PER UNA COMUNICAZIONE DISARMATA E NONVIOLENTA

Premessa

Dopo l’elezione di Papa Leone XIV, i media hanno ripetutamente evidenziato come le sue prime parole da successore di Pietro siano state auguri di pace ed esortazioni alla ‘costruzione di ponti’.  Il fatto che tali richiami del nuovo pontefice déstino ancora quasi meraviglia mi sembra che dia la misura di quanto poco la fede in Cristo e l’accettazione del messaggio evangelico siano profondamente ed effettivamente radicate nel sentire comune, perfino in un contesto culturale che ama definirsi ‘cristiano’.

Dalla reazione un po’ stupita di alcuni commentatori, inoltre, traspare l’idea che la Parola di Gesù Cristo avrebbe forse potuto essere diversamente interpretata da un nuovo Papa, come se si trattasse d’una ideologia qualunque, da attualizzare o da limitarsi a tramandare, a seconda della persona posta a capo della Chiesa universale. Un’idea peraltro assai antica, come constatiamo già leggendo la prima lettera di san Paolo ai Corinzi, nella quale l’apostolo ammoniva le prime comunità cristiane a non seguire questa strada divisiva ed incoerente.

«10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. […] 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo” 13 È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? […] 17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» [i].

Il Vangelo del ‘Principe della Pace’ [ii] – almeno tra i credenti – non dovrebbe essere ridotto a ‘sapienza di parola’, perché la pace, la carità fraterna e la riconciliazione non sono delle variabili da porre più o meno in evidenza, ma costituiscono il cuore stesso della buona notizia che il Salvatore ci ha lasciato come nuovo testamento. Ma purtroppo millenni di cristianesimo non testimoniano una reale fedeltà a quel messaggio di pace che, come sottolineava già nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam, dovrebbe comunque caratterizzare l’umanità.

«Solo a questo essere animato è stato concesso il dono del linguaggio che è lo strumento principe nella conciliazione dei rapporti di amicizia […] Va bene, si conceda che la natura, pur così potente tra le belve, non abbia avuto alcuna efficacia tra gli uomini. […] Del resto, considerato che l’insegnamento di Cristo è ben superiore a questo, perché non convince chi lo professa relativamente, soprattutto a quell’elemento verso cui più d’ogni altro spinge, vale a dire la pace e la reciproca benevolenza? O, se non ce la si fa proprio, perché non fa disimparare questa tanto empia e bestiale pazzia che è il muoversi guerra?» [iii].

Trovo molto significativo, in particolare, il riferimento di Erasmo al linguaggio umano come strumento al servizio della pace e della conciliazione e, non a caso, da parecchi anni alcuni miei contributi [iv] hanno riguardato proprio il nodo della comunicazione come veicolo di una relazione non ostile, quindi priva di violenza, ma soprattutto costruttiva e pacificatrice. Un aspetto che non mi sembra sia stato finora adeguatamente approfondito e valorizzato perfino all’interno dei peace studies, dove l’attenzione spesso si focalizza sui contenuti dell’educazione alla pace più che sulle modalità comunicative che dovrebbero caratterizzare un approccio nonviolento. Ecco perché l discorso che Papa Leone XIV ha indirizzato agli operatori della comunicazione pochi giorni dopo la sua elezione [v] mi sembra di fondamentale importanza e quindi intendo analizzarlo attentamente.

Per un dialogo non aggressivo, veritiero, umile e amorevole

Troppo spesso i resoconti giornalistici, radiotelevisivi e dei social media ci offrono solo una parte dei discorsi pubblici, solitamente quella che più colpisce la sensibilità dei lettori o che risulti particolarmente interessante a loro giudizio. Nel caso dell’elocuzione che il nuovo Papa ha rivolto ad un pubblico di addetti all’informazione, però, il tema non riguardava questo o quel tema, bensì l’essenza stessa del loro compito di comunicazione. Eppure, pur riferendone le parole, non mi sembra che siano stati in molti quelli che hanno posto l’accento su un aspetto così importante. Cominciamo allora a prendere in esame quanto ha detto in questa circostanza l’ex mons. Prevost, che aveva esordito presentandosi dalla loggia vaticana come “un figlio di Sant’Agostino”.

  «Beati gli operatori di pace» […] una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla» [vi].

I primi elementi di una comunicazione in stile evangelico che il Papa ha messo in rilievo sono racchiusi in due attributi (diversa e non aggressiva) ed in un nome-concetto da cui si prende le distanze (competizione), affermando che la ricerca della verità non dovrebbe mai essere disgiunta dal comandamento dell’amore e da uno spirito di umiltà.

«Il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra [...] Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi» [vii].

La ‘guerra delle parole’ evocata da Leone XIV è in gran parte dovuta a quegli “stereotipi e luoghi comuni” che avvelenano la comunicazione, impedendo la dinamica costruttiva del dialogo o comunque irrigidendola. Anche nell’informazione bisogna dunque liberarsi dalla ‘Babele’ dell’incomunicabilità, in cui un linguaggio fazioso diventa strumento di confusione e produce solo incomprensione e inimicizia.

«Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto» [viii].

Già, perché uno stile aggressivo – come verifichiamo ogni giorno a livello mediatico – non produce niente di buono né tanto meno facilita il ‘confronto’ che, anche etimologicamente, richiama appunto il concetto di ‘dialogo’, cioè il discorso tra due o più persone che si fronteggiano con le loro diversità, ma che dovrebbero comunque perseguire un obiettivo comune attraverso lo scambio verbale. Ma allora, per citare ancora le parole di Erasmo, come mai dopo millenni dalla Parola di Cristo, dai discorsi emerge spesso tutt’altro che “amicizia e reciproca benevolenza?”. Perché allora, come si chiedeva Erasmo:

«Ogni pagina delle Scritture dei cristiani proclama solo pace e concordia, e tutta la vita dei cristiani è soltanto un’interminabile guerra»?  [ix]

Per una comunicazione senza pregiudizi, fanatismi e odî

A questo punto del suo discorso agli operatori della comunicazione, il Santo Padre è andato diritto al punto fondamentale della questione. Dal momento che gli stessi cristiani, contrariamente al precetto evangelico di una concordia che porti alla pace, sono stati troppo spesso coinvolti in quella ‘interminabile guerra’, bisogna sicuramente disarmare gli stati, ma prima ancora le coscienze ed il linguaggio. Su questo tema Leone XIV, in modo significativo, rilancia qundi il potente ed insistente messaggio che era stato di Papa Francesco.

«Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana […] Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace» [x].

Ricapitolando ciò che ci ha trasmesso il Papa col suo discorso – rivolto in primo luogo, ma non soltanto, a chi lavora in questo specifico ambito – provo a riepilogare quelle che appaiono le sue coordinate per giungere ad una comunicazione di pace e per la pace.

  •  Quella che Gandhi avrebbe chiamata ‘parte oppositiva’, ossia l’esclusione di ciò che va in direzione esattamente contraria a tale obiettivo, si riferisce ai seguenti atteggiamenti e comportamenti citati da Leone XIV: aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio.
  • La pars construens’ (il gandhiamo ‘programma costruttivo) è invece racchiusa nelle espressioni da lui usate in positivo: ricerca della verità, amore, umiltà, dialogo, confronto, comunicazione disarmante, condivisione, coerenza con la dignità umana, consapevolezza e coraggio.

Ritornando al non casuale richiamo del nuovo pontefice alla sua caratterizzazione come ‘figlio di sant’Agostino’, c’è forse da fare una considerazione. Il grande Padre della Chiesa considerava la parola come qualcosa che va oltre ciò che intende designare, rappresentando anche un ponte tra Dio e l’umanità ed anche uno strumento per comunicare la Verità. Non a caso le Sacre Scritture parlano del Logos, evocando sia il potere creativo della Parola del Dio Padre, sia la sua incarnazione nella persona umana del Figlio redentore. Come Papa Francesco affermò in una sua omelia del 2023, intitolata appunto “Dei verbum”:

«Agostino riconobbe il compito del predicatore in questo rapporto tra parola e voce, sia per la sua grandezza sia per i suoi limiti. Da un lato, il bel compito del predicatore consiste nell’essere una voce percepibile e viva al servizio della Parola di Dio. Dall’altro, il suono sensoriale, cioè la voce che porta la parola da una persona all’altra, è destinato a scomparire, mentre la parola rimane. La voce umana non ha altro scopo che trasmettere la parola; dopodiché può e deve fare un passo indietro e tacere di nuovo in modo che la parola rimanga al centro dell’attenzione» [xi].

Il problema nasce quando le voci umane smettono di trasmettere la Parola oppure ne tradiscono il senso, creando la “confusione di linguaggi senza amore” cui si riferiva Papa Leone XIV, falsando la verità ed impedendo il dialogo e la concordia su cui si fonda una comunicazione che sia al tempo stesso “disamata e disarmante”.

Una grammatica di pace per disarmare la comunicazione

Trovo di fondamentale importanza che uno dei primi discorsi del nuovo Pontefice sia stato dedicato a questo aspetto che, oltre ad essere un tema pastorale, è un terreno d’impegno per coloro che perseguono l’obiettivo dell’educazione alla pace. Formare non solo alle questioni riguardanti la pace, ma anche alle modalità nonviolente per costruirla, è compito della peace education,che sta conquistando spazio ed attuazione anche nel nostro sistema formativo, insidiato però da un’invadente e diffusa militarizzazione della scuola, dell’università e della cultura in generale.

Accennavo all’inizio che già dagli anni ’80 mi sono dedicato all’individuazione delle caratteristiche di una educazione linguistica per la pace, partendo dalla constatazione che il linguaggio – strumento principe per conoscere, comunicare, socializzare ed esprimersi – è troppo spesso utilizzato per conseguire finalità opposte, ossia per nascondere, creare divisioni e reprimere. I moventi negativi che rendono violento il linguaggio, non a caso, li ritroviamo in quelli cui faceva riferimento Papa Prevost, quando parlava di aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio. Se si vuole ‘disarmare’ la comunicazione verbale, perciò, bisogna n primo luogo accrescere la consapevolezza che essa può essere messa al servizio sia di relazioni positive sia d’intenzioni violente, in modo da iniziare a educare quanto prima possibile ad un linguaggio non ostile e costruttivo.

«La questione non è tanto annullare l’aggressività verbale – scrivevo più di 40 anni fa – quanto esplicitare i meccanismi attraverso cui si manifesta. Abituando i ragazzi a rendersi conto del peso di ciò che fanno e dicono e, nel contempo, abituandoli ad essere meno vulnerabili perché più consapevoli» [xii].

Una ‘grammatica della pace dovrebbe partire dal fornire strumenti per riconoscere quando una modalità linguistica serve a scoprire la realtà, a sentirci uniti e ad esprimerci o, viceversa, a nascondere la verità, provocare separazioni e bloccare la libera espressione di pensieri e sentimenti.  Ma anche la comunicazione non violenta ideata negli stessi anni da Marshall Rosemberg ci aiuta ad usare il linguaggio per distinguere le osservazioni dalle valutazioni, per comprendere ed esprimere i sentimenti, per cogliere ed esprimere i bisogni e per imparare a formulare richieste che non siano pretese.

La prima forma di disarmo della comunicazione è allora la presa di coscienza dei moventi negativi che talora la rendono aggressiva e distruttiva (pregiudizi, rancori, affermazione di sé a danno degli altri, intenzioni mistificatorie…). Il secondo passo è quello di affidarsi invece ad un linguaggio sincero, compassionevole ed aperto alla collaborazione, al fine di: «esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un’attenzione rispettosa ed empatica» [xiii] .

Nel mio ultimo contributo in tale direzione [xiv] ho avanzato anche l’ipotesi d’una grammatica ecopacifista, capace di avvalersi, oltre che delle suddette proposte di comunicazione nonviolenta per la pace, anche dell’apporto dell’ecolinguistica, un approccio innovativo che ci aiuta a comprendere le ‘storie’ che viviamo, analizzandole da un punto di vista ecologico, rendendoci capaci di resistere alle ‘narrazioni’ mistificanti che danneggiano il nostro mondo [xv]. Se infatti è di fondamentale importanza trovare il modo giusto per rendere il nostro linguaggio disarmato, in quanto rispettoso e non ostile, credo che sia non meno importante farlo diventare anche disarmante, cioè aperto e capace di suscitare empatia, fiducia e reciproca accettazione, agevolando in tal modo il dialogo e la collaborazione.


Note

[i]  1 Corinzi: 10-13/17

[ii]  Cfr. Isaia 9:6 e Giovanni 14:27

[iii] Erasmo, Sulla pace, Milano, Rusconi, 2007, pp.10-13

[iv]  Fra gli altri, v. in particolare: Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Ed. Satyagraha, 1984 e Idem, Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022

[v]  Cfr. il testo del discorso del 12/05/2025 sul sito https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/may/documents/20250512-media.html

[vi]  “Discorso del Santo Padre Leone XIV agli operatori della comunicazione”, cit.

[vii]  Ibidem

[viii]  Ibidem

[ix]  Erasmo, op. cit., p. 27

[x]   “Discorso del Santo Padre…”, cit.

[xi]  Papa Francesco, Omelia nella Santa Messa per il Festival Dei Verbum  (Basilica Concattedrale di San Siro, San Remo, 28 agosto 2023).   https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/cardinal-koch/2023/homelies/Nello-Spirito-di-Sant-Agostino-servire-la-parola-vivente-di-Dios.html . Sulle riflessioni linguistiche di S. Agostino cfr. Bottin, Francesco. (2023), Agostino e Wittgenstein sulla natura del linguaggio 1. Percorsi medievali per problemi filosofici contemporanei, pp. 15-54. https://www.researchgate.net/publication/369258660_Agostino_e_Wittgenstein_sulla_natura_del_linguaggio_1

[xii]  E. Ferraro, Grammatica di pace, cit., p. 35

[xiii]  Marshall B. Rosemberg, Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla C.N.V., Reggio E., Centro Esserci, 2003, ppp. 20-21

[xiv]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista…, cit.

[xv]  Sul concetto di ‘ecolinguistica’ v. in particolare: Arran Stibbe, Ecolinguistics language Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge, 2015


© 2025 Ermete Ferraro

NATO, CROCE E TOTÒ: UNO STRANO TRIS PER FESTEGGIARE NAPOLI

Da ‘Napoli millenaria’ a ‘Napoli milionaria‘…?

Abbiamo da non molto appreso dai comunicati stampa del Comitato Nazionale Neapolis 2500 il programma degli eventi che ben due organismi organizzatori (uno nazionale e l’altro cittadino) hanno partorito per celebrare la capitale del Meridione d’Italia. La nostra città è stata definita sui manifesti ora Napoli Millenaria (con un originalissimo gioco di parole), ora Napoli Musa (simboleggiandola graficamente con una enne ondeggiante, il logo-concept della kermesse in onore della città neogreca, in realtà molto più antica di due millenni e mezzo). La notizia più sorprendente – e per alcuni sconvolgente – è però che ad aprire in pompa magna questa programmazione celebrativa sarà un evento molto particolare: il vertice della NATO sulla sicurezza nel Mediterraneo.

«Ad inaugurare il programma, su iniziativa del vicepremier e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, la riunione a Napoli del 26 e 27 maggio di alti funzionari dell’Alleanza atlantica e dei paesi partner della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. “Napoli, sede di un importante Comando Nato e della VI Flotta USA, si conferma nuovamente al centro del dialogo sulle dinamiche di sicurezza, che interessano la stabilità e la prosperità del Mediterraneo allargato. Oltre 130 ospiti internazionali provenienti da 48 Paesi e organizzazioni internazionali, animeranno la due giorni, contribuendo alla riflessione per affrontare congiuntamente le sfide e le minacce comuni nel fianco sud dell’Alleanza». [i]

Ebbene sì. La prima brillante iniziativa il governo ha pensato per fare la festa a Napoli – definita nello Statuto ‘Città di Pace’ [ii] e medaglia d’oro per essersi liberata autonomamente dalla feroce occupazione nazista – è un summit di ministri e generali, per ricordarci che da 74 anni abbiamo il grande onore di ospitare a Giugliano il Comando Integrato euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica (JFC Naples) e, a due passi dall’Aeroporto Civile di Capodichino, anche quello euro-africano della Marina degli Stati Uniti (U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet ), i cui rispettivi comandanti, casualmente, coincidono nella stessa persona.

Più che con le candeline, dunque, il compleanno di Napoli sembrerebbe iniziare col botto di esplosivi candelotti atlantisti, spacciati per festosi tricche-tracche. Questo inopportuno esordio della rutilante celebrazione di Napoli Millenaria sembra infatti riportarci al cupo clima della eduardiana Napoli Milionaria. Una città minacciata di distruzione dalla ferocia nazista, devastata dai bombardamenti anglo-americani e colonizzata dai nuovi ed arroganti conquistadores, che vi hanno esportato la spietata logica del profitto, cominciando allora a cancellare la sua tradizionale solidarietà. Basta ripensare alle amare battute del protagonista di quel dramma civile, Gennaro Jovine, per comprendere quanto il previsto vertice napolitano dell’ultima alleanza militare stoni con la celebrazione d’una città da millenni simbolo di accoglienza, tolleranza e apertura alle altre culture.

«Che sacrileggio, Ama’…Paise distrutte, creature sperze, fucilazione…E quanta muorte… E lloro e ’e nuoste […]  Chesta nun è guerra, è n’ata cosa… ’A ’sta guerra ccà se torna buone…Ca nun se vo’ fa’ male a nisciuno… Nun facimmo male, Ama’…Nun facimmo male…». [iii]

Si direbbe però che promotori e propagandisti di questo sconcertante evento inaugurale di Napoli Musa non abbiano affatto raccolto l’accorato appello eduardiano a smetterla per sempre con le carneficine, oggi sempre più tecnologiche ma per niente meno sanguinose. Nei comunicati ripresi dai media sembrano piuttosto inneggiare impudentemente alla NATO, una bellicosa alleanza militare presentata come presidio di ‘sicurezza, stabilità e prosperità’. Si preferisce apparire incredibilmente ignoranti (nel senso etimologico del termine) del disastroso cumulo di stragi umanitarie e devastazioni ambientali che sono il frutto dell’albero della guerra, come purtroppo constatiamo ogni giorno dai giornali o in diretta televisiva. Si mostra poi d’ignorare l’etimologia di quelle tre parole, usate a sproposito, perché è idealmente blasfemo e lessicalmente ossimorico attribuire ad una micidiale e pervasiva organizzazione militar-nucleare la capacità di produrre sicurezza (assenza di preoccupazioni), stabilità (una condizione di equilibrio) e prosperità (uno stato di sviluppo e benessere).

Ma Croce e Totò che ci azzeccano con la Nato?

Nel quadro delle celebrazioni di Napoli Millenaria, ancor meno comprensibile appare l’accostamento d’un vertice euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica a due importanti eventi culturali, proposti come ‘omaggi’ rispettivamente a Benedetto Croce (settembre) e a Totò (ottobre).   Nel primo caso si tratta d’un progetto ispirato «agli studi e alle riflessioni di Benedetto Croce e si propone di ricostruire la storia della toponomastica napoletana tra il XIX e il XX secolo, analizzando i cambiamenti avvenuti attraverso un atlante interattivo della città. Ne deriverà una ricostruzione di una vera e propria topografia morale della città, da condurre all’insegna del motto crociano secondo cui “ogni storia è sempre storia contemporanea» [iv].  Di Croce, quindi, si parlerà con un taglio piuttosto particolare, ma resta comunque sorprendente che gli organizzatori mostrino d’ignorare le posizioni del filosofo sulla guerra e l’inevitabile propaganda nazionalista che da sempre la sostiene e giustifica. Infatti, come sottolineava Giovanni Perazzoli in un suo articolo:

«Le ‘Pagine sulla guerra di Benedetto Croce sono percorse da una costernata presa d’atto dell’improvviso crollo della ragione davanti alla ‘propaganda patriottica’. Le tesi più assurde vengono credute, se soddisfano il nazionalismo. Croce era contrario all’intervento in guerra dell’Italia […] è sorpreso nel dover constatare la facilità con la quale gli uomini di scienza e di cultura sono corsi a mischiarsi alle frottole dei nazionalisti, come se si fosse aspettato che l’adesione alla causa della patria potesse essere distinta, negli uomini di scienza, dalla guerra guerreggiata […] Croce vede chiaramente che dal conflitto verranno sciagure enormi. Il 24 maggio 1918 scrive: “tutti coloro che dapprima si ostinavano ad impicciolire la realtà che avevano innanzi, sanno ora di che cosa si tratti. Né più né meno che delle sorti del mondo intero, che da questa guerra saranno determinate per secoli”…». [v]

Ad ottobre toccherà al grande Totò rappresentare l’irriverente vena della cultura napolitana, grazie ad un progetto che anche in questo caso “porta la firma di Pupi Avati e che coinvolgerà 20 delle 250 compagnie teatrali di Napoli, che per 24 ore ininterrottamente rappresenteranno il principe della risata”. [vi]  Sta di fatto che inserire Totò in un calderone celebrativo da cui come primo piatto si è deciso di scodellare un vertice militarista si presta a commenti non proprio benevoli. Pochi comici, infatti, hanno ridicolizzato la retorica guerrafondaia più di lui, con effetti esilaranti e dissacranti ma anche con sintetici e geniali motti di spirito, come quello che ci ricordava che:

«il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra.” [vii]

Tutti ricordiamo, inoltre, i tanti film in cui Antonio de Curtis ha sbeffeggiato la tronfia prosopopea dei vertici militari ed i truci atteggiamenti bellicosi dei gerarchi fascisti, dalla versione cinematografica della citata “Napoli Milionaria!” a “I due colonnelli”; da “Letto e tre piazze” all’ormai proverbiale “Siamo uomini o caporali?”.  E allora come potrebbe accogliere, la buonanima del Principe, la notizia di essere stato inserito in un programma che celebra Napoli proprio partendo da un vertice militarista? Probabilmente dedicando agli organizzatori un dissacrante e liberatorio pernacchio, oppure liquidandoli con la sua celeberrima: “Ma mi facciano il piacere!”.

Narrazioni militariste e risposte pacifiste

Fatto sta che l’idea di celebrare gli oltre due millenni e mezzo di Napoli Città di Pace iniziando con un assurdo summit atlantista ed amerikano poteva essere partorita solo dalla supinità di una classe politica invero piuttosto trasversale, che da decenni fa una bandiera del suo vassallaggio nei confronti della superpotenza statunitense. Quegli stessi sedicenti ‘liberatori’ che, col penoso pretesto di voler garantire la nostra sicurezza, dal dopoguerra continuano indisturbati nella loro ingombrante ‘protezione’, ma nei fatti occupano l’Italia con 120 basi e due comandi supremi della NATO, militarizzandone e nuclearizzandone territorio, mari ed i cieli. La millenaria storia della nostra metropoli, dolorosamente contrassegnata da numerose dominazioni straniere, evidentemente non ha insegnato nulla ai nostri governanti ed amministratori, che invece sembrano a loro agio nel ruolo di proconsoli degli ennesimi colonizzatori, venuti d’oltreoceano.

Nel prossimo mese di giugno si svolgerà a L’Aja (Paesi Bassi) un vertice ufficiale della NATO [viii], ma almeno il governo olandese non è ricorso a pretesti culturali per ospitarlo e, in quel caso, è subito scattata la macchina organizzativa d’un vivace contro-vertice antimilitarista, coordinata dalla “Rete Internazionale per Delegittimare la NATO” , al cui recente incontro internazionale online ho portato anche il mio contributo come MIR Italia. Nel suo condivisibile documento-appello si elencano quattro buoni motivi per respingere l’invadenza atlantica e la logica militarista: 1) rigettare l’agenda della dominanza e coercizione occidentale, che porta alla spirale della guerra e del riarmo, chiedendo invece il disarmo ed il bando degli armamenti nucleari; 2) affermare che l’ordine mondiale e la sicurezza comune possono essere fondati solo su pace, giustizia, equità, uguaglianza e sicurezza comune; 3) ribadire  la necessità della cooperazione internazionale per affrontare i veri problemi globali, come la catastrofe climatica, la povertà, la crisi sanitaria e l’urgente bisogno di cibo sostenibile, acqua e risorse energetiche e 4) porre l’accento sulla necessità di un’architettura internazionale inclusiva per assicurare pace e sicurezza, basata su diplomazia, disarmo, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. [ix]

Anche a Napoli, comunque, si cominciano a pianificare iniziative per denunciare l’assurdità del vertice NATO come evento simbolico per inaugurale gli eventi di Napoli Millenaria. Si parla d’un appello da sottoscrivere e di un’assemblea in piazza. Credo però che sia giunto il momento di superare i rituali delle solite manifestazioni ‘antagoniste’, provando finalmente a formulare proposte alternative comuni, in chiave antimilitarista e nonviolenta. Come MIR lanceremo già dal 15 maggio una campagna per l’obiezione di coscienza ad un servizio militare sempre più probabile, ma anche iniziative nazionali sulla difesa non armata, civile e nonviolenta e su un più complessivo progetto ecopacifista.

Ciò che va assolutamente contrastato, insomma, è il principio in base al quale dovremmo riarmarci sol perché ce lo chiede la NATO, l’Amministrazione USA oppure l’Europa.  Per troppo tempo abbiamo permesso che i loro plenipotenziari ci ammonissero che dobbiamo ubbidire, poichè hanno avuto dai loro capi carta bianca.  Un vero omaggio al nostro grande Totò sarebbe rispondergli proprio come faceva lui nel film “I due colonnelli”, sbottando in un sonoro ed irriverente: “E pulitevici il c**o!”.


Note

[i] A. Di Costanzo, “Napoli Musa”, il logo e il programma: dal vertice Nato al concerto in Armenia. Una 24 ore su Totò > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2025/04/28/news/neapolis_2500_logo_prefettura_napoli_musa_comitato_nazionale-424153578/ – Vedi anche: A. P. Merone,  Comitato nazionale Neapolis 2500, gli eventi al via con vertice Nato sulla sicurezza: 130 ospiti da 48 Paesi. Poi omaggi a Totò e Benedetto Croce  >   https://napoli.corriere.it/notizie/cultura-e-tempo-libero/25_aprile_28/comitato-nazionale-napoli-2500-ecco-logo-e-programma-al-via-con-l-evento-nato-130-ospiti-da-48-paesi-omaggi-a-toto-e-benedetto-506038ec-bde5-45a4-8a8a-8c6f00f66xlk.shtml?refresh_ce

[ii] Con l’articolo 3 dello Statuto, il Comune riconosce alla Città di Napoli il ruolo di “Città di Pace e. Giustizia” a vocazione mediterranea e solidaristica.

[iii] Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria – Torino, Einaudi, 1973, p. 210

[iv] Di Costanzo, art. cit.

[v]  G. Perazzoli, Nota su Benedetto Croce, “L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra” (9 gennaio 2022) > http://www.filosofia.it/senza-categoria/giovanni-perazzoli-benedetto-croce-litalia-dal-1914-al-1918-pagine-sulla-guerra/

[vi]  A. P. Merone, art. cit.

[vii]  La sua celebre battuta è inserita nel film del 1947 “I due orfanelli”, diretto da Mario Mattoli.

[viii]  Cfr. https://www.nato.int/cps/is/natohq/news_225618.htm?selectedLocale=en

[ix]  Cfr. su quel sito il documento:“Invest in Peace, not in War

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