NATOLI CHIUDE. NAPOLI E’ LIBERA!

Nato Bagnoli-2“La collina di S. Laise sorge a Bagnoli ed è in parte occupata dalle strutture della NATO (ex Collegio Ciano). Nella zona restante vivono circa dieci famiglie che ancora coltivano la terra. La via campestre collega Bagnoli a via S. Gennaro.che porta a Pozzuoli. La Masseria della Starza, nel seicento di proprietà dei Gesuiti, sorge ora nel pieno del quartiere e fino al Novecento le sue strutture originarie non erano del tutto alterate, ora si possono solo ricostruire. Il cortile interno ospita un torchio a pressione di notevoli dimensioni.” Questa notizia è ricavabile dal sito http://www.foruminterculture.net/fondi%20rustici/PAGE/ La%20STARZA_Page.htm . Continuando a cercare su Internet, ci s’imbatte in un sito scolastico, quello della scuola media “Buonarroti”, sul quale troviamo scritto: Intorno agli anni ’40 con l’inizio della 2^guerra mondiale, molti edifici di Bagnoli vennero distrutti. Sulla collina di San Laise, invece, in questo periodo venne costruito il collegio Ciano, che ospitava bambini orfani e malati. Oggi il collegio sulla collina non è più esistente; gli edifici sono utilizzati dalla N.A.T.O, che occupa gran parte della collina ed inoltre ci sono ancora pochi contadini.” (http://arcobaleno-michelangelo.blogspot.it/ 2012/02/bagnoli-e-la-sua-storia.html  ).

Alla fine di ottobre scorso è stato pubblicato un bell’articolo di Riccardo Rosa (“Una collina da salvare nel cuore di Bagnoli”) che racconta di questo posto che quasi nessun napoletano conosce – anche perché si è fatto di tutto per sottrarlo alla fruizione della città – ma ha incredibilmente conservato la sua natura agricola ed il mistero della sua origine.  “Quel giorno (9 maggio 1940) a Bagnoli si inaugurava il collegio Costanzo Ciano, una immensa struttura che il Banco di Napoli aveva fatto costruire per il suo quarto centenario. Al suo interno avrebbero dovuto essere ospitati duemilacinquecento bambini della “città in difficoltà” (povera, probabilmente, era una parola troppo forte per essere resa ufficiale), tanto che qualcuno nelle stanze importanti già la chiamava “La casa degli scugnizzi”. Diciotto grandi fabbricati, uno stadio, due palestre e i dormitori; e poi il teatro, la chiesa, i campi di gioco, e anche vigneti e frutteti, parto naturale di un terreno fertile e produttivo.[…]Poche settimane dopo l’inaugurazione, (però) l’Italia entrò in guerra, e il collegio fu utilizzato per ospitare le truppe italo-tedesche prima, e quelle anglo-americane poi. Finita la guerra, gli equilibri politici dei blocchi lo consegnarono al Comando supremo della Nato, che dal 1952 versa un canone annuo alla Fondazione Banco Napoli (proprietaria dei suoli), che a sua volta ne utilizza una parte per attività a favore dell’infanzia abbandonata. In altre sedi e con l’aiuto di altri istituti, però, perché il collegio oggi è tutt’altro: sono passati sessant’anni, e i militari sono ancora lì. Una variante al piano regolatore del ‘96 stabilisce che quel luogo venga restituito alla città, e pare che le operazioni di smobilitazione siano già cominciate…” (http://www.napolimonitor.it/2012/10/30/16055/una-collina-da-salvare-nel-cuore-di-bagnoli.html ).  L’articolo proseguiva indicando con chiarezza che la chiusura del vicino Quartier generale della NATO – pur salutata con soddisfazione – potrebbe però innescare nuovi meccanismi speculativi, cui la cittadinanza, a partire dalla comunità bagnolese, dovrebbe opporsi con fermezza, contrapponendo progetti di recupero civile ed ambientale.

Se ormai è imminente l’abbandono della base flegrea da parte della Nato, pare che in quegli uffici in futuro si parlerà di politica regionale, ai contadini sono arrivate a decine le ingiunzioni di sfratto da parte della IGC – ingegneria e costruzioni Spa, società proprietaria dei suoli e attualmente in liquidazione. I progetti sull’area sono sconosciuti, mire speculative, necessità di fondi da offrire ai creditori, sono solo ipotesi, l’unica certezza è che a pagarne le conseguenze saranno coloro i quali hanno curato quel territorio ai più sconosciuto….” – commentava a tal proposito Diego Civitillo in una pubblicazione flegrea (http://www.epressonline.net/ joomla/ areaflegreanews/bagnoli-fuorigrotta/2790-saint-laise-a-bagnoli-la-collina-dimenticata-speculazioni-edilizie-in-arrivo.html ) e credo che abbia pienamente ragione di preoccuparsi, viste le premesse.

La vasta area occupata finora dal Comando NATO per il Sud Europa è tuttora di proprietà della Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’Infanzia (vedi Statuto), ma già da tempo Regione Campania e Comune di Napoli stanno cercando di finalizzarne il recupero, ovviamente in chiave di nuove edificazioni e ristrutturazioni dell’ex quartier generale alleato come centro direzionale oppure come tassello dell’ipotizzata operazione “Forum delle Culture”. Quel che è certo è che da lunedì 3 dicembre 2012 – dopo ben 59 anni di occupazione militare di quell’area – la NATO lascerà finalmente Bagnoli. Loro – i c.d. “Alleati” – parlano in un loro comunicato di “circa 60 anni di onorato servizio”, ma la realtà è che quel Comando “Alleato”, insieme con quello della U.S. Navy di Capodichino, hanno costituito finora un’impenetrabile ed ostile città nella città, che già molti anni fa soprannominai Nàtoli (E. Ferraro, “La provincia di…Nàtoli?” in: La Provincia di Napoli, XIV-1/3, Napoli: A.P.NA. , 1991).

La verità, al di là delle chiacchiere, è che per un sessantennio un pezzo importante della nostra città è stato sottratto agli abitanti, per farne una delle due più importanti direzioni strategiche dell’intero scacchiere sud-europeo ed africano, peraltro sotto il comando unificato dell’ammiraglio statunitense di turno.  Altro che “Napoli città di Pace” ! Abbiamo ‘ospitato’ per sei decenni (ma non è detto che quest’incubo sia davvero finito….) le più micidiali macchine belliche mondiali, che in questo lungo periodo sono state indiscutibilmente direzioni e basi operative per tragiche operazioni di guerra e cardine fondamentale di un’Alleanza diventata sempre più esplicitamente aggressiva. Infatti, come peraltro ricordava nei giorni scorsi un articolo pubblicato su due autorevoli quotidiani americani, il New York Times ed il Washington Post, la “base” di Bagnoli:  “… ha coordinato l’azione della NATO nei Balcani e, più recentemente, il Libia. La NATO sta cercando di riformare e di razionalizzare la sua struttura di comando, ancora parzialmente basata sulle esigenze della Guerra Fredda, in risposta alla riduzione dei bilanci della difesa nella maggior parte degli stati-membri. Ciò è in linea con la nuova filosofia NATO della ‘difesa intelligente’, consentendo così ai membri di mettere insieme le loro risorse e di ridurre le duplicazioni”. ( http://www.washingtonpost.com/world/europe/nato-moving-its-naples-based-southern-command-to-high-tech-campus/2012/11/26/56679de8-37c3-11e2-9258-ac7c78d5c680_story.html ).

In un comunicato stampa  che ho diramato a nome di VAS – l’associazione nazionale di protezione ambientale di cui sono portavoce per Napoli, da sempre portatrice di una visione ecopacifista – ricordavo, fra l’altro, che lo stesso nome “Viale della Liberazione”, che contraddistingue la strada che finora conduceva al Comando NATO, sarebbe dovuto essere un monito a non dimenticare che quella “Liberazione” fu soprattutto una lotta di popolo contro il militarismo imperialista che alimentò la follia della seconda guerra mondiale. Oggi Napoli sembrerebbe essersi finalmente liberata anche dei suoi interessati “liberatori” e questo non può non essere festeggiato come un momento storico per la nostra Città. Il guaio, però, è che a guastarci la festa ci sono almeno due grossi problemi, di cui si parla ancora troppo poco e che i media continuano colpevolmente a tacere, rendendosi complici d’una classe dirigente pavida, conformista e subalterna agli interessi politici USA.

La prima questione, che ho introdotto in apertura di questo mio scritto, è la dubbia e travagliata riconversione civile ed ambientale dell’ampio territorio finora occupato dal quartier generale delle forze alleate dell’Europa meridionale, non appena esso si deciderà a salutare definitivamente Bagnoli. Il secondo problema riguarda, invece, l’ottica politicamente miope di chi festeggia gli “Alleati” che vanno via da Napoli, ma non riesce a capire la gravità del loro trasferimento ad una ventina di chilometri di distanza, in un’area già martoriata dal degrado ambientale e dalla camorra, con la prospettiva di restarci per altri sessant’anni almeno (come hanno candidamente dichiarato i diretti interessati…).

Per quanto riguarda le prospettive di recupero dell’ex NATO di Bagnoli, la posizione di VAS è molto chiara e coincide largamente con quella dei vari comitati che stanno lottando perché quella zona ritorni alla città e, in primo luogo, alla comunità locale. No a nuove speculazioni edilizie, a nuove spettacolari edificazioni ma anche a ristrutturazioni della “base” in chiave di centro direzionale dove localizzare uffici amministrativi e politici. Basta con i rutilanti progetti per ennesimi “auditorium” o, peggio, per lussuosi alberghi e centri commerciali. Quell’area – come peraltro prevede la citata variante al piano regolatore del ’96 – deve essere restituita alla città e, quindi, alla fruizione piena e collettiva dei cittadini che finora ne sono stati privati.  Noi di VAS sosteniamo da tempo l’esigenza di creare a Napoli un polo, ambientale e culturale al tempo stesso, in cui dare spazio ai valori della Biodiversità e della Civiltà del Sole. Ovviamente questo non impedisce che quell’area possa essere utilizzata anche per altre finalità – a partire ovviamente da quelle socio-assistenziali e socio-educative che hanno a suo tempo indotto a realizzare quel complesso in favore dei ragazzi a rischio di Napoli. Sarebbe però auspicabile che l’Amministrazione Comunale di Napoli non dimenticasse che quell’area, insieme con quella ancora verde di San Laise e Monte Spina, andrebbero ricongiunte idealmente ad un’altra zona di pregio ambientale, quella della Mostra d’Oltremare e dell’ex-giardino zoologico, per un autentico recupero ecologico di quanto non è stato fagocitato dall’urbanizzazione selvaggia e maldestra di Napoli.

Per quanto riguarda il secondo problema, VAS da anni aderisce al Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania (www.pacedisarmo.orgwww.no-to-nato-jfc-napoli.it) e partecipa alle battaglie che esso sta portando avanti contro la nuova militarizzazione dell’area giuglianese, che già ospitava il centro radar della NATO nella base di Licola ed è molto vicina sia alla U.S. Navy di Gricignano di Aversa (CE) sia alla zona radar di Baia Verde (Castelvolturno), che costituiscono così il micidiale “pentagono” della Campania. Nel comunicato stampa che ho diffuso nei giorni scorsi, infatti, si ribadisce che : “…VAS, in collaborazione con la comunità di Giugliano e con le altre organizzazioni della rete disarmista e pacifista della Campania, ha già espresso pubblicamente la propria contrarietà a questo nuovo insediamento, denunciandone i rischi ambientali, per la salute e sicurezza e per la pace. Continuerà perciò ad operare affinché i cittadini siano informati di ciò e non debbano subire anche questa nuova minaccia, che si aggiunge al controllo del territorio da parte della criminalità organizzata ed ad uno dei più alti tassi d’inquinamento (del suolo, dell’acqua e dell’aria) di un’area di notevole pregio ambientale.” (http://www.napolitoday.it/cronaca/la-nato-lascia-bagnoli-ma-apre-al-lago-patria.html )

Il vero problema è che su questioni del genere l’opinione pubblica resta del tutto disinformata e gli organi di stampa e radio-televisivi, con rarissime eccezioni, sembrano molto impegnati a non pubblicizzare nulla che possa dispiacere ai loro padroni ed a coloro da cui anch’essi dipendono. L’aspetto più paradossale è che sembrerebbe esserci più trasparenza negli organi informativi della stessa NATO e della US Navy di quanto se ne registri da noi. La prova è che ho inutilmente cercato di ‘postare’ un commento alla notizie della chiusura del JFC di Bagnoli sull’edizione online del quotidiano di Napoli IL MATTINO, pur dopo le complesse procedure di accreditamento e log-in. Viceversa, non ho avuto nessuna difficoltà ad inserire, in diretta, un mio commento critico in merito alla stessa vicenda sulla citata edizione online del prestigioso“Washington Post”. A quanto pare, la nostra democrazia è ancor più fragile della loro e, comunque, i 60 anni trascorsi da quella famosa “liberazione” sembra proprio che non siano bastati a coloro che continuano a pensare che i cittadini siano solo soggetti incapaci d’intendere e di volere…

Vorrei concludere con un’immagine scherzosa. In un articolo pubblicato sul sito del Comando napoletano della NATO  (www.jfcnaples.nato.int ) s’invitava a “far ruggire il leone”, metafora che utilizza il simbolo dell’AFSouth (lo scudo col leone di S. Marco) come non tanto velato richiamo del suo leader, l’Amm. Clingan, a trasformare i burocratici comandi interforze in veri e propri “warfighting headquarters “, cioè in basi operative per combattere le guerre.  Beh, lasciamo pure ruggire il “leone” della NATO ma ricordiamoci che anche il “ciuccio” simbolo di Napoli, se vuole, sa dare degli ottimi calci!…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

IL PECCATO DELLE ARMI

« Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità e dobbiamo quindi nel mondo rendere visibili il rispetto delle religioni, gli uni degli altri, rispetto dell’uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni». http://www.korazym.org/index.php/attivita-del-papa/2-il-papa/2998-la-conferenza-stampa-di-benedetto-xvi-durante-il-volo-per-beirut-testo-integrale.html   

   Questa netta e coraggiosa dichiarazione di Benedetto XVI, pronunciata giorni fa nella conferenza stampa in occasione della sua partenza per il Libano, è stata riportata da molti quotidiani e notiziari radiotelevisivi, però pochi sono stati i commenti su queste inequivocabili parole del Papa. Evidentemente è meglio glissare su quest’affermazione, tanto più autorevole in quanto il suo autore non è un semplice missionario o un attivista nonviolento, ma il massimo esponente del Cattolicesimo. La frase estrapolata dall’intervista rispondeva ad una domanda relativa al conflitto siriano: non si trattava quindi d’un generico monito sul piano etico contro il commercio d’armi, bensì d’un chiaro riferimento al nuovo bagno di sangue alimentato dalla dittatura di Assad, ma anche da quelli che lucrano su quel conflitto, piazzando cinicamente armi ad entrambi i contendenti. Senza vendita di armamenti la guerra non potrebbe continuare, ha argomentato il Pontefice, e perciò l’export di armi è un oggettivo e grave peccato. Direi che, mai come in questo caso, il termine “peccato mortale” suona particolarmente appropriato, visto che non si tratta solo di un’azione spregevole sul piano morale e religioso, ma d’un vero e proprio attentato alla stessa vita. Il primo imperativo morale per un cristiano di fronte a questa strage di vite umane, quindi, dovrebbe essere rifuggire da questo peccato e farsi portatore di idee di pace. Le uniche proposte per un credente nel Vangelo di Cristo, ha ribadito Benedetto XVI,  non possono mai essere distruttive, ma creative, rispettose e fondate sull’amore.

Da pacifista, devo dire che ho particolarmente apprezzato questa dichiarazione, che suona come condanna senza se e senza ma della più disastrosa delle attività economiche mondiali, purtroppo tutt’altro che in crisi in questo pur travagliato periodo. Non si tratta infatti di un’argomentazione sottile e sopra le righe né di un’affermazione rivestita di veli diplomatici. Il Capo della Chiesa Cattolica ha affermato  – stavo per dire “papale papale”…- che chi importa (ed esporta) strumenti di guerra commette un grave peccato. Che non si tratti di un concetto neutro mi pare evidente, soprattutto se ci fermiamo un attimo a riflettere  sulla mostruosità dell’attuale corsa agli armamenti e sulla devastante diffusione di focolai di guerra ovunque. La classifica mondiale dei “peccatori” contro la vita e la pace resta tuttora guidata dagli Stati Uniti, i cui verdi bigliettoni recano da sempre impresso il blasfemo motto “In God we trust” (Noi crediamo in Dio).  Da recenti dati del SIPRI (http://www.sipri.org/yearbook/2012/files/SIPRIYB12Summary.pdf ) emerge con evidenza che le esportazioni di armi degli USA (che per il 2011 sono stati in testa anche alla classifica delle spese militari, con l’incredibile cifra di 711 miliardi di dollari…) rappresentano addirittura il 30% del totale di questo dannato traffico. Segue a ruota la Federazione Russa col 24%, ma poi si scende (si fa per dire…) al 9% di Germani a ed all’8% della Francia. Secondo l’autorevole istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, la cattolica Italia si piazza comunque nona in questa peccaminosa “top 10” di mercanti d’armi, esibendo per di più con deprecabile fierezza anche il suo ottavo posto nella classifica mondiale delle aziende produttrici di strumenti di morte. Esso è stato infatti detenuto nel 2010 dall’azzurra Finmeccanica, con 14.410 milioni di dollari di fatturato in vendita di armamenti ed un profitto netto di 738 milioni di dollari (solo un quarto di quello portato a casa dalla statunitense Lockeed Martin).

Quasi quarant’anni fa Alberto Sordi fu protagonista e regista del film “Finché c’è guerra c’è speranza”, nel quale interpretava magistralmente il ruolo di Pietro Chiocca, un commerciante di pompe idrauliche ‘convertitosi’ al molto più lucroso mestiere di mercante d’armi, col quale manteneva nel lusso la sua esosa famigliola. Eppure proprio dalla moglie e dai figli gli arriverà una reazione di sdegnato disprezzo, quando un noto quotidiano ne sbatterà la foto sulle sue pagine, accanto allo sferzante titolo “Ho incontrato un mercante di morte”. Ma Pietro Chiocca non ci sta e reagisce duramente e smaschera la loro ipocrita ed egoistica reazione,concludendo con queste parole: « Perché vedete… le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! …Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare!  Ecco perché si fanno le guerre!…».

Ebbene, in questo squallido mondo di mercanti d’armi e di tanti che su di quest’odioso traffico hanno fondato e fondano la loro prosperità, ben venga la chiarezza di chi, semplicemente e senza giri di parole, ha dichiarato dall’alto della propria autorevolezza che tutto ciò è un “grave peccato”, che va quindi condannato. Ancor più apprezzabile mi è parso che il Pontefice non si sia limitato a deprecare l’esportazione di armamenti, ma abbia auspicato che i cristiani diventino finalmente esportatori di idee di pace, di rispetto delle diversità, di slancio creativo. Certo, questo significa che da parte della Chiesa Cattolica ci si aspetterebbe la stessa, lodevole, chiarezza e coerenza anche in altre circostanze. Ad esempio, nel caso dell’Italia, respingendo l’untuosa protezione da parte di politici che ostentano la loro bigotteria solo quando si tratta di aborto o d’eutanasia, senza però minimamente preoccuparsi di proporre e votare atti di aggressione armata e di esaltare la nostra industria bellica. Certo, la guerra ed il commercio di armi sono un peccato. Peccato però che, a quanto pare, nessuno sembra essersene accorto…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

PEACEDU VS PSYOPS : quando la pace si fa con le parole

Come fare formazione alla disinformazione…

Vorrei continuare il discorso iniziato nel mio precedente articolo (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ), cercando da un lato di approfondire un aspetto della guerra da cui siamo bersagliati un po’ tutti e, dall’altro, di chiarire quali risposte costruttive e nonviolente può e deve opporre chi, invece, ha come obiettivo la pace.

Devo dire che questa storia delle PsyOps mi ha incuriosito parecchio, ragion per cui ho cercato di capirne qualcosa di più, utilizzando quella ‘rete’ che è uno dei principali strumenti non solo di persuasione occulta di tipo commerciale, ma anche di subdola guerra psicologica.

Da insegnante e da ricercatore/educatore per la pace, ad esempio, m’intriga non poco l’idea stessa di una “Scuola della NATO”  (https://www.natoschool.nato.int/index.asp ) , nella quale militari di ogni nazionalità possono usufruire di una “offerta formativa” per tutti i gusti…  Come spiega la guida di questa nobile istituzione ‘alleata’ – la cui sede si trova ad Oberammergau –  la NATO School “…fornisce corsi d’istruzione residenziali in cinque principali discipline: 1) Intelligence; 2) Sorveglianza, Acquisizione e Riconoscimento del Bersaglio (ISTAR); 3) Operazioni Congiunte; 4) Armi di distruzione di Massa (WMD); 5) Politica e Programmi NCO.

Con una spesa piuttosto modica, è possibile essere ospiti per qualche settimana della discreta ed accogliente struttura della N.S.O., collocata in un ridente villaggio nelle alpi bavaresi, per approfondire e specializzare le proprie conoscenze, mediante “educazione ed addestramento individuale a sostegno delle operazioni correnti ed in via di sviluppo, della strategia, della politica, dottrina e procedure della NATO”.  Devo ammetterlo. La sola idea di un giovane ufficiale turco, inglese o italiano che – da solo o magari anche in compagni di moglie e figli –  se ne vada in trasferta in questa graziosa cittadina della Baviera per svolgervi qualcosa tra un “ritiro spirituale” ed un “training” aziendale, alternando passeggiate nei boschi con dotti seminari sulle armi di distruzione di massa, mi provoca una certa nausea…  Innegabilmente, la NATO School ha un piglio molto professionale. Facciamo conto che a voi o ai vostri superiori interessi approfondire, metti caso, proprio le PsyOps. Basta consultare la “guida dello studente” sul suo sito per avere tutte le informazioni in proposito. Si viene a sapere, infatti, che per due volte all’anno si tiene il corso denominato “P3-08: Nato Operations Planners’ PsyOps”, la cui durata è di 2 settimane e che è rivolto ad un minimo di 25 ed un massimo di 60 persone, selezionate fra ufficiali e civili ‘equivalenti’.

Ovviamente ai potenziali corsisti sono richiesti precisi “pre-requisiti’ (conoscenza di ottimo livello della lingua inglese, formazione di base sulle tecniche di psy-ops, conoscenza delle direttive NATO, etc.), ma si garantisce il conseguimento di qualificati obiettivi formativi. Fra questi, il “possesso di una sufficiente comprensione della psicologia e della sociologia di base, per essere capaci di adottare questa conoscenza nella pianificazione a livello operativo allo scopo di cambiare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico” . Si persegue anche la finalità di: “possedere una migliore conoscenza della misurazione e valutazione del successo…delle attività psicologiche volte ad influenzare atteggiamento o comportamento di un determinato pubblico”. Fra gli altri obiettivi del Corso in questione c’è anche quello di “comprendere organizzazione, integrazione, mancanze, opportunità e requisiti delle PsyOps, a partire da operazioni reali selezionate.”  Insomma, bastano due settimane di “full immersion” nello studio dei tanti casi precedenti di guerra psicologica per conseguire una competenza non solo nella loro realizzazione, ma anche nella valutazione del loro impatto e nella correzione degli eventuali ‘punti deboli’.

L’esperienza di uno “psico-guerriero”     

Il linguaggio utilizzato è volutamente anodino e lascia intendere che si tratta d’un insegnamento come gli altri, sebbene non riguardi affatto di tecniche e metodologie valutative per l’insegnamento oppure per un trattamento psicologico, bensì quelle utilizzate dai militari per manipolare conoscenze, idee e comportamenti di  migliaia di persone. Che si tratti di “armi di disinformazione di massa”  risulta più evidente se, navigando in Internet, si finisce nel sito un po’ esaltato di un ‘veterano’ delle PsyOps , il maggiore a riposo Ed Rouse, dell’U.S. Army. Questo baffuto ufficiale – che si fa chiamare simpaticamente “Psywarrior”(Psicoguerriero) – chiarisce nelle sue note biografiche di parlare con perfetta cognizione di causa (20 anni d’onorata carriera militare, parecchi dei quali all’interno di quei reparti speciali che si occupano, appunto, di Psy-Ops) ma, con la stessa semplicità, c’informa che sua moglie Sheila è un’avida collezionista di orsacchiotti  (teddy bear) e che entrambi si dilettano a fare acquisti nei “mercati delle pulci”…  Questo “Rambo” della guerra psicologica, ormai in pantofole, presenta però in modo molto meno bonario e casalingo l’attività di cui si è occupato a lungo. Sulla homepage del suo sito web (www.psywarrior.com ), ci spiega infatti che nell’arte della guerra (warfare) ci sono essenzialmente due forze: quella fisica e quella morale, che richiedono due distinti approcci. Quello che il mag. Rouse chiama un po’ eufemisticamente “morale” viene considerato “indiretto” ed è sintetizzato dall’anonima citazione che apre la pagina: “Cattura le loro menti e i cuori e le anime seguiranno”. Ebbene, quando il nostro Psicoguerriero usa il termine “catturare” non lo fa, ovviamente, nel senso in cui potrebbe usarlo un missionario e neppure come lo farebbe un pubblicitario professionista. E’ lui stesso a darne dimostrazione, squadernando una lunga storia di ciò che è stato nel corso dei secoli la guerra psicologica, da Alessandro Magno all’operazione “Desert Storm”, da Gengis Khan alla guerra nel Vietnam. Soprattutto, il mag. Rouse ci tiene a chiarire il senso di queste operazioni, che così definisce: “…si tratta semplicemente d’imparare tutto sul vostro nemico-bersaglio, quello che credono, ciò che gli piace o non gli piace, i loro punti di forza e di debolezza e vulnerabilità. Una volta che avete conosciuto ciò che motiva il vostro bersaglio, siete pronti ad iniziare le operazioni psicologiche.[…] Una campagna di guerra psicologica è una guerra della mente. Le vostre principali armi sono la vista e il suono….”. La pagina dei “links” che accompagna questa specie di storia della “Psycological Warfare” risulta ancor più istruttiva. Basta, infatti, navigare tra i tanti collegamenti informatici – dal sito del Comando Centrale ( http://www.soc.mil/  ) alle pagine dedicate all’uso dei volantini oppure del Web nella psico-guerra – per farsi un’idea di quanto avesse ragione George Orwell, il profeta dell’attuale, pervasivo, “Big Brother” nel prefigurare una civiltà narcotizzata ed omologata dal potere dominante.

Controinformar e organizzar…

Sì, è vero che oggi non le chiamano più “Psycological Operations”, preferendo ricorrere alla più inoffensiva denominazione di “Information Operations”. Si tratta però d’un caso evidente della orwelliana Neolingua, in quanto si rimuove l’insidiosità del richiamo alla “psiche” per limitarsi a parlare di generica “informazione”. Ma è lecito domandarsi che razza d’informazione sarebbe quella il cui proposito – secondo il Mag. Rouse – è così riassunto: “…demoralizzare il nemico, causando dissenso ed agitazione nelle sue fila, mentre allo stesso tempo si convince la popolazione locale ad appoggiare le truppe americane. Le PsyOps forniscono ai comandanti tattici sul campo anche una continua analisi degli atteggiamenti e comportamenti delle forze nemiche, cosicché possano sviluppare, produrre ed impiegare la propaganda in modo da aver successo…”.   Si tratti delle immagini volutamente distorte diffuse negli anni ’60 sul Vietnam oppure dell’ultima campagna propagandistica per giustificare un intervento armato in Siria, le subdole “armi di disinformazione di massa” sono sempre le stesse, ma perfezionate e potenziate dalle moderne tecniche massmediatiche. Demistificarle non è certo semplice e richiede una grande e continua attenzione da parte di chi vorrebbe fare contro-informazione, ma è ovviamente handicappato dalle scarse forze disponibili e dall’assenza di risorse finanziarie che possano minimamente contrapporsi a quelle che muovono le operazioni di guerra psicologica. Va detto però, onestamente, che nessuna propaganda o campagna mediatica potrebbe funzionare se non ci fossero moltissimi operatori dell’informazione disposti a farsi assoldare.  Altrettanto onestamente, poi, va riconosciuto che, purtroppo, dagli anni ’70 ad oggi si è costruito ben poco in ambito della ricerca sulla pace e della formazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. I “peace studies” e la stessa educazione alla pace sono stati troppo spesso ridotti ad ambiti di ricerca e formazione puramente accademica. Viceversa, la rete delle organizzazioni pacifiste e nonviolente si è oggettivamente indebolita ed ha perso il suo carattere internazionalista e globale, pur partendo da azioni locali e specifiche. La stessa idea di “alternativa nonviolenta” si è a poco a poco sbiadita, confinando Gandhi, Luther King – ma anche il nostro Capitini – nella soffitta un po’ polverosa degli eventi celebrativi e delle tesi di laurea. Per quanto mi riguarda, mi sono occupato sia dei rischi che corre in Italia una “peace education” banalizzata e strumentalizzata (E. Ferraro, Educazione o maleducazione alla pace?, Napoli 2008 – http://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf ), sia della riscoperta della Nonviolenza (E. Ferraro, Nonviolenza qui e ora, Napoli 2010 – http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.it/?t=50946838 , sia delle caratteristiche e delle potenzialità ancora poco valorizzato dell’ecopacifismo (E. Ferraro, Ecopacifismo: visione e missione, Napoli 2011 – http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia. Ma il mio punto di partenza, all’inizio degli anni ‘80, era stato proprio quello della comunicazione nonviolenta e della formazione ad una lingua di pace. Il mio opuscolo (E. Ferraro, Grammatica di Pace – Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Satyagraha,1984 – http://www.libreriauniversitaria.it/grammatica-pace-otto-tesi-educazione/libro/9788876900198 )  cercava, infatti, di proporre un percorso educativo che raggiungesse innanzitutto i giovani, per formarli ad un linguaggio che servisse a risolvere nonviolentamente i conflitti e non a coltivarli. Dopo una lunga stagione di disinteresse per la comunicazione pacifica e pacifista – fatta eccezione per alcune interessanti esperienze proprio negli USA con le opere sulla N.V.C.di Marshall Rosemberg  (http://www.nonviolentcommunication.com/aboutnvc/aboutnvc.htm ) , devo dire che, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche nel nostro Paese. Proprio in questi giorni, infatti, ci si presentano almeno due occasioni di formazione in questa auspicabile direzione. La prima, organizzata dal Centro Studi Difesa Civile di Roma, è un “Corso di Comunicazione Costruttiva”, che si svolgerà alla Casa per la Pace di Impruneta (FI) dal 20 al 21 febbraio (http://www.pacedifesa.org/canale.asp?id=498 ). La seconda è un “training alla nonviolenza”, promosso dal Centro per la Nonviolenza nei Conflitti di Napoli (www.cenocon.it ), che affronterà in più incontri, da marzo a maggio, le relazioni interpersonali ed il metodo per renderle più empatiche e nonviolente. Il vero problema, allora, è quello di mettere insieme tante esperienze e percorsi e farli interagire, per organizzare una rete di controinformazione e comunicazione e per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. E’ un obiettivo davvero ambizioso, ma prorprio per questo penso che dobbiamo darci da fare, al più presto. Prima che il Grande Fratello ed i suoi accoliti del “Ministero della Verità” riescano davvero a convincerci tutti che, secondo la logica del “bispensiero”: “”WAR IS PEACE,” “FREEDOM IS SLAVERY,” “IGNORANCE IS STRENGTH”…..

© 2012 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.wordpress.com )

PSY…OPS! Quando la guerra si fa con le parole.

stemma del gruppo operativo PSYOPS dell’Ohio

Dal Grande Fratello orwelliano alla guerra psicologica

In un suo recente intervento, Alessandro Marescotti (www.peacelink.it ) ha giustamente messo in evidenza, a proposito di quanto sta accadendo in Siria, che le varie fonti d’informazione si ritrovano stranamente nel definire “disertori” quelli che, a rigor di logica e di vocabolario, dovrebbero essere chiamati “insorti” o partecipanti ad una “sedizione” militare. Questa osservazione gli dà lo spunto per una riflessione sull’uso propagandistico degli strumenti informativi e sulla preoccupante diffusione – dal secondo dopoguerra ad oggi – di una vera e propria strategia di manipolazione del pensiero e del linguaggio, come strumenti di guerra psicologica.

Il riferimento d’obbligo, in questo caso, è l’incredibilmente profetico romanzo di George Orwell “1984” (Nineteen Eighty-Four), quello che – tanto per intenderci – ha avuto, suo malgrado, la sventura di dar origine alla fin troppo nota espressione “Grande Fratello”. E’ questa, infatti, la traduzione di “Big Brother”, il “deus ex machina” che controlla e dirige come automi telecomandati tutti coloro che vivono sotto il regime assoluto e totalitario guidato dal partito chiamato Socing/Engsoc”.

E’ davvero incredibile come Orwell sia riuscito ad avere, già nel 1948, una visione talmente netta e dettagliata di quella realtà – massmediatica prima ed informatica poi – dalla quale milioni di esseri umani sarebbero stati sempre più condizionati, se non asserviti del tutto, grazie ad una sottile revisione del pensiero e dell’espressione linguistica, che lo veicola e ne è l’ovvio interfaccia.

Mi sono ricordato allora di un mio vecchio scritto – datato non a caso 1984…- nel quale analizzavo questa manipolazione logica (“Bispensiero/Doublethink”) e linguistica (“Neolingua/ Newspeak”), suggerendo anche una strategia per opporsi, nonviolentemente, ad entrambi. Ecco uno dei brani del romanzo che citavo:

“Se si vuole comandare e persistere nell’azione di comando, bisogna anche essere capaci di manovrare e dirigere il senso della realtà… […] Bispensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie ed accettarle entrambe […] La Neolingua era intesa non ad estendere ma a diminuire la possibilità di pensiero; si veniva incontro a questo fine, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole…”  (questa e le successive citazioni erano tratte dall’ediz. italiana, Milano, Mondadori,1983).

Rileggere, oggi, questi brani del romanzo orwelliano fa venire i brividi. Come non restare  stupiti, poi, di fronte alla constatazione che questi due processi di “addomesticamento” e massificazione del pensiero e del linguaggio, mediante un’accurata programmazione della mente umana, erano stati previsti dall’autore intimamente legati all’uso delle tecnologie informatiche?

Programmare un linguaggio-macchina, sottolineava già negli anni ’70 il cibernetico Silvio Ceccato, comporta l’eliminazione di ogni forma di originalità biologica e culturale, allo scopo di perseguire una “oggettività” ed “universalità” comunicativa, sì da “…sopprimere i contenuti del pensiero-linguaggio che fanno riferimento alla personalità dei parlanti…”  (S. Ceccato, La terza cibernetica. Per una mente creativa e responsabile, Milano, Feltrinelli, 1975)

Tornando alla cronaca di quanto sta accadendo oggi in Siria – ma è da poco accaduto in molti altri paesi arabi del Mediterraneo – è evidente che l’informazione ha fatto largo uso di tutte le tecniche neo-linguistiche per indirizzare subdolamente le menti di lettori, ascoltatori, telespettatori e cybernauti nella direzione voluta da chi ha deciso da anni chi sono i buoni ed i cattivi, facendo derivare da questo assioma tutte le altre considerazioni.

“Il 4 aprile 1951, il presidente statunitense Truman istituì lo Psychological Strategy Board (PSB), il primo organismo statale destinato a pianificare, coordinare e condurre operazioni di controllo psicologico di massa. I primi manipolatori psicologici compresero che quando si vuole agire su una quantità enorme di soggetti, bisogna “trasformare la realtà”. E il modo più efficace e rapido per cambiare la realtà a nostro piacimento è cambiare le parole con cui descriviamo la realtà. “La sostituzione di una sola parola – scriveva William Nichols (direttore di “This week magazine” – può aiutare a mutare il corso della storia”.

Noi comuni mortali, ovviamente, ignoriamo che alle nostre spalle e sulle nostre teste migliaia di persone siano state accuratamente formate alla manipolazione del pensiero e del linguaggio, in modo da far giungere al nostro cervello solo le informazioni gradite, escludendo le altre che, guarda caso, sono spesso proprio quelle vere… Eppure, ricorda Marescotti, già nel 2002 “…il New York Times riportò che l’Office of Strategic Influence (OSI) del Pentagono stava “elaborando dei progetti per divulgare notizie, magari anche false, a beneficio dei media stranieri nell’ottica di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici di paesi amici e non”.

Quando però i militari della NATO si resero conto che la sigla “PSYOPS” ( Psycological Operations) era troppo esplicita, in una nota ufficiale il Tenente Colonnello Steve Collins – a capo della struttura omonima con sede presso il Comando Supremo in Belgio – corresse il tiro, scrivendo che sarebbe meglio “…”utilizza(re) una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come “operazioni di  informazione”. (vedi: http://www.nato.int/docu/review/2003/issue2/italian/art4.html )

La “verità” confezionata dai militari

Siamo di fronte ad un’abituale applicazione del “Newspeak” che caratterizza ormai il linguaggio dei media, contrassegnato da espressioni “polically correct”o, comunque, capaci di non impressionare negativamente il lettore-ascoltatore-spettatore.  Chiamare “operazioni informative” quelle che nascono invece come manipolazioni psicologiche è di per sé una mistificazione. Nello stesso Dizionario dei Termini Militari e di quelli Associati, a cura del Dipartimento della Difesa USA  ( JP 1-02 DOD Dictionary of Military and Associated Terms) troviamo scritto, infatti, che: “Le Operazioni Psicologiche sono operazioni pianificate  per veicolare informazioni ed indicatori selezionati ad un pubblico straniero, per influenzare le loro emozioni, motivazioni, ragionamenti oggettivi e, in ultimo, il comportamento dei governi stranieri, come di organizzazioni, gruppi ed individui.”

Queste operazioni – che si integrano con quelle di “intelligence” e di “guerra psicologica” – vengono perfino designate con un colore diversificato, a seconda del grado di mistificazione raggiunto. Quelle “bianche”, infatti, sono azioni attribuite al loro effettivo autore (i servizi informativi della Difesa o, comunque, del Governo. Quelle “grigie” sono “deliberatamente ambigue” ed attribuibili a fonti non-ufficiali. Le operazioni “nere”, infine, sono addirittura attribuite a fonti abitualmente ostili alla politica governativa, e sono utilizzate come un supporto segreto e “coperto” ai piani strategici “scoperti” dei militari.

Dal 1985 (anno significativo…) la sede dell’USA-CAPOC (U.S. Army Civil Affairs and Psycological Operation Command (http://www.usacapoc.army.mil/ ) si trova a Fort Bragg (North Carolina) e comprende due Unità Operative dedicate alle PSYOPS, una nell’Ohio e l’altra in California. Ho notato che lo stemma del primo Gruppo riporta una fiaccola (simbolo del sapere) che s’incrocia in basso con due saette, convergenti sul cartiglio col motto latino “veritas”. L’altra unità è contrassegnata da uno stemma con la stessa fiaccola, questa volta però affiancata a sinistra da una penna d’oca e a destra da una spada ricurva. Le stesse insegne ufficiali ed i distintivi del CAPOC rappresentano poi il “cavallo” degli scacchi, circondato dal motto: “Persuadere-Cambiare-Influenzare” (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/USACAPOC ).

Il guaio è che la principale vittima di questi corpi militari scelti è proprio quella “verità” di cui essi vorrebbero farsi scudo ma che, per essere tale, non può né deve essere sottoposta ad un trattamento finalizzato a persuadere la gente, a cambiare i fatti e ad influenzare le opinioni. Non pensiamo, d’altra parte, che questa specie di “psycological warfare” riguardi esclusivamente i militari statunitensi ed il Pentagono. L’Italia, infatti, non ha mai smesso di far parte di quell’Alleanza Atlantica alla quale resta tuttora vincolata in tutti i sensi, al punto che la sua stessa sovranità nazionale me risulta pesantemente limitata ed il territorio ed il mare italiani sono costantemente sottoposti al ferreo controllo della NATO.

Un articolo di A. Scarpitta del marzo 2010, poi, ci informa sulle “psyops” italiane in Afghanistan  con queste parole: “La comunicazione operativa si prefigge lo scopo di far conoscere, in maniera adeguata e credibile, il fine dell’impegno militare italiano e alleato in Afghanistan, modificando positivamente la percezione di tale impegno presso la popolazione locale, grazie alla capacità di accentrare, controllare e gestire le informazioni” […]. Lo scopo è poter influenzare le percezioni, le suggestioni ed il comune sentire dei civili attraverso l’analisi dell’impatto psicologico delle operazioni ed orientare tali sentimenti a favore del nostro operato. […]In questo contesto, le comunicazioni operative debbono fornire e gestire le notizie in termini coerenti con le necessità delle operazioni e con le finalità del nostro impegno militare, contribuendo a creare un clima generale favorevole al buon esito della missione…”. (http://www.loccidentale.it/articolo/enduring+freedom.+le+psy+ops+italiane+in+afghanistan+.00873809 )

Apprendiamo dal citato articolo che, per studiare e divulgare a loro volta queste interessate “elaborazioni” della verità fattuale, così da meglio asservirla alle finalità delle operazioni militari e per giustificarle agli occhi dell’opinione pubblica, i nostri bravi militari seguono degli appositi corsi. Essi si addestrano a queste tecniche, col supporto di specialisti informatici, giornalisti, psicologici ed altri compiacenti “tecnici”, presso una struttura nazionale, ma anche in dotti corsi accademici all’estero.

“Questi compiti fuori dal comune sono affidati al 28° Reggimento Comunicazioni Operative “Pavia”, un assetto specialistico pregiato del nostro esercito di recentissima costituzione basato a Pesaro […] La Sezione Corsi, inserita nell’Ufficio OAI (Operazioni Addestramento Informazioni). Il “Pavia” è infatti sia unità di impiego che addestrativa, provvedendo direttamente alla formazione del proprio personale. […] A questo si aggiunge, per gli aspetti più marcatamente militari, la stretta collaborazione con forze alleate che già dispongono di esperienze consolidate nel settore delle operazioni psicologiche, come il Civil Affairs/Psychological Operations Command (CAPOC/A) statunitense, che assicura corsi e seminari tenuti a Fort Bragg o a domicilio da istruttori molto qualificati, o la Scuola di Intelligence britannica.[…] A tal fine alcuni elementi qualificati vengono inviati presso enti e comando alleati all’estero, come lo SHAPE o la NATO School di Oberammergau.”(vedi art.cit.).

Ebbene, adesso sapete che, quando ascoltate un notiziario TV, leggete un quotidiano oppure  navigate in Internet – il vero “Grande Fratello” è sempre presente, con la sua preoccupante capacità di controllare e di orientare il pensiero, anche attraverso il linguaggio quotidiano. Nel caso della politica, poi, siamo di fronte a quelle che qualcuno ha efficacemente definito “armi di disinformazione di massa”.

L’intenzione, spiegava Orwell, è quella di rendere ogni discorso “….indipendente il più possibile da una corrente di pensiero operante…”, facendo della Neolingua – asettica, omologata e ambivalente – il codice ideale per impedire ai nostri cervelli di svolgere il loro pericoloso compito di comprensione,di analisi e di valutazione della realtà.

Ormai resi ottusi, massificati ed istupiditi, vivremmo forse più tranquilli, però avremmo smarrito del tutto la nostra scienza e coscienza, come c’insegnava già 250 anni fa il saggio Voltaire:

“Non avete vergogna ad essere infelice, dal momento che alla vostra porta c’è un vecchio automa che non pensa a nulla e che vive contento?” “Avete ragione – mi rispose – cento volte mi son detto che sarei felice se fossi stupido come la mia vicina, e tuttavia non saprei che farmene di una felicità così…” (Voltaire, Il bianco e il nero ed altri racconti, 1764 ).

© 2012 Ermete Ferraro

EDUCAZIONE LINGUISTICA NONVIOLENTA

A distanza di 25 anni da quando ho scritto "GRAMMATICA DI PACE: OTTO TESI PER UNA EDUCAZIONE LINGUISTICA NONVIOLENTA" (Torino, Satyagraha, 1984), mi sono accorto che ben poco si è mosso su questo terreno in questo lungo periodo. Quasi un quarto di secolo dopo quella mia modesta proposta, infatti, parecchia acqua è comunque passata sotto i ponti della conoscenza delle questioni relative all’educazione alla pace e della diffusione – nella scuola e fuori – di progetti formativi che andassero in quella direzione. Non altrettanto è successo, invece, nel caso di proposte che – come la mia o quella di Gino Stefani per l’educazione musicale – cercavano di uscire dalla genericità di un’educazione alla pace troppo centrata sui macro-conflitti, puntando ad offrire a docenti ed animatori degli strumenti concreti per abituare i ragazzi ad un dialogo autentico e costruttivo, che nascesse soprattutto da una comunicazione onesta, empatica e nonviolenta.
Per riprendere il filo di quella mia ipotesi di "GRAMMATICA DI PACE", con due decenni in più di esperienza didattica sulle spalle, mi è sembrato che fosse il caso di tornare a parlare di questi aspetti, relativamente ad una "educazione linguistica" che, a sua volta, da troppo tempo si è ridotta al puro e semplice insegnamento dell’ Italiano e, per di più, in chiave sempre più normativa e tradizionale.
Eppure credo che non sfugga a nessuno che insegnare la comunicazione linguistica va molto oltre l’addestramento dei più piccoli all’uso corretto e variato della propria lingua. Il fatto stesso che essa sia anche il veicolo per studiare tutte le altre discipline, e quindi per comprendere e far proprio il mondo della conoscenza più in generale, pone infatti l’educazione linguistica (E.L.) su un piano oggettivamente diverso, lasciando a chi l’insegna una responsabilità che va molto oltre i risultati strettamente didattici.
Ecco perché ho pensato che valesse la pena di rispolverare il mio vecchio contributo e di cominciare nuovamente a parlarne nella scuola, insieme con altre due qualificate proposte come quella di M. R.Rosemberg sulla "COMUNICAZIONE NONVIOLENTA" (1998) e quella di J. Liss sulla "COMUNICAZIONE ECOLOGICA" (1992).
Ho iniziato il mio giro da una scuola media del Vomero (il quartiere collinare di Napoli) dove proprio oggi ho incontrato due terze classi, alle quali ho parlato di queste tre ipotesi di lavoro per educarci ad una lingua che sappia costruire ponti di dialogo e non muri di separazione. Per questa occasione ho predisposto una sintetica presentazione in "power point" che, introdotta da un "brainstorm" e conclusa da un confronto diretto coi ragazzi/e, mi ha permesso di riprendere un discorso che, mai come adesso, mi sembra importante ed urgente. Per visionare le ‘slides’ della presentazione, basta visitare il mio sito: http://www.ermeteferraro.it e cliccare sul link relativo alla notizia riportata nella homepage.
© 2010 Ermete Ferraro

COMUNICARE PACE

imagesCACYNJI1EDUCAZIONE LINGUISTICA PER LA PACE
Un percorso formativo alla comunicazione nonviolenta

> Destinatari:
la proposta è rivolta agli alunni/e delle classi II e III della scuola media e s’inserisce in un più generale percorso didattico di educazione alla pace ed alla convivenza civile e nonviolenta.

>> Finalità dell’iniziativa:
gli incontri con gli alunni/e sono finalizzati ad una loro sensibilizzazione all’importanza di una relazione interpersonale che, a partire dalle modalità comunicative, sia capace di creare scambio, condivisione e cooperazione anziché alimentare incomprensione, ostilità e sopraffazione reciproche. L’obiettivo più specifico è quello di offrire un saggio di un più ampio percorso di educazione alla comunicazione nonviolenta, indicando ad alunni e docenti alcuni possibili approcci metodologici da sviluppare opportunamente.

>>> Modalità della proposta:
ogni incontro (per non più di di 25-30 alunni/e alla volta e per una durata di 100 minuti complessivi)seguirà questa modalità operativa: (a) Breve presentazione della tematica e del relatore; (b) “brainstorm” iniziale, per evidenziare alcune “parole-chiave” da cui partire; (c) sintetica illustrazione di tre metodologie per l’educazione alla comunicazione nonviolenta (ECN): (i) l’educazione linguistica nonviolenta di E. Ferraro; (ii) la “comunicazione nonviolenta” di M. R. Rosemberg e (iii) la “comunicazione ecologica” di J. K. Liss; (d) discussione aperta con gli alunni/e, a partire dalle parole-chiave evidenziate ed alla luce della presentazione; (e) valutazione conclusiva dell’esperienza fatta e gioco di chiusura. A distanza di alcuni giorni dall’incontro, agli alunni/e partecipanti sarà proposto un breve questionario di verifica dell’effettiva comprensione di quanto è stato loro proposto (feed back). Sarebbe auspicabile un successivo incontro con i docenti interessati della/e classe/e coinvolta/e nell’esperienza, cui sarà comunque proposta una breve bibliografia di approfondimento.

>>>> Animatore dell’iniziativa:
Ermete Ferraro (Napoli 1952) ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli "Federico II" e, in seguito, il Diploma Triennale di Assistente Sociale. Si è abilitato all’insegnamento delle discipline letterarie e del latino per gli istituti superiori e, in seguito a Concorso abilitante per l’insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie , è diventato docente di ruolo di Lettere, dapprima alla S.M.S. "Card. Maglione" di Casoria-NA e successivamente alla S.M.S. "A. Sogliano" di Napoli, dove insegna tuttora, svolgendovi anche la funzione strumentale per "disagio e dispersione".
Tra i primi obiettori di coscienza napoletani, da oltre 35 anni è impegnato nei seguenti campi: nonviolenza, disarmo, difesa alternativa, educazione alla pace e ricerca sulla pace, eco pacifismo ed ecologia sociale.
Animatore socioculturale ed operatore sociale di gruppo e di comunità (1974-84) presso il Centro Comunitario della “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, negli ultimi dieci anni si sta occupando dell’omonima Fondazione-onlus come coordinatore ed amministratore sociale.
Operatore pastorale presso la Parrocchia Santa Maria della Libera, segue le attività della Caritas e, in modo più specifico, è responsabile di uno sportello di ascolto e di counseling socio-educativo per minori.
E’ autore di alcuni libri e saggi (fra cui uno sulla Educazione Linguistica Nonviolenta) e si occupa di varie questioni, dalla nonviolenza e l’educaz. alla pace all’educaz. ambientale ed alle problematiche del servizio sociale e dello sviluppo comunitario. Per maggiori informazioni visitare il suo sito personale: http://www.ermeteferraro.it il suo blog: http://ermeteferraro.splinder.com ed il suo educational website : http://ermeteferraro.weebly.com
–> Contatti: prof. Ermete FERRARO > via F. Cilea 112 – 80127 Napoli – tel/fax: 081 5799539 – mobile: 349 3414190 – email: ermeteferraro@alice.it