Lacreme napulitane…

Un sondaggio… particolarmente ‘fastidioso’?

Sta circolando sul web un sondaggio dal quale emerge che il dialetto che risulta più ‘antipatico’ agli italiani – inopinatamente – sarebbe quello di Napoli.[i] Prima di passare al commento su questa inchiesta, consentitemi però di fare una premessa, anzi due.

 1. Personalmente ritengo che il termine ‘dialetto’ non sia appropriato quando si tratta di idiomi – come appunto il Napolitano – che abbiano una valenza e diffusione assai più ampia di quella che suggerirebbe il nome e che, per di più, hanno un’antica e nobile tradizione letteraria e di studi. Ritengo comunque inutile e fuorviante farsi trascinare in una vecchia e strumentale querelle su ciò che sia o meno ‘lingua’, a meno che al temine ‘dialetto’ non s’intenda attribuire particolari connotazioni negative o discriminanti.

2. Nei miei corsi, e quindi anche in questa nota, utilizzo e continuerò ad usare la versione ‘Napolitano’, poiché quella italianizzata, sebbene ordinariamente praticata, è palesemente scorretta. Infatti, –poli, il suffissoide greco utilizzato in altri toponimi italiani (Gallipoli, Empoli, Tripoli, Costantinopoli etc.) nella formazione di un aggettivo è ordinariamente seguito dal suffisso -itano e non certo –etano (Gallipolitano, Empolitano, Tripolitano, Costantinopolitano…).

Tanto premesso, torniamo alla sorprendente ’rivelazione’ diffusa dal sito web di Preply.  Si tratta di un’azienda che si occupa dell’insegnamento delle lingue, nata 2012 in Ucraina ma attualmente diffusa tutto il mondo. Una ”piattaforma globale di apprendimento[ii] che coordina più di 50.000 insegnanti qualificati per lezioni online, rivolti a singoli e ad aziende. Ebbene, Preply si promuove l’apprendimento d’un vastissimo repertorio di lingue (compreso turco, cinese e giapponese), però non risulta che abbia maturato in questi anni specifiche competenze ed interessi anche in campo dialettologico. Ciononostante, ha commissionato un sondaggio in materia a un non menzionato istituto di ricerca di mercato, il cui quesito era: “Quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?”.

Sorge spontanea, a questo punto, una domanda sia sulla finalità di tale indagine, visto che l’azienda in questione non sembrerebbe orientata ad insegnare dialetti o lingue regionali, sia sulla strana modalità con cui essa è stata condotta, chiedendo agli intervistati quali dialetti detestino anziché quali amerebbero conoscere, come ci si aspetterebbe da un sondaggio ‘di mercato’.

Una secondo interrogativo, altrettanto ovvio, riguarda la validità e significatività di siffatta inchiesta, sul piano della metodologia statistica impiegata e circa le conclusioni che se ne possono effettivamente trarre.

Quali dati emergono da quell’indagine?

«Questo sondaggio è stato condotto da un istituto di ricerca di mercato indipendente per conto di Preply. Al sondaggio hanno partecipato 1000 persone, il 48% di sesso maschile e il 52% di sesso femminile, di età superiore ai 18 anni. Il sondaggio ha avuto luogo tra il 14 e il 15 febbraio 2024.La domanda posta nel sondaggio è stata: “quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?” alla quale era possibile fornire fino a tre risposte. Le risposte possibili erano: Dialetto napoletano, Dialetto sardo, Dialetto siciliano, Dialetto veneziano, Dialetto lombardo, Dialetti piemontesi, Dialetti dell’Italia centrale (Dialetto umbro, Dialetto marchigiano, romanesco), friulano, Dialetto toscano, Dialetti emiliano-romagnoli, Dialetto ligure, Nessuna delle precedenti o Non esiste un dialetto che io trovi particolarmente fastidioso»[iii].

Posto così il quesito, l’interesse dell’indagine sembra rivolto prevalentemente alla conoscenza di quali, tra le 11 forme dialettali prese in esame, risultino meno apprezzate, ricavando solo a contrario quali sarebbero, invece, i dialetti più apprezzati e graditi.  Sul podio di questi ultimi ci sono – nell’ordine – quelli liguri, emiliano-romagnoli e toscani. Viceversa, la classifica di quelli che i 1000 intervistati hanno dichiarato di considerare addirittura ‘fastidiosi’ vede incredibilmente in testa quelli parlati in Campania, Sicilia e Sardegna.

«Il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dagli intervistati. Quasi un intervistato su quattro [25%] ha votato il napoletano come uno dei dialetti che meno apprezza. Anche tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità: circa un quarto degli intervistati nel capoluogo campano non apprezza particolarmente il dialetto della sua città. Secondo l’analisi il dialetto napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque [20%] ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto» [iv].

Gli italiani, secondo la citata inchiesta, proverebbero ‘fastidio’ anche per il sardo (l’11,4% non l’apprezza) e per il siciliano (che non piace al 10,5% degli intervistati), con la particolare sottolineatura che queste tre ‘lingue regionali’ [v] sarebbero sgradite proprio nelle loro sedi naturali, cioè Napoli, Cagliari e Palermo, confermando la famosa locuzione evangelica resa in latino con “nemo propheta in patria”. [vi]  Ma le cose stanno davvero così? È sufficiente un campione di 1000 intervistati di oltre 18 anni (48% maschi e 52% femmine), per trarre conclusioni apprezzabili sul piano statistico e scientifico? E, soprattutto, che senso ha l’aver chiesto quali dialetti le persone interpellate considerino ‘particolamente fastidiosi’, dal momento che in tal modo non si utilizza un parametro chiaramente individuabile e valutabile?

Che cosa ci dicono gli studi in materia?

In questi anni, peraltro, non sono mancate serie indagini statistiche sull’effettiva persistenza dei dialetti nelle varie fasce della popolazione italiana, per mettere in luce se e in che misura la nostra lingua nazionale sia davvero diventata ovunque l’espressione verbale comune, ma anche per rilevare quanto in Italia si registri tuttora una significativa variabilità in proposito, nelle diverse situazioni regionali e socioculturali. Una delle ricerche più recenti in materia è stata pubblicata nel 2017 dall’ISTAT ed ha quindi un’indubbia autorevolezza. Dalla lettura di quei dati apprendiamo, ad esempio, che:

«Nel 2015 si stima che il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto […] Per tutte le fasce di età diminuisce l’uso esclusivo del dialetto, anche tra i più anziani, tra i quali rimane comunque una consuetudine molto diffusa: nel 2015 il 32% degli over 75 parla in modo esclusivo o prevalente il dialetto in famiglia (erano il 37,1% nel 2006)» [vii].

Sul piano geografico, ci informava l‘indagine ISTAT, l’uso abituale e diffuso del dialetto nel 2015 persisteva principalmente nelle regioni meridionali, particolarmente in Sicilia (26,6%), Calabria (25,3%) e Campania (20,7%). Nello specifico, l’espressione dialettale restava molto frequente in contesti relazionali e familiari, giungendo addirittura alla percentuale del 75,2% in Campania.

È probabile che, a distanza di circa dieci anni, quei dati risultino meno attuali e significativi, ma sembra indubbio che il triangolo della persistenza nell’uso del dialetto resti principalmente legato a quelle tre regioni meridionali, laddove le rispettive espressioni linguistiche sono ancora apprezzate e praticate, pur con una marcata tendenza alla convivenza (e commistione) con l’Italiano. Tale fenomeno socio-linguistico è stato indagato soprattutto nell’area di Napoli [viii].

«In questa situazione demografica è dunque rimasta stabile una consistente presenza di gruppi familiari e sociali che, per dirla semplicemente, hanno continuato abitare dov’erano prima, spesso continuando a parlare come parlavano prima. Pertanto più che altrove è stata possibile la trasmissione alle nuove generazioni delle abitudini linguistiche familiari» [ix].

Ma allora come mai l’indagine condotta da Preply indica proprio il Napolitano come il ‘dialetto’ più sgradito non solo agli italiani, ma perfino agli stessi napolitani? Che fine ha fatto la ‘vitalità’ di questo idioma, tuttora molto popolare fuori dell’Italia e veicolo dell’illustre tradizione civile e culturale di cui, proprio in questo periodo, ci prepariamo a celebrare i 2500 anni?

Dalla ricerca condotta per quella piattaforma internazionale di formazione linguistica apprendiamo che le lingue locali più amate e praticate sarebbero solo quelle parlate in Liguria, Emilia-Romagna e Toscana, ma perfino nelle Marche.

«Per quanto riguarda le città che mostrano un forte attaccamento al proprio dialetto dalla nostra analisi emerge che a Genova non vi è nessuna opinione negativa riguardo al dialetto locale, solo il 2,7% degli abitanti di Ancona non apprezza particolarmente il dialetto marchigiano, mentre soltanto il 6,3% dei bolognesi non gradisce il dialetto emiliano-romagnolo» [x].

Qualche osservazione finale

Da fautore d’un approccio alla comunicazione nonviolento ed ecolinguistico [xi], mi rallegro dell’attaccamento mostrato dai genovesi nei confronti della loro madrelingua o dagli anconetani e bolognesi verso le proprie espressioni locali. La tutela e valorizzazione delle nostre multiformi realtà linguistiche, infatti, non vanno scambiate con una tendenza ‘identitaria’,conservatrice se non retrograda, bensì intese come salvaguardia della diversità culturale in un periodo contrassegnato dall’omologazione e dalla cancellazione delle differenze, agevolando il dominio di un’artificiale ’neolingua’ e di ‘monoculture della mente’[xii]

Ciò premesso, non riesco a comprendere senso e funzione di un’indagine che mira invece a mettere in evidenza proprio le idiosincrasie degli italiani nei confronti delle espressioni linguistiche locali non ancora eliminate da quel processo di omologazione, additando specificamente Napolitano, Sardo e Siciliano come i ‘dialetti’ più sgraditi, peraltro senza approfondire le motivazioni di tale supposta ‘antipatia’. L’ambivalenza di questa ricerca affiora inoltre quando la stessa Preply sottolinea, viceversa, l’importanza della varietà linguistica italiana, ritenendola un fattore positivo per lo stesso italiano.

«La ricchezza e l’eterogeneità dei dialetti italiani rivendicano un posto essenziale nella società contemporanea e il riconoscimento delle varianti linguistiche regionali apporta un contributo significativo al tessuto culturale. Ogni dialetto, indipendentemente dalla sua popolarità, è un tesoro che merita tutela.

Inoltre va sottolineato quanto le espressioni dialettali arricchiscono il lessico dell’italiano standard […] Questi termini dialettali conferiscono al mosaico della lingua italiana una varietà unica» [xiii].

Non sono affetto da alcun complesso che m’induca a difendere a spada tratta la lingua napolitana, che particolarmente apprezzo e di cui da un trentennio mi adopero a diffondere una corretta conoscenza. Mi riesce comunque difficile accettare ciò che emergere dall’indagine in questione, alla luce dell’indiscutibile popolarità e diffusione del Napulitano rispetto a forme linguistiche più localizzate e meno ricche di cultura, con tutto il rispetto per lo Zeneize e l’Anconetano.

Consiglierei pertanto alla dirigenza di Preply (capeggiata da due rampanti imprenditori ucraini, che nel giro di 6 anni sono riusciti ad attirare finanziamenti per varie decine di milioni di dollari da svariate corporations multinazionali [xiv]) di continuare ad occuparsi dell’insegnamento delle lingue nazionali, evitando però di scendere su un terreno che non mi pare sia loro confacente.   


NOTE

[i][i] Cfr. https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/

[ii] Cfr. https://preply.com/it/chi-siamo

[iii] https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/ cit. (sottolineature mie)

[iv] Ibidem

[v]  Cfr. a tal proposito, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992, il cui testo italiano è in:  https://rm.coe.int/168007c095 protette#:~:text=Le%20%E2%80%9Clingue%20regionali%20o%20minoritarie,i%20di%20quello%20Stato%20e

[vi] Il testo evangelico, in effetti, è un po’ differente. Cfr. Mt 13:57 Mc 6:4 (“Οκ στιν προφήτης τιμος ε μ ν τ πατρίδι ατο κα ν τ οκίᾳ ατο) e Gv 4:44 (“… προφήτης ἐν τῇ ἰδίᾳ πατρίδι τιμὴν οὐκ ἔχει”)

[vii] ISTAT (2017), L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. pag. 1. https://www.istat.it/it/files/2017/12/Report_Uso-italiano_dialetti_altrelingue_2015.pdf  . Cfr anche l’articolo: D. Facchini (2018), “L’inattesa vitalità dei dialetti d’Italia. Nuovo interesse oltre i pregiudizi”, Altraeconomia. https://altreconomia.it/dialetti-italiano/

[viii] A tal proposito, risultano utili gli approfondimenti condotti, anche con ricerche sul campo, da alcuni studiosi di dialettogia.come nel caso di: Nicola De Blasi (2017), Saggi linguistici sulla storia di Napoli, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria.

[ix] Nicola De Blasi – Francesco Montuori (2020), Una lingua gentile – storia e grafia del napoletano, Napoli, Cronopio, pag. 85

[x] Preply, sondaggio cit.

[xi] Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni

[xii] Cfr. Vandana Shiva (1995), Monocolture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, Torino, Bollati Boringhieri

[xiii] Preply, sondaggio cit.

[xiv] Nel loro sito web aziendale si citano: Point Nine Capital, RTAventures, Full In Partners, Inovo Venture, OWL Ventures, Diligent Capital, Hoxton Ventures e Horizon Capital

© 2024 Ermete Ferraro


Etimostorie #15: SICUREZZA

Uno dei vocaboli più frequentemente usati nei discorsi pubblici e nella comunicazione mediatica, ma anche nelle conversazioni private, è sicurezza. In nome di questa parola/concetto, le nostre società stanno diventando sempre più propense a adottare misure di prevenzione e repressione di tutto ciò che le minaccerebbe, col paradossale risultato di farci vivere in un costante clima di allarme e d’insicurezza. [i]

Se cerchiamo il significato autentico del termine, scopriamo che l’aggettivo originale latino securus era caratterizzato dal prefisso disgiuntivo se– (indicante separazione, privazione) unito a cura, indicante ogni forma di preoccupazione, dubbio, pericolo, difficoltà.[ii]  Ne consegue che una persona sicura dovrebbe sentirsi tranquilla, priva di preoccupazioni ed affanni. Allo stesso modo, una situazione o una realtà concreta dovrebbe essere così indicata quando non susciti ansietà in chi la vive. La ‘sicurezza’, etimologicamente parlando, rappresenterebbe dunque uno stato emotivo, una condizione interiore, di assoluta mancanza di stimoli negativi o, quanto meno, una certa indifferenza nei loro confronti.

«Securitas‘ era la dea romana che personificava la sicurezza, soprattutto quella dell’Impero Romano. Veniva raffigurata sulle monete, spesso con le sembianze di una donna appoggiata ad una colonna, per infondere calma e tranquillità in senso propagandistico, soprattutto nei periodi più insicuri dell’Impero […] Quindi in tale resoconto la ‘securitas’ sembra incarnare quella disattenta indifferenza che Tacito definisce ‘inhumana securitas’, quale disumana mancanza di ogni cura, fondata sull’assenza di ogni discernimento di bene o di male, capace di trascinare con sé ogni senso di responsabilità collettiva o individuale…». [iii]

Questa accezione negativa della parola, senza dubbio meno frequente, ci porterebbe a considerazioni più generali sulla cultura individualista che permea anche la nostra società, in cui sentirsi ‘sicuri’ troppo spesso vuol dire evitare di guardarsi intorno, esorcizzando i problemi e le difficoltà altrui per chiudersi nel proprio egoistico ‘particulare’.

Tornando però al significato positivo di ‘sicurezza’, obiettivo perseguito da quasi tutti coloro che aspirano ad una esistenza più tranquilla e serena, teniamo comunque presente che, se dovessimo tradurre in inglese questa parola italiana, dovremmo scegliere tra due vocaboli: safety e security, il cui senso è piuttosto differente.

«Per comprendere bene la differenza tra Safety e Security, l’elemento fondamentale è l’intenzione. La security si concentra sulla prevenzione e il contrasto di atti dannosi. Si tratta quindi di combattere azioni, spontanee o deliberate, che hanno l’intenzione di nuocere […] Esempi: furto, frode, aggressione, incendio doloso. La safety designa invece tutti i mezzi di prevenzione e di intervento contro i rischi accidentali che possono arrecare danno a persone e cose, ma la cui origine è sempre involontaria. Esempi: calamità naturali, incidenti sul lavoro, incendi elettrici, perdite d’acqua…». [iv]

Non mi sembra una distinzione da trascurare, visto che in questo caso (come accade per altri concetti ben distinti in inglese ma racchiusi in un solo vocabolo italiano, come i binomi policy/politics o economy/economics) la differenza conta non poco quando si tratta di fronteggiare situazioni d’insicurezza niente affatto univoche. Che si tratti di minacce intenzionali e dolose ovvero di rischi accidentali ed involontari, dovremmo comunque adottare misure preventive adeguate. Fatto sta che le persone sembrano solitamente preoccupate della loro security molto più che della loro safety, per cui la loro attenzione sembra concentrarsi maggiormente sulle possibili minacce alla propria sicurezza personale. Spesso, invece, si trascurano gli interventi preventivi nei confronti di eventi considerati accidentali (come alcune disastrose calamità naturali), quasi sempre frutto della nostra quotidiana e colpevole incuria nei confronti dell’ambiente naturale.

Il vocabolo inglese safety, viceversa,ci rinvia etimologicamente al fondamentale concetto di ‘salvezza’, ossia d’integrità, che ha un profondo significato se rapportato alla salvaguardia dei delicati equilibri ecologici o, per usare un lessico religioso, dell’integrità del creato.

«‘Safety’, inizio XIV secolo, savete, “libertà o immunità da danno o pericolo; uno stato o condizione illeso o non danneggiato”, dal francese antico sauvete, salvete “sicurezza, salvaguardia; salvezza; sicurezza, fideiussione”, in precedenza salvetet (XI secolo, francese moderno sauveté), dal latino medievale salvitatem (nominativo salvitas) “sicurezza”, dal latino salvus “illeso, in buona salute, sicuro” (dalla radice PIE *sol- “intero, ben tenuto”). Da fine XIV secolo, (inteso) come “mezzo o strumento di sicurezza, una salvaguardia».[v]

L’aggettivo sicuritario – neologismo spesso utilizzato nel lessico politico – viene tradotto dalla Treccani con: “Finalizzato al mantenimento della sicurezza sociale e dell’ordine pubblico[vi], esprimendo una visione in cui alla legittima ed auspicabile ‘cura’ – nel positivo senso di solidale attenzione per il bene comune, racchiuso nel milaniano I Care – si sostituisce una preoccupata e preoccupante volontà di occhiuto controllo in stile law and order. Dal modello securitario, non a caso, deriva la giustificazione di ogni forma di c.d. ‘difesa preventiva’, sia nel settore della pubblica sicurezza sia in quello dell’organizzazione paramilitare della società, a spese delle garanzie democratiche e della conseguente tutela dei diritti civili e sociali.

La sicurezza auspicabile, insomma, non è l’indifferenza egoistica della tacitiana inhumana securitas, ma neanche l’attuale psicosi securitaria, in nome della quale sarebbe accettabile qualsiasi forma di tutela preventiva anche violenta, in ambito civile e militare, purché si dimostri efficace. 

«Questo clima di incertezza si manifesta attraverso il bisogno dell’individuo di essere e sentirsi al sicuro. La pulsione gregaria, finalizzata alla socializzazione e alla difesa della vita, sfocia così nella pulsione securitaria: il soggetto baratta la propria libertà in cambio della sicurezza […] il soggetto ideologicamente securitario non è malato […] Ma la pulsione securitaria diffusa indica ai soggetti strutturalmente fragili una direzione del proprio disagio […] La società e l’individuo possono sfuggire alla morsa della pulsione securitaria  accettando la bellezza e la sfida del mare aperto, godendo dell’imprevedibilità dell’incontro e rinunciando alla tentazione paranoica di proiettare sullo straniero ciò che risulta di sé indigesto e inaccettabile». [vii]

Occuparsi responsabilmente di noi stessi e degli altri non equivale per niente a fare della preoccupazione quasi uno stile di vita, improntato all’ansia, alla diffidenza e alla paura verso gli altri, le novità e le diversità, rischiando così di alimentare l’aggressività e legittimare una violenza ‘preventiva’.  Una vera safety – intesa come legittima ricerca di una sicurezza personale e collettiva – comporta invece una visione più ampia ed il perseguimento di un rapporto sano ed equilibrato con la comunità umana e con l’ambiente naturale. Perché, come ammoniva anche Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca, tra le tempeste della storia”. [viii]


Note

[i] Cfr. un mio articolo del 2008: “Una sicurezza…manu militari”, Ermetespeacebook.blog – https://ermetespeacebook.blog/2008/06/15/una-sicurezzamanu-militari/

[ii] Cfr. la voce ‘sicuro’ in Etimo.ithttps://www.etimo.it/?term=sicuro  ed in Treccani.ithttps://www.treccani.it/vocabolario/sicuro/

[iii] P. Pieri (2021), “Securitas: la sicurezza quale effetto del bene comune”, Punto Sicurohttps://www.puntosicuro.it/cultura-della-sicurezza-C-136/sicurezza-la-securitas-quale-effetto-del-bene-comune-AR-21108/

[iv] “Dfferenza tra safety e security” (s.d.), Delphi Ethicahttps://www.delphiethica.com/blog/gestione-rischio-e-terrorismo/differenza-tra-safety-e-security.html

[v] Voce ‘safety’ in Etymonline,com  –  https://www.etymonline.com/word/safety  (traduzione)

[vi] Cfr. voce ‘sicuritario’ in Treccani.it  –  https://www.treccani.it/vocabolario/sicuritario_(Neologismi)/

[vii]  A. Calabrese, M. Grimoldi (s.d.), “Difendere la vita: il paradigma securitario”, F.C.P. – Formazione Continua in Psicologia – https://formazionecontinuainpsicologia.it/difendere-la-vita-il-paradigma-securitario/

[viii] Papa Francesco (2022), Messaggio per la Quaresimahttps://www.agensir.it/quotidiano/2022/2/24/papa-francesco-nessuno-si-salva-da-solo-siamo-tutti-nella-stessa-barca-tra-le-tempeste-della-storia/

© 2024 Ermete Ferraro