BAMBINI POVERI E POVERI BAMBINI…..

BAMBINI POVERI E POVERI BAMBINI (1)

 
Un recente studio dell’ISTAT ci ha rivelato che 1 bambino italiano su 4 vive al di sotto della soglia di povertà: una situazione che, all’interno dell’Europa dei 15, assimila la situazione del nostro Paese a quella della Romania. Il secondo dato emerso dall’indagine è che – manco a dirlo – questo grave stato di povertà colpisce soprattutto i bambini meridionali.
Attenzione: non è che altri stati molto più pretenziosi e membri del G8 – come il Regno Unito – navighino in acque molto migliori, visto che la percentuale di bambini britannici indigenti è solo di due punti inferiore (23%), ma questo non cambia le cose né ci può far sentire meno responsabili.
Basta sfogliare la cronaca di Napoli di un giornale, del resto, per imbattersi in notizie sconvolgenti, che ci danno la dimostrazione reale, al di là di ogni statistica, del degrado culturale e sociale, prima ancora che economico, che investe i minori che hanno la sventura di essere nati nella nostra realtà.
 “Fa prostituire le sue bambine per 5 euro: ‘A mamma servivano i soldi per la spesa”, strillava infatti un titolo su IL MATTINO di sabato 14 febbraio; non fai in tempo a riprenderti dal colpo che ti cascano sott’occhio altre due agghiaccianti notizie: “Picchiati per elemosinare. Salvati quattro bambini rom. Vivevano sotto un cavalcavia di corso Malta” e “Raid nel doposcuola: tredicenne il capobanda”.
Sì, bambini poveri, sfruttati, abusati, utilizzati come manovalanza criminale, emarginati nei campi nomadi, “dispersi” scolastici… Bambini costretti a vivere quotidianamente la logica della precarietà esistenziale, del bisogno estremo a confronto con lo spreco più sfacciato, della violenza e della sopraffazione che derivano da una relazionalità utilitaristica e priva di riferimenti, se non a valori etici, quanto meno ai codici popolari di una comunità degna di questo nome.
Bambini poveri, costretti a vivere in bassi e scantinati, dove condividono le bassezze di una promiscuità malata, ma anche a confrontarsi con i modelli di vita di una società sprecona e consumistica, le cui stimmate si ritrovano sulla carne dei ‘guaglioni’ dei vicoli accanto a quelle della miseria e dell’abbandono.
Bambini poveri: eredi d’intere dinastie di miserables; figli (e talvolta precoci padri) di Lazarillos e di lazzaroni, di pischelli  pasoliniani e di carusi siciliani… La novità, semmai, è che la povertà sembra essere diventata un po’ meno discriminante, visto che, chi più chi meno, sta colpendo un quarto di tutti i figli dei “fratellastri d’Italia”, in una specie di macabro federalismo della miseria e del bisogno.
Ma a tali bisogni, va detto, le politiche sociali non danno più risposte adeguate né efficaci,  a causa dei continui tagli all’assistenza, che peraltro proprio il federalismo fiscale farà emergere sempre più drammaticamente.

BAMBINI POVERI E POVERI BAMBINI (2)

 (segue)

Bambini poveri ma, diciamolo, poveri bambini! Chi vive ogni giorno l’esperienza della scuola, dei centri educativi per minori, delle parrocchie, infatti, sa bene che, se è vero che la povertà più scandalosa è quella che non riesce nemmeno a dare risposte ai bisogni primari e materiali dei nostri piccoli, questo non può farci chiudere gli occhi sulla sempre più diffusa povertà di affetti, di riferimenti certi e di valori, che affligge ed immeschinisce la condizione esistenziale di troppi nostri bambini.
Sì: in Italia 1 su 4 è in condizioni d’indigenza, che è una condizione rapportabile a parametri sociali ed economici ben precisi.  Ma chi ci riesce a darci un quadro statisticamente preciso della situazione che presumibilmente affligge un ben più alto numero di bambini, sottoposti a deprivazioni affettive, relazionali, culturali ed etiche, che non sono sempre connesse ad una condizione di povertà materiale?
La storia dell’Italia, ed in particolare degli anni dal dopoguerra in poi, è la dimostrazione evidente che da quest’ultima è sempre possibile uscire. Ma chi ci salverà dalla miseria morale? Chi restituirà ai bambini ciò di cui vengono privati, e che non è possibile procurarsi mettendo mano al portafogli o alla carta di credito?
Quello che è certo è che, mentre nella nostra democratica Repubblica fondata sul lavoro sono stati previsti nella finanziario 2008 ben 23 miliardi di euro per le spese della cosiddetta “difesa”, non si trovano abbastanza soldi per rispondere alle necessità di questi minori e per assicurare loro una vita degna di questo nome…. Per la guerra e l’industria della morte, al contrario, sembra proprio che dollari ed euro non manchino mai, anche in tempo di crisi economica.
Pare che un grande capo indiano, il celebre Toro Seduto, ebbe a dire: “Per noi i guerrieri non sono quello che voi intendete. Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità.”   E poi dice che i ‘selvaggi’ erano loro…!

VIZI E VIZIETTI (1)

foto: Pete Leonard/Zefa/CorbisUna recente indagine demoscopica – promossa dal mensile Messaggero di sant’Antonio – ci mostra la faccia meno simpatica e buonista degli Italiani, svelandone impietosamente i vizi più diffusi ed avvertiti. Al primo posto c’è la maleducazione, che spesso si manifesta sotto forma di arroganza e di cui si lamentano il 90% degli intervistati. Al secondo posto, con l’80% , troviamo l’individualismo – connotato come consumismo materialistico – mentre il terzo posto, in questo poco onorevole podio, spetta alla indifferenza, il tipico menefreghismo nostrano, denunciato dal 77% dei nostri connazionali come mancanza di senso della responsabilità. La disonestà si classifica quarta (74%) e, in quinta posizione col 71%, emerge lo scarso rispetto per la natura. Pur volendo tralasciare gli ultimi quattro “vizi” emersi dall’indagine (dipendenze, carrierismo, infantilismo, intolleranza), il quadro dei difetti degli Italiani è già abbastanza desolante…
Che dite? Che non c’era bisogno di fare un’indagine per giungere a queste conclusioni? Che basta uscire di casa, in una giornata qualunque, per imbattersi in continue e diffuse manifestazioni dei tipici vizi italioti? Che ne siamo talmente consapevoli che ormai ci ridiamo su, riflettendoci spensieratamente nei personaggi dei cine-panettoni e nelle battute dei cabarettisti?
Beh, l’immagine degli Italiani maleducati, individualisti, strafottenti, imbroglioni e poco attenti all’ambiente effettivamente non è proprio nuova. Il sondaggio del Messaggero, però, ci fa toccare con mano l’incongruenza e l’assurdità di una comunità nazionale che da un lato appare cosciente dei difetti della sua stragrande maggioranza, ma, dall’altro, sembra non rendersi conto che dentro quelle così larghe percentuali – se non altro per probabilità statistica – sono compresi gli stessi intervistati, che di quei “vizi” si sono lamentati…
di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag ,

VIZI E VIZIETTI (segue)

Non ho capito: state dicendo che, comunque, tra scostumatezza e disonestà c’è una bella differenza? Pensate che l’indifferenza è ancora meno grave e che, coi tempi che corrono, è difficile sostenere che l’individualismo sia il segno distintivo dei soli Italiani?
 Quello che è certo è che la radice comune di tutti questi difetti la ritroviamo proprio in una visione materialistica, individualistica ed amorale delle relazioni umane, in cui la solidarietà e l’empatia non trovano più alcuno spazio. Le persone sono diventate solo le comparse – e l’ambiente naturale la scenografia – di recite individuali, di tanti monologhi in cui si esercita il l’ipertrofico Ego di chi ha ormai smarrito la dimensione verticale e orizzontale della relazione.
C’è forse da meravigliarsi, allora, se quasi un terzo dei nostri compatrioti si comportano in modo ecologicamente irresponsabile, quando sappiamo che la mancanza di senso di responsabilità e di limiti morali sono alla base di tutti gli altri “vizi” emersi dall’inchiesta? Che c’è di strano se l’unica molla per farci cambiare strada non è la coscienza etica dei nostri gravi errori, ma la paura che le conseguenze di essi possano compromettere la nostra sicurezza e la nostra salute?
Ho appena terminato di scrivere un saggio sul rapporto Dio-uomo-terra che emerge dalla lettura dei Salmi e, tra le considerazioni che ne derivavano, c’è quella che riguarda la vera tragedia cosmica che emerge dalla Bibbia. Il male non fa parte della natura, non è stato creato da Dio, è una macchia quasi inspiegabile, che infanga una realtà uscita dalle sue mani “bella/buona”.
Pensate: nella lingua ebraica ci sono tre vocaboli diversi per indicare il concetto di “peccato”. La prima (hatta’) indica il ‘fallire il bersaglio’ perseguito, e quindi si può rendere etimologicamente con errore; il secondo (awon) rende piuttosto l’idea di una curvatura, una deviazione, e quindi di uno sbaglio (= abbaglio), che induce a cambiare strada; il terzo (pesha’) rappresenta un vero e proprio atto di ribellione alla legge, un volontario de-linquere.
Dice: ma che c’entra questo con l’indagine demoscopica della rivista antoniana? Io credo che c’entra, anche se la parola “peccato” in quel contesto non è stata tirata in ballo. Penso, infatti, che se il Padreterno ci ha lasciato la libertà di errare, di sbagliare e perfino di ribellarci alla Sua legge, forse è un po’ da vigliacchi non assumerci le nostre responsabilità, nascondendoci dietro il comodo paravento del “costume”, della “consuetudine” che fa la regola… Certo, non si può negare che gli Italiani abbiano questi “vizi”, ma non ridiamoci tanto su, perché dentro quell’universo statistico ci siamo anche noi. Cambiare le cose, allora, spetta a ciascuno di noi perché, come ha detto qualcuno, dobbiamo essere noi stessi il cambiamento che ci aspettiamo dagli altri.
di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag ,

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RENDE IL MONDO CIECO >>  (Gandhi)

“OCCHIO PER OCCHIO RENDE IL MONDO CIECO”

Stamattina ho trascorso un bel po’ di tempo cercando di tenere in piedi un difficile dialogo con alcuni ragazzi, agitati ed eccitati per un “regolamento di conti” fra gruppetti, che si sarebbe puntualmente replicato “fuori scuola”, secondo un rituale estremamente preciso e la logica perversa, ma ferrea, che costituisce la vera regola in quel rione popolare di Napoli.
Confesso che mi sono sentito un fesso di fronte all’incrollabile certezza che leggevo nelle parole e negli occhi di uno dei protagonisti dell’episodio, un ragazzo di origini arabe, al quale cercavo disperatamente di spiegare che una rissa non ha mai risolto nessun problema, ma solo offerto un alibi per ricominciare violenze e sopraffazioni. Che chi è aggredito e minacciato non può andare in giro con una mazza nello zaino. Che è assurdo sentire un quattordicenne – che tra poco potrebbe uscire dalla scuola media ed iniziare un percorso di formazione – ripetere, convinto quanto caparbio, la frase: “Se deve succedere, succede…”, fondendo in questa frase rassegnata e cupa il fatalismo napoletano e quello musulmano…
Mi ero sentito un povero fesso anche quando sono intervenuto, alcuni giorni fa, al primo atto della rissa subito all’uscita da scuola. I ragazzi che fino a pochi minuti fa erano con me a parlare e scherzare stavano sciamando dietro all’inseguito ed agli inseguitori, letteralmente affascinati da quella sensazione di violenza annunciata, che li spingeva a fare da pubblico, un po’ spaventato ed un po’ attratto da essa. Mentre cercavo d’intervenire, davanti a me è partita una salva risentita di “Mo’ stammo fora ‘a šcola…!” e, contemporaneamente, alle mie spalle, qualcuno ha sibilato ironicamente: “E’ arrivato Falcone e Borsellino !” …
Dopo scuola, sull’autobus, sfogliavo il giornale e l’occhio mi è caduto sulle dichiarazioni del ministro e probabile futura premier d’Israele Tzipi Livni, secondo la quale il suo governo ha conseguito gli obiettivi che si prefiggeva e quindi può chiudere l’operazione “Piombo fuso”, salvo ricominciare le ostilità se Hamas non mostrasse di aver compreso “la lezione”. All’obiezione di un giornalista, che sottolineava le troppe vittime civili, la Livni ne ha parlato come di conseguenze spiacevoli, ma collaterali e secondarie, di un’azione militare contro terroristi, fingendo di non rendersi conto che più di un terzo dei 1300 morti a Gaza erano bambini e ragazzi.
Ecco: quando i leader della Terra accettano questa logica ed utilizzano tutti i media per farcela apparire “normale”, cosa diavolo posso andare a raccontare ad un povero ragazzo immigrato che si arma di un bastone per fronteggiare quelli che lo aspettano spavaldi su un motorino, fuori scuola?
Come faccio a dirgli che ci sono ben altri mezzi per risolvere liti e conflitti, che la scuola è una garanzia, che la società non è tutta frode e violenza, che è inutile e dannoso coinvolgere amici e “parenti” in qualcosa che può trasformarsi in una specie di pericolosa faida?
Basta che guardi la TV per trovarsi di fronte a dichiarazioni come quella che ho citato, a “pezzi grossi” che bestemmiano di “lezione inflitta”, rubando le parole agli educatori per affermare la logica eterna della sopraffazione e dell’umiliazione dei vinti…
Eppure domani io tornerò dietro la cattedra e tra i banchi, testardo come tutti i fessi, a cercare di aprire gli occhi e le orecchie – ma soprattutto il cuore – di chi picchia e di chi è picchiato, di chi sfotte e di chi è sfottuto, di chi impedisce agli altri di studiare ma anche di quelli che vorrebbero cancellarlo, come un brutto e fastidioso ricordo.  A fare la parte di quello che “non capisce”, del donchisciotte o, per meglio dire, di… “Falcone e Borsellino”.

 gaza massacre                                                                                                                                                

Trasformiamo le spade in aratri!

יח  ×œÖ¹×-יִשָּׁמַע עוֹד חָמָס בְּאַרְצֵךְ, שֹׁד וָשֶׁבֶר בִּגְבוּלָיִךְ; וְקָרָאת יְשׁוּעָה חוֹמֹתַיִךְ, וּשְׁעָרַיִךְ תְּהִלָּה.
 
Dal capitolo 60 di Isaia è tratta la prima lettura della festività dell’Epifania del Signore, nella quale si celebra il nuovo regno di pace e di concordia per il popolo d’Israele, di cui saranno partecipi anche i “goyìm”, i “gentili”, cioè tutte le altre popolazioni della terra che sembravano escluse dalla Salvezza. E dallo stesso capitolo è tratta anche la citazione riportata sopra nell’originale testo ebraico, in cui il profeta proclama: “Non si sentirà più parlare di violenza nella tua terra. Non ci saranno più desolazione e rovina entro i tuoi confini. Chiamerai le tue mura “Salvezza”; le tue porte “Gloria al Signore” (Isaia 60:18).
In questi giorni di strage e di odio rabbioso è difficile leggere questi versetti senza una stretta al cuore. Altro che “non si sentirà più parlare di violenza nella tua terra”…! Quella sottile striscia di terra è sempre più insanguinata da un conflitto infinito. “Desolazione e rovina” si stanno abbattendo su di essa, colpita da un bombardamento devastante, che semina centinaia di morti ed un numero indefinito di feriti e senzatetto.
Altro che “chiamerai le tue mura Salvezza”…! Il “muro dell’apartheid” che separa Israele dall’Egitto e dalla Striscia di Gaza, di cemento armato spesso otto metri,  fatto erigere dagli Israeliani in quella martoriata terra, resta invece il segno di una divisione insanabile, di un odio inestinguibile, di una diffidenza insuperabile.
Altro che auspicio di porte intitolate alla “Gloria al Signore”…! Le porte del dialogo restano inesorabilmente chiuse, così come chiuso resta il cuore di chi si ostina a non riconoscere che l’unico Dio (di Abrahàm, di Yeoshùa e di Muhammad) è il Dio della vita e non della morte, il Dio della pace e non della strage.
Altro che trasformeranno le loro spade in aratri e le lance in falci. Le nazioni non saranno più in lotta tra di loro e cesseranno di prepararsi alla guerra…” (Isaia 2:4)  ! Quello a cui stiamo assistendo è un conflitto che vede la macchina militarista d’Israele trasformare in armi micidiali le risorse che dovrebbero servire per coltivare quella difficile terra, dove – dentro e fuori di quello Stato – ogni pacifica quotidianità è stata cancellata da un’incessante “preparazione alla guerra”, che esclude rabbiosamente ogni obiezione di coscienza (come quella dei giovani Shmistìm israeliani) ed ogni mediazione di pace.
Assistere impotenti – o peggio, complici – a questo massacro di persone innocenti non è possibile per chi crede nella pace, o almeno nel diritto internazionale e nella mediazione sovranazionale.
I governi occidentali – ripristinando la funzione dell’ONU – devono pretendere un immediato cessate-il-fuoco e devono inviare osservatori, senza escludere a priori l’adozione di misure di pressione economico-politica sul governo israeliano, per arrestare la strage di civili e nuove invasioni armate. Da parte nostra, come persone comuni, abbiamo il dovere di far sentire la nostra protesta, sottoscrivendo petizioni, sollecitando i nostri governanti e cominciando a boicottare l’economia d’Israele.
In caso contrario la nostra credibilità – come democratici e come credenti – è pari a zero. Fermare “hamàs” (che significa “violenza” sia in ebraico sia in arabo…) è il primo obiettivo di chi crede che “con la pace tutto è possibile”.

FERMIAMO LA STRAGE !

gaza-war-crime-3Per avere un’idea della situazione disastrosa in cui vivono  (o meglio, sopravvivono…) gli abitanti di Gaza, documentata da decine di drammatiche foto, collegarsi con il sito: http://palestinethinktank.com/2009/01/03/action-alert-spy-for-israel.

E’ possibile esprimere il proprio sdegno sottoscrivendo ‘online’ una petizione all’ONU ed all’U.E., al seguente indirizzo: http://www.petitiononline.com/freegaza/petition.html. Ermete è il firmatario n°1900.

Per documentarsi sulle aziende che fanno affari con Israele o sui prodotti israeliani consulta www.forumpalestina.org  boicottare_israele