano iniziative simili e, soprattutto, che il movimento per la pace italiano riesca a dialogare al suo interno e ad esprimersi unitariamente con una campagna comune, coinvolgendo gli Enti di Servizio Civile, gli aderenti alla Rete Italiana Pace e Disarmo e, per quanto ci riguarda più specificamente, anche le organizzazioni di matrice religiosa, in un’ottica ecumenica di nonviolenza attiva e di costruzione della pace.

    (*) Ermete Ferraro è responsabile locale e presidente nazionale del M.I.R. Italia.

    Note


    [i] Cfr. art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana > https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-iv/articolo-52

    [ii] Cfr. art. 1929 del Codice dell’Ordinamento Militare > https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2010-15-03;66~art1485!vig=

    [iii] Cfr. art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana > https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11#:~:text=L’Italia%20ripudia%20la%20guerra,la%20giustizia%20fra%20le%20Nazioni%3B

    [iv]  Cfr. la documentazione relativa su https://www.difesacivilenonviolenta.org/

    [v]  V. l’iter su https://www.ministerodellapace.org/

    [vi]  Cfr. Movimento Nonviolento, “Chiamata all’obiezione di coscienza, contro la guerra” > https://www.azionenonviolenta.it/chiamata-allobiezione-di-coscienza-contro-la-guerra/

    [vii] Cfr. testo della petizione su https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

    [viii] Vedi in particolare https://www.trefinestre.com/obiezione-1-  e  https://globaluserfiles.com/media/196794_6b3efea84eeb37a10948839609949420727494b3.pdf/o/opuscolo%20odc.pdf

    [ix] Per il Movimento Nonviolento, l’ultimo modello prodotto è scaricabile dal suo sito > https://www.azionenonviolenta.it/wp-content/uploads/2024/04/Obiezione-DEF-3.pdf . La dichiarazione- petizione da sottoscrivere, proposta da Disarmisti Esigenti, L.D.U., L.O.C. ed altri, è invece scaricabile da https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

    [x] Cfr. in particolare i seguenti articoli: https://www.pressenza.com/it/2024/05/giornata-dellobiezione-di-coscienza/https://www.anteprima24.it/napoli/obiezione-di-coscienza-campagna-parte-da-napoli-na/  – https://www.miritalia.org/2024/05/14/giornata-dellobiezione-di-coscienza-limpegno-del-m-i-r-per-ravvivare-la-coscienza-dellobiezione/ – e l’intervento in diretta di Ferraro a ‘Prima pagina’ (Radio 3 RAI) , dal min. 1:03:05  della registrazione > https://www.raiplaysound.it/audio/2024/05/Prima-pagina-del-15052024-45f73665-f89c-4efe-a489-e6218866c576.html

    Europa con l’elemetto e il nucleare? No, grazie! (2)

    Sull’Europa sta spirando un crescente vento di guerra, che si manifesta in modo eclatante nelle esternazioni dei vertici della U.E., ma meno clamorosamente nelle ‘grandi manovre’ nel campo della difesa comune ed in altri ambiti strategici, in vista dell’aspra battaglia per le prossime elezioni del Parlamento europeo. Recentemente, infatti, sono risuonate le allarmanti dichiarazioni della Presidente della Commissione von der Leyen e del Presidente del Consiglio Michel sulla necessità di preparare la guerra per garantire la pace e, in ogni caso, di predisporci comunque ad una “economia di guerra”. Gli ha fatto eco Weber, Presidente del Partito Popolare Europeo, precisando però che: “rafforzare la difesa europea non è in contraddizione col dire che rafforzare le NATO è un pilastro per l’UE”.

    E in effetti quel ‘pilastro’, piantato nel cuore del vecchio continente giusto 75 anni fa, non sembra affatto in discussione, anche se l’eventuale rielezione di Trump alla presidenza USA sta mettendo in agitazione i più fedeli soci dell’Alleanza Atlantica – tra cui l’Italia – motivando l’escalation militarista dell’U.E. Per adesso, però, l’esortazione di fondo resta quella sintetizzata dalla formula un po’ mercantile della von der Leyen “spendere meglio, insieme e in modo europeo”, sostanziata in una proposta legislativa (EDIP) che amplia la produzione di munizioni e l’acquisizione di armamenti, confermando in salsa ‘comunitaria’ il preponderante ruolo del complesso militar-industriale.

    «Gli Stati membri sono invitati a: procurarsi almeno il 40% delle attrezzature di difesa in modo collaborativo entro il 2030; garantire che, entro il 2030, il valore del commercio della difesa intra-UE rappresenti almeno il 35% del valore del mercato della difesa dell’UE; compiere progressi costanti verso l’acquisizione di almeno il 50% del bilancio per gli appalti della difesa all’interno dell’UE entro il 2030 e del 60% entro il 2035». [1]

    Lo sventolare di bandiere ucraine nelle sedi della U.E. e gli appelli al riarmo per difendere la “libertà in gioco” sono dunque solo la foglia di fico che cela maldestramente gli interessi economici dell’industria bellica. Come ci ricordava un articolo di ‘Avvenire’:

    «L’escalation in corso – dall’Ucraina a Gaza – ha portato a livelli record la spesa militare: 2.240 miliardi di dollari nel 2022, l’ultimo con rilevazioni ufficiali – i profitti dei colossi delle armi. Per la prima volta, gli investimenti europei hanno superato quelli dei tempi della Guerra fredda». [2]

    In un’ottica ecopacifista, inoltre, non sfugge che questa irresponsabile corsa agli armamenti procede di pari passo col tentativo d’un parallelo smantellamento del cosiddetto Green Deal europeo, un pacchetto d’iniziative finalizzato ad avviare l’U.E. verso una transizione verde, per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Un obiettivo largamente cancellato non solo dalla destra, ma anche dalla maggioranza attuale di quel Parlamento.

    «Proprio mentre l’Unione europea rinnega le misure principali del Green Deal, boicottato dal Ppe della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) mette in guardia: “L’Europa è il continente che sta registrando i più rapidi aumenti delle temperature al mondo”. E parla di “interventi urgenti” per evitare che alcuni rischi raggiungano livelli “catastrofici”». [3]

    Ma l’invasione di Bruxelles da parte dei trattori agricoli sembra aver spaventato i vertici europei più di quella dei carrarmati russi. Eppre le possibili guerre per l’acqua – in assenza di interventi urgenti sulla crisi climatica – potrebbero rivelarsi devastanti quanto i conflitti armati. Ecco perché 3300 scienziati europei hanno sottoscritto un documento contro le infondate critiche alla Nature Restoration Law, al regolamento sull’uso sostenibile (SUR) ed alla legge sul ripristino della natura (NRL).

    Anche in materia di fonti energetiche, i vertici dell’U.E. continuano a spingere in favore dell’inserimento del nucleare tra quelle considerate ‘green’, ritornando sulla decisione contraria precedentemente assunta. Benché si tratti di un tema tuttora divisivo, nello scorso marzo i leader mondiali si sono riuniti a Bruxelles per il primo vertice sull’energia nucleare. Cogliendo al volo l’invito della COP28 di Dubai, hanno provato quindi a riproporre l’uso pacifico ed ‘alternativo’ dell’energia nucleare, sebbene:

    «…il nuovo rapporto …dell’Ufficio Europeo dello Ambiente dimostra e argomenta in modo chiaro che per decarbonizzare l’Europa non serve né nuovo nucleare né prolungare oltre misura la vita degli impianti esistenti perché le energie rinnovabili, il risparmio energetico e le opzioni di flessibilità possano efficacemente sostituire l’energia nucleare nel mix energetico dell’UE ». [4]

    Sembra chiaro allora che militarismo guerrafondaio e lobbies nucleariste stanno marciando unite sull’Europa. Cerchiamo di non dimenticarlo quando si voterà a giugno!


    NOTE

    [1] E.C. Press Release, March 5,2024 > https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_24_1321

    [2] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/il-profitto-delle-guerre-editoriale

    [3]https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/12/mentre-lue-rinnega-il-green-deal-lagenzia-europea-dellambiente-certifica-il-disastro-qui-la-temperatura-cresce-piu-che-nel-resto- del-mondo-ora-politiche-forti/7476270/

    [4]https://www.wwf.it/pandanews/clima/leuropa-non-ha-bisogno-del-nucleare/

    Europa e il toro scatenato (1)

    C’è qualcosa di sorprendente, spesso di paradossale, nella scoperta del significato originario delle parole, grazie all’approfondimento della loro etimologia. Prendiamo ad esempio un nome familiare e sempre più mediaticamente ricorrente in questi giorni. Infatti, diciamo ‘Europa’ e pensiamo ad una comunità economica, semmai al parlamento e agli organi esecutivi di quel soggetto politico federale. Un’entità che in teoria dovrebbe corrispondere ad un contesto socio-culturale omogeneo, sebbene tale aspetto sia difficilmente riscontrabile da quando dell’U.E. sono entrate a far parte stati appartenenti all’area baltica, scandinava e slava. Ciò nonostante quando nominiamo l’Europa continuiamo a raffigurarci una confederazione ‘occidentale’ (benché non corrisponda più al vero), atlantica (ma più che altro atlantista) ed ancorata ad una tradizione storica ‘carolingia’ (quindi continentale e sempre meno ‘mediterranea’).

    Eppure il paradosso è già nella sua stessa denominazione. Infatti, a chiamarsi Europa, secondo Erodoto, sarebbe stata una giovane principessa fenicia concupita da Zeus che, presentatosi a lei in forma di toro, l’avrebbe rapita e portata a Creta, dando origine alla civiltà minoica. Alla base della tradizione occidentale – e del nome della confederazione che se ne ritiene erede – ci sarebbe dunque… una fenicia, una ragazza cananea (Kan’anim, era il nome originale di quel popolo), pertanto semitica e mediterranea. Benché si tratti solo di un mito, è evidente quanto ciò strida con la visione politica dell’Europa attuale: da sempre filo-atlantica, schierata in favore di Israele e poco sensibile alla tragedia dei Cananei di oggi, cioè i Libanesi, i Siriani ed i Palestinesi.

    Nel mitologico rapimento della poveraEuropa da parte del ‘toro scatenato’ Zeus non è difficile leggere un violento processo di occidentalizzazione ed asservimento dei popoli semitici. La stessa furia egemonica che si manifestò in seguito nelle guerre dei Romani contro la potenza navale punico-fenicia nel Mediterraneo. In fondo, la stessa logica geostrategica dell’egemonia militare della NATO nell’area mediterranea, nord africana, balcanica e mediorientale, il cui caposaldo è il Joint Force Command (JFC) che ha sede a Napoli. Tutto ciò, ovviamente, in nome della ‘difesa’ dall’invadenza islamica a sud e russa a est, e sotto la nobile dichiarazione di voler “preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli Stati membri dell’Alleanza[1].

    Ma se la logica imperialista della NATO è evidente, molto meno scontato sarebbe il ruolo subalterno che la nostra non più giovane Europa (forse ancora traumatizzata dal simbolico ‘ratto’ da parte del toro scatenato USA…) si è data non da ora sul piano internazionale. L’illusione di una politica estera autonoma dell’U.E. e di una ‘difesa europea’ alternativa all’Alleanza Atlantica, in effetti, è svanita molto presto. Non solo il giogo indefettibile della nostra appartenenza alla NATO non è mai stato messo in discussione, ma anzi, come si legge sul sito del Consiglio Europeo: “In questo momento critico per la sicurezza euro-atlantica, il partenariato strategico UE-NATO è più solido e pertinente che mai.” [2]. Si continua allora a discutere della ‘difesa comune europea’, ma esclusivamente in chiave aggiuntiva e non sostitutiva dei già onerosi impegni economici assunti dagli stati ‘atlantisti’. Si parla poi sempre più di ‘cooperazione strutturata permanente’ (PESCO [3]), avviata nel 2017 e da 20 anni operativa attraverso l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), ma non certo in chiave anti o extra NATO. Il suo obiettivo, infatti, è stato così esplicitato: “… pur non creando un esercito dell’UE, l’UE può aiutare i suoi membri a comprare, sviluppare e gestire insieme nuove risorse. Ciò aiuta a risparmiare denaro, consente ai militari di lavorare insieme a stretto contatto e rafforza la NATO”.[4]

    Ecco dei dati assai illuminanti:

    La spesa militare aggregata dell’UE e dei Paesi europei della NATO ha raggiunto i 346 miliardi di dollari nel 2022, con un aumento dell’1,9% in termini reali rispetto al 2021 e del 29,4% rispetto al punto di minimo del 2014. È quasi quattro volte la spesa della Russia e l’1,65% del PIL totale”. [5]  Si tratta di una situazione già preoccupante, eppure c’è chi vuol  andare oltre in quest’assurda logica militarista e bellicista. Alla recentementeapprovata missione navale UE nel Mar Rosso (denominata non a caso ‘Aspide’…) prenderà parte anche l’Italia, con una ulteriore ed allarmante escalation militare da parte di questa Europa, sempre più…antifenicia, nonostante il proprio evocativo nome.

    (*) Pubblicato su “NUOVA VERDE AMBIENTE” – 1/2024, p. 33

    NOTE


    [1] JFCNP, “Our Mission”, https://jfcnaples.nato.int/

    [2] Consiglio dell’U.E., “Cooperazione UE-NATO”, https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-security/eu-nato-cooperation/

    [3] Cfr. https://www.eeas.europa.eu/eeas/permanent-structured-cooperation-pesco-factsheet-0_en

    [4] Cfr. https://eda.europa.eu/what-we-do/eda-in-short

    [5] RIPD,” La spesa militare europea è nell’interesse dell’umanità?”, https://retepacedisarmo.org/spese-militari/2023/la-spesa-militare-europea-e-nellinteresse-dellumanita/#:~:text=La%20spesa%20militare%20aggregata%20dell,%2C65%25%20del%20PIL%20totale.

    Dare nuove gambe alla nonviolenza in cammino.

    Mao Valpiana e Daniele Taurino (Mov. Nonviolento)

    Ho partecipato sabato 24 febbraio – in rappresentanza del MIR Italia – al XXVII Congresso nazionale del Movimento Nonviolento, che si è tenuto a Roma dal 23 al 25 presso lo Spazio Pubblico- FP CGIL. Il Movimento – fondato nel 1964 da Aldo Capitini – si è riunito, dopo una lunga parentesi dovuta anche al periodo della pandemia, per portare il proprio contributo alla mobilitazione di Europe for Peace contro tutte le guerre, ma soprattutto per fare il punto sullo stato della propria organizzazione e sulle campagne nelle quali è da impegnato, all’interno della Rete Italiana Pace e Disarmo, di cui sta curando la segreteria organizzativa.

    Nella serata di venerdì 23 si era già svolto l’incontro pubblico “Verso un’Europa democratica, ecologica, nonviolenta” e diversi interventi (fra cui quello di un dirigente di Legambiente) hanno sottolineato la centralità di un collegamento tra l’impegno per contrastare la crisi ecologica e quello contro le guerre, per il disarmo e per un’alternativa nonviolenta in materia di difesa. È questo, quindi, il primo punto che ho ritenuto opportuno sottolineare nel mio intervento a nome del MIR Italia, affermando che un progetto ecopacifista può e deve diventare uno degli elementi fondamentali di sinergia per opporsi sia all’attuale escalation bellica, sia ai diffusi atteggiamenti ostili verso una vera (e quindi radicale) svolta ecologista.

    Il secondo tema-chiave, ribadito fin dal titolo dell’assemblea congressuale (“Obiezione alla guerra, oggi!”), è stato ovviamente quello del rilancio delle tradizionali lotte antimilitariste e nonviolente, per opporsi al progressivo ed allarmante scivolamento verso soluzioni armate ai conflitti, sospesi tra il ritorno a modalità belliche di vecchio stampo (guerre di trincea e di posizione) ed apocalittici scenari quali il ricorso alle armi nucleari e le ‘guerre spaziali’. In particolare, il recupero del concetto stesso e delle potenzialità pratiche di termini come ‘disobbedienza civile’, ‘resistenza alla guerra’ ed ‘obiezione di coscienza’ (fatalmente appannati da 20 anni di disaffezione dall’impegno politico e di sospensione, insieme con la leva obbligatoria, anche del servizio civile dei giovani obiettori antimilitaristi) rappresenta per entrambi i movimenti nonviolenti un’indiscutibile priorità, rinforzata dalla prospettiva più globale di opposizione alla repressione dello stesso diritto di obiettare. In tal senso, la partecipazione del MIR e del MN alla rete promotrice della #ObjectWarCampaignè stata un’eccezionale (sebbene drammatica) occasione per manifestare solidarietà agli obiettori, resistenti e disertori coinvolti nelle più palesi guerre in corso (russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi), costruendo per loro un’efficace rete di protezione e sostegno, ma anche offrendo loro un supporto giudiziario e legislativo a livello internazionale.

    Una terza importante questione trattata nel corso degli interventi congressuali è stata la difesa alternativa (non armata, civile, sociale e nonviolenta), che non può che essere (per usare temini gandhiani) l’indispensabile risposta ‘costruttiva’ alla pur necessaria azione ‘ostruttiva’ contro il complesso militare industriale, che genera conflitti armati, svolte autoritarie e militariste ed alimenta un già fiorente commercio di micidiali strumenti di morte, di distruzione e di devastazione ambientale. Anche in questo campo c’è purtroppo da recuperare un bel po’ di anni di mancata o scarsa controinformazione su un secolo di efficaci esperienze di resistenza civile e difesa alternativa, ma anche un ruolo dell’attuale ‘servizio civile universale’ , così da motivare i giovani a diventare protagonisti di una svolta antimilitarista e nonviolenta. Se è vero, come affermava Mao Valpiana, che in questi lunghi anni la nonviolenza, pur non risultando adeguatamente visibile come alternativa, ha comunque continuato a scorrere sotterranea come un ‘fiume carsico’, sembra ormai giunto il momento (oggi!) di farla finalmente riaffiorare, per bonificare con le sue acque di vita una realtà mortifera, desertificata dalla crisi ecologica e devastata dalle guerre.

    Pertanto è evidente l’urgenza di interventi formativi che – pur senza la pretesa d’inseguire i giovani, come giustamente affermato dal presidente nazionale del MN – offra loro una serie di opportunità di educazione alla e per la pace, di addestramento alle pratiche e alle tecniche nonviolente e di aggregazione associativa fondata sul protagonismo ma anche sulla maturazione della consapevolezza dell’insostenibilità etica, ecologica, politica e socioeconomica delle soluzioni distruttive ai conflitti Questi infatti vanno opportunamente  riconosciuti e poi trasformati ed affrontati in modo costruttivo. Tutto ciò, ovviamente, implica l’importanza fondamentale della parallela battaglia contro la militarizzazione di scuole, università ed enti di ricerca, denunciandone la crescente pervasività ed opponendosi a questa deriva antidemocratica e violenta, ma anche e soprattutto sviluppando crescenti occasioni di formazione, promuovendo progetti di peace education e diffondendone le ‘buone pratiche’ nelle istituzioni scolastiche ed accademiche.

    Ulteriore tassello di un ‘programma costruttivo’ comune per i movimenti nonviolenti – emerso anche dalla discussione congressuale – è l’elaborazione comune di un’articolata proposta di modello alternativo di sviluppo, di convivenza e di relazioni.  Si è opportunamente ricordato, fra l’altro, che Papa Francesco, oltre a indirizzare costantemente il suo magistero sull’opposizione alla follia delle guerre e all’insensato sfruttamento ed inquinamento dell’ambiente naturale, ha anche dichiarato che la nonviolenza dovrebbe diventare lo stile della politica’. Per dirla con i maestri nonviolenti, dovrebbe insomma manifestare sempre più la sua natura di fine e mezzo di un cambiamento virtuoso, in una prospettiva di pace, giustizia e salvaguardia del pianeta, nostra ‘casa comune’.

    Ma poiché il Movimento Nonviolento – come il MIR Italia – è impegnato con forze e risorse limitate in campagne particolarmente impegnative (Italia Ripensaci! – Un’altra difesa è possibile – Object War – reti contro il commercio delle armi etc.), si pone anche una questione di alleanze e di necessarie sinergie per potervi fare fronte. In tal senso, come ho avuto modo di ribadire nel mio intervento, va senza dubbio valutata positivamente l’esperienza di un coordinamento attraverso networks nazionali (come la RIPD) ed ultranazionali (War Resisters, Internation Fellowship of Reconciliation, European Bureau of Conscientious Objectors, Europe for Peace, etc.).  Allo stesso tempo, come affermato anche da Mao Valpiana, c’è anche bisogno di far valere la propria identità di nonviolenti, e quindi un ‘pensiero forte’ che va condiviso con un movimento per la pace molto composito, che spesso tende a puntare su obiettivi comuni minimali o comunque parziali. Ecco allora che si manifesta il pressante bisogno di quella capitiniana “aggiunta nonviolenta” di cui i nostri due storici movimenti italiani (e le rispettive reti internazionali) non possono non essere portatori e propagatori.

    Concludendo, nel rinnovare gli auguri di buon lavoro agli amici e compagni di strada del Movimento Nonviolento, ci complimentiamo con loro anche per l’intensa e positiva mattinata di confronto, che è stata arricchita dalla presenza e dall’incisivo intervento di Olga Karach (iconica oppositrice pacifista alle politiche belliche della Bielorussia, e per questo perseguita e tuttora a rischio di espulsione dalla Lituania) e dai contributi registrati di noti attivisti per il diritto all’obiezione di coscienza in paesi in guerra come Russia ed Ucraina, Israele e Palestina. Non sono mancati altri importanti ed efficaci interventi, come quelli di sindacalisti, formatori e di una reporter che con Riccardo Iacona si è occupata delle guerre in corso per la trasmissione di Rai 3 Presa diretta.

    Ermete Ferraro con Enrico Peyretti

    Infine, una nota originale è stata la trasmissione dello schioppettante e surreale contributo di uno straordinario giocoliere con le parole come Alessandro Bergonzoni. Ed è proprio su questo aspetto, apparentemente secondario, che voglio concludere questa mia breve nota, sottolineando come ai persuasi della nonviolenza, ma anche ai giovani che ad essa si avvicinano timidamente, si possano proporre nuovi ed originali canali di ricerca, educazione ed azione per la pace. Uno di questi, oltre al già citato progetto ecopacifista, è quella eco-ireno-linguistica, cui sto cercando di dare corpo in prima persona.  L’intervento travolgente di Bergonzoni, infatti, ci ha ricordato quanta ambiguità e negatività si nascondano dietro le parole che usiamo ogni giorno, alimentando discorsi di odio, stereotipi razzisti e propaganda bellicista. Osservare, decostruire e demistificare i linguaggi violenti, quindi, è solo il primo passo per ricercare alternative comunicative non solo non aggressive, ma che ci aiutino anche a costruire relazioni giuste, pacifiche ed ecologiche, a tutti i livelli.

    In questa preoccupante fase di svolta controriformista ed autoritaria, supportata da palesi messaggi politici d’intolleranza del dissenso e di stampo poliziesco, dunque, la nonviolenza ha più che mai bisogno di nuove teste da contaminare e di nuove gambe su cui avanzare.


    (C) 2024 Ermete Ferraro – Art. pubblicato anche dall’Agenzia Internaz. di Stampa PRESSENZA (https://www.pressenza.com/it/2024/02/dare-nuove-gambe-alla-nonviolenza-in-cammino/ )

    GUERRA E PACE A NAPOLI

    «’O munno è comme uno s’ ’o ffa»

    Ho partecipato recentemente alla presentazione del libro che l’amico Claudio Pennino ha dedicato alla tradizione culturale del popolo napolitano riguardante i sette vizi capitali, rivisitati attraverso locuzioni proverbiali più o meno note.[i]  Stimolato da quell’originale rassegna di detti popolari e wellerismi – opportunamente commentati ed integrati da riferimenti ‘alti’ come le Sacre Scritture, teologi e filosofi antichi, ma anche scrittori, sociologi e psicologi – ho ricercato nella tradizione culturale di Napoli riferimenti ad un tema che mi è caro, quello della pace.

    Non a caso uno dei più noti libri sapienziali dell’Antico Testamento è quello dei Proverbi (in greco Παροιμίες, in latino Proverbia, ma nell’originale ebraico מִ֭שְׁלֵי (Meshalìm), cioè parabole, detti tradizionali). Infatti, se vogliamo scoprire ciò che la gente comune ha per secoli avuto come riferimenti etici per il proprio comportamento personale e sociale, non possiamo fare a meno di attingere anche alla fonte della saggezza popolare, a lungo tramandata oralmente di padre in figlio.  Una saggezza, d’altra parte, che spesso si manifesta con proverbi che dicono tutto ma anche il contrario, per cui è possibile trovarvi indicazioni e raccomandazioni talora diametralmente opposte. Tornando all’eccezionale tradizione napolitana, pur con evidenti contraddizioni, vi si riscontra la solida lezione di buon senso, originata dalla dura esperienza quotidiana da cui erano stati tratti quegli exempla [ii] per ammaestrare il popolo incolto.

    Ebbene, se passiamo in rassegna la maggioranza di quei proverbi [iii], ne emerge di solito un aspro realismo, con scarsa concessione alle virtù alte ed a precetti moralistici (vedi: Me staje abbuffanno ‘e regole ‘e viento), propendendo verso un utilitarismo più pragmatico che ispirato ad astratti principi. Sebbene molti proverbi siano lascino trasparire una visione del mondo piuttosto fatalista (racchiusa in detti quali: “’A che munno è mmunno, è gghiuto sempe accussì”. “‘A necessità fa llegge”, “Chi campa deritto campa affritto”, “Addò ‘nce stanno ‘e fatte nun ce pônno ‘e pparole”, “Contr’ ’a forza nun ce ponno raggione[iv]) è altrettanto vero che la saggezza popolare ha spesso ancorato l’azione a principi profondamente radicati e largamente condivisi.

    Innegabilmente, la maggioranza dei detti popolari consigliano di agire assoggettandosi alla tradizionale legge del più forte, suggerendo che a chi ha ricchezza e potere ci si debba inchinare, puntando così all’esigenza primaria della sopravvivenza in un mondo dominato dalla violenza ed in cui i deboli soccombono. Basti pensare al cupo pessimismo di espressioni quali: Chi pecura se fa ‘o lupo s’ ’a magna”, “Chi vence ave sempre raggione”, “Chi tene ll’arma ‘mmano è ppatrone d’ ’o munno, “Chi perde ave sempe tuorto”, “Chisto è ‘o munno: chi naveca e cchi va ‘nfunno”, “‘O nemmico ‘e ll’ommo è ll’ommo stesso”, “A cchi se fa puntone, ‘o cane ‘o piscia ‘ncuollo”.[v]

    «Una è ’a guerra ca ce spetta…»

    Però, grazie a quella stessa esperienza di vita, soprattutto nell’ambito dei rapporti interpersonali, il buon senso popolare ha insegnato pure che: Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno” (contrapponendo la razionalità al ricorso alla forza, se non altro quando non si è in grado di fronteggiarla adeguatamente) e che sarebbe saggio e utile sperimentare strade alternative alla solita reazione violenta e vendicativa, che comunque quasi sempre non risolve nulla o addirittura peggiora le situazioni (Mo faccimmo n’acciso e nu ‘mpiso”, “ ‘Nccopp’ô ccuotto acqua vullente…) [vi]. Non mancano quindi esortazioni a comportarsi con prudenza, comprensione e senza violenza, come ad esempio: Male nun fa’ e ppaura nunn’avé”, “Meglio è a dda’ c’a rricevere”, “‘O mmuollo rompe ‘o ttuosto”, “Chi semmena ardìche nun recoglie vruoccole”, “Chi semmena viento raccoglie tempesta”, “Chi semmena cortesie, mete lo benefizio”, “Chi patesce cumpatesce”) [vii].  La stessa cultura popolare, inoltre, mette spesso in ridicolo chi si crede forte e potente, con locuzioni proverbiali come: Vale cchiù uno a ffa’ ca ciente e ccumannà”, “‘E fodere cumbatteno e ‘e sciabbole stanno appese oppure, con sano realismo, Nun cuntrastà chi nun tene che pperdere[viii].

    Il tema della guerra è abbastanza presente nella cultura popolare, con toni ora seri e drammatici, ora invece beffardi o caricaturali. Già il fatto stesso di opporsi a qualcuno, ad esempio, è talvolta definito Fa’ ‘a guerra a uno. Ma non manca la consapevolezza che molto spesso la violenza peggiore è quella anche solo verbale (“Accide cchiù ‘a lengua ca na schioppettata), mentre un altro proverbio (“‘A guerra cerca ‘a pace e ‘a pace cerca ‘a guerra”) sottolinea piuttosto l’assurda incontentabilità di un’umanità mai paga della propria situazione [ix].

    Nei detti popolari non manca neppure la consapevolezza che la prima vittima di un conflitto bellico è sempre la verità (“Ntiempo ‘e guerra buscie comm’ ’a terra [x]) e, soprattutto, che l’unica cosa per cui sarebbe giusto combattere – per citare Viviani – è la quotidiana lotta per la sopravvivenza (“Una è ‘a guerra ca ce spetta / e ppurtroppo l’îmm’ ’a fa’ / chella llà ca tutte ‘e juorne / se cumbatte pe ccampà[xi]

    Il poeta e drammaturgo napolitano, in uno dei suoi “Dieci Comandamenti”, ci presenta infatti un quadro lucido e spietato di che cos’è davvero la guerra, che solo apparentemente replica la violenza insita nella natura animale, ma è in effetti molto peggiore, in quanto non risponde tanto a connaturati istinti bestiali quanto ad una ben precisa volontà di dominio e sfruttamento.

    «Largo e tunno chisto è ‘o munno: / pure ll’uommene, se sa /s’hann’ ‘a massacrà!                        
    Che ll’afferra ca na guerra / ogne tanto s’ha dda fa’? /Forse pe’ sfullà?!                
    So’ ‘e putiente, malamente, /  ca cchiù ‘a vorza hann’ ’a ‘ngrassa’, / senz’ave’ pietà!                    
    ‘O prugresso? More ‘o fesso! / Ih che bbella civiltà! /Che mmudernità!»
    [xii].

    Questi versi, profondi e purtroppo attuali, dipingono infatti un mondo ingiusto e violento, in cui la parte più ricca e potente dell’umanità è impegnata ad arricchirsi ulteriormente, senza provare alcuna compassione per i ‘fessi’ che muoiono nelle guerre a tal fine scatenate, mistificate però in nome del ‘progresso’ e di una irresistibile ‘modernità’.

    «Cca nuje simmo crestiane / e ttenimmo ‘o ccore ‘mpietto! /    
    E c’è cara ‘a vita nosta, / perciò mmerita rispetto!        
    E vedimmo, pe ’stu fatto, / ‘e campà cu ‘a legge ‘e Ddio!            
    ‘Nnanze a Ddio nuje simmo eguale: / nun ce stanno “tu” e “io”!             
    Ma però ‘e Cummandamente / se rispettano? Nun sempe!       
    E sse sape…. ‘O munno è ttristo! / Chisti ccà so’ bbrutti tiempe!              
    E ma allora, ‘o munno è ttristo  /e nnisciuno ‘o pò ccagnà?»
    [xiii].

    La risposta critica di Viviani alla mortifera logica bellica è molto chiara: se davvero siamo ‘cristiani’ (nel duplice senso dialettale di esseri umani e di seguaci di Cristo), il rispetto della vita dovrebbe costituire il primo imperativo categorico. Il secondo principio della ‘legge di Dio’ è che siamo tutti uguali (papa Francesco direbbe ‘fratelli tutti’), senza differenze e con pari diritti. Eppure i Comandamenti divini (da Gesù sintetizzati nei due precetti evangelici fondamentali, equiparando l’amore per Dio a quello per il prossimo [xiv]) non sono affatto rispettati, accampando pretestuosamente la scusa che “‘o munno è tristo”, ma dimenticando quanto affermato dal saggio proverbio che ho citato inizialmente, per cui invece: “‘O munno è comm’uno s’ ’o ffa”.

    Di solito, nel variegato repertorio della tradizionale saggezza proverbiale troviamo affermazioni ispirate alla dura legge del più forte, maè altrettanto vero che altri detti napolitani ci esortano invece alla riflessione e alla prudenza: ’A pacienza vale cchiù d’ ’a scienza”, “Astipa e mmiette ‘ncore: quann’è tiempo caccia fore”, “A una â vota s’acchianano ‘e ffosse”, “Chi cerca chello ca nun deve, trova chello ca nun vô”, “Chi nun tene pietà pietà nun trova”, o anche “Chi cerca ’o mmale ‘e ll’ate trova ’o mmale sujo”, “Chi s’appicceca senza raggione fa pace senza suddisfazione” o “’E bbuone parole acconciano ’e male fatte”  [xv].

    «Che sacrilegio…Nun facimmo male, Amà…»

    Nel tradizionale contesto socioculturale autoritario, in cui il rifiuto di andare in guerra era considerato non solo come palese dimostrazione di vigliaccheria ma anche di scarsa virilità (“Chi nunn’è bbuono p’ ’o rre nun è bbuono manco p’ ’e riggina”, o anche “Chi nunn’è bbuona a ffa’ ‘o surdato, ‘a mugliera s’ ’a fotteno ll’ate), è abbastanza evidente che il concetto stesso di ‘obiezione di coscienza’ non avesse alcuno spazio [xvi]. Alcuni proverbi, però, ci ricordano come spesso si ricorresse ad un sicuro espediente per scansare il servizio militare e, soprattutto, per essere esonerati dal combattimento: farsi passare per malati di mente, secondo la nota espressione “Fa’ ‘o fesso pe nnu’ gghì’ â guerra[xvii].  Paradossalmente, quindi, per non partecipare alla follia della guerra si doveva far finta di essere stupidi o folli…[xviii] . Eppure la saggezza popolare non ha mancato di sottolineare che la povera gente – o comunque gli persone innocenti – sono le prime vittime di morte e devastazione provocate da conflitti d’interessi di chi ha potere, come recita il proverbio: “E ciucce s’appiccecano e ‘e varrille se scassano[xix].

    Sulle ragioni di natura economica delle guerre, retoricamente fregiate di motivazioni nobili ed elevate, si esprime invece un’altra acuta locuzione proverbiale: “E denare so’ comm’ê surdate: so’ ffatte apposta p’ ’a guerra [xx]. Da ricordare poi anche il detto popolare “Meglio nu malo accordo ca na causa vinciuta[xxi], dal quale – passando dall’ambito legale per le controversie private a quello riguardante i conflitti più importanti e generali – si ricava la saggia considerazione di quanto sarebbe meglio addivenire ad una transazione – che media fra interessi spesso opposti – anziché affrontare gli inevitabili strascichi polemici di una netta vittoria.

    Odi e storiche rivalità, infatti, fanno perdere ‘e lume” e “l’arraggia fa sulo rammaggio, col rischio di “ascì fore d’ ’a vuluntà ‘e Ddio e di “farse piglià d’ ’e diavule”, come non manca di ricordare Claudio Pennino passando in rassegna i proverbi che si soffermano sul peccato dell’ira [xxii]. La collera, infatti, obnubila la ragione e fa salire “o sango a ll’uocchie, per cui chi ne è afflitto  si sente “vollere ‘o sango dint’ê vvene (variante: “saglì ‘o sango â parte d’ ’a capa”) [xxiii].

    Un ‘cameo’ letterario napolitano in tema di “Guerra e Pace” è l’omonima poesia/canzone, scritta nel 1937 dallo stesso Raffaele Viviani, da cui traspare amarezza e dolore:

    «‘Ntiempo ‘e pace ‘e marenare: / figlie ‘nterra e varche a mmare.
    ‘Ntiempo ‘e guerra, juorne amare:/ varche ‘nterra e figlie a mmare.
    Guerra e pace, pace e guerra:/ se distrugge e cresce ‘a terra»
    [xxiv].

    Per concludere sulla percezione del dramma della guerra da parte del popolo di Napoli, non posso fare a meno di citare la celebre commedia “Napoli milionaria!” di Eduardo De Filippo. Vi ritroviamo infatti i possibili atteggiamenti della gente comune di fronte alle conseguenze della guerra sulla propria esistenza quotidiana. A partire dall’atavica arte di arrangiarsi sempre e comunque, con un pizzico di cinismo e tanto opportunismo, incarnata da Amalia Jovine, dai suoi figli e da buona parte dei parenti e vicini di casa. Alla loro fatalistica rassegnazione ad un male cui non solo ci si dovrebbe adattare, ma da cui è perfino possibile ricavare cospicui vantaggi economici, nel capolavoro eduardiano fa da drammatico contraltare la stralunata, e talora patetica, figura di Gennaro, il capofamiglia reduce da un’esperienza bellica che lo ha duramente segnato e profondamente cambiato, ma che non riesce proprio a condividere coi suoi familiari.

    «Che sacrilegio Ama’…Paise distrutte, creature spese, fucilazione…E quanta muorte…’E lloro e ‘e nuoste…E quante n’aggio viste…’E muorte so’ tutte eguale […] Chesta, Ama’, nun è guerra. È n’ata cosa […] ‘A sta guerra ccà se torna buone, ca nun se vo’ fa’ male a nisciuno…Nun facimmo male, Amà…Nun facimmo male…» [xxv]

    Fatto sta che nessuno presta veramente attenzione alle sue dolenti parole, ma soprattutto nessuno ha voglia di ascoltarlo, perché condividerne la terribile angoscia significherebbe mettere in discussione la propria disinvolta condotta in tempo di guerra. Viceversa, quasi tutti gli altri, di fronte alle sue dettagliate e reiterate narrazioni di quella carneficina, cercano piuttosto di metterlo a tacere, ispirati dall’ambigua saggezza popolare racchiusa nel noto proverbio: Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Scurdammoce ’o passato [xxvi], che in realtà era il ritornello d’una canzone risalente allo stesso periodo di quella Napoli, devastata dai bombardamenti ma resa ‘milionaria’ dall’euforia economica portata dagli ‘alleati’.

    «AMEDEO: Ma mo’ staie ccà cu nuie…Nun ce penza’ cchiù… GENNARO: Nun ce penzo cchiù? È na parola. E chi se po’ scurdà… AMEDEO (superficiale): Va buo’, papà…Cca è fernuto tutte cose… GENNARO (convinto) No. Ti sbagli. Tu nun he’ visto chillo c’aggio visto io p’ ’e paise…’A guerra nun è fernuta…» [xxvii].

    «A chi ’a pace nun stima, ’a guerra nun lle manca»

    Trattare di guerra e pace riferendosi alla cultura popolare di Napoli non può comunque prescindere dal fatto che parliamo d’una città profondamente segnata da secoli di dominazioni straniere e che è stata vittima di guerre sanguinose, seguite da periodi di dopoguerra in cui si è disperatamente tentato di ristabilire una certa – seppur travagliata – ‘normalità’.

    Lo stesso concetto di ‘pace’ – se consultiamo un esaustivo e documentato lessico della lingua napolitana [xxviii] , seppure in qualche modo sacralizzato (ad es. nell’espressione: “Nsanta pace), è comunemente riportato alla sua accezione più banale e quotidiana di tranquillità, assenza di conflitti, rassegnazione (“Essere ‘na pace”, “lassà ‘mpace”, “metterse l’anema ‘mpace), ma anche di accordo tra parti in conflitto (“fa’ pace”, “fa fa’ pace”, “sta parapatte e pace”)  [xxix].

    Da alcune citazioni letterarie emerge spesso l’idea di una pace a livello emotivo-sentimentale: “Ha perza ’a pace soia pe na guagliona (F. Russo), “Che pace, che silenzio!” (E. Murolo), ma talvolta anche una visione un po’ più ampia, come quella che fa da titolo a questo paragrafo, che sottolinea come chi non apprezza il valore in sé della pace prima o poi si troverà ad affrontare la tragedia della guerra. D’altra parte è altrettanto vero che, come recita un altro proverbio: “Nun po’ canoscere ’a pace chi nun ha pruvata ‘a guerra” [xxx].  

    Sfogliando un altro corposo ed autorevole lessico del Napolitano, il significato di ‘pace’ che emerge più frequentemente dalle citazioni riportate è quello di tranquillità, ma anche di pazienza, rassegnazione, accordo: “Quanno volite fa pace co le mogliere”, “Li gradasse co chisto aggiano pace”, “Pigliate spasso e doppo stammo pace”, “Va staje pace) [xxxi] .

    Eppure una pace che somiglia troppo al consonante vocabolo “pazienza” non è una vera alternativa alla violenza ed alla guerra, né tanto meno è uno strumento per superare ingiustizie e sopraffazioni. Una volta la si definiva “rassegnazione”, “conformismo”, ma oggi si preferisce parlare spesso, ipocritamente ed a sproposito, di “resilienza” [xxxii], confondendo la resistenza passiva – che invece fa parte dello strumentario della difesa nonviolenta – con la deleteria quanto frequente abitudine ad adattarsi allo statu quo, senza cercare di cambiarlo.

    Concludo, tornando al grande Eduardo, con la citazione di alcuni versi d’una poesia nella quale ha espresso il suo desiderio d’una pace che non sia quella dei cimiteri né tanto meno che si prepari di nuovo a riempirli, ma sia piuttosto il frutto d’una coscienza raggiunta e del superamento di un’impotenza rassegnata. Una pace positiva, attiva e costruttiva, che apra le porte ad una vita diversa e degna di essere vissuta.

    «Io vulesse truvà pace; / ma na pace senza morte.

    Una, mmieze’a tanta porte, / s’arapesse pe’ campa’!

    […] Senza sentere cchiù ‘a ggente / ca te dice: io faccio…,io dico,

    senza sentere l’amico / ca te vene a cunziglia’.

    Senza senter’ ‘a famiglia / ca te dice: Ma ch’ ‘e fatto?

    Senza scennere cchiù a patto / c’ ‘a cuscienza e ‘a dignita’.

    Senza leggere ‘o giurnale… / ‘a nutizia impressionante,

    ch’è nu guaio pe’ tutte quante / e nun tiene che ce fa’.

    […] Pecchè, insomma, si vuo’ pace / e nun sentere cchiu’ niente,

    e ‘a spera’ ca sulamente / ven’ ‘a morte a te piglia’?

    Io vulesse truva’ pace | ma na pace senza morte.

    Una, mmiez’ ‘a tanta porte / s’arapesse pe’ campa’!

    S’arapesse na matina, / na matin’ ‘e primavera,

    e arrivasse fin’ ‘a sera / senza di’: nzerràte lla’». [xxxiii]


    N O T E

    [i] Claudio PENNINO, Peccato cunfessato è mmiezo perdunato. I sette vizi capitali nella parlata napoletana, Napoli, Ed. Intra Moenia, 2023

    [ii]L’etimologia della parola esempio si ricollega al latino exemplum, a sua volta, da eximĕre = trarre fuori. L’esempio, quindi, è qualcosa o qualcuno “tratto fuori” (dalla massa comune), selezionato, messo in evidenza come modello, come campione da imitare (buon esempio) o da evitare (cattivo esempio)”. https://www.etimoitaliano.it/2016/06/esempio.html#:~:text=L’etimologia%20della%20parola%20esempio,da%20evitare%20(cattivo%20esempio)

    [iii] In questo caso, fra i tanti disponibili, oltre a quello già citato mi sono limitato a consultare i seguenti testi: Raffaele BRACALE, Comme se penza a Nnapule – 2500 modi di dire napoletani (a cura di Amedeo COLELLA), Napoli, Cultura Nova Ediz., 2018; Vittorio PALIOTTI, Proverbi napoletani, Firenze, Giunti, 1995; Vittorio GLEIJESES, A Napoli si diceva così (Detti e Proverbi), Napoli, S.E.N., 1976.

    [iv] “Mi stai riempiendo la testa di regole vuote, fatte di vento”, “Da che il mondo è mondo è andata sempre così”, “La necessità fa la legge”, “Chi vive rettamente muore afflitto”, “Dove ci sono i fatti non possono le parole”, “Contro la forza le ragioni non valgono”.

    [v] “Chi si fa pecora se lo mangia il lupo”, “Chi vince ha sempre ragione”, “Chi ha l’arma in mano è padrone del mondo”, “Chi perde ha sempre torto”, “Questo è il mondo: chi naviga e che va a fondo”, “Il nemico dell’uomo è l’uomo stesso”, “A colui che si comporta come uno spigolo di strada il cane piscia addosso”,    

    [vi] “Chi non ha forza si arma d’ingegno”, “Adesso facciamo: uno ucciso e uno impiccato”, “Sopra la scottatura acqua bollente”.

    [vii] “Male non fare, paura non avere”, “È meglio dare che ricevere”, “Il tenero rompe il duro”, “Chi semina ortiche non raccoglie broccoli”, “Chi semina vento raccoglie tempesta”, “Chi semina cortesie ne raccoglie il beneficio”, “Chi patisce compatisce”.

    [viii] “Conta più uno che fa che cento che comandano”, “I foderi combattono e le sciabole restano appese”, “Non metterti contro chi non ha niente da perdere”.

    [ix] “Ne uccide più la lingua di una fucilata”, “La guerra cerca la pace e la pace cerca la guerra”.

    [x]In tempo di guerra, bugie (grandi) come la terra”.

    [xi] Raffaele VIVIANI, “Si vire a ll’animale”, da: I dieci comandamenti, 1947   – Vedi in proposito anche il mio articolo in napolitano: Ermete FERRARO, “ ‘A nurmalità è ‘o prubblema, no ‘a soluzzione…”, quotidiano Napoli, 29.04.2020, https://www.quotidianonapoli.it/cronaca-e-notizie-di-napoli-e-provincia/a-nurmalita-e-o-prubblema-no-a-soluzzione/

    [xii]Largo e tondo, questo è il mondo/ pure gli uomini, si sa, devono massacrarsi / Che li prende, al punto che una guerra / ogni tanto si deve fare? / Forse per sfollare? / Sono i potenti, malvagi / che devono ingrassare sempre più la borsa / senza avere pietà! / Il progresso? Muore il fesso / Ah, che bella civiltà/ Che modernità!”.  Viviani, op. cit.  (N.d.A. – La grafia del testo vivianeo è stata da me lievemente modificata).

    [xiii]  “Qua noi siamo cristiani / ed abbiamo il cuore in petto / e c’è cara la nostra vita / perciò merita rispetto / E vediamo perciò / di vivere in grazia di Dio / davanti a Dio noi siamo uguali / non ci sono ‘tu’ e ‘io’ / Ma allora i Comandamenti / si rispettano? Non sempre / E si sa: il mondo è cattivo / questi qua son tempi brutti / Ma allora il mondo è cattivo / e nessuno può cambiarlo?”.   Ibidem

    [xiv] «Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. E il secondo è questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più importante di questo» (Mc 12,29-31).

    [xv] “La pazienza vale più della scienza”, “Conserva e metti da parte nel tuo cuore; quando è il momento giusto tiralo fuori”, “Ad una alla volta si ripianano le fosse”, “Chi va in cerca di quello che non deve trova quello che non vuole”, “Chi non prova compassione non la troverà”, “Chi cerca il male altrui trova il proprio”, “Chi litiga senza ragione fa la pace senza soddisfazione”, “Le parole buone aggiustano i fatti cattivi”.

    [xvi] “Chi non è valido per il re non è valido neppure per la regina”, “Se qualcuno non è capace di fare il soldato, di sua moglie se ne vedono bene gli altri”.

    [xvii] “Fare la parte dello scemo per non andare in guerra”.

    [xviii]  Cfr. la celebre e solenne affermazione: «Alienum a ratione bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda» traducibile con: «È estraneo alla ragione [irrazionale] che la guerra possa essere uno strumento adatto per rivendicare dei diritti violati», contenuta nell’Enciclica di Papa Giovanni XXIII “Pacem in terris” (1963).

    [xix] “Gli asini litigano e i barili si rompono”.

    [xx]I soldi sono come i soldati: sono fatti proprio per la guerra”.

    [xxi] “Meglio una cattiva transazione che una causa vinta”.

    [xxii]  C. Pennino, op. cit., pp. 135 e ss.

    [xxiii] Espressioni traducibili con: “avere il sangue agli occhi”, “sentirsi ribollire il sangue nelle vene” e “sentirsi risalire il sangue al cervello”.

    [xxiv] Cfr. R. VIVIANI, “E c’è la vita” (1930)

    [xxv]  Eduardo DE FILIPPO, “Napoli milionaria!”, in I capolavori di Eduardo, Vol. I, Torino, Einaudi, 1973, p. 210 (NdA: la grafia del testo è quella originale di Eduardo). Trad.: “Che sacrilegio, Amalia. Paesi distrutti, bambini dispersi, fucilazioni..E quanti morti…I loro e i nostri. E quanti ne ho visti…I morti sono tutti uguali […] Questa, Amalia, non è guerra, è un’altra cosa […] Da questa guerra qua si torna buoni, che non si vuole fare male a nessuno…Non facciamo male Amalia… Non facciamo male”).

    [xxvi] Giuseppe Fiorelli e Nicola Valente, “Simme ‘e Napule, paisà”, Napoli, Casa ed. ‘La Canzonetta’, 1944

    [xxvii] “Napoli milionaria!”, cit., p.212 (Trad.: “Amedeo: Ma adesso stai con noi. Non ci pensare più. Gennaro: Non ci penso più? È una parola: chi se lo può dimenticare? Amedeo: Va bene papà, qua ormai è finito tutto… Gennaro: No, ti sbagli. Tu non hai visto quello che ho visto io girando per i paesi…La guerra non è finita”).

    [xxviii] Don Matteo COPPOLA, Grande dizionario della lingua napoletana, Vico Equense, Ass.ne Cult.le Don Matteo Coppola, 2018

    [xxix] Ivi, voce “pace”, vol. II, p. 104-105 (Trad.: “In santa pace”, “Essere una pace”, “Lasciare in pace”, “mettersi l’anima in pace, “far pace”, “far fare pace”, “stare patta e pace”).

    [xxx]  Ibidem, Trad.: “Ha perso la pace sua per una ragazza”, “Che pace, che silenzio!”, “Non può conoscere la pace chi non ha provato la guerra”.

    [xxxi] Cfr. Emmanuele ROCCO, Il vocabolario del dialetto napolitano, Voce “pace”, in: Antonio VINCIGUERRA, Studio ed edizione critica della parte inedita F-Z, Università degli Studi di Firenze, 2013, p. 614. Trad.: “Quando volete far pace con le mogli”, “I gradassi con ciò abbiano pace”, “Pigliati in divertimento e dopo stiamo in pace”, “Vai a stare in pace”).

    [xxxii] Cfr. Ermete FERRARO, “Etimostorie #9: Resilienza” (12.03.2023), Ermetespeacebook . https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/

    [xxxiii] Cfr. Eduardo DE FILIPPO, Io vulesse truvà pace. https://storienapoli.it/2022/09/28/io-vulesse-truva-pace/  . Da questa poesia ho tratto ispirazione per una mia versione ‘nonviolenta’, pubblicata il 02/11/2014 sul mio blog:  https://storienapoli.it/2022/09/28/io-vulesse-truva-pace/  (Trad.: Io vorrei trovare pace/ ma una pace senza morte / Una, in mezzo a tante porte / si aprisse per vivere […] Senza star a sentire la gente / che ti dice: io faccio, io dico… / senza star a sentire l’amico/ che ti viene a consigliare / Senza star a sentire la famiglia / che ti dice: ma che hai fatto? / Senza scendere più a patti / con la coscienza e la dignità / Senza leggere nel giornale / la notizia impressionante / che è un guaio per tuti quanti / ma tu niente c ci puo far […] Perché insomma, se vuoi pace / e non sentir più niente / devi sperare solamente / che viene la morte a prenderti? / Io vorrei trovare pace / ma una pace senza morte / Una, in mezzo a tante porte / si aprisse per vivere! / Che si aprisse una mattina / una mattina di primavera /e arrivasse fino a sera / senza dire: ‘Chiudete là’ ”.

    Parco Mascagna: da salvato a…disboscato

    Una volta erano semplicemente i ‘giardinetti di via Ruoppolo’ e per intere generazioni di bambini della collina vomerese sono stati l’unico spazio verde dove giocare. Ma dopo il 1990, in seguito alla mobilitazione d’un intero quartiere per difenderli dalla distruzione – il prezzo da pagare per realizzare un assurdo parcheggio interrato di ben 10 piani – sono diventati un vero ‘luogo del cuore’, teatro di una lotta popolare e nonviolenta riuscita a sconfiggere, dal basso, la logica perversa del cemento e dell’automobile. 

    Non è quindi un caso che quella stessa area verde comunale, dopo la sua ristrutturazione e valorizzazione, sia stata poi intitolata a Marco Mascagna, giovane pediatra ambientalista che come e più degli altri si era reso protagonista di quella eccezionale battaglia ecologista, morto poco tempo dopo, travolto da un’autovettura mentre pedalava sulla sua bici.

    Da allora il ‘Parco Mascagna’ ha subito varie fasi di deterioramento, depauperamento del patrimonio arboreo e degrado delle strutture ludiche, per una mancata manutenzione ordinaria e per interventi inopportuni, con chiusura parziale di spazi verdi e ricreativi. Ma nel 2019 – col finanziamento della Città Metropolitana di Napoli (programma ‘Ossigeno Bene Comune’) l’Amministrazione Comunale approvò finalmente una delibera per la sua ‘riqualificazione’. Un progetto già discutibile, ma che per ben quattro anni non ha comunque trovato attuazione.

    Solo una decina di giorni fa – dopo la chiusura dell’intero parco per due mesi, motivata da potenziali rischi per la sicurezza dei fruitori a causa di alberi ritenuti malati ed instabili – la sbandierata ‘riqualificazione’ è iniziata, ma nel modo peggiore. La ditta appaltata dal Comune, infatti, per quasi una settimana ha abbattuto numerosi lecci lungo il perimetro del parco, senza che fosse apposto l’obbligatorio ‘cartello di cantiere’ e senza che l’Assessorato al Verde e la Direzione competente rispondessero alla richiesta urgente via PEC di accedere agli atti autorizzativi e di certificazione agronomica che avvalorassero quella preoccupante strage.

    Come scriveva Il Mattino del 26 novembre: “Un folto gruppo di cittadini si è radunato all’esterno dei cancelli del parco Mascagna per esprimere la loro disapprovazione allo sterminio di alberi che in questi giorni la ditta incaricata dal Comune sta portando avanti […] Il paesaggio visibile dall’esterno del parco Mascagna è spettrale: ceppaie, alberi tagliati in più parti, tronchi a cui sono state quasi del tutto asportate le chiome e un vero e proprio tappeto di foglie…”

    Il Circolo di Napoli di V.A.S. – di cui sono portavoce – in questa circostanza è stato uno dei soggetti più attivi di questa mobilitazione, insieme con le altre componenti della Rete Sociale No Box e del comitato spontaneo ‘mamme per il parco Mascagna’. Ho inviato ben due PEC chiedendo ufficialmente di accedere agli atti; con altri ho presidiato e contestato i lavori di capitozzamento e abbattimento dei lecci perimetrali ed ho anche denunciato formalmente anomalie amministrative e procedure sbrigative al vicino Commissariato di P.S. ed alla stazione dei Carabinieri Vomero-Arenella, richiedendo inoltre l’intervento urgente del Gruppo di Napoli dei Carabinieri Forestale. Tutto senza apprezzabili riscontri, mentre molti cittadini/e reclamavano invece chiarimenti su quella strage di alberi compiuta in nome della pretesa ‘riqualificazione’ di un’area verde comunale.

    Dopo un servizio piuttosto parziale del TGR Campania e la tendenziosa intervista fattami nel corso di una ‘diretta’ da parte di Canale 5, finalizzata ad additare gli ambientalisti come irriducibili rompiscatole che ostacolano l’attività dei Comuni, se non addirittura come complici di tragiche vicende causate dalla caduta di alberi, una delegazione della Rete civica che si batte per salvare i giardini di Marco da questa brutale ‘squalificazione’ è stata finalmente ricevuta a Palazzo San Giacomo dall’Assessore alla Salute, al Verde e all’Ambiente, dott. Santagada. Alla presenza del dirigente comunale, di due agronomi e della R.U.P., è stato possibile presentare le nostre osservazioni critiche sulla mancata trasparenza delle procedure e sul rischio di spogliare il Parco di gran parte delle sue alberature, introducendo invece in quello spazio piuttosto ridotto funzioni diverse (area cani, area fitness, area ristoro), senza la prevista informazione e partecipazione civica e sulla base di interventi non condivisi né opportunamente pubblicizzati.

    Dalla vivace riunione del 28 novembre è emersa una serie di posizioni da parte dell’A.C. che in alcuni casi avvalorano più che dissipare i dubbi espressi dagli ambientalisti. Si conferma infatti che saranno eliminati 23 alberi nella sola area perimetrale (in quanto danneggiati irrimediabilmente da insetti xilofagi), ma parallelamente si dichiara che ne saranno ripiantate altrettanti proprio della stessa tipologia (lecci) che ha subito l’infestazione. Si riconosce l’omissione dell’apposizione del cartello di cantiere, ma dopo oltre una settimana se ne appone uno, piuttosto piccolo, all’interno di un’area recintata e interdetta al pubblico. Si annuncia un’auspicabile fase di collaborazione tra Comune e Cittadini per garantire trasparenza e partecipazione, ma dopo 10 giorni non sono tuttora disponibili le copie delle certificazioni agronomiche e delle relative autorizzazioni agli abbattimenti, lasciando fra l’altro inevasa la richiesta di sapere quanti altri alberi saranno eliminati anche nell’area interna del parco, per la quale non esiste un monitoraggio preventivo.

    Da ecopacifista, che 35 anni fa a quella lotta nonviolenta per salvare quei giardini ha partecipato in prima persona, non posso fare a meno di denunciare questa ennesima discutibile operazione di pseudo-valorizzazione del verde cittadino. Allo stesso modo devo rilevare quanto poco e male i media diano spazio alle vertenze ecologiste e civiche, arrivando talvolta a criminalizzarne gli attori come un pericoloso ostacolo a lavori pubblici sui quali, a quanto pare, non si deve mettere il naso e per i quali trasparenza e partecipazione sono visti con fastidio.  


    (C) 2023 Ermete Ferraro – Articolo pubblicato sul sito web di V.A.S. aps, all’indirizzo https://verdiambientesocieta.eu/2023/11/30/parco-mascagna-unarea-verde-di-napoli-ad-oggi-disboscata/

    I ‘proclami’ del pensiero unico filo-israeliano

    L’articolo di Ruben Razzante su IL MATTINO del 17.10.2023 “I proclami del terrore che il web non blocca” (https://www.ilmattino.it/pay/edicola/i_proclami_del_terrore_che_il_web_non_blocca-7698939.html?refresh_ce) mi sembra un esempio lampante di come, paradossalmente, si possano attaccare su un giornale le strategie di disinformazione finalizzate a “spargere veleni” proprio mentre si opera in quella stessa direzione. 

    Il bersaglio del giornalista sono i ‘social’ ed il ‘web’, attraverso i quali organizzazioni islamiste “come Hamas” (quali?), con una “amplificazione costante”, punterebbero ad “alimentare un clima altamente tossico e contrassegnato dal terrore permanente” […] per alimentare la spirale della drammatizzazione del conflitto.” 

    Al giornalista, a quanto pare, non viene in mente che uno dei problemi che hanno reso esplosivo questo infinito conflitto possa essere stato proprio il complice silenzio dei media sulla tragica situazione in cui da 75 anni si trovano i Palestinesi, privati di ogni diritto, espulsi dal loro territorio e marginalizzati da una politica di apartheid.  Ciò che ga lui appare una provocatoria “amplificazione” è piuttosto lo svelamento inevitabile d’una condizione insostenibile, su cui in troppi, e per troppo tempo, si è preferito tacere, se non mistificarne la natura.

    Il “terrore permanente” cui sono stati sottoposti per decenni i Palestinesi (compresi donne, anziani e bambini), secondo Ruben Razzante, non esisteva già da prima, ma sarebbe frutto solo di una “spirale della drammatizzazione del conflitto”, finalizzata ad “esacerbare gli animi” con un “linguaggio d’odio” e “disseminando sul terreno del dialogo ostacoli subdoli difficilmente disinnescabili”.

    Mi sembra evidente che i termini usati dal giornalista escludano di fatto ogni responsabilità dello Stato d’Israele, sebbene la sua arrogante politica – di stampo colonialista e militarista – sia stata caratterizzata da tutt’altro che tentativi di “dialogo” e “costruttivi percorsi di pacificazione”. Ad alimentare il “clima altamente tossico” denunciato nell’articolo, viceversa, mi sembra che contribuisca lo stesso autore, ad esempio quando opera una speciosa e partigiana differenza tra gli appelli a favore di Israele e quelli a favore dei Palestinesi.

    Egli, infatti, non esita a scrivere che: “molte celebrità hanno deciso di esporsi, proprio usando le piattaforme social, postando storie e commenti e per dichiarare piena solidarietà ad Israele. Ma ce ne sono state anche altre che hanno sfruttato lo spazio virtuale per condividere appelli in favore della causa palestinese”.  Risulta palese il giudizio di valore sotteso a queste parole: le personalità che hanno appoggiato gli Israeliani sarebbero quasi degli eroi, che hanno avuto il coraggio di “esporsi” mediaticamente. Viceversa, i personaggi che hanno manifestato solidarietà ai Palestinesi avrebbero biecamente “sfruttato lo spazio virtuale”.

    “Fake news”, “comportamenti sbagliati”, “un siero letale iniettato nei circuiti mediatici”,   secondo il giornalista, sarebbero il prodotto esclusivo di “provocatori e produttori seriali di notizie false” (ovviamente filo palestinesi…), per cui: “la circolazione online di contenuti falsi e manipolati contamina i circuiti informativi e ispira il più delle volte reazioni violente e scomposte che infiammano le lotte tra fazioni allontanando il traguardo della pace” e “mettono a repentaglio la stabilità mondiale”.

    Quest’ultima frase mi sembra particolarmente rivelatrice di che cosa intenda l’autore dell’articolo quando parla di “pace”.  È probabilmente la ‘pace’ della subalternità accettata supinamente, dell’ingiustizia assurta a regola, delle violazioni dei diritti umani date per ovvie e scontate. È la ‘pace’ che non comprometta la “stabilità mondiale”, anche se quest’ultima si fonderebbe sulla stabilizzazione di logiche imperialiste, interessi economici imposti con le armi, depredazione ambientale e sfruttamento dei soggetti più deboli e marginali.

    Non sono certo questi i “traguardi” cui tende il vero movimento per la pace, che si fonda invece sulla nonviolenza, la salvaguardia dei diritti umani, la giustizia sociale, e propone percorsi di disarmo, di smilitarizzazione e di ripudio della guerra. Ecco perché non sono i cosiddetti “proclami del terrore” che intossicano l’opinione pubblica, ma piuttosto l’imposizione di un pensiero unico e la caccia a chi da esso dissente.

    Etimostorie #11: quando le parole prendono una certa…piega

    È sorprendente, talvolta quasi incredibile come, nel tempo, da azioni banali e quotidiane siano derivati vocaboli tanto numerosi quanto differenti e a prima vista indipendenti per senso e forma. Pur rispondendo a norme linguistiche abbastanza precise, del resto, la magia dell’esplorazione etimologica del nostro lessico risiede proprio nel fascino esercitato della scoperta d’impreviste connessioni tra parole, che ci apre a considerazioni importanti sul piano logico-semantico, ma anche psico-sociale.

    Prendiamo, ad esempio, uno degli atti più antichi che l’homo sapiens abbia storicamente compiuto per migliorare la propria esistenza quotidiana. Ricavare striscioline da fibre vegetali verdi o secche (es.: da canne, giunchi, stipe dei cereali, lino etc.) per poi intrecciarle tra loro e comporne rudimentali tessuti per ricoprirsi e fabbricare utensili, è infatti un’attività documentata fin dal Neolitico, quindi all’incirca dal 5° millennio avanti Cristo, sebbene per qualcuno sia iniziata molto tempo prima. [1]

    E da questa primordiale forma di manualità artigianale parte anche questa mia breve ricerca su una prolifica famiglia di parole, riconducibili all’antica radice sanscrita il cui significato era appunto quello di: mischiare, collegare, intrecciare.

    «…lat. PLI-CARE, che alla pari di PLEC-TERE trae dalla rad. PARK- = PRAK-, PLAK-, che è nel sscr. pŗ-ņa-k-mi (per prak-na-mi) mischio, collego (onde il senso d’intrecciare […] e il gr. plek-ô attorco, intreccio plégma canestro…» [2]

    In principio, quindi, era il verbo PLICARE, che descriveva l’antichissima azione di piegare ed intrecciare fibre vegetali e animali per scopi domestici, solitamente affidata alle donne. Ebbene, da quel primordiale e materiale atto di PIEGARE (valacco plecà, prov. piegar, fr. plier, sp. llegar, port. pregar, chegar, ingl. ply) [3] sono scaturite altre e differenti forme verbali, grazie al solito meccanismo della modificazione preverbiale del verbo-base, mediante vari prefissi preposizionali. Basta anteporre al verbo originario le più comuni preposizioni latine, infatti, per dar vita a verbi di significato anche molto diverso, la cui origine resta ai più insospettabile.

    AD- ha originato il verbo AD-PLICARE, da cui APPLICARE, APPLICARSI, indicante l’azione di apporre qualcosa sopra un’altra, accostare, far aderire, mettere in pratica, adattare e, in forma riflessiva, quelle di dedicarsi ad un compito. [4]

    CUM- è la preposizione che denota sia gesti di unione e rapporti di compagnia, sia la sovrapposizione/composizione di elementi singoli. Da qui il verbo CUM-PLICARE, il cui significato prevalentemente negativo dipende dal fatto che complicare situazioni e relazioni è quasi sempre causa di problemi e conflitti, o quanto meno di difficoltà. Per non parlare dei sostantivi derivati da quel verbo, come complice o complotto, che evocano azioni illecite, delittuose o comunque segrete.

    DIS-PLICARE ed EX-PLICARE (da cui dispiegare e spiegare), viceversa, richiamano azioni che fanno da antidoto al verbo precedente, rendendo situazioni e relazioni finalmente palesi, chiare, evidenti e comprensibili, mediante procedimenti di elaborazione logica che servono ad eliminare le ‘pieghe’ provocate da chi avrebbe invece interesse a mantenerci nell’oscurità e nell’ignoranza.

    IN-PLICARE cioè piegare dentro, avvolgere [5] – suggerisce ugualmente azioni poco positive, che presentano un soggetto implicato da altri in qualcosa che non nasce dalla propria volontà, coinvolgendolo in atti e situazioni spesso spiacevoli o pericolose. Anche l’accezione più positiva del verbo ‘implicare’, ad esempio quella logico-matematica sintetizzata dal connettivo ifà then [6] ), non prevede scelte autonome, bensì automatismi ed esiti obbligati, conseguenziali a scelte ed azioni precedenti. Una variazione semanticamente diversa dello stesso verbo è quella che ha generato il verbo impiegare ed il sostantivo impiego, col significato di utilizzo di qualcosa (un capitale, una risorsa…) o di qualcuno (ad esempio un lavoratore…) per ottenere un certo risultato.

    Credo che generazioni di giovani che hanno ricercato ed atteso, spesso a lungo, proprio un buon impiego non abbiano affatto collegato tale destinazione produttiva con un mortificante atto di piegamento, sebbene per molte persone il lavoro impiegatizio abbia molto presto rivelato la sua natura subalterna e dipendente…

    Concludendo: mi sembra che esplorare i vari significati del verbo PLICARE e suoi derivati possa risultare utile alla comprensione di procedimenti logici e psico-sociali che hanno caratterizzato l’esistenza umana. Un’esistenza troppo spesso travagliata, in cui alcuni sembrano malignamente darsi fare per COMPLICARE la vita degli altri e per IMPLICARE forzatamente il prossimo nei loro progetti, costringendoli così a fare di tutto per ESPLICARE/SPIEGARE la propria situazione, cercando spiegazioni e chiarimenti.

    Del resto, la stessa radice semantica indica un’azione in cui piegarsi non è necessariamente un gesto di sottomissione o di rassegnazione, poiché storicamente ci parla del necessario adattamento umano all’ambiente fisico e sociale, non per subirlo passivamente ma per coglierne le risorse positive e modificarne gli aspetti negativi. Va ribadito, comunque, che scegliere di vivere da ‘piegati’ contraddice la natura libera e autonoma dell’essere umano, costringendolo a guardare in basso anziché alzare lo sguardo verso prospettive più elevate e dignitose.

    La stessa evidente complessità del mondo moderno, peraltro, va accettata consapevolmente come una caratteristica evolutiva irrinunciabile, piuttosto che banalizzarla con atteggiamenti e comportamenti improntati invece ad impossibili semplificazioni e schematizzazioni della realtà. Stiamo attenti, però, a non confondere ciò che è per sua natura COMPLESSO con ciò che, viceversa, è stato volutamente COMPLICATO, dal momento che non si tratta per nulla di aggettivi sinonimi.

    «Secondo Barenboim, riferendosi all’opera musicale: “Complesso è un miscuglio, un insieme di cose che possono essere anche molto semplici, ma che insieme generano qualcosa di nuovo e completamente diverso, da cui a volte non sai cosa aspettarti. Complicato è qualcosa di macchinoso e che non possiede nessuna logica interna”.» [7]

    Morale della favola: applichiamoci, implichiamoci ed impieghiamoci pure, ma a condizione di non trasformare il nostro necessario piegarci alla realtà fisica e sociale in una preventiva – ed evidentemente deleteria – rinuncia a quella libertà di pensiero e di coscienza che è invece la nostra più grande ricchezza.

    © 2023 Ermete Ferraro


    [1] Cfr. https://www2.muse.it/perlascuola/documenti/scoperta_filo.pdf  – Vedi anche: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/01/19/dalle-origini-delluomo-al-futuro-sostenibile-la-storia-sorprendente-dei-tessuti/

    [2]  https://www.etimo.it/?term=piegare

    [3] Ibidem

    [4] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/applicare/

    [5] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/implicare/https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=implicare

    [6] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Implicazione_logica

    [7]  https://www.elenabizzotto.it/non-sono-sinonimi-complesso-e-complicato/#:~:text=Complesso%20%C3%A8%20un%20miscuglio%2C%20un,non%20possiede%20nessuna%20logica%20interna.

    Una mimetica…ecologista

    Di recente mia moglie ha trovato casualmente in un armadio, a lungo nascosto da altri capi d’abbigliamento, un mio vecchio calzoncino estivo, caratterizzato dalla colorazione ‘mimetica’ del tessuto. Mi sono reso conto che, forse, a suo tempo ero stato proprio io a togliere di mezzo quel particolare pantalone, in quanto la sua fattura smaccatamente ‘militare’ contrastava con la mia natura di pacifista e antimilitarista. Riguardando le macchie verdastre e color terra che variegavano quel calzoncino, d’altra parte, non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto spesso ci lasciamo scioccamente influenzare dalle convenzioni, adattandoci ad impostazioni e visioni diventate troppo abituali per essere messe in discussione.  Pur senza scomodare le teorie linguistiche sull’arbitrarietà del segno linguistico, l’aver voluto identificare lo stesso termine ‘mimetica’ con un concetto inerente al combattimento armato ed al ‘camouflage’ dei soldati è un grossolano errore. Infatti, se è innegabile che “Il camuffamento militare si riferisce a qualsiasi metodo utilizzato per rendere meno rilevabili le forze militari alle forze nemiche. In pratica, è l’applicazione di colori e materiali utili a nascondere all’osservazione visiva (criptismo) o a far sembrare qualcos’altro (mimetismo) uniformi, mezzi e attrezzature militari[i], è altrettanto vero che indossare abiti che imitano i colori della natura circostante potrebbe e dovrebbe rappresentare un implicito riconoscimento di farne parte e della volontà di riadattarci ecologicamente al contesto ambientale.

    Il termine ‘mimetica’, in origine, ci rinviava all’arte di conformarci ad un modello ritenuto fondamentale e, per Aristotele, tale mimesis coinciderebbe con l’imitazione della forma ideale della realtà. Riletta in questa chiave – e soprattutto spogliata della sovrastruttura logica per cui ci si ‘mimetizza’ solo per nascondere ai ‘nemici’ le proprie intenzioni aggressive – il ricorso ad una simile colorazione potrebbe dunque assumere significati diversi, se non alternativi.Vestirsi con indumenti che imitino il colore della corteccia degli alberi, del fogliame e del terreno, in effetti, dovrebbe più logicamente indicare una volontà di immergersi nella natura, di identificarsi con essa, di ‘naufragare’ leopardianamente nell’immenso mare della realtà fisica, riconoscendo di farne parte anziché ritenercene arroganti dominatori. Non pretendo certo di negare la triste realtà che per più di due secoli ha finalizzato il camuffamento come metodo per proteggersi dagli attacchi nemici e/o per attaccarli indisturbati. Trovo però assurdo che l’utilizzo di metodi di adattamento cromatico degli esseri umani all’ambiente naturale sia considerato riferibile solo ad una tattica militare, cioè ad un metodo per uccidere altri uomini e provocare danni al territorio.

    La verità è che, da sempre, quanto è stato prodotto dall’uomo, sia pur in modo creativo e talvolta geniale, è nato comunque dall’osservazione attenta e costante della natura che lo circondava, copiandone diligentemente movimenti, forme e colori per adattarli alle proprie esigenze di vita, non certo di morte.  Un’osservazione purtroppo sempre meno praticata, sconfitta dalla consuetudine a vivere in ambienti artificiali, assecondando una rigida logica antropocentrica che c’impedisce quasi di dialogare con la natura. Il fatto è che ormai la consideriamo quasi del tutto estranea alla nostra vita – pur essendone indiscutibilmente la fonte – e, soprattutto, qualcosa da cui difenderci più che da assecondare ed in cui immergerci. Lo stesso verbo ‘camuffare’, del resto viene spiegato semanticamente dalla Treccani come “1. Travestire, mascherare […] 2. ant. Ingannare, truffare…” [ii], definizione che peraltro rimanda alla sua etimologia, evocante appunto l’azione di travestirsi (come per l’inglese to muffle, cioè rivestire, bendare), ‘travisandosi’ allo scopo di ingannare e di agire furtivamente [iii]. Anche il mimetismo animale, peraltro, è una risorsa che consente di nascondersi nel contesto ambientale, principalmente a scopo difensivo ma spesso anche per attaccare le prede senza farsi individuare preventivamente. Come si spiega in un interessante articolo: “Alcuni animali presentano certe forme e colori che li aiutano a confondersi con l’ambiente circostante o a sembrare altri animali o piante. Alcuni addirittura sono in grado di cambiare il loro colore in maniera spontanea a seconda della situazione. Per questo motivo è difficile vedere gli animali che si mimetizzano e che creano diverse illusioni ottiche. Il mimetismo e il criptismo sono meccanismi fondamentali per la sopravvivenza di molte specie che presentano forme e colori cangianti[iv].

    Il guaio è che comunemente questo concetto è stato applicato agli esseri umani nel senso più deleterio, cioè come mezzo per aggredire i propri simili usando la natura come un comodo travestimento di intenzioni ostili più che difensive. Credo che tale negativa visione vada finalmente superata, recuperando il mimetismo come un positivo riconoscimento della nostra appartenenza alla realtà naturale, adattandoci saggiamente alle sue eterne ed imprescindibili leggi, anziché opporvici con la solita ybris antropocentrica. Lasciamo quindi ai militari l’opportunistica tattica del camuffamento per confondersi nell’ambiente e colpire meglio e più in sicurezza gli avversari, utilizzando così i colori della natura per minacciarne l’integrità con armi sempre più micidiali e devastanti.Il mimetismo ecologista che dovrebbe distinguerci, viceversa, è quello che ci può aiutare ad inserirci armoniosamente nella natura, sentendocene parte e proteggendone la biodiversità e l’integrità come rispetto e cura della nostra ‘casa comune’ [v]. Anche un pezzo di stoffa variegato coi colori del bosco può servire a ricordarcelo, cancellando l’imprinting di secoli di tradizione militarista, che ne ha fatto invece un nefasto simbolo di guerra.


    [i] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Camuffamento_militare e https://en.wikipedia.org/wiki/Military_camouflage

    [ii] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/camuffare/

    [iii] Cfr. https://www.etimo.it/?term=camuffare

    [iv]  Cfr. https://www.animalpedia.it/mimetismo-animale-definizione-tipi-ed-esempi-2917.html

    [v] Cfr. Papa Francesco, Laudato si’ – https://www.vatican.va/content/dam/francesco/pdf/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si_it.pdf