Mentre stenta a diffondersi ed affermarsi un modello di comunicazione nonviolenta – sebbene anche in Italia la ricerca e l’educazione in tal senso stiano diventando a poco alla volta argomento di studio e di approfondimento [i], non possiamo fare a meno di notare che l’attenzione a modalità comunicative più efficaci e convincenti sembra essere diventata una delle priorità del Ministero della difesa. Questo insolito impegno dei nostri vertici militari sul piano della comunicazione può senz’altro essere ricondotto alle abituali strategie propagandistiche delle forze armate, ma non credo che si debba sottovalutare che alla comunicazione da adottare da parte loro sia stato dedicato anche un apposito manuale [ii].
La contaminazione del settore militare da parte del lessico aziendalista non è certamente una novità, così come in ambito aziendale da tempo si parla di ‘strategie aziendali’, usando spesso un linguaggio piuttosto bellico. Gli obiettivi della comunicazione efficace, finalizzata alla promozione del marketing, sono stati già mutuati da organizzazioni con caratteristiche molto differenti, come è successo con la scuola e come ora accade con la difesa. Anche in tali ambiti, infatti, chiarezza, coerenza e capacità di cogliere il bersaglio sono comunque fondamentali, insieme all’impiego d’un linguaggio credibile, carismatico e soprattutto persuasivo.
La tendenza ad impiegare particolari modalità comunicative in ambito militare ha caratterizzato soprattutto le forze armate statunitensi, dove l’attenzione ad un linguaggio ‘effective’ è sempre stata più marcata. In un recente articolo [iii], ad esempio, s’individuavano a tal proposito 16 ‘principi-chiave’, di cui i principali sono: chiarezza, brevità, empatia, adattabilità, linguaggio positivo, intelligenza emotiva. Un’altra fonte per capire come le forze armate degli USA hanno affrontato la questione è un capitolo di un libro dedicato specificamente alla ‘comunicazione militare’ [iv]. Una buona comunicazione – vi si afferma – è la pietra angolare di una leadership efficace e un’importante componente in ambito militare, in quanto accresce la consapevolezza delle questioni e fornisce possibili soluzioni, facendo anche da ponte verso le altre sensibilità culturali e quindi facilitando il consenso.
Nel manuale predisposto dal Ministero della difesa italiano, più che ad una generica efficacia comunicativa del linguaggio militare, sembra però che si punti a un obiettivo più specifico: omogeneizzare e rendere accattivante e persuasiva l’immagine delle nostre forze armate, allo stato non particolarmente brillante. Non è un caso che le finalità perseguite da quel dicastero [v] siano stati individuate principalmente nella identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione del c.d. ‘strumento militare’, lasciando intendere che finora esso sia stato caratterizzato in modo abbastanza differente.
Fondare la comunicazione della Difesa su quei sei pilastri è dunque considerata dai vertici politici e militari la bussola per orientare le sue attuali e future strategie propagandistiche verso la società civile, le agenzie formative ed il mondo della produzione, penetrandole e contaminandole con i propri ‘valori’. Ecco perché vale la pena di approfondire questo aspetto, proprio alla luce della crescente pervasività della ‘cultura militare’ nella nostra società.
Metalinguistica della comunicazione militare
Scandagliare le modalità comunicative di testi riguardanti la Difesa, utilizzando le tecniche dell’ecolinguistica ed in particolare l‘analisi critica del discorso’, è un esercizio che ho già illustrato nel mio ultimo libro [vi] e praticato in alcuni articoli sul mio blog ecopacifista [vii].
In questo caso, però, la mia indagine assume dei tratti metalinguistici, perché non si tratta tanto di analizzare le caratteristiche linguistiche di un testo, ricavandone informazioni sulle sue reali finalità comunicative, quanto di cogliere tali aspetti in uno scritto che indica ai militari proprio le modalità da adottare nella loro comunicazione pubblica.
L’opuscolo ministeriale, a partire dal dichiarato perseguimento dei sei obiettivi già anticipati, si pone infatti come un concreto manuale di comunicazione efficace per i vari gradi e funzioni delle forze armate italiane, il cui ‘scopo’ sarebbe “garantire che i cittadini siano adeguatamente informati e coinvolti, favorendo la loro consapevolezza e partecipazione nelle scelte e attività pubbliche” (p. 3). Poche righe più avanti, questa finalità ‘sociale’ viene di fatto smentita dall’affermazione che tale “policy comunicativa”. deve comunque essere in linea con le linee programmatiche del Ministero della difesa emanate nel 2023 e che “rappresentano il principale riferimento normativo e strategico per l’individuazione degli obiettivi che dovranno essere perseguiti dalla Funzione Comunicazione della Difesa”.
Il lodevole scopo informativo e partecipativo dichiarato in premessa, però, mal si concilia col prioritario rispetto gerarchico di rigide norme e finalità strategiche calate dall’alto, fra cui spiccano: (a) la centralità geopolitica del Mediterraneo e dell’Africa (“fronte sud dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea”); (b) il posizionamento dell’Italia come “hub energetico per l’Europa”; (c) la collaborazione con organizzazioni globali come ONU, NATO e UE per “la rinnovata promozione di un ordine internazionale” (p. 4); (d) “La gestione delle risorse idriche e alimentari, cruciale per la sicurezza nazionale e l’economia”; (e) la Cybersecurity e il dominio italiano “in materia spaziale ed aereospaziale”.
Tutti questi obiettivi politico-militari non sembrano affatto una semplice proposta da sottoporre al confronto democratico, semmai decisioni già assunte, che comunque occorre far…digerire alla comunità civile in modo indolore.
“L’evoluzione della società richiede che la Difesa non solo si adatti ai cambiamenti, ma che diventi un agente di trasformazione, migliorando continuamente le proprie strutture, la formazione e le capacità decisionali. Questo implica una valorizzazionedelle diversità, una promozionedella meritocrazia e un adattamento a tempi in cui la rapidità di azione e la capacità di visione globale sono essenziali” (p. 5).
Emerge con chiarezza l’esigenza di un cambiamento nella postura della struttura difensiva italiana, improntandola ad un modello d’azione decisamente più aperto, efficiente e veloce, come conferma il tris di aggettivi usati poco dopo per prefigurare appunto “una Difesa italiana rinnovata, più agile ed efficace”, in cui le forze armate siano “pronte a gestire sfide di complessità crescente”, con una “visione interforze” (pp.5-6). Ma il cuore del discorso, nello specifico, mi sembra la seguente affermazione:
“La Comunicazione ha come obiettivo principalequello di presentare la Difesa e le Forze Armate come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà. Sarà fondamentale comunicare l’immagine di un Comparto Difesa coeso, preparato, integrato ed efficiente, capace di esprimere tecnologie all’avanguardia, senza ignorare i costi e gli impegni che tale capacità comporta” (p.6).
Insomma, ciò che i vertici politico-militari ci vogliono far sapere è che: (i) grazie alle ff.aa. siamo e saremo più sicuri e protetti; (ii) ciò prevede la promozione di una loro immagine più coesa, efficiente e moderna. Questo messaggio, d’altronde, lascia intendere che tutto ciò non è proprio di attualità, ragion per cui l’urgente riforma strutturale dell’organizzazione militare va integrata da una valida campagna comunicativa, che fin da subito ne rafforzi e migliori l’immagine pubblica.
“Per tutti vale il tassativo indirizzo che … sempre, si dovrà far riferimento a un’unica realtà identitaria che si sintetizza con il termine “DIFESA” (p. 8), anche qui evocando per contrasto i fantasmi di cinque armi diverse e specifiche, in competizione tra loro.
I canali individuati dal manuale della Difesa per promuovere questa rinnovata ed unitaria immagine delle nostre ff.aa. sono molteplici. Si va dagli eventi pubblici (mostre, convegni, seminari…) ad iniziative culturali (editoriali, cinematografiche, televisive, accademiche…) ed a promozioni esterne (patrocini, campagne comunicative specifiche ed interministeriali…), partendo ovviamente da celebrazioni ufficiali più o meno popolari (7 gennaio, 17 marzo 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, 12 novembre).
I destinatari del documento vanno, gerarchicamente, dai decisori politici agli interlocutori interni alle ff.aa., passando per una generica ‘opinione pubblica’ e per gli ‘attori culturali ed economici’, cui recentemente il M.D. ha dedicato palesemente una particolare attenzione, infiltrando il sistema formativo e produttivo italiano. Ad un certo punto del documento, peraltro, si parla ancor più apertamente di “progetti pubblicitari e di brand marketing’” (p. 9), presentando il comparto della difesa come una sorta di ‘corporation’, che deve fare i conti con una ‘compatibilità finanziaria’ non adeguata a questa epocale trasformazione.
Quali sono gli obiettivi della comunicazione sulla difesa?
Nel documento ministeriale, le sei finalità generali della comunicazione militare (identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione) vengono declinate con maggiore precisione, enunciando sei obiettivi da perseguire attraverso tale modalità comunicativa.
Identità verbale(#NOISIAMOLADIFESA), esplicitata come ricerca della ‘unità nella diversità’, in una logica ‘interforze’ che consenta una ‘integrazione’ sul piano fisico, cognitivo e virtuale. Per conseguire questo obiettivo, si precisa, va acquisita una ‘semantica condivisa’, in modo da ‘evitare le diversità’ ed ‘enfatizzare l’unità’.
“Va poi posto ogni sforzo per far conoscere l’entusiasmo, la passione, e la dedizione – in sintesi i valori – che caratterizzano l’agire del personale e l’appartenenza alla Difesa.Le Forze Armate dovranno effettivamente diventare nel più breve tempo possibile un unicum realmente integrato, interoperabile, complementare e armonizzato” (p. 10).
Sul piano semantico, è evidente l’insistenza sul concetto di unità, che richiede uno sforzo di integrazione, complementarietà ed armonia, per superare le ovvie diversità puntando invece sui ‘valori’ comuni delle ff. aa. Ma il fatto stesso che per descrivere la loro auspicata ‘unità’ siano utilizzare espressioni come ‘identità verbale’ e ‘semantica condivisa’ lascia trasparire che si tratta di una strategia comunicativa più che d’un effettivo cambiamento.
Sinergia delle componenti: essa sembrerebbe invece indicare una trasformazione più pratica e concreta dello ‘strumento militare moderno’, per conferirgli la “capacità di essere perfettamente interoperabile, complementare e armonizzato è necessaria per prevalere contro future minacce, non solo in ambito Alleanza, ma anche a livello nazionale” (p. 11). Le condizioni per raggiungere l’obiettivo sono, da un lato, l’integrazione dei processi formativi del personale e, dall’altro, una “profonda evoluzione in chiave interforze dello strumento militare sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo”, rivedendo le strutture di vertice ed unificando settori e servizi comuni delle ff. aa.
In questo secondo caso le parole-chiave sono sinergia ed integrazione, concetti che insistono su un’identità da costruire e richiedono quindi una fase intermedia di formazione degli addetti e di revisione delle strutture. In tale direzione, la realizzazione di una strategia comunicativa comune – sul piano linguistico ed informatico – viene appunto considerata essenziale.
Rapidità dei processi decisionali: in questo paragrafo noto una contraddizione tra la lusinghiera affermazione che “l’organizzazione delle forze armate è un’eccellenza nel panorama istituzionale nazionale” e quella immediatamente successiva, secondo la quale “si necessita, quindi, di una rapidità decisionale ben superiore a quella generata dall’attuale architettura della Difesa […] Un Sistema Difesa efficiente è un obiettivo che va raggiunto per il futuro della nostra Nazione e per il futuro delle Organizzazioni internazionali di cui facciamo parte” (p. 13). Insomma, premesso enfaticamente che in Italia il modello organizzativo della difesa è già ‘eccellente’, nel documento il suo vero limite allo stato è invece individuato nella sua non ancora adeguata ‘capacità decisionale’. Anche nell’enunciazione delle due condizioni per raggiungere tale obiettivo mi sembra che affiori una contraddizione. Se da un lato si auspica uno snellimento procedurale attraverso una logica bottom-up – che darebbe più peso alla base dell’0rganizzazione – dall’altro si sottolinea che “bisognerebbe spostare più in alto possibile il punto dove risiedono le conoscenze e competenze necessarie” (p. 13), richiamando invece una logica verticistica, di natura meritocratica e gerarchica. Resta poi oscuro e un po’ ‘inquietante il successivo riferimento alla ‘specificità d’azione del militare’ ed alla necessità di “guadagnare e mantenere un vantaggio cognitivo,attraverso una supremazia informativa predittiva”.
Credibilità dello Strumento di Difesa: “La credibilità delle organizzazioni, e prima ancora delle Istituzioni, passa anche attraverso un positivo ed efficiente rapporto di gestione delle risorse e output da esse prodotto – in particolar modo un efficiente rapporto tra personale impiegato e risultato ottenuto da tale impiego […] Occorre pertanto elaborare degli strumenti di misurazione e analisi quantitativi e qualitativi che ci permettano di valutare l’efficacia operativa in assenza di un impiego effettivo dello Strumento Militare.” (p. 15). In tale premessa, di sapore più aziendale che militare, spiccano due concetti-base tipici del processo produttivo, efficienza ed efficacia dell’azione intrapresa, misurabili in base ai risultati conseguiti. Le condizioni per raggiungere questo quarto obiettivo sono infatti il “miglioramento, monitoraggio e misurazione della performance addestrativa del personale” ed una “riflessione sull’adeguata ripartizione delle dotazioni organiche del personale militare rispetto alle esigenze funzionali”. Uscendo dal consueto burocratese, ciò significa che si bisogna procurarsi più idonei strumenti valutativi dei risultati, ma anche adeguare l’organico militare alle sue nuove ed accresciute necessità operative. Mi sembra importante sottolineare anche l’affermazione seguente: “L’attuale modello, basato essenzialmente sul meccanismo del transito in servizio permanente, preclude un regolare avvicendamento fra più anziani e giovani. Di contro, l’obiettivo dovrebbe essere quello di offrire ai giovani un’esperienza a tempo determinato, con un qualificato programma di reinserimento nel mondo del lavoro” (p. 16). Se sul piano quantitativo sembra che s’ipotizzi il ripristino di meccanismi certi e dinamici di reclutamento, su quello qualitativo si apre ad una ‘riserva selezionata’, composta da ‘esperti’ e personale “privo di pregresse esperienze militari”.
Sviluppo capacitivo ed efficacia d’impiego: il raggiungimento di questo obiettivo richiede “la certezza e la stabilità dei finanziamenti”, ma soprattutto “l’autonomia strategica nella ricerca scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema Difesa quale catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del Paese” (p. 19). Emerge qui un elemento importante per l’efficacia del sistema militare, cioè la sua rivendicata autonomia in ambito scientifico e tecnologico. Una sorta di patente per agire in quel campo senza troppi controlli e limiti, in nome della difesa nazionale, come viene esplicitato in un successivo paragrafo, sul quale conviene quindi soffermarsi.
“…è bene spendere alcune parole per inquadrare anche sul piano etico e morale la questione della ricerca scientifica a fini militari. Per alleviare il senso di disagio che molti cittadini provano al pensiero che parte delle loro tasse sia utilizzata per finanziare lo sviluppo di moderni sistemi d’arma. Segnaliamo tre ragioni:la prima: è un dovere verso i nostri militari, che inviamo nel mondo, con questi sistemi d’arma, per difendere, ancor prima che i nostri interessi strategici, il supremo interesse di pace e sicurezza […] La seconda: noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto. Non perché siamo più bravi, ma perché la Costituzione è chiara. Il Parlamento si esprime e vigila. L’impiego delle nostre capacità militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettoso dei principi sanciti nel Diritto Internazionale Umanitario e dei conflitti armati […] La terza: larga parte del progresso della nostra società è una traslazione civile di innovazioni militari. Internet, il sistema GPS, il Radar, i Gruppi di Lavoro multi- disciplinari, i velivoli commerciali e i loro sistemi di sicurezza, i droni… sono solo alcuni esempi delle ricadute civili della ricerca a scopi militari” (pp. 19-20).
In questa parte del testo risulta evidente un atteggiamento autodifensivo dell’organizzazione militare che, non ignorando il ‘disagio’ morale della gente comune al pensiero che le tasse servano a finanziare progettazione e realizzazione di più moderni armamenti, intende rispondere con fermezza a tali obiezioni. La replica del Ministero si basa su tre princìpi che ritiene inconfutabili: 1) le ff. aa. difendono “il supremo interesse di pace e sicurezza” prima ancora che “i nostri interessi strategici”; 2) i militari sono, sempre e comunque, “dalla parte del giusto”, operando nella legittimità costituzionale e nel diritto internazionale; 3) la ricerca militare ha comunque “ricadute civili” che contribuiscono al progresso. Si tratta però di postulati tutti da dimostrare, affermazioni apodittiche che contrastano con la realtà.
La retorica dichiarazione di anteporre pace e sicurezza agli interessi nazionali, infatti, è già un’ammissione indiretta che questi due ‘interessi’ non coincidono. Anche la dichiarazione che le nostre ff. aa. sono costituzionalmente al servizio della democrazia repubblicana, oltre ad essere smentita da episodi più o meno recenti di trame e complotti, è contraddetta proprio dalla pretesa di ‘autonomia’ – e quindi di non sindacabilità e segretezza – della ricerca militare. Anche la terza affermazione è discutibile, poiché il possibile, ma non scontato, utilizzo civile delle c.d. ‘innovazioni militari’ non giustifica affatto la realizzazione di sistemi d’arma sempre più potenti e distruttivi.
Integrazione nei meccanismi dell’Alleanza e nei rapporti bilaterali. Ai nostri militari, a quanto pare, non basta un ruolo da comprimari o, peggio, da comparse nei sempre più frequenti film di guerra. “Quale che sia la natura o la fattispecie della nostra partecipazione, il ruolo della Difesa italiana non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe. Deve aumentare la nostra rilevanza e la capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale […] (bisogna) incrementare ulteriormente la nostra capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali cui partecipiamo.n tale ambito vi sono segnali assai incoraggianti, primo tra tutti l’essere riusciti a far riconoscere dalla NATO la priorità del Fianco Sud nel nuovo Concetto Strategico. Di pari importanza è il nostro contributo nella stesura della Bussola Strategica in ambito UE.” (p. 21). Le parole-chiave di questo obiettivo mi sembrano rilevanza e influenza. Da essi si percepisce una certa insoddisfazione per il non ancora adeguato riconoscimento del nostro ruolo militare, da cui la richiesta di maggiore spazio e rilevanza all’interno sia dell’Alleanza Atlantica, sia dell’Unione. Non a caso si rivendica la priorità di un ‘tavolo Esteri-Difesa’ ed una ‘postura più matura’ nei riguardi delle missioni militari all’estero, per le quali si rivendicano procedure semplificate ed il riconoscimento di una leadership.
Che cosa ci vuole comunicare la comunicazione militare?
Nella parte finale del documento troviamo una “Declinazione degli Obiettivi del Sistema Difesa in obiettivi di comunicazione”, a partire da alcuni ‘messaggi’ che la comunicazione militare dovrebbe opportunamente veicolare:
“cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale: da “efficiente e apprezzato in tutto il mondo, ma costoso” a “efficace e apprezzato in tutto il mondo, utile alla tutela degli interessi nazionali quale strumento di politica estera nonché formidabile volano di crescita per il Paese”;
far capire che “i finanziamenti della Difesa non sono un “costo” da sostenere sottratto a settori percepiti come socialmente più “utili”, bensì un “investimento” in sicurezza, libertà e prosperità economica”;
avviare un “processo di divulgazione e promozione della “cultura della Difesa” attraverso iniziative idonee a far conoscere le attività condotte dalle Forze Armate, sia quelle svolte nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali sia quelle svolte a supporto della sicurezza e della stabilità globali nell’ambito delle Alleanze e delle Coalizioni di riferimento;
promuovere il “processo di ammodernamento dello Strumento militare in termini di avanguardia tecnologica, interoperabilità e digitalizzazione […] le attività della Difesa con diretta ricaduta sullo sviluppo del Sistema Paese (industria, politiche energetiche, politiche immobiliari) […] l’acquisizione di valide risorse umane, in termini di reclutamento, addestramento e formazione” (p. 23).
Ancora una volta sono richiamati aspetti che dovrebbero valorizzare il ruolo delle ff. aa. agli occhi della società civile, usando gli strumenti della comunicazione per scopi di propaganda militare. Ritornano infatti concetti-chiave già enunciati (efficacia, crescita, sicurezza, stabilità, modernità), ma con una maggiore insistenza sulle ricadute socio-economiche della riforma delle ff. aa. (apprezzamento, investimento, prosperità, sviluppo).
I “temi di comunicazione” esposti in conclusione sono una utile sintesi di quanto il M.D. (e quindi il Governo) intende affermare, ricorrendo ad alcune parole d’ordine, slogan/hashtag da utilizzare in chiave mediatico-pubblicitaria:
“Unità nella diversità”;
Difesa come “moltiplicatore di opportunità del brand Italia e non solo del made in Italy”;
“Difesa strumento indispensabile di deterrenza”;
“Difesa a presidio degli interessi nazionali e dello sviluppo sostenibile”(p. 24);
“Difesa come collettore/convogliatore/acceleratore tecnologico del Paese”;
“Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza”;
“Difesa come modello di ricerca, innovazione e cambiamento”;
“Difesa per il proprio personale”;
“Difesa come promotore delle iniziative del Sistema Paese e della cooperazione internazionale”;
“Difesa solidale” (p. 25);
“Difesa patrimonio di valori e tradizioni”;
“Difesa interprete dell’esigenza di una sicurezza collettiva condivisa”.
Anche questo ‘dodecalogo’ del buon comunicatore militare ricicla alcune parole-chiave evidenziate nella prima parte del documento (unità, sicurezza, innovazione), ma introduce altri concetti che rendano più positiva l’immagine delle nostre ff. aa. (opportunità, deterrenza, interesse nazionale, sostenibilità, accelerazione tecnologica, cooperazione, solidarietà, difesa delle tradizioni, condivisione).
A questo punto, provo anch’io a rendere in modo sintetico quale immagine di ‘difesa’ il Ministero cerca di trasmettere attraverso la ‘comunicazione militare’.
A. CONCETTI BASILARI
B. FINALITÀ DICHIARATE
C. IMMAGINE PROPOSTA
D. MESSAGGI DA COMUNICARE“la Difesa è…”
1.Identità
1. Informazione
1. Agilità
1. Volano di crescita
2. Sinergia
2. Coinvolgimento
2. Efficacia
2. Non costo ma investimento
3. Rapidità
3. Consapevolezza
3. Meritocrazia
3. Fonte di sicurezza e stabilità
4. Credibilità
4. Partecipazione
4. Coesione
4. Stimolo allo sviluppo nazion.
5. Efficacia
5. Trasformazione
5. Preparazione
“la Difesa serve a…”
6. Integrazione
6. Valorizzazione
6. Integrazione
5. Deterrenza
7. Efficienza
6. Sostenibilità
8. Modernità
7. Accelerazione tecnologica
8. Cooperazione
9. Solidarietà
10. Difesa delle tradizioni
11. Condivisione
Da questo schema riassuntivo risalta l’intento del M.D. di utilizzare la comunicazione militare per trasmetterciun’immagine della difesa sempre più:
Insomma, teniamo conto di questa ’strategia comunicativa’ del Ministero della difesa quando siamo raggiunti – sempre più spesso – da messaggi mediatici che esaltano le forze armate e promuovono la ‘cultura militare’. Si tratta di narrazioni smaccatamente propagandistiche, che mirano solo ad accrescere subdolamente il consenso alla militarizzazione della società civile, alla quale dobbiamo invece fermamente opporci [viii].
NOTE
[i] Cfr., ad es.: Marshall B. Rosenberg, Insieme possiamo farcela. Come risolvere i nostri conflitti in modo efficace e senza violenza, Torino, Esserci, 2017; Idem, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Torino, Esserci, 2003; Jean-Philippe Faure – Celine Girardet, Empatia. Al cuore della comunicazione non violenta, Firenze, Terra Nuova ed., 2017; Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi ed., 2022
Analisi Critica del Discorso del gen. Carmine Masiello
Premessa
Ha fatto scalpore il discorso tenuto dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di C.A. Carmine Masiello, che all’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito ha deciso di parlar chiaro, affermando che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra” e che quindi la formazione dei futuri soldati può essere impartita solo in una “scuola di guerra” [i]. La clamorosa rottura d’un consolidato tabù verbale, che per anni ha evitato l’esplicitazione della destinazione sostanzialmente bellica delle forze armate, edulcorandone la funzione in chiave ‘civile’, ha suscitato prevedibili reazioni critiche tra coloro che fanno parte dell’arcipelago pacifista. Viceversa, le marziali dichiarazioni del generale Masiello hanno sortito un effetto quasi liberatorio sui colleghi delle alte sfere militari, che si sono affrettati a cogliere l’occasione per esternare il loro represso malumore.
CARMINE MASIELLO – SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA
Tra i commenti più importanti, quello del gen. Leonardo Tricarico, ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ha approfittato per ironizzare sulle reazioni di chi, avendo in precedenza cercato di «riconvertire l’esercito in una costola della Protezione Civile[…] si allarma invece quando un capo di Stato Maggiore richiama l’attenzione generale sulla missione propria delle Forze Armate…»[ii]. Tricarico ha criticato inoltre «l’incultura della difesa dominante» che sarebbe frutto di «scarsa o nulla attenzione che larga parte del mondo della politica dedica alle Forze Armate», concludendo con una tagliente affermazione: «…bene ha fatto quindi Masiello a sfidare l’ipocrisia dominante e a richiamare implicitamente l’attenzione sui doveri elusi da parte di molti». [iii]
Alla sua impennata polemica ha fatto eco l’esternazione di un altro ex-vertice militare, il gen. Marco Bartolini (già comandante della ‘Folgore’), che ha confermato il suo appoggio a Masiello, nelle cui parole non vedeva nessun «assurdo richiamo alla necessità della guerra», ma «semplicemente un richiamo alla realtà”», in contrapposizione a «…un’interpretazione ideologica del dettato costituzionale, secondo cui con l’articolo 11 l’Italia non si limita a ripudiare la guerra, ma ad ‘abolirla’ addirittura facendo ipocritamente finta che si tratti di un fenomeno del passato, anacronistico, che non ci riguarda». Dopo questa scandalizzata affermazione, ha così concluso:
Notiamo che in questi due interventi risuona in sottofondo un giudizio comune: far finta che le forze armate servano a funzioni civili è una dimostrazione di deprecabile ipocrisia. Ebbene, pur dal fronte opposto dei pacifisti nonviolenti, non posso non associarmi a questa valutazi0ne, dal momento che innegabilmente per decenni si è cercato di mistificare il ruolo del sistema militare, conferendogli virtù civili e compiti di supporto alla giustizia, alla sanità ed alla protezione civile che oggettivamente non gli spettano. Ciò che i tre alti ufficiali evitano di dire, però, è che questa ipocrita riverniciatura ‘buonista’ (e in alcuni casi perfino ‘ambientalista’) delle forze armate ha favorito proprio la loro pervasiva infiltrazione a livello sociale e perfino educativo, da un lato legittimandole sul piano democratico e dall’altro spargendo subdolamente semi di cultura militarista nella comunità civile.
Lettura ‘critica’ del discorso del gen. Masiello
L’analisi critica del discorso (ACD – CDA) è da molti anni una pratica che combina varie discipline – dalla linguistica applicata alle scienze sociali, dalla psicologia all’antropologia – per individuare e mettere in luce «…le modalità attraverso le quali il linguaggio rivela, nasconde, riproduce o pone in discussione ideologie di potere e rappresentazioni del sé e degli altri» [v]. Io ho cercato di adattare tale metodologia all’impostazione ecopacifista che ho provato a diffondere in questi anni, soffermandomi in particolare sulla necessità di alimentare una comunicazione nonviolenta proprio a partire da una maggiore consapevolezza di quanto i media ci stiano abituando «ad un’informazione che ricorre frequentemente ad atti linguistici impliciti: indiretti, retorici e convenzionali». [vi]
Fatta questa breve premessa metodologica, vorrei ora provare a fornire una lettura critica del discorso del generale Masiello non tanto a livello banalmente ideologico (dando per scontata l’inconciliabilità tra le sue reboanti dichiarazioni in chiave militarista e la mia formazione antimilitarista e nonviolenta), quanto sul piano dell’analisi strutturale di quel testo, apparentemente un’elocuzione spontanea e diretta ma in effetti ben costruita nella sua articolazione e nella scelta dei toni adoperati. Per farlo ho provato ad evidenziare al suo interno alcune ‘parole chiave’ (sostantivi, attributi e verbi), verificandone la ricorrenza, ed incasellandole in una tabella che distinguesse quelle di segno positivo da quelle esprimenti valutazioni negative. Con tale analisi critica, inoltre, ho cercato di verificare se dal primo elenco di locuzioni affiori una ‘visione’ più ampia, una concezione ideologica complessiva
Devo dire che la mia prima impressione, ascoltando e leggendo quel discorso, è stata quella di un appello di tono vagamente ‘futurista’, finalizzato a rompere le convenzioni ipocrite del linguaggio politically correct, per lanciare ai soldati (ma anche all’opinione pubblica) un messaggio provocatorio. Quella sensazione iniziale mi è stata confermata dall’analisi delle parole-chiave emergenti dalla suddetta filippica del capo dell’Esercito. Da esse infatti trasuda non solo polemica verso i precedenti governi ‘progressisti’, ma anche risentimento nei confronti dei politici che hanno ridimensionato il peso della forza armata di terra, per di più attribuendogli funzioni assai poco marziali. Ma quali sono le caratteristiche stilistiche della retorica futurista con le quali cui possiamo cercare analogie?
«AZIONE, VELOCITÀ’ E ANTIROMANTICISMO […] Filippo Tommaso Marinetti viene a formulare il suo programma di rivolta contro la cultura del passato proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente rinnovata. I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli del dinamismo, della velocità e dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna società industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina…» [vii] .
Ebbene, basta dare una scorsa al campo semantico delineato dalla tabella 1 per rendersi conto di come è possibile ritrovare nel discorso del generale alcuni elementi tipici di quell’ideologia futurista
Tab. 1 – AREA SOSTANTIVI POSITIVI
GUERRA 4 TEMPO 4 LEADER 3 COMANDANTE 3 ERRORE 3 MISSIONE 2 PROATTIVITÀ 2 TECNOLOGIA 2 ADDESTRAMENTO 2 VALORE 2 REGOLA 2 REALTÀ RIVOLUZIONE FUTURO MENTE SFIDA SCELTA LOCOMOTIVA CAMBIAMENTO VISIONE BATTAGLIA TRASFORMAZIONE AVANGUARDIA IMPEGNO ISTITUZIONE MENTALITÀ CAMPAGNA MULTIDOMINIO DOTTRINA ORDINE INIZIATIVA ESEMPIO FORZA DISCIPLINA EVOLUZIONE VELOCITÀ
Provo a sintetizzare alcune osservazioni che scaturiscono da questo quadro:
Preoccupazione per il trascorrere del tempo, con l’incalzare di situazioni di crisi sottovalutate, cui la politica avrebbe dato finora risposte deboli ed insufficienti.
Necessità pertanto d’imprimere una molto maggiore velocità ad un processo di cambiamento e trasformazione delle forze armate, arrivando ad ipotizzare una vera e propria rivoluzione rispetto al passato.
Senso della realtà ma anche proiezione in una dimensione di futuro prossimo, che richiede non solo decisioni veloci, ma proattività, cambio di mentalità e capacità d’iniziativa.
Priorità della tecnologia (le ‘macchine’…), per non essere soltanto al passo coi tempi, bensì all’avanguardia.
Centralità della guerra nella missione delle forze armate, che conseguentemente hanno bisogno di leader autorevoli e comandanti di valore.
Risposta a tale sfida epocale modernizzandole, ma senza dimenticare che quella militare resta comunque una istituzione, che richiede esempio, impegno, forza, ma principalmente regole e disciplina.
Anche se andiamo ad esaminare i campi semantici che racchiudono gli attributi ed i verbi che ho evidenziato nel testo del discorso, abbiamo una conferma di questa impostazione.
Tab. 2 -AREA ATTRIBUTI E VERBI POSITIVI
Valorizzazione di ciò che è tecnologico, moderno, nuovo, alternativo eche quindi si rivolge soprattutto ad un mondo giovane.
Insistenza – di stampo altrettanto futurista – su aggettivi come veloce e proattivo, avverbi come presto e subito e verbi come correre, innovarsi e cambiare.
Scampoli di retorica militarista, che traspare da attributi come addestrato, vittorioso, interforze e da verbi quali servire, rischiare, superare e addestrarsi.
I nemici da battere…
Se dalle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito emerge prepotentemente una prospettiva ‘futurista’ per le nostre forze armate, non meno chiara è l’impostazione ‘passatista’ contro la quale scaglia i suoi strali polemici.
«Non è difficile comprendere che l’ottica futurista, in quanto palesemente antiborghese, si pone contro la tradizione, il perbenismo e la democrazia. Al contrario inneggia ad atteggiamenti ribelli e liberatori che sottintendono un deciso disprezzo dei sentimenti. I futuristi sono a favore della guerra al punto da definirla la ‘sola igiene del mondo’ […] la guerra è considerata l’unico ‘strumento’ possibile per distruggere il vecchio mondo, presupposto fondamentale per poterne costruire uno totalmente nuovo …». [viii]
Come emergeva già nel 1909 dal marinettiano ‘Manifesto del Futurismo’[ix], infatti, la sfida che il suo avanguardistico movimento lanciava alla società era rivolta alla tradizione, all’immobilità, alla paura del cambiamento ed al buonismo perbenista. Anche dal discorso del generale Masiello, peraltro, affiora una vena polemica di rottura col passato più recente delle forze armate, contrastando quindi l’ipocrita edulcorazione della loro ‘missione’ e le tradizionali remore e fissità di chi non sa osare. Sarebbero esse, insomma, che frenano il cambiamento e mal rispondono all’incalzante sfida della modernità e dell’efficientismo tecnologico.
Nelle seguenti tabelle 3 e 4 sono raggruppati i termini usati da Masiello proprio per sottolineare i disvalori contro i quali bisognerebbe battersi per una modernizzazione ed efficientizzazione dell’arma di terra. Esse sono un’utile sintesi per comprendere contro quale bersaglio Masiello scaglia i suoi dardi critici, subito supportato da altri ex comandanti, che non hanno perso l’occasione per unirsi alla sua polemica.
Tab. 3 – AREA SOSTANTIVI NEGATIVI
Tab. 4 – AREA ATTRIBUTI E VERBI NEGATIVI
BUROCRATICO RASSICURANTE GERARCHICO
RALLENTARE DEVIARE
Dal confronto tra le due tabelle – ovviamente molto più scarne in quanto esprimono valutazioni solo negative – non è difficile individuare quali sarebbero i ‘nemici’ da battere, secondo l’attuale ‘leader’ dell’Esercito Italiano. Non a caso sono gli stessi che un secolo fa i Futuristi additavano al pubblico disprezzo come le forze oscure che si opponevano alla loro ‘rivoluzione’. Al dinamismo frenetico, al culto della velocità ed all’attivismo predicato e praticato da quegli avanguardisti del ‘900, infatti, facevano da contraltare sostanzialmente due peccati originali della dirigenza politica liberale: la paura del cambiamento, il perbenismo borghese ed il freno ad ogni esperienza innovativa, dovuto anche al peso della burocrazia. Sono praticamente gli stessi difetti che il generale Masiello attribuisce al sistema politico italiano. Tra i sostantivi dell’area semantica negativa, infatti, al primo posto (con 7 occorrenze) c’è proprio la burocrazia, seguita a ruota dalla paura. Seguono un gruppo di caratteristiche strutturali del sistema democratico, come il primato della politica ed il ricorso alla diplomazia, cui si aggiungono i difetti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica, come inefficienze, storture, schematicità, timore e fissità.
Il dinamismo efficientista del modello manageriale e tecnocratico di Masiello entra così in evidente conflitto con quello burocratico, rassicurante e gerarchico della dinamica politica moderata, fatta di compromessi e di mezze verità. Secondo il gen. Tricarico, Masiello avrebbe dato coraggiosamente voce ad “una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica”. Cominciando dal superamento del tabù verbale connesso alla parola ‘guerra’, dunque, la sua ‘locomotiva del cambiamento’ si avvia a travolgere il buonismo ipocrita di chi vorrebbe rallentare quella corsa e deviare quell’indispensabile cambiamento.
Alcune osservazioni finali
Il nocciolo tematico del discorso del gen. Masiello è racchiuso in una frase che, con indubbia efficacia retorica, ma adoperando un tono informale, egli ha scandito in apertura, di fronte a centinaia di allievi e quadri militari che lo ascoltavano attenti:
«La nostra missione non è creare burocrazia, non è vivere nella burocrazia, non è vivere per la burocrazia. L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Quindi questo deve essere un messaggio molto chiaro che dovete avere tutti in testa: fino a qualche anno fa, era una parola che non potevamo utilizzare. Oggi la realtà ci ha chiamato a confrontarci con la guerra, questo non vuol dire che l’esercito vuole la guerra ma vuol dire che noi ci dobbiamo preparare e più saremo preparati per la guerra e maggiori probabilità ci saranno che ci sia la pace». [x]
Il messaggio apertis verbis del capo dell’Esercito, dunque, potrebbe essere sintetizzato in due espliciti moniti ai soldati di domani: (a) è finito il tempo delle mezze frasi ipocrite e della paura di esplicitare la funzione bellica delle forze armate; (b) i militari non vogliono la guerra ma, da seri professionisti, devono saperla gestire al meglio, con competenza, preparazione, capacità tecnologica e determinazione. Il sasso nello stagno – complice l’attuale clima politico apertamente destrorso – è stato gettato ed ha prodotto – al di là del plauso di alti ufficiali in pensione – le prevedibili reazioni sdegnate di chi condanna la guerra ma, poco coerentemente, si guarda bene dal mettere in discussione il complesso militare industriale che la genera e la rende non solo possibile, ma tragicamente attuale.
Tornando però all’analisi pragmatica del discorso di Masiello, al suo interno troviamo, in varia misura, le tre categorie di atti linguistici cui accennavo in precedenza. Sono di tipo locutorio le affermazioni che, in modo esplicito, ci parlano di qualcosa di oggettivo, come nel caso del ridimensionamento organizzativo e finanziario dell’esercito, ma anche della sua progressiva trasformazione in qualcosa di diverso ed anomalo, conferendogli funzioni ‘vicarie’ in materia di assistenza, di pubblica sicurezza e di protezione civile. Altro elemento locutorio è il dato di fatto che la guerra è diventata sempre più ibrida, richiedendo sia eserciti numerosi e addestrati a battaglie tradizionali, sia contingenti addestrati all’uso di tecnologie digitali, robotiche e perfino a modalità non convenzionali.
«Se guardiamo l’Ucraina, che prendo come esempio, vi è un mix di guerra antica – le trincee che avevamo completamente dimenticato, i campi minati, i rotoli di filo spinato, il fango – e poi c’è il futuro, la guerra cibernetica, la guerra spaziale: ci sono i droni e tutte le loro varianti, c’è la disinformazione, la guerra delle menti. La mente nostra, dei militari e dei civili, è diventata ormai parte del campo di battaglia» [xi].
Risultano invece illocutorie le parti del suo discorso in cui egli si propone specifiche funzioni (denuncia, stimolo, richiamo ai doveri dei militari ma anche al superamento di un modello gerarchico-burocratico pesante e poco efficiente). Ne riporto di seguito due esempi:
«Però non si può fermare l’evoluzione positiva di un’organizzazione per il rischio personale, non mi interessa il destino di ognuno, non mi interessa la carriera del singolo, mi interessa l’organizzazione che deve cambiare. Lo dico per il bene dell’Esercito lo dico per il bene dei nostri soldati e delle loro famiglie […] Non fatevi criticare, che l’esercito italiano non è pronto per questi scenari. Nessun esercito è pronto per questi scenari! tutti si erano concentrati su queste famose operazioni di sostegno alla pace, tutti guardavano a quegli scenari, nessuno ha avuto la visione di capire quello che stava succedendo. Era comodo fare operazioni di sostegno alla pace, in primis perché costano di meno».[xii]
Sono infine evidenti – e numerosi – anche gli aspetti perlocutori, miranti a produrre sugli ascoltatori effetti sul piano emotivo (indignazione, insofferenza per la diminutio dell’arma di terra, fiducia nel nuovo leader, apertura mentale ad un futuro meno burocratico e più attivistico). Di seguito alcuni passi che mi sembrano andare in quel senso.
«…alla reattività si deve affiancare la proattività. Perché se ci limitiamo a reagire, fra 15-20 anni qualcuno di voi che sarà il mio posto avrà gli stessi problemi che io ho adesso, perché sarà cambiato lo scenario e non lo avremo previsto, perché ci saremo concentrati sulla reazione a quello che sta succedendo […] Queste regole, questi valori sono sulle nostre stellette. Le portiamo sul bavero, e sono quelli che ci rendono uniti, sono la nostra forza, sono quelli che fanno la differenza fra la nostra istituzione e un’organizzazione. Sono quelli per i quali quando si è in una crisi quando il paese è in difficoltà, sentite dire “chiamate l’esercito”, non dimenticatelo mai. […] Non tollerate che vengano messe in discussione le nostre regole, sono la garanzia della nostra essenza e della nostra sopravvivenza […] Non servono leader e comandanti che si servono dei propri uomini. Servono leader e comandanti che servono i propri uomini».[xiii]
Concludo con qualche osservazione sul senso di tali esternazioni, solitamente non consentite a coloro che, tradizionalmente, sono stati “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. In primo luogo sfaterei la diffusa sensazione che il discorso del generale Masiello costituisca un caso unico di fuoruscita dal recinto del politicamente corretto dove sarebbero stati confinati i militari. In realtà da decenni la voce degli esponenti delle forze armate risuona con toni critici verso le scelte della politica. La differenza è che, se prima si trattava di manifestazioni di scontento relegate in documenti ufficiali, ‘interni’, o in illegibili libri bianchi della Difesa, in questo caso il clamore è stato mediatico. Uno scalpore suscitato, inoltre, dal fatto che la requisitoria contro l’immobilismo della politica proviene da un vertice in carica e non un generale transitato alla politica, come nel caso del gen. Vannacci.
In secondo luogo, come esponente di uno storico movimento pacifista, devo notare che il gen. Masiello ha esplicitato, senza dubbio in modo plateale, ciò che stava già avvenendo sotto i nostri occhi, ma senza suscitare particolari reazioni nell’universo c.d. progressista. Se è innegabile che negli ultimi anni, ed in particolare all’Esercito, sono state attribuite funzioni estranee alla sua natura, è altrettanto vero che ciò risponde ad una strategia politica ben precisa. In precedenti articoli mi ero già soffermato su tale tendenza ‘camaleontica’, che vorrebbe privare le forze armate italiane della loro grinta bellicosa, mediante un restyling che le faccia apparire una struttura rassicurante, al servizio della pace, della sicurezza interna e perfino della protezione civile e ambientale.[xiv] La continua penetrazione soprattutto dell’esercito nelle nostre realtà sociali e formative è frutto di questo mimetismo subdolo ed opportunista, poco apprezzato però dai generaloni con greca e medaglie.
Ebbene, per chi vorrebbe smilitarizzare la società lo smascheramento del goffo tentativo della politica di ‘civilizzare’ i militari potrebbe essere, tutto sommato, un salutare calcio all’ipocrisia di chi stava cercando di ‘normalizzare’ le forze armate. Fatto sta che la deflagrazione dei conflitti bellici ha cambiato bruscamente gli scenari e non c’è da meravigliarci se quegli equilibri sono saltati, per cui qualcuno ha dovuto ricordarci che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Forse è proprio vero che, per citare un’espressione evangelica, “oportet ut scandala eveniant”…
L’ecolinguistica per demistificare narrazioni pseudo-ecologiste
Nella III e IV parte del manuale in cui ipotizzo una “Grammatica ecopacifista” [i], mi sono soffermato a lungo sulla proposta d’una metodologia di analisi critica del discorso che traesse spunto dagli studi di ecolinguistica [ii] sulle ‘narrazioni’ anti-ecologiche diffuse dai media ma, al tempo stesso, riuscisse a cogliere le insidiose infiltrazioni d’un linguaggio militarista e bellicista nella comunicazione quotidiana, mediatica ed istituzionale.
Alcuni esempi di questa ricerca sono presenti già nell’ultima parte del mio libro, dove ho preso in esame alcuni testi, analizzandone il lessico dal punto di vista non solo ‘locutorio’ (che cosa affermano), ma anche ‘illocutorio’ (quale scopo si propongono) e ‘perlocutorio’ (quali effetti producono sui destinatari). In particolare, uno dei testi già analizzati [iii] era un documento parlamentare del 2022 sulla pretesa Transizione ec0logica della Difesa[iv], nel quale demistificavo l’intento ‘illocutorio’ d’una strumentale quanto improbabile trasformazione delle nostre forze armate in chiave ambientalista. Altri articoli che offrono una lettura critica di messaggi del genere li ho pubblicati nel mio blog e nel sito web ‘Academia.edu’, utilizzando l’impostazione ‘ecopacifista’ che propongo nel manuale [v].
Ora, proseguendo nella denuncia di queste sempre più frequenti operazioni di greenwashing, che cercano di presentare (non solo in Italia) gli organismi della difesa militare come i paladini della rivoluzione ecologista, questo mio contributo intende approfondire tali insidiose e mistificanti narrazioni, ancor più paradossali e indigeste quando abbiamo davanti agli occhi quotidianamente gli effetti catastrofici dei conflitti armati in atto, anche sul piano ambientale.
Il breve testo che stavolta ho sottoposto a verifica è presumibilmente stato prodotto da esperti in comunicazione alle dipendenze del Ministero della difesa, non riporta una data di pubblicazione ma sembrerebbe comunque abbastanza recente. Particolarmente illuminante già nel titolo (Esercito e ambiente. Elementi di narrativa per la comunicazione istituzionale[vi]), si direbbe un documento d’indirizzo, destinato a circolazione interna nella struttura militare, per poi essere utilizzato nelle pubbliche relazioni. I due termini utilizzati come incipit (“narrativa”) ed in coda all’indirizzo informatico (“approvata”) sono già abbastanza espliciti, lasciando trasparire una direttiva centrale ed ufficiale per orientare l’immagine istituzionale dell’esercito, preventivamente autorizzata dall’alto e diramata agli organi periferici per opportuna diffusione sui media.
Il verbo ‘narrare’ etimologicamente [vii] rinvia all’antica radice *gna (vedi il sanscrito gnanam: conoscenza), col suffisso dell’arcaico verbo igare, variante di agere (fare). In senso proprio, quindi, la ‘narrazione’ dovrebbe essere il frutto di un’azione finalizzata a diffondere un’autentica conoscenza. Ma recentemente, mutuando il neologismo inglese narrative, ha assunto un’accezione meno positiva, indicando una: “forma di comunicazione argomentata tesa a conquistare consensi attraverso un’esposizione che valorizzi ed enfatizzi la qualità dei valori di cui si è portatori, delle azioni che si sono compiute e si ha in programma di compiere, degli obiettivi da raggiungere…” [viii].
Il testo in oggetto si presenta infatti come una “ideological representation” [ix] di ciò che l’esercito italiano vorrebbe apparire più che di quanto sia in realtà, facendo ricorso ad una terminologia esplicitamente ecologista per avvalorare una tardiva vocazione ‘green’. Utilizzerò pertanto l’analisi critica del testo di questa dichiarata ‘narrazione’ per evidenziare l’uso strumentale di elementi lessicali scelti opportunamente a tale scopo propagandistico, sottacendo invece sulla natura intrinsecamente distruttiva delle forze armate e sulla pesantissima impronta ecologica che esercitano sull’ambiente naturale ed umano [x].
Un esercito virtuoso e responsabile, che protegge l’ambiente?
Il testo esaminato consta di 749 parole ed è suddiviso in 5 paragrafi: 1) Master message; 2) Operazione e concorsi a difesa dell’ambiente; 3) Gestione dei poligoni e simulazione addestrativa: 4) Infrastrutture e transizione energetica; 5) Coscienza ambientale. Il primo di essi, contrassegnato dal solito anglicismo informatico, contrassegna il ‘messaggio-guida’ cui adattare la comunicazione seguente. Essa affronta i vari ambiti in cui – secondo i redattori del testo – si esplicherebbe la vena ambientalista del nostro esercito, impiegato non solo contro il degrado ambientale esterno, ma impegnato anche a rendere eco-compatibili strutture e attività per loro natura distruttive o comunque inquinanti. La mia indagine sull’insieme del testo ha quindi posto in luce lo sforzo semantico dell’istituzione militare per apparire credibile in questa ‘mission impossible’, individuando e tabulando le forme nominali, aggettivali, verbali ed avverbiali utilizzate a tale scopo.
(a) Ovviamente il peso maggiore ricade sui 54 sostantivi con valenza ambientale da me enucleati (tra parentesi il numero di ricorrenze – in grassetto le ‘parole-chiave’):
Il quadro ‘narrativo’ che emerge in primo luogo da questo documento è semanticamente contrassegnato da concetti ‘protezionistici’ che l’Esercito si attribuisce, per la sua funzione di supporto all’autorità giudiziaria (contrasto, difesa, controllo, salvaguardia, normativa, violazione, sicurezza, bonifica, monitoraggio, limitazione, conservazione…), adoperando un linguaggio sicuramente più confacente al proprio ruolo (assai discutibile ma codificato per legge) di struttura ausiliaria nell’ambito della pubblica sicurezza e della protezione civile [xi].
In secondo luogo, la terminologia adoperata nel documento intende rimarcare la pretesa sensibilità ambientale di questa forza militare (ambiente, salute, impatto, emissione, energia, rifiuto, consumo, futuro, pianeta, coscienza).
Un terzo gruppo di parole-chiave, infine, sono destinate a contrassegnare e concretizzare la dichiarata ‘svolta’ ecologista dell’esercito, attingendo a piene mani al lessico ‘green’ che caratterizza (almeno a parole) i piani governativi per la ‘transizione energetica’ (autoproduzione, efficientamento, contenimento, ecosostenibilità, riduzione, elettrificazione, sperimentazione biocombustibile). Poco più che formule magiche, usate strumentalmente per indicare la volontà di trasformare un pesante, anomalo ed inquinante apparato militare in qualcosa di meno impattante sull’ambiente naturale ed antropico, e quindi di più ‘sostenibile’.
(b) Ma la colorazione ‘verde’ di questo documento deriva anche dall’utilizzo d’una ventina di attributi che ho evidenziati nella tabulazione e che riporto di seguito (tra parentesi le occorrenze plurime e in grassetto gli ‘aggettivi-chiave’):
Anche nel caso della scelta degli aggettivi si colgono in trasparenza treelementi basilari della pretesa rivoluzione ‘verde’ avviata dalle nostre forze armate, presi peraltro in prestito dal solito lessico politichese: (i) l’ambiguo concetto di ‘crescita sostenibile’ [xii]; (ii) l’idea, del tutto arbitraria, che la transizione ecologica si coniughi strettamente con quella ‘digitale’, in quanto frutto di scelte innovative ma graduali, anziché d’un radicale cambiamento del modello attuale di sviluppo e consumo; (iii) il banale luogo comune in base al quale lo sviluppo del settore ‘elettrico’ sarebbe di per sé garanzia di scelte ecologiche, a prescindere dalle fonti energetiche da cui è ricavata l’elettricità; (iv) il topos della ricerca di modernità/novità ed il malinteso concetto di ‘economia circolare’, sbilanciato troppo spesso sul riciclo piuttosto che sulla riduzione, il riuso ed il recupero dei materiali.
(c) La terza serie di significativi elementi lessicali che ho evidenziato è costituita dai seguenti 32 verbi, gli elementi più dinamici del discorso in quanto indicano le azioni che caratterizzano il progetto (tra parentesi le ricorrenze, in grassetto i verbi-chiave):
Sebbene alcune voci verbali siano comunque caratteristiche della visione militare e interventista tipica di una forza armata che svolge anche compiti di ‘pubblica sicurezza’ (assicurare, prevenire, pattugliare, segnalare, intervenire, garantire, contenere, assicurare, rafforzare…), non mancano verbi più attinenti al ruolo di protezione ambientale che l’Esercito si attribuisce (impegnarsi, ridurre, condividere, conservare, preservare, sensibilizzare, promuovere…).
(d) La mia rassegna del lessico ‘ambientalista’ impiegato nel documento si conclude con una decina di forme ed espressioni avverbiali, che delineano in primo luogo la linea temporale nell’evoluzione ‘verde’ dei nostri militari, ma anche l’elemento quali-quantitativo della loro azione, come è opportunamente ‘narrato’ nel documento in esame (tra parentesi le occorrenze).
Quotidianamente – ogni anno – in futuro – nel prossimo futuro – in prospettiva – prioritariamente – al passo coi tempi – sempre/ancor più (3) – appieno – al meglio.
Come in tutti i progetti, si accenna a una programmazione degli interventi a breve, medio e lungo termine, oscillanti tra quotidianità, annualità ed un più vago ‘futuro’, non senza ribadire – con un certo orgoglio di corpo – che essi saranno comunque svolti ‘al meglio’, ‘appieno’ ed in modo ‘sempre più efficace’.
Il ‘greenwashing’ d’un apparato militare sempre più…mimetico
Come ho avuto modo di osservare in altre occasioni, è intollerabile il goffo tentativo delle forze armate – in Italia come in alti paesi – di travestire il loro ingombrante e minaccioso apparato, energivoro, inquinante e finalizzato alla distruzione, coi panni di un’organizzazione che si propone la protezione dell’ambiente. Ovviamente i militari fanno il loro mestiere e da alcuni anni sfruttano con un certo impegno i propri uffici di ‘relazioni pubbliche’ per accreditare un’immagine virtuosa di sé stessi.
Ma il vero problema non è tanto il loro sforzo di mimetizzarsi in una società più consapevole della centralità della questione ecologica, quanto il cinismo con cui i governi europei affermano di perseguire questa improbabile rivoluzione verde con le stellette, chiudendo gli occhi sull’enorme e perdurante impatto ambientale delle stesse forze armate, sia in tempo di ‘pace’ (addestramento, esercitazioni ed ordinaria gestione di strutture e personale), sia laddove si scatenano conflitti armati che le vedono direttamente o indirettamente partecipi (operazioni belliche, ‘missioni’ all’estero, manovre congiunte).
La ‘narrativa’ d’un esercito sempre più ‘green’, ‘smart’ ed ‘innovativo’, impegnato sia nella ‘difesa’ ambientale verso l’esterno che in una virtuosa ‘pulizia’ delle proprie ricadute ecologiche negative, sarebbe di per sé abbastanza stucchevole se non fosse anche una mistificazione sul piano comunicativo, avallando addirittura l’idea dei militari come custodi dell’ambiente.
Leggere in quel documento affermazioni come: “Dal secondo dopoguerra, la costituzione di poligoni militari ha contribuito alla sicurezza nazionale e, parallelamente, a conservare la naturalità del territorio italiano, preservandolo dalla cementificazione selvaggia e dal bracconaggio” [xiii], ad esempio, è uno schiaffo alle giuste e reiterate proteste di tante comunità locali contro l’ invadenza e la distruttività dei poligoni militari su territori sottratti da decenni alla legittima fruizione della collettività civile ed alla possibilità di essere risorse produttive.
Resta poi indigeribile anche un’altra dichiarazione: “Dal 2020, abbiamo adottato un piano di monitoraggio dei poligoni in gestione e, quando previsto, condividiamo i risultati con le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) competenti”, dal momento che le FF.AA. si sono costantemente avvalse della loro immunità ed insindacabilità anche sul piano ambientale, soprattutto quando si tratta di territori in concessione a stati esteri (U.S.A.) o ad alleanze difensive (leggi: N.A.T.O., ma anche U.E.), sottraendoli alla sovranità nazionale o limitandone l’esercizio [xiv].
Concludendo, in questo caso mi sono soffermato su uno solo degli aspetti tipici dell’analisi ecolinguistica delineata da Stibbe, denunciando come l’ideologia ecologista che trasuda dal documento risulti ossimorica rispetto a visioni e comportamenti della struttura militare. Con l’analisi lessicale di questo testo ho evidenziato la modalità comunicativa adottata dai suoi autori, mettendo il luce il suo intento ‘illocutorio’ (avvalorare e diffondere la ‘narrativa’ di un esercito virtuoso e responsabile sul piano ambientale) e ‘perlocutorio’ (la conseguita rassicurazione della comunità civile sulla volontà delle FF.AA. di modernizzarsi e di ridurre al massimo la loro impronta ecologica). Citando un passo dell’articolo del giornalista statunitense Jasper Craven sul “greenwashing del complesso militar-industriale” negli U.S.A., non posso dunque non concordare che “questi sono sviluppi positivi ma deboli, parte di una crescente offensiva di pubbliche relazioni del Pentagono per distrarre da decenni di degrado ambientale” [xv], sostenendo la paradossale tesi che “per la peggior fonte di emissioni il cambiamento climatico sarebbe una priorità”.
N O T E
[i] FERRARO, E. (2022a) Grammatica Ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Ed.
[ii] Cfr. in particolare il manuale di STIBBE, A. (2021), Ecolinguistics. Language, Ecology and the Stories We Live By, 2nd Edition, Abingdon, Routledge
[iii] Cfr. “Pragmatica d’un testo ufficiale”, in FERRARO 2022, pp. 148-152
[x] A tal proposito, cfr. i seguenti testi: 1) MAZZEO, A. (2023), “La contaminazione dell’apparato militare”, in DE LELLIS A., PLACIDO E., RUSSO S. 2023 (a cura di), Uscire dalla guerra per un’economia di pace, Assisi, Cittadella Ed; 2) CNAPD (s.d.), La pollution de l’activité militaire. Un fantôme à dévoiler, Bruxelles, CNAPD; 3) M.I.R. Italia, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista (2021), Torino, Ed. Gruppo Abele; 4) Int’l Peace Bureau (2024), War Costs Us the Earth – GDAMS Statement 2024, I.P.B. https://ipb.org/war-costs-us-the-earth-%C2%B7-gdams-statement-2024/
[xi] Cfr. la L. 26 mar. 2001 n. 128, art 118: “1. In relazione a specifiche ed eccezionali esigenze, al fine di consentire che il personale delle Forze di polizia venga impiegato nel diretto contrasto della criminalità, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri dell’interno e della difesa, adotta uno o più specifici programmi di utilizzazione, da parte dei prefetti delle province in cui le suddette esigenze si sono manifestate, di contingenti di personale militare delle Forze armate, da impiegare per la sorveglianza e il controllo di obiettivi fissi, quali edifici istituzionali ed altri di interesse pubblico. Tale personale è posto a disposizione dei prefetti dalle autorità militari ai sensi dell’articolo 13 della legge 1aprile 1981 n. 121” https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2001;128 . Vedi anche la L. 14 nov. 2000 n. 331, in particolare al comma 5 dell’art. 1: “Le Forze armate concorrono alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza”. https://www.parlamento.it/parlam/leggi/00331l.htm#:~:text=Le%20Forze%20armate%20concorrono%20alla,7.
Vocabolario di base e frequenza nell’uso delle parole.
Nel 2016 Tullio De Mauro aggiornò la sua precedente ricerca sul ‘vocabolario di base della lingua italiana’ (NVdB), individuando le 7.500 parole che costituiscono il nostro ‘lessico quotidiano’, vale a dire il serbatoio linguistico cui la maggioranza degli italiani sembra attingere più frequentemente [i].
«È un elenco di circa 7500 parole selezionate per uso, frequenza e disponibilità e suddivise in tre categorie: 1 – lessico fondamentale (FO, circa 2000 parole ad altissima frequenza usate nell’86% dei discorsi e dei testi; nell’elenco sono formattate in grassetto); 2 – lessico di alto uso (AU, circa 3000 parole di uso frequente che coprono il 6% delle occorrenze; sono formattate come testo normale); 3 – lessico di alta disponibilità (AD, circa 2000 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti e percepite come aventi una disponibilità pari o perfino superiore alle parole di maggior uso; sono formattate in corsivo)» [ii].
Lo stesso De Mauro precisava che:
«Ciò che abbiamo finora chiamato uso è il prodotto della frequenza assoluta delle occorrenze di una parola in un campione di testi di una lingua, divisi in diverse categorie (testi scolastici, testi letterari, copioni cinematografici o teatrali eccetera), moltiplicata per la sua dispersione, cioè per il numero di categorie di testi in cui la parola occorre. La dispersione, cioè la presenza in più categorie diverse di testi, aiuta a correggere distorsioni che potrebbero aversi guardando solo alla frequenza.…» [iii] .
Da questa risorsa, fondamentale per la conoscenza del nostro patrimonio lessicale d’uso comune, si ricavano non solo interessanti indici statistici di frequenza nell’utilizzo delle parole dell’italiano corrente, ma anche alcune considerazioni sulle tendenze socio-linguistiche in atto. Un ecopacifista come me, ad esempio, andando a curiosare fra i 2.000 lemmi contrassegnati in neretto, in quanto considerati ‘fondamentali’, ha potuto utilizzare questo repertorio per ricercare quanta parte del nostro lessico quotidiano abbia a che fare con determinati contesti logici, quali “guerra e militarismo”, “pace” ed “ecologia”.
La presente ricerca ha richiesto la tabulazione dei 2.000 lemmi fondamentali in un’apposita tabella Excel, in modo da evidenziare – lettera per lettera – quali parole ricadessero in ciascuno di questi tre ambiti, calcolandone poi la rispettiva percentuale sul totale. Dall’insieme dei vocaboli in neretto sono stati esclusi quelli di scarso valore semantico (pronomi personali, aggettivi dimostrativi e possessivi, preposizioni, avverbi, congiunzioni) e pertanto il numero complessivo di quelli presi in esame è sceso a 1.768.
Sebbene le osservazioni seguenti siano frutto di una mia personale elaborazione del database pubblicato su Internazionale, ritengo comunque che possano dare un’idea abbastanza precisa di come il patrimonio linguistico maggiormente condiviso dagli italiani [iv] lasci trasparire determinate tendenze a rappresentare la realtà, alimentando particolari narrazioni. Nell’ambito degli studi di ecolinguistica [v], ad esempio, è molto diffuso l’impiego dei “corpus assisted discourse studies”, ossia dell’analisi linguistica fondata sull’utilizzo e l’elaborazione di repertori lessicali.
«Lo sforzo principale degli studi del discorso assistito da corpus è l’indagine e il confronto delle caratteristiche di particolari tipi di discorso, integrando nell’analisi le tecniche e gli strumenti sviluppati all’interno della linguistica dei corpora. Questi includono la compilazione di corpora specializzati e analisi di elenchi di frequenza di parole e cluster di parole, elenchi di parole chiave comparative e, soprattutto, concordanze […] Gli studi sul discorso assistito da corpus mirano a scoprire significati non ovvi, cioè significati che potrebbero non essere prontamente disponibili per la lettura a occhio nudo. Gran parte di ciò che ha significato nei testi non è aperto all’osservazione diretta […] Usiamo il linguaggio “semi-automaticamente”, nel senso che parlanti e scrittori compiono scelte semi-consce all’interno dei vari complessi sistemi sovrapposti di cui è composto il linguaggio» [vi].
In questo caso, un confronto statistico tra blocchi di parole fondamentali riguardanti determinati contesti può quindi risultare illuminante sul pensiero sottostante alle parole della lingua italiana più frequentemente utilizzate, stimolando considerazioni per nulla banali.
Dati emersi dalla mia ricerca sul NVdB dell’italiano
Ovviamente non tutte le osservazioni che si possono ricavare analizzando il mio database sono significative allo stesso modo. Alcune sono solo curiosità originate dall’evidenziazione di alcuni aspetti, come ad esempio la frequenza di determinate parole all’interno di uno specifico repertorio alfabetico. Ad esempio, non sembra che abbia un particolare significato il fatto che la maggior parte delle parole italiane da me selezionate nel citato ‘lessico fondamentale’ e riguardanti la guerra ed il militarismo inizino con le lettere S (40), R (32) e C (25). Altrettanto vale per l’osservazione che gran parte dei vocaboli ‘pacifici’ comincino per A o P (17), oppure per I ed R (10), o anche che il lessico ambientale si alimenti prevalentemente di parole inizianti con le lettere P (21), S (19) e C (12). Si tratta dunque di semplici constatazioni, anche se l’analisi etimologica delle parole ci porta talvolta ad osservare che fenomeni di natura fonetica, come l’onomatopea, possono aver condizionato il significato di alcuni vocaboli, soprattutto per quanto riguarda la loro radice primaria.
Le osservazioni oggettive che si possono trarre dalla mia ricerca mi sembrano indubbiamente più significative. Infatti, sebbene l’attribuzione di una parola ad un determinato campo semantico (guerra e militarismo – ecologia ed ambiente – pace e nonviolenza) sia frutto di una mia selezione, ciò che si ricava dall’analisi dei dati va al di là di impressioni personali, in quanto ne emerge un quadro abbastanza preciso delle caratteristiche del nostro lessico fondamentale.
Ma esaminiamo prima i risultati da un punto di vista meramente statistico, tenendo conto che l’entità totale di riferimento sono i 1.768 lemmi che ho ricavato dal 2.000 del NVdB (De Mauro 2016), eliminando quelli che – come precisato prima – mi sembravano semanticamente non particolarmente rilevanti .
Nel primo settore della mia classificazione – concernente le parole del vocabolario fondamentale italiano che ricadono nel campo semantico bellico-militare – si ritrovano 259 lemmi, pari al 14,6% del totale.
Nel secondo ambito di ricerca – comprendente le parole che fanno riferimento all’ambiente ed all’ecologia – ricadono 124 lemmi, pari al 7,01%.
Il terzo campo semantico preso in esame – vocaboli riferibili in modo diretto o indiretto alla pace, alla giustizia e ai diritti – registra infine la presenza di 152 lemmi, corrispondenti all’8,6%.
Già questi soli dati numerici rispecchiano una precisa realtà socioculturale, in cui il lessico di base più comune degli italiani è composto per un settimo da vocaboli appartenenti al linguaggio militare e guerresco, mentre per i ‘linguaggi di pace’ la maggior parte dei parlanti l’italiano dispongono e utilizzano meno di una parola su undici. Inoltre, per quanto riguarda ciò che si riferisce alla natura, agli elementi ambientali ed all’ecologia, il dato sembra ancor più allarmante. Infatti in questo contesto ricade solo il 7% del lessico italiano considerato ‘fondamentale’, vale a dire meno di una parola ogni quattordici. Sono solo dati statistici, ma è difficile non considerarne il valore ed il significato all’interno di un’analisi del discorso che punti a svelare i condizionamenti esercitati su un vocabolario che, oltre ad essere spesso piuttosto povero e limitato, attribuisce al linguaggio di guerra uno spazio addirittura doppio rispetto a quello riservato a quello riguardante il nostro imprescindibile rapporto con l’ambiente.
Alcune considerazioni in chiave ecopacifista
A questo punto mi sembra opportuno ricordare quanto scriveva l’ecolinguista Arran Stibbe sull’analisi critica del discorso e su ciò che si propone di rivelare.
«a) L’attenzione si concentra su discorsi che hanno (anche potenzialmente) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita. B) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo e ‘codici culturali’… c) I criteri in base ai quali le visioni del mondo sono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti…»[vii].
Ebbene, dall’elaborazione dei dati della mia indagine emerge un preoccupante quadro verbale – e perciò stesso cognitivo – di quanto il vocabolario usato dall’86% degli italiani aiuti poco lo sviluppo della consapevolezza ecologica e l’impegno per la pace. A quest’ultimo ambito semantico, come già detto, ritroviamo solamente 1/12 del vocabolario di base della lingua italiana. Ciò non significa che tale rapporto sul piano del lessico rispecchi esattamente il nostro livello di coscienza pacifista, che invece la guerra in Ucraina sta paradossalmente facendo maturare. Il vero problema, però, è se si dispone di adeguati strumenti per esprimerlo ossia, per citare un noto libro [viii], se si hanno a sufficienza “le parole per dirlo”.
Viceversa, come ho avuto modo di sottolineare in altri contributi [ix], sembra che si faccia strada sempre più un linguaggio improntato ai sedicenti ‘valori militari’, sia a causa della crescente invadenza delle forze armate nelle istituzioni scolastiche italiane, sia per l’influenza della comunicazione mediatica che diffonde, in modo talvolta subdolo, modalità espressive ispirate a quel mondo.
Nell’impossibilità di pubblicare in questa sede l’intero database generato dalla mia ricerca, vorrei comunque offrire almeno un’idea di ciò che ne è emerso. Ad esempio, tra le parole registrate dal NVdB come quelle usate più frequentemente dagli italiani ritroviamo molti verbi che evocano direttamente la violenza della guerra e la retorica dell’eroismo militare (affrontare, ammazzare, attaccare, avanzare, battere, caricare, circondare, colpire, combattere, conquistare, difendere, distruggere, eliminare, imporre, intervenire, minacciare, morire, obbligare, occupare, opporre, provocare, resistere, ritirare, scoppiare, sottoporre, sparare, spaventare, uccidere etc.). Si tratta di una constatazione che preoccupa, dal momento che, in maggioranza non fanno certo parte del lessico quotidiano nè sembrano facilmente attribuibili ad altri contesti, sia pur in forma traslata.
Un secondo esempio di tale perniciosa tendenza si ricava dall’analisi dei sostantivi italiani più frequentemente usati, tra i quali ritroviamo abbastanza sorprendentemente termini riferibili prevalentemente alle forze armate, quali: arma, attacco, battaglia, capitano, carabiniere, carica, controllo, coraggio, difesa, dovere, eroe, esercito, forza, fronte, fuoco, generale, guerra, impresa, intervento, lotta, militare, missione, nazione, nemico, norma, nucleare, obiettivo, onore, pericolo, piano, pistola, principio, reazione, rischio, rispetto, servizio, sfida, soldato, squadra, strategia, superiore, tensione, trasmissione, ufficiale, valore, zona etc.
Se teniamo conto del fatto che la nuova edizione del lessico di base curata da De Mauro risale al 2016 e che in questi sette anni l’influenza dei militari sul piano socioculturale è molto aumentata, non possiamo non allarmarci per la frequenza di questa particolare terminologia nel linguaggio corrente di 8,6 italiani su 10.
La controprova è data dalla ricorrenza molto più ridotta in esso di termini che esprimano valori di pace, giustizia, tutela dei diritti umani e rifiuto della violenza nelle sue varie forme. Questa tipologia di parole, infatti, ricorre nel vocabolario di base fondamentale in misura estremamente limitata, poiché solo un lemma su dodici sembra ricadere in questo pur ampio campo semantico.
Una lingua di pace, come ho cercato di argomentare nel mio manuale ecopacifista [x], dovrebbe trasmettere concetti ispirati alla nonviolenza ed alla riconciliazione, alla valorizzazione delle diversità ed alla sostenibilità ambientale ed anche alla giustizia sociale ed alla solidarietà. Un lessico ecopacifista, infatti, è quello che sappia comunicare – ed aiutare ad instaurare – una positiva relazione tra gli uomini e tra questi ed il contesto naturale di cui fanno parte. Uno sguardo al settore del vocabolario di base dell’italiano che va in questa direzione ci mostra però un repertorio lessicale ancora troppo limitato, se è vero che soltanto una parola su quattordici comunica interesse per i valori ecologici.
Si tratta prevalentemente di sostantivi che si limitano a cogliere elementi geo-biologici dell’ambiente naturale e antropizzato, ad es.: acqua, albero, animale, atmosfera, bosco, campo, canale, cielo, costa, fiume, fonte, freddo, frutto, giardino, isola, lago, lupo, mare, montagna, natura, neve, paese, parco, pesce, pietra, pioggia, punta, radice, rosa, sera, sereno, sole, spazio, stagione, stella, terra, uccello, uomo, uovo, vento etc.
Si sono individuati anche altri vocaboli con una maggiore pregnanza dal punto di vista ecologico, in quanto lasciano trasparire un atteggiamento positivo verso il ciclo vitale e la ricerca di un’integrazione delle persone col proprio contesto ambientale. Si tratta però solo di pochi verbi (crescere, generare, produrre, raccogliere, rispettare, trasformare, vivere) e di alcuni nomi e aggettivi riferibilipiù esplicitamente a temi ecologici (ambientale, catena, fenomeno, materia, naturale, organismo, pianeta, riproduzione, salute, temperatura, territorio, universo, verde, vita).
Qualche conclusione da trarre…
Sempre più – e da più parti – comincia a manifestarsi l’esigenza di ripristinare ed accrescere un patrimonio lessicale che nel tempo è andato invece ad impoverirsi, riducendo la capacità delle persone di ‘leggere il mondo’, di comprenderlo e di agire in modo positivo e attivo per salvare ciò che possiede un autentico valore e per cambiare ciò che viceversa è frutto d’ingiustizia e di violenza. Un luninoso esponente di questa visione pragmatica del processo comunicativo e del ruolo dell’educazione in tal senso è stato don Milani, che ai suoi ragazzi della scuola di Barbiana aveva fatto capire che “la parola è la chiave fatata che apre ogni porta” perché “ci fa uguali”.
Ma se è vero che possedere solo 200 parole – come affermava il Priore – significa essere dominati da chi ne conosce 2.000, occorre forse ampliare la riflessione milaniana, andando oltre l’aspetto quantitativo (senza dubbio determinante) per affrontare anche quello qualitativo. Nel caso in esame, le 2.000 parole che il NVdB dell’Italiano ha riconosciuto come ‘fondamentali’ all’interno di quelle più frequentemente utilizzate dagli italiani, infatti, non soltanto costituiscono in ogni caso un misero patrimonio lessicale (anche se supportate dalle altre 3.000 parole del ‘lessico di alto uso), ma vanno analizzate più in profondità, per scoprire quale modello sociale e culturale rispecchiano e, inevitabilmente, contribuiscono a diffondere e perpetuare.
Paulo Freire, nel suo libro “L’educazione come pratica della libertà” [xi] proponeva a chi perseguiva l’educazione delle masse popolari un approccio molto particolare incentrato sulla lingua, non solo come indispensabile alfabetizzazione e prima tappa nella liberazione degli ‘oppressi’, ma soprattutto come formazione umana delle persone e veicolo di coscientizzazione sociale. La prima delle cinque fasi del processo di educazione linguistica proposto da Freire era, non a caso, l’individuazione delle parole più usate nel linguaggio comune dei gruppi con cui si voleva operare. La seconda era caratterizzata dall’individuazione delle ‘parole generatrici’ più adeguate a sviluppare in quelle comunità un’autentica consapevolezza di sé, dei propri limiti e dei propri bisogni.
«Le parole generative, le parole fondamentali, di cui Freire va alla ricerca, lette nella mia chiave, altro non sono che il sistema simbolico che organizza i discorsi di quella cultura Quando Freire si propone di alfabetizzare gli abitanti delle favelas […] egli vuole ricostruire il vocabolario di quelle persone, il loro sistema culturale, per costruire un percorso di alfabetizzazione alla loro cultura, […] È necessario avere la coscienza della propria cultura di riferimento per poter pienamente autoprogettarsi, scegliere, decidere, per poter pienamente servirsi della propria cultura, rifletterla, criticarla, modificarla, farla evolvere e con essa far evolvere se stessi…»[xii].
Dall’indagine di cui ho dato conto emerge piuttosto un allarmante livellamento socioculturale verso il basso, che però non sembra affatto casuale né poco significativo. Dalla base lessicale comune e più condivisa dagli italiani, in effetti, sembra emergere un universo di riferimento in cui le parole generatrici di una visione militarista e violenta sono il doppio di quelle che invece ci descrivono nella nostra relazione con l’ambiente. Si tratta di un dato significativo da non sottovalutare ma anzi da tener ben presente quando ci si propone di educare alla pace in senso lato, soprattutto se si persegue un progetto ecopacifista che dia spazio alla coscientizzazione ed alla formazione e non solo all’azione [xiii].
Note
[i] Tullio de Mauro, Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, 2016. (Cfr. anche il Dizionario Online di Internazionale, https://dizionario.internazionale.it/
[iv] «Il NVdB si fonda sullo spoglio elettronico (controllato manualmente) di testi lunghi complessivamente 18.843.459 occorrenze raggruppati in sei categorie di estensione approssimativamente equivalente: stampa (quotidiani e settimanali), saggistica (saggi divulgativi, testi e manuali scolastici e universitari), testi letterari (narrativa, poesia), spettacolo (copioni cinematografici, teatro), comunicazione mediata dal computer (chat eccetera), registrazioni di parlato» (T. De Mauro, https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/12/23/il-nuovo-vocabolario-di-base-della-lingua-italiana )
[v] Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace (Quad. Satyagraha n. 42), Pisa, Centro Gandhi Edizioni
[viii] Cfr. Marie Cardinal (2001), Le parole per dirlo, Milano. Bompiani
[ix] Oltre al libro già citato (in particolare la IV parte, su “riferimenti e indicazioni per una grammatica ecopacifista”), cfr. anche alcuni miei articoli: Disarmiamo la nostra scuola (2019); Fenomenologia dello strumento militare (2020); Il militarismo eterno (2020); Una lapide al ‘militarismo noto’ (2021) e A rotta di…protocollo (2022), tutti pubblicati sul mio blog ( https://ermetespeacebook.blog/)
[x] Cfr. Ferraro 2022, in particolare alle pp. 112-118
[xi] Il testo originale “Paulo Freire (1967), Educaçao como pratica da liberdade, Paz e Terra, Rio de Janeiro, è stato così tradotto in italiano nelle edizioni Mondadori (Milano, 1977)
Oltre 25 anni di mobilitazioni nonviolente per difendere la sicurezza dei cittadini e per denuclearizzare il mare di Napoli
di Ermete Ferraro
1. Un po’ di storia (1996-2010)
La battaglia dei VAS (Verdi Ambiente e Società) per liberare il golfo e la città di Napoli dal pericolo nucleare iniziò addirittura quando il circolo napoletano dell’Associazione non era ancora nato. Infatti, nel maggio del 1996, infatti, i responsabili regionale e cittadino dell’associazione Verdarcobaleno (D’Acunto e Ferraro, che in seguito costituirono VAS Napoli ed il Coordinamento campano) avevano già lanciato l’allarme sul grave rischio per la sicurezza e la salute della popolazione civile derivante dalla presenza di sottomarini nucleari nella base NATO (COMSUBSOUTH) collocata nell’isolotto di Nisida, di fronte a Bagnoli. [1]
In realtà la battaglia per la smilitarizzazione e denuclearizzazione del territorio e del mare di Napoli era cominciata molto prima, agli inizi degli anni ’70, con la mobilitazione del movimento pacifista napoletano, riunito intorno ad Antonino Drago [2], allora docente di storia della fisica alla “Federico II” e leader delle lotte degli obiettori di coscienza antimilitaristi per una difesa civile, sociale e nonviolenta.[3] È da lì che in buona parte deriva, confluendo nell’azione di VAS in Campania, lo spirito ecopacifista che l’ha contraddistinta, arricchendo l’ecologia sociale, da sempre suo elemento costitutivo, con l’impegno per la difesa del territorio e dei suoi abitanti dalla minaccia nucleare.
Risale al 2001 la prima presa di posizione ufficiale dei VAS napoletani contro l’ingombrante e pericolosa presenza della portaerei nucleare USA Enterprise nel porto di Napoli, ripresa dai media locali [4]. Le proteste pubbliche contro l’indifferenza del Presidente della Regione Campania e del Sindaco di Napoli – responsabili della protezione del territorio e della salute dei cittadini – si sono susseguite negli anni successivi, ma tutti gli appelli dei VAS alle autorità competenti sono stati regolarmente disattesi e anche i media non hanno sempre pubblicizzato la loro denuncia. Solo tre anni dopo, nel 2004, fu ancora una volta un quotidiano di destra a riportare le motivate proteste degli ecopacifisti napoletani contro la minacciosa presenza di fronte al Maschio Angioino di ben due portaerei americane (la Enterprise a febbraio e la Truman a luglio). [5].
Già dal 2001, del resto, il Coordinamento dei circoli campani di VAS aveva promosso l’originale iniziativa denominata “Festa della Biodiversità” (che si è svolta a Napoli per quattro anni), ribadendo anche in quella sede che la cultura della biodiversità, naturale o culturale che sia, passa comunque per un modello di sviluppo alternativo, rispettoso della natura ma anche equo, solidale e pacifico. Ed è proprio in tale ambito che il supplemento speciale alla rivista Verde Ambiente nel 2004 pubblicò l’articolo di Ferraro “Quale ecopacifismo?” [6] In questo saggio, infatti, si chiariva perché questo termine non può essere ridotto ad una semplice somma di due grandi idealità, ma deve piuttosto proporsi come una sintesi organica, da cui scaturisca un modello di sviluppo alternativo, che rifiuti la violenza ed il dominio come propri elementi costitutivi.
Negli anni successivi l’intervento di VAS Campania ha affiancato quello di altre organizzazioni – come la sezione napoletana di Pax Christi [7] e soprattutto il Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [8] – nella lotta contro la militarizzazione del territorio regionale e cittadino e per fare del Mediterraneo un mare di pace.[9] Dal 2007 ad oggi si sono susseguite le prese di posizione degli ecopacifisti di VAS contro l’ampliamento del Quartier Generale delle forze aeronavali della US Navy a Napoli-Capodichino (https://www.facebook.com/USNavalForcesEuropeAfrica/), con la collocazione, ancora una volta a Napoli, del nuovo comando militare USA relativo all’intero continente africano (AFRICOM). Nel febbraio del 2009, infine, VAS ha lanciato ancora una volta un allarme sul rischio nucleare, in relazione allo scontro di due sommergibili nell’Atlantico, riproponendo pubblicamente la denuclearizzazione del porto di Napoli. [10]
Nell’aderire all’allora Coordinamento Campano per il No al Nucleare(C.C.N.N.), infine, VAS ha chiarito ulteriormente lo stretto legame che intercorre tra il c.d. “nucleare civile” e quello militare, facendo esplicito riferimento anche all’emergenza nucleare relativa alla presenza di natanti a propulsione atomica nel golfo di Napoli. [11]
Altra importante azione di VAS su questo terreno è stata, nel dicembre 2010, una richiesta ufficiale al Prefetto di Napoli, finalizzata ad avere accesso al Piano Provinciale di emergenza esterna dell’Area Portuale, relativo all’eventualità d’incidenti a natanti a propulsione nucleare, transitanti o alla fonda nella baia di Napoli. L’istanza, a firma di Guido Pollice, allora Presidente Nazionale di VAS – faceva seguito ad analoga richiesta del suddetto Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione – Campania, cui VAS aderiva a livello regionale, e ne ribadiva la legittimità, trattandosi di atti concernenti la sicurezza dei cittadini e la tutela dell’ambiente. Ancora una volta, infatti, VAS insisteva sulla necessità di trasparenza sui piani di emergenza elaborati e sulla verifica della loro effettiva incidenza ed efficacia.[12]
Prevedibilmente, la risposta della Prefettura di Napoli, dopo 15 giorni, fu evasiva e scontata: il richiedente avrebbe dovuto indicare di quali parti del piano provinciale vorrebbe copia, tenendo conto che parte del documento era stato “classificato” come soggetto al segreto militare. Ma la replica di VAS fu netta, affinché fosse chiaro che l’associazione e le altre organizzazioni della rete pacifista campana non si sarebbero fermate fino a quando la popolazione napoletana non avrà ricevuto – come le spetta per legge – un’informazione reale, completa ed esplicita sui rischi previsti e sulle misure di protezione civile previste per fronteggiarle.
2. Il pericolo nucleare sopra e sotto il ‘mare nostrum’
Apr. 2011- Manifestazione del CPDC al Porto di Napoli
Negli ultimi anni la presenza dei natanti a propulsione nucleare nel golfo di Napoli è diventata più discreta. Chi non è giovanissimo ricorda però che l’arrivo di una gigantesca portaerei statunitense nel porto è stata spesso accolta come un grande evento, quasi come un’esibizione. Migliaia di persone, fra cui studenti, facevano allora pazientemente la coda per visitare, stupiti, quelle centrali atomiche galleggianti, con i loro bei bombardieri allineati sopra… Eppure si tratta di una formidabile fabbrica di morte e, soprattutto, di una fonte di gravissimo rischio per la sicurezza e la salute di chi abita in quella città, che dal dopoguerra non si è mai liberata dall’ingombrante “protezione” dei cosiddetti Alleati, che continuano ad “occuparne” da allora il territorio ed il mare. Fra l’altro, come ricorda Alessandro Marescotti, responsabile di Peacelink:
I propulsori nucleari sono sottoposti al decreto legislativo 230/95 [13] relativo ai reattori nucleari in genere; tale normativa (che comporta un obbligo di informazione alle popolazioni e la definizione di un piano di emergenza nucleare) si applica quindi ad esempio a tutti i sottomarini statunitensi i quali sono tutti a propulsione nucleare; per le armi nucleari invece non vi è alcuna normativa che salvaguardi la popolazione e anzi le autorità militari Usa hanno l’ordine di non confermare e non smentire la presenza a bordo di tali armi… [14]
Il paradosso di un Paese che, con ben due referendum democratici, ha bandito il “nucleare civile” ma è costretto, suo malgrado, a convivere con armamenti e natanti nucleari è un evidente prova della follia militarista, di fronte alla quale ogni garanzia di trasparenza democratica risulta inesorabilmente cancellata. Ancor più paradossale è che:
… negli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza, le unità militari a propulsione nucleare non sostano e non attraccano nei porti commerciali. E sempre per ragioni di sicurezza le navi commerciali non hanno propulsori nucleari a bordo. Un incidente nucleare può provocare la fuoriuscita di plutonio la cui radioattività perdura per millenni (si dimezza solo dopo 24 mila anni) provocando il cancro (il chimico Enzo Tiezzi ha scritto: “Un chilo di plutonio disperso nell’ambiente rappresenta il potenziale per 18 miliardi di cancro al polmone”). [15]
Eppure a noi italiani, e in particolare agli abitanti delle città di una dozzina di porti (Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Trieste, Venezia) tocca da decenni l’onere di ospitare questi scomodi visitatori, col rischio di trasformare quello che una volta veniva chiamato Mare Nostrum in un potenziale Mare Monstrum. Esagerazioni? Allarmismi dei soliti antimilitaristi? Purtroppo la realtà è più grave di quanto la si possa dipingere, visto che sappiamo bene cosa possiamo aspettarci dalla Protezione Civile in Italia, soprattutto se a mettere i bastoni fra le ruote della sua già discutibile organizzazione territoriale ci sono le forze armate e le secretazioni militari. Ma di che cosa stiamo parlando, quando lamentiamo l’insicurezza dei porti italiani?
Per sicurezza intendiamo l’applicazione di tutti quei sistemi tecnologici in grado di prevenire o rimediare ai possibili problemi che possono insorgere durante il funzionamento del reattore nucleare e che possono provocare gravi ripercussioni sulle persone e sull’ambiente. In campo civile esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza obbligatori, però su un sottomarino tutto questo non è fisicamente possibile, per ragioni di spazio e di funzionalità. Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori nucleari che non otterrebbero la licenza in nessuno dei paesi che utilizzano l’energia atomica, circolano invece liberamente nei mari. Inoltre questi sottomarini affrontano condizioni operative pericolose per via del loro impiego militare anche in tempo di pace (esercitazioni, pattugliamento ecc.) che possono comportare altri incidenti (esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale) dalle conseguenze catastrofiche per l’impianto nucleare a bordo. [16]
Fantascienza da esaltati antinuclearisti? No di certo, visto che correva l’anno 1968 quando si verificò il primo incidente del genere e, guarda caso, proprio nel porto di Napoli! Si trattava del sottomarino americano Scorpion, coinvolto il 15 aprile di quel fatidico anno in una tempesta, andando ad urtare la poppa contro una chiatta, che affondò. Fu ispezionato nello stesso porto. Esplose poche settimane dopo – il 22 maggio 1968 – nell’Atlantico al largo delle Azzorre, inabissandosi con il propulsore nucleare, due bombe atomiche e 99 uomini di equipaggio. Solo un mese prima lo stesso sottomarino era transitato per il porto di Taranto… Le poche fonti informative disponibili, visto l’assordante silenzio che avvolge da sempre questi gravissimi eventi, riportano che qualcosa di simile si verificò nel mar Jonio anche sette anni dopo:
La notte del 22 settembre 1975, nello Jonio meridionale, la portaerei americana Kennedy si scontrò con l’incrociatore (sempre americano) Belknap. Scoppiò un incendio che giunse a pochi metri dalle testate nucleari dei missili Terrier e partì uno dei più alti livelli di SOS nucleare, denominato “broken arrow”. Ha commentato l’esperto di questioni militari William Arkin: “Se le fiamme avessero raggiunto i missili le possibilità sarebbero state due: o le testate atomiche sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, oppure la nave sarebbe affondata a poche miglia dalle coste di Augusta, zona frequentata dai pescherecci italiani, con conseguenze ambientali molto gravi”. […] Dell’SOS nucleare non si è saputo nulla fino al 1989 quando l’ammiraglio Eugene Carrol diffuse quelle che il Corriere del Giorno ha definito “agghiaccianti rivelazioni”: “Una catastrofe nucleare nello Ionio l’abbiamo sfiorata quattordici anni fa” (prima pagina del 26 maggio 1989) [17].
Uno degli altri casi di cui si abbia notizia risale al luglio del 2000, quando un sottomarino a propulsione nucleare della US Navy subì un’avaria nel porto di La Spezia. L’episodio fu subito coperto dal silenzio stampa, ad eccezione del quotidiano “Il Secolo XIX”.
Nel 2003 la Prefettura di Latina, Protezione Civile, diffuse, a richiesta, estratti del Piano di emergenza esterna relativo alla sosta di unità navali militari a propulsione nucleare nella rada di Gaeta. (Revisione 2001). Questa città, infatti, è stata per decenni base operativa della 6^ Flotta della US Navy e nella sua rada attraccavano anche i sottomarini nucleari, ragion per cui le preoccupazioni dei cittadini e delle associazioni risultavano più che fondate. Secondo il documento (o meglio, le parti che ne sono state diffuse) le misure di sicurezza previste sarebbero in grado di “assicurare la protezione delle popolazioni“. Non era però dello stesso avviso Antonino Drago, docente di storia della fisica all’università di Napoli, che sottolineava invece la scarsa plausibilità scientifica del Piano.
Di fatto, il rapporto si ritaglia una ipotesi tecnologica di tutto di comodo: la fusione del nocciolo del reattore nucleare, senza che ci sia fuoriuscita di sostanze radioattive, se non per la incontinenza parziale della terza protezione (oltre quelle del rivestimento delle barre di combustibile e del pentolone o vessel), in questo caso lo scafo intero del sommergibile nucleare: il rivestimento esterno può avere qualche crepa e allora un po’ di gas potrebbe sfuggire all’esterno. Ma questo può avvenire solo in una primissima fase della fusione del nocciolo e non rappresenta affatto lo “incidente massimo ipotizzabile”, casomai quello quasi minimo. […] Come gli altri piani per le centrali civili, questi piani di emergenza dovevano essere revisionati dopo Chernobyl. Ma si è aspettato a lungo. Alla fine del 2001 il gioco di parole (“ipotesi credibile”) è stato ripetuto senza modifiche. D’altronde le autorità non avevano vie d’uscita: o rifiutare questi reattori nucleari su tutto il territorio nazionale dicendo “No” anche agli USA, o subire le conseguenze di un eventuale incidente con uno straccio di piano di emergenza scritto per nascondere la realtà [18].
Indipendentemente dalla validità scientifica delle ipotesi d’incidente in uno dei porti italiani che ospitano natanti a propulsione nucleare, il vero problema è quello della totale assenza di trasparenza in materia, che fa a pugni con l’esigenza di garantire alle popolazioni locali una corretta informazione sui rischi che corre e su come le autorità a ciò preposte pensano di fronteggiarli. Eppure su questo il citato decreto legislativo 230/95 era stato esplicito, poiché agli articoli 129 e 130 parlava di “obbligo di informazione” nei confronti della popolazione, che avrebbe pertanto il diritto di essere informata senza neanche farne richiesta, visto che dovrebbe trattarsi di “informazioni…accessibili al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di emergenza radiologica“.
1. La popolazione che rischia di essere interessata dall’emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle misure di protezione sanitaria ad essa applicabili nei vari casi di emergenza prevedibili, nonché sul comportamento da adottare in caso di emergenza radiologica. 2. L’informazione comprende almeno i seguenti elementi: a) natura e caratteristiche della radioattività e suoi effetti sulle persone e sull’ambiente; b) casi di emergenza radiologica presi in considerazione e relative conseguenze per la popolazione e l’ambiente; c) comportamento da adottare in tali eventualità; d) autorità ed enti responsabili degli interventi e misure urgenti previste per informare, avvertire, proteggere e soccorrere la popolazione in caso di emergenza radiologica. 3. Informazioni dettagliate sono rivolte a particolari gruppi di popolazione in relazione alla loro attività, funzione e responsabilità nei riguardi della collettività nonché al ruolo che eventualmente debbano assumere in caso di emergenza [19].
Un ulteriore episodio, denunciato anche da VAS, fu lo scontro di due sommergibili nell’Atlantico, avvenuto nel febbraio 2009, che riproponeva il problema della sicurezza delle popolazioni residenti nelle città sedi di porti in cui è consentito l’accesso di natanti nucleari. Appare dunque più che legittimo chiedersi che cosa succederebbe se dovesse verificarsi qualcosa di simile in un territorio densamente abitato come l’area metropolitana di Napoli. E infatti che cosa accadrebbe in caso d’incidente nucleare se lo è chiesto Angelica Romano, che si è soffermata proprio sulle conseguenze per la popolazione napoletana:
Napoli è una metropoli di oltre 3 milioni di persone, con una densità di 8.567,79 abitanti per kmq, altissima rispetto ad altre città. Come si potrebbe salvare da un pericolo nucleare? […] Per i reattori a basati sul plutonio…vi può essere una dispersione nell’ambiente di questo elemento, caratterizzato da potere cancerogeno e persistenza nell’organismo molto elevati. Naturalmente le conseguenze sull’ecosistema marino e su tutta la catena ecologico- alimentare a esso legata sono incalcolabili [20].
Ma allora che cosa bisognerebbe fare per garantire ai cittadini quanto meno la conoscenza preventiva del rischio che corrono e dei provvedimenti da adottare in caso di malaugurata emergenza nucleare? In ultima analisi, poi, è questo il vero problema oppure bisognerebbe, in modo assai più radicale, impedire l’accesso di qualunque natante a propulsione nucleare nei porti italiani, come peraltro già avviene in paesi come il Giappone, la Nuova Zelanda e perfino nelle principali porti civili degli stessi Stati Uniti d’America?
3. Emergenza nucleare: un Piano che va troppo piano
Dalla normativa vigente in Italia fin dal 1995, con successive modificazioni ed aggiornamenti, scaturisce per le amministrazioni locali l’obbligo di provvedere comunque ad una “informazione preventiva“. Da chi altri, del resto, i cittadini potrebbero avere notizia del rischio di una potenziale “emergenza radiologica” e delle misure predisposte per fronteggiarla? Eppure finora ben poco è trapelato di ciò che tutti pur avrebbero diritto di conoscere, stando alla legge italiana. Per molti anni gruppi e comitati aderenti alla rete associativa Peacelink si erano battuti perché fosse osservata questa prescrizione, ma solo all’inizio del 2000, finalmente, essa riuscì nel proprio intento di controinformazione.
La lunga lotta di PeaceLink per conoscere i piani di emergenza cominciò a febbraio dell’anno 2000 […] A settembre del 2000 la Prefettura di Taranto – dopo l’affondamento di un sottomarino nucleare russo, dopo l’intimazione di PeaceLink ai sensi di legge e alla vigilia di un incandescente consiglio comunale monotematico sul rischio nucleare – ci dette importanti informazioni ufficiali da cui emergeva che la città sarebbe stata evacuata in caso di grave incidente nucleare e di forte dispersione di radioattività. Fu una crepa aperta nel muro del silenzio. Poco dopo il prefetto di Taranto fu trasferito. [21]
Estratti del Piano di emergenza nucleare per il porto di Taranto, infatti, erano ormai consultabili sul sito di Peacelink. In particolare, nella premessa di quel documento era scritto che:
Scopo del presente piano è quello di salvaguardare, mediante l’adozione di idonee misure di sicurezza, l’incolumità delle popolazioni interessate dai pericoli delle radiazioni derivanti da eventuali incidenti ad unità militari a propulsione nucleare. [22]
Il secondo caso di “disvelamento”, sia pur parziale, dei Piani di emergenza predisposti per i porti soggetti a transito e sosta di natanti nucleari fu quello, già citato, di Gaeta. Anche allora, però, il documento era stato ottenuto solo grazie alla mobilitazione dal basso. In entrambi i casi, comunque, non si capiva come le autorità responsabili pensassero di salvaguardare l’incolumità degli abitanti tacendo proprio su tali possibili emergenze e soprattutto sulla condotta da seguire nel caso di un incidente nucleare.
Nel documento reso noto dalla Prefettura di Taranto si affermava che il piano “verrà posto in atto automaticamente, a cura delle Autorità/Enti” a ciò preposti. Ma di quale improbabile “automatismo” si parlava? La verità è che le autorità in questione sapevano (e tuttora sanno) che non è possibile allertare un’intera popolazione civile senza averle fornito in anticipo uno straccio di “informazione preventiva” di cui, viceversa, ha pieno diritto.
Però, si ribatte, c’è il problema della segretezza da rispettare, quando si tratta di questioni che hanno una valenza militare… Ebbene, è un pretesto inaccettabile, visto che in altri paesi, europei e non, questo genere di piani sono già da anni di pubblico dominio. Eppure chi ci ha governato finora ha continuato ottusamente a trincerarsi dietro i soliti omissis e a classificare dei piani di protezione civile come se fossero documenti top secret, alla faccia dei principi elementari di trasparenza democratica e vanificando ogni tentativo di organizzare efficienti misure di difesa civile. Come osservava Vittorio Moccia a proposito a questa cappa assurda di segretezza, nemica dell’efficienza:
Le procedure d’emergenza del piano prevedono l’allontanamento dell’imbarcazione, su cui si è verificato l’incidente, entro un’ora, per evitare che le radiazioni investano le persone. Ma la ‘contaminazione del suolo’ (mare e fondali) resta comunque inevitabile. Per i cittadini è prevista l’evacuazione dell’area interessata e la loro sistemazione nelle scuole. Inoltre, il questore dovrebbe requisire, per l’assistenza sanitaria, gli alberghi e, per ‘esigenze di trasporto’, gli autobus. […] in pochi minuti dovrebbe essere somministrato a migliaia di bambini e di donne in gravidanza un prodotto per difendere la tiroide dalla nube nucleare…Tale prodotto non è in dotazione a nessuna scuola e la protezione civile ne sarebbe di fatto priva in caso di emergenza. Un’esplosione del reattore nucleare comporterebbe inoltre la dispersione di plutonio, la cui radioattività si dimezza in 24 mila anni. È infine previsto che tutte le informazioni da diramare agli organi d’informazione siano filtrate dall’ufficio stampa della Prefettura [23].
Chiunque viva a Napoli e ne conosca le drammatiche problematiche di vivibilità e di mobilità si rende che un piano d’emergenza, senza un’adeguata pubblicizzazione e preparazione preventiva dei diretti interessati, in una situazione di grave allarme come quella ipotizzata sarebbe destinato a sicuro fallimento. Basti pensare al quotidiano caos dei trasporti ed alla consueta disorganizzazione e scarsa comunicazione reciproca delle varie amministrazioni pubbliche per capire come un’emergenza improvvisa – peraltro del tutto sconosciuta nella sua natura e nelle sue caratteristiche dagli stessi cittadini – avrebbe scarse possibilità di essere gestita adeguatamente e rischierebbe di trasformarsi in una tragedia nella tragedia.
Ma come andavano già allora le cose fuori del nostro Paese? Sicuramente meglio, anche se dove di queste cose si parlava già da anni non erano comunque state trovate soluzioni che andassero oltre una più efficiente gestione dell’emergenza nelle città che ospitavano nei loro porti natanti a propulsione nucleare. La risposta in termini di misure di protezione, infatti, restava affidata sostanzialmente alle autorità civili e militari, mentre le misure sanitarie – allora come ora – ricordano la vecchia canzone napoletana: “Pìgliate na pastiglia“…
4. Uno sguardo alla situazione di alcuni stati esteri
SPAGNA > Nel 2010 l’organismo competente in materia di protezione civile della Comunità Autonoma Valenciana approvò il “Piano di Emergenza Esterna del Porto di Valencia”, in ottemperanza dell’art. 16 del Real Decreto 1259/1999, relativo al “controllo dei rischi inerenti agli incidenti gravi nei quali siano presenti sostanze pericolose” ed in base al decreto n. 19 del 3.11.2009 del Presidente di quella “Generalitat”. [24] Anche in Spagna si notava reticenza e lentezza burocratica nel passaggio dalla norma nazionale all’attuazione a livello locale, tenuto anche conto dell’autonomia che era stata accordata ad alcuni territori come la regione valenciana o la Catalogna. [25]
FRANCIA > Nel 2010 si svolsero nella città di Toulon le esercitazioni nazionali di sicurezza civile. Il porto militare di Tolone è particolarmente ampio (250 ettari) ed ospita sottomarini nucleari, oltre alla portaerei nucleare francese Charles de Gaulle. Dal 2003 era stata istituita una commissione per l’informazione su questo sito militare, per “rispondere a tutte le domande relative all’impatto delle attività nucleari sulla salute e l’ambiente“. Essa era “composta da rappresentanti dell’amministrazione civile dello Stato, da quelli degli interessi economici e sociali, delle associazioni riconosciute di protezione dell’ambiente e delle collettività locali“. Ad ogni cittadino, in ogni caso, era possibile accedere alle informazioni del sito dedicato al “Piano Particolare d’Intervento (PPI Toulon)”, per cercarvi risposte alle più comuni domande in materia. [26]
REGNO UNITO > Era stato regolarmente aggiornato, dal 2001 al 2010, il “Portland Port Off-Site Reactor Emergency Plan”, il cui testo, completo di allegati e planimetrie, era già consultabile con facilità sul sito dedicato [27], a cura del Consiglio della Contea del Dorset. Il documento era molto chiaro sui rischi ipotizzabili di contaminazione diretta o indiretta del territorio e della sua popolazione, nonché d’inquinamento radioattivo delle acque marine. Seguivano le contromisure applicabili, tenuto conto che il raggio di rischio va da una zona rossa centrale (meno di 1 km) fino ad un anello esterno, compreso tra 1,5 e 10 km. da essa. Ad ogni ipotesi di rischio corrispondeva un intervento, suddiviso in base a 3 livelli, da quello strategico (gold) al tattico (silver) e all’operativo (bronze). Il piano era corredato da alcuni opuscoli divulgativi per i cittadini di Portland, uno dei quali (realizzato nel marzo 2010) affrontava l’emergenza radiologica in caso d’incidente nucleare che si fosse verificata in quel porto. Le indicazioni e raccomandazioni – sintetizzate nel motto: “Go in – Stay in – Tune in” – a dire il vero non sembrano particolarmente tranquillizzanti. Ai cittadini si riservava infatti un ruolo del tutto passivo, invitandoli a restare al chiuso e ad informarsi via radio, mentre la mobilitazione riguardava solo le organizzazioni a ciò preposte.
U.S.A. > La normativa statunitense in materia rinviava all’azione svolta dall’ U.S. National Nuclear Security Administration (NNSA). Secondo questo Ente federale, “la sicurezza ambientale nel funzionamento delle navi a propulsione nucleare degli USA costituirebbe la chiave per la loro accettazione in patria e all’estero“. Grazie a questo rigoroso controllo della radioattività, sempre secondo la NNSA, il programma avrebbe “registrato l’assenza di ogni effetto ambientale negativo derivante dalle operazioni delle navi da guerra statunitensi a propulsione nucleare“. Esse, pertanto, sarebbero state quindi “le benvenute in oltre 150 porti di più di 50 stati e dipendenze, così come nei porti degli Stati Uniti d’America” [28]. Ovviamente queste trionfalistiche dichiarazioni suonavano poco credibili, date le premesse. Per quanto riguardava i piani di emergenza nelle aree portuali interessate dal transito e/o dalla sosta delle U.S.naval nuclear-powered ships, invece, non si avevano notizie. Ciò che si sapeva era che il programma di monitoraggio svolto dal NNS. – in collaborazione con l’EP., l’Agenzia federale di protezione ambientale – consisteva nell’analizzare l’acqua, il sedimento, l’aria ed esemplari marini, allo scopo di verificare che non vi fossero effetti negativi per l’ambiente. Verifiche, inoltre, erano stati previste per il personale militare e civile impegnato nei natanti nucleari americani, cui erano stati garantiti controlli sanitari in base alle normative nazionali sull’esposizione alle radiazioni. Il resto, secondo le amministrazioni USA, appariva solo una questione di possibile allerta contro eventuali minacce terroristiche, la cui competenza era ovviamente dei “servizi di sicurezza”, e pertanto soggetta a segreto militare [29].
CANADA > La situazione del Canada era sottoposta alla normativa federale in materia, di cui si è avuta notizia visitando il sito del ministero canadese della Sanità, in particolare nelle pagine riguardanti il Federal Nuclear Emergency Plan [30]. In particolare, al punto 2.3.2 di questo documento, si affrontava il caso di “un evento che coinvolga navi che visitino il Canada o che transitino lungo le acque canadesi“. Un serio incidente ad un natante a propulsione nucleare era considerato equivalente a quello che potrebbe coinvolgere un impianto nucleare civile, sia pure con effetti meno estesi. In questo piano di emergenza, la Difesa Nazionale del Canada faceva riferimento ad una zona compresa tra 1 e 5 chilometri, ai fini di un’urgente azione protettiva nel territorio che circonda i porti interessati al passaggio di natanti nucleari. Ciò comportava immediate analisi di campioni di sostanze alimentari e di suolo, per procedere alle analisi necessarie ad assicurare la sicurezza della popolazione residente nelle vicinanze. Secondo la normativa canadese, i natanti nucleari avrebbero potuto visitare solo tre porti: uno della Nova Scotia e due della Columbia Britannica. In ogni caso, nessun natante era autorizzato a trasportare quantità significative di sostanze radioattive nei corsi d’acqua canadesi, sebbene non se ne escludesse la possibilità in futuro.
NUOVA ZELANDA > La legislazione neo-zelandese aveva previsto, con legge apposita, la creazione di una Nuclear Free Zone, al fine di “promuovere ed incoraggiare un contributo effettivo da parte della Nuova Zelanda all’essenziale processo di disarmo ed al controllo internazionale degli armamenti“, per citare il preambolo della stessa Legge. Da essa derivava che l’ingresso di natanti nucleari nelle acque neozelandesi era stato sottoposto ad una rigida e restrittiva autorizzazione del governo (art. 9), mentre quello nelle acque interne del Paese era stato del tutto vietato (art. 11) [31].
5. Che cosa si sarebbe dovuto fare?
Maggio 2022 – Blitz di protesta del CPDC davanti al Municipio di Napoli
Un efficace slogan che circolava un po’ di tempo fa tra gli antinuclearisti era: “Meglio attivi che radioattivi!”. Forse dovremmo tornare a questo semplice concetto di naturale e spontanea autodifesa, che nasce dalla consapevolezza che ognuno di noi ha da giocare una parte anche in questioni che sembrerebbero troppo grandi e complicate perché vi si possa svolgere un ruolo effettivo.
Di fronte alla degenerazione verticista ed autoritaria di stati in cui la democrazia sembra ormai ridotta quasi al solo esercizio del diritto di voto (fra l’altro in base a sistemi elettorali a dir poco discutibili, lasciando di fatto chi governa o amministra libero di fare qualsiasi scelta sulla nostra testa) dobbiamo dunque riprenderci quel pezzo di potere che spetta a tutti, cominciando dal diritto sacrosanto di protestare.
“Protestare per sopravvivere” (Protest and Survive), era infatti il titolo di un libro di Edward P. Thompson, che era circolato negli anni ’80. [32]. È questa la prima cosa da fare, se vogliamo cambiare le cose senza aspettare che siano gli altri a risolverci i problemi. Già negli anni ’60 il più grande teorico italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, aveva sottolineato la centralità per un’alternativa politica della diffusione di quel “potere di tutti” (omnicrazia), che fa di ogni cittadino un soggetto attivo e responsabile, realizzando il principio fondamentale di autogestione che Gandhi aveva definito a sua volta col termine indiano swaraj.
Il concetto chiave, purtroppo contraddetto dall’esperienza del nostro Paese, è allora che la “protezione civile” debba diventare sempre più parte di una più complessiva “difesa civile”. E quindi decentrata, autogestita in larga parte dalle comunità locali e capace di mobilitare efficacemente i soggetti direttamente interessati alle possibili emergenze, siano esse climatiche, sismiche, vulcaniche, meteorologiche o nucleari. Già dagli anni ’80, subito dopo il disastroso terremoto in Campania, il movimento pacifista regionale si era organizzato per richiedere dal basso una legge che istituisse una “protezione civile popolare”, coinvolgendo i giovani campani in un servizio civile alternativo a quello militare [33].
L’assurdo fu che quella proposta, avanzata dalla società civile e caldeggiata da alcune forze politiche, fu effettivamente approvata come legge, ma fu subito dopo vanificata. Pur di non attuarne le previsioni, infatti, il governo varò un provvedimento che esonerava dalla prestazione della naja – e quindi anche del servizio civile sostitutivo – tutti i giovani delle aree colpite dal sisma… Ciò che è successo dopo, con l’organizzazione sempre più centralizzata del servizio di protezione civile nazionale, è fin troppo evidente. Questo “corpo” è stato impiegato in emergenze reali e fittizie – come quella dei rifiuti in Campania, dopo ben 15 anni di commissariamento degli enti locali… – espropriando i cittadini ed abituandoli all’idea che la protezione civile fosse un ambito in cui impiegare anche le forze armate, militarizzando e verticalizzando in tal modo una fondamentale risorsa di autogestione del territorio e di difesa civile.
Ebbene, contro il pericolo nucleare – si tratti di centrali elettriche, di natanti a propulsione nucleare oppure di armi atomiche – i cittadini singoli, come le intere comunità locali interessate – hanno quindi il diritto ed il dovere di mobilitarsi per denunciare i rischi cui sono sottoposti e per opporsi a queste scelte perniciose.
Il primo passo, ovviamente, è ottenere il rispetto di quel diritto all’informazione che, almeno sulla carta, dovrebbe essere garantito anche in tali materie. Il secondo è quello di leggere con attenzione i documenti ottenuti dalle autorità competenti, condividendone il testo con tutti gli interessati e cercando di andare oltre il burocratese ed il gergo scientifico che avvolge questo genere di messaggi, forse proprio per impedirne la comprensione ai “non addetti ai lavori”.
Il terzo passo di questo percorso – nel quale sarebbe opportuno coinvolgere persone qualificate ed accedere anche a documentazioni alternative – è quello di demistificare asserzioni date per indiscutibili, in base alle quali si costruiscono le teorie e normative con le quali sono giustificate certe scelte.
Solo così è possibile costruire un credibile movimento di opposizione, che sappia mobilitare sempre più persone, una volta che la controinformazione sia circolata e che a tutti siano chiare le possibili alternative.
La presenza militare nel territorio campano non è inevitabile. Gli esempi d’ iniziative di vario tipo in altre città italiane e in altri paesi del mondo…dimostrano la possibilità di condizionare quella presenza, riuscendo, nei casi più fortunati, a far sloggiare l’inquilino militare. […] Non esistono dunque più alibi che impediscano ai napoletani di essere informati in merito al dettaglio di tali piani. A causa delle continue inadempienze sul tema nucleare… la Commissione Europea ha recentemente deferito l’Italia alla Corte di Giustizia… in quanto non ritiene che il paese abbia applicato efficacemente le norme Euratom in merito alla protezione della popolazione in caso di emergenza radiologica. [34]
Già nel 2004, nel suo “decalogo per i porti a rischio nucleare, Alessandro Marescotti aveva opportunamente elencato alcune forme di mobilitazione diretta dei cittadini, che converrebbe adottare in questi casi e che riportiamo di seguito.
1) Digiuno cittadino… preparato in precedenza in modo da avere una durata adeguata alla “visita” dell’unità navale nucleare;
2) Comunicati stampa locali: presentazione delle ragioni del digiuno e richiesta di conoscenza del piano di emergenza nucleare; se esso fosse stato diffuso, diffusione della conoscenza del piano con comunicati stampa che evidenzino i rischi e le incongruenze.
3) …Richiesta alle autorità – Prefetto e Sindaco – di esercitazioni cittadine di evacuazione della città (ogni piano prevede l’evacuazione).
4) Diniego per ragioni di sicurezza, […] di attracco …. a unità navali con propulsione nucleare facendo esplicito riferimento alla non conoscenza o all’inadeguatezza del piano di emergenza e alla non effettuazione in precedenza di prove di evacuazione.
5) Trasparenza nucleare: richiesta alle autorità – ai fini della tutela della sicurezza della popolazione – di conoscere se siano presenti a bordo armi nucleari…
6) Comunicati stampa nazionali….
7) Richiesta e studio del piano di emergenza… in virtù del Decreto Legislativo 230/95…
8) Centro di documentazione: accedere agli archivi di www.peacelink.it sezione disarmo per prelevare l’elenco dei porti a rischio nucleare e delle unità navali che comportano questo rischio, inserirvi i piani di emergenza, sviluppare un dossier per ogni porto a rischio nucleare…
9) Conferenza stampa e archivio giornalisti: costruire una propria banca dati dei giornalisti più sensibili da contattare….
10) Costruire eventi nonviolenti che abbiano un impatto visivo e documentarli con le macchine fotografiche digitali; realizzare cartelloni colorati in giallo con il simbolo nero della radioattività e fotografarsi di fronte alle basi navali… [35]
Questi suggerimenti restano tuttora utili e noi di VAS, insieme con le altre realtà confluite nel Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio, abbiamo quindi continuato ad organizzarci, per rendere effettiva la lotta dal basso contro la piovra militarista e nuclearista, in difesa della salute e della sicurezza dei cittadini di Napoli e della Campania. Ma che cosa è successo dopo il 2011, l’anno in cui fu pubblicato il mio documento, finora riportato con qualche piccolo ritocco? [36].
6. Gli anni ’20, tra incidenti e rischi smentiti
Nel secondo decennio del XXI secolo non si sono registrate significative evoluzioni in materia di protezione delle popolazioni civili, per renderle consapevoli del rischio nucleare derivante dall’assurda presenza nelle acque di 12 porti italiani di svariati natanti militari a propulsione nucleare. Sebbene il 2011 – grazie al risultato del secondo referendum abrogativo di provvedimenti che cercavano di consentire nuovamente il nucleare civile – abbia costituito uno spartiacque in materia, non è però aumentata la sensibilità degli italiani in materia di nucleare militare.
Infatti, complice un’informazione inesistente sul rischio ambientale e sanitario derivante dall’esposizione di popolazioni civili al grave inquinamento nucleare nell’eventualità d’incidenti a portaerei e sottomarini militari, anche negli anni ’20 la situazione non ha registrato significativi cambiamenti.
Eppure alla fine del 2010 il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva già pubblicato su internet un documento che sintetizzava il “Piano Nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche”, in cui fra l’altro si ribadiva la necessità di “assicurare l’informazione pubblica sull’evoluzione dell’evento e sui comportamenti da adottare” [37].
Eppure in questo secondo decennio del 2000 – anche se con difficoltà – si era venuti a conoscenza di diversi incidenti a natanti a propulsione nucleare, l’ultimo dei quali (almeno di quelli conosciuti…) ha interessato nel 2021 il sottomarino statunitense USS Connecticut SS 20 che, impattato in una montagna subacquea non segnalata della regione indo-pacifica, si è arenato senza però subire danni al sistema di propulsione nucleare [38].
Già nel 2000 si era avuta notizia dell’incidente occorso al K-141 Kursk, un sottomarino russo a propulsione nucleare della Flotta del Nord. “Secondo l’inchiesta ufficiale, alle 11:28 locali (circa le 09:28 in Italia) qualcosa andò storto: uno dei siluri esplose dando il via a una serie di deflagrazioni a catena che aprirono uno squarcio nella prua. Il sottomarino si adagiò sul fondo del mare a 108 metri di profondità a ca. 135 km dalla base di Severomorsk” [39].
Ma appena tre anni fa, nel 2019, nel mare di Barents si è verificato un nuovo incidente con l’incendio del sottomarino nucleare russo Losharik, a causa del quale sono morti 14 marinai [40]. Dieci anni prima, nel 2009, si erano invece scontrati nell’Atlantico due sottomarini nucleari – l’inglese Vanguard e il francese Le Triomphant – col serio rischio di una fuga radioattiva e di considerevoli perdite umane, oltre che delle testate atomiche dei rispettivi missili [41]. Ancora un anno prima, nel 2008, sul Manifesto si era letto un altro caso.
Navigava da tre mesi nelle acque dell’Oceano pacifico, tra il Giappone, l’isola di Guam e le Hawaii, ma solo ieri si è saputo che lo «Uss Huston», sottomarino americano a propulsione nucleare, lasciava dietro di sé ‘piccole scie’ di materiale radioattivo. Perdite di entità ‘irrilevante’, ha subito minimizzato la marina statunitense, che tuttavia ammette di non essere in grado di quantificarle [42].
Già nel 2000 era toccato al governo italiano smentire l’assenza di reali situazioni di emergenza, in risposta all’interrogazione parlamentare relativa all’incidente al sottomarino nucleare britannico Tireless, che aveva subito un’avaria al largo della Sicilia, con conseguente fuoruscita del liquido di raffreddamento del reattore, ed era stato quindi dirottato a Gibilterra [43].
Si potrebbero citare parecchi altri casi simili, da quello del sottomarino statunitense scontratosi nel 2007 con una petroliera giapponese nel Golfo persico [44] e dell’omologo San Francisco USS 711, incagliatosi due anni prima a circa 420 km a sud dell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico [45], risalendo poi all’episodio dell’Uss Hartford, sottomarino nucleare americano gravemente danneggiato nel 2003 sui fondali dell’isola di Caprera [46] o allo strano caso del sommergibile Usa “catturato” nel 2001 dalle reti d’un peschereccio pugliese a 11 miglia dalla costa di Brindisi [47].
Rappresenterebbero comunque solo parte del problema, dal momento che le autorità militari, italiane e straniere, hanno molto probabilmente taciuto su altri episodi del genere oppure hanno minimizzato le gravità di quelli svelati. Il vero problema, d’altra parte, resta in ogni caso quello dell’informazione preventiva cui hanno diritto i cittadini potenzialmente interessati a tali emergenze, in modo da renderli coscienti dei pericoli derivanti dalla minacciosa presenza nei nostri mari di natanti a propulsione nucleare, soprattutto in periodi di crisi internazionali come quello che stiamo vivendo in Europa da circa un anno.
Non potrà verificarsi infatti un’efficace e diffusa mobilitazione popolare per smilitarizzare e denuclearizzare territori e mari del nostro Paese senza che sia stata fornita alla gente un’adeguata controinformazione per accrescerne la consapevolezza, abilitandola così a lottare per far valere il proprio diritto costituzionale alla sicurezza, alla salute e alla pace.
7. Piani di emergenza in Italia: il caso della Campania
Proprio in tale ottica l’associazione VAS – insieme colle altre realtà coordinate in Campania dal citato Comitato Pace e Disarmo – nel 2011 aveva puntato sull’acquisizione di documentazioni ufficiali, sia per informare i cittadini e renderli consapevoli sia del rischio nucleare che incombe da decenni sui porti civili di Napoli e Castellammare di Stabia, sia per pungolare le autorità che avrebbero dovuto attuare un piano di emergenza obbligatorio per legge, ma paradossalmente secretato e disatteso. Infatti – come già accennato – tra dicembre 2010 e gennaio 2011 VAS – in qualità di associazione nazionale di protezione ambientale – aveva formalmente richiesto alla Prefettura di Napoli copia del “Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli” (P.E.E.P. Na.), approvato già nel 2006 [48]. Ne aveva però ottenuto solo una parziale documentazione, cioè l’allegato G9 (il “Piano particolareggiato per l’informazione della popolazione”, indicato con l’acronimo P.P.I.P.) [49].
Tale documento, rinviando all’art. 129 del D. Lgs. 230/95 che “prevede l’obbligo d’informazione alle popolazioni che possono essere interessate da emergenza radiologica”, specificava che “detta informazione deve essere fornita senza che ne venga fatta richiesta”, precisando inoltre che:
nelle more […] si è ritenuto che la competenza nella divulgazione dell’informazione sarà curata dai Sindaci interessati che, d’intesa con l’Unità di Crisi regionale Sanitaria, nonché delle autorità competenti, provvederanno a predisporre un progetto finalizzato per la popolazione, sulla base delle seguenti linee guida [50].
Non essendo stato fino ad allora attuato nessuno dei provvedimenti d’informazione preventiva previsti da quel Piano, sebbene i vertici dei due comuni fossero stati esplicitamente investiti di tale compito, nell’aprile del 2011 il Circolo locale dell’associazione VAS diffidò formalmente l’allora Sindaco di Napoli ad adempiere quanto previsto dall’all.to G9 al P.E.E.P., provvedendo quindi entro 90 giorni, d’intesa con l’Unità di Crisi regionale Sanitaria e altre autorità competenti, a predisporre un progetto per l’informazione della popolazione.
A distanza di oltre sei mesi da quella diffida, non essendoci stato alcun riscontro positivo (anche dopo che il Comitato Pace e DisarmoCampania (CPDC) aveva organizzato a luglio un’apposita assemblea cui era intervenuto un referente del nuovo Sindaco), VAS ha quindi presentato un esposto alla Procura della Repubblica, ipotizzando che il comportamento omissivo dell’A.C. di Napoli configurasse il reiterarsi di un vero e proprio reato.
Nell’aprile 2011, inoltre, lo stesso CPDC aveva svolto una significativa manifestazione di protesta per denunciare pubblicamente il rischio nucleare, inscenando un blitz ecopacifista alla Stazione Marittima di Napoli, esibendo allarmanti tute bianche e distribuendo volantini, in coincidenza con una cerimonia inaugurale cui erano intervenuti il cardinale arcivescovo, il presidente dell’autorità portuale napoletana, il presidente dell’Unione Industriali, quello della Camera di Commercio di Maddaloni ed il presidente di Terminal di Napoli [51]
Nell’ottobre 2012 – come si sottolineava in un comunicato ripreso dal quotidiano Il Mattino – VAS Napoli è tornato a denunciare l’inerzia colpevole delle autorità preposte, poiché – ancora una volta e in un breve lasso di tempo – si erano di nuovo materializzate nel Porto di Napoli ben due portaerei nucleari.
Dopo la ‘visita’ della portaerei nucleare francese “Charles De Gaulle” – si legge nel comunicato diffuso da Ermete Ferraro – è giunta a Napoli quella statunitense “Enterprise”, nota come immagine-simbolo dei “Top gun”. In entrambi i casi si tratta di enormi centrali nucleari galleggianti, che portano minaccia di morte e spiriti guerrafondai dove sono dirette, ma che provocano anche un giustificato allarme per il rischio atomico connesso alla loro presenza nel mare di città densamente popolate come Napoli, rinforzato purtroppo da episodi di recenti incidenti che hanno riguardato natanti a propulsione nucleare [52].
Ad ulteriore riprova della totale assenza di risposte istituzionali alle legittime proteste antinucleariste, appena un anno dopo, nel novembre del 2013, era ricomparsa nel porto di Napoli la portaerei USS Nimitz, una delle più grandi e micidiali al mondo, suscitando le reazioni indignate di VAS Napoli e del Comitato Pace e Disarmo Campania. Quest’ultimo, il mese successivo, ha organizzato in Municipio una nuova assemblea pubblica contro la militarizzazione del territorio e la vendita di armi, con interventi di P. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro, Flavia Lepre, Antonio Lombardi e Giovanni Sarubbi [53].
8. Porto di Napoli denuclearizzato? Ma anche no…
Ottobre 2015 – Conferenza stampa a Palazzo S. Giacomo sulla delibera che ‘denuclearizza’ il porto di Napoli
A questo punto è legittimo chiedersi a quale risultati abbiano portato quelle mobilitazioni ecopacifiste in Campania. Purtroppo dobbiamo ammettere che l’occupazione manu militari del territorio e del mare della nostra regione – della quale mi sono occupato in vari articoli e saggi [54] – è comunque proseguita pressocché indisturbata, senza che dal mondo della politica, della scienza e da parte degli stessi movimenti pacifisti si registrassero significative reazioni.
Viceversa, le pressioni esercitate sull’Amministrazione Comunale di Napoli – nell’assordante silenzio della Prefettura, della Regione e di altre autorità – hanno allora sortito un primo risultato, significativo sebbene insufficiente. Mi riferisco alla clamorosa decisione della Giunta de Magistris di approvare una delibera che, almeno simbolicamente, si opponeva al permanere del grave pericolo derivante dalla presenza nelle acque cittadine di natanti a propulsione nucleare.
Con la D.G. n. 609 del 25.09.2015, infatti, si era dichiarato esplicitamente che portaerei e sottomarini nucleari “costituiscono di per sé un potenziale pericolo anche per le popolazioni che risiedono nella Città Metropolitana di Napoli” e che essa “per l’alta densità demografica non può minimamente essere sottoposta al rischio di una possibile emergenza radiologica”, proclamando ufficialmente il Porto di Napoli “Area Denuclearizzata”, anche in nome della natura statutaria di “Città della Pace” del capoluogo campano [55].
“Questa delibera – ha spiegato il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris in conferenza stampa – ha un valore altamente simbolico e politico. L’abbiamo approvata in questi giorni, proprio perché è in programma una grande esercitazione militare nel Golfo di Napoli. La nostra è una città che promuove la pace. Non si tratta solo di una battaglia simbolica e politica, ma anche di difesa del nostro territorio e della salute dei cittadini. Per questo vogliamo dare un segnale forte e chiediamo che anche l’Autorità Portuale si esprima nella stessa direzione. Napoli sarà sempre in prima linea nella costruzione di un’alternativa alle politiche di guerra, nonostante l’Italia sia il primo produttore in Europa di armi. Noi armamenti nucleari nel nostro Porto non ne vogliamo”. [56]
Il fatto che sette anni fa l’amministrazione della terza Città d’Italia si sia pronunciata nettamente su una questione politicamente spinosa è da considerare senz’altro un passo positivo, se non altro perché i media non poterono ignorare quella delibera e quindi ne divulgarono il contenuto innovativo [56]. Il problema è che si trattava sì d’un atto amministrativo d’importante valenza simbolica, però senza rilevanti effetti pratici in assenza di un’interlocuzione istituzionale successiva con Prefettura, Autorità Portuale e con le stesse autorità militari, sia italiane sia ‘alleate’. Ancor più grave della mancata pressione sui suddetti interlocutori è apparsa poi l’assenza di un reale intervento comunale sul piano della controinformazione circa il rischio nucleare nei riguardi degli abitanti della Città metropolitana di Napoli, che sarebbe stato – e resta tuttora – d’indubbia competenza del Sindaco pro tempore.
In quanta considerazione fosse stata presa la delibera della Giunta de Magistris, del resto, è apparso a tutti con chiarezza solo un anno dopo. Nel giugno 2016, infatti, nelle acque territoriali di Napoli si è nuovamente materializzata un’enorme portaerei nucleare, la USS D. Eisenhower, provocando ancora una volta le reazioni indignate – ma solitarie – degli ecopacifisti [58].
Da allora – sebbene con maggiore discrezione e meno frequentemente – è proseguita indisturbata l’esibizione bellicosa di natanti a propulsione nucleare (e con armamenti atomici a bordo) nelle acque della nostra cosiddetta ‘Città di Pace’, soprattutto in coincidenza con esercitazioni navali congiunte della NATO.
Un caso eclatante è scoppiato quando, nell’aprile 2018, un sottomarino nucleare USA si è posizionato in rada, sollevando la reazione non solo degli antimilitaristi, ma anche del Sindaco de Magistris, che si è rivolto all’allora Comandante della Capitaneria di Porto, contrammiraglio Faraone.
“Ho appreso – scrive il primo cittadino – che lo scorso 20 marzo il sottomarino nucleare statunitense Uss John Warner è approdato nella rada della nostra città. Ho letto anche l’ordinanza n.17/2018 che lei ha emesso per le necessarie e correlate disposizioni di sicurezza e di navigazione. Desidero, a tal proposito, ribadire che il 23 settembre 2015 è stata approvata, su mia iniziativa, la delibera n.609 con la quale è stata dichiarata ‘area denuclearizzata’ il Porto di Napoli […] il primo cittadino chiude la nota a Faraone richiedendo di considerare, “per analoghe situazioni future”, che “la determinazione e la volontà menzionate” nell’atto comunale sono dirette “al non gradimento che navi di tale caratteristiche sostino o transitino nelle acque della nostra città” [59].
Altro episodio clamoroso si è verificato quattro anni dopo, nel maggio 2022, quando è ricomparsa nelle acque di Napoli la gigantesca portaerei USS Harry S. Truman, “attualmente in dispiegamento programmato nell’area di operazioni della sesta flotta in supporto alla sicurezza e alla stabilità marittima, anche allo scopo di rassicurare alleati e partner in Europa e Africa”, secondo la spiegazione entusiastica fornita dal quotidiano Il Mattino [60]. Benché il giornale riferisse infatti che sul lungomare molti napolitani avevano fotografato quella specie di… ‘Truman Show’, in effetti l’ennesimo mostro nucleare galleggiante non rassicurava nessuno, come opportunamente ribadito da Luigi de Magistris, commentando negativamente quella nuova esibizione muscolare della US Navy.
“Le portaerei con armi di distruzione di massa non sono gradite, devono rappresentare il passato non il futuro del nostro pianeta. Il nostro mare è di pace, non di guerra” [61].
Un altro giornale riferiva poi che l’ex sindaco ha precisato che la sua era stata una: “Delibera sicuramente simbolica, ma che evidenzia come la sovranità del nostro Paese sia limitata e che siamo subalterni alla NATO” [62].
9. “Meglio attivi che radioattivi…”: ecopacifismo e mobilitazioni popolari
Mag. 2022 – Delegazione in Municipio, guidata da p. Alex Zanotelli
Il mondo dell’informazione, come quelli della scienza e della politica, continuano a mostrare una sorta di reazione allergica verso qualsiasi argomentazione che abbia a che fare con le crescenti contestazioni nei confronti dell’invadenza militarista e dello strisciante bellicismo che negli ultimi anni sta ulteriormente contaminando – e condizionando pesantemente – l’opinione pubblica.
Come ho sottolineato di recente in alcuni articoli su questa risorgente cultura di guerra [63], il pericoloso connubio tra l’arrogante pretesa d’indiscutibili certezze scientifiche e l’autoritarismo di scelte politiche dettate dal complesso militare-industriale sta generando mostri. Ancor più insidiosa è l’ipocrisia di chi pretenderebbe di accreditare le forze armate quasi come un’organizzazione di protezione dell’ambiente, mentre in realtà il sistema militare, in pace prima ancora che in guerra, è uno dei principali fattori di devastazione ambientale, come sottolineavamo in un opuscolo curato nel 2021 dagli Antimilitaristi Campani.
Sono di per sé evidenti gli effetti distruttivi della guerra per gli esseri umani […] Meno conosciuti sono gli effetti devastanti della guerra e degli apparati militari sull’ambiente naturale e sull’integrità degli ecosistemi […] La devastazione ambientale provocata dalle attività militari interessa anche molti paesi non coinvolti direttamente in attività belliche [tra cui] …la minaccia alla sicurezza e alla salute degli abitanti di città nelle quali si consentono impunemente il transito e l’ormeggio di natanti a propulsione nucleare […] L’ambiente è la vittima dimenticata della guerra e la natura è diventata essa stessa ‘un campo di battaglia’ [64]
La rete degli antimilitaristi campani con quella pubblicazione – nella quale si evidenziava anche la militarizzazione della sanità pubblica e l’irreggimentazione dell’informazione in occasione della pandemia – ha costituito un importante elemento dell’azione di denuncia delle complicità tra complesso militare-industriale e classe politica e della vergognosa subalternità del nostro Paese agli interessi degli Stati Uniti e alle bellicose strategie della NATO. Le stesse che consentono tuttora ai natanti a propulsione nucleare di approdare trionfalmente nel mare antistante popolose città italiane come Napoli, ma anche Cagliari, La Spezia, Taranto o Trieste, minacciandone la sicurezza, la salute e la pace.
Il 2021 è stato un anno importante anche perché il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia) ha pubblicato un testo fondamentale per il rilancio di queste battaglie. Infatti il libro “La colomba e il ramoscello ha come sottotitolo “un progetto ecopacifista” proprio per sottolineare che l’approccio che lo caratterizza è una visione più ampia, in cui pacifismo ed ecologismo finalmente si integrino in una proposta unitaria. Partendo dalla premessa che la crisi ambientale non può essere letta separatamente dall’accresciuta conflittualità internazionale, in quanto l’origine di entrambi va ricercata in quel modello di sviluppo energivoro iniquo e violento che consuma risorse per le guerre e scatena guerre per le risorse, il contributo del MIR è dunque uno stimolo a costruire, insieme, un’alternativa nonviolenta, antimilitarista ed ecopacifista.
Il sistema militare…per le sue gigantesche dimensioni, è fonte di pesanti conseguenze ambientali, connesse all’incredibile voracità di risorse e beni comuni […] La più grave impronta ambientale del sistema militare è comunque imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale […] Ne deriva, sottolinea Elena Camino, che: “La ‘riservatezza’ sulle questioni militari…ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei grandissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra [65]
Il quarto capitolo del libro, nel quale erano confluiti alcuni miei contributi precedenti [66], è dedicato appunto alla “prospettiva ecopacifista”, della quale si individuano sia le premesse teoriche (nonviolenza attiva, ecologia sociale, antimilitarismo, difesa civile…), sia le possibili strategie e le proposte prioritarie sul piano operativo, tra cui le vertenze contro il nucleare civile e militare assumono un’indubbia priorità ed evidenza.
Esistono questioni sulle quali si potrebbe da subito cercare la convergenza operativa delle organizzazioni ecologiste e di quelle pacifiste […] Tra le battaglie da menzionare c’è anche quella contro la presenza di natanti a propulsione nucleare in alcuni porti del nostro paese. Un altro terreno potrebbe essere il rischio ambientale [e sanitario] connesso all’inquinamento elettromagnetico generato da mostruosi apparati radar e per le telecomunicazioni, massicciamente presenti in basi e aeroporti militari e collocati in aree densamente urbanizzate [67].
Si tratta spesso di lotte nate sul territorio, all’interno delle comunità interessate ad operazioni di notevole impatto ambientale che suscitano un ovvio e prevedibile allarme, come appunto nel caso dell’installazione di formidabili impianti per telecomunicazioni militari a Niscemi, in Sicilia, contro cui si sono mobilitati a lungo i comitati NO MUOS’ [68]. Ma, come sempre, contro di esse si frappone non solo la consueta barriera della segretezza militare, ma anche la complicità di fonti ‘scientifiche’ abituate ad assecondare il potere con la loro pretesa autorevolezza.
La parola d’ordine, in questi casi, è negare tutto, banalizzando o ridicolizzando le lotte popolari come sollevazioni frutto solo d’ignoranza scientifica o di malafede politica. Si tratti di OGM, inquinamento elettromagnetico o rischio nucleare, insomma, le risposte istituzionali sono sempre state improntate alla pervicace negazione di qualsiasi pericolo, pretendendo che siano i contestatori a provare le loro accuse, quando viceversa essi invocano proprio l’applicazione del ‘principio di precauzione’, non a caso sempre più osteggiato o diluito nei suoi effetti da molti legislatori, anche a livello comunitario.
Il p. di p. è stato originariamente proposto per difendere l’ambiente, ma oggi sta diventando sempre più usato ogni qualvolta la pubblica opinione è preoccupata a causa dell’uso di nuove tecnologie. Le novità introdotte dal p. di p. sono, in primo luogo, il passaggio dell’onere della prova dalle autorità pubbliche ai proponenti le nuove attività; in secondo luogo, l’azione cautelativa che deve essere intrapresa prima di conseguire la certezza scientifica sulla correlazione tra causa ed effetto [69].
Ecco perché sulle battaglie ecopacifiste – come quella sulla denuncia del rischio per la popolazione civile derivante dai ‘porti nuclearizzati’ – cala spesso il silenzio, alimentato dalla connivenza dell’informazione ‘ufficiale’ e dall’atteggiamento sprezzante di una ‘Scienza’ troppo spesso asservita alle compatibilità politico-economiche dei decisori, da cui dipende per i finanziamenti.
10. Scienziati per la pace e comitati ecopacifisti
Presentazione del libro del MIR “La colomba e il ramoscello”, con Anna Savarese, Ermete Ferraro, Pio Russo Krauss e p. Alex Zanotelli (2022)
Per fortuna non sono mancati, anche nel caso del rischio nucleare nei nostri porti, alcuni autorevoli interventi scientifici che avvalorano le denunce degli attivisti ambientalisti e pacifisti. Ho precedentemente citato le osservazioni critiche di Antonino Drago, già docente di fisica alla Federico II di Napoli, [70], cui vanno ad aggiungersi quelle di Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino e di Gianni Mattioli, già ordinario di Fisica alla Sapienza di Roma, sintetizzate in un articolo del 2013, in conclusione del quale leggiamo:
Per tutti gli approdi nucleari devono essere predisposti gli opportuni piani di emergenza esterna che obbligatoriamente devono essere comunicati alla popolazione. Al momento invece in Italia non è possibile per i cittadini essere informati (in violazione dell’articolo 129 del Decreto legislativo 230/1995) perché questi piani vengono classificati come “segreti”. Laddove i piani sono stati predisposti (con grande ritardo) come nel caso di Trieste, si scopre con stupore (sono occorsi anni per realizzarli) l’inconsistenza degli stessi: in caso di emergenza reale è davvero angosciante pensare che la vita di decine di migliaia di persone dipenderebbe da questi pezzi di carta contenenti disposizioni inattuabili. E proprio per la continuità di questi atteggiamenti antidemocratici posti in essere a danno della collettività e in aperta violazione della legislazione comunitaria, l’Italia è stata deferita nel giugno del 2006 alla Corte di Giustizia Europea [71].
Ed è stato proprio il professor Massimo Zucchetti che, in una dettagliata relazione, ha ribadito le cause ostative ad un’efficace prevenzione del rischio nucleare in relazione a natanti di natura militare, consistenti nel regime di segretezza che di per sé si oppone alla necessaria trasparenza dei controlli, così come la loro presenza in aree marine prospicienti città e metropoli, difficilmente proteggibili dalle perniciose conseguenze di seri incidenti nucleari
Nel caso di reattori nucleari a bordo di unità navali militari, molte di queste informazioni mancano o sono insufficienti. Quanto sarebbe necessario acquisire, conoscere, ispezionare ed accertare si scontra molto spesso con il segreto militare. Molte delle informazioni che sarebbe necessario ottenere da parte dell’autorità di controllo o di sicurezza mancano, sono inottenibili, oppure vengono trasmesse mediante comunicazioni da parte della Marina Militare o addirittura della US Navy, con una modalità di autocertificazione […] inaccettabile nel caso dell’analisi di sicurezza di un impianto nucleare […] La presenza…sul territorio di reattori nucleari necessita di una zona intorno ad essi nella quale non vi sia presenza di popolazione civile […] mentre è anche richiesta, in una fascia esteriore più ampia, una scarsadensità di popolazione. Ciò è necessario per ridurre le dosi collettive in caso di rilasciradioattivi, sia di routine che incidentali […] Normalmente, la fascia di rispetto ha raggio di 1000 metri e vi sono requisiti di scarsa densità di popolazione per un raggio di 10 km almeno intorno all’impianto. Nel caso di reattori nucleari a bordo di unità navali militari, questi requisiti non possono venire rispettati, dato che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate. I punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni militari sono, in alcuni casi, posti a distanze minime dall’abitato. Anche qui, in ogni caso, l’effettiva ubicazione di questi reattori non è determinabile, in quanto i punti suddetti sono coperti ancora una volta da segreto militare. [72]
A questo punto, l’unica conclusione possibile – come ribadiva Zucchetti – è che dovrebbero essere interdetti sempre e comunque transito e sosta di portaerei e sottomarini nucleari nelle acque prospicienti i porti delle città italiane. Evidenza scientifica che va al di là di ogni pur legittima posizione di principio, fondata sul ripudio delle attività militari e di guerra e/o sulla protezione dell’ambiente naturale e urbano da ulteriori e gravi fonti di inquinamento.
Purtroppo la realtà fattuale sembra andare in ben altra direzione, soprattutto a causa della ribadita subalternità politica ed economica del nostro Paese nei confronti degli Stati Uniti e delle strategie di quella ‘Alleanza Atlantica’ che da decenni grava come un giogo insopprimibile sulla nostra indipendenza. Bisogna osservare comunque che l’auspicata “Difesa Europea”, lungi dall’infrangere quella dipendenza, andrebbe semmai a sovrapporsi ad essa, in quanto obbedisce alle stesse logiche perverse del complesso militare-industriale, come si rilevava in un documentato opuscolo pubblicato dall’ENAAT nel 2021.
L’industria degli armamenti e della sicurezza ha svolto un ruolo chiave nella creazione, nello sviluppo e nell’importanza delle politiche militari e di sicurezza dell’UE. La militarizzazione dell’UE è stata aiutata dall’uso estensivo da parte dell’industria di think tank, lobbisti e cosiddetti “esperti” legati al settore della sicurezza, mentre è stata accolta favorevolmente dalle politiche dei funzionari delle istituzioni europee e degli Stati membri. Questo processo dimostra che l’UE è impegnata nei preparativi bellici a livello politico, industriale e materiale, preparandosi a qualsiasi forma di conflitto futuro. L’UE sta contribuendo ad aumentare sostanzialmente la spesa militare e ad intensificare la corsa agli armamenti globale, uno sviluppo che minaccia di sospendere l’apparente sostegno dell’UE alla costruzione di una pace alternativa e alla lotta contro cause profonde dei conflitti. [73]
Per comprendere quanto poco sia cambiato il quadro relativo a questa problematica, basti pensare che nell’ultimo anno – il 2022 appena concluso – a Napoli si sono verificati, a distanza di soli sei mesi, altri due episodi di minacciosa presenza di natanti nucleari nelle acque interne del golfo di Napoli, per di più in un preoccupante clima di guerra. Il 10 maggio, infatti, i quotidiani hanno dato notizia della presenza e sosta della prima gigantesca portaerei statunitense.
La portaerei americana Uss Harry S. Truman è arrivata nel Golfo di Napoli e l’opinione pubblica si divide: mentre centinaia di napoletani si accalcano sul lungomare per fotografare il gigante dei mari, fortezza armata fiore all’occhiello della Marina a stelle e strisce, altrettanti utenti su Twitter criticano le manovre nei mari italiani. Poche settimane fa, per l’esattezza il 23 aprile, la stessa Truman, gioiello classe Nimitz aveva fatto una tappa nel porto di Trieste. “Sosta tecnica operativa”, era stata la motivazione ufficiale dopo un periodo di due mesi di esercitazioni nel Basso Adriatico e nello Jonio con l’aviazione militare greca. Il tutto però avveniva mentre l’escalation della guerra in Ucraina stava iniziando a mostrare la vera entità del conflitto. Non più locale, ma potenzialmente mondiale. Con l’Italia, dunque, di nuovo a ricoprire un ruolo-chiave al confine tra Europa occidentale ed orientale, e nel cuore del Mediterraneo. [74]
Ovviamente è scattata la reazione del Comitato Pace e Disarmo Campania, che lo stesso giorno haimprovvisato un blitz in di protesta davanti al Municipio di Napoli, diramando un comunicato stampa dopo il mancato accoglimento della richiesta di incontro con Sindaco Manfredi:
…per protestare contro la presenza da stamane nel porto di Napoli della portaerei statunitense a propulsione nucleare U.S.S.Truman che – come si evince dall’Ordinanza n. 40/2022 della Capitaneria – vi stazionerà fino al prossimo 16 maggio, determinando fra l’altro il divieto di transito e sosta da parte di qualsiasi altra nave, nel raggio di 1300 metri […] Padre Alex Zanotelli, a nome dei manifestanti, ha chiesto un incontro col sindaco Manfredi, per ricordargli che quella delibera è tuttora in vigore e che – come responsabile della salute e sicurezza della cittadinanza – è tenuto a informarla ed a sollecitare l’attuazione del relativo Piano di Emergenza, assurdamente ancora secretato. […] il portavoce del Sindaco è poi sceso ad incontrare la delegazione del Comitato, che gli ha esposto i motivi per i quali l’A.C. dovrebbe intervenire, per far rispettare la delibera citata, ma soprattutto per informare i Napoletani del grave rischio sanitario e ambientale derivante dall’impropria presenza in rada di natanti nucleari, soprattutto in un periodo così delicato e drammatico [75].
Non si è fatto attendere poi il commento dell’ex Sindaco, che – nel silenzio dell’attuale primo cittadino sulla vicenda – ha dichiarato a sua volta:
Non ci piegammo al razzismo di Stato di guerra e aprimmo i porti, per ubbidire alla Costituzione di fronte alle illegalità del potere – prosegue l’ex sindaco di Napoli – La nostra città è oggi aperta alle sorelle e ai fratelli ucraini, come a tutte le persone che hanno bisogno di aiuto e pace. Nello statuto della città di Napoli inserimmo in maniera indelebile: ‘città di pace’. Le portaerei con armi di distruzione di massa non sono gradite, devono rappresentare il passato non il futuro del nostro pianeta. Il nostro mare è di pace, non di guerra”, ha concluso de Magistris [76].
Anche un articolo dell’Huffington Post ha sottolineato che, in questa circostanza, “De Luca e Manfredi si tengono a distanza” [77], frase interpretabile in vario modo sia in riferimento alla loro assenza al ricevimento ufficiale della US Navy, sia in relazione al loro imbarazzato silenzio su una situazione che, dopo 25 anni di battaglie politiche e perfino legali, sembra tuttora che non interessi ai vertici della Città Metropolitana e della Regione più densamente popolate.
11. Il panorama internazionale dell’informazione
Maggio 2021 – Attivisti protestano a Tromsø contro sottomarino nucleare
In questi ultimi due anni l’opposizione ecopacifista all’ingombrante e pericolosa presenza nei porti civili di natanti nucleari sembra però aver contagiato anche altre realtà di movimento, a livello internazionale ma anche in Italia.
In Australia, ad esempio, nel 2021 l’autorevole organizzazione Friends of the Earth – Amici della Terra ha fatto appello alle comunità ed ai sindacati “nelle città portuali e nei cantieri navali australiani ad auto-dichiararsi ‘zone libere dal nucleare’ e a porre ‘divieti verdi’ alla manutenzione, alla costruzione e a qualsiasi industria marittima relativa alle navi a propulsione nucleare” [78].
Negli stessi USA, diverse metropoli costiere hanno continuato ad opporsi alla presenza nei loro porti di natanti a propulsione nucleare ed appena un anno fa (il 9 dicembre 2021) “Il Consiglio Comunale di New York City ha adottato un provvedimento legislativo che invita a disinvestire dalle armi nucleari, istituisce un comitato responsabile della programmazione e delle politiche relative allo status di New York come zona priva di armi nucleari e invita il governo degli Stati Uniti aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW)” [79].
Nel Regno Unito non si registrano particolari mobilitazioni, ma è stato pubblicizzato il “piano di emergenza radiologica per il porto di Southampton” [80], un aggiornamento per il triennio 2020-2023 che però non va oltre i soliti banali consigli da seguire in caso di pericolo di esposizione alle radiazioni ionizzanti in seguito ad un incidente nucleare.
In Norvegia, a maggio 2021 si è registrata la vivace protesta di attivisti della città di Tromsø, nel cui porto aveva attraccato il sottomarino nucleare USS New Mexico, visita giudicata “non benvenuta” per cui “diversi politici locali e numerosi cittadini hanno protestato contro il sottomarino e la decisione del governo norvegese di consentire l’attracco di natanti a propulsione nucleare” [81].
La Spagna, già da parecchi anni interessata da proteste di comitati civici e ambientalisti contro i natanti nucleari, ha recentemente registrato un nuovo episodio riguardante la sicurezza di Gibilterra, dove nel settembre 2022 è attraccato il sottomarino statunitense USS Florida, appena cinque mesi dopo un analogo episodio che riguardava l’omologo USS Georgia.
Verdemar-Ecologistas en Acción ha chiesto che il sottomarino attualmente attraccato a Gibilterra, l’USS Florida, “se ne vada e smetta di mettere a rischio nucleare lo Stretto di Gibilterra”. Inoltre, ha ricordato che non è la prima volta che questa nave approda sullo Scoglio […] In una nota, gli ecologisti hanno invitato le navi da crociera attraccate davanti a questa “bomba galleggiante”, a lasciare il porto di Gibilterra “per il rischio che si comporta trovarsi accanto a un manufatto di queste caratteristiche” […] Verdemar calcola che, dal 2001, sono transitati per Gibilterra più di cento sottomarini a propulsione nucleare [82].
Per quanto riguarda la Grecia, è del 2019 l’interessante dossier “Navi nucleari e ambiente”, curato da Konstantinos I. Delimbasis, che si concludeva con un allarme sul poco noto rischio ambientale relativo ai relitti di sottomarini nucleari.
Ma al di là delle armi nucleari, l’eredità della Guerra Fredda si annida, in una forma ben più insidiosa, negli scafi dei sottomarini in decomposizione sui moli della Russia nordoccidentale, nei cimiteri dei reattori di Hanford, Washington, e nel Golfo di Sheda, nel Mare di Kara, nelle tombe liquide dei sottomarini nucleari andati perduti e in tutti i mari del mondo dove un tempo operavano o operano sottomarini e navi a propulsione nucleare. [83]
In Brasile, più che l’opposizione antinuclearista, a frapporsi alla costruzione di sottomarini nucleari sembra che siano il clima bellico di questo periodo e i dubbi sul necessario avanzamento tecnologico in materia, per cui quel progetto… rischierebbe di naufragare.
Nel caso del Brasile, lo strumento deterrente più desiderato è il sottomarino a propulsione nucleare. Il problema è che questo progetto affronta dei rischi e potrebbe fallire. Gli ostacoli esistevano prima. Con la guerra, sono diventati più grandi […] Il sottomarino a propulsione nucleare convenzionale Álvaro Alberto (SCPN) è il fiore all’occhiello di Prosub, un programma multimiliardario ad alto impatto lanciato nel 2008 […] Ma nel caso del sottomarino nucleare, l’instabilità delle risorse si unisce alla sfida tecnologica di sviluppare un reattore che si adatti perfettamente – e in sicurezza – all’interno della nave, sottoposta ad alta pressione e turbolenze di ogni tipo. E l’industria brasiliana, come rivelò all’epoca l’ammiraglio Olsen, non è in grado di fornire queste tecnologie critiche [84].
In Giappone, anche recentemente si sono registrate proteste ecologiste contro il rischio derivante dalla presenza nel porto di Yokosuka di altre portaerei nucleari USA, come riferito da una fonte locale:
Fermare l’homeport di Yokosuka per le portaerei a propulsione nucleare – Estensione dell’ormeggio della base n. 12 di Yokosuka della Marina degli Stati Uniti, interruzione del piano di manutenzione. Per raggiungere questo obiettivo, tutti noi conosceremo i fatti, pensiamo ai problemi causati dall’homeport di Yokosuka della portaerei a propulsione nucleare, al piano di estensione e manutenzione dell’attracco n. 12, nonché ai problemi causati dal portaerei come l’inquinamento acustico.・Discutere attivamente e mirare a diffondere tra i cittadini. Le navi nucleari sono centrali nucleari galleggianti e, poiché si muovono sul mare, sono ancora più pericolose delle centrali nucleari ! ( https://cvn.jpn.org/ )
Come si vede, pur tenendo conto che ciò che è riscontrabile sui media è ovviamente solo la punta dell’iceberg rispetto all’effettiva consistenza del problema, si registra un po’ dovunque l’opposizione non solo al riarmo atomico, ma anche alla presenza di navi militari a propulsione nucleare nei porti civili. Purtroppo al coro delle proteste ecopacifiste mancano alcune voci autorevoli, fra cui quelle delle principali organizzazioni ambientaliste italiane e della stessa Greenpeace, sul cui sito internazionale non compare nessuna iniziativa specificamente diretta alla denuncia del rischio nei porti nuclearizzati [85].
Eppure si tratta di una questione destinata a sempre nuovi sviluppi e che quindi dovrebbe preoccupare molto di più l’opinione pubblica, sia pur poco informata. Viceversa, a parte la documentazione fornita da PeaceLink sulle pagine del suo sito dedicate specificamente al disarmo [86], sul rischio ambientale da ‘nucleare militare’ si discute troppo poco. Una lodevole eccezione sono gli articoli di Antonio Mazzeo, che è più volte tornato sull’argomento, sottolineando l’assurdità di una minaccia alla pace e alla sicurezza di cui tuttora pochi sono informati.
I dati statistici sugli incidenti a reattori nucleari navali sono inquietanti: negli ultimi quarant’anni si sono avute ben oltre un centinaio di emergenze radiologiche a unità di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. “Ricerche in corso dimostrano la correlazione fra la presenza di sommergibili a propulsione nucleare e la concentrazione di elementi radioattivi alfa-emettitori in matrici biologiche marine […] Ancora oggi però alcuni dei porti “nuclearizzati” sono sprovvisti di specifici piani di emergenza oppure essi risultano secretati. Quando si è avuto accesso ai piani, sono state segnalate numerose e poco rassicuranti disparità nelle soluzioni adottate [87].
12. Rilanciare le vertenze ecopacifiste, con la controinformazione e l’opposizione popolare
Il rilancio delle mobilitazioni ecopacifiste, in Italia, è diventato un obiettivo perseguito in particolare dall’associazione nazionale di protezione ambientale Verdi Ambiente e Società (VAS) e dal Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia), che recentemente hanno aperto il dibattito sul tema con contributi propri, ma anche stimolando altre realtà ecologiste e pacifiste ad unirsi e collaborare anche su questo terreno.
Ho già citato l’articolo del 2004, il saggio del 2011 ed il “Manuale” del 2014 che VAS ha pubblicizzato proprio per confrontarsi con altri soggetti dell’arcipelago ecopacifista italiano, fra cui Green Cross Italia e Legambiente. Va sottolineato poi che il circolo metropolitano VAS di Napoli è sempre stato in prima linea su queste problematiche e che la rivista bimestrale dell’Associazione, grazie al suo impegno, ha riconosciuto recentemente uno spazio particolare alle vertenze ecopacifiste, ospitandovi una rubrica specifica [88].
Per quanto riguarda il MIR Italia, lo spirito di nonviolenza attiva che anima dal 1952 la sezione italiana dell’International Fellowship of Reconciliation – IFOR ha ispirato da sempre le battaglie pacifiste contro il nucleare civile e militare, grazie soprattutto ai fondamentali ed autorevoli contributi di Antonino Drago e di Giuliana Martirani. Oltre alla pubblicazione da parte del Gruppo Abele di Torino nel 2021 del citato libro del MIR La colomba e il ramoscello- Un progetto ecopacifista [89], l’anno seguente, il Centro Gandhi di Pisa è stato l’editore del ‘manuale’ di Ermete Ferraro, intitolato Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace [90].
In questo libro… confluiscono riflessioni e proposte già presentate negli anni passati, ma anche approfondimenti e ricerche più recenti, come quella sul ruolo della ricerca ecolinguistica nel processo di coscientizzazione sul rapporto fra ecologismo e pacifismo, ma anche nella diffusione di un modo di comunicare non più antropocentrico ed attento alla tutela della diversità culturale [91].
Un positivo elemento di novità, in quest’ultimo anno, è stato l’accresciuto interesse di un’organizzazione come Pax Christi Italia nei confronti della paradossale situazione politica che vorrebbe i porti italiani sempre più chiusi alle operazioni umanitarie per soccorrere i migranti (che fuggono spesso proprio da devastazioni ambientali e micidiali conflitti armati), nel mentre restano del tutto aperti ai traffici marittimi finalizzati all’esportazione di armamenti anche in teatri di guerra ed al transito ed alla sosta di pericolosi natanti a propulsione nucleare, peraltro spesso con armamenti atomici a bordo. Lo scorso novembre 2022, infatti, nell’ambito dell’iniziativa “Fari di Pace”, Pax Christi ha organizzato a Napoli una manifestazione al Porto, che aveva tra gli obiettivi proprio quella della sicurezza dei cittadini nei riguardi della presenza di natanti nucleari.
Si deve all’impegno di Pax Christi Napoli l’evento dello scorso 19 novembre con la marcia dal porto verso il centro storico della città, con arrivo nella cattedrale dove il vescovo Battaglia ha espresso una forte condivisione dell’istanza dell’iniziativa racchiudibile nello slogan “porti aperti ai migranti e chiusi alle armi” […] Di solito… le marce della pace scontano il pregiudizio di essere retoriche e generiche. Quella di Napoli come quella di Genova del 2 aprile sono state, invece, molto precise nel chiedere il mancato transito di carichi di armi a Genova e il divieto di attracco nel porto di Napoli di navi e sommergibili nucleari o che trasportano armi nucleari [92].
Tocca adesso ai vari soggetti coordinati dal Comitato Pace e Disarmo Campania – cui, fra gli altri, aderiscono le sedi napolitane di VAS, del MIR e della stessa Pax Christi – rilanciare con forza la vertenza ecopacifista per la denuclearizzazione del porto, da subito, per la pubblicizzazione del Piano di Emergenza nucleare di cui finora la cittadinanza della terza metropoli italiana è stata colpevolmente tenuta all’oscuro.
Un’insopportabile reticenza e resistenza istituzionale di cui è stata fornita un’ulteriore prova – a pochi giorni dalla manifestazione pubblica promossa da Pax Christi e dagli autorevoli appelli per il disarmo lanciati dall’arcivescovo Battaglia, da don Renato Sacco e da P. Alex Zanotelli [93] – con l’approdo a Napoli di un secondo natante nucleare, salutato quasi festosamente da certa stampa.
La portaerei statunitense George H.W. Bush, con a bordo l’equipaggio del Carrier Strike Group 10, è arrivata nel Golfo di Napoli per una sosta programmata in porto ieri, lunedì 28 novembre. «La visita rappresenta un’importante opportunità per le relazioni tra Italia e Stati Uniti d’America, con una centralità per la città di Napoli», dichiara il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. «L’esperienza del soggiorno dei marinai, in questo periodo in cui Napoli ha molto da offrire in termini culturali a quanti la visitano per la prima volta – aggiunge Manfredi – sarà certamente di grande interesse e particolarmente attrattiva per il numeroso equipaggio del Csg George H.W. Bush [94].
Il principale interlocutore delle proteste e proposte degli attivisti ecopacifisti, quindi, sarà nel 2023 proprio il primo cittadino del capoluogo partenopeo, che incredibilmente si era detto particolarmente soddisfatto dell’arrivo della portaerei americana, visto come occasione per cementare le relazioni tra Stati Uniti e Italia, e addirittura “per rafforzare ulteriormente i rapporti tra i due paesi e lavorare insieme in nome dei valori condivisi di pace e sicurezza” [95]. Nel nuovo anno, dunque, continua la battaglia antimilitarista e nonviolenta “a propulsione antinucleare” che gli attivisti locali stanno portando avanti ormai da 25 anni, senza ‘se’ e senza ‘ma’.
[1] “Pericolo nucleare a Nisida – Sottomarini nucleari nelle acque dell’isola” – ROMA/Giornale di Napoli, 20.05.’96 e “Sottomarini a Nisida” (com. stampa di E. Ferraro) – ROMA/Giornale di Napoli, 22.05.’96
[3] Antonino Drago, Difesa popolare nonviolenta, Torino, E.G.A., 2006. Vedi anche: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: AA.VV., Una strategia di pace: la difesa civile nonviolenta (pp.89-95), Bologna: FuoriTHEMA, 1993
[4] “I VAS: rischio nucleare. Via la portaerei ‘Enterprise’!”, Il Mattino, 06.06.’01; “Rischio nucleare nel porto di Napoli”, La Verità, 06.06.’01; “Emergenza nucleare nel golfo. L’Enterprise adesso fa paura”, Cronache di Napoli, 06.06.’01; “Via le portaerei nucleari”, Roma/Giornale di Napoli, 28.06.’01
[5] “Rischio nucleare: la portaerei lascia oggi il golfo di Napoli. Gli ambientalisti contro l’Enterprise “, Roma/Giornale di Napoli, 12.02.’04; “I VAS chiedono che venga allontanata la portaerei ‘Truman’ dal porto di Napoli”, Roma/Giornale di Napoli, 06.07.’04
[6] Ermete Ferraro, “Quale ecopacifismo? Ecologia, conservazionismo, ecologismo e ambientalismo” in: “Biodiversità a Napoli”, supplemento a Verde Ambiente, Roma, E.V.A. (XX, 2, marzo-aprile 2004), pp. 21-27
[9] Ermete Ferraro, “Il signornò degli ecopacifisti”, www.vasonline.it (marzo 2007); idem, “Una scomoda verità”, www.vasonline.it (ago.2007); idem, “Una mobilitazione ecopacifista per togliere le basi alla guerra”, http://napoli.indymedia.org (marzo 2009)
[10] Ermete Ferraro, “La protesta dei VAS Napoli: porto, via le navi nucleari”, Il Napoli (26 nov. 2007); Idem, “AFRICOM: un altro migliaio di militari USA…”, www.proletaria.it (dic. 2008); Idem,”No Africom!” commento postato da E.F, www.napoli.indymedia.com (dic. 2008); Idem, “AFRICOM: la posizione dei VAS” www.retecivicanapoli.org (mar. 2008); Idem e A. D’Acunto,”Oscuro scontro di 2 sommergibili nucleari, francese ed inglese, nell’Atlantico: un drammatico allarme per Napoli ed il suo Golfo”, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_2449.html (feb. 2009); Idem, “Porti nuclearizzati? No grazie!”, http://napoli.indymedia.org:8383/node/7447 (feb. 2009); mag. 2010 > “Base US Navy di Napoli: chiuderà?”, www.vasonlus.it (mag. 2009).
[18] 9 Agosto 2003 > Rita Bittarelli > Gaeta. Piano di emergenza nucleare. Antonino Drago: «Documento senza alcuna validità scientifica, pieno di “credenze” e di strafalcioni» http://www.peacelink.it/disarmo/docs/80.pdf
[19] D. Lgs. 230/95 cit. – art. 130
[20] Angelica Romano, “Rischio nucleare”, in Napoli chiama Vicenza, cit., p. 29
[29] Jonathan Medalia, Terrorist Nuclear Attacks on Seaports: Threat and Response, CRS reports for Congress, Jan. 2005, http://www.fas.org/irp/crs/RS21293.pdf
[65] Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2021, pp.58-61.
[72] Massimo Zucchetti, Sosta di unità navali militari a propulsione nucleare nei porti italiani: dall’esame dei Piani di emergenza esterna una semplice conclusione (s.d.), https://www.peacelink.it/disarmo/docs/877.pdf
[73] ENAAT – Rosa Luxemburg Stiftung, A Militarised Union – Understanding and confronting the militarization of rhe European Union, Brussels, 2021, p.79 (La versione online, anche in italiano, è scaricabile da: https://www.rosalux.eu/en/article/1981.a-militarised-union.html
[86] L’ultimo articolo in proposito sul sito di PeaceLink è stato: Gianmarco Catalano, “Due sottomarini nucleari presenti all’esercitazione Dynamic Manta. Rischio atomico e mancata informazione dei cittadini” (25.02.2022), https://www.peacelink.it/disarmo/a/49007.html
Celebrare il settantesimo compleanno della propria organizzazione è un momento di festa, ma al tempo stesso di ricordi e di bilanci. Il 3 dicembre noi del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) abbiamo scelto Casalecchio di Reno (BO) per festeggiare questa ricorrenza, accolti dal Sindaco Massimo Bosso e da Maurizio Sgarzi, della ‘Casa per la Pace’. Abbiamo celebrato l’anniversario con un occhio al passato ma anche con lo sguardo rivolto al futuro che cerchiamo di costruire giorno dopo giorno.
Ritrovarci insieme, compagni di viaggio ed amici di una volta, è stata un’occasione unica per riprendere il filo di un discorso talvolta interrotto, sottraendoci al rischio che l’attivismo legato all’attualità abbia la meglio sulla riflessione e sulla visione d’insieme. L’articolazione stessa del convegno, del resto, rispecchiava la volontà di sistematizzare un impegno che dura da decenni alla luce di un progetto complessivo ed integrato.
Il primo tema (“Stile di vita, campagne ed esperienze di nonviolenza attiva”) era finalizzato proprio alla ricerca della nostra motivazione di fondo, che colloca il M.I.R. nell’ambito dei movimenti per la pace in cui l’etica si incarna nei gandhiani “esperimenti con la nonviolenza”. La seconda sessione (“spiritualità, ecumenismo, riconciliazione”) intendeva esplicitare ulteriormente tale dimensione, nell’ottica del dialogo interreligioso per la pace. Infine si è deciso di affrontare la dimensione culturale e formativa, con un confronto a più voci su “ecopacifismo, educazione alla nonviolenza e informazione di pace”.
Provo a sintetizzare questa intensa giornata di discussione utilizzando simbolicamente i tre elementi di un saluto augurale abituale tra i nonviolenti, “pace forza gioia”, manifestazione d’una visione costruttiva dell’alternativa ad un modello di società che viceversa nega questo trinomio, improntato com’è al perseguimento del predominio attraverso la violenza ed a costo di perdite e distruzioni.
PACE
Questa fondamentale parola è stata declinata in tutte le sue dimensioni, da quelle inerenti scelte personali (come l’obiezione di coscienza al servizio militare ed alle spese militari) a quelle su un piano più strutturale e politico (come le campagne per il disarmo, la smilitarizzazione e la costruzione di una difesa alternativa, quindi disarmata civile e nonviolenta). Alle testimonianze d’una lunga stagione di lotte pacifiste (portate in varia forma da Giancarla Codrignani, Antonino Drago, Claudio Pozzi, Beppe Marasso, Giuliana Martirani, Alfredo Mori, Pasquale Iannamorelli, Eleonora Sollazzo ed Etta Ragusa) si è intrecciata la narrazione delle attuali campagne antimilitariste e nonviolente, quasi sempre portate avanti in una logica di rete. Dei loro sviluppi hanno parlato esponenti di spicco dell’attuale movimento pacifista (da Sergio Bassoli della Rete Italiana Pace e Disarmo ad Angela Dogliotti del Centro Studi ‘Sereno Regis’, da Mao Valpiana del Movimento Nonviolento a Pierangelo Monti del Movimento Internazionale della Riconciliazione, Zaira Zafarana, dell’International Fellowship of Reconciliation e Laila Simoncelli della Comunità Papa Giovanni XXIII). Le campagne nazionali e internazionali riguardanti il disarmo nucleare, l’istituzione di un ‘Ministero della Pace’, il rilancio di una forma nuova di obiezione fiscale e la proposta parlamentare su “un’altra difesa possibile”, del resto, non sono altro che la formulazione di aspetti d’un indispensabile ‘programma costruttivo’. Un progetto che il M.I.R ha arricchito ponendo l’accento sulla dimensione ecopacifista e sull’impegno non solo per educare alla e per la pace, ma anche per contrastare la preoccupante invadenza della cultura militarista e bellicista nelle nostre istituzioni educative e formative.
Non sono mancati i richiami, anche critici, al recupero di una nonviolenza più integrale, capace di affrontare più direttamente tematiche storiche – come quella della salute, della sicurezza e dello stile di vita – recentemente un po’ oscurate o considerate opzioni più personali che politiche. Viceversa, la dimensione spirituale e quella relativa a modelli di sviluppo alternativi, frugali, in-nocenti e comunitari, restano centrali per gli aderenti ad un movimento come il M.I.R., che li hanno nel proprio DNA.
Per averne conferma basta rileggere l’articolo 2 del suo Statuto, dove si afferma che Il M.I.R. è «…un movimento a base spirituale composto da persone che sono impegnate nella nonviolenza attiva intesa come stile di vita, come mezzo di riconciliazione nella verità e di conversione personale, come mezzo di trasformazione sociale, politica, economica, nel rispetto della fede dei suoi membri”. La stessa nonviolenza è intesa “come mezzo per costruire la pace frutto della riconciliazione, nella consapevolezza che guerre e conflitti sono causati dall’ingiustizia e da discriminazioni razziali, etniche, ideologiche, religiose, economiche, di sesso, e che il depauperamento dell’ambiente è anche la conseguenza di un errato ed ingiusto sfruttamento delle risorse naturali”. I pilastri dell’alternativa nonviolenta, quindi, restano “la riconciliazione e la solidarietà nella vita personale e sociale, a liberare l’uomo da tutti quei condizionamenti culturali, politici, militari, economici che lo confondono e lo opprimono...»
FORZA
Questa seconda parola-chiave, giustamente contrapposta a ‘violenza’, trasmette una visione positiva e costruttiva della vita, fondata sull’impegno, il coraggio, la perseveranza e la testimonianza personale. È infatti il secondo elemento dell’augurio che il M.I.R. con questo convegno fa a se stesso e ai suoi compagni di viaggio, dopo 70 anni di lotte per predicare e praticare la nonviolenza attiva, contrastando ingiustizie, discriminazioni, conflitti armati e minacce alla stessa sopravvivenza dell’uomo sul pianeta.
Se è vero che ‘forte’ è chi: “…può sopportare facilmente un grave sforzo, che può resistere alle fatiche materiali e morali, che sa vincere le difficoltà” (Treccani) e se aggettivi sinonimi di ‘forte’ sono “energico…vigoroso…tenace…resistente” (Hoepli – le Repubblica), è evidente che tale ‘forza’ implica non solo la capacità di resistere alle avversità, ma anche l’espressione d’una volontà e di un’energia in positivo. La radice sanscrita del nome (*dhaŗta) ha a che fare col valore della ‘fermezza’, e quindi della perseveranza e della costanza nel perseguire i propri valori ideali.
È ciò che è emerso dalla seconda tavola rotonda, nella quale rappresentanti di espressioni religiose di cui il M.I.R. è debitore (come il pastore Alessandro Esposito dei Valdesi, Evan Welkin dei Quaccheri e don Renato Sacco della cattolica Pax Christi) si sono confrontati sulla spiritualità di pace con un imam islamico, col contributo da remoto anche di un grande vescovo come mons. Luigi Bettazzi, di Enrico Peyretti e di Paolo Candelari, già presidente del movimento, cui si è aggiunto il messaggio augurale del card. Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della C.E.I.
La ‘fortezza’ – inserita tradizionalmente dai cattolici tra i doni dello Spirito Santo – è la virtù che non soltanto “assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene” (Catechismo Chiesa Cattolica, 1808) ma è l’energia che “…possa sollevare il nostro cuore e comunicare nuova forza ed entusiasmo alla nostra vita” (Papa Francesco, Udienza Generale del 14 maggio 2014). Ecco perché augurarci reciprocamente ‘forza’ vuol dire auspicare uno spirito sia di pazienza e resilienza, sia di perseveranza tenace nell’impegno personale e collettivo. La forza è inoltre ciò che anima la difesa alternativa, che rifiuta la violenza ed utilizza la mediazione e la ricerca di soluzioni creative che trascendano quelle distruttive che perpetuano il dualismo perverso vincitori/vinti. La forza, insomma, è la qualità di chi si propone di resistere e di procedere “in direzione ostinata e contraria”, anche quando tutto intorno spingerebbe ad arrendersi, a cedere all’omologazione, ad accettare fatalmente l’inevitabilità del male.
«Come notava Edmund Burke: “La sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla”. La fortezza è capacità di opporre una barriera alle forze distruttive; senza di essa diventa impossibile attuare la giustizia e la vita civile, ma anche le scelte ordinarie, che comportano non di rado sacrifici […] “di questa virtù c’è bisogno là dove si deve resistere a minacce, si devono superare le paure, si devono affrontare la noia, il tedio, il disgusto dell’esistenza quotidiana per riuscire a mettere in atto il bene» (G. Cucci, La fortezza, una virtù esigente, 2021 https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-fortezza-una-virtu-esigente/).
È quella stessa ‘forza’ che ci permette di rialzarci dopo sconfitte e delusioni, ma anche di abbandonare la rigidità delle nostre certezze esclusive, aprendoci ad un dialogo con altre visioni, religiose e laiche, in modo da affrontare insieme e con maggiore energia il cammino comune verso obiettivi condivisi. Progetti come quelli relativi alle battaglie ecopacifiste, l’educazione alla nonviolenza e la controinformazione per la pace, ad esempio, richiedono infatti sinergie ampie, come testimoniato dagli interventi alla terza tavola rotonda. Luciano Benini, Carla Biavati, Claudio Carrara, Giovanni Ciavarella ed Ermete Ferraro, tutti esponenti del M.I.R., stanno già operando in rete con altre organizzazioni, per allargare l’area degli interventi e per diffondere una cultura di pace che si ponga come un’alternativa forte e credibile. Anche Pressenza, la rete informativa nonviolenta rappresentata da Olivier Turquet, è un esempio di come esperienze e proposte possano raggiungere e contagiare sempre più persone, contrastando narrazioni violente e totalizzanti con la forza della nonviolenza attiva.
GIOIA
Il terzo elemento del trinomio augurale alla cui luce ho riletto questo nostro convegno si colloca in un campo semantico che va oltre ragionamenti e discorsi, toccando l’aspetto emozionale che non può mancare in un’azione nonviolenta che parli alla testa ma anche al cuore. L’etimologia di ‘gioia’ è piuttosto controversa, in quanto alcuni la fanno risalire al latino plurale gaudia, mentre altri scorgono somiglianze con joca , termini che evocano entrambi piacere, allegrezza ed esultanza.
Del resto non è certo un caso che uno dei più noti documenti conciliari – quello relativo al rapporto della Chiesa col mondo attuale – inizi con le parole “gaudium et spes”, sottolineando che la gioia non può essere godimento che chiude gli occhi su un presente poco piacevole, bensì apertura anche emotiva alla speranza di un domani migliore, da costruire giorno dopo giorno.
C’è anche chi ha rilevato che ‘gioia’ richiamerebbe la radice sanscrita *gai *gajati, che vuol dire cantare. Nell’Antico Testamento sono varie le parole che indicano questo sentimento, fra cui שִׂמְחָה (simha), riferendosi spesso ad un’esultanza espressa anche con la voce. Nel Nuovo Testamento emerge invece il sostantivo greco χαρά (harà), connesso al verbo χαίρω ed al relativo saluto-augurio.
Il convegno per i 70 anni del M.I.R., pertanto, non poteva che concludersi con una piacevole appendice musicale, un concerto di “musica e parole di pace” con Paolo Predieri ed il Gruppo Jamin-à (Gianni Penazzi, Roberto Bartoli, Marcela Baros e Linda Bernard) col quale i partecipanti si sono salutati, nella convinzione che “L’inganno è nel cuore di chi trama il male, ma per chi nutre propositi di pace c’è gioia” (Prov 12:20). La gioia che derivava dall’incontro, dalla condivisione e dal confronto ma anche dal piacere di riprendere, insieme e un po’ più consapevoli, il cammino sulla strada della ricerca, dell’educazione e dell’azione per la pace.
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.” (Isaia, 2:4)
Torrenti di fango e fiumi di denaro
Il drammatico disastro ambientale registrato a Casamicciola d’Ischia, oltre che ampiamente ‘annunciato’ e prevedibile, è purtroppo l’ennesima prova di una sciagurata visione della spesa pubblica, che assurdamente privilegia ciò che distrugge gli ecosistemi rispetto a ciò che dovrebbe invece proteggerli, sanarli e promuoverli.
Non sono affermazioni ‘ideologiche’ ma semplice constatazione d’un allarmante quanto innegabile dato di fatto. Al netto delle reiterate e sacrosante proteste degli ambientalisti per il saccheggio del territorio, le speculazioni edilizie incrementate dai soliti condoni e l’assenza di una vera pianificazione urbanistica, è evidente che le priorità dei governi succedutisi in questi ultimi decenni non hanno premiato coi giusti investimenti la prevenzione ed il risanamento del territorio, bensì accresciuto ulteriormente l’impatto antropico sugli ecosistemi, mascherandolo da incentivi allo sviluppo economico.
«Le risorse finanziarie stanziate dallo Stato per la spesa primaria per la protezione dell’ambiente e l’uso e gestione delle risorse naturali secondo il Disegno di legge di Bilancio ammontano a circa 6 miliardi di euro nel 2021 (cfr. Tavola 1 in Appendice), pari allo 0,9% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato. Le stesse registrano una flessione nel 2022 e nel 2023 (0,8% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato).» [i]
Secondo la stessa fonte, negli anni 2022 e 2023 tale spesa ambientale continua ad essere finalizzata in primo luogo alla “protezione e risanamento del suolo, delle acque del sottosuolo e di superficie” e alla “ricerca e sviluppo per la protezione dell’ambiente”, rispettivamente in misura del 38,0% e del 37,1%. Però si deduce dai dati che per questi due inderogabili impegni di uno stato civile l’Italia investe poco più di 4 miliardi e mezzo, a fronte di un impegno finanziario per la difesa armata quasi 7 volte superiore. Anche in questo caso non si tratta di illazioni personali, ma di dati ufficiali.
«Le spese finali del Ministero della difesa autorizzate dalla legge di bilancio per il 2022 sono pari a 25.956,1 milioni di euro, in termini di competenza, e rappresentano circa il 3 per cento delle spese finali del bilancio dello Stato […] Le spese autorizzate dalle varie leggi di bilancio dal 2016 in poi registrano un trend in crescita in termini assoluti, con un picco nel 2022, anno in cui le spese finali del Ministero della Difesa si avvicinano ai 26 miliardi di euro» [ii].
A scriverlo nero su bianco era l’Ufficio Studi della Camera dei Deputati, che peraltro pubblicava una tabella da cui si evinceva inoltre che la spesa per la ‘Difesa’ passerà da una percentuale sul bilancio generale del 3,3% nel 2022 al 3,4 previsto per il 2024. Si precisava inoltre che tali spese sono state incrementate nel corrente anno per quanto concerne quelle in conto capitale (22,3%), rispetto a quelle ‘correnti’ [iii]. Va precisato poi che la ‘struttura di previsione della Difesa’ è stata articolata su tre ‘missioni’, fra le quali quella denominata ‘Difesa e sicurezza del territorio’ assorbe addirittura il 93% del totale previsto (oltre 24 milioni). Da notare che di questa ingente massa di risorse la gran parte è stata destinata all’Arma dei Carabinieri, che da sola si è aggiudicata il 28,1% degli stanziamenti, a fronte del 9,3 della Marina o dell11,9 dell’Aeronautica.
’Missionari’ con elmetto e mimetica…
Ma se ai dati precedenti si aggiungono un miliardo e 397 milioni di euro – stanziati per il 2022 sul bilancio del Ministero dell’Economia e Finanze (MISE) – per le ‘missioni internazionali’[iv]si arriva già ad un totale di 27miliardi e 353,6 milioni. Però lo stesso documento ricorda infine che a carico dello stesso MISE vanno attribuiti altri stanziamenti di competenza della Difesa, ed in particolare 4 capitoli che, riferendosi al programma 5 “Promozione e attuazione di politiche di sviluppo, competitività e innovazione di responsabilità sociale di impresa e movimento cooperativo”, finanziano in effetti l’ammodernamento della flotta navale ed alcuni programmi per il settore aeronautico militare (Eurofighter, Tornado, elicotteri ecc.) e per l’esercito (elicotteri, blindo Centauro ecc.).
«Il contributo complessivo di questi capitoli per il 2022– tutti relativi a spese di investimento – supera i 3 miliardi di euro, e si tratta di un importo rilevante, considerato che il totale delle spese in conto capitale del Ministero della Difesa assomma a 5,8 miliardi di euro. Si segnala, in merito, che una parte dei principali programmi di approvvigionamento dei sistemi d’arma gestiti dalla Difesa grava sullo stato di previsione del MISE, che gestisce i contributi destinati alle imprese nazionali coinvolte in questi programmi» [v].
Basta fare due conti e siamo già arrivati ad una spesa militare complessiva che supera i 30 miliardi di euro (pari a 82 milioni al giorno). Perfino una fonte molto vicina al mondo dei militari, pur limitandosi alle cifre ufficiali spettanti al Min. Dif., ha riconosciuto senza problemi che: “per ciò che riguarda il Bilancio del Ministero della Difesa nel suo complesso, la dotazione finanziaria per il 2022 è pari a 25.956,1 milioni di euro; con un aumento 1.372,9 milioni rispetto ai 24.583,2 dello scorso anno. Praticamente, tutte le voci che la compongono risultano in crescita […] Non si ricorda nulla del genere nella storia recente…»[vi].
Per un progetto ecopacifista
Ebbene, pur volendo tralasciare il discorso di fondo dei movimenti pacifisti e antimilitaristi sulla necessità di arrestare questo fiume di denaro speso per alimentare il complesso militare-industriale e le guerre che produce, riconvertendolo per finalità civili e sociali e per il risanamento ambientale come proposto ad esempio dalla Campagna nazionale ‘Sbilanciamoci’ [vii], credo che qualche considerazione generale vada comunque fatta, se non altro da semplici cittadini italiani prima ancora che da attivisti nonviolenti.
Alimentare il vorace sistema militare italiano con una spesa totale di 30 miliardi di euro vuol dire spendere oltre 82 milioni al giorno per una ‘difesa’ esclusivamente armata e militarizzata, impermeabile alle normative e largamente aperta ad interventi di dubbia costituzionalità in ambito NATO e fuori del territorio nazionale.
Ad esempio, gli stessi 80 milioni (non per un giorno ma per l’intero anno) sono stati stanziati agli enti del terzo settore – per fronteggiare l’emergenza Covid 19. [viii]
Meno ancora di quegli 80 milioni (precisamente 77,468) sono stati previsti nel bilancio preventivo del Comune di Napoli – in tutto il 2023 – per il comparto denominato ‘Istruzione e diritto allo studio’ [ix].
Tenendo conto che il costo medio della costruzione di un ospedale oscilla tra 200 e 600 milioni di euro [x] , per realizzarli occorrerebbero quindi da 3 a 8 giorni di spesa per la ‘difesa’.
Considerando che uno dei preziosi escavatori che abbiamo visto impegnati per fronteggiare l’emergenza alluvionale di Casamicciola può costare circa 20.000 euro, è facile dedurre che con il costo di un solo blindato ‘Lince’ (quasi 1, 2 milioni di euro) se ne potrebbero acquistare ben 60, indubbiamente molto più utili e funzionali.
Non voglio insistere su questo raffronto perché credo sia già chiaro che il tragico dissesto idrogeologico e gli altri gravi problemi ambientali del nostro Paese non hanno bisogno di dichiarazioni ipocrite né di opportunistiche proposte di collaborazione da parte delle strutture militari, ma di scelte chiare per una loro urgente riconversione. Non è infatti la protezione civile a dover fruire di mezzi e risorse umane della Difesa, bensì quest’ultima a dare spazio ad una componente civile, popolare e disarmata.
«Il sistema militare rappresenta in sé una minaccia all’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti evidente che il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo, sulla sicurezza e sulla salute delle comunità locali, che di fatto va a occupare, sottraendosi ad ogni controllo e al rispetto dei vincoli normativi vigenti» [xi].
Lo scrivevamo lo scorso anno noi del M.I.R., tratteggiando il nostro progetto ecopacifista, lo riconfermiamo tanto più oggi. Lo facciamo non solo di fronte all’intollerabile devastazione ambientale provocata dalla/e guerra/e ma, nel piccolo, anche al disastro che ha colpito ancora l’isola d’Ischia, risultato dello sfruttamento irresponsabile delle sue eccezionali risorse ambientali ma anche della responsabilità di chi continua a spendere denaro pubblico per un sistema di distruzione e di morte, sottraendo peraltro denaro indispensabile per proteggere e promuovere la vita, umana e naturale e per evitare la catastrofe ecologica.
Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra. Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano. Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.
E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.
Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.
Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda… Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.
Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.
Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.
È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.
Non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti. Ho finalmente davanti agli occhi il testo del protocollo d’intesa Comune-Esercito approvato dalla Giunta Comunale di Giuglianoin Campania -NA (D.G. n. 183 dell’8/11/2021), sottoscritto in pompa magna, pochi giorni dopo, dal Sindaco dott. Pirozzi e dal gen. Tota, Comandante delle Forze Operative Sud dell’Esercito Italiano. Di questa curiosa intesa tra un’amministrazione comunale e un’istituzione militare per fare educazione ambientale nelle scuole mi ero già occupato in un precedente articolo[i], sottolineando l‘assurdità (e pretestuosità) dell’iniziativa, attivata in una Città già ampiamente militarizzata, in quanto ‘ospita’ da un decennio il Comando NATO di Lago Patria per Sud Europa e Africa. I media locali avevano riportato ampiamente quella notizia, riferendo inoltre che in un Circolo didattico giuglianese già il 3 dicembre l’Esercito aveva già ‘incontrato’ trionfalmente i bambini nel corso d’un evento ispirato al suddetto protocollo[ii].
Restava però la curiosità di leggere che cosa fosse effettivamente scritto in quel documento, che stranamente non risultava allegato alla delibera che lo approvava. Consultare un documento ufficiale, si sa, non è come leggere un testo narrativo o descrittivo. Nel caso specifico, inoltre, era prevedibile che il burocratese della pubblica amministrazione, unito alla ridondanza retorica dei militari, rendesse quel testo poco scorrevole e non del tutto chiaro. In effetti, sia la delibera di giunta sia il testo del protocollo partivano da premesse generali e difficilmente contestabili (ad esempio, la volontà di “contrastare l’abbandono dei rifiuti e favorire una corretta e consapevole gestione dei rifiuti” oppure di attivare il “piano d’azione per il contrasto dei roghi dei rifiuti”), ma per motivare un’anomala intesa tra un’istituzione civica ed una militare su un terreno diverso: “un rapporto di collaborazione per la…formazione sul problema della gestione dei rifiuti”.
In un saggio precedente[iii] ho spiegato perché l’analisi critica del discorso e l’indagine sulle ‘storie’ che linguisticamente modellano la nostra realtà in senso anti-ecologico rendono l’ecolinguistica uno strumento utile per approfondire l’aspetto comunicativo del progetto ecopacifista di cui il Movimento Internazionale della Riconciliazione si è fatto promotore col suo recente libro La colomba e il ramoscello[iv].
Uno dei principali teorici dell’approccio ecolinguistico spiega che le narrazioni della realtà sono spesso viziate da elementi deformanti, come ideologie, inquadramenti, metafore, valutazioni implicite, identità, convinzioni, cancellazioni ed evidenziazioni[v]. Si tratta di espedienti comunicativi che l’analisi critica dei discorsi ci aiuta a demistificare.
Anche in questo caso mi sembra che si tratti di una ‘storia’ che merita un’analisi ecolinguistica, poiché il degrado ambientale di un territorio come la c.d. ‘Terra dei fuochi’ e lo smaltimento errato e/o abusivo dei rifiuti sono diventati il pretesto per un’operazione piuttosto ambigua, che finisce col confermare il ruolo ‘civile’ delle forze armate e la loro funzione di ‘presidio’ a tutela dell’ambiente.
È probabile che i cittadini/ed i dirigenti e docenti degli istituti scolastici di quel territorio (avvelenato per decenni dagli sversamenti illegali delle ecomafie e dalla micidiale pratica dei roghi tossici) non abbiano letto il testo integrale del protocollo. D’altra parte, anche gli articoli prodotti nel merito si saranno attenuti al comunicato che è stato diramato dal COMFOPSUD dell’Esercito[vi], sorvolando disinvoltamente su alcuni aspetti sui quali penso invece che sarebbe stato interessante soffermarsi.
È esattamente ciò che provo a fare con questo mio contributo
Incongruenze e contraddizioni comunicative
Inizio appunto analizzando un brano centrale di quel comunicato stampa.
«Lo scopo del Protocollo è educare i ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti negli Istituti scolastici, sul tema della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta e al loro conferimento. Tale progetto si inserisce nelle attività collaterali svolte dall’Esercito nell’ambito dell’Operazione “Terra dei Fuochi”, con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni alla prevenzione dei reati ambientali. La testimonianza diretta del personale dell’Esercito, impegnato quotidianamente nella “Terra dei Fuochi” per garantire un ambiente più sicuro e salubre per la popolazione, fornirà un importante contributo educativo per arginare il fenomeno».
Salta agli occhi la contraddizione tra il ruolo inizialmente indiretto dei militari nell’educazione degli alunni (attraverso la formazione degli insegnanti) e la successiva previsione di un loro intervento attivo nelle scuole (che affiora dall’uso del verbo “sensibilizzare” e dall’espressione “testimonianza diretta”).
La seconda incongruenza nasce dall’intenzionale sovrapposizione di finalità diverse, in quanto la formazione alla corretta raccolta differenziata ed il conferimento ordinario dei rifiuti non c’entra con la sensibilizzazione dei minori alla prevenzione di veri e propri reati ambientali (sversamenti abusivi e pericolosi, roghi tossici…). Dal comunicato del COMFOPSUD, quindi, emerge una immagine piuttosto opaca delle finalità di questa insolita ‘intesa’.
Più avanti il gen. Tota dichiarava: «…è fondamentale sviluppare la consapevolezza sulla gestione dei rifiuti nei giovani, del rispetto dell’ambiente in cui vivono, perché […] attraverso corretti comportamenti, potranno contribuire a ridurre e risolvere il problema”». Ma il progetto nato da questa inedita ‘collaborazione’ ha la pretesa di coinvolgere le scuole su un terreno che non dipende solo da “corretti comportamenti”, in quanto accrescere nei giovani la “consapevolezza sulla gestione dei rifiuti” non basta a “ridurre e risolvere il problema”, che ha tutt’altre cause e responsabilità.
Ma veniamo alle affermazioni della controparte ‘civile’ dell’istituzione militare, a partire dalla delibera della Giunta Comunale di Giugliano. Anche in questo caso appare evidente il tentativo di razionalizzare a posteriori una decisione assunta altrove. Nell’atto amministrativo, ad esempio, tre pagine di sovrabbondanti “premesse” e “considerazioni” servono a giustificare poco più di tre righe della parte deliberativa. Nella relazione istruttoria, ricordando che si tratta della famigerata ‘Terra dei fuochi’, si afferma l’intento dell’A.C. di «fronteggiare e contrastare l’abbandono dei rifiuti e favorire una corretta e consapevole gestione dei rifiuti», ma anche quello di svolgere «attività d’informazione e formazione…mirate sia all’educazione ambientale degli allievi, sia alla formazione degli insegnanti». Citando la fonte militare, si ribadisce che:
«l’Esercito Italiano…concorre al presidio del territorio del Comune di Giugliano in Campania, per prevenire e contrastare i reati ambientali, al fine di garantire un ambiente più sicuro e salubre per la popolazione». Si dichiara poi che Comune ed Esercito hanno manifestato la «volontà di avviare un rapporto di collaborazione tramite l’attivazione di un tavolo tecnico, finalizzato a promuovere un progetto condiviso di educazione ambientale».
Ma cosa c’entra il ruolo di monitoraggio e repressione dei reati ambientali con l’educazione ambientale dei bambini delle scuole elementari? Se quella formativa è una ‘attività collaterale’ dell’Esercito, perché in questo protocollo diventa così centrale
Sicurezza e salute: un binomio sospetto…
Fonte: Anteprima 24
Le forze armate ci tengono ad accreditarsi come istituzione democratica, ‘civile’ ed attenta alle esigenze del territorio e dei suoi abitanti. Tale narrazione fa parte dell’operazione di trasformismo mimetico dei militari [vii]e cerca di renderne l’immagine più accettabile e rassicurante, dando una spennellata di ‘verde’ alla mission del sistema militare, che viceversa ha una pesante impronta ecologica sull’ambiente.
La comunicazione che sostituisce la retorica bellicista con quella ambientalista tende ad accostare sicurezza e salute, come se la seconda dipendesse dalla prima e se la ‘sicurezza’ fosse quella che si garantisce con un controllo poliziesco e/o militare del territorio e delle comunità che vi abitano. Il fatto è che in questa parola si sovrappongono due concetti ben distinti nella lingua inglese: security e safety.
«La ‘security’ si riferisce alla protezione di individui, organizzazioni e proprietà contro le minacce esterne che possono causare danni […] generalmente focalizzata sull’assicurare che fattori esterni non causino problemi o situazioni sgradite all’organizzazione, agli individui e alle proprietà […] D’altra parte, la ‘safety’ è la sensazione di essere protetti dai fattori che causano danni» [viii].
Nelle ‘politiche securitarie’ ci si riferisce al primo dei due vocaboli inglesi, che sottolinea l’aspetto del controllo e della repressione anziché quello della prevenzione dei danni alla salute o all’ambiente. Ma nella delibera citata i due piani si confondono, mescolando aspetti preventivi (sensibilizzazione degli adulti e educazione ambientale dei minori) con quelli repressivi (‘presidio’ del territorio e ‘contrasto’ degli ecoreati). Un terzo aspetto – la ‘gestione’ in sé della raccolta e smaltimento dei RSU – ricade nelle specifiche responsabilità dell’amministrazione comunale e non ha niente a che fare con l’esercito.
Ma anche nel testo dello stesso Protocollo d’intesa[ix] si ha l’impressione che ci si arrampichi sugli specchi per legittimare una collaborazione abbastanza opinabile. Nelle due pagine e mezza di premesse si citano normative europee, nazionali e regionali e perfino il Codice Militare e le relative disposizioni regolamentari. Si afferma di voler «favorire l’assunzione di un ruolo attivo per la salvaguardia del territorio da parte dei cittadini» e di considerare gli insegnanti «canale preferenziale per trasferire la sensibilità ambientale ai ragazzi sul tema dell’educazione alla gestione dei rifiuti». Non manca naturalmente anche l’elogio dell’Esercito «che quotidianamente è alle prese con le problematiche connesse all’abbandono incontrollato dei rifiuti».
Questa pletorica e retorica premessa dovrebbe introdurre all’esplicitazione delle finalità del protocollo e delle azioni concrete che con esso si intende avviare, che viceversa restano assai vaghe (“problema della gestione dei rifiuti”, “necessità sempre più impellenti d’impegnarsi a fondo nelle operazioni di conferimento e nella raccolta differenziata”). Tant’è che all’art. 2 del documento hanno sentito il bisogno di aggiungere questa frase: «L’idea generale è quella di porre l’attenzione su alcuni punti del territorio con rifiuti abbandonati e quindi richiamare l’attenzione su comportamenti dei singoli che troppo spesso vengono fatti ricadere sulla P.A. che non gestisce il territorio».
Dal brusco cambio di registro espressivo – che da burocratico diventa quasi discorsivo – sembra trasparire una excusatio non petita più che un’effettiva precisazione su ambiti e limiti dell’intesa del Comune con l’Esercito. Non prendetevela con l’Amministrazione – si lascia intendere – poiché non si tratta di carenze istituzionali ma di comportamenti incivili ed irresponsabilità di singoli soggetti…
Narrazioni pseudo-ecologiche e ‘greening’ delle forze armate
Fonte: Scisciano Notizie
La frase appena evidenziata esemplifica una narrazione sulla ‘Terra dei Fuochi’ che rischia di cancellare tante inchieste ed analisi sulle responsabilità delle ‘ecomafie’ che pur si afferma di voler combattere. Soprattutto, si finisce col minimizzare l’impatto di un modello di produzione e distribuzione di per sé antiecologico, in quanto energivoro, fondato su un consumismo sfrenato e produttore di un’ingestibile mole di rifiuti, spesso tossici per l’ambiente. Comportamenti poco responsabili o addirittura illeciti dei singoli hanno sicuramente un peso sulla tragica vicenda dell’inquinamento di quel territorio. Sarebbe però una pericolosa banalizzazione della realtà se si alimentasse solo quella ‘storia’, sorvolando sulle enormi responsabilità di chi, da decenni smaltisce illegalmente rifiuti tossici e di chi non ha saputo rispondere adeguatamente ad un’emergenza ambientale e sanitaria che si è di fatto trasformata in un ‘biocidio’.
«Ne è nata una mappa di rischio nei 38 Comuni di quel circondario dove più alta è stata l’incidenza degli sversamenti illeciti. Nei centri interessati dall’indagine, che insistono su 426 chilometri quadrati e su cui è competente la Procura di Napoli Nord, sono stati individuati 2.767 siti di smaltimento illegale. Più di un cittadino su tre – nel dettaglio il 37% dei 354mila residenti nei 38 Comuni – vive ad almeno 100 metri di distanza da uno di questi siti, esponendosi a una “elevatissima densità di sorgenti di emissioni e rilasci di composti chimici pericolosi per la salute umana”.»[x]
Per quanto riguarda l’impegno delle Parti (art. 3 del Protocollo cit.), i cinque punti a carico del COMFOPSUD sono:
«a)organizzare, presso le istituzioni scolastiche che saranno indicate dal Comune di Giugliano, attività d’informazione attraverso la testimonianza diretta di personale militare impegnato nell’Operazione ‘Terra dei Fuochi’ per sensibilizzare gli studenti sul tema delle buone pratiche ambientali […]illustrare l’azione svolta dall’Esercito per il contrasto e il contenimento del fenomeno dei roghi e dello sversamento illecito dei rifiuti […] b)concorrere, mediante seminari di approfondimento, a formare gli insegnanti sulle attività educative relative alla gestione dei rifiuti…».
I tre punti successivi (c – d – e) si riferiscono ad attività collaterali dell’Esercito (compresa la ‘promozione’ del progetto attraverso i propri canali di comunicazione istituzionale).
Ebbene, leggendo il brano citato emerge ancora una volta l’ambigua sovrapposizione di due ruoli formativi ben diversi – uno diretto e l’altro indiretto – che sarebbero dovuti rimanere distinti. Da un lato, infatti, si prevede un discutibile intervento dei militari dentro le scuole, qualificato come ‘testimonianza’ ma sostanzialmente un’auto-promozione. Dall’altro si parla di ruolo nella formazione degli insegnanti, ma attraverso un soggetto terzo: tre docenti dell’Università di…Padova.
In questa Intesa il ruolo del Comune di Giugliano appare piuttosto scialbo e meramente burocratico. Si tratta d’individuare i plessi scolastici dove svolgere le attività progettuali; di promuovere la partecipazione del personale scolastico coinvolto; di diffondere tali “opportunità educative e didattiche” e le finalità del Protocollo a livello locale e, ovviamente, di partecipare al Tavolo inter-istituzionale. Compiti prevalentemente amministrativi, dai quali traspare che il progetto per il quale si è sottoscritta un’intesa con l’Esercito è calato dall’alto più che rispondente alle reali esigenze manifestate dal mondo della scuola.
Considerazioni e valutazioni ecopacifiste
Fonte: Report Difesa
Come si vede, l’analisi critica di un testo – pur poco appassionante come un protocollo d’intesa… – può comunque servire a chiarire il ‘discorso’ cui tale iniziativa sembrerebbe funzionale. Mentre l’amministrazione comunale prova ad arroccarsi in una posizione difensiva di ‘autotutela’ (come se il suo compito istituzionale fosse il semplice coordinamento dell’intervento altrui), dal documento emerge per contro il ruolo proattivo dell’Esercito, che propone una narrazione accattivante di sé, come soggetto imprescindibile nella tutela della sicurezza ambientale, in entrambi le accezioni del termine.
L’analisi critica del discorso, finalizzata ad una lettura in chiave ecolinguistica di questo specifico caso in esame, ne mette in evidenza alcuni aspetti che rischiano di essere trascurati se ci si ferma al fatto in sé. Provo quindi a sintetizzare – utilizzando le categorie tipiche dell’analisi ecolinguistica – quanto è emerso finora dall’analisi dei documenti relativi ad un’intesa apparentemente banale tra il Comune di Giugliano ed il Comando Sud dell’Esercito Italiano.
IDEOLOGIA: credo che questa operazione faccia parte d’una complessiva strategia (espressione non casuale…) che afferma la centralità dell’intervento degli organi preposti al compito di ristabilire l’ordine di far rispettare le leggi. Ma poiché in una società democratica la prevenzione e l’educazione dovrebbero prevalere sulle azioni di natura repressiva, ecco che ad occuparsi dell’aspetto formativo si propongono quegli stessi organi – giudiziari e militari – votati al presidio in armi e al law enforcement. L’idea di fondo cui s’ispirano è che l’autorevolezza dell’intervento – anche quello preventivo – sarebbe garantita solo da un soggetto in divisa, con una veste ‘ufficiale’, abilitato a passare se necessario anche alla fase due, quella repressiva.
INQUADRAMENTI: Stibbe chiama framings le narrazioni che utilizzano un ‘pacchetto di conoscenze’ relative ad un certo ambito della nostra vita per strutturare ed ‘inquadrarne’ un altro. Nel caso in esame, al tradizionale framing delle forze armate come istituzione garante della sicurezza (security) da nemici e pericoli esterno, viene sovrapposta strumentalmente la loro pretesa funzione ‘civile’ di garanti anche della sicurezza (safety) dei cittadini, nonché della salubrità del loro ambiente di vita.
METAFORE: nel comunicato stampa, nella delibera e nel protocollo d’intesa non compaiono vere e proprie metafore, trattandosi di documenti scritti con un codice politico-amministrativo e non certo narrativo. Ciò nonostante, si coglie la ricorrente immagine retorica dei militari come ‘testimoni’ diretti, impegnati quotidianamente nell’azione, e perciò stesso considerati formatori credibili e affidabili.
VALUTAZIONI: sono quasi sempre presentate in forma implicita, ma pesano molto sul discorso. Nel nostro caso, dai testi affiorano inespressi elementi valutativi riferibili sia alla popolazione locale, sia agli operatori della scuola. I cittadini, infatti, andrebbero ‘sensibilizzati’ alla corretta raccolta e smaltimento dei rifiuti, lasciando intendere che la loro sensibilità in materia sia piuttosto limitata. Nei confronti dei giovani, in particolare, si afferma che bisogna svilupparne la ‘consapevolezza’, dando quindi per scontato che essa non sarebbe ancora sufficiente. Nei riguardi degli insegnanti, infine, si sostiene la necessità della loro ‘formazione’, sottintendendo che il loro impegno nell’educazione ambientale non sarebbe abbastanza rilevante, ragion per cui necessiterebbe di ulteriori stimoli e di un ‘tutoraggio’ esterno.
IDENTITÀ: dalla cooperazione tra Comune ed Esercito ipotizzata dal Protocollo d’intesa, come si è visto, emerge piuttosto sbiadita l’immagine identitaria del primo come garante istituzionale della salute e dell’igiene della comunità amministrata, laddove invece risulta sottolineata l’identità ‘civica’ e ‘verde’ del secondo, cui si riconosce di fatto un ruolo centrale anche nella difesa della sanità pubblica, peraltro già ampiamente esaltata dall’emergenza pandemica.
CONVINZIONI: nell’analisi ecolinguistica si tratta di convincimenti radicati, che strutturano ‘storie’ secondo le quali “una particolare descrizione del mondo è vera, incerta oppure falsa”[xi]. Essi sono generalmente impliciti, come quello secondo il quale chi è impegnato in prima persona in azioni rischiose come quelle militari lo fa solo per spirito di servizio alla collettività, per cui va ascoltato e rispettato. Un secondo convincimento insidioso, ma purtroppo diffuso, è che la responsabilità dei danni ambientali vada ascritta allo scarso civismo di tante persone, in secondo luogo alle intenzioni criminali di alcuni delinquenti e, solo per ultimo, ad un modello economico dato come imprescindibile, che si basa sullo sfruttamento delle risorse ambientali ma di cui si preferisce condannare solo la negatività degli ‘eccessi’.
CANCELLAZIONI: le ‘storie’ che ci vengono propinate da chi detiene il potere e condiziona pesantemente la comunicazione pubblica sono viziate anche dalla tendenza ad espungere strumentalmente alcuni aspetti ‘scomodi’. Nel caso del complesso militare-industriale, ad esempio, si sottace che è uno dei maggiori inquinatori a livello globale e che la sua impronta ecologica – in guerra come in pace – è semplicemente disastrosa. Però il fatto che uno dei principali autori della devastazione ambientale si presenti come garante della salute e dell’integrità ambientale sarebbe inaccettabile, per cui si preferisce ‘cancellare’ quelle storie di distruzione ed inquinamento, per contro esaltando retoricamente l’improbabile ruolo ‘ambientalista’ dei militari.
EVIDENZIAZIONI: sono l’altra faccia della medaglia. L’insistenza dei documenti citati su verbi come ‘formare’, ‘prevenire’, ‘sensibilizzare’ e ‘testimoniare’ fa da ovvio contraltare al colpevole silenzio su aspetti assai meno edificanti della presenza delle forze armate, come la crescente militarizzazione del territorio, l’elusione dei controlli sul rispetto delle norme ambientali ed il pesante inquinamento dell’aria, del suolo, dei mari e perfino dell’etere. Per non parlare della sottrazione di risorse utilizzabili per finalità collettive e della pretesa di sostituirsi (o comunque sovrapporsi) ad istituzioni civili in funzioni di natura non militare.
Concludendo, va precisato che la vicenda illustrata in questo mio contributo non è certo un caso isolato né una storia più assurda e paradossale di altre, caratterizzate dalla progressiva invasione militare di terreni una volta solo ‘civili’, col risultato di una strisciante militarizzazione della società e della cultura. L’intervento sempre più frequente di esponenti delle forze armate dentro le istituzioni – come pure la tendenza di molte autorità scolastiche ad autorizzare ‘visite didattiche’ egli allievi/e a basi militari, caserme ed impianti comunque di natura bellica – è uno degli aspetti più riprovevoli di questa pesante impronta militare.
La Campagna Nazionale ‘Scuole Smilitarizzate’[xii] – rilanciata nel 2020 dal Movimento Internazionale della Riconciliazione e da Pax Christi Italia – si propone appunto di denunciare e contrastare l’invadenza delle realtà militari. Ma senza la collaborazione attiva del mondo della scuola ciò sarà molto difficile. Ecco perché partire dall’analisi linguistica e dalla comunicazione può essere un importante stimolo in tal senso.
Ecco perché partire dall’analisi linguistica e dalla comunicazione può essere un importante stimolo in talsenso, contrapponendo al suo interno programmi di educazione alla pace e veri percorsi di educazione ecologica.
Giugliano in Campania – dopo Napoli il comune più popoloso dell’omonima Città Metropolitana – è l’erede dell’osca e poi romana Liternum, che abbracciava un vasto territorio dell’allora fertile Campania Felix, affacciato sul litorale domizio e caratterizzato dallo storico Lago Patria. Ma già dal tempo della occupazione di quel territorio da parte dei veterani della II guerra punica e del loro stratega, Publio Cornelio Scipione detto l’Africano, quella località sembra essere stata condannata ad essere una colonia militare. Infatti, quando nel 2012 il Comando per il Sud Europa e l’Africa della NATO (JFC – Joint Forces Command) si è trasferito “armi e bagagli” da Bagnoli sulle sponde dello scipionico Lago Patria, la città di Giugliano in Campania sembra essere definitivamente diventata ciò che gli americani definiscono come una military town[i]. Con tutte le conseguenze sociosanitarie e socio-ambientali del caso, che vanno dall’inquinamento elettromagnetico all’incremento della circolazione veicolare, dalla iperproduzione di rifiuti da smaltire all’impossibilità di monitorare i parametri ambientali in una cittadella extraterritoriale e per di più coperta dal segreto militare.
“È NATO nu criaturo ô Laco Patria” – ironizzavo allora in un articolo [ii] – sottolineando come quel mega-comando ‘alleato’ invadesse 330.000 m2 di terreno giuglianese già infiltrato dalla camorra, cementificandoli con 282.000 m3 di edifici su 6 piani, di cui 2 prudenzialmente interrati. Insomma, una sede ‘strategica’ in ogni senso, popolata da circa 3.000 addetti militari e civili, corredata da un minaccioso complesso di radar e protetta da bunker ed avveniristici sistemi di cyber-sicurezza. Il costo dell’occupazione militare da parte di quel “fastidioso NeoNato” [iii] si aggirò allora sui 200 milioni di euro, integrati da 14 milioni di stanziamenti statali e regionali, destinati al Comune ospitante per finanziarvi opere infrastrutturali. Evidentemente grata per tali sostanziose ‘compensazioni’ economiche – ma purtroppo molto meno preoccupata dell’impatto della maxi-base sul suo già complicato equilibrio ambientale – Giugliano ha ribadito la sua natura di military town con ripetute dimostrazioni di servilismo verso i nuovi e potenti padroni. In questo decennio, infatti, si sono moltiplicate ‘spontanee’ visite d’intere scolaresche giuglianesi e qualianesi al quartiergenerale di Lago Patria [iv], come pure gli incontri nelle classi con generali ed ammiragli ed altre visite di “buon viciNATO” da parte di ufficiali del JFC al Municipio ed alla locale struttura ospedaliera [v].
Inoltre, le amministrazioni comunali da allora succedutesi ‘patriotticamente’ si sono date da fare a ribadire la loro devozione anche alle nostre forze armate, stipulando specifici accordi e favorendo apertamente l’infiltrazione dei militari negli istituti scolastici giuglianesi. L’ultimo esempio, in data11.11.2021, si è avuto quando Pirozzi, l’attuale Sindaco, ha sottoscritto col generale Tota, numero 1 del Comando Forze Operative Sud, un protocollo d’intesa con lo scopo di: «…educare i ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti negli Istituti scolastici, sul tema della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta e al loro conferimento […] con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni alla prevenzione dei reati ambientali» [vi].
Ebbene, che i militari – da sempre responsabili della pesante impronta ecologica su territori sottratti ai controlli ambientali e, anche in tempo di ‘pace’, fonte d’inquinamento di aria, acqua e suolo – si presentino come esperti nel campo dell’educazione ambientale è di per sé grottesco e paradossale. Ma che sia stato un ente locale, a nome d’una comunità civile, ad affidare loro questo compito, autorizzandoli ad entrare nelle proprie scuole con la patente di formatori a ‘buone pratiche’ ambientali, appare ancor più grave e deplorevole. Il sindaco di Giugliano ha dichiarato che: «…la collaborazione con i militari dell’Esercito in materia di controllo e di tutela ambientale è stata finora molto proficua […] si procede in questa direzione coinvolgendo anche le famiglie attraverso i ragazzi, col sostegno importantissimo delle scuole, a sostegno anche delle tante attività che il Comune sta mettendo in campo per migliorare la qualità della vita in città» [vii]. Francamente non so quanti Giuglianesi se ne siano accorti, ma è lecito dubitarne…
Perfino Scipione l’Africano non avrebbe condiviso affermazioni così azzardate, con cui si cerca di razionalizzare un’operazione di dubbia legittimità (quali specifiche competenze didattiche ha un’amministrazione comunale, fatta salva quella istituzionale sugli immobili scolastici?) e che appare comunque molto discutibile, trattandosi d’un atto autonomo della Giunta e non del risultato di una discussione consiliare. Del resto proprio Scipione, lo stratega delle guerre puniche, secondo Tito Livio [viii] avrebbe affermato: “Nullum scelus rationem habet”, traducibile con: “nessun misfatto ha una scusante”. Come docente ecopacifista e come responsabile nazionale e locale dell’associazione ambientalista VAS e del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ho richiesto ufficialmente al Sindaco copia del suddetto protocollo d’intesa con l’Esercito Già in un precedente comunicato stampa avevo espresso la netta contrarietà di chi si oppone alla militarizzazione della scuola, contrapponendovi progetti di educazione alla pace, alla difesa civile ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti.
Ed infatti non ci sono scusanti per un’azione d’indottrinamento militare rivolto a bambini delle elementari e ragazzini delle medie, col pretesto d’insegnargli come si fa la raccolta differenziata oppure di fargli sapere quanto sono belle e moderne le tecnologie informatiche dei registi delle guerre a distanza. Come promotori della Campagna nazionale “Scuole Smilitarizzate” [ix] ci siamo adoperati già dallo scorso anno per denunciare ed arginare la pervasiva azione propagandistica delle forze armate nelle scuole italiane. Ma mentre a causa delle restrizioni sanitarie è stato quasi impossibile svolgere iniziative antimilitariste, recentemente in Campania gli artificieri dell’Esercito sono andati nelle scuole “a sensibilizzare i più piccoli all’uso sicuro dei fuochi d’artificio” [x] o a “raccontare ai piccoli alunni le particolarità dell’Esercito Italiano” [xi]. In Sicilia, addirittura, la direzione scolastica regionale ha stipulato “un protocollo d’intesa di durata triennale con l’Esercito italiano per consentire lo svolgimento delle attività di alternanza scuola-lavoro in alcuni dei reparti militari presenti nell’Isola” [xii]…!
Come possiamo chiudere gli occhi, poi, sulla subdola strategia dell’emergenza, grazie alla quale i militari stanno infiltrando tutti i settori della società, dalla sanità alla protezione civile, dai trasporti alla pubblica sicurezza, abituandoci ad un’assurda ‘normalità’ fatta di mimetiche, stellette e mitra spianati? Come possiamo digerire trasmissioni come “La Caserma” e altre subdole evocazioni d’una società improntata alla disciplina militare? Come giustificare che, di fronte a disservizi nei trasporti o ai cumuli di rifiuti, ci sia sempre qualcuno che giunge a invocare l’intervento dell’esercito? Bisogna dunque resistere a queste pericolose tentazioni autoritarie e militariste, contrapponendovi la controinformazione ed opportune campagne di educazione alla pace, al disarmo ed alla smilitarizzazione del territorio. Facciamolo per noi, ma soprattutto per i nostri ragazzi/e, se non vogliamo ritrovarci ai tempi cupi del “libro e moschetto”.