Uno dei vocaboli più frequentemente usati nei discorsi pubblici e nella comunicazione mediatica, ma anche nelle conversazioni private, è sicurezza. In nome di questa parola/concetto, le nostre società stanno diventando sempre più propense a adottare misure di prevenzione e repressione di tutto ciò che le minaccerebbe, col paradossale risultato di farci vivere in un costante clima di allarme e d’insicurezza. [i]
Se cerchiamo il significato autentico del termine, scopriamo che l’aggettivo originale latino securusera caratterizzato dal prefisso disgiuntivo se– (indicante separazione, privazione) unito a cura, indicante ogni forma di preoccupazione, dubbio, pericolo, difficoltà.[ii] Ne consegue che una persona sicura dovrebbe sentirsi tranquilla, priva di preoccupazioni ed affanni. Allo stesso modo, una situazione o una realtà concreta dovrebbe essere così indicata quando non susciti ansietà in chi la vive. La ‘sicurezza’, etimologicamente parlando, rappresenterebbe dunque uno stato emotivo, una condizione interiore, di assoluta mancanza di stimoli negativi o, quanto meno, una certa indifferenza nei loro confronti.
«‘Securitas‘ era la dea romana che personificava la sicurezza, soprattutto quella dell’Impero Romano. Veniva raffigurata sulle monete, spesso con le sembianze di una donna appoggiata ad una colonna, per infondere calma e tranquillità in senso propagandistico, soprattutto nei periodi più insicuri dell’Impero […] Quindi in tale resoconto la ‘securitas’ sembra incarnare quella disattenta indifferenza che Tacito definisce ‘inhumana securitas’, quale disumana mancanza di ogni cura, fondata sull’assenza di ogni discernimento di bene o di male, capace di trascinare con sé ogni senso di responsabilità collettiva o individuale…».[iii]
Questa accezione negativa della parola, senza dubbio meno frequente, ci porterebbe a considerazioni più generali sulla cultura individualista che permea anche la nostra società, in cui sentirsi ‘sicuri’ troppo spesso vuol dire evitare di guardarsi intorno, esorcizzando i problemi e le difficoltà altrui per chiudersi nel proprio egoistico ‘particulare’.
Tornando però al significato positivo di ‘sicurezza’, obiettivo perseguito da quasi tutti coloro che aspirano ad una esistenza più tranquilla e serena, teniamo comunque presente che, se dovessimo tradurre in inglese questa parola italiana, dovremmo scegliere tra due vocaboli: safety e security, il cui senso è piuttosto differente.
«Per comprendere bene la differenza tra Safety e Security, l’elemento fondamentale è l’intenzione. La security si concentra sulla prevenzione e il contrasto di atti dannosi. Si tratta quindi di combattere azioni, spontanee o deliberate, che hanno l’intenzione di nuocere […] Esempi: furto, frode, aggressione, incendio doloso. La safety designa invece tutti i mezzi di prevenzione e di intervento contro i rischi accidentali che possono arrecare danno a persone e cose, ma la cui origine è sempre involontaria. Esempi: calamità naturali, incidenti sul lavoro, incendi elettrici, perdite d’acqua…». [iv]
Non mi sembra una distinzione da trascurare, visto che in questo caso (come accade per altri concetti ben distinti in inglese ma racchiusi in un solo vocabolo italiano, come i binomi policy/politics o economy/economics) la differenza conta non poco quando si tratta di fronteggiare situazioni d’insicurezza niente affatto univoche. Che si tratti di minacce intenzionali e dolose ovvero di rischi accidentali ed involontari, dovremmo comunque adottare misure preventive adeguate. Fatto sta che le persone sembrano solitamente preoccupate della loro security molto più che della loro safety, per cui la loro attenzione sembra concentrarsi maggiormente sulle possibili minacce alla propria sicurezza personale. Spesso, invece, si trascurano gli interventi preventivi nei confronti di eventi considerati accidentali (come alcune disastrose calamità naturali), quasi sempre frutto della nostra quotidiana e colpevole incuria nei confronti dell’ambiente naturale.
Il vocabolo inglese safety, viceversa,ci rinvia etimologicamente al fondamentale concetto di ‘salvezza’, ossia d’integrità, che ha un profondo significato se rapportato alla salvaguardia dei delicati equilibri ecologici o, per usare un lessico religioso, dell’integrità del creato.
«‘Safety’, inizio XIV secolo, savete, “libertà o immunità da danno o pericolo; uno stato o condizione illeso o non danneggiato”, dal francese antico sauvete, salvete “sicurezza, salvaguardia; salvezza; sicurezza, fideiussione”, in precedenza salvetet (XI secolo, francese moderno sauveté), dal latino medievale salvitatem (nominativo salvitas) “sicurezza”, dal latino salvus “illeso, in buona salute, sicuro” (dalla radice PIE *sol- “intero, ben tenuto”). Da fine XIV secolo, (inteso) come “mezzo o strumento di sicurezza, una salvaguardia».[v]
L’aggettivo sicuritario – neologismo spesso utilizzato nel lessico politico – viene tradotto dalla Treccani con: “Finalizzato al mantenimento della sicurezza sociale e dell’ordine pubblico” [vi], esprimendo una visione in cui alla legittima ed auspicabile ‘cura’ – nel positivo senso di solidale attenzione per il bene comune, racchiuso nel milaniano I Care – si sostituisce una preoccupata e preoccupante volontà di occhiuto controllo in stile law and order. Dal modello securitario, non a caso, deriva la giustificazione di ogni forma di c.d. ‘difesa preventiva’, sia nel settore della pubblica sicurezza sia in quello dell’organizzazione paramilitare della società, a spese delle garanzie democratiche e della conseguente tutela dei diritti civili e sociali.
La sicurezza auspicabile, insomma, non è l’indifferenza egoistica della tacitiana inhumana securitas, ma neanche l’attuale psicosi securitaria, in nome della quale sarebbe accettabile qualsiasi forma di tutela preventiva anche violenta, in ambito civile e militare, purché si dimostri efficace.
«Questo clima di incertezza si manifesta attraverso il bisogno dell’individuo di essere e sentirsi al sicuro. La pulsione gregaria, finalizzata alla socializzazione e alla difesa della vita, sfocia così nella pulsione securitaria: il soggetto baratta la propria libertà in cambio della sicurezza […] il soggetto ideologicamente securitario non è malato […] Ma la pulsione securitaria diffusa indica ai soggetti strutturalmente fragili una direzione del proprio disagio […] La società e l’individuo possono sfuggire alla morsa della pulsione securitaria accettando la bellezza e la sfida del mare aperto, godendo dell’imprevedibilità dell’incontro e rinunciando alla tentazione paranoica di proiettare sullo straniero ciò che risulta di sé indigesto e inaccettabile». [vii]
Occuparsi responsabilmente di noi stessi e degli altri non equivale per niente a fare della preoccupazione quasi uno stile di vita, improntato all’ansia, alla diffidenza e alla paura verso gli altri, le novità e le diversità, rischiando così di alimentare l’aggressività e legittimare una violenza ‘preventiva’. Una vera safety – intesa come legittima ricerca di una sicurezza personale e collettiva – comporta invece una visione più ampia ed il perseguimento di un rapporto sano ed equilibrato con la comunità umana e con l’ambiente naturale. Perché, come ammoniva anche Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca, tra le tempeste della storia”. [viii]
Analisi Critica del Discorso del gen. Carmine Masiello
Premessa
Ha fatto scalpore il discorso tenuto dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di C.A. Carmine Masiello, che all’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito ha deciso di parlar chiaro, affermando che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra” e che quindi la formazione dei futuri soldati può essere impartita solo in una “scuola di guerra” [i]. La clamorosa rottura d’un consolidato tabù verbale, che per anni ha evitato l’esplicitazione della destinazione sostanzialmente bellica delle forze armate, edulcorandone la funzione in chiave ‘civile’, ha suscitato prevedibili reazioni critiche tra coloro che fanno parte dell’arcipelago pacifista. Viceversa, le marziali dichiarazioni del generale Masiello hanno sortito un effetto quasi liberatorio sui colleghi delle alte sfere militari, che si sono affrettati a cogliere l’occasione per esternare il loro represso malumore.
CARMINE MASIELLO – SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA
Tra i commenti più importanti, quello del gen. Leonardo Tricarico, ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ha approfittato per ironizzare sulle reazioni di chi, avendo in precedenza cercato di «riconvertire l’esercito in una costola della Protezione Civile[…] si allarma invece quando un capo di Stato Maggiore richiama l’attenzione generale sulla missione propria delle Forze Armate…»[ii]. Tricarico ha criticato inoltre «l’incultura della difesa dominante» che sarebbe frutto di «scarsa o nulla attenzione che larga parte del mondo della politica dedica alle Forze Armate», concludendo con una tagliente affermazione: «…bene ha fatto quindi Masiello a sfidare l’ipocrisia dominante e a richiamare implicitamente l’attenzione sui doveri elusi da parte di molti». [iii]
Alla sua impennata polemica ha fatto eco l’esternazione di un altro ex-vertice militare, il gen. Marco Bartolini (già comandante della ‘Folgore’), che ha confermato il suo appoggio a Masiello, nelle cui parole non vedeva nessun «assurdo richiamo alla necessità della guerra», ma «semplicemente un richiamo alla realtà”», in contrapposizione a «…un’interpretazione ideologica del dettato costituzionale, secondo cui con l’articolo 11 l’Italia non si limita a ripudiare la guerra, ma ad ‘abolirla’ addirittura facendo ipocritamente finta che si tratti di un fenomeno del passato, anacronistico, che non ci riguarda». Dopo questa scandalizzata affermazione, ha così concluso:
Notiamo che in questi due interventi risuona in sottofondo un giudizio comune: far finta che le forze armate servano a funzioni civili è una dimostrazione di deprecabile ipocrisia. Ebbene, pur dal fronte opposto dei pacifisti nonviolenti, non posso non associarmi a questa valutazi0ne, dal momento che innegabilmente per decenni si è cercato di mistificare il ruolo del sistema militare, conferendogli virtù civili e compiti di supporto alla giustizia, alla sanità ed alla protezione civile che oggettivamente non gli spettano. Ciò che i tre alti ufficiali evitano di dire, però, è che questa ipocrita riverniciatura ‘buonista’ (e in alcuni casi perfino ‘ambientalista’) delle forze armate ha favorito proprio la loro pervasiva infiltrazione a livello sociale e perfino educativo, da un lato legittimandole sul piano democratico e dall’altro spargendo subdolamente semi di cultura militarista nella comunità civile.
Lettura ‘critica’ del discorso del gen. Masiello
L’analisi critica del discorso (ACD – CDA) è da molti anni una pratica che combina varie discipline – dalla linguistica applicata alle scienze sociali, dalla psicologia all’antropologia – per individuare e mettere in luce «…le modalità attraverso le quali il linguaggio rivela, nasconde, riproduce o pone in discussione ideologie di potere e rappresentazioni del sé e degli altri» [v]. Io ho cercato di adattare tale metodologia all’impostazione ecopacifista che ho provato a diffondere in questi anni, soffermandomi in particolare sulla necessità di alimentare una comunicazione nonviolenta proprio a partire da una maggiore consapevolezza di quanto i media ci stiano abituando «ad un’informazione che ricorre frequentemente ad atti linguistici impliciti: indiretti, retorici e convenzionali». [vi]
Fatta questa breve premessa metodologica, vorrei ora provare a fornire una lettura critica del discorso del generale Masiello non tanto a livello banalmente ideologico (dando per scontata l’inconciliabilità tra le sue reboanti dichiarazioni in chiave militarista e la mia formazione antimilitarista e nonviolenta), quanto sul piano dell’analisi strutturale di quel testo, apparentemente un’elocuzione spontanea e diretta ma in effetti ben costruita nella sua articolazione e nella scelta dei toni adoperati. Per farlo ho provato ad evidenziare al suo interno alcune ‘parole chiave’ (sostantivi, attributi e verbi), verificandone la ricorrenza, ed incasellandole in una tabella che distinguesse quelle di segno positivo da quelle esprimenti valutazioni negative. Con tale analisi critica, inoltre, ho cercato di verificare se dal primo elenco di locuzioni affiori una ‘visione’ più ampia, una concezione ideologica complessiva
Devo dire che la mia prima impressione, ascoltando e leggendo quel discorso, è stata quella di un appello di tono vagamente ‘futurista’, finalizzato a rompere le convenzioni ipocrite del linguaggio politically correct, per lanciare ai soldati (ma anche all’opinione pubblica) un messaggio provocatorio. Quella sensazione iniziale mi è stata confermata dall’analisi delle parole-chiave emergenti dalla suddetta filippica del capo dell’Esercito. Da esse infatti trasuda non solo polemica verso i precedenti governi ‘progressisti’, ma anche risentimento nei confronti dei politici che hanno ridimensionato il peso della forza armata di terra, per di più attribuendogli funzioni assai poco marziali. Ma quali sono le caratteristiche stilistiche della retorica futurista con le quali cui possiamo cercare analogie?
«AZIONE, VELOCITÀ’ E ANTIROMANTICISMO […] Filippo Tommaso Marinetti viene a formulare il suo programma di rivolta contro la cultura del passato proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente rinnovata. I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli del dinamismo, della velocità e dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna società industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina…» [vii] .
Ebbene, basta dare una scorsa al campo semantico delineato dalla tabella 1 per rendersi conto di come è possibile ritrovare nel discorso del generale alcuni elementi tipici di quell’ideologia futurista
Tab. 1 – AREA SOSTANTIVI POSITIVI
GUERRA 4 TEMPO 4 LEADER 3 COMANDANTE 3 ERRORE 3 MISSIONE 2 PROATTIVITÀ 2 TECNOLOGIA 2 ADDESTRAMENTO 2 VALORE 2 REGOLA 2 REALTÀ RIVOLUZIONE FUTURO MENTE SFIDA SCELTA LOCOMOTIVA CAMBIAMENTO VISIONE BATTAGLIA TRASFORMAZIONE AVANGUARDIA IMPEGNO ISTITUZIONE MENTALITÀ CAMPAGNA MULTIDOMINIO DOTTRINA ORDINE INIZIATIVA ESEMPIO FORZA DISCIPLINA EVOLUZIONE VELOCITÀ
Provo a sintetizzare alcune osservazioni che scaturiscono da questo quadro:
Preoccupazione per il trascorrere del tempo, con l’incalzare di situazioni di crisi sottovalutate, cui la politica avrebbe dato finora risposte deboli ed insufficienti.
Necessità pertanto d’imprimere una molto maggiore velocità ad un processo di cambiamento e trasformazione delle forze armate, arrivando ad ipotizzare una vera e propria rivoluzione rispetto al passato.
Senso della realtà ma anche proiezione in una dimensione di futuro prossimo, che richiede non solo decisioni veloci, ma proattività, cambio di mentalità e capacità d’iniziativa.
Priorità della tecnologia (le ‘macchine’…), per non essere soltanto al passo coi tempi, bensì all’avanguardia.
Centralità della guerra nella missione delle forze armate, che conseguentemente hanno bisogno di leader autorevoli e comandanti di valore.
Risposta a tale sfida epocale modernizzandole, ma senza dimenticare che quella militare resta comunque una istituzione, che richiede esempio, impegno, forza, ma principalmente regole e disciplina.
Anche se andiamo ad esaminare i campi semantici che racchiudono gli attributi ed i verbi che ho evidenziato nel testo del discorso, abbiamo una conferma di questa impostazione.
Tab. 2 -AREA ATTRIBUTI E VERBI POSITIVI
Valorizzazione di ciò che è tecnologico, moderno, nuovo, alternativo eche quindi si rivolge soprattutto ad un mondo giovane.
Insistenza – di stampo altrettanto futurista – su aggettivi come veloce e proattivo, avverbi come presto e subito e verbi come correre, innovarsi e cambiare.
Scampoli di retorica militarista, che traspare da attributi come addestrato, vittorioso, interforze e da verbi quali servire, rischiare, superare e addestrarsi.
I nemici da battere…
Se dalle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito emerge prepotentemente una prospettiva ‘futurista’ per le nostre forze armate, non meno chiara è l’impostazione ‘passatista’ contro la quale scaglia i suoi strali polemici.
«Non è difficile comprendere che l’ottica futurista, in quanto palesemente antiborghese, si pone contro la tradizione, il perbenismo e la democrazia. Al contrario inneggia ad atteggiamenti ribelli e liberatori che sottintendono un deciso disprezzo dei sentimenti. I futuristi sono a favore della guerra al punto da definirla la ‘sola igiene del mondo’ […] la guerra è considerata l’unico ‘strumento’ possibile per distruggere il vecchio mondo, presupposto fondamentale per poterne costruire uno totalmente nuovo …». [viii]
Come emergeva già nel 1909 dal marinettiano ‘Manifesto del Futurismo’[ix], infatti, la sfida che il suo avanguardistico movimento lanciava alla società era rivolta alla tradizione, all’immobilità, alla paura del cambiamento ed al buonismo perbenista. Anche dal discorso del generale Masiello, peraltro, affiora una vena polemica di rottura col passato più recente delle forze armate, contrastando quindi l’ipocrita edulcorazione della loro ‘missione’ e le tradizionali remore e fissità di chi non sa osare. Sarebbero esse, insomma, che frenano il cambiamento e mal rispondono all’incalzante sfida della modernità e dell’efficientismo tecnologico.
Nelle seguenti tabelle 3 e 4 sono raggruppati i termini usati da Masiello proprio per sottolineare i disvalori contro i quali bisognerebbe battersi per una modernizzazione ed efficientizzazione dell’arma di terra. Esse sono un’utile sintesi per comprendere contro quale bersaglio Masiello scaglia i suoi dardi critici, subito supportato da altri ex comandanti, che non hanno perso l’occasione per unirsi alla sua polemica.
Tab. 3 – AREA SOSTANTIVI NEGATIVI
Tab. 4 – AREA ATTRIBUTI E VERBI NEGATIVI
BUROCRATICO RASSICURANTE GERARCHICO
RALLENTARE DEVIARE
Dal confronto tra le due tabelle – ovviamente molto più scarne in quanto esprimono valutazioni solo negative – non è difficile individuare quali sarebbero i ‘nemici’ da battere, secondo l’attuale ‘leader’ dell’Esercito Italiano. Non a caso sono gli stessi che un secolo fa i Futuristi additavano al pubblico disprezzo come le forze oscure che si opponevano alla loro ‘rivoluzione’. Al dinamismo frenetico, al culto della velocità ed all’attivismo predicato e praticato da quegli avanguardisti del ‘900, infatti, facevano da contraltare sostanzialmente due peccati originali della dirigenza politica liberale: la paura del cambiamento, il perbenismo borghese ed il freno ad ogni esperienza innovativa, dovuto anche al peso della burocrazia. Sono praticamente gli stessi difetti che il generale Masiello attribuisce al sistema politico italiano. Tra i sostantivi dell’area semantica negativa, infatti, al primo posto (con 7 occorrenze) c’è proprio la burocrazia, seguita a ruota dalla paura. Seguono un gruppo di caratteristiche strutturali del sistema democratico, come il primato della politica ed il ricorso alla diplomazia, cui si aggiungono i difetti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica, come inefficienze, storture, schematicità, timore e fissità.
Il dinamismo efficientista del modello manageriale e tecnocratico di Masiello entra così in evidente conflitto con quello burocratico, rassicurante e gerarchico della dinamica politica moderata, fatta di compromessi e di mezze verità. Secondo il gen. Tricarico, Masiello avrebbe dato coraggiosamente voce ad “una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica”. Cominciando dal superamento del tabù verbale connesso alla parola ‘guerra’, dunque, la sua ‘locomotiva del cambiamento’ si avvia a travolgere il buonismo ipocrita di chi vorrebbe rallentare quella corsa e deviare quell’indispensabile cambiamento.
Alcune osservazioni finali
Il nocciolo tematico del discorso del gen. Masiello è racchiuso in una frase che, con indubbia efficacia retorica, ma adoperando un tono informale, egli ha scandito in apertura, di fronte a centinaia di allievi e quadri militari che lo ascoltavano attenti:
«La nostra missione non è creare burocrazia, non è vivere nella burocrazia, non è vivere per la burocrazia. L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Quindi questo deve essere un messaggio molto chiaro che dovete avere tutti in testa: fino a qualche anno fa, era una parola che non potevamo utilizzare. Oggi la realtà ci ha chiamato a confrontarci con la guerra, questo non vuol dire che l’esercito vuole la guerra ma vuol dire che noi ci dobbiamo preparare e più saremo preparati per la guerra e maggiori probabilità ci saranno che ci sia la pace». [x]
Il messaggio apertis verbis del capo dell’Esercito, dunque, potrebbe essere sintetizzato in due espliciti moniti ai soldati di domani: (a) è finito il tempo delle mezze frasi ipocrite e della paura di esplicitare la funzione bellica delle forze armate; (b) i militari non vogliono la guerra ma, da seri professionisti, devono saperla gestire al meglio, con competenza, preparazione, capacità tecnologica e determinazione. Il sasso nello stagno – complice l’attuale clima politico apertamente destrorso – è stato gettato ed ha prodotto – al di là del plauso di alti ufficiali in pensione – le prevedibili reazioni sdegnate di chi condanna la guerra ma, poco coerentemente, si guarda bene dal mettere in discussione il complesso militare industriale che la genera e la rende non solo possibile, ma tragicamente attuale.
Tornando però all’analisi pragmatica del discorso di Masiello, al suo interno troviamo, in varia misura, le tre categorie di atti linguistici cui accennavo in precedenza. Sono di tipo locutorio le affermazioni che, in modo esplicito, ci parlano di qualcosa di oggettivo, come nel caso del ridimensionamento organizzativo e finanziario dell’esercito, ma anche della sua progressiva trasformazione in qualcosa di diverso ed anomalo, conferendogli funzioni ‘vicarie’ in materia di assistenza, di pubblica sicurezza e di protezione civile. Altro elemento locutorio è il dato di fatto che la guerra è diventata sempre più ibrida, richiedendo sia eserciti numerosi e addestrati a battaglie tradizionali, sia contingenti addestrati all’uso di tecnologie digitali, robotiche e perfino a modalità non convenzionali.
«Se guardiamo l’Ucraina, che prendo come esempio, vi è un mix di guerra antica – le trincee che avevamo completamente dimenticato, i campi minati, i rotoli di filo spinato, il fango – e poi c’è il futuro, la guerra cibernetica, la guerra spaziale: ci sono i droni e tutte le loro varianti, c’è la disinformazione, la guerra delle menti. La mente nostra, dei militari e dei civili, è diventata ormai parte del campo di battaglia» [xi].
Risultano invece illocutorie le parti del suo discorso in cui egli si propone specifiche funzioni (denuncia, stimolo, richiamo ai doveri dei militari ma anche al superamento di un modello gerarchico-burocratico pesante e poco efficiente). Ne riporto di seguito due esempi:
«Però non si può fermare l’evoluzione positiva di un’organizzazione per il rischio personale, non mi interessa il destino di ognuno, non mi interessa la carriera del singolo, mi interessa l’organizzazione che deve cambiare. Lo dico per il bene dell’Esercito lo dico per il bene dei nostri soldati e delle loro famiglie […] Non fatevi criticare, che l’esercito italiano non è pronto per questi scenari. Nessun esercito è pronto per questi scenari! tutti si erano concentrati su queste famose operazioni di sostegno alla pace, tutti guardavano a quegli scenari, nessuno ha avuto la visione di capire quello che stava succedendo. Era comodo fare operazioni di sostegno alla pace, in primis perché costano di meno».[xii]
Sono infine evidenti – e numerosi – anche gli aspetti perlocutori, miranti a produrre sugli ascoltatori effetti sul piano emotivo (indignazione, insofferenza per la diminutio dell’arma di terra, fiducia nel nuovo leader, apertura mentale ad un futuro meno burocratico e più attivistico). Di seguito alcuni passi che mi sembrano andare in quel senso.
«…alla reattività si deve affiancare la proattività. Perché se ci limitiamo a reagire, fra 15-20 anni qualcuno di voi che sarà il mio posto avrà gli stessi problemi che io ho adesso, perché sarà cambiato lo scenario e non lo avremo previsto, perché ci saremo concentrati sulla reazione a quello che sta succedendo […] Queste regole, questi valori sono sulle nostre stellette. Le portiamo sul bavero, e sono quelli che ci rendono uniti, sono la nostra forza, sono quelli che fanno la differenza fra la nostra istituzione e un’organizzazione. Sono quelli per i quali quando si è in una crisi quando il paese è in difficoltà, sentite dire “chiamate l’esercito”, non dimenticatelo mai. […] Non tollerate che vengano messe in discussione le nostre regole, sono la garanzia della nostra essenza e della nostra sopravvivenza […] Non servono leader e comandanti che si servono dei propri uomini. Servono leader e comandanti che servono i propri uomini».[xiii]
Concludo con qualche osservazione sul senso di tali esternazioni, solitamente non consentite a coloro che, tradizionalmente, sono stati “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. In primo luogo sfaterei la diffusa sensazione che il discorso del generale Masiello costituisca un caso unico di fuoruscita dal recinto del politicamente corretto dove sarebbero stati confinati i militari. In realtà da decenni la voce degli esponenti delle forze armate risuona con toni critici verso le scelte della politica. La differenza è che, se prima si trattava di manifestazioni di scontento relegate in documenti ufficiali, ‘interni’, o in illegibili libri bianchi della Difesa, in questo caso il clamore è stato mediatico. Uno scalpore suscitato, inoltre, dal fatto che la requisitoria contro l’immobilismo della politica proviene da un vertice in carica e non un generale transitato alla politica, come nel caso del gen. Vannacci.
In secondo luogo, come esponente di uno storico movimento pacifista, devo notare che il gen. Masiello ha esplicitato, senza dubbio in modo plateale, ciò che stava già avvenendo sotto i nostri occhi, ma senza suscitare particolari reazioni nell’universo c.d. progressista. Se è innegabile che negli ultimi anni, ed in particolare all’Esercito, sono state attribuite funzioni estranee alla sua natura, è altrettanto vero che ciò risponde ad una strategia politica ben precisa. In precedenti articoli mi ero già soffermato su tale tendenza ‘camaleontica’, che vorrebbe privare le forze armate italiane della loro grinta bellicosa, mediante un restyling che le faccia apparire una struttura rassicurante, al servizio della pace, della sicurezza interna e perfino della protezione civile e ambientale.[xiv] La continua penetrazione soprattutto dell’esercito nelle nostre realtà sociali e formative è frutto di questo mimetismo subdolo ed opportunista, poco apprezzato però dai generaloni con greca e medaglie.
Ebbene, per chi vorrebbe smilitarizzare la società lo smascheramento del goffo tentativo della politica di ‘civilizzare’ i militari potrebbe essere, tutto sommato, un salutare calcio all’ipocrisia di chi stava cercando di ‘normalizzare’ le forze armate. Fatto sta che la deflagrazione dei conflitti bellici ha cambiato bruscamente gli scenari e non c’è da meravigliarci se quegli equilibri sono saltati, per cui qualcuno ha dovuto ricordarci che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Forse è proprio vero che, per citare un’espressione evangelica, “oportet ut scandala eveniant”…
Stiamo vivendo una fase storica particolarmente contrassegnata, a tutti i livelli, da esplosioni di violenza e dall’emergere di vecchi rancori e mal celate pretese di vendetta. Ecco perché – oltre a cercare di sconfiggere queste pulsioni distruttive, proponendo teorie e pratiche alternative, in quanto costruttive e nonviolente – propongo una riflessione linguistica anche su queste due terribili parole-chiave. Il concetto di violenza (fr. violence – ingl. violence – sp. violencia – port. violência – rum. violență – ted. gewalt), infatti, è fondamentale per comprendere quello ad esso contrapposto, e quindi l’indagine etimologica può aiutarci a scoprire aspetti meno evidenti d’una parola di uso comune, ma raramente approfondita.
Quasi tutte le fonti concordano sul fatto che – una volta scisso dai suffissi latini –are, –entia ed –entus/a/um che denotano verbo, sostantivo e relativo attributo – il cuore della parola resta VIO-, a sua volta derivato: «dalla radice proto-italica wīs, “forza, violenza”, (da cui anche vis, “forza, violenza”), discendente del proto-indoeuropeo *wéyh₁s, “forza, veemenza».[i] Il vocabolo latino di diretta derivazione, cioè vis (forza), attraverso la forma Fìs richiamerebbe quello greco con lo stesso significato βία (che si pronuncia ‘vìa’), a sua volta derivato dal già citato termine sanscrito wayah (forza giovanile).[ii]
Una connotazione di eccessività e d’impetuosità è sottolineata dall’inserto latino -lentus /-lentia, distinguendo così la violenza dal puro e semplice esercizio della forza. Infatti, si può parlare di violenza quando siamo di fronte ad un suo ‘abuso’, come sottolinea la Treccani.
«Atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi d’offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei beni o diritti. In senso più ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà». [iii]
In questo drammatico periodo, la sanguinosa e sproporzionata reazione armata scatenata dallo Stato d’Israele nell’area territoriale palestinese di Gaza (ma anche in Cisgiordania, in Libano ed anche in Siria, non senza mirare all’Iran…) ci induce ad approfondire tale concetto anche nell’ambito delle lingue semitiche, sempre più veicolo di reciproche invettive. La prima scoperta, particolarmente significativa, è che uno dei vocaboli dell’ebraico classico che esprimono questo concetto è חָמָס (ḥāmās), uno dei termini maggiormente ricorrenti nella tradizione vetero-testamentari, proprio col significato di violenza fisica e morale, errore, oppressione, danno, ingiustizia.[iv] Da un’altra ricerca apprendiamo inoltre che:
Ebbene, benché in effetti si tratti solo della sigla di un’organizzazione politico-militare islamica, non sfugge che alle orecchie di chi parla o comunque pratica la lingua ebraica (secondo stime sarebbero in tutto 9 milioni) [vi] ogni volta che si nomina Hamàs (sui quotidiani e nei radio/telegiornali o sui media informatici) possa affiorare un’atavica ostilità verso chi già nel nome – volontariamente o meno – sembrerebbe alludere a strategie violente. Inoltre, una ricerca etimologica sul nome stesso del martoriato territorio palestinese denominato ‘Striscia di Gaza’ e del suo omonimo capoluogo – l’antica capitale della decapoli dei Filistei – ci mette sotto gli occhi anche un altro impressionante dato linguistico:
«Il nome “Gaza” appare per la prima volta dai documenti militari del faraone Thutmose III d’Egitto nel XV secolo a.C. […] Nelle lingue semitiche, il significato del nome della città è “feroce, forte”…»[vii].
Consultando un lessico ebraico, infatti, riscntriamo che uno dei sinonimi di ḥāmās risulta proprio la parola גָּזַל (gāzal), traducibile – oltre che con ‘violenza’ – anche con: rovina, cattura, esercizio della forza. [viii] Un nuovo elemento che apre uno spiraglio su come – nel terribile perpetuarsi di conflitti storici – anche il linguaggio possa subdolamente alimentare rancori e fondamentalismi. Arrivare alle radici semantiche delle parole, pertanto, ci fa capire cose che altrimenti ci sfuggirebbero, aiutandoci a comprendere quanto invece sarebbe importante utilizzare linguaggi di pace e condivisione anziché di guerra e divisione.
Anche il secondo termine da analizzare, vendetta (ing. vengeance e revenge – fr. vengeance – sp. venganza – port. vingança) sembrerebbe strettamente collegato col primo, condividendone l’etimologia oltre ad appartenere al medesimo campo semantico. ‘Vendicare’, infatti, deriverebbe dalla stessa radice, in quanto in latino vim-dicare può essere inteso come raccontare o dimostrare a un giudice la violenza subita. Va detto però che, secondo alcuni dizionari etimologici, l’origine della parola e del verbo relativo potrebbe essere diversa:
«…dal lat. vindicare – venum-dicare, composto di venum, che ha il significato originario di prezzo e dicare, proferire,offrire […] Però il significato giuridico di vindex vindice fu quello di mallevadore, garante, riscattatore e poi ne vennero gli altri, e vindicta si disse l’atto della redenzione o liberazione…» [ix].
Fatto sta che, anche se il senso di vindicare fosse stato inizialmente quello di denunciare una violenza, la sovrapposizione del concetto latino di venus (da cui venum dare, cioè dare valore e quindi vendere) ne ha comunque influenzato il significato. La possibilità di ‘riscattare’ una violenza compiendone un’altra – in fondo l’idea di vendetta più comune – ha ingenerato quella di ‘giusta punizione’ e perfino di ‘castigo divino’ [x], conferendole addirittura un alone etico-religioso. Non a caso, tornando alla tradizione vetero-testamentaria, il vocabolo ebraica נָקַם nâqam, identifica la vendetta con la punizione [xi] e perfino nel Nuovo Testamento il corrispondente termine greco più utilizzato è δίκη (dìke), indicante sia giustizia e diritto, sia sentenza e punizione.
Fatto sta che da migliaia di anni si continua a legittimare la violenza come se fosse possibile riparare un danno, un’ingiustizia o un’aggressione arrecando agli avversari ulteriori danni ingiustizie ed aggressioni, come è peraltro attestato da significative locuzioni popolari come, ad esempio, “ripagare con la stessa moneta”. L’idea perversa che la vita, oltre i beni, possano essere ‘riscattati’ (dal lat. re-ex-captare, ossia riprendersi indietro, ricomprare) utilizzando la violenza vendicativa, una forza distruttiva uguale e contraria, è ahimé ben lontana dall’essere scomparsa. Millenni di predicazione religiosa – cristiana ma anche appartenente alla tradizione induista e buddista[xii] – non sembrano purtroppo aver ancora spezzato quell’assurda e feroce catena di odio ripagato con altro odio.
Eppure dovremmo essere ormai consapevoli che “occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, per citare la nota frase di Gandhi. Ecco perché dovremmo adoperarci sempre più per contrapporre la lungimiranza e la forza costruttiva della nonviolenza attiva alla barbarie della ‘violenza cieca’. Una spirale di odio che ci sta trascinando nel baratro, anche per colpa di quelle “guide cieche” (ὁδηγοὶ τυφλοὶ / hodegòi typhlòi ) [xiii] – che Gesù di Nazareth duemila anni fa ci ammoniva a non seguire, ma che troppo spesso l’umanità ha assunto come modelli e ‘condottieri’.
Ê da poco (21 settembre) che abbiamo celebrato la Giornata internazionale della Pace[i], ricordando con iniziative pubbliche i valori ed i metodi della nonviolenza attiva, sebbene quotidianamente sommersi dalle ‘cattive novelle’ di nuovi bombardamenti, scontri sanguinosi, catastrofi umanitarie e devastazioni ambientali. Ecco perché la liturgia della domenica successiva è risuonata ancora più significativa, già ascoltando i versetti della prima lettura («Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta…» Sap. 2:12), ma soprattutto quando ci ha riproposto di seguito un brano che trovo particolarmente attuale ed efficace, tratto dalla lettera di Giacomo:
«Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.» (Gc. 3,16-4,3).
Immersi come siamo nelle complesse analisi politologiche e nelle approfondite ricerche sull’origine e le dinamiche delle guerre – di cui si alimentano scientificamente i peace studies – queste poche ma essenziali frasi, scritte due millenni fa dall’apostolo Giacomo il Giusto [ii], potrebbero forse apparire moralistiche o comunque semplicistiche. Credo invece che andrebbero ben ponderate, proprio per cercare di comprendere la fratricida logica della violenza e della guerra. Ovviamente serve anche una lettura più attenta ed accurata dei brani citati, avvalendoci del supporto filologico del testo originale in lingua greca, in modo da cogliere la radice semantica di alcune parole-chiave.
Alle radici della violenza
Secondo Giacomo, all’origine dell’aggressività distruttiva, ci sono fondamentalmente due diffusi atteggiamenti mentali (la ‘gelosia’ e lo ‘spirito di contesa’), capaci di suscitare le ‘passioni’ che, a loro volta, provocano ‘guerre eliti’. Scendendo in profondità nella psiche umana, l‘apostolo sembra poi individuarne due moventi ben precisi: da un lato il ‘desiderio di possedere’, spesso frustrato, dall’altro la frequente tendenza a cercare un modo sbrigativo per ‘ottenere’ ciò che si desidera, e che quindi ci rende ‘invidiosi’. Ebbene, tutti questi termini assumono un senso più preciso e completo se li raffrontiamo con le parole greche originali e le loro rispettive radici etimologiche.
Ciò che è stato tradotto con ‘gelosia’, ad esempio, corrisponde al vocabolo greco ζῆλος (zèlos), che ha un significato molto vario e sfumato, che va da ‘eccitamento della mente, ardore, fervore (a favore di qualcuno oppure contro qualcosa)’ a ‘rivalità invidiosa e polemica’ e, appunto, ‘gelosia’ [iii]. In ogni caso, la radice della parola indica che si tratta di un’emozione forte, bruciante, che fa ribollire in sangue e spinge ad agire d’impulso. [iv] L’altro termine, reso con ‘spirito di contesa’ (o, in altre versioni, con ‘conflitto’ ‘faziosità’ o ‘partigianeria’) traduce ἐριθεία (erithéia),vocabolo greco dal senso altrettanto variegato, che suggerisce comunque il perseguimento di modalità di soluzione dei conflitti poco pulite, intriganti e palesemente di parte. Mentre nel primo caso l’aggressività origina da un’emozione, nel secondo si tratta di un atteggiamento deliberato, volutamente polemico e fazioso. Entrambi però, secondo Giacomo, alimentano quelle “passioni che fanno guerra nelle (nostre) membra”, espressione che in nell’originale era: “Πόθεν πόλεμοι καὶ μάχαι ἐν ὑμῖν οὐκ ἐντεῦθενἐκ τῶν ἡδονῶν ὑμῶν τῶν στρατευομένων ἐν τοῖς μέλεσιν ὑμῶν”, laddove il termine greco ἡδονή (hedoné)indica i desideri istintuali, smodati, legati al piacere. Sono loro che “combattono” (il verbo originale è στρατεύω / stratèuo) dentro di noi prima ancora di manifestarsi violentemente all’esterno, sotto forma di “πόλεμοι καὶμάχαι”, tradotto in italiano con “guerre e liti”. In effetti, πόλεμος (pòlemos) – equivalente all’ebraico מִלְחָמָה (milchamà) – indica il vero e proprio conflitto bellico, cioè la guerra[v], mentre μάχη (màche) è un termine più generico, rendibile con: combattimento, lotta, battaglia, controversia [vi]. In ogni caso, questi conflitti violenti, sostiene affondano la loro radice già dentro di noi ed è là che vanno individuati, per cercare risposte alternative, che non si limitino a non essere distruttive, ma costruiscano relazioni pacifiche.
Come si costruisce la pace
Nella prima parte del brano citato della lettera, Giacomo ci suggeriva come superare lo stato di ‘disordine’ ed ‘ogni sorta di cattiveazioni’,provocate appunto da ‘gelosia e spirito di contesa’. Nel testo originale greco le prima delle due parole-chiave è ἀκαταστασία (akatastasìa),traducibile con: “instabilità, stato di disordine, disturbo, confusione, tumulto”.[vii], mentre la seconda espressione “πᾶν φαῦλον πρᾶγμα” (pàn phàulon pragma) caratterizza questo genere di azioni con un aggettivo greco che significa sostanzialmente “eticamente cattivo, malvagio” [viii], ma anche “ordinario”, “comune”, quasi a sottolineare un’innata e diffusa tendenza umana alla cattiveria.
Ma per costruire l’alternativa di pace ad un mondo di violenze e guerre – afferma Giacomo – non serve la σοφία (sophìa), cioè una saggezza puramente umana, classificata come “terrena, animale, diabolica” (per mutuare la traduzione latina nella Vulgata degli aggettivi greci “ἐπίγειος ψυχική δαιμονιώδης”). La vera Sapienza, invece, ci “viene dall’alto” (ἄνωθεν κατερχομένη) ed ha precise caratteristiche, puntualizzate da sei aggettivi greci: ἁγνός – εἰρηνικός – ἐπιεικής –εὐπειθής – ἀδιάκριτος – ἀνυπόκριτος. Solo questi atteggiamenti e comportamenti, infatti, possono essere all’origine di quei ‘frutti buoni’ (καρπῶν ἀγαθῶν) che noi chiamiamo pace. Ma, etimologicamente parlando, a che cosa si riferiscono con precisione questi sei attributi?
ἁγνός (agnòs) si può tradurre con: sacro, puro, casto, incontaminato, innocente[ix];
εἰρηνικός (eirenikòs) è ancora più trasparente, indicando appunto l’essere pacifico, amante della pace ma soprattutto apportatore di pace[x];
εὐπειθής (eupeithés) ha il duplice significato di docile, ubbidiente, ma anche di convincente e capace di persuasione [xii] ;
ἀδιάκριτος (adiàkritos) è tradotto consenza ambiguità, incertezza, ma soprattutto con imparziale, non giudicante [xiii];
ἀνυπόκριτος (anypòkritos), infine, come il precedente usa la particella negativa iniziale per indicare chi non fa uso dell’ipocrisia, ed è quindi sincero, non-finto.
Sintetizzando, per san Giacomo la ‘sapienza’ che dovrebbe ispirarci per rifuggire dalle guerre e scongiurare la conflittualità violenta è quindi caratterizzata da: innocenza, ricerca della pace, mitezza, docilità, imparzialità e sincerità. Tutte virtù poco praticate già ai tempi Iontani in cui l’apostolo scriveva la sua lettera, ma che erano e restano i segni caratteristici del messaggio evangelico. Quella ‘buona notizia’ di salvezza, sempre più sommersa purtroppo da quelle cattive, che ci parlano di atteggiamenti e comportamenti sempre più amorali, spregiudicati e violenti, ma che, nonostante tutto, i seguaci di Cristo non dovrebbero mai tradire.
La nonviolenza attiva, anche in senso laico, s’ispira a quegli stessi valori, che sono alla base della proposta di società più giusta ecologica e pacifica, ben sapendo che la violenza – a tutti i livelli – è sempre frutto di pulsioni interne che l’umanità – con tutta la sua ‘sapienza’ e conoscenza acquisita – dovrebbe ormai saper dominare, se non vuole esserne dominata e annientata.
* Ripubblico – con opportune modifiche ed aggiornamenti – un mio articolo del 2017
In questi giorni Napoli ha festeggiato ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto nel tempo un’importanza centrale rispetto alla sua azione pastorale, di cui si sa ben poco.
Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani “ [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa invece ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.
Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, anche se andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.
Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (in lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, e perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:
“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]
La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e c’invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi e sempre più frequenti eventi bellici che agitano i nostri tempi. Ecco perché, oggi come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività imperialista che diventa minaccia armata o, peggio, ripropone il terrore nucleare. Un’esigenza proclamata già da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma” (“con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …” [iv].
Eppure continuiamo ad assistere impotenti non solo alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di guerre giuste e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” resta infatti dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza. Eppure, alcuni anni fa, qualcuno tentò d’inserire nelle celebrazioni per la Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente in quell’occasione:
“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?”[v]
Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Nel 2017, infatti, tra le celebrazioni che precederono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, ci fu una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi] E ancora una volta mi chiesti ‘che ci azzecca’ il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Ricordo, fra l’altro,che solo due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, si celebra ovunque la Giornata Internazionale della Pace[viii].
E’ stata, ed è ancora, un’occasione per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. Certamente la pace non è solo assenza di guerre, ma non c’è dubbio che l’affermazione della nonviolenza passi per la cancellazione della perversa e ricorrente logica militarista e bellica, facendo conoscere e praticae modelli alternativi di difesa e di sviluppo. Perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”.[x]
[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011
(C) 2024 Ermete Ferraro (pubblicato in origine nel 2017)
Durante la recente riunione plenaria del Comitato Pace e Disarmo Campania[i], convocata alla ripresa delle attività per rilanciarne nel modo più efficace le azioni, padre Alex Zanotelli – che ne è animatore e portavoce – fra l’altro ha citato la nota frase evangelica in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli, avvertendoli di stare attenti, poiché li sta inviando a predicare la Buona Notizia in un mondo ostile ed assai poco disposto ad accettarla. Il versetto in questione, nella traduzione corrente della Chiesa Cattolica, suona: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.»[ii] Gli aggettivi italiani utilizzati per indicare i due atteggiamenti, apparentemente contrastanti, che il Maestro suggeriva allora (e propone anche oggi a chi voglia farsene seguace e testimone) sono evidentemente il calco di quelli impiegati nella Vulgata latina (IV secolo, san Girolamo): «Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbæ.»[iii] Talvolta però accade che la tradizionale fedeltà alla versione latina del Nuovo Testamento rischi di tradire il senso del testo evangelico originario, che in lingua greca è: «Ἰδού, ἐγὼἀποστέλλω ὑμᾶς ὡς πρόβατα ἐν μέσῳ λύκων· γίνεσθε οὖν φρόνιμοι ὡς οἱὄφεις καὶἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί.» [iv]
Nel mondo protestante ed evangelico l’attenzione al testo originale è più evidente, come dimostrano le conseguenti varianti nelle diverse versioni delle Sacre Scritture. Un utilissimo e moderno presidio per lo studio biblico è il sito web cui spesso attingo nelle mie ricerche (www.blueletterbible.org ), che non si limita ad offrire il testo inglese dei versetti ricercati, ma offre la gamma delle versioni bibliche di tradizione anglosassone-protestante. Consultando questa risorsa informatica a proposito del versetto di Matteo in questione, infatti, le traduzioni offerte dei due aggettivi sono, rispettivamente “wise” (saggio – sapiente) ed “harmless” (innocuo – inoffensivo).[v] Da una ricerca più approfondita delle varie versioni inglesi, però, risulta che gli aggettivi possono essere anche altri. Nel primo caso: shrewd = scaltro, astuto, accorto (NIV), wary = cauto, diffidente (NASB20), prudent = prudente(DBY) e, nel secondo caso: innocent = innocente (ESV – CSB…) e guileless = ingenuo (DBY). [vi]
Di fronte a questo ventaglio di possibili (ma diverse) traduzioni viene spontaneo chiedersi quali attributi Gesù abbia effettivamente usato per rendere i propri discepoli più consapevoli del miglior atteggiamento da adottare nella loro difficile opera di evangelizzazione? Purtroppo non conosciamo gli aggettivi ebraici (o meglio, aramaici) che furono allora pronunciati dal Cristo, ma abbiamo comunque a disposizione il testo greco originale, dal quale possiamo appunto estrapolare il senso più autentico (direi etimologico) di quei due attributi.
Il primo è φρόνιμος /phròsimosche, nel lessico cui rinvia il sussidio inglese citato, viene tradotto: «Intelligente, saggio, prudente, cioè attento ai propri interessi, riflessivo, cioè sagace o discreto (implicando un carattere cauto; denota abilità pratica o acume; indica piuttosto intelligenza o acquisizione mentale);[…]נ בון, ח כ ם, מ ב ין = intelligente, comprensivo.» [vii] Un vocabolario on line del greco antico traduce φρόνιμος con: “intelligente, prudente, saggio, giudizioso, perspicace“ [viii], ma basta consultare il nostro classico ‘Rocci’ per comprendere che l’aggettivo deriva dal verbo greco φρονέω (phronéo), indicante l’esseresaggio, assennato, ragionevole, riflessivo [ix], da cui anche il sostantivo φρόνημα(phrònema), ossia: intelligenza, pensiero etc. [x]. L’immersione nel testo originario, dunque, ci consente d’interpretare metaforicamente il serpente come simbolo di un’intelligenza/conoscenza della realtà che rende saggi, prudenti, giudiziosi ed accorti. Ecco perché i seguaci di Cristo dovrebbero prendere molto sul serio la Sua paterna raccomandazione di non lasciarsi prendere dall’emotività, dallo spontaneismo e dall’imprudenza, proprio perché riflessione e cautela non denotano un atteggiamento timoroso o vile ma, al contrario, la piena consapevolezza della necessità di agire ‘nel mondo’[xi] con saggezza e, perché no, anche con scaltrezza, consci di operare in un contesto spesso ostile o comunque poco accogliente verso una proposta radicalmente alternativa. Particolarmente interessante, sul piano teologico, è il riferimento di Gesù in questo contesto proprio ad un animale ‘scomodo’ e con una cattiva fama come il serpente (ὄφις – òphis). Se ne parla infatti in 8 testi biblici, sia dell’Antico Testamento (Genesi) sia di quello Nuovo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, I e II lettera ai Corinzi, Apocalisse) e quasi sempre in modo negativo, cioè come animale astuto, tentatore ed infido. Ciononostante, in Mt. 10:16 il Maestro indica proprio il serpente come simbolo di un atteggiamento cauto, attento e saggio, invitandoci a non ignorare i pericoli della scelta evangelica e ad essere quindi pratici, prudenti, concreti e – come si dice a Napoli – abbasàti, ossia saggi e capaci di mantenere ‘i piedi per terra’.
Il secondo attributo da approfondire è ἀκέραιος / akéraios, comunemente reso in italiano con semplice ricalcando la versione latina, ma di cui abbiamo visto possibile scegliere fra altre possibili traduzioni (innocuo, inoffensivo, innocente, ingenuo). In effetti, come risulta consultando un vocabolario del greco antico, ci sarebbero ulteriori modi di rendere questo aggettivo: intatto, incolume, illeso, intero, integro, incontaminato, puro.[xii] L’etimologia di ἀκέραιος/akéraios, d’altra parte, rinvia principalmente al concetto di integrità (l’alfa privativa nega infatti l’aggettivo kèraios che allude alla distruzione, alla separazione di qualcosa d’intero), ma anche al verbo greco κεράννυμι / kerànnymi, il cui senso è mescolare, mischiare e, in un certo senso, contaminare. In questo caso, l’animale-simbolo di tutte le qualità elencate, nel versetto di Matteo, è la colomba (in greco περιστερά – peristerà), da sempre iconica rappresentazione della pace, della riconciliazione, della mansuetudine e dell’innocenza. Uccello diffusissimo in Palestina, essa nella Bibbia è metafora della salvezza che Dio concede misericordiosamente a coloro che sono stati traviati dall’antico serpente, ma è anche simbolo proverbiale di semplicità ed ingenuità, oltre che di purezza ed integrità. L’avvertimento del Maestro ai suoi discepoli, dunque, è quello di mantenersi puri, integri e semplici, senza però cadere nelle trappole di un mondo (κόσμος / kosmos) che aspetta solo l’occasione per catturarle e metterle a tacere, proprio come il proverbiale lupo con le pecore. Certo, le colombe volano e vedono le cose dall’alto, così come dovrebbe fare un seguace e testimone di Cristo, che voglia mantenersi fedele al suo insegnamento d’amore e di pace. Ma c’è bisogno anche dell’attenzione accorta e prudente dei serpenti, che conoscono bene il terreno nel quale si muovono cautamente, proprio per non cadere in una religiosità astratta, spiritualistica e disincarnata.
C’è anche un altro brano evangelico che ci lascia un po’ spiazzati, quando leggiamo che Gesù aveva affermato: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8). Ma forse è proprio la ‘scaltrezza’ dei serpenti che può aiutarci ad uscire dalla teoria astratta, per restare sì integri ma non ingenui ed incapaci di concretezza pratica. La nonviolenza attiva, infatti, è sempre stata uno stimolo ad agire secondo principi etici irrinunciabili, ma perseguendo obiettivi concreti, fattivi e raggiungibili. Riprendiamo quindi il nostro percorso di pacifisti, ma senza dimenticarci dell’avvertimento di Gesù e sforzandoci di coniugare l’integrità e l’in-nocenza delle colombe con la saggia prudenza dei serpenti.
Tempo di vacanze, con tutti i rituali di questo periodo: esodo di massa, code ai caselli, folla strabocchevole sulle spiagge e nelle località turistiche, caldo asfissiante, incendi boschivi etc. etc… Forse ‘vacanza’ e suoi derivati (fra cui il terribile ‘vacanzieri’) sono le parole più ricorrenti nelle cronache giornalistiche e televisive, nei post sui canali social e nelle discussioni fra amici e parenti, evocando periodi sempre più brevi ed intensi di fuga dallo stress lavorativo, per sostituirlo con quello dello svago, della ricreazione, del relax e del riposo (concetti che spesso si rivelano infatti del tutto inappropriati in tale circostanza.
Non in molti, però, si chiedono – o sanno già – quale sia l’etimologia di questa magica parola, croce e delizia di tanti ma a quanto pare un po’ misteriosa. Alla base del sostantivo ‘vacanza’, eliminata la parte modificante finale, resta il monema lessicale ‘vac-‘, nel quale è racchiuso il cuore semantico della parola, generando in primo luogo l’attributo ‘vacuo/a’. Un aggettivo abbastanza desueto, ma il cui senso è per molti abbastanza chiaro: vuoto, non pieno, libero. Basti pensare anche alle espressioni ‘posto vacante’, ‘seggio vacante’ e similari.
In effetti l’etimo della parola è sicuramente latino, poiché in quella lingua vacuus, -a, -um significava appunto ‘vuoto’, indicando uno spazio non occupato da nulla, più o meno come il kenos dei Greci, con derivazione protolatina *wakovos, a sua volta risalente ad una probabile radice indoeuropea *wak (abbandonare, lasciare, andar via)[1].
La ‘vacanza’, quindi, dovrebbe essere un periodo di ‘vuoto’, una realtà spazio-temporale improntata alla libertà; un’occasione per ‘fare il vuoto’ dagli impegni e dagli assilli quotidiani, cosa peraltro altamente improbabile in questi tempi caotici e difficili. A svuotarsi, semmai, sono solo le grandi città, dove – almeno per una decina di giorni – tutto sembra fermarsi, i negozi chiudono e le strade si svuotano, sempre naturalmente che non si tratti di centri turistici, che in questo periodo tendono invece a riempirsi di torme assetate e accaldate di turisti.
Fatto sta che dalla stessa radice, etimologicamente parlando, deriva anche il famigerato e maltrattato verbo ‘evacuare’, che significa appunto ‘svuotare’, in senso sia transitivo (sgomberare un edificio, abbandonare un luogo in pericolo, liberare l’intestino…) sia intransitivo (es. ”gli abitanti evacuarono in massa dalla zona del terremoto”). Eppure basta sentire i resoconti di un telegiornale o leggere un quotidiano per ritrovare questo verbo usato a sproposito, per evidente ignoranza del suo reale significato ma anche per l’incredibile pigrizia di chi dovrebbe vigilare sulla nostra lingua, bacchettando chi ne usa a sproposito il lessico, finendo così col dire inconsapevolmente delle sciocchezze. Ci raccontano sempre più spesso, infatti, che “la popolazione è stata evacuata a causa degli incendi boschivi”, “i pazienti dell’ospedale colpito dal missile sono stati evacuati”, “i residenti dell’edificio, dove è avvenuto il crollo, sono stati evacuati dalla protezione civile”. Se è vero quanto ho chiarito prima, dunque, persone duramente colpite da catastrofi varie e dolorose sarebbero state anche ‘svuotate’…aggiungendo cinicamente ulteriori sofferenze a quelle già patite!
Dice: vabbè, non facciamo i pignoli né i puristi. Ormai tutti dicono così e, si sa, la pratica val più della grammatica, o no? Eh no, troppo comodo usare a sproposito la propria lingua, senza nessuna obiezione, soprattutto quando a farlo non sono persone qualunque ma ministri, funzionari e giornalisti, dai quali sarebbero legittimo attendersi un minimo di correttezza espressiva.
Resta, infine, da riflettere – in questo nostro sempre più assolato ed affollato stato di teorica ‘vacanza’- a coloro i quali hanno preoccupazioni molto più serie delle code in autostrada e dell’affollamento nei bar e nei ristoranti. Migliaia di esseri umani sfollati dai loro villaggi distrutti e vaganti senza meta; abitanti sgomberati per emergenze telluriche, frane, inondazioni ed altri eventi avversi; paesi quasi raggiunti dalla furia distruttiva delle fiamme che stanno devastando ettari di boschi; malati e piccoli pazienti sfrattati dai loro letti d’ospedale e privati delle cure essenziali per la ferocia di guerre criminali. Tutti ‘evacuati’ dei propri diritti fondamentali, privati della dignità di esseri umani, ‘svuotati’ di ogni minima sicurezza e tranquillità e costretti a vivere nell’emergenza continua e nella precarietà.
Ci sarebbe da continuare con altre amare riflessioni, ma chiudo qua, per il timore che le mie parole suonino inutili e…vacue.
Le vacanze sono l’occasione per dedicarsi alla lettura ed io in questi giorni ho riletto il romanzo di William Golding “ll Signore delle mosche”. Le avventure di un gruppo di ragazzi e bambini inglesi, sopravvissuti ad un disastroso incidente aereo e costretti ad inventarsi un’esistenza randagia in un’isola deserta, mi hanno riportato alla mente l’annosa questione dell’alternativa tra civiltà e vita selvaggia, regole da rispettare e rifiuto di ogni limite etico, dialogo costruttivo e violenza bruta .Una contrapposizione sicuramente troppo rigida e schematica, quasi manichea, che esclude le infinite possibilità intermedie, ma sicuramente un punto fermo della riflessione filosofica sulle società umane. Rileggendo sulla spiaggia le vicende di quest’anomala comunità tutta di minori, in mezzo alla quale emergono subito due leader antagonisti, ho ripensato ad anni di esperienze come educatore ed insegnante, attento a cogliere la dinamica del gruppo che mi era stato affidato, pur senza trascurare quella della psicologia individuale e le esigenze delle singole persone. Nell’avvincente scrittura di Golding ho ritrovato i perenni meccanismi che presiedono alle difficili relazioni umane, che nei più piccoli emergono con ancor maggiore chiarezza, mettendo in evidenza il conflitto tra sé e gli altri, ma anche quello tra l’uomo ed il suo ambiente. Da ecopacifista, impegnato a cercare modalità espressive ed attive improntate ai valori della nonviolenza ma anche all’ecologia linguistica, non ho potuto fare a meno di leggere il racconto dello scrittore inglese come un’evidente metafora della continua lotta tra pulsioni distruttive e ricerca di soluzioni pacifiche, ricerca del consenso ed affermazione di un’autorità indiscutibile e minacciosa. L’apparente ed inaspettata vacanza, evocante la lettura dei classici di avventure e raccontata mirabilmente da Golding, in effetti, ben presto si trasformerà in un incessante duello tra due opposte visioni della sopravvivenza sull’isola. Da una parte c’è la razionalità e la ricerca di un ‘modus vivendi’ condiviso e regolare perfino in una situazione estrema da sopravvissuti, in vista di un auspicato salvataggio e del ritorno alla vita quotidiana e ‘civile’. Dall’altra, viceversa, l’affiorare – prima sordo poi sempre più esplicito – d’ una sempre più esplicita pulsione anarchica, di rifiuto dei pretesi valori cui si è stati educati, per affermare apertamente la logica dell’homo homini lupus, del branco animale stretto intorno al potere asoluto del proprio capo, cui delegare per intero ogni scelta e responsabilità. Certo, fa un po’ sorridere il tentativo del leader positivo, Ralph, di stabilire una sorta di democrazia parlamentare in un’isola sperduta, cercando di dare regole certe e condivise di discussione ad un insieme di bambini e ragazzi più grandi, che però sembrano non aver chiaro nella propria mente che quella forzata ‘vacanza’ dovrebbe essere assolutamente interrotta, cercando ogni mezzo per farsi notare da eventuali salvatori. Il simbolo di quella ricerca di salvezza e ritorno alla civiltà è per Ralph un segnale di fumo da mantenere ad ogni costo. Al contrario, per il suo antagonista, il truce Jack, la brusca fuoriuscita dalle insopportabili norme ‘civili’ diventa un’ottima occasione di autoaffermazione e di realizzazione del l’anomia che da sempre gli cova dentro e che facilmente riesce a contagiare ai suoi gregari, grazie allo stimolo entusiasmante della caccia, al tempo stesso fonte di autonomia e di affermazione dell’uomo sulla natura.
Non a caso, inoltre, la tribù di cacciatori promossa da Jack è definita un ‘esercito’, per sottolineare la logica di ferrea disciplina e lo spirito di corpo che deve vincolare il gruppo dei ragazzini agli ordini del capo, cui si può solo ubbidire. Al richiamo della bianca conchiglia con cui Ralph convoca l’assemblea per discutere coi suoi compagni, nella speranza di trasformarli in una comunità democratica e responsabile, dopo i primi tempi di accettazione delle regole, Jack contrapporrà il codice dei colori con cui ricoprirsi il corpo e le urla belluine che ha stabilito come segnale di avvertimento e di battaglia per la sua tribù di ‘selvaggi’. Un simbolo di ferocia ed aggressività, ma anche una ‘uniforme’ per irregimentare i suoi more militari. Perché nella sua visione la vita è lotta, affermazione di sé sugli altri e sulla realtà naturale, dominio e controllo del territorio, per accaparrarsene le risorse. E’ difficile non scorgere dietro questa narrazione l’apologo di una condizione umana drammaticamente sospesa tra la brutalità della violenza e la razionalità delle regole, ma anche del fallimento di una ‘civiltà’ che si limita ad inibire le pulsioni distruttive dell’uomo, senza però contrapporvi altro che fragili convenzioni e leggi da osservare, ma solo per non incorrere nelle punizioni. Gli sforzi dello scrittore britannico, che era stato anche insegnante ed aveva sperimentato in classe forme di dialogo democratico, sono vanificati da una realtà in cui le stesse regole della cultura occidentale hanno finito con l’alimentare paradossalmente l’anomia, l’inselvatichimento e la legge del più forte. E’ ciò cui purtroppo assistiamo quotidianamente, con l’ascesa degli autoritarismi, il dominio del militarismo bellicista, l’esplosione irrazionale e suicida dei conflitti in forme violente e contagiose. E’ anche la pervicace conferma della logica predatoria dell’uomo sull’ambiente naturale, per dominarlo perfino a costo di provocare la propria stessa estinzione. La violenza non è solo una patologia – ci spiega Golding – ma il frutto di paure ancestrali ed istinti primordiali, cui la civiltà ha solo imposto dei limiti, senza contrapporvi una vera alternativa, che nasca dal cuore e non solo dalla razionalità. La nonviolenza, invece, fa appello alla coscienza individuale oltre che alla consapevolezza collettiva, trasformando la pretesa virtù dell’ubbidienza al capo in una scelta personale e responsabile ed insegnando a valutare i mezzi utilizzati dalla positività o meno delle loro conseguenze. La nonviolenza non è vigliaccheria ma coraggio di opporsi risolutamente al male anche a rischio di rimetterci in prima persona, come fa Ralph nel romanzo, sconfiggendo il gregarismo passivo di chi scarica sul capo ogni decisione, chiave di ogni totalitarismo. I conflitti e le tensioni latenti, quindi, non vanno esorcizzati in nome di una precaria ricerca del consenso e dell’ordine, ma piuttosto trasformati creativamente e costruttivamente in occasioni di maturazione dello spirito e di crescita collettiva. Il fatto che nel romanzo di Golding l’isola sia abitata solo da ragazzi sembrerebbe escludere l’influenza degli adulti nei loro comportamenti, ma la verità è che proprio dall’esempio dei ‘grandi’ essi hanno assorbito la loro impostazione. Non sarà il loro perbenismo un po’ ipocrita a salvare i loro ragazzi da una degenerazione, frutto della caduta dei consueti freni inibitori in una situazione del tutto nuova e diversa. Non sarà neppure il buon senso di Ralph e del suo amico Piggy ad impedire l’affermazione di una barbarie primitiva nel gruppo, il cui simbolo è la mostruosa testa di porco infilata su un bastone e ricoperta di mosche, da cui trae il titolo il libro, visto che è l’esatta traduzione di ‘Ba’al Zebùl’, il dio pagano cui si facevano sacrifici umani e che è poi diventato poi diabolico Belzebù della tradizione cristiana. Contro i nostri demoni interiori non ci sono esorcismi ma solo appello alla coscienza, per evitare di assecondare gli spiriti di violenza, di vendetta, di dominio e di potere assoluto che compromettono ogni relazione positiva con gli altri e con la natura. Alla tragica distopia dell’homo homini lupus possiamo allora contrapporre l’utopia concreta e fattiva dell’empatia, della cooperazione e della costruzione di rapporti di comune umanità e di fusione con una natura di cui facciamo parte.
L’ecolinguistica per demistificare narrazioni pseudo-ecologiste
Nella III e IV parte del manuale in cui ipotizzo una “Grammatica ecopacifista” [i], mi sono soffermato a lungo sulla proposta d’una metodologia di analisi critica del discorso che traesse spunto dagli studi di ecolinguistica [ii] sulle ‘narrazioni’ anti-ecologiche diffuse dai media ma, al tempo stesso, riuscisse a cogliere le insidiose infiltrazioni d’un linguaggio militarista e bellicista nella comunicazione quotidiana, mediatica ed istituzionale.
Alcuni esempi di questa ricerca sono presenti già nell’ultima parte del mio libro, dove ho preso in esame alcuni testi, analizzandone il lessico dal punto di vista non solo ‘locutorio’ (che cosa affermano), ma anche ‘illocutorio’ (quale scopo si propongono) e ‘perlocutorio’ (quali effetti producono sui destinatari). In particolare, uno dei testi già analizzati [iii] era un documento parlamentare del 2022 sulla pretesa Transizione ec0logica della Difesa[iv], nel quale demistificavo l’intento ‘illocutorio’ d’una strumentale quanto improbabile trasformazione delle nostre forze armate in chiave ambientalista. Altri articoli che offrono una lettura critica di messaggi del genere li ho pubblicati nel mio blog e nel sito web ‘Academia.edu’, utilizzando l’impostazione ‘ecopacifista’ che propongo nel manuale [v].
Ora, proseguendo nella denuncia di queste sempre più frequenti operazioni di greenwashing, che cercano di presentare (non solo in Italia) gli organismi della difesa militare come i paladini della rivoluzione ecologista, questo mio contributo intende approfondire tali insidiose e mistificanti narrazioni, ancor più paradossali e indigeste quando abbiamo davanti agli occhi quotidianamente gli effetti catastrofici dei conflitti armati in atto, anche sul piano ambientale.
Il breve testo che stavolta ho sottoposto a verifica è presumibilmente stato prodotto da esperti in comunicazione alle dipendenze del Ministero della difesa, non riporta una data di pubblicazione ma sembrerebbe comunque abbastanza recente. Particolarmente illuminante già nel titolo (Esercito e ambiente. Elementi di narrativa per la comunicazione istituzionale[vi]), si direbbe un documento d’indirizzo, destinato a circolazione interna nella struttura militare, per poi essere utilizzato nelle pubbliche relazioni. I due termini utilizzati come incipit (“narrativa”) ed in coda all’indirizzo informatico (“approvata”) sono già abbastanza espliciti, lasciando trasparire una direttiva centrale ed ufficiale per orientare l’immagine istituzionale dell’esercito, preventivamente autorizzata dall’alto e diramata agli organi periferici per opportuna diffusione sui media.
Il verbo ‘narrare’ etimologicamente [vii] rinvia all’antica radice *gna (vedi il sanscrito gnanam: conoscenza), col suffisso dell’arcaico verbo igare, variante di agere (fare). In senso proprio, quindi, la ‘narrazione’ dovrebbe essere il frutto di un’azione finalizzata a diffondere un’autentica conoscenza. Ma recentemente, mutuando il neologismo inglese narrative, ha assunto un’accezione meno positiva, indicando una: “forma di comunicazione argomentata tesa a conquistare consensi attraverso un’esposizione che valorizzi ed enfatizzi la qualità dei valori di cui si è portatori, delle azioni che si sono compiute e si ha in programma di compiere, degli obiettivi da raggiungere…” [viii].
Il testo in oggetto si presenta infatti come una “ideological representation” [ix] di ciò che l’esercito italiano vorrebbe apparire più che di quanto sia in realtà, facendo ricorso ad una terminologia esplicitamente ecologista per avvalorare una tardiva vocazione ‘green’. Utilizzerò pertanto l’analisi critica del testo di questa dichiarata ‘narrazione’ per evidenziare l’uso strumentale di elementi lessicali scelti opportunamente a tale scopo propagandistico, sottacendo invece sulla natura intrinsecamente distruttiva delle forze armate e sulla pesantissima impronta ecologica che esercitano sull’ambiente naturale ed umano [x].
Un esercito virtuoso e responsabile, che protegge l’ambiente?
Il testo esaminato consta di 749 parole ed è suddiviso in 5 paragrafi: 1) Master message; 2) Operazione e concorsi a difesa dell’ambiente; 3) Gestione dei poligoni e simulazione addestrativa: 4) Infrastrutture e transizione energetica; 5) Coscienza ambientale. Il primo di essi, contrassegnato dal solito anglicismo informatico, contrassegna il ‘messaggio-guida’ cui adattare la comunicazione seguente. Essa affronta i vari ambiti in cui – secondo i redattori del testo – si esplicherebbe la vena ambientalista del nostro esercito, impiegato non solo contro il degrado ambientale esterno, ma impegnato anche a rendere eco-compatibili strutture e attività per loro natura distruttive o comunque inquinanti. La mia indagine sull’insieme del testo ha quindi posto in luce lo sforzo semantico dell’istituzione militare per apparire credibile in questa ‘mission impossible’, individuando e tabulando le forme nominali, aggettivali, verbali ed avverbiali utilizzate a tale scopo.
(a) Ovviamente il peso maggiore ricade sui 54 sostantivi con valenza ambientale da me enucleati (tra parentesi il numero di ricorrenze – in grassetto le ‘parole-chiave’):
Il quadro ‘narrativo’ che emerge in primo luogo da questo documento è semanticamente contrassegnato da concetti ‘protezionistici’ che l’Esercito si attribuisce, per la sua funzione di supporto all’autorità giudiziaria (contrasto, difesa, controllo, salvaguardia, normativa, violazione, sicurezza, bonifica, monitoraggio, limitazione, conservazione…), adoperando un linguaggio sicuramente più confacente al proprio ruolo (assai discutibile ma codificato per legge) di struttura ausiliaria nell’ambito della pubblica sicurezza e della protezione civile [xi].
In secondo luogo, la terminologia adoperata nel documento intende rimarcare la pretesa sensibilità ambientale di questa forza militare (ambiente, salute, impatto, emissione, energia, rifiuto, consumo, futuro, pianeta, coscienza).
Un terzo gruppo di parole-chiave, infine, sono destinate a contrassegnare e concretizzare la dichiarata ‘svolta’ ecologista dell’esercito, attingendo a piene mani al lessico ‘green’ che caratterizza (almeno a parole) i piani governativi per la ‘transizione energetica’ (autoproduzione, efficientamento, contenimento, ecosostenibilità, riduzione, elettrificazione, sperimentazione biocombustibile). Poco più che formule magiche, usate strumentalmente per indicare la volontà di trasformare un pesante, anomalo ed inquinante apparato militare in qualcosa di meno impattante sull’ambiente naturale ed antropico, e quindi di più ‘sostenibile’.
(b) Ma la colorazione ‘verde’ di questo documento deriva anche dall’utilizzo d’una ventina di attributi che ho evidenziati nella tabulazione e che riporto di seguito (tra parentesi le occorrenze plurime e in grassetto gli ‘aggettivi-chiave’):
Anche nel caso della scelta degli aggettivi si colgono in trasparenza treelementi basilari della pretesa rivoluzione ‘verde’ avviata dalle nostre forze armate, presi peraltro in prestito dal solito lessico politichese: (i) l’ambiguo concetto di ‘crescita sostenibile’ [xii]; (ii) l’idea, del tutto arbitraria, che la transizione ecologica si coniughi strettamente con quella ‘digitale’, in quanto frutto di scelte innovative ma graduali, anziché d’un radicale cambiamento del modello attuale di sviluppo e consumo; (iii) il banale luogo comune in base al quale lo sviluppo del settore ‘elettrico’ sarebbe di per sé garanzia di scelte ecologiche, a prescindere dalle fonti energetiche da cui è ricavata l’elettricità; (iv) il topos della ricerca di modernità/novità ed il malinteso concetto di ‘economia circolare’, sbilanciato troppo spesso sul riciclo piuttosto che sulla riduzione, il riuso ed il recupero dei materiali.
(c) La terza serie di significativi elementi lessicali che ho evidenziato è costituita dai seguenti 32 verbi, gli elementi più dinamici del discorso in quanto indicano le azioni che caratterizzano il progetto (tra parentesi le ricorrenze, in grassetto i verbi-chiave):
Sebbene alcune voci verbali siano comunque caratteristiche della visione militare e interventista tipica di una forza armata che svolge anche compiti di ‘pubblica sicurezza’ (assicurare, prevenire, pattugliare, segnalare, intervenire, garantire, contenere, assicurare, rafforzare…), non mancano verbi più attinenti al ruolo di protezione ambientale che l’Esercito si attribuisce (impegnarsi, ridurre, condividere, conservare, preservare, sensibilizzare, promuovere…).
(d) La mia rassegna del lessico ‘ambientalista’ impiegato nel documento si conclude con una decina di forme ed espressioni avverbiali, che delineano in primo luogo la linea temporale nell’evoluzione ‘verde’ dei nostri militari, ma anche l’elemento quali-quantitativo della loro azione, come è opportunamente ‘narrato’ nel documento in esame (tra parentesi le occorrenze).
Quotidianamente – ogni anno – in futuro – nel prossimo futuro – in prospettiva – prioritariamente – al passo coi tempi – sempre/ancor più (3) – appieno – al meglio.
Come in tutti i progetti, si accenna a una programmazione degli interventi a breve, medio e lungo termine, oscillanti tra quotidianità, annualità ed un più vago ‘futuro’, non senza ribadire – con un certo orgoglio di corpo – che essi saranno comunque svolti ‘al meglio’, ‘appieno’ ed in modo ‘sempre più efficace’.
Il ‘greenwashing’ d’un apparato militare sempre più…mimetico
Come ho avuto modo di osservare in altre occasioni, è intollerabile il goffo tentativo delle forze armate – in Italia come in alti paesi – di travestire il loro ingombrante e minaccioso apparato, energivoro, inquinante e finalizzato alla distruzione, coi panni di un’organizzazione che si propone la protezione dell’ambiente. Ovviamente i militari fanno il loro mestiere e da alcuni anni sfruttano con un certo impegno i propri uffici di ‘relazioni pubbliche’ per accreditare un’immagine virtuosa di sé stessi.
Ma il vero problema non è tanto il loro sforzo di mimetizzarsi in una società più consapevole della centralità della questione ecologica, quanto il cinismo con cui i governi europei affermano di perseguire questa improbabile rivoluzione verde con le stellette, chiudendo gli occhi sull’enorme e perdurante impatto ambientale delle stesse forze armate, sia in tempo di ‘pace’ (addestramento, esercitazioni ed ordinaria gestione di strutture e personale), sia laddove si scatenano conflitti armati che le vedono direttamente o indirettamente partecipi (operazioni belliche, ‘missioni’ all’estero, manovre congiunte).
La ‘narrativa’ d’un esercito sempre più ‘green’, ‘smart’ ed ‘innovativo’, impegnato sia nella ‘difesa’ ambientale verso l’esterno che in una virtuosa ‘pulizia’ delle proprie ricadute ecologiche negative, sarebbe di per sé abbastanza stucchevole se non fosse anche una mistificazione sul piano comunicativo, avallando addirittura l’idea dei militari come custodi dell’ambiente.
Leggere in quel documento affermazioni come: “Dal secondo dopoguerra, la costituzione di poligoni militari ha contribuito alla sicurezza nazionale e, parallelamente, a conservare la naturalità del territorio italiano, preservandolo dalla cementificazione selvaggia e dal bracconaggio” [xiii], ad esempio, è uno schiaffo alle giuste e reiterate proteste di tante comunità locali contro l’ invadenza e la distruttività dei poligoni militari su territori sottratti da decenni alla legittima fruizione della collettività civile ed alla possibilità di essere risorse produttive.
Resta poi indigeribile anche un’altra dichiarazione: “Dal 2020, abbiamo adottato un piano di monitoraggio dei poligoni in gestione e, quando previsto, condividiamo i risultati con le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) competenti”, dal momento che le FF.AA. si sono costantemente avvalse della loro immunità ed insindacabilità anche sul piano ambientale, soprattutto quando si tratta di territori in concessione a stati esteri (U.S.A.) o ad alleanze difensive (leggi: N.A.T.O., ma anche U.E.), sottraendoli alla sovranità nazionale o limitandone l’esercizio [xiv].
Concludendo, in questo caso mi sono soffermato su uno solo degli aspetti tipici dell’analisi ecolinguistica delineata da Stibbe, denunciando come l’ideologia ecologista che trasuda dal documento risulti ossimorica rispetto a visioni e comportamenti della struttura militare. Con l’analisi lessicale di questo testo ho evidenziato la modalità comunicativa adottata dai suoi autori, mettendo il luce il suo intento ‘illocutorio’ (avvalorare e diffondere la ‘narrativa’ di un esercito virtuoso e responsabile sul piano ambientale) e ‘perlocutorio’ (la conseguita rassicurazione della comunità civile sulla volontà delle FF.AA. di modernizzarsi e di ridurre al massimo la loro impronta ecologica). Citando un passo dell’articolo del giornalista statunitense Jasper Craven sul “greenwashing del complesso militar-industriale” negli U.S.A., non posso dunque non concordare che “questi sono sviluppi positivi ma deboli, parte di una crescente offensiva di pubbliche relazioni del Pentagono per distrarre da decenni di degrado ambientale” [xv], sostenendo la paradossale tesi che “per la peggior fonte di emissioni il cambiamento climatico sarebbe una priorità”.
N O T E
[i] FERRARO, E. (2022a) Grammatica Ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Ed.
[ii] Cfr. in particolare il manuale di STIBBE, A. (2021), Ecolinguistics. Language, Ecology and the Stories We Live By, 2nd Edition, Abingdon, Routledge
[iii] Cfr. “Pragmatica d’un testo ufficiale”, in FERRARO 2022, pp. 148-152
[x] A tal proposito, cfr. i seguenti testi: 1) MAZZEO, A. (2023), “La contaminazione dell’apparato militare”, in DE LELLIS A., PLACIDO E., RUSSO S. 2023 (a cura di), Uscire dalla guerra per un’economia di pace, Assisi, Cittadella Ed; 2) CNAPD (s.d.), La pollution de l’activité militaire. Un fantôme à dévoiler, Bruxelles, CNAPD; 3) M.I.R. Italia, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista (2021), Torino, Ed. Gruppo Abele; 4) Int’l Peace Bureau (2024), War Costs Us the Earth – GDAMS Statement 2024, I.P.B. https://ipb.org/war-costs-us-the-earth-%C2%B7-gdams-statement-2024/
[xi] Cfr. la L. 26 mar. 2001 n. 128, art 118: “1. In relazione a specifiche ed eccezionali esigenze, al fine di consentire che il personale delle Forze di polizia venga impiegato nel diretto contrasto della criminalità, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri dell’interno e della difesa, adotta uno o più specifici programmi di utilizzazione, da parte dei prefetti delle province in cui le suddette esigenze si sono manifestate, di contingenti di personale militare delle Forze armate, da impiegare per la sorveglianza e il controllo di obiettivi fissi, quali edifici istituzionali ed altri di interesse pubblico. Tale personale è posto a disposizione dei prefetti dalle autorità militari ai sensi dell’articolo 13 della legge 1aprile 1981 n. 121” https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2001;128 . Vedi anche la L. 14 nov. 2000 n. 331, in particolare al comma 5 dell’art. 1: “Le Forze armate concorrono alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza”. https://www.parlamento.it/parlam/leggi/00331l.htm#:~:text=Le%20Forze%20armate%20concorrono%20alla,7.
Nella recente attività pacifista ed antimilitarista mi sono occupato della tendenza di alcuni governi europei, ma non solo, ad ipotizzare provvedimenti legislativi che portino al ripristino, in varie forme e con diverse modalità, della coscrizione militare obbligatoria, laddove in precedenza fosse stata sospesa per lasciar spazio alla professionalizzazione delle forze armate.
Data la mia inguaribile curiosità per il senso originario delle parole, non potevo però fare a meno di pormi domande sull’etimologia di termini strettamente connessi con quel contesto militare, solitamente usati senza chiedersi che cosa volessero inizialmente significare. È il caso della quasi desueta parola ‘leva’, che viveversa sta tornando di moda in un contesto internazionale contrassegnato da guerre, ma anche di quella più gergale ‘naja’ e, in primo luogo, del lemma fondamentale, cioè ‘recluta’, col suo denominale ‘reclutare’.
Ebbene, la leva’ – spiega la fisica – è “una macchina semplice che consiste in un corpo rigido (di norma costituito da una sbarra) girevole intorno a un asse fisso (detto fulcro) e soggetto all’azione di due forze (tradizionalmente dette l’una potenza e l’altra resistenza, ma che sarebbe più appropriato chiamare rispettivam. forza motrice e forza resistente) applicate in due suoi punti”. [i] Lasciando stare i suoi significati in ambito meccanico, venatorio, psicologico, balistico etc., c’è da chiedersi: perché mai il servizio militare obbligatorio è stato chiamato così? Poichè il senso originario della parola ‘leva’ ci riporta a qualcosa che si adopera per alzare, sol-levare, è probabile che la ‘leva’ militare mirasse appunto a far emergere nuovi elementi da immettere nelle forze armate, ‘rimuovendoli’ dallo stato civile. [ii]
Ma ‘levare’ le persone dalla loro abituale condizione in tempo di pace, per portarli a combattere, rende necessario il ricorso ad un’imposizione legale, ad un preciso obbligo. Se per chi aveva già ‘servito la patria’ in armi si trattava di un richiamo, per arruolare nuovi giovani (iscrivendoli nel ‘ruolo’ dei soldati e trasformandoli in ‘co-scritti’) bisognava quindi ricorrere ad un criterio oggettivo: l’anno di nascita, cioè la c.d. ‘classe’ di appartenenza. Ed infatti: “Una … spiegazione fa risalire il termine naja al veneto antico naia, “razza, genia”, che a sua volta deriva dal termine latino natalia, pl. neutro di natalis, “attinente, relativo alla nascita”, con riferimento alla classe generazionale che veniva coscritta ogni anno”. [iii]
La principale voce lessicale da sondare etimologicamente, però, è proprio recluta, da cui reclutare. Si tratta d’un verbo che, sebbene sia utilizzato anche in ambito civile (es.: reclutare il personale), conserva un alone militare, rinviando ad un meccanismo d’assunzione forzato, o quanto meno non volontario. L’indagine sulla forma originaria del sostantivo e del suo verbo non dà risultati unanimi. Sembrerebbe rinviare allo spagnolo reclutar o alle simili forme in ‘r’ (fr: récruter – ingl: recruit), risalenti al sec. XVII e indicanti “una novella levata di soldati per surrogare i mancanti” [iv], forse riferendosi al verbo ré-coître, ricrescere, crescere di nuovo. L’etimologia più probabile, però, rinvia invece all’antico francese clut ed alle consimili voci nordico-germaniche (klut, clut, clout ), indicanti un pezzo di panno, un brandello di tessuto. Ne deriva così che re-clutare avrebbe il senso di ri-cucire insieme dei pezzi lacerati. [v]
Sta di fatto che ambedue i significati lasciano intravedere una visione strumentale, che utilizza le persone come elementi vegetali da coltivare, per sostituire quelli…‘recisi’, oppure come pezzi di stoffa da mettere insieme per ricomporre un tessuto che va…rappezzato. Non lo dimentichino i giovani, anche in Italia, se e quando si troveranno ad essere sottoposti a una coscrizione che resta un’autoritaria costrizione, al fine di re-integrare un tessuto militare lacerato, ovviamente per impiegarlo in nuove e laceranti avventure belliche…