«Domani il Giro prende il via da Gerusalemme: non una voce per contestare la “storica” novità della partenza al di fuori dell’Italia. Possibile che nessun corridore, nessun giornalista sportivo, nessuna forza politica italiana, nessuna rappresentanza del pacifismo abbia sollevato dubbi sull’opportunità di questo tributo a un Paese perennemente in guerra d’aggressione?» Così ha scritto ieri Luciano Scateni, in una sua nota su Facebook [i]
La verità però – come ben sa anche l’amico Luciano, con la sua vasta esperienza giornalistica e radio-televisiva – è che le voci di intellettuali e militanti per i diritti umani, come quelle degli stessi pacifisti, non riescono ad arrivare lontano, oscurate come sono dall’abituale atteggiamento di chiusura, se non di censura, degli organi d’informazione mainstream. Il risultato, ovviamente, è che ogni forma d’opposizione a vere e proprie operazioni propagandistiche – come quella di un Giro d’Italia che tiene in Israele le prime tre tappe – non trova alcuna risonanza mediatica, condannando queste ed altre manifestazioni di dissenso nel limbo delle iniziative di cui in pochi sapranno davvero qualcosa e potranno cogliere l’accorato messaggio.
E’ altrettanto evidente che risulta praticamente impossibile ad una persona normale risalire agli autori veri di questa incredibile ‘pensata’, cioè a chi abbia ‘partorito’ (per citare Scateni) tale brillante idea. Magari una qualche spiegazione uno riesce pure a darsela e, conoscendo la pervasiva influenza della lobby israelofila, non è neppure tanto difficile immaginare che si tratti di una decisione di natura squisitamente politica. E’ infatti indubitabile il ‘generoso’ contributo che un Giro ciclistico partito da Gerusalemme intende offrire alla politica di ‘normalizzazione’ portata avanti dallo Stato d’Israele, tesa a far dimenticare all’opinione pubblica occidentale le sue scelte militariste, razziste e sempre più repressive. E’ difficilmente negabile, dunque, che tale assurdo strabismo politico, che stigmatizza la violenza islamista ma finge di non vedere le mire espansioniste e belliciste israeliane, sia ispirato dallo unilateralismo cui ci ha condannato la supina adesione alla volontà dei cosiddetti ‘grandi della Terra’, la cui unica grandezza ha a che fare con il loro imperialismo militare ed economico.
«Sarebbe grave che, se il Giro d’Italia si ostinasse a celebrare con le tappe di Haifa e di Eliat il regime d’apartheid istituito da Israele in Palestina, lasciassimo che proprio in Italia non avesse risposte di condanna e di netta distanza da simili connivenze. – scriveva il Comitato BDS Campania – Non dipende da noi la tappa campana del 12 maggio a Montevergine. Ma dipenderebbe da noi il lasciarla senza risposta, permettendo alla macchina del consenso israeliana di approfondire la propria tentacolare presenza nel tessuto della nostra società, senza neanche provare a sviluppare conoscenza dell’uso strumentale del ciclismo e dello sport per assopire ogni coscienza internazionalista nella dimensione del godimento spensierato e smemorato della contemporaneità. Senza provare a destare una coscienza critica e solidarietà con i diritti violati dei Palestinesi.» [ii]
Certo sarebbe grave, anzi è grave, che si possa strumentalizzare in modo così sfacciato una manifestazione sportiva di largo seguito popolare, contaminando quell’evento ciclistico con elementi ad esso del tutto estranei. La verità, scriveva Flavia Lepre, è che:
« Il Giro d’Italia in “Israele” è una grande campagna mediatica, di quelle che scollano le parole dai fatti, giungendo persino a modellare con esse una realtà virtuale in totale capovolgimento di quella effettuale alla quale si sovrappone. Nell’immediato serve ad Israele per distrarre dalla sua aperta volontà d’impossessarsi non solo di tutta Gerusalemme ma anche della Valle del Giordano e di altre aree della Cisgiordania e di umiliare la parte palestinese.» [iii]
Eppure le campagne lanciate da B.D.S. Italia (con Cambia Giro) [iv] e B.D.S. internazionale (con #ShameOnGiro) [v] hanno sollevato il problema da molto tempo, cercando di coinvolgere il maggior numero possibile di voci contrarie a questa grottesca ‘presa in Giro’. E non sono mancate neppure i pronunciamenti critici di forze politiche, esponenti della cultura e dello sport nei confronti di una manifestazione sportiva così smaccatamente inquinata da interessi economici e propaganda. Eppure pochi possono davvero credere al ruolo di Israele come ‘ambasciatore di pace’ così come è palese la strumentalizzazione della figura del grande Gino Bartali come sponsor etico di un’operazione del genere.
«Ufficialmente si tratta di rendere omaggio al campione italiano Gino Bartali – commenta un giornalista belga – […] una ragione storica, forse, ma il Giro in Israele è anche una questione di soldi. L’organizzatore avrebbe ricevuto almeno 10 milioni di euro per accogliere questa partenza […] Con più di un miliardo di telespettatori, è soprattutto un’operazione mediatica […] Penso che per il governo israeliano si tratta di parlare di altro che del conflitto in corso, della violazione del diritto internazionale e di ricordare invece le bellezze del paese, tentando di attirare turisti dal mondo intero.» [vi]
Per la precisione, la somma corrisposta da Israele alla R.C.S. è stata di ben 12 milioni di euro, come aveva ammesso lo scorso novembre lo stesso organizzatore del Giro 2018, Mauro Vegni, incalzato dall’intervistatore del quotidiano francese Le Monde, salvo poi smentire ogni implicazione politica ed economica di tale operazione. [vii] Però è impossibile nascondere la realtà di una scandalosa scelta di parte, come sottolinea opportunamente un articolo pubblicato da Il Manifesto.
«Il tiro al bersaglio da parte dei cecchini israeliani prosegue e contro gli organizzatori del Giro e il governo Netanyahu si è scagliata due giorni fa Amnesty International che aveva già chiesto l’embargo sulla vendita di armi a Israele di fronte all’uccisione di tanti civili a Gaza. Israele, dice Kate Allen, direttrice del gruppo per i diritti umani, avrebbe torto se pensasse che ospitando la corsa a tappe italiana distoglierà l’attenzione dalle sue violazioni e dalle stragi di manifestanti disarmati. Il Giro, prosegue Allen, «parte accanto a Gerusalemme est, dove i palestinesi stanno affrontando demolizioni di case, costruzioni di insediamenti illegali e restrizioni ai loro movimenti». [viii]
Anche un autorevole quotidiano britannico come The Independent esprime dubbi sulle motivazioni che hanno indotto gli organizzatori del Giro d’Italia 2018 a farlo debuttare nello Stato d’Israele e sugli effetti che ciò provocherà, ricordando che:
«Diversi importanti gruppi hanno criticato l’appoggio dato dal ciclismo ad uno stato accusato di spaventose violazioni dei diritti umani nel suo conflitto con la Palestina […] E’ questo lo sfondo su cui inizia il Giro del 2018: come il ciclismo stesso, che devia costantemente l’attenzione ed è pieno di contraddizioni. Vegni è fermamente convinto che questo è sport separato dalla politica, eppure la strada è costellata da un potente simbolismo culturale, religioso e politico. Quando la seconda corsa ciclistica più importante del mondo scende in una delle regioni più fortemente contestate del pianeta, lo sport e la politica finiranno inevitabilmente con l’intrecciarsi.» [ix]
Ecco perché non dobbiamo farci prendere in Giro dalla bella faccia della modella israeliana Bar Refaeli né da quella grintosa del vecchio Bartali, utilizzate per dare una parvenza di credibilità a questa riprovevole iniziativa. Essa infatti non contribuisce per niente alla pacificazione, bensì inasprisce ulteriormente il conflitto, legittimando le strategie aggressive ed espansionistiche ed occultando una realtà vergognosa. Eppure gli Israeliani dovrebbero ben conoscere che:
«Vi sono sei cose che il Signore detesta, anzi, sette che il suo Spirito abomina: lo sguardo altero, la lingua bugiarda, le mani che versano sangue innocente, il cuore che medita perversi disegni, i piedi che si affrettano per fare del male, il falso testimone che proferisce calunnie, chi semina discordie tra i fratelli.» [x]
Ed è proprio in nome della verità, fondamento ed essenza della nonviolenza gandhiana,[xi] e del principio stesso della ‘riconciliazione’, cui s’ispira in Movimento cui aderisco, [xii] che non possiamo, e non dobbiamo, chiudere gli occhi di fronte a questa grave mistificazione. Un messaggio pronunciato con לְשֹׁון שָׁקֶר (lashon sheqer) – la ‘lingua bugiarda’ di cui parla il libro sapienziale dei Proverbi – non potrà mai costruire la pace ed è detestabile agli occhi del Signore. Se in Israele non si smetterà di “versare sangue innocente” דָּם־נָקִֽי (dam naqiy) e di “meditare propositi perversi” מַחְשְׁבֹות אָוֶן (macashavah ‘aven) ogni riferimento allo sport come spinta alla pacificazione sarà solo un’ipocrita falsità.
«Essi curano le ferita del mio popolo come fosse una cosa da niente, e dicono: ‘Tutto va bene! tutto va bene!’, mentre tutto va male. Dovrebbero vergognarsi per i loro delitti, ma non son più capaci di vergogna, non sanno più arrossire…» [xiii]
Noi però, se non abbiamo ancora perso la capacità di arrossire e di distinguere un atto di propaganda da un gesto di pace, abbiamo il dovere di smascherare questa cinica operazione e di protestare contro l’ennesimo tentativo di dare legittimità a chi si ostina a non rispettare convenzioni e trattati internazionali e gli stessi diritti umani. La campagna internazionale che ci esorta ad agire si chiama non a caso #ShameOnGiro. L’unico modo per non dovercene vergognare, allora, è rifiutarci di essere complici passivi di ciò che sta accadendo in Palestina, per di più: «…gridando ‘Pace! Pace! ‘, quando non c’è nessuna pace» [xiv], per riportare letteralmente il cit. versetto 8:11 di Geremia.
N O T E ———————————————-
[i] Luciano Scateni, “Giro d’Italia: il via da Gerusalemme. Perché “ > https://www.facebook.com/notes/luciano-scateni/giro-ditaliail-via-da-gerusalemme-i-perch%C3%A9/10160223237710307/
[ii] Comitato B.D.S. Campania, “Boicottare il Giro d’Italia che parte da Israele”, Contropiano, 22.04.2018 > http://contropiano.org/regionali/campania/2018/04/22/bds-campania-boicottare-il-giro-ditalia-che-parte-da-israele-0103187
[iii] Flavia Lepre, “Giro d’Italia in Israele: una gigantesca operazione di distorsione mediatica” (20.11.2017), BDS Italia > https://bdsitalia.org/index.php/notizie-cambia-giro/2357-giro-d-italia-in-israele-una-gigantesca-operazione-di-distorsione-mediatica-della-realta
[iv] https://bdsitalia.org/index.php/campagne/campagna-cambia-giro
[v] https://bdsmovement.net/news/shameongiro-lets-give-giro-ditalia-reality-check
[vi] Quentin Warlop, “Le tour d’Italie en Israël? ‘Un coup de com’ à 10 milions d’èuros” (04.05.2018) , rtbf.be > https://www.rtbf.be/info/monde/detail_le-tour-d-italie-en-israel-un-coup-de-com-a-10-millions-d-euros?id=9909770 (trad. mia)
[vii] Clement Guillou, “Cyclisme: le départ du Tour d’Italie en Israël n’est pas un message politique” (29.11.2017), Le Monde – Cyclisme > http://www.lemonde.fr/cyclisme/article/2017/11/29/cyclisme-le-depart-du-tour-d-italie-en-israel-n-est-pas-un-message-politique_5221911_1616656.html
[viii] Michele Giorgio, “Netanyahu raggiante ma Amnesty lo avverte: ‘Il Giro non cancella violazioni d’Israele’ “ (04.05.2018), Il Manifesto > https://ilmanifesto.it/netanyahu-raggiante-ma-amnesty-lo-avverte-il-giro-non-cancella-violazioni-israele/
[ix] Lawrence Ostlere, “Israel determined historic Giro d’Italia will not be tarnished by backdrops of contradiction and controversy” (04.05.2018), The Independent > https://www.independent.co.uk/sport/cycling/giro-ditalia-israel-sylvan-adams-chris-froome-cycling-mauro-vegni-a8335186.html
[x] Proverbi, 6:16-19 – Vedi anche testo ebraico in: https://www.blueletterbible.org/kjv/pro/6/16/t_conc_634018
[xi] V. la voce “Satyagraha’ su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Satyagraha
[xii] V. i principi del M.I.R., Movimento Internazionale della Riconciliazione > https://www.miritalia.org/ e http://www.ifor.org/#mission
[xiii] Geremia, 8 11-12
[xiv] « לֵאמֹר שָׁלֹום שָׁלֹום וְאֵין שָׁלֹֽום׃ » > https://www.blueletterbible.org/kjv/jer/8/11/t_conc_753011

« ….Il re asmoneo Alessandro Ianneo non solo conquistò Gaza spingendosi poco più a Sud, ma prese anche il deserto del Negev e per decenni impedì ai nabatei di usarne la Via dell’incenso. Uno dei siti esaminati è Horvat Ma’agurah, situato in un punto strategico che dà sul Nahal Besor – un wadi nel Sud d’Israele -. Qui passava la Via dell’incenso che collegava Petra e Gaza. I nabatei vi trasportavano beni preziosi, come mirra e franchincenso, dall’entroterra verso i porti del Mediterraneo e in Egitto (…) I ritrovamenti a Horvat Ma’agurah indicano che dopo la conquista di Gaza nel 99 a.C., Alessandro Ianneo costruì una fortezza con quattro torri dentro un precedente caravanserraglio nabateo.»
Fatto sta che proprio su quella via Filippo incontra quell’autorevole ministro, un africano e per di più un eunuco. Questi, di ritorno dal tempio di Gerusalemme, è intento nella lettura del libro di Isaia ed in particolare di quel passo (il c.d. IV canto, da 52:13 a 53:12) in cui si parla del servo sofferente (עֶבֶד ) di Jahvé. Si tratta di una figura misteriosa che l’etiope non è in grado d’interpretare, almeno da solo, per cui ricorre volentieri al diacono per riceverne le necessarie spiegazioni. Ricco e importante com’è, egli avverte comunque la mancanza nella sua vita di qualcosa o di Qualcuno che le dia senso. Quindi Filippo gli spiega che quella di Isaia era esattamente la profezia ci ciò che era accaduto da poco a Gerusalemme, quando Gesù il Nazareno era stato ucciso, proprio come un “agnello senza voce” condotto al macello per la salvezza di tutti, compresi gli stranieri e gli eunuchi. Ed è proprio lungo quella strada, in un’oasi nel deserto, che Filippo non si limita a trasmettergli la ‘buona novella’, ma lo battezza – su sua richiesta – confermando che Dio non fa differenze né tanto meno “preferenze di persone”, come proclama anche Simon Pietro in un passo successivo.
Anche lo studio della storia può aiutarci a comprendere il dramma del popolo filisteo/palestinese, che da ancor più tempo sembra condannato ad essere sottomesso e disperso. Uno sforzo, infine, dovrebbe essere fatto per mettere in luce tutto quanto è già stato fatto per valorizzare – nella legittima lotta del popolo palestinese – l’azione nonviolenta, la resistenza non armata e l’utilizzo di tutte le possibili tecniche di opposizione alternativa. In tal senso ci sono già stati molti contributi e approfondimenti, fra cui quello di Giulia Valentini, al quale rimando, limitandomi a citarne la conclusione:
Un corso di formazione-aggiornamento per docenti sull’educazione alla pace è un’occasione preziosa per riflettere su contenuti e metodi di un approccio educativo ispirato ai valori della nonviolenza, ma consente anche di entrare nel merito di una didattica alternativa a quella che ci viene proposta in modo perentorio da un’istituzione scolastica sempre più improntata alla logica aziendalista dell’efficienza e del merito.
Ciò premesso, il discorso non può che focalizzarsi sugli obiettivi di tale processo formativo, a prescindere dal taglio che si imprima ad esso. Infatti, se è vero che “la pace si insegna e si impara”, a nostro avviso bisognerebbe prioritariamente insegnare ai bambini che:
La mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva sociale ed espressiva.
Il terzo passo è il superamento della nostra tendenza a biasimare ciò che non ci piace degli altri. Dovremmo concentrarci piuttosto sui nostri bisogni più profondi, che stanno alla base dei sentimenti che proviamo. Purtroppo molte persone provano difficoltà a riconoscere i propri bisogni, ragion per cui Rosenberg ne propone un ampio repertorio, elencando gli human needs fondamentali. Essi vanno da quelli fisiologici (fra cui l’esigenza di giocare…) a quelli relativi alla personalità: autonomia, indipendenza, integrità, comunione … –
Il terzo elemento d’un confronto ecologico è la ricerca di un vero dialogo, evitando le astrazioni, facendo proposte concrete e valorizzando al massimo le differenze, in modo da perseguire non tanto il consenso quanto obiettivi condivisi. Comunicare con una modalità ‘ecologica’ richiede di attenersi alla realtà dei fatti, per evitare che l’astrattezza dei concetti conduca ad una contrapposizione sterile, che serve solo a stabilire ‘chi ha ragione’.
Un’altra tecnica di ‘pacificazione’ della comunicazione interpersonale cui si è fatto riferimento è quella, propria delle culture orientali, che si avvale delle parole in modo differente, ad esempio mediante l’uso di mantra particolarmente significativi come lo “Ho-oponopono”
Ricorre oggi il 45° anniversario dell’approvazione della legge n. 772 del 15.12.1972 

In 45 anni, mi sembra che lo stesso movimento italiano per la pace – pur tenendo conto dei suoi oggettivi limiti, dovuti ad evidenti diversità ideologiche di fondo e a differenti storie – non sia stato capace di uscire dall’alternativa paralizzante tra testimonianza personale ed impegno politico attivo, continuando ad oscillare tra iniziative di diffusione di idee e principi generali e mobilitazioni contro specifici eventi bellici. Un secondo peccato originale, a mio giudizio, è stato quello di essere raramente riusciti a coniugare i tre elementi fondamentali per una cultura alternativa (ricerca sulla pace, educazione alla pace ed azione per la pace). Il terzo grosso limite, infine, credo sia stato quello di contrapporre in modo schematico una nonviolenza solo ideologica, di stampo laico e libertario, a quella di natura etico-religiosa. Si è così perpetuata una frattura originaria a tutto vantaggio di chi, in questi anni, sovente si è opportunisticamente appropriato del pacifismo per propri fini ed in modo strumentale. Il risultato, 45 anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: aumento delle spese militari, professionalizzazione delle forze armate, permanenza e potenziamento della NATO nel nostro Paese, sviluppo dell’industria bellica e militarizzazione del territorio. I ‘pacifisti’, ancora frammentati ed ultimamente tendenti ad accontentarsi di obiettivi minimali e simbolici in materia di difesa civile, non costituiscono da tempo un polo di attrazione per i giovani, trasformandosi in un mesto aggregato di ex-combattenti per la pace e di reduci delle campagne nonviolente.
Anche in questo caso ritengo che si bisogna tornare all’ammaestramento di don Milani, quando ci ammoniva:
1 – Un governo sulla difensiva
2 – Il “libro giallo” della Difesa
Il guaio è che, di fronte a quest’assurda strategia militarista riarmista e bellicista, non si avverte nel Paese una reazione minimamente adeguata. E’ vero che siamo da decenni rassegnati a politiche che non tengono alcun conto delle vere priorità economiche e sociali e che sono gestite fuori e comunque oltre la dialettica parlamentare. E’ vero anche che l’italiano medio ha sempre capito poco delle politiche della difesa e che, a loro volta, i suoi rappresentanti istituzionali hanno sempre fatto di tutto per mantenerlo in questa pericolosa ignoranza. Mi sembra però che sia giunto il momento di aprire gli occhi e di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia. La situazione internazionale diventa sempre più incandescente e l’Italia – lo Stato che dichiara statutariamente di ‘ripudiare la guerra’ – contribuisce da tempo al diffondersi della ‘guerra a pezzi’ denunciata con forza da Papa Francesco. Il problema è che il movimento per la pace italiano è ancora più spezzettato ed organizzativamente fragile, privo di una bussola chiara ed unitaria, che non può essere rappresentata solo da un pacifismo generico e minimalista, ma deve ritrovare lo slancio del progetto che solo la nonviolenza attiva ed una visione alternativa della difesa può animare. Non ci può essere reazione alle politiche aggressive a livello internazionale, ad esempio, se non cominciamo a batterci, qui e ora, per la smilitarizzazione dei nostri territori e delle nostre città. Se non ci rendiamo conto che i nostri risparmi, depositati in banca, troppo spesso vanno a finanziare il mercato della morte. Se continuiamo a credere nella favola del buon soldato che difende la sicurezza delle strade
P.S. – Negli 8 minuti ca. che hai impiegato a leggere questo articolo lo Stato italiano ha speso 360.000 (trecentosessantamila) euro in spese per la difesa.
La parola più pronunciata e scritta in questi giorni è sicuramente ‘auguri’. E’ probabile che chi la dice e ripete creda di conoscere già il senso di questo vocabolo oppure, più semplicemente, che non si preoccupi affatto di approfondirne il significato. Visto che siamo giunti all’inizio del nuovo anno, periodo in cui gli auguri si sprecano, mi sembra però il caso di capirci qualcosa in più, cercando l’origine della parola in questione, la sua etimologia. Molte persone, in particolare quelle che hanno fatto studi classici, sono convinte che il vocabolo abbia un diretto rapporto con la figura degli augures, autorevole collegio di sacerdoti che, nell’antica Roma, predicevano il futuro ispirandosi a vari segni, tra cui il volo degli uccelli, il loro modo di nutrirsi ed i loro richiami.
Ma è davvero questo che vogliamo e possiamo ‘augurare’ a noi stessi ed al nostro prossimo? Non avvertiamo un che di falso – o quantomeno di retorico – in questo genere di auspicio? In barba alla nostra autoconsolatoria e pretestuosa visione d’una crescita illimitata ed aperta a tutti, la realtà delle cose e l’esperienza storica c’insegnano, viceversa, che la fortuna di alcuni comporta spesso la sciagura per tanti altri, come recita il cinico detto: “Mors tua vita mea”. Risorse e potere, d’altra parte, non sono affatto illimitate ed una crescita esponenziale e generalizzata non è nell’ordine delle cose. Come nel caso della classica ‘coperta stretta’, chi la tira con forza dalla propria parte non può fingere che non sta scoprendo qualcun altro. Certo, sarebbe bello credere – e quindi augurarci gli uni con gli altri – che ogni persona possa aspirare a migliorare a dismisura la propria condizione senza compromettere neanche un poco la condizione esistenziale di tutti gli altri e, in prospettiva, delle generazioni future. Purtroppo la verità è ben altra e l’attuale modello di sviluppo ci sta portando a registrare che la sola crescita innegabile è quella della ‘forbice’ che divide una ristretta minoranza (sempre più ricca e potente) dalla stragrande maggioranza dell’umanità (sempre più indigente e priva di diritti).
Concludo questa mia riflessione d’inizio d’anno formulando anch’io un augurio. Auguro infatti di riuscire a vedere la realtà con occhio diverso, rinunciando alla comoda illusione che tutti possano avere tutto, drammaticamente smentita dal crescente divario economico, sociale e culturale che abbiamo sotto gli occhi. Spero quindi che l’umanità la smetta di inseguire il malsano miraggio d’una crescita illimitata, causa invece di sottosviluppo per tanti esseri umani e di distruzione degli equilibri ecologici. Mi auguro poi che l’unica crescita che ci stia a cuore in questo nuovo anno sia quella del bene comune e dei beni comuni, il contrario cioè della privatizzazione e dell’accaparramento delle risorse. A questo punto non mi resta che lasciare la parola ai famosi “auguri scomodi”, formulati circa vent’anni fa dal grande vescovo don Tonino Bello:
“ Quella giornata ha cambiato le nostre vite, non siamo ancora riusciti a vederne il tramonto”: è questo l’enfatico titolo dell’articolo di Mario Calabresi su la Repubblica.
Eppure noi Italiani – ed in particolare noi Napoletani – dovremmo ricordare che siamo stati sottoposti a ben altro trattamento da parte dei nostri ‘liberatori’ tra agosto e settembre di 73 anni fa. Non si è trattato solo di alcuni velivoli che hanno sconvolto all’improvviso la vita quotidiana degli abitanti di una grande città, ma di un pesante, incessante, martellamento dall’alto che ha provocato decine di migliaia di morti, in prevalenza civili, distruzioni d’interi quartieri ed interruzione di ogni attività ordinaria. Ben 200 raid aerei anglo-americani hanno raso al suolo Napoli tra il 1940 ed il 1944, lasciando ben poco altro da distruggere alla furia feroce della Wehrmacht in fuga. Si trattava, soprattutto negli ultimi anni, di ‘bombardamenti a tappeto’ che costrinsero la solare popolazione di Napoli ad inventarsi un’oscura vita sotterranea, fatta di allarmi lancinanti e di angosciose e lunghe attese per rivedere la luce, scoprendo magari che il proprio palazzo era intanto stato ridotto ad un cumulo di macerie. Che non si trattasse solo di un’offensiva per sbaragliare e far fuggire gli occupanti tedeschi è stato da tempo appurato, trattandosi di una ben precisa strategia di guerra psicologica per ‘convincerci’ a ribellarci ai nazisti.
Roberto Ciuni ci ha poi raccontato uno dei più disastrosi attacchi aerei su Napoli, a soli due giorni dall’armistizio dell’8 settembre: “Il 6 settembre 1943 le poche sirene ancora in funzione iniziano a suonare l’allarme numero 384 dall’inizio della guerra, dieci minuti dopo la mezzanotte. I napoletani le udranno di nuovo, stavolta per dare il cessato allarme, dodici ore dopo. Durante la giornata la città sopporta le bombe di 300 «Fortezze volanti» divise in sei ondate: ogni incursione dura tre quarti d’ora; la più grave è quella delle 13,45. Alla fine, si contano 72 morti…” 
In un precedente articolo dello scorso novembre
Era questo il sottotitolo del libro che Alberto L’Abate e Lorenzo Porta hanno curato nel 2008 sul tema “L’Europa e i conflitti armati”
Già nel mio contributo di un anno fa, richiamando un contributo di Eli McCarthy (docente di studi sulla pace all’Università statunitense di Georgetown) cercavo di chiarire quali sarebbero le soluzioni possibili per indurre le popolazioni locali a resistere nonviolentemente all’integralismo islamista ed alle sue operazioni terroriste. In quell’occasione, infatti, citavo gli otto punti della sua proposta
Fino ad un paio di giorni fa, sulle pagine dei nostri quotidiani regnava il silenzio sulla ‘missione’ militare in Libia che l’Italia si appresta non solo a svolgere con grande zelo, ma addirittura a dirigere sul piano operativo. Solo alcuni giornali, come Secolo XIX e Corriere della Sera, ci hanno informato in merito a questa operazione – segreta ma non troppo – raccogliendo più che altro le indiscrezioni trapelate grazie ad un articolo del Wall Street Journal. Un generale americano, comandante delle forze speciali in Africa, infatti, sosteneva in un’intervista che “…è già operativo a Roma un Coalition Coordination Center, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis. Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni.”