
Di recente, una delle parole ricorrenti nelle cronache politiche – si tratti di articoli giornalistici, servizi radio-televisivi o note pubblicate sui social media – è sicuramente ‘terrore’, coi suoi ancor più frequenti derivati ‘terrorismo’ e ‘terrorista’. Quest’ultimo attributo, peraltro, è stato sempre più spesso applicato arbitrariamente a soggetti che forse non rientrano nell’ordine sociale costituito, però non esercitano particolari minacce né alcuna concreta azione ascrivibile a tale modalità violenta, con l’evidente scopo di stigmatizzare e perfino criminalizzare impostazioni alternative, tacciandole come illegali o comunque pericolose per l’ordine pubblico.
Se interpelliamo un motore di ricerca che utilizza l’I.A., ad esempio digitando “termine ‘terrorista’ nei giornali”, il risultato è il seguente:
«Nei giornali, il termine ‘terrorista’ si riferisce a un individuo o a un gruppo che commette atti violenti per incutere terrore o costringere i governi e le popolazioni a cambiare le loro politiche, utilizzando tattiche come attacchi improvvisi, imprevedibili e sleali per indebolire o eliminare il nemico. L’uso del termine è spesso controverso, poiché può essere utilizzato per descrivere anche le azioni di gruppi di liberazione nazionale, creando difficoltà nella definizione del fenomeno. Definizione di terrorista: Un individuo o un gruppo che utilizza la violenza per raggiungere obiettivi politici o ideologici»[i].
Le caratteristiche di un’azione terroristica, quindi, sarebbero sostanzialmente tre: modalità violente di azione; finalità ideologiche rivolte ad indebolire, spaventare o intimidire gruppi sociali o mettere in crisi le autorità; aggressioni sleali, perché improvvise, imprevedibili e difficilmente fronteggiabili. Laddove tale terminologia venga invece adottata in situazioni in cui siano assenti questi tre essenziali elementi, dovremmo di conseguenza considerarla non solo impropria ma deliberatamente falsa, provocatoria e lesiva nei confronti dei soggetti destinatari di tali accuse.
Se ci riferiamo specificamente alla legislazione in vigore in Italia dal 2005, la fattispecie del ‘terrorismo’ è definita dall’art. 270-sexies del nostro Codice Penale, che definisce tali:
“le condotte capaci di arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale allo scopo di intimidire la popolazione, costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale ad agire o astenersi dall’agire, oppure di destabilizzare le strutture fondamentali di un Paese o organizzazione” [ii].
In questo caso il legislatore, piuttosto ambiguamente, non ha attribuito a tali condotte le esplicite caratteristiche della violenza e della slealtà, concentrandosi piuttosto sulle finalità ‘sovversive’ ‘intimidatorie’ e ‘destabilizzanti’ delle azioni considerate. Con questo sottile espediente semantico, però, anche le attività che utilizzino solo la forza persuasiva morale della nonviolenza – come la disobbedienza civile, il boicottaggio, l’obiezione di coscienza etc. per indurre le pubbliche autorità “ad agire o astenersi dall’agire” in un determinato modo, rischiano di essere giudicate sovversive se non terroristiche…
Prima di andare avanti, mi sembra il caso di chiedersi se sappiamo davvero che cosa significa esattamente ‘terrore’. Siamo pienamente consapevoli dell’etimologia di questa parola? Ebbene, il classico Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, nella sua versione online, spiega che ‘terrore’ deriva da una base lessicale latina.
«TERREO per *TERSEO *TRES-EO, propriamente faccio tremare, dalla radice TRAS – TRAS […] che è nel sanscrito TRAS-ATI TRAS-YATI tremare […] spavento grande segnato dal color pallido e tale da produrre tremito delle membra, da far piegar le ginocchia a chi ne è colpito»[iii].
Anche un’altra più recente risorsa lessicale conferma questa spiegazione, precisando che:
«L’etimologia del termine terrore è da ricondursi al verbo latino terreo o terseo, che significa letteralmente fare tremare, impaurire, da cui deriva anche il verbo atterrire. In questo verbo troviamo, quindi, la radice tras- o tars- che significa letteralmente muovere, agitare e che ritroviamo in molti termini che hanno a che fare con lo spostamento di cose o persone (trasloco, trasporto etc.) o come nel nostro caso con una turbolenza interiore provocata dalla paura»[iv].
Sul piano strettamente etimologico, pertanto, la fondamentale caratteristica del ‘terrore’ è la sua capacità di smuovere, agitare, impaurire – come ben sanno tutti quelli che siano stati almeno una volta spettatori di un film di tale genere o lettori di una storia terrificante – ma senza che ciò comporti una specifica finalità eversiva, violenta o costrittiva o un danno concreto, rappresentando piuttosto l’abile esercizio d’un efficace stimolo psicologico, al fine di provocare una reazione di tipo emotivo.
Non c’è dubbio che spaventare il prossimo non sia un atto accettato volentieri, ma è pur vero che spesso indurre tale reazione non implica finalità negative o aggressive, puntando invece a suscitare un turbamento, una presa di coscienza o un auspicabile cambiamento, come accade quando a ‘terrorizzare’ la sonnolenta ed inerte opinione pubblica sono gli attivisti per la pace o per la difesa degli equilibri ambientali a rischio.
Anche i soggetti politici che decidono di utilizzare modalità alternative di contestazione – come l’azione diretta, l’organizzazione di proteste, presidi ed altre eclatanti manifestazioni di denuncia – non intendono affatto intimidire – o peggio ‘danneggiare’ le persone cui si rivolgono e neppure minacciare o destabilizzare le autorità pubbliche, piuttosto esercitare un legittimo diritto democratico di critica e di proposta alternativa.

Ecco perché suonano assurde le accuse di ‘terrorismo’ rivolte nei confronti della spedizione Global Sumud Flotilla – pacifica missione internazionale umanitaria di solidarietà col popolo palestinese – proprio da un ministro del governo israeliano, che da anni si accanisce a privarlo dei suoi diritti, a sterminarlo senza pietà e a deportarlo dalla sua terra, incredibilmente in nome della tutela della propria ‘sicurezza’[v].
Le parole ebraiche indicanti il terrore sono טרור (teror) o אימה (ijùm) o anche מחבל (m’chabel). Quest’ultimo termine, ad es., deriva dalla radice triconsonantica חבל (ch-b-l), che ha il significato di “danneggiare”, “distruggere”, o “rovinare”, azioni queste difficilmente attribuibili alla popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania, vittima inerme di una violenta invasione armata.
Ecco perché il termine terrorismo non è applicabile agli attivisti che rischiano la vita in quella missione nonviolenta, bensì a coloro i quali non hanno scrupoli ad utilizzare la fame, le distruzioni, le stragi e l’aggressione quotidiana per costringere un’intera popolazione alla deportazione ‘volontaria’ dal proprio paese, rendendo così ancor più palese il nesso semantico tra un violento atto terroristico e l’obiettivo di costringere persone a spostarsi, a tras-locare loro malgrado.
Sono queste le azioni davvero ‘tremende’, che infatti producono ‘tremito’ e mirano a far ‘piegare’ le ginocchia’ a chi ne è vittima da decenni, proprio come l’agnello della favola esopica, accusato da un feroce lupo d’inquinargli – stando a valle – l’acqua del fiume, giusto per avere un pretesto per sbranarlo. Comunque…
[i] A.I. Overview
[ii] https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-i/capo-i/art270sexies.html
[iii] https://www.etimo.it/?term=terrore
[iv] https://www.etimoitaliano.it/2015/01/terrore.html
[v] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/



La verità però – come ben sa anche l’amico Luciano, con la sua vasta esperienza giornalistica e radio-televisiva – è che le voci di intellettuali e militanti per i diritti umani, come quelle degli stessi pacifisti, non riescono ad arrivare lontano, oscurate come sono dall’abituale atteggiamento di chiusura, se non di censura, degli organi d’informazione mainstream. Il risultato, ovviamente, è che ogni forma d’opposizione a vere e proprie operazioni propagandistiche – come quella di un Giro d’Italia che tiene in Israele le prime tre tappe – non trova alcuna risonanza mediatica, condannando queste ed altre manifestazioni di dissenso nel limbo delle iniziative di cui in pochi sapranno davvero qualcosa e potranno cogliere l’accorato messaggio.
Certo sarebbe grave, anzi è grave, che si possa strumentalizzare in modo così sfacciato una manifestazione sportiva di largo seguito popolare, contaminando quell’evento ciclistico con elementi ad esso del tutto estranei. La verità, scriveva Flavia Lepre, è che:
Anche un autorevole quotidiano britannico come The Independent esprime dubbi sulle motivazioni che hanno indotto gli organizzatori del Giro d’Italia 2018 a farlo debuttare nello Stato d’Israele e sugli effetti che ciò provocherà, ricordando che:
Noi però, se non abbiamo ancora perso la capacità di arrossire e di distinguere un atto di propaganda da un gesto di pace, abbiamo il dovere di smascherare questa cinica operazione e di protestare contro l’ennesimo tentativo di dare legittimità a chi si ostina a non rispettare convenzioni e trattati internazionali e gli stessi diritti umani. La campagna internazionale che ci esorta ad agire si chiama non a caso #ShameOnGiro. L’unico modo per non dovercene vergognare, allora, è rifiutarci di essere complici passivi di ciò che sta accadendo in Palestina, per di più: «…gridando ‘Pace! Pace! ‘, quando non c’è nessuna pace»