SINISTRA ARCOBALENO: MA E’ LA SOMMA CHE FA IL TOTALE…?

di Ermete Ferraro

 

Non posso farci niente, ma leggendo i 14 punti del programma de "la Sinistra – l’Arcobaleno" mi si rafforza nella mente l’idea di un "cartello" elettorale più che di un’effettiva aggregazione, capace di far trasparire una visione comune dell’alternativa che si propone agli italiani. Per carità, nulla da eccepire alla sostanza dei punti programmatici (fatta eccezione per alcuni non identificabili con la mia identità e sensibilità di credente, che non ho mai considerato un abito da indossare o di cui spogliarmi quando mi fa comodo), piuttosto la semplice constatazione che presentare una proposta composita e multicolore è ben diverso dal proporre qualcosa i cui vari colori riescano davvero a fondersi in una luce comune.

Si rischia, in questo ultimo caso, di proporre un programma più "arlecchino" che "arcobaleno", che nasce dalla pura e semplice giustapposizione delle impostazioni e priorità di ciascuna componente della coalizione, facendo bene attenzione al peso elettorale di ciascuna e riservando a ciascun "colore" solo lo spazio spettante, come accade quando di giunge ad una sorta di compromesso o di accordo a tavolino tra soggetti che restano diversi, pur sentendosi comunque legati da un patto di collaborazione.  Attenzione, chi mi conosce sa bene quanto ci tengo alla "diversità culturale" di ogni persona e/o gruppo, che non si annulla certo quando l’una o l’altro decidono di cercarsi dei "compagni di strada". Il fatto è che non penso che questo stare insieme debba ridursi a ciò che, col linguaggio aziendalista di moda, potremmo chiamare una joint venture. E questo per la semplice ragione, pratica oltre che etica, che una coalizione di questo tipo non riuscirebbe ad essere molto credibile né riuscirebbe ad attirare consensi tra chi cerca qualcosa di veramente nuovo ed alternativo, per uscire dall’apatia e dallo sconforto provocati da una politica sempre più alla deriva.

Ripeto, non si tratta di essere o meno d’accordo con l’uno o l’altro aspetto del programma: non si tratta dei dieci comandamenti e nessuno è tenuto a condividere ogni affermazione allo stesso modo e con la stessa convinzione. Il vero problema è che – come vado ripetendo da un bel po’ di tempo, ma con scarso successo – la semplice sommatoria di istanze civili, sociali, ambientali e di pace non costituisce un vero e proprio "programma costruttivo" – per citare Gandhi – perché solo una comunanza d’intenti ed una reale integrazione delle proposte può dar luogo ad un soggetto politico davvero alternativo. Già se si considera il solo aspetto del collegamento tra battaglie pacifiste ed ecologiste, il fatto di metterle insieme non dà necessariamente origine ad una proposta autenticamente "ecopacifista". Essa, infatti, può nascere dall’individuazione di una matrice comune – ad esempio, l’idea di sfruttamento e di colonizzazione – che da qualche millennio ha reso l’uomo violento verso la natura almeno quanto lo è stato verso i suoi simili. Non ne parliamo, poi, se a questa dimensione ci si limita ad addizionare quella della lotta per la giustizia sociale (propria della sinistra storica) oppure le istanze libertarie dei movimenti per i diritti civili. Non è sempre vero che, per citare Totò, "è la somma che fa il totale", almeno nel senso che una pura logica combinatoria di elementi diversi non è sufficiente a dare un risultato complessivo soddisfacente.

cuorearcobalenoSe manca il collante di un modello di sviluppo profondamente diverso, che abbia il coraggio di parlare di "decrescita"; se non si vuole proporre un tipo di convivenza civile che sappia puntare più sulla "comunità" che sulla "società"; se si continua a depurare ipocritamente il pacifismo della componente antimilitarista, per non sfidare apertamente il complesso militare-industriale con una strategia di difesa civile e di resistenza nonviolenta; se la tutela dei diritti individuali perpetua il mito illuminista di un liberalismo che sa diventare libertario, ma rifugge inorridito da ogni limite etico e da una vera solidarietà; se, insomma, ci si limitasse a far convivere in un programma elettorale istanze che non prefigurino una visione globale altra ed un modo differente di fare politica, beh, possiamo pure appoggiare e votare questa coalizione, ma corriamo il rischio di scontare, prima o poi, le riserve mentali di ciascuno e la mancanza di un’effettiva unità.

E’ un po’ brutto mettersi a fare dei conti, ma se di somma si deve trattare forse non è poi tanto secondario soffermarsi su alcune valutazioni e considerazioni. Ai diritti dei lavoratori sono stati dedicati 3 punti su 14 (sicurezza, lotta alla precarietà, salari fisco e redistribuzione del reddito); altri 2 punti si occupano dei diritti civili (laicità ed autodeterminazione femminile); seguono poi altri 3 aspetti tipicamente ‘verdi’ (pace e disarmo, patto per il clima, investimenti per il risanamento ambientale). Alle tematiche sociali care alla Sinistra (servizi sociali e sanitari, diritto alla casa, inclusione degli stranieri, investimenti sulla formazione, difesa della democrazia e tutela del diritto all’informazione) sono dedicati i rimanenti 6 punti, che vanno a sommarsi ai primi 3. Risultato? Nove + tre + due = quattordici: un totale che somma le varie istanze, dosando gli ingredienti della coalizione, ma non offre una chiave di lettura comune che consenta d’inserirle in un progetto unitario di società.

Basterebbe leggersi il testo della fondamentale "Carta della Terra" per avere un’idea concreta e precisa di ciò che significa non limitarsi a sommare dei punti, ma cercare una logica alternativa a quella da cui ci lasciamo portare avanti per inerzia. In quel documento si parla di scelte, di radicali modifiche, di responsabilità universale, di rapporto tra locale e globale, di rispetto dell’integrità ecologica e di sviluppo equo e solidale. Certo, si parla anche di diritti, ma non si tacciono i valori e non ci si vergogna di usare parole come rispetto, armonia, nonviolenza, celebrazione della vita. Come ecopacifista, infine, lasciatemi dire che i 3 punti riservati al ‘verde’ in questo arcobaleno non solo sono pochi, ma neppure tanto incisivi. Parlare solo di disarmo nucleare, di tagli alle spese per armamenti e di riconversione civile, infatti, non basta a configurare un’alternativa nonviolenta credibile né ad escludere presenti e futuri coinvolgimenti dell’Italia in vecchi e nuovi scenari di guerra. Rifiutare l’energia nucleare, riproponendo fonti rinnovabili e pulite, ripubblicizzare i servizi idrici e combattere i reati ambientali è sì una valida proposta di priorità, ma non affronta il nodo di un modello di sviluppo energivoro e predatorio, né gli contrappone un’alternativa a livello di produzione e di consumo. E’ giusto, infine, rifiutare la logica delle ‘grandi opere’ in nome degli investimenti per il trasporto pubblico, la raccolta differenziata dei rifiuti ed altre pratiche virtuose ed ecologiche, ma non mi pare che si cerchi di andare oltre le priorità, per configurare il volto di un Paese e di un territorio dove si scelga di vivere con ritmi e modalità alternative, badando all’essenziale e bandendo il consumismo e la frenesia di uno sviluppo malato di "crescita".

Ma forse mi sbaglio e il programma diffuso dai media e sugli stessi siti della Sinistra Arcobaleno, per amore di sintesi, ha omesso un’introduzione più ampia e generale. Forse c’è ancora tempo per evitare che i vari colori di questo arcobaleno lascino intravedere le cuciture un po’ affrettate che li tengono insieme. Forse il dibattito è appena iniziato e non c’è nessuna intenzione di soffocarlo, anche a costo di far nascere prematura ed un po’ squilibrata questa nuova creatura. Sinceramente lo spero, anche se l’assenza dal dibattito di alcuni nomi storici che hanno segnato in Italia il cammino di una coalizione rosso-verde non mi sembra un segnale molto positivo. Staremo a vedere ma, intanto, come primo gesto concreto di unione, prima che sia troppo tardi per farlo, battezziamo in modo meno ambiguo questa creatura, levando quei due orribili e cacofonici articoli (la Sinistra e l’ Arcobaleno) che stanno lì quasi a sottolineare che si tratta di una somma che non riesce a farsi totale…

 

ARCOBALENO O ARCA-BALENA ?

                                                                                                                               di  Ermete Ferraro

Evviva! E’ nata la coalizione-raggruppamento-cartello che unisce la Sinistra storica con la tradizione ambientalista dei Verdi, il cui leader ha esultato, definendo "utile" il voto dato "a un soggetto che ha nel simbolo i colori della pace e come obiettivo la tutela dell’ambiente". Beh, a dire il vero, non è che l’aggettivo "utile" sia proprio il massimo per lanciare la nuova formazione politica. Sappiamo però che il vocabolario della politica e i concetti che dovrebbero stare dietro le parole si sono irrimediabilmente ristretti, per cui pare proprio che ci tocca accontentarci d’un codice linguistico vago, approssimativo e sbrigativo.

Il fatto che votare per "la Sinistra – l’Arcobaleno" risulti utile, comunque, sembrerebbe proprio ciò che interessa alla maggioranza di quelli che le hanno dato vita, e che adesso si alternano a fare i complimenti intorno alla culla della neonata, lasciando però trasparire qualche imbarazzo e cautela, dettati forse dalla necessità di prendere tempo, per capire meglio… a chi assomigli la pargoletta…  Una delle poche cose certe di questa creatura è che l’hanno battezzata con due nomi, uno femminile e l’altro maschile, tanto per non scontentare nessuno. Anche il suo logo risulta da una sintesi grafica, in cui appaiono, in basso, delle onde iridate, mentre nel semicerchio superiore sembrerebbe essersi esaurita la fantasia dei creatori, che non hanno saputo trovare niente di meglio che scriverci il doppio nome di cui sopra, rigorosamente in caratteri rossi e verdi, su sfondo bianco. Nutro qualche sospetto che Pecoraro Scanio abbia tentato di farvi collocare un sole-che-ride, ma qualcuno certamente gli avrà fatto notare che così il nuovo logo avrebbe acquisito un’inquietante somiglianza col simbolo del partito socialdemocratico di una volta.  Per non parlare del fatto che, a quel punto, PRC e PCI si sarebbero sentiti in dovere d’inserire anche loro una falcetta-e-martellino da qualche parte, con prevedibili conseguenze negative sul piano grafico.

Dunque, vediamo un po’ gli elementi che abbiamo finora a disposizione per esprimere un giudizio. (1) Votare la Sinistra – l’Arcobaleno  (forse sarebbe meglio chiamarla "Sinistrarcobaleno", per snellire un po’ questo nome composto, come si fa con Pierpaolo o Giambattista…) è qualcosa di utile; (2) si tratta di un’alleanza il cui simbolo ricorda la pace e l’ambiente e, secondo una dichiarazione del neo-leader Bertinotti, (3) lascia trasparire "la grande ambizione di cambiare la società". Beh, mi sa che è ancora troppo poco per riuscire a trascinare le masse, inducendole a votare per la neonata formazione, soprattutto se si tiene conto che i primi provvedimenti che il leader dei Verdi si è sentito di proporre, a mo’ di esemplificazione, sono state le leggi per le unioni civili e per il conflitto d’interessi…  Sarà probabilmente solo una sensazione, ma nella generale confusione di elezioni politiche le cui vicende sono iniziate con l’accusa rivolta dalla coalizione conservatrice a quella "democratica" di volergli copiare il programma, ho l’impressione che anche a Sinistra del PD le idee non siano troppo chiare. O, peggio ancora, che non si ritenga nemmeno tanto "utile" chiarirle agli elettori, ai quali si chiede piuttosto un’adesione "a pelle", istintiva – come dire? – "senza se e senza ma"…

sinistra_arcobaleno_thumbnailPer carità, non fraintendetemi. Da nonviolento ed ecopacifista storico, personalmente apprezzo molto sia il nome sia il simbolo della nuova formazione. Da primo eletto a Napoli dei Verdi (nel lontano 1987), e come primo e unico capogruppo circoscrizionale (nel 1995) di una formazione denominata "Verdepace-Arcobaleno", nessuno più di me può condividere questa scelta, che mi ricorda pure l’esperienza napoletana dell’associazione "Verdarcobaleno", iniziata proprio in quegli anni insieme con l’amico Antonio D’Acunto, ultimo consigliere regionale dei "Verdi Arcobaleno".  Quello che mi convince di meno non è infatti né il logo iridato (che mi riporta col pensiero a tante battaglie antimilitariste e pacifiste), né la parola "Sinistra" (che semmai mi ricorda la breve, ma positiva, esperienza che ho fatto da primo presidente "verde" di una Circoscrizione napoletana, alla guida di una…minoranza che potrebbe oggi tranquillamente identificarsi nella nuova formazione politica).

A lasciarmi poco convinto, semmai, è l’evidente fretta e superficialità con cui è stato concluso il ciclo di un processo che pur durava da molti anni, senza evidente successo, sol perché ormai non restava altro tempo da perdere e le elezioni bussavano già alle porte. Ecco, è proprio questa "utilità" troppo strumentale ed assai poco attenta alla maturazione effettiva del processo stesso che adesso suscita qualche perplessità, costringendomi a pormi qualche domanda scomoda e politicamente scorretta su fini e sui mezzi della nuova coalizione rosso-verde. Il predetto Antonio D’Acunto, in un suo recente editoriale on-line sul sito nazionale dell’Associazione VAS, ha fatto importanti osservazioni in proposito, scrivendo: "Oggi nasce la Sinistra l’Arcobaleno: la questione per molti della sinistra e della cultura ambientalista è se esso è la sommatoria, l’escamotage elettorale, di alcune forze politiche o anche di singoli politici, in grandissima difficoltà, per salvare la loro presenza alla Camera ed al Senato, oppure è il reale avvio, la vera nascita di un grande soggetto politico, sì di un Partito Nuovo, che sappia fondere la storia, i valori, i bisogni della Sinistra politica con l’Ecologia; il Mondo di oggi con le Future Generazioni, la Salvezza dell’Uomo con quella del Pianeta, con l’attualità di un programma chiaro e forte che vada in tale direzione."

Ecco: il vero problema mi sembra che sia proprio questo e non può essere certo eluso facendo ricorso a slogans elettorali o a frasi ad effetto. Se ci troviamo effettivamente di fronte ad una vera scelta, ad una reale novità nel panorama politico, ci saranno senz’altro quelli che D’Acunto chiamava "segnali netti, chiari nei contenuti e nella rappresentatività" , indice evidente di "un rinnovamento profondo che deve valere per l’insieme de la Sinistra l’Arcobaleno".  In caso contrario, invece, ci troveremmo ahimé di fronte ad una pura e semplice trovata elettorale, un’alleanza sotto forma di "arca-balena", "utile" solo a salvare i Pinocchi e i Geppetti di turno, ma il cui richiamo risulterebbe ovviamente molto debole e che quindi sconterebbe l’ambiguità e la strumentalità di una pseudo-scelta.

Attenzione allora: i cittadini comuni, i giovani soprattutto, sono maledettamente stanchi e delusi. Non hanno bisogno di spot di facciata, ma di una chiarezza e coerenza diventate merci sempre più rare in quella specie di mercatino rionale della politica in cui siamo costretti a scegliere. Se invece "la Sinistra-l’Arcobaleno" saprà emergere da questo clima di "saldi di fine stagione" e se riuscirà a proporre qualcosa di veramente nuovo e convincente, che faccia leva sul protagonismo e la partecipazione diretta, sono certo che le adesioni  a questo progetto alternativo diventeranno sempre più numerose e convinte. Auguriamoci che così sia !

 

TERRA: CASA COMUNE DELLA FAMIGLIA UMANA

          di Ermete Ferraro 

Il primo gennaio, dichiarato da molto tempo “giornata mondiale della pace”, anche per questo 2008 è contrassegnato da un significativo messaggio di fine d’anno del Papa. Già lo scorso anno, come referente per l’ecopacifismo di VAS, ebbi modo di sottolineare – in una lettera indirizzata all’arcivescovo di Napoli, l’importanza del riferimento di S.S. Benedetto XVI alla necessità di una vera “ecologia della pace” (vedi: http://www.vasnapoli.org/Lettera%20Card.%20Sepe%20-%20ecopax.htm).

Anche il messaggio di quest’anno – “Famiglia umana, comunità di pace” – mi sembra in linea con una visione religiosa che sa farsi globale, riuscendo a portare il magistero della Chiesa dall’ambito etico, e specificamente evangelico, a quello che tocca, in modo significativamente integrato, i temi dello sviluppo, della pace e dell’ambiente.

Leggendo attentamente le parole del Papa, infatti, si comprende quanto sarebbe sciocco e banale confinarne il significato nel contesto della “riscossa” cattolica sul problema della famiglia, contrassegnata dal Family Day spagnolo. Il richiamo al primo e fondamentale nucleo dell’aggregazione sociale mi sembra dettato, piuttosto, dalla volontà di lanciare un ennesimo appello ai cristiani – ed ai credenti più in generale – perchè facciano davvero la loro parte per costruire dal basso la pace, partendo proprio dall’ambito primario della convivenza e, per contrasto, del conflitto.

“Per questo la famiglia è la prima e insostituibile educatrice alla pace”chiarisce Benedetto XVI, specificando più avanti che “…il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace […] Pertanto, chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale « agenzia » di pace”.

Che il richiamo alla centralità della difesa della famiglia – come progetto esistenziale più che come pura e semplice istituzione –  non sia fine a se stesso è dimostrato dai paragrafi successivi del testo pontificio, che utilizzano la realtà familiare come parametro di riferimento per spaziare su questioni molto più ampie e globali, come l’intera comunità umana, il suo rapporto con l’ambiente naturale di cui fa parte, il modello di sviluppo economico ed il rischio di una escalation del militarismo e del bellicismo, che minacciano – insieme con le emergenze ambientali – la stessa sopravvivenza umana e la pace mondiale.

Non si tratta di questioni distinte, è il caso di ribadire, perché da decenni ormai il magistero della Chiesa Cattolica – in sintonia ecumenica con le altre confessioni cristiane – mi sembra rimasto il solo che riesce a coniugare costantemente il trinomio che dovrebbe contrassegnare un progetto davvero alternativo: giustizia, pace e salvaguardia del creato. Ecco allora che l’ecologia della pace si integra, anche in questo caso, con un’analisi inequivocabile dei rischi di un’economia iniqua, sempre più globalizzata ed incapace di discostarsi dal profitto a tutti i costi.

Pur confermando il “primato” dell’uomo su tutto il creato, Benedetto XVI ammonisce che: “La famiglia ha bisogno di una casa, di un ambiente a sua misura in cui intessere le proprie relazioni. Per la famiglia umana questa casa è la terra, l’ambiente che Dio Creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità. Dobbiamo avere cura dell’ambiente: esso è stato affidato all’uomo, perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo sempre come criterio orientatore il bene di tutti”. Non si può fare a  meno d’improntare le scelte ecologiche ad una necessaria gradualità ma, precisa il Papa:  “Prudenza non significa non assumersi le proprie responsabilità e rimandare le decisioni; significa piuttosto assumere l’impegno di decidere assieme e dopo aver ponderato responsabilmente la strada da percorrere, con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio…”.

Un significativo banco di prova della volontà di questa auspicabile “metànoia”, aggiunge il Pontefice, è proprio quello delle scelte energetiche: “Una duplice urgenza, a questo riguardo, si pone ai Paesi tecnologicamente avanzati: occorre rivedere, da una parte, gli elevati standard di consumo dovuti all’attuale modello di sviluppo, e provvedere, dall’altra, ad adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo. I Paesi emergenti hanno fame di energia, ma talvolta questa fame viene saziata (proprio) ai danni dei Paesi poveri…”.

Per uscire dal consumismo devastante dei nostri tempi, però, occorre cambiare profondamente i nostri stili di vita e, giustamente, il Papa sottolinea che il luogo dove questo può diventare possibile, in prima istanza, è proprio l’ambito di una famiglia che sappia ridiventare modello di convivenza civile e di comportamenti sani e responsabili:  “… la famiglia fa un’autentica esperienza di pace quando a nessuno manca il necessario, e il patrimonio familiare — frutto del lavoro di alcuni, del risparmio di altri e della attiva collaborazione di tutti — è bene gestito nella solidarietà, senza eccessi e senza sprechi.”  Un “patrimonio trascendente di valori”, vissuto e condiviso all’interno della famiglia, diventa così il mezzo migliore perché i giovani imparino a gestire saggiamente sia i beni materiali, sia le relazioni sociali. L’etica familiare non è disgiunta, infatti, da quella cui dovrebbero sottostare anche le relazioni economiche, poiché, afferma con forza Benedetto XVI :”Occorre …tenere in debito conto l’esigenza morale di far sì che l’organizzazione economica non risponda solo alle crude leggi del guadagno immediato, che possono risultare disumane”.

Le stesse relazioni internazionali, laddove si spegne l’impulso etico di una visione fraterna dei rapporti interpersonali e sociali, vengono sottomesse all’iniqua legge del più forte: “Nella famiglia dei popoli si verificano molti comportamenti arbitrari, sia all’interno dei singoli Stati sia nelle relazioni degli Stati tra loro. Non mancano poi tante situazioni in cui il debole deve piegare la testa davanti non alle esigenze della giustizia, ma alla nuda forza di chi ha più mezzi di lui”.  La prima è fondamentale situazione in cui gli organismi di arbitrato internazionale devono ristabilire le regole è, ovviamente, quella dell’assurda corsa agli armamenti e del proliferare di conflitti armati su tutti gli scenari mondiali. Su questo il Papa lancia un accorato appello alla: “…mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un’efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari. […] sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti”.

Questo denso e significativo messaggio per la giornata mondiale della pace 2008 si conclude con un’esortazione che – come ecopacifista e come cattolico – mi sento di sottoscrivere, in occasione di questo Capodanno:

"… invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all’unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre di più questa convinzione da cui dipende l’instaurazione di una pace vera e duratura. Invito poi i credenti ad implorare da Dio senza stancarsi il grande dono della pace".

Auguri di pace e bene a tutti !

 

(*) L’immagine che accompagna questo post è stata tratta dal sito: www.earthrainbownetwork.com/Archives2003/imag

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IL NUOVO “INGANNO NUCLEARE”

   di Ermete Ferraro

 

In un suo libro-inchiesta del 1978, Mario Fazio ebbe il merito di denunciare efficacemente i vari aspetti di quello che, già dal titolo, chiamò “l’inganno nucleare”, mettendo in luce la spregiudicata campagna nuclearista dei governi di allora, basata su dati manipolati e sull’occultamento di quanto già allora si sapeva.

Ebbene, dopo quasi 30 anni, Antonio D’Acunto – il leader ambientalista napoletano che già a quei tempi fu uno dei pochi a smascherare quell’inganno anche all’interno del vecchio PCI – è stato costretto a tornare sul problema, per denunciare lo strisciante e subdolo ritorno della disinformazione nuclearista e le ambiguità della nuova sinistra post-comunista.

L’intervento dell’amico D’Acunto è troppo articolato, preciso e documentato perché io possa cercare di sintetizzarlo, per cui vi rimando senz’altro alla lettura dell’articolo, che potete trovare come editoriale su www.vasonline.it e su www.vascampania.org e, come documento, sul sito del Circolo napoletano (www.vasnapoli.org ).

Quello che vorrei sottolineare, invece, è il cumulo di falsità e di mezze-verità che i media ci stanno vomitando addosso quotidianamente, per convincerci che l’unica scelta intelligente è quella di cancellare le “assurde” pregiudiziali “ideologiche” e darsi da fare per recuperare il tempo perduto sulla strada smarrita del “nucleare buono”, quello “sicuro”, l’unico che può salvarci da un’irreversibile crisi energetica…

Dopo i “casini” sollevati in proposito dall’omonimo leader dei penosi eredi della vecchia DC, e dopo varie esternazioni da parte di “scienziati”, capindustriali, opinionisti ed altri componenti del circo barnum mediatico, ecco che dalle chiacchiere si passa ai fatti, e nel peggiore dei modi!

Il governo Prodi ha firmato un accordo con i nostri dirimpettai francesi – i più sfegatati supporters del nucleare-a-tutti-i-costi  – che prevede una partnership tra “Electricité de France” e la nostrana ENEL, finalizzata alla realizzazione di 6 impianti nucleari E.P.R., per il primo dei quali l’Italia si è impegnata per una quota di partecipazione  del 12,5% .

Ma gli Italiani non avevano votato – al referendum – non solo per chiudere il capitolo del nucleare nel nostro Paese, ma anche per interdire accordi di partecipazione su impianti nucleari altrui?

Se l’80% , nel 1987, ha votato SI’ anche al quesito referendario che suonava così: “volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero?”, con quale diritto il prode governo di centrosinistra si mette sotto i piedi quella scelta, finora mai smentita?

Dice: sì vabbé, ma non possiamo più rimandare scelte indispensabili.  Indispensabili a chi? Al solito complesso militare-industriale che provoca e gestisce guerre in giro per il mondo, speculando sulle fonti energetiche e agitando lo spettro del terrorismo per terrorizzarci e farci imbarcare in sciagurate avventure belliche?  Indispensabili forse ai saggi “riciclatori” degli scarti nucleari, tanto utili per fabbricare missili e carrarmati, facendo vittime sia tra i nemici sia tra i propri stessi soldati?

E’ energia pulita e a basso impatto ambientale, dicono. D’Acunto ci ricorda che il rendimento delle centrali nucleari è, al massimo del 30% e, se non partiamo dall’uranio già arricchito, scende addirittura a meno dell’1%.

E da chi dovremmo comprare quest’ultimo, se non da quei paesi che, guarda caso, sono anche delle potenze atomiche civili e militari, che sono ovviamente tra i principali “riprocessatori” dell’uranio e potenziali avvelenatori del nostro pianeta?

E, a prescindere dalla pretesa “sicurezza”  dei reattori della nuova generazione, dove accidenti andremmo a gettare le scorie di questa potenziale abbuffata nucleare, visto che non siamo stati capaci neppure di neutralizzare quelle delle nostre quattro centrali precedenti, chiuse ormai da vent’anni?

E da quali tasche i nostri prodi governanti pensano di far uscire i 100 miliardi di euro necessari per le ipotesi nucleariste, a fronte di un risultato che sarebbe, tutt’al più, pari ad un quarto del fabbisogno energetico italiano?

Eppure tv e giornali sembrano inneggiare alla lungimiranza di queste scelte e nessuna nube (radioattiva…) sembra oscurare il cielo sereno di chi – a destra come al centro e a sinistra – continua a fare i conti senza (se non contro…) la giusta e motivata contrarietà degli Italiani.

Di fronte a questa folle megalomania – che si rifiuta assolutamente di affrontare il vero problema, che è quello del risparmio energetico e della de-crescita – l’unica cosa da fare è “protestare per sopravvivere” (come ammoniva già alcuni decenni fa un ecopacifista inglese), pretendendo che scelte del genere siano fatte nel rispetto della volontà effettiva dei cittadini – senza tentare d’imbonirli con chiacchiere e falsità – e quindi (mi si passi il gioco di parole)….alla luce del sole!

bandiera4 Novembre 1918-2007

 “Dov’è la vittoria…?”

                di Ermete Ferraro 

     Per le autorità militari e civili il 4 novembre, una volta “Festa delle Forze Armate”, è diventato il giorno della festa dell’unità nazionale.  Sembrava evidentemente poco politically correct continuare ad invitare gli Italiani a festeggiare quella “inutile strage” (Benedetto XV), che era costata 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti. Come opportunamente si ricorda nell’appello lanciato dal Movimento Nonviolento, erano assai più degli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la cosiddetta “vittoria”, fra l’altro già concessi dall’Austria all’Italia in cambio della non belligeranza.

E allora meglio parlare di “festa dell’unità nazionale”, come se si trattasse di qualcosa che può essere assicurato dalle forze armate, nel frattempo trasformate in attività da professionals, una volta fallito miseramente anche il mito dell’esercito di popolo.

Una persona di media intelligenza, però, stenta a comprendere che cosa c’entra la difesa dell’integrità e dell’identità nazionale (espressione, peraltro, abbastanza ridicola in tempi di totale e spietata globalizzazione…) con un’ulteriore crescita delle spese militari, a discapito ovviamente di quelle sociali e per opere civili.

“Quest’anno  – ricorda il citato Movimento Nonviolento – le previsioni di spesa per la difesa (finanziaria, bilancio difesa, missioni internazionali, programmi sistemi d’arma) arrivano ad oltre 23 miliardi e 800 milioni di spesa: 20 miliardi e 900 milioni in bilancio, più 1 miliardo 550 milioni stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso per le armi ad alto contenuto tecnologico, più altri 600 milioni in finanziaria 2008 tra finanziamenti al reclutamento dei professionisti e del finanziamento per gli Eurofighter e le fregate Freem. A questa somma vanno aggiunti gli oltre 800 milioni per il mantenimento delle missioni militari all’estero (compreso l’Afghanistan!)”.

C’è bisogno di commenti? A qualcuno sfugge forse che questi 24 miliardi di Euro previsti dal documento di programmazione economica della Repubblica Italiana (quella che “ripudia le guerre”…), sono sottratti alle vere esigenze di uno sviluppo più giusto, sostenibile e solidale?

Ebbene, allora protestiamo, ognuno come può, contro la retorica militarista e contro il bellicismo giustificato dalla presenza in alleanze strategiche che non hanno nemmeno più un avversario che le giustifichi.

Protestiamo, con tutta l’indignazione possibile, contro chi continua a mettersi la Costituzione Italiana sotto i piedi, blaterando del ruolo insostituibile dei militari nei compiti di protezione civile e di peace-keeping ! Finiamola di far finta di credere che un esercito, una marina ed un’aeronautica professionalizzati servano per aiutare le popolazioni alluvionate o per un’interposizione pacifica tra belligeranti!

Lunedì 5 novembre, presso il Castelnuovo di Napoli, si terrà un importante convegno sulla tragedia dei militari colpiti dai devastanti effetti dell’uranio impoverito, l’arma che le nostre forze armate hanno contribuito ad impiegare nelle precedenti "missioni di pace", in particolare nella ex-Jugoslavia e che si è drammaticamente rivolta, come un boomerang, contro soldati più o meno inconsapevoli.

Anche in quella sede io cercherò di esserci, per esprimere lo sdegno di chi, come me, da trent’anni condivide l’efficace affermazione di Tolstoj, nel suo capolavoro "Guerra e pace", secondo la quale: "le guerre non si vincono, le guerre si perdono e basta".

 Domani, perciò, diamo tutti un segnale di "ripudio della guerra",  di riprovazione totale di quella "inutile strage" di quasi mezzo secolo fa e, soprattutto, di dissenso nei confronti di un governo di centro-sinistra che investe 24 miliardi delle risorse comuni per mantenere in piedi un complesso militare-industriale che è la causa stessa delle guerre cui pretenderebbe di dare una risposta.

 

BURMACOTTAGGIO: BOICOTTARE CHI SI ARRICCHISCE IN MYANMAR

                                 di Ermete Ferraro

 

Una delle forme più concrete di opposizione nonviolenta ad un regime oppressivo e sanguinario, lo sappiamo da tempo, è il boicottaggio della sua economia e, in particolare, la cessazione dei rapporti commerciali tra il proprio Paese e quello che reprime ogni forma di opposizione e cancella i diritti umani (visita il sito: www.equonomia.it).

Nel caso di Myanmar (ex Birmania o Burma) è già presente una rete di denuncia e di controinformazione, attivata anche in Italia da organizzazioni pacifiste, del commercio equo e solidale e sindacali. Nello specifico, è il caso della CISL, che ha lanciato un appello insieme a Greenpeace, Legambiente e WWF (visita: http://htm.cisl.it/sito/contenuti/BIRMANIA/Birmania.htm) e di specifiche campagne (come quella pubblicizzata su: http://www.birmaniademocratica.org/Home.aspx ), che ci stanno aiutando a scoprire quanti – e quanto grandi –  interessi economici ci siano stati (e ci siano tuttora), anche in Italia, al punto di aver impedito che l’opinione pubblica scoprisse le malefatte di una dittatura militare che da 45 anni paralizza la Birmania.

Meglio di tante chiacchiere e appelli ad una teorica solidarietà con la lotta nonviolenta dei cittadini di Myanmar e delle migliaia di monaci buddisti – repressa violentemente ma rimasta comunque un punto di non ritorno per quell’ottuso regime – ecco allora che possiamo fare, tutti, qualcosa per far cambiare le cose in quella terra martoriata.

Dal sito http://www.global-unions.org/burma , ad esempio, ho estrapolato questo elenco di aziende che, pur non essendo necessariamente italiane, sono molto conosciute e praticate dai consumatori italiani:

3M – Minnesota Mining and Manufacturing Company

Acer

Alcatel – Alcatel Shanghai Bell (reply from company available)

Bellotti spa
Best Tours

Caterpillar
Chevron
Cosco Holdings
Daewoo International Corporation
DHL Worldwide Express

Euroteck
GlaxoSmithKline
Hitachi
Hyundai Corporation
Italian-Thai Development Plc

Mitsubishi 

Nestlè

Nouvelles frontières
Pfaff Industrie
Qantas
Samsung Corporation
Schindler Group – Jardine Schindler
Siemens (reply from company available)
Suzuki

Swatch Group – Omega (reply from company available)
SWIFT 
 (reply from company available).
Total
(reply from company available)
Toyota Tsusho

Viaggi Avventure nel Mondo

Come vedete, si tratta di note aziende orientali legate al mondo degli auto-motoveicoli (Daewoo, Hiunday, Mitsubishi, Suzuki, Toyota), ma anche di diffuse marche di carburanti (Chevron, Total). Ci sono poi conosciuti marchi di elettronica e telecomunicazioni ( 3M-Minnesota, Alcatel, Samsung, Siemens) ed altri relativi a prodotti molto diffusi (dagli ascensori Schindler agli orologi Swatch-Omega, fino ai moltissimi “tour operators” e relative società aereee (Quantas, Best Tour, Nouvelles Frontières, etc.).

 

 

UN’ALTRA SCOMODA VERITA’

Il movimento ecopacifista ed il complesso industriale-militare di Ermete Ferraro (*) Una “scomoda verità” è l’efficace titolo del docu-film di Al Gore sul riscaldamento globale del pianeta, che ci ha dimostrato che possiamo pensare agli Stati Uniti senza dovergli per forza associare concetti come globalizzazione, lotta al terrorismo islamico o guerra preventiva. Ebbene sì, la (pre)potenza mondiale che, nella sua megalomania, si ostina a chiamare se stessa “America” non è fortunatamente riducibile alla disastrosa e stereotipata immagine che ce ne siamo fatta in decenni di analisi dell’imperialismo statunitense, durante i quali gli USA, più che esportare “democrazia”, hanno letteralmente invaso il mondo col loro modello di sviluppo, distruttore di vite umane e di equilibri ambientali. C’è anche l’altra faccia degli Stati Uniti, rappresentata non solo da milioni di cittadini preoccupati per l’ambiente e desiderosi di pace, ma anche da moltissime personalità – della cultura, della politica e dello spettacolo e perfino dell’economia – schierate apertamente contro il cinismo di un’amministrazione che ha toccato il vertice dell’arroganza e dell’insensibilità nei confronti delle critiche che le piovono addosso, dall’interno e dall’esterno. In questi giorni il movimento pacifista si è mobilitato, in occasione dell’ultimo vertice del “Grandi” del mondo, per gridare forte e chiaro il suo NO! all’escalation delle politiche neoliberiste e guerrafondaie del governo Bush e dei suoi degni “alleati”, i cui enormi disastri il mondo intero sta pagando a caro prezzo, come è scritto nell’appello lanciato in tale occasione da varie associazioni italiane, ambientaliste e per la pace. In quel documento, infatti, il presidente degli Stati Uniti è accusato di aver fatto guerra: 1. alla pace ed al diritto internazionale, inventando la teoria della guerra preventiva e permanente; 2. alla convivenza pacifica, ponendosi a capo della crociata occidentale contro il mondo islamico; 3. alla pace in Medio Oriente, sostenendo la politica unilaterale di Israele; 4. alla democrazia, riducendo in nome della lotta al terrorismo i diritti individuali e collettivi; 5. alla giustizia, imponendo al mondo il liberismo economico e aumentando le disuguaglianze; 6. alla libertà, con il suo fanatismo religioso; 7. all’uguaglianza, facendo di ogni migrante un pericolo per la sicurezza; 8. al mondo intero, aggravando la catastrofe ambientale e il cambiamento di clima. Si tratta di “capi d’imputazione” sconvolgenti, che configurano una serie incredibile di “crimini contro l’umanità”, degni più delle corti internazionali di giustizia che dei pur polemici commenti dei media e di manifestazioni di protesta. Il “popolo della pace” – di cui fa parte anche VAS, che ha aderito alla manifestazione nazionale di sabato 9 giugno – fa benissimo, dunque, ad esprimere e diffondere l’opposizione a queste politiche scellerate, e soprattutto a chiarire le sue legittime proposte alternative. Esse vanno dal disarmo alla tolleranza inter-etnica ed inter-religiosa; dalle battaglie per i diritti umani e civili alle lotte per la giustizia sociale; dalle campagne per l’uguaglianza e l’accoglienza dei migranti a quelle per arrestare quanto prima la crisi degli equilibri ambientali e le conseguenze che ne derivano per il nostro Pianeta ed i suoi abitanti. Tutto questo va bene e sono state legittime e doverose anche le manifestazioni di protesta che – in Italia come in altri paesi europei – hanno accompagnato e seguito la decisione di ampliare, anziché ridurre, la perniciosa militarizzazione del territorio, concedendo terreni per nuove basi o allargando quelle preesistenti, in vista di strategie legate alle folli teorie sulla “guerra preventiva”. Bisogna però tener presente anche un’altra “scomoda verità”, forse più difficile da digerire di quella di cui si è fatto portatore Al Gore con la sua campagna internazionale contro le cause di un “global warming” ormai sotto gli occhi di tutti. Si tratta di quel legame indissolubile che unisce da sempre i guasti ambientali – sia locali sia globali – ad un modello di sviluppo, di difesa e di convivenza che porta in sé i semi della sopraffazione e della distruzione. Il fatto è che non è possibile ridurre i danni ambientali senza cambiare decisamente rotta e darsi priorità totalmente diverse, se non opposte. Non è possibile fronteggiare le catastrofiche conseguenze di uno sviluppo unilaterale, iniquo e senza limiti né scrupoli, se non ci si decide ad approfondire modelli alternativi, nonviolenti, equi e solidali, che troppo spesso restano generici slogans invece di concretizzarsi un gandhiano “programma costruttivo”. Non possiamo credibilmente cullarci nell’illusione che Bush – e la cosiddetta “America” di cui si pretende arrogantemente portavoce – siano gli unici e soli responsabili delle ingiustizie, dei guasti, delle guerre e di tutti i mali possibili, senza neppure sentirci un po’ complici di un sistema che ci pervade a tutti i livelli, omologandoci allo standard globalizzato di un consumismo energivoro e devastante. Non ha senso prendersela, giustamente, con le guerre a stelle-e-strisce di Bush ed accettare, allo stesso tempo, la necessità di una “difesa” che ci protegga dalla giusta rabbia di decine di milioni di sfruttati, emarginati e “diversi”, che quel modello lascia fuori della porta. Non possiamo limitarci a manifestare contro le guerre – da quelle vecchio stile a quelle “stellari” – se continuiamo a rimuovere, ormai da anni, il concetto stesso di antimilitarismo, liquidando a poco alla volta sia l’obiezione di coscienza al servizio militare (nel frattempo “promosso” a professione), sia l’obiezione fiscale alle crescenti spese militari del nostro Paese. Certo, è più che mai tempo di protestare, ma è anche tempo di prendere coscienza delle nostre stesse contraddizioni e dell’urgenza di scelte scomode, ma non più rinviabili, muovendoci nella direzione opposta a quella in cui ci sta portando la follia di quello che una volta veniva chiamato il “complesso militare-industriale”. E dobbiamo farlo rendendoci conto che quella logica di potere e di morte è sempre la stessa, anche se negli ultimi tempi sarebbe forse il caso di capovolgere quell’espressione, parlando di “complesso industriale-militare”, prendendo atto che gli interessi economico-finanziari sono sempre più predominanti e trainanti. La “scomoda verità” che dobbiamo riconoscere, a mio avviso, è che è finito il tempo di delegare scelte di questa portata ad una classe politica sempre più amorfa, compromessa e inaffidabile, perché l’unica rivoluzione può venire solo da noi, se ce la faremo a spezzare l’incantesimo di un modello di sviluppo nel quale siamo immersi fino al collo, diventando protagonisti di una svolta epocale. Stiamo attenti, allora, che la protesta non diventi un comodo pretesto per continuare ad andare dalla parte sbagliata, con la scusa che la colpa è dell’autista del pullman. E questo vale anche per i troppi pacifisti che non hanno ancora capito che l’ecologismo non è una variabile indipendente, ma anche per i troppi ambientalisti che non vogliano ancora convincersi che non esiste un impegno ecologista senza fronteggiare il rischio globale più temibile, un riarmo generalizzato e sconsiderato che ci sta abituando ad una guerra infinita. La verità – scomoda e sgradevole come tutte le verità – è che non possiamo continuare più a scendere a compromessi con una “civiltà” che ha confuso da qualche secolo il progresso con lo sviluppo, portandoci sul bordo di un baratro, dal quale possiamo sfuggire solo facendo qualche passo indietro ed imboccando finalmente nuove strade. In questo senso, al di là della condanna dei fanatismi e delle intolleranze religiose, credo che sia importante che il movimento eco-pacifista si decida a cogliere anche i “segni dei tempi” di una nuova e più profonda religiosità, capace di coniugare pace, ambiente e diritti umani e di dare anima e radicamento a quest’alternativa. Nel suo messaggio d’inizio d’anno per la “giornata della pace” lo stesso Benedetto XVI ha esplicitamente parlato della necessità di una “ecologia della pace”, e tutto il magistero del compianto Giovanni Paolo II ha svolto un’analisi spietata del legame perverso tra sviluppo iniquo, guerre e danni ecologici. E’ giunto, allora, il tempo che il movimento ambientalista e pacifista si scrolli di dosso i residui di un vetusto anticlericalismo, per cercare una convergenza indispensabile per un cambiamento che coinvolga e veda protagonista la base popolare del nostro Paese e sappia proporre valori trainanti, a partire dall’etica della responsabilità e della nonviolenza attiva. Ermete Ferraro (Referente naz. VAS per l’ecopacifismo)