Le Quattro Giornate di Napoli come difesa civile e popolare

imagesSettant’anni dopo…

Che cosa rimane nell’immaginario collettivo, a distanza di settant’anni, di un glorioso episodio di resistenza popolare e civile alla violenza di una dittatura militare ? Me lo sono chiesto in questi caldi giorni di fine settembre,  mentre si sta celebrando il 70° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli, alternando le solite commemorazioni ufficiali con eventi culturali diffusi sul territorio. Che cosa significa per i napoletani di oggi quell’incredibile pezzo di storia patria – come si diceva una volta –  e, visto che si continua a ripetere che la storia è “magistra vitae”, quale insegnamento  ci ha lasciato?  A dire il vero la frase completa  della citazione ciceroniana era : Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (De Oratore II, 9) e perciò, anche in questo caso, viene da chiedersi: di quali tempi quella storia è testimonianza, quale verità illumina ed a quale memoria ridà la vita di cui dovrebbe appunto essere “maestra”, non limitandosi ad essere “messaggera del passato” ?

Se scorriamo velocemente le pagine dei giornali delle quattro giornate di questo 2013, l’impressione è che quell’insegnamento ha lasciato una traccia molto esigua.  L’unico fatto registrato dalle cronache cittadine che ci riporta inopinatamente a quei giorni di 70 anni fa è stato il ritrovamento nella zona orientale di Napoli di un ordigno bellico inesplosa della seconda guerra mondiale. Probabilmente una delle migliaia di bombe sganciate a quei tempi sulla città dagli anglo-americani, provocando oltre 25.000 vittime civili, di cui 3.000 persone morte nel solo bombardamento ‘alleato’ del 4 agosto 1043.  Fatta eccezione per questo macabro souvenir di quei drammatici giorni, le pagine dei nostri quotidiani c’informano piuttosto sugli assassini collettivi di oggi, che non sganciano più bombe dal cielo ma nascondono rifiuti tossici sotto terra oppure conservano in ambienti inadatti e malsani tonnellate di cibi avariati da riciclare. Certo, si riferisce anche delle celebrazioni delle storiche giornate della Liberazione della città, ma la vera cronaca ci racconta ben altro e di tutt’altro discutono tra loro i napoletani. Che si tratti della querelle sul destino dello stadio partenopeo o della situazione esplosiva delle carceri; dei ritrovamenti di armi e droga nascoste o delle solite truffe e rapine ai già pochi turisti, viene proprio da chiedersi che n’è stato di quel popolo che 70 anni fa seppe trovare il coraggio di opporsi, con la forza della disperazione, al più potente esercito del mondo, facendolo battere in ritirata.

Ho letto  sul “Corriere del Mezzogiorno”  l’intervista di Mirella Armiero a Gabriella Gribaudi,  docente ordinaria di Storia Contemporanea  al Dip. to di Scienze Sociali della Federico II di Napoli, autrice fra l’altro del libro: Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44, Torino, Bollati Boringhieri, 2005. Ebbene, l’aspetto che mi ha colpito della sua interpretazione delle “Quattro Giornate di Napoli” è racchiuso già nel sottotitolo dell’intervista e riguarda la natura autenticamente popolare e ‘dal basso’ di questo primo e glorioso episodio della liberazione dell’Italia dal nazifascismo.  Ammettiamolo: la nostra storiografia ama poco questo approccio, preferendo di solito restare nell’ambito rassicurante delle interpretazioni politicamente connotate,  tendenti ad enfatizzare determinati aspetti e ad espungerne altri,  laddove non rientrino nella tesi da dimostrare. E’ altrettanto innegabile il rischio di cadere, viceversa, in narrazioni venate di fastidioso populismo e stucchevolmente folcloristiche, che non sono però meno politiche ed unilaterali.

Credo  che il principale esempio di lettura unilaterale delle vicende che portarono Napoli – la prima città d’Europa  a liberarsi  da sola dal gioco nazista – sia stato il fatto stesso di puntare i riflettori solo sulle “quattro giornate”  in senso stretto (27-30 settembre 1943), trascurando d’inquadrare questo episodio in un contesto storico e sociologico più ampio, che potrebbe invece fornire utili elementi d’interpretazione.  In un mio contributo  di venti anni fa, infatti, sottolineavo che la resistenza all’opprimente regime che schiacciava Napoli è già leggibile  nella dura repressione  della manifestazione pacifista degli studenti, convocata a piazza del Plebiscito  il 1° settembre,  per cui ho provocatoriamente intitolato un altro mio scritto “Le Trenta Giornate di Napoli” (in: AA.VV., La lotta non-armata nella Resistenza, Roma: Centro Studi Difesa Civile – Quaderno n.1).

Resistenza al nazifascismo o ribellione spontanea ?

Il nodo intorno al quale si è avviluppata in questi decenni la lettura storica delle Q.G. è sempre stato quello di far rientrare quella vicenda nelle tradizionali categorie della insurrezione spontanea oppure delle rivoluzione organizzata e strutturata. Il problema è che, come scrivevo allora: “…sia i testi d’ispirazione liberaldemocratica, sia quelli ideologicamente orientati in senso marxista, non si differenziano poi di molto quando affrontano la guerra e la violenza, o meglio, quando fanno praticamente dipendere l’evoluzione della civiltà umana da una sequela di battaglie e rivoluzioni, di cui i popoli restano sostanzialmente spettatori e vittime, mai protagonisti reali. Una chiave di lettura più politica o più economicista non modifica, infatti, i rapporti emergenti dai manuali di storia, lasciando negli studenti la netta sensazione che senza ‘leaders’ e senza generali non si faccia storia…”  (Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: a cura di A. Drago e G. Stefani, Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, FuoriTHEMA, 1993, pp.89-95). La versione delle Q.G. che la prof.ssa Gribaudi accredita nell’intervista citata sembra fortunatamente andare contro corrente, restituendo alla gente di Napoli il ruolo di protagonista troppo spesso attribuito a quadri politici e militari o, sul versante opposto, ad una massa indistinta di popolani e scugnizzi.

«L’interpretazione delle Quattro giornate è sempre stata politicizzata. La sinistra però le ha mitizzate fino a un certo punto. In un certo modo se n’è impadronita e ha cercato di enfatizzarle come primo episodio della Resistenza, ma al tempo stesso il moto non rispondeva ai modelli della lotta comunista e quindi è stata considerata una rivolta di serie B. In realtà le Quattro giornate sono davvero una rivolta dal basso, avvenuta quando non c’era ancora il Comitato di liberazione nazionale. La ribellione ai tedeschi si organizzò in base ai quartieri e alle strutture di base della città. Parteciparono i soldati e anche gli studenti che erano larvatamente antifascisti. Ma bisogna considerare che l’antifascismo ancora non esisteva in forme organizzate». http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2013/13-settembre-2013/ricordo-4-giornate-napolitanogribaudi-letture-sono-troppo-politiche-2223077009042.shtml

La verità è che i napoletani hanno cominciato a reagire all’arroganza militarista dei tedeschi già nei primi giorni di settembre del ’43 e che in quella resistenza c’era un po’ di tutto: dai soldati sbandati dopo l’armistizio agli studenti liceali ed universitari, infiammati da alcuni professori antifascisti; dagli uomini direttamente minacciati dai feroci diktat nazisti alle loro famiglie, donne in testa, che fecero il possibile e l’impossibile per evitarne il rastrellamento. In questo senso la Gribaudi parla di “moto insurrezionale”, sottolineando però anche l’insubordinazione massiccia dei napoletani al proclama del col. Schöll ed alle intimidazioni dei fascisti locali (su 30.000 giovani precettati se ne presentarono solo 150). Quella che scattò allora, a mio avviso, fu un’autentica “auto-difesa” di una Napoli umiliata e offesa, colpita nella dignità ma in primo luogo negli affetti più cari. Dietro questa rivolta c’erano stati momenti di coordinamento ed una sorta di strategia, ma personalmente vedo affiorarne soprattutto la forza antica e disperata d’un popolo con alle spalle secoli di oppressione straniera, di occupazioni militari e di regimi dispotici, e che non è più disposto ad “obbedir tacendo e tacendo morir”

Il luogo comune che vorrebbe ridurre la rivolta della gente di Napoli a quattro giorni di combattimenti è poi lo stesso movente della riduzione del numero delle sue vittime a poche decine, mentre la prof.ssa Gribaudo riferisce di 663 morti – 69 dei quali donne- riscontrati nei registi dei morti del Comune di Napoli. Si tratta di un numero che lascia pensare ad una partecipazione abbastanza diffusa della popolazione civile, il cui inquadramento politico e militare era comunque piuttosto esile e le cui motivazioni sono ideologizzabili fino ad un certo punto.

Questo non significa che si sia trattato di una rivolta spontaneistica da nuovi ‘masanielli’ o che si possa enfatizzare interessatamente la c.d. “rivolta degli scugnizzi”, insistendo sulla retorica perversamente folcloristica del ‘bambino-soldato’, immortalato da dozzine di fotografie che ritraggono nugoli di ragazzini dei vicoli che stringono fucili più alti di loro. Il risultato di questo contrapporsi di versioni negazioniste o troppo ideologizzate è stato – come giustamente sottolinea la storica nell’intervista citata- che “…destra e sinistra hanno fatto sì che l’insurrezione di Napoli fosse tirata di qua o di là politicamente senza analizzarla sul serio. […] Nell’immaginario collettivo si diffonde non la Napoli che disobbedisce ma quella delle prostitute e del mercato nero, che conferma gli stereotipi già esistenti sulla città. […] La città viene sempre ricordata per i suoi atteggiamenti compromissori, per la scarsa politicizzazione. Invece quell’episodio racconta un’altra storia di Napoli”.

Oltre negazionismo, riduzionismo e retorica partigiana: una lettura delle Q.G. come resistenza civile

A settant’anni da quegli eventi storici penso che sia giunta l’ora di dismettere la retorica e di analizzarli seriamente, senza pregiudizi e senza tesi precostituite. Purtroppo la scarsa diffusione del pensiero nonviolento e delle varie teorie esistenti sulla difesa civile non consentono di valutare adeguatamente l’importanza d’un episodio significativo come le Q.G. di Napoli. Un libro recente come quello di Antonino Drago (Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo. I fatti e le interpretazioni, Roma, Edizioni Nuova Cultura,2010) risulta quindi  particolarmente utile a chi voglia comprendere la diffusione di esperienze di difesa popolare, nonviolenta, sociale e comunque non armata , di cui 67 censite nel solo periodo dal 1972 al 2005. Le domande formulate dagli studiosi partecipanti al convegno di Oxford del 2007 sono comunque utili per analizzare anche episodi precedenti di resistenza civile. Esse riguardano gli attori principali di queste rivolte, le motivazioni delle coalizioni, gli strumenti utilizzati, la politica risultante, le effettive ripercussioni sul sistema politico e se i resistenti abbiano subito violenza e in che misura.

Lo studio più completo e recente in proposito ha rivelato che nel secolo scorso ci sono state nel mondo ben 323 rivoluzioni. Di quelle che hanno presentato una caratterizzazione latamente non violenta si è rivelata vittoriosa 1 su 1, mentre nel caso delle rivoluzioni violente il successo è riscontrabile solo in 1 caso su 4. Secondo l’analisi di A. Drago, le caratteristiche di queste fondamentali esperienze, di cui troppo poco si parla, sono sostanzialmente. (a) la consapevolezza che nonviolenza non vuol dire passività; (b) la trasformazione creativa e non violenta della realtà; (c) il coinvolgimento di persone di ogni classe ed età; (d) l’utilizzo di reti di persone che propongono una trasformazione profonda della società. E’ questo, ribadisce Drago, che ha consentito alle rivoluzioni nonviolente di “frantumare la forza della repressione”.

Ebbene, se rileggiamo la liberazione di Napoli del 1943 alla luce di queste considerazioni, è possibile riscontrarvi l’utilizzo di tutte le tecniche della resistenza non violenta: dalla disobbedienza civile alla creazione di organi di governo paralleli; dalla solidarietà con le altre vittime dell’oppressione alla non-collaborazione con gli oppressori; dal boicottaggio nelle sue varie forme all’impiego di altre forme di opposizione non armata. Stando ai parametri sopra elencati, appare chiaro che la consapevolezza di questa lotta popolare e civile non fu sicuramente alta né diffusa, ma è innegabile che le Q.G. abbiano coinvolto in una resistenza per nulla passiva persone di ogni età ed estrazione, creando reti territoriali di coordinamento della resistenza e di diffusa solidarietà sociale.

“Il 1° ottobre, quei carri armati che avevano sfilato minacciosamente contro i giovani pacifisti abbandonano per sempre una città che li ha saputi scacciare con la sua forza d’animo prima ancora che con moschetti e bombe a mano. I 47 ostaggi in mano ai tedeschi, nel campo sportivo del Vomero, vengono liberati in cambio della vergognosa fuga di Schöll. L’uomo che avrebbe dovuto ridurre Napoli “fango e cenere” ne fugge in un’auto chiusa, che ostenta fazzoletti bianchi in segno di resa…” (E. Ferraro, op.cit. , p. 93)

In questi giorni, ricercando su Internet immagini di archivio sulle Q.G., ho dovuto constatare con disappunto che rappresentavano al 95% barricate di giovani armati, vittime crivellate dai colpi del ‘nemico’ oppure spavaldi scugnizzi con improbabili elmetti sulle teste rasate ed enormi fucili tra le esili braccia. Ovviamente questo è un altro frutto della solita retorica della resistenza armata, ma rappresenta anche un oggettivo dato storico-documentario. E’ ovviamente molto più facile raffigurare scene di guerriglia e di lotta armata anziché episodi di resistenza civile, fondata sulla non-collaborazione o sulla disobbedienza. Sappiamo bene che la solidarietà, la fermezza, la dignità non sono fotografabili come una barricata fumante o un ribelle che lancia una bomba a mano. Questo però non dovrebbe mai farci dimenticare la lezione di tante rivoluzioni civili e, nel caso specifico, non deve ridurre le Q.G. di Napoli ad un episodio della liberazione dell’Italia dal 4 giornate 2013nazifascismo da enfatizzare retoricamente o da ridurre in modo caricaturale.

La resistenza dei Napoletani è stata e resta un eccezionale modello di opposizione vincente ad un feroce regime militare. Rappresenta dunque un fondamentale esempio di difesa civile ed autenticamente popolare che, a distanza di 70 anni, sarebbe inutile ed ipocrita rievocare, se non c’è la volontà di trarne spunto per una nuova resistenza contro l’ingiustizia sociale, la devastazione ambientale, l’occupazione militare del territorio e la narcotizzazione della coscienze che produce rassegnazione.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

DAL KANSAS ALLA CAMPANIA: LOTTA ALLE RINNOVABILI

WASHINGTON POST 2

La più grande battaglia sull’energia rinnovabile ora sta succedendo negli Stati — di BRAD PLUMMER (25.03.2013 –

WASHINGTON POST)  – Traduz. di Ermete FERRARO

http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2013/03/25/the-biggest-fights-over-renewable-energy-are-now-happening-in-the-states/?wp_login_redirect=0

<<Al giorno d’oggi, una larga porzione delle azioni in materia di energia pulita negli Stati Uniti sta accadendo a livello statale. Ventinove Stati e Washington DC hanno standard di energia rinnovabile che richiedono che le utenze elettriche traggano una parte della loro energia da fonti come l’energia eolica o solare. (Washington Post)Quelle normative a livello statale hanno giocato un ruolo importante nel raddoppiare la quantità di capacità d’energia rinnovabile negli Stati Uniti negli ultimi quattro anni. E gli attuali standard sono progettati per aggiungere altri 76.750 megawatt di nuova capacità di energia rinnovabile entro il 2025 – quella che basta, in teoria, a darla a 47 milioni di case.
Eppure quelle leggi statali sono ora di fronte a una feroce reazione sia dai gruppi di difesa dei conservatori sia da parte degli interessi sui combustibili fossili. “Almeno 22 delle 29 normative statali sulle energie rinnovabili sono stati attaccati dai legislatori e regolatori nel corso dell’ultimo anno”, scrive Herman Trabish di Greentech Media. Egli ha una nuova analisi completa, che rompe queste sfide con i numeri. Ciò comprende:
Serie sfide alle leggi statali. Gli standard statali delle rinnovabili hanno affrontato la prospettiva di essere indeboliti o abrogati definitivamente, fra gli altri posti, in Ohio, Michigan, Kansas, Missouri, North Carolina, Pennsylvania, Connecticut, Maryland, e Wisconsin.
Ad esempio, il Kansas ha attualmente uno standard che richiede che le utenze, entro il 2020, ricavino il 20 per cento della loro elettricità da fonti come l’energia eolica. Recentemente, i Repubblicani nel parlamento dello stato hanno proposto un disegno di legge che lascerebbe alla compagnie elettriche più tempo per adeguarsi. Tra le altre cose, i legislatori hanno sostenuto che le bollette elettriche sono aumentate del 37 per cento dal 2008 (il disegno di legge, alla fine, è stato respinto in Commissione).
Nel mese di novembre, la mio collega Juliet Eilperin ha riferito che molti di questi sforzi per l’abrogazione erano stati coordinati dal libertario Heartland Institute e dal conservatore Consiglio Americano per lo Scambio Legislativo. ALEC ha anche realizzato un modello legislativo, la legge sulla libertà di energia elettrica. Entrambi i gruppi sostengono che le norme sulle rinnovabili sono costose per i consumatori, in quanto eolico e solare sono spesso più costosi di carbone o gas naturale.
C’è anche denaro legato ai combustibili fossili associato a questi sforzi per l’abrogazione. “In molti casi – ha scritto Eilperin – i gruppi coinvolti accettano denaro da società produttrici di petrolio, gas e carbone, che sono in competizione verso i fornitori di energia rinnovabile.”
Tentativi d’indebolire le leggi sulle rinnovabili anche attraverso una c.d. “scappatoia idrica”. Trabish nota che le battaglia con questa “idro-scappatoia” sono trapelate a Washington, Oregon, Montana e Maine. Si tratta di una manovra legislativa più sottile, per allentare le norme sull’energia pulita.
Prendiamo il caso di Washington. Lo stato ricava già il 66% della sua elettricità da energia idroelettrica. E, nel 2006, i votanti hanno approvato una legge che richiede che i programmi di utilità ottengano un ulteriore 15% di energia elettrica da nuove fonti rinnovabili. Ma un deputato repubblicano sta ora spingendo una modifica che consentirebbe che i programmi di utilità soddisfino il requisito attraverso l’idroelettrico già esistente – una modifica che ridurrebbe significativamente l’impatto della legge originale.
Mentre questo emendamento sull’energia idroelettrica è difficile che passi di Washington, una legge simile ha appena superato l’approvazione del Parlamento dello Stato del Montana, e potrebbe raggiungere la scrivania del governatore per il secondo anno consecutivo (l’ultima volta era stato posto il veto del governatore democratico Brian Schweitzer).
Sfide legali e altri attacchi. C’è un procedimento legale contro le normative sulle rinnovabili nel Colorado (30 per cento entro il 2020) che denuncia che la norma violerebbe la clausola sul commercio. Nel frattempo, nel New Hampshire, i legislatori conservatori stanno cercando di tirare fuori lo stato RGGI, il sistema regionale “cap-and-trade” per servizi elettrici, che potrebbe compromettere il mercato delle rinnovabili nello Stato.
È qui possibile leggere l’elenco completo delle sfide nella relazione GreentechMedia . Essa rileva che le norme rinnovabili sono in gran parte state lasciate sole in Stati profondamente Democratici (blù) come la California, New York, Illinois e New Jersey.
Riferimenti: Per uno sguardo più dettagliato alle norme statali rinnovabili, ecco il database sempre utili degli incentivi statali per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.
Aggiornamenti: per uno sguardo estremamente approfondito alla lotta sulle normative per le  rinnovabili negli Stati Uniti, raccomando molto la Relazione di Maria Gallucci per InsideClimateNews. Ha una ripartizione ancora più globale delle sfide a leggi statali:
Molti di questi tentativi sono svaniti, ma alcuni stanno per essere rivitalizzati quest’anno. In totale, 42 sforzi separati stanno seguendo la loro strada attraverso legislature e tribunali in più di due dozzine di Stati, secondo la North Carolina Solar Center, una “camera di compensazione” per le politiche energetiche statali sulle rinnovabili.
“Il pericolo che alcune di queste leggi ‘ RPS’ siano abrogate è un po’ più grande quest’anno di quanto lo fosse l’anno scorso,” ha dichiarato Justin Barnes, autorevole analista politico al Centro.>>
 

QUESTO IL COMMENTO CHE HO POSTATO IN DATA 02.04.2013 >

<<Anche in Italia, le legge dello Stato e quelle regionali sulle norme per le rinnovabili sono ferocemente attaccate dagli stessi legislatori e dai gruppi conservatori. Come negli Stati Uniti, gli interessi dei combustibili fossili stanno cercando d’indebolire o di abrogare le nuove normative italiane sulle rinnovabili. Un caso lampante è quello della Campania, dove un disegno di legge  è stata approvata due mesi fa dal Consiglio Regionale, in base ad proposta d’iniziativa popolare, per diffondere la cultura dell’energia solare e per stabilire che, dal 2020, il 60% dell’energia in questa Regione sarà ricavata da fonti rinnovabili. Firmata da quasi 20.000 cittadini ed approvata all’unanimità da tre Commissioni e dal Consiglio Regionale, quest’innovativa proposta è alla fine diventata Legge. Durante il dibattito preliminare sul bilancio regionale, tuttavia, è stato approvato anche un emendamento alla legge finanziaria che, a tradimento, cancella 6 dei 10 articoli della legge che favorisce l’energia solare e le rinnovabili in Campania. Il Comitato che ha promosso la legge sta perciò raccogliendo firma per una petizione e sta spingendo la gente ad inviare e-mail di protesta, per bloccare questa manovra. Il nostro movimento, come negli Stati Uniti, deve ora fronteggiare i duri e sleali attacchi da parte di quelli che vogliono difendere gli interessi delle lobbies del petrolio. Noi lo faremo in nome di un futuro sostenibile e – al contrario dei nostri avversari – alla luce del sole… 

Ermete Ferraro www.laciviltadelsole.org  >>

PER SOTTOSCRIVERE LA PETIZIONE CLIC SUL COLLEGAMENTO:

http://www.activism.com/it_IT/petizione/appello-a-difendere-la-legge-regionale-sul-solare-in-campania/43042

NATO’ CERCA…CASALESI

Mi sono ricordato del titolo di un vecchio film dell’irresistibile Antonio de Curtis – “Totò cerca casa” – leggendo l’articolo di Rosaria Capacchione su IL MATTINO del 3 agosto, che faceva seguito ad un analogo servizio del giorno prima. In queste pagine della coraggiosa giornalista napoletana ho trovato la conferma di quello che, in modo indiretto e meno preciso, già sapevo e che, insieme agli altri attivisti del Comitato Pace e Disarmo Campania, avevamo da tempo denunciato. Il trasferimento del Comando sud-europeo della NATO a Lago Patria, nel comune di Giugliano in Campania, ha portato e porterà vantaggi solo alla Camorra e, specificamente, all’onnipotente clan dei Casalesi, che – in barba ad arresti e sequestri di beni – continua a dominare indisturbato su questa parte della Campania Infelix .

“…non è nel cuore della finanza a stelle e strisce che è nascosto il tesoro dei Casalesi…. è invece sotto gli occhi di tutti, a disposizione di chiunque voglia vederlo: a Casal di Principe, San Cipriano, Villa Literno, Lago Patria, Licola, Varcaturo, Pozzuoli, lungo il tracciato urbanistico che collega la provincia di Caserta alla zona flegrea, lo stesso che accoglie l’enclave americana di Nato e US Navy” – spiega con chiarezza l’articolo. (R. Capacchione, “Sanzioni ai Casalesi: agli americani vietato abitare nelle case dei boss. Altolà della Casa Bianca ai fitti degli alloggi dei militari Us Navy e Nato” – IL MATTINO, 3 agosto 2012, p.39  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=212167&sez=CAMPANIA  ).  Ma che tipo di business trattano i vertici ed i militari ‘alleati’ e statunitensi con i mammasantissima dei Casalesi? La Capacchione è molto esplicita in proposito: “E’ un tesoro fatto di mattoni, appartamenti e villette date in fitto a prezzi da capogiro (dagli 800 ai 1500 euro al mese) e fuori mercato, agli uffici logistici dei due comandi. Immobili a disposizione dei militari che non hanno trovato spazio nella cittadella di Gricignano o a ridosso del Carney Park…”.

In effetti, come giustamente ci tiene a ricostruire la giornalista, la contiguità dei militari Nato e americani con la Camorra non è certo cosa di questi ultimi tempi. La famiglia Zagaria era già stata implicata nel 2006 addirittura nei lavori del cantiere della base radar NATO di Licola (Giugliano in Campania-NA), coinvolgendo nell’inchiesta un alto ufficiale dell’Aeronautica militare, in qualità di direttore dei lavori. L’anno dopo fu scoperto un intero isolato di villette “casalesi” a Casal di Principe e quello appresso fu la stessa US Navy a doversi inventare strategicamente delle indagini sulla qualità dell’acqua di 107 appartamenti occupati da militari statunitensi riconducibili alla famiglia del boss casalese Giuseppe Setola. La pericolosità dell’acqua non fu dimostrata da analisi successive, ma se non altro si riuscì a sfrattarli da quei compromettenti villini. L’ultimo episodio di tre mesi fa – villette abusive al Lago Patria, affittate dal clan Mallardo a militari inglesi e irlandesi in forze al contiguo Comando NATO – è stata evidentemente la goccia che ha fatto traboccare il vaso…

Dallo stesso Presidente degli Stati Uniti, infatti, già il 24.07.2011 era partito un segnale di allarme contro la pervasività della Camorra, con un indiretto richiamo agli americani che con essa facevano disinvoltamente affari. Al Dipartimento del Tesoro, in quella circostanza, Obama chiese di prevedere “sanzioni aggiuntive contro i suoi (della Camorra) membri e sostenitori”. Il 1° agosto 2012 (e quindi un anno dopo) un provvedimento esecutivo dello stesso Dipartimento sembrerebbe aver reso tangibile quel segnale.

In riferimento a questa autorità, il Dipartimento dei Tesoro sta intraprendendo un’azione contro la Camorra, identificando e designando cinque capi-chiave. L’azione di oggi congela ogni tipo di patrimonio che essi possano avere sotto la giurisdizione degli Stati Uniti e proibisce ogni transazione con loro da parte di persone degli USA. Questi sforzi proteggono il sistema finanziario statunitense dalle organizzazioni criminali transnazionali ed espone e contrasta le azioni degli individui che stanno sostenendo la Camorra o agendo in suo nome.” (U.S. Dept. of Treasury, Press Center, “Treasury Sanctions Members of Camorra”, 1.8.2012).

I cinque boss indicati nel provvedimento esecutivo del Tesoro USA (Mario Caterino, Giuseppe Dell’Aquila, Paolo Di Mauro, Antonio Iovine e Michele Zagaria) non avranno probabilmente patrimoni da confiscare negli Stati Uniti, come spiegava la giornalista del Mattino, ma sono senz’altro i “pupari” delle innumerevoli transazioni relative a vendite e locazioni d’immobili alle numerose schiere di militari usa e nato che hanno deciso da decenni di fare dell’area flegrea e giuglianese la base operativa per le loro strategie di guerra. Bloccarne gli affari in quella che già negli anni ’90 avevo chiamato “la Provincia di Nàtoli” non sarà cosa facile, visto che possono ricorrere a centinaia di associati e prestanome, ma è comunque un primo scacco al perverso intreccio fra criminalità organizzata e guerra organizzata.

Ovviamente quello che è emerso finora evidenzia soltanto i rapporti tra singoli individui e camorristi, con la finalità di assicurarsi per se stessi e le proprie famiglie un’abitazione, possibilmente vicina al loro particolare “posto di lavoro”. Le cose diventerebbero molto più interessanti e significative se, come è già successo nel 2006, si riuscisse a dimostrare che il bisinìss dei Casalesi non si limita a piazzare a prezzi elevati e in modo poco trasparente appartamenti e villette a soldatini inglesi e turchi di servizio alla NATO, ma riguarda anche gli appalti per le colossali opere realizzate da essa per far sorgere in riva al Lago Patria un mega-comando di 5 piani fuori terra e due sotterranei, con 85 chilometri quadri di superficie pavimentata e 3 kmq di spazi verdi. Un complesso impressionante per dimensioni ed importanza, che – guarda caso… – è stato realizzato proprio nel vicereame del Casalesi, come già era successo per la base logistica USA di Gricignano di Aversa e la stazione radar di Licola.

Noi del Comitato Pace e Disarmo Campania ci siamo chiesti più volte – ma era una domanda evidentemente retorica… – perché diavolo dei patiti dell’igiene e della sicurezza come inglesi ed americani avessero deciso di stabilirsi proprio in una delle aree più inquinate in assoluto e ad alta densità criminale. La risposta, oggi più di ieri, mi sembra abbastanza evidente. Se Totò, quindi, si limitava a “cercare casa”, la Nato a quanto pare cerca invece i Casalesi per trovare alloggio nella Provincia di cui essi sono i novelli proconsoli. Del resto, per citare ancora il principe de Curtis: “Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il  dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la  guerra.”  Ecco, appunto…

(C) 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

PROVE TECNICHE DI BUON…VICI-NATO

Non c’è che dire. Il Servizio Affari Pubblici del Comando NATO di Napoli e la dott. Diana Sodano, Responsabile delle Relazioni con la comunità, ce la stanno proprio mettendo tutta nel loro “sforzo di sensibilizzazione della comunità locale” residente in quel di Giugliano, dove sta per trasferirsi in pompa magna il Quartier Generale Alleato per il Sud Europa (JFC Naples, ex-AFSouth).

Hanno cominciato naturalmente con i più piccoli, ospitando alcuni alunni d’un paio di scuole locali (il 7 e l’11 maggio ed il 15 giugno scorsi) presso il Comando Alleato di Napoli, il Centro Radar di Licola e perfino al Carney Park di Quarto. La strategia comunicativa dello Staff napoletano della NATO aveva già cercato contatti diretti con alcuni cittadini giuglianesi, accogliendoli il 4 aprile nella nuova sede di Lago Patria “per agevolare la comprensione della comunità locale verso i suoi prossimi nuovi ‘vicini’ di Lago Patria”. Ed ora ecco che, nientedimeno, è lo stesso Staff a recarsi in visita all’Ospedale “San Giuliano”, per incontrarvi i responsabili sanitari ed il personale.  Lo scorso 11 luglio, infatti, la delegazione del JFC – guidata dall’immancabile dott.ssa Sodano – si è recata al locale presidio ospedaliero, descritto dalla nota sul sito JFC come “un’eccellenza nell’area di Giugliano, anche perché fornisce servizi di emergenza 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e…vanta la fornitura di cure avanzate in cardiologia, ortopedia, chirurgia, ginecologia e terapia intensiva”.

E’ davvero un bene che il comunicato stampa della NATO ci fornisca queste utili informazioni, visto che il normale cittadino avrebbe difficoltà a reperirle direttamente, visto che il “San Giuliano” non dispone di un proprio sito web e vi si accede solo mediante il sito dell’ASL NA 2 Nord (http://www.aslnapoli2nordservizionline.it/it/san-giuliano-giugliano ) Ad esser sinceri, l’impressione non è proprio quella d’una struttura “di eccellenza”, visto che l’anno scorso la stessa Azienda Sanitaria decise di chiuderne i reparti di Urologia e di Gastroenterologia, suscitando peraltro la vivace reazione del Sindaco Giovanni Pianese. In una nota del 28 aprile 2011, lo ‘storico’ primo cittadino giuglianese – così si esprimeva. ““E’ l’ennesimo atto scellerato di una strategia in ambito ospedaliero lontana dalle esigenze della gente e del territorio. Questa Amministrazione raccoglie il grido di dolore del presidio ospedaliero San Giuliano che è punto di riferimento per 300mila utenti del territorio, rilanciandone con forza e determinazione l’importanza e l’utilità…” (http://www.comune.giugliano.na.it/index.php?param=n&idparam=732&anno=2011&mese=04 ).

In effetti, consultando le pagine dedicate al “San Giuliano” si evince che quei due reparti ora non ci più, mentre restano operativi quelli di: Ostetricia e Ginecologia, Ortotraumatologia, Medicina Interna, Cardiologia-UTIC, Rianimazione e Terapia Intensiva, Patologia Clinica e Radiologia, oltre naturalmente al Pronto Soccorso ed alla Farmacia ospedaliera.

I militari NATOletani hanno incontrato la dr.ssa Anna Punzo, che ne è il Direttore Sanitario, e si sono intrattenuti “…con i dirigenti ospedalieri, i capi dei dipartimenti e dei medici, nella speranza di accrescere la comprensione reciproca e di continuare a sviluppare il rapporto tra la comunità della NATO e la comunità italiana locale”. Nel corso di questi cordiali colloqui, la dr.ssa Punzo ha dichiarato: “Ho atteso a lungo l’opportunità d’incontrarmi con i rappresentanti NATO e confido che questo trasferimento del personale della NATO verso la nuova base che si trova a Lago Patria rappresenterà un grande miglioramento per l’intera area. Spero di accrescere il rapporto e gli scambi di amicizia tra il mio staff e la comunità della NATO”.(http://www.jfcnaples.nato.int/page372603230.aspx ).

A quanto pare la sua attesa è stata coronata da successo e ne siamo felici per lei. Un po’ più difficile da accettare, invece, è la sua azzardata affermazione che il trasloco sulle rive del Lago Patria del più grande ed importante comando militare dell’Europa meridionale sia classificabile come “un grande miglioramento” per un’area che è tra le più inquinate ed avvelenate d’Europa, da sempre controllata dalla camorra ed abbandonata al degrado ambientale e sociale. Sono cose ormai risapute e che la NATO e la US Navy conoscono benissimo, avendo svolto varie indagini nella zona, come con precisione riferiva il col. Giampiero Angeliin una intervista a “TERRA”:

“Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno…” (http://www.terranews.it/news/2010/02/%C2%ABecco-come-i-casalesi-mi-hanno-avvelenato%C2%BB ).

Il col. Angeli, militare in pensione, in questi anni ha fatto di tutto per sollevare l’attenzione sulla sua sconcertante vicenda sanitaria, come indicatore di una situazione intollerabile di aggressione al territorio del litorale casertano ed ai suoi abitanti.

“…Nel dicembre scorso, ha inviato una petizione popolare alle massime cariche dello Stato per sollecitare provvedimenti «di massima urgenza a tutela della salute pubblica nelle province di Napoli e Caserta», territori dove per anni sono stati sversati milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, metalli pesanti, polveri d’abbattimento fumi, olii minerali, piombo, fanghi industriali (smaltiti nelle campagne come fertilizzanti: 40mila tonnellate, inchiesta “Madre Terra 1” del 2004 della Procura di S. M. Capua Vetere a Castelvolturno e Villa Literno). Ma anche cromo, nikel, rame (utilizzati come concime per i pomodori, come rivelato dall’inchiesta del 2004 della Procura di Rieti tra Lazio, Toscana e Campania). Nella petizione è altresì ricordato che nell’audizione del 21 dicembre del 2005 presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, i dirigenti della Sogin dichiararono che «in molte zone caratteristiche e ben note (…) abbiamo riscontrato una presenza di diossina centomila volte superiore ai limiti del decreto n. 471». La pubblicazione Siti contaminati (2008) dell’Arpac, l’Agenzia regionale per l’ambiente, riporta le analisi effettuate negli ex mattatoi comunali di Marcianise, S. Nicola la Strada, Villaricca, Melito: i campioni sono risultati tutti positivi per presenza di diossine, furani, policlorobifenili e, a Marcianise, anche per berillio e stagno. Le richieste della petizione hanno il solo scopo di poter avere, dopo oltre vent’anni, certezza sulle conseguenze sulla salute pubblica degli errori della pubblica amministrazione e dei crimini dell’ecomafia. A oggi non ha avuto alcuna risposta.”  (ivi).

Ebbene, date queste premesse, crede davvero, la responsabile sanitaria dell’ospedale “San Giuliano”, che l’arrivo di migliaia di militari della NATO in zona ne migliorerà le condizioni ambientali e socio-economiche? E’ proprio sicura che la presenza di un mega-comando bellico – corredato di enormi ed inquinanti antenne per telecomunicazioni e che presenta 85 chilometri quadrati di superficie coperta con due misteriosi piani interrati sottostanti –  sia il tipo di installazione che renderà Giugliano più sicura e più salubre? Non sta forse sottovalutando, quanto meno, l’accresciuto impatto del traffico veicolare in un’area già ampiamente congestionata, nonché quello degli scarichi fognari e dei rifiuti in una zona condannata ad ospitare svariate discariche (abusive ed ufficiali) ed ora perfino un orribile inceneritore?

“Vedo molto positivamente lo spostamento della base NATO in questo settore” ha dichiarato il Prof. Nunzio Tricarico, Capo del Dipartimento di Chirurgia “, per un reciproco scambio di relazioni in campo sia medico e sociale, sperando in una buona collaborazione e sostegno.” (http://www.jfcnaples.nato.int/page372603230.aspx ).

Evidentemente il prof. Tricarico è una persona fiduciosa ed ottimista, visto che non mi risulta che l’esperienza di decenni d’ingombrante presenza della NATO sul territorio napoletano abbia mai fatto registrare alcun elemento di “collaborazione” e tanto meno di supporto o di “reciproco scambio” tra le autorità sanitarie militari ‘alleate’ e statunitensi e quelle locali. D’altra parte, gli ‘americani’ hanno il loro ospedale militare a qualche decina di chilometri di distanza, presso la base della US Navy di Gricignano di Aversa (CE) e lo stesso Comando sarà certamente dotato quanto meno di ambulatorio medico e pronto soccorso.

In un mio precedente contributo su quello che definivo “un preoccupante neo-NATO” (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ) ho già manifestato chiaramente quelli che ritengo siano i rischi per la sicurezza, per la salute e per l’ambiente che deriveranno dalla ormai prossima apertura del Comando AFSouth 2000 di Lago Patria. La strisciante strategia della NATO per rassicurare i residenti e per accreditarsi come il cordiale “vicino della porta accanto”, quindi, mi sembrano solo dei goffi e un po’ ruffiani tentativi di “captatio benevolentiae” da parte della comunità locale, peraltro già tendente alla rassegnazione dopo decenni di dominazione mafiosa e di promesse elettorali tradite.

Non basterà però quest’accattivante strategia di… “buon viciNATO” per convincere i residenti e l’opinione pubblica che l’arrivo degli “Alleati” sulle rive del Lago Patria di scipioniana memoria (https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/26/ingrata-patria ) – renderà più “felix” quella Campania che è dalla fine della guerra sotto la loro occupazione militare e che si è trasformata nel cuore della loro strategia guerrafondaia.

Pare che proprio Scipione l’Africano abbia affermato che:“Hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam muniendam” (Al nemico non solo bisogna concedere una via per scappare, ma anche rendergliela sicura ). Beh, quello che è certo è che chi ha progettato una mega-base militare vicino alla sua “ingrata patria”, pur essendo teoricamente un ‘alleato’ e non un ‘nemico’, non ci ha concesso una sicura via di fuga dal pericolo di guerra.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

QUEI FAVOLOSI…ANNI SESSANTA

Quando si arriva a spegnere 60 candeline è difficile non fermarsi un attimo a riflettere sulla dozzina di lustri che ci è lasciati alle spalle. Anche a me è toccato nei giorni scorsi di raggiungere questa importante tappa ed i tanti parenti ed amici che mi hanno affettuosamente inviato i loro auguri mi hanno ulteriormente indotto a farne un breve bilancio. Per natura, a dire il vero, non mi sento molto portato ad indulgere ai ricordi e tanto meno alle nostalgie, per cui la mia vita è saldamente ancorata al presente. Ciò non implica, però, una rinuncia a dare una sbirciata alla strada percorsa e ad utilizzare il passato come indispensabile feedback, così da verificare se e quanto ci sia bisogno di modificare la rotta della propria navigazione.

Nel mio post precedente, non a caso, mi ero soffermato sul periodo quaresimale come occasione per pentirsi e per convertirsi, invertendo radicalmente la direzione se ci accorgiamo che stiamo andando a ruota libera e che abbiamo sbagliato strada. Personalmente – pur dovendo constatare che non sono certo mancati errori ed omissioni in questi 60 anni – mi ritrovo soddisfatto di una vita che, citando Neruda, “confesso che ho vissuto” abbastanza serenamente, senza problemi seri e raggiungendo buona parte degli obiettivi che mi ero prefisso. So che questo può apparire frutto di poca modestia e di carente senso autocritico. Eppure, in una realtà in cui pare che tutti si lamentino, rimpiangano occasioni perdute e si dispiacciano per i loro errori di valutazione, non credo che costituisca peccato dichiararsi sostanzialmente soddisfatti della propria esistenza, sempre che non ce se ne attribuisca impropriamente il merito e si sappia ringraziare Chi ci ha offerto occasioni, opportunità e sostegno per renderla non solo degna d’essere vissuta, ma anche di qualche utilità per le persone che abbiamo avuto la ventura d’incontrare sul nostro cammino.

Se guardo retrospettivamente ai miei 60 anni non posso certo trascurare i ‘favolosi anni ’60 ‘ rievocati nostalgicamente da tante trasmissioni televisive e, recentemente, evocati perfino nei temi svolti da alcuni miei alunni, per i quali peraltro si tratta di un’era paleozoica…. Data la mia cronica smemoratezza e la tenera età, infatti, ricordo ben poco degli otto anni che ho attraversato del decennio precedente. Ecco perché, incuriosito in particolare da quel 1952 che mi ha visto nascere, sono andato a consultarne la cronologia dei fatti principali sul web, scoprendo che è stato un anno politicamente assai turbolento (manifestazioni per una Trieste non ancora italiana, assassinio del direttore della Fiat, proposte di leggi più repressive sull’ordine pubblico ed approvazione della famigerata Legge Scelba, repressione di ogni manifestazione contro la visita dell’allora comandante della NATO, espulsione della corrispondente in Italia della “Pravda” sovietica, varo della c.d. “legge truffa” sul sistema maggioritario…). Nel 1952, poi, il mondo della cultura registrava la morte di Benedetto Croce ma anche l’ascesa di scrittori come Gadda, Comisso, Caproni, Pavese, Pratolini, Cassola e Fenoglio e si affermavano anche due scrittrici come Anna Banti e Natalia Ginsburg. Nasceva in quell’anno la Rizzoli cinematografica e nei cinema riscuotevano grandi successi i film di Fellini, Steno, De Sica e Monicelli, In campo sportivo, infine, spiccavano i successi ciclistici di Coppi e quelli calcistici della Juventus, mentre la canzone italiana era segnata dalla vittoria a Sanremo di “Vola colomba” cantata da Nilla Pizzi, che non a caso svolazzava sul campanile della cattedrale triestina di S. Giusto…

Dopo 60 anni, anche se pochi ormai ricordano la questione di ‘Trieste italiana’ ed il pesante clima da guerra fredda con l’Unione Sovietica, la politica internazionale ci vede comunque ancora saldamente schierati con gli Stati Uniti e subalterni ad una NATO che, nel frattempo, da 20 anni non ha più antagonisti cui opporsi istituzionalmente. Quanto alla politica interna, è di fatto prigioniera della nuova ed assurda legge truffa elettorale (il c.d. “Porcellum”) né è scomparsa la visione poliziesca e militarizzata dell’ordine pubblico, che porta oggi a presidiare in tenuta di guerra non solo piazze e palazzi del potere, ma perfino discariche ed inceneritori. Il mondo della cultura italiana – si tratti di letteratura, teatro o cinema – non appare proprio in ottima salute (i romanzi più venduti del 2011, con tutto il rispetto, sono quelli di Camilleri, Faletti e Fabio Volo ed il film italiano più gettonato dai critici è “Habemus Papam” di Moretti…) ma anche quello dello sport è diventato ormai un gigantesco, drogato e tentacolare business, in cui la quantità degli eventi e la loro risonanza copre troppo spesso la non eccezionale qualità delle prestazioni.

Il fatto è che ogni paragone e parallelo, dopo sei decenni, se evidenzia le ovvie e notevoli differenze nel modo di vivere quotidiano e nella mentalità comune, finisce anche per farci scorgere ferite ancora aperte, questioni irrisolte ed annosi conflitti sociali che parevano sopiti, ma sono stati risvegliati da una pesante ed iniqua crisi economica.

Anche i ‘favolosi anni Sessanta’, del resto, appaiono tali solo in un ricordo sbiadito e nostalgico. Se, ad esempio, si cercano sul web i fatti salienti del 1962 – l’anno in cui io terminavo la scuola elementare… – emergono infatti notizie positive (gratuità dei libri scolastici per il primo e secondo ciclo, lancio del primo satellite per telecomunicazioni Europa-USA, apertura del Concilio Vaticano II, istituzione di una commissione d’inchiesta sulla mafia, grandi successi cinematografici dei film di Visconti, Antonioni e Pasolini…) ma anche preoccupanti segnali sul fronte interno ed internazionale (sale la tensione fra operai metalmeccanici e la Fiat, precipita l’aereo che trasportava il manager Eni Enrico Mattei, sanguinosi scontri di piazza sulla crisi a Cuba, Dario Fo e Franca Rame devono lasciare ‘Canzonissima’, in seguito alle censure della Rai…). Oggi, dopo mezzo secolo, a dire il vero non è che la situazione sia più brillante. Si tagliano i fondi per l’istruzione pubblica; si rinnega l’intuizione che costò la vita a Falcone e Borsellino, cassando il reato di favoreggiamento esterno della mafia; in piazza, a protestare contro i continui interventi militari ‘alleati’, si sono sempre meno persone e, per scandalizzare qualcuno in televisione, c’è bisogno che il profeta Celentano attacchi il Vaticano fra una canzonetta e l’altra di un festival di Sanremo che non vede vincitori Modugno e Villa, ma Emma Arisa e Noemi…

Ma state tranquilli, non ho nessuna intenzione di passare in rassegna anche i decenni successivi né di rievocare i miei anni ’70, ’80 e ’90. Mi è bastato affacciarmi un po’ alle vicende del nostro recente passato per rendermi conto che la vita di ciascuno di noi è stata sicuramente condizionata dagli avvenimenti e dal pensiero di un certo periodo, ma dipende soprattutto dalle scelte che facciamo, giorno dopo giorno, sempre che cerchiamo di non perdere la bussola e di non lasciarci disorientare da mode e modi correnti.

Ecco perché, citando ancora “Confesso che ho vissuto” di Neruda, concludo che se è vero che: “…lo scrittore giovane non può scrivere senza questo sussulto di solitudine, anche se fittizio, così come lo scrittore maturo non farà nulla senza il sapore di umana compagnia, di società…” riconosco che anche per me gli anni giovanili sono stati spesso anni di solitudine. Da essi, però, è maturata la ricerca di socialità e di “umana compagnia” che sta alla base del mio impegno, educativo sociale e politico, degli anni successivi. Quell’impegno a farsi carico di tutto e di tutti che don Milani sintetizzava nel suo “I care” e che continua a farmi da guida in anni in cui la dimensione sociale e collettiva rischia di essere sommersa da quella individualistica ed utilitaristica.

Auguri, quindi, a tutti quelli che credono ancora nell’ottimismo della volontà, l’unica cosa che può rendere davvero favolosi i nostri anni, presenti e futuri.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

DAI ”MALI COMUNI’ AI ‘BENI COMUNI’ ?

“Mal comune, mezzo gaudio”: chi è che non ha sentito dire e ripetere in varie circostanze questo noto proverbio?  Si tratta di una diffusa massima popolare, presente anche in altre tradizioni popolari, come quella inglese (“Trouble shared is a trouble halved”) , francese (“Douleur partagée est plus facile à supporter”) o in spagnolo (“Mal de muchos consuelo de todos”).

Noi Napoletani, poi, questo proverbio ce lo siamo sentiti ripetere da secoli – nella versione “Guajo ‘ncomune, mez’ allerezza” – subdolamente ispirata da chi aveva tutto l’interesse di far ricorso alla consolatoria “filosofia popolare” per minimizzare, se non occultare, le troppe schifezze che il suddetto popolo era costretto a sopportare.

Del resto, anticamente il filosofo latino Lucio Anneo Seneca aveva giù sentenziato: ”Pudorem rei tollit multitudo peccantium”, lasciando chiaramente intendere che la moltiplicazione di quelli che fanno peccato è sempre servita per decolpevolizzarli, cancellando la vergogna per il peccato.

Di “mali comuni”, insomma, si è sempre parlato e chi, come me, è nato e vive a Napoli ha ormai fatto l’abitudine a questo strano principio, in base al quale passare un guaio insieme diventerebbe più sopportabile, quasi un’utile occasione per praticare una “condivisione” solitamente più rara quando si tratta di momenti di gioia o di piacere.

Essere napoletani ci ha tragicamente assuefatto ad una serie infinita di “mali comuni”, che vanno da trasporti scadenti e irregolari allo storico problema della raccolta e smaltimento dei rifiuti; dal quotidiano confronto con uffici affollati ed inefficienti ad un traffico assurdo e fracassone; dall’abusivismo edilizio ai mille piccoli abusi quotidiani perpetrati di parcheggiatori, venditori e ‘capuzzielli’ che controllano il territorio. Però, poi, ci si ricordava provvidenzialmente di “mal comune, mezzo gaudio” e si tornava a sorridere dei nostri guai, magari davanti ad una fumante tazzina di caffè, come acutamente ricordava Pino Daniele in una nota canzone: “E nuje tirammo annanze, cu ‘e rulùre e’ panza / e invece e c’aiutà c’abboffano ‘e cafè”.

Ma all’improvviso noi Napoletani ci siamo trovati di fronte uno che non c’invitava a bere caffè o altro per dimenticare, consolandoci con la vecchia storia del “mal comune”. Un politico non-politico (un po’ come il tessuto non-tessuto…) che aveva finalmente il coraggio di mettere il dito nella piaga del “male in Comune”, additando il finto antagonismo dei partiti di maggioranza e di minoranza come una delle principali cause di degrado morale e civile della Città. Uno che esortava i cittadini a portare aria nuova e pulita nello squallido teatrino della politica locale, efficacemente dipinta dallo stesso Pino Daniele quando scriveva: “…stanno chine ‘e sbaglie, fanno sulo ‘mbruoglie / s’allisciano, se vattono, se pigliano o’ ccafè…”.

Per molti di noi “alternativi delusi”, ma anche per tanti giovani giustamente insofferenti, il magistrato de Magistris che sindacava i sindaci e lanciava appelli “politicamente scorretti” ha rappresentato un provvidenziale ciclone. Questo è diventato ancor più vero quando il candidato-sindaco ha chiaramente lasciato intravedere la prospettiva di una vera “rivoluzione dal basso” ed ha cominciato a parlarci di “beni comuni” anziché dei soliti “mali comuni” cui eravamo abituati. Intorno a lui, infatti, si è polarizzato un consenso ampio e vivace, che abbracciava parte della frammentata area ex-comunista ma anche ampi strati della cultura e dell’arte, attivisti ambientalisti antinuclearisti e pacifisti, radicali ed ex socialisti, perfino alcuni imprenditori di ampie vedute.

La parola d’ordine della sua campagna elettorale – vittoriosamente culminata nella nomina a Sindaco di Napoli – è stata sì quella della trasparenza amministrativa e della partecipazione popolare, ma soprattutto quella dei “beni comuni”, contrapposti alla logica perversa della gestione consociativa delle risorse del territorio, ma anche a quella dominante delle privatizzazioni.

Il problema vero, a quanto pare, non è stato quello di “scassare” il muro delle resistenze e delle opposizioni da parte di una classe politico-amministrativa votata all’immobilismo o, peggio, alla scandalosa abitudine a lucrare utili e “gaudio” dai “mali comuni” di Napoli. Il problema più grosso – a distanza di oltre mezzo anno dall’elezione di de Magistris – sembra invece quello di tener fede agli impegni assunti coi Napoletani, cambiando effettivamente rotta e lasciandosi alle spalle le disastrose esperienze dell’era bassoliniana.

Pur volendo mostrarsi tolleranti per un avvio comprensibilmente difficile da parte di una amministrazione che aveva appuntato su di sé troppe aspettative e che doveva inventarsi un modus operandi del tutto nuovo, il guaio è che siamo ancora troppo lontani dalla realizzazione del programma alternativo di cui il neo-sindaco si era fatto promotore e paladino.

La mia associazione ambientalista, nel giro di questi pochi mesi, ha già avuto modo di impattare più volte, e con ovvio disappunto, contro questioni che, sia nel merito sia nel metodo, l’attuale amministrazione comunale pretenderebbe di risolvere in modo tutt’altro che trasparente e partecipato.  La stessa agenda del Sindaco de Magistris – e quindi le sue priorità di governo del territorio – sembrano essere state finora improntate a valutazioni del tutto personali più che ad un reale ed effettivo confronto con movimenti ed organizzazioni che pur lo hanno sostenuto lealmente.

Come in una triste collana, egli ha infilato infatti una serie di decisioni verticistiche quanto opinabili, che vanno dal mancato rilancio del ruolo delle municipalità cittadine alla ricerca di “grandi eventi”; dalla maldestra gestione della vicenda-rifiuti all’incredibile e spudorata rincorsa dell’America’s Cup, ipotizzando per essa locations che hanno letteralmente fatto inorridire i veri ambientalisti, come la mai bonificata Bagnoli o il vincolato lungomare Caracciolo.

Pressato, sia pure con discrezione e rispetto, il nostro Sindaco e la sua Giunta (una specie di “tavola rotonda” di cui evidentemente egli si sente re Artù…) non è parso granché disponibile al confronto con la sua stessa base e con la cittadinanza, a meno che non si trattasse di assemblee da lui programmate, di “audizioni” graziosamente accordate oppure di fumose ed affollate “consulte” tematiche. Lo stesso Consiglio Comunale è platealmente apparso come la versione maxi di quei tristi dieci “parlamentini” zonali, dove si discute a vuoto di cose già decise altrove.

Tornando ai “beni comuni”, non si può che plaudire alle coraggiose scelte operate dall’Amministrazione de Magistris in materia di tutela dell’acqua pubblica e di restituzione ai cittadini di alcune strade e piazze prima invase permanentemente dalle auto. Ciò premesso,  onestamente non si riesce però a comprendere a quale logica alternativa e “comunitaria” rispondano altre discutibilissime decisioni, come ad esempio quella di privatizzare di fatto uno dei luoghi verdi e tutelati dell’area occidentale, l’area zoo-edenlandia, appaltandolo ad una multinazionale del divertimento di massa, oppure quella di trasformare la Villa Comunale ed il lungomare più bello del mondo nella vetrina mediatica del baraccone pseudo-sportivo delle regate per la “Vuitton Cup”.

Se tutto questo viene proposto ed imposto violando anche vincoli ambientali e svendendo inestimabili “beni comuni” agli interessi speculativi, in cambio di un’improbabile visibilità mediatica, la cosa diventa ancora più preoccupante.

Nel momento in cui scrivo, a Napoli si sta svolgendo un’affollata kermesse politica, di taglio nazionale, fortemente voluta da de Magistris in un momento in cui la sua credibilità sta scemando a livello locale. Il “Forum dei Comuni per i Beni Comuni” è l’ultima trovata del Nostro, che ha dichiarato: “…la nostra amministrazione comunale l’ha fortemente voluto, considerandola una occasione preziosa per discutere dei beni comuni e della democrazia partecipativa, per analizzare anche quelle esperienze di politica dal basso che alcune amministrazioni comunali stanno realizzando”.

Secondo de Magistris, infatti, si tratta di un’occasione: “…per confrontarci su come si possa costruire una democrazia partecipativa dal basso che abbia come filosofia di fondo la difesa e la promozione dei beni comuni, come l’acqua, il sapere, la conoscenza, il mare, il territorio. Dal concetto dei beni comuni, infatti, può nascere un movimento di liberazione e, quindi, di politica dal basso“.  La dichiarazione prosegue richiamando la “costruzione di alternative politiche, sociali, culturali ed economiche a modelli che ormai sono falliti, quelli del liberismo e della concentrazione di poteri, i quali hanno prodotto così tante e profonde diseguaglianze sociali inaccettabili” e conclude affermando trionfalmente: “Alla fine saremo tutti più consapevoli e magari anche pronti per elaborare insieme un percorso, una strategia per costruire uniti un’alternativa dal basso, un’alternativa capace di sintetizzare esperienze virtuose, laboratori, movimenti, lotte per i diritti e per il cambiamento”.

“Bene! Bravo!”, ci sentiamo di gridare di fronte a queste nobili parole, anche se istintivamente ci torna alla mente il noto sketch di Petrolini che interpreta Nerone osannato dalle folle…

Tutto questo va molto bene, infatti, ma il vero problema è far collimare siffatte dichiarazioni (nelle quali l’espressione “dal basso” ricorre in modo martellante) col fatto di un’Amministrazione che, intorno alla tavola rotonda della giunta, sta assumendo decisioni innegabilmente verticistiche, come l’esportazione via mare in Olanda di tonnellate d’indifferenziata spazzatura partenopea doc oppure l’incredibile sperpero di denaro pubblico per “fare i baffi” alla scogliera di Caracciolo e per pavimentare (sic!) un giardino pubblico di eccezionale valore storico-ambientale.

A proposito di mare, poi, che fine ha fatto la sbandierata volontà di de Magistris di smilitarizzare e denuclearizzare quello di Napoli? Come mai la prima visita ufficiale del neo-sindaco è stata proprio a quel Comando della U.S. Navy di Capodichino che poco tempo prima aveva dichiarato di voler eliminare, insieme ad un Aeroporto civile e militare che la variante al Piano Regolatore avevano già di fatto cancellato?

“Risposta non c’è…” recitava la traduzione italiane del celeberrimo “Blowing in the Wind” di Bob Dylan. Però i versi del testo originale erano: “How many times can a man turn his head/ pretending he just doesn’t see?// The answer, my friend, is blowing in the wind…”. Ecco perché, anche nel caso di queste domande, se è vero che la “risposta sta soffiando nel vento”, è anche vero che un uomo degno di questo nome non può “girare la testa, fingendo che non ha visto niente”.

Il primo bene comune da difendere è la libertà di ragionare con la propria testa e nessun “Napoleon” potrà convincerci che la fattoria per gli animali sia meglio della fattoria degli animali.

Orwell docet…

© Ermete Ferraro 2012

UN SITO PER LA CLASSE

logo_homePER COMUNICARE CON I MIEI ALUNNI DELLA SCUOLA MEDIA – ED IN PARTICOLARE CON QUELLI DELLA CLASSE 2^ D – HO DATO VITA DA ALCUNI GIORNI AD UN SITO "AD HOC", OSPITATO DAL PROVIDER "WEEBLY.COM" . AL SUO INTERNO, I MIEI RAGAZZI POSSONO TROVARE UNA PAGINA DI ACCOGLIENZA, CON UN MESSAGGIO, UNA BIOGRAFIA ED IL PROGRAMMA DI LETTERE; UNA PAGINA PER RACCOGLIERE LE LEZIONI ED I RELATIVI COMPITI PER CASA; UNA TERZA PAGINA CHE OSPITA GLI ELABORATI DEGLI ALUNNI-E E, INFINE, UN BLOG DAL TITOLO "SCRIVIAMOCI.IT",

QUESTO NUOVO WEBSITE L’HO CHIAMATO "SCHOOLBOOK" E PER RAGGIUNGERLO BASTA SEGUIRE L’INDIRIZZO : http://ermeteferraro.weebly.com . LA MIA SPERANZA E’ CHE QUESTO NUOVO MODO DI COMUNICARE CON I RAGAZZI DELLA MIA CLASSE RIESCA A RENDERLI PIU’ PARTECIPI ED ATTIVI, MIGLIORANDO L’INTERSCAMBIO ANCHE CON LE LORO FAMIGLIE.

<<SE VUOI COLTIVARE LA PACE, RISPETTA IL CREATO>>

Anche quest’anno, il Papa ci ha fatto regalo della sua saggia e profonda analisi sullo stretto rapporto intercorrente fra pace, ambiente e giustizia. Il Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace 2010 – il cui titolo è citato nell’intestazione – ribadisce infatti la particolare attenzione di questo Pontefice a quell’ecologia sociale che è anche, di fatto, impegno attivo per la pace, come già avevano affermato Giovanni Paolo II ed i suoi predecessori post-conciliari. Questo è tanto più vero, spiega il Papa, perché: "Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani –, non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito."

L’analisi non è puramente teorica, ma è seguita da indicazioni non nuove nel Magistero della Chiesa, ma particolarmente precise e concrete: "Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo evidenti in ogni parte del mondo…" […] La crisi ecologica, dunque, offre una storica opportunità per elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di sviluppo globale in una direzione più rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori propri della carità nella verità. Auspico, pertanto, l’adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani […] La questione ecologica non va affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune."

Convertire non singole persone, bensì il modello di sviluppo globale, costituisce un richiamo costante e pressante di questo Papa, che non perde occasione per ribadire che la centralità dell’essere umano non va considerata come un geloso privilegio bensì come servizio e responsabilità. Mi è molto piaciuta anche l’osservazione seguente, che leva all’impegno ambientalista l’alone catastrofista e quasi jettatorio che gli viene di solito attribuito, per superare la molla egoistica della paura con uno spirito solidarista e collettivo, tipico di chi si occupa del "bene comune".

Come osservava acutamente Umberto Eco in un suo famoso saggio di molti anni fa, l’alternativa sembra ridursi alla scelta fra le ragioni degli "apocalittici" o quelle degli "integrati". Ma solo sul terrore non si costruisce nulla. Per costruire serve la speranza in un cambiamento che sia frutto delle nostre scelte quotidiane e personali, ma riesca al tempo stesso a diventare trasformazione dal basso della comunità. Quello che è certo è che bisogna smetterla di pensare che si possa difendere la pace e l’ambiente restando sempre uguali a se stessi, per paura che una radicalità eccessiva nel cambiamento possa mettere in discussione i nostri arrugginiti equilibri o le nostre testarde certezze, come quella che la tecnologia sia capace di porre rimedio a tutti i guai che ha provocato.

"Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita «nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti» Sempre più si deve educare a costruire la pace a partire dalle scelte di ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e politico. Tutti siamo responsabili della protezione e della cura del creato. Tale responsabilità non conosce frontiere. […] Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui «quando l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio».

A questa "metanoia" profonda i Cristiani non possono e non devono sottrarsi, anche se è evidente che all’esplicito e ripetuto richiamo per una "ecologia della pace" da parte del Pontefice la stessa Chiesa stenta, purtroppo, ad uniformarsi davvero, intensificando una pastorale ambientale effettiva e diffusa sui vari territori diocesani. C’è un evidente dislivello fra la consapevolezza teorica e l’autorevolezza teologica delle dichiarazioni ufficiali della Chiesa ed una realtà che vede invece troppi cristiani fermi ad una visione banalmente antropocentrica e spesso molto lontani da una coscienza autenticamente ecologista e pacifista.

Il mio augurio per questo 2010 che è iniziato, allora, è che riflessioni come quella che ancora una volta il Papa ha voluto proporci in occasione della "Giornata della Pace" non restino lettera morta, ma producano davvero frutti abbondanti e significativi Questo accadrà solo ponendo al primo posto l’impegno dei credenti per la nonviolenza evangelica e per la salvaguardia del creato dalla sua creatura più perfetta, ma che per la sua avidità e sete di dominio, sta rischiando di comprometterne la prodigiosa varietà e ricchezza e di autodistruggersi.

La Chiesa – ce lo ha ricordato Benedetto XVI – ha in questo processo di maturazione delle coscienze una responsabilità molto grave. Dio non voglia che che non sappia dare per prima l’esempio di questo "effettivo cambio di mentalità" o che appaia tiepida nel testimoniare la centralità di questo cambiamento, che la riporterebbe ai valori evangelici della sobrietà, della mansuetudine, della giustizia e della pace.

(c) 2010 Ermete Ferraro

 

DA ‘FORTAPASC’ ALLA CITTA’ INCLUSIVA

 
A Napoli, tra le iniziative promosse in vista del Forum Universale delle Culture – che vi si svolgerà nel 2013 – si è tenuto, ieri ed oggi, il primo Workshop internazionale sul “World Cities Management”, in particolare sul tema “La città inclusiva”.   L’importante confronto fra amministratori locali provenienti da tutte le parti del mondo, dedicato a “riflessioni e proposte sui processi d’inclusione e d’esclusione sociale nelle città”, si è articolato in tre sessioni:                      1) Città: vecchie e nuove povertà; 2) Welfare locale: inclusione, strategie e management;                  3) Globalizzazione, flussi migratori: la memoria del futuro.
Purtroppo non ho potuto partecipare se non alla prima sessione, essendomi impegnato con una delle mie figlie ad accompagnarla con le sue amiche ad un concerto a Caserta, dove, per trascorrere quelle lunghe ore, ho bighellonato con mia moglie per la città e per il “Real sito di San Leucio”. Poi abbiamo deciso di andare al cinema e la scelta è caduta su “Fortapàsc”, il bellissimo film di Marco Risi che ricorda la drammatica vicenda dell’omicidio del giornalista Giancarlo Siani, nel 1985, per mano di quella camorra che egli aveva avuto la colpa di rappresentare nel suo trionfalistico quanto rozzo attacco quotidiano alla legalità. Un ‘sistema’ che condannava la città al degrado morale, al sottosviluppo economico ed alla corruzione politica.     La Torre Annunziata evocata dal film assomiglia a tante altre realtà urbane del Sud, grandi e piccole, mortificate dalla peggiore forma di potere, che non lascia spazio alla dignità, alla libertà e alla giustizia, ma pretende supina accettazione delle sporche regole di chi si pone come antistato.
Ebbene, tornando col pensiero al forum del mattino sulla città “inclusiva”, mi sono venuti alla mente i suoi valori di riferimento, sintetizzati nella “Carta di Lipsia” del 2007 sulle “città europee sostenibili”. In quel documento si parlava di: sviluppo urbano integrato, creazione di spazi pubblici di qualità, modernizzazione delle infrastrutture e miglioramento dell’efficienza energetica, politiche attive nel campo dell’istruzione, attenzione ai quartieri urbani degradati, strategie per migliorare l’ambiente fisico, potenziamento dell’economia locale, politiche proattive per bambini e giovani ed efficienza dei trasporti urbani. Bellissimi concetti, ma quanto di essi riscontriamo nelle nostre realtà urbane?  Purtroppo ben poco, e questo spiega perché diventa sempre più difficile vivere in città che non soltanto sono poco sostenibili sul piano ambientale, ma appaiono la sintesi di tutte le contraddizioni di un modello di sviluppo assurdo ed iniquo.
Altro che “inclusione” ! La drammatica verità è che nostra realtà tende ad escludere sempre di più e sempre più persone, rendendo stridente il contrasto fra vecchi e nuove povertà ed uno spreco vistoso ed insopportabile di risorse; fra incapacità di gestire la propria stessa esistenza ed arroganza del potere.
 D’altra parte, dalla terminologia utilizzata nella Carta di Lipsia (sviluppo, modernizzazione, miglioramento, potenziamento, efficienza…) traspare una visione un po’ ambigua, che alterna obiettivi qualitativi ad aspetti meramente quantitativi, tipici del nostro modello assurdamente lineare di sviluppo, inteso come “crescita”. Ma a chi vive nelle nostre città non serve avere “di più” quanto stare “meglio”; non tanto diventare maggiormente “efficienti” e “moderni”, quanto riprendere in mano il proprio futuro ed essere davvero cittadini anziché sudditi. La camorra e le altre mafie trovano non a caso il loro spazio vitale nelle comunità più degradate, nei comuni peggio amministrati, nelle realtà dove ancora non esistono veri diritti, ma privilegi e favori.
“Fortapàsc”, allora, non è solo la città ottusamente chiusa in se stessa, senza regole e che tende ad alzare muri per difendersi dal cambiamento e dalla contaminazione esterna. Credo che sia ogni comunità dove il potere è cristallizzato, come i rapporti economici e sociali; dove la solidarietà è selettiva e familisticamente amorale, ma non sa aprirsi agli “altri” e ai “diversi”, cui reagisce con diffidenza ed ostilità. La “città inclusiva”, al contrario, dovrebbe abbattere i bastioni del fortino dentro il quale relazioni ingiuste si consolidano e si giustificano, lasciando marcire le ingiustizie per reclutare disperati e sbandati a nuove imprese criminali. La “città inclusiva” dovrebbe essere una comunità che, pur non rinunciando alla propria identità socio-culturale, sa entrare in una dimensione più ampia, che non può però essere confusa con l’attuale processo pervasivo di globalizzazione forzata, cioè di omologazione al modello dominante.
Ecco: inclusione come interazione positiva e creativa con gli altri, per non escluderli ma anche perché sono delle straordinarie risorse per una comunità più giusta e più pacifica.

"Eat Your Greens"

Foods with a low carbon cost tend to be healthier.