Perché non possiamo non dirci Greci (Γιατί δεν μπορούμε να πούμε ότι δεν είμαστε Έλληνες)

 

  1. Prologo / πρόλογος

Per uno come me chIMAGE090e si chiama Ermete è fin troppo facile avvertire il fascino della grecità quasi come una componente genetica. Se poi ha studiato greco antico al liceo classico, è rimasto affascinato dalla filosofia e dall’arte ellenica e, per di più, vive da qualche decennio in una città che si chiama Neapolis, questa eredità culturale è ancor più forte e radicata.

D’altra parte non credo che si tratti solo di una questione personale. Ritengo che quella di sentirsi un po’ Greci è una netta sensazione che molte persone hanno avvertito in questi giorni: non soltanto gli abitatori dell’ex Magna Grecia che si sentono ancora figli di quella grande cultura, ma anche tanti altri che si ritrovano accomunati al dramma del popolo che ha inventato la democrazia. ma ne è stato troppo a lungo espropriato.

Adesso, all’indomani del clamoroso NO che i Greci hanno opposto agli arroganti diktat dei potentati finanziari e politici europei, pochi sembrerebbero ancora disposti a farsene paladini, pur avendole a lungo avallati come indispensabili correttivi. E’ fin troppo evidente ormai che, al di là delle consuete mistificazioni, le ricette economiche ‘sangue, fatica, lacrime e sudore’ [1], non soltanto non hanno fatto uscire dalla crisi gli stati che vi erano sprofondati, ma hanno ulteriormente ribadito il profondo divario tra paesi del nord e sud Europa, accrescendo il livello di sudditanza dei secondi nei confronti dei primi.

Ora che il popolo greco si è pronunciato, con invidiabile coraggio e dimostrando quella speranza cui Syriza ed il suo leader Tsipras hanno costantemente fatto appello[2], è di fatto impossibile che le cose possano restare inalterate e che la solita Europa ’carolingia’ continui ad imporre le sue ferree regole a tutti, in nome di un preteso interesse comune, che si è ormai dissolto come neve al sole.

Quelli che, come gli Italiani del Sud, hanno dovuto subire per un secolo e mezzo l’umiliante egemonia di chi li ha di fatto colonizzati con la scusa dell’Unità Nazionale, sanno molto bene come ci si sente ad essere considerati le ‘pecore nere’, il ‘peso’ da subire, il ‘freno’ allo sviluppo, la ‘palla al piede’ e tutte le altre simpatiche espressioni che in questi centocinquanta anni sono state usate per stigmatizzare i fannulloni meridionali. Già allora la cronaca e la storia di come si è esercitata quell’egemonia furono pesantemente forzate agli interessi dei dominatori, proprio come in questi mesi la propaganda catastrofista dei media ha fatto nei confronti della Grecia, pur di avallare la tesi di un paese allo sbando, che sa solo pretendere e nulla vuol concedere al necessario rigore.

Ma il travolgente responso referendario in Grecia non è stato affatto come i vecchi ‘plebisciti’ che sancirono l’annessione degli altri stati italiani al Regno d’Italia – fra cui quello tenuto nel Regno delle due Sicilie nel 1860 – ed ha impresso invece un profondo scossone allo pseudo-equilibrio dello status quo, basato sulla progressiva cessione di sovranità nazionale e di autonomia politica, senza reale parità di diritti e senza quella solidarietà che è frutto d’un autentico spirito federalista.

Le reazioni allarmate dei mercati finanziari di fronte al pronunciamento democratico del popolo ellenico non stupiscono affatto. Molto più gravi sono invece quelle degli stati che pretenderebbero di guidare l’Unione Europea ma sanno solo badare ai loro interessi nazionali, e soprattutto quelle di superpotenze come USA, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, che in tali scosse sismiche nel Sud-Europa intravedono solo una minaccia (o viceversa un’opportunità) per il loro imperialismo, nutrito dai rispettivi complessi militari-industriali.

La sottoscrizione di trattati iniqui e vessatori da parte di chi pretende di rappresentarci e di parlare in nostro nome è stata la pietra miliare di una strada che, come quelle consolari romane, conducevano solo dalla periferia al centro del potere. Ora il referendum greco ha segnato una tappa fondamentale di una nuova strada, che serve comunque per connettere persone e cose e per mantenere aperti i canali di comunicazione, ma apre nuove prospettive per uscire da un circolo vizioso, che alimenta la dipendenza anziché la cooperazione.

  1. L’anomia greca / Η ελληνική ανομία

Ovviamente il NO al ‘greferendum’ non risolve affatto tutti i problemi, a cominciare da quelli economici che stanno strangolando quel Paese, ma non bisogna dimenticare le ripercussioni squisitamente politiche di quel voto referendario. Chi ha straparlato di caos, evocando scenari allarmanti, voleva solo esorcizzare un’alternativa ben precisa che si sta profilando non solo per i Greci, ma anche per gli Italiani, gli Spagnoli, i Portoghesi e tutti quegli altri stati che l’amara ricetta dei soloni dell’UE ha sottoposto ad un’insostenibile austerità, senza garantire un vero sviluppo ed allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri.

images (2)In questi giorni politici e media hanno fatto a gara nello scomodare varie categorie culturali per sostenere le tesi del rigorismo teutonico. Si è passati da quella religiosa della contrapposizione weberiana tra ‘etica protestante’ e solidarietà cattolica a quella antropologica tra paesi nordici, alimentati a senso del dovere e spirito collettivo, e quelli meridionali, nutriti per secoli dall’edonismo e dall’ individualismo, quasi evocando la classica antinomìa nietzschiana tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco [3]. Mancava solo la citazione dell’ironica dicotomia tra quelli che tendono all’amore e quelli che seguono la libertà, teorizzata dal napoletano professor Bellavista di Luciano De Crescenzo [4] ed avremmo completato la serie delle razionalizzazioni di meschine scelte politiche con profonde argomentazioni culturali.

La verità è molto più semplice: l’unione europea che è stata realizzata – e di cui noi Italiani ci troviamo a far parte – non ha niente a che vedere col sogno europeista dei padri fondatori e con quanto auspicavano nel 1941 Spinelli e Rossi nel loro Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita [5]. Non possiamo fare a meno di constatare, infatti, che ciò che abbiamo sotto gli occhi è ben altro. Basta leggere i giornali e seguire le dichiarazioni dei leader europei per accorgersi che non è affatto vero che “…la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.[6]

Ciò che ha provocato l’eruzione della ‘lava incandescente delle passioni popolari’ non è stata infatti la volontà di dar effettivamente vita ad un ‘solido stato internazionale’, ma piuttosto il particolarismo nazionale di chi ha usato l’unità europea per consolidare la propria egemonia economico-politica a danno degli stati più periferici, senza peraltro liberarla né dalla dipendenza militare nei confronti degli USA, né da quella verso le potenti multinazionali che controllano saldamente la globalizzazione dell’economia capitalista.

Ecco perché – mutuando un’altra famosa frase [7] – ribadisco che non possiamo non dirci Greci, e non perché condividiamo acriticamente il percorso politico che Syriza ha finora realizzato né perché ce l’abbiamo visceralmente con i Tedeschi e con la loro cancelliera di ferro. Oggi più che mai ci sentiamo solidali coi Greci perché la loro vicenda ci ricorda la nostra comune storia di sud-europei, chiamati continuamente a dimostrare di essere interlocutori affidabili e seri e non stravaganti pulcinella scansafatiche e mangiatori a sbafo.

Ci sentiamo anche noi Greci perché da 2600 anni l’esopiana favola della cicala e della formica ci ricorda che non c’è da aspettarsi alcuna solidarietà da chi pensa solo ad accumulare capitali e non li vuole condividere con nessuno. Ci sentiamo Greci perché non è possibile che chi ha inventato la  democrazia ed ha ispirato lo stesso nome dell’Europa debba essere trattato come un ragazzino discolo, che non ha fatto i compiti a casa per andarsi a divertire nel paese dei balocchi.

L’ultimo decennio ha visto la popolazione greca sempre più compressa tra l’incudine del malgoverno ed il martello delle arroganti imposizioni dell’UE, con l’evidente risultato d’un mancato sviluppo economico e sociale. Dopo il 2009 la Repubblica Ellenica è stata sottoposta ad una massiccia cura liberista, che pur senza alleggerire molto l’impianto statalista, le ingiustizie e le storture costituzionali di quel Paese, ha finito invece col comprimere i ceti medi, alimentando disoccupazione e precarietà economica.

Stando così le cose, francamente non si capisce da quale paese del balocchi sarebbe stato irretito Pinocchio/Grecia, distogliendolo dai suoi doveri scolastici, mentre invece si capisce benissimo come le imposizioni della leadership europea abbiano alimentato sia pericolose reazioni d’impronta nazionalista, sia tentazioni populiste e radicalismi di sinistra.

  1. La scelta alternativa / Η εναλλακτική επιλογή

E’ peraltro vero che non bastano i proclami e le buone intenzioni per uscire dal tunnel di una crisi così grave ed è innegabile che lo stesso governo Tsipras abbia dovuto adattarsi a discutibili compromessi politici, ad esempio quello paradossale con un partito nazionalista e militarista come ANEL [8], cui è stato affidato improvvidamente proprio il Dicastero della Difesa Nazionale [9] .

images (5)Mi sembra altrettanto innegabile che dei 40 punti che sintetizzano il programma politico di Syriza [10] davvero poco è stato attuato, pur tenendo conto che il tempo trascorso dall’insediamento del governo Tsipras è relativamente breve e che molti problemi affondano le loro radici in una Costituzione (Sýntagma) scritta nel 1975 ed assai poco democratica. Sta di fatto che il ricatto della c.d.Troika ha pesato molto sulle scelte politiche, paralizzando di fatto quella potenziale alternativa alle pseudo-riforme che i potenti volevano imporre alla Grecia.

Vorrei ricordare almeno alcune di quelle scelte qualificanti, comprese nei citati 40 punti del Programma elettorale, che avrebbero dovuto segnare una vera svolta autenticamente socialista ed eco-pacifista, come auspicavo già nel 2012 in un mio articolo.[11]

  1. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
  2. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
  3. Tagliare drasticamente la spesa militare.
  4. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
  5. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
  6. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
  7. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
  8. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
  9. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
  10. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato. 

4 – Pace, ecologia ed autonomia energetica / Ειρήνη, οικολογία και ενεργειακή αυτονομία

imagesPurtroppo, però, nessuno di questi punti ha trovato attuazione e ciò è vero soprattutto in ambito militare. E’ triste per un pacifista come me dover constare che: “la Grecia è un paese fortemente militarizzato e investe una quantità enorme del suo bilancio per la difesa in proporzione alla sua popolazione e al suo peso geopolitico” [12]. Con un incredibile rapporto di 1 soldato ogni 100 abitanti; con un bilancio della difesa che si avvicina al 4% del PIL (inferiore solo a quello degli USA…) e col poco invidiabile primato di quinto più grande importatore di armi al mondo, la Grecia, con meno di 10 milioni di abitanti (un quarto dei quali disoccupati) – nonostante la recente riduzione della spesa militare – resta comunque uno dei paesi più militarizzati al mondo, dove l’obiezione di coscienza è ancora reato ed in cui ogni ipotesi di nuovi tagli al bilancio della difesa è stata sdegnosamente e recisamente respinta.[13]

Un discorso simile, da ecologista, mi sento di fare anche in riferimento alle auspicate riforme in materia energetica ed in ambito più largamente ambientale. Se la Grecia (paradossalmente insieme alla Germania…) è stata sanzionata a causa dell’infrazione alla Direttiva europea 2014 sull’efficienza energetica, non c’è davvero da stare allegri.[14]

“Scommettere sulle energie rinnovabili” è rimasto quindi uno dei punti inattuati del programma elettorale di Syriza, considerato che il ministro dell’ambiente ellenico Lafazanis – anziché adoperarsi per dare al suo Paese un futuro ‘solare’, sembra molto più interessato a sostenere la realizzazione di una condotta per il gas naturale che raggiungerà il confine con la Turchia, portando in Grecia le forniture della Russia: il progetto di un Flusso greco (Greek Stream)…” [15]

Nessuno sa ancora come andranno le cose dopo lo storico pronunciamento del popolo greco, però sappiamo benissimo come reagiranno i vertici della sedicente Unione Europea, abituati per troppo tempo a sentirsi dire sempre di sì. Quel che è certo è che non dobbiamo assolutamente lasciare da sola la Grecia, poiché molto dipende da come gli altri paesi dell’area sud dell’Europa sapranno dimostrarsi coesi e davvero intenzionati a voltare pagina.

Noi Italiani per primi dovremmo superare le ambiguità politichesi della linea portata avanti dal nostro Presidente del Consiglio e, prima di lui, da tutti i precedenti governi, preoccupati solo di ribadire il nostro ruolo subalterno e di spacciare come riforme provvedimenti iniqui da cui non può scaturire né la pretesa crescita né, tanto meno, un autentico sviluppo.

Ecco perché, ora più che mai, dobbiamo sostenere la Grecia nella sua scommessa di autonomia dalle regole ferree della Troika. Dovremmo soprattutto appoggiarla nella sua ricerca di un’alternativa a quel paradigma economico che discende da un pensiero unico che la globalizzazione ha reso sempre più forte.

Non possiamo non sentirci anche noi Greci anche perché non dobbiamo mai dimenticare che verso quell’antico e nobile Paese del Mediterraneo noi siamo sì creditori, ma anche e soprattutto debitori di una tradizione filosofica, artistica, scientifica, politica e più latamente culturale che è entrata nel nostro DNA e che contraddistingue la nostra civiltà. [16]

NOTE ——————————————————————————————

[1] Si tratta di una frase più volte citata, tratta dal famoso discorso di W. Churchill alla Camera dei Comuni del 13 maggio 1940 (cfr. http://www.winstonchurchill.org/resources/speeches/1940-the-finest-hour/blood-toil-tears-and-sweat)

[2]  Il motto di Syriza  per le elezioni politiche del 2012 era “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza” e ricordo anche le prime dichiarazioni dopo il voto greco di gennaio 2015 (http://ilmanifesto.info/tsipras-ha-vinto-la-speranza/  )

[3] Friedrich Nietzsche (1872), La nascita della tragedia dallo spirito della musica – cfr. ( http://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-della-tragedia-la_(Dizionario_di_filosofia )

[4] Luciano De Crescenzo (1980)  Così parlò Bellavista – Napoli, amore e libertà, I edizione collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore

[5] Cfr. il testo completo in: http://www.italialibri.net/contributi/0407-1.html

[6] Cit. in: https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_di_Ventotene

[7] Cfr. Benedetto Croce (1942),  Perché non possiamo non dirci cristiani, in La mia filosofia http://www.storiadellafilosofia.net/moderna/benedetto-croce/perch%C3%A9-non-possiamo-non-dirci-cristiani/

[8] Vedi su: https://en.wikipedia.org/wiki/Independent_Greeks

[9] http://www.mod.mil.gr/mod/en/ – Consulta anche:  http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf

[10] http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza – Vedi anche: http://www.syriza.gr/page/thematikes-enothtes.html

[11] Ermete Ferraro (2012), La lezione di Syriza, https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/ 

[12] Carlos del Castillo, Il debito militare con Francia  Germania affoga la Grecia , http://www.communianet.org/rivolta-globale/il-debito-militare-con-francia-e-germania-affoga-la-grecia

[13] « I would like to thank the Prime Minister who ensured us that any suggestions made by our partners and creditors will not include reductions in the Armed Forces… Comunicato stampa del Ministero della Difesa Nazionale del 2.7.2015  http://www.mod.mil.gr/mod/en/content/show/36/A82792

[14] Fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/interno/energia-infrastrutture/efficienza-energetica-grecia-e-germania-insieme-sotto-accusa/

[15] Fonti: http://www.notizieinunclick.it/grecia-punta-a-diventare-snodo-energetico/  e http://it.ibtimes.com/la-grecia-potrebbe-diventare-lago-della-bilancia-energetica-delleuropa-1402307

[16] Ad esempio, solo in questo testo sono calcolabili un centinaio di vocaboli che abbiamo ereditato dal lessico ellenico.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

La colomba verde e il califfo nero

Resistenza a terrorismo ed integralismo islamista: una prospettiva nonviolenta ed ecopacifista   di Ermete Ferraro (*)

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1 – Guerra all’ISIS: la mistificazione degli interventisti

E’ molto difficile che in Italia si parli di nonviolenza e, specificamente, di difesa nonviolenta come forma di resistenza pacifica e non armata. E’ ancora più raro che si affronti apertamente questo argomento in un contesto che si riferisca all’escalation del terrorismo islamista ed ai preoccupanti focolai di guerra di cui abbiamo sentiamo parlare quasi ogni giorno, ma sempre secondo i consueti schemi mentali di una cultura che conosce poco e male l’alternativa nonviolenta e per la quale l’unica difesa possibile resta comunque quella militare.

Si accenna talvolta anche ad una terza via, quella classicamente definita ‘diplomatica’, che vede impegnate le cancellerie dei vari stati coinvolti in una trattativa che punta ad una mediazione accettabile tra le parti in conflitto,  così come non manca chi ipotizza piuttosto un uso maggiore dei cosiddetti servizi, cioè del controspionaggio, in funzione sia di collegamento ufficioso e supporto alla diplomazia, sia di vere e proprie azioni di ‘intelligence’.

Quel che è certo è che il bombardamento mediatico ci fa sentire sotto assedio, sempre più direttamente coinvolti in conflitti che, ormai da un po’, sembrerebbero sfuggire ad ogni tradizionale logica geo-politica, proprio perché al terrorismo islamista si è ormai sovrapposta una strategia bellica  vera e propria, e per di più a distanza ravvicinata dalle nostre coste.

Questo, ovviamente, offre sempre più frequenti occasioni di proclami bellicisti ad una destra che va caratterizzandosi in senso nazionalista e xenofobo, ma anche di una sedicente sinistra decisionista ed inguaribilmente filo atlantica.

Da parte sua, il movimento pacifista italiano, cronicamente indebolito dalla frammentazione dei gruppi e dall’incapacità di uscire dalla pura e semplice testimonianza, stenta a dare una risposta a questa tendenza all’utilizzo dei media per diffondere paura e luoghi comuni, facendo il gioco dei terroristi e disseminando la sensazione della quasi ineluttabilità d’un coinvolgimento del nostro Paese in azioni militari, in risposta alla minaccia islamista.

Certo, dopo che già ci siamo cascati in altre circostanze, e soprattutto dopo gli evidenti risultati negativi di quelle esperienze, perfino alla stampa ed alle emittenti radio-televisive riesce ormai difficile parlare di azioni di “peacekeeping”. L’ipocrisia della ‘neolingua’ dei politici non riesce più a nascondere, ad esempio, che un intervento armato in Libia – come quello ventilato recentemente – sarebbe fatalmente un’azione di guerra.

Il fatto che colpisce maggiormente è che questa demistificazione delle finte azioni di pace, in passato definite perfino ‘umanitarie’ – viene proprio da chi sa esattamente di che cosa si sta parlando, cioè dai militari. Non è un caso, infatti, che un ex-Capo di stato maggiore della Difesa, il gen. Mario Arpino, si sia associato ad alcuni suoi autorevoli omologhi statunitensi nel criticare  la sconcertante approssimazione dei politici nel trattare di questi problemi.

 «Sulla scottante questione libica prevale la tesi per cui è meglio evitare interventi militari esterni, altrimenti la situazione potrebbe diventare ingestibile. Eppure certi Paesi come la Francia mandano verso quei territori le loro portaerei dando l’impressione di volersi muovere.
“Sì, ecco, la Francia. Un’altra minaccia secondo me è proprio la Francia. Ogni volta che si muove fa disastri. […] Dietro la foglia di fico del voler proteggere qualcosa o qualcuno, probabilmente si cela sempre l’intento di fare i fatti propri. Ci hanno trascinato in un conflitto destabilizzando il padrone del momento, Mu’ammar Gheddaffi, dipinto come poco democratico, ma stiamo scoprendo quanto sia inutile cercare padroni democratici in Medio Oriente. Anzi, forse è impossibile trovarne. Il rischio è continuare a dare in pasto all’Isis e ai suoi simili argomenti e motivi per crescere e prosperare, di fornire ciccia al cane”.

Si parla in compenso di soluzione politica, cosa può significare in concreto?

[…] Soluzione politica significa qualunque cosa che non sia guerra. Bisogna allora stabilire se ci sono le condizioni per far colloquiare almeno i principali responsabili. Ed è ciò che sta facendo, tutto sommato, l’Onu in particolare con l’inviato speciale Bernardino Leon per la creazione di un governo di unità nazionale.» [i]

D’altra parte, se solo non ci si fa prendere la mano dalla propaganda interventista e si ritorna col pensiero ai miserandi risultati delle precedenti ‘spedizioni’ militari italiane, non si può fare a meno di constatare  che, anche prescindendo dal tragico bilancio dei morti, dei feriti e dei danni provocati da quelle azioni armate, non si può assolutamente affermare che esse siano servite ad arginare il pericolo islamista o a ridimensionarne l’impatto sull’Europa.

Spiega Loretta Napoleoni, economista ed esperta di terrorismo internazionale:

«L’Occidente dovrebbe smetterla di agire d’impulso e usare di più la diplomazia. Abbiamo fatto la guerra in Iraq nel 2003 e oggi ci ritroviamo i jihadisti dieci volte più forti. L’unica strada è quella indicata dal Papa: dialogo e azione sotto traccia per capire gli obiettivi dello stato islamico […] »Abbiamo  già visto che la guerra ha prodotto destabilizzazione sia in Iraq che in Libia a meno che non sia un intervento militare di lunghissimo periodo e questo significa tornare a una forma di neo colonizzazione  e questo è impossibile dal punto di vista politico e inaccettabile dalla popolazione occidentale. L’unica strada è quella prospettata da papa Francesco qualche mese fa: dialogo e diplomazia». [ii]

Il guaio è che dire la verità, mostrare quanto è nudo il re della guerra, è considerata una possibilità da scartare, sia per non disturbare i balbettii spesso contraddittori dei politici, sia perché si teme di passare per disfattisti, per filo-islamici o semplicemente per inguaribili ingenui.

Eppure, come dichiara in un’intervista un ex generale della NATO come Fabio Mini, è innegabile che un coinvolgimento diretto dell’Italia in uno scenario come quello libico (di per sé evocante  gli spettri del colonialismo) ci costerebbe davvero molto caro, cioè circa 50 morti alla settimana…

« È una guerra e non una missione di pace» precisa ancora Mini. Una guerra per cui servirebbero «come minino 50 mila uomini per controllare il territorio, fermare le auto, sorvegliare gli spostamenti, schedare le persone». «Gli interventi aerei servono a garantire le basi» è la strategia, «e non a colpire in maniera indiscriminata, seguendo quanto sta facendo l’Egitto, perché in quel caso, in territori dove non tutti ci sono ostili hai solo la certezza di farti odiare da tutti. Perché se a uno che non ti sta combattendo uccidi un famigliare, anche per sbaglio, quello dal giorno dopo sarà un tuo nemico».[iii]

Una guerra, dunque, e per di più sanguinosa, destinata a farci odiare da tutti e senza speranza di risolvere nulla. Ma allora perché non tentare strade diverse, alternative alle solite carneficine spacciate per operazioni di ‘polizia internazionale’ o, peggio ancora, per ‘missioni di pace’?

2 – Fallimento delle soluzioni armate contro terrorismo e integralismo 

Il gioco è sempre lo stesso, mistificatorio come la soluzione bellica che propugna. Basta  colpevolizzare chi è contro  gli interventi militari sbandierando il solito argomento della sicurezza nazionale minacciata. Eppure basterebbe replicare che, finora, l’unico risultato delle prodezze  belliche francesi, inglesi e statunitensi è stato l’innegabile rafforzamento dei movimenti islamisti e la loro conversione dalla strategia terrorista ad una aperta sfida armata ad un generico Occidente.

La nostra martellante propaganda anti-jihadista, da parte sua, paradossalmente è riuscita a partorire un estremismo islamico ancor più feroce e combattivo, evocando un assurdo clima da crociate, di cui hanno fatto le spese in particolar modo le minoranze cristiane dei paesi arabi.

La radicalizzazione del conflitto, però, non è stata un indesiderabile ‘effetto collaterale’ della escalation militare degli ultimi anni. E’ stata piuttosto la logica conclusione di una serie di scelte sbagliate, affrettate e miopi da parte di un sistema che, dipendente com’è dal complesso militare-industriale, alimenta nuove guerre, utilizzando anche l’arma della guerra psicologica. Alle cosiddette “psy-ops” ho già dedicato in passato un approfondimento, soffermandomi appunto sulle “armi di disinformazione di massa” cui corpi speciali delle forze armate addestrano i loro agenti, nell’intento di manipolare le menti e di ‘adattare’ la realtà alle affermazioni su di essa.

«Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.» [iv]

Non è un caso che alla violenza della guerra si associ regolarmente quella della propaganda e della manipolazione delle menti. E’ l’esatto contrario della nonviolenza, la cui caratteristica è di essere invece “la forza della verità” (il significato del gandhiano “Satyagraha”), perché  – al contrario della pace che è sempre aperta e costruttiva – la guerra si nutre di odio, diffidenza e paura.

Recentemente sono apparsi alcuni articoli, prevalentemente sui media anglosassoni, riguardanti la possibilità e fattività di una resistenza nonviolenta alla minaccia dell’integralismo islamico ed alle strategie guerrafondaie dell’ISIS. Tra le voci che si sono levate in tal senso c’è quella di Erin Niemela, direttrice della rivista Peace Voice (organo dell’Oregon Peace Institute), che si è fatta promotrice di “Strategie di controterrorismo nonviolente” nei confronti del cosiddetto “Stato Islamico”, proprio a partire dal palese fallimento di quelle militari.

«Adesso basta. Tutte le politiche d’intervento violento di controterrorismo sono completamente fallite. Stiamo seminando e raccogliendo una tragedia perpetua con questa macchina di violenza e le sole persone che ne beneficiano se ne stanno sedute su una montagna  di denaro, nell’industria del conflitto […] E’ tempo di un grande cambiamento nelle strategie di gestione dei conflitti. Possiamo finalmente iniziare ad ascoltare i tanti ricercatori e gli studi con strategie scientificamente supportate per un antiterrorismo nonviolento?» [v]

Già, perché quello che la stragrande maggioranza delle persone non sa è che l’alternativa non è affatto fra l’intervento armato ed un vile e miope disimpegno. La vera alternativa è tra la risoluzione violenta e nonviolenta dei conflitti, utilizzando nel secondo caso un comportamento che è tutt’altro che passivo, in quanto si tratta di adottare una resistenza attiva e mirata. La via nonviolenta, infatti, non solo è eticamente preferibile, ma è anche molto più efficace, come hanno mostrato con chiarezza vari studi comparativi sulle soluzioni adottate ad un secolo di conflitti.

« Erica Chenoweth e Maria Stephen, nel loro innovativo studio del 2011, intitolato “Perchè la resistenza civile funziona” , hanno rilevato che “tra il 1900 ed il 2006, le campagne di resistenza nonviolenta hanno avuto quasi il doppio delle probabilità di raggiungere un successo pieno o parziale,rispetto alle loro controparti violente ” Inoltre, delle campagne di resistenza nonviolenta di successo hanno meno probabilità di degenerare in guerra civile e più possibilità di raggiungere obiettivi democratici.» [vi]

gandhiPer oltre un secolo – come si ricava dalla ricerca delle due studiose statunitensi – le campagne di resistenza civile si sono rivelate molto più efficaci di quelle militari, coinvolgendo l’attivismo dei cittadini e rendendoli protagonisti della difesa. Tutto questo, quindi, è già capitato in Polonia, in Birmania, in Iran, nelle Filippine e nella stessa Palestina. Si tratta di casi che si aggiungono a quelli, storici, di resistenza civile in Sud Africa, in Danimarca ed anche in Italia.

Insomma, non si propone né di incrociare le braccia ed attendere lo sviluppo degli eventi, adottando una discutibile neutralità fra le parti in conflitto, né di affermare un principio esclusivamente morale, senza tener conto della sua realizzabilità ed efficacia pratica. Ciò che andrebbe perseguito è piuttosto un modello di resistenza civile, non armata e popolare, che utilizzi strategie e tecniche ispirate alla nonviolenza attiva e sia capace di coinvolgere direttamente i soggetti in causa.  Questo, ovviamente, non esclude affatto interventi esterni – ad esempio quelli d’interposizione nonviolenta e perfino di tradizionale peacekeeping  da parte dell’ONU. Soprattutto, non costituisce assolutamente uno sgravio di responsabilità, scaricando l’onere della difesa esclusivamente sui diretti interessati.

E’ infatti evidente che le cause dei conflitti attuali vanno cercate negli equilibri strategici internazionali, in un sistema saldamente radicato sul complesso militare-industriale ed in una corsa all’appropriazione delle risorse naturali, in particolare energetiche, da parte di alcune superpotenze. Ecco perché interventi militari in zone calde – come la Siria o la Libia – risultano quanto meno sospetti, se sollecitati e condotti da soggetti interessati strategicamente ed economicamente a quei territori ma, soprattutto, essi sono comunque destinati a non sortire risultati reali e stabili di pacificazione, come sottolinea una studiosa italiana.

«Le operazioni militari, comportando la minaccia all’uso della violenza, spingono le parti in conflitto a interrompere la guerra solo per paura che l’intervento armato si concretizzi[…] Di conseguenza, la cessazione delle ostilità viene raggiunta tramite l’imposizione esterna di un accodo. Una soluzione di questo tipo è temporanea in quanto non affronta le problematiche che hanno provocato il conflitto. L’intero militare esterno viene poi vissuto dalle popolazioni in lotta come un’aggressione straniera da parte di altri paesi…» [vii]

Rifiutare la logica perversa della violenza, quindi, vuol dire aprire prospettive nuove ed avviare soluzioni costruttive e più stabili.

3 – ‘Give peace a chance!’: resistenza nonviolenta ed integralismo islamico

 Recentemente, sull’Huffington post è apparso un articolo di Eli S. McCarthy, docente di studi sulla pace all’Università di Georgetown, dal titolo: “ISIS: Nonviolent Resistance?” [viii] , in cui lo studioso statunitense, come la citata Irin Niemela, parte dalla constatazione che i metodi di contrasto che s’ispirano alla nonviolenza sono statisticamente più efficaci e durevoli delle azioni di guerra, comunque si pretenda di definirla.

« Abbiamo bisogno di fornire finanziamenti e formazione per gli attori della società civile locali nella vasta gamma di metodi di resistenza nonviolenta. Gli attori della società civile locali devono decidere quali tattiche sarebbero molto probabilmente efficaci, adattarle  alla loro cultura e mettere in luce la dignità umana.. . » [ix]

McCarthy passa poi a proporre otto punti fondamentali perché si possa credibilmente avviare una strategia di resistenza civile e non armata, che ha la sua concreta attuazione in operazioni di ‘Protezione Civile Disarmata’ e di ‘peacebuilding’, ossia di ricostruzione del terreno adatto alla ricostruzione ed alla ‘riconciliazione sociale’.

« a. Diminuire le risorse umane: ciò può comprendere gli sforzi fatti localmente per incoraggiare la gente a non unirsi all’ISIS e per offrire opportunità che si venga incontro, con altri mezzi, ai loro bisogni, come: il lavoro, l’istruzione, il rispetto per la religione, l’influenza politica, la cura dei traumi, l’avventura etc.. Questo potrebbe anche comprendere la creazione di linee di comunicazione con membri dell’ISIS a vari livelli, al fine di costruire relazioni tali da indurli ad una diminuzione del loro sostegno o ad una loro uscita dall’ISIS […]

b. Ridurre le persone con competenze e conoscenze-chiave : ciò comporterebbe uno sforzo più focalizzato sul creare linee di comunicazione con persone, all’interno dell’ISIS, che possiedano competenze-chiave […]

c. Ridurre la loro capacità di sanzioni: ciò potrebbe comprendere un coinvolgimento diretto a livello locale con la polizia  o i soldati nell’ ISIS,  per incoraggiarli continuamente a danneggiare meno,  come un modo per mantenere al meglio il loro ordine. […]Questo potrebbe includere anche la creazione di gruppi di controllo di quartiere come un’alternativa che ISIS può consentire e che avrebbe gradualmente ridurre i danni alle persone nella comunità, determinando così  più spazio di manovra alla società civile per organizzarsi.

d. Ridurre la loro autorità e legittimazione : ciò potrebbe comprendere un dibattito discreto e forse riunioni di piccolo gruppi, che sollevino questioni circa la loro autorità e legittimazione […]

e. Ridurre gli intoccabili:ciò potrebbe comprendere […] per esempio, l’uso dell’Islam, l’insostenibilità della rivoluzione e del controllo violento, ed il loro trattamento nei confronti delle donne e di altre minoranze. Questo può essere fatto sia a livello locale e internazionale. […]

f. Ridurre le risorse materiali: ciò sarebbe impegnativo, ma al momento opportuno e quando la gente del posto lo decide, potrebbe includere il ritardare strategicamente un pagamento o versare solo parte del pagamento di una certa imposta / tassa per l’oppressore.[…]

g. Istituzioni alternative: al momento giusto,ciò potrebbe comprendere la creazione di comitati locali – di strada, di quartiere o di città –come fu fatto in Sud Africa per l’Apartheid […]

h. Interruzioni diffuse: questo sarebbe stato difficile ma, al momento giusto e quando la gente del posto lo decide, potrebbe comprendere l’organizzazione di rallentamenti nel lavoro per cinque minuti /un’ora /mezza giornata,  o l’organizzazione di  rallentamenti nei viaggi, come nel caso dei  veicoli per le strade, ecc.»

Come si vede, buona parte delle strategie proposte rientrano nel tradizionale repertorio della resistenza nonviolenta, codificate negli scritti di M.K. Gandhi, ma soprattutto attuate nel corso della rivoluzione nonviolenta che portò alla liberazione dell’India dal dominio coloniale inglese. Si tratta di tecniche – basate prevalentemente sulla disobbedienza civile, la non-collaborazione, il boicottaggio, ma anche sulla capacità di dar vita ad organizzazioni parallele ed alternative – che il fondatore della nonviolenza in Italia, il filosofo Aldo Capitini, racchiuse nel suo fondamentale manuale apparso nel 1967 [x].

Come sottolinea opportunamente Antonino Drago in un suo libro dedicato alla storia ed alle tecniche della Nonviolenza, non si tratta di manifestare la propria obiezione di coscienza o di dare una testimonianza morale,  bensì di determinare attraverso quelle strategie effettivi risultati, ai fini della risoluzione del conflitto.

«Per tale scopo, alla nonviolenza si chiede di saper proporre azioni che siano: 1) comprensibili in termini universali, 2) comunicabili da una persona all’altra non con un lungo processo di adattamento, ma secondo un linguaggio compartecipato collettivamente e 3) efficaci sulla struttura sociale.» [xi]

Recentemente, il quotidiano cattolico francese “la Croix” ha pubblicato un articolo di Étienne Godinot (Presidente dell’Institut de Recherche sur la Résolution Non-violente des Conflits- IRNC), in cui egli si sofferma proprio sull’esigenza di passare ad un modello civile di difesa, anche quando si tratta di fronteggiare crisi internazionali come quella attuale.

« La difesa civile nonviolenta è una politica di difesa contro ogni tentativo di destabilizzazione, di controllo e d’occupazione della nostra società, coniugando, in maniera civile preparata ed organizzata, delle azioni nonviolente collettive di non-collaborazione e di confronto con l’avversario, in modo che egli sia messo nell’incapacità di raggiungere gli obiettivi della sua aggressione : l’influenza ideologica, la dominazione politica, lo sfruttamento economico.» [xii]

Tornando a McCarthy, egli chiude il suo contributo sull’ipotesi di resistenza nonviolenta all’ISIS  dichiarando che spetta alle comunità locali scegliere come e quando sperimentare dei metodi alternativi di lotta, per una trasformazione nonviolenta dei conflitti. L’appello è anche ad evitare che la propaganda mediatica ci porti a considerare gli appartenenti all’ISIS come esseri non umani, con cui non sarebbe quindi possibile altra risposta che quella armata. Alternative valide agli scontri armati ci sono, mentre abbiamo ormai ampia esperienza dell’inutilità e distruttività delle soluzioni militari.

4 – Una  prospettiva ecopacifista per l’azione nonviolenta
ulivo girasoleIn un opuscoletto dal titolo “L’ulivo e il girasole”  ho cercato di tracciare un percorso operativo per chi è già convinto che le battaglie per la pace sono strettamente correlate a quelle in difesa dell’ambiente violato, o comunque si sia reso conto che è difficile scindere fenomeni diversi, ma che hanno quasi sempre cause e moventi comuni.  Sto parlando di quella visione ecopacifista che in Italia, purtroppo, è ancora poco diffusa, e che invece potrebbe coniugare le istanze ecologiste con quelle di chi cerca un’alternativa alla guerra. Una delle cose che ho cercato di puntualizzare in quello scritto sono i suoi principi teorici, che così sintetizzavo:

«(i) L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. […]; (ii) L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neppure una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico e sociale […]; (iii) Il patrimonio ideale dell’ecopacifismo racchiude e coniuga varie idee-chiave che bisogna approfondire e trasformare in azione: pace positiva, giustizia sociale, democrazia dal basso, difesa della diversità culturale e linguistica, salvaguardia della biodiversità…» [xiii]

Ebbene, se si esamina la situazione attuale dello scenario in cui opera l’ISIS, è evidente che una strategia alternativa a quella degli interventi militari deve tener conto sia degli attuali equilibri geo-politici in quella regione, sia delle cause economiche di quegli infiniti conflitti e della parallela crescita del traffico di armi. Entrambi, infatti, sono stati sempre determinati dall’arrogante pretesa di  controllare le risorse energetiche ed hanno, d’altra parte, provocato enormi e persistenti danni all’ambiente naturale oltre che alla popolazione civile ed alla loro stessa possibilità di lavoro e di sopravvivenza.  Come ribadiva un documento della Rete della Conoscenza – pubblicato lo scorso agosto sul suo sito – è necessario interrompere il circolo vizioso per cui le armi alimentano i conflitti e questi ultimi richiedono l’uso di sempre nuovi armamenti.

« Le potenze occidentali hanno gravissime responsabilità nella determinazione dell’attuale situazione in Medio Oriente. La definizione di confini coloniali (quasi mai corrispondenti a identità collettive), la formazione di classi dirigenti locali strettamente legate nella loro ascesa ai partner occidentali, politiche interventiste spregiudicate a tutela dei propri interessi geo-politici ed energetici a geometria variabile hanno per decenni pesato come macigni sulla possibile affermazione di forme di auto-governo, sull’autodeterminazione delle popolazioni e sulla convivenza pacifica fra etnie e religioni diverse.» [xiv]

Ma i problemi non sono solo quelli storici di un conflitto che si trascina da decenni. Le continue azioni di guerra in Medio Oriente – si rileva in un articolo del 25 marzo scorso che cita organismi internazionali come la Croce Rossa –  stanno anche provocando catastrofi ambientali ed umanitarie,:

« Il consumo di acqua in una regione instabile, con l’aumento della popolazione era già a livelli insostenibili in molti zone colpite da basse precipitazioni record e dalla siccità, ma le guerre hanno spinto sistemi “vicino al punto di rottura”, ha detto l’agenzia assistenziale. Militanti in Siria, Iraq e Gaza hanno usato anche l’accesso all’acqua e alla corrente elettrica come “armi tattiche o come merce di scambio”, ha dichiarato in un rapporto il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa).[…] “Pesanti combattimenti e la pratica del bersaglio diretto hanno distrutto condutture dell’acqua e linee elettriche, privando di  questa risorsa vitale centinaia di milioni di persone, che sono a grande rischio di malattie legate all’acqua”, ha detto Robert Mardini, capo delle operazioni del CICR per il Nord Africa e il Medio Oriente[xv]

Ecco perché è praticamente impossibile scindere le considerazioni politiche da quelle ecologiche, visto che le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile.

“La crisi idrica globale sta provocando raccolti falliti, fame, guerra e terrorismo” – sintetizza il giornalista e ricercatore Nafeez Ahmed, che così prosegue: Il mondo sta già sperimentando la scarsità d’acqua, provocata dall’uso smodato,dalla scarsa gestione del territorio e dal cambiamento climatico […]  E’ una delle cause delle guerre e del terrorismo in Medio Oriente e oltre, e se non riusciamo a rispondere agli allarmi  (che ci sono state) prima di noi, ancor maggiori carenze di cibo e di energia affliggeranno presto  gran parte del globo, alimentando fame, insicurezza e conflitti» [xvi].

Occorre quindi una grande mobilitazione del movimento ecologista internazionale anche sulle problematiche connesse al dilagare dei conflitti armati nello scenario mediorientale, per denunciare sia la grande truffa di un falso modello di sviluppo, radicato saldamente sulle fonti energetiche fossili, sia le devastanti conseguenze di una crisi ecologica globale, determinata dalla mancata risposta ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, occorre combattere la logica militarista e bellicista che sta provocando catastrofi umanitarie ma anche enormi e persistenti danni a territori già martoriati e compromessi. C’è bisogno allora d’un rinnovato impulso ad azioni comuni delle organizzazioni ambientaliste ed antimilitariste/pacifiste, perché il vero nemico da battere è la guerra, con le sue logiche distorte e le sue terribili conseguenze .

Non è certo un caso che tra gli obiettivi strategici del movimento verde internazionale c’è un ben preciso collegamento tra queste due dimensioni e che la ‘nonviolenza’ sia uno dei quattro ‘pilastri’ su cui si basano i Verdi [xvii]  che, anche a livello europeo, ribadiscono il principio del “lavorare per la pace” nel loro manifesto. [xviii]

Non dobbiamo neppure dimenticare che il complesso militare-industriale non solo è dietro i conflitti che stanno infiammando un mondo sempre più globalizzato e lottizzato – e quindi dietro le guerre, più o meno dichiarate, che stanno divampando nei vari scenari – ma è anche fonte di una diffusa militarizzazione e nuclearizzazione del territorio e dei mari, ingenerando gravi danni all’ambiente naturale, serie minacce alla biodiversità e rischi per la salute delle comunità locali.

Maxi-installazioni di potentissimi radar (come nel caso del MUOS in Sicilia); incontrollabili poligoni per esercitazioni armate in cui si usano anche proiettili con uranio impoverito, come in quello sardo di Salto di Quirra; pericolosissimi sottomarini e portaerei a propulsione nucleare che solcano indisturbate i nostri mari ed attraccano nei nostri porti; ampi terreni sottratti alle attività agricole e produttive. Sono solo alcuni dei problemi ambientali connessi non solo alle operazioni di guerra, ma anche alla crescente  militarizzazione del territorio italiano, il cui monitoraggio e controllo viene arbitrariamente sottratto alle autorità civili e sottoposto a secretazione.

A tal proposito, due ricercatrici dell’Università di Berkeley (California) hanno curato un’utilissima bibliografia delle fonti documentarie concernenti, appunto, “Guerra, Militarizzazione ed Ambiente”, nella quale si prendono in esame le varie forme d’impatto ecologico dei conflitti armati e dell’occupazione militare.  In tale documento si afferma chiaramente :

« Una vittima  degna di nota – spesso nascosta – della militarizzazione e della guerra è l’ambiente naturale. Quando ecologisti e geologi tornano a paesaggi sfregiati dai conflitti, tragedie ambientali a lungo termine iniziano ad accompagnare le tragedie umane immediate della guerra. Molto spesso le guerre sono state combattute nel contesto di un preesistente degrado ambientale o do un’intensiva estrazione di risorse naturali, portando alcuni ricercatori a indagare sulle complesse cause ambientali della guerra.» [xix]

Come nel caso delle problematiche inerenti la pace, si avverte un’estrema necessità che vengano coniugate le tre dimensioni della ricerca, dell’educazione e dell’azione anche nei confronti dei problemi ecologici derivanti dalla guerra e dal militarismo. In Italia un movimento eco pacifista deve ancora svilupparsi, ma basterebbe cominciare dal coordinamento operativo delle organizzazioni ambientaliste e pacifiste preesistenti, facendo controinformazione e stimolando la nascita o la crescita di comitati di cittadini attivi. Dare una possibilità alla pace è anche questo. [xx]

Note: —————————————————————————————————

[i]  Ignazio Dessi, Libia, il generale Arpino: Un’altra minaccia è la Francia, a volte fa disastri. Sullo sfondo c’è il petroliohttp://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/15/02/libia-isis-generale-arpino-intervista.html

[ii]  Antonio Sanfrancesco, Napoleoni: “L’ISIS fa paura ma la guerra non serve”   > http://www.famigliacristiana.it/articolo/isis-in-libia-napoleoni-lisis-fa-paura-ma-la-guerra-non-serve.aspx

[iii]  Luca Sappino, Libia, guerra costerebbe 50 morti a settimana > http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/17/news/guerra-in-libia-ci-costera-50-morti-a-settimana-1.199978

[iv] Ermete Ferraro, Spy-Ops: quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[v]  Erin Niemela, Before the next ISIS, We Need Nonviolent Counterterrorism Strategies > http://www.peacevoice.info/2014/07/06/before-the-next-isis-we-need-nonviolent-counterterrorism-strategies/  (trad mia)

[vi]  Ibidem – La ricerca cui si fa riferimento, il cui testo è stato pubblicato solo in inglese, è: Erica Chenoweth and Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works – The Strategic logc of nonviolente Conflict, New York, Columbia University Press, 2012 > http://cup.columbia.edu/book/why-civil-resistance-works/9780231156820

[vii]  Giulia Zurlini Panza (a cura di), Dalla guerra alla riconciliazione, Pisa, Centro Gandhi ed., 2013, pp.44-45

[viii]  Eli McCarthy, ISIS: Nonviolent Resistance?  > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistanc_b_6804808.html  (trad. mia)

[ix]  Ibidem

[x] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, ed. dell’Asino, 2009 ; il testo è difficilmente reperibile, se non nelle biblioteche. Una sintesi è pubblicata sul sito: http://www.panarchy.org/capitini/nonviolenza.html

[xi]  Antonino Drago, Storia e tecniche della nonviolenza, Napoli 2006, p.23. Vedi anche:Idem, Difesa popolare nonviolenta – Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, Torino, E.G.A, 2006

[xii]  Étienne Godinot, De la résistance civile à la défense civile, in : la Croix, 12.03.2015 > http://www.la-croix.com/Articles-du-Forum/De-la-resistance-civile-a-la-defense-civile-2015-03-12-1290300

[xiii]  Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, Napoli, VAS,  2014 (il manuale in formato e-book può essere scaricato su:  http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv]  “Iraq: altre armi non sono la risposta ai danni delle politiche occidentali” > http://www.retedellaconoscenza.it/2014/08/iraq-armi-non-sono-risposta-danni-delle-politiche-occidentali/

[xv]  Stephanie Nebehaye, War in the Middle East is pushing vital water plants ‘close to the breaking point’, Business Insider-UK > http://uk.businessinsider.com/war-in-the-middle-east-is-pushing-vital-water-plants-close-to-the-breaking-point-2015-3?r=US

[xvi]  Nafeez Ahmed, Global water crisis causing failed harvest, hunger, war and terrorism, in: The Ecologist, Mar-Apr. 2015 > http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2803979/global_water_crisis_causing_failed_harvests_hunger_war_and_terrorism.html

[xvii]  Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party

[xviii]  Cfr. http://europeangreens.eu/content/egp-manifesto  – “Working for Peace”,  p. 29

[xix]  Marisa N. Mitchell and Linda E. Coco (eds), War, Militarization and the Environment – Bibliography B o4-8, Berkeley, Institute of International Studies, University of California, June 2004 > http://globetrotter.berkeley.edu/bwep/greengovernance/papers/Bib/B08-MitchellCoco.pdf

[xx] Cfr., a tal proposito, anche un importante testo francese: Ben Cramer, Guerre et paix et écologie – Les risques de la militarisation durable, Gap, Edit. Yves Michel, 2014 > http://lavieenvert.ek.la/guerre-et-paix-l-ecologie-ben-cramer-a112820918

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(*) Ermete Ferraro, obiettore di coscienza nonviolento, ricercatore-educatore ed attivista per la pace, è referente per l’ecopacifismo dell’associazione nazionale di protezione ambientale VAS (APS “Verdi Ambiente e Società” onlus)

NONVIOLENZA O NONVOLENZA ?

  1. DCNGli esami non finiscono mai

Mi sembra normale che quando uno come me arriva a 62 anni  (di cui 42 trascorsi occupandosi di obiezione di coscienza, antimilitarismo, difesa popolare nonviolenta, ricerca sulla pace, educazione alla pace, ecopacifismo…) s’interroghi su cosa sia rimasto di quelle riflessioni, proposte e campagne e, soprattutto, su cosa abbiano effettivamente prodotto.

Questo doveroso bilancio, però, non mi porta a bilanci positivi né a considerazioni ottimistiche sulla capacità del movimento pacifista e nonviolento d’incidere sul tessuto sociale e sulla cultura del nostro Paese. Infatti, se confronto l’entusiasmo e la vivacità di pensiero ed azione che lo caratterizzavano negli anni ’70-’80 con la grigia realtà attuale – contrassegnata dal pensiero unico in campo economico ma anche in materia di difesa, e dalla preoccupante debolezza di un’organizzazione dei gruppi alternativi a tale piattezza ideologico-politica – non c’è davvero da stare allegri…

Lo so, fare confronti col passato è roba da vecchi, ma è anche vero che la nostalgia dei ‘laudatores temporis acti’ non mi appartiene. La verità è che anch’io, come tanti attivisti nonviolenti di una volta, ho cercato da molti anni di percorrere strade nuove, senza rinnegare nulla dell’originaria matrice antimilitarista, ma cercando di costruire un percorso coerente anche se nuovo. Nel mio caso si è trattato di coniugare la scelta dell’azione nonviolenta con quella dell’ecologismo e dell’impegno sociale, unendomi ad un movimento più ampio per l’alternativa in un’ottica ecopacifista. Non so se sono riuscito a realizzare qualcosa di buono in questa direzione, però credo aver conservato alcune convinzioni fondamentali sulle possibili alternative all’attuale modello di difesa.

Come obiettore di coscienza – uno dei primi a Napoli e nel meridione – ho sempre pensato che un modello profondamente diverso di difesa non dovesse restare un’utopia da anime belle, ma piuttosto partire da un servizio civile che, oltre ad essere utile alla collettività, servisse a diffondere la ‘coscienza dell’obiezione’ alla difesa armata. Un impegno civile generalizzato, insomma, che ponesse le basi per organizzare la difesa non armata, la cui natura fosse ‘civile’e ‘sociale’, ma soprattutto nonviolenta, nei fini e nei mezzi.

Il grande lavoro portato avanti da Antonino Drago ed altri – sul piano teorico della ricerca e formazione dei giovani ma anche della costruzione di basi legislative e politiche perché l’Italia diventasse uno dei primi Stati a dotarsi di un sistema difensivo quanto meno aperto alla prospettiva del transarmo – è stato purtroppo vanificato dalla manovra governativa che ha privato questo promettente movimento della sua stessa base. L’istituzione del servizio militare professionale (con la legge n. 331/2000 ed D.Lgs. n. 251/2001 che la rende operativa) e la “sospensione” a tempo indeterminato del servizio obbligatorio di leva (mediante la successiva legge n. 226/2004) hanno posto una pietra tombale non certo sulle forze armate, bensì sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sul servizio civile che ne costituiva la visibile e crescente alternativa.

Il XXI secolo ha aperto così la strada alla pratica dell’esercito professionale, con ciò non premiando affatto le battaglie antimilitariste e pacifiste ma, al contrario, demolendo quanto era stato fino ad allora costruito in direzione di una difesa della Patria con strumenti di pace anziché di guerra.  Ovviamente ne ha risentito tutto il Movimento, che da allora si è sfrangiato, perdendo il contatto col territorio, rappresentato dagli obiettori, e cominciando a dissolversi nelle acque stagnanti di una generica cultura della pace , sospesa tra tentazioni accademiche, mediazioni politiche e malinconica testimonianza di un’alternativa mancata. Ma ora sembrerebbe esserci, finalmente, una novità…

  1. “Te piace ‘o presebbio?” 

Il rilancio di un modello alternativo di difesa, intorno al quale sembrerebbe essersi ricompattato il movimento per la pace, va salutato come una delle poche cose positive in un decennio profondamente negativo. Un periodo contrassegnato dal pericoloso moltiplicarsi ed intrecciarsi degli scenari di guerra, dall’arroganza invadente della militarizzazione del territorio e del mare e dalla perdita progressiva della consapevolezza che esiste una credibile possibilità di scindere il concetto di ‘difesa’ da quello di ‘forze armate’. Pensiero unico, pragmatismo anti-ideologico e crescente globalizzazione del complesso militare-industriale hanno da tempo spazzato via ogni opposizione e contestazione a questo sistema di morte, che ormai non si ha ritegno a chiamare col suo vero nome: “guerra globale”.

Ecco perché rilanciare un progetto di difesa popolare nonviolenta, mobilitando l’opinione pubblica a sostegno della campagna nazionale Un’altra difesa è possibile, era sembrata un’occasione unica per contrastare questa generalizzata tendenza al disimpegno – ideologico e pratico –  in materia di difesa. Sostenere una proposta di legge popolare, inoltre, è parso forse anche il modo migliore per ricompattare il frammentato arcipelago pacifista, recuperando un tema forte del programma costruttivo nonviolento, che non può certo limitarsi all’opposizione a questa o quella missione militare o intervento armato.

Il fatto è che questo disegno di legge, che pur dovrebbe motivare e mobilitare gruppi locali ed organizzazioni nazionali, mi sembra nato in modo poco condiviso, senza un reale confronto e con una certa fretta di concludere, peraltro poco giustificata a fronte dell’assordante silenzio che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni in materia di proposte alternative alla difesa militare.

Sarà la mia atavica tendenza ad obiettare a rendermi ipercritico e mi dispiace che questa mia considerazione possa apparire ingenerosa verso chi si è sforzato di riallacciare le file del movimento pacifista, offrendogli una bandiera comune dietro cui marciare più compatto. Il fatto è che non ho perso il vizio di andare oltre l’apparenza, non certo per spirito di polemica ma perché sono abituato a riflettere criticamente su ciò che mi viene proposto, prima di farlo mio per poi propagandarlo agli altri.

Ecco perché, con tutta la buona volontà, non riesco ad appassionarmi a questa proposta di legge sulla “difesa civile, non armata e nonviolenta”, lanciata il 25 aprile a Verona e presentata il 21 settembre a Firenze, ma il cui articolato sono riuscito a leggere solo ad ottobre. Pur considerando le difficoltà per un movimento ancora fragile di farla circolare sul territorio nazionale, lasciatemi dire che per una legge che ambisce ad essere popolare e che dovrebbe raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione non è stato il migliore esordio…  Ora però che tutto è pronto ci si chiede un’adesione fattiva, collaborando uniti e compatti alla diffusione di questa proposta legislativa, data per scontata come la migliore possibile, o quanto meno come la più realistica.

In questi giorni – sarà per l’approssimarsi delle festività o per il trentennale della morte di Eduardo De Filippo – mi torna in mente la sua più nota commedia, “Natale in casa Cupiello”, ed in particolare il celeberrimo scambio di battute tra padre e figlio a proposito del presepe di sughero e cartapesta che Luca Cupiello è tutto intento a costruire, mentre intorno a lui la famiglia sta andando a pezzi. Alla ricorrente, pressante ed accattivante domanda del padre “Te piace ‘o presebbio?”, nonostante minacce e lusinghe la risposta di Tommasino resta inesorabilmente la stessa: “Non mi piace!”.

Ebbene, non penso che la replica antipatica e dispettosa di un ragazzo pigro e viziato possa adattarsi a me, che non sono né giovane né fannullone. Sta di fatto che, di fronte all’esibizione di questo presebbio legislativo, tirato su in fretta e frutto di troppe mediazioni, mi viene spontaneo rispondere “Non mi piace”.  Certo, non lo faccio col tono irritante e provocatorio di Nennillo, ma solo – e con rammarico – perché non condivido buona parte dell’impianto di quella proposta di legge. Attenzione: non si tratta di contrapporre la visione rigorista di un purismo nonviolento ad un’impostazione più flessibile tipica della Realpolitik. La mia ‘obiezione’ a quel disegno di legge nasce invece da considerazioni estremamente realistiche, anche se è impossibile non intravedere in esso una visione minimalista e generalista del pacifismo che non ho mai condiviso.

  1. Questi fantasmi…

Al di là dell’ovvia difficoltà di mettere insieme opinioni e valutazioni diverse, cercando l’accordo attraverso quella mediazione che è di per sé una tecnica nonviolenta, ciò che non mi convince è l’impostazione di fondo della proposta, poco alternativa e molto ‘di facciata’. In altre parole, invece di proporre una strada praticabile per cominciare a realizzare la Nonviolenza come risposta ai conflitti armati ed al militarismo, mi sembra che sia prevalsa una tendenza alla “nonvolenza”. Con questo neologismo mi riferisco ad un’impostazione sostanzialmente rinunciataria, che preferisce accontentarsi di un surrogato a buon mercato anziché puntare alla sostanza della questione, che è il progressivo superamento della tradizionale difesa armata, attraverso la costituzione di una componente civile, popolare e nonviolenta di quella stessa difesa.

Aggirare gli ostacoli, si sa, è una delle caratteristiche della politica che gli inglesi chiamano ‘politics’, giustamente distinguendola dalla ‘Policy’ con la maiuscola, dove idee e convinzioni hanno la meglio.  Ciò premesso, senza essere rigoristi o addirittura sofisti, bisogna però dire che c’è un limite oggettivo alla pur necessaria richiesta di consensi ed è il rispetto del vecchio principio ippocrateo: “Primum non nocere”.  In altre parole, pur riconoscendo l’esigenza di mediare politicamente per portare a casa almeno un risultato parziale, non credo sia opportuno perseguire un obiettivo che, in prospettiva, si possa rivelare non solo poco utile, ma addirittura dannoso rispetto al fine che ci si propone.

Non vorrei apparire retorico né polemico e, proprio per non limitarmi al secco “non mi piace” di cui sopra, sintetizzo di seguito le mie obiezioni al testo sotto il quale ci si chiede di raccogliere le firme di consenso da parte di cittadini troppo spesso del tutto indifferenti alle questioni della difesa, o quanto meno poco preparati a cogliere differenti impostazioni su ciò che possa definirsi come una difesa ‘altra’.

  1. A mio parere, il primo – e principale – errore consiste nel voler far dipendere questa “difesa civile, non armata e nonviolenta” dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, istituendo tale Dipartimento come una delle dépendences di Palazzo Chigi. E’ uno sbaglio già fatto in passato col ‘Dipartimento della Protezione Civile’ e con quello ‘della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale’, conferendo di fatto al Premier la responsabilità diretta in settori chiave di quella che dovrebbe costituire l’ossatura di una difesa alternativa, civile ma principalmente ‘popolare’ (attributo che, forse non a caso, è scomparso dalla denominazione).
  2. Il corollario di questa scelta, a mio avviso, è ancora più grave. In barba alle petizioni di principio dell’art. 1 della proposta di legge (che parla di “riconoscere a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare”), mi sembra che in tal modo la Difesa con la maiuscola resti palesemente confermata come quella di cui si occupa l’omonimo ministero, una materia quindi esclusivamente militare, con tanto di stellette e di greca…
  3. Il secondo tragico errore di cui la proposta si fa portatrice è l’affiancamento ai “Corpi Civili di Pace” (la cui definizione peraltro resta affidata ad una legge finanziaria omnibus, la n. 147/2013, in cui si parla anche di parcheggi, traghetti, efficienza energetica e di tutt’altro…) di un “Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo”. Quest’ultimo – ripreso al successivo comma quattro dello stesso art. 1 – verrebbe in tal modo a dipendere dal Dipartimento citato e dal finanziamento pubblico, dando vita un monstruum giuridico prima ancora che politico. Una cosa, infatti, è ipotizzare che la ricerca sulla pace ed i peace studies, seppur gestiti da istituzioni autonome, possano ricevere contributi pubblici, statali o regionali che siano; ben altro significa rendere la peace research in Italia un terreno di esclusiva competenza governativa, privandola così della necessaria indipendenza e libertà di pensiero e di azione.
  4. Uno dei più tragici errori che si siano fatti è stato quello di centralizzare e rendere governativa la Protezione Civile, che viceversa avrebbe dovuto diventare un organismo decentrato, popolare, diffuso ovunque, finalizzato in primo luogo alla prevenzione ed alla difesa civile. La stessa materia, del resto, è rimasta in parte attribuita a quello che, non a caso, si chiama “Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile”, ma che fa capo al Ministero dell’Interno. Va sottolineato, inoltre, che alle forse armate italiane – in primis all’esercito e specificamente all’Arma dei Carabinieri – sono state sempre più attribuite, impropriamente, funzioni di protezione e difesa civile e perfino di tutela ambientale, complicando ulteriormente il già intricato rapporto inter-istituzionale fra tali realtà diverse, ai fini di un loro indispensabile coordinamento operativo.
  5. Il Dipartimento che si occupa del ‘Servizio Civile Nazionale’ – nato nel 2001 sulle ceneri del servizio civile degli obiettori di coscienza – è stato istituito in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, accentrando anche in questo caso competenze che sarebbero state più logicamente da attribuire alle Regioni ed agli Enti Locali, trattandosi di un’opportunità di svolgere un’attività volontaria di solidarietà sociale, ma anche di concreta formazione al lavoro ed alla cittadinanza attiva. In tal caso, però, l’accentramento ha sortito il risultato di una frammentazione e dispersione in mille rivoli dell’impegno dei giovani in servizio civile che, non essendo sorretto da alcun progetto effettivo, risulta quindi insignificante ed ininfluente. Ripetere tale esperienza con la ‘difesa civile e non armata’ sarebbe difficile, vista la maggiore specificità dell’ambito d’impiego dei giovani, ma resterebbe comunque confermata la scarsa coesione con il territorio e la visione verticistica e marginale di tale settore.
  6. L’istituzione del ‘Consiglio Nazionale della difesa civile, non armata e nonviolenta’ – previsto dall’art.1, comma 3, punto 3 della PdL – verrebbe quindi a creare un altro organismo pletorico e di difficile gestione, dovendo coordinare l’azione di organismi dipendenti dalla Presidenza del Consiglio e altri due Ministeri (Interno e Difesa), per non parlare di quello degli Esteri, che sarebbe comunque tirato in ballo dalla pasticciata commistione fra ‘Corpi Civili di Pace’ e missioni di volontari civili cooperanti anche all’estero, “nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto” (art. 1, comma 2, punto 1).

MANI DI PACE

  1. Non ti pago
  1. A questo nuovo Dipartimento sono stati attribuiti compiti istituzionali che, come si usa dire, farebbero tremare le vene ai polsi a ben più robuste organizzazioni. Fra di essi, infatti, troviamo: la difesa della Costituzione; la creazione di piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta; attività di ricerca per la pace, sul disarmo, la riconversione civile delle industrie belliche; “la giusta e duratura risoluzione dei conflitti”; il contrasto del degrado sociale, culturale ed ambientale e perfino la difesa della “integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali” (cfr. art. 1, comma 4). A parte il fatto che si tratta di compiti vaghi e spesso esorbitanti nella competenza di altri dicasteri – ad esempio quello del lavoro e delle politiche sociali oppure dell’ambiente – che cosa  significa attribuire questa congerie di funzioni ad un organo governativo appena istituito e per il quale si prevede un finanziamento annuo di appena 100 milioni di euro? Siamo di fronte ad una scherzosa boutade oppure al pressappochismo politico cui siamo fin troppo abituati, fatto di retoriche dichiarazioni di principio cui non fa seguito alcun risultato concreto?
  2. L’art. 2 della PdL si occupa di come reperire questa cospicua somma da stanziare sul capitolo dell’istituenda difesa civile, per la quale viene appunto costituito un apposito ‘fondo’. I suddetti 100 milioni, per l’anno 2015, sarebbero ricavati decurtando le spese sostenute dal Ministero della Difesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Ebbene, è noto che il Bilancio di questo ministero per il 2014 ammonta a circa 23 miliardi di euro. Ciò premesso, il capitolo relativo alla DCNN rappresenterebbe circa lo 0,43% degli stanziamenti per la Difesa oppure, se ci si riferisse esclusivamente agli investimenti (pari a 3 miliardi e 220 milioni), i 100 sottratti costituirebbero un risparmio di poco più del 3%….
  3. Le altre due fonti di finanziamento del Dipartimento DCNN che sono state ipotizzate dalla proposta legislativa sono: (a) la facoltà di destinare a tale fine una quota del 6‰ dell’IRPEF, per cui il contribuente dovrebbe esercitare una ‘opzione fiscale’ in sede di dichiarazione dei redditi; (cf.art. 3, comma 1); (b) un corrispondente risparmio, derivante “dai meccanismi di revisione e razionalizzazione della spesa pubblica di cui alla missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’ del bilancio statale […] nonché dai risparmi derivanti dalla dismissione delle caserme e presidi di pertinenza del demanio militare”(art. 4, comma 1). Peccato che sulla c.d. ‘opzione fiscale’ in Parlamento giacciano – dal 1989 al 2006 – svariate mozioni e proposte di legge, nessuna delle quali è mai stata presa in considerazione, mentre nel febbraio del 1993 si è registrata perfino un’ordinanza in senso negativo della Corte Costituzionale. Per quanto riguarda poi la citata missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’, da quello che capisco riguarda i soli Carabinieri e prevede per i vari capitoli di spesa oltre 5 miliardi e mezzo di euro, 4 dei quali però sono già stati accantonati.
  1. Ditegli sempre di sì ? 

Concludo questa lunga – e per qualcuno forse spiacevole – analisi del testo di legge popolare oggetto della campagna lanciata dal movimento pacifista con una domanda e una considerazione personale. La domanda, sintetizzata nel titolo di questo paragrafo, è ancora una volta ispirata al teatro di Eduardo. Ma è proprio vero che di fronte ad un pur auspicabile progetto alternativo si debba sempre e comunque dire di sì? Io ritengo che una persona responsabile debba dare il proprio consenso solo se davvero convinta e, per quanto ho esposto finora, è chiaro che il testo della proposta sulla DCNN non mi ha convinto. Non lo nascondo: la circostanza che a sottoscrivere quella proposta siano le componenti più significative di quel movimento pacifista e nonviolento di cui mi sento ancora parte mi crea un certo disagio. Purtroppo ciò non è sufficiente a farmi accantonare le mie obiezioni, non per presunzione o testardaggine, ma solo perché penso sinceramente che una legge simile – ammesso che si riesca a raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione popolare e che il Parlamento non lasci languire nei suoi archivi e che addirittura venga approvata – rischierebbe di trasformarsi in una parodia all’italiana della difesa popolare nonviolenta cui la gran parte del movimento aspira da decenni.

Non si tratta di contrapporre un massimalismo ideologico al minimalismo di chi vuole comunque portare a casa un risultato concreto. Il fatto è che, a mio avviso, una DCNN ridotta ad un servizio marginale per entità ed insignificante per qualità, finirebbe paradossalmente col consolidare ulteriormente la Difesa tradizionale. Intanto si sarebbe graziosamente concesso un simbolico contentino a quei rompiscatole dei pacifisti, confinandoli nella riserva della loro sperimentazione da laboratorio di qualche esperienza di peacekeeping e di difesa civile, a patto di lasciare inalterato il 99% del modello militare di difesa.

Un governo così illuminato ed aperto ne uscirebbe consolidato, il Parlamento potrebbe vantarsi di aver varato una storica legge di riforma della difesa e un gruppetto di ricercatori e formatori per la pace avrebbe finalmente trovato un finanziamento per le proprie attività accademiche. Tutti contenti allora? Non direi proprio, visto che non si sarebbe posta neanche una pietruzza nell’ingranaggio del complesso militare-industriale, ma si sarebbe fatta un’operazione un po’ gattopardesca, lasciandolo perfettamente intatto.

Se poi lo scopo prevalente di questa campagna è, tutto sommato, quello di rilanciare il movimento pacifista e di diffondere la conoscenza dell’azione nonviolenta come risoluzione alternativa dei conflitti, perché mai dovremmo mobilitarci intorno a dei tavolini di raccolta delle firme piuttosto che farlo nelle scuole, nelle strade  o nelle fabbriche?

Spero che questa mia analisi non rispecchi solo il mio pensiero e che si possano percorrere strade diverse o, quanto meno, lanciare una campagna per una legge più qualificata sulla DPN. Del resto, parafrasamdo lo slogan della campagna, è vero anche che “Un’altra legge è possibile”…

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Io vulesse truva’ pace…

Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria

Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria

I0 VULESSE TRUVA’ PACE     di Ermete Ferraro

Io vulesse truvà pace;
ma ‘na pace senza muorte.
Senza guerre longhe o corte,
senza accise ‘a ccà e ‘a llà!

S’arapesse ‘na matina,
‘na matina ‘e primmavera
e purtasse ‘a pace vera,
cancellanno ‘e ‘nfamità.

Senza sentere c’’a ggente
vene oppressa e scamazzata;
senza ricche né pezziente
senza fàveze libbertà.

Senza ca se jetta ‘o sanghe
pe fa’ respettà ‘e derìtte;
senza sta’ cchiù mute e zitte
si ‘a giustizzia nun ce sta.

Senza sentere c’’a ggente
dice: “Accussì vva ‘o munno!
‘O quatro n’addeventa tunno!
C’âmmo sulo ‘a rassignà ! “

Senza scamazzà ‘a natura
p’’o prufitto ‘e quaccherùno,
senza abbelenà a nisciuno
pe’ cchiù assaje guadambià.

Senza vennere armamiente
pe ffa’ sorde ‘nzanguinate
ca ‘defesa’ e ‘fforze armate
song’’a scusa p’’ammazzà.

Pecché, ‘nzòmma, si vuo’ pace
nun puo’ sta’ senza fa’ niente,
ma pe cagnà ‘a capa â ggente
‘a viulenza nun varrà.

Io vulesse truvà pace,
ma ‘na pace senza muorte
senza mine dint’’e puorte
senz’aeree a bumbardà.

Io vulesse truvà pace,
ma ‘na pace nonviolenta
senza scennere cchiù a patte
c’’a cuscienzia e ‘a dignità.

CTR+ALT+CANC (Esercitare il controllo + Creare alternative +Cancellare la guerra)

CTR ALT CANCLo scorso 26 aprile si è svolta a Bruxelles una “giornata di preparazione ed azione” contro  la vendita di armi ed ‘lobbismo’ dei fabbricanti di armamenti sugli organi dell’Unione Europea. La campagna – denominata “CTR+ALT+EU” – è stata organizzata dall’organizzazione pacifista belga Agir pour la Paix per denunciare ad un’opinione pubblica, da sempre poco informata su questi temi, che : “ I fabbricanti di armi ed i loro lobbisti sono molto vicini alle istituzioni europee, in quanto le aiutano a definire le loro leggi, a vendere le loro armi ed a beneficiare delle sovvenzioni europee, sotto il ‘coperchio’ dell’aiuto allo sviluppo delle nuove tecnologie’…”.[1]

Lasciando stare l’iniziativa belga e tornando a noi, il silenzio dei media su questi temi risulta invece davvero assordante. Siamo appena usciti dalla tornata elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento Europeo ma, per caso, ricordate che qualcuno dei candidati italiani – di qualsiasi partito – si sia soffermato almeno un po’ su una questione così importante per la sicurezza e la pace dei cittadini della vecchia Europa? In questa campagna si è parlato poco, in generale, delle politiche dell’Unione, dal momento che l’unica preoccupazione sembrava essere quella di coltivare il proprio orticello e le proprie alleanze a livello interno, ma soprattutto si è evitato accuratamente di affrontare questioni scottanti come quella della difesa e degli equilibri internazionali.

Solo qualche forza politica, come la Lista Tsipras, ha accennato – nell’ultimo punto del suo programma – alla “abolizione degli accordi economici e militari”[2] . Il Partito Democratico si è premurato d’inserire nel suo programma elettorale l’affermazione che:  “L’Europa deve unire le proprie risorse in tema di difesa, sviluppo, commercio e diplomazia, per massimizzare gli effetti positivi della sua politica estera…”[3], mentre nel programma del Partito Socialista Europeo (cui il PD aderisce), non si trova neppure questo vago riferimento.[4]

Altrettanto ambigua – ma più prevedibilmente – è la posizione del Partito Popolare Europeo, nel cui Manifesto è stata inserita quest’affermazione: “L’unione Europea deve…potenziare ed accrescere l’efficienza della sua politica estera. Guadagniamo forza attraverso un’azione coordinata. à Il PPE intende potenziare le prerogative dell’Europa in materia di affari esteri, sicurezza e difesa, rafforzando la sua capacità di agire nel mondo.” [5]

Nessun riferimento alle questioni della pace e del disarmo è possibile reperire nei sintetici 7  punti del programma per l’Europa del Movimento 5 Stelle , mentre qualcosa di più dettagliato lo troviamo nel programma elettorale dei Verdi Europei: “ Grazie ai Verdi , una parte più importante del bilancio dell’UE sta per essere consacrata alla prevenzione dei conflitti attraverso lo Strumento di stabilità e di pace. Noi abbiamo sostenuto anche l’idea di un Corpo della pace dell’UE e di un Istituto europeo per la pace. Noi siamo contrari al finanziamento della ricerca militare da parte del bilancio europeo [… ]Il commercio europeo delle armi, comprese le tecnologie di sorveglianza, esporta insicurezza nelle regioni come il Medio ed Estremo Oriente. I Verdi vogliono ridurre questo commercio ed impedire l’esportazione di armi, che può essere utilizzata contro i movimenti di liberazione e di protesta civica”. [6]

La triste e scomoda verità – come ha messo in luce la Campagna Europea di Banche Armate – è che: “L’Unione Europea (UE) assicura un quarto delle esportazioni mondiali di armi. Alcuni Stati sono particolarmente coinvolti: la Francia e la Gran Bretagna si disputano da anni la terza posizione a livello mondiale dietro la Russia e gli Stati Uniti; altri paesi, tra cui la Germania, la Spagna e l’Italia occupano a loro volta una collocazione rilevante in questo commercio.” [7]

A tal proposito, Giorgio Beretta, scrivendo per il portale Unimondo, sottolineava che, dopo il calo del 2010, gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari nel 2011sono addirittura aumentati del 18,3% , superando i 37,5 miliardi di euro. Alcuni Stati europei non hanno reso noti i dati richiesti, mentre l’allora governo ‘tecnico’ di Monti: “…forse per adeguarsi allo standard tedesco […] ha pensato di manipolare un po’ le cifre. A fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo…” [8]

Insomma, sembrerebbe proprio che il ruolo dei mercanti d’armi (e quindi di morte) all’interno dell’Europa sia l’ultimo dei problemi. Si direbbe che ben pochi si preoccupino che la nostra Unione – presentata trionfalisticamente negli spot televisivi come la realtà che ha garantito la pace negli ultimi 60 anni –  appaia sì priva di una politica comune di difesa, ma comunque molto solidale nel difendere gli interessi di chi produce ed esporta strumenti per fare le guerre. Del resto, non è certo un caso che Papa Francesco abbia recentemente affermato, con la consueta chiarezza evangelica: Tutti parlano di pace, tutti dichiarano di volerla, ma purtroppo il proliferare di armamenti di ogni genere conduce in senso contrario. Il commercio delle armi ha l’effetto di complicare e allontanare la soluzione dei conflitti, tanto più perché esso si sviluppa e si attua in larga parte al di fuori della legalità…” [9]  Lo stesso Pontefice, il 15 maggio, è tornato sull’argomento, auspicando: ‘…che la comunita’ internazionale dia luogo ad una nuova stagione di impegno concertato e coraggioso contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.[10]

Control-Arms-80-governi-partecipano-alla-consultazione-sostegno-di-Ban-Ki-Moon1_mediumIn Italia, comunque, le campagne contro lo strapotere degli armivendoli ci sono da anni, anche se ben pochi ne parlano, come è facile immaginare. Oltre quella denominata Banche Armate – promossa da Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia [11] – c’è infatti ControllArmi , promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo[12]  e ci sono anche le puntuali ricerche condotte da Archivio Disarmo, che il 14 maggio scorso ha organizzato un importante convegno a Roma, sul tema: “Italia/Europa: politica di difesa e prospettive di pace”[13].

Questo però non significa che gli Italiani siano consapevoli dello scandalo dei miliardi che il nostro Paese spende per le armi e di quelli che guadagna vendendole, all’interno di un quadro istituzionale europeo dove, in teoria, esisterebbero già trattati e convenzioni.

“Resta il fatto che a 14 anni dall’entrata in vigore del Codice di Condotta (aggiornato nel 2008 dalla Posizione Comune sulle esportazioni di sistemi militari) non si è ancora in grado di conoscere con certezza dalla Relazione UE né i paesi destinatari né la precisa tipologia dei sistemi d’arma esportati dai singoli stati membri. E’ una questione non irrilevante per la sicurezza comune e che andrebbe sollevata sia nei parlamenti nazionali che al parlamento europeo: soprattutto ora che è entrata in vigore la direttiva comunitaria che “semplifica l’interscambio di materiali d’armamento all’interno dell’UE” che rischia di ridurre ulteriormente le informazioni e la trasparenza in materia di esportazioni di armi.” [14]

Date queste premesse, risulta un’enorme contraddizione non solo che il premio Nobel per la pace sia stato recentemente attribuito all’U.E. ma, soprattutto, che si sia continuato anche di recente a sbandierare l’immagine dell’Europa come garanzia di pace e di sicurezza.

Da un altro interessante articolo [15] apprendiamo, ad esempio, che il 90% dei ‘consulenti’esterni al Parlamento Europeo proviene dal mondo delle industrie, molte delle quali sono, guarda caso, legate alla produzione di armamenti. Li chiamano advisory groups ma il loro ruolo, più che  ‘consigliare’ gli europarlamentari, pare proprio sia quello di fare lobbying, influenzando pesantemente le decisioni comunitarie.

Certo, l’Europa si è già data strumenti legislativi di controllo, come la Decisione 2010/336 del Consiglio, nella quale si prevede che debbano: “…incoraggiare gli Stati membri dell’ONU a sviluppare e migliorare competenze nazionali e regionali per attuare controlli efficaci sul trasferimento di armi, al fine di assicurare che il futuro ATT, quando entrerà in vigore, sia quanto più possibile efficace.”[16].  Per conseguire tale risultato, questo atto normativo prevede che il progetto di ‘seminari regionali’ sia finanziato con un milione e mezzo di euro, anche se – a dire il vero –  nessuno sembra essersi finora accorto della loro effettiva funzione…

E’ il caso di sottolineare poi che l’Unione Europea, sebbene sia allineata alle normative internazionali e si avvalga della normativa internazionale e degli esperti dell’ONU (UNIDIR), paradossalmente non è stata a lungo in grado di ratificare direttamente il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Treaty – ATT) [17], in quanto non è ufficialmente membro delle Nazioni Unite, ragion per cui ha dovuto seguire un percorso piuttosto contorto per adeguarvisi, come nota Gianluca Farsetti in un suo articolo dello scorso febbraio.[18]

Anche nella mia Napoli sono state svolte alcune iniziative pubbliche, per diffondere la campagna contro l’intreccio perverso tra politica e commercio di armi, promossa dal tenace missionario comboniano padre Alex Zanotelli. Egli infatti ha lo sempre denunciato con forza, rilanciando recentemente una petizione per chiedere trasparenza su una questione così grave, che sembra aver registrato non solo ‘pressioni’ lobbistiche, ma vere e proprie tangenti ai partiti (cfr. il mio precedente articolo: https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/12/08/noli-me-tangere/).

“Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. […] Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente….”[19]

Per concludere, su questa sconcertante vicenda occorre davvero che Italia ed Europa “cambino verso” – per prendere in prestito lo slogan del PD alle ultime elezioni – in modo da assicurare trasparenza e coerenza nelle scelte.  Continuando a citare alcune frasi ricorse in quest’ultima, brutta, campagna per il Parlamento Europeo, potremmo dire allora che: “Ce lo chiedono i nostri figli”, proprio perché – come recita uno slogan della Sinistra tedesca –  “L’Europa può essere diversa: sociale, pacifica, democratica”.

E’ inutile nasconderselo: il quadro politico emerso da queste elezioni europee non è certo incoraggiante, presentando un primato dei partiti popolari moderati ed una forte crescita delle forze politiche di destra e populiste. Ecco perché, come ho sintetizzato nel titolo, credo che sia arrivato il momento di azionare i tre fatidici tasti del computer della politica: CTR (esercitare il controllo); ALT (promuovere alternative) e, soprattutto, CANC (cancellare la guerra). E’ ora d’iniziare anche noi, fin da subito, la nostra lobbying dal basso – in nome del disarmo e della pace – nei confronti di coloro che abbiamo contribuito ad eleggere europarlamentari.

Ce lo chiedono i nostri figli.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE :

[1]  http://agirpourlapaix.be/26-04-journee-de-preparation-daction-crtlalteu/

[2] http://www.oltremedianews.com/rubriche/lista-tsipras-ecco-il-programma

[3]https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/programma%20pd%20europa_DEF_Layout%201_1.pdf

[4] http://www.europaquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/05/europee_programmaPse1.pdf

[5] http://dublin2014.epp.eu/wp-content/uploads/2014/03/Manifesto-with-cover-IT.pdf

[6] http://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Manifeste%20Commun%202014_0.pdf

[7] http://www.banchearmate.it/CampagnaEuropea.rtf

[8] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404

[9]http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/30461_Papa_Francesco__Commercio_armi_e_migrazioni_forzate_mettono_a_rischio_la_pace.php#.U4nMXXLV9cQ

[10]http://www.asca.it/news-Papa__condanno_proliferazione_e_commercio_armi__Pace_bene_globale-1388034.html

[11] http://www.banchearmate.it/home.htm

[12] http://www.disarmo.org/rete/index.html

[13]http://www.archiviodisarmo.it/images/Programma%20seminario%2014%20maggio%202014.pdf

[14] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404 (cit.)

[15] http://www.lettera43.it/politica/lobby-nell-unione-europea-gli-advisory-group-danno-la-linea_43675124988.htm

[16] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;jsessionid=YPQsTKFWG7v492g0RDrpvDQy4QR2pyxGWdKXc89s97BNVYhQ9RBk!-1548291755?uri=CELEX:32010D0336   Altra documentazione sulla regolamentazione europea del controllo delle armi è reperibile all’indirizzo internet: http://europa.eu/legislation_summaries/foreign_and_security_policy/cfsp_and_esdp_implementation/ps0012_it.htm

[17] Cfr. http://www.un.org/disarmament/ATT/

[18]http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/esterni/lunione-europea-e-larms-trade-treaty-att/

[19] http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

“RISCATTO MEDITERRANEO” ?

RISCATTO MEDITERRANEOL’amico Alfio Rizzo, di VAS Lombardia, mi ha sollecitato a dare un mio contributo – sia pure da lontano – alla presentazione a Magenta (MI) del libro di Gianluca Solera dallo stimolante titolo “Riscatto Mediterraneo – Voci e luoghi di dignità e resistenza”. Purtroppo la distanza ed impegni precedenti mi hanno impedito di essere presente a quell’incontro e, inoltre, confesso che non conoscevo in precedenza né l’autore né il libro, per cui il mio modesto apporto avrebbe potuto essere riferito solo alle mie idee ed esperienze personali come ecopacifista meridionale.

Devo dire che, cercando notizie su internet, ho scoperto che tra Gianluca Solera e me ci sono alcuni interessanti punti in comune. Basta scorrerne la biografia sul suo sito web, ad esempio, per imbattersi in questa auto-presentazione: ”Sono per storia personale, esperienza professionale e impegno civile un uomo di frontiera, che ama dialogare, costruire ponti, affrontare crisi e conflitti senza pregiudizi, e portare la società in movimento nelle istituzioni.” (http://gianlucasolera.it/info/ ). Già questo me lo rende molto vicino, ma continuando la lettura ho scoperto anche altre analogie, come il suo impegno nei Verdi, la cultura cattolica di base, l’attivismo eco sociale ed ambientalista, l’adesione ai principi nonviolenti e, quindi, ad una visione ecopacifista di fondo.

Fatta questa premessa, vorrei però esplicitare ora il mio pensiero sulle questioni di cui si occupa il libro di Solera – di cui finora conosco solo la presentazione – cioè il tipo di “riscatto mediterraneo” cui stiamo assistendo in questi anni, nei quali si rincorrono convulsamente bagliori di “primavere arabe” ed una tragica escalation di conflitti armati e di militarizzazione di quello stesso Mediterraneo.

Scrive l’autore nell’introduzione:“Un viaggio nel Mediterraneo che ritorna al centro della Storia, perché tutto è cambiato dopo la Primavera araba, per noi e per loro. Una narrazione letteraria che racconta di coloro che hanno preso in mano il futuro, sfidando morte e ingiustizia. Con le rivoluzioni arabe e i movimenti contro crisi e austerità che le ha accompagnate, questa parte del mondo è diventato il fulcro del cambiamento, dove si sperimenta un nuovo progetto di civilizzazione. […] Un libro che invita a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sia l’inizio di un percorso sociale, culturale e politico comune. Più giusto, più onesto, più democratico, più creativo. Più mediterraneo.” (http://gianlucasolera.it/category/italiano/).

Credo che la posizione che emerge dal libro sia abbastanza articolata e risenta più della diretta esperienza dell’autore (che vive spesso al Cairo ed ha una formazione ‘internazionale’) che di una rigida posizione ideologica. La centralità ed importanza di quanto sta cambiando nella regione nordafricane ed in quella sud-europea ha indubbiamente una grande importanza e dovrebbe farci riflettere molto di più sugli scenari che si stanno aprendo. Ma è proprio per questo che, come ecopacifista, ho buttato giù alcune considerazioni generali.

Parlare di “primavere arabe” significa ricorrere ad una convenzione linguistica – e quindi anche ideologica – secondo la quale le popolazioni dei paesi del vicino e medio Oriente, accomunate dalla fede islamica pur nelle sue molte sfaccettature, si sarebbero liberate (oppure avrebbero cercato di farlo) da una situazione socio-politica di tipo autoritario, spesso con connotazioni di controllo militare del potere e/o d’integralismo religioso. Tali processi sarebbero stati avviati attraverso mobilitazioni popolari dal basso, auto dirette, nutrite da una legittima ribellione in difesa dei diritti civili e politici e/o per un’autonomia nazionale rispetto ad egemonie esterne. Purtroppo questo quadro è vero solo in parte. In molti casi, viceversa, le rivolte contro il dominio dispotico dei vari “raìs” e delle milizie che li affiancavano non sono state originate da spinte autonome, ma pesantemente influenzate da impulsi e finanziamenti da parte di soggetti esterni, interessati a modificare gli assetti geo-politici nello scacchiere mediorientale.

Certo, l’espressione “primavere arabe” evoca in me  – da vecchio nonviolento – un istintivo consenso nei confronti di rivoluzioni che, oltre ad essere frutto della crescita di una coscienza popolare diffusa e di una ricerca di un comune interesse, siano anche ispirate ai principi del rifiuto della violenza armata e, quindi, al ricorso a tecniche di resistenza nonviolenta, di disobbedienza civile, di creazione di organi di autogestione in alternativa ai governi autoritari in carica. Questo è effettivamente successo in vari casi (dai tempi dell’Iran a quelli delle prime rivolte egiziane) ma non mi sembra il genere di trasformazione in atto nella maggioranza degli stati islamici per i quali si è continuato ad usare tale termine. Elementi di tipo etnico, tribale, confessionale (es. conflittualità tra sunniti e sciiti), economico e politico (nel senso d’influenze legate a schieramenti ed alleanze esterne agli interessi specifici di una determinata popolazione/stato) hanno condizionato alcune “rivolte spontanee”, così come i traffici palesi e nascosti di armamenti ne hanno armato il braccio operativo, annullando la loro autenticità popolare e spegnendo sul nascere esperienze di resistenza nonviolenta o comunque non armata.

primavera arabaPerché si possa davvero parlare di “primavere arabe”, da un punto di vista ecopacifista, penso sarebbe necessario che tali insurrezioni-rivoluzioni rispondessero a dei criteri caratteristici di una visione complessivamente democratica, ma anche ecologista e pacifista. L’autonomia energetica, il rispetto della diversità biologica ma anche di quella culturale, il rifiuto del militarismo, la tutela dei diritti umani fondamentali, la ricerca di modalità partecipative, federaliste e autogestionarie di governo, per fare alcuni esempi, non dovrebbero essere pertanto delle variabili indipendenti per valutare positivamente questi movimenti. Viceversa, modelli di potere verticisti, autoritari, militaristi, etero-diretti e del tutto indifferenti agli equilibri ecologici mi sembrano poco consoni ad una logica di autentico sviluppo e di alternativa socio-politica.

La visione espressa nelle passate “Feste della Biodiversità” di Napoli – e che come VAS Campania stiamo continuando a portare avanti – pone l’accento su almeno tre elementi fondamentali:   (a) lo spostamento del baricentro verso una solidarietà effettiva dei paesi delle due sponde del Mediterraneo (superando l’attuale visione “carolingia” dell’Europa e focalizzando attenzione verso il Sud);  (b) il rilancio delle battaglie per salvaguardare realmente la biodiversità, con le connesse problematiche climatiche ed energetiche;    (c) la progressiva liberazione del Mediterraneo dalla pesante ipoteca del controllo militare da parte della NATO, ma anche il superamento di un’anacronistica conflittualità fra mondo ‘occidentale’ e paesi islamici, in nome di una solidarietà fondata sul rifiuto di ogni integralismo e militarismo, pur nel rispetto – e addirittura della valorizzazione – delle diversità culturali e linguistiche. Io stesso mi sono interessato di questi aspetti, soffermandomi su di essi soprattutto in chiave di “ecologia linguistica” e di analisi critica del “pensiero unico” che la globalizzazione ha indotto, provocando quelle che Vandana Shiva chiamava “monoculture della mente”.

Uno dei problemi strettamente connessi a questa visione alternativa della solidarietà euro-mediterranea – in chiave socio-culturale ma anche ecopacifista – credo che sia quello del “colonialismo energetico” di cui – nel silenzio generale – si stanno rendendo responsabili gli stati leader europei (come la Germania) oltre a superpotenze come gli USA. Da ambientalisti, ovviamente, siamo tutti molto favorevoli ad una rapida e vasta espansione delle energie rinnovabili ed in particolare di quella solare. Viceversa, operazioni neocoloniali come quella dello sfruttamento dei deserti nord-africani con megaimpianti stranieri, per accaparrarsi quantitativi enormi di energia solare captata con campi fotovoltaici, pannelli a concentrazione o con sistemi di solare termodinamico, dovrebbero invece incontrare la ferma opposizione di chi non pensa che sostituire il sole al petrolio possa essere un modo diverso per sfruttare i paesi africani, utilizzando fra l’altro metodiche contrarie al principio dell’autonomia energetica dei territori e reti elettriche sempre più lunghe ed energeticamente ‘dispersive’.

 L’ultimo punto che vorrei ribadire è quello relativo alla salvaguardia del Mediterraneo e della sua impareggiabile biodiversità da ogni forma di inquinamento e compromissione ecologica. Le recenti proteste di VAS contro le assurde e pericolose operazioni di “distruzione” in mare di grossi quantitativi di agenti chimici tolti alla Siria, o anche contro le navi cariche di scorie nucleari che solcano il “Mare Nostrum” e di cui non si hanno notizie precise (vedi il caso La Spezia) sono alcuni esempi di azioni nelle quali tutta la nostra Associazione dovrebbe forse sentirsi più attivamente coinvolta e partecipe. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il serio rischio ambientale e socio-sanitario connesso al gran numero di natanti militari a propulsione nucleare (portaerei, incrociatori, sottomarini…) che solcano il Mediterraneo ed approdano indisturbati nei nostri porti civili. In questo senso, mi sembra opportuno rilanciare la battaglia (di democrazia prima che ecologica) per rendere trasparenti i piani di emergenza, già obbligatori per legge. Ma bisogna anche lottare per impedire questo incredibile traffico di micidiali centrali nucleari galleggianti in un Paese che per due volte ha respinto il nucleare civile ma subisce passivamente il dominio di un complesso militare-industriale che minaccia la sicurezza e la stessa pace.

Spero che Gianfranco Solera trovi un po’ di tempo per leggere queste mie osservazioni e, peraltro, sono certo che egli condivida gran parte delle preoccupazioni che ho manifestate. Ecco perché mi riprometto di leggere quanto prima il suo libro, che ha senz’altro il merito di puntare l’attenzione al contesto mediterraneo al quale – perfino in periodo di elezioni europee – sembra invece che noi italiani non sappiamo prestare la dovuta attenzione, preferendo guardare a Berlino ed a Bruxelles piuttosto che all’altra sponda del Mare Nostrum.

© 2014 Ermete Ferraro https://ermeteferraro.wordpress.com 

IL TRIANGOLO DELLA PACE

PEACETIMENel suo messaggio per la 47^ Giornata mondiale della Pace (1° Gennaio 2014) Papa Francesco ha svolto le proprie considerazioni rifacendosi al suoi predecessori, ma dando al contempo un’impronta particolare alla sua argomentazione. Ad una prima, superficiale, lettura sembrerebbe che non si affermi nulla di nuovo o di originale sulla pace. Chi, come me, ha letto il messaggio con l’intenzione di trovarvi qualche affermazione particolarmente tagliente sulla follia delle guerre e sul militarismo crescente forse è rimasto addirittura un po’ deluso. Il fatto è che il magistero di questo Papa ci sta abituando ad affermazioni dirette, spesso poco diplomatiche, per cui era legittimo attendersi una condanna più dura e radicale dell’escalation bellicista che ha caratterizzato gli ultimi anni, insanguinando un mondo in cui il controllo economico delle aree geopolitiche si sposa sempre più frequentemente con quello militare.

Eppure lo stile differente di Papa Francesco – lo abbiamo visto in questi mesi – non consiste tanto in un’impostazione dichiaratamente ‘progressista’ da contrapporre a quella di altri pontefici, quanto nel ritorno ad un’essenzialità del messaggio cristiano, alla originale e sconcertante semplicità di un Vangelo che è di per sé rivoluzionario. Un richiamo ad una Parola che non ammette mezze misure e che costringe a fare scelte coerenti; ad una Parola che “…è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Ebr 4:12)

Ecco perché a sconvolgere l’ipocrisia di chi chiama legge l’ingiustizia e pace la guerra basta tornare alle origini, al nucleo stesso del messaggio evangelico: la fraternità. E questo è infatti il cuore del messaggio scritto da Papa per l’ennesima giornata mondiale della pace, un messaggio cui opportunisticamente plaudono tutti – governanti compresi – salvo archiviare subito dopo quelle riflessioni tra gli insegnamenti morali che poco hanno a che fare con la vita di tutti i giorni.

Certo, a molti di noi sarebbe piaciuto un discorso più diretto e tagliente, incisivo come gli “auguri scomodi” dell’indimenticato don Tonino Bello, il quale scriveva nel suo stile politically uncorrect:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame…”

Ci sarebbe piaciuto, dicevo, ma dobbiamo ammettere che anche il Messaggio di Papa Francesco ha colto perfettamente il bersaglio, nella misura in cui sottolinea la profonda coincidenza delle battaglie per i diritti umani, per la pace e per l’ambiente, interconnettendole in un’unica prospettiva di affermazione del concetto evangelico di ‘fraternità’.

Il primo punto è quello della giustizia , negata da una società sempre meno capace di affermare valori come l’uguaglianza e la solidarietà e tendente a “scartare” i più deboli, quelli che un finto progresso si lascia inesorabilmente indietro, quando non calpesta.

La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia,segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”…”

Il secondo punto affrontato dal Papa è quello della pace in sé, minacciata dalla violenza crescente dei conflitti armati, dalla corsa agli armamenti e dall’archiviazione dei trattati per il disarmo.

Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi! «In quest’ottica, appare chiaro che nella vita dei popoli i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando divisioni profonde e laceranti ferite che richiedono molti anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto pratico ad impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità  internazionale si è data» Tuttavia, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Per questo faccio mio l’appello dei miei Predecessori in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo da parte di tutti, a cominciare dal disarmo nucleare e chimico.” 

Il terzo elemento di questo “triangolo della pace” è quello della responsabilità ambientale, o meglio, dei disastri che sta provocando la sua assenza. Si tratta di un punto particolarmente importante per chi, come me, si dichiara “ecopacifista” proprio perché ritiene che si tratti di aspetti indissolubili.

“La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi sulla natura per trarne beneficio, a patto di agire responsabilmente, cioè riconoscendone quella “grammatica” che è in essa inscritta ed usando saggiamente le risorse a vantaggio di tutti, rispettando la bellezza, la finalità e l’utilità dei singoli esseri viventi e la loro funzione nell’ecosistema. Insomma, la natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future.” 

Carenza di fraternità e di cultura della solidarietà; negazione della concordia ed ostilità alimentata dagli armamenti; superbia del dominare e del manipolare : è questo perverso intreccio di egoismo, aggressività e superbia che, secondo Papa Francesco, ostacola l’affermazione di una vera pace. Essa, viceversa, potrà essere edificata solo se torneremo ai principi cristiani della solidarietà, della riconciliazione e della saggia amministrazione dell’ambiente. In altre parole, a quella “fraternità” globale che già otto secoli fa san Francesco aveva predicato come via per ricongiungersi al Padre di tutte le creature.

Il messaggio del Papa per questo 2014 che inizia non mira quindi a colpirci con affermazioni clamorose ma a farci riflettere a verità che – avrebbe detto Gandhi – sono “antiche come le montagne”. Scoprirci fratelli e figli di un unico Padre è qualcosa di talmente semplice – e al tempo stesso sconvolgente – da rendere inutile e retorica ogni altra considerazione. Del resto lo diceva già 27 secoli fa il profeta Isaia, al cap. 32:

“…15Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto;allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva.
16Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino.
17Praticare la giustizia darà pace,onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre.
18Il mio popolo abiterà in una dimora di pace,in abitazioni tranquille,in luoghi sicuri…”

 Buon anno di pace a tutti dunque. Un augurio che esprime anche la speranza che si riesca finalmente a lavorare insieme per impedire che diritto e giustizia restino parole; che il giardino che Dio ci ha affidato da amministrare diventi un deserto e che la “dimora della pace” sia rimpiazzata dai troppi “pentagoni” sparsi per il mondo.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOLI ME…TANGERE

zanotelli e armiChi mi conosce sa che da tempo mi batto perché le battaglie ecologiste dei movimenti ambientalisti e quelle contro la guerra e la militarizzazione portate avanti dai movimenti pacifisti trovino finalmente la necessaria saldatura, in un’ottica “ecopacifista”. [1] Una questione  specifica di cui mi sono occupato è stata la denuncia del rischio nucleare connesso alla presenza di natanti a propulsione nucleare in vari porti italiani, fra cui quello di Napoli, rispetto alla quale la mia associazione (V.A.S.-Verdi Ambiente e Società) è stata firmataria di una diffida e poi di una denuncia alla magistratura e all’opinione pubblica, anche attraverso un dossier pubblicato dal sito del Comitato Pace e Disarmo Campania, cui VAS aderisce da anni. [2]  Nello stesso coordinamento pacifista mi sono interessato a lungo anche della militarizzazione del territorio della città di Napoli (da Bagnoli ad Agnano, da Nisida a Capodichino) e dell’ex- Campania Felix [3], oggi costellata di basi ‘alleate’ e statunitensi e sede del Comando della NATO per il Sud-Europa e l’Africa.

Credo che il solo fatto di mettere insieme questi problemi, considerando la loro pesante incidenza sul piano ambientale – in termini d’inquinamento dei terreni, dell’aria, del mare e dell’etere – basti a dimostrare che militarismo e guerra sono del tutto opposti al perseguimento di una prospettiva di sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile.  Se consideriamo anche l’impatto sociale, economico e politico della corsa agli armamenti e dei disastri che si porta appresso, in termini di sottrazione di risorse produttive alla società civile e di corruzione della classe politica dirigente, la necessità di una diffusione del messaggio ecopacifista mi pare che risulti ancora più urgente.

“La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…” […]  Questo sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”  [4]

Ebbene, se c’è un “valore monetario della pace” –  come scriveva Giorgio Nebbia –  è difficile non sottolineare quanto possa incidere negativamente il valore monetario della guerra, la cui nefasta influenza è stata denunciata spesso ed a vari livelli, dagli organismi ONU sul disarmo alle prese di posizione d’inascoltati profeti della pace come padre Alex Zanotelli. Lo stesso Magistero della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane si è spesso pronunciato contro la corsa agli armamenti e la sua intrinseca ingiustizia nei confronti dei poveri della Terra, ai quali sottrae risorse di vita per distribuire frutti di morte. Giusto tre mesi fa Papa Francesco ha lanciato un nuovo, inequivocabile, appello contro la corsa agli armamenti e il commercio – legale o meno – di sistemi d’arma:  ”Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale  per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale? […] No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida.” [5]  Un anno prima, il precedente pontefice, Benedetto XVI, era stato altrettanto esplicito: “Direi …che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare; invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità…” [6]

L’appello lanciato da padre Zanotelli su “Il Dialogo” [7]  s’intitola non a caso “Manovra e armi: il male oscuro”, in quanto i traffici illeciti legati al commercio delle armi e la diffusa connivenza di politici corrotti con i mercanti di morte sono effettivamente un morbo pestilenziale, che dovrebbe essere sradicato con le inchieste degli organi d’informazione e di quelli giudiziari. Ciò che occorre, però, è soprattutto un’effettiva crescita della consapevolezza dei cittadini ed azioni di obiezione di coscienza contro tali metodi di gestione del denaro pubblico e chi li pratica, contando sull’impunità e la complice copertura dei media. Le 5.000 firme di sottoscrizione all’appello del missionario comboniano che, instancabilmente, promuove da tempo una campagna di controinformazione e di sostegno ai magistrati napoletani che indagano sull’intreccio perverso fra commercio di armamenti e tangenti ai partiti, sono quindi un positivo segnale di crescita della consapevolezza. E’ pur vero che sembra che la maggioranza degli Italiani continui a credere alla favola delle ‘missioni di pace’ ed alla necessità di riarmo del nostro Paese, nonostante il fatto che i pesanti costi di questa politica assurda e criminale siano ormai da anni sotto gli occhi di tutti.

Nel suo documento, p. Alex Zanotelli ricordava alcune forniture sulle quale i sospetti di corruzione dei politici sono risultati più chiari. È il caso dei 566 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta Westland; dei 5 miliardi di euro per fregate fornite al governo del Brasile; dei 18 milioni di euro per 6 elicotteri procurati al governo di Panama e di altri venduti all’Indonesia. Si tratta, complessivamente, di affari miliardari sui quali – secondo le ipotesi al vaglio della magistratura napoletana – sarebbero state concordate tangenti agli esponenti di vari partiti per centinaia di milioni di euro.  Si tratterebbe quindi di una sporca “decima”, intascata da gente che dovrebbe governarci e rappresentarci in Parlamento ma sembra non avere scrupoli a lucrare sulla vendita di navi, velivoli ed altri sistemi d’arma, fra l’altro messi spesso a disposizione di regimi violenti e totalitari.  Il ‘pizzo’ su questi micidiali congegni sarebbe pari ad una percentuale oscillante tra il 10 ed il 15% degli importi, ma la differenza rispetto alle tangenti su appalti e forniture cui ci siamo purtroppo già abituati è che il costo di questa corruzione è ancora più grave.  Se un “ritorno” del 10 o più percento su dei lavori pubblici o sugli acquisti della pubblica amministrazione  è indubbiamente non solo un grave reato ma anche una sporca operazione a danno dei cittadini, sta di fatto che il prodotto o la realizzazione finale di un simile appalto saranno comunque da essi utilizzabili, in termini di beni e servizi. Nel caso delle vendite di armi, invece, gli interessi veri della collettività sono colpiti ancor di più duramente, sottraendole risorse che potrebbero essere spese altrimenti, senza offrirle assolutamente nulla in cambio.

Ecco perché come ambientalista, oltre che come pacifista, ho condiviso e sottoscritto l’accorato appello di padre Alex e, come rappresentante dell’associazione V.A.S.  ho anche firmato un documento contro il rifinanziamento delle c.d. ‘missioni all’estero’ . Mi vergogno di essere cittadino di uno Stato che dovrebbe costituzionalmente “ripudiare la guerra”, ma che non si tira mai indietro quando si tratta di allinearsi all’imperialismo bellicista della NATO e degli USA.  I 27 miliardi di euro stanziati nel 2012 per la Difesa sono già una cifra assurda per un Paese in cui l’economia e l’occupazione sono travolti dalla crisi ed i tassi di povertà stanno pericolosamente salendo. Però se a questo aggiungiamo la follia di altri 17 miliardi destinati all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35  è evidente che bisogna assolutamente fare qualcosa, non solo come testimonianza di buon senso prima ancora che di voglia di pace e giustizia, ma anche come segnale ad una classe politica che non ci rappresenta e che persevera ‘diabolicamente’ in quello che, citando Benedetto XVI,  in un altro mio articolo ho chiamato  “il peccato delle armi”. [8]

Tanto per fare un esempio, ricordo che ogni anno in Italia, per colpa di migliaia d’incendi,  finiscono in cenere 20.000 ettari di territorio. A prescindere dalle responsabilità di questo assurdo scempio delle nostre risorse, in particolare di quelle boschive, c’è da chiedersi quanti di questi danni si sarebbero potuti evitare grazie all’intervento di aerei ed elicotteri della protezione civile, ormai ridotti a livelli numerici preoccupanti. Ebbene, mentre i Canadair della flotta antincendi della nostra repubblica sono passati da 33 a 14 unità (più 5 in manutenzione a rotazione), a quanto pare il nostro Governo non ha proprio saputo fare a meno di acquistare altri sei micidiali cacciabombardieri, al modico prezzo di 120 milioni di euro ciascuno…..[9]

Un altro caso assurdo è la costruzione del M.U.O.S., un megaimpianto per comunicazioni strategiche via satellite impiantato dal governo USA sul territorio di Niscemi (Caltanissetta). Si tratta di un mostro del Warfare tecnologico, le cui conseguenze per la salute e l’ambiente sono state ampiamente documentate, ma sulla cui installazione le nostre autorità di governo sono apparse ancor più supinamente subalterne del solito. [10]  Ebbene, mentre il nostro territorio è militarmente invaso da stazioni radar, basi e comandi strategici più o meno integrati ed aeroporti che fanno da base a micidiali raid aerei nel bacino del Mediterraneo e nell’area mediorientale, non si riesce invece a rilanciare e tutelare l’agricoltura né ad impedire che la nostra terra sia avvelenata da scarichi tossici, discariche abusive e non, impianti inquinanti ed altre fonti di distruzione dell’ambiente naturale e della sua preziosa biodiversità.

Al suddetto “peccato delle armi” va aggiunto, d’altra parte, quello non meno grave della corruzione e della speculazione , che ne moltiplica gli effetti micidiali non solo per la sicurezza e la pace, con una ricaduta negativa per la nostra economia e per ogni cittadino.  Se teniamo conto che in Italia gli occupati sono 22 milioni e 350 mila [11] potremmo ad esempio calcolare che il recente acquisto di 6 nuovi F35 – al prezzo di 720 milioni di euro –  viene a costare ad ogni singolo lavoratore italiano 33 euro, 3 dei quali probabilmente destinati alle solite tangenti !

E’ arrivato il momento di dire basta e di mobilitarsi perché si faccia luce sul denaro sporco che – secondo l’inchiesta ancora aperta – da anni affluirebbe nelle tasche di singoli corrotti e nelle casse di parecchi partiti, in cambio di commesse miliardarie ai mercanti di morte e della devastazione del territorio. E’ tempo, soprattutto, di far sentire la nostra voce – con forza e determinazione – nei confronti di quelle forze politiche che ci chiedono il voto ad intervalli sempre più ravvicinati. facendo appello alla nostra fiducia, anche se continuano puntualmente a tradirla ed a tradire gli interessi veri della collettività.  Il “male oscuro” dei vergognosi traffici sulle armi deve finire e il farmaco che può curarlo è la diffusione d’una forte coscienza morale e civile, l’unica cosa che nessuna tangente potrà mai comprare.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] Il mio primo risale al 2002, quando la rivista “Verde Ambiente”, in un numero speciale, pubblicò un mio articolo dal titolo: “Quale ecopacifismo?”. Sono ritornato sulla questione nel 2007 e nel 2011, con due editoriali sul sito VAS nazionale intitolati “Il signornò degli ecopacifisti”  e “Ecopacifismo: visione e missione” . Quest’ultimo è stato poi ripreso anche su da un sito web nonviolento a diffusione internazionale (http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione).

[2] E. Ferraro, A propulsione antinucleare, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_7655.html

[4] G. Nebbia, Pace e ambiente (set. 2011),  www.vasonlus.it

[11] http://www.istat.it/it/

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l'11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l’11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


CAMPANIA BELLATRIX

campania armata“Campania felix” era il beneaugurante nome degli antichi Romani diedero al fertile “Ager campanus” , che si estendeva dalle pendici del monte Massico fino ai Campi Flegrei, collegandosi poi con l’area vesuviana. Nel Medioevo si sovrappose il nome “Terra di lavoro” ed essa arrivò a comprendere nel periodo borbonico la provincia di Caserta e parte del basso Lazio.  Purtroppo, di quella prosperosa “Campania felix” resta ben poco ed altri attributi caratterizzano l’attuale Campania. Basta scorrere le statistiche fornite da Istat.it – Campania per rendersi conto che, a parte la negatività di degli indici economici, non c’è da stare allegri. Anche ponendosi nell’ottica dell’indice  F.I.L. (Felicità Interna Lorda), sul quale mi sono soffermato in un precedente articolo.  non sembrerebbero da considerare “felici” gli abitanti della Campania anche in base agli 11 “topics” considerati dall’ O.E.C.D. per il suo “Better Life Index” (casa, reddito, lavoro, comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro).

Vorrei però soffermarmi su un aspetto più specifico: l’assurda militarizzazione del territorio e del mare della mia Regione. Mentre per gli oltre 6 milioni di abitanti dei quasi 13.600 kmq di questo ancor splendido territorio tutti gli indici di sviluppo, sia economico sia sociale, registrano ormai da tempo un preoccupante trend negativo, l’unico aspetto in espansione, infatti, risulta quello della occupazione militare della Campania. Il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli spiega che “militarizzare” vuol dire “sottoporre a norme e a disciplina militare categorie di cittadini o imprese, per ragioni di difesa esterna o interna”, nonché: “sottoporre a presidio militare, fortificare militarmente” un determinato territorio o una specifica installazione. E’ stato perfino formulato un indice di militarizzazione (GMI = Global Militarization Index), ricavato da vari aspetti ad essa relativi quali: il confronto tra spesa militare e PIL nazionale; il rapporto fra spese militari e spese per la salute; il raffronto tra la presenza di forze militari e paramilitari e quella di medici sul totale della popolazione e, infine, il rapporto fra numero di armamenti pesanti e la popolazione totale. Ebbene, in questo ambito, l’Italia si trova al 68° posto della classifica mondiale – che è guidata da Israele Siria e Russia – a breve distanza da Regno Unito e Spagna, con un GMI pari a 492.87. Ma se consultiamo le statistiche relative alla presenza nei vari Paesi di personale militare e paramilitare, l’Italia si piazza su posizioni decisamente più alte. Basti pensare che il rapporto militari e cittadini italiani è addirittura di 8,2 su1000 abitanti, ben superiore, in proporzione, all’indice degli stessi Stati Uniti (7,4 ‰) o del Regno Unito (6,7 ‰).

La militarizzazione  come occupazione militare della regione Campania da parte di forze armate straniere o internazionali (USA – NATO) è l’aspetto più grave, ma non si può trascurare l’impatto su questo territorio della presenza degli stessi militari italiani, delle varie armi e formazioni.

L’Esercito Italiano – esclusi comandi e stazioni locali dei Carabinieri – conta circa 50 caserme e basi operative, disseminate nella provincia di Napoli (19), Caserta (17), Salerno (11) ed Avellino (1) ( http://www.militariforum.it/forum/showthread.php?5407-Le-caserme-dell-Esercito-Italiano ).

L’Aeronautica Militare – oltre all’Accademia di Pozzuoli ed alla Scuola Specialisti di Caserta, presenta in Campania il 22° Gruppo Radar (GRAM) di Licola, il 9° Stormo di Grazzanise ed il 5° Gruppo Manutenzione Veicoli (GMV) di stanza a Capodichino ( http://www.aeronautica.difesa.it/ )

La Marina Militare, pur essendo la Campania un’importante regione marittima, presenta allo stato una scarsa presenza – eccettuati i porti nuclearizzati di Napoli e Castellammare di Stabia e la diffusa presenza della Guardia Costiera – delegando di fatto il controllo militare delle acque del basso Tirreno alla U.S. Navy ed al Comando Marittimo della NATO (con base a Nisida), alle cui operazioni partecipano come componenti dell’Alleanza le unità della M.M. italiana.

Ma, come accennavo prima, al di là delle strutture della “Difesa” italiana, la Campania spicca per la macroscopica la concentrazione di basi e comandi “alleati” e statunitensi. Fin dal dopoguerra, essi occupano militarmente le aree-chiave della nostra regione, sottraendole alla giurisdizione ed al controllo delle amministrazioni civili, rendendola un formidabile bersaglio strategico.

La“Campania Felix” dei Romani ha subito una mostruosa mutazione genetica, trasformandosi in un vero e proprio “pentagono della guerra”,  una delle succursali ‘globali’ del Pentagono di Washington. Che non esagero affatto lo dimostra l’elenco che segue, che censisce le installazioni militari presenti sul territorio campano:

Provincia di Napoli

  • Ischia >Antenna di telecomunicazioni USA con copertura NATO.
  • Lago Patria (Comune di Giugliano) NATO > Comando JFC (Sud Europa e Africa)
  • Licola (Comune di Giugliano) > Antenna di telecomunicazioni USA.
  • Napoli Capodichino: US NAVY > COMUSNAVEUR – AFRICOM,  Comando VI Flotta USA.
  • Napoli Camaldoli: Antenna di due radio della Marina USA (uso civile).
  • Napoli Bagnoli: NATO > ex Comando JFC Naples ; Comando NRF.
  • Napoli Nisida: NATO > Allied Maritime Component Command Naples.

Provincia di Caserta

  • Carinaro – Grazzanise > Base saltuaria USAF (aeronautica USA)- NSA  e Ospedale US NAVY
  • Baia Verde (Comune di Castelvolturno – CE) >  zona radar della NATO
  • Mondragone/ Monte Massico > Ex base USA e NATO (sotterraneo antiatomico)

Provincia di Avellino

  • Montevergine  > Stazione di comunicazioni USA.

Provincia di Salerno

Persano > Poligono di tiro dell’E.I., utilizzato anche dalla NATO

Tenuto conto della ridotta estensione territoriale di questo “pentagono della guerra”, si capisce meglio quanto assurda e pericolosa sia stata trasformazione di terre ancora produttive e di notevole interesse ambientale e storico in sedi permanenti dell’imperialismo guerrafondaio. Ai punti nevralgici di quest’irregolare pentagono troviamo: (a) Napoli (sede del Comando Supremo della US Navy per l’Europa e l’Africa, ma anche dell’ex Comando JFC-NATO di Bagnoli e del NavSouth di Nisida, tuttora parzialmente operativi); (b) Giugliano in Campania (dove, presso il Lago Patria è ora localizzato il nuovo Quartier generale Comando delle forze congiunte della NATO, a breve distanza dal suo Centro Radar di Licola); (c) l’area dell’Alto Casertano (al cui interno ricadono sia l’aeroporto militare e la base di supporto della US Navy di Gricignano d’Aversa, sia due postazioni teoricamente in disarmo,  come la zona radar di Castelvolturno e l’ex base antiatomica NATO-USA, celata nelle viscere del Monte Massico (Mondragone).

Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale.

Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano le strade, i tribunali e perfino le discariche. Sarà che hanno dovuto già sopportare di tutto, dalla chiusura delle fabbriche e degli esercizi commerciali alla disoccupazione giovanile galoppante, per cui gran parte delle forze nuove per le forze armate professionalizzate continuano a provenire proprio da questa “infelix” regione. Preoccupa però che 6 milioni di cittadini italiani sembrano essere in larga parte inconsapevoli – o comunque rassegnati – di fronte alla crescente militarizzazione della Campania ed ai rischi che comporta per la democrazia, la sicurezza, la salute e, soprattutto, per la pace.

Gli abitanti di Napoli e di Castellammare di Stabia, ad esempio, convivono da decenni col rischio nucleare, per la presenza di natanti a propulsione atomica nei loro porti, eppure nessuno finora si è degnato d’informarli adeguatamente del pericolo che corrono e dei piani di emergenza predisposti, sebbene da tempo si tratti d’un obbligo di legge (D. Lgs. 230/1995).

I cittadini giuglianesi, poi, si trovano da due mesi già operativo sul loro territorio un mega-comando “Alleato”, costato 191 milioni di euro (di cui 21 sborsati dalla loro Regione e dalla loro Provincia) e nel quale sono ospitati 2.100 militari e 350 civili. Questo ingombrante e fastidioso neoNATO (330.000 mq di superficie, con 280.000 metri cubi di edificazione ed una previsione di 5.000 nuove presenze in zona), accanto allo storico Lago Patria, è stato costruito inopinatamente su un’area particolarmente inquinata da decenni di incendi e sversamenti abusivi di rifiuti – alcuni dei quali tossici e nocivi – che ricade nel c.d. “triangolo della morte” (Giugliano-Acerra-Castelvolturno), gestito dalla Camorra SpA. Eppure tutto questo sembra perfettamente naturale e le autorità locali e regionali si lanciano in sperticate lodi di questa struttura che la stessa NATO ha definito un “quartier generale di guerra (warfighting headequarters), invitando bellicosamente il leone simbolo del JFC a “ruggire”.

Gli stessi Napoletani che abitano nella zona di Capodichino, oltre a subire quotidianamente l’inquinamento acustico degli aerei che decollano ed atterrano nell’omonimo aeroporto internazionale civile, convivono da anni con una delle centrali militari più importanti del mondo, il Comando Europeo ed Africano delle Forze navali americane, competente su un’area strategica enorme, che va dal Polo Nord a quello Sud, dal Mediterraneo al Mar Caspio. Eppure tutto ciò sembra ormai far parte dell’ordinario, come se fosse normale che una città – medaglia d’oro della Resistenza per essersi liberata da sola dall’occupazione nazista – debba subire passivamente l’occupazione militare USA e NATO a distanza di 68 anni dalla fine della guerra.

La scomoda verità è che il “pentagono della guerra” che ho appena descritto è la dimostrazione tangibile che chi governa l’Italia non ha nessuna intenzione di onorare l’art. 11 della sua Costituzione e, soprattutto, che la sovranità del nostro Paese è tuttora pesantemente limitata da un complesso militare-industriale al quale sembrerebbe quasi onorato di appartenere…

Ciò significa che il compito per il movimento antimilitarista e pacifista è enorme e che la sua forza attuale è ancora molto inferiore a quella occorrente. L’abolizione del servizio militare di leva – con la conseguente eliminazione del servizio civile degli obiettori di coscienza e della stessa componente civile della difesa, faticosamente conquistata – ha di fatto impedito che centinaia di migliaia di giovani si sentissero coinvolti ed impegnati in prima persona. Il resto lo ha fatto il processo di de-ideologizzazione, che ha cancellato poco alla volta ogni analisi critica dell’attuale sistema di potere e del modello di sviluppo cui è asservito, grazie anche alla banalizzazione e massificazione del pensiero unico neoliberista, cui ci ha abituato il grande fratello mediatico.

Ecco perché la lotta nonviolenta per smilitarizzare la Campania e denuclearizzare il suo mare ha bisogno di un nuovo slancio e di una vasta campagna di educazione alla pace ed alla resistenza civile. Per fare questo deve proseguire l’opera di controinformazione e di sensibilizzazione, a partire dagli abitanti delle aree più direttamente coinvolte in quest’assurda escalation militarista. Solo così – con una lotta civile, popolare e nonviolenta – potremo “togliere le basi” alla guerra globale.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’immagine che illustra il titolo è stata realizzata da E. Ferraro